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Invece nei processi legittimi la sentenza va emessa entro 18 mesi dalla conclusione della prima fase

del processo, quella detta in iure.

2 – Resta la distinzione in due fasi dette in iure e apud iudicem. A sviluppo compiuto il normale

processo di cognizione è avviato dall’attore che notifica al convenuto l’azione che intende esperire e

poi lo chiama dinnanzi al pretore. Se però il convenuto si sottrae alla chiamata o se si presenta ma

non accetta di ingaggiare la lite rifiutando ogni formula, va incontro a gravi conseguenze

patrimoniali per decreto del pretore. In alternativa alla chiamata in giudizio può esservi il

vadimonio che richiede la collaborazione del convenuto, infatti esso è una sponsio o una stipulatio

con cui il convenuto si impegna nei confronti dell’attore a pagare una penale se non apparirà in

tribunale in giorno, luogo e data fissati. Il testo 34 fotocopia 12 è il verbale di un vadimonio prestato

in una autentica controversia iniziata nel 75 d.C. Questo documento proviene dagli scavi di

Ercolano, città seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79. La lava del vulcano ha custodito questo

e altri della prassi sia processuale sia negoziale. Entrambe le parti sono donne sui iuris, la convenuta

si obbliga con l’assistenza del tutore, perché come ogni donna è sottoposta a tutela, anche se il

tutore si obbliga a comparire con un’altra sponsio che prevede una penale di altri 1000 sesterzi. E’

assunto l’impegno di comparire a Roma dinnanzi al pretore, questo si spiega perché, come

sappiamo da altri documenti della vicenda, la questione verte sullo status della persona di Giusta,

come ogni questione che comporta un accertamento pregiudiziale, il processo deve essere celebrato

a Roma. Qui si tratta di accertare se Giusta che ha iniziato il processo sia una persona nata libera o

resa libera. Giusta sostiene di essere nata libera perché sarebbe nata dopo la manomissione di sua

madre che era schiava. La controparte invece sostiene di essere la patrona di Giusta perché giusta

sarebbe nata da una schiava del proprio marito, ora defunto, che poi ha manomesso Giusta e sua

madre. Giusta come liberta deve rispetto e prestazioni sociali e forse anche economiche verso la

patrona, ma non sappiamo la conclusione della vicenda.

Il convenuto che si rechi in giudizio e accetti di litigare può chiedere al pretore di non concedere

l’azione (denegare) promossa contro di lui perché la ritiene infondata. Su questo punto può aprirsi

una discussione tra le parti sotto la direzione del pretore. Se accetta di litigare sulla base dell’azione

intentata in convenuto deve trovare un accordo con l’attore sulla formula concreta. Insomma le due

parti devono impostare una questione di diritto che è riassunta e fissata nella formula concreta che

in latino è detta “spesso iudicium”. Nella formula sono esposte la pretesa dell’attore e le eventuali

eccezioni del convenuto cioè circostanze che questi ritenga favorevoli alla sua posizione. Di seguito

il pretore cerca l’assenso delle parti sul nome del giudice privato che egli investe del potere di

giudicare sul merito della lite, poi autorizza l’attore ad agire secondo il testo della formula concreta.

Infine si ha la litis contestatio che conclude la prima fase. La denominazione è quella vecchia ma i

contenuti sono del tutto nuovi. Ora infatti essa consiste di due atti: il primo atto è compiuto

dall’attore che legge la formula concreta al convenuto e gli intima di accettarla, il secondo atto è

compiuto dal convenuto che accetta la formula concreta e con ciò si impegna a sottostare

all’eventuale condanna pronunciata dal giudice nella seconda parte. Se il convenuto si sottrae a

questo atto incorre in grave conseguenze patrimoniali per decreto del pretore. Con la litis

contestatio si fissa, in modo non più modificabile, la materia del contendere, si ha così la

controversia trasfusa nella formula. Da ciò discende anzitutto che, salvo indicazioni diverse

contenute nella formula stessa, ogni mutamento successivo non ha influenza sulla decisione del

giudice. Ad esempio se il convenuto muore, il processo prosegue contro i suoi eredi, questo è il

