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Riassunto esame Diritto, prof. Rossi, libro consigliato Diritto dell'Unione Europea, Tesauro Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Rossi, Diritto dell'Unione Europea, Tesauro. Gli argomenti trattati sono: tutti gli istituti del diritto comunitario. Vengono affrontati anche alcuni argomenti non trattati dal manuale ma chiesti all'esame (ad es. la cooperazione rafforzata e l'acquis comunitario).... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Unione Europea docente Prof. L. Rossi

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ESTRATTO DOCUMENTO

RIPARTIZIONE DELLE

COMPETENZE TRA UE E

STATI MEMBRI

In base all’art.5 TUE le competenze sono ripartite tra l’Ue e gli Stati membri in base al principio

di attribuzione e sono esercitate in base ai principi di sussidiarietà e proporzionalità.

In base al principio di attribuzione , l’Ue è competente nelle materie che le sono state

attribuite dagli Stati e in tali materie deve esercitare la potestà normativa per perseguire gli

obiettivi fissati dai trattati. Pertanto spetta agli Stati attribuire i poteri all’Ue e l’Ue deve

esercitare tali poteri nei limiti segnati dai trattati, anche in termini finalistici. Per converso

qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.

Tuttavia l’art.352 TFUE contiene la c.d. clausola di flessibilit à, cioè prevede una procedura

per l’ampliamento dei poteri dell’Ue. In pratica il Consiglio, su proposta della Commissione e

previa approvazione del Parlamento, può adottare all’unanimità atti normativi in materie che non

rientrano espressamente nella sfera di competenza dell’Ue quando ciò appare necessario per

realizzare gli obiettivi dei trattati. La clausola di flessibilità però non può essere utilizzata per

l’adozione di misure in materia di politica estera e di sicurezza comune.

Secondo alcuni la clausola di flessibilità è espressione della teoria dei poteri impliciti, per cui le

organizzazioni internazionali, al di là della formale attribuzione, possono esercitare tutti i poteri

necessari al raggiungimento dei fini statutari. Tuttavia a ben vedere la clausola di flessibilità non

ha nulla a che vedere con tale teoria, infatti l’art.352 prevede una procedura formale per

l’ampliamento dei poteri dell’Ue e impone il rispetto di limiti e condizioni. Pertanto non si tratta

di poteri impliciti, bensì espliciti.

In base all’art.2 TFUE, le competenze dell’Unione sono distinte in esclusive, concorrenti e

complementari.

COMPETENZA ESCLUSIVA

Le materie di competenza esclusiva dell’Ue sono previste tassativamente dall’art.3 TFUE. L’Ue

ha competenza esclusiva in materia di:

unione doganale,

­ concorrenza nel mercato comune,

­ politica monetaria (per gli Stati che hanno l’euro),

­ politica commerciale comune,

­ conclusione degli accordi internazionali necessari per esercitare le competenze interne.

­

Nelle materie di competenza esclusiva soltanto l’Ue può legiferare e adottare atti giuridicamente

vincolanti. Mentre gli Stati possono legiferare soltanto se autorizzati dall’Ue o per attuare gli atti

comunitari. In pratica quando una materia esclusiva non è già disciplinata dall’Ue, gli Stati possono

intervenire con propri atti normativi solo previa autorizzazione della Commissione; gli interventi

statali non autorizzati determinano un’infrazione. Inoltre, a fronte dell’intervento dell’Ue, gli Stati

possono mantenere le loro normative preesistenti solo se autorizzati.

COMPETENZA CON CORRENTE

In base all’art.4 TFUE, l’Ue ha competenza concorrente in materia di:

mercato interno,

­ politica sociale per ciò che riguarda gli aspetti previsti dal trattato,

­ coesione economica, sociale e territoriale,

­ agricoltura e pesca,

­ trasporti,

­ ambiente,

­ protezione dei consumatori,

­ energia,

­ spazio di libertà, sicurezza e giustizia.

­

L’elenco delle materie di competenza concorrente è suscettibile di essere modificato attraverso la

procedura di revisione del trattato.

Nelle materie di competenza concorrente possono legiferare sia l’Ue che

gli Stati membri, però l’esercizio delle potestà statali è residuale, nel

senso che gli Stati hanno la piena competenza normativa soltanto se non interviene l’Unione. In

pratica quando l’Ue interviene nella materia concorrente, gli Stati possono adottare soltanto

norme di attuazione della disciplina comunitaria, posto ovviamente che quest’ultima non sia

autoapplicativa, perché se la normativa comunitaria è esaustiva gli Stati non hanno margini di

intervento.

Comunque l’Ue nell’intervenire nelle materie di competenza concorrente deve rispettare i principi

di sussidiarietà e proporzionalità. In base al principio di sussidiar iet à l’Unione può

intervenire nelle materie concorrenti soltanto se la sua azione risulta più adeguata ed idonea a

conseguire gli obiettivi rispetto a quella dello Stato. In base al principio di proporzionalit à

l’intervento dell’Unione deve essere utile alla realizzazione dell’obiettivo per cui la competenza è

stata attribuita; deve essere necessario ed indispensabile; e deve essere realizzato con i mezzi meno

pregiudizievoli per altri obiettivi ed interessi.

Infine, ai parlamenti nazionali spetta controllare il rispetto del principio di sussidiarietà, sia ex

ante che ex post. Infatti la Commissione deve trasmettere ogni sua proposta legislativa ai

parlamenti nazionali ed ogni parlamento può segnalare la non conformità al principio di

sussidiarietà. Inoltre, in seguito all’adozione dell’atto da parte dell’Ue, i parlamenti possono

ricorre alla Corte per violazione del principio di sussidiarietà.

COMPETENZA COMPLEMENTARE

Vi sono materie dove la competenza dell’Ue è complementare, nel senso che l’intervento dell’Ue

assume un’ampiezza diversa a seconda della materia oggetto di disciplina.

In materia di sport, formazione professionale, istruzione, cultura, turismo, industria,

• tutela della salute e protezione civile, l’Ue può intervenire soltanto al fine di sostenere,

coordinare e completare l’intervento degli Stati membri, i quali hanno praticamente una

competenza normativa esclusiva.

In materia di politica economica, occupazionale e sociale, l’Ue può soltanto dettare linee

• guida che gli Stati devono prendere in considerazione nell’elaborazione delle loro politiche

nazionali. PRIN CIPI DELL’UE

Alcuni principi dell’Ue sono espressamente enunciati nei trattiti, altri invece sono il frutto

dell’elaborazione giurisprudenziale. In ogni caso si tratta di principi che fungono da parametro di

legittimità, tanto degli atti dell’Unione, quanto degli atti e dei comportamenti degli Stati.

PRIN CIPIO DELLA CERTEZZA DEL

DIRITTO

Il principio della certezza del diritto ha diverse implicazioni ed è stato più volte applicato dalla

Corte di giustizia. In primo luogo esso si traduce nell’esigenza che l’attività amministrativa e

normativa dell’Unione e degli Stati membri sia chiara e trasparente. In secondo luogo il principio

della certezza del diritto si traduce nel principio del legittimo affidamento.

Sulla base del principio della certezza del diritto, la Corte di giustizia ha affermato che gli atti

normativi non possono essere retroattivi, salvo eccezioni. Inoltre esso è stato richiamato per

affermare che le sentenze passate in giudicato fanno stato sia nell’ordinamento comunitario che in

quelli degli Stati membri. Infine è stato preso in considerazione per censurare i comportamenti

dell’amministrazione che tradiscono un’aspettativa ragionevolmente fondata del privato.

PRIN CIPIO DI PROPORZIONALITA’

In base al principio di proporzionalità i mezzi utilizzati per raggiungere uno scopo devono essere

idonei e non eccessivi rispetto al fine. Il principio di proporzionalità è utilizzato dalla

giurisprudenza innanzitutto per verificare la legittimità degli atti che impongono obblighi o

sanzioni. In secondo luogo è utilizzato per verificare il corretto esercizio della facoltà di deroga

conferita agli Stati membri in vista di particolari esigenze.

PRIN CIPIO DELLA LEALE

COOPERAZIONE

Il principio della leale cooperazione assume tre significati.

In primo luogo si traduce nell’obbligo di cooperazione degli Stati membri nei confronti delle

istituzioni europee, per cui gli organi degli Stati membri devono facilitare le istituzioni europee

nell’assolvimento dei loro compiti e adoperarsi affinché siano raggiunti gli obietti dei trattati.

Sotto questo profilo il principio di leale cooperazione implica, ad esempio, che gli Stati sono

obbligati a dare esecuzione alle sentenze della Corte di giustizia, devono adottare gli atti necessari

alla corretta attuazione delle norme comunitarie e devono contribuire a realizzare gli obiettivi dei

trattati perfino in carenza/in attesa di un intervento dell’Ue. Inoltre i giudici nazionali devono

garantire una tutela giurisdizionale piena ed effettiva dei diritti riconosciuti ai singoli dalle norme

comunitarie e gli Stati devono risarcire i privati per la violazione del diritto dell’Unione.

Infine gli Stati non solo devono adottare le misure necessarie perché i singoli possano godere dei

diritti loro attribuiti dall’Ue, ma devono anche far si che i singoli osservino gli obblighi loro

imposti dall’Ue.

In secondo luogo il principio di leale cooperazione si traduce nell’obbligo di cooperazione reciproca

tra Stati, per cui gli Stati devono cooperare al fine di far funzionare al meglio l’Unione e ottenere

la corretta applicazione del diritto comunitario. In base al TUE gli Stati devono assistersi

reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati.

In terzo luogo il principio di leale cooperazione si traduce nell’obbligo di cooperazione delle

istituzioni europee nei confronti degli Stati membri.

