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Riassunto esame Diritto per lo spettacolo, prof. Picchi, libro consigliato Diritto dell'informazione e della comunicazione,Caretti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto pubblico per lo spettacolo, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Picchi, Diritto dell'informazione e della comunicazione, Caretti. Gli argomenti trattati sono: la libertà di manifestazione del pensiero nella Costituzione e l'evoluzione della legislazione in materia di spettacoli teatrali e cinematografici dai... Vedi di più

Esame di Diritto pubblico per lo spettacolo docente Prof. M. Picchi

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alcuni degli elementi che avevano caratterizzato le due grandi esperienze che hanno determinato la nascita

del costituzionalismo moderno: quella americana (da cui mutuarono l'idea di una Costituzione intesa come

fonte prima dei diritti fondamentali e garanzia del loro rispetto da parte dei poteri pubblici) e quella francese

(dalla quale mutuarono l'idea di una Costituzione come tavola di valori volti a tracciare le linee direttive

della futura azione dei poteri pubblici). Non solo, quindi, una Costituzione-garanzia, ma anche -programma,

che affida la realizzazione di queste sue due anime a un sistema di ripartizione dei poteri, sottoponendone

l'esercizio a una rete di controlli e garanzie, che ha nella giustizia costituzionale il punto di chiusura.

3. L'art. 21 della Costituzione: la genesi nei lavori dell'Assemblea Costituente. La genesi dell'art. 21 della

Costituzione, dedicato alla disciplina della libertà di manifestazione del pensiero, esprime il tentativo

operato dai costituenti di combinare assieme due impostazioni: una più tradizionale, legata a una concezione

dei diritti, intesi come libertà negative; l'altra, attenta a coglierne anche la dimensione attiva, di strumenti di

partecipazione ad una compiuta realizzazione del sistema democratico. Lo Stato ha il compito di garantire le

condizioni generali per la più ampia e piena realizzazione della libertà di espressione da parte dei singoli, ma

anche quello di garantire a tutti i cittadini il diritto ad avere una informazione il più possibile completa e

imparziale, contribuendo così ad elevare il tasso di democraticità del sistema attraverso una partecipazione

consapevole alla vita dello stesso. Come reazione alla esperienza autoritaria appena conclusasi, l'intero

impianto della disciplina della libertà di manifestazione del pensiero, dedicata alla libertà di stampa, risulta

tutto centrato sull'affermazione di principi volti ad arginare indebite interferenze dei pubblici poteri (e a

descriverne il ruolo in termini negativi). Il ruolo dello Stato è quello di imporre alle imprese editoriali

obblighi di trasparenza in ordine alle loro fonti di finanziamento. I tentativi di dare una fisionomia meno

evanescente non mancarono, ma non ebbero successo. Tuttavia, tracce significative della seconda delle due

impostazioni non mancano nell'art. 21. Al riguardo, si pensi alla formula utilizzata al co. 1 nel definire i

contorni della garanzia costituzionale: “Tutti sono liberi di manifestare liberamente il proprio pensiero con la

parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Si pensi poi alla distinzione tra libertà di manifestazione

del pensiero e libertà di comunicazione interpersonale. Si pensi, infine, al nesso istituito dal costituente tra

tutela dei diritti e partecipazione politica e sociale.

Il contenuto della garanzia costituzionale – L'oggetto della libertà di manifestazione del pensiero è il diritto

di comunicare il proprio pensiero a una sfera indeterminata di potenziali destinatari (ossia al pubblico). Le

garanzie disposte al riguardo dall'art. 21 coprono tutte le possibili comunicazioni: orali, scritte e quelle

espresse con qualsiasi altro mezzo. Il costituente si preoccupò di disciplinare soprattutto la libertà di stampa,

considerata allora come l'espressione principale della libera manifestazione del pensiero. A questo riguardo,

la disposizione costituzionale pone tre principi fondamentali: innanzitutto il divieto di autorizzazioni o

censure, da intendersi come divieto di sottoporre a misure di controllo amministrativo preventivo l'attività

diretta alla produzione di stampati, sia il contenuto degli stessi; in secondo luogo, il divieto di ricorrere all'

istituto del sequestro, successivo alla pubblicazione; in terzo luogo, la possibilità che il legislatore imponga

alle imprese editrici l'obbligo di rendere noti i loro mezzi di finanziamento.

Il limite del buon costume e i limiti ulteriori – L'unico motivo che può giustificare l'introduzione di limiti all'

esercizio della libertà di manifestazione del pensiero è quello previsto dall'ultimo comma della disposizione

e si riferisce alla tutela del buon costume: per cui la legge deve stabilire “provvedimenti adeguati a prevenire

e reprimere le violazioni”. Negli anni è stata abbandonata una nozione di buon costume ampia e riferita alla

morale comune o etica sociale, mentre se ne è affermata una più restrittiva, riferita alla sfera del pudore

sessuale, con particolare riferimento alla speciale tutela dello sviluppo della personalità dei minori. La Corte

costituzionale ha inteso il limite in questione come riferito a “quell'insieme di precetti che impongono un

determinato comportamento nella vita sociale di relazione, la inosservanza dei quali comporta la violazione

del pudore sessuale..”. Il concetto di buon costume finisce per coincidere con la nozione penalistica espressa

dall'art. 529 c.p., il quale precisa che agli effetti della legge penale si considerano osceni gli atti e gli oggetti

