DIRITTO ROMANO II
LE FORME DI POTERE
Il corso sarà incentrato sulle FORME DI POTERE e si incentrerà su tre nuclei tematici:
1. La dimensione di potere che si esprime all’interno della famiglia (relazioni di parentela
interpersonali), che si costruiscono all’interno di due categorie:
a. La generazione (rapporto padre-figlio)
b. Il genere (rapporto uomo-donna, marito-moglie)
2. La dimensione di potere che si esprime nella relazione tra il soggetto (individuo) e la
realtà materiale (natura), è l’estrinsecazione del primo potere sul mondo, ciò significa
studiare i modelli dell’appartenenza, si configura come un’appartenenza in termini
pluralistici inizialmente e che poi si individualizza.
3. La dimensione di potere che il privato esprime nelle relazioni con un terzo (rapporti tra
consociati), l’obbligazione è il luogo di potere del privato su un privato, cioè del creditore
nei confronti del debitore, quest’ultimo è assoggettato perché responsabile, cioè risponde del
suo inadempimento; tale situazione di obbligazione si realizza in alcune figure, come nel
contratto, o in alcune prive di responsabilità come le obbligazioni naturali in cui non puoi
essere costretto ad adempiere (doveri morali e sociali, art. 2034), o quelle che prescindono
dal rapporto obbligatorio come quella extracontrattuale (art. 2043).
Il momento di contiguità tra il diritto privato e pubblico (costituzionale) si trova nel 1966 quando la
prima lezione di Stefano Rodotà inaugura la corrente dell’INTERPRETAZIONE
COSTITUZIONALMENTE ORIENTATA, cioè l’idea del civilista che dice come il codice del 1942
e gli istituti che lo compongono devono essere sviluppati, interpretati e giurisdizionalmente attuati
(giudici) senza potersi distinguere dai valori presenti nella carta costituzionale ma li deve assorbire,
esso non vive in maniera autonoma ma dev’essere guidato dalla Costituzione.
Il CODICE CIVILE COMMERCIALE ARGENTINO (1871) era filtrato da quello napoleonico ed è
stato profondamente immodificato fino al 2013 quando una Commissione si è occupata della sua
modificazione e ne ha pubblicato uno nuovo nel 2015.
Tale codice presenta dei casi che si devono risolvere attraverso le norme che risultano applicabili
conformemente alla costituzione nazionale e ai trattati in tema di diritti umani dei quali la
repubblica è firmataria (ONU 1848 e ), così come descritto nel suo art. 1.
L’interpretazione entra così nelle relazioni private.
PIETRO BONFANTE (1864-1932), allievo di Scialoja, la sua riflessione scientifica muove dal
carattere politico della famiglia romana arcaica. Egli introduce l’anno politico con “l’originaria
indistinzione tra diritto privato e pubblico”, l’elemento in grado di comprovare tale ontologica
indifferenza è dato dalla FAMIGLIA.
Egli è primo studioso della famiglia, che è anticipazione storica dello Stato e delle sue dimensioni.
La famiglia è di struttura privatistica ma di carattere politico, in quanto ha una funzione di ordine e
sviluppo propria del pater familias.
I MODELLI FAMILIARI NELL’ESPERIENZA ROMANA
Francesco Donato BUSNELLI intitola un articolo intitolato “l’arcipelago familiare”, con
riferimento ad una pluralità di isole che chiamava in causa una vecchia metafora del 1948 di cui è
autore Arturo Carlo JEVOLO, studioso di diritto ecclesiastico, noto per i suoi atteggiamenti
polemici sulla Costituzione, che vedeva in termini eccessivamente generici e che aspirava ad una
scrittura più pragmatica e pensava che avrebbe avuto una futura disapplicazione.
Questa polemica investe in particolare art. 29 che definisce la famiglia, egli formula una metafora in
cui dice che “la famiglia è un’isola che il mare del diritto lambisce, ma lambisce soltanto”, il diritto
si ferma quando la famiglia inizia a vivere e lì si ferma.
All’inizio del 2000 Busnelli recupera tale metafora di argine e diga che frappone una barriera
rispetto all’ordinamento statuario, ma in tali anni non si può più parlare al singolare per cui si parla
di arcipelago (l’isola è diventata un arcipelago), tante prospettive che interpretano il mondo
familiare ma non in modo unitario.
