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se si tratta di azioni in rem. I giuristi le qualificano tutte come formule costruite in ius. Anche tra le

formule pretorie molte sono costruite in ius, perché si tratta di adattamenti di formule di ius civile

per poter dare tutela a situazioni avvicinabili a quelle di ius civile. Per le azioni in rem sappiamo

che con la formula 1 un pater familias rivendica la proprietà di una cosa che egli afferma essere sua

ne che un altro possiede. Tuttavia vi può essere una situazione analoga che non è tutelabile da

questa azione. Si tratta del caso in cui un pater familias ha ricevuto una cosa mancipi, ad esempio

uno schiavo, tramite semplice consegna e non con una mancipatio o una iure cessio, o ha ricevuto

questa cosa con mancipatio viziata nella forma. Dello schiavo si acquista solo il possesso che potrà

trasformarsi in proprietà se sussistono i requisiti necessari per la usucapione. Questi requisiti sono

cinque:

1 la cosa deve essere usucapibile, ad esempio lo schiavo lo è se appartiene ad un privato non se è

schiavo pubblico e dunque non sono usucapibili le cose pubbliche e neppure le cose sacre o le cose

rubate

2 deve esistere una giusta causa detta anche titolo in base al quale il pater familias ha iniziato a

possedere, ad esempio la traditio dello schiavo fatta dal venditore a seguito di una compravendita

3 occorre la buona fede iniziale cioè che chi comincia ad usucapire deve essere consapevole di

non ledere diritti altrui, questa è la buona fede soggettiva, non importa se poi sopravviene la

malafede

4 occorre il possesso del bene cioè la sua materiale disponibilità con intenzione di tenerlo come

proprio

5 occorre il decorso del tempo che già secondo le 12 Tavole è di due anni per fondi e immobili,

di un anno per le altre cose.

Supponiamo ora che il pater familias abbia tutti i requisiti elencati tranne l’ultimo, se il pater

familias perde il possesso della cosa prima che si compia l’usucapione si pone il problema di come

dargli una tutela efficace tramite una azione. Una tutela che sia più forte rispetto a quella

momentanea, e quindi non decisiva, che il pretore può concedergli tramite gli interdetti che sono

ordini comunque contestabili impartiti dal pretore su richiesta del pater familias interessato. Il

rimedio processuale consiste nella formula 6 che è un adattamento della numero 1 che consiste nella

aggiunta di una finzione che è detta publiciana, forse nel nome di un pretore Publicio che per primo

la ha accolta nel suo editto forse nel I secolo a.C. La finzione qui come in tutte le altre formule

fittizie deve riguardare una circostanza rilevante per ius civile, nel nostro caso si tratta di una

finzione positiva perché si finge avvenuta una circostanza che per ius civile non è avvenuta, il

giudice dovrà giudicare come se l’attore fosse proprietario civile della cosa. I moderni chiamano

proprietà pretoria questa situazione di possesso qualificato, ma per i romani essa non è una proprietà

anche se riceve una tutela con una azione in rem. Vedremo che esistono anche finzioni negative in

cui si finge che non sia avvenuta una circostanza che per ius civile è avvenuta. In generale la

finzione è uno strumento per operare un’estensione analogica ed è sentita come qualcosa di non

vero, come dimostra l’uso dei tempi dei verbi che è quello della irrealtà, le formule fittizie sono un

primo tipo dei tre di formule pretorie. I fondi che si trovano a Roma e poi in Italia possono essere

oggetto di proprietà civile quindi la loro difesa processuale rientra nelle azioni viste finora. Non è

così invece per i fondi che si trovano nelle province perché appartengono o al popolo romano o, dal

principato, al principe come è reso evidente dal pagamento di un tributo da cui sono esenti invece i

fondi italici per tutto il primo e il secondo periodo. Nelle province i privati, siano essi cittadini

romani o non, possono ottenere questi terreni solo in concessioni pubbliche. Se i terreni sono

concessi a tempo indeterminato, i privati possono disporne per atto tra vivi o a causa di morte. Per

la tutela processuale di questi fondi viene congegnata una azione apposita che i giuristi qualificano

come costruita in factum, è la formula 8. In generale le formule in factum sono un secondo tipo di

formule pretorie e si fondano appunto su un fatto che per ius civile non ha effetti giuridici ma che il

magistrato giusdicente ritiene meritevole di tutela. Nell’editto le formule in factum sono precedute

da una clausola in cui il magistrato indica i presupposti per la loro concessione. Il giudice dovrà poi

valutare se risulta provata l’esistenza del fatto come è esposto dall’attore nella sua pretesa.

