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fededegne. Al contrario tutto il racconto relativo al secondo decemvirato dipende da

tradizioni annalistiche orientate in senso politicamente disomogeneo. A parte alcuni

episodi chiaramente mitici (l’assassinio di Siccio e la morte di Virginia), appare singolare il

dato che proprio il secondo decemvirato, con una componente plebea, abbia inserito nelle

due tabulae il divieto di connubium, fra patriziato e plebe, mentre i gruppi più abbienti di

essa desideravano fosse definitivamente abolito. Ed è altrettanto singolare che i consoli

Valerio e Orazio, acclamati anche dalla plebe come restauratori della libertà, abbiano

pubblicato le due cosiddette tabulae iniquae. La stessa rappresentazione di Appio Claudio

decemviro non è priva di contraddizioni: uomo giusto, nel primo decemvirato patrizio, si

sarebbe trasformato, con il secondo, in un pericoloso elemento mirante al dispotismo.

- Forse, nel secondo decemvirato, piuttosto che un tentativo di mutamento delle

strutture oligarchiche del potere, è possibile identificare un tentativo abortito di

restaurazione ‘tirannica’, appoggiata, non a caso, anche da elementi della plebe. Questa

uscì comunque rafforzata dal biennio decemvirale: innanzitutto per l’introduzione della

legislazione “complessiva” scritta, ma anche per il riconoscimento ufficiale, da parte dei

patrizi, delle cariche plebee.

Le XII tavole costituiscono, senza dubbio alcuno, l’episodio più significativo successivo

alla caduta dei re. L’esempio greco ha esercitato una forte suggestione sui romani, non

tanto per le significative somiglianze che pure si riscontrano con questa o con quella

legislazione ellenica (le leggi soloniche e le leggi della città cretese di Gortina), quanto

piuttosto per il nuovo modello complessivo che si propone: quello della norma

individuale che passa attraverso la forma della legge. Dopo la caduta della monarchia si

stabilisce un’altra forte discontinuità rispetto al passato. E’ la città nel suo insieme che

pone ora se stessa a garanzia del comportamento dei propri cittadini, senza più rinviare

soltanto a remote tradizioni affidate alla memoria esclusiva dei sapienti (i pontefici). Il

ricorso alla scrittura accentua ancor di più la portata della rottura. La radicalità di questa

svolta è spia abbastanza evidente della profondità dei contrasti che accompagnarono,

come abbiamo visto, la stesura del testo legislativo. Le XII Tavole sono sicuramente anche

il primo frutto del rafforzamento delle strutture politiche della città (sulla legislazione

decemvirale vd. Mantovani § 9.6).

V L : ’

A MEDIA E TARDA REPUBBLICA L ETÀ DELLA RIVOLUZIONE ROMANA

P

REMESSA

- La nozione di nobilitas. Dopo la composizione del conflitto patrizio-plebeo (367 a.C.), il

Senato cominciò, a poco a poco, a perdere i suoi connotati di organo dell’esclusivismo

patrizio. La caratteristica principale di questa fase storica è proprio il costituirsi d’una

nuova classe politica: la nobilitas patrizio-plebea. Questo processo di integrazione

soggiaceva a un duplice controllo, quello del popolo attraverso le elezioni, e dei censori,

dopo la lex Ovinia, mediante la lectio senatus (vd. Mantovani § 9.14, pp. 248 s.). Ciò permise

la progressiva integrazione, nel ceto dirigente, non solo di homines novi ma anche di

famiglie insigni appartenti alle comunità che caddero sotto il dominio diRoma nel corso

della sua espansione in Italia. Già alla metà del IV secolo a.C. nelle liste consolari si

incontrano uomini di provenienza latina, sabina, campana ed etrusca. Della nobilitas

facevan parte, dopo il compromesso del 367 a.C. (leggi cosiddette Licinie-Sestie), quanti

avessero ricoperto magistrature curuli (ma, a partire dalla metà del II secolo a.C., il solo

consolato) e i loro discendenti, fino ai nipoti. La nobilitas comprendeva, dunque, i membri

dell’antico patriziato e delle famiglie plebee, ascese ai vertici del potere politico e ormai

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molto spesso legate da stretti vincoli di parentela ai patrizi. A questi erano ormai rimasti

soltanto residui dell’originaria posizione di predominio: in Senato l’auctoritas patrum e

l’interregnum; nell’organizzazione sacrale, alcuni sacerdozi antichissimi come il rex

sacrorum, i flamines (tra i quali il flamen Dialis aveva il diritto alla sella curulis, a un littore e a

sententiam dicere in Senato) le vestali.

1.L’ A :

EREDITÀ DI NNIBALE LA CRISI SOCIALE

Non è possibile seguire fasi e momenti dell’ascesa di Roma a potenza mondiale. Essa fu in

gran parte conseguenza dell’acquisito dominio sull’Italia. Nella vittoria della guerra

annibalica (seconda guerra punica) fu decisivo il potenziale demografico della repubblica.

furono

Le enormi perdite inflitte dal grande generale punico alle forze armate romane 14

sempre colmate, anche se con difficoltà crescenti, mentre i Cartaginesi esaurirono ben

presto, una volta perso il controllo della Spagna, le loro riserve. Nel 225, sette anni prima

dell’inizio della guerra contro Annibale, i Romani, accingendosi a respingere un’invasione

di Galli cisalpini, chiesero agli alleati di indicare le loro riserve umane. Le cifre,

tramandate non senza qualche errore da Fabio Pittore, ci sono note grazie a Polibio (2.24).

Ne risulta che il numero dei Romani e dei Latini ammontava rispettivamente a 273.000 e

85.000 maschi adulti; gli alleati (i socii Italici) probabilmente si aggiravano intorno alla

somma di queste due cifre. La repubblica, dunque, poteva disporre di circa 750.000 uomini

arruolabili (tra 17 e 46 anni). Il potenziale demografico di Roma e dell’Italia dipendeva in

gran parte dall’esistenza di piccoli e medi proprietari agricoli, in grado di sostentare,

generazione dopo generazione, un numero sufficiente di figli. La vittoria contro Annibale

e la successiva repentina affermazione dell’egemonia romana sull’intero Mediterraneo

modificarono profondamente questo quadro. Le grandi guerre avevano attirato in Italia

denaro e schiavi: grazie a questi mezzi e alla conseguente disponibilità d’enormi capitali,

la concentrazione in atto della proprietà terriera, soprattutto nel centro e nel sud della

penisola, agevolò la nascita di coltivazioni specializzate (arboricoltura: vite e olivo) e il

contestuale affermarsi (in particolare nel profondo sud dell’Italia e in Sicilia) della

pastorizia transumante, attività economiche organizzate in maniera tale da produrre

eccedenze per il mercato (vino, olio, lane, pelli etc.). Tutti questi presupposti favorirono il

formarsi del latifondo e il concentrarsi in poche mani dello stesso ager publicus (terra

appartenente al populus Romanus). In questi sviluppi non era ancora insita alcuna minaccia

all’economia contadina di sussistenza: i piccoli contadini non pativano la concorrenza dei

latifondisti perché non producevano per il mercato. A ciò si aggiunga il fatto che, dopo la

guerra annibalica, con la fondazione di colonie soprattutto nell’Italia settentrionale e con

l’assegnazione di terreni ai veterani, venne creato ancora una volta un numero sufficiente

di nuovi poderi. Questo programma d’assegnazioni tuttavia si concluse intorno al 170 a.C.

La terra non era un bene automaticamente incrementabile e poiché, per i limiti tecnici

dell’agricoltura antica, un singolo contadino non era in grado di coltivare molto terreno in

più di quello necessario al sostentamento di una famiglia, i suoi figli, con la consueta

suddivisione dell’eredità, rischiavano di non raggiungere la base minima per la

sussistenza. La richiesta di forza lavoro stagionale per i fondi specializzati delle grandi

proprietà poteva portare, in questo quadro, un guadagno complementare al ceto dei

piccoli contadini; ma ciò tuttavia non impedì che parte dei suoi membri dovesse essere

cancellata dalle liste di reclutamento (si ricordi che di norma nell’esercito, a quel tempo,

servivano soltanto gli adsidui) a causa della diminuzione della loro proprietà terriera.

Probabilmente nella sola disastrosa sconfitta di Canne – 216 a.C. – persero la vita quasi settantamila

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uomini tra cittadini e alleati italici. 20

Dopo che, nei decenni immediatamente seguenti la guerra annibalica, il numero degli

idonei al servizio militare era aumentato, a partire dal 163 calò leggermente, per poi

crollare nel 135. Questo processo provocò forte apprensione nella classe dirigente.

L’impegno militare su scala mondiale rappresentava ormai un peso intollerabile,

quantitativamente e qualitativamente, per l’esercito tradizionale. Più volte, nel II secolo

a.C., si mobilitarono grandi armate, in occasione dei conflitti, di durata limitata, contro i

regni ellenistici e contro Cartagine (terza guerra punica). Ancor più gravosa, però, si rivelò

la necessità di mantenere truppe per lunghi periodi in Spagna. Specialmente la lunga e

sanguinosa guerra, scoppiata nel 154 a.C. e conclusasi solo nel 133 a.C., contro le

popolazioni celtibere gettò l’esercito romano in una crisi profonda. La prospettiva d’un

servizio pluriennale, la forte incidenza delle perdite e la mancanza di incentivi materiali – i

soldati non avevano né la speranza di impadronirsi di bottino né la prospettiva di ottenere

un podere in Italia – producevano effetti demoralizzanti. Si ridestò un’opposizione alla

leva, davanti alla quale il ceto al governo (l’élite senatoria) oscillò tra l’intervento drastico e

l’inclinazione a venire incontro alle lamentele degli interessati. Le nostre fonti sottolineano

inoltre che un altro motivo di forte preoccupazione fu la grande rivolta servile in Sicilia

(136 – 132 a.C.), che rese tutti consapevoli del pericolo costituito dai latifondi, con le loro

folle di schiavi fuori controllo e nemiche dell’ordine esistente. La rinascita del piccolo ceto

contadino e la sostituzione degli schiavi-pastori avrebbe permesso un miglior controllo del

territorio e la fine, specialmente nel Sud, del brigantaggio endemico. Da queste premesse

scaturirono i tentativi di riforma dei Gracchi e la profonda crisi che investì, con il loro

fallimento, il sistema politico.

T G

2. L

A RIFORMA AGRARIA DI IBERIO RACCO

Tiberio Sempronio Gracco, proveniente da una nobile famiglia plebea imparentata con i

Cornelii Scipioni e i Claudii, fu, nel 133, come tribuno della plebe, esponente d’un gruppo

d’aristocratici che fece proprio un progetto di riforma agraria, già presentato nel 140 da

una fazione senatoria rivale e poi ritirato. Il progetto prevedeva la restituzione dei terreni

dell’ager publicus occupati dopo il 180 a.C., qualora questi eccedessero il limite massimo di

500 iugeri (125 ettari ca.) o di 1000 iugeri di terra coltivabile. Quanto restituito doveva

essere distribuito a nuovi coloni scelti tra i cittadini più poveri. La giurisdizione sui casi

controversi era attribuita alla commissione incaricata delle distribuzioni, commissione

costituita, oltre che dai due fratelli Tiberio e Caio Gracco, dall’eminente consolare Appio

Claudio Pulcro (tresviri agris dandis adsignandis iudicandis). Un collega di Ti. Gracco, Caio

Ottavio, oppose il suo veto al disegno, facendolo, di fatto, fallire. Tiberio, tuttavia, non si

volle dare per vinto e, sebbene avesse verificato l’ostilità della maggioranza dei senatori al

suo progetto, fece deporre il proprio collega dall’assemblea della plebe (concilia plebis

tributa). L’iniziativa, la deposizione del tribuno, colpiva il sistema politico in un suo punto

nevralgico: la possibilità di porre il veto all’iniziativa d’un collega era un mezzo conforme

alla prassi costituzionale, sovente adoperato dal Senato per bloccare sgradite iniziative di

qualche magistrato. Il comportamento di Tiberio delineava la possibilità che un tribuno

della plebe, controllando l’assemblea popolare, governasse contro la volontà del Senato.