principale tra gli effetti conservativi. Da essa inoltre si hanno conseguenze sull’irripetibilità del

processo per la stessa questione anche se non si giunge alla sentenza, tuttavia questi effetti operano

in due vie diverse a seconda del tipo di azione e di processo. Nella seconda fase il giudice risolve la

questione nel merito, egli dirige il dibattito con ampia libertà ma non può svolgere indagini né farle

svolgere, quindi deve giudicare sulla base delle prove addotte dalle parti. L’onere della prova spetta

all’attore per sua pretesa, al convenuto per le eventuali eccezioni da lui sollevate. Non esiste una

gerarchia tra i mezzi di prova che sono per lo più testimonianze. Le parti possono farsi assistere da

avvocati che di solito sono oratori e solo raramente giuristi. Il giudice, se non riesce a formarsi un

convincimento, può astenersi dalla sentenza purché giuri al pretore che la questione non gli è chiara

e allora viene sostituito.

La sentenza è chiara e priva di motivazioni e ha un contenuto sempre pecuniario. Inoltre essa

determina la res iudicata, che impedisce la ripetizione del processo per lo stesso rapporto litigioso.

Infatti la sentenza non è appellabile, lo diventerà solo durante il principato.

Tra i giuristi delle due scuole si discute la rilevanza della questione se vada condannato o assolto il

convenuto che abbia soddisfatto le pretese dell’attore prima della sentenza ma dopo la litis

contestatio. Gli autori di altra scuola dissentono. Secondo i sabiniani il convenuto che abbia

comunque soddisfatto l’attore va assolto, qualunque sia il tipo di azione intentata, costoro con

sforzo innovativo pongono l’accento sull’aspetto strumentale del processo che come scopo ultimo

ha quello di soddisfare la pretesa dell’attore. Questa visione è espressa da parole secondo cui: “tutti

giudizi sono assolutori” ciò va inteso nel senso che ogni processo deve chiudersi con la assoluzione

del convenuto o perché egli ha soddisfatto la pretesa riconoscendo di avere torto, o perché la pretesa

risulta infondata. Al contrario i propuliani sono più legati alla concezione tradizionale di processo in

cui la litis contestatio fissa in modo non più modificabile la materia del contendere, per loro quindi

l’assoluzione del convenuto è possibile solo nelle azioni la cui formula lo permette.

3 – In caso di sentenza di condanna il convenuto ha l’obbligo di pagare all’attore la somma forse 30

giorni. Decorso inutilmente questo termine egli è di nuovo chiamato in giudizio dal suo creditore

con una apposita azione di cognizione. Per quanto possa sembrarci strano il processo formulare non

ha azione direttamente esecutiva. Se in questa azione il convenuto ammette il suo debito, che deriva

dal giudicato, si procede subito per via esecutiva, se invece contesta la regolarità del precedente

giudizio o comunque nega di dovere qualcosa, egli deve provare le sue affermazioni altrimenti

subisce una nuova condanna nel doppio e la immediata esecuzione per il doppio.

L’esecuzione può essere patrimoniale o personale. Quella personale è poco nota forse perché poco

praticata. Essa sembra essere una applicazione attenuata della antica procedura per imposizione

della mano. Il creditore, autorizzato dal pretore, può tenere presso sé il debitore insolvente fino a

quando questi non abbia riscattato il debito con il lavoro. Molto più nota è la esecuzione

patrimoniale. Essa è una novità introdotta nel contesto del processo formulare ed è concessa con un

decreto dal pretore, anche nel caso in cui il convenuto si sottragga al normale processo o si rifiuti di

compiere la litis contestatio. Si tratta per tutto il secondo periodo di una esecuzione a carattere

generale nel senso che il creditore che procede viene immesso dal pretore nel possesso di tutti i beni

del debitore (missio in bona). Di tutto ciò il pretore dà pubblica notizia perché tutti gli altri creditori

a qualunque titolo possano aggiungersi nella procedura, dopo altri passaggi regolati dal pretore o

dai creditori stessi si giunge alla vendita all’asta del patrimonio del debitore insolvente. La gara è

vinta da chi offre di pagare la percentuale più alta di debiti. Il vincitore è detto impropriamente

compratore dei beni, egli acquista in blocco tutto il patrimonio e perciò per il diritto pretorio egli è

un successore universale tra vivi. Ovviamente il primo creditore ad essere soddisfatto secondo la

percentuale offerta è quello che ha promosso con successo l’azione di giudicato che è sfociata nella

esecuzione patrimoniale. Poi sono soddisfatti secondo modalità diverse gli altri creditori cioè quelli

che si sono aggiunti alla procedura esecutiva.

