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La terza ipotesi presa in considerazione dal legislatore è la SCISSIONE (30), totale o parziale.

L’art 14 prescrive in via generale, indipendentemente cioè dalle “vicende modificative” che le

specifica attività alla quale si riferisce l’illecito

sanzioni interdittive abbiano ad oggetto la

dell’ente, senza comprometterne altre o l’intera dinamica di azione.

Ora, mentre nei casi di fusione il ramo di attività già colpito dalla sanzione interdittiva

permane all’interno del nuovo ente, la scissione comporta che questo sia presente o nell’una

o nell’altra delle nuove entità risultanti, ed è quindi l’interdizione gravi solo

necessario che

sull’ente presso cui tale attività permane o si trasferisce.

1

L’art 30 disciplina innanzitutto l’ipotesi di SCISSIONE PARZIALE, stabilendo che resta

ferma la responsabilità dell’ente scisso per i reati commessi anteriormente alla data in cui

la scissione ha avuto effetto, e ciò nel rispetto del principio di personalità della responsabilità.

Rispetto ad ogni ipotesi di scissione, sia totale che parziale, vale invece la regola di cui

3

all’art 30 esclusa la soggezione dell’ente

per cui è scisso alla sanzione interdittiva, ove

esso sia rimasto privo del ramo di attività nel cui ambito il reato è stato commesso:

essa si applica agli enti presso cui è rimasto o è stato anche in parte trasferito il ramo di attività

interessato, allo scopo di assicurarne la vocazione specialpreventiva in termini di

neutralizzazione di uno specifico rischio criminale.

L’art 30 comma 2 stabilisce poi l’obbligo solidale di pagamento, per i reati commessi

anteriormente alla scissione, in capo a tutti gli enti beneficiari della medesima, nei limi del

valore effettivo del patrimonio netto trasferito al singolo ente: tale limite non vale tuttavia in

rapporto all’ente al quale è stato trasferito il ramo di attività interessato dal reato commesso.

scissione è per il resto interamente applicabile l’art 31.

Alle ipotesi di

Un aspetto particolarmente significativo della disciplina delle “vicende modificative”, in vista

di un possibile disconoscimento del principio di personalità della responsabilità punitiva,,

“recidiva” delle persone giuridiche.

riguarda la REITERAZIONE (32), ossia la

L’art 32 stabilisce che, tra le condanne per illecito dipendente da reato rilevanti ai fini

dell’affermazione della reiterazione, il giudice tenere conto di quelle pronunciate a

PUÒ

carico degli enti partecipanti alla fusione o dell’ente scisso in data antecedente a quella delle

relative operazioni modificative. È evidente l’intendo di limitare l’operatività della disposizione

ai casi in cui sia possibile ravvisare in concreto una sostanziale continuità tanto tra le tipologie

di illeciti commessi, quanto in rapporto alla struttura degli originari e di quelli sopravvenuti.

Il comma 3 introduce invece un preciso vincolo per il giudice, nel senso che la reiterazione

può essere ritenuta solo in quanto a tali enti sia stato trasmesso, anche in parte,

il ramo di attività interessato dall’illecito penale per il quale fu pronunciata condanna nei

confronti dell’ente scisso: vista infatti la spiccata valenza (anche) specialpreventiva di tali

sanzioni, non avrebbe senso infliggerle all’ente ormai estraneo al corrispondente ramo di

attività.

CONCLUSIONI. Se la personalità giuridica non è presupposto essenziale perché un ente

assuma responsabilità da reato, dal momento che l’art 1 non esclude dall’abito applicativo

del decreto gli enti associativi privi di personalità giuridica, per converso non dovrebbe

valere ad escludere tale responsabilità le modifiche solo “formali” che investano tale

involucro, quando sia possibile ravvisare comunque un continuum economico-

imprenditoriale tra gli enti “modificati”, che ne costituisce il vero tratto identificativo.

L’applicazione all’ente “modificato” delle sanzioni

 più autenticamente invasive, quali

sono le sanzioni interdittive, è subordinata al fondamentale presupposto della

costanza o del trasferimento presso di esso del ramo di attività che occasionò la

commissione del reato, il che costituisce base sufficiente perché possa ravvisarsi quel

continuum economico-sostanziale necessario ad evitare una palese violazione del

principio di personalità (anche perché resta in ogni caso ferma la facoltà in capo all’ente

“modificato” di chiedere la conversione della sanzione interdittiva in sanzione pecuniaria).

Resta certo al di fuori di questa spiegazione proprio la sanzione pecuniaria, rispetto al

pagamento della quale sono in ogni caso responsabili gli enti risultanti dalla fusione o dalla

scissione, quale che sia la continuità o discontinuità riscontrabile rispetto agli enti originari: la

vicenda “modificativa” determina un sostanziale degradarsi della sanzione pecuniaria in

obbligazione civile, senza ulteriori pregiudizi per gli enti coinvolti. 4

IL PRINCIPIO DI LEGALITÀ

La disciplina della responsabilità da reato degli enti collettivi si apre con la piena

affermazione del principio di legalità contenuta all’art 2, nelle distinte articolazioni della

riserva di legge, della tassatività, e della irretroattività.

A differenza di quanto avviene in altri ordinamenti, il nostro sistema rifugge da un’estensione

della responsabilità da reato alle persone giuridiche che sia totale, sposando piuttosto il

principio di “specialità”: spetta al legislatore il compito di stabilire puntualmente se sia o meno

necessario impegnare la responsabilità degli enti collettivi rispetto alle varie tipologie criminose.

Il “microcodice” contiene infatti un elenco tassativo delle ipotesi criminose da corredare

di responsabilità in capo agli enti collettivi, il cui contenuto si è progressivamente ampliato.

LIMITI TEMPORALI E SPAZIALI DELLE NORME ISTITUTIVE

DELLA RESPONSABILITÀ DA REATO DEGLI ENTI

Il “doppio livello” di legalità che caratterizza la responsabilità da reato degli enti collettivi

viene in ulteriore evidenza a proposito della EFFICACIA NEL TEMPO delle relative norme.