6 – Formule pretorie in personam. Anche per la azione in personam il pretore introduce formule

fittizie e formule in factum oltre che un terzo tipo di formule. L’esempio per le formule fittizie è il

numero 11 che è modellato sulla formula base 2, con la formula 11 un pater familias può far valere

in giudizio un credito che per ius civile si è estinto. Se un pater familias si è fatto arrogare, i suoi

debiti si estinguono per ius civile, a questa evidente inequità il pretore pone rimedio con la formula

11. Qui, a differenza della finzione vista al numero 6, la finzione è negativa perché consiste nel

considerare non avvenuta una circostanza rilevante per ius civile che in realtà è avvenuta e cioè la

modificazione dello status personale che è espressa dalle parole capitis deminutio. La stessa

situazione può verificarsi anche nel caso di donna sui iuris che si sposi con marito. In entrambi i

casi la presenza di finzioni autorizza il giudice a giudicare come se il convenuto fosse ancora una

persona sui iuris e non una sottoposto come in realtà è.

Per le azioni in personam il pretore introduce un altro tipo di formule costruite in ius come quelle

fittizie cioè modellate su formule civili ma adatte per tutelare situazioni analoghe a quelle tutelate

formule civili. In generale l’adattamento consiste nell’indicare nella intentio il nome di una persona

come titolare della pretesa o obbligo, mentre nella condemnatio figura il nome di un’altra persona

nella stessa posizione processuale cioè o come attore o come convenuto. A causa di questo

cambiamento di nomi la dottrina moderna chiama queste azioni come azioni con trasposizione di

soggetti, esse possono servire a vari scopi, ad esempio a farsi rappresentare in giudizio o a far valere

crediti sorti da un’attività negoziale di un sottoposto o di una persona sui iuris che un altro pater

familias ha posto a capo di una propria azienda. In fotocopia vi sono tre esempi di formule di questo

tipo (16-17-18). La 17 permette un utile raffronto con la situazione nota dalla numero 3, infatti il

presupposto comune è che sia avvenuta una compravendita e che il compratore non abbia pagato il

prezzo della merce ricevuta. Ora però il compratore non è un pater familias come nella 3 ma è un

figlio di nome Gaio. Prima di questa formula il creditore insoddisfatto non avrebbe potuto agire in

giudizio, ora invece può agire con questa formula che nella intentio indica come debitore il figlio

mentre nella condemnatio contiene il nome del suo pater familias che è il solo a poter essere

condannato. Nel caso specifico il pater familias risponde senza limiti nell’ammontare della

condanna perché ha autorizzato l’affare, nel senso che ha autorizzato il venditore a compiere il

negozio col proprio figlio. Se mancasse l’autorizzazione, il pater familias risponderebbe entro certi

limiti fissati in una clausola aggiunta nella condanna e detta taxatio.

Un discorso uguale vale per l’ipotesi di tutela numero 18 in cui un pater familias ha posto un

estraneo a capo della propria azienda commerciale. Il preposto ha venduto merce ad un compratore

che ha pagato il prezzo ma non ha ricevuto la merce. Il compratore chiama in giudizio il pater

familias che ha preposto l’estraneo.

Come esempio di formula in factum per le azioni in personam vediamo la numero 14 che riveste un

particolare interesse storico giuridico. La situazione considerata riguarda il deposito, cioè il caso in

cui un pater familias abbia consegnato una sua cosa ad un altro pater familias a fini di

conservazione. Al tempo debito però il depositario non restituisce la cosa per suo dolo. Prima

dell’introduzione della formula 14 questa situazione era perseguita come furto. Ora invece essa

viene depenalizzata perché, come tutte le formule in factum, anche questa espone una situazione di

fatto come l’attore afferma che sia. Il giudice può condannare il convenuto solo se risulta provato il

suo dolo cioè l’intenzione di non restituire la cosa o di rendere impossibile la restituzione.

