Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

26

Ottaviano Augusto, nel 27 a.C., per costruire uno dei pilastri fondamentali del nuovo

regime imperiale. La fortissima organizzazione militare, creata dalla lex Gabinia, non

poteva limitarsi alla campagna, assai breve in verità, contro i pirati, né in essa avrebbe

forse neppure trovata una sufficiente ragion d’essere. Un’altra legge di Gabinio sostituiva

nuovamente il Senato nelle sue attribuzioni e decideva di non prorogare il comando di

Lucullo nella guerra contro Mitridate VI Eupatore: l’anno successivo, 66 a.C., una nuova

legge del tribuno C. Manilio, attraverso contrasti e sopraffazioni, lo attribuiva a Pompeo,

assicurandogli ancora per qualche tempo la continuazione del suo potere. Anche l’impresa

contro Mitridate fu coronata dal successo: così, nel 63 a.C., l’intera area orientale fu

riorganizzata e sottomessa al dominio romano.

. . : P , C C

9. I L C D PRIMO TRIUMVIRATO OMPEO RASSO E ESARE E LA LOTTA POLITICA

TARDOREPUBBLICANA

A Roma tuttavia un difficile cómpito politico attendeva il generale vittorioso: egli doveva

far approvare la concessione di terre per il mantenimento dei suoi veterani e far ratificare

le misure da lui prese in Oriente. Si temeva che Pompeo, alla testa del suo esercito,

avrebbe spezzato con la violenza la prevedibile resistenza del Senato. Egli, al contrario,

una volta sbarcato a Brindisi, congedò i suoi uomini. Il Senato, scampato questo grave

pericolo, non volle desistere dalla sua politica ostruzionistica. Nella situazione di difficoltà

in cui si trovava, Pompeo strinse un’alleanza con M. Crasso e C. Giulio Cesare (60 a.C.).

Quest’ultimo, proveniente da una famiglia patrizia imparentata con Mario e altri capi

della fazione popolare, si candidò, giovandosi dell’appoggio dei suoi alleati politici, al

consolato per l’anno 59 a.C. Il patto privato tra i tre capi fazione prevedeva la concessione

di terre per il mantenimento dei veterani di Pompeo e la ratifica dei suoi provvedimenti in

Oriente. Essi si accordarono sul principio fondamentale che nessuno di loro potesse recare

danno agli interessi degli altri alleati. Questo patto tra l’uomo più potente, l’uomo più

ricco e quello più geniale dal punto di vista politico si rivelò davvero l’inizio della fine

della repubblica. Eletto console, Cesare portò a termine, ricorrendo ampiamente all’uso

della forza, il programma concordato con i suoi alleati. Una legge tribunizia assegnò a

Cesare un comando quinquennale straordinario sulla Gallia cisalpina e l’Illirico; a questi

territori, dal Senato piegato e rassegnato, fu aggiunta anche la Gallia Transalpina. Le

campagne galliche, durate per circa nove anni, dimostrarono le straordinarie capacità

militari di Cesare, che acquistò in tal modo enorme popolarità e immense ricchezze. Nella

primavera del 56, i tentativi di costringere Cesare a rendere conto del suo comportamento

nelle Gallie erano giunti a un punto tale che egli dovette temere lo scioglimento del

triumvirato. Cesare prese una contro iniziativa: a Lucca l’accordo venne rinnovato. Crasso

e Pompeo ottenevano il consolato, mentre leggi tribunizie assicuravano ai triumviri le più

importanti province dell’Impero. : C

10. L

A GUERRA CIVILE TRA CESARIANI E POMPEIANI LE RIFORME COSTITUZIONALI DI ESARE

La morte di Crasso, nel 53, durante la guerra da lui stesso iniziata contro i Parti (battaglia

di Carre), poneva, senza alcuna possibilità di mediazione, i due capi fazione superstiti

l’uno di fronte all’altro. Cesare progettava di farsi eleggere, al termine dell’intervallo

decennale, console per il 48 a.C., ma doveva evitare di presentare personalmente la

propria candidatura a Roma: non vi era alcun dubbio che i suoi nemici lo avrebbero

accusato, non appena egli, ritornato semplice privato, fosse stato perseguibile in giudizio.

Per questo motivo egli si era assicurato il privilegio, attraverso una legge tribunizia, di

poter presentare la propria candidatura in assenza. Il motivo scatenante del conflitto tra

Pompeiani e Cesariani fu appunto l’implicita abrogazione di questa norma: si impedì, in

ogni caso, la proposizione di candidature in absentia. All’inizio del 49 a.C., Cesare venne

27

rimosso dal comando e richiamato a Roma. Egli rispose con l’invasione dell’Italia: la

guerra civile era iniziata. La sua prima fase si concluse con la battaglia di Farsalo (48 a.C.),

ove Cesare riuscì a ottenere una decisiva vittoria. La vita di Pompeo, assassinato per

ordine del re d’Egitto, si concluse in quello stesso anno. La resistenza repubblicana,

tuttavia, fu spezzata soltanto nella primavera del 45 a.C., dopo la battaglia di Munda in

Spagna. Cesare tentò, in campi diversi, profonde riforme (46 – 44 a.C.), attraverso

un’intensa attività legislativa. Sul piano costituzionale, gli eventi più importanti si

collocano tra la fine del 45 e gli inizi del 44 a.C. Nell’ottobre del 45 Cesare abdicò al

consolato, ma la carica gli fu attribuita con durata decennale, come già era accaduto con la

dittatura (febbraio 46 a.C.). Ai primi del 44 gli fu attribuita la dittatura perpetua. La

differenza con quella precedente non è irrilevante. Quest’ultima era, di fatto, senza limiti

di tempo, ma giuridicamente restava pur sempre temporanea. Con il conferimento della

dittatura a vita, invece, Cesare diventava dictator perpetuo. Infine, l’attribuzione, senza

limiti di tempo, del potere censorio, impropriamente definito dalle fonti praefectura morum,

conferiva al dittatore un potere di controllo su tutta la cittadinanza, compreso il Senato, e

quindi facoltà dispotiche sulle singole persone. Cesare, tuttavia, commise un errore fatale

che lo condusse alla morte. Con alcuni atti pubblici di elevato valore simbolico, egli diede

l’impressione, confidando nel consenso delle masse popolari, di contemplare fra i progetti

d’innovazione costituzionale la creazione di una figura di monarca, un re che ovviamente

si sarebbe identificato con la sua persona. Se l’oltrepassare, con un esercito in armi, il

confine dell’ager Romanus (il famoso episodio del Rubicone) aveva interiormente turbato lo

stesso Cesare, infrangere il principio antimonarchico (odium regni), che coincideva con la

stessa identità costituzionale di Roma repubblicana, fece sorgere contro di lui una

coalizione che comprendeva anche importanti esponenti della sua fazione. L’assassinio di

Cesare fu ordito e perpetrato, con spettacolare simbolismo, nella sede dell’assemblea

senatoriale (15 marzo del 44 a.C.). Le élites dirigenti, per quanto disgregate e stremate da

un secolo di conflitti civili, non erano in alcun modo disposte a tollerare un monocrate che

governasse senza il rispetto, almeno formale, dei principii basilari dell’ordinamento

repubblicano. La necessaria riforma delle istituzioni non poteva risolversi nella semplice

sostituzione della repubblica oligarchica con un sistema di tipo monocratico. Occorreva

percorrere una via intermedia: salvare l’ordinamento repubblicano pur trasformandolo

profondamente.

VI. L

A NASCITA DEL PRINCIPATO

1. I : M. A , C. G C O M. E

L SECONDO TRIUMVIRATO NTONIO IULIO ESARE TTAVIANO E MILIO

L

EPIDO

I promotori della congiura, M. Giunio Bruto in particolare, ritenevano che, con

l’eliminazione del dittatore, si potesse ottenere la libertà e che, riconoscendo i diritti

stabiliti da Cesare e le aspettative che egli aveva soddisfatto, si potesse evitare una guerra

civile. Questo calcolo, alla fine, si rivelò errato. Il console in carica M. Antonio, dopo

qualche esitazione, riuscì a escludere i cesaricidi dalla gestione degli affari politici.

Antonio, tuttavia, trovò presto un pericoloso rivale in C. Ottavio, il pronipote di Cesare. Il

dittatore, nel testamento, aveva nominato suo erede principale questo giovane – allora di

soli diciannove anni – e gli aveva concesso il diritto di portare il suo nome (C. Giulio

Cesare). Ottaviano (od Ottavio, come era chiamato per spregio dai suoi nemici) accettò

l’eredità e venne in conflitto con Antonio. L’erede di Cesare coagulò attorno alla sua

persona gli interessi e i sentimenti di lealtà di molti cesariani. L’ora del confronto armato

28

arrivò quando Antonio volle impadronirsi, prima del tempo, della Gallia Cisalpina, che gli

era stata attribuita da una legge per cinque anni, contro la volontà del Senato. Ottaviano

reclutò tra i veterani del prozio un esercito privato e, grazie alle sue promesse, attirò dalla

sua parte due legioni regolari. Si trattava di alto tradimento (lesa maestà). Ottaviano aveva

bisogno d’un riconoscimento ufficiale dei comandi che si era illegalmente arrogato e cercò

dunque l’alleanza con il Senato. Il ruolo di mediatore toccò a M. Tullio Cicerone. In Senato,

Cicerone impose che si assegnassero comandi straordinari al giovane erede di Cesare e ai

cesaricidi M. Bruto e C. Cassio, che nel 43 a.C., avevano guadagnato alla causa

repubblicana l’intero Oriente. In primavera l’oratore, alfiere d’una restaurazione

repubblicana pur profondamente rinnovata nei suoi presupposti politici, parve essere

vicino alla vittoria: Antonio fu battuto presso Modena e costretto a ritirarsi nella Gallia

Transalpina. Tuttavia ben presto arrivò il voltafaccia: Ottaviano sapeva che non sarebbe

sopravvissuto politicamente alla sconfitta dei cesariani. Alla testa dei suoi soldati chiese e

ottenne il consolato, si alleò (accordo di Bologna) con Antonio e M. Emilio Lepido, il

principale luogotenente del suo prozio, mettendo sotto processo i cesaricidi.

: T 43 .C.

