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Riassunto esame Diritto Pubblico dell'Economia, prof. indefinito, libro consigliato Diritto Pubblico dell'Economia, Capunzo Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Pubblico dell'Economia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Pubblico dell'Economia, Capunzo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: nozione, evoluzione storica e caratteri del diritto pubblico dell’economia, la programmazione economica, la programmazione e il... Vedi di più

Esame di Diritto pubblico dell'economia docente Prof. P. Scienze giuridiche

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L’intervento e i controlli amministrativi nelle sfere privatistiche.

Servitù di uso pubblico.

Nell’ambito delle limitazioni riguardanti i beni appartenenti ai privati si collocano le servitù di uso

pubblico. Si tratta di diritti di godimento su fondi privati spettanti ad una collettività di persone

caratterizzata da una coesione di interessi. Il fondamento positivo di tale istituto è l’art.825 c.c. nel

punto in cui vengono presi in considerazione i fini di pubblico interesse per il conseguimento dei

quali il legislatore assoggetta a regime di demanio pubblico i diritti reali spettanti agli enti pubblici

territoriali su beni altrui. La differenza rispetto alle servitù tipiche è la non esistenza del carattere

della predialità: manca infatti il fondo dominante ed il vantaggio derivabile dall’esercizio del diritto

è riferito a persone fisiche in quanto membri di una collettività, non rilevanti individualmente ma

uti cives. La giurisprudenza non richiede che si tratti di una collettività organizzata ed inoltre ha

interpretato la nozione di interesse pubblico in maniera estensiva, comprendendo ogni vantaggio

anche meramente estetico purché non riguardi soggetti determinati. La costituzione di tali servitù

può seguire due tipologie:

a) Non è sufficiente il mero uso della collettività ma è necessario che l’uso si

concretizzi in un titolo acquisitivo fondato sul decorso del tempo (il proprietario del

fondo è in una situazione non di mera tolleranza ma di acquiescenza).

b) Dicatio ad patriam da parte del proprietario del bene all’uso pubblico. Il titolo

costitutivo è rappresentato dal mero fatto giuridico volontario di lasciar godere alla

collettività il bene di proprietà esclusiva in modo continuativo. La giurisprudenza ha

ritenuto sussistente la dicasio anche quando pur mancando inizialmente il fatto

giuridico il privato non si attivi a far cessare l’uso pubblico legittimamente iniziato.

c) Negozi bilaterali.

Le modalità di estinzione: non vale il non uso da parte della collettività ma è necessaria

un’impossibilità fisica o giuridica che ne impedisca l’esercizio, ma ciò deve essere riconosciuto da

un provvedimento amministrativo che dichiari cessato il pubblico interesse.

Le strade vicinali sono servitù di uso pubblico e sono strade private che pur non essendo di

proprietà del comune sono soggette al pubblico transito; per aversi uso pubblico su una strada nata

come privata è necessario che venga esercitato il passaggio da tempo immemorabile da una

collettività indeterminata di persone per soddisfare un interesse generale. La manutenzione spetta

però al proprietario o al comune in caso di inerzia, poiché rimane di proprietà privata.

Principio di sussidiarietà.

Tale principio è definito come il criterio di ripartizione delle funzioni politiche ed amministrative

fra enti rappresentativi di diversi livelli territoriali di gestione della cosa pubblica nonché tra enti ed

iniziativa privata, sia sul piano individuale che associato. Esso può essere verticale (rapporto enti

centrali – enti periferici) oppure orizzontale (intervento pubblico – iniziativa privata) che trova

fonte nelle “formazioni sociali” ex art.2 Cost. La sussidiarietà verticale è sancita sia a livello

comunitario che a livello italiano con la legge Bassanini (unitario esercizio a livello regionale e

adeguatezza della dimensione territoriale degli enti, rispetto alle funzioni assegnate alle Regioni) e

la legge costituzionale 3/2001 ed insieme al principio della leale cooperazione costituisce il metro di

valutazione della legittimità dei poteri sostitutivi del Governo ex art.120 Cost.. Quest’ultima legge