Più tardi, forse nel I secolo d.C. l’elaborazione dei giuristi classici accoglie nel ius civile il deposito

e da esso fa sorgere una obbligazione mediante la consegna di cosa, sarà uno dei contratti reali

come oggi. Inoltre anche in questo rapporto i giuristi fanno valere il criterio della buone fede e

preparano una formula civile che si affianca, senza abolirla, alla formula pretoria. Si tratta della

formula numero 15 che è composta delle tre parti sempre presenti nelle azioni di buone fede in cui è

superfluo richiamarsi al dolo che è l’opposto della buone fede. Questa formula 15 viene subito

adattata dal pretore per l’ipotesi in cui il depositario infedele sia un sottoposto. L’adattamento

consiste in una trasposizione di soggetto come risulta dalla numero 16 in cui il debitore

inadempiente, cioè il depositario infedele, è uno schiavo chiamato con il nome convenzionale di

Stico. Il suo nome compare come debitore nella intentio, mentre nella condemnatio figura come

convenuto il nome del suo padrone. Anche allo schiavo, come al figlio, il pater familias può

concedere un peculio e perciò il pater familias può essere condannato nei limiti del peculio o del

vantaggio patrimoniale che ha conseguito.

7 – Formule delle azioni penali e relativi illeciti. Solo alcuni tra gli atti illeciti sono perseguibili

dalla parte lesa nelle forme del processo privato, infatti gli illeciti ritenuti più pericolosi per la pace

sociale sono perseguiti e repressi dall’autorità pubblica fin dall’età arcaica. Così è ad esempio per

l’omicidio, per l’alto tradimento, per la falsa testimonianza e per altri comportamenti che a

discrezione dei magistrati con imperium mettano in pericolo la sicurezza della città. I giuristi li

chiameranno crimina.

Ciò significa che nel primo periodo solo da pochi illeciti si fa sorgere una obbligazione che vincola

il loro autore a eseguire una prestazione di contenuto patrimoniale a favore della parte offesa. Si

tratta di alcune ipotesi di furto, lesioni fisiche personali e danneggiamenti di beni altrui. Questo

quadro cambia in parte nel secondo periodo perché il pretore consente di agire con azioni penali

private contro gli autori di certi illeciti, siano essi già previsti da ius civile (ad esempio formule 19-

20), o sanzionati dal pretore stesso con azioni in factum (ad esempio formule 21-22). In tutti i casi si

tratta di azioni in personam. La condanna che come sempre nel processo formulare è pecuniaria

viene inflitta come pena all’autore dell’illecito, perché ha commesso l’illecito ed è quantificato per

lo più in un multiplo del danno recato.

Dagli illeciti civili che i giuristi chiamano delicta sorge una obbligazione a carico del loro autore,

essi sono quattro: il furto, la rapina che nasce nel I secolo a.C. durante le guerre civili come ipotesi

di furto con violenza, la iniuria cioè lesioni fisiche e poi anche lesioni morali, danneggiamento di

beni altrui come è disciplinato verso il 250 a.C. da legge aquilia. Le azioni penali che perseguono

questi quattro illeciti sono esperibili senza limiti di tempo.

Invece dagli illeciti pretorii che sono più numerosi per lungo tempo non sorge alcuna obbligazione

perciò il loro autore è tenuto solo sul piano processuale da azioni processuali da azioni in factum

che la parte lesa può intentare entro un anno da quando può agire . Solo i giuristi tardo-classici

assimilano questi illeciti pretorii ai delitti e da essi fanno sorgere una obbligazione.

Per quanto riguarda il furto, già ne primo periodo già con le 12 Tavole si distingue tra furto

flagrante e non flagrante. Se il furto è flagrante cioè, secondo la concezione originaria, se il ladro è

visto mentre ruba ed è acciuffato, egli viene assegnato al magistrato giusdicente al derubato che lo

tiene presso di sé in uno stato di soggezione (manus iniectio). Altrimenti si ha il furto non flagrante

che obbliga il ladro a pagare una somma doppia rispetto al valore della refurtiva. Tuttavia il ladro

che sia armato o che commetta il furto di notte può essere legittimamente ucciso.