che offendano il pudore; si tratta di una nozione che si ritrova all'art. 528, il quale punisce le pubblicazioni e

gli spettacoli osceni. La sua pubblicazione ha suscitato, ovviamente, una serie di problemi e atteggiamenti

giurisprudenziali non univoci. Al di là di questo limite, la libertà di manifestazione del pensiero ne incontra

altri, come: quello rappresentato dall'onore e dalla reputazione, dal regolare funzionamento della giustizia,

dalla sicurezza dello Stato, dal diritto alla riservatezza. Ciò non significa che interessi che fanno capo a

questi limiti debbano prevalere sulla libertà di esprimere il proprio pensiero, ma significa che di volta in

volta il legislatore (ed eventualmente il giudice costituzionale) dovranno operare un giusto bilanciamento tra

gli interessi. Il limite dell'onore e della reputazione si radica nel principio personalistico che permea di sé la

Costituzione ed è corollario di quel paradigma della dignità sociale di cui all'art. 3, co. 1, Cost. Il rispetto di

tale limite è rimesso ad alcune fattispecie penali, quali: ingiuria, diffamazione e varie fattispecie di oltraggio

e vilipendio. Il limite del regolare funzionamento della giustizia risponde all'esigenza di assicurare una

corretta informazione sulle vicende giudiziarie e quella, altrettanto importante, di non compromettere lo

svolgimento di procedimenti giudiziari in corso a causa di una fuga di notizie. Il limite si è tradotto nella

previsione di cui all'art. 684 c.p. che punisce la pubblicazione di atti o documenti di un procedimento penale

o dei nomi dei giudici. Il limite della sicurezza dello Stato è anch'esso riconducibile a un interesse di rilievo

costituzionale, si trova espresso in quelle disposizioni penalistiche che puniscono la rivelazione di segreti di

Stato, ossia notizie che, nell'interesse della sicurezza dello Stato o nell'interesse politico internazionale o

interno dello Stato, debbono rimanere segrete, nonché quella di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione

da parte dell'autorità. Il limite del diritto alla riservatezza è da ricondursi ai diritti della persona. Qui,

l'interesse protetto è da ravvisarsi nella tutela di quelle situazioni e vicende strettamente personali e familiari

che non hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile. Deve invece escludersi che tra i limiti

ulteriori che la libertà di manifestazione del pensiero può incontrare possa annoverarsi il limite dell'ordine

pubblico; limite così generico da consentire qualunque forma di intervento restrittivo. Oggi di quel limite

onnicomprensivo, la Costituzione non fa menzione, ma allude a delle sue accezioni specifiche in alcune

disposizioni: dove si parla di incolumità pubblica, a proposito dei limiti alla libertà di domicilio; dove si

parla di sicurezza pubblica, in relazione ai limiti alla libertà di circolazione e soggiorno; dove si parla di

entrambe, in relazione ai limiti alla libertà di riunione.

4. Considerazioni di sintesi. I principi sanciti dall'art. 21 della Costituzione, in coerenza con l'impianto

complessivo del nuovo sistema di tutela dei diritti, comportano un'inversione di rotta rispetto all'esperienza

precedente sotto quattro distinti profili: a) quello della completa ed esclusiva riconduzione al Parlamento-

legislatore della disciplina della libertà di manifestazione del pensiero; b) quello della predeterminazione

direttamente in Costituzione delle ragioni che sole possono giustificare l'introduzione di limitazioni al suo

esercizio; c) quello della riconduzione solo al giudice del potere di disporre in concreto l'applicazione dei

limiti imposti dal legislatore; d) quello della inderogabilità dei suddetti principi. La loro applicazione ha

determinato l'affermarsi di un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato in relazione a questa materia: all'

accentuarsi del ruolo del Parlamento si è accompagnato un parallelo attenuarsi del ruolo del Governo; all'

accentuarsi del ruolo del giudice, un parallelo attenuarsi dei poteri dell'autorità di polizia. Per la libertà di

manifestazione del pensiero ciò che conta è l'effettività, da intendersi come effettivo rispetto da parte di tutti

dei principi costituzionali sopra descritti, come effettivo funzionamento degli strumenti di garanzia a tal fine

predisposti. È questa effettività che mette a riparo da ritorni al passato e rende meno incerto il cammino,

sempre per sua natura precario, dei diritti.

Capitolo 5 – Teatro e cinema.

1. La disciplina degli spettacoli durante il periodo liberale. L'assenza di un'espressa garanzia costituzionale

a tutela della libertà di espressione attraverso i mezzi diversi dalla stampa è una delle ragioni che spiegano la

natura restrittiva della disciplina adottata in questo campo dal periodo liberale. Si tratta di una caratteristica

che rimarrà come un elemento di continuità nella legislazione di questo settore, nel passaggio dal periodo

liberale a quello fascista a quello repubblicano. Una conferma la si trae subito dall'impostazione che viene

adottata per la disciplina degli spettacoli, centrata sulla definizione di specifici poteri dell'autorità di polizia

in ordine alle condizioni tecniche di esercizio delle attività legate allo spettacolo, e ai contenuti espressivi di

tali attività. Già la legge di pubblica sicurezza del 1859 si collocava in questa prospettiva, subordinando le

attività di pubblico intrattenimento a una previa licenza di polizia; il cui rilascio era legato alle valutazioni

discrezionali dell'autorità, e che si traduceva in un meccanismo di intervento preventivo di tipo censorio.

