Che materia stai cercando?

Diritto Pubblico Europeo, riassunti

Appunti di diritto pubblico europeo basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Strazzari dell’università degli Studi di Trento - Unitn, facoltà di Sociologia, Corso di laurea in studi internazionali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto pubblico europeo docente Prof. D. Strazzari

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Il rispetto dei valori fondamentali viene garantito dalla Corte di Giustizia, che prevede

delle speciali procedure per sanzionare, su vari livelli, gli Stati che ne violano il

rispetto.

Il diritto di recesso viene previsto a partire dal Trattato di Lisbona (art.50 TUE), pensato

per gli stati “euroscettici”. Si prevede che lo Stato interessato notifichi al Consiglio

europeo tale volontà, il Consiglio europeo deve deliberare a maggioranza qualificata

previa approvazione del Parlamento. Una volta uscito, lo Stato potrà comunque

rientrare nell’UE.

9) Procedure di revisione dei trattati: Tale disciplina è stata oggetto del Trattato

Costituzionale, tuttavia, si presenta ridotta di novità in quello di Lisbona. La

revisione rimane un ACCORDO TRA STATI:

La Procedura ordinaria:

 L’iniziativa può essere proposta dai Governi degli Stati membri, dalla

Commissione o dal Parlamento europeo (NOVITA’).

 Hanno come destinatario il Consiglio, che deve trasmetterle al Consiglio

Europeo e ai parlamenti nazionali.

 Il Consiglio Europeo decide a maggioranza semplice

 Il presidente di quest’ultimo convoca una CONVENZIONE (parlam. naz +

commissione + parlamento eu), che deve adottare delle risoluzioni alle

proposte

 Le risoluzioni devono essere approvate all’unanimità dalla CIG

 Ratifica da parte degli stati delle modifiche del Trattato

Le procedure semplificate: novità del Trattato di Lisbona

Modifica della parte terza del TFUE (POLITICHE ED AZIONI INTERNE DELL’UE):

 Possibilità passaggio da unanimità a maggioranza qualificata

 Possibilità passaggio da procedura leg. Speciale ad ordinaria (clausole

 passerella)

proposte dagli stessi soggetti della procedura ordinaria, ma presentate

direttamente al Consiglio Europeo, che delibera all’unanimità, previa

consultazione Parl e Comm. Ultimo step, approvazione Stati membri.

Il consiglio europeo deve trasmettere le iniziative ai parlamenti nazionali, che

possono opporsi (anche solo uno) e bloccare l’assunzione delle decisioni prese

I limiti alla revisione del Trattato fanno riferimento ai valori dell’Unione e ai suoi diritti

fondamentali. Ratifica ed

10)

entrata in vigore dei trattati: La ratifica richiede, come già detto, l’approvazione

del trattato riformato da parte degli Stati membri all’unanimità. Si è cercato di

oltrepassare tale problema, ad esempio attraverso la previsione di referendum

europei, ma persiste ad oggi la regola secca dell’unanimità . In caso di mancata

ratifica da parte di uno o più stati, si continua con il processo, per poi tornare al

confronto sui punti per i quali gli stati hanno negato la ratifica ed

eventualmente riproporre un referendum sperando in un esito positivo.

i riflessi dell’integrazione europea sull’ordinamento costituzionale

CAPITOLO V:

italiano:

1) L’integrazione dell’ordinamento italiano in quello europeo

2) I riflessi sulle istituzioni italiane

1)

Fino alla riforma 2001 del titolo V, la Costituzione italiana non conteneva norme a

proposito dell’UE. Si era però individuato, con la sentenza FRONTINI, un riferimento in

merito al rapporto tra ordinamento interno ed europeo nell’art. 11 della Costituzione, il

quale fa riferimento alle limitazioni dei poteri nazionali fronte ad un ordinamento che

assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni (era riferito alla NATO). Il fatto che i

riferimenti al rapporto tra i due ordinamenti mancassero in costituzione era dovuto

all’opposizione di sinistra, che non vedeva di buon occhio tale fenomeno di

integrazione economica. Si era dunque arrivati a considerare l’art. 11 per oltrepassare

la necessità di una revisione costituzionale da parte del Parlamento.

Sul piano della legislazione, non è stata prodotta dal legislatore italiano alcuna

disciplina volta all’integrazione del diritto europeo a quello italiano. Esso scarica sui

soggetti (giudici ed amministrazione) il compito di produrre NORME DI ADEGUAMENTO

dell’ordinamento italiano a quello europeo, attraverso l’interpretazione dei trattati.

Altri Stati europei, invece, avevano già previsto da tempo un adattamento della

Costituzione ai Trattati.

L’Italia arriva all’adattamento costituzionale solo nel 2001, riscrivendo l’art 117.1 (“La

potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto dei limiti

derivanti dall’ordinamento comunitario), che non prevedeva niente di nuovo rispetto

all’interpretazione che già si dava da tempo all’art 11, che si esplicita solo.

Gli effetti delle norme comunitarie nell’ordinamento italiano:

La Corte di giustizia ha sempre previsto e tutelato la predominanza del diritto UE su

quello interno, ma spetta agli Stati decidere i meccanismi con i quali adattare tali

norme a quelle interne. In particolare alla Corte costituzionale, che ha nel tempo

mutato questi meccanismi:

Inizialmente si prevedeva un criterio cronologico, secondo il quale le norme nuove

abrogano quelle vecchie, anche nei rapporti norme comunitarie-norme italiane. Ciò

non piaceva alla Corte di giustizia, perché gli Stati potevano disattendere una norma

comunitaria con una semplice norma interna.

Successivamente venne dunque adottato il principio gerarchico, che prevedeva che le

norme italiane che violassero una norma UE preesistente, dovessero essere riportate

davanti alla Corte Costituzionale in quanto in contrasto con l’art. 11. La Corte

Costituzionale però tendeva a rinviare la trattazione di queste dispute.

Si giunge infine alla Sentenza GRANITAL, rivoluzionaria per i rapporti tra i due

ordinamenti. Con essa, la Corte Costituzionale definisce che:

a) L’ordinamento comunitario e quello italiano sono due, autonomi e separati,

ognuno dotato di un proprio sistema di fonti (TEORIA DUALISTICA)

b) La normativa comunitaria non entra a far parte dell’ordinamento interno, di

conseguenza non è soggetta alle leggi dello Stato

c) Si attribuisce alla Comunità (al momento della ratifica del Trattato) la

competenza di emanare norme giuridiche in alcune materie, che entrano a far

parte dell’ordinamento italiano per la forza conferita ad esse dal Trattato (che

sta al vertice in una scala gerarchica), che segna dunque la ripartizione di

competenza tra i due ordinamenti

d) I conflitti tra norme vanno risolte dal giudice italiano applicando il CRITERIO

DELLA COMPETENZA: il giudice deve valutare se la materie in esame sia di

competenza interna o comunitaria, ed applicarne di conseguenza la norma

dell’ordinamento competente

e) Se la norma comunitaria ha EFFETTO DIRETTO (chiara ed esaustiva senza limiti

di manovra lasciati agli Stati. Hanno effetti diretti anche le Sentenze

interpretative della Corte di Giustizia), la norma interna viene semplicemente

DISAPPLICATA dal giudice. Resta valida ed applicabile in altri casi

f) Se la norma comunitaria NON HA EFFETTO DIRETTO, la norma interna

contrastante deve essere dichiarata ILLEGITTIMA

g) Se la norma comunitaria risultasse poi in conflitto con i principi fondamentali sui

quali si basa la costituzione, il giudice la può portare davanti alla Corte

costituzionale, prendendo in causa l’ORDINE DI ESECUZIONE DEL TRATTATO

nella parte in cui ha consentito l’ingresso di tale norma nell’ordinamento interno

(TEORIA DEI CONTROLIMITI)

Nel caso in cui la norma comunitaria non abbia effetti diretti, il giudice può rivolgersi

alla Corte di Giustizia in via pregiudiziale per richiedere un’interpretazione. Può

accadere che la Corte valuti tale norma sufficientemente precisa da produrre effetti

diretti.

Nel caso in cui la Corte di giustizia ritenga che una norma comunitaria violi il diritto

nazionale, il giudice può disapplicarla e ricercare nel proprio ordinamento la soluzione.

Mentre la Corte Costituzionale può giudicare se una norma sia o meno conforme alla

Costituzione, quella di Giustizia può solo essere chiamata in via pregiudiziale per

interpretare il diritto comunitario, non può giudicare la legittimità degli atti interni in

maniera diretta. Entrambi i giudizi sono generati però dallo stesso dubbio di un

giudice: se una norma interna sia o meno conforme ad una di un ordinamento che

prevale.

La Corte di giustizia ha dunque il monopolio dell’interpretazione del diritto unitario, il

che è reso effettivo dal fatto che i giudici di ultima istanza (Corte di cassazione)

debbano fare ricorso in via pregiudiziale ad essa in caso di dubbio su interpretazione

e/o validità di una normativa europea. Tale dubbio può nascere sia dal giudice, sia

dalle parti. Spetta però sempre al giudice valutare se il dubbio sussista (POTERE

DISCREZIONALE). I giudici nazionali, per pigrizia e nazionalismo tendono ad abusare di

tale potere, evitando, là dove possibile, di ricorrere all’istituzione comunitaria. Per

sanzionare tale comportamento, la Corte di giustizia ha elaborato, con le SENTENZE

KOBLER E TRAGHETTI DEL MEDITTERANEO, che qualsiasi ipotesi di violazione del

diritto comunitario può innescare la responsabilità dello Stato, anche se dovuta ad un

errore del giudice. Se un soggetto viene danneggiato da tale inadempienza del giudice

nazionale, può usufruire di un risarcimento, a carico dello Stato.