2. I L CONTENUTO DEI POTERI TRIUMVIRALI LA LEX ITIA DEL A

L’accordo tra i tre esponenti della fazione cesariana, a differenza del primo triumvirato che

rimase sempre una semplice amicizia privata, fu definito da una lex (la lex Titia novembre

43 a.C.) istitutiva della nuova magistratura dei IIIviri rei publicae constituendae, di durata

quinquennale. Essa ebbe come modello non tanto la dittatura cesariana quanto, piuttosto,

la dittatura sillana. Come quest’ultima, infatti, essa comportava, assieme a poteri

coercitivi, anche nel giudizio capitale, sottratti a ogni forma giuridica, anche la capacità

per ogni sorta di normazione e statuizione (leggi date, imposizione di tributi, ordinare

leve, nominare senatori, scegliere gli alti magistrati, espropriare, fondare colonie, battere

moneta etc.). Il nome di dictatura fu evitato non solo perché, in questo caso, i titolari

sarebbero stati più di uno, ma, soprattutto, in ragione del fatto che questa magistratura era

stata recentemente abrogata (lex Antonia del 44). La contitolarità, nel triumvirato, doveva

esservi, non nel segno della collegialità, che avrebbe comportato la possibilità d’una

reciproca intercessio, ma, piuttosto, d’una vera ‘poliarchia’, implicante, dunque, la

possibilità di collisione tra i rispettivi àmbiti. Proprio per tal motivo era necessario

prefigurare, in via d’accordo tra i titolari, una precisa ripartizione territoriale e un

coordinamento dei rispettivi cómpiti. Nel 42, a Filippi, i cesariani alleati annientarono gli

eserciti dei cesaricidi. Lepido, dopo la vittoria, fu accontentato con l’Africa; Antonio

ottenne l’Oriente e in un primo momento anche le Gallie; Ottaviano l’Italia e le rimanenti

province occidentali. Al pronipote di Cesare toccò anche l’ingrato fardello di assegnare

terre in Italia ai veterani. Questo risultato non poteva essere raggiunto senza ricorrere a

espropri. Del resto, anche il cómpito di rifornire Roma di grano si rivelò assai difficile, a

causa del controllo sui mari esercitato da Sesto Pompeo. A tutto ciò si aggiunsero le lotte

di potere ingaggiate dai sostenitori di Antonio (guerra di Perugia 41 – 40 a.C.). Tuttavia

gradualmente il rapporto di forza si spostò a favore di Ottaviano. Antonio si dedicò a

rinsaldare il dominio romano in Oriente. Impegnato in questo sforzo, egli non era in grado

di mantenere la propria influenza in Occidente. A poco a poco, il fatto che Ottaviano

controllasse l’Italia si rivelò conveniente. Quando, alla fine del 33, la carica triumvirale,

rinnovata a partire dal 37 , giunse alla sua scadenza, la resa dei conti tra i due

15

Non è chiaro se questo periodo di tempo fosse computato retroattivamente dal 1° gennaio del 37 a.C. o

15

solo dal 1° gennaio del 36. E’, in ogni caso, significativo che Ottaviano facesse convalidare formalmente il

29

contendenti, che già dal 35 a.C. avevano completamente esautorato Emilio Lepido,

divenne inevitabile. O A : A (31 .C.)

3. L

A GUERRA CIVILE TRA TTAVIANO E NTONIO LA BATTAGLIA DI ZIO A

Il legame che Antonio aveva stretto con la regina lagide d’Egitto Cleopatra diede a

Ottaviano un comodo, quanto efficace, pretesto, per trasformare la guerra civile in una

guerra esterna. Ottaviano, profittando della delazione d’alcuni seguaci d’Antonio, riuscì a

impossessarsi del testamento di quest’ultimo. Letto in Senato e al popolo, servì a disvelare

i progetti d’Antonio: questi, oltre a precostituire eredità ingenti per i figli generati da lui e

Cesare con Cleopatra, aveva anche disposto per la propria sepoltura ad Alessandria.

Antonio appariva, dunque, un romano degenerato o, meglio ancora, un vero incapace,

bisognoso in quanto tale d’essere privato di tutto il potere. La guerra, rispettando le forme

tradizionali del diritto feziale, fu dichiarata alla regina d’Egitto. Antonio, negando validità

alla destituzione disposta contro di lui, si sentiva, oltre che tuttora investito del potere

triumvirale, costretto a condurre una nuova guerra civile. Ottaviano, viceversa, una volta

deposti i propri poteri triumvirali (Tac. Ann. 1.2.1 posito triumviri nomine) procurò, per

legittimarsi dal punto di vista giuridico, che la totalità dei Romani d’Italia

(ricomprendente dal 42 a.C. anche l’antica provincia di Gallia Cisalpina) esprimesse, per

mezzo d’un giuramento, fedeltà alle determinazioni politiche sue (e della sua parte) (R.G.

25 Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua). La vastità del consenso, pur in assenza della

forma comiziale, legittimava non solo l’attribuzione del comando militare (R.G. 25 … et me

belli … ducem depoposcit), ma anche poteri più vasti (R.G. 34 … postquam bella civilia

exstinxeram per consensum universorum potitus rerum omnium …). Lo stesso giuramento fu

pronunciato, infine, dagli abitanti di tutte le province occidentali (R.G. 25 …Iuraverunt in

eadem verba provinciae Galliae, Hispaniae, Africa, Sicilia, Sardinia). La decisione della guerra si

ebbe nel 31 a.C., con la battaglia navale di Azio. Un anno più tardi Ottaviano conquistò

l’Egitto e Alessandria, mentre Antonio e Cleopatra si toglievano la vita. Eliminati e battuti

tutti gli avversari: nessuno poteva contendere a Ottaviano il potere assoluto. L’esempio

tracciato da Cesare, tuttavia, suscitava ancora orrore: occorreva trovare forme giuridiche

d’esercizio del potere che apparissero accettabili alle élites tradizionali.

. . 27 .C.: A

4. L

A C D RESTITUTIO DELLA RES PUBLICA NEL GENNAIO DEL A IL TITOLO DI UGUSTUS

Negli ultimi giorni del 28 a.C., Ottaviano pubblicò un editto, con il quale annullava tutte le

disposizioni illegali e contrarie al diritto eventualmente assunte durante il periodo

triumvirale. Infine, all’inizio del nuovo anno, ebbe luogo la restitutio rei publicae al Senato e

al popolo, il ripristino, cioè, della normalità istituzionale, in conseguenza della quale

Ottaviano, restando console assieme al proprio collega, conservava, in ogni caso, la

pienezza dell’imperium. Il 13 gennaio del 27 a.C., Ottaviano, in quanto console, propose al

Senato la rinuncia ai propri poteri straordinari. In seguito a questo atto, e a certe misure

che non si conoscono con precisione, il Senato decretò in suo onore la corona civica di

foglie di quercia per aver salvato cittadini (ob cives servatos). Il 15 o il 16 gennaio il Senato e

Ottaviano elaborarono un senatoconsulto, successivamente approvato con legge, che

definiva i termini di una divisione dei poteri e delle province: questo provvedimento, di

fatto, segnò la nascita del regime imperiale. L’elemento più significativo del dispositivo,

che esamineremo fra breve, fu l’attribuzione a Cesare Ottaviano del titolo di Augustus.

Questo soprannome, preso in prestito dalla sfera augurale, era legato al dominio

dell’auctoritas. Il suo detentore era perciò dotato di una capacità e di una felicitas d’azione

rinnovo da parte dell’assemblea popolare: assunse infatti l’appellativo di triunviro per la seconda volta

triumvir rei publicae constituendae iterum. Antonio, al contrario, trascurò queste sottigliezze giuridiche. 30

eccezionali. Il titolo significava letteralmente “dotato del massimo della forza sacra”,

abilitando il principe a portare a termine, con pieno successo, ogni compito affidatogli. Gli

antichi lo comparavano esplicitamente alla parola augurium (letteralmente “constatazione

della presenza del massimo della forza sacra”) e al verbo augere (“accrescere”). In tal modo

si equiparò, implicitamente, Ottaviano all’eroe eponimo della città, al suo fondatore,

Romolo. A 27 .C.: ’

5. L

A DEFINIZIONE DEI POTERI CONFERITI AD UGUSTO NEL A L IMPERIUM SULLE

PROVINCIAE NON PACATAE

In conseguenza delle determinazioni assunte nella seduta del 15 (o 16) gennaio, il Senato

avrebbe amministrato direttamente le province attraverso proconsoli di rango consolare o

pretorio, estratti a sorte, tra gli ex consoli e gli ex pretori, secondo il modo tradizionale

(fissato dalle leggi di Silla e di Pompeo). Il principe, dal canto suo, riceveva l’incarico di

governare per dieci anni le Spagne, le Gallie, la Siria e di comandare le truppe dislocate in

queste province, in virtù del suo imperium consolare, attraverso legati di rango consolare o

pretorio, definiti, proprio per questo, legati Augusti pro praetore.

23 .C.: . .

6. L

A SVOLTA DEL A LA TRIBUNICIA POTESTAS E IL C D IMPERIUM MAIUS ET INFINITUM

Gli anni seguenti furono decisivi. La situazione politica rimaneva confusa. La crisi scoppiò

nel 23 a.C. In seguito a una cospirazione e al termine di una grave malattia, Augusto

decise, in giugno, di rinunciare al consolato, che aveva rinnovato tutti gli anni a partire dal

29, e di fare così un passo decisivo nella costruzione d’un nuovo ordine costituzionale. In

cambio, il Senato e il popolo gli accordarono, a titolo vitalizio, la potestà tribunizia,

accompagnata dal diritto di convocare il Senato e di poter fare una relatio (proposta) per

primo in ogni seduta di quest’assemblea (ius primae relationis). D’altra parte, egli

continuava a governare l’enorme provincia che gli era stata affidata fino al 18, ma ormai

esercitava il potere consolare in quanto promagistrato (proconsole). Quando Augusto,

nelle province, voleva denominare questo potere magistratuale nella propria titolatura,

adoperava il termine proconsul, come proprio ora è stato confermato da un editto scoperto

recentemente, che egli emanò nel 15 a.C. (riferito dalla cosiddetta Tessera Paemeiobrigensis)

per una comunità della Spagna nord occidentale (provincia Transduriana). A tal proposito il

senato e il popolo precisarono che l’imperium del principe, diventato proconsolare, dopo la

sua rinuncia al consolato, non si sarebbe estinto quando avesse passato il pomerium e

sarebbe stato, in ogni caso, superiore a quello dei governatori delle province.

Conformemente alla tradizione, l’imperium proconsulare implicava il comando dell’esercito.

Tuttavia l’imperium esercitato dall’imperatore si distingueva da quello dei proconsoli della

repubblica, in quanto era accordato a titolo vitalizio, benché, sotto Augusto, fosse ancora

periodicamente rinnovato. Questo potere era illimitato, svincolato dalle regole coercitive

legate al superamento del pomerium di Roma, ed esteso a tutte le province dell’Impero, non

soltanto a quelle attribuite ad Augusto nel 27, ma anche, se necessario, alle province

senatorie, in virtù del principio che nessun imperium poteva essere superiore a quello del

principe. Così Augusto poteva arruolare le truppe o controllare la leva, dare istruzioni ai

proconsoli (mandata), emanare regolamenti speciali o entrare nel merito di questioni

particolari. L’Italia e Roma erano escluse da questo imperium, e d’altra parte le legioni vi

penetravano solo per celebrare il trionfo. La superiorità esclusiva dell’imperium

proconsolare appare chiaramente quando si considera che tutte le operazioni militari si

svolgevano sotto gli auspici esclusivi del principe: di qui derivò che, dopo un breve

periodo transitorio (fino al 18 a.C.), solo l’imperatore e gli eventuali coreggenti

continuassero a celebrare il trionfo. Nello stesso tempo il potere di coercizione, inerente

31

all’imperium proconsolare, abilitava l’imperatore a esercitare una giurisdizione civile e

penale, in prima istanza, e – in ragione del suo imperium maius – in appello (vd. Mantovani

§ 18.9). La potestà tribunizia non faceva dell’imperatore un tribuno della plebe: erano suoi

colleghi solo coloro che esercitavano come lui la potestà tribunizia, in altri termini, i

coreggenti. D’altronde questo potere non era attribuito al principe per un solo anno, ma a

titolo vitalizio: veniva perciò rinnovato a una data che finì con l’essere fissata al 10

dicembre (data tradizionale di entrata in carica dei tribuni della plebe), indubbiamente a

partire dagli anni 98 o 99 d.C. Sono, del resto, gli anni di potestà tribunizia che permettono

di contare gli anni di regno. Oltre ai privilegi onorifici e alla sacrosantità, ossia

l’inviolabilità assoluta della persona e delle decisioni, la potestà tribunizia attribuiva al

principe un potere temibile, che si adattò tuttavia al contesto nuovo e specialmente alle

modificazioni che vennero introdotte nel sistema comiziale durante l’Impero. E’ per

questo motivo che noi conosciamo solo opposizioni imperiali contro i senatoconsulti o

contro le decisioni dei magistrati, soprattutto in materia giudiziaria. In virtù del diritto

d’auxilium i principi si servivano della potestà tribunizia per reprimere abusi e per

proteggere la plebe. I primi imperatori fecero anche uso dei poteri tribunizi, a cominciare

dal diritto di convocare il senato, e, soprattutto, del diritto di convocare il popolo (la plebe)

e di proporgli delle leggi, perché è provato che le leggi sui brogli elettorali, il celibato e le

materie matrimoniali furono proposte da Augusto alla plebe in virtù della sua potestà

tribunizia. Infine, aspetto non trascurabile della potestà tribunizia, l’opposizione dei

tribuni della plebe propriamente detti, che continuava a essere esercitata, perdeva la sua

temibile forza, perché non poteva scontrarsi con la potestà tribunizia del princeps.