Questa impostazione trova ulteriori conferme nella successiva legge di pubblica sicurezza del 1865 e nel

relativo regolamento di esecuzione; ed è con quest'ultimo che il sistema di intervento preventivo in campo

teatrale acquista dei connotati stabili che lo caratterizzano a lungo nei decenni successivi. Esso subordinava

il rilascio della autorizzazione al rispetto non solo della moralità e dell'ordine pubblico, ma anche al rispetto

degli ordinamenti politici dello Stato, della religione cattolica e dei culti tollerati, nonché della vita privata

delle persone e dei principi della famiglia. L'aver superato questo primo vaglio prefettizio non costituiva

garanzia di poter effettivamente tenere la rappresentazione, poiché si prevedeva che l'autorità locale di

polizia potesse egualmente vietarla qualora, per una qualunque circostanza di tempo o luogo, la ritenesse

inopportuna o tale da mettere a repentaglio l'ordine pubblico. Sempre all'autorità locale settava il compito di

svolgere un'attività di vigilanza sullo svolgimento delle rappresentazioni teatrali autorizzate, cui si legava

l'attribuzione del potere di sospendere o far cessare le medesime in caso di disordini o tumulti. Le novità

della legge di pubblica sicurezza del 1889 sono rappresentate dall'introduzione di una licenza di polizia

relativa all'agibilità dei locali destinati alle rappresentazioni teatrali, nonché dall'introduzione di una serie di

garanzie a tutela dei soggetti interessati. Questo complesso apparato di controlli e autorizzazioni preventive

aveva poi il suo risvolto sul terreno sanzionatorio nella previsione di apposite fattispecie di contravvenzione,

con indicazione delle relative pene (pecuniarie e detentive).

2. La legislazione fascista in materia di spettacoli teatrali e cinematografici: gli interventi censori. Su un

terreno già cosi abbondantemente disseminato di interventi preventivi di natura censoria, per il legislatore

fascista non fu difficile iniziare la costruzione di un sistema che consentisse, a priori, di garantire che

l'utilizzazione di questi mezzi di espressione avvenisse in modo omogeneo agli indirizzi politici dominanti. I

due testi unici delle leggi di pubblica sicurezza del 1926 e 1931 non fanno che muoversi nella logica che

aveva ispirato il legislatore liberale, con riferimento alle rappresentazioni teatrali e da ora anche al cinema.

Per quanto riguarda le rappresentazioni teatrali, il testo unico del 1926, se da una parte manteneva il regime

precedente delle autorizzazioni a cascata, dall'altra ne rendeva più rigorosa l'applicazione, ancorandola a una

serie di criteri nei quali non è difficile cogliere lo spirito che aveva mosso il legislatore. Così la tutela dell'

ordine pubblico, della morale e del buon costume si traduce nel divieto di concedere l'autorizzazione alle

rappresentazioni in cui si faccia apologia di un vizio, si inciti al delitto o all'odio tra le classi, si offendano

Re, Pontefice, Capo di governo e istituzioni, si inciti al disprezzo della legge o ai principi costitutivi della

famiglia, ecc. Il t.u. Del 1931 affidava al Ministero dell'Interno il compito di operare la preventiva revisione

del contenuto delle rappresentazioni teatrali, trasferendo a questo livello il potere di vietarle. La funzione fu

poi trasferita nel 1935 all'Ispettorato per il teatro, e nel 1937 al Ministero per la cultura popolare, che la

esercitava coadiuvato da un'apposita commissione.

Le rappresentazioni cinematografiche sono anch'esse sottoposte a una serie di autorizzazioni preventive,

dirette ad accertare l'idoneità dei soggetti che intendono esercitare l'attività cinematografica, l'idoneità dei

luoghi nei quali le rappresentazioni si svolgono, e quella dei soggetti che tali luoghi intendono gestire. Il

rilascio della autorizzazioni, oltre che a criteri di ordine tecnico legati al possesso di determinate competenze

professionali, dipende anche dal possesso di determinati requisiti di ordine personale, quale quello della

necessaria capacità morale. Tali rappresentazioni sono inoltre sottoposte a un sistema di censura preventiva

per ciò che attiene al loro contenuto. Tale intervento preventivo comportava l'integrale visione della pellicola

cinematografica; alla revisione ministeriale potevano essere ammesse solo le pellicole i cui copioni fossero

stati previamente sottoposti ad esame da parte degli stessi organi e da essi ritenuti rappresentabili. Questo

sistema di censura subì solo modeste modifiche da parte del t.u. del 1931; da una composizione burocratica

si passa a una più articolata, che comprende membri di designazione politica e membri che sono espressione

delle categorie professionali del settore. Quanto ai criteri per la concessione del nulla osta, essi riflettono in

maniera esplicita la natura politica dell'intervento preventivo dello Stato sulla produzione cinematografica.

Inoltre, il legislatore fascista introdusse l'obbligo, per coloro che intendano produrre pellicole, di darne

comunicazione scritta all'autorità di pubblica sicurezza.