PRIN CIPIO DELL’EFFETTIVITA’

DELLA TUTELA GIURISDIZIONALE

Il principio dell’effettività della tutela giurisdizionale è stato sviluppato dalla Corte di giustizia

sulla base di due criteri, ovvero il criterio di equivalenza e il criterio di effettività. In base al

criterio di equivalenza la tutela dei diritti attribuiti dalle norme dell’Ue deve essere pari a quella

prevista per i diritti attribuiti dalle norme nazionali. In base al criterio di effettività i rimedi

giurisdizionali degli Stati devono essere tali da non rendere praticamente impossibile o

eccessivamente gravoso l’esercizio dei diritti attribuiti dalle norme dell’Unione. L’art.19 TUE

afferma a riguardo che gli Stati devono predisporre i rimedi giurisdizionali necessari ad assicurare

una tutela effettiva nei settori disciplinati dal diritto comunitario.

PRIN CIPIO DI UGU AGLIANZA

Il principio di uguaglianza è stato riconosciuto dalla Corte di giustizia come principio generale

dell’Ue. La Corte ha riconosciuto il principio nella sua portata più ampia come divieto di trattare

in modo diverso situazioni uguali. Poi, nei trattati il principio trova delle specificazioni. Infatti

l’art.18 TFUE afferma il divieto di discriminazione in base alla nazionalità; l’art 40 TFUE

afferma il divieto di discriminazione tra produttori o consumatori dell’Unione; l’art.157 TFUE

sancisce il principio della parità retributiva tra uomo e donna.

Proprio in materia di lavoro, la Corte di giustizia ha voluto garantire un’uguaglianza non solo

formale ma anche sostanziale. Infatti la giurisprudenza considera contrarie al principio di

uguaglianza anche le normative nazionali che, pur essendo fondante apparentemente su criteri

neutri, finiscono con lo sfavorire di fatto le donne. Inoltre il principio della parità di retribuzione

viene considerato non solo espressione del principio di uguaglianza, ma anche espressione di un

diritto fondamentale della persona.

CASO COWAN

Nel caso Cowan la Corte ha riconosciuto anche ai turisti stranieri il diritto al risarcimento del

danno, previsto dalla legislazione nazionale per i soli cittadini. E lo ha fatto sulla base del

generale principio di uguaglianza, inteso come diritto alla parità di trattamento, affermando che

esso opera anche nelle fattispecie rispetto alle quali non è previsto espressamente un divieto di

discriminazione. Di conseguenza le norme statali non possono mai discriminare i cittadini dell’Ue,

né limitare le libertà fondamentali garantite dal Trattato, come appunto la libertà di circolazione

delle persone.

DIRITTI FONDAMENTALI

In materia di diritti fondamentali, il primo passo è stato compiuto dalla Corte di giustizia, la

quale ha affermato che i diritti riconosciuti comunemente dalle costituzioni degli Stati membri e

dalla CEDU (Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo) fanno parte dei

principi generali dell’Ue. Di conseguenza la Corte si è riservata il compito di verificare di volta in

volta il rispetto dei diritti fondamentali nelle materie di competenza dell’Unione; più precisamente

la Corte controlla che gli atti dell’Ue e gli atti nazionali che ne danno attuazione rispettino i

diritti fondamentali. Rimangono escluse dal controllo della Corte di giustizia soltanto le leggi

nazionali riguardanti materie di competenza esclusiva degli Stati.

Poi, il TUE ha qualificato espressamente i diritti fondamentali come principi generali dell’Ue,

formalizzando con ciò la giurisprudenza della Corte di giustizia.

Infine è intervenuta la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (Carta di Nizza), alla quale nel

2007 è stato attribuito il valore giuridico dei trattati. La Carta afferma tutti i diritti che nel corso

degli anni erano stati riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia ed oggi rappresenta

la prima fonte in materia di diritti fondamentali.

Resta aperta la questione CEDU, infatti l’Unione non ha ancora aderito alla Convenzione,

tuttavia ciò non pone problemi a livello pratico in quanto i diritti affermati dalla CEDU sono

stanzialmente analoghi a quelli riconosciuti dalla Carta di Nizza. Comunque l’art.6 TUE sancisce

l’impegno dell’Unione ad aderire alla CEDU; l’effettiva adesione resta subordinata alla

stipulazione di un accordo internazionale che dovrà essere concluso dal Consiglio all’unanimità,

previa approvazione del Parlamento.

RAPPORTO TRA DIRITTO

COMUNITARIO E DIRITTO

INTERNO

Le NORME DEI TRATTATI hanno con il nostro ordinamento lo stesso impatto delle altre norme

internazionali pattizie. In pratica le norme dei trattati dell’Ue entrano nel nostro ordinamento

attraverso la procedura di adattamento, per cui il Parlamento autorizza con legge la ratifica del

trattato da parte del Presidente della Repubblica; nella stessa legge di autorizzazione è contenuto

l’ordine di esecuzione con cui viene disposto l’adattamento dell’ordinamento interno agli obblighi

internazionali.

Le NORME DI DIRITTO DERIVATO non richiedono un’apposita procedura di adattamento,

bensì possono richiedere caso per caso l’adozione di atti interni di attuazione.

In linea di principio il regolamento è direttamente applicabile, il che significa che produce i suoi

effetti senza che sia necessario un intervento del legislatore nazionale. Sono comunque previste

delle eccezioni, ovvero casi in cui lo stesso regolamento prevede come necessarie delle norme interne

di attuazione. In ogni caso comunque il testo del regolamento non può essere riprodotto in un atto

interno di recepimento in quanto ciò costituirebbe elusione della competenza esclusiva della Corte

di giustizia in materia di controllo di legittimità ed interpretazione.

Invece la direttiva richiede delle misure interne di attuazione: lo Stato deve adottare tutti gli atti

necessari a realizzare l’obiettivo prescritto dalla direttiva. Tuttavia esistono anche direttive

direttamente applicabili, aventi quindi natura sostanzialmente regolamentare.

EFFETTO DIRETTO DEL DIRITTO

COMUNITARIO

L’effetto diretto è la capacità delle norme comunitarie di creare direttamente diritti in capo ai

singoli. La conseguenza pratica dell’effetto diretto è la possibilità per il singolo di far valere

direttamente di fronte al giudice nazionale il diritto vantato in forza della norma comunitaria.

Inoltre la norma dotata di effetto diretto obbliga alla sua applicazione anche gli organi

amministrativi dello Stato centrale e degli enti territoriali.

Sono provviste di effetto diretto tutte le norme comunitarie chiare e precise, la

cui applicazione non richiede l’emanazione di ulter iori atti comunitari o

nazionali. Possono essere tali non solo le norme dei trattati e dei regolamenti (che per

definizione sono direttamente applicabili) ma anche quelle contenute in decisioni e direttive. In

pratica ai fini dell’effetto diretto non conta la forma dell’atto bensì la sostanza, pertanto occorre

esaminare caso per caso la portata della norma e valutare se essa sia o meno suscettibile di

applicazione immediata nei confronti dei singoli.

Inoltre perché si produca l’effetto diretto nei confronti dei singoli non è necessario che la norma sia

ad essi formalmente destinata. Infatti possono essere provviste di effetto diretto anche le norme

indirizzate agli Stati che impongono obblighi: ciò in quanto ad un obbligo dello Stato corrisponde

un diritto del singolo. Ad esempio hanno effetto diretto le norme del TFUE che impongono agli

Stati di abolire gli ostacoli alla libera circolazione delle merci e delle persone. Proprio nella

sentenza Van Gend en Loos, avente ad oggetto l’art.30 TFUE, la Corte ha affermato che i diritti

dei singoli possono anche essere una contropartita di precisi obblighi imposti agli Stati, nel senso

che ad un divieto chiaro ed incondizionato dello Stato corrisponde un diritto del singolo alla sua

osservanza; diritto che appunto il singolo può far valere direttamente davanti al giudice

nazionale.

EFFETTO DIRETTO DELLE DIRETTIVE

Anche le direttive possono essere dotate di effetto diretto, infatti nella prassi esistono direttive che

contengono disposizioni chiare e precise, suscettibili di applicazione immediata, ovvero le

cosiddette direttive autoapplicative. Le direttive autoapplicative vanno tenute distinte dalle

direttive dettagliate, perché queste ultime impongono allo Stato un comportamento specifico per

realizzare l’obiettivo, mentre le direttive autoapplicative, a prescindere dal grado di dettaglio,

contengono norme che attribuiscono direttamente un diritto al singolo.

Pertanto hanno effetto diretto le direttive che contengono disposizioni chiare e precise, la cui

applicazione non richiede l’emanazione di ulteriori atti, se non formalmente. Tuttavia l’effetto

diretto è riconosciuto a queste direttive non come qualità intrinseca, ma soltanto se non trasposte

tempestivamente. In pratica l’effetto diretto in questo caso ha una valenza sanzionatoria in

quanto attribuisce al giudice nazionale il compito di realizzare lo scopo della direttiva al fine di

tutelare la posizione del singolo lesa dall’inadempimento dello Stato. Di conseguenza le

disposizioni della direttiva non tempestivamente adempiuta possono essere fatte valere dal singolo

soltanto nei confronti dello Stato e non anche nei confronti di altri individui. Si tratta dell’effetto

diretto verticale per cui la direttiva può essere invocata dal singolo solo contro lo Stato. Per

converso è escluso l’effetto diretto orizzontale della direttiva, cioè la possibilità per il singolo di far

valere la norma anche nei confronti dei privati.

A ben vedere però la negazione dell’effetto diretto orizzontale della direttiva è soltanto formale,

nel senso che di fatto può essere superata in due modi, cioè:

attraverso il richiamo di un principio generale. Le norme della direttiva vengono

­ direttamente applicate anche nelle controversie tra privati quando sono espressione di un

principio generale dell’Ue: in queste ipotesi l’effetto diretto viene riferito non alla direttiva

ma al principio.

attraverso l’interpretazione conforme. L’interpretazione conforme consente di affermare

­ nella sostanza l’effetto diretto orizzontale della direttiva, infatti interpretando le norme

interne conformemente alle norme della direttiva il giudice nazionale finisce in pratica con

l’applicare la direttiva alla controversia tra privati.