:

7. A LTRI ONORI E POTERI CONFERITI AL PRINCIPE IN PARTICOLARE IL PONTIFICATO MASSIMO

A partire da Augusto, come regola generale, fin dal loro avvento i principi furono eletti e

cooptati in tutti i collegi sacerdotali pubblici. Il fatto di appartenere a tutti collegi,

soprattutto a quelli la cui missione era di esercitare e di rivelare il diritto sacro, i quattro

collegi detti maggiori, permetteva di controllare dall’interno le cooptazioni sacerdotali e

soprattutto le regole di diritto sacro dettate al Senato e ai magistrati in caso di bisogno. Per

di più, da quando Augusto fu eletto pontefice massimo, il 16 marzo del 12 a.C., tutti i

principi ricevettero, in occasione dell’avvento al trono, questa dignità, che permetteva loro

di controllare l’intera vita religiosa pubblica.

8. D EFINIZIONE GIURIDICA DEL PRINCIPATO

Punto di partenza obbligato per un discorso sul principato, dal punto di vista giuridico-

costituzionale, è la teoria del Mommsen. Egli coglieva il principato come diarchia, fra

principe e Senato, due poteri sommi, sovraordinati a tutto il vasto e complicato sistema

imperiale. Da una parte v’erano l’Italia e le province amministrate dal Senato; dall’altra le

province imperiali, ove l’imperatore aveva le sue legioni. A tale duplicità

dell’amministrazione delle province corrispondeva una duplicità di funzionari e di

carriere. Da una parte i governatori delle province senatorie, dall’altra quelli delle

province imperiali: i primi, promagistrati, come era di regola nella tarda repubblica; i

secondi, legati Augusti propraetore, che dipendevano dall’imperatore. Questi ultimi, però, in

. Né la distinzione

omaggio al principio diarchico venivano presi dal ceto senatorio

16

L’unica eccezione rilevante è rappresentata dall’Egitto, governato da un praefectus di rango equestre, che

16

comandava prima tre, poi due sole legioni. Altri territori minori, come la Iudaea, lee Asturie, la Rezia, erano

amministrati da praefecti (in seguito prevalse l’impiego del termine procurator) appartenenti al medesimo

ordine: ma si tratta di eccezioni più apparenti che reali, perché questi prefetti equestri non erano autonomi

governatori provinciali ma gestivano territori più limitati sotto il comando superiore di un amministratore

32

riguardava soltanto le province. Vi era altresì la duplicità dell’amministrazione finanziaria:

non già una sola cassa (l’erario) come ai tempi repubblicani, bensì due: l’aerarium populi

Romani, amministrato dal senato, e il fiscus Caesaris, gestito dall’imperatore. La diarchia,

tuttavia, anche, come mera finzione giuridica, non riesce a dar conto della realtà del

principato. Di alcune anomalie di tale ricostruzione si rese conto anche il Mommsen, il

quale aggiunse una spiegazione complementare: la teoria del commonwealth. La diarchia

Imperatore-Senato poteva essere intesa come una divisione di poteri nell’ambito d’un

vasto commonwealth, analogo a quello britannico: ove però il governo di Londra si

occupasse soltanto degli affari dell’Inghilterra, mentre gli affari dei dominions spettassero

all’esclusiva competenza della Re (al quel tempo la regina Vittoria), imperatore delle Indie.

Questa nuova formulazione ci abitua a guardare all’Impero dal punto di vista delle

province. Da questo versante, l’imperatore appare in una posizione diversa e più alta

rispetto all’ordinamento senatorio, in un atteggiamento di protezione e di tutela. Si apre

così la strada alla formulazione della tesi del protettorato. Secondo V. Arangio-Ruiz nel

principato non si realizza un sistema diarchico, nel senso di due poteri all’interno di un

unico ordinamento; in esso coesistono due ordinamenti, il primo facente capo al principe,

il secondo al popolo romano. Si tratta di due ordinamenti interdipendenti, l’uno dei quali

ricomprende l’altro. Dall’osservazione che le province imperiali (ove sono di stanza le

legioni) costituiscono la fascia esterna dell’Impero, fascia che avvolge l’Italia e le province

senatorie in una cintura protettiva, V. Arangio-Ruiz ha avanzato l’ipotesi che l’imperatore

fungesse da protettore rispetto al populus Romanus. Proiettata su questo sfondo,

l’esperienza storica del principato è ricondotta all’interno della dialettica, propria del

mondo ellenistico, tra due realtà istituzionali distinte, ma reciprocamente integrate tra

loro, la polis e la basileia. Augusto non avrebbe soppresso la repubblica, ma l’avrebbe

avvolta entro una fascia protettiva dandole garanzia di difesa attraverso il suo potere

monarchico. Augusto non è estraneo a Roma; anzi la sua funzione protettiva si esplica

proprio in quanto egli fa parte della comunità romana, in posizione eminente. Il

protettorato non si pone, dunque, sul piano internazionale, bensì su un piano interno (la

nozione di protettorato è usata dall’Arangio-Ruiz in modo atecnico). Il protettorato di

Augusto su Roma non sarebbe dissimile da quello dei re ellenistici sulle poleis. A sostegno

di quest’ipotesi, V. Arangio-Ruiz adduce un’iscrizione di Cirene riguardante il

“protettorato” di uno dei Tolomei sulla città di Cirene. In essa è trascritto un programma

di costituzione elaborato di concerto tra Tolomeo (non si sa quale, data l’incertezza della

datazione) e la polis di Cirene, la quale vantava una lunga tradizione di indipendenza. In

questa costituzione la polis è considerata quale soggetto giuridico dotato di tutti gli

attributi dell’autonomia e dell’eleutheria (magistrati, assemblee, un duplice consiglio). In

essa, accanto agli strateghi annuali, vi è un Tolomeo, stratego a vita. Osserva V. Arangio-

Ruiz.: «Ecco un protettore che, come Augusto, fonda il suo potere formalmente

sull’imitazione di qualche magistratura cittadina, sostanzialmente sulla disposizione

esclusiva delle forze armate». Lo stesso rapporto che collegava Tolomeo e Cirene sarebbe

intercorso tra Augusto e la repubblica romana. Secondo alcuni non è possibile ipotizzare

un protettorato all’interno di un unico stato. Alla base di quest’obiezione vi è un’idea

preconcetta, perché gli antichi e i romani, in particolare, non solo mancavano d’una

nozione unitaria dello Stato, ma non conoscevano neppure lo Stato come unità politica ed

appartenente all’ordine senatorio. Cosí il prefetto di Giudea era subordinato al legato consolare di Siria e,

parimenti, il prefetto delle Asturie al governatore della Spagna Tarraconense. In queste figure non si può

vedere una limitazione della piena competenza militare del legato senatorio. 33

ente esponenziale della sovranità. La tesi del protettorato interno fu accolta e sviluppata

da P. Frezza, nella sua teoria del principato come rapporto clientelare. Il Frezza procede

anche dalle osservazioni di A. von Premerstein circa la coniuratio totius Italiae et

provinciarum: questo giuramento avrebbe instaurato tra Ottaviano e abitanti dell’Italia e

delle province un vincolo analogo a quello della clientela del diritto privato. Il giuramento

di fedeltà a Ottaviano, che gli conferì la posizione di dux delle forze che vinsero Antonio

ad Azio, e mise nelle sue mani quel potere «su tutte le cose», che Augusto, nelle sue Res

Gestae, presenta come fondato sul consenso universale, costituì un rapporto

personalissimo, quasi-clientelare, fra Augusto e l’insieme dei cittadini e dei non cittadini. E

questo tipo di rapporto non fu oggetto della restitutio del 27, rimanendo quindi nelle mani

di Augusto, a qualificare il potere del principe. Sopra questo vincolo riposa il potere di

Augusto. Lo stesso potere di comando militare, di cui Augusto e tutti i suoi successori

sono titolari gelosamente esclusivi, si fonda sopra un giuramento di fedeltà, identico a

quello prestato da tutti gli abitanti dell’Impero, che coesiste con il tradizionale sacramentum

militare repubblicano. Più che i vaghi legami di clientela, è particolarmente reale il

giuramento di fedeltà pro salute honore victoria, derivato dal giuramento pro salute Caesaris

del 45-44 a.C. e dal famoso giuramento del 32 a.C., che legava strettamente soldati,

magistrati, senatori, cittadini e città all’imperatore e ai suoi discendenti. Derivante

dall’estensione del giuramento militare, esso si generalizzò progressivamente, non già

quale semplice atto di omaggio, ma in quanto fondamento sostanziale del potere

imperiale. In verità, la costruzione della nuova sintesi imperiale gravò, almeno in parte, su

istituzioni sociali estranee, in quanto tali, alla più antica tradizione costituzionale

repubblicana. La lotta politica di Roma e i conflitti tra i principes civitatis, nel secolo delle

guerre civili, furono caratterizzati da una complicata trama di relazioni personali fondate

sul patronato e la clientela, un rapporto sociale protetto dagli dèi e retto dalla fides. Con

l’allargamento delle clientele, dopo la riforma mariana del reclutamento, anche a forze

armate disponibili per la lotta politica interna, si rese necessario riformulare quest’antico

vincolo in forme più aderenti alle realtà sociali del tempo. Furono, perciò, elaborati

speciali giuramenti in sempre maggior numero e varietà. Il principato rappresenta, anche

da questo punto di vista, la più significativa evoluzione politica del patronato. Il rapporto

diretto fra il princeps, il populus e l’insieme degli individui sottoposti al dominio romano fu

garantito estendendo il giuramento clientelare alla res publica, nella sua totalità – come

ricorda Plinio nel Panegyricus – e a ogni abitante delle province. Il giuramento di fedeltà a

Ottaviano, che gli conferì, nel 32 a.C., la posizione di dux delle forze impegnate contro

Antonio ad Azio, costituendo un rapporto personalissimo con l’Italia e le province

d’Occidente, divenne, dunque, un’istituzione permanente. Esso fu prestato, in Occidente

come in Oriente, da tutti gli abitanti dell’Impero, anche ai suoi successori in occasione

della loro ascesa al potere e, a partire da Caligola, fu ripetuto e rinnovato anno dopo

. Questo giuramento imponeva d’avere gli stessi nemici dell’imperatore e

anno

17

Per quanto riguarda Caligola, tale giuramento, citato per la Siria da Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae

17

18.5.3), e per la Grecia, da un’iscrizione di Akraephia in Beozia (IG VII 2711), ci è pervenuto in due

esemplari: uno latino (iscrizione di Aritium in Lusitania: CIL II 172 = ILS 190), l’altro greco (iscrizione di

Assos in Troade: IGR IV 251 = Ditt. Syll. 797). Ma un giuramento molto simile a quello tramandato da questi