1

L’art 3 della

sancisce il venir meno della responsabilità, con cessazione dell’esecuzione

condanna e degli effetti giuridici, sia nel caso di vera e propria abolitio criminis, cioè di

sopravvenuta abrogazione della norma incriminatrice presupposta, sia nel caso in cui, ferma

restando di per sé la rilevanza penale del fatto, una legge successiva si limiti ad

escludere la responsabilità dell’ente collettivo in precedenza ad esso riconnessa.

2

L’art 3 richiama poi genericamente, attribuendovi prevalenza, la legge più favorevole tra

l’illecito e le successive,

quelle vigenti al tempo in cui fu commesso con riguardo sia

alla legge penale (originaria), sia a quella istitutiva della responsabilità degli enti, in quanto

entrambe concorrono a formare la responsabilità da reato delle persone giuridiche

(alcuni interpreti hanno ritenuto che la disciplina prevista per la successione in senso stretto

riguardi solo le modifiche intervenute al “secondo” livello, cioè in rapporto alla legge che ricollega la

responsabilità dell’ente ad una preesistente fattispecie incriminatrice: le modifiche della disciplina

propriamente penale, di per sé più favorevoli, resterebbero al di fuori dell’operatività della norma).

La responsabilità dell’ente viene meno anche in caso di semplice depenalizzazione, intesa

come degradazione dell’illecito penale ad illecito amministrativo, mentre resta affidata al

l’eventuale introduzione di una responsabilità

legislatore diretta delle persone giuridiche

dipendente da illecito amministrativo, che sia o meno frutto di depenalizzazione.

Per quanto riguarda invece i LIMITI SPAZIALI di applicabilità delle norme sulla responsabilità

da reato degli enti, l’art 8 opera un esplicito rinvio alle disposizioni del codice penale

relative alla punizione dei delitti commessi all’estero, estendendole agli

(artt. 7-10) ente “cittadino”,

enti aventi nel territorio dello Stato la sede principale, il c.d. e collocando

tuttavia la giurisdizione nazionale in posizione recessiva rispetto a quella dello

Stato del luogo in cui il fatto è stato commesso.

invece una previsa disposizione di carattere generale come quella contenuta nell’art

Manca

6 c.p. che sanzioni il principio di territorialità rispetto ai reati commessi in Italia.

Secondo alcuni dovrebbe essere esclusa la soggezione alla legge italiana degli enti con

sede principale all’estero, in quanto la condotta negligente dell’ente è stata posta in essere

nel luogo in cui lo stesso ha la propria sede. Questo orientamento non può però condividersi:

appare infatti singolare che la commissione del reato non benefici di quella componente di

2

“ubiquità” che l’art 6 in rapporto sia alla condotta che all’evento.

c.p. equamente riconosce

Valgono infine alcune PRECISAZIONI:

 Il rinvio al c.p. va filtrato attraverso il principio di specialità, in quanto non si può ipotizzare

che l’ambito della responsabilità sia più ampio in relazione ai reati commessi all’estero

rispetto a quelli commessi in Italia;

 Nei casi in cui è necessaria la richiesta del Ministro della giustizia, si può procedere contro

l’ente solo se la stessa venga formulata anche nei confronti di quest’ultimo;

 Se richiesta dalle norme penalistiche richiamate, è necessaria la presenza nel territorio

dello Stato dell’autore individuale, in quanto l’art 37 estende la rilevanza delle varie

dell’azione penale nei confronti dell’autore individuale al

condizioni di procedibilità

procedimento di accertamento della responsabilità “amministrativa” in capo all’ente; 5

LA STRUTTURA DELL’ILLECITO (DIPENDENTE)

DA REATO DEGLI ENTI COLLETTIVI

Gli artt. da 5 a 8 d.lgs. 231/2001 individuando e disciplinano i criteri di attribuzione della

responsabilità amministrativa all’ente in relazione alla commissione di illeciti penali.

Le indicazioni fornite dall’art 5 identificano solo i criteri oggettivi di imputazione, mentre sono i

successivi artt. 6 e 7 ad individuare i criteri soggettivi.

L’art 8 qualifica invece la responsabilità dell’ente collettivo come autonoma risetto a quella

dell’agente individuale che ha commesso il reato, affermando però la sussistenza della

anche “quando l’autore del reato non è stato identificato”.

responsabilità dell’ente

I CRITERI OGGETTIVI DI IMPUTAZIONE DEL REATO ALL’ENTE

L’art 5 individua due ampie categorie di soggetti idonei ad impegnare la responsabilità da

reato dell’ente collettivo, in quanto intestatari di un qualche rapporto con la struttura

organizzativa ed operativa di esso.

ART 5. RESPONSABILITÀ DELL’ENTE

“L’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:

a) (SOGGETTI IN POSIZIONE APICALE)

da persone che rivestono funzioni di rappresentanza (legale), di amministrazione

(es. membri del consiglio di gestione e amministratori, anche non delegati o dipendenti)

direzione dell’ente

o di (direttori generali, ma anche impiegati con funzioni direttive)

o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale

(direttori di stabilimento) nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione

come nel caso del “socio tiranno”.

e il controllo dello stesso (inteso come dominio,

Non invece i sindaci, in quanto titolari di poteri di semplice controllo);

b) (SOGGETTI IN POSIZIONE SUBORDINATA)

da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla

lettera a) (prestatori di lavoro subordinato ma anche, secondo la dottrina maggioritaria,

i collaboratori esterni, anche se di per sé indipendenti, quali agenti o concessionari).

L’ente non risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell’interesse

esclusivo proprio o di terzi”.