contiene anche in parte espressioni di sussidiarietà orizzontale con la previsione di una

cooperazione tra pubblico e privato, tuttavia la formula ha una forma prescrittivi inferiore rispetto a

quella della legge Bassanini ed inoltre l’iniziativa da parte degli enti territoriali è meramente

promozionale e non impegnativa. In conclusione si può affermare che la sussidiarietà:

a) E’un principio di politica legislativa che riguarda sia la legislazione statale che regionale

promuovendo autonomia ed autogoverno

b) Preferenza per il conferimento di funzioni amministrative ai comuni (livello più basso)

c) La sua sfera di applicazione è estesa a tutti i livelli di governo

d) Il suo obiettivo è l’equilibrio tra il principio di amministrazione delle collettività locali ed il

principio di efficienza.

Sportello unico delle attività produttive.

Esso nasce dall’esigenza di semplificare le procedure amministrative creando meccanismi di

concentrazione organizzativa e procedimentale. Le Regioni coordinano e migliorano i servizi e

l’assistenza delle imprese, mentre i Comuni hanno competenza relativa alle autorizzazioni nei

confronti di coloro che formulino istanze per l’apertura di impianti produttivi (Sportello Unico).

Le caratteristiche di tale sportello sono così sintetizzabili:

a) Facoltà di ricorso all’autocertificazione

b) Previsione del silenzio assenso

c) Ricorso alla conferenza di servizi se non venga attivata la procedura di autocertificazione e

il progetto contrasti con le previsioni di uno strumento urbanistico.

d) Necessaria la preventiva acquisizione della valutazione favorevole di impianto ambientale

ed il preventivo rilascio della concessione edilizia.

In sostanza in un unico procedimento gestito dal Comune si fa confluire la realizzazione di impianti

produttivi, con la presentazione da parte dell’impresa di tutta la documentazione e

dell’autocertificazione, con la certificazione di conformità del progetto alle normative vigenti. Poi il

responsabile della struttura compie le verifiche documentali ed accerta la veridicità delle

dichiarazioni e trasmette copia della domanda a Regioni e Comuni interessati e dà inizio al

procedimento che si dovrà chiudere entro 90 giorni, altrimenti vige il principio del silenzio assenso,

con il conseguente rilascio dell’autorizzazione.

Jus aedificandi ed i controlli amministrativi in materia di edificazione.

Una legge del 1942 prevedeva per eseguire nuove costruzioni ovvero ampliare o modificare quelle

esistenti la richiesta di una licenza al sindaco. Una legge del 1997 stabilì che ogni trasformazione

urbanistica ed edilizia è subordinata a concessione. Il T.U. del 1999 disciplina attualmente tale

materia ed è diviso in quattro titoli:

I) Norme che definiscono gli interventi edilizi e prevedono la struttura comunale

competente.

II) Norme che riguardano i titoli abilitativi.

III) Norme attinenti all’agibilità degli edifici.

IV) Norme relative alla vigilanza ed alle sanzioni.

La legge costituzionale 3/01 ha attribuito potere normativo concorrente alle Regioni in materia di

governo del territorio, espressione generica che comprende anche la sfera edilizia.

Normativa edilizia ed abolizione della Commissione edilizia.

Nell’ottica di semplificazione delle procedure amministrative è stata soppressa la Commissione

edilizia e contestualmente costituito uno Sportello Unico, interno al Comune, in cui vengono

inglobate tutte le competenze.

Commissione edilizia. Bisogna ricordare che fino a pochi anni fa era previsto un parere

obbligatorio ma non vincolante di tale organo ai fini del rilascio della concessione edilizia in

sanatoria. Tuttavia tale situazione comportava dei contrasti tra la Commissione ed il sindaco, per cui

sulla base dei rilievi della Corte Costituzionale per cui era necessaria una separazione tra potere

politico e potere amministrativo, attualmente nel T.U. essa é prevista come organismo facoltativo, a

discrezione del Comune che indica nei regolamenti quali siano gli interventi da sottoporre a parere.