Nel secondo periodo i giuristi riflettono a fondo sia sulla nozione di furto flagrante sia su molti altri

aspetti del furto. Resta ferma la legittima uccisione del ladro armato o notturno ma ora contro ogni

altro ladro si deve sempre agire in giudizio con una azione penale. Se a commettere il furto o altro

illecito sono più autori ciascuno di loro è tenuto a subire l’intera pena pecuniaria, inoltre nel furto

l’offeso può agire anche con una ulteriore azione per il reintegro del danno patrimoniale subito. Per

entrambe queste ipotesi si parla tecnicamente di cumulo. Tuttavia l’interpretazione dei giuristi

classici limita l’operatività del cumulo per impedire che la parte lesa ottenga un eccessivo vantaggio

economico.

La formula numero 19 si riferisce al furto non flagrante la leggiamo una prima volta omettendo le

parole tra parentesi graffe. Questa azione è concessa non solo contro il ladro ma anche contro il

complice o l’istigatore del furto, la pena è nel doppio del valore della cosa al momento del furto, è

invece nel quadruplo per il ladro flagrante.

Se però l’autore del furto è un sottoposto la formula va modificata con le parole poste tra parentesi

graffe. Il derubato agisce contro l’attuale padrone dello schiavo, padrone che ha l’alternativa di

sottostare alla pena pecuniaria o di dare a nossa lo schiavo cioè di consegnarlo al derubato, lo stesso

vale per il figlio. Dunque la nossalità è una seconda caratteristica delle azioni penali. Tuttavia il

pater familias non può dare a nossa il sottoposto se era al corrente dell’intento illecito del suo

sottoposto o se ne è stato l’istigatore, in questi casi il pater familias deve sottostare alla pena

pecuniaria.

Nel I secolo a.C. durante la fase più acuta dei conflitti civili è introdotta una formula per perseguire

con la pena del quadruplo la rapina cioè la sottrazione violenta di beni compiuta da bande armate e

poi, per estensione dei giuristi, anche da bande non armate o da singole persone armate. I casi più

gravi sono ben presto considerati crimini e perciò a tratti nella sfera della repressione pubblica.

Nel primo periodo come lesioni ad una persona libera sono considerate solo le lesioni fisiche che

possono essere permanenti o non permanenti. Solo per le lesioni non permanenti è previsto

l’obbligo di pagare all’offeso una somma di denaro più o meno elevata secondo la gravità, per una

fattura sono dovuti 300 assi, per una percossa semplice 25 assi. Invece per lesioni permanenti come

la mutilazione di un arto le 12 Tavole prevedono il taglione, a meno che non sia intervenuta una

composizione volontaria, cioè un accordo tra offensore ed offeso.

Nel secondo periodo le tre ipotesi originarie sono unificate dai giuristi nella nozione generale di

iniuria, l’eventuale condanna ora compete ad un collegio di giudici nella misura in cui ad essi

sembri giusto ed equo. Poi l’elaborazione dei giuristi accolta dai pretori nell’editto amplia la

nozione di iniuria fino a ricomprendervi ogni lesione all’integrità, anche morale, di una persona

libera come ad esempio l’insulto o la diffamazione. Si giunge così a costruire un’azione generale di

iniuria in cui la pena pecuniaria è sempre determinata dal collegio giudicante. Dato il carattere

personale della lesione fisica o morale gli eredi dell’offeso non possono esperire la azione di iniuria

che dunque non si trasmette attivamente. Questa è una eccezione alla regola generale che precede la

trasmissibilità attiva per tutte le azioni penali e non. Diversamente questa e tutte le altre azioni

penali non si possono esperire contro gli eredi di chi ha commesso l’illecito. Contro questi eredi si

può agire solo con una azione non penale e solo se essi hanno conseguito un vantaggio economico

dall’illecito. Dunque la trasmissibilità passiva è la terza caratteristica comune alle azioni penali.

