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(.... segue ...)

La forma della critica non è civile quando:

- è eccedente rispetto allo scopo informativo;

- difetta di serenità e/o di obiettività;

- calpesta la dignità umana;

- non è improntata (intenzionalmente) a leale chiarezza, cioè si serve

di subdoli espedienti quali:

a) il sottinteso sapiente;

b) gli accostamenti suggestionanti;

c) il tono sproporzionatamente scandalizzato/sdegnato;

d) vere e proprie insinuazioni più o meno velate.

Cass. pen. n. 1473/1997 (sul requisito dell’utilità sociale)

Il diritto di cronaca non esime di per sé dal rispetto dell’altrui

reputazione e riservatezza, ma giustifica intromissioni nella sfera

privata dei cittadini solo quando possano contribuire alla formazione di

una pubblica opinione su fatti oggettivamente rilevanti per la

collettività.

Anche le vicende private di persone impegnate nella vita politica o

sociale possono risultare di interesse pubblico, quando da esse possono

desumersi elementi di valutazione sulla personalità o sulla moralità di

chi debba godere della fiducia dei cittadini.

Ma non è certo la semplice curiosità del pubblico a poter giustificare la

diffusione di notizie sulla vita privata altrui, perché è necessario che tali

notizie rivestano oggettivamente interesse per la collettività.

Cass. civ. n. 3679/1998

(sempre sul requisito dell’utilità sociale)

E’ riconosciuto un “diritto all’oblio”, cioè il diritto a non restare

indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata

pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla

reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente

ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico

all’informazione.

La giurisprudenza della Corte di cassazione sul diritto di critica

Cass. pen. n. 20474/2002

La cronaca è essenzialmente narrazione (mero resoconto) di fatti e

accadimenti, mentre la critica è espressione di opinioni e valutazioni.

Quindi, il limite della verità deve essere rispettato rigorosamente

relativamente alla cronaca, mentre la critica, in quanto espressione di

convincimenti personali, non è vincolata allo stesso modo al rispetto di tale

limite.

Ciò non significa che la critica può essere svincolata dalla verità, ma solo che

essa è attività di interpretazione di determinati fatti e quindi elaborazione della

realtà attraverso il filtro del giudizio di valore.

Quindi la critica deve avere un fondamento di verità – nel senso che deve

riferirsi ad un fatto storicamente vero o ad un evento realmente accaduto – ma

non può essere rigorosamente vera (obiettiva).

La critica svincolata dal fondamento di verità è mera astrazione e può essere

lesiva della dignità personale.

La giurisprudenza sul diritto di satira

Pretura di Roma, ordinanza 4 marzo 1989:

La satira ha utilità sociale poiché svolge funzione di controllo sociale

del potere politico ed economico attraverso l’umorismo.

Pur essendo espressione di umorismo, essa può trovarsi in qualsiasi

contesto, anche serio.

Essa quindi deve essere accettata con bonaria indulgenza agli

interessati.

Tuttavia, la satira non deve ledere i diritti inviolabili della persona

(dignità, decoro, reputazione).

Cassazione civile n. 14485/2000:

Nel caso di specie, la sentenza impugnata ha ritenuto superato il limite

della continenza della critica politica per la concorrente presenza di due

elementi: la estraneità della frase ritenuta diffamatoria alla restante parte

dell’articolo e lo sprezzante dileggio insito nella stessa frase.

Circa il diritto di satira, gli orientamenti della giurisprudenza non

sono univoci e anche in dottrina si riscontrano diverse posizioni,

non tutte condivisibili. Eccone alcune:

• La satira, essendo inverosimile, non può mai essere offensiva né

integrare il reato di diffamazione.

• Occorre comunque rispettare sempre i valori fondamentali della persona

(requisito di difficile accertamento).

• La satira non può comunque travalicare il limite della correttezza delle

espressioni.

• I soggetti devono essere personaggi famosi e/o potenti: la notorietà della

persona è una specie di consenso tacito (e allora le persone non note

devono prestare consenso espresso?).

• La satira si fonda sull’attualità più che sulla veridicità: di per sé

l’espressione comica è inverosimile.

• Data la sua maggiore risonanza e diffusione, la satira a mezzo stampa

deve essere più “contenuta” rispetto a quella verbale o quella televisiva

(la carta resta, la TV passa).