La qualifica soggettivo-funzionale è necessaria, poiché in assenza di essa nessun fatto

illecito commesso da un individuo potrebbe essere ricondotto all’ente, ma non è ancora

sufficiente, dal momento che non tutti i reati realizzabili da parte dei soggetti qualificati, sia

pure nell’esercizio delle rispettive attribuzioni, possono per ciò solo essere imputati alla

persone giuridica. A tal fine occorre altresì che il reato sia stato in concreto commesso

“nell’interesse o a vantaggio” dell’ente (come richiede il comma 2).

condizione di “sottoposizione” all’ulteriore circostanza

La legge delega in realtà collegava la

che il reato fosse stato reso possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza

gravanti sugli “apici”: nel decreto tale inciso è stato “spersonalizzato”, in modo da essere

riferito direttamente all’ente senza più il tramite del soggetto apicale, tant’è che risulta decisiva,

in ordine all’esclusione dell’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza, proprio

l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli organizzativi e gestionali. 6

L’INTERESSE O VANTAGGIO IN CAPO ALL’ENTE

Il secondo presupposto per l’imputazione della responsabilità all’ente è che il reato sia stato

commesso “nel suo interesse o a suo vantaggio”. La formula del legislatore, apparentemente

chiara, ha dato origine a CONTRASTI INTERPRETATIVI, in particolare su due aspetti:

 Da un lato si discute sul carattere realmente alternativo rivestito dai due criteri

dell’interesse e del vantaggio;

 Dall’altro lato si dibatte sulla consistenza da riconoscere al criterio dell’interesse, se di

tipo soggettivo-psicologico, nel senso di risolverlo in una semplice finalità perseguita

dall’autore individuale, o se di natura prevalentemente oggettiva, quale connotazione

funzionale della direzione della condotta.

A dire il vero, i due criteri di collegamento appaiono suscettibili di svolgere RUOLI DIVERSI

e proporsi dunque come ALTERNATIVI:

 Dire che l’illecito è stato commesso nell’interesse dell’ente significa valorizzare una

prospettiva finalistica da apprezzarsi ex ante, quali che siano i risultati conseguiti;

 Dire che l’illecito è stato commesso a suo vantaggio significa invece evidenziare un

dato oggettivo, da verificare ex post quali che siano stati gli intenti perseguiti in partenza.

Tale impostazione ha trovato conferma nella giurisprudenza di legittimità, e trova ulteriore

conferma anche nell’art che l’autore

12 lett. a) che prevede, come circostanza attenuante,

“nel prevalente interesse proprio o di terzi”, e dall’altro, che

abbia commesso il reato

“l’ente non ne ha ricavato un vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo”.

sul piano dell’interpretazione

Una controindicazione subentra però sistematica.

sia stato commesso nell’interesse “esclusivo” dell’autore individuale

Nel caso in cui il reato o di

2

l’art 5

terzi, esclude la responsabilità della persona giuridica: se ne deduce che, a contrario, ai

fini della sussistenza di tale responsabilità, è pur sempre necessario che il reato sia stato

commesso nell’INTERESSE “concorrente” dell’ente, il quale rappresenterebbe quindi, quale che

sia la sua misura, il CANALE DI COLLEGAMENTO REALMENTE INDEFETTIBILE tra il reato

commesso e la persona giuridica, mentre il vantaggio, pur essendo concettualmente distinto dal

primo, giuoca un ruolo sostanzialmente coprimario e comunque non realmente alternativo.

si perverrebbe ad un’interpretazione parzialmente

Si potrebbe obiettare che in tal modo

1

dell’art 5

abrogatrice : si può però ribattere dicendo che anche la tesi opposta comporterebbe

2

analogo effetto con riguardo all’art 5 (l’ente sarebbe responsabile se ha conseguito un

vantaggio a seguito di un reato commesso nell’esclusivo interesse altrui), e che comunque

l’accentuazione del momento del “vantaggio” esprime comunque un preciso significato, ma

certamente segnala un criterio di ascrizione essenzialmente unitario.

Quanto invece alla CONSISTENZA che debba riconoscersi al CRITERIO (UNITARIO)

DELL’INTERESSE, avendo la disciplina dell’art 5 carattere generale, e dovendo dunque

valere anche in rapporto ai reati colposi, è evidente che una qualificazione del criterio di tipo

strettamente soggettivo sarebbe incompatibile almeno con tutti i casi di colpa incosciente, e

responsabilità dell’ente sussiste anche

mal si concilierebbe con la previsione per cui la

quando l’autore del reato non è stato identificato (com’è possibile compiere un accertamento

di tipo psicologico quando addirittura manca la persona sulla quale condurlo?).

L’illecito compiuto dall’autore individuale deve pur sempre collocarsi in una prospettiva

congiunzione “o” che collega i due termini, da intendere come “ovvero”,

funzionale, e pertanto la

esprime piuttosto una valenza specificativa (e non disgiuntiva), segnalando appunto che la

nozione di “INTERESSE”, di per sé declinabile “in senso marcatamente soggettivo” deve invece

che è a sua volta insita nella nozione di “vantaggio”.

assumere quella FISIONOMIA OGGETTIVA

Anche nel gruppo di imprese è possibile individuare un interesse di gruppo che funga da

collegamento tra il reato commesso da un soggetto qualificato e la società controllante,

raccomandandosi al riguardo il preciso accertamento di un interesse diretto e concreto della holding.

L’art 5 vale ad assicurare non solo il rispetto del primo livello del

 principio di personalità

della responsabilità (art 27 Cost) come divieto di responsabilità per fatto altrui, ma anche

il “dolo” e la “colpa”

il secondo livello, rappresentato dal divieto di responsabilità oggettiva:

dell’autore individuale si trasferiscono e si imputano all’ente collettivo esattamente come

ogni tipo di condotta “materiale”. Si può quindi affermare che societas delinquere potest. 7

I CRITERI “SOGGETTIVI” DI IMPUTAZIONE DEL REATO ALL’ENTE

Il legislatore delegato ha deciso di ancorare la responsabilità dell’ente alla

COLPEVOLEZZA D’ORGANIZZAZIONE, e di farlo già rispetto ai reati commessi dai vertici

(mentre nella legge delega il criterio dell’”inosservanza” degli obblighi connessi alle funzioni di

direzione e vigilanza era riferito ai doveri degli apici e pertanto valeva solo per la sottospecie di

reati commessi dai subordinati).

L’insieme dei criteri soggettivi di attribuzione all’ente collettivo della responsabilità ruota, ai

sensi degli artt. 6 e 7, intorno al perno della (mancata) adozione ed efficace attuazione,

prima della commissione del reato, di modelli di organizzazione e di gestione idonei a

prevenire reati della specie di quello verificatosi.