Va infine precisato che le direttive non adempiute dallo Stato, ancorché sprovviste di effetto di

diretto, fanno comunque parte del diritto comunitario e quindi possono essere assunte come

parametro per valutare la legittimità delle norme nazionali, tanto di fronte alla Corte di giustizia

in sede di procedura di infrazione, quando di fronte alla Corte costituzionale.

OBBLIGO DI INTERPRETAZIONE

CONFORME

L’obbligo di interpretazione conforme è stato affermato dalla Corte di giustizia, per cui i giudici,

devono interpretare il proprio diritto interno nel modo più compatibile possibile con il diritto

comunitario. L’interpretazione del diritto comunitario spetta esclusivamente alla Corte di

giustizia e una pronuncia che precisa il significato di una norma comunitaria ha la stessa efficacia

di quest’ultima.

Comunque l’obbligo di interpretazione conforme incontra dei limiti:

l’interpretazione conforme ad una direttiva non trasposta non può comportare un obbligo

­ per il singolo, né un aggravamento della responsabilità penale;

l’interpretazione conforme non può tradursi in un’interpretazione contra legem, cioè

­ contraria ai principi dell’ordinamento nazionale.

PRIMATO DEL DIRITTO

COMUNITARIO

Le norme del diritto comunitario prevalgono sulle norme interne, sia precedenti che successive, di

qualsiasi rango. La conseguenza pratica del primato del diritto comunitario è che la norma interna

contrastante con la norma comunitaria deve essere disapplicata dal giudice nazionale rispetto al

caso concreto. Infatti il giudice ha l’obbligo di applicare integralmente il diritto comunitario,

disapplicando di conseguenza la norma interna configgente.

Inoltre il primato del diritto comunitario comporta anche l’obbligo dell’amministrazione di non

dar corso agli atti amministrativi riconosciuti incompatibili con il diritto comunitario dalla Corte

di giustizia.

Infine si è affermato che non è ammissibile il referendum abrogativo delle leggi di adattamento e

neppure di quelle che, direttamente o indirettamente, costituiscono l’adempimento degli obblighi

comunitari.

Ma come si è ar rivati ad affer mare la prevalenza del diritto comunitario?

In Italia non è stato facile arrivare all’affermazione della prevalenza del diritto comunitario sul

diritto interno perché la Corte costituzionale non si è subito adeguata alla giurisprudenza della

Corte di giustizia; quindi si è sviluppata una dialettica tra le due corti, segnata da varie fasi,

prima di giungere al definitivo riconoscimento del primato del diritto comunitario anche da parte

della Corte costituzionale.

La dialettica tra la Corte costituzionale e la Corte di giustizia inizia negli anni ’60, con il caso

Costa Enel. La corte costituzionale afferma che il conflitto tra il regolamento comunitario e la

legge ordinaria va risolto dal giudice sulla base del criterio cronologico, per cui la norma successiva

prevale sulla precedente, e ciò in quanto gli atti comunitari hanno lo stesso rango della legge

ordinaria. La Corte di giustizia afferma una posizione antitetica, per cui l’ordinamento

comunitario è autonomo, di conseguenza gli Stati non possono applicare le norme interne

successive in luogo di quelle comunitarie perché altrimenti farebbero venir meno l’uniformità e

l’efficacia del diritto comunitario in tutta la Comunità. In pratica fin da subito la Corte di

giustizia sostiene che il diritto comunitario prevale in virtù di una forza propria.

Negli anni ’70 la Corte costituzionale si avvicina alla Corte di giustizia; nel senso che con la

sentenza Industrie Chimiche, afferma che il conflitto tra il regolamento comunitario e la legge

ordinaria non va più risolto sulla base del criterio cronologico, bensì occorre instaurare un giudizio

di legittimità costituzionale in quanto la violazione del regolamento da parte della legge si traduce

in una violazione dell’art.11 Cost.

Tuttavia questo meccanismo previsto dalla Corte Costituzionale viene dichiarato incompatibile con

il diritto comunitario. In pratica la Corte di giustizia, nella sentenza Simmenthal, afferma che le

norme comunitarie dotate di effetto diretto (quali quelle dei regolamenti) devono essere

immediatamente applicate dal giudice nazionale; di conseguenza il meccanismo previsto dalla

Corte costituzionale non può essere accettato proprio in quanto impedisce al giudice di applicare

immediatamente il diritto comunitario, dovendo questi sospendere il giudizio a quo ed instaurare

un giudizio di legittimità costituzionale in caso di incompatibilità con la legge nazionale.

Nel 1984 la Corte costituzionale, con la sentenza Granital, accetta finalmente il primato del

diritto comunitario. La Corte afferma che l’ordinamento comunitario e l’ordinamento nazionale

sono autonomi ancorché coordinati in forza del principio di attribuzione, per cui in determinate

materie la competenza normativa è stata attribuita all’Unione. Di conseguenza nelle materie di

competenza dell’Ue devono essere applicate le norme comunitarie dotate di effetto diretto e le

norme interne confliggenti devono essere disapplicate dal giudice. Quindi non è più necessario

instaurare il giudizio di costituzionalità, salvo in tre ipotesi, ovvero: quando la norma comunitaria

è priva di effetto diretto; quando la norma interna confligge con i principi fondamentali del nostro

ordinamento e quando la norma interna è tesa ad impedire la perdurante osservanza del trattato.

ATTI DI DIRITTO

DERIVATO

Gli atti di diritto derivato sono gli atti prodotti dalle istituzioni europee, la cui forza deriva dai

trattati istitutivi e vengono posti in essere proprio per attuare ed applicare gli stessi. Tali atti non

possono restringere o modificare le norme dei trattati, in quanto gerarchicamente sottordinati.

In base all’art.288 TFUE gli atti der ivati sono :

i regolamenti,

­ le decisioni,

­ le direttive,

­ le raccomandazioni,

­ i pareri.

­

I regolamenti, le decisioni e le direttive sono vincolanti. Mentre le raccomandazioni e i pareri sono

atti non vincolanti. Comunque, gli atti previsti dal TFUE non esauriscono la categoria degli atti

derivati, infatti ve ne sono altri, cosiddetti atipici.

I regolamenti, le decisioni e le direttive sono distinti a loro volta in atti

legislativi e atti non legislativi.

ATTI LEGISLATIVI. Gli atti legislativi sono i regolamenti, le decisioni e le direttive

adottati con procedura legislativa (ordinaria o speciale) a partire da una proposta della

Commissione.

ATTI NON LEGISLATIVI. Gli atti non legislativi sono i regolamenti, le decisioni e le

direttive adottati senza procedura legislativa. Gli atti non legislativi si dividono a loro volta in

atti di 2°grado e atti di 3° grado.

Gli atti non legislativi di 2°grado sono gli atti adottati da un’istituzione sulla base di una

specifica disposizione del trattato. Ad esempio sono tali gli atti adottati dalla Commissione

nell’esercizio del suo autonomo potere normativo.

Gli atti non legislativi di 3°grado sono gli atti volti a rendere operativi gli atti legislativi. Più

precisamente sono atti non legislativi di 3°grado gli atti delegati e gli atti esecutivi. Tali atti sono

adottati dalla Commissione sulla

base di una delega contenuta in un atto legislativo, che può sempre essere revocata dal Parlamento

e dal Consiglio. Gli atti delegati hanno portata generale, integrano o modificano elementi non

essenziali dell’atto legislativo e assumono la denominazione di regolamenti, decisioni e direttive

delegate. Gli atti esecutivi danno esecuzione agli atti legislativi; si distinguono dagli atti delegati

in quanto operano all’interno degli Stati membri, perciò non hanno portata generale. Si tratta in

pratica di atti amministrativi, che assumono la denominazione di regolamenti, decisioni e direttive

di esecuzione. Tra atti delegati e atti esecutivi vi è un rapporto gerarchico, per cui i secondi non

possono derogare i primi. Inoltre tutti gli atti non legislativi sono subordinati agli atti legislativi.

ELEMENTI COMUNI A TUTTI GLI ATTI VIN COLANTI

Obbligo di motivazione. Gli atti vincolanti dell’Ue devono essere motivati. Perché l’obbligo di

motivazione sia adempiuto è necessario che l’atto contenga le ragioni di fatto e di diritto che

hanno portato l’istituzione ad adottarlo. Il difetto di motivazione non può essere sanato e

determina l’annullamento dell’atto per violazione delle forme sostanziali.

La motivazione ha la funzione di far conoscere al destinatario dell’atto il modo in cui l’istituzione

ha applicato il trattato, inoltre serve alla Corte di giustizia per esercitare il controllo di legittimità.

Indicazione della base giuridica. Gli atti vincolanti devono indicare la base giuridica, cioè la

norma del trattato che giustifica l’azione dell’istituzione e attribuisce il potere di volta in volta

esercitato. L’indicazione della base giuridica serve per verificare se l’istituzione che ha adottato

l’atto ha agito nell’ambito della propria sfera di competenza. Inoltre l’indicazione della base

giuridica consente di controllare se l’atto è stato adottato con la procedura corretta. Infatti spesso

scegliere una base giuridica piuttosto che un’altra implica seguire una procedura piuttosto che

un’altra.

REGOLAMENTO

Il regolamento sta all’ordinamento comunitario come la legge sta all’ordinamento nazionale.

Infatti al pari delle legge, il regolamento ha portata generale, nel senso che non è diretto a soggetti

determinati bensì a categorie di destinatari astrattamente considerate.