Sportello Unico in materia edilizia. In capo ad esso sono state attribuite competenze che in

passato concernevano ad altri enti (es°Comune), e quindi in tal modo è avvenuta l’unificazione

degli atti privati che dovrebbero essere sottoposti all’attenzione o autorizzazione di amministrazioni

diverse, tra cui pareri e progetti della Sovrintendenza per la tutela dei beni culturali. L’attività può

essere svolta sia in forma singola che associata, qualora si tratti di dimensioni ridotte dell’ente o

carenza di risorse. Vige la libertà di forma in relazione al modello giuridico da utilizzare per la

forma associata, tuttavia di norma si utilizza la convenzione (non nascono soggetti distinti ma solo

una coordinazione di attività, forma preferibile) oppure il consorzio (sorgono soggetti distinti con

una struttura stabile). Ci si chiede se la competenza dello sportello unico in materia di edilizia possa

essere unificata in quella dello Sportello Unico delle Attività produttive per ragioni di economia

procedurale. Parte della dottrina ha risposto affermativamente, anche se non è prevista dalla

normativa tale connessione.

Diritto di accesso. Prima del testo unico non erano menzionati gli enti locali tra gli enti tenuti

all’osservanza della normativa sul diritto di accesso, tuttavia la giurisprudenza ha interpretato

estensivamente tale disciplina. Inoltre c’è da sottolineare come prima l’interesse legittimo a

contenuto edilizio ed urbanistico era riconosciuto al proprietario del fabbricato limitrofo o ricadente

nella stessa zona dell’edificazione, mentre ora invece c’è la configurazione di un vero e proprio

diritto soggettivo autonomo da parte di chi è titolare di un interesse giuridico rilevante (tutelabile

dinanzi al giudice amministrativo), che è qualcosa di più di un semplice interesse all’impugnazione,

poiché riguarda anche gli atti infraprocedimentali ed indipendentemente dalla lezione di una

posizione giuridica. Il titolo per la sussistenza del diritto di accesso è costituito dalla dimostrazione

dell’interesse, mentre sul piano oggettivo si intende per documento amministrativo sia un

provvedimento amministrativo sia i relativi atti di progetto. Si pone un problema per la lesione del

diritto di autore, e sui limiti alla riproduzione. Secondo la dottrina l’ente lo utilizza esclusivamente

ai fini della propria attività amministrativa; secondo la giurisprudenza precedente invece il progetto

era passibile esclusivamente di visione e non di riproduzione; secondo la giurisprudenza attuale è

possibile ottenere anche la copia ma l’autore ha diritto alla tutela giurisdizionale se vi è

un’utilizzazione economica. Per il Consiglio di Stato è comunque necessaria un’informazione ai

controinteressati di avvio del procedimento. E’possibile oltre alla tutela giurisdizionale un’istanza

diretta al difensore civico ed in caso di illegittimo diniego e di mancata risposta

dell’amministrazione è possibile la tutela del silenzio-assenso.

Conferenza di Servizi.

L’utilità della Conferenza di Servizi consiste nella possibilità di concentrare in un unico contesto

temporale le valutazioni e le posizioni delle singole amministrazioni portatrici di interessi

pubblicistici (profilo della semplificazione) coinvolti in un procedimento amministrativo, il tutto per

consentire un coordinamento tra le stesse o per l’individuazione ed affermazione dell’interesse

pubblico primario (profilo degli interessi). La legge 241/90 prevede 2 tipi di Conferenza di Servizi:

1) Istruttoria: vi è un’unica amministrazione competente a decidere che acquisisce il parere

delle altre amministrazioni portatrici di interessi coinvolti nella procedura.

2) Decisoria: vi è la necessità dell’assenso di più amministrazioni ai fini dell’adozione del

provvedimento finale.

Si è discusso sulla natura giuridica della Conferenza: secondo alcuni autori si tratta di un organo

amministrativo collegiale di carattere straordinario, secondo altri (e C.Cost.) essa è un modulo

organizzatorio privo di una propria individualità atto a congiungere più organi di separate

amministrazioni.