Gli interventi di sostegno economico e l'intervento diretto dello Stato nel settore dello spettacolo – Nel

settore degli spettacoli il legislatore fascista punta a realizzare anche una significativa azione di sostegno e

promozione. Si tratta di un elemento coerente con un disegno complessivo che combina insieme controlli

censori e sostegno economico, secondo una logica che ha come obiettivo fondamentale quello di orientare

l'uso di ogni mezzo di comunicazione sociale verso un allineamento della pubblica opinione agli indirizzi

politici dominanti. In realtà, già nel periodo immediatamente precedente l'avvento del regime fascista, erano

stati varati alcuni provvedimenti legislativi in materia di sostegno economico alle attività di spettacolo. Il

d.l. n. 527 del 1920 aveva disposto che nelle province, il cui capoluogo avesse oltre 300mila abitanti, il

governo potesse imporre un'addizionale ai diritti erariali sui biglietti di ingresso a rappresentazioni musicali

o drammatiche, il cui importo doveva essere devoluto a favore di enti autonomi o associazioni locali che

gestissero, senza fini di lucro, un teatro lirico. Il r.d. Del 1921 estende il sostegno economico anche al teatro

di prosa. Le sovvenzioni statali dovevano essere destinati ai teatri o alle compagnie che si impegnassero a

svolgere una programmazione previamente concordata con il ministero. Un sistema analogo, basato su

sovvenzioni concesse solo ad alcune iniziative, per un fine promozionale di una produzione di qualità, è

quello che viene introdotto anche l'attività cinematografica. Ma è solo con il complesso delle leggi varate

negli anni successivi che l'intervento di promozione e sostegno assume una dimensione più strutturata ed

organica. Per ciò che attiene alle attività teatrali, la svolta si delinea con l'istituzione del Sottosegretariato per

la stampa e la propaganda, presso il quale creava l'Ispettorato del teatro. Con l'istituzione del Ministero per

la cultura popolare, le funzioni amministrative connesse al sostegno economico a favore delle attività teatrali

verranno attribuite alla divisione generale per il teatro. A base del sistema di provvidenze a favore delle

attività teatrali viene posto il meccanismo del canone per le radioaudizioni, che determinò un incremento

dell'importo complessivo utilizzabile. Il Ministero provvedeva all'erogazione delle provvidenze sentita una

apposita commissione, la cui composizione in parte burocratica e in parte corporativa è sintomatica del

modello che oggi si direbbe partecipato, adottato per la gestione dell'intervento di sostegno pubblico; ad ogni

modo non scalfiva il potere di decisione e controllo riservato al ministro. Dal 1938 viene attivata la prima

forma di credito agevolato per le attività teatrali, che consisteva nella concessione di mutui per opere edilizie

teatrali, attraverso la sezione autonoma per il credito fondiario della Banca Nazionale del Lavoro. A questo

si affiancherà un intervento promozionale che vede lo Stato svolgere in prima persona attività teatrali. In

quegli anni si assiste alla creazione di importanti enti, i quali finiranno per sopravvivere alla stessa caduta

del regime; è il caso di: Ente italiano per gli scambi teatrali, Ente teatro italiano, Istituto nazionale del

dramma antico. Espressione della stessa tendenza a dar vita a enti pubblici in grado di svolgere un'attività

promozionale è anche la creazione degli enti lirici. Con la l. del 1936, la soluzione dell'ente pubblico viene

estesa a tutti i teatri lirici secondo un modello uniforme. Esso presenta elementi che verranno ripresi dal

legislatore repubblicano, che puntava a realizzare tre obiettivi: collegare l'attività degli enti lirici al governo

locale; assicurare una partecipazione di tipo sindacale-corporativo alla conduzione dell'ente; soddisfare

l'esigenza di mantenere un saldo potere di indirizzo e controllo in capo al Ministero di settore. Se a tutto ciò

si aggiunge l'istituzione, avvenuta nel 1937, dell'Accademia d'arte drammatica, destinata a potenziare il

settore della formazione professionale artistica, avremo un quadro chiaro della complessità e articolazione

della strumentazione operativa messa in campo dallo Stato.

Un analogo sviluppo si registra anche nell'attività cinematografica. Qui, il primo provvedimento normativo

di rilievo si registra nel 1927, che detta la disciplina di alcuni istituti destinati a rappresentare il fulcro di un

intervento dello Stato nel settore. Nasce di qui l'istituto della programmazione obbligatoria, che consiste nell'

imposizione agli esercenti di sale cinematografiche dell'obbligo di riservare una certa percentuale dei giorni

di proiezione a film di produzione italiana. Istituto che realizza allo stesso tempo: una tutela degli interessi

delle industrie produttrici e una forma di protezionismo culturale e politico voluta dal regime nei confronti di

una produzione straniera poco gradita; alla programmazione obbligatoria erano ammessi solo i film con

determinati requisiti artistici. Al mancato rispetto degli obblighi connessi alla programmazione si prevedeva

che potesse seguire, una volta accertata l'infrazione da parte del prefetto, la chiusura temporanea della sala e,

nei casi di recidiva, la revoca della licenza. Il risultato erano un meccanismo che metteva a disposizione

opportunità effettive di sviluppo alle iniziative promosse in questo campo in cambio se non di un prodotto

apertamente propagandistico, quanto meno di uno dal quale fosse bandita ogni forma di dissenso. È su

questo impianto che si innestano le modifiche e le integrazioni che verranno introdotte dai provvedimenti

negli anni successivi. Si pensi all'introduzione dei contributi o premi alla produzione, che consistevano nel