Per il primo periodo sono note poco e male solo alcune ipotesi singole di danno a beni altrui. Queste

ipotesi ricevono sanzioni diverse tra loro, ad esempio per l’abbattimento di alberi sono dovuti 25

assi per ogni albero, per un danno causato da un animale il suo proprietario deve o consegnare

l’animale al danneggiato o risarcirgli il danno. Solo all’inizio del secondo periodo, verso 250 a.C.,

la varie ipotesi di danno ricevono una disciplina organica con la legge aquilia. Questa legge si

occupa del danno a beni altrui recato con un comportamento ritenuto ingiustificato

dall’ordinamento perciò il nome è latino è damnum iniuria datum. Delle tre disposizioni originarie

della legge aquilia due sono qui rilevanti: la prima persegue chi ha ucciso uno schiavo o un animale

da gregge o da mandria, ad esempio una pecora o un cavallo; la seconda persegue chi ha ferito

questi beni e chi ha distrutto o reso inservibili gli altri beni. L’autore del danno è tenuto a titolo di

pena a pagare al proprietario del bene danneggiato il valore più alto che il bene stesso ha avuto

nell’ultimo anno nel caso di uccisione, o il valore più alto negli ultimi 30 giorni nella seconda

ipotesi il che significa, in pratica, al momento del danno. La sanzione è espressa con le parole

“dannas esto” cioè “sia condannato” che nel processo più antico equiparano l’autore del danno ad

un condannato in un processo di cognizione, ciò autorizza il danneggiato ad agire in via esecutiva

con la manus iniectio. Invece nel processo formulare l’autore del danno va sempre chiamato in

giudizio con le apposite formule per l’accertamento, un esempio è al numero 20. Inoltre perché

l’autore del danno sia perseguibile occorrono due requisiti. Il primo è che occorre che il danno gli

sia materialmente imputabile cioè che esista un nesso causale, anzi, in origine si esigeva il contatto

diretto tra l’autore dell’illecito ed il bene danneggiato, poi però l’interpretazione estensiva dei

giuristi consente di agire anche per alcuni casi in cui manca il contatto diretto. Il secondo è che

occorre che il danno sia recato dal suo autore con un comportamento non giustificato

dall’ordinamento. Quali siano questi comportamenti anti-giuridici è oggetto dell’ampia riflessione

dei giuristi che si sforzano di determinare i criteri di amputazione del danno. Col tempo questi

criteri sono individuati nelle nozioni di dolo e di colpa. Per i giuristi è abbastanza semplice definire

la responsabilità per dolo che va inteso qui come la volontà di provocare il danno. Più faticosa è

invece l’elaborazione della nozione di colpa. Per costruirla i giuristi devono prima definire con

chiarezza le nozioni di diligenza, prudenza e perizia. Secondo le conclusioni dei giuristi chi non

osserva le regole individuate per una di queste nozioni è ritenuto responsabile per colpa.

I due requisiti vanno considerati tutti e due con riguardo ad una data persona, lo vediamo dal testo

67 fotocopia 13. Qui il nesso causale conduce indifferentemente al giocatore o al barbiere. Perciò la

soluzione del caso è quindi l’individuazione della persona perseguibile dal padrone dello schiavo

che dipende dalla attribuzione della colpa al giocatore o al barbiere. Il giocatore sarebbe in colpa se

colpendo la palla con violenza avesse tenuto un comportamento imprudente o negligente o non

conforme ad un eventuale modello di corretto giocatore, noi ignoriamo se esistesse un regolamento

del gioco. Invece il barbiere sarebbe in colpa come prospettava già Propulo se è stato imprudente

nella scelta del luogo dove svolgere il suo lavoro, cioè se lo svolgeva dove usualmente si giocava.

Dunque il padrone dello schiavo ucciso può agire contro il responsabile con la formula al numero

20. In questa formula, dato che il convenuto nega, la condanna viene espressa nel doppio del valore

massimo dello schiavo nell’anno precedente. Invece se il convenuto ammettesse la sua

responsabilità la condanna sarebbe nel valore massimo dello schiavo è non nel doppio.