Nel momento in cui il giudice nazionale, interpretando una norma comunitaria alla luce

dei PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO DELL’UE si rende conto che non può dare

un’interpretazione della norma conforme a tali principi, il giudice deve sollevare una

QUESTIONE PREGIUDIZIALE DI VALIDITA’ alla Corte di giustizia. Il giudice non può mai

agire d’ufficio, ma deve essere una delle parti a sollevare tale questione. Tale

questione DEVE essere sollevata dal giudice di ultima istanza ogni qualvolta sorga un

dubbio NON MANIFESTAMENTE INFONDATO, mentre PUO’ essere sollevata da un

giudice normale solo se ritiene la questione ALMENO NON INFONDATA. La Corte di

giustizia interviene con decisioni di valore ERGA OMNES, nel caso in cui il giudice

nazionale le accetti e le applichi alla sua giurisdizione. In caso contrario, il giudice NON

INCIDE SULLA LEGITTIMITA’ dell’atto, ma decide la questione lui stesso con efficacia

INTER PARES.

Sempre nell’ottica dell’OBBLIGO DI INTERPRETAZIONE CONFORME, esistono altri due

principi da tenere in conto:

CRITERIO DELL’EQUIVALENZA, secondo il quale le procedure nazionali applicate

 per tutelare i soggetti giuridici del diritto dell’UE, NON DEVONO RISULTARE

MENO FAVOREVOLI di quelle che si adottano per tutelare i soggetti giuridici del

diritto interno

CRITERIO DELL’EFFETTIVITA’, tali procedure non devono risultare dannose per la

 tutela giurisdizionale richiesta dal diritto UE

Si ricorda inoltre che se si può applicare una norma comunitaria SELF-EXECUTING

(avente effettività diretta), la questione del contrasto della legge italiana con la norma

comunitaria perde ogni valenza.

Contro le ipotesi in cui siano le norme comunitarie a violare i principi costituzionali

dell’ordinamento nazionale, è stato elaborata la DOTTRINA DEI CONTROLIMITI,

secondo la quale la prevalenza del diritto unitario non può arrivare ad intaccare i

principi fondamentali della Costituzione. Le limitazioni ammesse nell’art.11 non

arriverebbero mai a tanto. Abbiamo già visto come deve agire il giudice nel caso in cui

si imbatta in una norma che intacchi il “nucleo duro” della Costituzione: non può

impugnare tale norma davanti a nessuna corte (quella Italiana non può valutare il

diritto UE, mentre quella europea non può interpretare la norma sulla base della

costituzione nazionale), ma deve IMPUGNARE IL TRATTATO DI ADESIONE NELLE “PARTI

IN CUI” consente l’ammissione di tale norma nel nostro ordinamento. L’ordine di

esecuzione è l’unico elemento che colleghi i due ordinamenti. I contro limiti sono lo

strumento con cui si salvaguarda l’identità costituzionale nazionale.

2)

L’ordinamento comunitario ha influenzato tanto le politiche pubbliche quanto il modo

in cui operano le istituzioni (come abbiamo già visto per quanto riguarda gli organi

giudiziari).

Innanzitutto si è sviluppata una COOPERAZIONE GIUDIZIARIA PENALE E DI POLIZIA, per

la prevenzione e la lotta al razzismo, la xenofobia, la criminalità organizzata, il

terrorismo ecc. , che ha portato ad istituire, nel terzo pilastro , organismi come

l’EUROJUST, EUROPOL, RETE GIUDIZIARIA EUROPEA. Si è anche cercato di avvicinare i

vari diritti penali degli Stati membri, mentre esiste già una COOPERAZIONE

GIUDIZIARIA IN MATERIA CIVILE, per eliminare gli ostacoli derivati dalle differenze tra i

sistemi giudiziari.

Per quanto riguarda il mercato e l’influenza che l’unione ha esercitato su di esso, si

sono compiute trasformazioni a livello amministrativo:

Le imprese pubbliche stanno subendo un processo di PRIVATIZZAZIONE, i servizi

 pubblici si stanno liberalizzando ed aprendo alla concorrenza. All’azione diretta

della pubblica amministrazione in questi campi si stanno affermando

ORGANISMI TECNICI ED INDIPENDENTI progettati per sterilizzare i processi

economici dalle influenze politiche e per tutelare la concorrenza

L’UE ha sviluppato un corpo per regolare gli appalti pubblici in nome della

 trasparenza e della concorrenza, siccome le amministrazioni pubbliche incidono

molto sul mercato attraverso la compravendita di servizi e beni.

Abbiamo inoltre già esaminato il ruolo di importanza sempre maggiore che stanno

assumendo i parlamenti nazionali nella fase ascendente della legislazione europea.

Nel Parlamento italiano è stata creata la COMMISSIONE PER LE POLITICHE DELL’UE (l.n.

183/1987), della quale fanno parte membri della Camera e del Senato, che sono

chiamati ad esprimere il proprio parere sui disegni di legge europea presentati

attraverso il Governo. Con la l.n. 11/2005 è stata introdotta anche la RISERVA DI

ESAME PARLAMENTARE, che permette al Governo di chiedere al suo parlamento un

parere su un atto, sospendendo la decisione degli altri Stati membri fino a 20 giorni

entro i quali il Parlamento nazionale dovrà pronunciarsi.

Con la stessa legge del 2005, anche il CNEL (CONSIGLIO NAZIONALE ECONOMIA E

LAVORO) diviene uno dei destinatari dei progetti europei che toccano le materie che lo

riguardano, riguardo alle quali può esprimere osservazioni e suggerimenti al Governo

e al Parlamento.

Il diritto UE incide sull’ordinamento e sulle istituzioni nazionali anche nella FASE

DISCENDENTE del processo legislativo, ovvero l’attuazione interna del diritto europeo.

In particolare con le norme NON SELF EXECUTING (di norma le direttive, opposte ai

regolamenti> self executing), che non hanno un contenuto così preciso ed

inequivocabile da non richiedere altro che un’applicazione amministrativa interna.

Sorge dunque la necessità di disciplinare tale fase discendente, soprattutto a causa di

paesi, come l’Italia, nei quali le direttive spesso sono attuate con grande ritardo

oppure sono accumulate e poi presentati in pacchetti all’istituto di delega legislativa.

Per questi motivi, è stata introdotta nel nostro ordinamento la LEGGE COMUNITARIA

(1989), che doveva essere approvata dal Parlamento come piano generale, che poi

doveva essere messa in atto con gli atti amministrativi necessari. La legge

comunitaria venne sostituita con la l.n. 234/2012, che comporta una scissione di tale

legge comunitaria annuale in due leggi distinte :

LEGGE DI DELEGAZIONE EUROPEA, che fornisce deleghe dirette per l’attuazione

 degli atti UE

LEGGE EUROPEA, che contiene le normative da seguire per attuare gli atti UE e

 per dare esecuzione ai trattati.

Rischi derivanti sono l’attribuzione alla legge di delegazione europea di un ruolo

troppo fondamentale per l’attuazione del diritto europeo, limitando il potere

decisionale del Parlamento che si esprime con la legge europea. Infine si rischia di

ritornare alla situazione di pacchetti di direttive.

L’UE e le autonomie locali:

Il processo di integrazione europea per quanto riguarda questi soggetti si articola in

tre fasi:

1. All’origine non erano contemplate nella definizione di un’Europa degli Stati,

l’atteggiamento era quello di indifferenza verso le autonomi e locali anche

fronte al fatto che esse non erano molto importanti né comuni (solo Germania e

Italia le avevano).

In seguito ad un processo di regionalizzazione degli Stati, la Comunità si è vista

obbligata ad incominciare a considerarle (inizi degli anni ’70). Essa prende

coscienza dell’esistenza di una questione regionale e locale della quale non

poteva disinteressarsi senza mettere a rischio l’efficacia delle sue stesse

politiche. Si ha un primo riconoscimento formale del ruolo dei governi locali

nell’ambito comunitario limitato ALLA FUNZIONALITA’, per garantire un miglior

perseguimento dei obiettivi e programmi ai quali restano estranei tali governi

locali, che NON HANNO POTERI DI NATURA ISTITUZIONALE

2. La seconda fase è caratterizzata dal passaggio da REGIONALISMO FUNZIONALE

A REGIONALISMO ISTITUZIONALE. Grazie al Trattato di Maastricht (1992):

a. Viene istituito il COMITATO DELLE REGIONI, sede di coinvolgimento dei

governi locali con compiti consultivi. Tale comitato ha visto un

ampliamento rispetto alle materie soggette a consultazione obbligatoria e

gli è stata riconosciuta la possibilità di esprimere pareri di propria

iniziativa.

b. Introduzione del principio di sussidiarietà , a difesa delle competenze

degli Stati e delle Regioni

c. Modifica requisiti per entrare nel Consiglio a “persone che abbiano rango

ministeriale”, grazie alla quale, quando si discutono questioni di

particolare interesse per i governi locali, sono questi a rappresentare il

Governo in sede di Consiglio.

3. Il mancato avvio di una terza fase caratterizzata dalla creazione di una “terza

camera” dell’Unione (affianco a quella dei popoli, il parlamento, e degli Stati, il

Consiglio). Tuttavia, col Trattato di Lisbona, il Comitato delle Regioni si è visto

riconoscere alcune delle richieste effettuate. Inoltre, il Protocollo

sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità afferma che i

ricorsi per violazione dei principi possono essere proposti anche dal Comitato

delle Regioni (in relazione a quelle materie per le quali viene prevista la sua

consultazione). Ultima novità sono i riferimenti alle autonomie locali nei quali si

parla di:

a. Impegno dell’Unione a rispettare l’identità degli Stati membri, comprese

le autonomie locali e regionali

b. A proposito del principio di sussidiarietà si afferma anche che può essere

utilizzato dall’Unione nel caso in cui gli obiettivi non possano essere

perseguiti in maniera soddisfacente dagli Stati né a livello centrale, né a

livello locale.