ristorno ai produttori di una percentuali degli incassi lordi realizzati dal film; poteva riguardare solo quelli

nazionali ammessi alla programmazione obbligatoria. Si pensi all'introduzione di una forma speciale di

credito agevolato a favore delle imprese di produzione, che provvede ad istituire presso la Banca nazionale

del lavoro un'apposita sezione per il credito cinematografico, che gestisce in modo autonomo un proprio

fondo e disciplina il meccanismo delle anticipazioni sui costi di produzione preventivati, che arrivavano a

coprire fino a un terzo della spesa globale; le decisioni ministeriali anche in questo caso erano assunte sulla

base di valutazioni che investono il contenuto dell'opera. Si pensi, infine, all'introduzione della tassa sul

doppiaggio, rappresentata dall'obbligo imposto alle imprese produttrici e distributrici estere di eseguire in

Italia il doppiaggio dei film che intendessero inserire nel circuito distributivo nazionale. Il doppiaggio

doveva avvenire utilizzando strutture e personale italiano e prevedeva il pagamento di una tassa; lo scopo

era quello di introdurre un freno all'ingresso dei prodotti stranieri. Anche in questo settore si assiste alla

creazione di alcuni enti pubblici con compiti promozionali, come; l'Istituto cinematografico educativo Luce

(autorizzato a rilevare partecipazioni azionarie in imprese cinematografiche) e il Centro sperimentale per la

cinematografia (con compiti di formazione culturale e professionale nel settore).

3. La disciplina degli spettacoli teatrali e cinematografici dopo l'entrata in vigore della Costituzione. Con il

d.l. n. 678 del 1945 si provvede ad abrogare gran parte dell'impalcatura dei controlli preventivi, legati al

sistema delle provvidenze economiche, soprattutto nel settore della cinematografia. Rimaneva in piedi il

meccanismo della revisione del contenuto dei film, sia pure limitato al prodotto finito. La l. n. 379 del 1974

tenta una prima riorganizzazione dell'intervento di sostegno economico dello Stato, attraverso un recupero

dell'istituto della programmazione obbligatoria e la creazione di una struttura amministrativa centrale cui

assegnare le più rilevanti funzioni in materia. Tra i provvedimenti del periodo c'è il d.l. n. 177 del 1947, col

quale di stabiliva che parte dei proventi dei diritti erariali sugli introiti lordi sugli spettacoli cinematografici

venisse devoluto a favore di comuni e province. Questi primi provvedimenti non toccarono uno degli aspetti

più rilevanti, quello relativo ai poteri che in questo campo erano attribuiti dalla legislazione di pubblica

sicurezza all'autorità di polizia. Tra quelli rimasti in vigore c'è l'istituto della licenza per tenere in un luogo

pubblico o aperto al pubblico rappresentazioni teatrali o cinematografiche; con la permanenza di un potere di

intervento preventivo dell'autorità di pubblica sicurezza ancorato a criteri così generici da consentire un

esercizio largamente discrezionale, e che non è apparso alla Corte strumento inammissibile di censura sul

contenuto della rappresentazione. In seguito il potere di rilasciare suddetta licenza è stato trasferito dallo

Stato ai comuni. È rimasta in vigore la disposizione che subordina a un'apposita licenza il “dare, x mestiere,

pubblici trattenimenti, esporre alla pubblica vista rarità, persone, animali, gabinetti ottici o altri oggetti di

curiosità, ovvero dare audizioni all'aperto”; anch'essa di competenza comunale. Sono rimasti parzialmente in

vigore gli articoli che stabiliscono il divieto di rappresentare spettacoli o di tenere trattenimenti pubblici “che

possano turbare l'ordine pubblico o che sono contrari alla morale o al buon costume o che importino strazio

o sevizie animali”. Va sottolineata la permanenza della necessaria autorizzazione per l'apertura delle sale

cinematografiche; potere disciplinato dal d.l. n. 3 del 1998 che lo limita alle sale oltre una certa capienza di

spettatori. Infine, sono rimasti in vigore i poteri di polizia dello spettacolo, che consistono nella facoltà di

agenti di polizia di pubblica sicurezza di accedere in qualunque momento nei locali destinati all'esercizio di

attività soggette ad autorizzazione al fine di vigilare circa l'osservanza delle prescrizioni imposte.

4. La riforma del sistema di censura preventiva sulle opere teatrali e cinematografiche. A conferma dei

numerosi elementi di continuità sta la sopravvivenza del sistema di revisione delle opere cinematografiche e

teatrali. La l. n. 161 del 1962 presenta numerose novità rispetto alla precedente; tuttavia, va sottolineata la

difficoltà del legislatore ad abbandonare l'idea che l'intervento dei pubblici poteri debba caratterizzarsi in

modo da assumere anche contenuti censori. La giustificazione che si è voluta trovare alla censura è venuta

dall'ultimo comma dell'art. 21 Cost., dove si afferma che al fine di assicurare la tutela del buon costume, la

legge stabilisce provvedimenti adeguati non solo a reprimere, ma anche a prevenire le eventuali violazioni. I

punti cardine della riforma del '62 sono rappresentati dalla eliminazione di ogni criterio di carattere politico

nell'esercizio dell'attività di revisione da parte degli organi a ciò deputati e dal rigoroso ancoraggio di questa

attività di controllo al rispetto del solo limite del buon costume, dalla trasformazione da obbligatoria a

facoltativa della sottoposizione al controllo delle opere teatrali, nonché dalla predisposizione di una serie di

garanzie a tutela della posizione dei soggetti interessati. La legge subordina la proiezione in pubblico dei

film a un previo nulla osta il cui rilascio spettava al Ministero del Turismo e dello spettacolo, e oggi spetta al