Non è del tutto esclusa la possibilità di impugnare il regolamento. Infatti in base all’art.263

TFUE i singoli possono impugnare di fronte alla Corte di giustizia gli atti derivati che li

riguardano direttamente e non comportano alcuna misura di esecuzione. E ciò a prescindere dalla

denominazione dell’atto, in quanto la natura dell’atto deve essere individuata rispetto alla

sostanza e non alla forma. Di conseguenza spetterà di volta in volta alla Corte verificare

l’effettiva portata generale del regolamento.

Il regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi, il che significa che tutte le norme del

regolamento devono essere applicate dai destinatari e un’applicazione parziale si configura

illegittima.

In linea di principio il regolamento è un atto astratto quindi spesso delega alla Commissione il

potere di adottare atti delegati che vanno ad integrare o modificare elementi non essenziali

dell’atto legislativo.

Il regolamento è direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

Deve essere pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Ue, altrimenti non produce effetti, ed entra in

vigore alla data da esso prevista oppure, in mancanza, il ventesimo giorno successivo alla

pubblicazione.

DECISIONE

La decisione in linea di principio non ha portata generale bensì individuale in quanto si rivolge a

destinatari specifici, che possono essere tanto gli Stati quanto i singoli; in pratica viene utilizzata

per applicare il diritto dell’Unione a singole fattispecie concrete. Quindi sostanzialmente la

decisione assomiglia ad un atto amministrativo ed è direttamente impugnabile dai singoli

destinatari. La decisione deve essere notificata ai destinatari e soltanto da questo momento

produce effetti.

Tuttavia ci sono casi in cui la decisione ha portata generale al pari del regolamento. In particolare

sono tali le decisioni con cui il Consiglio autorizza la negoziazione di un accordo internazionale o

ne approva la conclusione. Quando la decisione ha portata generale deve essere

pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Anche la decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi.

DIRETTIVA

La direttiva non ha portata generale ma vincola soltanto lo Stato destinatario. La direttiva

impone allo Stato un obiettivo da raggiungere, lasciandolo libero di scegliere i mezzi da utilizzare.

Lo Stato destinatario deve realizzare il risultato imposto entro il termine stabilito dalla direttiva,

pertanto deve porre in essere tutte le misure idonee al raggiungimento dell’obiettivo e nel periodo

compreso tra l’entrata in vigore della direttiva e il termine finale deve astenersi dall’adottare

misure che possano compromettere il raggiungimento dell’obiettivo prescritto.

Lo Stato che non attua la direttiva nel termine è inadempiente e deve risarcire i singoli che hanno

subito un danno dalla mancata attuazione della direttiva.

Come detto, in linea di principio lo Stato è libero di scegliere i mezzi attraverso i quali realizzare il

risultato imposto dalla direttiva, tuttavia ci sono casi in cui questa discrezionalità viene meno in

quanto la direttiva è talmente dettagliata da non lasciare allo Stato praticamente alcun margine di

manovra. Si tratta delle cosiddette direttive dettagliate.

La direttiva deve essere pubblicata nella Gazzetta ufficiale, altrimenti non produce effetti, ed

entra in vigore alla data da essa prevista oppure, in mancanza, il ventesimo giorno successivo alla

pubblicazione.

LEGGE COMUNITARIA ANNU ALE

La legge comunitaria annuale è stata introdotta in Italia per ovviare ai ritardi nell’attuazione

delle direttive e alla violazione degli obblighi comunitari; si tratta di una legge che riunisce tutte le

misure necessarie a dare attuazione alle direttive e alle pronunce della Corte. In pratica entro il 31

gennaio di ogni anno il governo deve presentare un disegno di legge contenente tutte le misure

necessarie per adeguare l’ordinamento nazionale a quello comunitario. Pertanto la legge

comunitaria annuale contiene sia disposizioni di attuazione delle direttive, sia disposizioni

abrogative delle norme nazionali incompatibili con il diritto dell’Unione.

RACCOMANDAZIONI E PARERI

Le raccomandazioni e i pareri sono atti non vincolanti che possono essere adottati da tutte le

istituzioni dell’Ue. Più precisamente, la Commissione può formulare raccomandazioni o pareri nei

casi previsti dal trattato o quando lo ritiene necessario; mentre il Consiglio può adottare

raccomandazioni su proposta della Commissione.

La differenza tra le raccomandazioni e i pareri sta nel fatto che le raccomandazioni sono dirette

agli Stati e contengono l’invito ad adottare un certo comportamento; mentre i pareri sono gli atti

con cui le istituzioni fanno conoscere agli Stati il loro punto di vista su una determinata materia.

La Corte di giustizia ha affermato che le raccomandazioni pur non essendo vincolanti producono

effetti giuridici, nel senso che i giudici nazionali devono tenerne conto nell’interpretare le norme di

diritto interno. D’altronde anche l’osservanza degli atti non vincolanti è un elemento essenziale ai

fini della realizzazione degli scopi del trattato.

Infine, va precisato che i pareri espressi dal Parlamento nell’ambito della procedura legislativa

speciale non sono i pareri di cui all’art.288 TFUE, in quanto non hanno una rilevanza esterna

all’Unione ma valgono soltanto nel rapporto con il Consiglio.

Il sistema di tutela giurisdizionale ha ad oggetto la legittimità degli atti e dei comportamenti

dell’Unione e la compatibilità delle norme nazionali con il diritto comunitario. Tale sistema

prevede: il controllo diretto, la procedura d’infrazione e il rinvio pregiudiziale.

Il controllo diretto ha ad oggetto la legittimità degli atti e dei comportamenti dell’Ue; esso è

attivato dalle istituzioni europee, dagli Stati membri o dai singoli ed è svolto dalla Corte di

giustizia e dal Tribunale.

La procedura d’infrazione ha ad oggetto la corretta applicazione del diritto comunitario negli

Stati membri; essa è attivata dalla Commissione ed è condotta dalla Corte di giustizia.

Il rinvio pregiudiziale ha ad oggetto l’interpretazione o la legittimità di una norma comunitaria; è

effettuato dal giudice nazionale e rivolto alla Corte di giustizia.

CONTROLLO DIRETTO

Il controllo giurisdizionale diretto sulla legittimità degli atti e dei comportamenti dell’Ue è svolto

tanto dalla Corte di giustizia quanto dal Tribunale e prevede più procedure, ovvero: l’azione di

annullamento, l’azione in carenza, l’eccezione incidentale di invalidità, l’azione di responsabilità

extracontrattuale e il contenzioso in materia di personale.

Praticamente oggi quasi tutti i ricorsi diretti spettano al Tribunale che ha ormai assunto il ruolo di

giudice di primo grado a competenza generale; più precisamente appartengono alla competenza del

Tribunale:

i ricorsi diretti presentati dai singoli (ricorsi individuali),

­ i ricorsi diretti presentati dagli Stati membri e dalle istituzioni comunitarie, ad eccezione di

­ quelli riservati dallo statuto alla Corte di giustizia,

i ricorsi proposti contro le decisioni dei tribunali specializzati, rispetto ai quali il Tribunale

­ si pone come giudice di 2°grado.

Appartengono alla competenza della Corte di giustizia i ricorsi di annullamento e i ricorsi in

carenza presentati dagli Stati membri o dalle istituzioni comunitarie contro:

gli atti e le inattività del Parlamento e del Consiglio (ad eccezione di

­ quelli in materia di aiuti di Stato e dumping, che spettano alla cognizione del Tribunale);

contro gli atti e le inattività della Commissione in materia di cooperazione rafforzata.

­

AZIONE DI ANNULLAMENTO

L’azione di annullamento è disciplinata dall’art.263 TFUE e consiste nell’impugnare un atto

adottato dalle istituzioni dell’Unione, sostenendo che sia viziato e pregiudizievole.

Atti impugnabili. Possono essere impugnati con l’azione di annullamento soltanto gli atti

definitivi delle istituzioni, degli organi e degli organismi dell’Unione, destinati a produrre effetti

giuridici. Si tratta certamente degli atti vincolanti, cioè i regolamenti, le direttive e le decisioni; ma

non solo. Infatti la Corte ritiene impugnabili tutti gli atti definitivi che, al di là della

denominazione formale, vanno nella sostanza a produrre effetti nei confronti dei terzi. Ad esempio

è impugnabile l’atto con cui la Commissione decide di rigettare o archiviare definitivamente una

denuncia in materia concorrenza. È impugnabile anche l’atto con cui la Commissione inizia la

procedura di verifica in materia di aiuti di Stato; infatti questo atto produce un effetto nei

confronti del destinatario, ovvero impedisce allo Stato di erogare aiuti in pendenza della procedura

di verifica.

Soggetti legittimati ad impugnare. I soggetti legittimati ad impugnare gli atti delle

istituzioni europee sono innanzitutto gli Stati membri, il Consiglio, la Commissione e il

Parlamento. Questi soggetti possono impugnare tutti gli atti dell’Unione, a prescindere dal fatto

che ne siano i diretti destinatari. Infatti l’interesse ad agire di questi soggetti va ricercato anche

nell’esigenza di salvaguardare l’effettività dell’ordinamento comunitario.

La Corte dei conti, la BCE e il Comitato delle regioni possono impugnare soltanto gli atti lesivi

delle proprie prerogative. In particolare il Comitato delle Regioni è legittimato ad impugnare gli

atti posti in essere in violazione del principio di sussidiarietà.

Anche il singolo è legittimato ad impugnare gli atti dell’Ue, però soltanto gli atti a lui

specificamente indirizzati e gli atti che lo riguardano individualmente e direttamente, pur non

essendone il destinatario formale. In pratica: l’atto riguarda individualmente il singolo quando è

chiaro che l’atto è stato adottato considerando proprio la situazione specifica del singolo oppure

quando l’atto modifica i diritti acquisiti dal singolo prima dell’adozione. L’atto riguarda

direttamente il singolo quando non richiede alcuna misura esecutiva oppure, pur richiedendola

risulta prevedibile con ragionevole certezza che l’atto interno andrà ad incidere sulla posizione del

soggetto.