Per quanto riguarda la partecipazione delle Regioni nella fase ascendente, ad esse

vengono riconosciuti i poteri ed i diritti di:

a. Vedersi trasmettere alla CONFERENZA DEI PRESIDENTI DELLE GIUNTE E QUELLA

DEI CONSIGLI REGIONALI gli atti europei che prevedono un loro coinvolgimento,

con la possibilità di esprimere pareri entro 20 giorni

b. Confrontarsi con il Governo sugli indirizzi generali della politica europea

dell’esecutivo, tramite la CONFERENZA PERMAMENTE STATO-REGIONI, che viene

convocata dal Governo per raggiungere posizioni comuni da sostenere in sede

di Consiglio. Viene anche prevista una “sessione europea” durante la quale è

chiamata ad esprimere un parere su: indirizzi generali della politica che riguarda

le competenze regionali o provinciali; sugli schemi dei disegni di legge di

delegazione europea e di legge europea, come organizzarsi per la messa in atto

delle funzioni a loro attribuite dall’UE.

c. Istituire propri uffici nella sede delle istituzioni europee

d. Trasmettere gli atti europei che riguardano questioni rilevanti a livello locale alla

CONFERENZA STATO-CITTA’-AUTONOMIE LOCALI, le quali possono far pervenire

al Governo osservazioni e suggerimenti.

A proposito della fase discendente invece, il ruolo delle Regioni in essa è stato a lungo

negato dallo Stato, siccome è l’unico responsabile davanti all’Unione di eventuali

inadempimenti anche delle Regioni. Per questa ragione, in origine, anche se si

toccavano materie di competenza regionale, il legislatore regionale non veniva

contemplato per ciò che riguardava l’attuazione interna.

Grazie alle sentenze della Corte costituzionale, negli anni 70, questa situazione ha

cominciato a cambiare e si specificò che laddove vi fossero degli strumenti per

contrastare le inadempienze delle Regioni, ci sarebbero potute essere anche le

competenze per quest’ultime di attuare le normative comunitarie di loro competenza.

Con la legge 616/1977, si consente alle Regioni di dare IMMEDIATA ATTUAZIONE ALLE

DIRETTIVE COMUNITARIE CHE INVESTISSERO MATERIE DI LORO COMPETENZA.

Con la l.n. 11/2005 si conferma che lo Stato svolge una funzione di INDIRIZZO E

COORDINAMENTO al fine di assicurare che gli interventi a livello regionale rispettino le

esigenze unitarie. Inoltre lo Stato può svolgere una funzione di POTERE SOSTITUTIVO,

un controllo successivo che si attiva in caso di inerzia delle Regioni e che permette

direttamente allo Stato di attuare tali normative europee tralasciate dagli enti locali.

DIRITTO PUBBLICO

Lo Stato: Politica e Diritto

CAPITOLO I:

Il POTERE POLITICO:

Il POTERE SOCIALE è la capacità di influenzare il comportamento di altri individui. Ne

esistono di tre tipi, differenziati in base al mezzo utilizzato per esercitare tale influenza

(potere economico, ideologico e politico).

Il POTERE POLITICO è quel potere sociale che ricorre alla forza come ultima risorsa. La

forza viene esercitata da una figura che è quella dello STATO, che la usa per far

rispettare le sue leggi. Si ritiene che sia moralmente obbligatorio obbedire al comando

in quanto chi lo ha adottato è moralmente autorizzato a farlo. E’ dunque anche sulla

LEGITTIMAZIONE ( principio di giustificazione della forza) che si basa il potere politico.

Essa viene data dal popolo tramite ELEZIONI, referendum ecc.

Per evitare che questo potere non si ingigantisca e violi le libertà che deve proteggere,

si ricorre a dei LIMITI: il PRINCIPIO DI LEGALITA’, la SEPARAZIONE DEI POTERI, la

possibilità di DIFENDERSI DAVANTI AI GIUDICI.

Lo STATO DI DIRITTO è il sistema politico che adotta tali limiti. Per scongiurare la

tirannia della maggioranza si inseriscono la RIGIDITA’ COSTITUZIONALE, la GIUSTIZIA,

i DIRITTI SOCIALI, i REFERNDUM, l’AUTOMIA DEI GIUDICI.

LO STATO:

E’ la forma di organizzazione del potere politico che esercita il monopolio della forza

legittima in un determinato territorio e si avvale di un apparato amministrativo. Tale

concetto giuridico è detto SOVRANITA’. In due sensi: interna ed esterna.

Interna: Lo Stato ha un potere di comando supremo sul territorio, NON RICONOSCE

ALTRO POTERE AL DI SOPRA DI SE’, anche se ci sono altri poteri (enti locali), i quali

però sono subordinati.

Esterna: Lo stato è INDIPENDENTE rispetto agli altri stati.

Ma chi esercita effettivamente il potere sovrano?

a) Stato come persona giuridica (concezione italo-tedesca di fine 800),

personificato >no figura concreta

b) La nazione (ideologia francese 700esca)>rivoluzione francese

c) Il popolo (Rousseau), in contrasto con le altre due teorie, la sovranità esercitata

da un concetto concreto, il popolo sovrano che esprime la propria volontà.

Costituzione Italiana : “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e

nei limiti della Costituzione”. Non è il concetto di Rousseau di assolutezza, a causa di

tre fattori di limite

1) SISTEMA RAPPRESENTATIVO basato su suffragio universale

2) COSTITUZIONE RIGIDA, che non permette ai titolari della sovranità di

modificarla.

3) ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI, limitano la sovranità esterna per garantire

pace e tutela dei diritti umani. Es. l’ONU (1945), la CEE, CECA CEEA, UE.

La CITTADINANZA è uno status riconosciuto dalle Costituzioni nazionali ai soggetti, che

acquisiscono diritti e doveri. I metodi e le condizioni di attribuzione sono competenze

degli Stati e non sono regolate dall’UE, la quale però identifica gli abitanti degli Stati

membri come cittadini europei. Tale cittadinanza prevista dai Trattati non sostituisce

quelle nazionali, ma le completa.

Infine, l’APPARATO BUROCRATICO. E’ un apparato organizzativo che contraddistingue

lo Stato. Esercita un’attività molto complessa divisa in settori minori. E’ formata da

soggetti che lavorano per lo Stato, eseguendo compiti amministrativi.

Gli ENTI PUBBLICI, costituiti dalle comunità per il perseguimento dei propri fini,

riconosciuti dagli Stati.

Stati ed enti pubblici esercitano la POTESTA’ PUBBLICA o POTERE DI IMPERIO, che li

colloca in una posizione di supremazia rispetto ai soggetti privati. Infatti, gli atti

giuridici da loro emanati devono essere obbligatoriamente osservati a prescindere dai

pareri e dai consensi (non richiesti) dei loro destinatari. Le potestà pubbliche devono

comunque seguire il PRINCIPIO DI LEGITTIMITA’.

Le Forme di Stato

CAPITOLO II:

La FORMA DI STATO indica il rapporto che intercorre tra le autorità dotate di potestà

pubblica e la società civile, nonché l’insieme di valori e principi cui lo Stato si ispira. Si

tratta dunque di un RAPPORTO VERICALE tra Stato e cittadini. Lo Stato inoltre può

decidere di perseguire qualsiasi fine (garantire l’autonomia e la libertà dei cittadini >

stato liberale, sfere economiche e sociali > stato sociale).

Da non confondere con FORMA DI GOVERNO (cap lll), con cui si intendono i modi in

cui il potere è distribuito tra gli organi di uno Stato e i loro rapporti reciproci. E’ un

rapporto generalmente ORIZZONTALE. L’organizzazione del potere politico è lo

strumento attraverso il quale si perseguono i fini dello Stato. Dalla forma di Stato

dipende quella di Governo, esiste dunque un rapporto di STRUMENTALITA’.

Esempi di forme di stato sono: stato assoluto, liberale, democratico pluralista,

totalitario, socialista.

Esempi di forme di governo sono parlamentari, neoparlamentari, presidenziali,

semipresidenziali.

La prima forma di Stato è stato lo STATO ASSOLUTO, secondo il quale il potere

apparteneva ad un sovrano, alla Corona.

Nel settecento, in Francia, con la Rivoluzione Francese e l’avvento della borghesia si è

trasformato nello STATO LIBERALE, da non confondere con lo Stato di diritto. Il primo si

riferisce ad uno Stato definito dall’ideologia “liberista” ed individualista, uno Stato

minimo, che si limita a tutelare la pace e la sicurezza. Lo Stato di diritto è un concetto

giuridico, che comprende anche le forme di stato moderne, che hanno superato le

ideologie ottocentesche.

I caratteri dello Stato liberale sono:

Stato minimo: si occupa di tutelare le libertà ed i diritti degli individui, non

 interviene nella sfera economica.

Base sociale ristretta: la borghesia, unica classe rappresentata e avente diritto

 di voto

Separazione dei poteri tra soggetti diversi che si controllano

 PRINCIPIO DI LEGALITA’: la tutela dei diritti è affidata alla legge, che è l’unico

 modo attraverso il quale si possono limitare i diritti. Si basa su due premesse:

I. La legge deve essere ASTRATTA E GENERALE, detta modelli di

comportamento per tutti

II. La legge deve essere formata dai rappresentati della Nazione nella quale

si applica, si basa sul PRINCIPIO RAPPRESENTATIVO

Da uno Stato monoclasse si è passati poi ad uno STATO PLURICLASSE, di DEMOCRAZIA

PLURALISTA, caratterizzato da un ALLARGAMENTO DELLA BASE SOCIALE, l’elettorato

che culmina col SUFFRAGIO UNIVERSALE. Oltre a ciò, i caratteri fondamentali dello

Stato di democrazia pluralista sono:

I. Partiti di massa (non più liberali)

II. Diritti sociali

I partiti di massa si sono affermati con l’estensione del diritto di voto e sono

caratterizzati da una solida struttura organizzativa (programmi politici), che opera al di

fuori dal Parlamento e anche al suo interno e tiene collegati elettori ed eletti. Il

confronto tra partiti si realizza in Parlamento, sede di rappresentanza delle

contrapposizioni socio-economiche.

Le diverse esigenze della classi sociali hanno comportato, in Italia, una

frammentazione politica della democrazia di massa, il che ha portato a prevalere forze

che non accettavano i valori del sistema democratico pluralista (anti-sistema), che

determinò instabilità, deficit di legittimazione ed infine l’ascesa dello Stato fascista.

Altrove, le stesse problematiche diedero luogo ad altre forme di Stato, il nazional

socialista in Germania e il socialista nell’URSS.