L’ordinamento stesso della repubblica aristocratica era così messo in discussione. Infine

Tiberio, una volta approvata la legge agraria, aggirando il parere contrario del Senato, fece

deliberare dall’assemblea della plebe la decisione di utilizzare l’eredità di re Attalo III (che

aveva lasciato al populus Romanus il proprio regno, il regno di Pergamo, riorganizzato, poi,

nella provincia d’Asia) per finanziare la riforma agraria e fornire, in tal modo, ai nuovi

coloni i capitali sufficienti per riconvertire i terreni assegnati loro a colture più proficue dal

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punto di vista commerciale. Quando Tiberio, contro la consuetudine, sollecitò la propria

rielezione a tribuno della plebe, scattò violenta la reazione dei suoi avversari. Il giorno

delle elezioni, constatato il rifiuto del console Publio Mucio Scevola di dar corso allo stato

d’emergenza (senatus consultum cosiddetto ultimum: vd. Mantovani § 9.14, pp. 250 s.), gli

antigraccani, guidati dal pontifex maximus Cornelio Scipione Nasica, si gettarono su Tiberio

e i suoi sostenitori. Seguì la carneficina, nella quale perì Tiberio con trecento suoi

partigiani. La scarsa resistenza dei graccani, nei confronti dei colpi omicidi dei loro

avversari, dipende forse dallo strumento giuridico-sacrale impiegato dal pontefice

massimo Nasica: questi, avendo ritualmente maledetto Tiberio quale violatore della

sacrosanctitas tribunizia e presunto aspirante al potere regio, lo espose, come homo sacer,

alla distruzione per opera delle divinità infere (consecratio capitis). La riforma rimase in

vigore, ma la distribuzione delle terre, mediante l’uso di differenti artifici dilatori, arrivò

praticamente a un punto morto.

C G : . S

3. L

E RIFORME DI AIO RACCO EQUITES E SENATORI CONFITTA DEL MOVIMENTO

RIFORMATORE GRACCANO

La riforma agraria era naufragata ma i suoi sostenitori non vollero desistere dai loro

propositi. Dal momento che il fallimento era dipeso in larga misura anche dalla resistenza

dei socii italici, si doveva semplificare la struttura politica differenziata dell’Italia ed

elevare gli alleati allo stato di cittadini romani con diritto di voto. Una proposta in tal

senso, avanzata nel 125 dal console Fulvio Flacco, fu respinta. Nel 123 a.C. fu eletto tribuno

della plebe Caio Gracco, fratello minore di Tiberio, che riprese il progetto di riforma sulla

base di una visione politica più ampia. La necessità d’assicurarsi una solida base di

consensi, questa volta fu valutata con ponderazione. C. Gracco cercava l’alleanza con la

popolazione urbana, con il ceto benestante che, assieme ai senatori, formava le centurie dei

cavalieri nell’ordinamento per classi di censo, e anche con gli alleati italici. La proposta di

sovvenzionare l’approvvigionamento granario andava incontro agli interessi della plebe

urbana, quella di concedere ai latini il diritto di cittadinanza romana e agli altri socii il

diritto di voto nell’assemblea popolare andava incontro agli interessi degli alleati. I

cavalieri furono costituiti in un vero e proprio secondo ordine e fu concesso loro l’appalto

delle tasse nella provincia d’Asia; ma soprattutto le liste dei giudici furono formate con

membri dell’ordine equestre, mentre fino ad allora l’esercizio delle funzioni giudiziarie era

stato monopolio dei senatori. Il nuovo tribunale de repetundis così formato (vd. Mantovani

§ 9.16, p. 275 part.), al quale potevano essere presentate le accuse di concussione nelle

province contro i governatori di rango senatorio, doveva essere composto esclusivamente

di cavalieri. Per quanto riguarda la riforma agraria, la legge di Tiberio venne, se non

accantonata, posta in secondo piano dalla proposta di fondare nuove colonie in Italia e

soprattutto in Africa nei territori una volta appartenuti alla distrutta Cartagine. L’azione

del tribuno della plebe faceva dell’ordine equestre un polo che poteva contrapporsi al

Senato. In tal modo si poneva in gioco la questione stessa del potere, prefigurando, in

luogo della repubblica aristocratica, la nascita d’un ordinamento democratico fondato

sulla sovranità dell’assemblea popolare. La maggioranza senatoria seppe colpire C. Gracco

con gli strumenti della demagogia: al progetto di colonizzazione africana oppose il piano

d’una vasta deduzione di colonie nella stessa Italia; il piano non era solido, ma, come si

può ben comprendere, molto popolare. Infine, nella questione del diritto di voto ai socii, fu

facile fare appello ai sentimenti d’egoismo dei cittadini. L’opera riformatrice andò così

incontro al fallimento. L’assemblea popolare tolse il suo sostegno a C. Gracco e gli negò la

rielezione per il tribunato del 121. Nel giugno di questo stesso anno, il tentativo di

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difendere la parte più significativa della riforma graccana (la deduzione di una colonia

romana a Cartagine) fu stroncato dal Senato con la proclamazione dello stato d’emergenza

(senatus consultum c.d. ultimum). Caio Gracco si tolse la vita, mentre tremila dei suoi

seguaci, asserragliati sull’Aventino, furono massacrati. A differenza del pur grave

episodio del 133, si trattò questa volta d’una provocazione architettata nei minimi

particolari, come dimostra la presenza in Roma d’un corpo d’arcieri cretesi, lo strumento

principale della repressione scatenata dal console L. Opimio.

: ’

4. L

A RIFORMA MARIANA DEL RECLUTAMENTO LA NASCITA DELL ESERCITO PROFESSIONALE

Nessuno dei problemi obiettivi, sollevati dall’azione riformatrice graccana, fu risolto.

Anzi, nel decennio successivo alla tragica morte di Caio, s’assistette al graduale

smantellamento della riforma agraria. I problemi ciononostante rimanevano tutti sul

tappeto: il confronto tra Senato e ordine equestre, le aspirazioni dei socii italici, la

necessaria ripresa della colonizzazione. L’inettitudine degli optimates, nelle guerre contro

Giugurta, re di Numidia (112 – 105 a.C.), e le popolazioni germaniche dei Cimbri e dei

Teutoni (113 – 101 a.C.), incrinò il loro potere, riaprendo una nuova stagione di scontro

politico. Il malcontento suscitato dall’incapacità o dalla corruzione dei nobili rese possibile

l’ascesa di Caio Mario, un homo novus (primo, cioè, della sua famiglia a rivestire una

magistratura curule e il consolato). Mario concluse vittoriosamente entrambe le guerre.

Egli aveva tratto le conseguenze della crisi del tradizionale esercito cittadino e aveva

chiamato alle armi, già in occasione della guerra contro Giugurta (nel 107 a.C.), proletarii

(capite censi)(nullatenenti) (vd. sul significato dell’espressione Mantovani § 9.6, p. 192, §

9.15, pp. 261 s.) in gran numero. I soldati, che provenivano dal proletariato rurale,

attendevano naturalmente, come ricompensa, al termine d’un servizio che poteva ora

prolungarsi anche per molti anni, un podere che potesse assicurare loro il sostentamento.

Un comandante vittorioso e potente, che volesse guadagnarsi il rispetto e la fedeltà di

clienti e sostenitori capaci di imporre anche con la violenza le sue ragioni, doveva

tutelarne, a ogni costo, gli interessi economici. La forza militare di Roma non poggiò più,

come in passato, su contadini piccoli e medi proprietari terrieri, compresi, per questo, del

loro dovere civico, ma su un esercito professionale disponibile quale strumento di lotta

politica tra le fazioni che si contendevano il dominio nella res publica.

5. I L PROBLEMA ITALICO E LA GUERRA SOCIALE

L’alleanza tra Caio Mario e tribuni della plebe di parte popolare si delineò, dunque, quasi

naturalmente. Una legge coloniaria del 103 assegnava ai veterani della guerra giugurtina

100 iugeri di terra a testa nella provincia d’Africa. Dopo la vittoria sui Cimbri e sui

Teutoni, nel 100 a.C., fu presentata un’altra legge che prevedeva la fondazione di colonie

in Sicilia, Grecia, Macedonia e anche nella provincia d’Asia. Il provvedimento autorizzava

Mario ad accogliere in ogni colonia un certo numero di socii veterani dell’esercito. Anche

questo tentativo, però, finì nel nulla: di fronte al continuo ripetersi di violenze e

sopraffazioni nella lotta politica interna, Mario provò timore del suo stesso potere e

sacrificò i suoi principali alleati. Il tribuno L. Appuleio Saturnino trovò così la morte, con i

suoi seguaci, durante la repressione ordinata dal Senato, mediante il consueto strumento

del senatus consultum c.d. ultimum, ma portata a termine da Mario quale console in carica.

- Verso la fine del decennio seguente, alcuni optimates, meno irragionevoli di altri,

pervennero alla conclusione che il puro e semplice rifiuto d’ogni riforma non poteva più

essere una risposta adeguata alle esigenze dei tempi. Fu M. Livio Druso, tribuno della

plebe del 91 a.C., a prospettare un adeguato piano di riforme. A tutti si doveva prendere

qualcosa per poi poterli altrimenti ricompensare. Le terre pubbliche, occupate dai socii,

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dovevano essere restituite e distribuite ai cittadini più poveri, mentre i socii dovevano

ricevere il diritto di cittadinanza romana. Ai senatori fu promesso il ristabilimento del

monopolio sulle giurie; ai cavalieri più eminenti, invece, si fece balenare la possibilità di

entrare in Senato: una lectio, infatti, avrebbe dovuto raddoppiare il numero dei suoi

membri portandolo a seicento. Il piano naufragò e Druso stesso fu assassinato prima che

fosse presa una decisione nell’assemblea popolare. La resa dei conti interna con i

sostenitori della riforma si sovrappose alla sollevazione dei socii italici contro Roma (91 –

89 a.C.). La ribellione non poteva essere domata unicamente con l’uso della forza delle

armi: solo l’offerta del diritto di cittadinanza tolse forza alla volontà di rivolta. La

soluzione del problema dei socii ritornò all’ordine del giorno del dibattito politico quando

si trattò di distribuire i nuovi cittadini in solo 8 delle 35 tribù o in dieci tribù

sovrannumerarie, in modo da rendere il loro peso elettorale sostanzialmente ininfluente. A

questa miope soluzione s’oppose il tribuno della plebe C. Sulpicio Rufo, il quale nell’88

presentò una rogatio che prevedeva la distribuzione dei nuovi cittadini in tutte le 35 tribù.

6. L

A GUERRA CIVILE TRA MARIANI E SILLANI

Per impedire il fatto compiuto dell’iscrizione dei nuovi cittadini in dieci tribù aggiuntive,

Sulpicio Rufo dovette cercare l’alleanza di Mario. A tal fine, assieme alla rogatio sulla

distribuzione dei nuovi cittadini in tutte le 35 tribù, presentò altri due provvedimenti: il

comando della guerra contro Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, già affidato dal Senato al

console in carica L. Cornelio Silla, era concesso, con un imperium straordinario, a C. Mario.