È sull’ente in quanto tale che grava l’ONERE di dotarsi di protocolli organizzativi in funzione

di prevenzione dei reati per i quali è prevista la sua responsabilità: la persona giuridica è in

questo modo direttamente coinvolta nella prevenzione dei reati che essa stessa è

tendenzialmente portata a commettere.

convergenza sulla stessa “persona”

 Si ha la della qualità di destinatario del precetto

garante dell’osservanza

penalmente sanzionato e di dello stesso.

l’adozione dei modelli resta facoltativa per l’ente,

Si parla di onere e non di obbligo perché

che vi provvederà solo quando intenda giovarsi dei benefici ad essa riconnessi in ordine

all’esclusione di responsabilità per i reati commessi dagli organi e dai sottoposti.

La persona giuridica preferirà comunque evitare un inadempimento che la può esporre

certamente a responsabilità in caso di illeciti commessi dagli apici o dai subordinati, ma resta il

l’unico dovere o obbligo è quello

fatto che di astenersi dalla condotta vietata.

C’è chi sostiene invece che un obbligo di adozione vi sia rispetto ai reati commessi dai

sottoposti, in quanto costituirebbe una specificazione degli obblighi di direzione o vigilanza

1

che l’art 7 pone a carico degli apici e dello stesso ente da essi impersonato: sarà allora da

verificare se tali doveri possano essere adempiuti altrimenti che mediante tale adozione,

dimodoché la mancata predisposizione dei modelli organizzativi non debba per converso

comportare necessariamente il radicamento di tale responsabilità.

È poi controverso se siano riscontrabili diversità nei CONTENUTI DEI MODELLI

rispettivamente richiesti dagli artt 6 e 7. Si fronteggiano così due interpretazioni:

 Una c.d. monistica, per cui i due articoli contribuirebbero a definire la fisionomia di un

modello unitario di organizzazione e di gestione;

 per cui vanno ricostruiti da parte dell’interprete

Una c.d. dualistica, due distinti paradigmi

generali, valevoli per i reati commessi l’uno dagli “apici” e l’altro dai “sottoposti”.

A ben vedere, il legislatore ha attribuito caratteri distinti ai modelli in questione, a seconda del

tipo di responsabilità che sono chiamati a prevenire e ad escludere.

Sennonché, la diversa fisionomia di base attribuibile ai modelli organizzativi ai sensi degli

artt. 6 e 7, è destinata ad assumere scarsissima rilevanza pratica perché, pur ammesso che

lo schema normativo predisposto in rapporto ai reati del management sia più articolato e

completo di quello delineato per i reati dei sottoposti (visto la consistenza statisticamente più

rare di questi ultimi), è evidente che la persona giuridica adotterà un modello

organizzativo unitario idoneo ad essere fatto valere in rapporto ad entrambe le

(si atterrà alle più stringenti prescrizioni di cui all’art 6, adottando

sottocategorie dei reati

così un modello utilizzabile anche per l’esenzione di responsabilità ex art 7). 8

LE VALUTAZIONI DI EFFICACIA E IDONEITÀ DEI MODELLI

Il legislatore si limita a fornire, all’art 6 comma 2, indicazioni di massima circa i

REQUISITI DI IDONEITÀ DEI MODELLI a contenere il rischio di commissione dei reati, la

cui presenza è necessaria ma non sufficiente, essendo poi soggetti ad uno specifico esame

di idoneità.

“In relazione all’estensione dei poteri delegati e al rischio di commissione dei reati, i

modelli di cui alla lettera a), del comma 1, devono rispondere alle seguenti esigenze:

a) individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati (attraverso una

completa mappatura del rischio criminale, da aggiornarsi ad ogni novità legislativa);

specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle

b) prevedere

dell’ente in relazione ai reati da prevenire;

decisioni

c) individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la

commissione dei reati (che assicurino da un lato la tracciabilità dei flussi finanziari, e

dall’altro la precisa individuazione dell’imputazione dei pagamenti);

nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul

d) prevedere obblighi di informazione

funzionamento e l’osservanza dei modelli;

e) introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle

misure indicate nel modello”.

Nei gruppi di società è preferibile che ciascun ente si doti di autonomi modelli organizzativi.

Il comma 3 dell’art 6 stabilisce che “i modelli di organizzazione e di gestione possono essere

adottati, garantendo le esigenze di cui al comma 2, sulla base di codici di comportamento

redatti dalle associazioni rappresentative degli enti, comunicati al Ministero della giustizia

che, di concerto con i Ministeri competenti, può formulare, entro 30 giorni, osservazioni sulla

idoneità dei modelli a prevenire i reati”.

L’adozione dei modelli organizzativi in esito a tale procedura

 non garantisce la persona

giuridica circa l’assenza di una sua “colpevolezza di organizzazione”: il vaglio ministeriale

infatti non è vincolante per il giudice, la cui valutazione di idoneità resta sempre ancorata

alle caratteristiche individuali del modello, rapportate a quelle del singolo ente collettivo. 9

L’ESCLUSIONE DELLA RESPONSABILITÀ DEGLI ENTI

RAPPORTO AI REATI COMMESSI DAGLI “APICI”

IN

ART 6. SOGGETTI IN POSIZIONE APICALI E MODELLI DI ORGANIZZAZIONE DELL’ENTE

“Se il reato è stato commesso dalle persone indicate nell’articolo 5, comma 1, lettera a),

L’ENTE NON RISPONDE SE PROVA CHE:

l’organo

a) dirigente ha adottato ed efficientemente attuato, prima della commissione

del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della

specie di quello verificatosi (il che costituisce una vera e propria scusante, una causa

esclusione della colpevolezza dell’ente);

di

il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il

b) loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi

poteri di iniziativa e di controllo (a garanzie della sua indipendenza);”

Tale compito può essere altrimenti affidato, nelle società di capitali, al collegio sindacale

4-bis

e al comitato per il controllo della gestione (6 ), o, nelle società quotate che aderiscono

al codice di autodisciplina, al comitato di controllo interno e all’internal audit.

Il potere di nomina non dovrebbe spettare al CdA o ad organi dirigenti, ma sarebbe più

opportuno affidarlo all’assemblea dei soci, cioè i soggetti probabilmente più interessati a

che la persona giuridica si astenga dal commettere reati, le cui conseguenze

pregiudizievoli sono destinati a sopportare.