Gli stati di democrazia pluralista sono caratterizzati dalla LOTTA DI CLASSE, il che

comporta il problema più importante: tenere assieme la società. Il ruolo di questi stati

è infatti diverso da quelli liberali. Si parla di STATO SOCIALE (o del benessere o welfare

state): si supera l’individualismo liberalista e si sviluppano forme di SOLIDARIETA’ tra i

gruppi sociali.

RAPPRESENTANZA POLITICA: due significati

“agire per conto di”, esprimere un rapporto tra rappresentante e rappresentato

 nel quale il secondo, tramite mandato, dà al primo il potere di agire nel suo

interesse

Qualcuno che fa vivere qualcosa che non c’è in un determinato

 ambito>rappresentazione

Nello Stato liberale i rappresentanti della popolazione (i parlamentari) dovevano

curare l’interesse della nazione, senza vincoli o istruzioni derivanti dagli elettori>

DIVIETO DI MANDATO IMPERATIVO, che persiste nella nostra costituzione, ma con un

significato diverso.

In Italia, per garantire la GOVERNABILITA’, ovvero la capacità del sistema di decidere

senza che venga a meno la legittimazione democratica, si è instaurato uno STATO DEI

PARTITI. In questo sistema rappresentativo la rappresentanza politica è incarnata dai

partiti.

Negli USA invece, avviene un RAFFORZAMENTO DEL GOVERNO, attraverso

L’INVESTITURA DIRETTA DEL PRESIDENTE. I partiti qua sono deboli, ma il Governo è

responsabile davanti a tutto il corpo elettorale. L’esecutivo e il legislativo sono eletti

separatamente dallo stesso corpo elettorale e l’uno non ha poteri di revoca di fiducia o

scioglimento delle camere sull’altro, siccome eseguono funzioni diverse. E’ la FORMA

DI GOVERNO PRESIDENZIALE, quella in cui i principi di separazione dei poteri sono più

netti.

La SEPARAZIONE DEI POTERI prevede, nel modello classico-liberale il POTERE

LEGISLATIVO (fare le leggi), ESECUTIVO (attuare le leggi), GIUDIZIARIO (applicare le

leggi in casi concreti). Ad ogni potere corrispondono degli ORGANI, che svolgono le

FUNZIONI. Tali poteri funzionano come un sistema di “pesi e contrappesi” (checks and

balances), per il quale essi si controllano tra di loro, pur essendo indipendenti.

Un’applicazione più temperata di tali principi si incontra invece in Europa, nella FORMA

DI GOVERNO PARLAMENTARE. Qui, i due poteri principali, legislativo ed esecutivo,

sono in stretto contatto, siccome il Parlamento può votare la sfiducia al Governo.

Occorre qua una MAGGIORANZA POLITICA STABILE. In questo sistema, inoltre, spesso i

vari poteri esercitano funzioni di altri poteri (Governo che assume regolamenti, atti

legislativi astratti, Parlamento che adotta atti non generali, come la legge di bilancio).

Inoltre, nello stato liberale, c’era una prevalenza della legge. Gli altri due poteri si

limitavano solo a dare esecuzione e a risolvere controversie per le quali bisognava

meramente applicare la legge in maniera meccanica (giudice bocca della legge).

Con lo stato democratico pluralista, il giudice è libero di dare interpretazione a queste

leggi, in base al caso, e può riconoscere e tutelare “nuovi diritti” (derivanti dalle “sete

di diritti”) prima ancora che essi vengano riconosciuti dal legislatore. Altre alterazioni

rispetto al modello liberale sono:

a) la nascita di una QUARTA FUNZIONE, quella di INDIRIZZO POLITICO , che

determina le linee generali da seguire in politica interna ed esterna. Si

traduce con la produzione di leggi del Parlamento e regolamenti e decreti

del Governo

b) l’esistenza di norme giuridiche NON PIU’ generali ed astratte, ma che si

riferiscono a situazioni concrete, le LEGGI-PROVVEDIMENTO

c) la figura del PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, come garante (che

garantisce) della Costituzione. Egli è esterno al Governo e garantisce che

le leggi siano conformi alla Costituzione.

Oltre alla democrazia rappresentativa appena descritta, per colmare la distanza tra il

popolo e lo Stato, esiste anche una DEMOCRAZIA DIRETTA, grazie alla quale i soggetti

civili detengono il potere di far assumere delle decisioni che entrano subito

nell’ordinamento statale. Si esercitano tali poteri attraverso L’INIZIATIVA LEGISLATIVA

POPOLARE (deve partire da 50000 elettori), LA PETIZIONE, IL REFERENDUM.

La regola di MAGGIORANZA si applica in base a tre principi:

A. PRINCIPIO FUNZIONALE , principio secondo il quale si prendono le decisioni

all’interno degli organi (Parlamento); si adotta la regola che prende più voti.

L’opposto è l’UNANIMITA’. Ogni voto espresso è uguale a qualsiasi altro e ha lo

stesso peso, in questo modo si eliminano i privilegi dell’aristocrazia, problema

risolto dallo Stato liberale. E’ lo strumento che impedisce la tirannia dei pochi,

ma può legittimare la tirannia della maggioranza, poiché i “più” eliminano i

“meno”. Per evitare ciò, le Costituzioni prevedono tutele per le minoranze.

B. PRINCIPIO DI RAPPRESENTANZA, attraverso il cui si eleggono gli organi

rappresentativi. La formazione del Parlamento determina le minoranze e le

maggioranze dei seggi.

C. PRINCIPIO DI ORGANIZZAZIONE POLITICA, attraverso il cui si svolgono i rapporti

tra Parlamento e partiti politici. Le elezioni formano una maggioranza

parlamentare stabile perché il corpo elettorale elegge prima la maggioranza

politica, poi …..?? ( appunti S.)

DEMOCRAZIA MAGGIORITARIA: regola di maggioranza come principio di organizzazione

dei rapporti tra soggetti politici ( C ) . Vi è una contrapposizione tra due partiti o

coalizioni (e due leader) in competizione per ottenere il potere politico. Dopo le

elezioni, continua questa opposizione, tra maggioranza al governo e minoranza, che

esercita una funzione di CONTROLLO POLITICO sul Governo maggioritario per cercare

di ottenere la presidenza alle elezioni successive. Inoltre, impedisce la tirannia e rende

effettiva la responsabilità politica del governo verso gli elettori.

DEMOCRAZIA CONSOCIATIVA: Successivamente alle elezioni (per le quali i partiti

concorrono indipendenti) , i principali poteri politici raggiungono un accordo al fine di

governare assieme. In questo modo si garantisce una rappresentanza della minoranza,

che giungerà a compromessi con il Governo, ognuno ottenendo qualcosa. non c'è

opposizione netta.

La separazione dei poteri può avvenire sia in maniera orizzontale, nei rapporti tra i

poteri dello stato, ma anche a LIVELLO VERTICALE, con la distribuzione dei poteri ad

enti territoriali, indipendenti, ma subordinati, che agiscono attraverso organi che sono

espressione della popolazione locale. Quando si verifica ciò, si parla di STATO

COMPOSTO, opposto allo STATO UNITARIO, il quale detiene un potere centrale.

Lo stato composto si trova in due varianti: STATO FEDERALE e STATO REGIONALE:

1. Nel primo, la Costituzione riconosce degli enti politici territoriali DOTATI DI

COSTITUZIONE. Sono Stati membri (USA), Lander (Germania e Austria) o Regioni

(Belgio),… La Costituzione stessa dello stato riconosce delle competenze proprie

dello Stato centrale e alcune proprie degli Stati membri (o Lander o Regioni o

Provincie).E’ presente in questi Stati una camera in Parlamento (il Senato) che

rappresenta gli enti territoriali. Infine, gli enti partecipano ai processi di

revisione costituzionale.

2. Nel secondo, anche qui la Costituzione riconosce e garantisce gli enti territoriali,

i quali però non hanno una Costituzione propria (al massimo uno statuto).

Manca la camera rappresentativa in Parlamento e gli enti partecipano molto

meno nelle funzioni statali, soprattutto, non revisionano la Costituzione.

Le differenze tra essi sono poche, la più importante è quella tra Stato unitario e Stato

composto. Forme di Governo

CAPITOLO III:

Nello Stato liberale sono state: MONARCHIA COSTITUZIONALE, GOVERNO

PARLAMENTARE, GOVERNO PRESIDENZIALE.

1. La monarchia costituzionale è caratterizzata da una netta separazione dei poteri

tra Re e Parlamento (esecutivo e legislativo). Il primo godeva dell’appoggio della

nobiltà ed era legittimato dal principio ereditario; il secondo era legittimato dal

principio elettivo, appoggiato dai borghesi.

2. Grazie alla natura flessibile della Costituzione, la m.c. si è evoluta in governo

parlamentare. Qui, tra il re ed il Parlamento si è inserito un terzo organo, il

Governo, che ha acquistato progressivamente autonomia dal re e consenso del

Parlamento. Il Governo infatti era formato dal re, ma votato di FIDUCIA dal

Parlamento . Tale forma di governo si è evoluta nel tempo, in due fasi:

a. PARLAMENTARISMO DUSALISTA, alle origini nel quale il potere esecutivo era

diviso tra Capo di Stato e Governo (ESECUTIVO BICEFALO); il Governo doveva

avere DOPPIA FIDUCIA (Re e Parlamento); il Capo di Stato poteva sciogliere il

Parlamento. Il dualismo rifletteva un equilibrio tra le classi sociali che è

andato scemando a favore della classe borghese.

b. Tale atteggiamento si è tradotto con la diminuzione del ruolo del Re a favore

del Parlamento, sempre più legato al Governo. Nasce così il

PARLAMENTARISMO MONISTA, in cui il Governo ha la fiducia solo del

Parlamento; il Capo di Stato è il garante della Costituzione ed è estraneo al

circuito politico.

Nello Stato di democrazia pluralista, la forma di governo è influenzata dalla pluralità

dei partiti politici e dal rapporto tra di essi (SISTEMA DEI PARTITI):

Quando le differenze ideologiche sono grandi tra i partiti si parla di

 POLARIZZAZIONE, siccome i partiti sono difficilmente conciliabili in coalizioni, in

quanto “nemici” (partiti antisistema). Si ha dunque un quadro con molti partiti e

si parla di SISTEMA MULTIPOLARE. In questo caso non può operare il sistema

della maggioranza per formare il Governo ed il Parlamento poiché i vincitori

potrebbero eliminare i partiti antagonisti e perdenti.