Non potendo ricorrere ad alcuna misura di intercessione contro la sacrosanta potestà

tribunizia, i consoli, Silla in particolare, per prendere tempo e difendersi, proclamarono il

iustitium, ossia la sospensione generale delle attività politiche. Silla, minacciato di morte, si

recò presso il suo esercito, a Nola, mentre le leggi di Sulpicio venivano votate contro il

iustitium, che avrebbe dovuto impedire l’attività legislativa. Facendosi forte delle illegalità

compiute da Sulpicio, Silla marciò alla testa delle sue legioni su Roma, violando così il

pomerio con un esercito in armi, fece bandire i suoi avversari – Sulpicio in questo

frangente restò ucciso – e cassare i loro provvedimenti. Con questo inasprimento del

conflitto, il confronto interno raggiunse una nuova dimensione: un comandante

mobilitava il suo esercito per imporre i suoi interessi e quelli dei suoi soldati. Né Silla né i

suoi legionari erano disposti a lasciarsi sottrarre le prospettive di fama, di bottino e di

assegnazione di terre. La riforma mariana rivelava per intero il suo terribile significato: la

lotta politica si radicalizzava, entrando in nuova fase, quella delle guerre civili. D’ora in

poi le lotte politiche si sarebbero vinte non con il voto, ma con le legioni. Mentre Silla

conduceva la guerra in Oriente, Mario e L. Cornelio Cinna si impadronirono del potere

assieme ai loro sostenitori. Silla fu bandito. Mario uscì rapidamente di scena di morte

naturale. Cinna, muovendosi con abilità tra le diverse ali della fazione mariana, riprese il

programma di riforma proposto da Sulpicio, distribuendo i nuovi cittadini nelle 35 tribù e

iniziando, allo stesso tempo, a includere nel Senato membri dell’aristocrazia municipale

equestre dell’Italia. Scomparso Cinna, ucciso dai propri soldati nell’84, le tensioni

sfociarono in una guerra civile devastante, quando Silla nell’83 a.C. sbarcò a Brindisi con il

suo esercito. La battaglia decisiva si combattè a Porta Collina, nel novembre dell’82: Silla

risultò vincitore e divenne padrone assoluto di Roma.

L C S . L V ’82 .C.

7. L

E RIFORME COSTITUZIONALI DI UCIO ORNELIO ILLA A LEX ALERIA DELL A E

: , C

LA DITTATURA COSTITUENTE LE QUAESTIONES PERPETUAE LA LEX ORNELIA DE

, C

LA LEX ORNELIA DE PROVINCIIS

TRIBUNICIA POTESTATE

L’imperio proconsolare, sul quale Silla fino a quel momento aveva fondato il suo potere,

risultava del tutto inadeguato per procedere alla necessaria opera di consolidazione delle

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istituzioni repubblicane. E’ naturale, dunque, che egli abbia pensato alla dittatura, già

esistente come magistratura straordinaria, anche se non più praticata da almeno

centoventi anni (216 a.C. dictatura optimo iure; 202 dictatura imminuto iure). Constatata la

mancanza dei consoli, si sollecitò la nomina di un interrex, nella persona del princeps

senatus L. Valerio Flacco. L’interrex, seguendo le istruzioni impartitegli con una lettera di

Silla, propose ai comizi una legge (lex Valeria de Sylla dictatore creando et rei publicae

constituendae), la quale non solo prefigurava una dittatura a tempo non determinato, con

pienezza di potere coercitivo e normativo, ma indicava nominativamente in Silla il futuro

detentore di questa carica: occorse, dunque, per l’investitura una successiva dictio. Silla,

lungi dal far uso del proprio potere per una normazione autonoma, preferì passare, nella

generalità dei casi, attraverso la rogazione ai comizi. Non si deve occultare, tuttavia, il

ruolo giocato dalla lex Valeria: essa divenne il modello di tutte le successive leggi

d’investitura di poteri straordinari, fino alle leges de imperio dell’età del Principato. La lex

Valeria, come osservò Cicerone, equiparava, nei suoi effetti normativi, ogni atto di Silla a

una lex publica, ponendosi così, per età più lontane, a modello giustificativo dell’autocrazia

imperiale. Lo scopo di Silla era quello di rafforzare nuovamente l’egemonia del senato. Per

fare ciò non fu sufficiente eliminare gli avversari, premiare i suoi sostenitori e creare una

rete di roccaforti della propria fazione in Italia con la fondazione di colonie di veterani. Il

dominio del Senato doveva essere protetto con mezzi legislativi dalle minacce che lo

avevano turbato a partire dai Gracchi. Portando il Senato a seicento membri con la

cooptazione d’un numero di membri dell’ordine equestre pari a quello dei vecchi senatori,

e togliendo contestualmente ai cavalieri il diritto di sedere nelle giurie (lex Cornelia

iudiciaria), Silla realizzò un punto importante del progetto di Livio Druso. L’esautorazione

del tribunato della plebe, la magistratura dalla quale erano partite le minacce all’egemonia

politica del Senato, non trovava invece alcun confronto nel passato. Non era più

sufficiente, come egli aveva già fatto nell’88, subordinare le iniziative dei tribuni al

consenso preventivo del Senato. Si escluse invece ogni capacità propositiva dei tribuni. Si

consentì che si conservasse loro, come strettamente complementare all’auxilii latio, il potere

di intercessione. L’elezione al tribunato della plebe escludeva automaticamente il

detentore dalla possibilità di candidarsi per le cariche superiori. In tal modo, nei piani di

Silla, il tribunato non poteva più costituire una base di lancio verso una fortunata carriera

politica (lex Cornelia de tribunicia potestate). Si provvide con due leggi fondamentali a

disciplinare il governo magistratuale della città e delle province. La prima (lex Cornelia de

iure magistratuum) stabilì l’ordine delle magistrature, i limiti d’età e la non iterabilità della

stessa carica prima di dieci anni. L’altra (lex Cornelia de provinciis) operò una radicale

scissione – ma il contenuto normativo di questo provvedimento è molto controverso – tra

imperium domi e imperium militiae, per far sì che l’uno e l’altro venissero esercitati in ordine

di sequenza temporale e in spazi geografici nettamente distinti. I pretori (l’urbanus, il

peregrinus e gli altri che presiedevano le quaestiones) dovevano risiedere a Roma nell’anno

di carica, mentre nell’anno (o in un anno) successivo tutti avrebbero potuto essere

utilizzati in funzione magistratuale per il governo delle province. I consoli, una volta

allargato l’ager Romanus a tutta l’Italia, esclusa naturalmente la Gallia Cisalpina, non

avevano eserciti alle loro dipendenze. Tuttavia, in un anno successivo avrebbero esercitato

l’imperium, in una provincia, sotto forma di prorogazione, non più eventuale, come in

passato, ma ormai necessaria. Silla prestò cura anche a una compiuta riforma del processo

criminale, attraverso un’estensione del sistema delle giurie permanenti (vd. Mantovani §

9.16) e fu attento alla repressione della violenza politica a Roma. Alla persona di Silla

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furono anche riconosciuti caratteri religiosi, che, in una certa misura, avvicinavano la sua

posizione a quella dei monarchi ellenistici. Dopo la celebrazione del trionfo (81 a.C.), Silla,

attribuendo le sue vittorie alla protezione della dea Fortuna, annunciò al popolo la sua

intenzione di assumere, assieme al titolo di dictator, il soprannome di Felix. Nella

denominazione greca, il tentativo di sacralizzare la sua persona appare ancora più

evidente. Non usò infatti Eutuches, precisa traduzione di Felix, ma Epaphroditos, ossia il

favorito di Afrodite. Il Senato (meglio sarebbe dire il ceto senatorio), con le riforme sillane,

ottenne il controllo sul processo di formazione delle leggi e, attraverso il monopolio sulle

giurie dei tribunali, esercitò anche il controllo sul mantenimento della pace interna e sulla

condotta dei governatori. Per il resto Silla fu abbastanza saggio da non rimettere in

questione la distribuzione dei nuovi cittadini in tutte le tribù. Il problema politico

strutturale dell’Italia era risolto: tutta la penisola fino al Po era territorio dei cittadini

romani. Silla non volle mai instaurare una monarchia. Egli depose la dittatura non appena

ebbe condotto a termine il suo programma di riforme (79 a.C.). La sua opera, tuttavia,

introdusse forti elementi di novità nella morfologia del potere. Per la prima volta nella

storia repubblicana – e ciò in aperta contraddizione con i progetti sillani di rafforzamento

della repubblica senatoria – l’eguaglianza aristocratica – il principio materiale sul quale

ogni regime oligarchico-aristocratico si fonda – fu rotta e, di fatto, negata. Il funerale di

Silla, morto dopo essersi ritirato dall’attività politica nel 78 a.C., non fu più celebrazione

delle virtù d’un grande aristocratico, ma esaltazione d’un eroe ai confini col divino, una

novità e un precedente assai importante per le successive apoteosi imperiali.

. C .

8. L

A CRISI DELLA COSTITUZIONE SILLANA I COMANDI STRAORDINARI ATTRIBUITI A N

P : G M

OMPEO LA LEX ABINIA E LA LEX ANILIA

La posizione del Senato non fu mai formalmente così forte come con l’ordinamento fissato

da Silla, e, tuttavia, nel giro di dieci anni subì un tracollo. Esso si può, in buona misura,

attribuire a molti degli stessi beneficiarii delle riforme costituzionali e delle proscrizioni,

che non si fecero scrupolo d’utilizzare, per fini personali, la diffusa ostilità al sistema

sillano. Lo sforzo maggiore dell’opposizione popolare si concentrò sul ripristino dei diritti

del tribunato plebeo. Durante il consolato (70 a.C.) di Cnaeus Pompeus e di M. Licinius

Crassus si eliminarono i pilastri istituzionali del sistema sillano: i diritti dei tribuni della

plebe furono ripristinati (lex Pompeia Licinia de tribunicia potestate) e i cavalieri vennero

riammessi nelle giurie dei tribunali (lex Aurelia iudiciaria). Capace organizzatore e stratega,

Pompeo strinse accordi con alcuni tribuni di parte popolare (67 a.C.) per ottenere il

comando delle operazioni che avrebbero dovuto mettere termine alla piaga della pirateria.

Il tribuno A. Gabinio, nel proporre, in stretto accordo con Pompeo, una rogatio (de uno

imperatore contra praedones constituendo) delineò un disegno strategico complesso e

impegnativo. A un consolare, da determinare con atto ulteriore, si doveva conferire, con

durata triennale, un imperium infinitum, esteso, cioè a tutto il Mediterraneo e per

quattrocento stadi entro la terraferma), aequum rispetto all’imperio dei proconsoli di rango

consolare, maius, invece, nei confronti dei governatori di rango pretorio. Oltre alla facoltà

di poter nominare ventiquattro legati pro praetore, al comandante in capo era anche

assicurata una ingente dotazione di truppe (20 legioni e 500 navi) e di mezzi finanziari. A

dispetto dell’acerrima opposizione senatoria, questo provvedimento fu approvato. In soli

tre mesi Pompeo risolse, in termini definitivi, l’annoso problema della pirateria cilicia. La

lex Gabinia, tuttavia, rappresentò un pericoloso precedente per la sostanza monarchica del

comando creato. Il suo schema fondamentale, la possibilità di esercitare un imperium

infinitum attraverso la collaborazione di legati propraetore, non a caso fu ripreso da

26

Ottaviano Augusto, nel 27 a.C., per costruire uno dei pilastri fondamentali del nuovo

regime imperiale. La fortissima organizzazione militare, creata dalla lex Gabinia, non

poteva limitarsi alla campagna, assai breve in verità, contro i pirati, né in essa avrebbe

forse neppure trovata una sufficiente ragion d’essere. Un’altra legge di Gabinio sostituiva

nuovamente il Senato nelle sue attribuzioni e decideva di non prorogare il comando di

Lucullo nella guerra contro Mitridate VI Eupatore: l’anno successivo, 66 a.C., una nuova

legge del tribuno C. Manilio, attraverso contrasti e sopraffazioni, lo attribuiva a Pompeo,

assicurandogli ancora per qualche tempo la continuazione del suo potere. Anche l’impresa

contro Mitridate fu coronata dal successo: così, nel 63 a.C., l’intera area orientale fu

riorganizzata e sottomessa al dominio romano.