3

documenti ascrivibili al principato di Caligola, c’è tramandato anche da un’epigrafe d’età augustea,

riguardante la città di Phazimon Neapolis in Paflagonia: IGR III 137 = OGIS II 582. Tr. it. «… Giuro su Giove,

la Terra, il Sole, su tutti gli dei e le dee, e su Augusto stesso, di essere fedele a Cesare Augusto, ai suoi figli e

discendenti per tutto il tempo della mia vita, in parole, azioni e pensieri, considerando amici o nemici quelli

che loro considerano tali; per difendere i loro interessi giuro di non risparmiare né il mio corpo, né la mia

34

d’anteporre, subordinandole ogni altro legame personale o familiare, la salus principis alla

propria. Si sospendeva così (o si poneva temporaneamente nel nulla) ogni altra relazione

di fedeltà: dei figli nei confronti dei propri genitori, dei liberti nei confronti dei propri

patroni, dei servi nei confronti dei propri domini. I vota pro salute et incolumitate formulati,

per l’imperatore, da cittadini e peregrini all’inizio di ogni anno, appaiono in gran parte

analoghi a quelli pronunciati dai clienti nei riguardi dei loro patroni, come si evince, del

resto, da un riferimento del «Panegirico di Traiano»: amamus quidem te in quantum mereris;

istud tamen non tui facimus amore, sed nostri, nec umquam inlucescat dies quo pro te nuncupet

vota non utilitas nostra, sed fides. (tr. it. Ti amiamo per quanto tu meriti, ma è amore,

tuttavia, non per te ma per noi; e non spunti mai il giorno in cui non sia il nostro bene a

formulare voti per te ma la nostra fides, o Cesare!). E’, dunque, la fides a imporre – e

basterebbe di per sé a imporlo, di là da qualsiasi altra considerazione – ai cives e a tutti gli

uomini, qui sub imperio populi Romani sunt, il dovere di formulare e rispettare i vota pro

salute principis. Durante il principato, la fonte dell’«obbligazione politica» non è unica, ma

duplice: alla legittimazione del potere, che si manifesta nelle leggi d’investitura (leges de

imperio), fondata sulla tradizione costituzionale repubblicana, si sovrappone la peculiare

elaborazione dell’«ideologia patronale» utilizzata da Ottaviano e dai suoi successori.

Questo nuovo vincolo, riconoscendo nel principe il «rappresentante esistenziale di quel

vasto agglomerato di territori e popoli» posti sotto il dominio di Roma, costituisce un

rapporto, che, già dal tempo d’Augusto, supera, almeno virtualmente, i rigidi steccati della

cittadinanza e della supremazia romano-italica. Questi due elementi convivono in un

equilibrio sempre più precario fino alla metà del III secolo, quando le forme della

legittimazione repubblicana furono travolte, nonostante resistenze, conflitti e, più o meno,

velleitari tentativi di restaurazione, dalla crisi finanziaria e militare dell’Impero.

9. I L PRINCIPATO E IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE

Nonostante gli sforzi costanti dei detentori del trono, non si riuscì mai in Roma imperiale a

stabilire una successione al trono basata in maniera certa sul principio dinastico. Il

fondatore del principato, Augusto, tentò inutilmente di trasmettere i suoi poteri a un erede

anima, né la mia vita, né i miei figli, ma di affrontare senza esitazione qualunque pericolo per proteggere ciò

che loro appartiene. Se mi accorgo o se capisco che si parla, si complotta o si fa qualche cosa contro di loro,

giuro di denunciarlo e di mostrarmi ostile a colui che parla, complotta o agisce di conseguenza. Se qualcuno

viene considerato da loro come nemico, giuro di perseguitarlo e di punirlo in terra e in mare, con le armi e la

spada. Se una soltanto delle mie azioni fosse contraria a questo giuramento o non conforme a ciò che ho

promesso, io consacro me stesso, corpo e anima, la mia vita e i miei figli e tutta la mia stirpe e i miei beni allo

sterminio e all’annientamento fino all’ultima discendenza e a quella di tutti i miei eredi. E che la terra e il

mare non accolgano mai i corpi dei miei e quelli dei miei posteri e che essi non producano alcun frutto per

loro …». Il giuramento di Sestinum in Umbria (CIL XI 5998a) non è databile con precisione. CIL II 172 = ILS

190 Iusiurandum Aritiensium / Ex mei animi sententia, ut ego iis inimicus / ero, quas C. Caesari Germanico inimicos

esse / cognovero, etsi quis periculum ei salutiq(ue) eius infert inferetque, armis bello internecivo / terra mariq(ue)

persequi non desinam, quoad .poenas ei persolverit, neq(ue) me <neque> liberos meos / eius salute cariores habebo,

eosq(ue) qui in eum hostili animo fuerint, mihi hostes esse / eum hostili animo fuerint, mihi hostes esse / ducam; si

sciens fallo fefellorove, tum me liberosq(ue) meos Iuppiter Optimus Maximus ac / Divus Augustus ceteriq(ue) omnes di

immortales / expertem patrai incolumitate fortunisque / omnibus faxint. Tr. it. «Giuramento degli abitanti di

Arizio. Nella mia anima e in tutta coscienza, giuro di essere nemico di coloro che considererò nemici di C.

Cesare Germanico. Se qualcuno mette o avrà messo in pericolo la vita di costui, non cesserò di perseguitarlo

con le armi e in una guerra mortale per mare e per terra, fino al giorno in cui abbia ricevuto la sua punizione.

I miei figli non mi staranno a cuore più della sua vita. Considererò miei nemici tutti coloro che avranno

avuto intenzioni ostili nei suoi riguardi. Se coscientemente io avessi mancato o mancassi alla mia parola, che

Giove Ottimo Massimo e che il divino Augusto e tutti gli dei immortali spoglino me e i miei figli, della

nostra patria, della vita e di tutti i nostri beni». 35

diretto; alla fine questi toccarono, più per caso che per disegno intenzionale, al suo co-

reggente, il figliastro Tiberio, già in precedenza adottato. Il disegno dinastico della

famiglia giulio-claudia (fino a Nerone) non fu mai assicurato, poiché ogni volta vennero a

mancare gli eredi diretti. La dinastia flavia non sopravvisse alla seconda generazione e

Nerva dovette la sua elezione (96 d.C.) al Senato. Nel corso del secolo successivo (del II

secolo) la legittimità della successione imperiale si basò unicamente sull’adozione, dal

momento che i cosiddetti imperatori buoni (Nerva, Traiano, Adriano e Antonino Pio) non

ebbero alcun successore diretto. Nel corso del III secolo, a cominciare dai Severi (193 d.C.),

il principio dinastico funzionò solo sporadicamente; in ogni caso fu legalizzato attraverso

l’adozione e spesso rafforzato con il matrimonio dell’erede presuntivo all’interno della

famiglia imperiale. Nel corso dell’intero principato l’adozione fu riconosciuta, dunque,

come lo strumento più adeguato per garantire la successione imperiale. In quest’ultimo

secolo si è formata una estesa letteratura sulla questione se la successione imperiale sia

stata regolata dal principio dinastico oppure dalla adozione. Dal punto di vista giuridico-

costituzionale, questo problema suscita interesse se si guarda al fenomeno della

cooptazione. Linguisticamente, sin dal tempo di Cicerone, adoptare e cooptare erano usati

come sinonimi. Tra i due concetti vi era una corrispondenza non solo linguistica, ma reale.

Il detentore del potere imperiale sceglieva (‘eleggeva’) il suo successore con un

procedimento inter vivos. Spesso – e in questo modo la coincidenza tra adozione e

cooptazione diventava piena – il successore presuntivo diventava co-reggente del vecchio

imperatore con il titolo di Caesar, preparandosi in tal modo alla successiva assunzione

delle funzioni imperiali. La co-reggenza e la condivisione della carica imperiale non

presupponevano un esercizio congiunto del potere, ma di regola piuttosto una

ripartizione, dettata da esigenze pratiche, delle competenze funzionali e regionali.

VII I T

L ARDOANTICO

L . . III (235 – 284 .C.).

- A CRISI DEL PRINCIPATO E LA C D ANARCHIA MILITARE DEL SECOLO D

L G

E RIFORME DI ALLIENO

Verso la metà del III secolo d.C. l’Impero versava nella crisi più grave che avesse mai

dovuto affrontare. In larga misura essa era stata determinata dagli spostamenti di popoli

che avvenivano nel profondo delle regioni euro-asiatiche. Intorno al 200 d.C., gli unni di

stirpe turco-mongolica, nella loro marcia verso occidente, avevano raggiunto la zona tra il

Mar Caspio, l’Ob, il Volga e le montagne che limitavano l’altipiano iranico. Il contraccolpo,

da ovest a est, mise in movimento i germani orientali, in particolare i Goti. Un altro

pericoloso avversario dell’Impero sorse in Oriente, ove si affermò il regno neopersiano dei

Sassanidi, i quali, a differenza dei Parti, nel proclamarsi eredi dell’antico impero

universale degli Achemenidi, distrutto dalle conquiste di Alessandro Magno (334 – 327

a.C.), non nascondevano le loro pretese egemoniche sull’intero Oriente romano (la Siria,

L’Egitto e l’Anatolia). La resistenza delle legioni non riuscì a contenere la pressione su tutti

i confini. Il limes fu ripetutamente sfondato in più punti. L’imperatore Decio cadde in

battaglia contro i Goti sul corso inferiore del Danubio (251 d.C.). Valeriano fu fatto

prigioniero a Edessa (in alta Mesopotamia) dai Persiani (260 d.C.). Nonostante la caotica

situazione militare, anzi anche in ragione di questa, l’esercitò finì per diventare l’unica

organizzazione capace di garantire sicurezza a chi non trovava più una risposta ai propri

problemi nel sistema politico e sociale dell’Impero. L’esercito imperiale si presentava da

sempre come una somma di centri di potere che godevano d’ampia autonomia. Tuttavia la

presenza d’una forte autorità politica centrale aveva impedito, per più di due secoli, il

36

continuo ripetersi di conflitti e crisi istituzionali. Con il declino del controllo esercitato dal

potere centrale, le legioni conquistarono ampi spazi d’autonomia, contrapponendosi le

une alle altre. L’antico e consueto meccanismo dell’acclamazione imperatoria fu usato

impropriamente per nominare imperatori spesso legittimati dal gradimento d’una o, al

più, di poche legioni. La conseguenza fu l’aprirsi d’una crisi politico-militare gravissima:

per molti anni gli imperatori si susseguirono l’uno all’altro. Sovente vi furono più

imperatori contemporaneamente, ciascuno dei quali considerava gli altri usurpatori. La

quasi totalità dei personaggi, che si disputarono il potere nei cinquant’anni compresi tra il

235 e il 284 d.C., era, in effetti, costituito da comandanti militari. E’ stato acutamente

osservato dal Montesquieu che il regime dell’impero, durante la c. d. fase dell’anarchia

militare (235 – 284 d.C.), potrebbe qualificarsi come una specie di repubblica irregolare,

dove la qualifica irregolare vuol significare l’assenza di un ordinamento organizzato in

vere e proprie istituzioni. Chi consideri, infatti, i due poli attraverso i quali passa la

tensione del potere politico, l’esercito (il popolo romano in armi) e l’imperatore, e abbia

presenti i frequenti contatti del capo con i gregari, relativi ai vari problemi di governo che

questi suole risolvere facendo appello alle assemblee dei militi, non può fare a meno di

riconoscere in siffatti rapporti la continuazione di quelli, regolati dalle raffinate istituzioni

cittadine, che passavano tra il magistrato e il popolo. Tale riflessione, tuttavia, ci conduce a

riconoscere un altro aspetto caratteristico dell’ambiente storico che stiamo analizzando.