Leggi formule 6-8-11-14-15-16-17-18 fotocopia 12

4 – L’editto del pretore a sviluppo compiuto contiene numerose formule processuali e altri mezzi

processuali e non. Essi sono noti quasi tutti per via indiretta da scritti di giuristi classici. Le formule

tutelano sia i rapporti già conosciuti da ius civile sia situazioni considerate meritevoli della

protezione del pretore stesso.

Si distinguono formule civili e pretorie. In fotocopia si trova una scelta di formule e altri mezzi.

All’inizio di ogni formula, sia essa civile o pretoria, compare il nome del giudice privato. Il nome

convenzionale dell’attore è Aulo Agerio abbreviato in AA, è Aulo che agisce contro il convenuto il

cui nome convenzionale è Numerio Negidio (NN) perché è colui che nega di voler pagare. Tutte le

formule sono costruite nella prospettiva dell’attore e sono composte di almeno due parti come

vediamo subito dalle prime due. Si tratta di due formule civili che tutelano rapporti di ius civile, che

erano quindi già tutelate da legis actiones.

Nella formula 1 si trova la formule di rivendica della proprietà di una cosa. Questa formula è la

formula base per formarne altre a tutela dei diritti assoluti. Queste azioni sono tutte in rem perché il

pater familias che afferma di essere titolare del diritto può intentarle potenzialmente contro

chiunque, come fa il pater familias che afferma di essere proprietario di una cosa e chiama in

giudizio chi in quel momento la possiede. Qui, a differenza della duplice affermazione di

appartenenza della cosa come accadeva nelle legis actiones , si trova l’affermazione della sola

posizione del solo attore perché tutte le formule sono costruite nella prospettiva dell’attore. Si deve

notare che la condanna è subordinata a due fatti: il primo è che risulti provato che l’attore è

proprietario della cosa, il secondo è che il convenuto non abbia ottemperato all’invito che gli viene

rivolto dal giudice di restituire la cosa.

Nella formula 2 si trova la formula base su cui sono formate le formule delle azioni a tutela dei

diritti relativi, perciò queste azioni sono tutte in personam e sono quindi intentabili dal creditore

insoddisfatto solo nei confronti di chi gli sia debitore.

Lo schema assai semplice di queste due formule è composto di due parti che troviamo sempre

almeno nei normali processi. La prima parte fino al // esprime la pretesa dell’attore e si chiama

intentio. Tra i numeri 1 e 2 va notata una differenza: nella 2 compare il nome del convenuto che

deve dare perché l’azione è in personam, nella 1 non compare il nome del convenuto perché il

diritto di proprietà è tutelato nei confronti di tutti, infatti si dice che la cosa è di AA. In entrambi gli

esempi la pretesa è certa, cioè determinata. La seconda parte, quella: “il giudice condanni…” è detta

condemnatio perché con essa il pretore conferisce al giudice privato il potere di condannare o

assolvere il convenuto, mai il giudice può condannare l’attore. La condanna ha un contenuto sempre

pecuniario, per questo nelle azioni in rem il giudice prima di condannare deve invitare il convenuto

a restituire, in caso contrario lo condannerà ad una somma di denaro. Nella 1 la condanna è incerta,

mentre nel 2 e solo in esso la condanna è certa.

Il numero 3 presenta una delle formule d’azione di buona fede, che sono tutte in personam. Questa

formula è concessa al venditore contro il compratore che non gli ha pagato il prezzo pattuito nella

compravendita. Esiste anche una formula per il compratore che non abbia ricevuto la merce. Nella

formula 3 si trova subito una parte nuova detta demonstratio, cioè descrizione, infatti si descrive la

situazione da cui da cui è sorta la lite. Questa parte è forse una traccia dell’originario schema di

tutela concessa dal pretore. Alla parte nuova segue la pretesa che è incerta in massimo grado.