Quando invece le distanze ideologiche trai partiti sono ridotte, essi sono

 conciliabili in coalizioni (pre o post elezioni) e si parla di un SISTEMA BIPOLARE.

Dalle elezioni emergerà la coalizione che otterrà la maggioranza in Parlamento

ed esprimerà il Governo.

Al di là del rapporto tra i partiti, le principali forme di governo degli Stati a democrazia

pluralista sono tre: SISTEMA PARLAMENTARE, PRESIDENZIALE e SEMIPRESIDENZIALE.

Il sistema parlamentare si caratterizza per il rapporto di fiducia tra il Governo ed il

Parlamento. La fiducia può essere votata da una (camera politica, non il Senato) o da

entrambe la camere. Per evitare che i Governi siano troppo deboli a causa del potere

di fiducia e sfiducia, si è teso ad una RAZIONALIZZAZIONE DEL PARLAMENTARISMO,

che consiste nell’includere nella Costituzione i comportamenti che il Parlamento deve

adottare e che comunque si erano già imposti, con l’obiettivo di rendere il Governo

più stabile.

In Italia si ha una FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE DI DEBOOLE

RAZIONALIZZAZIONE, invece in Germania la tendenza razionalizzatrice è più forte.

Qui, il Capo del Governo (Cancelliere) deve essere proposto dal Capo dello Stato

(Presidente della Repubblica nostro )e votato a maggioranza dalla Camera politica. Se

ciò non avviene la camera può eleggere un altro Cancelliere. Tra i due candidati vince

chi ottiene più voti, ma se nessuno ottiene la maggioranza assoluta, il Capo dello Stato

può decidere se eleggerlo comunque o sciogliere le Camere. Il rapporto di fiducia

viene espresso attraverso l’elezione del Capo del Governo e garantito dal Capo dello

Stato, che funge da mediatore. Inoltre, la Camera politica può votare la sfiducia al

Governo solo se ha già individuato un Cancelliere successore, per evitare crisi di

Governo.

Come accennato, dal sistema politico (multipolare o bipolare) derivano

rispettivamente il PARLAMENTARISMO A PREVALENZA DEL PARLAMENTO, o quello A

PREVALENZA DEL GOVERNO ( O MAGGIORITARIO).

Nel parlamentarismo a prevalenza del Governo, le elezioni permettono di dare

 vita ad una maggioranza. Il leader della coalizione (o del partito che, all’interno

della coalizione ha ottenuto più voti), solitamente diverrà il Primo Ministro. Egli

dunque è legittimato dall’investitura popolare, anche se il corpo elettorale non

lo elegge direttamente, però sa chi aspettarsi in carica in base al voto che

esprime per la coalizione o per i partiti (sistemi bipartitici o bipolari) e di

conseguenza si comporta COME SE votasse direttamente il Capo del Governo.

La coalizione o il partito che ne esce sconfitto costituisce l’ OPPOSIZIONE

PARLAMENTARE, che esercita controllo politico sul Governo al fine di poter

vincere le elezioni successive.

Nel parlamentarismo a prevalenza del Parlamento, invece, a causa delle

 profonde differenze ideologiche tra i partiti, le elezioni non individuano una

maggioranza né un Governo. Sono i partiti stessi che, SUCCESSIVAMENTE ALLE

ELEZIONI si alleano tra di loro, formando patti destinati a formare una

maggioranza ed individuano il Primo Ministro. Si forma un GOVERNO DI

COALIZIONE, che si basa sui rapporti di alleanza tra i partiti, che, se vengono a

meno, producono una crisi di Governo, che perde la maggioranza. Cresce

dunque il ruolo del Parlamento, con il quale il Governo deve scendere a

compromessi per mantenere la sua legislatura. In alcuni casi, infine, si riesce ad

arrivare ad un PARLAMENTARISMO COMPROMISSORIO, nel quale maggioranza e

minoranza si riescono ad alleare e conciliare grazie a compromessi, sempre

successivamente alle elezioni. E’ ciò che tende ad avvenire in Italia, anche se,

ultimamente il conflitto ideologico viene a meno e si sta andando verso un

rafforzamento del governo.

Nella forma di governo presidenziale (USA), invece, il Presidente (capo di Stato) è

eletto direttamente dal corpo elettorale, non può essere sfiduciato dal Parlamento

(Congresso, bicamerale), ma può solo essere accusato di impeachment , presiede e

dirige i Governi (segretari di Stato) da lui designati (è anche Capo del Governo).

Nella forma di governo semipresidenziale (Francia), infine, il Presidente è eletto

direttamente, ma il Governo che egli forma deve essere votato di fiducia dal

Parlamento. Il Presidente della Repubblica (Capo di Stato), non è anche il Capo del

Governo (Primo ministro), che però individua egli stesso, ma deve godere della fiducia

parlamentare, non richiesta per il Presidente, legittimato dal popolo.

L’organizzazione costituzionale italiana

CAPITOLO IV:

La forma di Governo italiana delineata dalla Costituzione è PARLAMENTARE E A

DEBOLE RAZIONALIZZAZIONE, dunque con limitati interventi del diritto costituzionale a

garanzia della stabilità del rapporto di fiducia e, di conseguenza, a garanzia della

stabilità del Governo.

In relazione a ciò, la relazione contempla la MOZIONE DI SFIDUCIA, che obbliga il

Governo alle dimissioni, ma essa deve essere regolata dall’ APPELLO NOMINALE, nel

quale i parlamentari sono chiamati individualmente ad esprimere il proprio voto,

assumendosi la responsabilità per la caduta del Governo e da una MOTIVAZIONE.

Inoltre, la mozione deve essere richiesta da almeno 1/10 dei componenti della Camera

e non può avvenire prima dei 3 giorni dalla presentazione del Governo. Infine, il voto

contrario di una delle due camere su una proposta del Governo NON COMPORTA

obbligo di dimissioni. Esiste, infine, la QUESTIONE DI FIDUCIA, che il Governo presenta

al Parlamento attraverso la proposta di una legge particolarmente importante per

l’operato e l’indirizzo polito del Governo stesso, la quale, se non verrà approvata,

comporterà le dimissioni VOLONTARIE di quest’ultimo.

Tuttavia, in Italia, tale razionalizzazione non ha mai operato, dal momento che tutte le

crisi di Governo verificatosi sono state EXTRAPARLAMENTARI, causate dalla rottura

degli accordi che garantivano la maggioranza al Governo e non dal voto di sfiducia. Le

dimissioni, in questo caso, sono VOLONTARIE.

Per quanto riguarda il sistema politico italiano, esso ha mutato nel tempo,

condizionando la forma di governo: inizialmente si aveva una DEMOCRAZIA

CONSOCIATIVA, a causa delle profonde differenze ideologiche dei molti partiti esistenti

(marxista vs cattolica), in questo sistema MULTIPARTITICO ESASPERATO era impossibile

utilizzare un sistema elettivo maggioritario, si è sempre adottato infatti quello

proporzionale. Tali differenze ideologiche si sono però attenuate nel tempo, fronte a

una società in cambiamento, che non vedeva più rappresentati i suoi nuovi interessi

nei partiti storici. La laicizzazione dello Stato, il crollo dell’unione sovietica, l’avvento

dell’ UE, favorirono una DEMOCRAZIA MAGGIORITARIA, che vide la necessità di nascere

dopo il successo del referendum del 1993, che aveva come oggetto l’abrogazione del

sistema elettivo proporzionale, per uno maggioritario.

Ciò fu reso possibile anche dallo sviluppo di un sistema BIPOLARE: dal 2008 sono nate

due coalizioni principali, il CENTRO-DESTRA (PDL, che già aveva unificato sotto un

unico partito molti gruppi d destra, con la LEGA) ed il CENTRO- SINISTRA (PD, in cui

confluiva la Margherita e i DS, escludendo però i partiti storici di sinistra). Il voto degli

elettori si concentrò attorno ai due partiti a capo delle coalizioni, PD e PDL.

Tale bipolarismo, è andato però scemando fino al 2013 a causa dei conflitti interni nati

all’interno di entrambe le coalizioni (sebbene il Governo di centro destra, vincitore con

ben 9,2 p.p. godesse di una maggioranza stabile). Alle elezioni del 2013, nessuna delle

due coalizioni si assicurò la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento, a

causa del successo del M5S e della lista Monti, alternative alle coalizioni. Alla Camera

la coalizione di centro sinistra, grazie all’Italicum, otteneva la forte maggioranza dei

seggi. Tale maggioranza non era però affatto rispecchiata al Senato. Da qui la

necessità di formare nuove coalizioni più ampie successivamente alle elezioni. Si

ritorna così di nuovo ad un sistema nel quale le coalizioni si formano successivamente

alle elezioni e, dunque, l’elettore non sceglie più direttamente né la maggioranza, né il

Primo Ministro, che diventano frutto di compromessi tra i partiti che hanno ottenuto

più voti e che si sono scontrati alle elezioni.

Occorre dunque differenziare i GOVERNI DI COALIZIONE, come quello italiano,

caratterizzato da un sistema pluripartitico nel quale i partiti formano coalizioni per

assicurare una maggioranza, dai GOVERNI MONOCOLORE, tipici del parlamentarismo

maggioritario, espressione di un solo partito, come il sistema bipartitico degli UK.

IL GOVERNO:

Organo costituzionale formato da Presidente del Consiglio dei Ministri, ministri e

l’organo collegiale del Consiglio dei Ministri. Esercita la FUNZIONE ESECUTIVA,

L’INDIRIZZO POLITICO, possiede POTERI NORMATIVI. Il suo potere politico dipende

dalla forma di governo e dal grado di decentramento politico.

Nel caso italiano,

il forte decentramento a favore delle autonomie locali

 il ritiro della presenza pubblica nel mercato a favore della libera concorrenza

 l’integrazione europea

hanno tolto numerosi poteri al Governo.

