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ESTRATTO DOCUMENTO

Scomparsa: art. 48 C.C. viene nominato un curatore che amministra i suoi beni. Trascorso

due anni se c’è il testamento i potenziali eredi possono ottenere l’immissione nel possesso

temporaneo dei beni e goderne i frutti (art. 49 C.C.) ; trascorsi poi dieci anni possono chiedere la

dichiarazione di morte presunta (art.58 C.C.) Tale dichiarazione produce effetti equivalenti a quelli

della morte.

2. LA CAPACITÀ DELLE PERSONE FISICHE

Se una persona fisica ha la capacità giuridica ma non ha la capacità di agire, di compiere,

cioè, da sé le azioni che sono richieste per ottenere effetti giuridici, viene nominato un tutore.

Minori :inferiori ai 18 anni; situazione di incapacità generale e non assoluta; 16 anni:

acquista la capacità di riconoscere un figlio naturale; di dare il consenso al proprio riconoscimento

da parte di un genitore naturale; di contrarre in matrimonio (con il permesso del Tribunale dei

minori e per motivi gravi). Esso è rappresentato da un tutore o da un genitore per gli atti non

personali. Con il matrimonio il minore acquista l’emancipazione che permette di occuparsi degli atti

personali e patrimoniali non eccedenti l’ordinaria amministrazione.

La capacità di agire può essere perduta totalmente attraverso l’interdizione (infermità di

mente grave da rendere incapaci di provvedere ai propri interessi), solo parzialmente attraverso

l’inabilitazione (infermità meno gravi) ; esse possono derivare solo da una sentenza di un giudice.

Con l’interdizione il soggetto è sostituito completamente da un tutore che lo rappresenta.

L’inabilitato si trova in una situazione di limitata capacità come nel caso del minore; negli atti che

non può compiere da solo ha bisogno di un curatore.

Incapacità naturale: fa si che gli atti compiuti risultino viziati e perciò annullabili ; chi si

trovi in queste condizioni non è responsabile degli eventuali illeciti commessi.

3. LA RAPPRESENTANZA

Rappresentanza: è il potere che uno ha di agire producendo effetti giuridici per un’altra

persona. Questo poter può derivare direttamente dalla legge (rappresentanza legale) o dalla stessa

volontà di colui per il quale l’atto viene compiuto (rappresentanza volontaria).

Rappresentanza legale: Il rappresentante dovrà agire per conto dell’incapace, in suo nome,

curando i suoi interessi (rappresentanza legale: è la legge che impone che la persona incapace sia

rappresentata da una persona capace).

Rappresentanza volontaria: persona che ha il potere ed il compito di agire in nome e per

conto di colui che è impossibilitato, o semplicemente non vuole agire personalmente. Sarà

l’interessato però a potersi ed a doversi preoccupare di indicare chi vuole che agisca in suo nome.

Procura: atto con il quale una persona volontariamente conferisce ad un’altra persona la

rappresentanza. Essa può riguardare singoli affari (p. speciale) o tutti in genere gli affari di una

persona (p. generale). non è ammesso il testamento e il voto per procura.

Rappresentanza organica: non è un vero e proprio rapporto di rappresentanza tra due

soggetti, dato che il rappresentante opera come parte dell’organizzazione - persona giuridica. Essa

si realizza infatti solo nel caso delle persone giuridiche, cioè dei soggetti che sono organizzazioni

come le società o gli enti pubblici. Ad una delle persone fisiche che agiscono per l’organizzazione

viene di solito assegnato il compito di rappresentare la persona giuridica nel suo insieme (essa

normalmente il presidente dell’organizzazione).

4. LE PERSONE GIURIDICHE

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

3 Organizzazioni: esse sono composte da individui; in esse le singole persone vi entrano come

componenti; (Stato, Regioni, Comuni; molte istituzioni pubbliche, associazioni, fondazioni, società

commerciali, sindacati, partiti politici, ecc.). possiamo definire una vera e propria organizzazione

come un insieme di persone fisiche unificato da: 1) regole che determinano gli scopi comuni; 2)

regole sull’appartenenza dei soggetti all’organizzazione; 3) regole sulle risorse da acquistare ed

utilizzare per il conseguimento degli scopi; 4) regole per determinare quali dei soggetti appartenenti

all’organizzazione possano o debbano agire per essa.

Le persone giuridiche sono organizzazioni, mentre non tutte le organizzazioni sono persone

giuridiche (sindacati, partiti, famiglie). Vantaggio della persona giuridica è la limitazione della

responsabilità.

Le persone giuridiche non hanno né residenza né domicilio, hanno invece una sede.

5. ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI

Le organizzazioni possono essere del tipo della associazione o del tipo della fondazione.

Associazione: abbiamo più persone che stringono tra loro un accordo di collaborazione per

perseguire insieme, attraverso particolari mezzi uno scopo da esse stesse deciso. Per questo motivo

l’elemento patrimoniale ha il suo peso. Alle associazioni appartengono anche le società

commerciali che hanno per oggetto l’esercizio di attività imprenditoriali a scopo di lucro; le società

hanno una loro disciplina (Titolo V Libro V C.C.). qui i soci dispongono liberamente della

associazione stessa.

Fondazione: istituzione per fini di generale utilità, da un atto iniziale di un solo soggetto che

è diverso da coloro che saranno chiamati ad amministrare l’ente. Nelle fondazioni non ci sono soci,

gli amministratori possono solo operare per raggiungere nel modo migliore gli scopi assegnati

dall’ente.

Persone giuridiche private: nel diritto privato, sia le associazioni che le fondazioni diventano

persone giuridiche non con il perfezionamento dell’atto costitutivi, che deve essere un atto

pubblico, ma con un atto di riconoscimento da parte della pubblica autorità.

Associazioni non riconosciute: non ottiene il riconoscimento come persona giuridica; in esse

sono sempre responsabili non solo l’associazione stessa ma anche le persone che hanno agito in

nome e per conte dell’associazione; hanno capacità giuridica molto ampia: possono essere titolari di

obblighi e diritti di ogni genere; dal 1985 hanno diritto di proprietà di beni immobili.

Comitati: più persone che decidono di agire insieme e di raccogliere mezzi tra i sottoscrittori

per il raggiungimento di uno scopo di pubblica utilità che danno vita ad una sorta di provvisoria

associazione; esaurita l’iniziativa per la quale è stata costituita, si scioglie. Anch’esso può chiedere

il riconoscimento come persona giuridica, se ciò non avviene i componenti del comitato sono

responsabili della destinazione e conservazione dei fondi raccolti.

Le associazioni, le fondazioni e le società sono disciplinate dal codice civile, e sono persone

giuridiche; esse sono strumenti offerti all’autonomia privata delle persone fisiche per meglio

perseguire i propri fini liciti. Una volta costituite operano secondo le regole del diritto privato.

Hanno la stessa capacità delle persone giuridiche.

6. GLI ENTI PUBBLICI

Stato (Regioni, Province, Comuni): organizzazione costituita affinché la convivenza di tutti,

e la vita sociale in generale, possa svolgersi in un modo sufficientemente ordinato e sicuro.

Organizzazioni di questo tipo vengono considerate persone giuridiche, ma poiché hanno

come ragione della propria esistenza il soddisfacimento degli interessi della comunità, o interessi

pubblici, esse si dicono enti pubblici.

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4 Ente pubblico: organizzazione costituite dalla comunità per il raggiungimento dei propri

fini, riconosciuta come persona giuridica. Ha anch’esso capacità giuridica, come tutti gli altri

soggetti. A loro devono però essere riconosciuti particolari poteri detti podestà (imporre atti

normativi o provvedimenti). Esso deve perseguire i fini che la comunità stessa si pone e pone loro;

questo fa sì che la loro opera sia in parte regolata dal diritto privato e in parte dal diritto pubblico

(ramo che disciplina l’organizzazione pubblica ed i rapporti tra l’organizzazione pubblica ed i

soggetti privati).

Enti pubblici economici: agivano in generale nell’ambito del diritto privato ma essendo enti

pubblici facevano da cerniera tra l’elemento pubblico e quello privato. dagli anni novanta si ha una

tendenza a rendere questi enti pubblici società per azioni e quindi una tendenza alla privatizzazione.

LE SITUAZIONI GIURIDICHE SOGGETTIVE. I BENI

1. VARIETÀ DI RELAZIONI TRA SOGGETTI

Situazioni giuridiche soggettive: ogni possibile relazione giuridica dei soggettiva loro in

relazione ai beni; diritto e obbligo sono situazioni giuridiche soggettive; le situazioni giuridiche

possono essere vantaggiose o svantaggiose per colui che ne è portatore. Possiamo affermare che le

posizioni di obbligo sono svantaggiose, mentre quelle di diritto sono vantaggiose.

2. I DIRITTI SOGGETTIVI

Si ha un diritto soggettivo quando ci è garantito il godimento di un bene della vita. I beni

soggettivi si differenziano per l’oggetto e per il contenuto di ciò che è garantito. Sono le norme di

un ordinamento a decidere quali beni della vita possono essere garantiti. La garanzia del godimento

di ciò che forma oggetto di un diritto soggettivo è sempre offerta dalla possibilità di ottenere il

riconoscimento o la riparazione ad opera di un giudice, la cui decisione (sentenza) venga poi fatta

eseguire anche coattivamente dallo Stato.

Diritti assoluti: si hanno in relazione ad ogni altro soggetto; essi però non sono tenuti a fare

alcunché per soddisfare il nostro diritto, ma solo a non fare niente che sia lesivo del diritto stesso.

(proprietà, diritto alla vita, all’immagine, al nome.) i diritti assoluti non sono sempre soggetti a

prescrizione

Diritti relativi: si hanno in relazione a soggetti determinati e solo in relazione ad essi; tali

soggetti si trovano di fronte al titolare in situazione di obbligo. Diritto da una parte e obbligo

dall’altra formano i termini del classico rapporto giuridico.

Prescrizione: fenomeno che prevede il venir meno dei diritti relativi se essi non vengono

esercitati per molto tempo; ci sono alcuni diritti assoluti soggetti a prescrizione.

Diritti reali: sono diritti assoluti aventi ad oggetto le cose; essi coinvolgono sempre in

relazione alla cosa i comportamenti delle persone, ma sono disciplinati in modo tale che spesso li si

concepisce come se avessero ad oggetto direttamente la cosa stessa. Questi diritti, riconosciuti

nell’ordinamento italiano sono sette: proprietà, superficie, enfiteusi, usufrutto (diritto di uso

concepito direttamente sulla cosa), uso, abitazione, servitù. Pegno ed ipoteca sono diritti reali che

fanno del bene strumento di credito.

Facoltà: ciò che il proprietario può fare rispetto al bene il cui godimento gli è garantito.

Caratteristico delle facoltà è che il loro esercizio non muta le situazione giuridica del bene o dei

soggetti.

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3. POTERI GIURIDICI

Potere giuridici o facoltà di disporre: possibilità data ad un soggetto di produrre effetti

giuridici con propri atti a ciò rivolti. (la capacità di agire non è altro che la capacità di esercitare

poteri giuridici di cui un soggetto si trovi ad essere titolare). I poteri giuridici si realizzano

attraverso atti volontari, ma non derivano dalla volontà. Bensì dalle norme del diritto. Le norme

spesso consentono che la volontà intervenga nell’attribuzione dei potere (procura).

Anche il potere giuridico, come il diritto soggettivo, ha come oggetto beni della vita; ma non

consiste in una garanzia di godimento, bensì nella possibilità di mutarne la condizione giuridica.

Esercizio unilaterale: poteri che possono essere esercitati da un solo soggetto; (testamento,

procura, poteri potestativi- recesso da un contratto, licenziamento)

Esercizio bilaterale: poteri che richiedono la partecipazione di almeno due soggetti

(contratti)

Potestà: poteri unilaterale delle autorità che sono in posizione di superiorità; gli effetti

giuridici degli atti delle autorità derivano dalla sola manifestazione della volontà dell’autorità senza

che conti il consenso o il dissenso dell’interessato. Si parla di potestà normativa (potere di fare le

norme – leggi -), potestà giurisdizionale (potere di giudicare – sentenze -), potestà amministrativa

(potere di o provvedere ai pubblici interessi – provvedimenti -).

4. GLI INTERESSI LEGITTIMI

Espropriazione: la pubblica autorità sopprime il diritto del proprietario e trasferisce

coattivamente il bene; al proprietario verrà corrisposta un’indennità perché si trova in una

situazione svantaggiosa (soggezione). Il proprietario non ha diritto di restare proprietario di fronte

all’espropriazione;

Interesse privato: interesse di restare in godimento di quel bene permette al proprietario di

sottoporre al giudice l’atto con il quale il terreno è stato espropriato; se l’atto non risulta fatto

conforme alla legge, l’espropriato potrà ottenere dal giudice l’annullamento dell’atto di esproprio.

Garanzia del godimento del bene: tipica del diritto soggettivo, si trasforma nell’interesse

legittimo in garanzia limitata alla legittimità dell’azione dell’autorità amministrativa.

Interesse legittimo: situazione di vantaggio che si possiede di fronte al potere

dell’amministrazione. L’interesse leso dall’atto dell’autorità amministrativa è protetto con la

garanzia della legittimità dell’atto; ma se l’atto è invece conforme a legge l’interesse cade.

La legittimità del provvedimento costituisce la misura della protezione e non affatto il suo

oggetto.

1. OBBLIGHI, DOVERI, SOGGEZIONE, ONERI

Obbligo: si trova in una situazione di obbligo colui che verso il quale si rivolge la pretesa di

adempimento di un diritto soggettivo.

Obbligazione: obbligo di tenere un determinato comportamento, economicamente

valutabile, che forma il contenuto del diritto soggettivo corrispondente all’obbligo.

Prestazione: comportamento che deve essere tenuto dall’obbligato per il soddisfacimento del

diritto altrui.

Si parla di obbligo o di obbligazione quando ci sia un rapporto tra un determinato creditore e

un determinato debitore.

Onere: obbligo che accompagna un beneficio (un atto di liberalità); oneri sono frequenti nei

testamenti o nelle donazioni.

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6 Onere della prova: indica che chi chiede qualcosa al giudice deve provare di avere ragione;

qui però non c’è nessun vero obbligo; ciò che si vuole dire è che se non si dimostra di avere ragione

si perde la causa.

Dovere giuridico: ogni comportamento che è prescritto , e perciò deve essere tenuto, e che

tuttavia non forma oggetto di una specifica pretesa di un altro soggetto in particolare. (es.: il sindaco

deve ordinare la demolizione degli edifici abusivi)

Soggezione: situazione di colui che si trova esposto alle conseguenze negative dell’esercizio

di un potere altrui.

Tra privati si tratta di diritto potestativo: disdetta di un contratto); tra privati e pubbliche

autorità si tratta dell’esercizio delle potestà.

2. L’AZIONE E LA TUTELA DELLE SITUAZIONI SOGGETTIVE

Quando qualcuno pretende di avere un diritto verso un altro, e l’atro lo nega, inevitabilmente

sorge una controversia.

Azione: mezzo legale per far valere le proprie ragioni; il potere dato ai soggetti di chiamare

un giudice a decidere con una sentenza sulla controversia che li interessa.(art.24 co.1 Cost.). agire in

giudizio significa esercitare il potere di azione.

Difesa: a colui contro il quale l’azione è rivolta è concessa la possibilità di resistere (art.24

co.2 Cost.). attraverso l’azione si instaura il processo; nel processo deve essere garantito il

contraddittorio: che esercita l’azione per vedere riconosciuta una sua pretesa deve convincere il

giudice allegando fatti che sostengono le sue ragioni; chi resiste alla pretesa potrà difendersi

contestando l’esistenza o la validità della ragioni portate a sostegno della pretesa.

Potere d’azione: è un potere autonomo che spetta al soggetto anche se non gli spetta in realtà

il diritto che pretende di avere.

Interesse ad agire: specifico interesse dell’azione che bisogna avere, oltre alla titolarità del

diritto, affinché il giudizio si svolga fino alla fine arrivando ad una sentenza di merito (che decide la

controversia); se non si ha questo interesse l’azione verrà dichiarata inammissibile.

Legittimazione dell’azione senza diritti o interessi: in alcuni casi eccezionali l’esercizio del

potere d’azione è consentito a chiunque, a prescindere dall’esistenza in capo a chi esercita l’azione

di un qualunque interesse specifico. Si parla in questi casi di azione popolare.

3. I BENI

Beni: cose che possono formare oggetto di diritto; non si intendono solo oggetti materiali.

Sono beni solo quelle cose che possono formare oggetti di diritto.

Beni immateriali: energie naturali che hanno valore economico.

Servizio: oggetto del diritto che non è una cosa, nemmeno immateriale.

Lo studio analitico dei beni in generale, e dei diritti relativi ad essi spetta al diritto privato.

Beni immobili: il suolo e tutto ciò che vi è incorporato, naturalmente e artificialmente.

Beni mobili: tutti gli altri beni che non possiedono la caratteristica indicata; alcuni beni

mobili sono iscritti nei pubblici registri e si dicono perciò beni mobili registrati. La differenza

rilevante tra i due tipi di beni è il fatto che i contratti relativi a diritti reali su beni immobili

richiedono la forma scritta.

Beni pubblici: sono beni di proprietà degli enti pubblici, tuttavia talvolta gli enti pubblici

possiedono beni a puro titolo di proprietà privata, possiedono cioè beni che possono essere

acquistati e venduti che possono formare oggetto di diritti come i beni privati (possono essere

usucapiti). I beni pubblici non sono solo di proprietà pubblica, ma sono soggetti ad un regime

giuridico particolare. Possono essere beni demaniali e beni patrimoniali indisponibili.