Questa formulazione concede al giudice la più ampia discrezionalità nel valutare il comportamento

reciproco dei litiganti secondo buona fede. Infine vi è la condemnatio che va espressa sempre in una

somma di denaro.

Al numero 4 si incontra l’ultima possibile parte della formula che si trova assieme a parti già note e

si trova solo nei giudizi divisori, essi sono tre e servono a porre fine ad una comproprietà o a

dividere una eredità tra coeredi o a regolare i confini tra due fondi, per queste tre situazioni vi sono

ora tre formule distinte a differenza del vecchio processo che metteva a disposizione una sola

procedura: quella per richiesta di un arbitro. La parte nuova della formula si chiama adiubicatio cioè

assegnazione, essa dà al giudice il potere di assegnare quanto spetti a ciascuno dei contitolari in

proprietà se si tratta di un processo che risponde ai tre requisiti della legge Giulia, se no

l’assegnazione è in possesso. Poiché non esiste una vera lite, i nomi convenzionali delle parti sono

Tizio e Seio e non AA e NN come nelle altre formule. Qui la condemnatio serve in particolare se la

cosa è indivisibile come ad esempio uno schiavo o una pietra preziosa, allora il giudice assegna

l’intero bene ad esempio a Tizio e lo condanna a pagare a Seio la metà del valore del bene, infine

può essere necessario operare dei conguagli per le spese sostenute e per i frutti percepiti.

5 – Formule pretorie in rem. Tutte le formule finora esaminate tutelano situazioni che sono previste

da ius civile, comprese quelle di più recente elaborazione. Nella loro intentio figura sempre il verbo

oportere cioè dovere giuridico se sono azioni in personam oppure il verbo essere o essere diritto di

se si tratta di azioni in rem. I giuristi le qualificano tutte come formule costruite in ius. Anche tra le

formule pretorie molte sono costruite in ius, perché si tratta di adattamenti di formule di ius civile

per poter dare tutela a situazioni avvicinabili a quelle di ius civile. Per le azioni in rem sappiamo

che con la formula 1 un pater familias rivendica la proprietà di una cosa che egli afferma essere sua

ne che un altro possiede. Tuttavia vi può essere una situazione analoga che non è tutelabile da

questa azione. Si tratta del caso in cui un pater familias ha ricevuto una cosa mancipi, ad esempio

uno schiavo, tramite semplice consegna e non con una mancipatio o una iure cessio, o ha ricevuto

questa cosa con mancipatio viziata nella forma. Dello schiavo si acquista solo il possesso che potrà

trasformarsi in proprietà se sussistono i requisiti necessari per la usucapione. Questi requisiti sono

cinque:

1 la cosa deve essere usucapibile, ad esempio lo schiavo lo è se appartiene ad un privato non se è

schiavo pubblico e dunque non sono usucapibili le cose pubbliche e neppure le cose sacre o le cose

rubate

2 deve esistere una giusta causa detta anche titolo in base al quale il pater familias ha iniziato a

possedere, ad esempio la traditio dello schiavo fatta dal venditore a seguito di una compravendita

3 occorre la buona fede iniziale cioè che chi comincia ad usucapire deve essere consapevole di

non ledere diritti altrui, questa è la buona fede soggettiva, non importa se poi sopravviene la

malafede

4 occorre il possesso del bene cioè la sua materiale disponibilità con intenzione di tenerlo come

proprio

5 occorre il decorso del tempo che già secondo le 12 Tavole è di due anni per fondi e immobili,

di un anno per le altre cose.