Il Governo in quanto organo è regolato da poche regole previste in Costituzione(art

9294). Per quanto riguarda la FORMAZIONE:

1. Il P.d.R nomina il Presidente del Consiglio

2. I ministri sono nominati dal P.d.R, proposti dal P.d.C.

3. Il Governo deve giurare fedeltà al P.d.R.

4. Entro 10 giorni il Governo deve presentarsi, con un programma, davanti alle

Camere, per ottenere la fiducia

5. La fiducia è accordata o revocata mediante MOZIONE MOTIVATA e APPELLO

NOMINALE.

Nei Governi di coalizione, il compito di stilare la lista dei Ministri è condizionato dai

partiti politici. I ministri spesso si sono comportati come delegati del partito politico di

appartenenza, tuttavia, il Presidente del Consiglio non dispone di strumenti adatti per

sanzionare comportamenti di lesivi all’indirizzo politico. Nei governi di coalizione non è

possibile revocare un ministro perché, in quanto espressione dei partiti di una

coalizione, ciò comporterebbe rotture degli accordi e crisi di Governo.

Per garantire l’UNITA’ POLITICA del Governo, nel 1988 è stata approvata la legge 400

che ha razionalizzato il ruolo del Primo Ministro e dell’unità del Consiglio dei Ministri: il

primo dirige la politica generale di Governo e mantiene l’unità dell’indirizzo politico. Il

secondo ha il compito di creare tale politica generale. Ne deriva il PRINCIPIO DELLA

RESPONSABILITA’POLITICA DEI MINISTRI VERSO IL LORO MINISTERO, non verso il

partito.

Per attuare il suo indirizzo politico, il Governo dispone di alcuni strumenti:

Direzione dell’amministrazione statale

 Poteri di condizionamento della funzione legislativa del Parlamento

 Poteri normativi che consentono l’adozione da parte del Governo stesso di ATTI

 AVENTI FORZA DI LEGGE e di REGOLAMENTI in materia di: politica di bilancio,

estera, europea, militare, di sicurezza.

La formazione può avvenire secondo

a) DEMOCRAZIE MEDIATE, in cui sono i partiti, dopo le elezioni a decidere struttura

e programma del Governo

b) DEMOCRAZIE IMMEDIATE, caratterizzate dall’investitura popolare del Capo del

Governo

La forma di governo parlamentare esclude formalmente la seconda ipotesi, tuttavia, il

Presidente della Repubblica, dal 1993 al 2008, durante la fase bipolare, si limitava a

confermare l’incarico di P.d.C. al leader della coalizione che aveva ottenuto più voti

(informalmente si adottava una democrazia immediata).

Nel caso di una Crisi di Governo, al Presidente della Repubblica spetta il compito di

FORMARE UN NUOVO GOVERNO (spesso tecnico), i suoi poteri aumentano in quanto

egli stesso deve individuare una personalità (spesso non politica) che possa incontrare

l’appoggio della maggioranza

L’intero procedimento di formazione del Governo è incentrato sull’approvazione del

Parlamento.

Per quanto riguarda la STRUTTURA, la Costituzione specifica organi necessari: P.d.C,

ministri, Consiglio dei ministri (formato dal P.d.C e dai ministri). A questi sono affiancati

organi non necessari, ausiliari, che hanno compiti di INIZIATIVA, CONSULTIVI e

CONTROLLO. Sono rispettivamente : il CNEL, il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti.

IL PARLAMENTO:

LA STRUTTURA: possono essere monocamerali o bicamerali. In Italia è BICAMERALE,

formato da CAMERA DEI DEPUTATI e SENATO. La Costituzione prevede anche che il

bicameralismo sia PERFETTO o paritario, il che significa che entrambe le camere

hanno gli stessi compiti: entrambe devono votare la (s)fiducia e le leggi devono essere

approvate con testo uguale da entrambe

Esse differiscono solo per pochi aspetti:

a) Il numero: i deputati sono 630, i Senatori sono 315 e sono eletti “su base

regionale” (significato oscuro) più 5 senatori a vita scelti dal P.d.R.

b) Per essere eletti deputati età minima 25, 40 per i senatori

c) Età minima per votare i deputati 18, per i senatori 25

Entrambe le camere restano in carica 5 anni (legislatura). Tuttavia vi è il rischio che in

esse vi siano maggioranze politiche diverse, con rischio di stallo dovuto ai pareri

sull’approvazione di un testo di legge. La conseguenza del bicameralismo perfetto è

un tempo lungo del processo decisionale, poiché se una camera apporta un

emendamento, il testo dovrà ripassare ad essere approvato dall’altra camera, una

seconda, terza, quarta volta.

La Costituzione prevede anche il PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNA, un organo

collegiale che si convoca in situazioni speciali formato da deputati e senatori assieme,

presieduto dal Presidente della Camera dei Deputati . La costituzione prevede la sua

convocazione per eleggere il P.d.R., i 5 giudici costituzionali, 1/3 dei componenti del

CSM, per avanzare un accusa al P.d.R.

La struttura, il funzionamento interno e il procedimento legislativo di ciascuna camera

viene disciplinato dai REGOLAMENTI PARLAMENTARI (oltre che dalla Costituzione).

Ogni camera adotta i propri regolamenti a MAGGIORANZA ASSOLUTA.

Ogni camera è formata dal proprio PRESIDENTE, che ha il compito di regolare le

attività e far rispettare i regolamenti. Successivamente si eleggono anche i

VICEPRESIDENTI, I DEPUTATI o SENATORI, QUESTORI, SEGRETARI, che assieme

formano l’UFFICIO DI PRESIDENZA, che ha il compito di collaborare con il Presidente

nell’esercizio delle sue funzioni.

Ruolo fondamentale ce l’hanno i GRUPPI PARLAMENTARI, le unioni dei membri di una

camera che appartengono allo stesso partito. I parlamentari che non fanno parte di

nessun partito formano il GRUPPO MISTO. Il ruolo fondamentale è determinato dal

fatto che, il nostro Parlamento funziona sulla dimensione collettiva, rappresentata dai

gruppi parlamentari, non sui parlamentari come “atomi”. I gruppi parlamentari

diventano l’unica espressione dei partiti sul piano delle istituzioni siccome quest’ultimi

sono considerati come associazioni private non riconosciute e NON POSSONO ESSERE

CONSULTATI DALLE ISTITUZIONI COME, AD ESEMPIO, IL P.D.R.

I presidenti dei gruppi formano la CONFERENZA DEI PRESIDENTI DEI GRUPPI

PARLAMENTARI, che organizza i lavori dell’assemblea e approva il calendario. Inoltre,

al gruppo è attribuito il compito di designare i membri delle commissioni parlamentari.

Le COMMISSIONI PARLAMENTARI sono organi collegiali, che rispettano la proporzione

dei gruppi parlamentari e possono essere: monocamerali o bicamerali (formate da

esponenti di una o di entrambe le camere), permanenti o temporanee. Quelle

temporanee assolvono compiti specifici. Quelle permanenti sono titolari di POTERI

NELL’AMBITO DEL PROCEDIMENTO LEGISLATIVO. Ciascuna è competente in una

determinata materia.

Le GIUNTE sono organi di garanzia dell’osservanza del regolamento e di verifica

dell’assenza di incompatibilità o ineleggibilità.

IL FUNZIONAMENTO del Parlamento: Per la VALIDITA’ DELLA SEDUTA occorre la

maggioranza DEI COMPONENTI (>quorum strutturale, numero fisso). Per la VALIDITA’

DELLA DELIBERA occorre la maggioranza DEI PRESENTI (>quorum funzionale, numero

che varia).

Il Parlamento lavora su LARGA INTESA, avendo abbandonato l’unanimità per

consentire tempi certi. Il Governo può fare così affidamento su TEMPI PREDETERMINATI

per l’esame dei testi di legge necessari per l’attuazione del suo indirizzo. Una “corsia

preferenziale” per la manovra di bilancio.

Per salvaguardare il libero ed incondizionato operato dei parlamentari, sono state

istituite le PREROGATIVE PARLAMENTARI, che tutelano i parlamentari dalle azioni della

magistratura dirette al condizionamento dell’azione politica. Sono : l’INSINDACABILITA’

delle opinioni e dei voti espressi, che dura anche se il parlamentare non è più in carica

e l’IMMUNITA’ PENALE, per la quale il parlamentare, durante la sua carica, non può

essere sottoposto a misure restrittive della libertà personale o domiciliare.

LE FUNZIONI del Parlamento:

funzione LEGISLATIVA paritaria delle camere (+questione di sfiducia)

 funzione di CONTROLLO sul Governo (interrogazione e interpellanza)

 ATTI PARLAMENTARI DI INDIRIZZO (mozione, risoluzione, ordine del giorno)

L’appartenenza dell’Italia all’UE comporta per il Parlamento due nuove funzioni:

Recepire le direttive EU, integrandole nell’ordinamento interno, evitandone

 l’accumulo e l’inadempimento, per il quale risponde lo Stato

Conoscenza degli indirizzi politici comunitari e dei progetti in atto prima che

 vengano approvati dalle istituzioni europee.

La fase ascendente e quella discendente di formazione degli atti normativi UE è

disciplinata dalla LEGGE EUROPEA e dalla LEGGE DI DELEGAZIONE EUROPEA. Per la

fase ascendente, si prevede che il Parlamento nazionale abbia la possibilità di

partecipare alla definizione degli atti UE. A questa fase partecipano anche le Regioni.

Per la fase discendente si prevede l’adeguamento dell’ordinamento italiano agli

obblighi comunitari (in particolare all’attuazione delle direttive).

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA:

Il Capo di Stato è un organo non facilmente definibile, a metà tra l’ORGANO DI

GARANZAI ACOSTITUZIONALE e l’ORGANO GOVERNANTE. Tale figura è ricoperta dal

Sovrano nelle monarchie parlamentari, che rappresenta l’unità nazionale.