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FATTI E ATTI GIURIDICI

1. I FATTI GIURIDICI

Fatti umani e fatti naturali: azioni consapevolmente poste in essere da uomini o dalla nature

non portano conseguenze giuridiche. Solo la nascita di una persona, che determina l’esistenza di un

nuovo soggetto di diritto, la morte, che determina l’estinzione del soggetto giuridico, sono fatti che

determinano conseguenze giuridiche.

Fatti giuridici: sono fatti dai quali una norma del diritto facciano derivare qualche

conseguenza (fatti giuridicamente rilevanti). Essi possono essere l’acquisto della capacità di agire e

quindi il raggiungimento della maggiore età.

2. IL DECORSO DEL TEMPO

Le norme prevedono che il decorso del tempo abbia effetti giuridici. Con la parola termine si

intende il momento iniziale nel quale giunge a maturazione un determinato effetto giuridico

collegato al decorso del tempo.

Termine iniziale: si indica il momento nel quale cominciano a prodursi gli effetti per poi

durare nel tempo.

Termine finale: per indicare il momento in cui cessa l’effetto giuridico destinato a prodursi

per un certo periodo di tempo, per poi cessare.

Termine perentorio: a volte ci sono attività che possono essere compiute, ma solo entro un

certo tempo; passato questo momento viene meno la possibilità di svolgerle;

Termine ordinatorio: ci sono attività che possono essere compiute anche dopo il termine

posto; ciò prevede un ordine temporale, ma non lo prescrive in modo assoluto.

Termine di decadenza: termine entro il quale si può chiedere l’annullamento di un

provvedimento o lo scioglimento di un contratto

Simile alla decadenza è la prescrizione, che consiste nel venir meno di un diritto, quando

esso non viene esercitato per un tempo prestabilito. Vi sono regole sulla sospensione e

sull’interruzione dei termini di prescrizione che non si applicano ai termini di decadenza e

differenziano così le due figure giuridiche.

3. I FATTI ILLECITI

Fatti illeciti: sono quei comportamenti umani che sono contrari al diritto e dai quali le norme

fanno derivare conseguenze negative per chi li ha posti in essere (le sanzioni).

Illecito civile: consiste in un comportamento che provoca un danno ingiusto verso una

persona o più persone in particolare, violandone i diritti soggettivi. La sanzione è perciò, di solito,

un risarcimento del danno provocato. Può trattarsi di un illecito contrattuale (trasgressione di una

precedente obbligazione) o di un illecito extracontrattuale (trasgressione che cagiona danno). In

questi casi la norma che sancisce la sanzione viene posta a protezione dei singoli individui.

Illecito penale: si ha la trasgressione della norma con un comportamento che costituisce

reato; la norma è posta non a tutela dei singoli, bensì della comunità in generale. Coloro che

compiono un illecito penale vengono perciò puniti con sanzioni chiamate pene. Le pene oggi

incidono sulla libertà personale ( attraverso la reclusione) o sul patrimonio (con l’ammenda). I

comportamenti puniti con sanzioni penali sono previsti dal codice penale, inoltre nessuno può

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essere punito se non per aver tenuto un comportamento vietato dalla legge all’epoca in cui il

comportamento è stato tenuto (nullum crimen sine lege – art.25 co.2 Cost. -)

Illecito amministrativo: comportamento che è colpito con una sanzione che non consiste né

in una vera pene, né con l’obbligo di risarcire un danno causato, ma che di solito consiste invece

nell’obbligo di pagare una somma di denaro a favore della pubblica amministrazione a titolo di

contravvenzione. Le sanzioni amministrative sono inflitte dalla stessa pubblica amministrazione.

Illecito disciplinare: comportamenti scorretti da parte di coloro che sono sottoposti alla

pubblica amministrazione (pubblici impiegati); esso è punito con sanzioni disciplinari.

4. GLI ATTI GIURIDICI

: atti con i quali, manifestando la propria volontà, i soggetti

Atti giuridici esercitano i

poteri loro attribuiti dalle norme; le norme prevedono e consentono che i soggetti possano con la

loro volontà determinare gli effetti giuridici voluti in sintesi le norme danno ai soggetti giuridici il

potere di determinare il sorgere di quegli effetti. Un atto giuridico è perciò una manifestazione di

volontà (a volte una manifestazione di scienza) con la quale un soggetto esercita un potere previsto

dalle norme, producendo effetti giuridici corrispondenti alla volontà espressa.

Atto giuridico invalido: è un atto giuridico che esiste in quanto la volontà è stata manifestata

e il potere perciò esercitato, ma in modo non conforme a quello prevista dalla legge; questo non

significa che l’atto giuridico non esista, ma che è per qualche aspetto contrario alle norme. Gli atti

invalidi possono essere annullati o dichiarati nulli. Il contratto sarà vincolante per le parti finche

colui che è caduto nell’errore non ne ottenga l’annullamento.

Forma dell’atto giuridico: non può esistere un atto giuridico se la volontà che esso esprime

non si manifesta in qualche modo all’esterno divenendo riconoscibile.

Diritto privato: gli atti giuridici possono avere qualunque forma

Forma scritta: (compravendita di beni immobili – contratti di locazione) rende più

consapevoli i soggetti degli impegni che assumono e riducono il numero di controversie o le

rendono più facilmente risolvibili. Si perla di scrittura privata per indicare un atto redatto e

sottoscritto dalle stesse parti interessate senza nessuna ulteriore formalità; la scrittura formale può

poi essere autenticata.

Forma solenne: atto redatto da un notaio o da un altro pubblico ufficiale, autorizzato ad

attribuirgli pubblica fede; (è necessario per il contratto di donazione).

Forma nel diritto pubblico: quasi sempre si usa la forma scritta; un caso particolare è

costituito dagli atti degli organi collegiali, infatti la deliberazione non viene fatta per iscritto, ma

viene in seguito documentata attraverso un atto scritto chiamato verbale.

La mancanza della forma richiesta come requisito sostanziale dell’atto ha in ogni caso come

conseguenza la sua nullità.

5. GLI ATTI DI AUTONOMIA PRIVATA

Atti di autonomia privata: atti in cui sono gli stessi interessati che provvedono con proprie

libere decisioni a produrre gli effetti giuridici da essi desiderati. CARATTER FONDAMENTALI: i

soggetti non sono tenuti a perseguire nessuno scopo imposto, e possono perseguire i fini che

credono nelle loro scelte. Gli atti privati non hanno nessuna ragione di essere motivati

Atti della pubblica amministrazione: la posizione dei privati si differenzia da quella degli

organi della pubblica amministrazione in quanto questi ultimi anche quando hanno la possibilità di

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compiere delle scelte devono perseguire il fine per il quale l’amministrazione pubblica esiste, cioè

ottenere il migliore soddisfacimento possibile degli interessi pubblici. Gli atti della pubblica

amministrazione devono essere motivati; eccezione è fatta solo per gli atti normativi e per quelli a

contenuto generale.

L’autonomia privata ha dei limiti: essi sono posti a tutela degli interessi preminenti della

società. Questi limiti possono ridurre il campo di applicazione dell’autonomia, ma non ne

cambiamo la natura dove esse è riconosciuta.

6. LA PUBBLICITÀ

Spesso è necessario che l’esistenza di atti o fatti giuridicamente rilevanti sia conosciuta o

conoscibile ; a tale scopo sono rivolte le comunicazioni e le notificazioni. Esse si distinguono per le

diverse modalità e per il diverso grado di formalità.

Notificazioni: speciali comunicazioni di atti e notizie eseguite a richiesta degli interessati ed

a cura degli uffici giudiziari secondo regole stabilite dal codice di procedura civile (citazione nel

processo civile, ricorso nel processo amministrativo).

Esistono più atti e situazioni giuridiche la cui conoscenza può interessare chiunque venga a

trovarsi in certe circostanze: ad essi si dà pubblicità garantendo al pubblico la possibilità di

accedervi.

Pubblicità: si ottiene in vari modi:

_ Gazzetta Ufficiale della Repubblica: per le leggi, per le sentenze della Corte Costituzionale e

per molti atti normativi; consiste nella pubblicazione a stampa;

_ Affissione ad albi: avviene per molti atti dei Comuni;

_ Inserimento in raccolte ufficiali: avviene per le raccolte degli usi commerciali tenute dalle

Camere di Commercio;

_ Deposito in appositi uffici: avviene per le sentenze;

Registri ufficiali: sono archivi di atti e notizie relativi a specifica oggetti; se ne può avere la

copia, la consultazione o estratti; tra i più importanti registri vanno ricordati i registri dello stato

civile (tenuti presso il Comune), i registri immobiliari che contengono le vicende relative alla

proprietà e ad altri diritti reali sui beni immobili (tenuti dalle apposite Conservatorie);

Le forme di pubblicità sono regolate da specifiche disposizione di legge. Il loro valore può

essere dichiarativo (porta a conoscenza di una certa situazione giuridica senza contribuire a

produrla), costitutivo (la situazione giuridica non può esistere senza la forma di pubblicità – non

esiste ipoteca senza iscrizione del bene immobile nei registri immobiliari). La trascrizione è solo

dichiarativa (regole diverse per le province di TN e BZ).

1. LA PROVA DEI FATTI GIURIDICI

Gli atti giuridici producono i loro effetti venendo ad esistenza nei dovuti modi; si dicono

prove i possibili modi di dimostrazione dell’esistenza o dell’inesistenza dei fatti giuridici.

Sappiamo che chi afferma una pretesa deve provare i fatti che ne costituiscono il

fondamento (onere della prova); non è invece necessario provare in giudizio l’esistenza delle norme

giuridiche.

Presunzioni legali: esistono dei fatti che non occorre provare perché si presumono al

verificarsi di altri fatti; presunzione assoluta si ha quando la legge non solo non richiede nessuna

dimostrazione, ma non permette nemmeno che sia dimostrato il contrario. Presunzione relativa si ha

quando la legge stabilisce una presunzione ma ne permette di dimostrare la falsità, a patto che la

prova deve essere data da chi nega il fatto e non da chi lo afferma.

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10 Fatti notori: non hanno bisogno di essere documentati perché rientrano nella comune

esperienza (guerre).

Prove documentali: documenti di qualsiasi natura (scritti, fotografie, registrazioni) che

devono esistere prima del giudizio nel quale sono solo esibite; esse sono sempre ammesse in

qualsiasi tipo di processo.

Prova per testimoni: è sempre ammessa nei processi penali;

Prove legali: certi atti, come atti pubblici che fanno pubblica fede sino a che non siano

contestati nei dovuti modi, e ciò vincola il giudice; per il codice civile sono prove legali l’atto

pubblico, la scrittura privata autenticata, la confessione e il giuramento.

IL NEGOZIO GIURIDICO

1. Gli atti negoziali

Negozi giuridici: atti giuridici di autonomia privata, con i quali i soggetti provvedono con

proprie manifestazioni di volontà, ed esercitando i poteri ad essi attribuiti, a regolare da sé i propri

interessi, determinando la nascita, la determinazione o l’estinzione di un rapporto giuridico. (nec

otium : determinata attività giuridica; sono i contratti, i testamenti, l’accettazione dell’eredità, ecc.).

Non sono negozi giuridici le dichiarazioni di scienza (atti con cui taluno comunica la

conoscenza che egli abbia di determinati fatti) e gli atti delle pubbliche autorità.

2. Gli elementi essenziali del negozio

Un negozio non può esistere senza che vi siano un soggetto che lo pone in essere, una

volontà manifestata in un qualche forma di disporre in relazione ad un oggetto, ed infine una causa

del risultato giuridico voluto.

Soggetto: intervento di un solo soggetto (n. Unilaterali); interventi di almeno due soggetti (n.

Bilaterali)

Volontà: deve essere volontà effettiva, non espressa a fini di insegnamento, o nell’ambito di

un gioco, o di programmi pubblicitari. Non sarebbe tale nemmeno se manifestata con la firma di un

documento, se la mano è stata guidata da un altro (violenza giuridica).

Forma: la volontà deve essere anche manifestata attraverso la forma scritta o addirittura

attraverso la forma solenne.

Oggetto: la cosa, il diritto o il comportamento di cui si dispone mediante l’atto; esso deve

essere possibile (il bene esiste), lecito (bene di cui è consentito disporre), determinato o

determinabile (indicato con precisione nella sua individualità, o se sono indicati i modi per

individuarlo).

Causa: è una sua funzione economico – sociale che sta a giustificazione degli effetti

giuridici che l’atto è destinato a produrre. Essa può essere mancante o illecita.

Dalle funzioni economiche che il contratto svolge (scopo obbiettivo) bisogna distinguere le

ragioni concrete, individuali e particolari che hanno spinto le parti a concluderlo, chiamate motivi

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(finalità soggettive). I motivi non hanno generalmente nessun rilievo giuridico. (nei contratti il

motivo è rilevante solo se è illecito, comune ad entrambe le parti, l’unica ragione che ha indotto il

contratto; il motivo illecito porta alla nullità del contratto.)

3. Gli elementi accidentali

Elementi accidentali del negozio sono l condizione, il termine, il modo; essi non sono

requisiti del negozio, ma speciali clausole che le parti possono inserire in esso.

Condizione: clausola con cui le parti subordinano l’efficacia o la risoluzione del contratto ad

un avvenimento futuro o incerto; si distingue in condizioni sospensiva (sospende la produzione

degli effetti fino all’eventuale avverarsi della condizione) e in condizione risolutiva (l’avverarsi

della condizione pone fine agli effetti). L’avverarsi della condizione ha effetti fin dal momento in

cui il negozio è stato concluso; se si tratta di un contratto ad esecuzione continuata o periodica

l’avveramento della condizione risolutiva non incide sulle prestazioni già avvenute, mentre in tutti

gli altri casi il fatto non si considera verificato.

Condizione impossibile: il negozio è nullo se si tratta di condizione sospensiva, si considera

invece non apposto se si tratta di condizione risolutiva.

Condizione illecita: il contratto diventa in ogni caso nullo (non il testamento).

Condizione potestativa: se l’avverarsi della condizione dipende dal comportamento di una

delle due parti, e quindi una di esse ha il potere di influire sugli effetti del contratto. Se si trattasse di

puro arbitrio di una delle parti il contratto sarebbe nullo.

4. L’invalidità del negozio

Il negozio si definisce invalido quando non ha o non ha pienamente i requisiti che secondo

la legge dovrebbe avere; ci sono due forme di invalidità: la nullità e l’annullamento.

Nullità: è la forma più grave di invalidità; si ha quando un negozio manchi di uno degli

elementi essenziali o quando il negozio sia, nel suo contenuto o nella sua causa, contrario a norme

imperative, o come illecito. La nullità si riflette anche su terzi. Essa può essere oggetto di

controversia (si dice che la sentenza che accerta la nullità è una sentenza dichiarativa). La

dichiarazione di nullità può essere chiesta da chiunque vi abbia interesse, perché sono interessi di

ordine pubblico e per le stesse ragioni la richiesta di nullità non è soggetta a prescrizione.

Il negozio nullo non produce nessuno degli effetti cui è in astratto rivolto; esso non modifica

la situazione giuridica delle parti, ma non si può considerare nullo

Annullabilità: si presenta nel caso che l’atto presenti vizi che la legge non reputi così gravi

da produrre la nullità; il negozio annullabile esiste e produce i suoi effetti, solo che è data almeno ad

un soggetto la possibilità di ottenere dal giudice l’annullamento. La sentenza che pronuncia

l’annullamento si dice sentenza costitutiva perché essa costituisce una situazione nuova: produce

l’eliminazione degli effetti prodotti dal negozio. L’atto viene privato degli effetti in modo

retroattivo, ripristinando la situazione giuridica iniziale. Si distingue in annullabilità relativa

(stabilita in relazione ad una parte) e annullabilità assoluta (testamento).

Richiesta di annullamento: può essere fatta solo dalla parte nel cui interesse è prevista la

possibilità di annullare l’atto, e non da chiunque ne abbia interesse. La possibilità di ottenere

l’annullamento è soggetta a prescrizione nel termine di cinque anni.

Si ha l’annullabilità quando:

_ Il negozio è stato posto in essere da un soggetto incapace d’agire (da un minore);

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

12

_ Il negozio è stato posto in essere da un soggetto capace d’agire ma in condizione di incapacità di

intendere e volere;

_ La volontà di chi ha posto in essere il negozio è viziata da errore, dolo e violenza morale.

Errore: se il soggetto ha concluso il negozio solo a causa di una falsa rappresentazione della

realtà; esso ha due essenziali requisiti: l’essenzialità e la riconoscibilità.

Errore essenziale: è stato determinante e cade su fondamentali aspetti del contratto: natura e

oggetto del contratto, identità o qualità essenziali della prestazione, identità della controparte, errore

di diritto quando sia stata la ragione unica o principale del contratto. Se l’errore non riguarda questi

motivi si dice errore di motivi e ciò non comporta l’annullamento del contratto.

Errore riconoscibile: quando solo l’altra parte avrebbe potuto accorgersi dell’errore.

Errore ostativo: l’errore si riferisce alla manifestazione della volontà nella sua formazione;

nel contratto può portare all’annullamento.

Dolo: errore provocato dall’altrui inganno, il negozio è annullabile purché l’inganno sia

stato decisivo nella formazione della volontà, e chi ne ha tratto vantaggio fosse a conoscenza

dell’inganno.

Sia l’errore che il dolo comportano che il negozio sia concluso sulla base di una cattiva

conoscenza della realtà.

