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Il bilanciamento dei diritti:

i limiti alla libertà di espressione

Limite espresso:

• buon costume

Limiti impliciti:

• onore e reputazione

• regolare funzionamento della giustizia

• sicurezza dello Stato

• tutela della riservatezza

• ordine pubblico?

Il limite (espresso) del buon costume: la normativa

Art. 21 Cost., u. c.: Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e

tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume.

Art. 528 c. p., comma 1: Chiunque, allo scopo di farne commercio o

distribuzione ovvero di esporli pubblicamente, fabbrica, introduce nel territorio

dello Stato, acquista, detiene, esporta, ovvero mette in circolazione scritti,

disegni, immagini od altri atti osceni di qualsiasi specie, e' punito ..........

Art. 529 c. p.: Agli effetti della legge penale, si considerano "osceni" gli atti e

gli oggetti, che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore. Non si

considera oscena l'opera d'arte o l'opera di scienza, salvo, che, per motivo

diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque

procurata a persona minore degli anni diciotto.

Art. 33 Cost.: L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

Il limite (espresso) del buon costume: la giurisprudenza

Corte costituzionale, sentenza n. 9/1965 (in tema di propaganda di

anticoncezionali): «il buon costume non può essere fatto coincidere [...] con la

morale o con la coscienza etica [...] il buon costume risulta da un insieme di

precetti che impongono un determinato comportamento nella vita sociale di

relazione, la inosservanza dei quali comporta in particolare la violazione del

pudore sessuale, sia fuori sia soprattutto nell'ambito della famiglia, della

dignità personale che con esso si congiunge, e del sentimento morale dei

giovani....»

Corte costituzionale, sentenza n. 293/2000 (in tema di pubblicazione di

fotografie raccapriccianti): «L'art. 15 della legge sulla stampa del 1948 [...]

vieta gli stampati idonei a "turbare il comune sentimento della morale". Vale a

dire, non soltanto ciò che è comune alle diverse morali del nostro tempo, ma

anche alla pluralità delle concezioni etiche che convivono nella società

contemporanea. Tale contenuto minimo altro non è se non il rispetto della

persona umana, valore che anima l'art. 2 della Costituzione, alla luce del quale

va letta la previsione incriminatrice denunciata. »

Il limite (espresso) del buon costume: la giurisprudenza (segue)

Corte costituzionale, sentenza n. 191/1970 (in tema di pubblicazioni oscene): « Il costume

varia notevolmente secondo le condizioni storiche d'ambiente e di cultura, ma non vi è

momento in cui il cittadino, e tanto più il giudice, non siano in grado di valutare quali

comportamenti debbano considerarsi osceni secondo il comune senso del pudore, nel tempo

e nelle circostanze in cui essi si realizzano. »

Corte costituzionale, sentenza n. 368/1992 (in tema di circolazione di materiale

pornografico): «Considerato che si tratta di un limite che l'art. 21 della Costituzione

[...]

contrappone alla libertà dei singoli individui, il "buon costume” non è diretto ad

esprimere semplicemente un valore di libertà individuale o, più precisamente, non è soltanto

rivolto a connotare un'esigenza di mera convivenza fra le libertà di più individui, ma è,

piuttosto, diretto a significare un valore riferibile alla collettività in generale, nel senso che

denota le condizioni essenziali che, in relazione ai contenuti morali e alle modalità di

espressione del costume sessuale in un determinato momento storico, siano indispensabili

per assicurare, sotto il profilo considerato, una convivenza sociale conforme ai principi

costituzionali inviolabili della tutela della dignità umana e del rispetto reciproco tra le

persone (art. 2 della Costituzione). [...] ... la contrarietà al sentimento del pudore non

dipende dall'oscenità di atti o di oggetti in sé considerata, ma dall'offesa che può derivarne al

pudore sessuale, considerato il contesto e le modalità in cui quegli atti e quegli oggetti sono

compiuti o esposti ... »

Il limite (implicito) dell’onore e della reputazione

Onore in senso soggettivo = percezione di sé, della propria dignità

Onore in senso oggettivo = reputazione

Ingiuria = offesa all’onore in senso soggettivo

Diffamazione = offesa all’onore in senso oggettivo

Onore e prestigio della pubblica amministrazione e delle istituzioni

(reati di oltraggio e vilipendio)

Dopo vari interventi della Corte costituzionale, la l. 205/1999 ha abrogato varie figure di

reato di opinione (ad es. “pubblica istigazione ed apologia” oppure “eccitamento al

dispregio e vilipendio delle istituzioni, elle leggi, degli atti dell’Autorità”).