In Italia, è eletto in seduta comune dal Parlamento dai 2/3 (dopo il terzo scrutinio dalla

maggioranza assoluta1/2+1) , in presenza anche dei rappresentanti regionali, per

sottolineare il ruolo di rappresentanza dell’unità nazionale. Deve avere cittadinanza

italiana, di età >50 anni, godere di tutti i diritti civili e politici. Tale carica è

incompatibile con qualsiasi altra. Una volta eletto giura fedeltà davanti alle Camere.

Il suo mandato dura sette anni e cessa per: conclusione mandato, morte, impedimento

permanente, dimissioni, condanna per reati di alto tradimento o attentato alla

costituzione. Di norma diventa senatore a vita a meno che non rifiuti la carica.

I poteri a lui attribuiti permettono di ASSICURARE IL CORRETTO FUNZIONAMENTO DEL

SISTEMA COSTITUZIONALE e di RISOLVERE GRANDI PROBLEMI.

La Costituzione non definisce il ruolo del P.d.R, si limita:

Ad affermare che E’ ESTRANEO ALL’INDIRIZZO POLITICO e dunque

 IRRESPONSABILE SUL PIANO POLITICO.

Ad assegnarli alcuni poteri tra cui NOMINA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO,

 SCIOGLIMENTO CAMERE, RINVIO DELLE LEGGI ALLE CAMERE

A porre limiti ai suoi poteri attraverso la CONTROFIRMA, che è la firma con la

 quale il Governo (attraverso i ministri) si prende responsabilità politica degli atti

del Presidente e dà loro validità.

I poteri del Presidente della Repubblica sono considerati A FISARMONICA in quanto si

espandono o si restringono in base alle fasi politiche. Se infatti la coalizione di Governo

si forma successivamente alle elezioni, il rischio di una crisi è maggiore a causa dei

rapporti instabili tra i partiti. Egli dovrà dunque assumere decisioni importanti come la

SCELTA DEL P.D.C.M, o lo SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE anticipato. Se invece i

rapporti tra i partiti sono stabili, egli si limiterà a garantire il rispetto dei valori

costituzionali.

Tra gli atti che FORMALMENTE adotta, se ne distinguono tre in base al soggetto che

SOSTANZIALMENTE deicide sul contenuto.

FORMALMENTE PRESIDENZIALI E SOSTANZIALMENTE GOVERNATIVI (è il Governo

 che decide il contenuto)>emanazione degli atti governativi aventi valore di

legge, promulgazione della legge, ratifica dei trattati internazionali,

dichiarazione stato di guerra, concessione di grazia e commutazione delle pene

FORMALMENTE E SOSTANZIALMENTE PRESIDENZIALI (non adottati dal Capo

 dello Stato, poiché controfirmati dal Governo)> rinvio delle leggi, nomina:

5 senatori a vita

o 1/3 giudici costituzionali

o

ATTI COMPLESSI EGUALI (di accordo tra Governo e Capo di Stato, ma

 formalmente adottati da quest’ultimo)

Nei casi di crisi del Governo il Capo di Stato può nominare un nuovo PM, il quale deve

proporre un programma di governo che deve essere votato di fiducia dal Parlamento,

quindi il potere è limitato. Inoltre il P.d.R deve cercare di nominare un PM che possa

mettere d’accordo i vari partiti e garantire una maggioranza alle camere. Può inoltre

sciogliere le camere anticipatamente (entrambe o solo una), dopo aver sentito i

rispettivi Presidenti. Tuttavia, tale decisione, dovendo essere controfirmata dal

Governo, spesso vede proprio in quest’ultimo l’iniziativa. Anche in questo caso,

dunque, non agisce da solo.

Il sostituto in caso si impedimenti è il Presidente del Senato.

PERCORSO 2:

Fonti del Diritto

CAPITOLO I :

Una FONTE è uno STRUMENTO DI PRODUZIONE DEL DIRITTO, nello specifico, è l’atto o

il fatto abilitato dall’ordinamento giuridico a produrre norme giuridiche.

E’ la stessa Costituzione(artt. 70-81) ad indicare gli atti che possono produrre diritto (le

fonti), non tutte però: nel sistema gerarchico Essa si limita ad indicare le fonti

immediatamente inferiori, LE FONTI PRIMARIE, le quali indicano le FONTI SECONDARIE.

Le norme che indicano le fonti sono dette FONTI SULLA PRODUZIONE (o norme di

riconoscimento).

Diverse sono le FONTI DI COGNIZIONE, gli strumenti attraverso i quali si vengono a

conoscere le fonti di produzione: la Gazzetta Ufficiale.

Le FONTI DI PRODUZIONE SI DIVIDONO IN FONTI-ATTO (atti normativi) e FONTI-FATTO

(fatti normativi):

Le fonti atto sono l’espressione di volontà normativa di un soggetto che

 può porre in essere norme giuridiche siccome è legittimato

dall’ordinamento giuridico.

Le fonti fatto sono invece tutte le altre fonti non previste dalla volontà di

 un soggetto dotato di potere di emanare norme dall’ordinamento, ma che

semplicemente esistono e producono conseguenze per l’ordinamento (la

nascita, un pugno sferrato). Le fonti fatto non sono più riconducibili

solamente alle consuetudini, bensì fanno riferimento a tutte quelle fonti

che sono atti in altri ordinamenti, e non sono dunque prodotte dal nostro

ordinamento: le norme europee, le norme di diritto internazionale privato,

ovvero le norme che regolano l’applicazione della legge nei casi in cui i

soggetti coinvolti sono cittadini di Stati diversi e dunque collegati ad

ordinamenti giuridici diversi. Il giudice italiano in questi casi può trovarsi

ad adottare fonti atto di ordinamenti stranieri, che sono per il nostro

ordinamento fonti fatto.

Secondo il PRINCIPIO DI ESCLUSIVITA’ , lo Stato è l’unico che può riconoscere i fatti e

gli atti che possono produrre norme nell’ordinamento. Lo Stato usa dunque il RINVIO

per rendere applicabili al proprio ordinamento interno delle norme prodotte da altri

ordinamenti. Esistono il RINVIO FISSO e il RINVIO MOBILE:

Il rinvio fisso è il meccanismo con il quale una disposizione dell’ordinamento

 statale richiama UN DETERMINATO ATTO in vigore in un altro ordinamento.

Il rinvio mobile è il meccanismo con i quale una disposizione dell’ordinamento

 statale richiama UNA FONTE di un altro ordinamento.

L’atto normativo presenta un limite non superabile dal legislatore: il linguaggio. Esso è

infatti scritto, articolato in ENUNCIATI, che esprimono dei significati, attraverso i quali il

legislatore cerca di esprimere la propria volontà. Sono enunciati imperativi, dunque

DISPOSIZIONI. Essi NON HANNO però UN SIGNIFICATO UNIVOCO. Devono essere

interpretati ed applicati dai giudici in base ai casi.

L’APPLICAZIONE consiste nell’applicare una norma generale e astratta ad un caso

concreto. La norma è un SILLOGISMO GIUDIZIALE, composto da una premessa

maggiore(la norma), una minore(il fatto), una conclusione (applicazione della norma al

fatto): chiunque e in qualsiasi circostanza abbia un comportamento X, subisce la

conseguenza Y. La norma è però frutto di INTERPRETAZIONE delle disposizioni, anche il

fatto è frutto dell’interpretazione. Per quanto una norma possa essere chiara e

specifica, il suo significato non sarà mai scontato.

Le ANTINOMIE sono i contrasti tra le norme cui disposizioni esprimono significati tra

loro incompatibili (permettono e vietano un comportamento, lo dichiarano facoltativo e

obbligatorio). Esse si risolvono basandosi su 4 criteri: CRONOLOGICO, GERARCHICO,

DELLA SPECIALITA’, DELLA COMPETENZA.

1) IL CRITERIO CRONOLOGICO: in caso di contrasto tra due norme, si deve

preferire quella più recente. Tale prevalenza si esprime con l’ABROGAZIONE

della vecchia. Secondo il PRINCIPIO DI RETROATTIVITA’, inoltre, nessuno può

essere punito per una legge entrata in vigore dopo il fatto commesso, ma solo

per una legge già in vigore. Il che comporta la permanenza astratta della norma

vecchia per risolvere casi cui fatti sono stati compiuti mentre ancora era in

vigore. La norma abrogata perde valore solo dal momento in cui si applica la

nuova IN POI.

Esistono 3 tipi di abrogazione:

a) ESPRESSA, per dichiarazione del legislatore. E’ il contenuto di una disposizione e

ha valore ERGA OMNES

b) TACITA, per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le vecchie. In questo caso

non è disposta dal legislatore, anzi, si verifica proprio per la sua inadempienza e

mancata abrogazione della vecchia norma. Spetta dunque al giudice

interpretare e fare pulizia, preferendo la nuova a quella vecchia che CONSIDERA

ABROGATA. Egli non può eliminarla IN TOTUM ed ERGA OMNES, ma tale

operazione vale solo INTER PARTES (nel caso concreto in giudizio) e non vale per

gli altri giudici, soggetti solo alla legge e non all’interpretazione di altri giudici.

c) IMPLICITA, perché la nuova legge regola l’intera materia già regolata dalla legge

anteriore. L’abrogazione è uguale alla precedente: si adopera sul piano

interpretativo e non legislativo.

Le DEROGHE sono essenzialmente eccezioni alla regola generale. La norma derogata,

al contrario di quella abrogata, non perde la sua validità, ma viene solo limitato il suo

piano d’azione, rimane valida ad eccezione di alcuni casi particolari. Simile è la

SOSPENSIONE di una norma per un certo periodo o a categorie o a zone.

2) IL CRITERIO GERARCHICO: in caso di contrasto tra due norme è da preferire

quella che occupa il posto più elevato nella gerarchia delle fonti: la costituzione

prevale sulla legge, che prevale sui regolamenti. Tale prevalenza si traduce in

ANNULLAMENTO della norma, atto o disposizione, dichiarata illegittima da un

giudice. Il suo giudizio in questo caso, al contrario dell’abrogazione, è valido

ERGA OMNES.