Supponiamo ora che il pater familias abbia tutti i requisiti elencati tranne l’ultimo, se il pater

familias perde il possesso della cosa prima che si compia l’usucapione si pone il problema di come

dargli una tutela efficace tramite una azione. Una tutela che sia più forte rispetto a quella

momentanea, e quindi non decisiva, che il pretore può concedergli tramite gli interdetti che sono

ordini comunque contestabili impartiti dal pretore su richiesta del pater familias interessato. Il

rimedio processuale consiste nella formula 6 che è un adattamento della numero 1 che consiste nella

aggiunta di una finzione che è detta publiciana, forse nel nome di un pretore Publicio che per primo

la ha accolta nel suo editto forse nel I secolo a.C. La finzione qui come in tutte le altre formule

fittizie deve riguardare una circostanza rilevante per ius civile, nel nostro caso si tratta di una

finzione positiva perché si finge avvenuta una circostanza che per ius civile non è avvenuta, il

giudice dovrà giudicare come se l’attore fosse proprietario civile della cosa. I moderni chiamano

proprietà pretoria questa situazione di possesso qualificato, ma per i romani essa non è una proprietà

anche se riceve una tutela con una azione in rem. Vedremo che esistono anche finzioni negative in

cui si finge che non sia avvenuta una circostanza che per ius civile è avvenuta. In generale la

finzione è uno strumento per operare un’estensione analogica ed è sentita come qualcosa di non

vero, come dimostra l’uso dei tempi dei verbi che è quello della irrealtà, le formule fittizie sono un

primo tipo dei tre di formule pretorie. I fondi che si trovano a Roma e poi in Italia possono essere

oggetto di proprietà civile quindi la loro difesa processuale rientra nelle azioni viste finora. Non è

così invece per i fondi che si trovano nelle province perché appartengono o al popolo romano o, dal

principato, al principe come è reso evidente dal pagamento di un tributo da cui sono esenti invece i

fondi italici per tutto il primo e il secondo periodo. Nelle province i privati, siano essi cittadini

romani o non, possono ottenere questi terreni solo in concessioni pubbliche. Se i terreni sono

concessi a tempo indeterminato, i privati possono disporne per atto tra vivi o a causa di morte. Per

la tutela processuale di questi fondi viene congegnata una azione apposita che i giuristi qualificano

come costruita in factum, è la formula 8. In generale le formule in factum sono un secondo tipo di

formule pretorie e si fondano appunto su un fatto che per ius civile non ha effetti giuridici ma che il

magistrato giusdicente ritiene meritevole di tutela. Nell’editto le formule in factum sono precedute

da una clausola in cui il magistrato indica i presupposti per la loro concessione. Il giudice dovrà poi

valutare se risulta provata l’esistenza del fatto come è esposto dall’attore nella sua pretesa.

6 – Formule pretorie in personam. Anche per la azione in personam il pretore introduce formule

fittizie e formule in factum oltre che un terzo tipo di formule. L’esempio per le formule fittizie è il

numero 11 che è modellato sulla formula base 2, con la formula 11 un pater familias può far valere

in giudizio un credito che per ius civile si è estinto. Se un pater familias si è fatto arrogare, i suoi

debiti si estinguono per ius civile, a questa evidente inequità il pretore pone rimedio con la formula

11. Qui, a differenza della finzione vista al numero 6, la finzione è negativa perché consiste nel

considerare non avvenuta una circostanza rilevante per ius civile che in realtà è avvenuta e cioè la

modificazione dello status personale che è espressa dalle parole capitis deminutio. La stessa

situazione può verificarsi anche nel caso di donna sui iuris che si sposi con marito. In entrambi i

casi la presenza di finzioni autorizza il giudice a giudicare come se il convenuto fosse ancora una

persona sui iuris e non una sottoposto come in realtà è.

Per le azioni in personam il pretore introduce un altro tipo di formule costruite in ius come quelle

fittizie cioè modellate su formule civili ma adatte per tutelare situazioni analoghe a quelle tutelate

formule civili. In generale l’adattamento consiste nell’indicare nella intentio il nome di una persona

come titolare della pretesa o obbligo, mentre nella condemnatio figura il nome di un’altra persona

nella stessa posizione processuale cioè o come attore o come convenuto. A causa di questo

cambiamento di nomi la dottrina moderna chiama queste azioni come azioni con trasposizione di

soggetti, esse possono servire a vari scopi, ad esempio a farsi rappresentare in giudizio o a far valere