Violenza morale: la conoscenza della realtà è perfetta, ad essere viziato è direttamente il

processo di formazione della volontà. Essa consiste nella minaccia di un male ingiusto e notevole

che in duce il minacciato a concludere un certo negozio. La violenza morale è diversa da quella

fisica o assoluta: queste ultime escludono l’esistenza della volontà, mentre la prima implica che il

negozio viene concluso perché c’è la volontà di farlo, ma non lo si sarebbe fatto se non sotto la

minaccia. La volontà è quindi costretta e non libera. Viene esclusa però da questi casi il timore

reverenziale, cioè quella soggezione psicologica che si può provare verso una persona che abbia

particolare autorità o potere.

GLI STRUMENTI DEL LAVORO GIURIDICO

1. DIRITTO PRIVATO E DIRITTO PUBBLICO

Diritto privato: ad esso appartengono le norme giuridiche che sono destinate a disciplinare i

rapporti tra i soggetti che agiscono nell’ordinamento giuridico su un piano di reciproca uguaglianza.

Comprende la disciplina dei rapporti di famiglia, dei diritti reali e di credito, dei contratti, delle

successioni, dei rapporti di lavoro privati, ecc.

Esso si compone di diritto commerciale e diritto civile, oltre che del diritto del lavoro e del

diritto della navigazione.

Diritto pubblico: ad esso appartengono le norme che riguardano rapporti nei quali almeno

uno dei soggetti agisce come pubblica autorità, esercitando poteri e svolgendo compiti che sono

assegnati a quel soggetti proprio in quanto esso è pubblica autorità. Comprende la disciplina sulla

produzione delle norme giuridiche e sullo svolgimento dei processi, ecc.

Esso si scompone in diritto costituzionale (avente per oggetto la struttura

dell’organizzazione e dei poteri statali), diritto amministrativo (regola l’attività amministrativa e i

rapporti tra i soggetti e la pubblica amministrazione quando questa agisce come autorità), diritto

penale (comportamenti vietati come reati), diritto processuale civile e diritto processuale penale.

2. COME SI TROVANO LE NORME

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

13 La ricerca delle norme è relativamente agevole quando la materia è disciplinata con il

sistema della codificazione.

Codice civile: corpo normativo del diritto privato, emanato con un regio decreto il 16 marzo

1942 n.262, chiamato Approvazione del testo del codice civile; è stato modificato parecchie volte; è

composto di 2969 articoli e distribuito in 6 Libri.

Codice di procedura civile: emanato con regio decreto il 28 ottobre 1940 n.1443

(Approvazione del Codice di procedura civile), contiene regole sull’instaurazione e svolgimento dei

processi civili; contiene 831 articoli ed il suo contenuto è distribuito in 4 Libri; modificazioni

avvenute nel 1990.

Codice penale: approvato con decreto regio 19 ottobre 1930, individua i comportamenti per i

quali le pene devono essere applicate, cioè i reati, e contiene le regole sull’applicazione delle pene.

Consta di 734 articoli divisi in 3 Libri.

Codice di procedura penale: approvato con decreto regio 22 settembre 1988 n. 447, contiene

le regole sui processi rivolti all’applicazione delle pene; è formato da 746 articoli distribuiti in 11

Libri. Costituzione della repubblica italiana: è l’atto normativo che ha maggior valore in Italia,

promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948; non tratta le stesse materie

dei codici.

Le leggi sono individuate dalla data, dal numero e dal titolo.

3. COME SI TROVANO LE SENTENZE

Sentenze: modi con i quali le norme sono state nel passato intese e applicate ai casi concreti

dai giudici nelle loro decisioni.

Solo le sentenze della Corte Costituzionale sono pubblicate a stampa, tutte le altre sono

depositate negli uffici di cancelleria. Esistono inoltre Riviste specializzate nella pubblicazione delle

sentenze, esse vengono chiamate riviste di giurisprudenza.

Una sentenza è individuata attraverso il giudice che l’ha pronunciata, la data e il numero

della sentenza, e i nomi delle parti litiganti.

Al momento della pubblicazione si usa redigere la rubrica e la massima prima della

sentenza.

IL DIRITTO PUBBLICO

LO STATO

1. NOZIONE GENERALE

Stato: organizzazione che esercita le massime funzioni di governo, in modo indipendente ed

efficace, rispetto ad un determinato territorio. È un ente composto di sovranità (indipendenza della

comunità statale ed efficacia dell’esercizio), territorio e popolo (comunità). Ciò che lega i diversi

elementi costitutivi dello Stato si manifesta nelle norme giuridiche, perciò possiamo dure che lo

Stato forma un ordinamento giuridico.

2. L’ORDINAMENTO E L’ISTITUZIONE STATALE

In senso ampio lo Stato è l’insieme delle istituzioni proprie del popolo italiano (art.32 Cost.

la salute è diritto dell’individuo tutelato dalla Repubblica); in senso stretto lo Stato è soltanto una di

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

14

tali istituzioni, benché si tratti di quella che ha la supremazia rispetto alle altre, che si esercita

nell’ambito della Costituzione e delle leggi. (art.134 Cost. conflitti fra lo Stato e una o più Regioni;

art117, 118 Cost. assistenza sanitaria assicurata dalle Regioni)

3. IL TERRITORIO

_ Qualcosa su cui lo Stato esercita un diritto in qualche modo simile al diritto do proprietà

(qualcosa che lo Stato ha);

_ Elemento dello Stato , uno dei componenti dei quali lo Stato è l’insieme (qualcosa che lo Stato

è);

_ L’ambito spaziale entro il quale un certo Stato esercita il proprio dominio (qualcosa entro la

quale ed in relazione alla quale lo Stato opera come Stato).

Il territorio statale è delimitato dai confini o dal mare; i confini possono essere naturali od

artificiali; quando vi siano tra due stati dei confini naturali una serie di regole riconosciute dal

diritto internazionale forniscono i criteri per la precisa individuazione della linea di confine ( linea

spartiacque – montagne – ;linea mediana – fiumi non navigabili - ; linea di massima profondità –

fiumi navigabili -).

Mare territoriale: è assimilato, nel diritto internazionale al territorio statale (limite di dodici

miglia marine);

Mare libero: non è soggetto al dominio di nessuno.

1. IL POPOLO

Popolo: elemento personale dello Stato, formato da tutti coloro che secondo le regole poste

dallo stato godono della cittadinanza; possono vivere anche all’esterno dello Stato..

Cittadinanza: qualificazione giuridica che definisce una persona fisica come membro di una

determinata comunità statale (diritto di voto, se accompagnato dal compimento della maggiore età,

dovere di difendere la patria).

Popolazione: insieme di coloro che risiedono entro il territorio di uno Stato (compresi gli

stranieri o gli apolidi – soggetti privi di qualunque cittadinanza -). Il fare parte di una popolazione

non attribuisce i diritti propri del cittadino.

Nazione: appartengono ad essa coloro che sono legati da comuni caratteristiche di lingua,

costumi, religione o simili.

Esistono Stati plurinazionali (Confederazione elvetica), Stati nazionali (coincidenza tra

nazione e popolo), dove vi sono spesso minoranze etniche o linguistiche (art. 6 Cost. impone tutela

dei cittadini appartenenti alle minoranze)

Pluripolidia: qualcuno che si trovi ad avere più di una cittadinanza.

Acquisto della cittadinanza:

_ Per filiazione: nascendo non importa in quale luogo, ma da madre o padre italiano; (jus sanguis)

_ Jus loci: chi nasce in Italia senza che si sappia la nazionalità dei genitori o da genitori apolidi;

_ Adottamento :Cittadino minore straniero adottato da genitori italiani;

_ Matrimonio: riconosciuta al coniuge straniero o apolide se risiede da almeno 6 mesi in Italia e

dopo tre anni di matrimonio. (decreto del Ministro dell’interno)

La cittadinanza viene concessa con un decreto presidenziale .

Cittadinanza perduta:

_ se il cittadino che sia pubblico impiegato o militare all’estero non interrompe all’intimazione

rivolta dal Governo l’impiego o il servizio)

_ se il cittadino rinuncia volontariamente (ammesso solo se si trasferisce la residenza all’estero).

1. LA SOVRANITÀ

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

15 Potere sovrano: non esiste un altro potere ad esso superiore che sia in grado do porgli dei

vincoli; è un potere assoluto in limitazione al proprio territorio.

Sovranità è dunque supremazia nei confronti di ogni altro soggetto o organizzazione

operante nel territorio statale. Nei confronti degli altri Stati la sovranità si manifesta come

indipendenza.

Uno Stato è sovrano finché non è giuridicamente subordinato ad un altro con un vincolo del

quale non possa liberarsi (non influiscono trattati internazionali).

Articoli 1 della Costituzione Italiana: la sovranità appartiene al popolo. Esso può perciò

esercitarla entro i limiti concessi dalla Costituzione.

2. NASCITA, TRASFORMAZIONE ED ESTINZIONE DEGLI STATI

Formazione originaria: senza che nessun altro Stato si trovi ad essere modificato nei suoi

elementi costitutivi;

Formazione derivata: comporta la modificazione o l’estinzione di Stati che già esistevano.

Smembramento: l’unità statale di un territorio viene meno e le sue single parti divengono

Stati indipendenti;

Fusione: unione di Stati già indipendenti che nella fusione perdono almeno in parte la loro

natura statale per dar vita alla nuova formazione;

Incorporazione: il popolo e il territorio di uno Stato entrano a far parte di un diverso Stato

già preesistente.

3. LA COMUNITÀ DEGLI STATI

Gli Stati complessivamente considerati formano la comunità degli Stati, disciplinata da

regole che si rivolgono ai singoli Stati componendo l’ordinamento internazionale.

Nell’ordinamento internazionale non esistono autorità organizzate e concentrate; esso si

presenta come un ordinamento paritario nel quale manca la distinzione tra autorità governanti e

soggetti governati. La produzione di regole giuridiche è affidata soprattutto a consuetudini o agli

accordi fra gli Stati.

4. LE FUNZIONI E I POTERI STATALI

Funzione normativa: creare e modificare le norme giuridiche destinate a guidare e orientare i

soggetti che operano all’interno dello Stato, e dello Stato stesso in senso stretto; lo Stato produce le

norme attraverso le leggi del Parlamento e gli atti di Governo con forza di legge e attraverso fonti

di altro tipo.

Funzione giurisdizionale: garantire che i rapporti sociali e i conflitti di interessi che

inevitabilmente si producono tra i soggetti si svolgano secondo le norme stesse, l’attuazione delle

norme giuridiche è garantita mediante l’istituzione di appositi organi chiamati a giudicare (giudici o

organi giurisdizionali); lo Stato deve assicurare l’indipendenza del giudice dal potere politico. ( il

giudice inoltre non procederà mai d’ufficio).

Funzione esecutiva: è propulsiva e direttiva oltre che esecutiva dell’azione del Parlamento.

Funzione amministrativa: Comprende svariate attività che hanno in comune l’essere rivolte a

perseguire gli interessi pubblici. Principio di legalità: anche la pubblica amministrazione è soggetta

alla legge , è nella legge che la pubblica amministrazione trova i fini della propria azione e i poteri

giuridici che essa può esercitare. Questo principio è espressione del principio democratico e della

supremazia popolare.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

16 Indirizzo politico: formare ed esprimere le scelte di fondo e le priorità su cui si ispirerà

l’azione statale; esso si manifesta nel programma di Governo e in atti del Parlamento (mozioni) e

nell’insieme delle attività amministrative e normative. L’attività giurisdizionale deve rimanere

estranea all’indirizzo politico.

Separazione dei poteri: Montesquieu; in una Repubblica Parlamentare la supremazia deve

essere nelle mani del Parlamento; il Governo è indipendente nella sua attività, ma la sua

permanenza in funzione dipende dalla fiducia del Parlamento. Il potere giurisdizionale godo di una

notevole indipendenza che ha lo scopo di assicurare l’imparzialità della sua attività.

LO SVILUPPO DEGLI ORDINAMENTI GIURIDICI

1. LA FORMAZIONE DELLO STATO MODERNO

Stati moderni: si frammentano e si spezzano i poteri universali; le sovranità territorialmente

delimitate si affermano con l’esercizio del potere diretto e immediato. Fondamentale strumento del

concentrarsi dell’autorità furono la costruzione di eserciti permanenti e di corpi funzionali civili.

2. LE FORME DI STATO

Per riuscire a classificare le forme di Stato bisogna tenere presenti:

_ Rapporti tra le autorità sovrane e i sottoposti all’autorità statale;

_ La funzione e i fini che le autorità sovrane attribuiscono a se stesse, in relazione alla collettività

e al territorio sui quali la sovranità si volge.

Rapporti stato e cittadino e finalità dell’organizzazione statale:

Stato assoluto:

_ Storicamente realizzato in Francia dal re Sole;

_ Forte concentrazione dell’autorità statale nel sovrano;

_ Assenza di garanzie giuridiche di fronte al potere statale;

_ Non esiste divisione dei poteri, essi fanno tutti egualmente capo al sovrano.

Stato di polizia:

_ Polizia viene inteso in questo caso come cura della polis, della città e quindi della collettività;

_ I sovrani avvertono e proclamano come proprio il compito promuovere e sviluppare il benessere

e la felicità dei sudditi.

Stato liberale:

_ Stato legale e di diritto

_ Stato legale: stato fondato sulla supremazia della legge di fronte a tutti gli altri atti statali, ad

espressione della volontà generale;

_ Stato di diritto: potere legislativo è un potere autonomo; potere giudiziario acquista autonomia;

emerge la tendenza alla spartizione dei poteri

_ Vengono istituite istanze e tribunali per ottenere il riconoscimento dei diritto nel casi essi

fossero stati violati dalle autorità statali.

_ Penetrano i principi rappresentativi;

_ Declina in stato gendarme: il cui compito si limitava a stabilire e far rispettare le regole del

gioco, garantendo in particolare l’ordine pubblico.

Stato democratico:

_ Diritti politici vengono riconosciuti a tutti i cittadini (suffragio universale);

_ si

Stato pluriclasse espandono i compiti assegnati allo Stato

_ Stato interventista sociale e nella direzione dell’economia.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

17 Stato socialista:

mira alla liberazione della società dalla divisione in classi e dallo sfruttamento del lavoro

generati dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dallo sviluppo in senso capitalista

dell’economia;

_ Nazionalizzazione o socializzazione dei mezzi di produzione;

_ Organizzazione statale come strumento di dominio della borghesia sulle classi più povere ed

emarginate;

_ Scomparsa dello Stato.

Struttura dell’organizzazione statale:

Stato federale:

_ Stato composto di Stati;

_ Stati membri sono organizzazioni con ampia autonomia (f. legislative, di governo ed esecutive,

giudiziarie)

_ Gli Stati membri non sono pienamente sovrani;

_ Uno dei due rami del parlamento non rappresenta i cittadini ma i singoli Stati.

Stato unitario:

_ Al suo interno esiste un’unica organizzazione avente le caratteristiche dell’organizzazione

statale.

1. LE FORME DI GOVERNO

La distinzione delle forme di governo si basa sul modo in cui i massimi poteri statali ( in

particolare il potere esecutivo e il potere legislativo) sono distribuiti tra gli organi di vertice dello

stato. Repubblica: l’organo di vertice (il Capo dello Stato) ha, direttamente o indirettamente,

carattere rappresentativo del popolo; la sua carica è temporaneamente definita.

_ Repubblica parlamentare: il Capo dello Stato ha il compito di individuare e nominare quali

componenti del governo potranno garantire ad esso la fiducia del Parlamento; il capo dello Stato

è rappresentativo del popolo, eletto dal Parlamento per un periodo determinato. Hanno

raggiunto sempre maggiore importanza in questa forma di governo i partiti politici, che

esprimono le forze chiamate a formare il governo. La stabilità politica è maggiore nei sistemi

bipartitici che in quelli caratterizzati dal multipartitismo.

_ Repubblica presidenziale: il potere di governo ed esecutivo spetta al Presidente della

Repubblica; al Parlamento spetta la funzione legislativa, ma esso uno può incidere sulla vita del

Governo; carattere rappresentativo del presidente, viene eletto direttamente dal popolo o con

sistemi di secondo grado.

_ Repubblica semipresidenziale: Presidente della Repubblica eletto direttamente del popolo ed è

parte integrante del potere esecutivo con ampli poteri di indirizzo politico: ma il governo vero e

proprio deve ottenere la fiducia delle camere.

Monarchia: il capo dello Stato, comunque individuato, non ha carattere rappresentativo; la

sua carica è a vita. Ora i principi rappresentativi sono entrati anche nelle forme monarchiche.

Quindi non è così importante la differenza tra monarchia e repubblica.

_ Monarchia costituzionale: limitazione dei poteri del sovrano, che perde in tutto o in parte il

potere legislativo, pur conservando ogni potere di governo o di amministrazione; il sovrano

regna attraverso i suoi ministri che nomina e revoca come vuole.

_ Monarchia parlamentare: i ministri nominati dal re debbono godere anche della fiducia del

Parlamento; il sovrano si limita ad assegnare gli incarichi di governo a coloro che hanno la

concreta possibilità di ottenere la fiducia del Parlamento.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

18

1. STATO E COSTITUZIONE

La forma di Stato e la forma di Governo individuano la Costituzione di ogni singolo Stato.

Costituzione:

_ Insieme delle fondamentali regole di funzionamento dello Stato.

_ Atto scritto e solenne nel quale sono stabilite le regole fondamentali della vita statale sia quanto

all’individuazione degli organi al vertice ed ai loro reciproci rapporti sia quanto ai diritti e

doveri dei cittadini, ed ai rapporti tra i cittadini e lo Stato.

_ Registra l’equilibrio tra le forze politiche fondamentali.