. . : P , C C

9. I L C D PRIMO TRIUMVIRATO OMPEO RASSO E ESARE E LA LOTTA POLITICA

TARDOREPUBBLICANA

A Roma tuttavia un difficile cómpito politico attendeva il generale vittorioso: egli doveva

far approvare la concessione di terre per il mantenimento dei suoi veterani e far ratificare

le misure da lui prese in Oriente. Si temeva che Pompeo, alla testa del suo esercito,

avrebbe spezzato con la violenza la prevedibile resistenza del Senato. Egli, al contrario,

una volta sbarcato a Brindisi, congedò i suoi uomini. Il Senato, scampato questo grave

pericolo, non volle desistere dalla sua politica ostruzionistica. Nella situazione di difficoltà

in cui si trovava, Pompeo strinse un’alleanza con M. Crasso e C. Giulio Cesare (60 a.C.).

Quest’ultimo, proveniente da una famiglia patrizia imparentata con Mario e altri capi

della fazione popolare, si candidò, giovandosi dell’appoggio dei suoi alleati politici, al

consolato per l’anno 59 a.C. Il patto privato tra i tre capi fazione prevedeva la concessione

di terre per il mantenimento dei veterani di Pompeo e la ratifica dei suoi provvedimenti in

Oriente. Essi si accordarono sul principio fondamentale che nessuno di loro potesse recare

danno agli interessi degli altri alleati. Questo patto tra l’uomo più potente, l’uomo più

ricco e quello più geniale dal punto di vista politico si rivelò davvero l’inizio della fine

della repubblica. Eletto console, Cesare portò a termine, ricorrendo ampiamente all’uso

della forza, il programma concordato con i suoi alleati. Una legge tribunizia assegnò a

Cesare un comando quinquennale straordinario sulla Gallia cisalpina e l’Illirico; a questi

territori, dal Senato piegato e rassegnato, fu aggiunta anche la Gallia Transalpina. Le

campagne galliche, durate per circa nove anni, dimostrarono le straordinarie capacità

militari di Cesare, che acquistò in tal modo enorme popolarità e immense ricchezze. Nella

primavera del 56, i tentativi di costringere Cesare a rendere conto del suo comportamento

nelle Gallie erano giunti a un punto tale che egli dovette temere lo scioglimento del

triumvirato. Cesare prese una contro iniziativa: a Lucca l’accordo venne rinnovato. Crasso

e Pompeo ottenevano il consolato, mentre leggi tribunizie assicuravano ai triumviri le più

importanti province dell’Impero. : C

10. L

A GUERRA CIVILE TRA CESARIANI E POMPEIANI LE RIFORME COSTITUZIONALI DI ESARE

La morte di Crasso, nel 53, durante la guerra da lui stesso iniziata contro i Parti (battaglia

di Carre), poneva, senza alcuna possibilità di mediazione, i due capi fazione superstiti

l’uno di fronte all’altro. Cesare progettava di farsi eleggere, al termine dell’intervallo

decennale, console per il 48 a.C., ma doveva evitare di presentare personalmente la

propria candidatura a Roma: non vi era alcun dubbio che i suoi nemici lo avrebbero

accusato, non appena egli, ritornato semplice privato, fosse stato perseguibile in giudizio.

Per questo motivo egli si era assicurato il privilegio, attraverso una legge tribunizia, di

poter presentare la propria candidatura in assenza. Il motivo scatenante del conflitto tra

Pompeiani e Cesariani fu appunto l’implicita abrogazione di questa norma: si impedì, in

ogni caso, la proposizione di candidature in absentia. All’inizio del 49 a.C., Cesare venne

27

rimosso dal comando e richiamato a Roma. Egli rispose con l’invasione dell’Italia: la

guerra civile era iniziata. La sua prima fase si concluse con la battaglia di Farsalo (48 a.C.),

ove Cesare riuscì a ottenere una decisiva vittoria. La vita di Pompeo, assassinato per

ordine del re d’Egitto, si concluse in quello stesso anno. La resistenza repubblicana,

tuttavia, fu spezzata soltanto nella primavera del 45 a.C., dopo la battaglia di Munda in

Spagna. Cesare tentò, in campi diversi, profonde riforme (46 – 44 a.C.), attraverso

un’intensa attività legislativa. Sul piano costituzionale, gli eventi più importanti si

collocano tra la fine del 45 e gli inizi del 44 a.C. Nell’ottobre del 45 Cesare abdicò al

consolato, ma la carica gli fu attribuita con durata decennale, come già era accaduto con la

dittatura (febbraio 46 a.C.). Ai primi del 44 gli fu attribuita la dittatura perpetua. La

differenza con quella precedente non è irrilevante. Quest’ultima era, di fatto, senza limiti

di tempo, ma giuridicamente restava pur sempre temporanea. Con il conferimento della

dittatura a vita, invece, Cesare diventava dictator perpetuo. Infine, l’attribuzione, senza

limiti di tempo, del potere censorio, impropriamente definito dalle fonti praefectura morum,

conferiva al dittatore un potere di controllo su tutta la cittadinanza, compreso il Senato, e

quindi facoltà dispotiche sulle singole persone. Cesare, tuttavia, commise un errore fatale

che lo condusse alla morte. Con alcuni atti pubblici di elevato valore simbolico, egli diede

l’impressione, confidando nel consenso delle masse popolari, di contemplare fra i progetti

d’innovazione costituzionale la creazione di una figura di monarca, un re che ovviamente

si sarebbe identificato con la sua persona. Se l’oltrepassare, con un esercito in armi, il

confine dell’ager Romanus (il famoso episodio del Rubicone) aveva interiormente turbato lo

stesso Cesare, infrangere il principio antimonarchico (odium regni), che coincideva con la

stessa identità costituzionale di Roma repubblicana, fece sorgere contro di lui una

coalizione che comprendeva anche importanti esponenti della sua fazione. L’assassinio di

Cesare fu ordito e perpetrato, con spettacolare simbolismo, nella sede dell’assemblea

senatoriale (15 marzo del 44 a.C.). Le élites dirigenti, per quanto disgregate e stremate da

un secolo di conflitti civili, non erano in alcun modo disposte a tollerare un monocrate che

governasse senza il rispetto, almeno formale, dei principii basilari dell’ordinamento

repubblicano. La necessaria riforma delle istituzioni non poteva risolversi nella semplice

sostituzione della repubblica oligarchica con un sistema di tipo monocratico. Occorreva

percorrere una via intermedia: salvare l’ordinamento repubblicano pur trasformandolo

profondamente.

VI. L

A NASCITA DEL PRINCIPATO

1. I : M. A , C. G C O M. E

L SECONDO TRIUMVIRATO NTONIO IULIO ESARE TTAVIANO E MILIO

L

EPIDO

I promotori della congiura, M. Giunio Bruto in particolare, ritenevano che, con

l’eliminazione del dittatore, si potesse ottenere la libertà e che, riconoscendo i diritti

stabiliti da Cesare e le aspettative che egli aveva soddisfatto, si potesse evitare una guerra

civile. Questo calcolo, alla fine, si rivelò errato. Il console in carica M. Antonio, dopo

qualche esitazione, riuscì a escludere i cesaricidi dalla gestione degli affari politici.

Antonio, tuttavia, trovò presto un pericoloso rivale in C. Ottavio, il pronipote di Cesare. Il

dittatore, nel testamento, aveva nominato suo erede principale questo giovane – allora di

soli diciannove anni – e gli aveva concesso il diritto di portare il suo nome (C. Giulio

Cesare). Ottaviano (od Ottavio, come era chiamato per spregio dai suoi nemici) accettò

l’eredità e venne in conflitto con Antonio. L’erede di Cesare coagulò attorno alla sua

persona gli interessi e i sentimenti di lealtà di molti cesariani. L’ora del confronto armato

28

arrivò quando Antonio volle impadronirsi, prima del tempo, della Gallia Cisalpina, che gli

era stata attribuita da una legge per cinque anni, contro la volontà del Senato. Ottaviano

reclutò tra i veterani del prozio un esercito privato e, grazie alle sue promesse, attirò dalla

sua parte due legioni regolari. Si trattava di alto tradimento (lesa maestà). Ottaviano aveva

bisogno d’un riconoscimento ufficiale dei comandi che si era illegalmente arrogato e cercò

dunque l’alleanza con il Senato. Il ruolo di mediatore toccò a M. Tullio Cicerone. In Senato,

Cicerone impose che si assegnassero comandi straordinari al giovane erede di Cesare e ai

cesaricidi M. Bruto e C. Cassio, che nel 43 a.C., avevano guadagnato alla causa

repubblicana l’intero Oriente. In primavera l’oratore, alfiere d’una restaurazione

repubblicana pur profondamente rinnovata nei suoi presupposti politici, parve essere

vicino alla vittoria: Antonio fu battuto presso Modena e costretto a ritirarsi nella Gallia

Transalpina. Tuttavia ben presto arrivò il voltafaccia: Ottaviano sapeva che non sarebbe

sopravvissuto politicamente alla sconfitta dei cesariani. Alla testa dei suoi soldati chiese e

ottenne il consolato, si alleò (accordo di Bologna) con Antonio e M. Emilio Lepido, il

principale luogotenente del suo prozio, mettendo sotto processo i cesaricidi.

: T 43 .C.

