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Riassunto esame Diritto, prof. Perrini, libro consigliato Diritto internazionale, Conforti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto internazionale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Perrini, Diritto internazionale, Conforti. Gli argomenti trattati sono: la definizione di diritto internazionale, un quadro sintetico delle funzioni di produzione, accertamento ed attuazione coattiva del diritto internazionale.

Esame di Diritto internazionale docente Prof. F. Perrini

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ESTRATTO DOCUMENTO

l'art.297 gli atti legislativi entrano in vigore a seguito della pubblicazione nella gazzetta ufficiale

dell'unione, trascorsa una vacatio legis di 20 giorni oppure entro il limite volta a volta da essi

stabilito.

A) il regolamento è l'atto legislativo più importante e completo; è nato attraverso il quale la

registrazione dell'unione si sostituisce o si sovrappone alla legislazione interna dei singoli Stati

membri. "Il regolamento ha portata generale. Esso è obbligatorio in tutti i suoi elementi e

direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri".

B) La decisione differisce dal regolamento perché non ha portata generale ed astratta ma concreta.

Essa può indirizzarsi sia ad uno Stato membro che ad un individuo o ad un'impresa operante nel

territorio dell'unione. In ogni caso si tratta di un atto vincolante e quindi soggetto cui la decisione si

indirizza è tenuto ad osservarla.

C) La direttiva è, tra gli atti legislativi vincolanti, quello più problematico e quindi più interessante

sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista della pratica. Mentre i regolamenti e le

decisioni sono obbligatori in tutti i loro elementi, la direttiva "vincola lo Stato membro a cui è

rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi

nazionali in merito alla forma e ai mezzi". Appare chiaro dalla formula usata che la direttiva

dovrebbe limitarsi all'enunciazione di principi e criteri generali, di regole finali destinate ad essere

tradotte dal singolo Stato in norme di dettaglio. Senonché la prassi degli organi comunitari si è

andata orientando in senso contrario.

I regolamenti, alle decisioni e alle direttive alle raccomandazioni e ai pareri vanno aggiunti tutta una

serie di atti, i regolamenti interni degli organi, la comunicazione della commissione, i programmi

generali del consiglio. Vi sono poi degli atti adottati all'unanimità dal consiglio europeo e dal

consiglio, nel campo della politica estera e di sicurezza, come le decisioni che definiscono le azioni

che l'unione deve intraprendere e le posizioni che l'unione deve assumere. Come tutte le

organizzazioni internazionali, l'Ue ha la capacità di concludere accordi internazionali. A parte gli

accordi negoziati e firmati direttamente dai capi di Stato e di governo in seno al consiglio europeo,

la conclusione di accordi è prevista da varie norme del TUE e del TFUE. L'art. 218 del TFUE

regola la procedura normale di conclusione degli accordi. In sintesi, i negoziati sono condotti dalla

commissione su autorizzazione del consiglio, il quale può impartire direttive ai negoziatori. Lo

stesso consiglio autorizza sia la firma del testo così negoziato sia la sua conclusione, previa, nei casi

da noi indicati nell'area del Parlamento europeo, l'approvazione da parte di quest'ultimo. Secondo lo

stesso articolo, uno Stato membro, il Parlamento, il consiglio o la commissione può chiedere alla

corte di giustizia di dare in via preventiva un parere circa la compatibilità dell'accordo con le

disposizioni del trattato. Se il parere è negativo, l'accordo potrà entrare in vigore solo dopo una

modifica formale del trattato medesimo. Il N.2 dell'art.216 stabilisce che gli accordi sono vincolanti

per le istituzioni dell'unione degli Stati membri. Specifiche disposizioni del TFUE prevedono la

conclusione di accordi. Tra questi sono assai importanti le convenzioni di associazione non che gli

accordi che rientrano nel quadro della politica commerciale comune. Ad essi vanno aggiunti gli