In ragione poi delle sue funzioni di vigilanza, è necessario che l’organo si doti di

tecniche e procedure di monitoraggio delle attività dei soggetti apicali.

Tale organo è destinatario di flussi informativi provenienti dai soggetti investiti dei

compiti manageriali, e dovrebbe essere il soggetto privilegiato ai fini della titolarità

dell’azione disciplinare nei confronti di quanti abbiano mancato di uniformarsi alle

prescrizioni dei protocolli.

Appare invece strana la disgiunzione tra il compito di adottare i modelli organizzativi

(dell’OdV): si deve ritenere che all’organo di

(dei dirigenti) e il compito di aggiornarli

vigilanza spetta soltanto un potere di proposta, mentre la responsabilità di attuare tali

interventi modificativi resta sempre in capo agli organi dirigenti.

c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di

organizzazione e di gestione;

Un primo difetto è dato dalla compatibilità della norma con i soli reati dolosi commessi

dai soggetti in posizione apicale, e non anche con quelli di natura colposa.

Vi è poi la difficoltà di procedere alla dimostrazione della condotta di elusione fraudolenta

da parte dell’apice (probatio diabolica): è piuttosto arduo a monte immaginare un

soggetto in posizione apicale, mosso da un atteggiamento di improvvisa e totale

“infedeltà” nei confronti del “virtuoso” ente di appartenenza, orchestri, al fine di

commettere un reato d’impresa, una frode particolarmente raffinata (tale deve presentarsi

la sua “macchinazione” dal momento che la norma richiede un’attuazione dei modelli

organizzativi che sia “efficace” e una vigilanza che sia “non insufficiente”).

nell’interesse esclusivo proprio o di

È infatti molto più probabile che il soggetto agisca

o addirittura al solo fine di arrecare danno all’ente di appartenenza, con la

terzi

conseguenza che verrebbe meno il fondamentale criterio di imputazione oggettiva di cui

ai commi 1 e 2 dell’art 5 (escludendo quindi la responsabilità dell’ente).

In realtà, come avviene per i reati commessi dai sottoposti, il riscontro dell’adozione dei

protocolli di legalità preventiva dovrebbe essere sufficiente ad escludere la

responsabilità dell’ente: non mancano infatti posizioni dottrinali intese a suggerire

un’interpretazione sostanzialmente abrogatrice del requisito della “elusione fraudolenta”,

ciò anche al fine di non costringere la persona giuridica a trasmodare nell’accusa del

direttamente mossole.

proprio organo ogniqualvolta intenda difendersi dall’addebito

da parte dell’organismo di cui alla lett. b).

d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza

Occorre quindi dimostrare che non sia ravvisabile quel deficit organizzativo-gestionale che solo

giustifica sanzioni punitive in capo all’ente. 10

L’ESCLUSIONE DELLA RESPONSABILITÀ DEGLI ENTI

AI REATI COMMESSI DAI “SUBORDINATI”

IN RAPPORTO

SOGGETTI SOTTOPOSTI ALL’ALTRUI

ART 7. DIREZIONE

E MODELLI DI ORGANIZZAZIONE DELL’ENTE

“Nel caso previsto dall’articolo 5, comma 1, lettera b), L’ENTE È RESPONSABILE se la

commissione del reato è stata resa possibile dall’INOSSERVANZA degli obblighi di

direzione o vigilanza.

è ESCLUSA l’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza se l’ente,

In ogni caso,

prima della commissione del reato, ha ADOTTATO ED EFFICACEMENTE ATTUATO

un MODELLO di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della

[..]”

specie di quello verificatosi.

Mentre il legislatore delegante aveva richiesto che la commissione del reato dei subordinati fosse

stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza gravanti sui vertici (in

modo che la persona giuridica risultasse coinvolta per l’indefettibile tramite pur sempre di un suo

“organo”), il legislatore delegato non ricollega più inosservanza agevolatrice dei doveri di

intranee all’ente, ma la riferisce

direzione o vigilanza a precise categorie di persone fisiche

piuttosto immediatamente e direttamente alla persona giuridica nel suo complesso.

In questo contesto di “spersonalizzazione” degli obblighi di vigilanza, l’adozione dei modelli

ed esclusiva attraverso la quale l’ente collettivo

organizzativi costituisce la modalità tipica

adempie i “propri” doveri di controllo dell’operato dei subordinati ed esclude, prima ancora della

responsabilità dell’ente, la stessa “inosservanza” di tali obblighi (ponendosi quidni quale

L’adozione e l’efficace attuazione di modelli organizzativi idonei

 a prevenire reati della specie di

quello verificatosi integra ed esaurisce la fattispecie di esonero da quella responsabilità che

dovrebbe altrimenti gravare sull’ente per gli illeciti penali commessi dai soggetti in posizione

subordinata e “resi possibili” dall’inosservanza degli obblighi di direzione o di vigilanza

(non sono previsti requisiti concorrenti come avviene in rapporto ai reati commessi dagli apici).

l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli organizzativi

Mentre è chiarissimo che

escludono di per sé l’inosservanza degli obblighi si direzione o vigilanza (costituendone

se valga anche l’ipotesi speculare: se cioè la loro

adempimento), non è chiaro mancata

adozione o l’inefficace attuazione integri di per sé la culpa in vigilando della persona

giuridica o se piuttosto non si renda necessario accertare un puntuale deficit di controllo

sull’operato dei soggetti in posizione subordinata, di modo che possa ammettersi

un’estensione dell’esonero quando risulti che l’ente abbia adottato idonee misure di

vigilanza anche in assenza di modelli organizzativi.

sorte della responsabilità dell’ente

 Il PROBLEMA è capire quindi la nel caso, non

mancata adozione dei programmi di “legalità preventiva”.

espressamente disciplinato, di

Dal momento che l’adozione dei modelli “esclude” l’inosservanza degli obblighi di vigilanza

gravanti direttamente sull’ente e si pone in quindi in rapporto specularmente inverso rispetto

essa, siamo di fronte non ad una “scusante” a beneficio della persona giuridica (come nel

ad

caso dell’art 6), ma alla definizione, sia pure in negativo, quale elemento costitutivo della

fattispecie di responsabilità, appunto la “colpa di organizzazione”.