2. I L CONTENUTO DEI POTERI TRIUMVIRALI LA LEX ITIA DEL A

L’accordo tra i tre esponenti della fazione cesariana, a differenza del primo triumvirato che

rimase sempre una semplice amicizia privata, fu definito da una lex (la lex Titia novembre

43 a.C.) istitutiva della nuova magistratura dei IIIviri rei publicae constituendae, di durata

quinquennale. Essa ebbe come modello non tanto la dittatura cesariana quanto, piuttosto,

la dittatura sillana. Come quest’ultima, infatti, essa comportava, assieme a poteri

coercitivi, anche nel giudizio capitale, sottratti a ogni forma giuridica, anche la capacità

per ogni sorta di normazione e statuizione (leggi date, imposizione di tributi, ordinare

leve, nominare senatori, scegliere gli alti magistrati, espropriare, fondare colonie, battere

moneta etc.). Il nome di dictatura fu evitato non solo perché, in questo caso, i titolari

sarebbero stati più di uno, ma, soprattutto, in ragione del fatto che questa magistratura era

stata recentemente abrogata (lex Antonia del 44). La contitolarità, nel triumvirato, doveva

esservi, non nel segno della collegialità, che avrebbe comportato la possibilità d’una

reciproca intercessio, ma, piuttosto, d’una vera ‘poliarchia’, implicante, dunque, la

possibilità di collisione tra i rispettivi àmbiti. Proprio per tal motivo era necessario

prefigurare, in via d’accordo tra i titolari, una precisa ripartizione territoriale e un

coordinamento dei rispettivi cómpiti. Nel 42, a Filippi, i cesariani alleati annientarono gli

eserciti dei cesaricidi. Lepido, dopo la vittoria, fu accontentato con l’Africa; Antonio

ottenne l’Oriente e in un primo momento anche le Gallie; Ottaviano l’Italia e le rimanenti

province occidentali. Al pronipote di Cesare toccò anche l’ingrato fardello di assegnare

terre in Italia ai veterani. Questo risultato non poteva essere raggiunto senza ricorrere a

espropri. Del resto, anche il cómpito di rifornire Roma di grano si rivelò assai difficile, a

causa del controllo sui mari esercitato da Sesto Pompeo. A tutto ciò si aggiunsero le lotte

di potere ingaggiate dai sostenitori di Antonio (guerra di Perugia 41 – 40 a.C.). Tuttavia

gradualmente il rapporto di forza si spostò a favore di Ottaviano. Antonio si dedicò a

rinsaldare il dominio romano in Oriente. Impegnato in questo sforzo, egli non era in grado

di mantenere la propria influenza in Occidente. A poco a poco, il fatto che Ottaviano

controllasse l’Italia si rivelò conveniente. Quando, alla fine del 33, la carica triumvirale,

rinnovata a partire dal 37 , giunse alla sua scadenza, la resa dei conti tra i due

15

Non è chiaro se questo periodo di tempo fosse computato retroattivamente dal 1° gennaio del 37 a.C. o

15

solo dal 1° gennaio del 36. E’, in ogni caso, significativo che Ottaviano facesse convalidare formalmente il

29

contendenti, che già dal 35 a.C. avevano completamente esautorato Emilio Lepido,

divenne inevitabile. O A : A (31 .C.)

3. L

A GUERRA CIVILE TRA TTAVIANO E NTONIO LA BATTAGLIA DI ZIO A

Il legame che Antonio aveva stretto con la regina lagide d’Egitto Cleopatra diede a

Ottaviano un comodo, quanto efficace, pretesto, per trasformare la guerra civile in una

guerra esterna. Ottaviano, profittando della delazione d’alcuni seguaci d’Antonio, riuscì a

impossessarsi del testamento di quest’ultimo. Letto in Senato e al popolo, servì a disvelare

i progetti d’Antonio: questi, oltre a precostituire eredità ingenti per i figli generati da lui e

Cesare con Cleopatra, aveva anche disposto per la propria sepoltura ad Alessandria.

Antonio appariva, dunque, un romano degenerato o, meglio ancora, un vero incapace,

bisognoso in quanto tale d’essere privato di tutto il potere. La guerra, rispettando le forme

tradizionali del diritto feziale, fu dichiarata alla regina d’Egitto. Antonio, negando validità

alla destituzione disposta contro di lui, si sentiva, oltre che tuttora investito del potere

triumvirale, costretto a condurre una nuova guerra civile. Ottaviano, viceversa, una volta

deposti i propri poteri triumvirali (Tac. Ann. 1.2.1 posito triumviri nomine) procurò, per

legittimarsi dal punto di vista giuridico, che la totalità dei Romani d’Italia

(ricomprendente dal 42 a.C. anche l’antica provincia di Gallia Cisalpina) esprimesse, per

mezzo d’un giuramento, fedeltà alle determinazioni politiche sue (e della sua parte) (R.G.

25 Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua). La vastità del consenso, pur in assenza della

forma comiziale, legittimava non solo l’attribuzione del comando militare (R.G. 25 … et me

belli … ducem depoposcit), ma anche poteri più vasti (R.G. 34 … postquam bella civilia

exstinxeram per consensum universorum potitus rerum omnium …). Lo stesso giuramento fu

pronunciato, infine, dagli abitanti di tutte le province occidentali (R.G. 25 …Iuraverunt in

eadem verba provinciae Galliae, Hispaniae, Africa, Sicilia, Sardinia). La decisione della guerra si

ebbe nel 31 a.C., con la battaglia navale di Azio. Un anno più tardi Ottaviano conquistò

l’Egitto e Alessandria, mentre Antonio e Cleopatra si toglievano la vita. Eliminati e battuti

tutti gli avversari: nessuno poteva contendere a Ottaviano il potere assoluto. L’esempio

tracciato da Cesare, tuttavia, suscitava ancora orrore: occorreva trovare forme giuridiche

d’esercizio del potere che apparissero accettabili alle élites tradizionali.

. . 27 .C.: A

4. L

A C D RESTITUTIO DELLA RES PUBLICA NEL GENNAIO DEL A IL TITOLO DI UGUSTUS

Negli ultimi giorni del 28 a.C., Ottaviano pubblicò un editto, con il quale annullava tutte le

disposizioni illegali e contrarie al diritto eventualmente assunte durante il periodo

triumvirale. Infine, all’inizio del nuovo anno, ebbe luogo la restitutio rei publicae al Senato e

al popolo, il ripristino, cioè, della normalità istituzionale, in conseguenza della quale

Ottaviano, restando console assieme al proprio collega, conservava, in ogni caso, la

pienezza dell’imperium. Il 13 gennaio del 27 a.C., Ottaviano, in quanto console, propose al

Senato la rinuncia ai propri poteri straordinari. In seguito a questo atto, e a certe misure

che non si conoscono con precisione, il Senato decretò in suo onore la corona civica di

foglie di quercia per aver salvato cittadini (ob cives servatos). Il 15 o il 16 gennaio il Senato e

Ottaviano elaborarono un senatoconsulto, successivamente approvato con legge, che

definiva i termini di una divisione dei poteri e delle province: questo provvedimento, di

fatto, segnò la nascita del regime imperiale. L’elemento più significativo del dispositivo,

che esamineremo fra breve, fu l’attribuzione a Cesare Ottaviano del titolo di Augustus.

Questo soprannome, preso in prestito dalla sfera augurale, era legato al dominio

dell’auctoritas. Il suo detentore era perciò dotato di una capacità e di una felicitas d’azione

rinnovo da parte dell’assemblea popolare: assunse infatti l’appellativo di triunviro per la seconda volta

triumvir rei publicae constituendae iterum. Antonio, al contrario, trascurò queste sottigliezze giuridiche. 30

eccezionali. Il titolo significava letteralmente “dotato del massimo della forza sacra”,

abilitando il principe a portare a termine, con pieno successo, ogni compito affidatogli. Gli

antichi lo comparavano esplicitamente alla parola augurium (letteralmente “constatazione

della presenza del massimo della forza sacra”) e al verbo augere (“accrescere”). In tal modo

si equiparò, implicitamente, Ottaviano all’eroe eponimo della città, al suo fondatore,

Romolo. A 27 .C.: ’

5. L

A DEFINIZIONE DEI POTERI CONFERITI AD UGUSTO NEL A L IMPERIUM SULLE

PROVINCIAE NON PACATAE

In conseguenza delle determinazioni assunte nella seduta del 15 (o 16) gennaio, il Senato

avrebbe amministrato direttamente le province attraverso proconsoli di rango consolare o

pretorio, estratti a sorte, tra gli ex consoli e gli ex pretori, secondo il modo tradizionale

(fissato dalle leggi di Silla e di Pompeo). Il principe, dal canto suo, riceveva l’incarico di

governare per dieci anni le Spagne, le Gallie, la Siria e di comandare le truppe dislocate in

queste province, in virtù del suo imperium consolare, attraverso legati di rango consolare o

pretorio, definiti, proprio per questo, legati Augusti pro praetore.

23 .C.: . .

6. L

A SVOLTA DEL A LA TRIBUNICIA POTESTAS E IL C D IMPERIUM MAIUS ET INFINITUM

Gli anni seguenti furono decisivi. La situazione politica rimaneva confusa. La crisi scoppiò

nel 23 a.C. In seguito a una cospirazione e al termine di una grave malattia, Augusto

decise, in giugno, di rinunciare al consolato, che aveva rinnovato tutti gli anni a partire dal

29, e di fare così un passo decisivo nella costruzione d’un nuovo ordine costituzionale. In

cambio, il Senato e il popolo gli accordarono, a titolo vitalizio, la potestà tribunizia,

accompagnata dal diritto di convocare il Senato e di poter fare una relatio (proposta) per

primo in ogni seduta di quest’assemblea (ius primae relationis). D’altra parte, egli

continuava a governare l’enorme provincia che gli era stata affidata fino al 18, ma ormai

esercitava il potere consolare in quanto promagistrato (proconsole). Quando Augusto,

nelle province, voleva denominare questo potere magistratuale nella propria titolatura,

adoperava il termine proconsul, come proprio ora è stato confermato da un editto scoperto

recentemente, che egli emanò nel 15 a.C. (riferito dalla cosiddetta Tessera Paemeiobrigensis)

per una comunità della Spagna nord occidentale (provincia Transduriana). A tal proposito il

senato e il popolo precisarono che l’imperium del principe, diventato proconsolare, dopo la

sua rinuncia al consolato, non si sarebbe estinto quando avesse passato il pomerium e

sarebbe stato, in ogni caso, superiore a quello dei governatori delle province.

Conformemente alla tradizione, l’imperium proconsulare implicava il comando dell’esercito.

Tuttavia l’imperium esercitato dall’imperatore si distingueva da quello dei proconsoli della

repubblica, in quanto era accordato a titolo vitalizio, benché, sotto Augusto, fosse ancora

periodicamente rinnovato. Questo potere era illimitato, svincolato dalle regole coercitive

legate al superamento del pomerium di Roma, ed esteso a tutte le province dell’Impero, non

soltanto a quelle attribuite ad Augusto nel 27, ma anche, se necessario, alle province

senatorie, in virtù del principio che nessun imperium poteva essere superiore a quello del

principe. Così Augusto poteva arruolare le truppe o controllare la leva, dare istruzioni ai

proconsoli (mandata), emanare regolamenti speciali o entrare nel merito di questioni

particolari. L’Italia e Roma erano escluse da questo imperium, e d’altra parte le legioni vi

penetravano solo per celebrare il trionfo. La superiorità esclusiva dell’imperium

proconsolare appare chiaramente quando si considera che tutte le operazioni militari si

svolgevano sotto gli auspici esclusivi del principe: di qui derivò che, dopo un breve

periodo transitorio (fino al 18 a.C.), solo l’imperatore e gli eventuali coreggenti

continuassero a celebrare il trionfo. Nello stesso tempo il potere di coercizione, inerente

31

all’imperium proconsolare, abilitava l’imperatore a esercitare una giurisdizione civile e

penale, in prima istanza, e – in ragione del suo imperium maius – in appello (vd. Mantovani

§ 18.9). La potestà tribunizia non faceva dell’imperatore un tribuno della plebe: erano suoi

colleghi solo coloro che esercitavano come lui la potestà tribunizia, in altri termini, i

coreggenti. D’altronde questo potere non era attribuito al principe per un solo anno, ma a

titolo vitalizio: veniva perciò rinnovato a una data che finì con l’essere fissata al 10

dicembre (data tradizionale di entrata in carica dei tribuni della plebe), indubbiamente a

partire dagli anni 98 o 99 d.C. Sono, del resto, gli anni di potestà tribunizia che permettono

di contare gli anni di regno. Oltre ai privilegi onorifici e alla sacrosantità, ossia

l’inviolabilità assoluta della persona e delle decisioni, la potestà tribunizia attribuiva al

principe un potere temibile, che si adattò tuttavia al contesto nuovo e specialmente alle

modificazioni che vennero introdotte nel sistema comiziale durante l’Impero. E’ per

questo motivo che noi conosciamo solo opposizioni imperiali contro i senatoconsulti o

contro le decisioni dei magistrati, soprattutto in materia giudiziaria. In virtù del diritto

d’auxilium i principi si servivano della potestà tribunizia per reprimere abusi e per

proteggere la plebe. I primi imperatori fecero anche uso dei poteri tribunizi, a cominciare

dal diritto di convocare il senato, e, soprattutto, del diritto di convocare il popolo (la plebe)

e di proporgli delle leggi, perché è provato che le leggi sui brogli elettorali, il celibato e le

materie matrimoniali furono proposte da Augusto alla plebe in virtù della sua potestà

tribunizia. Infine, aspetto non trascurabile della potestà tribunizia, l’opposizione dei

tribuni della plebe propriamente detti, che continuava a essere esercitata, perdeva la sua

temibile forza, perché non poteva scontrarsi con la potestà tribunizia del princeps.