Mibact. La decisione viene assunta previo parere conforme di un'apposita commissione. La revisione dei

film può concludersi con un parere favorevole al rilascio del nulla osta ministeriale oppure con un parere

sfavorevole, ovvero condizionato al divieto di assistere alla proiezione per i minori di 14 o 18 anni. Unico

criterio che la commissione deve tenere presente nell'esprimere il suo parere è quello del rispetto del limite

del buon costume, diretto a tutelare la sfera del pudore sessuale. Con riferimento ai minori la legge prevede

anche l'utilizzazione dei criteri aggiuntivi che fanno riferimento “alla particolare sensibilità dell'età evolutiva

e alle esigenze della sua tutela morale” (art. 5). L'art. 9 del regolamento di esecuzione della legge precisa che

“debbono ritenersi in ogni caso vietate ai minori le opere che contengano battute o gesti volgari; indulgano a

comportamenti amorali; contengano scene erotiche o di violenza verso uomini e animali, o relative ad

operazioni chirurgiche o a fenomeni ipnotici, se rappresentati in forma particolarmente impressionante o

riguardanti l'uso di stupefacenti; fomentino l'odio e la vendetta”. In caso di diniego del nulla osta, i diretti

interessati hanno il diritto di essere ascoltati e possono ricorrere a una commissione di secondo grado, e in

caso sfavorevole possono ricorrere al giudice amministrativo.

La soppressione del Ministero del Turismo e dello spettacolo, avvenuta nel 1993, ha aperto a una fase di

incertezza circa l'individuazione dell'autorità statale cui affidare l'esercizio delle funzioni in materia di

revisione delle opere cinematografiche. Inizialmente erano stata attribuite al Garante per la radiodiffusione e

l'editoria; in seguito alla Presidenza del Consiglio dei ministri, presso la quale è stato istituito un apposito

Dipartimento per lo spettacolo; infine, con l'istituzione del Mibac, nel 1998, il Dipartimento e le relative

funzioni sono stati trasferiti al ministero. La legge n. 203 ha introdotto alcune regole volte a disciplinare la

trasmissione televisiva di opere a soggetto e di film prodotti per la tv: qualora tali programmi contengano

immagini tali da poter incidere negativamente sulla sensibilità dei minori, essi possono essere trasmessi solo

in una certa fascia oraria. Anche per le opere teatrali, la legge del '62 prevedeva un meccanismo di revisione

analogo, ma più attenuato. L'obbligo del previo nulla osta ministeriale era previsto solo per i lavori teatrali

eseguiti in rivista o commedia musicale a musica e azione coreografica. Per le altre opere la revisione non

poteva mai concludersi con un divieto del nulla osta, ma solo con l'imposizione di un obbligo di non

ammissione dei minori di 18 anni; oggi questa parte della legge 161 è stata abrogata, così che il sistema da

essa previsto opera solo in riferimento alle opere cinematografiche. Quanto alle sanzioni, oltre a quelle

previste per la violazione dell'obbligo di previa sottoposizione dell'opera alla revisione, la legge prevede una

apposita ammenda per coloro che violino gli obblighi connessi al rilascio di un nulla osta condizionato al

divieto di accesso ai minori. Nei casi più gravi o di recidiva, l'autorità giudiziaria, nel promuovere una

sentenza di condanna, dispone la chiusura del locale di pubblico spettacolo per un periodo non inferiore a 10

giorni; la stessa disposizione prevede che, nelle stesse ipotesi, l'autorità di pubblica sicurezza sequestri il

film oggetto e ne interdica la proiezione. Al giudice è affidato il compito di intervenire in caso di accertata

violazione di quanto disposto dall'art. 528 c.p., il quale punisce con la reclusione da tre mesi a tre anni e con

una multa chi “dà pubblici spettacoli teatrali o cinematografici che abbiano carattere di oscenità”; l'assenza

del nulla osta in questa circostanza è solo un'aggravante e non un elemento costitutivo del reato. Questo

doppio regime ha determinato numerose ipotesi di conflitto tra organi di controllo amministrativo e organi di

controllo giurisdizionali.

5. Gli interventi promozionali diretti. Sotto la vigilanza del Ministero del turismo e dello spettacolo hanno

continuato ad operare alcuni enti creati durante il periodo fascista, mentre altri sono stati creati. Tra questi

c'è l'Eti, con la sua funzione di promozione della diffusione delle attività teatrali in Italia e all'estero; l'Inda,

che si occupa della promozione della conoscenza del teatro classico; l'Idi, che promuove le opere di autori

italiani; il Centro sperimentale per la cinematografia e l'Accademia di arte drammatica, che si occupano di

formazione professionale. L'art. 3 della legge n. 203 del 1995 prevedeva che in sede di riordino degli enti

operanti nel settore dello spettacolo, il governo dovesse ispirarsi non solo alle istanze di regionalizzazione,

ma anche all'istanza dell'affidamento di specifiche funzioni a società o enti anche di natura privata. In