Regime di circolazione dei beni culturali

Tutti i beni di interesse culturale sono assoggettati ad un regime vincolistico che limita i poteri e le

facoltà del proprietario sia con riferimento alla circolazione dei beni, che con riguardo alla loro

utilizzazione. Il codice dei beni culturali prevede:

a) Una necessaria verifica per quei beni di interesse culturale e paesaggistico che appartengono

ad un soggetto di diritto pubblico o persona giuridica. La verifica è effettuata dai competenti

organi del Ministero e si conclude con la schedatura del bene che va trascritta nei registri

immobiliari: in questo modo tali beni rimangono soggetti a vincolo culturale.

b) La dichiarazione di interesse culturale, la cui procedura è avviata dal Sovrintendente

dandone comunicazione al possessore o al detentore, prevede per i beni soggetti a pubblicità

mobiliare o immobiliare che il provvedimento venga trascritto con conseguente opponibilità

ai terzi.

c) E’consentito un ricorso amministrativo speciale contro il provvedimento che ha dichiarato

l’interesse culturale di un bene.

Per quanto riguarda l’alienazione dei beni culturali, è necessaria un’autorizzazione per i beni

culturali alienabili da parte di persone giuridiche pubbliche e private a favore di altri soggetti

pubblici o privati. Non è necessaria tale autorizzazione quando sussiste l’alienazione di tali beni a

favore dello Stato. Sussiste l’obbligo di denunciare gli atti che trasferiscono in tutto o in parte la

proprietà e detenzione dei beni culturali. La denuncia è diretta al competente Sovrintendente del

luogo dove si trova il bene e va presentata per i negozi costitutivi o traslativi di diritti reali

immobiliari e per la cessione di nuda proprietà. Non va presentata qualora si costituisca un diritto di

garanzia ipotecaria. Lo Stato inoltre può esercitare il cd. diritto di prelazione, mediante il quale il

Ministro o altro ente locale hanno la facoltà di acquistare beni culturali alienati a titolo oneroso al

medesimo prezzo stabilito nell’atto di alienazione, anche quando il bene sia a qualunque titolo dato

in pagamento. In quest’ultimo caso vi sono tre ipotesi:

a) Contratti di alienazione del diritto di nuda proprietà con riserva di usufrutto

b) Contratto di mandato oneroso in cui sia pattuito a titolo di retribuzione per il mandatario il

trasferimento in suo favore di un bene culturale

c) Alienazione di un bene indiviso o di una parte indivisa di un bene unitario (parte della

giurisprudenza è per contraria perché il bene sarebbe sottoposto in parte a disciplina

pubblicistica ed in parte a disciplina privatistica).

Il diritto di prelazione può essere esercitato nel termine di due mesi dalla data di ricezione della

denuncia al Ministro ed il provvedimento di prelazione dovrà poi essere notificato all’alienante ed

all’acquirente. La proprietà infatti passa allo Stato dalla data dell’ultima delle notificazioni.

L’esercizio del diritto di prelazione comporta non solo un effetto costitutivo e caducatorio ma anche

la costituzione di un rapporto obbligatorio tra Stato e venditore.

Con riguardo agli effetti ed alla nullità del negozio giuridico bisogna citare l’art.60 comma 4 del

codice dei beni culturali (“in pendenza del termine di due mesi l’atto di alienazione rimane

condizionato sospensivamente all’esercizio della prelazione e all’alienante è vietato effettuare la

consegna del bene”) e l’art.164 (“sono nulle le alienazioni, le convenzioni e gli atti giuridici

compiuti contro i divieti o senza l’osservanza delle condizioni e modalità prescritte dal codice dei

beni culturali”. Secondo la Cassazione sarebbe una nullità relativa azionabile solo dallo Stato).

La partecipazione dello Stato ad associazioni e fondazioni ed interventi degli enti non profit

Il Ministro per i Beni e le attività culturali ai fini di un più efficace esercizio delle sue funzioni e per

la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali può costituire o partecipare ad associazioni,

fondazioni o società. Generalmente viene preferita la forma della fondazione.