:

7. A LTRI ONORI E POTERI CONFERITI AL PRINCIPE IN PARTICOLARE IL PONTIFICATO MASSIMO

A partire da Augusto, come regola generale, fin dal loro avvento i principi furono eletti e

cooptati in tutti i collegi sacerdotali pubblici. Il fatto di appartenere a tutti collegi,

soprattutto a quelli la cui missione era di esercitare e di rivelare il diritto sacro, i quattro

collegi detti maggiori, permetteva di controllare dall’interno le cooptazioni sacerdotali e

soprattutto le regole di diritto sacro dettate al Senato e ai magistrati in caso di bisogno. Per

di più, da quando Augusto fu eletto pontefice massimo, il 16 marzo del 12 a.C., tutti i

principi ricevettero, in occasione dell’avvento al trono, questa dignità, che permetteva loro

di controllare l’intera vita religiosa pubblica.

8. D EFINIZIONE GIURIDICA DEL PRINCIPATO

Punto di partenza obbligato per un discorso sul principato, dal punto di vista giuridico-

costituzionale, è la teoria del Mommsen. Egli coglieva il principato come diarchia, fra

principe e Senato, due poteri sommi, sovraordinati a tutto il vasto e complicato sistema

imperiale. Da una parte v’erano l’Italia e le province amministrate dal Senato; dall’altra le

province imperiali, ove l’imperatore aveva le sue legioni. A tale duplicità

dell’amministrazione delle province corrispondeva una duplicità di funzionari e di

carriere. Da una parte i governatori delle province senatorie, dall’altra quelli delle

province imperiali: i primi, promagistrati, come era di regola nella tarda repubblica; i

secondi, legati Augusti propraetore, che dipendevano dall’imperatore. Questi ultimi, però, in

. Né la distinzione

omaggio al principio diarchico venivano presi dal ceto senatorio

16

L’unica eccezione rilevante è rappresentata dall’Egitto, governato da un praefectus di rango equestre, che

16

comandava prima tre, poi due sole legioni. Altri territori minori, come la Iudaea, lee Asturie, la Rezia, erano

amministrati da praefecti (in seguito prevalse l’impiego del termine procurator) appartenenti al medesimo

ordine: ma si tratta di eccezioni più apparenti che reali, perché questi prefetti equestri non erano autonomi

governatori provinciali ma gestivano territori più limitati sotto il comando superiore di un amministratore

32

riguardava soltanto le province. Vi era altresì la duplicità dell’amministrazione finanziaria:

non già una sola cassa (l’erario) come ai tempi repubblicani, bensì due: l’aerarium populi

Romani, amministrato dal senato, e il fiscus Caesaris, gestito dall’imperatore. La diarchia,

tuttavia, anche, come mera finzione giuridica, non riesce a dar conto della realtà del

principato. Di alcune anomalie di tale ricostruzione si rese conto anche il Mommsen, il

quale aggiunse una spiegazione complementare: la teoria del commonwealth. La diarchia

Imperatore-Senato poteva essere intesa come una divisione di poteri nell’ambito d’un

vasto commonwealth, analogo a quello britannico: ove però il governo di Londra si

occupasse soltanto degli affari dell’Inghilterra, mentre gli affari dei dominions spettassero

all’esclusiva competenza della Re (al quel tempo la regina Vittoria), imperatore delle Indie.

Questa nuova formulazione ci abitua a guardare all’Impero dal punto di vista delle

province. Da questo versante, l’imperatore appare in una posizione diversa e più alta

rispetto all’ordinamento senatorio, in un atteggiamento di protezione e di tutela. Si apre

così la strada alla formulazione della tesi del protettorato. Secondo V. Arangio-Ruiz nel

principato non si realizza un sistema diarchico, nel senso di due poteri all’interno di un

unico ordinamento; in esso coesistono due ordinamenti, il primo facente capo al principe,

il secondo al popolo romano. Si tratta di due ordinamenti interdipendenti, l’uno dei quali

ricomprende l’altro. Dall’osservazione che le province imperiali (ove sono di stanza le

legioni) costituiscono la fascia esterna dell’Impero, fascia che avvolge l’Italia e le province

senatorie in una cintura protettiva, V. Arangio-Ruiz ha avanzato l’ipotesi che l’imperatore

fungesse da protettore rispetto al populus Romanus. Proiettata su questo sfondo,

l’esperienza storica del principato è ricondotta all’interno della dialettica, propria del

mondo ellenistico, tra due realtà istituzionali distinte, ma reciprocamente integrate tra

loro, la polis e la basileia. Augusto non avrebbe soppresso la repubblica, ma l’avrebbe

avvolta entro una fascia protettiva dandole garanzia di difesa attraverso il suo potere

monarchico. Augusto non è estraneo a Roma; anzi la sua funzione protettiva si esplica

proprio in quanto egli fa parte della comunità romana, in posizione eminente. Il

protettorato non si pone, dunque, sul piano internazionale, bensì su un piano interno (la

nozione di protettorato è usata dall’Arangio-Ruiz in modo atecnico). Il protettorato di

Augusto su Roma non sarebbe dissimile da quello dei re ellenistici sulle poleis. A sostegno

di quest’ipotesi, V. Arangio-Ruiz adduce un’iscrizione di Cirene riguardante il

“protettorato” di uno dei Tolomei sulla città di Cirene. In essa è trascritto un programma

di costituzione elaborato di concerto tra Tolomeo (non si sa quale, data l’incertezza della

datazione) e la polis di Cirene, la quale vantava una lunga tradizione di indipendenza. In

questa costituzione la polis è considerata quale soggetto giuridico dotato di tutti gli

attributi dell’autonomia e dell’eleutheria (magistrati, assemblee, un duplice consiglio). In

essa, accanto agli strateghi annuali, vi è un Tolomeo, stratego a vita. Osserva V. Arangio-

Ruiz.: «Ecco un protettore che, come Augusto, fonda il suo potere formalmente

sull’imitazione di qualche magistratura cittadina, sostanzialmente sulla disposizione

esclusiva delle forze armate». Lo stesso rapporto che collegava Tolomeo e Cirene sarebbe

intercorso tra Augusto e la repubblica romana. Secondo alcuni non è possibile ipotizzare

un protettorato all’interno di un unico stato. Alla base di quest’obiezione vi è un’idea

preconcetta, perché gli antichi e i romani, in particolare, non solo mancavano d’una

nozione unitaria dello Stato, ma non conoscevano neppure lo Stato come unità politica ed

appartenente all’ordine senatorio. Cosí il prefetto di Giudea era subordinato al legato consolare di Siria e,

parimenti, il prefetto delle Asturie al governatore della Spagna Tarraconense. In queste figure non si può

vedere una limitazione della piena competenza militare del legato senatorio. 33

ente esponenziale della sovranità. La tesi del protettorato interno fu accolta e sviluppata

da P. Frezza, nella sua teoria del principato come rapporto clientelare. Il Frezza procede

anche dalle osservazioni di A. von Premerstein circa la coniuratio totius Italiae et

provinciarum: questo giuramento avrebbe instaurato tra Ottaviano e abitanti dell’Italia e

delle province un vincolo analogo a quello della clientela del diritto privato. Il giuramento

di fedeltà a Ottaviano, che gli conferì la posizione di dux delle forze che vinsero Antonio

ad Azio, e mise nelle sue mani quel potere «su tutte le cose», che Augusto, nelle sue Res

Gestae, presenta come fondato sul consenso universale, costituì un rapporto

personalissimo, quasi-clientelare, fra Augusto e l’insieme dei cittadini e dei non cittadini. E

questo tipo di rapporto non fu oggetto della restitutio del 27, rimanendo quindi nelle mani

di Augusto, a qualificare il potere del principe. Sopra questo vincolo riposa il potere di

Augusto. Lo stesso potere di comando militare, di cui Augusto e tutti i suoi successori

sono titolari gelosamente esclusivi, si fonda sopra un giuramento di fedeltà, identico a

quello prestato da tutti gli abitanti dell’Impero, che coesiste con il tradizionale sacramentum

militare repubblicano. Più che i vaghi legami di clientela, è particolarmente reale il

giuramento di fedeltà pro salute honore victoria, derivato dal giuramento pro salute Caesaris

del 45-44 a.C. e dal famoso giuramento del 32 a.C., che legava strettamente soldati,

magistrati, senatori, cittadini e città all’imperatore e ai suoi discendenti. Derivante

dall’estensione del giuramento militare, esso si generalizzò progressivamente, non già

quale semplice atto di omaggio, ma in quanto fondamento sostanziale del potere

imperiale. In verità, la costruzione della nuova sintesi imperiale gravò, almeno in parte, su

istituzioni sociali estranee, in quanto tali, alla più antica tradizione costituzionale

repubblicana. La lotta politica di Roma e i conflitti tra i principes civitatis, nel secolo delle

guerre civili, furono caratterizzati da una complicata trama di relazioni personali fondate

sul patronato e la clientela, un rapporto sociale protetto dagli dèi e retto dalla fides. Con

l’allargamento delle clientele, dopo la riforma mariana del reclutamento, anche a forze

armate disponibili per la lotta politica interna, si rese necessario riformulare quest’antico

vincolo in forme più aderenti alle realtà sociali del tempo. Furono, perciò, elaborati

speciali giuramenti in sempre maggior numero e varietà. Il principato rappresenta, anche

da questo punto di vista, la più significativa evoluzione politica del patronato. Il rapporto

diretto fra il princeps, il populus e l’insieme degli individui sottoposti al dominio romano fu

garantito estendendo il giuramento clientelare alla res publica, nella sua totalità – come

ricorda Plinio nel Panegyricus – e a ogni abitante delle province. Il giuramento di fedeltà a

Ottaviano, che gli conferì, nel 32 a.C., la posizione di dux delle forze impegnate contro

Antonio ad Azio, costituendo un rapporto personalissimo con l’Italia e le province

d’Occidente, divenne, dunque, un’istituzione permanente. Esso fu prestato, in Occidente

come in Oriente, da tutti gli abitanti dell’Impero, anche ai suoi successori in occasione

della loro ascesa al potere e, a partire da Caligola, fu ripetuto e rinnovato anno dopo

. Questo giuramento imponeva d’avere gli stessi nemici dell’imperatore e

anno

17

Per quanto riguarda Caligola, tale giuramento, citato per la Siria da Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae

17

18.5.3), e per la Grecia, da un’iscrizione di Akraephia in Beozia (IG VII 2711), ci è pervenuto in due

esemplari: uno latino (iscrizione di Aritium in Lusitania: CIL II 172 = ILS 190), l’altro greco (iscrizione di