Costituzione scritta: si pone come il principale degli atti normativi dello Stato; essa ha

un’effettiva superiorità gerarchica sulle altre fonti del diritto, e in particolare sulla legge ordinaria

del Parlamento. La Costituzione può essere rigida o flessibile.

Costituzione rigida: la legge ordinaria non può né abrogarla né modificarla né contraddirvi.

La rigidità di una Costituzione è garantita dalla possibilità che le norme contrastanti con la

Costituzione siano eliminate; il compito di giudicare gli eventuali contrasti tra leggi e Costituzione è

affidato, in Italia alla Corte Costituzionale.

Costituzione flessibile: la legge del Parlamento è idonea a modificare o abrogare norme

Costituzionali. Una C. non scritta è sempre flessibile.

Costituzione materiale: effettivo modo di essere della Costituzione.

Costituzione formale: insieme dei testi normativi di un rango.

1. STATO E PARTITI

Partiti politici: persone che si uniscono riconoscendosi in determinati interessi, valori o

ideali che si organizzano per tradurre la propria aspirazione in programmi operativi. Sono il tramite

tra la società e lo Stato

Pluripartitismo: esiste in democrazia politica; si manifesta nella libertà di aderire ad un

partito prescelto o di unirsi e fondarne uno nuovo. i metodi elettorali maggioritari favoriscono il

bipartitismo.

Momopartitismo: esiste un solo partito (partito socialista ha vietato la formazione di altri

partiti avversi).

LE ISTITUZIONI EUROPEE

1. LE COMUNITÀ EUROPEE E L’UNIONE EUROPEA

U.S.A.

_ Gli Stati membri non godono di una vera sovranità, né dal punto di vista internazionale né dal

punto di vista nazionale;

_ veramente sovrano è il loro insieme (Congresso e Presidenza) dalle quali dipende l’uso della

forza militare;

_ la ripartizione die compiti e dei poteri tra l’Unione e i singoli Stati è stabilita dalla Costituzione

degli Stati Uniti.

COMUNITÀ EUROPEA

_ i singoli membri della comunità sono titolari della sovranità interna e internazionale;

_ sono padroni dell’esercizio della forza nel proprio ambito e verso l’esterno;

_ la ripartizione dei compiti e dei poteri tra i singoli Stati e l’Unione è stata stabilita da accordi tra

i singoli Stato;

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

19

_ attraverso i trattati internazionali i singoli Stati hanno assegnato alle istituzioni comunitarie

funzioni relative ai rapporti economici .

Nel proprio ambito di attività la Comunità europea ha personalità giuridica sia nei rapporti

internazionali che all’interno degli Stati membri.

ORIGINI STORICHE:

I. CECA: Comunità europea dell’acciaio e del carbone; 18 Aprile 1951. Si tratta di un ente

sovranazionale governato da un Alta Autorità (organo collegiale formato da nove membri

designati dagli Stati) attorno alla quale furono posti una Corte di Giustizia ed un Assemblea

Comune (composta dai rappresentanti dei popoli europei, in origine designati dai Parlamenti

nazionali. Inoltre un Consiglio speciale dei Ministri composto da membri dei Governi

nazionali.

II. CEE: Comunità economica europea. Che estendeva a tutti i settori economici gli scopi della

CECA.

III. Euratom: Comunità relativa al settore dell’energia nucleare.

L’assemblea e la Corte di Giustizia sono sempre state uniche per le tre comunità, mentre è

solo dal 1985 che si sono uniti anche gli esecutivi.

TRATTATO Di MAASTRICHT 17 FEBBRAIO 1992: segna un ampliamento delle materie

e delle politiche comunitarie e istituisce una Unione Europea fondata sulle comunità europee,

integrate dalle politiche e forme di cooperazione.

L’unione si prefigge di promuovere il progresso economico e sociale degli Stati e dei popoli,

la creazione di uno spazio senza frontiere interne, l’instaurazione di una unione economica e

monetaria.

Cittadinanza nell’unione: chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro acquisisce la

cittadinanza dell’unione; ad essa si collegano il diritto di circolare liberamente negli Stati membri; il

diritto do votare e di essere votato nelle elezioni comunali de Comune di residenza di qualunque

Stato membro; il diritto di avvalersi della tutele diplomatica di qualsiasi Stato membro.

1. AMBITI D’AZIONE , POTERI E ATTI DELLE COMUNITÀ E

DELL’UNIONE

Gli ambiti originari sono quelli collegati alla creazione del mercato comune attraverso la

libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, la definizione della politica

dell’agricoltura, dei trasporti e del commercio; più recentemente la Comunità ha sviluppato la

politica della politica della pesca, dell’ambiente, dell’industria, ecc. (Trattato di Maastricht del

1992). Poteri: sono quelli individuati dai trattati istitutivi; il consiglio può inoltre prendere le

disposizioni necessarie per raggiungere uno degli scopi della comunità anche se i relativi poteri

d’azione non sono previsti (delibera all’unanimità su proposta della Commissione e previo parere

del Parlamento).

Principio di sussidiarietà: la Comunità interviene solo se gli obiettivi dell’azione prevista

non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono essere realizzati meglio

a livello comunitario; viene considerato come garanzia per i livelli di governo più vicini ai cittadini.

Gli atti: all’estero conclude accordi internazionali; all’interno ha poteri normativi (disciplina

dei comportamenti) che vengono esercitati mediante atti applicabili direttamente negli Stati

(regolamenti) e mediante atti rivolti agli Stati (direttive comunitarie); la Comunità dispone di poteri

esecutivi ed amministrativi che esercita mediante decisioni rivolte sia agli individui che alle persone

giuridiche, che agli Stati. Altre volte vengono emanati atti non vincolanti quali raccomandazioni e

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

20

pareri. Attraverso la Corte di giustizia e il tribunale di 1° grado la Comunità pronuncia sentenze

(rapporti tra gli Stati membri, legalità o significato degli atti della Comunità.

2. ISTITUZIONI DELLA COMUNITÀ E DELL’UNIONE

Il Parlamento Europeo benché sia eletto a suffragio universale diretto, non l’organo dotato

dei maggiori poteri decisionali; esso rappresenta infatti la popolazione, ma non gli Stati, che sono

rappresentati nel Consiglio.

Consiglio: formato da un Ministro per ogni Stato, che può cambiare in relazione alle

decisioni da prendere; è il portatore dell’atteggiamento degli Stati nella Comunità. La Presidenza

del Consiglio dura sei mesi, a turni prefissati. Quando il Consiglio delibera a maggioranza, ai

diversi Stati spetta un numero diverso di voti (D,F,GB,I 10 voti, Lux 2 voti). Al Consiglio spettano i

massimi poteri sia normativi che decisionali.

Consiglio europeo: composto da Capi di Governo e Ministri degli Esteri che si riuniscono

almeno due volte all’anno e vi partecipa anche il Presidente della Commissione; è sede delle

maggiori decisioni relative allo sviluppo delle istituzioni comunitarie. Il Trattato di Maastricht ha

dal 1993 dato veste formale al Consiglio Europeo come organo dell’Unione.

La commissione: composta da venti commissari, con un massimo di due cittadini

rappresentanti per ogni Stato; il Presidente viene nominato di comune accordo dai Governi degli

Stati membri, previa consultazione del Parlamento Europeo; attraverso la consultazione del

Presidente designato vengono nominati i membri della Commissione. Nella seconda fase

avvengono la votazione di approvazione del Parlamento Europeo e l’approvazione di Governi degli

Stati membri che nominano definitivamente il Presidente e gli altri membri della Commissione (dal

Trattato di Maastricht). La Commissione deve agire in piena indipendenza dai Governi degli Stati

membri nell’interesse generale della Comunità. Ad essa fa capo la struttura amministrativa e

burocratica della Comunità.

COMPITI della Commissione:

_ Potere di proposta: in numerosi casi lo stesso Consiglio non può deliberare senza una preventiva

proposta della Commissione (per modifica della proposta è necessaria l’unanimità, per

l’approvazione è sufficiente la maggioranza;

_ È la naturale destinataria di deleghe di poteri normativi, attuativi o decisionali da parte del

Consiglio;

_ Potere di vigilanza sull’adempimento dei trattati: può contestare allo Stato membro un

comportamento non conforme ad essi, può prescrivere il comportamento da tenere o aprire un

giudizio davanti alla Corte di Giustizia per ottenere la condanna dello Stato;

_ Potere di rappresentanza delle Comunità.

Il parlamento europeo: composto da 626 rappresentanti dei popoli degli Stati riuniti nella

Comunità (trattato CEE). Dal1979 esso è eletto direttamente dai cittadini a suffragio universale (in

ogni Stato le elezioni si svolgono secondo regole e secondo un sistema elettorale prescelto dallo

Stato). I Parlamentari non possono far parte né del Governo di uno Stato membro né degli organi

comunitari, e durano in carica cinque anni.

Poteri:

_ Non dispone del potere normativo;

_ In generale non possiede poteri decisionali;

_ Ha potere di costringere la Commissione alle dimissioni mediante una mozione di censura;

_ Poteri di respingere il Bilancio costringendo il Consiglio all’elaborazione di nuove proposte;

_ Potere di elaborazione politica e di partecipazione alle decisioni di altri organi medianti atti

consultivi.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

21 Dopo il Trattato di Maastricht alcuni atti vengono assunti congiuntamente dal Parlamento

Europeo e dal Consiglio; in questi casi la Commissione presenta la propria proposta ai due organi, il

Parlamento dispone del potere di impedire l’approvazione dell’atto ma dispone invece del potere di

imporne l’approvazione se il Consiglio non vuole. Per la soluzione di contrasti tra Parlamento e

Consiglio opera un comitato di conciliazione composto dai rappresentanti dei due organi.

La corte di giustizia:

_ Assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati;

_ È giudice esclusivo della legittimità degli atti delle istituzioni comunitarie (il ricorso può essere

proposto sia dalle istituzioni comunitarie sia dai privati lesi dall’atto);

_ È possibile ricorrere contro la mancata emanazione di un atto che sia dovuto in relazione ai

trattati (ricorso in carenza);

_ Giudica sull’interpretazione da dare ai trattati o agli atti delle istituzioni comunitarie, quando

l’interpretazione viene richiesta da un giudice nazionale per la soluzione di una controversia:

_ Giudica in materia di risarcimento dei danni provocati dalle istituzioni o dai funzionari della

Comunità (responsabilità extracontrattuale in cui la corte deve applicare i principi generali

comuni ai diritti degli Stati membri);

_ È giudice delle controversie tra le comunità europee e i loro agenti (il pubblico impiego delle

comunità).

È composta da quindici giudici (uno per ogni Stato membro) assistiti da nove avvocati

generali.

Il tribunale di 1° grado: (atto unico europeo 1986)

Nato allo scopo di liberare la Corte di giustizia da una eccessiva mole di lavoro e di assicura

per alcune controversie un doppio grado di giurisdizione; esso opera come giudice di primo grado

in relazione a materie determinate con decisione dal Consiglio ma su richiesta della Corte di

giustizia e previa consultazione del Parlamento e della Commissione.

1. IL CONSIGLIO D’EUROPA. LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI

DELL’UOMO

L’Italia fa parte del Consiglio d’Europa che ha lo scopo di conseguire una più stretta unione

fra i suoi membri per salvaguardare e promuovere gli ideali e i principi che costituiscono il loro

comune patrimonio e favorire il loro progresso economico e sociale (dallo Statuto approvato il 5

maggio 1949); il Consiglio promuove discussioni, accordi, azioni comuni, e in particolare la

salvaguardia e lo sviluppo dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; esso non è dotato di

propri poteri normativi e amministrativi sopranazionali, ma è piuttosto un luogo di dibattito e di

elaborazione di accordi che successivamente vengono stipulati e ratificati dagli Stati membri come

convenzioni internazionali.

Il Consiglio d’Europa è dotato di una struttura organizzativa basata sull’Assemblea

consultiva e il Comitato dei Ministri, oltre che su un segretario con funzioni esecutive; è composto

da rappresentanti degli Stati membri individuati con l'intervento dei Parlamentari nazionali.

Questo organo ha particolare rilievo per la tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali; si deve ad esso l’elaborazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei

diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Roma 1950) e la creazione di particolari istituzioni

per la tutela dei diritti stessi tra le quali spicca la Corte Europea dei diritti dell’uomo con sede a

Strasburgo.

La banca centrale: verrà costituita entro il1998 con sede a Francoforte. La BCE e le banche

centrali nazionali costituiranno il Sistema Europeo di Banche Centrali. Lo SEBC avrà il controllo

della stabilità dei prezzi e avrà il compito di:

_ Definire e applicare la politica monetaria;

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

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_ Svolgere le operazioni sui cambi;

_ Gestire le riserve in valuta estera degli Stati membri;

_ Promuovere il funzionamento dei sistemi di pagamento;

_ Autorizzare l’emissione di banconote.

Il SEBC sarà governato dagli organi decisionali della BCE: esso sarà indipendente dalle

influenze di istituzioni e governi nazionali. La sua gestione sarà affidata ad un comitato esecutivo di

sei membri; queste cariche avranno un mandato di otto anni non rinnovabile. La BCE sarà

governata da un Consiglio Direttivo formato dal Comitato Esecutivo e dai governatori delle Banche

Centrali degli Stati membri.

PRINCIPI FONDAMENTALI DELL’ORGANIZZAZIONE

PUBBLICA

1. PERSONA GIURIDICA, ORGANI E UFFICI

Titolare di un organo: è una parte della stessa persona giuridica, un suo ufficio, che ha come proprio

compito il compito di esercitare i poteri giuridici ad essa attribuiti (es. Comune – Sindaco).

Organo: (uffici organi) è una parte dell’organizzazione propria della persona giuridica e per

questo tutto ciò che è compiuto da esso, anche al di fuori dei limiti consentiti dalla legge, è pur

sempre un’azione della persona giuridica la quale ne è responsabile; l’organo come parte della

persona non può avere verso la persona giuridica né diritti né obblighi, né altre situazioni giuridiche

soggettive che presuppongono una distinzione tra i due soggetti.

Gli uffici: sono parti di organizzazione dell’ente che non esercitano i suoi poteri giuridici ma

producono il lavoro necessario affinché esso possa raggiungere i suoi fini (meri uffici); ciò che

identifica un ufficio e lo distingue da un altro è il compito ad esso affidato, cioè il tipo di lavoro che

esso deve svolgere, e le persone ad esso assegnate. All’ufficio sono ancora assegnate dotazioni di

materiale; quindi sotto questo profilo è un insieme di compiti, persone e mezzi.

2. RAPPORTI TRA ORGANI

Quando parliamo di rapporti tra organi ci riferiamo alle loro rispettive posizioni all’interno

dell’ente e alle relazioni reciproche che ne derivano.

Competenza: parte di un’attribuzione ad esso affidata (il Comune si occupa della delibera

dei regolamenti, il Sindaco rilascia i permessi di costruzione e le licenze commerciali).

Indipendenza: ciascun organo ha una sua competenza delimitata e differente da quella di

ciascun altro.

Rapporto gerarchico: (diverso dalla gerarchia tra fonti del diritto: forza – potere) un organo

risulta globalmente sopraordinato da altri organi che sono subordinati ad esso.

_ Potere di dare ordini all’inferiore vincolandone il comportamento;

_ Potere di dare direttive indicando i fini da raggiungere e i mezzi da impiegare lasciando agli

inferiori il compito di decidere sui singoli casi;

_ Potere di intervento sugli atti dell’inferiore modificandoli o annullandoli.

Non esiste mai gerarchia tra organi giurisdizionali (giudici): ogni giudice decide le

controversie nell’ambito della sua competenza in piena e perfetta indipendenza da ogni altro.

Rapporti gerarchici si trovano in pratica esclusivamente nell’ambito della pubblica

amministrazione.

1. TIPI DI ORGANI

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

23 Organi costituzionali: organi fondamentali senza i quali lo Stato sarebbe sostanzialmente

diverso nella sua forma di governo. (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte

Costituzionale, Consiglio superiore della Magistratura).

Organi centrali: organi che hanno competenza estesa all’interno del territorio; (organi

costituzionali, Ministri, Corte di cassazione) essi hanno sede nella capitale.

Organi periferici: organi che hanno competenza più limitata e parziale, relativa a specifici

ambiti territoriali; (Prefetti, Questori, Provveditori agli studi, Intendenti di finanza).

È opportuno ricordare che le Regioni, i Comuni e le Province non sono organi periferici

dello Stato, ma sono altre persone giuridiche pubbliche diverse dallo stato.

Organi attivi: hanno il compito di decidere per l’ente del quale sono parte (sono organo

deliberativi).

Organo di controllo: sono inseriti nel processo decisionale ma hanno compiti diversi; hanno

la funzione di controllare la legittimità (conformità alle norme) e in certi casi l’opportunità (cioè il

merito) di atti compiuti da altri organi (Corte dei Conti, Comitato regionale di controllo).

Organo consultivi: sono chiamati a dare consigli o pareri agli organi che devono decidere.

(Consiglio di Stato oltre che giudice amministrativo

Parere facoltativo: se l’organo che lo chiede ha solo la facoltà e non l’obbligo di chiedere

consiglio; Parere obbligatorio: se l’intervento dell’organo consultivo deve essere richiesto; Parere

vincolante: l’eventuale decisione deve essere conforme al parere ricevuto.

Organo monocratico: il titolare dell’organo è una persona sola (Presidente), il Sindaco,

Pretore);

Organo collegiale: il titolare dell’organo sono più persone fisiche che non possono agire da

sole singolarmente ma devono decidere tutte insieme;

2. FUNZIONAMENTO DEGLI ORGANI COLLEGIALI

I componenti del collegio si riuniscono dopo la convocazione nella quale sono indicati il

luogo, la data e l’ora della riunione ed è fissato l’ordine del giorno, cioè l’insieme degli oggetti sul

quale il collegio è chiamato a deliberare; alla convocazione provvede il Presidente della Repubblica.