Tale pluralità si è fatta legge, in quanto con la legge Cirinnà del 2016 (il diritto romano inaugura la
regola per cui la legge viene individuata col nome del politico che l’ha prodotta, lex aquilia) ha
disciplinato le unioni civili (diverse dal modello dell’art. 29) e che hanno tradotto tale arcipelago in
legge.
Nella Roma antica non esistono forme familiari non finalizzate alla procreazione, ma solamente
legata ad una visione di famiglia di unione eterosessuale; tale modello si allarga a dimensioni
diverse che vedremo nei brani.
CICERONE
Era un avvocato (retore) e quindi non tecnicamente un giurista, in Roma le due qualifiche non
coincidevano in quanto non coincidevano né le competenze né l’aspetto retributivo.
Il giurista svolge una professione, svolge una missione di giustizia di problemi della convivenza
civile e quindi non è retribuito, è esperto di diritto, fornisce i pareri e formula i responsum, offre
consigli su come garantire l’efficacia di un risultato; vi è sempre il filtro di una competenza tecnica:
è sempre una lettura di un soggetto esperto e sapiente.
Cicerone al contrario è un avvocato, aiuta le parti nei processi basandosi sui responsa dei giuristi, è
un conoscitore della disciplina giuridica ma non la domina; si avvale della conoscenza dei giuristi
che gli consente la conoscenza della disciplina giuridica, ma non la produce, accanto a tale
professione rappresenta il modello di un vero e proprio intellettuale in quanto retore e maestro di
retorica, oltre che letterato e filosofo; la parte più nota è proprio quest’ultima, in particolare con il
“De Officis”.
DE OFFICIS
Cicerone lo scrive con una consapevolezza di una vita alla sua fine, dedicandolo al figlio Marco e
priva di dialogo ma in forma epistolare; scritta nel 44 A.C., due anni prima Cesare ha sconfitto
Pompeo e inaugurato un sistema politico che lo rende unico titolare del potere, scavalcando la
pluralità di poteri della Costituzione repubblicana costruita su tre organi: il senato, il comizio
(assemblea dei cittadini) e i magistrati (esecutivo).
Dal 46 al 44 Pompeo mantiene un comportamento sottotono.
Cesare assume la carica di dittatore a vita nel 44, esteriorizzazione che il potere si inaugura come
una vera e propria dittatura a vita.
Da febbraio alle idi di marzo matura il complotto per uccider Cesare, che entrando in senato viene
pugnalato, si sostiene che Bruto nel pugnalare abbia pronunciato “cicerone”, sebbene egli non
aveva partecipato era comunque il repubblicano per eccellenza.
La morte di Cesare è l’inizio della fine in quanto essa determina l’apertura di un conflitto tra
Antonio e Ottaviano che si proclamavano eredi.
Il primo si fa interprete della reazione popolare, il secondo è assunto da Cicerone come colui che
può sostenere la posizione dei cesaricidi.
Cicerone si pronuncia con le Filippiche, orazioni contro Antonio a sostegno di Ottaviano.
Il 44 si chiude con la scrittura del De Officis.
Il 45 si apre con lo scontro tra i due e la vittoria di Ottaviano a Modena, che si fa eleggere console a
Roma e da nemico di Antonio ne diventa alleato; da tale alleanza viene chiesta la testa (e le mani
che poi saranno esposte nel senato, in quanto sono esse che hanno scritto e pronunciato le parole
contro la compagna di Antonio) di Cicerone.
Il De Officis (“i doveri”) è quindi l’ultima opera per tali questioni e nella stessa emerge la sua
consapevolezza della fine.
È un trattato filosofico con un’inclinazione stoica fortissima unito alla lettura tipica dell’esperienza
romana di costruire una classe dirigente (la ricerca di una forma di governo per la pacificazione e la
crescita: il bonum omnium cioè il bene pubblico), si tratta di una riflessione sul tipo di
comportamenti che è necessario assumere in vista di una gestione politica efficiente, alla luce delle
guerre ciivli di cui egli sarà stesso vittima.
Cicerone, De Officis 1,17,54:
“Infatti, poiché questo per natura è comune di tutti gli esseri viventi e cioè il fatto
che tutti abbiano l’impulso a riprodursi, la prima forma di società risiede
nell’unione coniugale (matrimonio) la seconda nel legame con i figli…”
Sono due i concetti che emergono da questo brano, due parole attorno a cui ruota la definizione
ciceroniana:
La NATURA
La SOCIETÀ, organizzazione di livelli societari, del coniugio e in liberis
Art. 29 C.: “la repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul
matrimonio”; i due concetti vengono filtrati dalla nostra carta costituzionale vigente, specchiata
sulla definizione ciceroniana.