Diritto di cronaca e intervista diffamatoria

Viene e pubblicata un’intervista in cui il soggetto interessato pronuncia

frasi diffamatorie nei confronti di terzi.

Il giornalista è responsabile (civilmente o penalmente)?

Sentenza della Cassazione penale, sezioni unite, n. 37140/2001:

Se l’intervistato è un homo publicus, l’espressione del suo pensiero è di

rilevante interesse sociale e quindi il giornalista, tenuto alla narrazione

veritiera dei fatti, deve riportarlo così com’è e non è responsabile per

diffamazione (purché si sia attenuto scrupolosamente alla verità).

Tuttavia, esiste una scala di valori relativa alla notorietà del personaggio e,

conseguentemente, varia l’intensità dell’interesse pubblico alla conoscenza del

suo pensiero.

Quindi occorre accertare in concreto, di volta in volta, se si tratti di

personaggio noto e affidabile, le cui dichiarazioni meritano di essere riportate,

e se il giornalista si sia attenuto scrupolosamente alla verità e all’obiettività.

(... segue)

La posizione della Corte di cassazione apre però notevoli problemi:

1. Chi è un homo publicus?

2. Occorre distinguere fra persona nota e persona di potere?

3. Come stabilire la scala di valori?

4. Il giornalista ha l’obbligo di riportare l’intervista diffamatoria

integralmente o ha un certo potere discrezionale di decidere se,

quando, come pubblicare l’intervista?

5. Per non essere ritenuto responsabile di diffamazione, il

giornalista deve tenere una posizione rigorosamente passiva

oppure può esercitare una certa dose di esagerazione e/o di

provocazione?

Libertà di cronaca e vicende giudiziarie: quale bilanciamento?

L’esercizio del diritto di cronaca da parte del giornalista si scontra con

vari tipi di esigenze:

1) quella del soggetto coinvolto nella vicenda giudiziaria alla tutela

dell’onore, della reputazione, della riservatezza;

2) quella dell’opinione pubblica ad essere informata di fatti di rilevante

interesse sociale;

3) quella degli organi inquirenti e giudicanti alla corretta amministrazione

della giustizia.

Le norme di legge (art. 114 c. p. p. e 684-685 c. p.) vietano la

pubblicazione, in certi casi, degli atti processuali e puniscono (troppo

lievemente?) chi non rispetta tale divieto.

L’art. 147 c. p. p. dispone che il giudice può autorizzare la ripresa del

dibattimento solo con il consenso delle parti. Tuttavia, può prescindere da

esso quando sussiste un interesse sociale particolarmente rilevante.

Segreto professionale e testimonianza nel processo penale

L’art. 2 della l. 69/1963 prevede l’obbligo di rispettare il segreto

professionale sulla fonte delle notizie di carattere fiduciario.

Tuttavia, talvolta il giornalista potrebbe venire a conoscenza di

informazioni utili o addirittura indispensabili per lo svolgimento di

indagini processuali.

Se chiamato a deporre come teste in un processo penale, il giornalista

deve rivelare la fonte di informazione, in deroga alla norma citata?

In effetti, originariamente l’art. 351 c. p. p. non menzionava i

giornalisti fra le altre figure (avvocati, medici, ministri di culto) cui

era concesso di opporre il segreto professionale in sede processuale.

Quindi, i giornalisti che si rifiutavano di rendere nota l’identità dei

loro informatori potevano essere incriminati per falsa testimonianza

(art. 372 c. p.).

(... segue ...)

La Corte costituzionale (sentenza n. 1/1981) ha affrontato la

questione:

«... il segreto giornalistico si differenzia dai segreti elencati nell'art. 351 cod. proc.

pen., in quanto protegge la sola fonte e non anche la notizia: che anzi viene

confidata al giornalista proprio perché egli la divulghi. [...] Si avrebbe piuttosto una

assimilazione alla disciplina processuale del c.d. segreto di polizia di cui all'art.

349, ultimo comma, cod. proc. pen. [...]

Sta di fatto, però, che l'interesse protetto dall'art. 21 della Costituzione non è in

astratto superiore a quello parimenti fondamentale della giustizia: [...]