Corollario ineludibile di tale impostazione è che, nel silenzio del legislatore, deve attribuirsi

uno speculare rilievo negativo alla mancata adozione dei modelli organizzativi: essa

vale a radicare di per sé la culpa in vigilando, senza che sia necessario, in particolare per

andare alla ricerca di ulteriori puntuali “inosservanze”.

il pubblico ministero,

Questa soluzione può apparire a prima vista penalizzante per la persona giuridica ma, a ben

nell’art 6:

guardare, risulta equilibrata e garantisce ben più di quella predisposta

l’ente sa che, se vuole eludere la responsabilità

da un lato infatti per i reati commessi dai

sottoposti, non ha altra via che dotarsi di un efficace programma di prevenzione degli

stessi; dall’altro lato gode però, nello stesso tempo, della certezza che tale adempimento,

oltreché necessario, è anche sufficiente per garantirsi tale esonero. 11

Restano da affrontare altre due questioni.

La prima riguarda il NESSO CHE LEGA IL REATO DEL SOTTOPOSTO ALLA CULPA IN

DELL’ENTE.

VIGILANDO

L’art 7 richiede che il reato sia stato “reso possibile” dall’inosservanza dei doveri di vigilanza, il

che evoca chiaramente un nesso di tipo agevolativo: la culpa in vigilando deve cioè aver

“ambiente” adatto alla

creato una situazione complessiva, un perpetrazione del crimine, senza

esprimere la pretesa che, in sua assenza, il reato sarebbe stato sicuramente non commesso.

Non è quindi richiesto un vero e proprio nesso di causalità nei termini condizionistici.

La seconda riguarda la QUALIFICAZIONE GIURIDICA, in termini di onere o di obbligo,

DELL’ADOZIONE DEI MODELLI ORGANIZZATIVI.

Il fatto che tale adozione rappresenta la modalità di adempimento degli “obblighi” di

direzione e di vigilanza della persona giuridica sembrerebbe far orientare verso la

in termini di vero e proprio “obbligo”.

qualificazione

di obblighi in senso stretto si potrebbe parlare ove l’adozione

Sennonché, di determinate

cautele fosse imposta da norme di diritto pubblico, e addirittura autonomamente sanzionata,

prima ed indipendentemente dal fatto che la loro eventuale inosservanza concorra

all’integrazione di un delitto colposo in presenza dei corrispondenti eventi lesivi.

L’adozione di tali modelli costituisce un per l’ente: risulta più “obbligatoria” di

 onere non

le persone fisiche, l’osservanza del regole di diligenza intese ad

quanto non sia, per

evitare eventi lesivi penalmente rilevanti.

IL CARENTE STATUTO NORMATIVO DEI MODELLI ORGANIZZATIVI EX ART 7

Le indicazioni provenienti dal legislatore circa i contenuti dei modelli sono molto scarne,

soprattutto quelle contenute nell’art 7, che si risolve in una generica previsione.

“[..] in relazione alla natura e alla dimensione dell’organizzazione

Il modello prevede, misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività nel

nonché al tipo di attività svolta, [..]”.

rispetto della legge e a scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio

precisando che la “massima

Lo stesso legislatore appare consapevole di tali carenze,

semplificazione” dipende dal fatto che la (originaria) “parte speciale” della responsabilità

punitiva degli enti è stata limitata fondamentalmente ai delitti contro la p.a., mentre se

avessero dovuto esser presi in considerazione i reati tipicamente d’impresa, sarebbe stato

opportuno un più elevato tasso di tipizzazione normativa: una complessa rete di cautele è

nell’area della responsabilità degli

oggi tanto più auspicabile ora che hanno fatto ingresso,

tipici reati d’impresa.

enti, i più

Ma ciò che rende davvero insostenibile la povertà dei contenuti dei modelli è la funzione

che essi sono chiamati a svolgere nella prospettiva dell’art 7,

notevolmente più pregnante

dal momento che la mancata e/o inefficace attuazione integra in positivo quella colpa

d’organizzazione che è requisito essenziale della fattispecie di responsabilità dell’ente: in

altri ordinamenti, come quello federale nordamericano, l’adozione o meno dei programmi è

essenzialmente una circostanza di commisurazione della pena e non il fondamento dell’an

della punibilità. Proprio la sua essenziale funzione dovrebbe promuovere un più elevato

statuto per le norme organizzative.

l’insieme di regole cautelari

Peraltro il fatto che dirette alla prevenzione o al contenimento del

reato sia istituito da quegli stessi soggetti che incorrono in responsabilità punitiva è soluzione

piuttosto che essere rimesse all’autonomia dei soggetti privati,

che suscita forti perplessità: tali

norme dovrebbero essere contenute in atti normativi, e non dovrebbero essere semplicemente

“proposte” ma dovrebbero essere applicate obbligatoriamente, configurando anche un illecito

punitivo già nella stessa mancata attuazione di esse (il che non sarebbe affatto inedito: basti

pensare alla legge 626/94 sulla sicurezza e salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro).

che il legislatore si sia preoccupato di delineare il profilo generale dell’ente

 Sembra

“virtuoso” piuttosto che di coinvolgere l’ente stesso in una seria politica di prevenzione dei

crimini d’impresa. 12

LA CONDIZIONE DEGLI “APICI” RISPETTO AI REATI DEI SOTTOPOSTI

Il sistema di responsabilità dell’ente collettivo per i reati commessi dai sottoposti presenta

un’ulteriore vistosa carenza, anche se si tratta di un difetto che risale innanzitutto alla legge

delega ed alla limitata attuazione apprestata dalla stessa all’insieme delle convenzioni

internazionali e delle prescrizioni di matrice europea, che impongono agli Stati membri di

introdurre nei rispettivi ordinamenti giuridici non la responsabilità diretta delle persone

giuridiche, ma piuttosto la responsabilità penale dei dirigenti per i reati commessi per conto

dell’impresa da persona soggetta alla loro autorità.