Un trattato che ha come ratio di insegnare al figlio un nuovo sistema politico che riesca a superare
lo spaccato di guerre civili, parte innanzitutto da cosa sia il NUCLEO FAMIGLIARE con una
lettura naturalistica (empirico-sperimentali), osservando tutte le specie viventi sono sostenute da un
istituto alla riproduzione che serve a garantire la conservazione della specie.
La riflessione non parte dell’uomo ma dalla natura (Aristotele), non è una prospettiva
immediatamente antropocentrica.
Dal dato empirico arriva il modello che si traduce nel MATRIMONIO, coniugazione di coppie
eterosessuali per la procreazione.
Il matrimonio è il primo momento aggregativo, in quanto la famiglia è la prima dimensione di
comunità e di un contesto collettivo in cui siamo collocati.
“e ciò è il fondamento (momento iniziale dell’aggregazione più complessa che è
lo Stato) della città, il vivaio (luogo in cui si raccolgono i semi che dovranno
dare i nuovi frutti) dello Stato”
Il seminario è il luogo in cui cresceranno i nuovi cittadini, Cicerone dà alla famiglia una
responsabilità importantissima in quanto deve continuare a costituire la base dello Stato.
Il momento descritto da cicerone rappresenta gli ultimi quindici anni della Repubblica (“una
repubblica al tramonto” come descritta da cicerone stesso in una lettera ai familiari).
DIGESTO
Il secondo documento ci sposta su un’epoca lontanissima ma ugualmente tramonto e preludio di una
fine, in questo caso dell’Impero Romano.
Il Digesto ci porta a Costantinopoli nel 527 d.c., una data fondamentale in quanto corrisponde a
quella in cui sale al trono l’imperatore Giustiniano ed è a lui che si lega l’intero Corpus Iuris
Civilis; dalla fine del IV secolo la storia romana cambia in modo radicale, con la morte
dell’imperatore Teodosio nel 395 d.c. l’impero romano, fino a quel momento unitario ed esteso per
tre continenti, viene diviso in due parti:
Impero romano di occidente
Impero ormano di orientale
Tale divisione politica e amministrativa aveva come ratio immaginare strutture che fossero in grado
di meglio resistere alle pressione dei barbari alle frontiere, gli imperi romani hanno dismesso la loro
vocazione espansionistica, inaugurando una stagione difensivistica e proprio per permettere la
realizzazione di tali obbiettivi di difesa che si comprende il perché la capitale della parte occidentale
viene spostata da Roma (ormai decaduta) a Milano e poi Ravenna (anche per la sua conformazione
geografica circondata da paludi veniva considerata meglio difendibile), la capitale della parte
orientale invece fu inaugurata nel 330 era Costantinopoli, dal 395 in poi rimarrà come capitale
unica.
In tale anno dunque i due destini delle due parti si divaricano, l’esito a cui ciascuna di esse sarà
chiamata non sarà comune, l’una cadrà più rapidamente l’altra sopravvivrà mantenendo il peso di
una tradizione grandissima ormai però esaurita.
L’obbiettivo di difendere più facilmente l’impero è un obbiettivo che non riesce a mantenere le
aspettative, la PARTE OCCIDENTALE nel 476 d.c. cade sotto i colpi di una federazione guidata da
Odoacre, Roma subisce uno dei tanti sacchi drammatici, le insegne imperiali vengono spedite in
oriente (segnale di una fine) e l’ultimo imperatore Romolo Augustolo viene deposto e esiliato.
La parte occidentale diventa il luogo delle esperienze politiche e legislative “Romano barbariche”,
frutto di questo trapianto/contaminazione tra l’elemento locale e quello nuovo rappresentato dalla
Cultura dei popoli barbari.
La PARTE ORIENTALE rimane l’unica a mantenere l’identità del mondo classico e che sente il
peso di una sorta di eredità di cui è custode, tale vocazione ad interpretare un senso di continuità nei
confronti dell’epoca classica trova il suo modello esemplare nella figura dell’IMPERATORE
GIUSTINIANO.
Il suo sarà un regno molto lungo (morirà nel 565 d.c) ed importante, spesso valutato in modo
contraddittorio, ma il filo di continuità è proprio il legame col passato e l’esperienza classica che lui
avverte e di cui si fa testimone fattivo, cercherà infatti di ricreare l’impero Romano classico,
volendo anche riconquistare i terreni ormai barbari.