La disciplina e la tutela dei beni paesaggistici

Nel 1939 la gestione e la tutela dei beni paesaggistici era esercitata dallo Stato centrale; con

l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario lo Stato trasferì alle Regioni il potere di approvazione

dei piani paesistici allora ancora non obbligatori. Il d.lgs.616/67 ha attribuito alle Regioni le

funzioni amministrative per la protezione delle bellezze naturali e per le relative sanzioni,

conferendo allo Stato funzioni di indirizzo e di controllo. Un altro decreto, del 1985, ha conferito

alle Regioni il potere di esaminare la domanda di autorizzazione paesistica comunicando

l’eventuale rilascio dell’autorizzazione allo Stato che ha l’obbligo di intervenire in caso di inerzia.

Attualmente le funzioni di tutela di beni paesaggistici sono state conferite alle Regioni ed il

Ministro competente ha conservato la potestà di indirizzo e vigilanza in caso di inerzia. E’inoltre

previsto che i proprietari ed i possessori di immobili o aree sottoposte alle disposizioni riguardanti

la tutela paesaggistica non possono né distruggere tali beni né introdurre modifiche che rechino

pregiudizio ai valori paesaggistici. Per l’esecuzione di opere è necessario proporre il progetto alla

Regione ed all’ente locale al fine di ottenere la preventiva autorizzazione.

L’intervento dell’autorità amministrativa nella sfera dei beni comuni.

Generalità.

Autorevole dottrina in relazione alla fruibilità, distingue la proprietà pubblica in senso soggettivo (il

soggetto pubblico ha le stesse facoltà di disposizione e godimento e gli stessi poteri di un privato)

dalla proprietà in senso oggettivo (il bene è nella titolarità del soggetto pubblico ma è goduto da

altri, cui spetta la fruizione, non in modo imprenditoriale).

Beni pubblici.

I beni pubblici si distinguono in demaniali, patrimoniali indisponibili e patrimoniali disponibili. I

primi appartengono al demanio dello Stato e degli altri enti territoriali e soddisfano esigenze

pubbliche o generali ed a loro volta sono divisi in demanio necessario (es°demanio idrico,

marittimo, militare, i primi due passibili di concessione a privati), demanio accidentale (beni che

possono appartenere anche a privati ma che sono demanio se appartengono allo Stato, es°demanio

stradale, ferroviario, aeronautico, culturale). Si è inoltre distinto tra demanio naturale, composto da

beni che sono tali per natura, e demanio artificiale, composto da beni costruiti e destinati per una

funzione pubblica. Si distingue anche tra demanio comunale, provinciale e regionale, quest’ultimo

comprende anche i porti lacuali e gli acquedotti di interesse regionale. L’uso dei beni demaniali

avviene attraverso l’uso diretto da parte della pubblica amministrazione, ma vi sono dei casi di uso

da parte dei privati (usi generali, consentiti con un atto di ammissione di carattere generale come

l’apertura di una strada, usi particolari, consentiti da singoli atti di ammissione, usi eccezionali,

consentiti solo dopo concessione).

La disciplina del mare.

Tale disciplina è oggetto di convenzioni internazionali ed è sottoposta alla sovranità dello Stato

costiero nei limiti delle 13 miglia, misurate secondo il sistema delle linee rette (si congiungono i

punti sporgenti della costa o delle isole eventualmente presenti). Al momento della creazione della

CE, la disciplina dei trasporti marittimi fu guardata con scarso interesse, tuttavia una sentenza della

Corte di giustizia del 1974 affermò che anche tale materia fosse sottoposta alle regole del Trattato,

anche se diversi ordini di motivi legati alla sovranità di ogni stato, hanno limitato l’ambito di

incidenza dell’intervento comunitario salvo il coordinamento delle attività internazionali degli Stati

membri. Per ciò che riguarda la tutela dell’ambiente, le normative nazionali sono di dettaglio

rispetto alle convenzioni internazionali (le più rilevanti sottoscritte dall’IMO), e nel nostro Paese la

legge più rilevante è quella “difesa del mare” del 1993. Con riferimento invece al diritto di pesca, vi

sono innanzitutto dei dubbi sulla sua assimilazione ad una branca del diritto (si ritiene recentemente