Gli obblighi di direzione o vigilanza di cui all’art 7 sono invece riferibili all’ente nel suo complesso,

e ciò lo conferma il comma 2, laddove l’adozione ed efficace attuazione dei modelli organizzativi

viene presentata come caso di esclusione dell’inosservanza in sé dell’obbligo piuttosto che

come causa di esonero del solo ente collettivo dalla responsabilità per l’inadempimento

individuale che si sia comunque verificato e debba essere come tale accertato.

In tale disciplina sono riscontrabili sensibili LACUNE DI TUTELA.

sottoposto commette un reato nell’interesse

Basti confrontare le due diverse ipotesi in cui il

dell’ente collettivo in presenza o in mancanza di modelli organizzativi efficacemente attuati:

 non subentra la responsabilità diretta dell’ente,

Se il modello è stato efficacemente attuato

ma non vi sarà neanche una responsabilità penale in capo al soggetto in posizione apicale,

nonostante che sia ben possibile ravvisare nel comportamento di questi una carenza colposa

di sorveglianza o di controllo: in questo caso varrà la sola responsabilità del sottoposto,

esattamente come se questi non avesse agito nell’ambito di una struttura.

 Nell’eventualità in cui il modello organizzativo non sia stato attuato, dovrebbe intervenire la

responsabilità dell’ente, in aggiunta a quella del sottoposto, per il reato da questi commesso.

Eppure in tal caso è spesso configurabile innanzitutto un difetto di vigilanza e controllo da

non concorre con la sua “personale” responsabilità.

parte del vertice, il quale però

È stato pur vero sostenuto che le lacune legislative in realtà non ricorrerebbero in quanto,

ai sensi del d.lgs. 231/2001, sarebbe già possibile ravvisare responsabilità penali degli apici in

ordine ai reati commessi dai sottoposti: questo terzo livello di responsabilità c.d. funzionale,

intermedio tra la responsabilità dei subordinati e quella diretta dell’ente, discenderebbe da una

serie cospicua di obblighi di impedimento di determinati reati che sarebbero generati

indirettamente proprio dai modelli organizzativi. 2 coniugata con l’istituto

 La presenza nel sistema penale della norma generale ex art 40 c.p.,

consentirebbe di addebitare agli “apici” il reato commesso

del concorso di persone ex art 110,

concorso attraverso mancato impedimento dell’evento.

dai sottoposti a titolo di

Sembra tuttavia azzardato immaginare che simili obblighi di garanzia possano derivare

dall’adozione di modelli organizzativi (peraltro facoltativi) lasciati per intero all’autonomia privata:

in ogni caso dovrebbe pretendersi quanto mento un obbligo di fonte legislativa per le persone

giuridiche di dotarsi di tali strumenti (aventi certi contenuti normativamente individuati).

In ogni caso, solo rispetto ai reati di evento commessi dai subordinati che siano puniti

di vigilanza può integrare l’inosservanza di “discipline” di cui

anche a titolo di colpa il deficit

all’art 43 comma 1, fondando così diretta responsabilità dell’apice a titolo di colpa specifica:

la

esclusa la generale rilevanza di un obbligo (individuale) di impedimento di reati, acquisterebbe

rilievo in tal caso, non un obbligo di garanzia, ma piuttosto una regola codificata di diligenza

diretta a prevenire l’altrui fatto doloso o colposo. 13

L’ “AUTONOMIA” DELLA RESPONSABILITÀ DELL’ENTE

L’art 8 d.lgs. 231/2001 chiude la sezione dedicata ai criteri di attribuzione all’ente della

responsabilità da reato con alcune disposizioni difficilmente conciliabili con le precedenti.

Invero, il riferimento del legislatore ad una “autonomia” della responsabilità dell’ente, rispetto

a quella gravante sulle persone fisiche per il reato da imputare al primo, è una QUESTIONE

davvero cruciale, e cioè: può ammettersi una responsabilità penale della persona

giuridica al di là dei casi in cui sia riscontrabile un reato completo di tutti gli elementi

oggettivi e soggettivi in capo ad un soggetto individuale?

Nella relazione viene espressamente ribadito che ci si deve in ogni caso trovare di fronte ad

il che sembra attribuire all’ “autonomia” dell’ente

un reato completo di tutti i suoi elementi,

una valenza meramente processuale.

L’art 8 prevede alle lettere a) e b) due distinte ipotesi nelle quali viene dichiarata la sussistenza

responsabilità dell’ente in presenza di vicende che a vario titolo non consentono

della

l’affermazione di una previa responsabilità dell’autore individuale: entrambe, in quanto più

correttamente qualificabili come cause di estinzione della punibilità, presuppongono

comunque la sussistenza di un reato completo di tutti i suoi elementi costitutivi.

ART 8. AUTONOMIA DELLA RESPONSABILITÀ DELL’ENTE

LA RESPONSABILITÀ DELL’ENTE SUSSISTE ANCHE QUANDO:

L’AUTORE DEL REATO NON È STATO IDENTIFICATO O NON È IMPUTABILE.

a) del SOGGETTO NON IMPUTABILE è un’ipotesi

Quella di rilievo più teorico che

pratico, menzionata solo per ragioni di completezza.

Valorizzando la teoria generale che considera l’imputabilità un presupposto della

l’illecito

colpevolezza e quindi dello stesso reato, su cui viene fondata la responsabilità

dell’ente in tal caso integrato solo dai requisiti della tipicità e dell’antigiuridicità e

sarebbe

risulterebbe privo quindi della terza essenziale componente della colpevolezza

(nell’altra ipotesi di mancata identificazione del reo la valutazione di colpevolezza non

potrebbe proprio farsi, non potendo prescindere dal riferimento ad un soggetto determinato).

Quella del SOGGETTO NON IDENTICATO fa invece riferimento ad un’impossibilità

sostanziale di identificazione di autori individuali, in quanto non è concepibile già in

astratto che un solo soggetto possa aver realizzato un reato integro dell’elemento

soggettivo, in particolare della colpa in senso stretto.