Ipotesi particolare. Può essere direttamente impugnato di fronte alla Corte di giustizia l’atto

con cui viene rimosso il governatore di una Banca centrale nazionale. Tale atto può essere

impugnato dal governatore stesso oppure dal Consiglio direttivo della BCE. Si tratta dell’unico

caso in cui un atto nazionale può essere impugnato direttamente di fronte alla Corte di giustizia,

per giunta anche da un organo dell’Unione.

Termine per impugnare. L’azione di annullamento può essere esercitata entro due mesi dalla

pubblicazione dell’atto o dalla sua notificazione al ricorrente. Oppure, in difetto di pubblicazione

e notificazione, entro due mesi dall’effettiva conoscenza. Il mancato esercizio dell’azione entro il

termine comporta la decadenza. Tuttavia la decadenza non opera quando l’atto è inesistente.

Vizi. I vizi che possono essere fatti valere con l’azione di annullamento sono:

l’incompetenza, sia relativa (cioè dell’istituzione), che assoluta (cioè dell’Unione in quanto

­ tale);

la violazione delle forme sostanziali, che si ha ad esempio quando è omessa la motivazione

­ oppure la base giuridica indicata è erronea;

la violazione di legge, cioè la violazione dei trattati, degli atti di diritto derivato, dei

­ principi generali affermati dalla giurisprudenza e delle norme che comunque vincolano

l’Unione, come ad esempio le norme internazionali pattizzie provviste di effetto diretto;

lo sviamento di potere, che si ha quando l’amministrazione esercita un determinato potere

­ per raggiungere fini diversi da quelli per cui

le è stato attribuito. Comunque lo sviamento deve risultare da indizi

obiettivi, pertinenti e concordanti.

Provvedimento cautelare. Il ricorrente può chiedere al giudice un provvedimento cautelare,

consistente nella sospensione dell’atto impugnato o in un’altra misura. Anche nel processo

comunitario i provvedimenti cautelari hanno natura strumentale e servono ad evitare che l’effetto

della sentenza sia vanificato dal tempo del giudizio. I presupposti per poter emettere un

provvedimento cautelare sono il periculum in mora e il fumus boni iuris.

Esito del giudizio. L’accoglimento del ricorso comporta l’annullamento dell’atto impugnato.

In linea di principio la sentenza di annullamento ha effetto retroattivo, il che significa che l’atto

viziato viene eliminato e i suoi effetti rimossi fin dall’origine. Inoltre l’istituzione che ha adottato

l’atto è obbligata a prendere tutte le misure necessarie a dare esecuzione alla sentenza. Tuttavia

l’effetto retroattivo della sentenza può eccezionalmente essere negato dalla stessa Corte, infatti in

base all’art.264 la Corte può stabilire quali effetti dell’atto annullato devono essere considerati

definitivi. Generalmente la Corte esercita la facoltà di attribuire alla sentenza di annullamento

effetto ex nunc per motivi di certezza del diritto.

AZIONE IN CARENZA

L’azione in carenza è un rimedio previsto contro l’inerzia delle istituzioni europee. Si tratta di

un’azione di accertamento volta appunto ad accertare l’inerzia dell’istituzione in un’ipotesi in cui,

stando ai trattati, avrebbe dovuto adottare un atto o prendere posizione.

L’azione può essere esercitata per mettere in discussione il comportamento inerte del Parlamento,

del Consiglio europeo, del Consiglio, della Commissione, della Bce e degli altri organi dell’Unione.

L’azione in carenza può essere esercitata dagli Stati membri e dalle istituzioni europee, a

prescindere da un interesse individuale, quindi in relazione a qualsiasi comportamento inerte che

integri una violazione dei trattati. Invece il singolo può esercitare l’azione soltanto quando

l’istituzione ha omesso di emanare un atto che lo avrebbe riguardato individualmente e

direttamente.

L’esercizio dell’azione è subordinato ad una fase precontenziosa. In

pratica prima di proporre il ricorso bisogna invitare formalmente l’istituzione a prendere posizione;

si tratta di una messa in mora che deve intervenire entro un termine ragionevole a partire dal

momento in cui appare chiaro che l’istituzione non ha intenzione di agire. Dal momento della

messa in mora, l’istituzione ha due mesi per prendere posizione; dopodiché, trascorso inutilmente

tale termine, può essere proposto il ricorso in carenza.

Perché la Corte possa pronunciarsi è necessario comunque che l’inerzia permanga durante tutto il

corso del giudizio. Il ricorrente può chiedere alla Corte l’adozione di un provvedimento cautelare,

se ne sussistono i presupposti.

ECCEZIONE DI INVALIDITA’

L’eccezione incidentale di invalidità serve per far valere l’illegittimità di un atto avente portata

generale; l’eccezione è incidentale nel senso che presuppone che sia già in corso un giudizio di

fronte alla Corte e che l’atto impugnato in tale giudizio sia strettamente collegato a quello che

viene impugnato incidentalmente. In pratica l’atto impugnato incidentalmente si pone come

antecedente logico dell’atto impugnato in via principale. L’eccezione di invalidità può avere ad

oggetto anche un atto rispetto al quale sia scaduto il termine per esercitare l’azione di

annullamento. Un esempio è rappresentato dall’eccezione di invalidità di un regolamento di base

proposta nel corso del giudizio di impugnazione di un atto di esecuzione del regolamento stesso.

In particolare l’eccezione di invalidità consente al singolo di far valere i vizi di un atto che, non

riguardandolo individualmente e direttamente, non potrebbe impugnare con l’azione di

annullamento, quando tale atto costituisce la base giuridica dell’atto che incide direttamente sulla

sua sfera. La ratio dell’eccezione di invalidità sta appunto nell’evitare che un atto viziato possa

costituire la base giuridica per altri atti.

L’accoglimento dell’eccezione di invalidità comporta l’inapplicabilità dell’atto. Formalmente l’atto

resta in vigore, non viene annullato; però a livello pratico si ha che l’istituzione va a modificare o

abrogare l’atto viziato.

AZIONE DI RESPONSABILITA’

EXTRACONTRATTU ALE DELL’UE

In base all’art.340 TFUE, l’Unione è obbligata a risarcire i danni causati dalle sue istituzioni,

in particolare dall’applicazione degli atti illegittimi.

Rapporto tra azione di responsabilit à e mezzi inter ni. Quando il danno è cagionato da

un’istituzione europea o dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni, la competenza appartiene

alla Corte di giustizia. Per converso, quando il danno è cagionato da organi nazionali, sia pure in

conseguenza dell’applicazione di una normativa dell’Ue, la competenza spetta ai giudici nazionali.

Questa è la regola, che però è stata temperata dalla giurisprudenza attraverso il criterio della

competenza efficiente, in base al quale il giudice nazionale deve essere adito qualora sia nella

condizione

di statuire utilmente; per converso, è competente la Corte quando questa

è la sola a poter agire utilmente. Il che significa che quando i mezzi

interni non sono idonei ad assicurare il risarcimento del danno, potrà sempre essere esercitata

l’azione di responsabilità di fronte alla Corte

di giustizia anche se il danno è stato causato da un organo nazionale.

Rapporto tra azione di responsabilit à e azione di annullamento. In un primo

momento la Corte di giustizia sosteneva che l’azione di responsabilità non potesse essere esercitata

senza aver prima esercitato l’azione di annullamento. In seguito ha affermato l’autonomia

dell’azione di responsabilità. Pertanto oggi l’azione di responsabilità può essere esercitata anche a

prescindere dal previo esercizio dell’azione di annullamento. Il giudice chiamato ad accertare la

responsabilità extracontrattuale dell’istituzione europea controlla la legittimità dell’atto da essa

posto in essere, ma l’eventuale dichiarazione di illegittimità è incidentale, pertanto non produce gli

effetti della sentenza di annullamento.

Requisiti della responsabilit à extracontrattuale dell’Ue. I requisiti della

responsabilità extracontrattuale dell’Ue sono: il comportamento illecito

dell’istituzione europea, il danno e il nesso di causalità.

Ai fini della responsabilità extracontrattuale il comportamento illecito dell’istituzione deve

consistere in una violazione grave e manifesta del diritto comunitario. E la gravità della

violazione va “misurata” in relazione alla discrezionalità di cui gode l’istituzione; in pratica:

quando il potere è discrezionale, la violazione grave e manifesta è integrata dalla violazione di una

norma superiore tesa a tutelare i singoli, invece quando il potere non è discrezionale, la violazione

grave e manifesta è integrata dalla violazione di qualsiasi norma che disciplina l’esercizio del

potere.

Il danno, per poter essere risarcibile, deve essere speciale, certo e attuale. Sono risarcibili sia il

pregiudizio materiale che quello morale, sia il danno emergente che il lucro cessante.

CONTROVERSIE IN MATERIA DI

PERSONALE

Le controversie in materia di personale, cioè tra l’Unione e i suoi agenti, appartengono alla

competenza del Tribunale della funzione pubblica. Si tratta in pratica di tutte le controversie che

afferiscono al rapporto d’impiego presso le istituzioni europee.

L’azione di fronte al Tribunale della funzione pubblica può essere esercitata non solo da coloro che

sono legati alle istituzioni europee da un rapporto di lavoro, ma anche dagli aspiranti funzionari o

agenti, cioè coloro che partecipano ad un concorso e ne vogliono contestare il risultato. In ogni caso

il ricorrente deve avere un interesse ad agire e l’atto impugnato deve essere tale da arrecargli

pregiudizio. L’azione è diretta contro l’istituzione o l’organo con cui esiste (o dovrebbe esistere) il

rapporto lavoro.