accordi in materia di politica monetaria, ambientale e di cooperazione allo sviluppo. La competenza

dell'unione a concludere accordi internazionali dei casi contemplati dal trattato ha carattere

esclusivo. Ciò significa che gli Stati membri sono obbligati a non concludere per loro conto accordi

nelle stesse materie. A parte gli accordi la cui conclusione è espressamente prevista da disposizioni

specifiche, l'art. 216 del TFUE stabilisce che un accordo possa essere comunque concluso se sia

necessario per realizzare uno degli obiettivi fissati dai trattati, ho sia prevista in un atto vincolante

dell'unione oppure possa incidere su norme comuni può alternare la portata.

18. L'OCSE e il consiglio d'Europa.

Subito dopo la seconda guerra mondiale furono costituite nell'ambito dell'Europa occidentale due

organizzazioni che hanno dato un notevole contributo al rafforzamento dei vincoli tra i paesi

appartenenti a tale area geografica: l'organizzazione europea per la cooperazione economica, poi

trasformata nel 1960 in organizzazione per la cooperazione e lo economico; e il consiglio d'Europa,

che attualmente comprende 47 Stati membri. Al consiglio d'Europa non si può fare a meno di

dedicare qualche cenno, trattandosi dell'organizzazione da cui è derivato il primo esperimento di

tutela internazionale organica. "Scopo del consiglio d'Europa-dice l'articolo uno del trattato

istitutivo-è di conseguire una più stretta unione fra i suoi membri per salvaguardare e promuovere

gli ideali e i principi che costituiscono il loro comune patrimonio è di favorire il loro progresso

economico e sociale". "Ogni membro del consiglio-aggiunge l'articolo tre-deve accettare il principio

della preminenza del diritto e quello in virtù del quale ogni persona, posta sotto la sua giurisdizione,

deve godere dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". Per quanto riguarda la struttura, gli

organi principali dell'organizzazione sono: il comitato dei ministri, che è l'organo dotato di maggiori

poteri e che è composto dai ministri degli esteri, o dai loro sostituti, di tutti gli Stati membri;

l'assemblea consultiva che esprime modi e raccomandazioni al comitato dei ministri e nella quale, a

partire da una riforma del 1951, siedono rappresentanti dei pagamenti nazionali; il segretariato, con

a capo un segretario generale. Circa le funzioni va sottolineata la predisposizione di convenzioni,

soprattutto di convenzioni in materie "giuridiche", come quelle relative al diritto e alla procedura

penale. La "convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali", della quale sono attualmente parti contraenti tutti gli Stati membri del consiglio

d'Europa, fu solennemente firmata a Roma nel 1950.

19. Le raccomandazioni degli organi internazionali.

Si è già detto che la raccomandazione è l'atto tipico degli organi delle Nazioni Unite hanno il potere

di emanare. La raccomandazione produrrebbe un "effetto di liceità": non commette illecito lo Stato

il quale, in osservanza di una raccomandazione, venga meno ad obblighi precedentemente assunti

nei confronti di altri Stati membri dell'organizzazione raccomandante; ciò purché la

raccomandazione sia legittima, ossia non fuoriesca dalle competenze proprie degli organi e da ogni

altro limite che il trattato istitutivo ponga all'azione degli organi medesimi. Le raccomandazioni

appartengono puramente e semplicemente al soft law. Sempre facendo leva sull'obbligo di

cooperazione insito nei trattati istitutivi di organizzazioni internazionali, ritengono che sia illecito il

comportamento dello Stato il quale rifiuti di osservare tutta una serie di raccomandazioni. Ciò

equivale a dire in buona sostanza delle raccomandazioni, purché reiterate nel tempo, diverrebbero

obbligatori. La tesi è inaccettabile in quanto il principio della cooperazione tra gli Stati membri non

può essere spinto fino al punto di sovvertire la caratteristica fondamentale dell'atto che è quella di

non vincolare il destinatario al contegno raccomandato.