Nel testo 69 l’attenzione del giurista è rivolta al requisito del nesso causale cioè al contatto diretto

col bene danneggiato che qui è una schiava che forse ha appena partorito o forse ha tentato un

aborto. La questione riguarda le modalità di somministrazione del farmaco. Se l’ostetrica lo ha dato

direttamente alla schiava si ricade nell’ipotesi prevista dalla legge aquilia per l’uccisione e dunque

l’ostetrica risulta avere ucciso la schiava. Se invece l’ostetrica ha fornito il farmaco ma la schiava lo

ha assunto da sé, l’atto non rientra nella disposizione della legge aquilia, tuttavia l’ostetrica non è

ritenuta del tutto esente da responsabilità ma è perseguibile solo con una azione in factum e quindi

con una condanna pecuniaria certamente inferiore.

8 – Azioni penali pretorie. Queste azioni sono tutte in factum e quindi hanno durata annuale e

perseguono comportamenti ritenuti illeciti dal pretore. Per tutti questi illeciti l’editto fissa

l’ammontare della pena pecuniaria o i criteri per determinarla. I due esempi si trovano ai numeri 21

e 22 e riguardano l’azione di dolo e l’azione di timore. Il dolo perseguito con la formula 21 non va

confuso col dolo come criterio di imputazione della responsabilità, un criterio questo che indica la

volontà di commettere un delitto privato o un crimine pubblico come l’omicidio o la volontà di non

adempiere una obbligazione.

Invece il dolo perseguito nella formula 21 consiste nell’ingannare o raggirare la controparte di un

negozio inducendola in errore nella conclusione del negozio stesso, ad esempio di una mancipatio o

di una stipulatio. Consiste nel viziare la formazione della volontà altrui e quindi parliamo di dolo

negoziale o dolo vizio. Questo dolo per ius civile non ha rilevanza giuridica e diventa perseguibile

solo dal I a.C. quando un pretore accoglie nell’editto la nostra formula che gli è suggerita da un

giurista chiamato Aquilio Gallo. I giuristi qualificano questo dolo come malus perché lo

distinguono dal dolo bonus che non ha rilievo giuridico ed indica l’abilità nel commerciare o

l’astuzia usata contro nemici o delinquenti. Anche la formula di dolo, come tutte quelle in factum, è

preceduta da una clausola in cui il pretore annuncia i presupposti per la sua concessione. Per il dolo

la clausola dice che la azione sarà concessa solo in via sussidiaria cioè in mancanza di altre azioni o

di altri mezzi. Ciò si spiega col fatto che la azione di dolo porta a infamia il condannato che non

potrà più farsi rappresentare in giudizio o rappresentare altri in giudizio, più in generale subirà una

forte perdita di stima sociale. L’azione di dolo spetta al raggirato qualora il negozio abbia già

prodotto i suoi effetti, lo si vede nella formula 21 in cui il convenuto è l’autore del raggiro. La

clausola restitutoria permette al convenuto di essere assolto se ripristina la situazione precedente,

altrimenti la condanna è nell’equivalente del valore della cosa al momento della sentenza.

Formalmente questa condanna è una pena per l’illecito commesso ma in realtà è chiara la sua

funzione risarcitoria.

La formazione della volontà può essere viziata anche dal timore conseguente ad una minaccia

grave. Subita la minaccia un pater familias è indotto a compiere un negozio giuridico a lui

vantaggioso. Per ius civile il negozio estorto con minacce è valido ed efficace, ma il pretore

concede al minacciato la formula 22. La differenza qui nella intentio non si indica non si indica

l’autore dell’illecito e ciò fa ritenere che questa azione fosse esperibile non solo contro l’autore

della minaccia ma anche contro qualunque terzo che avesse tratto vantaggio dal negozio estorto con

minacce. Se in un processo per timore come pure in uno per dolo il convenuto viene condannato si

consegue sul piano sostanziale un risultato analogo a quello della odierna annullabilità del negozio.