Assos in Troade: IGR IV 251 = Ditt. Syll. 797). Ma un giuramento molto simile a quello tramandato da questi

3

documenti ascrivibili al principato di Caligola, c’è tramandato anche da un’epigrafe d’età augustea,

riguardante la città di Phazimon Neapolis in Paflagonia: IGR III 137 = OGIS II 582. Tr. it. «… Giuro su Giove,

la Terra, il Sole, su tutti gli dei e le dee, e su Augusto stesso, di essere fedele a Cesare Augusto, ai suoi figli e

discendenti per tutto il tempo della mia vita, in parole, azioni e pensieri, considerando amici o nemici quelli

che loro considerano tali; per difendere i loro interessi giuro di non risparmiare né il mio corpo, né la mia

34

d’anteporre, subordinandole ogni altro legame personale o familiare, la salus principis alla

propria. Si sospendeva così (o si poneva temporaneamente nel nulla) ogni altra relazione

di fedeltà: dei figli nei confronti dei propri genitori, dei liberti nei confronti dei propri

patroni, dei servi nei confronti dei propri domini. I vota pro salute et incolumitate formulati,

per l’imperatore, da cittadini e peregrini all’inizio di ogni anno, appaiono in gran parte

analoghi a quelli pronunciati dai clienti nei riguardi dei loro patroni, come si evince, del

resto, da un riferimento del «Panegirico di Traiano»: amamus quidem te in quantum mereris;

istud tamen non tui facimus amore, sed nostri, nec umquam inlucescat dies quo pro te nuncupet

vota non utilitas nostra, sed fides. (tr. it. Ti amiamo per quanto tu meriti, ma è amore,

tuttavia, non per te ma per noi; e non spunti mai il giorno in cui non sia il nostro bene a

formulare voti per te ma la nostra fides, o Cesare!). E’, dunque, la fides a imporre – e

basterebbe di per sé a imporlo, di là da qualsiasi altra considerazione – ai cives e a tutti gli

uomini, qui sub imperio populi Romani sunt, il dovere di formulare e rispettare i vota pro

salute principis. Durante il principato, la fonte dell’«obbligazione politica» non è unica, ma

duplice: alla legittimazione del potere, che si manifesta nelle leggi d’investitura (leges de

imperio), fondata sulla tradizione costituzionale repubblicana, si sovrappone la peculiare

elaborazione dell’«ideologia patronale» utilizzata da Ottaviano e dai suoi successori.

Questo nuovo vincolo, riconoscendo nel principe il «rappresentante esistenziale di quel

vasto agglomerato di territori e popoli» posti sotto il dominio di Roma, costituisce un

rapporto, che, già dal tempo d’Augusto, supera, almeno virtualmente, i rigidi steccati della

cittadinanza e della supremazia romano-italica. Questi due elementi convivono in un

equilibrio sempre più precario fino alla metà del III secolo, quando le forme della

legittimazione repubblicana furono travolte, nonostante resistenze, conflitti e, più o meno,

velleitari tentativi di restaurazione, dalla crisi finanziaria e militare dell’Impero.

9. I L PRINCIPATO E IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE

Nonostante gli sforzi costanti dei detentori del trono, non si riuscì mai in Roma imperiale a

stabilire una successione al trono basata in maniera certa sul principio dinastico. Il

fondatore del principato, Augusto, tentò inutilmente di trasmettere i suoi poteri a un erede

anima, né la mia vita, né i miei figli, ma di affrontare senza esitazione qualunque pericolo per proteggere ciò

che loro appartiene. Se mi accorgo o se capisco che si parla, si complotta o si fa qualche cosa contro di loro,

giuro di denunciarlo e di mostrarmi ostile a colui che parla, complotta o agisce di conseguenza. Se qualcuno

viene considerato da loro come nemico, giuro di perseguitarlo e di punirlo in terra e in mare, con le armi e la

spada. Se una soltanto delle mie azioni fosse contraria a questo giuramento o non conforme a ciò che ho

promesso, io consacro me stesso, corpo e anima, la mia vita e i miei figli e tutta la mia stirpe e i miei beni allo

sterminio e all’annientamento fino all’ultima discendenza e a quella di tutti i miei eredi. E che la terra e il

mare non accolgano mai i corpi dei miei e quelli dei miei posteri e che essi non producano alcun frutto per

loro …». Il giuramento di Sestinum in Umbria (CIL XI 5998a) non è databile con precisione. CIL II 172 = ILS

190 Iusiurandum Aritiensium / Ex mei animi sententia, ut ego iis inimicus / ero, quas C. Caesari Germanico inimicos

esse / cognovero, etsi quis periculum ei salutiq(ue) eius infert inferetque, armis bello internecivo / terra mariq(ue)

persequi non desinam, quoad .poenas ei persolverit, neq(ue) me <neque> liberos meos / eius salute cariores habebo,

eosq(ue) qui in eum hostili animo fuerint, mihi hostes esse / eum hostili animo fuerint, mihi hostes esse / ducam; si

sciens fallo fefellorove, tum me liberosq(ue) meos Iuppiter Optimus Maximus ac / Divus Augustus ceteriq(ue) omnes di

immortales / expertem patrai incolumitate fortunisque / omnibus faxint. Tr. it. «Giuramento degli abitanti di

Arizio. Nella mia anima e in tutta coscienza, giuro di essere nemico di coloro che considererò nemici di C.

Cesare Germanico. Se qualcuno mette o avrà messo in pericolo la vita di costui, non cesserò di perseguitarlo

con le armi e in una guerra mortale per mare e per terra, fino al giorno in cui abbia ricevuto la sua punizione.

I miei figli non mi staranno a cuore più della sua vita. Considererò miei nemici tutti coloro che avranno

avuto intenzioni ostili nei suoi riguardi. Se coscientemente io avessi mancato o mancassi alla mia parola, che

Giove Ottimo Massimo e che il divino Augusto e tutti gli dei immortali spoglino me e i miei figli, della

nostra patria, della vita e di tutti i nostri beni». 35

diretto; alla fine questi toccarono, più per caso che per disegno intenzionale, al suo co-

reggente, il figliastro Tiberio, già in precedenza adottato. Il disegno dinastico della

famiglia giulio-claudia (fino a Nerone) non fu mai assicurato, poiché ogni volta vennero a

mancare gli eredi diretti. La dinastia flavia non sopravvisse alla seconda generazione e

Nerva dovette la sua elezione (96 d.C.) al Senato. Nel corso del secolo successivo (del II

secolo) la legittimità della successione imperiale si basò unicamente sull’adozione, dal

momento che i cosiddetti imperatori buoni (Nerva, Traiano, Adriano e Antonino Pio) non

ebbero alcun successore diretto. Nel corso del III secolo, a cominciare dai Severi (193 d.C.),

il principio dinastico funzionò solo sporadicamente; in ogni caso fu legalizzato attraverso

l’adozione e spesso rafforzato con il matrimonio dell’erede presuntivo all’interno della

famiglia imperiale. Nel corso dell’intero principato l’adozione fu riconosciuta, dunque,

come lo strumento più adeguato per garantire la successione imperiale. In quest’ultimo

secolo si è formata una estesa letteratura sulla questione se la successione imperiale sia

stata regolata dal principio dinastico oppure dalla adozione. Dal punto di vista giuridico-

costituzionale, questo problema suscita interesse se si guarda al fenomeno della

cooptazione. Linguisticamente, sin dal tempo di Cicerone, adoptare e cooptare erano usati

come sinonimi. Tra i due concetti vi era una corrispondenza non solo linguistica, ma reale.

Il detentore del potere imperiale sceglieva (‘eleggeva’) il suo successore con un

procedimento inter vivos. Spesso – e in questo modo la coincidenza tra adozione e

cooptazione diventava piena – il successore presuntivo diventava co-reggente del vecchio

imperatore con il titolo di Caesar, preparandosi in tal modo alla successiva assunzione

delle funzioni imperiali. La co-reggenza e la condivisione della carica imperiale non

presupponevano un esercizio congiunto del potere, ma di regola piuttosto una

ripartizione, dettata da esigenze pratiche, delle competenze funzionali e regionali.

VII I T

L ARDOANTICO

L . . III (235 – 284 .C.).

- A CRISI DEL PRINCIPATO E LA C D ANARCHIA MILITARE DEL SECOLO D

L G

E RIFORME DI ALLIENO

Verso la metà del III secolo d.C. l’Impero versava nella crisi più grave che avesse mai

dovuto affrontare. In larga misura essa era stata determinata dagli spostamenti di popoli

che avvenivano nel profondo delle regioni euro-asiatiche. Intorno al 200 d.C., gli unni di

stirpe turco-mongolica, nella loro marcia verso occidente, avevano raggiunto la zona tra il

Mar Caspio, l’Ob, il Volga e le montagne che limitavano l’altipiano iranico. Il contraccolpo,

da ovest a est, mise in movimento i germani orientali, in particolare i Goti. Un altro

pericoloso avversario dell’Impero sorse in Oriente, ove si affermò il regno neopersiano dei

Sassanidi, i quali, a differenza dei Parti, nel proclamarsi eredi dell’antico impero

universale degli Achemenidi, distrutto dalle conquiste di Alessandro Magno (334 – 327

a.C.), non nascondevano le loro pretese egemoniche sull’intero Oriente romano (la Siria,

L’Egitto e l’Anatolia). La resistenza delle legioni non riuscì a contenere la pressione su tutti

i confini. Il limes fu ripetutamente sfondato in più punti. L’imperatore Decio cadde in

battaglia contro i Goti sul corso inferiore del Danubio (251 d.C.). Valeriano fu fatto

prigioniero a Edessa (in alta Mesopotamia) dai Persiani (260 d.C.). Nonostante la caotica

situazione militare, anzi anche in ragione di questa, l’esercitò finì per diventare l’unica

organizzazione capace di garantire sicurezza a chi non trovava più una risposta ai propri

problemi nel sistema politico e sociale dell’Impero. L’esercito imperiale si presentava da

sempre come una somma di centri di potere che godevano d’ampia autonomia. Tuttavia la

presenza d’una forte autorità politica centrale aveva impedito, per più di due secoli, il

36

continuo ripetersi di conflitti e crisi istituzionali. Con il declino del controllo esercitato dal

potere centrale, le legioni conquistarono ampi spazi d’autonomia, contrapponendosi le

une alle altre. L’antico e consueto meccanismo dell’acclamazione imperatoria fu usato

impropriamente per nominare imperatori spesso legittimati dal gradimento d’una o, al

più, di poche legioni. La conseguenza fu l’aprirsi d’una crisi politico-militare gravissima:

per molti anni gli imperatori si susseguirono l’uno all’altro. Sovente vi furono più

imperatori contemporaneamente, ciascuno dei quali considerava gli altri usurpatori. La

quasi totalità dei personaggi, che si disputarono il potere nei cinquant’anni compresi tra il

235 e il 284 d.C., era, in effetti, costituito da comandanti militari. E’ stato acutamente

osservato dal Montesquieu che il regime dell’impero, durante la c. d. fase dell’anarchia

militare (235 – 284 d.C.), potrebbe qualificarsi come una specie di repubblica irregolare,

dove la qualifica irregolare vuol significare l’assenza di un ordinamento organizzato in

vere e proprie istituzioni. Chi consideri, infatti, i due poli attraverso i quali passa la

tensione del potere politico, l’esercito (il popolo romano in armi) e l’imperatore, e abbia

presenti i frequenti contatti del capo con i gregari, relativi ai vari problemi di governo che

questi suole risolvere facendo appello alle assemblee dei militi, non può fare a meno di

riconoscere in siffatti rapporti la continuazione di quelli, regolati dalle raffinate istituzioni

cittadine, che passavano tra il magistrato e il popolo. Tale riflessione, tuttavia, ci conduce a

riconoscere un altro aspetto caratteristico dell’ambiente storico che stiamo analizzando.