20. La gerarchia delle fonti internazionali. Il diritto internazionale cogente. L'unitarietà

dell'ordinamento internazionale.

Al vertice della gerarchia si situano le norme consuetudinarie. La consuetudine e dunque fonte di

primo grado, ed è l'unica fonte di norme generali. Il secondo posto della gerarchia spetta al trattato,

che trova in una norma consuetudinaria, la norma pacta sunt servanda, il fondamento della sua

obbligatorietà. Il terzo posto è occupato dalle fonti previste da accordi. Cominciando dai rapporti tra

consuetudine e accordo, è appena il caso di notare che il fatto che le norme pattizie siano sotto

ordinate alle norme consuetudinarie non significa di per sé inderogabilità di queste ultime da parte

delle prime. La norma di grado inferiore può derogare una norma di grado superiore se quest'ultima

lo consente. Se tutti concordano sul carattere generalmente flessibile delle norme consuetudinarie, è

però opinione comune che esista un gruppo di norme di diritto internazionale generale le quali

eccezionalmente sarebbero cogenti. La convenzione di Vienna non indica quali norme

internazionale siano imperative, dando una nozione di norma cogente piuttosto tautologica: la

norma cogente è quella che non può essere derogata. La norma internazionale contraria ad una

norma imperativa resta pienamente valida ma è inapplicabile; insomma il rapporto tra le due

categorie di norme e da esprimere in termini di inderogabilità e non di nullità. Sempre sul tema dei

rapporti tra consuetudine accordi, e di derogabilità o di inderogabilità delle prime ad opera dei

secondi, occorre fare un'ultima osservazione. Le norme che regolano le cause di invalidità e di

estinzione dei trattati sono o non sono derogabili? Il fatto che queste norme generali regolano la

struttura dell'accordo, non è il contenuto, le pone per forza su di un piano superiore, anche nel senso

della forza formale, al trattato. Qualsiasi clausola pattizia che stabilisca una deroga a queste norme

resterebbe a sua volta pur sempre ad essere soggetta. Per quanto riguarda gli atti delle

organizzazioni internazionali, il problema dei limiti entro i quali essi possono derogare alle norme

dei trattati che ne prevedono l'emanazione va ovviamente risolto caso per caso. In ogni trattato

istitutivo di un'organizzazione internazionale possono trovarsi norme sia derogabili che cogenti.

PARTE SECONDA. L'APPLICAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI ALL'INTERNO

DELLO STATO.

38. L'adattamento del diritto statale al diritto internazionale.

L'osservanza del diritto internazionale da parte di uno Stato deve ritenersi affidata in primo luogo

agli operatori giuridici, ed in particolare agli organi statali, di quello stesso stato. Una distinzione in

generale, di carattere, per così dire, tecnico, va operata è tenuta presente in ordine tutti i problemi di

adattamento. Essa attiene al mezzo attraverso il quale il diritto internazionale viene nazionalizzato,

o se si vuole introdotto nell'ordinamento statale. Si tratta della distinzione tra procedimenti ordinari

e procedimenti speciali di adattamento nel caso del procedimento ordinario l'adattamento avviene

mediante norme che formalmente in nulla si distinguono dalle norme statali se non per il motivo per

cui vengono emanate e che è appunto quello di creare delle regole corrispondenti a determinate

norme internazionali. In altri termini le norme internazionali vengono riformulate all'interno dello

Stato. Nel caso del procedimento speciale la norma internazionale non viene formulata all'interno

dello Stato. Gli organi preposti alle funzioni normative si limitano ad ordinare l'osservanza della o

delle norme internazionali medesime. Il costituente o il legislatore o l'organo amministrativo opera

semplicemente un rinvio alle norme internazionali, dando ad essere pieno vigore all'interno dello