La fissazione dell’ordine del giorno nella convocazione è necessaria affinché i componenti del

collegio possano prendere nella riunione una decisione ponderata ed informata; esso comunque è

vincolante: per regola generale il collegio non può deliberare su argomenti che non siano all’ordine

del giorno.

Collegio perfetto: vi sono collegi che non possono deliberare se non è presente la totalità dei

componenti previsti dalla legge. Ciò accade in generale per i giudici e per le commissioni per i

pubblici concorsi e le commissioni di disciplina.

Negli altri casi possono per lo più funzionare in presenza del numero legale di partecipanti:

il numero legale è perciò il numero dei componenti la cui presenza è necessaria affinché il collegio

possa funzionare; in assenza di norme diverse lo si intende come la metà più uno dei componenti.

Sotto la guida del Presidente il collegio delibera ; la deliberazione posta in votazione si

considera valida se ha ricevuto voti favorevoli in numero sufficiente a raggiungere la prescritta

maggioranza.

Maggioranza semplice: si ottiene con il 50% +1 dei presenti;

Maggioranza assoluta: si ottiene con il 50% +1 dei componenti;

Maggioranza qualificata: si ottiene quando si richiede un numero ancor più alto di

componenti.

Maggioranza relativa: quando si parla di elezione e si può scegliere tra più di due persone o

liste di partito.

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24 E deliberazione degli organi collegiali vengono documentate attraverso un resoconto scritto

chiamato verbale che è redatto dal segretario dell’organo e controfirmato dal Presidente; all’inizio

di ogni riunione viene approvato il verbale di quella precedente.

Gli organi collegiali di amministrazione attiva, consultiva e di controllo svolgono le loro

funzioni fino alla data di scadenza del termine di durata previsto dalle norme che li riguardano;

qualora entro tale data non siano stati rinnovati nella composizione essi sono prorogati di diritto per

altri 45 giorni con competenza limitata agli atti di ordinaria amministrazione e agli atti urgenti e

indifferibili.

Questa legge non si applica tuttavia agli organi rappresentativi e agli di rilevanza

costituzionale, la cui scadenza è soggetta a regole proprie.

3. ORGANI ELETTIVI E SISTEMI ELETTORALI

Organi elettivi: organi del quale il titolare o i titolari sono scelti mediante votazione da parte

di una pluralità di persone che formano il corpo elettorale.

Gli organi elettivi possono essere monocratici o collegiali (Camere del Parlamento, Consigli

regionali, provinciali, comunali).

Per l’elezione del Presidente della Repubblica è richiesta la maggioranza dei due terzi

dell’assemblea; se però questa non si raggiunge, dopo la terza votazione è sufficiente la

maggioranza assoluta. (art.83 Cost.).

Quando si tratta di eleggere i componenti di un organo collegiale bisogna tradurre i voti

ottenuti in seggi da assegnare all’organo da eleggere; si tratta di distinguere i diversi sistemi

elettorali: si parla di sistemi proporzionali e sistemi maggioritari, o di sistemi a collegi uninominali

e a sistemi plurinominali.

Sistema maggioritario uninominale: il corpo elettorale complessivo viene diviso in tanti

collegi quanti sono i candidati da eleggere (per ciascun collegio deve essere eletto un solo

candidato); al candidato sorretto dalla maggioranza viene assegnato un seggio, ai candidati rimasti

in minoranza non può toccare nulla. Se i candidati di un partito ottenessero, ciascuno in un collegio

la maggioranza occuperebbero tutti i seggi disponibili.

Il sistema a collegi uninominali da una parte assicura una decisa maggioranza parlamentare

anche a forze che pure nei singoli collegi dispongano di una maggioranza anche esigua, dall’altro

assicura una sufficiente rappresentanza almeno alla minoranza più forte.

Il calcolo della maggioranza necessaria all’assegnazione del seggio, può avvenire secondo

diverse regole:

a turno unico: consiste nell’assegnare il seggio al candidato che ha avuto più voti di ciascun

altro individualmente preso;

a doppio turno: l’assegnazione del seggio va al candidato che abbia ottenuto una vera

maggioranza commisurata non ai voti di ciascun candidato, ma ai voti complessivi degli elettori.

Ma quasi nessun candidato raggiunge la maggioranza, quindi si passa al secondo turno elettorale a

cui partecipano solo i candidati più votati nel primo ( turno di ballottaggio).

Sistemi plurinominali: ognuno dei collegi in cui sia ripartito il corpo elettorale dispone di

più seggi; alle elezione partecipano non candidati singoli, ma liste di candidati. Essendoci più liste il

sistema a collegi plurinominali consente di assegnare i posti in proporzione ai voti ottenuti da

ciascuna lista. Con questo sistema si assegna alle diverse forze una consistenza di seggi

proporzionale ai voti ricevuti (elezioni politiche).

Il suo vantaggio sta nell’assicurare a ciascun partito una rappresentanza esattamente

corrispondente al suo peso elettorale.; ma favorisce la frammentazione delle forze politiche e rende

inevitabili i governi di coalizione tra numerosi partiti.

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25 Per correggere il sistema proporzionale sono state introdotte le soglie di sbarramento

stabilendo che un partito possa essere rappresentato il Parlamento solo se ha ottenuto il 5% dei voti

sul territorio nazionale.

Per il Senato e per la Camera è stato introdotto un sistema elettorale che prevede

l’assegnazione di tre quarti dei seggi con sistema maggioritario a collegio uninominale e turno

unico, il rimanente quarto con sistema proporzionale.

4. RAPPORTO DI SERVIZIO

Tra organo ed ente non esiste nessun rapporto giuridico, tuttavia tra le persone che diventano

di volta in volta titolari dell’organo e l’ente per il quale esse prestano la propria opera si instaura un

rapporto giuridico vero e proprio, fatto di obblighi e diritti.

Rapporto di servizio: è il rapporto esistente tra l’ente e la persona fisica che presta la sua

attività per l’ente, e che ha per contenuto la determinazione giuridica delle modalità e delle

condizioni del servizio da prestare, dei diritti ed obblighi inerenti ad esso.

Si trovano in rapporto di servizio con l’ente tutti coloro che prestano la loro attività

nell’ambito dell’organizzazione dell’ente, e non soltanto coloro che sono titolari di organi dell’ente.

Servizio volontario: quando si presta servizio in un’organizzazione pubblica volontariamente. Si

può distinguere in servizio professionale, quando colui che lo presta lo fa come proprio lavoro,

ricavando da esso i propri redditi, e in servizio onorario, quando colui che lo presta lo svolge come

un compito a lui assegnato e non come lavoro.

Servizio onorario: e prestato da moltissimi titolari di organi (Parlamentari, Ministri, ecc.); essi sono

generalmente temporanei ed un tempo erano gratuiti. Oggi le funzioni onorarie, quando comportano

impiego notevole sono normalmente compensate con somme di denaro a titolo di indennità e non a

titolo di retribuzione.

Servizio coattivo: la prestazione del servizio è obbligatoria (servizio militare di leva); l’interessato

non può sottrarsi senza andare incontro a pesanti sanzioni, anche penali.

Responsabilità dei funzionari: secondo l’art.28 della Costituzione i funzionari e in generale i

dipendenti degli enti pubblici sono responsabili per i danni arrecati a terzi nell’esercizio delle loro

funzioni, anche se la responsabilità civile per questi atti si estende allo Stato e agli enti pubblici.

Instaurazione del rapporto: qualsiasi rapporto si instaura attraverso un apposito atto di nomina,

mentre l’effettivo inserimento nell’organizzazione avviene con la cosiddetta presa di servizio.

Fine del rapporto: il rapporto può cessare per diverse ragioni:

_ Scadenza dei termini, se l’ufficio è temporaneo;

_ Collocamento a riposo per limiti di età;

_ Morte della persona fisica;

_ Estinzione dell’ente presso il quale il servizio è prestato;

in questi ultimi due casi è sempre necessario un atto dell’ente che talvolta è compiuto su apposita

domanda di colui che presta servizio.

L’atto che pone fine al rapporto di servizio è dovuto (per la decadenza o per situazioni di

incompatibilità o per perdita della cittadinanza italiana o per semplice assenza giustificata oltre un

certo periodo) oppure consegue ad una decisione alla quale l’ente arriva per sua propria valutazione

(licenziamento dopo periodo di prova, destituzione per ragioni disciplinari, dispensa per scarso

rendimento).

7. IL RAPPORTO DI PUBBLICO IMPIEGO

Si trovano in rapporto di pubblico impiego coloro che prestano a titolo professionale la loro attività

a favore dello Stato o di un altro ente pubblico.

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A fronte di una maggior sicurezza del posto, in sostanza sottratto alle incertezze del mercato, il

pubblico impiego godeva di una minore libertà sindacale ed aveva un più forte vincolo di

subordinazione verso la pubblica amministrazione che si manifestava in particolare nei doveri:

_ Fedeltà: curare esclusivamente l’interesse dell’ente pubblico;

_ Diligenza: svolgere le proprie mansioni con cura e diligenza,

_ Legalità: rispetto delle leggi ed in generale delle norme giuridiche;

_ Rettitudine: comportarsi secondo morale e secondo giustizia;

_ Subordinazione: obbedienza e rispetto verso i superiori;

e nei diritti :

_ Retribuzione: stipendio, salario;

_ Al posto. Spettante ad es. agli insegnanti di ruolo;

_ All’esercizio delle proprie funzioni, corrispondenti alla propria qualifica;

_ Al riposo settimanale, ai congedi ordinari e straordinari, all’aspettativa con conservazione del

posto

_ Diritti sindacali (di associazione, di assemblee);

_ Al trattamento di quiescenza.

Nel tempo alcune delle maggiori differenze tra pubblico impiego e lavoro privato si sono

attenuate. Alla contrattazione collettiva propria del lavoro privato (tra sindacati dei lavoratori e

associazioni sindacali dei datori di lavoro) si è affiancata la contrattazione collettiva nel pubblico

impiego (soprattutto aspetti economici del rapporto).

Personale privatizzato: per la generalità dei pubblici impiegati vale la regola secondo cui i relativi

rapporti di lavoro sono disciplinati dal Codice Civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato

all’impresa. Quindi i diritti e i doveri dei pubblici impiegati sono disciplinati secondo le regole

generali del lavoro dipendente; per questo si è parlato di privatizzazione del rapporto di pubblico

impiego.

La privatizzazione è stata realizzata da un lato con lo scopo di conseguire una maggiore efficienza

degli apparati pubblici, dall’altro con l’obiettivo di sradicare differenziazioni ingiustificate.

Il lavoro presso le pubbliche amministrazioni mantiene una fisionomia particolare che può ancora

essere espressa con la denominazione di pubblico impiego: pubblici impiegati si diventa attraverso

un concorso pubblico (art.97 co.3 della Costituzione). Il concorso si apre con il bando che indica il

numero e il tipo di posti messi a concorso, i requisiti richiesti per la partecipazione dei candidati, le

modalità e i termini per la presentazione delle domande, il tipo e il numero delle prove e dei giudizi.

Una volta presentate le domande il concorso è espletato da una commissione appositamente

nominata che provvede allo svolgimento delle prove ed alla assegnazione dei punteggi. Essa

termina il proprio lavoro con la formazione della graduatoria degli idonei. La graduatoria è soggetta

ad una approvazione mediante la quale l’autorità che ha indetto il concorso verifica ed attesta che

esso si è svolto in modo regolare.

Le commissioni di concorso sono formate esclusivamente da esperti di provata competenza che non

rivestono né ruoli politici né ruoli sindacali.

All’approvazione della graduatoria segue la nomina dei vincitori che è un atto unilaterale

dell’amministrazione; tuttavia, essa non acquista efficacia se non interviene l’accettazione del

nominato che deve presentarsi per prendere servizio ed iniziare lo svolgimento del lavoro entro il

termine che gli viene prefisso a pena di scadenza.

Leggi di sanatoria: leggi mediante le quali si è provveduto ad inserire senza concorso nei

ruoli coloro che avessero prestato per un certo tempo un servizio non di ruolo o comunque precario

nella pubblica amministrazione.

Personale non privatizzato: ci sono alcune categorie escluse dalla privatizzazione: magistrati

ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare, forze di

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

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polizia, personale della carriera diplomatica e prefettizia, i più alti dirigenti statali. Per essi

rimangono in vigore le tradizionali regole del pubblico impiego.

La dirigenza: le funzioni dei dirigenti, in rapporto a quelle degli organi politici, sono definite dalla legge, che

disciplina anche i livelli dirigenziali, i requisiti, le modalità di accesso alla qualifica di dirigente e di dirigente generale,

i criteri per il conferimento degli incarichi specifici, la peculiare responsabilità.

IL PARLAMENTO, IL GOVERNO E IL

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

IL PARLAMENTO

1. IL PARLAMENTO E LE DUE CAMERE

Il Parlamento italiano è composto da due distinte Camere: la Camera dei deputati e i Senato

considerate nei loro compiti e nei loro poteri le due Camere sono in tutto e per tutto uguali (si parla

di bicameralismo perfetto). Il compito di formare le leggi è assegnato collettivamente alle due

Camere (art.70 Cost.).

Storicamente le due camere si differenziavano perché davano voce a diversi gruppi sociali:

_ Camera dei deputati: elettiva – camera bassa -;

_ Senato: non era elettiva e rappresentava le antiche classi privilegiate –camera alta-.

Stati federali (U.S.A., Repubblica Federale tedesca): le due Camere sono entrambe

rappresentative, rappresentano però realtà diverse: la Camera rappresenta i cittadini, mentre il

Senato rappresenta gli Stati membri dello Stato federale.

In Italia sia la Camera che il Senato rappresentano i cittadini, che eleggono sia i deputati

che i senatori.

CAMERA dei DEPUTATI SENATO

630 componenti (art.56 co.2) 315 componenti (art.57 co.2)

Solo Deputati eletti dai cittadini Senatori eletti dai cittadini e Senatori non elettivi

(art.59)

Elettorato attivo: 18 anni (art.56 co.1) Elettorato attivo: 25 anni (art.56 co.2)

Elettorato passivo: 25 anni (art.56 co.3) Elettorato passivo: 40 anni (art.58 co.2)

Durata di 5 anni (art.90)

Deputati e Senatori si raggruppano all’interno delle Camere per tendenza politica dando vita a

raggruppamenti interni alle Camere chiamati gruppi parlamentari

La Costituzione all’art.59 prevede che facciano parte del Senato gli ex Presidenti della

Repubblica e che il Presidente della Repubblica possa nominare cinque senatori a vita).

Una differenza tra Camera e Senato in Italia, sta nella diversa età richiesta per votare

(elettorato attivo) e per essere votati (elettorato passivo). Come abbiamo visto questa

differenziazione rende il Senato più anziano e propenso alla ponderazione e alla riflessione, mentre

rende la Camera più giovane e perciò più sensibile all’esigenza del nuovo.

La diversa durata in carica delle due Camere (5 anni per la Camera e 6 anni per il Senato)era

dovuta alla possibilità di assicurare nel complesso una corrispondenza più continua della

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

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rappresentanza parlamentare agli orientamenti degli elettori; di fatto però il sistema non funzionò

mai, infatti il Senato fu sciolto anticipatamente al momento della scadenza della Camera

(scioglimento tecnico). Con la legge costituzionale del 1963 si stabilì la durata comune delle

Camere.

1. I SISTEMI ELETTORALI PER LA CAMERA E IL SENATO

Un’altra differenza tra le due Camere non può essere il voto (art.48) ma il meccanismo

elettorale ( maggioritario – premia coloro che hanno ricevuto più voti – proporzionale – ripartisce i posti disponibili

). Fino al 1993 la elezione per la Camera dei deputati si

tra i diversi partiti in proporzione ai voti ricevuti

svolgeva con un metodo rigorosamente proporzionale: i 630 seggi disponibili venivano divisi in 32

circoscrizioni elettorali a ciascuna delle quali veniva assegnato un certo numero di seggi (collegi

plurinominali). I partiti o i gruppi presentavano liste di candidati (con contrassegno) di numero

massimo pari al numero dei seggi da assegnare; l’elettore votava la lista ed esprimeva se voleva una

preferenza all’interno della lista. Alla fine ogni lista otteneva seggi in numero proporzionale ai voi

ricevuti. Le norme sull’elezione del Senato prevedevano invece che il territori nazionale fosse

diviso in collegi elettorali a ciascuno dei quali era assegnato un solo seggio si aveva perciò in teoria

un collegio uninominale tipico delle elezioni di un sistema maggioritario ogni partito poteva

presentare un solo candidato per ogni collegio. Affinché il seggio posto in palio fosse assegnato ad

uno dei candidati era necessario secondo la legge che egli avesse raggiunto il 65% dei voti del

collegio stesso. Negli altri casi il seggio non poteva essere assegnato. Subentrava a questo punto un

meccanismo di collegamento tra i candidati dello stesso partito nell’ambito della regione, che

conduceva alla formazione di liste; i seggi che in regione erano rimasti da assegnare venivano

attribuiti alle liste in proporzione ai voti riportati da ciascuna lista.

Il sistema proporzionale aveva il vantaggio di rispecchiare esattamente nel Parlamento la

composizione politica della società e di favorire la nascita di nuove formazioni politiche, ma aveva

il difetto di frammentare al massimo la rappresentanza con la conseguenza che i governi dovevano

costantemente fondarsi so coalizioni di partito nelle quali anche le formazioni minori avevano in

sostanza un vero potere di veto e di decisione.