Il giudizio è disciplinato dallo statuto del personale ed è prevista una fase precontenziosa. In

pratica prima di esercitare l’azione, il lavoratore deve rivolgere un apposito reclamo all’istituzione

in via amministrativa e attendere che questa decida. Poi, se la decisione è di rigetto del reclamo, il

lavoratore ha tre mesi di tempo per agire di fronte al Tribunale della funzione pubblica. Con il

ricorso il lavoratore può chiedere l’annullamento di un atto oppure il risarcimento del danno

derivante da un atto o da un comportamento dell’istituzione. Il giudice però non ha il potere di

ordinare all’amministrazione di adottare le misure specifiche che la sentenza comporta.

PROCEDURA

D’INFRAZIONE

La procedura d’infrazione è disciplinata dall’art.258 TFUE; ha ad oggetto la corretta

applicazione del diritto comunitario negli Stati membri ed è finalizzata a porre fine alle eventuali

violazioni da parte degli Stati.

Soggetto passivo. Il soggetto passivo della procedura d’infrazione è lo Stato unitariamente

considerato e ciò anche quando l’inadempimento in concreto sia stato determinato dal

comportamento di una Regione. Ad esempio, il fatto che in base al riparto delle competenze interne

spettasse alla regione dare attuazione ad una direttiva non può essere invocato dallo Stato a sua

discolpa. Infatti per l’Unione è sempre e solo lo Stato il soggetto obbligato ad assicurare il corretto

adempimento degli obblighi comunitari.

Comunque è previsto che quando l’autore della violazione è un ente territoriale, lo Stato che viene

condannato al pagamento di una somma di denaro può rivalersi nei confronti dell’ente.

Iniziativa. La procedura d’infrazione è attivata dalla Commissione quando rileva un’infrazione

da parte di uno Stato membro, cioè la violazione di un obbligo posto dal sistema giuridico europeo.

In pratica la Commissione ha il ruolo di custode della corretta applicazione dei trattati e degli atti

dell’Ue, pertanto essa esercita un controllo, spesso anche su segnalazione del singolo, avente ad

oggetto il rispetto di alcuni obblighi da parte degli Stati membri; ad esempio controlla la puntuale

e corretta trasposizione delle direttive oppure che le norme interne siano compatibili con quelle

dell’Unione.

Fase precontenziosa. La procedura d’infrazione prevede una fase precontenziosa. In pratica:

la Commissione prima di adire la Corte di giustizia deve inviare allo Stato una lettera di messa in

mora nella quale è contestata l’infrazione. Lo Stato ha l’onere di controbattere e presentare

osservazioni. Dopodiché la Commissione, se ritiene inadeguate le osservazioni dello Stato, deve

inviare a quest’ultimo un parere motivato. Nel parere: è ribadita la violazione che si ritiene

commessa, sono specificate le ragioni di fatto e di diritto che ne sono alla base ed è indicato il

termine entro il quale lo Stato deve porvi rimedio, cioè deve porre fine all’inadempimento degli

obblighi comunitari. Praticamente con il parere motivato la Commissione delimita definitivamente

l’inadempimento

imputato allo Stato membro.

Poi, se entro il termine fissato nel parere lo Stato non pone rimedio alla violazione, la Commissione

può fare ricorso alla Corte di giustizia, chiedendole di accertare l’infrazione dello Stato membro.

Discrezionalit à della Commissione. La Commissione non ha l’obbligo di fare ricorso alla

Corte, bensì la facoltà. In pratica la Commissione gode di un ampio potere discrezionale, è libera di

scegliere se proseguire o meno la procedura d’infrazione. Di conseguenza non potrà mai essere

esercitata contro la Commissione l’azione in carenza per mancata attivazione della procedura

d’infrazione. Inoltre anche dopo la presentazione del ricorso la Commissione può in qualsiasi

momento rinunciare all’azione.

Ricorso alla Corte. Nel ricorso la Commissione deve indicare la violazione commessa dallo

Stato e i motivi di doglianza devono corrispondere a quelli già indicati nel parere. In linea di

principio non possono essere contestati fatti che non hanno formato oggetto della fase

precontenziosa e sui quali quindi non si è già formato il contradditorio tra la Commissione e lo

Stato. Tuttavia la Corte ha ammesso che nel ricorso possono essere contestati anche fatti

sopravvenuti, purché della medesima natura di quelli già contestati nel parere. Ad esempio, se in

seguito al parere motivato è intervenuta una modifica normativa, il ricorso potrà avere ad oggetto

anche la censura delle nuove norme nazionali.

Valutazione dell’inadempimento. L’inadempimento deve essere rigorosamente provato dalla

Commissione e non può essere fondato su presunzioni. La sussistenza dell’inadempimento va

valutata rispetto al tempo in cui è scaduto il termine per adempiere stabilito nel parere motivato.

Pertanto l’adempimento dello Stato intervenuto nel corso del giudizio non rileva e il ricorso della

Commissione sarà comunque accolto. In pratica la Corte non può dichiarare cessata la materia del

contendere se lo Stato adempie nel corso del giudizio, resta infatti inalterato l’interesse ad

accertare l’inadempimento, in particolare al fine di consentire al singolo danneggiato di ottenere il

risarcimento. Inoltre lo Stato non può opporre l’invalidità dell’atto del quale è contestata la

violazione se non lo ha impugnato entro il termine previsto per l’esercizio dell’azione di

annullamento.

Misure cautelari. Nel corso della procedura d’infrazione la Corte può adottare misure

cautelari; in particolare può ordinare allo Stato di sospendere l’applicazione di una norma

nazionale contrastante con il diritto comunitario. L’ordinanza cautelare spesso finisce con l’essere

più incisiva della sentenza di accoglimento del ricorso, in quanto la sentenza lascia lo Stato libero

di porre rimedio alla violazione come meglio crede.

Effetti della sentenza. La sentenza di accoglimento del ricorso riconosce che lo Stato è

inadempiente rispetto ad uno o più obblighi derivanti dai trattati o dagli atti dell’Unione. Si

tratta di una sentenza dichiarativa, non suscettibile di essere attuata coattivamente. Pertanto

spetta allo Stato prendere i provvedimenti necessari ad eseguire la sentenza; ad esempio: abrogare

una norma nazionale, trasporre una direttiva, modificare una prassi, ecc.

Se lo Stato non esegue la sentenza è prevista una sanzione pecuniaria. In pratica viene reiterata la

procedura d’infrazione rispetto all’inadempimento costituito dall’omessa esecuzione della

sentenza, con la differenza però che in questo caso la Commissione chiede alla Corte di condannare

lo Stato al pagamento di una somma di denaro o di una penalità di mora. Inoltre in questo caso la

Commissione può ricorrere alla Corte dopo aver inviato la sola lettera di messa in mora, quindi non

è necessario il parere motivato. La sentenza della Corte è questa volta di condanna, pertanto vale

come titolo esecutivo all’interno dello Stato.

PROCEDURA D’INFRAZIONE ATTIVATA DA UNO STATO MEMBRO

In base all’art.259 TFUE la procedura d’infrazione può essere attivata anche su richiesta di uno

Stato membro. In pratica lo Stato segnala alla Commissione l’inadempimento di un altro Stato,

dopodiché la Commissione avvia la fase precontenziosa. Tuttavia in questo caso se la Commissione

non invia allo Stato inadempiente il parere motivato entro tre mesi dall’avvio della procedura, lo

Stato autore dell’iniziativa può adire direttamente la Corte.

PROCEDURA D’INFRAZIONE ACCELERATA

Nei casi espressamente previsti dal trattato può essere applicata la procedura d’infrazione

accelerata. In pratica la Commissione può saltare la fase precontenziosa e adire direttamente la

Corte. Uno di questi casi particolari si ha in materia di aiuti di Stato: la Commissione può adire

direttamente la Corte quando lo Stato eroga l’auto di Stato prima che la Commissione abbia

terminato la procedura di verifica oppure contravvenendo alla decisione di incompatibilità già

intervenuta.

IPO TESI PARTICOLARI

Quando l’inadempimento è costituito dal fatto che lo Stato non ha comunicato alla

­ Commissione le misure di attuazione di una direttiva, la Commissione nell’attivare per la

prima volta la procedura d’infrazione può chiedere direttamente alla Corte di condannare

lo Stato al pagamento di una somma di denaro.

Il Consiglio di amministrazione della Banca europea per gli investimenti può attivare la

­ procedura d’infrazione, rivolgendosi direttamente alla Corte, per far valere la mancata

esecuzione, da parte degli Stati membri, degli obblighi derivanti dallo statuto della Banca.

Il Consiglio della BCE può attivare la procedura di infrazione, rivolgendosi direttamente

­ alla Corte, al fine di far valere la mancata esecuzione degli obblighi imposti dai trattati alle

banche centrali nazionali.

[N.B.: non rilevano ai fini dell’applicazione della procedura d’infrazione i disavanzi pubblici,

infatti la sorveglianza sui disavanzi pubblici, pur spettando alla Commissione, è sottratta al

controllo giurisdizionale. ]

RINVIO PREGIUDIZIALE

Il meccanismo del rinvio pregiudiziale è previsto dall’art.267 TFUE e consente al giudice

nazionale di chiedere alla Corte di giustizia una pronuncia avente ad oggetto l’interpretazione o la

validità di una norma comunitaria, necessaria per risolvere una controversia. In pratica con il

rinvio pregiudiziale il giudice nazionale può chiedere alla Corte di giustizia qual è la corretta

interpretazione da dare alla norma comunitaria oppure se la norma è valida o meno. Il presupposto

per poter utilizzare questo meccanismo comunque è che la norma comunitaria della cui

interpretazione o validità si tratta sia necessaria per risolvere la controversia. Attraverso questo

meccanismo si realizza una cooperazione tra giudice nazionale e Corte di giustizia.

Per il giudice di ultima istanza il rinvio pregiudiziale è obbligatorio. Tuttavia per il rinvio di

interpretazione l’obbligo può essere derogato quando la Corte ha già chiarito la portata della

norma in un caso analogo e quando il giudice non ha alcun ragionevole dubbio interpretativo.