Stato. È appena il caso di far notare che, dal punto di vista del diritto internazionale e della sua

esatta applicazione all'interno dello Stato, il procedimento speciale è di gran lunga quello

preferibile. Nel caso del procedimento ordinario, infatti, l'interprete si trova di fronte ad una norma

che in nulla differisce dalle altre norme statali se non per il motivo che l'ha ispirata. S'se è vero che

il procedimento mediante rinvio più idoneo ad assicurare l'osservanza del diritto internazionale, è

anche vero però che il procedimento ordinario può rivelarsi preferibile, o addirittura indispensabile

in certi casi. Esso è indispensabile allorquando la norma internazionale non è direttamente

applicabile o, come si suol dire, non è sempre self-executing; con questa espressione ci si riferisce

alle norme che richiedono necessariamente, per essere applicate, un'attività normativa integratrice

da parte degli organi statali. È il caso ad esempio della norma dell'articolo cinque della convenzione

di Montego Bay, che dà facoltà allo stato di adottare il sistema delle linee rette per la misurazione

della linea di base del mare territoriale sempre che la configurazione geografica delle coste presenti

determinanti le caratteristiche. Una volta introdotta nell'ordinamento interno, le norme

internazionale sono fonti di diritti ed obblighi per gli organi statali e per tutti i soggetti pubblici e

privati che operano all'interno dello Stato, al pari di una qualsiasi norma di origine nazionale. Sulla

distinzione tra norme self-executing e non self executing, la distinzione può prestarsi ad una

inammissibile compressione della sfera di applicazione delle norme internazionali, particolarmente

trattati. La nozione di norma non self-executing va rigorosamente circoscritta a tre casi ben precisi:

al caso in cui una norma attribuisca semplici facoltà gli Stati; oppure al caso in cui la norma, pur

imponendo obblighi, non possa ricevere esecuzione in quanto non esistono agli organi con le

procedure interne disprezzabili alla sua applicazione, o ancora, quando la sua applicazione comporti

particolari adempimenti di carattere costituzionale. In tutti questi casi il carattere non self-executing

va accertato con i normali criteri di interpretazione è sempre partendo dall'idea che il diritto

internazionale, una volta acquistata validità formale all'interno dello Stato, e diritto al pari del diritto

interno. Occorre invece per reagire contro quelle tendenze dirette ad utilizzare la distinzione tra

norme internazionali self-executing e non self-executing in senso lato "politici", ossia per non

applicare norme "indesiderate" perché contrarie a sopravvenuti interessi nazionali. È poi da

respingere l'opinione secondo cui un trattato non è self-executing se prevede che, in caso di

sospensione o di mancata applicazione, o di difficoltà nell'applicazione, nelle sue norme, debba farsi

ricorso a procedure di conciliazione, o ad altri mezzi internazionali di soluzione delle controversie,

che tentano l'altro conto delle esigenze dello stesso stato che ha sospeso e non applicato il trattato:

dal che dovrebbe dedursi la "flessibilità" delle sue disposizioni. In realtà, tutto ciò che può dirsi, è

che lo Stato contraente ha facoltà di adottare delle misure non conformi al trattato. Neppure può

ritenersi, come fa talvolta la giurisprudenza interna, che costituisca un impedimento alla diretta

applicabilità di un trattato il fatto che questo contenga una "clausola di esecuzione", ossia preveda

che gli Stati contraenti "adotteranno" tutte le misure di ordine legislativo o altro, e magari

progressivamente, per dare effetto alle sue disposizioni. Ovviamente le norme internazionali sono

utilizzabili all'interno dello Stato entro i limiti in cui si verifica in concreto la fattispecie astratta

essere prevista. La distinzione tra procedimenti ordinari procedimenti speciali di adattamento

attiene al mezzo attraverso cui l'ordinamento interno si adatta al diritto internazionale, attiene

insomma come il diritto internazionale è introdotto, penetra nell'ordinamento statale. Occorre poi

stabilire quale rango, nella gerarchia delle fonti interne, assumono le norme internazionali una volta

introdotte, e come di conseguenza si coordinano con altre norme statali.