Nel 1993 un referendum popolare determinò a larghissima maggioranza l’abrogazione dei

meccanismi e delle disposizioni che impedivano il funzionamento del sistema maggioritario per

l’elezione del Senato. Nella situazione creata dal referendum si sarebbe avuta una vera e propria

differenziazione tra il Senato, eletto ormai per il tre quarti dei seggi con il sistema del collegio

uninominale maggioritario, e la Camera, eletta dal sistema proporzionale. (criteri opposti).

Il parlamento con due distinte leggi è tornato successivamente a dare una disciplina alle

elezioni del Senato e della Camera, creando un sistema misto con prevalenza dell'elemento

maggioritario. In entrambi i casi i ¾ dei seggi vengono assegnati con il sistema del collegio

uninominale a turno unico in virtù del quale in ogni collegio risulta eletto il candidato che abbia

ottenuto anche un voto solo più dei concorrenti. Il rimanente quarto è assegnato sia per il Senato che

per la Camera dei deputati secondo un criterio proporzionale sulla base di liste presentate dai partiti.

Mentre nelle elezioni senatoriali è ammessa per i collegi uninominali la candidatura di

singoli non collegati a partiti, i candidati nei collegi per la Camera devono necessariamente essere

collegati ad una lista che partecipa alla votazione per la parte proporzionale. Inoltre,

nell’assegnazione dei seggi con sistema proporzionale all’interno delle liste, alla Camera si tiene

conto soltanto dell’ordine progressivo di presentazione dei candidati, mentre per il Senato si tiene

conto della percentuale di voti ottenuti dai singoli. Inoltre, secondo la previsione costituzionale

nelle elezioni senatoriali anche le circoscrizioni proporzionali hanno base regionale, mentre per la

Camera il calcolo si basa su un quoziente elettorale nazionale. Si noti che nelle elezioni della

camera sono escluse dal riparto della quota proporzionale le liste che non abbiano conseguito sul

piano nazionale almeno il 4 % dei voti validi espressi.

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29 Comuni alle elezioni della Camera e del Senato sono le cause di ineleggibilità (impossibilità

di essere validamente eletti per la carica o la posizione che si occupa: consiglieri regionali, sindaci

dei comuni con più di 20000 abitanti, prefetti funzionari statali civili e militari, magistrati,

diplomatici), e comune è anche la disciplina delle situazioni di incompatibilità impossibilità di

conservare l’ufficio di parlamentare, assunto a seguito della proclamazione dei risultati elettorali,

perché si trova ad occupare una certa carica o posizione che l’ordinamento giuridico vieta di unire a

quella: non si può essere contemporaneamente membro delle due Camere –art.65 co.2-;

parlamentare e Presidente della Repubblica –art.84 co.2- ; parlamentare e membro del Consiglio

superiore della magistratura –art.104 u.c.- parlamentari e giudici della Corte Costituzionale –art.135

co.6-. L’eventuale elezione di persone che si trovano in situazione di ineleggibilità è nulla.

Le regole sulla ineleggibilità e incompatibilità sono eccezionali e perciò di stretta

interpretazione, e non possono essere estese per analogia oltre i casi previsti.

Secondo l’art.66 della Costituzione “ciascuna camera giudica dei titoli di ammissione dei

suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità”. Il giudizio di

ciascuna camera è definitivo e non può essere contestato in altra sede né davanti al giudice

(principio di autonomia organizzativa).

3. IL FUNZIONAMENTO E L’ORGANIZZAZIONE DELLE CAMERE

Le camere restano in carica 5 anni (durata normale della legislatura).

Bicameralismo perfetto: le due camere dispongono di poteri in tutto e per tutto eguali; esse

lavorano separatamente ma in relazione alla funzione legislativa (art.70), collettivamente (le

decisioni legislativa positive richiedono il consenso di entrambe le Camere.

Principio di continuità: le Camere possono riunirsi in qualunque momento senza limitazioni;

si riuniscono “di diritto” (cioè anche senza bisogno di apposita convocazione) il primo giorno non

festivo di febbraio e ottobre (art.62); in qualunque momento una Camera può essere convocata in

“via straordinaria” (quando ciò accade, l’altra Camera è convocata automaticamente di diritto –

art.62 co.3). non esiste nessuna interruzione tra la vita di una Camera, ormai scaduta nella sua

durata, e la vita della successiva, neoeletta. L’art.61 dispone infatti che “finché non siano riunite le

nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti” ; specifichiamo però che questo principio

non si applica all’attività legislativa: se una proposta di legge viene approvata da un ramo del

parlamento, ma non dal secondo ramo perché nel frattempo ad esso è intervenuta la fine della

legislatura , la proposta decade; nella successiva legislatura è quindi necessaria l’approvazione di

entrambe le camere e non solo della Camera che non l’aveva votata.

Principio di autonomia: l’autonomia è garantita in direzione del governo e del potere

esecutivo e in direzione del potere giudiziario e della stessa alta Camere.

Essa è garantita dalle immunità parlamentari previste dall’art.68, volte ad assicurare la piena libertà

del membro del Parlamento nell’esercizio del suo mandato. Senza autorizzazione della Camera a

cui appartengono i deputati e i senatori non possono:

_ Essere sottoposti a perquisizione personale o domiciliare

_ Essere arrestati o privati della libertà personale o mantenuti in detenzione;

a meno che ciò non avvenga in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero

quando il parlamentare sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto

obbligatorio in flagranza.

_ Essere sottoposti ad intercettazioni di comunicazioni o conversazioni;

_ Essere sottoposti a sequestro della corrispondenza;

La legge costituzionale n.3 del 1993 ha limitato le immunità parlamentari.

I parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e i voti dai

nell’esercizio delle loro funzioni, questa immunità vale anche dopo la cessazione della carica: si

tratta perciò di vera e propria irresponsabilità, mentre l’altra è una provvisoria inviolabilità).

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

30 Autonomia organizzativa: essa trova limiti solo nella Costituzione (non nella legge

ordinaria); le Camere disciplinano il funzionamento e l’organizzazione della Camera attraverso un

regolamento approvato dalla Camera stessa e soltanto da essa.

Ogni Camera ha un Presidente ed un ufficio di presidenza eletti fra i suoi componenti. Il

presidente deve agire in modo imparziale garantendo nello svolgimento dei lavori sia i diritti della

maggioranza che delle minoranze: egli non vota.

Gruppi parlamentari: corrispondenti dei partiti politici; per costituire un gruppo occorre un

numero minimo di parlamentari; coloro che non possono o non vogliono rientrare in nessun gruppo

si iscrivono al cosiddetto gruppo misto.

Commissioni permanenti: sono 14 alla Camera e 12 al Senato; esse si occupano di

determinate materie (spesso coincidono con i ministeri); sono composte in modo da rispecchiare la

proporzione di gruppi parlamentari (art.72). esse hanno un ruolo fondamentale nel procedimento di

formazione delle leggi: redigono progetti da sottoporre alla discussione dell’assemblea

parlamentare; in determinati casi esse approvano la legge, senza bisogno di un voto assembleare.

Le sedute delle due Camere sono pubbliche, ma ciascuna Camere può decidere di riunirsi in

seduta segreta (art.64). le Camere non sono regolarmente costituite se non è presente la

maggioranza dei componenti (numero legale o quorum strutturale); le deliberazione sono adottate a

maggioranza dei presenti (quorum funzionale), è perciò sufficiente la maggioranza semplice.

Se un certo numero di parlamentari lo richiede la Camera può votare con voto segreto. La

Costituzione non si occupa di come vada espresso il voto e quando essa debba essere semplice o

palese e quando segreto; la materia viene disciplinata dai regolamenti parlamentari; dal 1988 i

regolamenti hanno drasticamente limitato il ricorso al voto segreto(se la votazione riguarda persone

e in materia di principi e diritti di libertà, di famiglia, di organizzazione costituzionale, di organi

regionali, di leggi elettorali).

1. LE FUNZIONI DEL PARLAMENTO

_ Potere legislativo: in realtà coloro che presentano progetti di legge possono essere non

parlamentari;

_ Concede o nega la fiducia al Governo (art.94): entro 10 gg. Dalla sua formazione deve

presentarsi alle Camere per ottenere la fiducia . in qualunque momento può essere presentata

mozione di sfiducia, che non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua

presentazione. Ponendo la questione di fiducia (per ricorso al voto palese), se viene bocciata la

proposta del Governo esso deve dimettersi.

_ Controllo sul Governo:

1. Interrogazioni: domanda scritta al Governo per sapere se un fatto sia vero, se un informazione

sia esatta, se vi siano documenti o notizie da comunicare, se siano imminenti provvedimenti.

Disponibile ad ogni singolo parlamentare.

2. Interpellanze: domanda scritta rivolta al Governo per conoscere i motivi e gli intendimenti della

sua condotta su questioni che coinvolgono la sua politica (carattere politico). Disponibile ad

ogni singolo parlamentare.

3. Inchieste e Indagini conoscitive: decise dalle Camere o dalle Commissioni permanenti (art.82);

la Commissione di inchiesta, costituita in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi

parlamentari, procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni delle

autorità giudiziarie attraverso indagini conoscitive (verifiche, perquisizioni, ispezioni,

interrogatori, non attraverso potere coattivo, ma attraverso collaborazioni spontanee).

_ Indirizzo nei confronti del Governo: questo potere si esercita attraverso atti della Camera o delle

stesse commissioni permanenti (mozioni, ordini del giorno, risoluzioni), atti con i quali il

Parlamento vincola il Governo a determinati comportamenti.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

31

1. PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNE (art.55)

Il presidente dell’organo collegiale formato dal parlamento in seduta comune è il presidente

della Camera di deputati (art.63); il parlamento in seduta comune opera secondo i regolamenti della

Camera.

Elezioni:

(a) Presidente della Repubblica: in questo caso accanto ai parlamentari siedono i rappresentanti

delle Regioni previsti dall’art.83 co.2.

(b) 1/3 (5) dei componenti della Corte costituzionale (art.135 co.1); l’elezione avviene a

maggioranza qualificata (2/3 nelle prime tre votazioni, 3/5 se le prime tre non hanno avuto

risultato utile.

(c) 1/3 (10) dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura (art.104 co.4); questi

componenti non sono giudici , devono essere scelti tra avvocati e professori universitari di

materie giuridiche; l’elezione avviene a maggioranza dei 3/5.

Stato d’accusa del Presidente davanti alla Corte Costituzionale: Presidente che si sia reso

colpevole di attentato alla Costituzione o di alto tradimento (art.90) lo stato di accusa è deliberato a

maggioranza assoluta.

Giuramento di fedeltà del Presidente della Repubblica: giuramento di osservanza della

Costituzione e di fedeltà alla Repubblica che il Presidente deve prestare prima di assumere le sue

funzioni (art.91);

Compilazione elenco cittadini, mediante elezioni, dal quale verrebbero all’occorrenza

estratti a sorte i 16 giudici che integrano la composizione della Corte Costituzionale quando essa

opera come giudice penale per il Presidente della Repubblica (art.135 co.7).

Commissioni bicamerali: composta di parlamentari di entrambe le Camere. Alcune di esse

sono previste dalla Costituzione come la Commissione di deputati e senatori (art.126 co.4); altre

commissioni sono invece istituite da leggi ordinarie.

IL GOVERNO

1. IL GOVERNO IN GENERALE

“Il Governo della Repubblica è composto dal Presidente del Consiglio e dal Consiglio dei

ministri” (art.92). Al Consiglio dei ministri vanno riferiti tutti i poteri che la Costituzione affida

senza nulla specificare al “Governo”. Ma il Consiglio è a sua volta un organo composto da altri

organi quali sono il Presidente del Consiglio e i Ministri.

Quelle appena nominate sono le componenti necessarie del Governo, nel senso che sono

previste dalla Costituzione; nella pressi però si sono affermate altre figure, quali i ministri senza

portafoglio, i sottosegretari, i vice-presidenti del Consiglio, che non sono componenti necessarie.

Il Governo vero e proprio è nominato dal Presidente della Repubblica: per primo il

Presidente del Consiglio; poi, su proposta del Presidente del consiglio i singoli Ministri. (art.92

co.2). esso giura fedeltà alla Costituzione, e alla repubblica nelle mani del Presidente della

repubblica e in quel momento assume le sue funzioni. Il Presidente del Consigli dei Ministri e i

Ministri stessi sono usualmente Parlamentari. I membri del Governo, anche se non fanno parte delle

Camere possono assistere alle sedute e hanno diritto di essere sentiti ogni volte che lo richiedano

(art.64 co.4)

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

32

2. IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Egli “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile, mantiene l’unità di

indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri” (art.95

co.1). Nonostante questo l’art.2 della l. n. 400 del 23 agosto 1988 (Disciplina dell’attività di

Governo e Ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri) determina che è il Consiglio

dei Ministri a determinare la politica di Governo e l’indirizzo generale dell’azione amministrativa e

a deliberare su ogni questione relativa all’indirizzo politico fissato dal rapporto fiduciario con le

Camere.

Nell’esperienza dei decenni precedenti la preminenza del Presidente del Consiglio dei

Ministri, si è manifestata nel potere di rappresentanza del Governo nel suo insieme e più

concretamente nel potere di convocare il Consiglio dei Ministri e i Fissare l’ordine del giorno; era

perciò opinione comune che i poteri reali del Presidente fossero troppo limitati rispetto alla sua

figura costituzionale.

Così è intervenuta le legge n. 400 del 1988 la quale all’art.5 individua alcuni poteri e

compiti del Presidente del consiglio, distinguendo da un lato quelli che si connettono al suo propri e

speciale ruolo costituzionale e dall’altro quelli che gli spettano come espressione unitaria del

Consiglio dei ministri:

_ Potere di inviare ai Ministri direttive rivolte ad assicurare l’imparzialità e il buon rendimento

degli Uffici pubblici;

_ Potere di sospendere l’adozione di atti da parte dei Ministri competenti in ordine a questioni

politiche e amministrative per sottoporli alla deliberazione del consiglio dei ministri;

_ Potere di istituire Comitati dei Ministri per lo studio di particolari questioni da sottoporre al

Consiglio;

_ Comunica alle Camere la composizione del Governo ed ogni eventuale mutamento;

_ Pone le questioni di fiducia (anche a mezzo di un ministro espressamente delegato);

_ Presenta alla Camera i disegni di legge governativi;

_ Richiede la remissione alla Camera di un disegno di legge affidato alla commissione

deliberante;

_ Controfirma i decreti del presidente della Repubblica relativi agli atti con forza di legge ed agli

altri atti per i quali è intervenuta la deliberazione del Consiglio;

_ Emana, previa deliberazione del Consiglio, il regolamento interno di questo.

_ Assegna incarichi speciali e ministri e funzionari e a ministri senza portafoglio, previa

deliberazione del Consiglio;

_ Propone al Presidente della Repubblica la nomina dei Segretari. (art.10 l. 400).

_ Chiama alcuni Ministri a partecipare ad un comitato denominato Consiglio di gabinetto (art.6 l.

400).

Il Consiglio di Gabinetto coadiuva il presidente nello svolgimento delle funzioni derivategli

dall’art.95 co.1. Esso è del tutto privo di poteri formali e svolge attività preparatoria alle riunioni del

Consiglio;

Vice presidenza del Consiglio: fino al 1988 questo titolo si risolveva in una qualifica

onorifica volta a sottolineare il rilievo politico della partecipazione al Governo di alcune persone.

L’esistenza del Vicepresidente continua ad essere non necessaria, ma se viene nominato ad

esso spetta di diritto la supplenza del Presidente in caso di una sua assenza o di impedimento

temporaneo (art.8 l. 400).

Se nessun vicepresidente è stato nominato la supplenza spetta al ministro più anziano di età.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

33

1. IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Il consiglio dei ministri è il governo nella sua dimensione collegiale; esso ha le seguenti

principali funzioni:

_ Deliberazione dei decreti-legge con i quali viene esercitato un potere normativo straordinario

per fronteggiare situazioni d i necessità e di urgenza (art.77);

_ Deliberazione dei decreti legislativi con i quali si esercita un potere normativo su delega del

Parlamento (art.76);

_ Deliberazione sui disegni di legge (art.71 co.1);

_ Controllo sulle leggi regionali (art.127);

_ Determinazione dell’indirizzo politico e l’indirizzo generale dell’azione amministrativa (art.2 l.

400);

_ Proposta dei trattati ed esame delle questioni internazionali in genere (art.2 l. 400)

_ Atti relativi ai rapporti tra la Stato e la Chiesa cattolica e con gli altri culti (art.2 l. 400);

_ Deliberazione dei più importanti regolamenti statali;

_ Deliberazione del proprio regolamento interno (art.4 l. 400);

_ Assegnazione dell’incarico di Vicepresidente del Consiglio (art.8 l. 400);

_ Deliberazione delle funzioni da assegnare ai ministri senza portafoglio e l’assegnazione di

incarichi speciali ai ministri (art.9 l. 400);

_ Nomina dei commissari straordinari (art.11 l. 400).

Il Consiglio dei ministri è l’orano più elevato del potere esecutivo e perciò dell’intera

pubblica amministrazione. Tuttavia le singole amministrazioni statali sono organizzate per ministeri

(dicasteri) che trovano il loro vertice nei singoli Ministri. Non esiste nessuna gerarchia tra Consiglio

dei Ministri e Ministri stessi e nell’ambito degli affari interni del Ministero spetta al Ministro

titolare la parola definitiva.

I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri ed

individualmente degli atti dei loro dicasteri (art.95 co.2).