3) IL CRITERIO DELLA SPECIALITA’: in caso di contrasto tra due norme si deve

preferire quella speciale a quella generale. Tale criterio non è ben chiaro: perché

cosa si generale o speciale è opinabile. Non sono inoltre chiari i suoi effetti:

quando un giudice preferisce una speciale ad una generale, la generale rimane

in vigore e valida, semplicemente non viene applicata, non è altro che l’effetto

tipico della deroga. Essendo criterio interpretativo DEL GIUDICE, vale INTER

PARTES. Diviene ERGA OMNES se il legislatore decide di abolire la norma

generale o specifica.

4) IL CRITERIO DELLA COMPETENZA: non ha una definizione chiara, serve a

spiegare come sono organizzate le fonti. Il problema nasce dal fatto che affianco

alle leggi formali ne esistono altre di competenze particolari. Il giudice deve

dunque decidere quale norma applicare in base alla competenza in materia.

Non è dunque molto diverso dal criterio di specialità.

LA RISERVA DI LEGGE è lo strumento con cui la COSTITUZIONE regola il concorso delle

fonti nella disciplina di una determinata materia, impedendo che tale materia venga

trattata da un qualsiasi atto inferiore alla legge. Il legislatore può usare solo la legge

per disciplinare tale materia. In questo modo si tutelano le materie molto delicate .

Esistono vari tipi di riserva:

A FAVORE DI ATTI DIVERSI DALLA LEGGE (rare)

 DI LEGGE FORMALE impone che per quella materia sia riservata la legge

 prodotta dall’approvazione delle due camere del parlamento (con procedura di

revisione costituzionale). Tali atti sono al pari della costituzione nell’ordine delle

fonti. Sono riserve di legge formale tutti quei procedimenti con cui il Parlamento

controlla il Governo

DI LEGGE ORDINARIA (fonte primaria, inferiore alla Costituzione e alla legge

 formale, al pari degli atti aventi forza di legge, superiore ai regolamenti),

esclude che le materie possano essere trattate da regolamenti

ASSOLUTA , esclude qualsiasi tipo di intervento sub-legislativo. Tutelando così

 soprattutto le libertà fondamentali della Costituzione

RELATIVA, non esclude un intervento sub-legislativo, ma la legge deve definire i

 principi ai quali il regolamento si deve attenere

RINFORZATA, una regolazione può avvenire solo con particolari leggi ordinarie o

 solo tramite un procedimento legislativo ulteriormente aggravato (rinforzato,

più complesso).

La Costituzione

CAPITOLO II:

E’ la fonte posta al vertice della gerarchia delle fonti. Tutti i sistemi politici hanno una

costituzione in senso DESCRITTIVO (un sistema di caratteristiche che regolano il

sistema politico), ma non tutti hanno anche un testo normativo, una Costituzione. In

senso scritto è intesa come un documento che è sinonimo di libertà. Con essa si

esaurisce il POTERE COSTITUENTE ed inizia il POTERE COSTITUITO. Il primo è

considerato l’UNICO POTERE LIBERO, NESSUNA REGOLA PREESISTEVA E DUNQUE

NESSUNA REGOLA LO VINCOLA. PRIMA VI ERA IL CAOS. Non esistono limiti concreti al

potere costituente, che è tuttavia condizionato dalla politica, siccome il nuovo potere

politico che si afferma con la costituzione deve essere approvato e non può basarsi

esclusivamente sulla coercizione e sulla violenza, poiché non durerebbe. Oltre al

consenso interno, occorre ottenere anche il RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE,

attraverso il quale uno Stato viene riconosciuto dagli altri Stati ed eventualmente

approvato.

Le Costituzioni possono essere FLESSIBILI, come quelle dell’ottocento, che non

prevedono un procedimento particolare per modificarle, ma consentono le modifiche

al testo costituzionale tramite leggi ordinarie. Non prevalgono alla legge; sono più un

“manifesto” politico, per segnare una rottura con il passato e l’inizio di una nuova era,

più che un “testo normativo”. Esse sono anche BREVI (solo diritti di prima

generazione).

Al contrario, le Costituzioni RIGIDE e LUNGHE, riguardano materie più varie ed il loro

testo è modificabile solo attraverso un procedimento legislativo ben più gravoso (che

richiede maggioranze più ampie e diverse) e prevalgono dunque alle leggi. Sono

Costituzioni GARANTITE (garantita la prevalenza sulla legge grazie al PROCESSO DI

REVISONE COSTITUZIONALE ed il controllo di legittimità delle leggi>CORTE

COSTITUZIONALE).

La Costituzione italiana repubblicana entrò in vigore il 1°gennaio 1948, approvata dal

90% di un’Assemblea molto diversificata, approvata e legittimata dal referendum

popolare del 2 giugno 1946. Essa si compone in:

1. PRINCIPI FONDAMENTALI (artt. 1-12), le premesse ideologiche, i principi sui quali

si fonda la repubblica, che non possono essere oggetto di revisione

2. PARTE PRIMA, diritti e doveri dei cittadini, che garantiscono le libertà individuali

in 4 Titoli (artt. 13-54)

3. PARTE SECONDA, ordinamento della Repubblica, dedicata al Presidente della

Repubblica, al Parlamento, al Governo, alla magistratura, alle Regioni ed alle

autonomie locali, alla Corte Costituzionale ed al processo di revisione

costituzionale (artt. 55-139).

Le fonti dell’ordinamento italiano

CAPITOLO III:

Essendo la Costituzione al vertice della gerarchia delle fonti, è il fondamento di validità

delle fonti primarie. E’ inoltre modificabile solo attraverso il procedimento di revisione

costituzionale, del tutto identico al processo di produzione delle LEGGI

COSTITUZIONALI, quasi uguale a quello di produzione delle LEGGI FORMALI ORDINARIE

(entrambe leggi FORMALI).

Tale procedimento è regolato dall’art. 138: mentre il procedimento ordinario prevede

una sola deliberazione di ciascuna camera sullo stesso testo, il procedimento di

revisione costituzionale prevede due approvazioni da entrambe le camere sullo stesso

testo (4 approvazioni), che passerà svariate volte dall’una all’altra camera a causa

degli emendamenti apportati fino a che il testo uguale non viene approvato. Gli

emendamenti si possono apportare solo prima della prima approvazione di entrambe

le camere, che avviene a MAGGIORANZA RELATIVA (più sì che no). Dopo 3 mesi, il

testo può ripassare alle camere, che devono approvarlo con MAGGIORNAZA DEI 2/3

affinché essa possa essere promulgata dal P.d.R e pubblicata sulla G.U.

Se non si arriva alla maggioranza qualificata, basta la MAGGIORANZA ASSOLUTA

(1/2+1), ma in tal caso, entro 3 mesi, (dalla pubblicazione sulla G.U.) può essere

richiesto un REFERENDUM, per il quale non è necessario un quorum. Può essere

richiesto da più di 500000 firme del corpo elettorale, da 5 consigli regionali, 1/5 dei

membri di una Camera. Solo in seguito al referendum, se positivo, si procederà con la

promulgazione e la ri-pubblicazione sulla G.U.

Come accennato, non tutta la Costituzione è revisionabile, fa eccezione “la forma

repubblicana” art.139, con cui si intendono i primi 12 articoli, che sono i principi

fondanti, il carattere elettivo del Capo dello Stato, il principiò di sovranità popolare.

La LEGGE FORMALE è quella prodotta dalla deliberazione delle camere: LEGGI

COSTITUZIONALI E LEGGI FORMALI ORDINARIE, che occupano nella gerarchia delle

fonti, rispettivamente, lo stesso gradino della Costituzione e quello subito inferiore.

Gli ATTI CON FORZA DI LEGGE, non hanno la “forma” delle leggi formali: non sono

deliberate dalle Camere, ma occupano lo stesso gradino delle leggi formali ordinarie.

Salvo riserva di legge formale, dunque, possono abrogarle ed essere abrogate solo da

esse. Sono essenzialmente atti prodotti di deroghe del procedimento legislativo

parlamentare, potendo essere:

REFERENDUM, è la richiesta fatta dal corpo elettorale di esprimersi

 direttamente, senza rappresentanti, su una questione. Strumento di democrazia

diretta che può assumere la forma ABROGATIVA o COSTITUZIONALE. Il primo in

Italia, 1972, sul divorzio. Col referendum abrogativo, non solo si abrogano leggi

o atti aventi forza di legge dello Stato, ma si possono anche solamente

eliminare delle disposizioni, agendo in positivo, introducendo nuove norme

(MANIPOLAZIONE). L’iniziativa può partire da 500.000 elettori o da i Consigli di 5

regioni. In entrambi i casi ci si reca in CANCELLERIA DELLA CASSAZIONE, poi il

testo del referendum deve essere dichiarato legittimo dalla Corte, e nel caso, il

Presidente della Repubblica fissa la data del voto.

DECRETO LEGISLATIVO DELEGATO (tramite legge di delega, formale). La LEGGE

 DI DELEGA è la legge con cui le Camere trasferiscono al Governo l’esercizio del

loro potere legislativo. L’atto derivato è il decreto legislativo delegato, appunto.

La DELEGA può essere conferita solo con LEGGE FORMALE, siccome è il

Parlamento che cede i propri poteri. La delega è dunque materia di riserva di

legge formale. Essa può essere conferita solo al Governo intero, non ai singoli

ministri o organi governativi e deve contenere i principi minimi (i CONTENUTI

NECESSARI), deve restringere l’ambito specificando l’oggetto della delega e

specificare il tempo entro in cui deve essere emanato il decreto legislativo

delegato. Tale decreto deve essere proposto dal ministro, deliberato dal

Consiglio ed emanato dal P.d.R.

DECRETO LEGGE, è un atto avente forza di legge che viene adottato dal

 Governo nei casi urgenti e di necessità. Essi hanno una durata per la loro

validità, che perdono, decorso il tempo di 60 gg se il Parlamento non li


PAGINE

58

PESO

129.94 KB

PUBBLICATO

6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher andrea.desantis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico europeo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Strazzari Davide.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto pubblico europeo

Diritto pubblico europeo - Appunti lezioni
Appunto
Appunti Analisi dei conflitti
Appunto
Riassunto esame Diritto, testo consigliato Diritto dell'Unione Europea, Tesauro: parte 3
Appunto
Diritto internazionale - Appunti
Appunto