L’impero del III secolo appare una rozza forma di democrazia militare a chi si ponga dal

punto di vista dei rapporti fra imperatore e soldati; al contrario, osservato dal versante

della popolazione cittadina e del Senato, esso viene configurandosi, per il fatto stesso della

loro esclusione dall’esercizio del potere, quale regime di tipo autocratico. Il momento di

passaggio dal principato all’impero tardoantico può cogliersi, sostanzialmente, in tre

eventi decisivi: a) emarginazione politica del Senato, ancora influente e decisivo al tempo

della rivolta contro Massimino il Trace (238 d.C.), e dei senatori, in conseguenza delle

riforme di Gallieno. L’esclusione dei senatori (databile attorno al 261-62 d.C.) dai comandi

militari rompe quell’involucro istituzionale, nel quale il Mommsen ha riconosciuto un

aspetto fondamentale della costituzione diarchica del principato. Le ragioni che indussero

Gallieno, membro della più alta aristocrazia senatoria, a un’iniziativa tanto drastica paiono

ovvie: di fronte a un pericolo mortale, l’Impero non poteva permettersi il lusso di lasciare

ai posti di comando degli ignoranti di cose militari (i quali, per di più, costituivano una

minaccia come potenziali usurpatori). I senatori, in tal modo, furono quasi completamente

rimossi dal governo delle province, fino a quel momento, loro monopolio, a parte alcune

eccezioni [Egitto, Mesopotamia (a partire dal principato di Settimio Severo) e altri territori

– le c.d. province procuratorie – di minore importanza]; b) abolizione delle forme legali di

conferimento del potere d’origine repubblicana. Aurelio Caro (282 d.C.), ascendendo al

trono, dopo l’acclamazione dei soldati, non avvertì la necessità di richiedere, secondo la

consuetudine costituzionale, l’approvazione del senato e la conseguente convocazione dei

comitia imperii (lex de imperio). L’abrogazione, o la sottovalutazione del rilievo, di queste

forme legali del conferimento dei poteri imperiali equivalse al riconoscimento solenne

dell’evoluzione assolutistica e autocratica della monarchia imperiale; c)

provincializzazione dell’Italia, ovverossia sostanziale equiparazione del governo della

penisola a quello delle province.

- La riorganizzazione delle istituzioni che la nuova situazione imponeva, a differenza di

quella portata a termine da Augusto, rivoluzionaria nella sostanza ma inserita in un

discorso propagandistico volto a restaurare il modello politico repubblicano, modificò

37

apertamente il sistema precedente. Si trattò di più di mezzo secolo d’interventi riformatori,

avviati da Gallieno e Aureliano e conclusi da Costantino, grosso modo, dunque, tra il 261 e

il 337 d.C. : ’

L

- A RICERCA DI NUOVI FONDAMENTI DI LEGITTIMITÀ DEL POTERE IMPERIALE L OPERA DI

A URELIANO

Dopo l’assassinio di Gallieno (268 d.C.), si determinò il crollo definitivo della legittimità

del potere imperiale. Meglio di tutto lo dimostra il fatto che, a eccezione di Claudio il

Gotico (268 – 270), che morì di peste, nel corso dei quindici anni successivi – tra il 268 e il

284 – ben cinque imperatori caddero vittima dei propri soldati, mentre gli altri due

vennero assassinati proditoriamente. Le usurpazioni degli anni 268 – 284 furono con ciò

fondamentalmente differenti da quelle che ebbero luogo nel 260 – 1, quando la notizia

della cattura di Valeriano (da parte dei Persiani) scatenò, nello stesso momento, tre

usurpazioni contro Gallieno: in Gallia, in Pannonia e in Oriente. Quelle erano la reazione

alle sconfitte che, da un lato avevano scosso l’autorità dei detentori del potere e, dall’altro,

avevano esposto le province alle incursioni nemiche. Gli imperatori militari, i restitutores

illirici (così chiamati perché tutti provenienti dalle province balcaniche), invece, morirono

quando ormai il pericolo maggiore era superato e per mano di coloro i quali avevano

guidato di vittoria in vittoria. Le campagne degli anni 267 – 271 fermarono l’impeto dei

barbari, nel 272 – 274 venne arrestata la divisione dell’Impero, e, ciononostante, la

rivoluzione ai vertici del potere, iniziata nel 268, divorò i suoi figli fino all’ascesa di

Diocleziano. La causa di questa situazione è facilmente individuabile: agli ufficiali illirici,

che provenivano dalle fila dell’esercito, molti dei quali erano cittadini romani di terza

generazione appena, riusciva più facile accettare un imperatore di un’eminente famiglia

senatoria, piuttosto che qualcuno del proprio gruppo. Perciò, quando alla fine raggiunsero

il potere, misero in moto un inesorabile meccanismo d’assassini e usurpazioni. I nodi, che i

restitutores illirici (dallo «slogan» ‘restitutio imperii’ presente nelle legendae di molte monete

coniate in questo periodo) furono chiamati a sciogliere, erano sostanzialmente tre e

interconnessi tra loro: ricomporre l’Impero sotto un’unica guida, sostituendo alle forme di

legittimazione del potere di tradizione repubblicana, travolte dagli eventi del III secolo,

altri principii, in grado di giustificare l’esistenza di un forte e accentrato sistema

monocratico; avere un esercito potente e fedele per imporre e conservare il nuovo sistema;

recuperare, attraverso la riorganizzazione fiscale, la disponibilità economica necessaria per

realizzare questi obiettivi.

- Sotto Aureliano (270 – 75 d.C.) si affermò una monarchia militare, con un vago sapore

democratico, in quanto l’imperatore sottopose ai soldati decisioni importanti. Allo stesso

tempo, però, Aureliano impiegò, per la prima volta nella titolatura ufficiale, l’appellativo

‘dominus et deus’. L’essenza del regime di Aureliano e la sua stessa concezione del potere

coincidono con questi titoli, rivolti ad accentuare il carattere teocratico della monarchia.

Nel pensiero di Aureliano, il carattere militare della monarchia è congiunto con la sua

derivazione dalla divinità: l’imperatore è tale in grazia del favore divino. Lo stesso

imperatore si sentiva guidato dal dio Sole: durante una rivolta disse ai soldati che egli non

doveva ringraziar loro per aver ripreso il trono, ma il suo signore e la sua guida divina.

L’enoteismo di Aureliano riconosce nel Sol invictus un simbolo spirituale e politico allo

stesso tempo. Le religioni enoteistiche, quali generalmente sono i culti solari, partecipano

della natura sia dei culti politeisti sia di quelli monoteisti: come i primi contemplano

l’esistenza di tanti dèi, ma come i secondi attribuiscono la massima importanza a un unico

dio considerando gli altri solo delle divinità minori, costrette a ubbidire al dio più

38

importante. La religione politeista specializza molto i cómpiti, assegna a ogni divinità una

funzione specifica, mentre nei sistemi enoteistici gli dèi minori sono propriamente tali e

non possono agire autonomamente o contro il volere della divinità più importante.

Proprio per queste caratteristiche, i culti solari hanno fornito, in più occasioni, una

legittimazione al potere politico: come il Sole è il vertice supremo della gerarchia divina,

perché gli altri dèi gli sono sottomessi, così l’imperatore è la sua manifestazione, il suo

riflesso nel mondo e il suo comes (compagno di imprese) sulla terra. Sulle monete appare il

dio Sole, in quanto signore dell’Impero romano, assieme all’imperatore, che, quale suo

rappresentante sulla terra, regge le sorti degli uomini: l’identificazione tra la struttura del

potere politico e il sistema trascendente è palese. Come esiste una divinità più importante

di tutte nel cielo, il sole, attorno al quale si dispongono gli dèi minori, dotati di

competenze limitate e deferite, così pure deve avvenire nell’Impero. Il sistema politico

riprende, nel mondo degli uomini, ciò che nel cielo si propone sul piano universale: un

unico sovrano, circondato da una serie di figure dotate di minor potere che a lui fanno

riferimento per tutte le decisioni fondamentali. Questo discorso propagandistico si rivolge,

peraltro, soprattutto ai militari, più sensibili – per l’ampia diffusione sotto forma di sette

iniziatiche, tra i soldati e gli ufficiali superiori, del culto di Mitra (una religione solare

misterica, d’origine anatolico-iranica) – di altri gruppi sociali al richiamo della religiosità

solare. Proprio per questo motivo il simbolo del sole compare, più volte, sulle insegne

degli scudi dell’esercito tardoantico (vd. le illustrazioni della Notitia Dignitatum). Un

esercito, che adopera sulle proprie insegne simboli solari di diversa provenienza e origine,

si pone evidentemente sotto l’egida del nuovo dio.

I D C

I

- L NUOVO MPERO DI IOCLEZIANO E OSTANTINO

Diocleziano e Costantino, soprattutto dal punto di vista delle concezioni relative al

fondamento del potere imperiale, si pongono su due versanti nettamente distinti. Sul

piano della storia amministrativa dell’Impero tardoantico, tuttavia, la loro opera deve

essere esaminata congiuntamente. Dopo Aureliano, ucciso nel 275, Diocleziano fu il primo

a tentare di impostare una riforma complessiva del principato in quanto regime. L’azione

di quest’imperatore fu particolarmente incisiva in due settori: provvedimenti strutturali

caratterizzarono la riforma dell’apparato burocratico-amministrativo e del sistema fiscale.

Le soluzioni dell’epoca della crisi – l’affidamento dell’amministrazione delle province agli

ufficiali e la copertura dello sforzo militare mediante le requisizioni, ricompensate solo in

apparenza con una moneta che si svalutava a un ritmo vertiginoso – erano semplici

palliativi. Tra i maggiori risultati ottenuti dal generale illirico Aurelio Valerio Diocleziano

(284 – 305), asceso al trono dopo un decennio di recrudescente anarchia, va annoverata

senz’altro la riforma fiscale, che istituì – eliminato il dualismo tributum soli – tributum

capitis – un meccanismo d’esazione rimasto in vigore per tutto il tardo impero e destinato a

durare, nell’Impero bizantino, fino al XV secolo. Alla base vi era un principio generale,

l’attribuzione a ciascuna proprietà terriera d’una produzione annua stimata in funzione

della quantità di terra, del numero dei contadini che lavoravano su di essa e quindi della

quantità di terreno che ognuno di questi contadini poteva lavorare nell’arco d’una

giornata (iugatio – capitatio), secondo parametri generali minimi per i vari tipi di

occupazione e di coltura. Attraverso questi elementi si calcolava quanto ogni

appezzamento di terreno dovesse produrre e si stabiliva, in conseguenza, l’imposta

fondiaria, che oscillava fra il 7 e il 12 % della produzione. Il nuovo sistema, che portò a una

maggiore giustizia fiscale rispetto all’arbitrio che si era diffuso nell’età degli imperatori

soldati, permetteva di calcolare le imposte da riscuotere sulla base delle necessità