Il Consiglio dei Ministri ha potere generale di annullamento di tutti gli atti illegittimi posti in

essere dalle autorità della pubblica amministrazione (art.2 co.3 lett. P l.400). Per indicare i compiti

dei Consiglio dei Ministri si parla spesso di “alta amministrazione”.

Durante le riunioni del Consiglio rimangono esclusi i sottosegretari, tranne il sottosegretario

della Presidenza del Consiglio che è presente alle sedute ed ha il compito di redigere il verbale e di

conservare il registro delle deliberazioni (art.4 l. 400).

1. LE ALTRE COMPONENTI DEL GOVERNO

Ministri senza portafoglio: ministri nominati dal Presidente della Repubblica; fanno parte

del Consiglio dei Ministri e hanno diritto di voto all’interno di esso. Essi non sono a capo di un

Ministero, e sono nominati presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (art.9 co.1 l. 400); essi

sono individuati da un particolare incarico (es. riforma della pubblica amministrazione, la funzione

pubblica..) che può anche comprendere, per delega del Presidente del Consiglio, la direzione di

uffici e apparati amministrativi. Le ragioni per le quali vengono nominati i ministri senza

portafoglio sono principalmente politiche e si riassumono nell’opportunità di distribuire fra le forze

della coalizione governativa più incarichi ministeriali di quanti siano i Ministri. I singoli incarichi di

Ministri senza portafoglio non hanno carattere permanente, anche se a tali Ministri a volte le leggi

attribuiscono compiti permanenti, cosicché tali uffici tendono a stabilizzarsi. Nel caso in cui in un

Governo la leggi attribuiscano dei compiti ad un Ministro non nominato, le funzioni si intendono

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

34

assegnate al Presidente del Consiglio di Ministri che può delegarle ad un altro Ministro (art.9 co.2 l.

400). Hanno trovato riconoscimento legislativo solo nel 1988.

Sottosegretari: la loro esistenza fu prevista in Italia e in parte disciplinata dal 1888. Essi non

fanno parte del Consiglio dei Ministri. La sola eccezione è costituita dal Sottosegretario della

Presidenza del Consiglio che partecipa senza diritto di voto alle riunioni del Consiglio per redigere

il verbale

Essi vengono scelti con deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidenza

del Consiglio, di concerto con il Ministro che il segretario è chiamato a coadiuvare (art.10 co.1 l.

400) anche se la loro nomina è formalizzata con decreto del Presidente della Repubblica.

Il numero dei sottosegretari è variabile. I compiti a loro spettanti sono innanzitutto di ordine

politico: la legge dispone che essi “possono intervenire quali rappresentanti del Governo, alle sedute

delle Camere e delle commissioni parlamentari, sostenere la discussione in conformità alle direttive

dei Ministri e rispondere ad interrogazioni ed interpellanze” (art.10 co.4 l.400). essi possono inoltre

ricevere deleghe per lo svolgimento di alcuni dei compiti amministrativi che spettano al Ministro

come capo del Ministero.

Alti Commissari: sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del

Presidente del Consiglio. Essi sono a capo di apparati amministrativi ma non sono Ministri

(rovescio dei Ministri senza portafoglio). Non di rado è successo però che un Alto commissariato

sia poi stato trasformato in Ministero (es. Alto Commissariato per l’igiene e la sanità Ministero

della Sanità)

Commissari straordinari: possono essere nominati per lo svolgimento di compiti in relazione

a specifici obiettivi o per particolari e temporanee esigenze di coordinamento operativo tra

amministrazioni (art.11 l.400 del 1988). Essi sono nominati previa delibera del Consiglio dei

Ministri , con un decreto del Presidente della Repubblica, per un tempo determinato.

2. I COMITATI INTERMINISTERIALI

Comitati interministeriali: organi collegiali composti di Ministri interessati di attività del

Comitato, e quasi sempre dallo stesso Presidente del Consiglio, che in tal caso lo presiede; i

principali sono:

_ Comitato ministeriale per la programmazione economica (CIPE): predispone gli indirizzi della

politica economica nazionale;

_ Comitato ministeriale per il credito e il risparmio (CICR): sottoposto al CIPE ed ha il compito

di indirizzare e coordinare il sistema bancario in collaborazione con il Ministro del Tesoro che

lo presiede, e con il Governatore della Banca d’Italia.

_ Comitato per le informazioni e la sicurezza.

Non è assimilabile ad un Comitato interministeriale il Consiglio supremo di difesa, organo

previsto dall’art.87.

Gli studiosi discutono spesso e l’esistenza di un ampio numero di Comitati Ministeriali non

finisca per privare di unitarietà e coordinazione la politica del Governo, la cui azione risulta

frammentata in diversi rivoli. Sul piano del diritto , tuttavia la tesi dell’inammissibilità dei comitati

ministeriali potrebbe essere sostenuta solo se le attribuzioni che le leggi affidano loro fossero tra

quelle che non possono non spettare al Consiglio dei Ministri.

I comitati devono comunicare tempestivamente al Presidente del Consiglio l’ordine del

giorno delle riunioni e il Presidente può deferire singole questioni al Consiglio dei Ministri (art.6

co.3 l. 400). La legislazione più recente ha seguito un criterio di drastica riduzione dei comitati

ministeriali.

LA CRISI E LA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO

1.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

35 Il Governo entra in crisi ogni volta che esso non ha più la fiducia delle Camere. Il Governo

perde la fiducia quando una Camera approva una mozione di sfiducia, mozione che viene messa ai

voti per appello nominale cioè a voto palese, non prima di tre giorni dalla sua presentazione (art.94

commi 2,3 e 5). Un voto negativo su una proposta del Governo sulla quale questo abbia posto la

questione di fiducia ha lo stesso risultato (non il voto negativo su una qualunque proposta del

Governo – art.94 co.4). in entrambi i casi il Governo sconfitto in Parlamento è tenuto a presentare al

Presidente della Repubblica le proprie dimissioni.

Diversa è la mozione di sfiducia rivolta a chiedere le dimissioni non del Governo ma di un

Ministro considerato singolarmente (mozione di sfiducia individuale). Essa non è prevista dalla

Costituzione ma è ammessa dal regolamento della Camera. Secondo la Corte Costituzionale

l’approvazione della sfiducia individuale obbliga alle dimissioni il Ministro a cui è rivolta, e

legittima il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica a proporre e nominare

rispettivamente il nuovo Ministro.

Nel caso di dimissioni volontarie del Governo il Presidente della Repubblica può chiedere al

Governo di presentarsi alle Camere per una verifica della fiducia, ma se il Governo insiste nelle

dimissioni egli non può che prenderne atto.

Con le dimissioni il Governo non cessa di essere tale, ma continua ad avere il potere ed

anche il dovere di provvedere all’ordinaria amministrazione fino a quando, con il giuramento, non

sia entrato in carica un nuovo Governo: dopo le dimissioni infatti il Presidente avvia un

procedimento che conduce alla formazione di un nuovo Governo; esso si sviluppa in tre fasi: la fase

delle consultazioni, la fase dell’incarico e della nomina.

_ Consultazioni: non sono previste dalla Costituzione ma servono al Capo dello Stato per formarsi

una migliore conoscenza del modo nel quale potrà essere risolta la crisi. Devono venire

consultati i capi dei gruppi parlamentari e i segretari dei partiti politici rappresentati in

Parlamento, nonché i Presidenti delle Camere, gli ex Presidenti del Consiglio e gli ex Capi di

Stato;

_ Incarico: sulla base delle consultazioni il Capo di Stato conferisce l’incarico di formare il nuovo

Governo. Il Presidente così designato accetta l’incarico “con riserva”.

_ Nomina: su proposta del Presidente del Consiglio vengono nominati i Ministri.

Contemporaneamente vengono accettate le dimissioni del Presidente del Governo. Sia il decreto

di nomina che il decreto di accettazione delle dimissioni del precedente Governo sono

controfirmati dal Presidente del Consiglio nominato (art.1 l. 400).

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

1. LA CARICA DI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale egli è

eletto per sette anni, due più della durata ordinaria delle Camere, dal Parlamento riunito in seduta

comune dei suoi componenti e integrato da tre rappresentanti di ogni Regione eletti dal Consiglio

regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze (art.83 co.2); solo la Valle

d’Aosta ha un solo rappresentante. Questa integrazione è importante perché vuole significare che il

Presidente è espressione dell’intera comunità internazionale, considerata anche nelle sue

articolazioni territoriali. Può essere eletto qualunque cittadino italiano che abbia compiuto 50 anni e

sia in possesso dei diritto civili e politici. Per l’elezione occorre la maggioranza dei 2/3

dell’assemblea nelle prime tre votazioni, ma e sufficiente la maggioranza assoluta nelle successive.

L’ampia maggioranza richiesta è finalizzata allo scopo che il Presidente sia il Presidente di tutti.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

36

L’elezione avviene con voto segreto (art.83 co.3) garantendo così che la scelta corrisponda ad

un’intima convinzione e non soltanto alle direttive dei partiti rappresentanti in Parlamento.

La funzione rappresentativa: il Presidente rappresenta l’unità nazionale (art.87 co.1); egli è

Capo dello Stato non nel senso del comando (egli non comanda nessuno dei principali poteri dello

Stato), ma nel senso del simbolico “concentrarsi dello Stato in un’unica persona che lo rappresenta

ovunque (rapporti internazionali, rappresentanza interna..)

Il giuramento e le responsabilità del Presidente: il Presidente eletto, prima di assumere le sue

funzioni presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza alla Costituzione (art.91). la

responsabilità del Presidente è prevista solo per i reali di alto tradimento e di attentato alla

Costituzione (art.91 co.1). per il rimanente l’art.90 stabilisce che il “Presidente della Repubblica

non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio della sue funzioni”. Tale irresponsabilità va

collegata al fatto che la responsabilità degli atti viene assunta (art.89 co.1) tramite la c.d.

controfirma dai Ministri proponenti.

La supplenza:

_ Impedimento temporaneo (malattia, viaggio all’estero): le funzioni del Presidente sono assunte

per supplenza dal Presidente del Senato (art.86); in queste circostanza solo parte delle funzioni

del Presidente possono essere esercitate, in particolare quelle che interessano il territorio

nazionale (supplenza parziale);

_ Impedimento permanente (morte o dimissioni): la Costituzione prevede l’indizione di nuove

elezioni (art.86 co.2).

Terminato il settennio, 30 giorni prima della scadenza sono indette le elezione del nuovo

Presidente (art.85 co.2) il Presidente uscente è rieleggibile senza limiti; l’ex Presidente della

Repubblica assume , salvo rinuncia, la qualifica di senatore a vita (art.59 co.1).

1. IL PRESIDENTE E I POTERI DELLO STATO

:

Atti normativi

_ promulga le leggi e può chiederne con messaggio motivato alle Camere una nuova

deliberazione;

_ emana i decreti avente valore di legge e i regolamenti;

_ indice i referendum;

_ autorizza il Governo a presentare propri disegni di legge;

_ influisce sul Parlamento nominando 5 senatori a vita, indicendo le elezioni e fissando la prima

riunione delle Camere, assumendo l’iniziativa della loro convocazione straordinaria ed ancor

più esercitando il potere di scioglimento di un o di entrambe le Camere.

Funzione di Governo:

_ nomina il Presidente del Consiglio, e su proposta i Ministri, ne riceve il giuramento e ne accetta

le dimissioni;

_ ratifica i trattati, accredita i rappresentanti diplomatici dell’Italia all’estero;

_ ha il comando delle forze armate; presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di

guerra deliberato dalle Camere.

Funzione di pubblica amministrazione:

_ nomina, con proprio decreto, dei più alti funzionari civili e militari, di molti consigli di

amministrazione e amministratori di enti pubblici;

_ conferimento delle onorificenze;

_ annullamento di ufficio degli atti amministrativi illegittimi di qualunque autorità;

_ riconoscimento delle persone giuridiche;

_ scioglimento, nei casi previsti dalla legge dei Consigli regionali, provinciali, comunali.

Funzione giurisdizionale:

_ presiede i Consiglio superiore della Magistratura (amministrazione dei magistrati ordinari);

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

37

_ nomina 1/3 dei giudici della Corte Costituzionale;

_ può concedere la Grazia o commutare le pene (dal 1992 non ha più competenza a concedere

amnistia – estinzione dei reati – e indulto – condono della pena -).

È certissimo tuttavia che il Presidente della Repubblica sia fondamentalmente estraneo

all’esercizio di tutti e tre i massimi poteri dello Stato; la funzione legislative spetta collettivamente

alla due Camere; il Governo è titolare del potere esecutivo e amministrativo, ed è responsabile di

fronte al Parlamento; la giustizia è esercitata in nome del popolo da magistrati indipendenti (art.101

co.1). Spetta così al Governo:

d presentazione dei disegni di legge alle Camere;

d emanazione dei decreti legge;

d emanazione dei decreti legislativi;

d emanazione dei regolamenti;

d ogni decisione in materia politica e internazionale;

d il comando effettivo delle forze armate;

d decisioni sulle nomine dei funzionari e in genere sugli atti di pubblica amministrazione.

d D’altra parte molti degli atti del Presidente sono atti dovuti:

d promulgazione di leggi;

d l’indizione dei referendum e delle elezioni;

d la dichiarazione dello stato di guerra deliberato dalle Camere.

Quelli che rimangono sono i veri poteri del Presidente.

1. LE FUNZIONI E IL RUOLO DEL PRESIDENTE

Lo scioglimento delle Camere: il Presidente della Repubblica “può sentiti i loro presidenti,

sciogliere le Camere o anche una sola di esse” (art.88). l’esercizio del potere di scioglimento non

può avvenire negli ultimi 6 mesi del mandato Presidenziale. Si è comunque introdotta una deroga al

divieto per l’ipotesi che gli ultimi 6 mesi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi 6 mesi della

legislatura. La Costituzione non specifica in quali circostanze e in per quali ragioni lo scioglimento

delle Camere possa essere disposto. Eventuali cause:

_ verificata impossibilità da parte del Parlamento di esprimere una maggioranza di governo;

_ contrasto tra la due Camere;

_ abrogazione mediante referendum di importanti leggi appena approvate dal Parlamento;

_ esito di elezioni amministrative da far pensare che gli elettori abbiano cambiato il loro

orientamento politico.

Molti pensano che nella decisione dello scioglimento delle Camere dovrebbero concordare il

Governo e il Presidente della Repubblica, e così fino ad ora è stato.

Il rinvio delle leggi: “il Presidente della Repubblica. Prima di promulgare la legge, può con

messaggio motivato alle Camere richiedere una nuova deliberazione”; (potere di veto sospensivo)

ma se “le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata” (art.74). il

potere di veto sospensivo può essere usato una sola volta; è certo che il Presidente non può rinviare

le leggi per qualsiasi motivo; esso lo può fare quando ritenga che essa contrasti con la Costituzione,

quando ad esempio non indichi i mezzi con i quali far fronte a nuove spese, secondo quanto

richiesto dall’art.81 u.c.

Le nomine presidenziali:

_ nomina a senatori a vita di 5 cittadini da nominarsi tra coloro “che hanno illustrato la patria per

altissimi meriti nel campo sociale, scientifico letterario e artistico,” (art.59 co.2);

_ nomina di 5 giudici della Corte Costituzionale (art.135 co.1).

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

38 Il Consiglio superiore della Magistratura è presieduto dal Presidente della repubblica

(art.104 co.2); tuttavia il Presidente può delegare le funzioni di sua spettanza al Vicepresidente del

Consiglio superiore, eletto dal Consiglio stesso.

Il Consiglio supremo della difesa è presieduto dal Presidente della Repubblica a cui è anche

affidato il potere di conferire onorificenze, di concedere la grazia, di commutare le pene, di inviare

messaggi alle Camere e di chiederne la convocazione straordinaria.

LE FONTI DEL DIRITTO

LE FONTI COSTITUZIONALI

1. LA COSTITUZIONE COME ATTO NORMATIVO

La Costituzione è un vero atto normativo con disposizioni che hanno pienezza di effetto e

sono suscettibili di produrre e modificare altre regole.

La Costituzione italiana ha inoltre carattere rigido, nel senso che essa non può essere

modificata attraverso il procedimento legislativo ordinario, ma soltanto attraverso un apposito

procedimento legislativo “costituzionale” previsto dall’art.138 della stessa Costituzione. Dunque la

Costituzione è una fonte del diritto, la massima tra di esse.

La Costituzione è un atto storicamente individuato e come tale non è ripetibile o reiterabile.

La Costituzione e il relativo atto costituente sono atti ed avvenimenti storicamente determinati,

come criterio ultimo di legittimazione dell’ordinamento, e non una fonte stabilmente oprante in

esso. Stabilmente operanti nell’ordinamento sono invece le leggi costituzionali o la legge di

revisione costituzionale.

2. LA LEGGE COSTITUZIONALE E DI REVISIONE COSTITUZIONALE

Dato il carattere rigido della Costituzione, la legge ordinaria non può contenere norme che la

modifichino, esse sarebbero illegittime e perciò eliminate con sentenza della Corte Costituzionale.

Tuttavia la legge prevede che le proprie disposizioni possano essere modificate secondo quanto

disposto dall’art.138, con un atto che è pur sempre legge del Parlamento. Si individua così

un’apposita fonte chiamata legge di revisione costituzionale.

Più precisamente l’art.138 parla delle “leggi di revisione della Costituzione e delle altre

leggi costituzionali”: intendendo che le prime siano quelle rivolte a modificare il testo della

Costituzione, le seconde quelle che senza modificare il testo della Costituzione abbiano però

ugualmente rango costituzionale e non possano essere modificate dalla semplice legge ordinaria. In

effetti è talvolta la stessa Costituzione che richiede la legge costituzionale: come per attribuire ad

ulteriori organi il potere di iniziativa legislativa (art.71 co.1), per assegnare nuove materie alla

potestà legislativa concorrente delle Regioni (art.117 co.1). per fondere più regioni o crearne delle

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

39

nuove (art.132 co.1), per disciplinare i principali aspetti del giudizio davanti alla Corte

Costituzionale (art.137 co.1).