Altri reati sono stati abrogati dalla l. 85/2006 (es. propaganda, apologia sovversiva,

attività antinazionale, vilipendio alla bandiera commessi dal cittadino all’estero) oppure

depenalizzati (es.offesa, vilipendio, danneggiamento della bandiera, vilipendio della

nazione, della Repubblica, delle istituzioni costituzionali, delle forze armate)

Il limite (implicito) dell’onore e della reputazione

e sono eguali davanti alla

Art. 3 Cost., comma 1: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale

legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di

condizioni personali e sociali.

Art. 594 c. p. (ingiuria): Chiunque offende l'onore o il decoro di una persona presente è punito

[...] Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o

telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa [...]

Art. 595 c. p. (diffamazione): Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente,

è punito [...] Se l'offesa è recata col

comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione,

mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è

(aumentata) [...]

Art. 596 c. p., comma 1: Il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non è

ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona

offesa.

Art. 596 bis c.p. (diffamazione col mezzo della stampa): Se il delitto di diffamazione è

commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell'articolo precedente si applicano anche al

direttore o vice-direttore responsabile, all'editore e allo stampatore [...]

Vilipendio: della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali e delle Forze armate (art. 290 c.

p.), della nazione italiana (art. 291 c. p.), della bandiera o altro emblema dello Stato (art. 291 c.

p.), delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell'Autorità (art. 327 c. p.)

Il limite (implicito) del regolare funzionamento della giustizia

Art. 114 del codice penale di procedura penale

Vieta la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con altro

mezzo di diffusione:

• degli atti processuali coperti dal segreto (o anche del loro contenuto);

• degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse;

• degli atti per cui il giudice disponga tale divieto;

ciò può accadere quando la pubblicazione di essi può offendere il buon costume o

comportare la diffusione di notizie coperte da segreto di Stato ovvero causare

pregiudizio alla riservatezza dei testimoni o delle parti private

• delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal

reato;

• dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova

sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la

persona vi consenta;

Non c’è divieto per gli atti non coperti dal segreto, che però possono essere pubblicati solo

dopo la chiusura delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare.

Il limite (implicito) del regolare funzionamento della giustizia

(segue)

Art. 684 c. p. (pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento

penale): Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a

guisa d'informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di

cui sia vietata per legge la pubblicazione, è punito [...]

Art. 685 c. p. (indebita pubblicazione di notizie concernenti un

procedimento penale): Chiunque pubblica i nomi dei giudici, con

l'indicazione dei voti individuali che ad essi si attribuiscono nelle

deliberazioni prese in un procedimento penale, è punito [...]

Però le pene sono irrisorie (contravvenzione oblazionabile)

Il limite (implicito) del regolare funzionamento della giustizia:

la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 25/1965: «L'art. 164 c. p. p., n. 3, limita la libertà di stampa in tutti i

casi in cui il dibattimento viene celebrato a porte chiuse [...] Ma non tiene conto

della circostanza che, in alcune delle ipotesi previste da tali articoli, ed attinenti

soltanto alla presenza fisica del pubblico nelle aule di udienza, il principio della

pubblicità del dibattimento viene sacrificato a tutela di interessi, che nulla hanno a

che vedere con gli interessi della giustizia, e che non possono ricevere alcun

pregiudizio dalla divulgazione a mezzo della stampa di notizie processuali. Nel

caso in cui il dibattimento si tenga a porte chiuse "per ragioni di pubblica igiene, in

tempo di diffusione di morbi epidemici o di altre malattie contagiose" e nel caso in

cui la pubblicità del dibattimento possa "eccitare riprovevole curiosità" il

collegamento fra le due tutele non trova alcuna giustificazione e la norma

impugnata si pone in contrasto col precetto dell'art. 21 della Costituzione».

Il limite (implicito) del regolare funzionamento della giustizia:

la giurisprudenza costituzionale (segue)

Sentenza n. 18/1966: «La libertà di manifestazione del pensiero garantita dall'art.

21 della Costituzione trova, dunque, un limite in una esigenza fondamentale di

giustizia. Ed il bene della realizzazione della giustizia, che, fra l'altro, vale a

garantire ed assicurate l'esercizio di tutte le libertà, compresa quella in esame, è

anche esso garantito, in via primaria, dalla Costituzione. La Corte rileva inoltre che

lo stesso bene viene tutelato dalle norme impugnate [art. 114 c. p. e 164 c. p. p.],

anche sotto un ulteriore duplice aspetto: a) assicurare la serenità e la indipendenza

del giudice, proteggendolo da ogni influenza esterna di stampa, che possa

pregiudicare l'indirizzo delle indagini e le prime valutazioni delle risultanze; ed

assicurare altresì la libertà del giudice vietando quei comportamenti estranei che

possano ostacolare la formazione del libero convincimento; b) tutelare, nella fase

istruttoria, la dignità e la reputazione di tutti coloro che, sotto differenti vesti,

partecipano al processo».

Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato

Art. 52 Cost.: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Corte costituzionale, sent. 86/1977: «E proprio a questo concetto [la difesa della patria]

occorre fare riferimento per dare concreto contenuto alla nozione del segreto politico-

militare, ponendo il concetto stesso in relazione con altre norme della stessa Costituzione

che fissano elementi e momenti imprescindibili del nostro Stato: in particolare vanno

tenuti presenti la indipendenza nazionale, i principi della unità e della indivisibilità dello

Stato (art. 5) e la norma che riassume i caratteri essenziali dello Stato stesso nella formula

di "Repubblica democratica" (art. 1). Con riguardo a queste norme si può, allora, parlare

della sicurezza esterna ed interna dello Stato, della necessità di protezione da ogni azione

violenta o comunque non conforme allo spirito democratico che ispira il nostro assetto

costituzionale dei supremi interessi che valgono per qualsiasi collettività organizzata a

Stato e che, come si è detto, possono coinvolgere la esistenza stessa dello Stato. [...] È

solo nei casi nei quali si tratta di agire per la salvaguardia di questi supremi,

imprescindibili interessi dello Stato che può trovare legittimazione il segreto in quanto

mezzo o strumento necessario per raggiungere il fine della sicurezza. Mai il segreto

potrebbe essere allegato per impedire l'accertamento di fatti eversivi dell'ordine

costituzionale. »

Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato (segue)

Art. 256 c. p., comma 1: Chiunque si procura notizie che, nell'interesse politico,

interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete è punito [...]

Art. 261 c. p., comma 1: Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto

indicate nell'art. 256 è punito [...]

Art. 262 c. p., comma 1: Chiunque rivela notizie, delle quali l'Autorità competente

ha vietato la divulgazione, è punito [...]

Legge 187/2007 (nuova disciplina del segreto di Stato), art. 39: Sono coperti dal

segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui

diffusione sia idonea a recare danno all'integrità della Repubblica, anche in relazione

ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo

fondamento, all'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con

essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato. [...] In nessun caso possono

essere oggetto di segreto di Stato notizie, documenti o cose relativi a fatti di

terrorismo o eversivi dell'ordine costituzionale [...]

Questa disposizione sostituisce l’art. 12 della L. 801/1977, legge che

precedentemente disciplinava il segreto di Stato

Il limite della riservatezza: il fondamento costituzionale

Mancano disposizioni costituzionali esplicite, tuttavia il fondamento

può essere rintracciato nei seguenti articoli:

Art. 2 = catalogo “aperto” dei diritti

Art. 13 = inviolabilità della libertà personale, intesa anche come

libertà morale

Art. 14 = inviolabilità del domicilio

Art. 15 = libertà e segretezza delle comunicazioni

Il limite della riservatezza: la normativa

Articolo 8 CEDU (1950): Diritto al rispetto della vita privata e familiare

Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della

sua corrispondenza.

Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto a meno che tale

ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è

necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del

paese, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o

della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui.

L. 675/1996: Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali

Art. 1: La presente legge garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto

dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare

riferimento alla riservatezza e all'identità personale; garantisce altresì i diritti delle persone

giuridiche e di ogni altro ente o associazione.

D. Lgs. 169/2003: In materia di protezione di dati personali

Art. 2, comma 1: Il presente testo unico, di seguito denominato "codice", garantisce che il

trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali,

nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità

personale e al diritto alla protezione dei dati personali.

Il limite della riservatezza: la giurisprudenza

Corte costituzionale, sentenza n 38/1973 (in tema di protezione del diritto d’autore):

«Non contrastano con le norme costituzionali ed anzi mirano a tutelare e a realizzare i fini

dell'art. 2 affermati anche negli artt. 3, secondo comma, e 13, primo comma, che

riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell'uomo, fra i quali rientra quello del

proprio decoro, del proprio onore, della propria rispettabilità, riservatezza, intimità e

reputazione, sanciti espressamente negli artt. 8 e 10 della Convenzione europea sui diritti

dell'uomo ...»