sia quello agrario), ma in ogni caso non presenta una disciplina organica. Nel 1931 vi fu una legge

che disciplinò l’esercizio della pesca e gli aspetti previdenziali, nel 1965 si distinse tra la pesca

marittima e quella in acque interne (acquacoltura) per conseguire la tutela dell’ittiofauna – con la

creazione di riserve - e lo sfruttamento razionale delle risorse del mare – con la protezione di

singole specie e la limitazione delle licenze di pesca - e nel 1982 vi fu una legge che ha previsto che

il Ministro delle politiche agricole adotti il piano triennale della pesca e dell’acquacoltura tenuto

conto della programmazione statale e regionale e della normativa comunitaria ed internazionale.

L’intervento pubblico e la disciplina della pesca e dell’acquacoltura.

Attualmente la Comunità Europea tende a concludere accordi interni e con Stati terzi per la

conservazione dell’intero patrimonio ittico, ma parallelamente ogni Stato deve svolgere un’attività

di vigilanza ad opera della Pubblica Amministrazione. Sono state create delle strutture associative

per tutelare l’ecosistema, ad es° l’ASEAN, ed in ambito comunitario, il Trattato di Amsterdam ha

posto gli obiettivi della politica agricola comune volti ad un incremento della produttività, un

miglioramento del reddito degli agricoltori, la stabilizzazione dei mercati, la sicurezza degli

approvigionamenti e la garanzia di prezzi ragionevoli ed inoltre la promozione a livello

internazionale di misure per risolvere i problemi dell’ambiente (cooperazione con le competenti

organizzazioni internazionali, conclusione di Convenzioni, cooperazione allo sviluppo). Sono state

inoltre create alcune OCM (organizzazioni comuni di mercato) e fissati dei principi da seguire:

unicità (per ogni prodotto è fissato un prezzo indicativo), preferenza comunitaria e solidarietà

finanziaria (attuato mediante il FEOGA, un fondo agricolo comunitario con azioni dirette ed

indirette – rimborsi – agli Stati membri). Nel 1991 fu elaborato il rapporto “Mac Sherry” volto ad

un aumento della competitività, un aumento dei redditi ed un passaggio da agricolture intensive ad

agricolture estensive. Per quanto riguarda la normativa italiana, una legge del 1941 ha attribuito al

Ministro delle Politiche agricole il potere di stabilire il numero massimo delle licenze di pesca (la

licenza si distingue dal permesso perché è un procedimento valutativo discrezionale e non una mera

registrazione del pescatore o dell’impresa di pesca). Nel 1992 inoltre è stato creato il Fondo di

solidarietà nazionale della pesca, che opera qualora accadano calamità naturali. Soluzione più

idonea sia dal punto di vista economico che di protezione dell’ecosistema è sicuramente

l’acquacoltura, volta ad annullare il sovrasfruttamento delle risorse (overfishing) mediante la

produzione di proteine animali in ambiente acquatico con il controllo del ciclo di sviluppo degli

organismi acquatici. I problemi ambientali in materia di acquacoltura tuttavia riguardano sia gli

scarichi, risolto in parte con il riciclo dell’acqua mediante tecniche di ossigenazione, sia la

captazione delle acque necessarie per il funzionamento degli impianti: per le acque superficiali è

necessaria una domanda di concessione di derivazione corredata dai relativi progetti; per le acque

sotterranee è necessario richiedere un’autorizzazione ammininistrativa; per le acque interne e

marine è necessaria una concessione subordinata a pareri del genio civile, intendenza doganale ed

ufficio doganale del distretto ed una volta ottenuta la concessione sorge l’onere di iscrizione nel

registro delle imprese di pesca. La realizzazione degli impianti di acquicoltura è subordinata a

concessione demaniale marittima e/o edilizia (on shore, a terra) oppure solo a concessione

demaniale marittima (off shore, in vasche o stagni).

L’utilizzazione e la tutela delle acque. Profili pubblicistici.