Rispetto al procedimento legislativo ordinario il procedimento di revisione costituzionale

presenta le seguenti diversità, che lo rendono più gravoso e difficoltoso:

_ La legge di revisione deve essere approvata due volte da ciascuna Camera;

_ Tra le due approvazioni di ogni Camera devono trascorrere almeno tre mesi;

_ Nella seconda approvazione da parte di ogni Camera di deve raggiungere la maggioranza

assoluta;

_ Sulla modifica può essere chiesto un referendum.

I primi due aggravamenti mirano ad assicurare che la volontà di modificare la costituzione

abbia un certa stabilità e non sia dovuta al formarsi di maggioranze occasionali. La necessità della

maggioranza assoluta nella seconda votazione mira ad assicurare che la volontà di mutamento sia la

volontà di una vera maggioranza del Parlamento, e non il frutto dell’assenza di molti Parlamentari.

Richiedendo un referendum sull’opportunità della modifica si è introdotto un meccanismo atto a

verificare se la volontà del Parlamento corrisponde o meno a quella degli elettori. Il referendum

sospensivo può essere richiesto da 50000 elettori, o da 5 Consiglieri regionali, o 1/5 dei membri di

una Camera, entro 3 mesi dalla pubblicazione della revisione costituzionale nella Gazzetta

Ufficiale.

Se nei tre mesi il referendum non viene richiesto, la legge viene promulgata, quindi

pubblicata per entrare in vigore. Richiesto il referendum, invece, la legge ad esso sottoposta “non è

promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi” (art.138 co.2); non è richiesto un

numero minimo di elettori.

Non si può chiedere referendum se nella seconda votazione sia stata raggiunta in ciascuna

Camera la maggioranza dei 2/3 dei componenti.

1. LIMITI ALLA MODIFICA DELLA COSTITUZIONE

Secondo l’art.139 della Costituzione “la forma repubblicana non può essere oggetto di

revisione costituzionale”. Non contrasterebbe però con la prescrizione dell’art.139 un’elezione

popolare diretta del Presidente della Repubblica, e nemmeno un eventuale più netto passaggio dalla

Repubblica Parlamentare alla Repubblica Presidenziale. Ciò sul piano del diritto. Tutt’altro è

l’opportunità politica ed istituzionale di una simile innovazione.

Limiti impliciti: principi cardinali ispiratori della Costituzione: sovranità popolare, carattere

democratico dello Stato, principio di eguaglianza.

LE FONTI COSTITUZIONALI E LE FONTI

INTERNAZIONALI OPERANTI DIRETTAMENTE

1. LE FONTI COMUNITARIE EUROPEE

Le regole che lo Stato stipula con un contratto internazionale non diventano efficaci

nell’ordinamento intorno se non sono in esso introdotte mediante un ordine di esecuzione del

trattato contenuto in una legge italiana.

La stessa regola non vale per i regolamenti emanati dai competenti organi delle Comunità

europee nelle materie previste dai Trattati istitutivi, che acquistano direttamente vigore in Italia

senza alcun bisogno di una specifica legge che lo richiami (art.189 del Trattato CEE: il regolamento

comunitario ha portata generale, è obbligatorio in tutti i suoi elementi ed è direttamente applicabile

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

40

in ogni stato membro. Nelle materie di intervento della Comunità esiste una prevalente competenza

dell’ordinamento comunitario rispetto alla legislazione statale: la legge italiana che dispone

diversamente da quando stabilito da un regolamento comunitario deve definirsi inapplicabile senza

il bisogno di alcuna dichiarazione di illegittimità. La definizione dei rapporti tra legge italiana e

regolamenti comunitari è il frutto della giurisprudenza della Corte Costituzionale: essa ha deciso

che le limitazioni della sovranità nazionale contenute nei trattati comunitari non contrastano con la

Costituzione ma costituiscono attuazione del principio stabilito dall’art.11 di essa, secondo il quale

l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad

un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”. La Corte ha inoltre deciso che le

norme disposte da un regolamento comunitario vanno direttamente applicate anche in presenza di

successive disposizioni di legge italiana contrastanti con esso (senza dichiarazione di illegittimità

costituzionale). La soluzione di non porre la questione di illegittimità pone lo svantaggio di non

eliminare radicalmente dall’ordinamento le norme interne difformi dalle norme comunitarie.

I regolamenti comunitari sono deliberati dal Consiglio dei Ministri o dalla Commissione

Esecutiva delle Comunità; essi sono pubblicati sia nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee

che nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica; nel caso che i regolamenti del Consiglio siano

adottati con la partecipazione del Parlamento Europeo essi devono essere firmati dal Presidente del

Parlamento e da quello del Consiglio.

Direttive: sono atti normativi che non contengono una normativa direttamente applicabile

all’interno degli Stati membri delle Comunità, ma prescrizioni dirette agli Stati membri che

questi dovranno poi tradurre in norme statali entro il termine indicato dalle direttive; esse

sono vincolanti ma non direttamente operative.

2. LE NORME INTERNAZIONALI GENERALMENTE RICONOSCIUTE

L’art.10 co.1 della Costituzione dispone che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma

alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”: ci riferiamo a quelle derivanti dalle

consuetudini internazionali o riconosciute come principi di diritto internazionale.

Il meccanismo di adattamento automatico dell’ordinamento interno all’ordinamento

internazionale non opera per le norme aventi la loro origine nei trattati internazionali. Se un trattato

implica una modifica delle leggi italiane questa modifica deve essere introdotta mediante un

apposito atto legislativo, che molto spesso si limita a disporre che “piena ed intera esecuzione” sia

data al trattato (adattamento mediante ordine di esecuzione, molto spesso contenuto nella legge che

autorizza la ratifica del trattato).

LA LEGGE ORDINARIA DEL PARLAMENTO

1. LA LEGGE IN GENERALE

La legge formale: atto normativo posto in essere dal Parlamento seguendo uno speciale

procedimento detto procedimento legislativo. Le leggi formali si distinguono in leggi costituzionali

o di revisione costituzionale e leggi ordinarie.

Legge ordinaria: creata attraverso il procedimento legislativo ordinario; essa è subordinata

alla Costituzione e alle leggi costituzionali, ma è la fonte più importante poiché con essa il

Parlamento esercita il potere normativo.

Legge in senso generico o legge in senso sostanziale: norme giuridiche; è legge quanto alla

sostanza del contenuto, formato appunto da norme giuridiche, prescrizioni generali ed astratte.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

41 Leggi in senso meramente formale: atti che contengono la forma tipica ma non il contenuto

tipico delle leggi; essa è utilizzata per prendere decisioni specifiche e concrete (es. autorizzare la

ratifica di un Trattato Internazionale – art.80 – approvazione del conto consuntivo dello Stato -

art.81 co.1 -).

Legge provvedimento: si utilizza nei casi in cui con legge formale si prendono decisioni

specifiche e concrete del tipo di quelle che di solito vengono adottate con atto amministrativo. Ciò

avviene quando il Parlamento adotta una legge con la quale direttamente concede dei benefici o dei

contributi in denaro a specifiche persone anziché limitarsi a fissare in generale i possibili destinatari

dei benefici. In questi casi la legge assorbe in sé stessa il contenuto della funzione amministrativa;

esse al contrario dei provvedimenti non possono essere impugnate davanti al Giudice

Amministrativo quando siano lesive di interessi di singoli.

2. IL PROCEDIMENTO LEGISLATIVO ORDINARIO.

L’INIZIATIVA LEGISLATIVA

Procedimento Legislativo: serie ordinata di atti ed attività occorrenti per dare vita ad una

legge. Esso è disciplinato dagli art.72 – 74 della Costituzione e nel suo dettaglio dai regolamenti

della Camera. Il procedimento legislativo i distingue in diverse fasi: la fase d’iniziativa,

l’approvazione e l’efficacia.

Fase di iniziativa: apre il procedimento legislativo e consiste nella presentazione alle

Camere di un disegno di legge. Un progetto di legge è un testo contenente la precisa formulazione

articolata delle disposizioni delle quali si propone l’approvazione. L’iniziativa delle leggi,

appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli altri organi ed enti ai quali sia

conferita da legge costituzionale (art.71 co.1); l’iniziativa legislativa può essere del popolo (art.72

co.2) e del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (art.99 co.3); inoltre ogni Consiglio

Regionale può fare proposte di legge (art.121 co.2).

Iniziativa del Governo: è la più importante tra tutte: il Governo si appoggia su una

maggioranza parlamentare, che voterà le leggi da esso proposte, perciò le proposte di legge del

Governo hanno grande probabilità di essere approvati; solo il Governo dispone degli apparati dei

Ministeri, e può perciò utilizzare conoscenze amministrative e tecniche delle quali nessun altro

dispone; vi sono dei disegni di legge che solo il Governo può presentare in attuazione dei propri

compiti istituzionali (approvazione dei bilanci e dei rendimenti consuntivi dello Stato – art.81 co.1 –

autorizzazione alla ratifica dei Trattati – art.80 - conversione dei decreti-legge –art.77 co.2 -). Il

Governo può presentare i propri disegni di legge sia alla Camera che al Senato; la presentazione

deve essere autorizzata dal Presidente della Repubblica (art.87).

Iniziativa Parlamentare: Ciascun membro delle Camere può presentare progetti di legge; ci

sono proposte presentate da singoli Parlamentari, che hanno poche possibilità di essere approvate, e

proposte presentate da più Parlamentari insieme; queste ultime sono proposte che hanno una

pluralità di firmatari di solito appartenenti allo stesso gruppo; sono queste le proposte più

significative che hanno maggiori possibilità di essere approvate.

Iniziative popolare: il popolo esercita iniziativa legislativa mediante la proposta, da parte di

almeno 50000 elettori, di un progetto redatto in articoli (art.71 co.2); l’iniziativa popolare delle

leggi si collega al Principio della Sovranità popolare (art.1). non avendo grandi probabilità di essere

discussa e approvata viene utilizzata come strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e

del Parlamento.

Diritto di petizione: previsto dall’art.50, afferma che “tutti i cittadini possono rivolgere

petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”; non va

confuso con l’iniziativa popolare.

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

42 I Consigli regionali possono attirare l’attenzione del Parlamento su problemi istituzionali

che riguardano la Regione attraverso iniziativa legislativa.

Il potere spettante al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è limitato alle materie

della legislazione economica e sociale.

3. L’APPROVAZIONE

L’approvazione consiste nella votazione del medesimo testo da parte di entrambe le Camere.

Procedura per commissione referente: secondo la procedura normale il progetto di legge

viene assegnato dal Presidente dell’assemblea ad una delle commissioni permanenti, scelta a

seconda della materia. La commissione esamina il progetto e formula eventualmente un nuovo testo

modificato, da presentare in assemblea, accompagnato da un relazione di maggioranza. Poiché nella

procedura normale la commissione non a potere di decidere in via definitiva, ma solo di proporre e

di riferire, si dice usualmente che opera in sede referente. La commissione referente è composta da

membri del ramo del Parlamento investito del disegno di legge, in modo da rispecchiare la

proporzione dei gruppi parlamentai (art.72 co.3). in sede referente la commissione non ha poteri

decisionali, nel senso che non può approvare la legge, ma se boccia il progetto, il procedimento

legislativo di fatto si estingue.

Discussione e votazione in aula: sulla base del testo approvato dalla commissione si apre in

aula la discussione generale sull’insieme della proposta. Terminata la discussione, l’assemblea può

decidere di arretrarsi (votando il non passaggio degli articoli) o di passare alla votazione dei singoli

articoli. Per ogni articolo possono esser presentate proposte di modifica (emendamenti) e può essere

anche chiesta la soppressione dell’intero articolo. Dopo che sono stati votati tutti gli articoli si

richiede una votazione finale che ha lo scopo do verificare che la legge sia ancora voluta da una

maggioranza.

Se la votazione finale ha un esito positivo il testo approvato passa all’altra Camera per

essere approvato: se viene approvato il medesime testo al procedimento di approvazione termina, e

la delibera legislativa è ormai perfetta (cioè compiuta in tutti i suoi elementi); essa esce dal

Parlamento per essere promulgata dal Presidente della Repubblica.

Se la seconda Camera non approva la legge, il procedimento si estingue; se il testo è stato

modificato deve tornare alla prima Camera per una nuova approvazione (andirivieni tra Camera e

Senato: Navetta).

Commissione deliberante: si ammise attraverso l’art.72 co.3 che in certi casi le commissioni

permanenti potessero provvedere alla stessa approvazione e non al solo lavoro preliminare

all’approvazione . questo procedimento offre vantaggi in termini di rapidità e agilità del lavoro

legislativo, risparmiando l’intera fase della discussione, ma moltiplica l’attività legislativa per tante

quanto sono le commissioni. Vi sono però dei limiti:

_ Limiti di materia: secondo la Costituzione la procedura normale di approvazione diretta da parte

della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, per

quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a modificare i trattati, di approvazione dei

bilanci consuntivi (art.72 co.4)

_ “ è sempre possibile far tornare indietro il disegno di legge, fino all’approvazione definitiva,

dalla commissione deliberante all’assemblea. Ciò avviene se in Governo o 1/10 dei componenti

della Camera o 1/5 della commissione la richiedano (art.72 co.3).

Commissione redigente: a volte alla commissione è fin dall’inizio affidato il compito di

approvare i singoli articoli della legge, riservando all’assemblea la sola votazione finale.

1. LA PROMULGAZIONE E L’ENTRATA IN VIGORE

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

43 La promulgazione, prevista dall’art.73 co.1, è un atto attraverso il quale il Presidente della

Repubblica documenta e proclama l’avvenuta formazione della volontà legislativa. Va però

ricordato che il Presidente può imporre al Parlamento l’onere di una nuova approvazione della

legge, mediante l’esercizio del potere di rinvio. Le Camere votano nuovamente la legge che deve

essere ormai promulgata (art.74 co.2); se la legge è gravemente anticostituzionale, è ammessa la

possibilità che il Presidente sollevi conflitto davanti alla Corte Costituzionale.

La pubblicazione: consiste nell’inserzione della legge nella Raccolta Ufficiale delle leggi e

dei decreti e nella stampa dell’intero testo nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica. Le leggi sono

pubblicate subito dopo la promulgazione, dal 1984, non oltre 30 gg. da essa.

La Vacatio legis: per l’entrata in vigore è necessario il decorso di un determinato tempo: “le

leggi entrano in vigore il 15° giorno successivo alla loro pubblicazione” (art.73 co.3). si dice che

una volta trascorso il periodo di vacatio legis si ha una presunzione di conoscere la legge.

GLI ATTI LEGISLATIVI STATALI

1. IL DECRETO LEGISLATIVO

Ci sono occasioni in cui le Camere preferiscono affidare al Governo il compito di porre in

essere atti normativi capaci anche di abrogare o modificare la precedente legislazione: questi sono

atti con forza di legge ordinaria; l’atto non sarà una legge formale, ma della legge avrà la

caratteristica della forza.

Per abilitare il Governo a deliberare questo tipo di atti è necessaria una legge di delega del

Parlamento. Con ciò tuttavia il Parlamento non si spoglia affatto dei suoi poteri, e potrebbe in

qualunque momento legiferare anche nella materia delegata, perciò si tratta di una specie di

abilitazione.

Limiti al potere di delegazione: l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato

al Governo “se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e

per oggetti definiti” (art.76). ricordiamo inoltre che la legge di delega deve essere sempre approvata

con procedimento normale. La delega deve essere concessa per un tempo limitato, che non deve

essere irragionevolmente lungo. La delega deve poi riguardare oggetti definiti: deve essere indicato

con chiarezza l’ambito della disciplina da emanare. La legge di delega deve infine contenere i

principi e i criteri direttivi: deve essere indicato il contenuto principale della disciplina da emanare.

I principi e i criteri direttivi non devono essere troppo generici, e possono essere dettagliati senza

nessun limite.

Riserve di legge formale: vi sono materie particolari (approvazione del bilancio dello Stato,

ratifica trattati internazionali) per le quali la delega non è permessa, dato che queste sono materie

che permettono il controllo del Governo da parte del Parlamento.

Nulla vieta che il Parlamento con la legge di delega imponga al Governo determinati vincoli

o adempimenti da rispettare nell’esercizio del potere delegato (ascoltare il parere di commissioni

parlamentari o di organizzazioni sindacali o delle Regioni, questi pareri hanno di solito carattere

vincolante). La legge n.400 del 1988 ha stabilito che ogni volta che il termine per l’esercizio della

delega sia superiore ai 2 anni, il Governo è tenuto a richiedere il parere delle Camere sugli schemi

dei decreti delegati. Sulla base dei pareri ottenuti il Governo rielabora il testo e lo ritrasmette con le

proprie osservazioni alle Camere per il parere definitivo.

Il testo normativo delegato è deliberato dal Consiglio dei Ministri, ma l’atto viene poi

emanato con decreto del Presidente della Repubblica e con la denominazione ufficiale di decreto

legislativo (art.14 co.1 l. n. 400).

Una volta emanato il decreto legislativo viene direttamente pubblicato, senza essere oggetto

di controllo di legittimità da parte della Corte dei Conti (art.16 l. 400). Questo non significa che tali

Annalisa Bergamo – Istituzioni di Diritto Pubblico -

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio (VERONA, VICENZA)
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2004-2005

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Guiglia Giovanni.

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