Il rinvio pregiudiziale può essere effettuato da tutti i giudici nazionali, tuttavia la nozione di

giurisdizione rilevante in tal caso è quella del diritto comunitario. La Corte di giustizia ha

definito la giurisdizione in termini molto ampi. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, il

carattere di giurisdizione è stato attribuito al Consiglio di Stato anche quando esercita la funzione

consultiva; inoltre lo stesso carattere è stato riconosciuto al Gip, al giudice istruttore e al giudice

del procedimento ingiuntivo. Invece è stato negato il carattere di giurisdizione del Tribunale in

sede di giurisdizione volontaria. Infine, per quanto riguarda la Corte Costituzionale, si è

affermato che essa ha carattere di giurisdizione quindi può effettuare il rinvio pregiudiziale,

quando decide i conflitti di attribuzione.

RINVIO PREGIUDIZIALE

D’INTERPRETAZIONE

Il rinvio pregiudiziale d’interpretazione serve a far si che l’interpretazione e dunque l’applicazione

del diritto comunitario sia uniforme in tutti i Paesi dell’Unione. In pratica le norme comunitarie

vengono in prima battuta interpretate dai giudici nazionali chiamati ad applicarle, tuttavia

l’ultima parola circa la corretta interpretazione spetta alla Corte di giustizia, che in materia ha

una competenza esclusiva. Di conseguenza il giudice nazionale utilizza il rinvio di

interpretazione quando ha dei dubbi circa la corretta interpretazione da dare alla norma

comunitaria rilevante per risolvere la controversia.

Il rinvio pregiudiziale non ha come unica funzione quella di garantire un interpretazione uniforme

del diritto comunitario, ma consente anche di verificare indirettamente la compatibilità di una

legge nazionale con le norme dell’Unione. Tant’è che spesso il quesito del giudice nazionale è

formulato proprio in termini di compatibilità: in pratica il giudice chiede alla Corte se una

determinata norma nazionale sia compatibile o meno con una determinata norma comunitaria. La

Corte in tal caso riformula il quesito dandogli la forma del quesito interpretativo e risponde

dicendo se l’interpretazione della norma comunitaria osta o meno all’applicazione della norma

nazionale; ma cosi facendo finisce comunque con l’esprimere, sia pure indirettamente, un giudizio

di legittimità della norma interna.

Questa seconda funzione del rinvio pregiudiziale d’interpretazione rappresenta per il singolo

un’alternativa alla procedura di infrazione. In pratica quando il singolo ritiene di essere

pregiudicato dall’applicazione in una controversia di una norma nazionale incompatibile con il

diritto comunitario ha due strade:

può segnalare le sue ragioni alla Commissione, la quale a sua volta deciderà se attivare o

­ meno la procedura d’infrazione;

può chiedere al giudice nazionale di procedere al rinvio pregiudiziale.

­

Effetti della sentenza interpretativa. La sentenza interpretativa della Corte di giustizia

è vincolante innanzitutto per il giudice a quo che ha effettuato il rinvio pregiudiziale, il che

significa che il giudice deve applicare la norma comunitaria cosi come interpretata dalla Corte e

disapplicare l’eventuale norma interna incompatibile.

Inoltre la sentenza interpretativa è vincolante anche per gli altri giudici nazionali e per

l’amministrazione, nel senso che la norma comunitaria dovrà essere applicata da tutti così come

interpretata dalla Corte. L’effetto della sentenza interpretativa è retroattivo, cioè chiarisce la

portata della norma fin dalla sua entrata in vigore, il che implica che la norma dovrà essere

applicata così come interpretata dalla Corte anche ai rapporti sorti prima della pronuncia, purché

non esauriti. Tuttavia, anche in questo caso, l’effetto retroattivo della sentenza può

eccezionalmente essere negato dalla stessa Corte; in particolare la Corte esercita questa facoltà

quando ci sono molti rapporti costituiti in buona fede sulla base della vecchia interpretazione e

quando l’Unione ha contribuito ad alimentare l’incertezza sulla portata della norma.

Comunque la sentenza interpretativa non vieta un ulteriore rinvio pregiudiziale effettuato da un

altro giudice per sollecitare un

ripensamento della Corte oppure avere maggiori chiarimenti.

Infine la sentenza interpretativa obbliga gli Stati membri ad adottare tutte le misure idonee ad

adeguare il proprio ordinamento alla norma comunitaria cosi come interpretata dalla Corte.

RINVIO PREGIUDIZIALE DI

VALIDITA’

Il rinvio pregiudiziale di validità ha ad oggetto la legittimità degli atti di

diritto derivato dell’Unione. In pratica quando il giudice nazionale ritiene che la norma

comunitaria applicabile alla controversia sia viziata effettua il rinvio pregiudiziale chiedendo alla

Corte di giustizia di dichiararne l’illegittimità. Il rinvio pregiudiziale di invalidità completa il

sistema dei rimedi giurisdizionali predisposti per la tutela del singolo nei confronti degli atti

illegittimi dell’Ue. In pratica va a colmare la lacuna determinata dal fatto che il singolo non può

esercitare l’azione di annullamento rispetto agli atti aventi portata generale che non lo riguardano

individualmente e direttamente. Di conseguenza, quando il singolo si ritiene leso da un atto

siffatto, ad esempio un regolamento, potrà impugnare la misura interna di attuazione di fronte al

giudice nazionale, lamentando l’invalidità dell’atto comunitario e suggerendo quindi al giudice di

utilizzare il rinvio pregiudiziale di validità.

Tuttavia il rinvio pregiudiziale di validità non può essere utilizzato come alternativa all’azione di

annullamento quando il singolo è legittimato ad impugnare l’atto dell’Ue ma sono scaduti i

termini per farlo. In tal caso il

giudice nazionale deve considerare l’atto definitivo.

Effetti della sentenza. La sentenza che afferma la validità dell’atto comunitario fa stato

soltanto rispetto agli specifici motivi di censura. In pratica la Corte si limita ad escludere che

l’atto presenti i vizi dedotti dal giudice a quo; il che significa che la legittimità di quell’atto potrà

essere messa in discussione da altri giudici per motivi diversi.

Invece la sentenza che afferma l’invalidità dell’atto comunitario oggetto del rinvio pregiudiziale

produce lo stesso effetto della sentenza di annullamento; quindi è vincolante non solo per tutti gli

altri giudici nazionali ma anche per l’amministrazione e le istituzioni europee. Al pari della

sentenza di annullamento, anche la sentenza di invalidità ha effetto retroattivo; tuttavia la Corte

ha la facoltà di negare tale effetto.

TUTELA CAUTELARE INTERNA E

RINVIO PREGIUDIZIALE

Nel caso Factortame la Corte di giustizia ha affermato che in attesa della decisione del rinvio

pregiudiziale d’interpretazione, il giudice nazionale deve poter disporre in via cautelare la

sospensione della norma interna ritenuta dal singolo incompatibile con la norma comunitaria o

altre misure cautelari a tutela del diritto del singolo, e ciò anche quando il diritto nazionale non

prevede tale potere.

In un’altra sentenza la Corte ha affermato che il giudice nazionale può sospendere in via cautelare

l’applicazione della norma interna di attuazione dell’atto comunitario ritenuto illegittimo, purché

venga operato il rinvio pregiudiziale di validità. La Corte è arrivata a questa conclusione sulla

base del principio di coerenza del sistema. Infatti, al pari dell’azione di annullamento, il rinvio

pregiudiziale di validità è finalizzato a tutelare i diritti del singolo nei confronti degli atti

illegittimi dell’Unione. Poiché in sede di annullamento il singolo può chiedere alla Corte di

sospendere in via cautelare l’applicazione dell’atto impugnato ritenuto lesivo del suo diritto, per

ragioni di coerenza deve poter chiedere al giudice nazionale la sospensione dell’atto interno di

attuazione della norma comunitaria ritenuta illegittima; sospensione che indirettamente si

sostanzia nella sospensione dell’atto comunitario. Tuttavia in questo caso i presupposti per poter

disporre la misura cautelare sono più rigorosi, infatti: occorre che vi siano consistenti riserve sulla

validità dell’atto, deve sussistere il periculum in mora, bisogna effettuare il bilanciamento tenendo

conto dell’interesse dell’Ue e bisogna tener conto della giurisprudenza della Corte di giustizia.

SANZIONI PER GLI STATI

INADEMPIENTI

I trattati non prevedono specifiche sanzioni per le violazioni degli obblighi comunitari da parte

degli Stati; l’unico rimedio previsto è la procedura d’infrazione, che può portare ad una condanna

al pagamento di una somma di denaro in caso di perdurante inadempimento.

Tuttavia la prassi delle istituzioni europee e gli atti di diritto derivato hanno elaborato dei

meccanismi che, in presenza di determinate condizioni, consentono di sanzionare lo Stato

inadempiente. Ad esempio, ci sono ipotesi in cui la violazione degli obblighi comunitari comporta

per lo Stato la perdita del diritto ad un finanziamento dell’Unione; cosi accade in materia di fondi

strutturali, dove l’attribuzione dei finanziamenti è subordinata alla condizione che le opere da

finanziare siano realizzate in modo conforme al diritto dell’Ue. Pertanto viene sanzionata

l’infrazione commessa nello svolgimento di un’attività finanziata dall’Ue.

Poi, la giurisprudenza ha affermato che lo Stato inadempiente deve risarcire il danno patrimoniale

cagionato al singolo con l’inadempimento delle norme comunitarie.