Di talché, nel conflitto tra tali due istanze (conflitto non certo denegabile nel

momento in cui l'accertamento della verità di dati fatti è suscettibile di essere

ostacolato se non impedito dal segreto che potesse essere mantenuto dal giornalista

sulla fonte di notizie in suo possesso in ordine ai fatti stessi), deve essere appunto il

legislatore nella sua discrezionalità a realizzare la ragionevole ed equilibrata

composizione degli opposti interessi».

(... segue ...)

L’art. 200 dell’attuale codice di procedura penale del 1988 prevede

che:

ai soli giornalisti professionisti iscritti all’albo è concesso, in sede

processuale, di non rivelare l’identità delle persone da cui hanno

ricevuto notizie confidenziali.

Tuttavia il giudice può ordinare al giornalista di farlo in due casi:

1) quando la dichiarazione del giornalista per rifiutarsi di deporre sia

infondata;

2) quando le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato

per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo

attraverso l’indicazione della fonte.

(... segue ...)

Problemi:

La norma non considera la posizione dei giornalisti pubblicisti.

La norma non consente alcuna forma di opposizione all’ordine del

giudice, la cui valutazione è quindi insindacabile.

La protezione offerta al giornalista è inferiore a quella offerta alle

altre forme di segreto professionale (medici, avvocati, ministri di

culto) perché:

a) per queste categorie il segreto si estende a tutti i fatti

conosciuti in ragione del proprio ufficio;

b) il giudice può ordinare loro di testimoniare nel solo caso in

cui la dichiarazione da essi resa per astenersi dal testimoniare

sia infondata.

Libertà di cronaca e tutela della riservatezza

La giurisprudenza ha individuato il fondamento costituzionale del diritto alla

riservatezza negli artt. 2, 3, 13, 14, 15, 29 Cost. e lo ha qualificato come

«diritto erga omnes alla libertà di autodeterminazione nello svolgimento della

libertà dell’uomo come singolo» (es. Cass. Civ. 2129/1975, caso Soraya).

Questo diritto «è violato se si divulgano notizie della vita privata, le quali, per

loro tale natura, debbono ritenersi riservate, a meno che non sussista un

consenso anche implicito della persona, desunto dall’attività in concreto svolta,

o, data la natura dell’attività medesima e del fatto divulgato, non sussista un

prevalente interesse pubblico di conoscenza che va considerato con riguardo ai

doveri di solidarietà politica, economica e sociale inerente alla posizione del

soggetto».

Il concetto di “vita privata” si riferisce «ad una certa sfera della vita

individuale e familiare, alla illesa intimità personale in certe manifestazioni

della vita di relazione, a tutte quelle vicende, cioè, il cui carattere intimo è dato

dal fatto che esse si svolgono in un domicilio ideale, non materialmente legato

ai tradizionali rifugi della persona (le mura domestiche o la corrispondenza)».

(... segue ...)

Talvolta la lesione del diritto alla riservatezza potrebbe coincidere con una

lesione dell’onore e della reputazione, poiché «il diritto all’immagine, al nome,

all’onore, alla reputazione, alla riservatezza non sono che singoli aspetti della

rilevanza costituzionale che la persona, nella sua unitarietà, ha acquistato nel

sistema della Costituzione» (Cass. civ. 978/1996).

Tuttavia tali diritti, pur avendo un fondamento omogeneo, non sono

perfettamente coincidenti. Infatti «il diritto alla riservatezza ha una estensione

maggiore del diritto alla reputazione, ben configurandosi ipotesi di fatti di vita

intima che, pur non influendo sulla reputazione, devono restare riservati»

(Cass. civ. 5658/1998)

Il bilanciamento di opposti valori costituzionali, quali il diritto di cronaca e il

diritto alla riservatezza, si risolve a favore del primo quando siano soddisfatte

le tre condizioni enunciate della citata sentenza-decalogo del 1984: utilità

sociale della notizia, verità dei fatti divulgati, forma civile dell’esposizione

(idem).

Trattamento dei dati personali ed attività giornalistica

Legge 675/1996 e d.lgs. 196/2003 (c. d “codice privacy)

Trattamento = qualunque operazione o complesso di operazioni, svolti con o

senza l'ausilio di mezzi elettronici o comunque automatizzati, concernenti la

raccolta, la registrazione, l'organizzazione, la conservazione, l'elaborazione, la

modificazione, la selezione, l'estrazione, il raffronto, l'utilizzo, l'interconnessione, il

blocco, la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione di dati.