crediti sorti da un’attività negoziale di un sottoposto o di una persona sui iuris che un altro pater

familias ha posto a capo di una propria azienda. In fotocopia vi sono tre esempi di formule di questo

tipo (16-17-18). La 17 permette un utile raffronto con la situazione nota dalla numero 3, infatti il

presupposto comune è che sia avvenuta una compravendita e che il compratore non abbia pagato il

prezzo della merce ricevuta. Ora però il compratore non è un pater familias come nella 3 ma è un

figlio di nome Gaio. Prima di questa formula il creditore insoddisfatto non avrebbe potuto agire in

giudizio, ora invece può agire con questa formula che nella intentio indica come debitore il figlio

mentre nella condemnatio contiene il nome del suo pater familias che è il solo a poter essere

condannato. Nel caso specifico il pater familias risponde senza limiti nell’ammontare della

condanna perché ha autorizzato l’affare, nel senso che ha autorizzato il venditore a compiere il

negozio col proprio figlio. Se mancasse l’autorizzazione, il pater familias risponderebbe entro certi

limiti fissati in una clausola aggiunta nella condanna e detta taxatio.

Un discorso uguale vale per l’ipotesi di tutela numero 18 in cui un pater familias ha posto un

estraneo a capo della propria azienda commerciale. Il preposto ha venduto merce ad un compratore

che ha pagato il prezzo ma non ha ricevuto la merce. Il compratore chiama in giudizio il pater

familias che ha preposto l’estraneo.

Come esempio di formula in factum per le azioni in personam vediamo la numero 14 che riveste un

particolare interesse storico giuridico. La situazione considerata riguarda il deposito, cioè il caso in

cui un pater familias abbia consegnato una sua cosa ad un altro pater familias a fini di

conservazione. Al tempo debito però il depositario non restituisce la cosa per suo dolo. Prima

dell’introduzione della formula 14 questa situazione era perseguita come furto. Ora invece essa

viene depenalizzata perché, come tutte le formule in factum, anche questa espone una situazione di

fatto come l’attore afferma che sia. Il giudice può condannare il convenuto solo se risulta provato il

suo dolo cioè l’intenzione di non restituire la cosa o di rendere impossibile la restituzione.

Più tardi, forse nel I secolo d.C. l’elaborazione dei giuristi classici accoglie nel ius civile il deposito

e da esso fa sorgere una obbligazione mediante la consegna di cosa, sarà uno dei contratti reali

come oggi. Inoltre anche in questo rapporto i giuristi fanno valere il criterio della buone fede e

preparano una formula civile che si affianca, senza abolirla, alla formula pretoria. Si tratta della

formula numero 15 che è composta delle tre parti sempre presenti nelle azioni di buone fede in cui è

superfluo richiamarsi al dolo che è l’opposto della buone fede. Questa formula 15 viene subito

adattata dal pretore per l’ipotesi in cui il depositario infedele sia un sottoposto. L’adattamento

consiste in una trasposizione di soggetto come risulta dalla numero 16 in cui il debitore

inadempiente, cioè il depositario infedele, è uno schiavo chiamato con il nome convenzionale di

Stico. Il suo nome compare come debitore nella intentio, mentre nella condemnatio figura come

convenuto il nome del suo padrone. Anche allo schiavo, come al figlio, il pater familias può

concedere un peculio e perciò il pater familias può essere condannato nei limiti del peculio o del

vantaggio patrimoniale che ha conseguito.

7 – Formule delle azioni penali e relativi illeciti. Solo alcuni tra gli atti illeciti sono perseguibili

dalla parte lesa nelle forme del processo privato, infatti gli illeciti ritenuti più pericolosi per la pace

sociale sono perseguiti e repressi dall’autorità pubblica fin dall’età arcaica. Così è ad esempio per

l’omicidio, per l’alto tradimento, per la falsa testimonianza e per altri comportamenti che a

discrezione dei magistrati con imperium mettano in pericolo la sicurezza della città. I giuristi li

chiameranno crimina.