attuazione della delega contenuta nell'art. 11 della l. n. 59 del 1997, in ordine alla trasformazione in persone

giuridiche di diritto privato degli enti pubblici nazionali che non richiedano per l'esercizio dei loro compiti il

possesso della personalità giuridica pubblica, s'è assistito alla trasformazione in fondazione Scuola nazionale

di cinema dell'ente pubblico Centro sperimentale di cinematografia e alla trasformazione in fondazione dell'

ente pubblico Istituto del dramma antico. Lo Stato consente loro di svolgere attività che permettono il

reperimento di risorse finanziarie aggiuntive rispetto a quelle pubbliche. Restano pubbliche le finalità di

questi enti, così come la parte maggioritaria del loro finanziamento; per questo sono soggetti alla vigilanza

del governo. Tra gli enti di nuova istituzione c'è l'Ente autonomo di gestione per il cinema (s.p.a), i cui

compiti sono quelli di fornire una produzione nazionale nel settore della cinematografia di qualità artistica e

culturale che costituisca veicolo di informazione e strumento di formazione del pubblico. Nell'ambito dell'

Ente restano inquadrate le società già esistenti e operanti nel campo della cinematografia: Istituto Luce (che

ha incorporato l'Italnoleggio) e Cinecittà. I nuovi statuti hanno meglio definito i loro compiti istituzionali,

riconducendoli alla finalità generale che lo Stato intende perseguire in questo settore, cioè di garantire lo

sviluppo pluralistico di una attività di rilevante interesse nazionale. Nel 1991 è stata costituita una terza

società, ossia Cinecittà International, cui è stato conferito il compito specifico di promuovere la produzione

cinematografica nazionale all'estero.

Sul versante del teatro tra gli enti che vedono la luce nel secondo dopoguerra, vanno annoverati gli enti lirici

istituiti dalla legge n. 800 del 1967, che oltre a introdurre un particolare regime di provvidenze, prevedeva

l'attribuzione di una serie di enti lirici e a due istituzioni concertistiche assimilate. La legge disegnava una

organizzazione interna uniforme e centrata su: presidente, sovrintendente, consiglio d'amministrazione e

collegio dei revisori; al fine di istituire un rapporto tra questi enti e gli organi rappresentativi dei governi

locali. Coi d.lgs. n. 367 del 1996 e 134 del 1998 si è proceduto a fissare la normativa per il passaggio da enti

pubblici a fondazioni di diritto privato degli enti che vengono definiti di prioritario interesse nazionale che

operano nel settore musicale. A costituire il patrimonio delle fondazioni concorrono lo Stato, la Regione e il

Comune, nonché i fondatori privati, la cui partecipazione non può superare per il primo quadriennio il 40%

del patrimonio stesso. La gestione finanziaria delle fondazioni è inoltre soggetta al controllo della Corte dei

conti. Tra le strutture pubbliche sorte nel secondo dopoguerra vanno annoverati i teatri stabili o organismi

stabili di produzione teatrale a iniziativa pubblica; ammessi all'assegnazione delle risorse destinate al

sostegno delle attività teatrali, qualora rispondano a determinati requisiti.

6. L'intervento di sostegno economico. All'intervento diretto si accompagna anche uno indiretto che si

sostanzia nell'erogazione, ai soggetti che esercitano l'attività teatrale e cinematografica, di aiuti di carattere

finanziario di vario genere. Un tentativo di predisporre un sistema unitario che superasse la frammentarietà è

rappresentato dalla l. n. 163 del 1985, che istituisce un Fondo unico per lo spettacolo destinato al sostegno

finanziario di enti, istituzioni, associazioni e imprese operanti nei settori delle attività cinematografiche,

musicali, di danza, teatrali, circensi e dello spettacolo viaggiante, nonché la promozione e il sostegno di

manifestazioni e iniziative di carattere e rilevanza nazionali da svolgere in Italia o all'estero. Quanto ai criteri

per la sua ripartizione, la legge provvede direttamente a fissare le quote percentuali da destinarsi ai vari tipi

di attività, secondo una scala decrescente: al primo gradino ci sono le attività musicali e di danza (con non

meno del 45%), quelle cinematografiche (25%), quelle teatrali di prosa (15%) e quelle dello spettacolo

viaggiante e circensi (1%); ma rinvia a successive e apposite leggi di riforma di queste attività di spettacolo

la determinazione dei criteri di riparto delle risorse finanziarie del Fondo all'interno dei singoli comparti; in

attesa si stabilisce che restino validi quelli stabili dalle leggi vigenti. Spetta al ministro, sulla base delle

proposte formulate dalla Consulta per lo spettacolo, comunicare il piano di riparto del Fondo al ministro del

tesoro, per le conseguenti variazioni di bilancio. Le proposte della Consulta sono concepite come attuative di

un atto di programmazione generale dell'intervento dello Stato in questo campo. La Consulta x lo spettacolo

si articola in cinque sezioni (musica, danza, prosa, cinema, attività circensi e spettacolo viaggiante), ciascuna

delle quali è composta da un numero non superiore a undici membri, designati da parte dei sindacati e delle

associazioni di categoria. Della Consulta per lo spettacolo, presieduto dal ministro del Mibac, fa parte di

diritto il capo del Dipartimento dello spettacolo, che deve esercitare le funzioni di consulenza e verifica in

ordine all'elaborazione e attuazione delle politiche. Sempre presso il Ministero operano (con importanti

funzioni consultive) sei commissioni, ognuna composta da sette componenti, incluso il direttore generale

competente; i componenti sono nominati con decreto del ministro e sono scelti fra esperti qualificati nelle

materie di competenza delle commissioni. La mancata approvazione delle previste leggi di riforma ha sin

qui impedito che il meccanismo di programmazione spiegasse a pieno la sua potenziale capacità di indirizzo

e razionalizzazione dell'intervento di sostegno dello Stato.