L’impero del III secolo appare una rozza forma di democrazia militare a chi si ponga dal

punto di vista dei rapporti fra imperatore e soldati; al contrario, osservato dal versante

della popolazione cittadina e del Senato, esso viene configurandosi, per il fatto stesso della

loro esclusione dall’esercizio del potere, quale regime di tipo autocratico. Il momento di

passaggio dal principato all’impero tardoantico può cogliersi, sostanzialmente, in tre

eventi decisivi: a) emarginazione politica del Senato, ancora influente e decisivo al tempo

della rivolta contro Massimino il Trace (238 d.C.), e dei senatori, in conseguenza delle

riforme di Gallieno. L’esclusione dei senatori (databile attorno al 261-62 d.C.) dai comandi

militari rompe quell’involucro istituzionale, nel quale il Mommsen ha riconosciuto un

aspetto fondamentale della costituzione diarchica del principato. Le ragioni che indussero

Gallieno, membro della più alta aristocrazia senatoria, a un’iniziativa tanto drastica paiono

ovvie: di fronte a un pericolo mortale, l’Impero non poteva permettersi il lusso di lasciare

ai posti di comando degli ignoranti di cose militari (i quali, per di più, costituivano una

minaccia come potenziali usurpatori). I senatori, in tal modo, furono quasi completamente

rimossi dal governo delle province, fino a quel momento, loro monopolio, a parte alcune

eccezioni [Egitto, Mesopotamia (a partire dal principato di Settimio Severo) e altri territori

– le c.d. province procuratorie – di minore importanza]; b) abolizione delle forme legali di

conferimento del potere d’origine repubblicana. Aurelio Caro (282 d.C.), ascendendo al

trono, dopo l’acclamazione dei soldati, non avvertì la necessità di richiedere, secondo la

consuetudine costituzionale, l’approvazione del senato e la conseguente convocazione dei

comitia imperii (lex de imperio). L’abrogazione, o la sottovalutazione del rilievo, di queste

forme legali del conferimento dei poteri imperiali equivalse al riconoscimento solenne

dell’evoluzione assolutistica e autocratica della monarchia imperiale; c)

provincializzazione dell’Italia, ovverossia sostanziale equiparazione del governo della

penisola a quello delle province.

- La riorganizzazione delle istituzioni che la nuova situazione imponeva, a differenza di

quella portata a termine da Augusto, rivoluzionaria nella sostanza ma inserita in un

discorso propagandistico volto a restaurare il modello politico repubblicano, modificò

37

apertamente il sistema precedente. Si trattò di più di mezzo secolo d’interventi riformatori,

avviati da Gallieno e Aureliano e conclusi da Costantino, grosso modo, dunque, tra il 261 e

il 337 d.C. : ’

L

- A RICERCA DI NUOVI FONDAMENTI DI LEGITTIMITÀ DEL POTERE IMPERIALE L OPERA DI

A URELIANO

Dopo l’assassinio di Gallieno (268 d.C.), si determinò il crollo definitivo della legittimità

del potere imperiale. Meglio di tutto lo dimostra il fatto che, a eccezione di Claudio il

Gotico (268 – 270), che morì di peste, nel corso dei quindici anni successivi – tra il 268 e il

284 – ben cinque imperatori caddero vittima dei propri soldati, mentre gli altri due

vennero assassinati proditoriamente. Le usurpazioni degli anni 268 – 284 furono con ciò

fondamentalmente differenti da quelle che ebbero luogo nel 260 – 1, quando la notizia

della cattura di Valeriano (da parte dei Persiani) scatenò, nello stesso momento, tre

usurpazioni contro Gallieno: in Gallia, in Pannonia e in Oriente. Quelle erano la reazione

alle sconfitte che, da un lato avevano scosso l’autorità dei detentori del potere e, dall’altro,

avevano esposto le province alle incursioni nemiche. Gli imperatori militari, i restitutores

illirici (così chiamati perché tutti provenienti dalle province balcaniche), invece, morirono

quando ormai il pericolo maggiore era superato e per mano di coloro i quali avevano

guidato di vittoria in vittoria. Le campagne degli anni 267 – 271 fermarono l’impeto dei

barbari, nel 272 – 274 venne arrestata la divisione dell’Impero, e, ciononostante, la

rivoluzione ai vertici del potere, iniziata nel 268, divorò i suoi figli fino all’ascesa di

Diocleziano. La causa di questa situazione è facilmente individuabile: agli ufficiali illirici,

che provenivano dalle fila dell’esercito, molti dei quali erano cittadini romani di terza

generazione appena, riusciva più facile accettare un imperatore di un’eminente famiglia

senatoria, piuttosto che qualcuno del proprio gruppo. Perciò, quando alla fine raggiunsero

il potere, misero in moto un inesorabile meccanismo d’assassini e usurpazioni. I nodi, che i

restitutores illirici (dallo «slogan» ‘restitutio imperii’ presente nelle legendae di molte monete

coniate in questo periodo) furono chiamati a sciogliere, erano sostanzialmente tre e

interconnessi tra loro: ricomporre l’Impero sotto un’unica guida, sostituendo alle forme di

legittimazione del potere di tradizione repubblicana, travolte dagli eventi del III secolo,

altri principii, in grado di giustificare l’esistenza di un forte e accentrato sistema

monocratico; avere un esercito potente e fedele per imporre e conservare il nuovo sistema;

recuperare, attraverso la riorganizzazione fiscale, la disponibilità economica necessaria per

realizzare questi obiettivi.

- Sotto Aureliano (270 – 75 d.C.) si affermò una monarchia militare, con un vago sapore

democratico, in quanto l’imperatore sottopose ai soldati decisioni importanti. Allo stesso

tempo, però, Aureliano impiegò, per la prima volta nella titolatura ufficiale, l’appellativo

‘dominus et deus’. L’essenza del regime di Aureliano e la sua stessa concezione del potere

coincidono con questi titoli, rivolti ad accentuare il carattere teocratico della monarchia.

Nel pensiero di Aureliano, il carattere militare della monarchia è congiunto con la sua

derivazione dalla divinità: l’imperatore è tale in grazia del favore divino. Lo stesso

imperatore si sentiva guidato dal dio Sole: durante una rivolta disse ai soldati che egli non

doveva ringraziar loro per aver ripreso il trono, ma il suo signore e la sua guida divina.

L’enoteismo di Aureliano riconosce nel Sol invictus un simbolo spirituale e politico allo

stesso tempo. Le religioni enoteistiche, quali generalmente sono i culti solari, partecipano

della natura sia dei culti politeisti sia di quelli monoteisti: come i primi contemplano

l’esistenza di tanti dèi, ma come i secondi attribuiscono la massima importanza a un unico

dio considerando gli altri solo delle divinità minori, costrette a ubbidire al dio più

38

importante. La religione politeista specializza molto i cómpiti, assegna a ogni divinità una

funzione specifica, mentre nei sistemi enoteistici gli dèi minori sono propriamente tali e

non possono agire autonomamente o contro il volere della divinità più importante.

Proprio per queste caratteristiche, i culti solari hanno fornito, in più occasioni, una

legittimazione al potere politico: come il Sole è il vertice supremo della gerarchia divina,

perché gli altri dèi gli sono sottomessi, così l’imperatore è la sua manifestazione, il suo

riflesso nel mondo e il suo comes (compagno di imprese) sulla terra. Sulle monete appare il

dio Sole, in quanto signore dell’Impero romano, assieme all’imperatore, che, quale suo

rappresentante sulla terra, regge le sorti degli uomini: l’identificazione tra la struttura del

potere politico e il sistema trascendente è palese. Come esiste una divinità più importante

di tutte nel cielo, il sole, attorno al quale si dispongono gli dèi minori, dotati di

competenze limitate e deferite, così pure deve avvenire nell’Impero. Il sistema politico

riprende, nel mondo degli uomini, ciò che nel cielo si propone sul piano universale: un

unico sovrano, circondato da una serie di figure dotate di minor potere che a lui fanno

riferimento per tutte le decisioni fondamentali. Questo discorso propagandistico si rivolge,

peraltro, soprattutto ai militari, più sensibili – per l’ampia diffusione sotto forma di sette

iniziatiche, tra i soldati e gli ufficiali superiori, del culto di Mitra (una religione solare

misterica, d’origine anatolico-iranica) – di altri gruppi sociali al richiamo della religiosità

solare. Proprio per questo motivo il simbolo del sole compare, più volte, sulle insegne

degli scudi dell’esercito tardoantico (vd. le illustrazioni della Notitia Dignitatum). Un

esercito, che adopera sulle proprie insegne simboli solari di diversa provenienza e origine,

si pone evidentemente sotto l’egida del nuovo dio.

I D C

I

- L NUOVO MPERO DI IOCLEZIANO E OSTANTINO

Diocleziano e Costantino, soprattutto dal punto di vista delle concezioni relative al

fondamento del potere imperiale, si pongono su due versanti nettamente distinti. Sul

piano della storia amministrativa dell’Impero tardoantico, tuttavia, la loro opera deve

essere esaminata congiuntamente. Dopo Aureliano, ucciso nel 275, Diocleziano fu il primo

a tentare di impostare una riforma complessiva del principato in quanto regime. L’azione

di quest’imperatore fu particolarmente incisiva in due settori: provvedimenti strutturali

caratterizzarono la riforma dell’apparato burocratico-amministrativo e del sistema fiscale.

Le soluzioni dell’epoca della crisi – l’affidamento dell’amministrazione delle province agli

ufficiali e la copertura dello sforzo militare mediante le requisizioni, ricompensate solo in

apparenza con una moneta che si svalutava a un ritmo vertiginoso – erano semplici

palliativi. Tra i maggiori risultati ottenuti dal generale illirico Aurelio Valerio Diocleziano

(284 – 305), asceso al trono dopo un decennio di recrudescente anarchia, va annoverata

senz’altro la riforma fiscale, che istituì – eliminato il dualismo tributum soli – tributum

capitis – un meccanismo d’esazione rimasto in vigore per tutto il tardo impero e destinato a

durare, nell’Impero bizantino, fino al XV secolo. Alla base vi era un principio generale,

l’attribuzione a ciascuna proprietà terriera d’una produzione annua stimata in funzione

della quantità di terra, del numero dei contadini che lavoravano su di essa e quindi della

quantità di terreno che ognuno di questi contadini poteva lavorare nell’arco d’una

giornata (iugatio – capitatio), secondo parametri generali minimi per i vari tipi di

occupazione e di coltura. Attraverso questi elementi si calcolava quanto ogni

appezzamento di terreno dovesse produrre e si stabiliva, in conseguenza, l’imposta

fondiaria, che oscillava fra il 7 e il 12 % della produzione. Il nuovo sistema, che portò a una

maggiore giustizia fiscale rispetto all’arbitrio che si era diffuso nell’età degli imperatori

soldati, permetteva di calcolare le imposte da riscuotere sulla base delle necessità


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto romano per l'esame del professor Antonio Mantello sui seguenti argomenti: la storia della Costituzione romana, le Istituzioni della monarchia romana, l'egemonia etrusca, la repubblica patrizia, la rivoluzione romana, la nascita e la crisi del principato, l'anarchia militare, gli imperatori dell'antica Roma (da Costantino a Giustiniano).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BalboFonseca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mantello Antonio.

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