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assenza di un interesse parziale a favore dell’amministrazione e che ne condizione le scelte.

L’amministrazione dovrà massimizzare l’interesse pubblico affidato alla sua tutela, insieme agli altri

interessi pubblici e privati coinvolti nella vicenda amministrativa.

2.2 La difficile definizione del principio

1.

Storicamente ad avviare il dibattito sulla pubblica amministrazione in seno alla commissione dei 75,

fu un progetto presentato da Bozzi sul pubblico impiego. Successivamente, Mortati contribuì a

spostare l’accento della discussione sull’amministrazione in generale e sulla responsabilità dei

funzionari. A partire dal 1876 con l’avvento della sinistra al potere, prese il via la questione degli

impiegati, che portò alla rivendicazione di regole e garanzie chiare per la burocrazia.

L’idea di un’amministrazione accentrata intorno all’azione politica, sfocia nell’approvazione

dell’arti 95 che codifica all’interno del nostro ordinamento il principio anglosassone della

ministeriale responsabilità, per la quale i poteri e responsabilità gestionali nei settori di pubblico

intervento vanno ricondotti al ministro, che risponderà al Parlamento per ogni atto compiuto

all’interno del proprio dicastero.

Nella nostra costituzione si distinguono 3 visioni di imparzialità: una tradizionale, dell’800,

espressione di un assetto monista e di un’amministrazione che si rinviene nell’art 95; una visione

weberiana che concepisce un’amministrazione imparziale che opera al servizio della nazione e che

è riferita all’art 97; l’amministrazione decentrata, fondata sull’esistenza di autonomie territoriali e

sul principio di sussidiarietà previsto dal titolo V della costituzione.

2.

Tra i vari tentativi di definire l’imparzialità, si fa riferimento a dei casi..ad es. vi è l’ipotesi di

obbligo di astensione del funzionario che versa in situazione di conflitto di interessi. Una maggiore

attenzione della giurisprudenza è suscitata dal dovere di parità di trattamento tra soggetti che

entrano in contato con l’amministrazione, da cui trae origine l’associazione tra imparzialità e

uguaglianza.

Il principio di imparzialità viene definito come parità di trattamento nei casi uguali. Essa ha

l’obiettivo di garantire il perseguimento degli scopi determinati dalla legge in tutti quei casi in cui si

presenti il rischio di una deviazione da essi.

Vari dottrine come quella di Kelsen, palesa l’idea di un’imparzialità assorbita dalla legalità, data dal

fatto che l’attività amministrativa è concepita come esecuzione del dettato legislativo. Diciamo che

tutte queste teorie hanno avuto una mancanza nel valorizzare l’art 97, in quanto intendono

l’imparzialità come parità di trattamento dei privati o divieto di favoritismi nell’attività della P.A.

3.

Il principio di imparzialità impone alla P.A. di evitare qualunque discriminazione ingiustificata tra

le ragioni soggettive, deve agire nel rispetto delle regole generali dell’attività amministrativa.

Come enunciato dall’art 97, la P.A. deve agire imparzialmente. Sarà per questo imparziale quando

chi amministra non sia personalmente interessato alla materia della decisione. Ad es. i concorsi

pubblici devono far riferimento al principio di imparzialità.

2.3. Uno sguardo comparato

1.

L’imparzialità è stata vista anche in relazione alla politicità indotta dal governo. Sotto due aspetti:

quello istituzionale, con riferimento alla neutralità dell’amministrazione e quello personale per

quanto riguarda la neutralità del pubblico funzionario. Nei paesi anglosassoni, quest’idea di

neutralità politica è stata presa in maggior considerazione ed opera una distinzione tra policy e

politics.

Per policy si intende la determinazione di fini, la scelta di mezzi e qualsiasi altra azione politica che

non comporta l’intervento dei partiti. Per politics, prevede invece i rapporti con i partiti, per riuscire

a conquistare il potere politico.

Nel contesto europeo vi è una declinazione del principio di imparzialità che si identifica nel

principio di proporzionalità, ovvero la necessità che le situazioni facenti capo a singoli soggetti, non

vengano sacrificate se non quanto strettamente necessario. Comporta che ogni misura incidente su

singole situazioni private debba essere idonea, cioè adeguata all’obiettivo da perseguire e si parlerà

di suitabilitiy. Deve essere necessaria, nel senso che nessun altro strumento ugualmente efficace

ma meno incidente, sia disponibile(necessity).

2.

Nel pensiero anglosassone, con riguardo all’imparzialità, vengono effettuati 2 tipi di studi:

• dottrinario-costituzionalistico: riferito agli studiosi di diritto costituzionale che si

preoccupano degli strumenti e modi con cui il paritito dominante ed il presidente della

repubblica possono comunicare alla P.A. l’indirizzo politico sulla base del quale sono stati

eletti. Diciamo che il principio di imparzialità assume 2 significati, ovvero seguire gli

indirizzi politici della maggioranza ed essere in grado di opporsi ai tentativi di usare il

potere per fini di parte. Essi rivelano come sia necessario che la P.A, rispetto al potere

politico, sia dipendente (al fine di assicurare la democraticità dell’amministrazione stessa)

ed indipendente (per garantirne l’imparzialità).

3. • Giurisprudenziale-amministrativo: riferito alla giurisprudenza delle corti inglesi, nelle

controversie fra i privati e la P.A. Vi deve essere una garanzia del privato da abusi del potere

pubblico. Si parla di natural justice in cui le corti la ritengono posta dalle leggi del

Parlamento ed, in assenza di altre precisazioni, la legge debba essere interpretata nel modo +

razionale ed equo.

4.