39

dell’esercito, dell’amministrazione e dei centri del governo imperiale. Viceversa il

tentativo di Diocleziano di ridare stabilità al sistema monetario sconvolto dalla

svalutazione del denarius argenteo nel corso del III secolo, anche nell’interesse di coloro

che ricevevano il soldo e le remunerazioni in denaro, fallì completamente. L’Editto dei

prezzi, un calmiere generale con cui l’imperatore definì non solo il livello massimo dei

prezzi di vendita che potevano avere tutte le merci in commercio, ma anche i livelli

salariali per ciascuna categoria lavorativa e professionale, non colse gli obiettivi che i

gruppi al potere confidavano di raggiungere. Solo Costantino fu in grado, con

l’introduzione di una nuova moneta d’oro, il solidus, di porre le basi per un parziale

risanamento del sistema monetario, che finì, però, per favorire unicamente i ceti superiori,

gli unici in grado di procurarsi, in quantità significative, la moneta aurea. Il nuovo impero,

inaugurato da Diocleziano, mise in discussione il paradigma, risalente all’epoca ellenistica,

ma accolto, poi, anche da Roma, della Basileia (eparcheia) che si accontentava di due soli

livelli istituzionali: al vertice un centro, nella persona d’un monarca, sotto di esso migliaia

di comunità autonome, le città. Dopo il ristabilimento della situazione politica, il gruppo al

governo cominciò a creare una struttura intermedia, con il cómpito di trasmettere alla

popolazione la volontà del potere, vigilare che essa venisse eseguita e, soprattutto, tenere

sotto controllo le élites locali. La comparsa d’un apparato burocratico, un vero e proprio

corpo estraneo al mondo della civiltà greco-romana, fu la novità maggiore di questo

tempo, dalle ripercussioni importantissime. La cronologia delle riforme di Diocleziano

mostra chiaramente che le fiscali precedettero le amministrative e che in qualche misura le

resero necessarie. Circa dieci anni dopo l’introduzione della riforma fiscale (databile

attorno al 285 – 287), l’Impero fu diviso in diocesi (formate da alcune province) a capo

delle quali furono posti sostituti (vicarii) dei prefetti del pretorio, e accanto a loro due

ufficiali finanziari: i rationales summarum, che si occupavano dei conti del fisco, e i magistri

rei privatae, che sovrintendevano al demanio imperiale. Le competenze fiscali dei prefetti e

dei loro vicari erano collegate alla trasformazione dell’annona militaris in un’imposta in

natura, riscossa come parte dell’imposta complessiva sulla terra poc’anzi descritta. Nel 314

v’erano dodici diocesi. Dagli inizi del IV secolo fu avviata una divisione in province più

piccole – fino alla fine del regno di Diocleziano il loro numero crebbe da poco più di

cinquanta a circa cento –, preceduta da una modifica sostanziale dei cómpiti di chi le

amministrava. Fu sottratta ai governatori ogni competenza militare, devoluta a duces

territoriali: tutto ciò fu accompagnato da un allargamento delle loro competenze alle

questioni fiscali che prima spettavano a questori e procuratori. Poco dopo la creazione

delle diocesi prese a configurarsi il livello più alto dell’amministrazione provinciale, quello

delle prefetture stabili del pretorio. Quando la diarchia di Diocleziano e di Massimiano si

trasformò in tetrarchia (vd. infra), il numero dei prefetti fu portato a quattro, ciascuno dei

quali doveva aiutare uno dei membri del collegio imperiale, con competenze limitate al

territorio soggetto a un tetrarca. Sembra che Costantino, dopo aver unificato l’Impero, si

decise a lasciar loro stabilmente le funzioni di capi dell’amministrazione, tra cui quella

fiscale, al di sopra del livello delle diocesi, cosa che peraltro significava escluderli dal

comitatus imperiale. Le antiche e ampie competenze civili e militari dei prefetti, tra il 320 e

il 330, vennero distribuite ad alcune cariche centrali (magistri militum, quaestor sacri Palatii,

magister officiorum). Nel IV secolo la regola era la divisione dell’Impero in tre prefetture:

Gallica (Britannia, le Gallie e la Spagna), Italica o Illirica (Italia, Africa, Pannonia, Dacia,

Macedonia) e Orientale (Tracia, Asia, Ponto e Oriente). Gli unici territori non sottoposti ai

prefetti erano due province, l’Africa e l’Asia, peraltro radicalmente rimpicciolite rispetto al

40

passato, da sempre assegnati, in omaggio alla tradizione, a proconsoli, ossia a senatori di

alto rango. Sull’Italia suburbicaria, la penisola in senso stretto, la giurisdizione era esercitata

dal prefetto di Roma. A Costantino, infine, si deve attribuire una configurazione

dell’amministrazione centrale, che sarebbe rimasta sostanzialmente invariata fino al

termine del VI secolo d.C. Gli uffici centrali (Palatini) costituivano, accanto ai servizi

personali dell’imperatore (sacrum cubiculum), l’elemento più numeroso e importante del

comitatus imperiale. Accanto ai tradizionali uffici a memoria, a libellis, ab epistulis, vi erano i

comites (compagni) imperiali, che sedevano nel consistorium: di esso facevano parte, in

ragione del loro ufficio, i capi degli uffici finanziari (comes sacrarum largitionum e comes rei

privatae) e i dignitari creati sotto Costantino per assumere le vecchie funzioni dei prefetti

del pretorio: i magistri militum, il magister officiorum e il quaestor sacri Palatii, il principale

consigliere dell’imperatore in materia giuridica, responsabile della redazione delle

costituzioni imperiali. Il compito principale del magister officiorum era il controllo

dell’amministrazione centrale e le comunicazioni tra il comitatus imperiale e il resto

dell’Impero. Tra i cambiamenti portati dal nuovo Impero, il più importante fu la

burocratizzazione, ossia l’enorme incremento delle dimensioni e delle competenze degli

apparati amministrativi, e, in particolare, il mutamento della posizione giuridica e delle

possibilità di promozione sociale del suo personale. Un membro della familia Caesaris del

Principato, in quanto schiavo, trascorreva tutta la vita nel suo ufficio, senza avere, in

pratica, la possibilità di salire ai livelli superiori della struttura alla quale apparteneva e

. Al contrario, nell’apparato amministrativo del tardo

tantomeno in quelli della società 18

impero, a servire erano individui liberi e ingenui, ai quali il servizio nella burocrazia,

offriva possibilità amplissime di promozione, fornendo loro, spesse volte, il trampolino di

lancio per la carriera di dignitario in senso stretto, nel vero esercizio del potere. Grazie a

ciò, essi potevano, nel corso della loro vita, salire da un gradino relativamente basso della

scala sociale fino al più alto, a differenza di quanto accadeva nell’apparato amministrativo

del Principato, ove la distanza tra funzioni esecutive e dirigenziali era, di fatto,

incolmabile. . I ’ D

D

- IOCLEZIANO E LA TETRARCHIA L SIGNIFICATO DELL ABDICAZIONE DI IOCLEZIANO E

M ASSIMIANO

La tecnica del frazionamento del potere, già sviluppatasi nel principato, raggiunse il suo

culmine nello schema della cosiddetta tetrarchia (terminologia esclusivamente moderna),

posto in essere da Diocleziano. Le esigenze della difesa di un impero mondiale andavano

troppo oltre le capacità di una singola persona per quanto eccezionale. Nel 285-6,

Diocleziano insediò Massimiano come co-imperatore, dapprima con il titolo di Caesar poi

come Augusto, in quanto suo collega nell’interezza dei poteri. Alcuni anni più tardi (293

d.C.), i due Augusti nominarono come loro aiutanti nell’esercizio del potere i più giovani

Galerio e Costanzo Cloro con il titolo di Cesari. In questo modo sarebbero stati addestrati

all’arte del governo in vista del momento in cui, dopo vent’anni di governo dei due

Augusti, avrebbero assunto, come prestabilito, la pienezza della carica imperiale. Galerio

fu adottato da Diocleziano e Costanzo da Massimiano. I rapporti tra gli Augusti erano

definiti come fraterni: avevano entrambi la titolatura imperiale completa ed esercitavano

congiuntamente le funzioni di pontefice massimo. I Cesari erano trattati come figli, cosa

che tra l’altro s’esprimeva nel fatto che non spettavano loro le annuali salutazioni

imperiali. Invece le acclamazioni per una vittoria riportata da uno di loro entravano a far

Anche le possibilità di promozione sociale d’un liberto erano alquanto limitate, dal momento l’ingresso nei

18

due ordini privilegiati, senatorio ed equestre, era interdetto, in linea di principio, a uno schiavo liberato. 41

parte della titolatura degli altri tre. Anche gli atti imperiali erano emessi in nome di tutti e

quattro. Il fatto che gli Augusti e i Cesari formassero una sola ‘famiglia’ imperiale fu

ribadito dall’assunzione del nome di Diocleziano, Valerius, da parte degli altri tre. La

tetrarchia non comportava un esercizio congiunto del potere imperiale: fondamentalmente

essa si articolava nella divisione territoriale, dettata da esigenze strategico-militari, tra

Occidente e Oriente. All’interno di queste due aree, l’Augusto era il vertice e il Cesare il

suo aiutante. Diocleziano si è sottratto all’ideologia solare, elaborata da Aureliano, e ha

giustificato diversamente, dal punto di vista mitico-religioso, il suo potere. All’atto

dell’associazione di Massimiano, i due imperatori assunsero rispettivamente i titoli di

Iovius (Diocleziano), e di Herculius (Massimiano), come se l’uno e l’altro fossero

discendenti – siamo sul piano dell’elaborazione mitica del potere imperiale – della stirpe

di Giove e di Ercole. Il fine ultimo di questa costruzione è screditare in anticipo le

usurpazioni. L’imperatore appare superiore a tutti e nettamente distinto dagli altri, ai

quali la sua figura s’impone, non solo per il potere illimitato che gli compete, ma per la

luce mistica che lo circonda. Lo schema della tetrarchia era stato pensato come uno

strumento di cooptazione, che i detentori della carica imperiale mettevano in atto nei

confronti dei loro coreggenti e futuri successori. La cooptazione inter vivos, collegata

sempre all’adozione e, quando possibile, anche ad alleanze matrimoniali all’interno della

famiglia dell’Augusto, dovette essere l’espediente per risolvere il problema della

successione imperiale. La costellazione tetrarchica è stata magistralmente descritta con

queste parole da W. Hartke: «Diocleziano costruì il potere imperiale dei due Augusti,

denominati Iovius ed Herculius, come un collegio divino e fraterno di imperatori funzionari

pubblici. La sua continuità doveva essere assicurata dalla cooptazione e, attraverso

l’adozione, i titolari della carica imperiale, determinati in maniera durevole, dovevano

essere uniti vicendevolmente in un vincolo interiore. L’adozione assunse dunque un

significato di principio giuspubblicistico e come tale alla fine tramontò». La comune

origine illirica dei tetrarchi, attestata anche da un icastico elemento del loro abbigliamento

nei monumenti che li rappresentano insieme, esalta l’ideale della concordia: i quattro

.

imperatori di comune accordo perseguono il bene della repubblica (bono rei publicae nati) 19

Il momento migliore per valutare la tetrarchia, dal punto di vista costituzionale, è quello

dell’abdicazione (1 maggio 305) di Diocleziano e Massimiano. La tetrarchia non può essere

definita una Notstandverfassung, una costituzione dello stato di necessità, ma risponde

invece, in tutte le sue articolazioni, a un progetto ben definito nel tempo. Diocleziano non

intendeva stabilire una monarchia di diritto divino. Nel suo pensiero istituzionale

convivono due prospettive diverse, ma non confliggenti: A) Ricondurre il potere imperiale

al quadro delle magistrature d’età repubblicana, che, assunte per un certo periodo, vanno

poi lasciate, ritornando alla vita privata. Le monete con la legenda “Quies Augustorum”,

coniate dopo l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano, annunciano al mondo che i padri

L’ideale della concordia, nel famoso gruppo scultoreo in porfido di San Marco a Venezia e in altri

19

monumenti, è attestato dal fatto che i tetrarchi sono sempre rappresentati tutti e quattro abbracciati. Giuliano

l’Apostata, nel suo convivium Caesarum, scrive: 315 A – B «e quindi in bell’ordine avanzò Diocleziano,

assieme ai due Massimiani e a mio nonno Costanzo. Si tenevano tutti e quattro per mano, quantunque non

marciassero di pari passo; perché intorno a Diocleziano gli altri formavano come un coro, ossia cercavano di

corrergli innanzi e fargli da guardia d’onore; ma egli a ciò si opponeva, non volendo nessuna prerogativa.