OBBLIGO RISAR CITORIO DELLO

STATO INADEMPIENTE

L’obbligo per lo Stato inadempiente di risarcire il singolo è stato elaborato dalla giurisprudenza

della Corte di giustizia e si inquadra nell’esigenza di tutelare effettivamente i diritti attribuiti ai

singoli dalle norme comunitarie. Infatti, secondo la Corte, lo Stato inadempiente è responsabile

non solo nei confronti dell’Unione ma anche nei confronti dei singoli che subiscono un danno

patrimoniale in seguito all’inadempimento. In seguito la Corte ha specificato le condizioni che

devono sussistere perché in concreto sorga la responsabilità dello Stato nei confronti del singolo e

quindi il corrispondente diritto al risarcimento. In pratica si tratta delle stesse condizioni richieste

per far valere la responsabilità extracontrattuale dell’Unione, ovvero: la violazione deve essere

grave e manifesta; la norma violata deve attribuire ai singoli diritti immediatamente riconoscibili;

deve sussistere il nesso di causalità tra la violazione e il danno.

Inoltre perché si configuri l’obbligo dello Stato di risarcire il singolo danneggiato dalla violazione

del diritto comunitario è irrilevante a quale organo sia imputabile la violazione.

Responsabilit à per mancata attuazione delle direttive. Con la sentenza Francovich la

Corte di giustizia ha affermato il principio della responsabilità dello Stato per mancata attuazione

delle direttive. Praticamente la Corte dice che il singolo deve essere risarcito quando subisce un

danno a causa della mancata attuazione di una direttiva che prescrive un risultato implicante

l’attribuzione di diritti, perché altrimenti sarebbe messa a repentaglio l’efficacia delle norme

comunitarie e l’effettiva tutela dei diritti da esse riconosciuti.

Responsabilit à per fatto del giudice. Con la sentenza Kobler la Corte ha affermato che

l’obbligo di risarcire il singolo sorge anche quando la violazione del diritto dell’Ue è determinata

dalla decisione di un organo giurisdizionale di ultimo grado, quindi da una sentenza passata in

giudicato. Infatti se cosi non fosse sarebbe affievolita la tutela dei diritti derivanti dal diritto

comunitario. Pertanto il principio dell’intangibilità del giudicato non rappresenta un ostacolo

all’affermazione della responsabilità dello Stato nei confronti del singolo.

Inoltre la giurisprudenza più recente ha affermato che l’obbligo di risarcire il danno può sorgere

anche in virtù dell’interpretazione data dai giudici nazionali ad una determinata norma.

È stato anche affermato che la normativa italiana che limita la responsabilità dello Stato per fatto

del giudice alle sole ipotesi del dolo e della colpa grave è incompatibile con il diritto comunitario.

REALIZZAZIONE DEL

MER CATO COMUNE

Nel processo di integrazione europea la realizzazione del mercato comune ha da sempre avuto un

ruolo centrale e la Corte ha sempre detto che gli articoli del Trattato relativi alla libera circolazione

delle merci, delle persone e dei capitali sono norme fondamentali dell’Ue ed è vietato porre ostacoli

a questa libertà. In una sentenza la Corte ha affermato che realizzare il mercato comune significa

eliminare le barriere e gli ostacoli agli scambi, in modo tale da fondere i mercati nazionali in un

mercato unico. L’art.26 TFUE definisce il mercato comune (o mercato interno) come spazio senza

frontiere, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali.

Il processo di realizzazione del mercato comune si è articolato in tre fasi:

la prima fase, cosiddetta integrazione negativa, è caratterizzata dall’eliminazione delle

­ barriere doganali tra gli Stati membri;

la seconda fase, cosiddetta integrazione positiva, inizia nel 1986 con la stipulazione

­ dell’Atto Unico. Tale fase è caratterizzata dalla definitiva eliminazione delle frontiere

fisiche e fiscali tra i mercati degli Stati membri e dall’armonizzazione della fiscalità

indiretta. In particolare l’Atto Unico pone l’accento sulla politica comune in materia di

ambiente, trasporti ed energia; semplifica il processo decisionale sostituendo il criterio

dell’unanimità con quello della maggioranza.

la terza fase si ha con il Trattato di Maastricht ed è caratterizzata dalla previsione di un

­ unione economica e monetaria.

Oggi il mercato comune non è semplicemente lo spazio dove sono garantite la libertà di circolazione

e la libertà di concorrenza; il mercato comune è il nucleo centrale dell’ordinamento comunitario e

in esso trovano tutela tutti i valori che caratterizzano le moderne democrazie, cioè la tutela del

lavoro, delle donne, dell’ambiente e della cultura.

LIBERA CIR COLAZIONE

DELLE MER CI

La libera circolazione delle merci è disciplina dal TFUE. La disciplina si articola in tre blocchi,

ovvero: l’unione doganale;

1. il divieto per gli Stati membri di introdurre tributi discriminatori dei prodotti importati;

2. l’abolizione delle restrizioni quantitative e delle misure equivalenti, nonché l’abolizione dei

3. monopoli commerciali.

Nozione di merce. Ai fini della disciplina sulla libera circolazione, sono merci tutti i prodotti

valutabili in denaro, quindi suscettibili di essere oggetto di una transazione commerciale. In

particolare la Corte di giustizia ha chiarito che rientrano nella nozione di merce gli oggetti di

interesse storico, archeologico e artistico; inoltre sono merci anche i rifiuti: in pratica secondo la

Corte tutti gli oggetti trasportati al di là di una frontiera per dar luogo ad una transazione

commerciale sono soggetti alla disciplina sulla libera circolazione. Per converso non sono merci i

beni strumentali alla sicurezza in senso stretto: a tali beni, indicati in un elenco predisposto dal

Consiglio, non si applicano le norme sulla libera circolazione delle merci.

Sfera di applicazione ter ritoriale. La sfera di applicazione territoriale delle norme sulla

libera circolazione coincide in linea di principio con quella del trattato, rappresentata dal territorio

di tutti gli Stati membri.

Destinatar i. I destinatari della disciplina sulla libera circolazione delle

merci sono gli Stati membri e le istituzioni dell’Unione, di conseguenza spetta a questi soggetti

osservare gli obblighi inerenti alla liberalizzazione degli scambi. Tuttavia, le norme fondamentali

della disciplina sono dotate di effetto diretto, pertanto i singoli ne beneficiano e sono titolari di

diritti che potranno far valere direttamente di fronte al giudice nazionale.

UNIONE DOGANALE

In base all’art.28 TFUE l’unione doganale implica che all’interno del mercato comune devono

essere aboliti i dazi doganali e le tasse di effetto equivalente; mentre gli scambi con i Paesi terzi

devono avvenire sulla base di una tariffa doganale comune.

In pratica all’interno dell’Unione gli scambi tra Stati membri avvengono senza imposizione di

dazi doganali e tasse equivalenti, e ciò a prescindere dal fatto che la merce oggetto di scambio sia

stata prodotta da uno Stato membro o da un Paese terzo e successivamente importata. Le merci

importate infatti, una volta entrate nel territorio dell’Ue, sono soggette alle norme sulla libera

circolazione al pari delle merci prodotte dagli Stati membri.

Differenza con il GATT. L’unione doganale prevista dal TFUE si differenzia da quella

prevista dal GATT, in quanto vale sia per i prodotti originari degli Stati membri, che per quelli

originari di Paesi terzi ed importati nell’Ue. Invece l’unione doganale prevista dal GATT implica

l’abolizione dei dazi doganali soltanto per gli scambi aventi ad oggetto merci prodotte dai Paesi

aderenti all’accordo.

Differenza con il libero scambio. La nozione di unione dogale va distinta anche da quella

di libero scambio, infatti quest’ultimo è caratterizzato dal fatto che sono semplicemente aboliti i

dazi per gli scambi aventi ad oggetto merci prodotte dai Paesi aderenti, mentre non è prevista una

tariffa doganale comune per gli scambi con gli Stati terzi. Ad esempio, il libero scambio si applica

tra i Paesi dell’EFTA.

ABOLIZIONE DEI DAZI E DELLE

TASSE DI EFFETTO EQUIVALENTE

In base all’art.30 TFUE sono vietati i dazi doganali e le tasse di effetto equivalente sugli

scambi tra i Paesi membri. Si tratta di una norma fondamentale ed è provvista di effetto diretto,

pertanto può essere fatta valere dal singolo direttamente di fronte al giudice.

TASSA DI EFFETTO EQUIVALENTE

La nozione di tassa equivalente ad un dazio doganale è stata elaborata dalla giurisprudenza. Si

tratta di un onere pecuniario direttamente o indirettamente collegato all’importazione od

esportazione di un prodotto, anche se imposto in un momento diverso da quello del passaggio della

frontiera. In pratica è vietato qualsiasi onere pecuniario che colpisca un prodotto per via

dell’importazione od esportazione, a prescindere dalla denominazione, dalla struttura, dal

momento in cui viene imposto e dal soggetto che ne beneficia.

Tuttavia possono essere introdotti oneri pecuniari non rientranti nella nozione di tassa

equivalente ad un dazio doganale. Infatti può essere introdotto un onere pecuniario che ha

praticamente la funzione di corrispettivo per un servizio prestato all’importatore. Ovviamente il

servizio deve essere effettivamente prestato dall’amministrazione e deve essere reso a favore del

singolo operatore e non semplicemente in vista di un interesse generale. Inoltre l’onere deve avere la

natura di vero e proprio corrispettivo, pertanto deve essere proporzionato alla qualità e al costo del

servizio.

TARIFFA DOGANALE COMUNE

Gli scambi con i Paesi terzi sono gravati da una tassa o tariffa doganale comune, cioè uguale per

tutti i Paesi membri, il cui gettito è inserito nel bilancio dell’Unione. Gli Stati non possono

introdurre nuove tasse sugli scambi con i Paesi terzi, né elevare quella prevista.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Rossi, Diritto dell'Unione Europea, Tesauro. Gli argomenti trattati sono: tutti gli istituti del diritto comunitario. Vengono affrontati anche alcuni argomenti non trattati dal manuale ma chiesti all'esame (ad es. la cooperazione rafforzata e l'acquis comunitario). Studiando qui e tenendo comunque sotto controllo il manuale ho preso 30eLODE. Sono circa 100 pagine.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Linda91giurisprudenza di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Rossi Lucia Serena.

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