Dati personali = qualunque informazione relativa a persona fisica, persona

giuridica, ente od associazione, identificati o identificabili, anche indirettamente,

mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di

identificazione personale.

Dai dati personali si distinguono i dati sensibili = i dati personali idonei a rivelare

l'origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le

opinioni politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a

carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a

rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, possono essere oggetto di trattamento

solo con il consenso scritto dell'interessato e previa autorizzazione del Garante.

Trattamento dei dati personali: le deroghe per i giornalisti

Il titolare del trattamento dei dati è soggetto a vari obblighi (notificazione al

Garante, trattamento corretto, informativa all’interessato, garantire all’interessato il

diritto di accesso e la rettifica).

(professionisti, pubblicisti e praticanti) sono concesse

Tuttavia ai giornalisti

deroghe ex art. 136-139 del d. lgs. 196/2003:

1) possono trattare i dati sensibili senza consenso scritto dell’interessato e senza

previa autorizzazione del Garante;

2) possono trattare i dati giudiziari (che si riferiscono alle qualità di

imputato/indagato o all’esistenza di precedenti penali) senza previa autorizzazione

del Garante;

3) possono effettuare più liberamente il trasferimento di dati all’estero.

Questo a condizione del rispetto delle norme del codice di deontologia

professionale, da sottoporre all’approvazione del Garante (vedi slides successive).

Il Garante può ordinare, anche su ricorso degli interessati, la correzione o la

cancellazione dei dati trattati illegittimamente.

Il diritto di rettifica

Art. 8 della l. 47/1948, mod. dall’art. 42 della l. 416/1981:

chi è fatto oggetto di notizie false o inesatte può chiederne la

rettifica all’organo di stampa. La rettifica deve essere

obbligatoriamente pubblicata con lo stesso rilievo

tipografico della notizia inesatta. L’interessato può fare

ricorso al giudice per ottenere la pubblicazione obbligatoria

della rettifica. Il giudice può comminare anche una sanzione

amministrativa.

Art. 13 della l. 675/1996: l’interessato ha diritto di chiedere

la rettificazione o l’integrazione dei dati personali.

I codici deontologici

1988: Carta “informazione e pubblicità”

1990: Carta di Treviso per la tutela dei minori nell’attività

giornalistica, intitolata “Per una cultura dell’infanzia”

1993: Carta dei doveri del giornalista

1995: Carta “informazione e sondaggi”

1998: Codice deontologico relativo al trattamento dei dati

personali nell’attività giornalistica

2007: Carta dei doveri dell’informazione economica

Carta “informazione e pubblicità” – 1988

• Il cittadino ha diritto ad una corretta informazione.

• L’autore del messaggio pubblicitario deve essere sempre

riconoscibile.

• Deve essere riconoscibile anche l’identità dell’emittente in favore

del quale viene trasmesso il messaggio pubblicitario.

• Idem per l’identità del committente.

• Il giornalista non deve offrire/accettare compensi di alcun genere

che possono portare alla confusione dei ruoli.

• Il giornalista deve controllare la verità e la correttezza della

notizia ...

• ... e deve rettificare le informazioni inesatte.

Carta di Treviso (protezione dei minori) – 1990

• Si ribadisce l’impegno della Repubblica a proteggere l’infanzia e la gioventù, come previsto

dalla Costituzione italiana.

• Si ribadisce il rispetto dei principi della Convenzione ONU del 1989 sui diritti del fanciullo e

delle altre Convenzioni europee sull’argomento.

• Si precisa che l’interesse dei minori ad una crescita sana, alla tutela della loro privacy e al

benessere psico-fisico deve prevalere su ogni altro interesse.

• Si deve garantire l’anonimato e la non identificabilità del minore coinvolto in fatti di cronaca.

• Il minore non deve esser intervistato o impegnato in trasmissioni televisive o radiofoniche

che possono turbarlo.

• Nel narrare fatti di cronaca non bisogna indulgere su quei particolari che possono portare il

minore all’emulazione.

• Non bisogna indulgere nella diffusione di immagini di minori malati, feriti, svantaggiati, in

difficoltà.

• Se il minore è coinvolto in un rapimento, i dati relativi alla sua identificazione saranno diffusi

solo con il consenso dei genitori.

• Occorre prestare attenzione alle possibili strumentalizzazioni del minore per interessi di

adulti.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico, dell'informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Allegri Maria Romana.

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