Oltre che dal dolo o dal timore la formazione della volontà negoziale può essere viziata anche

dall’errore. Anche qui i giuristi e il pretore e più tardi gli imperatori considerano singole ipotesi di

errore che va inteso come errore di fatto, questo errore è l’ignoranza totale o parziale di una

circostanza di fatto che abbia influito in modo determinante sulla formazione della volontà

dell’autore di un negozio. Ad esempio, intendo acquistare l’unica botte nella cantina di Tizio

credendo che contenga vino mentre in realtà contiene aceto. Nei negozi formali l’errore è irrilevante

e quindi il negozio è valido per ius civile, così è ad esempio per la mancipatio e per lungo tempo per

la stipulatio che sono i due più importanti negozi formali. Solo nel terzo periodo è attestato il

rimedio di una eccezione a favore di chi ha promesso per errore ed è chiamato in giudizio perché

non ha adempito la prestazione promessa. Anche qui si raggiunge un risultato uguale della

annullabilità odierna. Invece per regole non formali, ad esempio una compravendita consensuale o

un mutuo, l’errore determina la nullità del negozio purché si tratti di un errore che sia al tempo

stesso scusabile ed essenziale. Scusabile significa che l’errore non deve essere grossolano,

essenziale significa errore che investa l’aspetto fondamentale del negozio come ad esempio l’errore

nell’identificazione del negozio stesso o del suo oggetto o della qualità dell’oggetto o della

controparte. Non esiste una azione apposita per fare riconoscere la nullità del negozio viziato da

errore. Solo nelle ipotesi in cui chi è caduto in errore sia convenuto in giudizio perchè non ha

ancora adempiuto, si dà la possibilità di far rilevare la nullità, se la causa della nullità è evidente

sarà il pretore a non concedere l’azione all’attore altrimenti sarà il giudice ad accertare

l’infondatezza della pretesa in base a prove addotte dal convenuto. A differenza dell’errore fatto

non può essere portato a scusante l’errore di diritto cioè l’ignoranza totale o parziale delle norme

giuridiche anche se sono ammesse eccezioni specie per coloro che vivono nei villaggi, per le donne,

per i minori di 25 anni e per i militari.

Almeno un cenno va fatto ad alcuni tra i molti altri illeciti pretorii iniziando da quelli che turbano il

regolare svolgimento processuale. Ad esempio è data una azione contro il giudice che abbia

trascurato le istruzioni di una formula, abbia condannato a una somma diversa a quella della

formula o contro il giudice che abbia mal giudicato per amicizia o inimicizia contro verso uno delle

parti o per corruzione. Ancora è data una azione contro chi non compaia in giudizio e non dia un

garante. Infine la situazione della edilizia popolare fa introdurre due azioni: la prima è diretta contro

chi abita in un locale da cui siano state versate sostanze liquide o gettati oggetti solidi sul suolo

pubblico provocando danni soprattutto ai passanti. L’altra è diretta contro chi abbia posato o appeso

a sporgenza di un edificio una cosa che sia a rischio di caduta.

9 – Le praescriptiones (premesse) e le eccezioni. Per esaurire il contenuto possibile di una formula

dobbiamo esaminare altri due tipi di clausole previste nell’editto del pretore: si tratta delle premesse

inseribili a favore dell’attore e delle eccezioni inseribili almeno in prima battuta a favore del

convenuto.

Una premessa va scritta prima del testo vero e proprio di una formula e precisa i limiti entro i quali

l’attore intende agire, ad esempio se egli vanta un credito che è esigibile a rate e il suo debitore non

gli ha pagato una o più rate, il creditore attore dovrà chiedere di inserire la premessa che si legge al

numero 23, cioè che l’azione verta sulla prestazione il cui termine è scaduto. Se non fa questo

l’attore non solo perderà la causa ma non potrà nemmeno riprovare l’azione perché vige il principio

di irripetibilità del processo fra gli stessi pater familias e per lo stesso rapporto litigioso.

Le eccezioni sono dei fatti o circostanze che il convenuto oppone alla pretesa dell’attore. Se egli

riuscirà a provare la fondatezza della sua eccezione sarà assolto. A una eccezione l’attore può

replicare e il convenuto controreplicare in teoria all’infinito, ma non in pratica. Le eccezioni

opposte dal convenuto possono penalizzare la pretesa in due modi: il primo è in qualunque

momento o contro qualunque persona e sono dette “eccezioni perentorie“; il secondo per un limitato


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto romano sul processo con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: il processo per legis actiones, articolazione del processo in due fasi: la fase "in iure" e la fase "presso il giudice", la non possibilità di ripetere un processo, l’azione per richiesta di un giudice o di un arbitro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Docente: Caimi James
Università: Genova - Unige
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Caimi James.

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