Quando poi si accorse di essere stanco, cedette loro tutto intero il fardello che recava sulle spalle, e camminò

da sé più spedito. Gli Dèi furono pieni di ammirazione per il buon accordo di questi principi, ed

assegnarono loro un posto onorevole, sopra molti convitati: eccettuato uno dei Massimiani, un incorreggibile

peccatore, che la mensa degli dèi non potè accogliere …» 42

dei nuovi Augusti non hanno deposto la loro dignità, ma hanno soltanto rinunziato

all’esercizio del potere loro spettante per godersi un meritato riposo. Si concilia, così, la

posizione di chi riteneva che l’imperatore fosse per naturam dominus et deus con la

tradizionale concezione delle magistrature romane. B) Rafforzare, allo stesso tempo, la

legittimazione religiosa del potere imperiale. Il pensiero politico-costituzionale di

Diocleziano propone un’elaborazione religiosa del potere molto raffinata. L’idea di

perpetuità trascende le persone degli imperatori e si compie, invece, nelle due dinastie

divine, la Iovia e la Herculia, in realtà due manifestazioni distinte di un’unica famiglia

imperiale. L’idea di renovatio, secondo il ritmo ciclico (il ciclo delle stagioni e, dunque, del

Sole) del tempo, si rapporta all’idea che una divinità – Giove per esempio oppure Sol-

.

Helios – può ritornare a manifestarsi, all’inizio di un nuovo saeculum, come un bambino

20

L’imperatore è manifestazione storica di una stirpe divina, destinata all’impero. E’ un

magnum Iovis incrementum, per riprendere un verso virgiliano della quarta Ecloga, che nel

clima spirituale della tetrarchia potrebbe aver giocato un ruolo importante. Nel gruppo dei

tetrarchi di Venezia, il motivo della renovatio, attraverso la successione delle generazioni, è

simbolicamente espresso dal fatto che gli Augusti portano la barba dei seniores, mentre i

Cesari sono imberbi come si addice a dei iuniores . Il bambino Messia, secondo Virgilio,

21

doveva essere magnum Iovis incrementum, il nuovo grande virgulto della stirpe di Giove (o,

forse, lo stesso Giove ringiovanito e, nel nuovo ciclo, incarnato nel neonato principe

imperiale). L’ecloga messianica di Virgilio ha sempre esercitato una forte influenza sulla

configurazione del potere, almeno sino al crollo dell’Impero d’Occidente. Non è un caso,

forse, che, in polemica, probabilmente, con l’interpretazione tetrarchica, Costantino,

nell’Oratio ad sanctorum coetum, volle vedere, nel bambino divino dell’ecloga virgiliana, un

riferimento alla nascita di Gesù Cristo .

22

L C ( M : 313 .C.). I

- A MONARCHIA DI OSTANTINO E IL CRISTIANESIMO EDITTO DI ILANO D L

N (325 .C.) C . L’

CONCILIO DI ICEA D E IL SIMBOLO DOGMATICO DEL REDO EDITTO DI

T (380 .C.)

ESSALONICA D

Diocleziano era stato un risoluto restauratore, deciso a conservare intatta l’autorità della

tradizione romana. Costantino, al contrario, apparve e fu davvero un deciso innovatore. Il

segno più evidente di quest’inclinazione si coglie nel suo rapporto con il cristianesimo,

religione, fino a quel momento, giudicata dalle élites dirigenti, incompatibile con ogni vera

professione di lealtà a Roma e all’imperatore. La repressione del cristianesimo, soltanto

con gli editti di Decio (251 d.C.) e di Valeriano (257 d.C.), assunse le forme di persecuzione

collettiva e indiscriminata. Dopo la lunga pace per la Chiesa proclamata da Gallieno (261

d.C.), Diocleziano, nel 303 d.C., inaugurò una persecuzione tanto sanguinosa quanto

Scriveva Macrobio a proposito di Dioniso-Helios: «Egli (Sol-Helios) appare bambino nel solstizio

20

d’inverno e durante l’anno va crescendo progressivamente finché non ritorna parvus et infans nel giorno più

breve».

Sempre Dioniso-Helios, nel ritmo ciclico del suo divenire, è rappresentato come un fanciullo, come un

21

giovane imberbe, un uomo maturo con la barba e, infine, come un vecchio.

Su una moneta bronzea dell’imperatore Graziano, si vede il principe mentre regge il vessilo cristiano (con

22

il Cristogramma): la legenda recita “Gloria novi saeculi”, chiaro riferimento all’età di Cristo come nuovo

saeculum. Per comprendere il valore religioso dell’identicazione della dinastia imperiale con la stirpe di

Giove, è sufficiente ricordare una medaglia bronzea di Antonino Pio, sulla quale è raffigurato sul ‘verso’ il

bambino che cavalca di lato la capra Amaltea in direzione d’un altare sotto un albero. Poiché l’albero è

decorato con un’aquila, simbolo di Giove, giungiamo direttamente alla conclusione che quest’immagine

rappresenta il rinato Giove che cavalca come fanciullo il fedele animale: il novus Iuppiter (da identicare con

un giovane nato della dinastia imperiale) andrebbe a inaugurare una sorta di età aurea (Redeunt Saturnia

regna …). 43

inutile. Lo stesso Galerio, il suo più deciso sostenitore forse, addirittura, il suo principale

ispiratore, emanò nel 311 un editto di tolleranza. Nel 313, dopo la vittoria al Ponte Milvio

contro Massenzio, Costantino e il suo collega, Licinio, promulgarono a Milano il famoso

editto di tolleranza, con cui legittimarono indirettamente il cristianesimo, stabilendo il

diritto d’ogni cittadino di professare la religione che voleva, senza eccezioni. E’ evidente

che l’Editto fu emanato per tutelare in primo luogo i cristiani, anche se nel suo testo non è

presente un riferimento esplicito alla nuova religione. Solo più tardi Costantino, dopo aver

eliminato Licinio (324 d.C.), suo ultimo collega e rivale, fece in direzione del cristianesimo

un passo ben più importante, decisivo non solo per la vicenda complessiva del

tardoantico, ma per l’intera storia dell’umanità. Nel 325 si riunì a Nicea, in Bitinia, un

concilio ecumenico: la dottrina d’un presbitero d’Alessandria, Ario, fu condannata e fu

fissato il simbolo di fede, il Credo, nel quale ancor oggi si riconosce la maggior parte delle

chiese cristiane (non solo cattolici e ortodossi, ma anche la maggior parte delle sette

protestanti). Ario negava la consustanzialità del Padre (prima persona della Trinità) e del

Figlio (o Logos) (seconda persona della Trinità). Ma la lotta contro l’eresia ariana non

terminò con questo Concilio. Soltanto nel 381 il Concilio Costantinopolitano, preceduto da

un editto dell’imperatore Teodosio I (editto di Tessalonica: 380), eliminò ogni sacca di

resistenza nell’episcopato e nella stessa corte imperiale. Teodosio, d’altra parte, pose anche

fine alla tolleranza nei confronti dei culti pagani. Tutte le manifestazioni della religione

tradizionale, in particolare il sacrificio cruento d’animali, furono punite con le pene brutali

previste per sanzionare e reprimere le pratiche magiche dirette contro la persona

dell’imperatore. L’effetto più duraturo della vittoria di Costantino, nel 324, fu la decisione

di creare la sua ‘città’ (Costantinopoli) nei luoghi della vittoria finale su Licinio. La scelta

cadde su Bisanzio, che godeva d’una posizione impareggiabile. L’11 maggio del 330 ebbe

luogo la solenne consacrazione della città. L’impero aveva ora, nelle intenzioni di

Costantino, una seconda urbs, una altera Roma (una seconda Roma). L’idea costantiniana

della seconda Roma e, in particolare, il suo più importante corollario, il secondo Senato, fu

la fonte principale d’un patriottismo romano specificamente orientale, intriso di senso di

responsabilità per le sorti dell’Impero, in evidente contrasto con la crescente indifferenza,

per questo riguardo, delle élites occidentali. Costantinopoli divenne in questo modo, già

alla metà del IV secolo, l’indiscusso centro ideale della parte di lingua greca dell’Impero.

Tuttavia la conquista della posizione di esclusivo centro politico – di unica residenza degli

imperatori della pars Orientis e dell’amministrazione – arrivò solo nel secolo successivo,

per la somma di molteplici fattori: la posizione naturale unica, le possibilità di difesa, la

grandezza, ma soprattutto l’evoluzione dell’idea della seconda Roma verso la posizione

che la prima aveva tenuto fino alla metà del III secolo: la sua piena identificazione con

l’Impero e, soprattutto, con quella sua parte che convezionalmente identifichiamo nel

nome di Bisanzio. Con Costantino, il principio dinastico ebbe il sopravvento. Di tanto in

tanto assunse la forma di una co-reggenza dell’impero, alla quale prendevano parte padre

e figlio oppure più membri della stessa famiglia per effetto d’una designazione ereditaria.

Il nuovo credo cristiano dell’imperatore ebbe conseguenze rivoluzionarie sull’evoluzione

del potere in Occidente. Da questo punto di vista, la tarda antichità rappresenta, davvero,

l’inizio della storia moderna. La dedivinizzazione cristiana del mondo significò la fine

d’un ciclo di civiltà, dal momento che essa era destinata a trasformare radicalmente le

culture etniche di quell’insieme di popoli e di città, integrato nell’organizzazione

sovrannazionale dell’Impero romano. La convinzione che il cristianesimo fosse utilizzabile

a sostegno della teologia politica dell’Impero non fu senza influenza, probabilmente, sulle

44

sue fortune. Essa, però, fu ben presto smentita sul piano concreto. Seguiamo l’evolversi di

questa vicenda. Nella sua ‘Metafisica’, Aristotele, citando Omero, aveva formulato il

principio: «il mondo non vuole essere governato male; il governo di molti non è buono,

uno solo deve essere il Signore». Filone alessandrino, pensatore ebreo fortemente

influenzato dal platonismo e dall’aristotelismo, adattò questa costruzione al monoteismo

giudaico. La speculazione filoniana fu accettata dai pensatori cristiani e, in particolare, al

tempo di Costantino, da Eusebio di Cesarea. Egli, come molti pensatori cristiani, fu colpito

dalla coincidenza della venuta di Cristo con la pacificazione dell’Impero a opera di

Augusto. Quando quest’imperatore pose fine all’esistenza autonoma delle varie entità

politiche del Mediterraneo, gli apostoli del cristianesimo poterono muoversi indisturbati

per tutto il territorio dell’impero e predicarvi il Vangelo: essi non avrebbero certo potuto

svolgere la loro missione se la collera dei «fanatici della polis» non fosse stata tenuta a

freno dalla paura della potenza romana. Per Eusebio la pax Romana non ebbe solo

un’importanza pratica. Augusto ha anche compiuto le profezie escatologiche sulla pace

del Signore: la pax Romana coincise con la manifestazione e l’incarnazione del Logos.