Tutte le acque appartengono al demanio e le attività di ricerca, estrazione ed utilizzazione delle

acque sotterranee sono tutelate dalla Pubblica Amministrazione, per cui per derivare ed utilizzare le

acque è necessario ottenere una concessione di derivazione. La domanda deve essere rivolta

direttamente al Ministro dei Lavori Pubblici e presentata all’Ufficio del genio civile che ne cura la

pubblicazione con avviso nel Foglio degli annunzi legali delle Province. Tali domande passano poi

al vaglio delle Autorità di Bacino che entro 40 giorni devono pronunciarsi. Le domande ed i

provvedimenti di accoglimento devono essere pubblicate con il relativo progetto da un’ordinanza

del genio civile che fa decorrere i termini per proporre eventuale opposizione o osservazioni.

Conclusa l’istruttoria con esito favorevole si redige il disciplinare (atto concessorio) in cui sono

indicati i dettagli, e il richiedente viene invitato alla sottoscrizione dello stesso, in seguito alla quale

vi è il vero e proprio provvedimento di concessione che nel caso di grandi derivazioni è un decreto

del Ministro dei Lavori pubblici d’intesa con il Ministro delle Finanze, mentre per le piccole

derivazioni è un decreto del provveditore alle Opere pubbliche previo parere degli uffici regionali

dell’Agenzia del demanio. Un T.U. del 1993 disciplina il caso in cui vi siano domande concorrenti,

tuttavia sono criteri molto generici che fanno sorgere dei dubbi, ma in caso di richiedenti per usi

industriali ha preferenza chi aderisce ai sistemi di sicurezza ISO 14001 oppure al sistema

comunitario previsto da un regolamento CEE del 1993. Per ciò che riguarda la struttura del

procedimento di concessione vi sono alcune tesi a confronto:

a) Negozio bilaterale. La domanda è un atto preparatorio e la sottoscrizione del disciplinare è il

contratto vero e proprio (doppia manifestazione d volontà), tuttavia la sottoscrizione

richiesta è solo quella del richiedente ed inoltre la P.A. può sempre modificare le condizioni.

b) Concessione-contratto. Vi sarebbe una reciprocità di obblighi e diritti.

c) Non sorge un rapporto commutativo. L’obbligo di pagare il canone sorge dalla legge.

In ogni caso le concessioni hanno un carattere temporaneo: i limiti sono 30 anni, oppure 40 anni per

uso irriguo, salvo la materia delle concessioni idroelettriche. Gli organi competenti che vengono in

rilievo sono innanzitutto le Regioni che fissano alcuni obblighi, e poi il Ministro dei Lavori pubblici

che di concerto con altri ministri competenti e previa intesa con la Conferenza permanente Stato-

Regioni-Province autonome detta le linee guida per la predisposizione del bilancio idrico di bacino

ed i criteri per il censimento delle utilizzazioni in atto. Il contenuto e le modalità dell’utenza può

modificarsi o estinguersi, per case naturali oppure per la creazione di opere di pubblico interesse (in

tal caso è dovuto un indennità). L’utente inoltre può introdurre delle varianti che se sono sostanziali

prevedono il ripetersi delle formalità per una nuova concessione, ma se sono non sostanziali si

utilizza un procedimento concessorio semplificato. Il rapporto di utenza si estingue invece con la

dichiarazione di decadenza (atto discrezionale della P.A.), causata da inadempimenti dell’utente; è

stata inoltre ammessa la revoca in caso di contrasto con ragioni di interesse pubblico sia perché i

provvedimenti amministrativi costitutivi sono sempre revocabili in caso di contrasto con l’interesse

pubblico, sia perché ogni rapporto giuridico in relazione ai beni pubblici si risolve per impossibilità

sopravvenuta dell’oggetto. Le ragioni di pubblico interesse posso attenere all’adeguata tutela degli

usi generali e comuni di una determinata acqua pubblica e quelle di tutela dell’acqua pubblica come

risorsa naturale.