Per ciò che attiene alle attività teatrali, le leggi che si sono succedute hanno predisposto un sistema di

contributi e sovvenzioni a pioggia che ha finito per tradursi nella riserva al Ministero di settore di un potere

sostanziale di riparto delle risorse finanziarie disponibili largamente discrezionale. A mettere più ordine nella

materia ha poi provveduto la legge n. 650 del 1996, il cui art 1, c. 71 ha affidato al governo il compito di

approvare un apposito regolamento per fissare i criteri e le modalità per la concessione dei contributi, sussidi

e ausili finanziari a favore dei soggetti dello spettacolo. Secondo la disciplina attualmente vigente il Mibac

eroga contributi ai soggetti che svolgono attività di teatro, commedia musicale e operetta, in base agli

stanziamenti destinati alle attività teatrali dal Fondo unico per lo spettacolo. I contributi vengono ripartiti, su

base triennale, tenendo conto della qualità e validità culturale dei progetti e dell'impegno e dei costi delle

singole iniziative. Lo stesso regolamento individua i settori teatrali beneficiari dei contributi statali: il settore

dei teatri stabili e dei teatri stabili di innovazione. Quanto ai teatri stabili ad iniziativa pubblica, si prevede

che essi vengano individuati ogni tre anni con decreto ministeriale e debbano rispondere ad alcuni requisiti:

personalità giuridica di diritto privato; tra i partecipanti devono esserci la regione, il comune, la provincia,

ecc; devono distinguersi diversi organi tra cui il presidente, il consiglio di amministrazione, l'assemblea, il

collegio dei revisori; stabilità del nucleo artistico assunto con contratto stagionale per almeno metà degli

interpreti; committenza ogni due anni di almeno un'opera di un autore italiano vivente; spettacoli di ricerca;

inoltre devono avere uno statuto che contenga l'impegno degli enti locali partecipanti a contribuire alle spese

dell'ente in misura non inferiore al contributo versato dallo Stato. A simili criteri risponde la determinazione

dei contributi concessi ai teatri stabili ad iniziativa privata o mista. Le imprese di produzione teatrale,

ragione dell'interesse pubblico dell'attività che esse svolgono di diffusione della cultura teatrale, alle quali si

richiede un numero minimo di giornate recitative e di giornate lavorative per essere ammesse ai contributi. I

soggetti privati che svolgano attività di promozione e formazione del pubblico a livello regionale e i soggetti

che gestiscono sale teatrali. A questi soggetti che esauriscono un primo settore di iniziative teatrali ammesse

ai contributi statali, si aggiungono quelli che il regolamento definisce altri soggetti teatrali, ossia i soggetti

pubblici e privati che svolgono attività di promozione, divulgazione e informazione in campo teatrale. Un

terzo settore di intervento contributivo riguarda gli enti pubblici, le fondazioni e accademie e altre attività

teatrali minori. In sintesi, possiamo dire che la nuova disciplina delle modalità e dei criteri di concessione

dei contributi statali sembra accentuare il rilievo dei criteri di natura qualitativa e definisce un quadro di

criteri e regole procedurali che dovrebbero ridurre i margini di discrezionalità del Ministero di settore e

assicurare una maggiore trasparenza in sede attuativa.

Integra il sistema delle sovvenzioni, la prevista possibilità per gli operatori nel settore teatrale di accedere al

credito in forme agevolate. È la legge n. 800 del 1967 a disciplinare le relative procedure: l'istituzione,

presso la Banca Nazionale del Lavoro, di una sezione autonoma per il credito teatrale. La norma poi è stata

abrogata, ma ala Bnl s.p.a. continua ad avere una Sezione di credito cinematografico e teatrale che provvede

al finanziamento in forma agevolata sia con fondi statali che privati. L'attività della Sezione si articola in due

tipi di operazioni: anticipazioni sui contributi statali assegnati o su quelli da assegnare; finanziamento di

iniziative, svincolate da contributi statali. Vanno inoltre ricordate alcune agevolazioni fiscali che la legge n.

163 del 1985 che ha introdotto a favore delle attività teatrali. Esse riguardano il 70% degli utili reinvestiti

nella produzione di spettacoli o nell'attività di ristrutturazione o miglioramento tecnologico delle strutture

destinate a rappresentazioni teatrali. Da ultimo è da segnalare la legge n. 444 del 1998 che detta una serie di


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto pubblico per lo spettacolo, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Picchi, Diritto dell'informazione e della comunicazione, Caretti. Gli argomenti trattati sono: la libertà di manifestazione del pensiero nella Costituzione e l'evoluzione della legislazione in materia di spettacoli teatrali e cinematografici dai primi del '900 ad oggi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in progettazione e gestione di eventi e imprese dell'arte e dello spettacolo (PRATO)
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca.serani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico per lo spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Picchi Marta.

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