Secondo obbiettivo, con valutazione invece concorde degli studiosi, è realizzare il recupero della
tradizione giudica classica, di un patrimonio che sia era radicato dalla fine dell’età repubblicana
fino a tutta l’età classica; si tratta di un obiettivo ambizioso e il risultato sarà imponente, anche
grazie alla presenza di un’importante figura che lo affiancherà: TRIBONIANO, diventerà ministro
con un imponente capacità tecnico-giudica e in grado di coniugare l’ambizione di costruire
materiale giuridico per governare il futuro insieme alla complessità e consapevolezza storica di una
cultore dell’antichità.
La compilazione giustinianea occupa un breve spazio di tempo (5 anni) e si articola in più opere:
Codex Iustininus il progetto parte nel 528 con la costituzione ec que necessario e nel 529
viene pubblicato con la costituzione sum rei publicae; nel progetto esso era una raccolta di
costituzioni imperiali emanate dagli imperatori dei secoli precedenti e che risultavano
vigenti nel loro contenuto, in grado di costituire la base normativa del tempo futuro. Nel
linguaggio post classico le costituzioni imperiali vengono denominate come leges e il Codex
è quindi una raccolta di leges.
Il Codex è andato perduto e si dimostrò inadeguato di fronte ad un’intensa attività legislativa
portata avanti da Giustiniano, tanto che si avvertì al necessita di procedere ad una nuova
edizione.
Nel 533 Giustiniano affida ad una Commissione ristretta guidata da Triboniano affida la
stesura di una nuova stesura, il Codex Repetitae Prelectionis (534)
Le Istitutiones Iustinianum un’altra commissione di due professori elabora
contemporaneamente tale opera, esse saranno emanate nel 533 nei confronti di una gioventù
desiderosa di conoscere il diritto; esse costituivano il manuale per lo studio e l’insegnamento
del diritto e ripetevano il titolo proprio della tradizione con cui l’esperienza classica aveva
inaugurato l’insegnamento del diritto. Le istitutiones era il genere letterario della
manualistica; esso sostituisce un’epoca in cui l’insegnamento era affidato ai singoli
professori e alle loro modalità di organizzare l’insegnamento (erano spesso usate le
istituzioni di Gaio (130), uno dei pochi pervenuto quasi nella sua totalità); i professori
incaricati avevano tenuto molto presente il modello di Gaio volendolo sostituire da uno più
moderno. L’intento dell’imperatore è di non lasciare ignorata la componente didattica e di
garantire anche un modello unitario e uniforme di manuale giuridico.
Digesto il titolo greco “Pandette” (sta a significare l’importanza di quest’opera e la
volontà di partecipare a quella componente culturale bilinguistica greco-latina), si tratta di
una selezione in brani e una trascrizione di essi all’interno della raccolta.
Il suo progetto prende il via nel 530 con un’apposita costituzione deo auctore con cui
Giustiniano incarica Triboniano di procedere affidandogli il compito di scegliersi anche i
professori (4) e avvocati (12); l’imperatore chiede loro di procedere ad una raccolta di
frammenti di opere classiche della scientia iuris che nel linguaggio giuridico post classico
vengono denominate iura; il digesto infatti è una raccolta di Iura (e non di leges come il
Codex).
Sicuramente l’indicazione è stata alimentata da Triboniano e dalla sua cultura, ma
l’obbiettivo è fatto proprio dell’imperatore.
Il Digesto vede la luce nel 533, sono stati consultati circa 2000 volumi di scritti
giurisprudenziali da cui sono stati raccolti i frammenti (9000) poi catalogati. Probabilmente
essi non lessero collegialmente tutte le opere, ma piuttosto la lettura di singole parti fu
affidata a sottocommissioni per poi effettuare un lavoro di sintesi collegiale.
È imponente non solo la densità di frammenti, ma anche per il taglio con cui i materiali
furono raccolti, con una prospettiva destinata a rendere quest’opera fruibile a tutti coloro
che lavoravano nel mondo del diritto e che quindi frutto di un metodo ordinato, sistematico.
Il digesto è distribuito in 50 libri, ciascuno articolato in titoli tutti accompagnati da
un’indicazione dell’argomento affrontato in quel libro (tranne tre), i frammenti ritagliati
vengono raccolti secondo un CRITERIO SISTEMATICO RATIONE-MATERIA, cioè
secondo argomento e in base a questo collocati nel titolo a tale argomento dedicato;
all’interno del titolo ogni frammento è accompagna
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