Corte di cassazione, sentenza n. 2129/1975 (caso Soraya): in questa “storica” sentenza la

negli articoli

Cassazione individua il fondamento costituzionale del diritto alla riservatezza

2, 3, 13, 14, 15, 27, 29 e 41 Cost., oltre che nell’art. 8 della CEDU. Essa precisa che «la

tutela giuridica deve ammettersi in caso di violazione del diritto assoluto di personalità,

inteso quale diritto erga omnes, alla libertà di autodeterminazione nello svolgimento della

personalità dell’uomo come singolo». Tale diritto «è violato se si divulgano notizie della

vita privata, le quali, per loro tale natura, debbono ritenersi riservate, a meno che non

sussista un consenso anche implicito della persona, desunto dall’attività in concreto svolta,

o, data la natura dell’attività medesima e del fatto divulgato, non sussista un prevalente

interesse pubblico di conoscenza che va considerato con riguardo ai doveri di solidarietà

politica, economica e sociale inerente alla posizione del soggetto».

Il limite (implicito) dell’ordine pubblico?

E’ da considerarsi inesistente!

Il concetto di ordine pubblico non è presente nella Costituzione, anche se è stato “salvato”

in varie sentenze (non recenti) della Corte costituzionale, chiamata più volte a pronunciarsi

sulla legittimità delle disposizioni del titolo I (delitti contro la personalità dello Stato) e del

titolo V (delitti contro l’ordine pubblico) del secondo libro del Codice penale.

Qualche esempio:

Sentenza n. 19/1962: «L'esigenza dell'ordine pubblico, per quanto altrimenti ispirata

rispetto agli ordinamenti autoritari, non è affatto estranea agli ordinamenti democratici e

legalitari, né è incompatibile con essi. [...] Non potendo dubitarsi che, così inteso, l'ordine

pubblico è un bene inerente al vigente sistema costituzionale, non può del pari dubitarsi

che il mantenimento di esso - nel senso di preservazione delle strutture giuridiche della

convivenza sociale, instaurate mediante le leggi, da ogni attentato a modificarle o a

renderle inoperanti mediante l'uso o la minaccia illegale della forza - sia finalità

immanente del sistema costituzionale.»

Sentenza n 168/1971: «È ovvio che la locuzione "ordine pubblico" ricorrente in leggi

anteriori al gennaio 1948 debba intendersi come ordine pubblico costituzionale (sentenza

n. 19 dell'anno 1962) che deve essere assicurato appunto per consentire a tutti il godimento

effettivo dei diritti inviolabili dell'uomo. »

Il limite (implicito) dell’ordine pubblico (segue)

In alcune pronunce, la Corte costituzionale ha distinto fra

manifestazioni del pensiero “pure” e dirette a provocare un’azione

contraria all’ordine pubblico (queste ultime, non rientranti nell’ambito

dell’art. 21 Cost.).

Alcuni esempi:

Sentenza n. 84/1969: «...la libertà di propaganda è espressione di quella di manifestazione

del pensiero, garantita dall'art. 21 della Costituzione e pietra angolare dell'ordine

democratico. [...] Con tale criterio si pone in un certo contrasto l'art. 507 del Codice penale

perché fa pensare alla inclusione in una sfera criminosa anche della propaganda di puro

pensiero e di pura opinione [...] La propaganda è di per sé diretta a convincere ...»

Sentenza n. 65/1970: «L'apologia (di reato) punibile ai sensi dell'art. 414, ultimo comma, del

codice penale non è, dunque, la manifestazione di pensiero pura e semplice, ma quella che

per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione

di delitti».

Sentenza n. 16/1973: « L'istigazione (di un militare all’infedeltà o al tradimento), infatti, non

è pura manifestazione di pensiero, ma è azione e diretto incitamento all'azione, sicché essa

non risulta tutelata dall'art. 21 della Costituzione ».

La libertà di comunicazione secondo l’art. 15 Cost.

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di

comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per

atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Corte Costituzionale, sentenza n. 1030/1988: «L'essenziale distinzione tra i

diritti di libertà garantiti dagli artt. 15 e 21 Cost. si incentra effettivamente [...]

sull'essere la comunicazione, nella prima ipotesi, diretta a destinatari

predeterminati e tendente alla segretezza e, nell'altra, rivolta invece ad una

pluralità indeterminata di soggetti».

Corte Costituzionale, sentenza n. 81/1993: «la stretta attinenza della libertà e

della segretezza della comunicazione al nucleo essenziale dei valori della

personalità [...] comporta un particolare vincolo interpretativo, diretto a conferire

a quella libertà, per quanto possibile, un significato espansivo». Ciò vale per

quanto riguarda sia i soggetti destinatari del diritto sia il significato dei termini

“corrispondenza” e “comunicazione”.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico, dell'informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Allegri Maria Romana.

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