Precedentemente abbiamo parlato dei paesi anglosassoni. In Germania, invece, l’imparzialità viene

concepita come un dovere del funzionario. Gli studiosi hanno definito funzionario imparziale

colui che obbedisce fedelmente ai Governi, regolarmente nominati ed è indipendentemente dal loro

orientamento politico. Nel senso che sacrifica il proprio punto di vista a vantaggio del corretto e

legale funzionamento delle istituzioni. Questa visione è portata avanti da Weber.

Vi era una visione restrittiva dell’imparzialità, ad es. per affermare la necessità della parità di

trattamento, veniva richiamato il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

5.

Nel diritto comunitario il principio di imparzialità compare nell’art 8 del codice di condotta per le

istituzioni comunitarie e i loro funzionari, prevedendo che quest’ultimi dovranno astenersi da ogni

azione arbitraria o trattamento preferenziale. Nella giurisprudenza comunitaria il principio di I. è

posto in connessione con il principio di buona amministrazione. Nell’art 41 della carta europea dei

diritti, il primo è collocato all’interno del secondo, inteso dal giudice comunitario come capacità

funzionale dell’amministrazione di operare nel confronti con gli interessi del privato e delle

garanzie procedurali a favore di quest’ultimo.

2.4 Conclusioni

2.

Con riferimento all’art 97, la corte di cassazione definisce che qualora il pubblico funzionario

compia dei favoritismi, in violazione dell’obbligo di trattare equamente tutti i soggetti portatori di

interessi tutelabili, è ravvisabile il delitto di abuso d’ufficio.

CAPITOLO III

Il principio della parità di trattamento tra uomini e donne

3.1 Il principio della parità di trattamento tra uomini e donne nel diritto

internazionale

La nostra costituzione all’art 3, garantisce il principio di uguaglianza formale, come parità di

trattamento e divieto per lo stato di emanare provvedimenti che siano discriminatori con riguardo al

sesso, razza, ecc., con il compito di rimuovere ogni ostacolo alla piena parità tra uomini e donne

nella vita sociale, culturale ed economica e di promuovere la parità di accesso alle cariche elettive.

Con la costituzione si è rivolta l’attenzione sulla necessità di assicurare la parità di trattamento tra

lavoratori e lavoratrici, salvaguardando quest’ultime nel loro naturale ruolo di madri. Ci sono

diversi art a riguardo, ad es. l’art 37 che a parità di lavoro, riconosce l’eguaglianza di diritti e

retribuzione fra lavoratori e lavoratrici. Questo art trova riferimento nella legge 9 dicembre 1977,

n.903, in parte oggi abrogata e trasfusa nel d.lgs. del 26/3/01 n.151.

L’art 1 di questa legge prevede che il divieto di discriminazione si applichi anche alle iniziative in

materia di orientamento, formazione, mentre l’art 2 ribadisce la garanzia costituzionale della parità

di trattamento retributivo fra lavoratori e lavoratrici, precisando che è destinata ad operare quando

le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. Sempre della stessa legge tra le discriminazioni

vi è l’attribuzione delle qualifiche e delle mansioni e alla progressione nella carriera.

Le norme della legislazione speciale, con riferimento allo statuto dei lavoratori sanciscono il divieto

di atti discriminatori, che si caratterizzano per l’illiceità del motivo, consistenti della

diversificazione del trattamento di soggetti che versano in una situazione di particolare debolezza.

Conseguenza della decisione della cassazione n.4570 del 1996, il datore di lavoro sarà libero di

negare ad un lavoratore, subentrato nella posizione di lavoro di un uscito o trasferito, con lo stesso

trattamento retributivo e inquadramento, laddove non sia stato sancito dal contratto collettivo che a

quella posizione professionale corrisponde in modo inequivocabile una certa qualifica.

Per ottenere pari opportunità e rimuovere gli ostacoli che la impediscono, si è ritenuto procedere

con l’adozione di azioni positive, consistenti nella promozione dell’occupazione femminile e nella

realizzazione dell’uguaglianza sostanziale fra lavoratori e lavoratrici. Queste azioni sono misure

speciali che accelerano il processo di instaurazione di fatto dell’uguaglianza e combattono le forme

di discriminazione dirette e indirette nei confronti delle lavoratrici. Si affiancano alla legislazione e

si traducono in interventi concreti da parte delle organizzazioni di lavoro, nelle assegnazioni di

posti, nelle promozioni. Per l’attuazioni di queste azioni, fondamentale in Italia è la legge del

10/4/91 n.125 che riprende i principi espressi dalla l.903.

3.2 Parità nel rapporto di lavoro in ambito europeo ed internazionale

La parità tra uomini e donne è un principio fondamentale riconosciuto dal diritto comunitario.

Durante gli anni 70, la comunità europea è impegnata sul fronte della parità dei sessi ricorrendo al

diritto comunitario derivato emanando direttive di armonizzazione della legislazione degli stati

membri.

Si fa riferimento a 3 direttive:

una del ’75 che prevedeva il riavvicinamento delle legislazioni degli stati membri relative

all’applicazione del principio della parità della retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e quelli

di sesso femminile;

una del ’76 che ha trovato attuazione in un d.lgs. del 2005, relativo all’attuazione del principio della

parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla

formazione e alla promozione professionale e le condizione di lavoro;

una del ’78 relativa alla graduale attuazione del principio di parità di trattamento tra gli uomini e le

donne in materia di sicurezza sociale.

Nel 1966 vengono adottati 2 patti: quello internazionale sui diritti civili e politici e quello sui

diritti economici, sociali e culturali.

E’ discriminazione nei confronti della donna ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul

sesso, che abbia come conseguenza o scopo, quella di compromettere o distruggere il

riconoscimento, il godimento o esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato


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maryda88

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maryda88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico comparato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guglielmo Marconi - Unimarconi o del prof Asprone Maurizio.

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