Eusebio riteneva che l’opera, iniziata da Augusto, dovesse essere portata a compimento da

Costantino: questi, nella sua monarchia imperiale, imitava la monarchia divina. Il vescovo

di Cesarea in un discorso, pronunciato in occasione dei tricennalia di Costantino, affermò

che il megas basileus, nell’amministrazione dell’impero, si regolava secondo l’esempio

divino. Nell’esecuzione di questo compito, Costantino si avvicinava sia alla prima sia alla

seconda persona della Trinità. Alla seconda, perché, come Cristo co-reggente del Padre

amministra per Lui tutto il kosmos, anche l’imperatore comanda sulla terra entro il limite di

tempo della sua vita. Alla prima perché il megas basileus, Costantino, grazie alla co-

reggenza dei suoi figli, i Caesares portatori della luce diffondentesi dal Monarca-Sole, può

governare l’impero, così come la luce inaccessibile di Dio è riflessa, nel mondo, dal suo

mediatore, il Logos. Tuttavia per i cristiani ortodossi, secondo il Credo stabilito, nel 325, dal

concilio di Nicea, Cristo è Dio, al pari del Padre, ed è anche della Sua stessa sostanza.

Costruzioni, come quella di Eusebio, giustificabili alla luce dell’eresia di Ario, dopo la

non poterono più sopravvivere. Quando la

piena affermazione dell’ortodossia trinitaria

23

resistenza di Sant’Atanasio e dei vescovi occidentali determinò il trionfo definitivo del

simbolo trinitario niceno-costantinopolitano, caddero le speculazioni sul parallelismo tra

la monarchia del cielo e della terra. L’espressione monarchia divina acquistò un nuovo

significato. San Gregorio Nazianzeno affermava che i cristiani credevano nella monarchia

divina, ma – si affrettava a precisare – essi non credono nella monarchia d’una sola

persona nella divinità. I cristiani credono nella Trinità, e questa Trinità di Dio non ha

alcunché di analogo nel mondo delle creature. L’unica persona del monarca imperiale non

può, dunque, rappresentare, in terra, la Divinità Trina e Una. Così finisce, nel

cristianesimo cattolico-ortodosso, la teologia politica: il destino spirituale dell’uomo, nel

senso cristiano, non può essere rappresentato sulla terra dall’organizzazione di potere

d’una società politica.

Costantino – nonostante Nicea – negli ultimi anni di vita, e i suoi figli, in particolare Costanzo II, non

23

nascosero le loro inclinazioni verso l’eresia ariana, perché essa era conforme all’ideologia monoteistica sulla

quale si fondava la concezione dell’imperatore come rappresentante del’unico Dio. L’analisi iconografica del

medaglione aureo costantiniano, conservato al ‘Kunsthistorisches Museum’ di Vienna, da questo punto di

vista è particolarmente interessante. Costantino riceve il diadema dalla mano di Dio, che penetra le nubi. Il

modulo iconografico impiegato in questo oggetto riprende il medesimo schema adoperato per celebrare, sin

dal regno di Traiano, l’investitura di un rex socius et amicus populi Romani da parte dell’imperatore. 45

P II

ARTE

L

A COMPILAZIONE GIUSTINIANEA

P

REMESSA (527 – 565 d.C.), di origine illirica, manifestò subito

L’imperatore Giustiniano

24

l’aspirazione di restaurare l’integrità del’Impero, non solo nei suoi confini territoriali, ma

anche nei valori che giustificavano la conservazione della civiltà romana. In questo

disegno di restaurazione, accanto alla riconquista delle regioni cadute nelle mani dei

barbari, si palesava l’esigenza d’una definitiva unificazione normativa del mondo romano,

sulla base dei testi dell’antico sapere giuridico tardorepubblicano, alto e medioimperiale,

per i quali i giuristi delle scuole orientali nutrivano un rinascente entusiasmo.

N C I

1. I L OVUS ODEX USTINIANUS

La prima realizzazione di questo disegno rimase sul piano relativamente modesto d’una

prosecuzione perfezionatrice dell’opera legislativa teodosiana. Il 13 febbraio del 528, con la

costituzione Haec quae necessario, indirizzata al Senato di Costantinopoli, l’imperatore

nominava una commissione di dieci membri, presieduta da Giovanni di Cappadocia, e di

cui faceva parte anche Triboniano. Essa aveva il cómpito di riunire in un’unica raccolta,

che sarebbe stata denominata Codex Iustinianus, le costituzioni contenute nei tre codici

Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano, integrate dalla successiva legislazione imperiale.

Le costituzioni, entro i titoli dei singoli libri, dovevano essere disposte in ordine

cronologico, con la facoltà di mutare il loro testo, abbreviarlo, eliminare le parti superflue e

le disposizioni cadute in desuetudine. A parte la migliore realizzazione tecnica del primo

programma giustinianeo di codificazione, le sue linee generali ripercorrono quelle del

progetto teodosiano. Quest’identità di prospettive risulta evidente, come ha rivelato un

frammento papiraceo (P. Oxy. 1814) di un indice del primo codice giustinianeo, dalla

conferma della c.d. legge delle citazioni (vd. Mantovani § 18.17, pp. 530 ss.). Il primo

atteggiamento di Giustiniano di fronte alle opere della giurisprudenza ripeteva puramente

e semplicemente quello del suo predecessore Teodosio II. L’imperatore e i suoi

collaboratori non avevano ancora maturato l’idea di una raccolta delle opere dei giuristi

c.d. classici. Il primo codex Iustinianus, pubblicato il 7 aprile del 529 con la costituzione

Summa rei publicae, indirizzata al prefetto del pretorio Mena, entrò in vigore il 16 aprile

dello stesso anno.

2. I D IGESTA

Il 15 dicembre del 530, nella costituzione Deo Auctore, indirizzata al quaestor sacri Palatii

Triboniano, l’imperatore annunciò il suo nuovo e grandioso piano. Triboniano, vero

ispiratore del progetto, potè scegliere personalmente i collaboratori più capaci per

condurre a compimento l’ardua opera delineata, nelle sue linee essenziali, da questa stessa

costituzione. Al Quaestor e ai suoi commissari fu dato l’incarico di riunire in una

, e denominata Digesta (per indicare

compilazione sistematica, divisa in cinquanta libri

25

che l’ordine seguito nella partizione della materia era quello dei Digesta dei giuristi

Giustiniano, o meglio Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus, nasce nel 482 a Tauresium, un piccolo villaggio

24

montagnoso della Dardania, nei pressi dell’odierna Skoplje in Macedonia, ai confini con l’Albania.

I libri, a loro volta, furono suddivisi in tituli, tranne quelli dal 30° al 32° che costituirono l’unico titolo de

25

legatis et fideicommissis. 46

, curando di evitare,

“classici”), brani tratti dalle opere dei giuristi dotati di ius respondendi 26

anche attraverso una modifica del loro testo, ripetizioni e contraddizioni. Il progetto fu

realizzato in soli tre anni. Il 16 dicembre 533 una costituzione Tanta / Dedoken annunziava

ad Senatum et omnes populos il compimento dei Digesta, e ne disponeva l’entrata in vigore il

30 dicembre, assieme alle Institutiones (vd. infra). Nella costituzione, Giustiniano

sottolineò, non senza fondamento, l’immensità del lavoro compiuto e attribuì a Triboniano

non soltanto il merito della gubernatio totius operis, ma anche quello d’aver fornito alla

commissione molte opere messe a contributo per la compilazione. L’imperatore dispose

inoltre che un elenco di tutti gli scritti utilizzati fosse premesso al Digesto . La tecnica

27

seguita dalla commissione per l’elaborazione del Digesto è stata rivelata dalle ricerche

condotte, attorno al 1820, dal von Bluhme. Questi, partendo da alcuni titoli del Digesto

particolarmente lunghi (D.45.1, D.50.16 e D.50.17), osservò che le opere dei giuristi, dalle

quali sono tratti i frammenti che compongono i singoli titoli, si susseguono secondo un

ordine fisso, meccanicamente osservato in tutta la compilazione, salvo eccezionali

mutamenti giustificati da ragioni attinenti al peculiare ordinamento della materia d’alcuni

titoli. A partire da questa fondamentale osservazione, risultò possibile risalire alla

ripartizione di tutte le opere utilizzate per le Pandette. Il von Bluhme individuò quattro

gruppi, qualificandoli attraverso le opere appartenenti a ciascuno di essi: massa edittale,

sabiniana, papinianea, appendice. L’ultima massa comprende le opere pervenute ai

commissari a lavoro già iniziato; la massa papinianea si definisce così a partire dagli scritti

di Papiniano (Responsa e Quaestiones) che in essa precedono sempre le opere dello stesso

genere d’altri giuristi; le masse sabiniana ed edittale dai commentari, che in esse

rispettivamente prevalgono, ad Sabinum e ad Edictum (vd. Mantovani § 18.5 e § 18.7).

Verificata tale ripartizione del materiale da elaborare per la compilazione, poteva

intravedersi quasi naturalmente un’analoga suddivisione della commissione elaboratrice. I

commissari giustinianei si divisero in tre sottocommissioni, corrispondenti alle tre masse

principali, mentre l’elaborazione delle opere appartenenti all’Appendice, sopraggiunte

successivamente, può essere stata affidata alla sottocommissione papinianea, impegnata

nello spoglio d’una quantità di libri minore rispetto a quella delle altre due masse. L’opera

dei commissari giustinianei dovette svolgersi in una duplice fase: In un primo momento,

essi, in ognuna delle tre separate sottocommissioni, escerpirono dai testi dei giuristi quelle

parti giudicate adatte alla compilazione, la cui trama sistematica, nella sua struttura

essenziale, era già stata fissata, modificando e raccorciando, se del caso, i testi. In una

seconda fase – che si deve tenere concettualmente distinta dalla prima, ma che con la

prima può essere stata anche concomitante – i singoli gruppi di frammenti delle tre masse

furono ordinati assieme nei differenti titoli dei cinquanta libri delle Pandette. Questo

lavoro poteva essere condotto a termine soltanto dall’insieme delle tre sottocommissioni.

Dovevano essere disposti in un’unica trama frammenti appartenenti alle singole masse,

evitando tanto le ripetizioni quanto le contraddizioni. Dal confronto emergeva un criterio

univoco di politica legislativa, in conformità del quale si doveva procedere alla esclusione

o eventualmente alla modificazione dei testi che non corrispondevano ai principii adottati.

L’elaborazione di questi criteri di politica legislativa è attestata dalle constitutiones ad

Questa indicazione fu seguita con una certa libertà, anche perché non esisteva una lista precisa dei giuristi

26

onorati con questo privilegio (vd. Mantovani § 18.2, pp. 467 ss.). Del resto sono stati utilizzati anche

frammenti escerpiti da opere appartenenti a giuristi d’epoca repubblicana.

Questo elenco, pervenutoci assieme al testo della compilazione, nel manoscritto fiorentino delle Pandette

27

(Littera Florentina conservata nella Biblioteca Laurenziana) è noto con il nome di index Florentinus.


PAGINE

47

PESO

400.67 KB

AUTORE

anita K

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia del diritto romano contenenti i principali concetti della materia, tra i quali: le linee di storia della Costituzione romana, le Istituzioni di Roma durante la monarchia latina (familiae, gentes, rex), i comizi curiati, i sacerdoti, Ius e Fas, la monarchia etrusca (dal Basileus al Tyrannos, tattica oplitica e ordinamento centuriato).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Briguglio Filippo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto romano

Diritto romano - Appunti
Appunto
Diritti reali e Possesso
Appunto
La rappresentanza
Appunto
Diritto romano - la patria potestas
Appunto