L’eventuale sganciamento in sede legislativa della responsabilità delle persone giuridiche

dal presupposto di un reato commesso in tutti i suoi elementi dalla persona fisica

significherebbe dare ingresso ad una nuova, inedita, figura di illecito punitivo, che

condividerebbe con quella “riservata” agli individuali soltanto la componente materiale: un

tale paso esigerebbe però prese di posizione da parte del legislatore ben più precise.

Peraltro, possono nutrirsi fondati dubbi circa la legittimità costituzionale della

disposizione in termini di congruenza con la legge delega, la quale non ha richiesto

l’introduzione di una responsabilità dell’ente che non presupponga un reato integro di

ogni elemento che sia realizzato da persone fisiche.

riferimento alla “mancata identificazione” dell’autore del rato va

 Il interpretato come

incertezza sulla identità “anagrafica” dell’autore,

allusivo ai casi in cui residui

sempre però all’interno di una cerchia ristretta di soggetti effettivamente individuabili,

che abbiano potuto distintamente o congiuntamente realizzare il reato.

sarà pure “riduttiva”, ma consente di mettere

Tale interpretazione la disposizione al

riparo da un’inevitabile censura di illegittimità costituzionale e di superare le diverse

obiezioni proponibili in ordine all’antinomia rispetto al criterio di imputazione dell’aver

agito “nell’interesse” dell’ente richiesto dall’art 5 e all’impossibilità di identificare la

disciplina d’imputazione applicabile all’ente, se quella dell’art 6 o dell’art 7. 14

DIVERSA DALL’AMNISTIA.

b) IL REATO SI ESTINGUE PER UNA CAUSA (di estinzione)

Salvo che la legge disponga diversamente, non si procede nei confronti dell’ente

quando è concessa amnistia per un reato in relazione al quale è prevista la sua

responsabilità e l’imputato ha rinunciato alla sua applicazione.

L’ente può rinunciare all’amnistia.

Questa disciplina evoca il disposto dell’art 182 c.p., ai sensi del quale l’estinzione del reato o

della pena ha effetto soltanto per coloro ai quali la causa si riferisce, confermando in un

base della responsabilità dell’ente

certo senso indirettamente come alla ci sia pur sempre un

reato commesso e pienamente riferibile ad un soggetto individuale.

Fa eccezione l’amnistia, che estingue anche la responsabilità dell’ente, in quanto istituto

strettamente collegato alla fisionomia e alla gravità in astratto dei vari illeciti penali, piuttosto

che a vicende coinvolgenti in qualche modo l’autore: così la rinuncia all’amnistia da parte

dell’imputato non si estende alla persona giuridica, rispetto alla quale non si avvia il

l’ente può a sua volta rinunciare

procedimento penale (comma 2), e, per converso, alla

causa di estinzione, che varrà ad inibite il procedimento e l’eventuale condanna solo per la

persona fisica che non si sia determinata nello stesso senso (comma 3).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Il legislatore ha qualificato l’illecito dell’ente in termini di illecito amministrativo dipendente

una fattispecie complessa in cui la “dipendenza” dell’illecito dal reato adombra una

da reato,

posizione non centrale, da semplice presupposto, del reato commesso dagli autori individuali.

si può dire che l’illecito è commesso

Con riferimento al reato realizzato dagli apici in questo caso l’imputazione

contemporaneamente ed insieme da questi e dalla societas:

del reato avviene esclusivamente sulla base del rapporto di immedesimazione organica.

Lo stesso non può dirsi però a proposito del reato commesso dal sottoposto in difetto di

adeguata vigilanza, in cui la componente di “agevolazione” direttamente riferibile all’ente

d’imputazione, ma contribuisce alla creazione in capo alla sola

collettivo non è mero canale

persona giuridica di un ulteriore illecito che non trova rispondenza in una preesistente

fattispecie tipica: non si riscontra infatti nel catalogo dei reati un delitto di agevolazione

l’art 7 crea una nuova fattispecie).

colposa di un reato commesso da altri (

Diversamente starebbero le cose se il legislatore avesse posto l’accento su di un nesso

per l’ente

agevolativo direttamente riferibile ai vertici: in tal caso la fattispecie di illecito rilevante

sarebbe stata, non il reato del sottoposto integrato dalla “colpa d’organizzazione” dell’ente, ma

esattamene l’agevolazione colposa posta in essere pur sempre dal soggetto in posizione apicale.

È possibile a questo punto trarre le CONCLUSIONI:

 dell’illecito dipendente da reato

Rispetto al REATO COMMESSO DAGLI APICI, la formula

l’illecito attribuito all’ente,

è assolutamente inadatta e fuorviante piuttosto che

“dipendere”, si identifica totalmente con il reato commesso dall’agente individuale.

 Rispetto al REATO COMMESSO DAI SOTTOPOSTI, va invece riconosciuta la presenza di

diverso illecito dell’ente: può dunque prospettarsi l’eventualità che tale illecito abbia

un anche se i riferimenti al fenomeno dell’agevolazione

realmente natura amministrativa,

colposa rendono già scarsamente plausibile l’ipotesi. A ciò sembrano però ostare una

ragione di carattere logico-giuridico e una di carattere sistematico:

o Può mai un illecito penale, nel momento in cui viene non già mutilato di taluni dei suoi

elementi, ma piuttosto corredato di ulteriori requisiti, venire per ciò stesso “degradato” a

illecito amministrativo? Può essere privato della natura giuridica propria quando gli

elementi che vi si aggiungono intendono al contrario affinare e potenziare i meccanismi

di imputazione in vista della peculiare natura del soggetto attivo di riferimento?

dell’illecito amministrativo e dell’illecito penale

o Le categorie politico-legislative sono ben

delineate e caratterizzate da un preciso rapporto di alternatività, non potendo pertanto

tollerarsi un uso improprio della relativa qualificazione al solo fine di non urtare la pruderie

di quanti si dichiarano contrari ad ammettere un’autentica responsabilità penale degli enti.

L’ILLECITO ATTRIBUITO AGLI ENTI COLLETTIVI È SEMPRE UN ILLECITO PENALE,

 coincidente in tutto o in gran parte con quello commesso dai soggetti individuale, a

seconda che si tratti rispettivamente di “apici” o di “subordinati”. 15


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliabertaiola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Picotti Lorenzo.

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