La disciplina di tutela delle acque dall’inquinamento

La normativa italiana di riferimento in un primo momento era indirizzata esclusivamente a garantire

la fruibilità delle acque compromessa dagli scarichi, infatti già nel 1933 fu prevista

un’autorizzazione dell’Ufficio del Genio civile per la realizzazione di quelle opere che avrebbero

modificato permanentemente gli alvei delle acque pubbliche e nel 1934 il TU delle leggi sanitarie

attribuì la tutela delle qualità delle acque ai Comuni. Ora la tutela è invece indirizzata soprattutto

nei confronti dell’inquinamento, ed infatti si è giunti nel 1976 ad una normativa organica in materia,

la Legge Merli che aveva ad oggetto la regolamentazione degli scarichi e la pianificazione della

tutela e dell’utilizzazione delle risorse idriche. Essa seguiva due linee fondamentali:

1) Attività pianificatoria preceduta da studi e rilevamenti. Le Regioni predisponevano un piano

regionale di risanamento e lo Stato un piano generale di risanamento.

2) Sistema di autorizzazione degli scarichi. Il vizio di fondo di tale normativa era il suo

carattere “sanitario” più che “ambientale” e questo era in contrasto con la normativa

comunitaria. Innanzitutto non era precisato il concetto di scarico, per cui parte della

giurisprudenza considerò tale qualsiasi deposito anche occasionale ed accidentale, ma altra

parte restrinse tale interpretazione ai soli scarichi continuativi e periodici. In secondo luogo

non era chiaro in sede interpretativa il significato dei termini “insediamento civile” e

“insediamento produttivo”, poi risolto con una successiva interpretazione autentica del

legislatore.

Il d.lgs.152/1999 ha abrogato espressamente la Legge Merli offrendo una definizione chiara di

scarico ed una disciplina generale volta al miglioramento qualitativo e quantitativo delle acque ed

all’equilibrio del fabbisogno e della disponibilità mediante la fissazione di obiettivi di qualità

ambientale, controlli e sanzioni, rispetto dei valori limite fissati dallo Stato, la prevenzione, la

conservazione, il riciclo e la fissazione di soglie minime per i corpi idrici significativi.

Normativa comunitaria.

Spesso il legislatore italiano è stato inadempiente nell’adeguamento alle direttive comunitarie in

tema di acque, per cui queste ultime hanno assunto rilievo diretto nel nostro ordinamento. La legge

comunitaria per il 1993 ha fissato una serie di principi e criteri direttivi, come il recupero e la

conservazione delle condizioni ambientali, il mantenimento di livelli di protezione nazionali se più

alti di quelli comunitari e la predisposizione di un quadro di settore omogeneo ed organico. Sebbene

non sia stata prevista una legittimazione in materia agli organi comunitari, la CEE ha comunque

previsto una propria politica di settore, specie con l’Atto Unico europeo e nel Trattato di Maastricht.

La Commissione nelle sue proposte in tale materia deve basarsi su un livello di protezione elevato e

deve mirare alla protezione della salute ed alla razionalizzazione nell’utilizzo delle risorse. I

principi fondamentali sono la prevenzione, la correzione dei danni alla fonte, la responsabilità

dell’inquinante, la sussidiarietà della Ce rispetto agli Stati, la cooperazione internazionale e

trasversale. Il d.lgs.152/99, su richiamato, ha previsto anche gli strumenti degli accordi e dei

contratti di programma per il risparmio idrico e il riutilizzo delle acque di scarico, nonché sono state

previste ulteriori cautele per gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane. Un altro d.lgs. del

2001 ha disciplinato specialmente il regime delle acque potabili, con la previsione di una relazione

triennale pubblicata dal Ministro della Sanità ed inoltre la trasmissione di una relazione sulle misure

e i provvedimenti adottati alla Commissione Europea per la verifica della conformità ai parametri.

Lo Stato è legittimato a sopperire all’inerzia delle Regioni e degli enti locali inadempienti

nell’ambito dell’approvvigionamento idrico, osservanza dei valori di parametro, adozione di piani

di intervento per il miglioramento della qualità delle acque.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico dell'economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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Riassunto esame Istituzioni di Diritto Romano, docente Brutti, libro consigliato "Il Diritto Privato nell'antica Roma", Massimo Brutti
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