Ciò significa che nel primo periodo solo da pochi illeciti si fa sorgere una obbligazione che vincola

il loro autore a eseguire una prestazione di contenuto patrimoniale a favore della parte offesa. Si

tratta di alcune ipotesi di furto, lesioni fisiche personali e danneggiamenti di beni altrui. Questo

quadro cambia in parte nel secondo periodo perché il pretore consente di agire con azioni penali

private contro gli autori di certi illeciti, siano essi già previsti da ius civile (ad esempio formule 19-

20), o sanzionati dal pretore stesso con azioni in factum (ad esempio formule 21-22). In tutti i casi si

tratta di azioni in personam. La condanna che come sempre nel processo formulare è pecuniaria

viene inflitta come pena all’autore dell’illecito, perché ha commesso l’illecito ed è quantificato per

lo più in un multiplo del danno recato.

Dagli illeciti civili che i giuristi chiamano delicta sorge una obbligazione a carico del loro autore,

essi sono quattro: il furto, la rapina che nasce nel I secolo a.C. durante le guerre civili come ipotesi

di furto con violenza, la iniuria cioè lesioni fisiche e poi anche lesioni morali, danneggiamento di

beni altrui come è disciplinato verso il 250 a.C. da legge aquilia. Le azioni penali che perseguono

questi quattro illeciti sono esperibili senza limiti di tempo.

Invece dagli illeciti pretorii che sono più numerosi per lungo tempo non sorge alcuna obbligazione

perciò il loro autore è tenuto solo sul piano processuale da azioni processuali da azioni in factum

che la parte lesa può intentare entro un anno da quando può agire . Solo i giuristi tardo-classici

assimilano questi illeciti pretorii ai delitti e da essi fanno sorgere una obbligazione.

Per quanto riguarda il furto, già ne primo periodo già con le 12 Tavole si distingue tra furto

flagrante e non flagrante. Se il furto è flagrante cioè, secondo la concezione originaria, se il ladro è

visto mentre ruba ed è acciuffato, egli viene assegnato al magistrato giusdicente al derubato che lo

tiene presso di sé in uno stato di soggezione (manus iniectio). Altrimenti si ha il furto non flagrante

che obbliga il ladro a pagare una somma doppia rispetto al valore della refurtiva. Tuttavia il ladro

che sia armato o che commetta il furto di notte può essere legittimamente ucciso.

Nel secondo periodo i giuristi riflettono a fondo sia sulla nozione di furto flagrante sia su molti altri

aspetti del furto. Resta ferma la legittima uccisione del ladro armato o notturno ma ora contro ogni

altro ladro si deve sempre agire in giudizio con una azione penale. Se a commettere il furto o altro

illecito sono più autori ciascuno di loro è tenuto a subire l’intera pena pecuniaria, inoltre nel furto

l’offeso può agire anche con una ulteriore azione per il reintegro del danno patrimoniale subito. Per

entrambe queste ipotesi si parla tecnicamente di cumulo. Tuttavia l’interpretazione dei giuristi

classici limita l’operatività del cumulo per impedire che la parte lesa ottenga un eccessivo vantaggio

economico.

La formula numero 19 si riferisce al furto non flagrante la leggiamo una prima volta omettendo le

parole tra parentesi graffe. Questa azione è concessa non solo contro il ladro ma anche contro il

complice o l’istigatore del furto, la pena è nel doppio del valore della cosa al momento del furto, è

invece nel quadruplo per il ladro flagrante.

Se però l’autore del furto è un sottoposto la formula va modificata con le parole poste tra parentesi

graffe. Il derubato agisce contro l’attuale padrone dello schiavo, padrone che ha l’alternativa di

sottostare alla pena pecuniaria o di dare a nossa lo schiavo cioè di consegnarlo al derubato, lo stesso

vale per il figlio. Dunque la nossalità è una seconda caratteristica delle azioni penali. Tuttavia il

pater familias non può dare a nossa il sottoposto se era al corrente dell’intento illecito del suo


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto romano sul processo con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: il processo per legis actiones, articolazione del processo in due fasi: la fase "in iure" e la fase "presso il giudice", la non possibilità di ripetere un processo, l’azione per richiesta di un giudice o di un arbitro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Docente: Caimi James
Università: Genova - Unige
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Caimi James.

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