39. L'adattamento al diritto internazionale consuetudinario.

L'adattamento al diritto internazionale generale avviene in Italia a livello costituzionale. Adesso

provvede infatti l'articolo 10, comma uno, della costituzione, secondo cui "l'ordinamento giuridico

italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute". L'articolo 10

prevede il procedimento di adattamento speciale o mediante rinvio. È l'interprete dunque-è

soprattutto il giudice-che deve risolvere tutti i problemi relativi all'esistenza e al contenuto delle

norme generali internazionali. Ad esso spetta in primo luogo stabilire quali siano le norme

internazionali generali. Si può ritenere che, essendo l'adattamento alle norme internazionali previsto

dalla costituzione, tali norme si situino comunque ad un livello superiore alla legge ordinaria. La

legge ordinaria contrarie al diritto internazionale consuetudinario sarà pertanto costituzionalmente

illegittima, in quanto durerà indirettamente all'articolo 10 della costituzione, e potrà quindi essere

annullata dà la corte costituzionale. Riteniamo che l'articolo 10, primo comma, della costituzione, in

quanto prescrive l'adattamento "dell'ordinamento giuridico italiano", e quindi del diritto italiano

nella sua totalità, al diritto internazionale generale, è da escludere in linea di massima che il diritto

consuetudinario sia subordinato al diritto costituzionale; con la conseguenza che il primo prevarrà

normalmente sul secondo a titolo di diritto speciale. Alla disapplicazione di una norma

consuetudinaria da parte del giudice comune, o alla pronuncia di incostituzionalità di una legge che

in una norma siffatta riproduca, dovrà pervenirsi però con molta cautela, tenuto conto di tutte le

circostanze del caso concreto.

40. L'adattamento ai trattati alle fonti derivate dai trattati.

L'adattamento alle norme pattizie internazionali avviene normalmente in Italia con un atto ad hoc

relativo ad ogni singolo trattato. Tale atto è l'ordine di esecuzione il quale, come il procedimento

automatico di adattamento alle norme consuetudinarie previsto dall'articolo 10, primo comma, della

costituzione, è un procedimento speciale o di rinvio; esso si limita quindi ad esprimere la volontà

del trattato si è sentito ed applicato all'interno dello Stato, senza riformularne le norme ma

rimettendo all'interprete interno la ricostruzione e l'interpretazione delle medesime. L'ordine di

esecuzione è di solito dato con legge ordinaria. Normalmente la stessa legge che autorizza la ratifica

del trattato da parte del capo dello Stato, contiene la formula della "piena ed intera esecuzione" in

tal modo l'ordine di esecuzione può precedere l'entrata in vigore dell'accordo, entrata in vigore che,

a seconda della natura del medesimo, si verifica al momento dello scambio delle ratifiche o del

deposito di un certo numero di ratifiche. Circa i primi rapporti che, fino all'entrata in vigore della

legge cost. 18.10.2001 n.3, Ha modificato il titolo quinto della parte seconda della costituzione,

doveva ritenersi che essi fossero in tutto e per tutto rapporti tra norme di pari rango, regolati quindi

del principio per cui la legge posteriore alla prosa l'anteriore è la legge speciale prevale sulla legge

comune. L'articolo tre, comma due, della legge citata ha rinnovato la materia, stabilendo che la

legislazione statale deve esercitarsi "nel rispetto dei vincoli internazionali". Viene così sancita una

preminenza degli obblighi internazionali, e quindi anche degli obblighi derivanti dai trattati, sulla

legislazione ordinaria. Data la prevalenza degli obblighi internazionali deve ritenersi che sia viziata

da illegittimità costituzionale, per violazione indetta della costituzione, e possa come tale essere

annullata da una corte costituzionale, la legge ordinaria che non rispetti i vincoli derivanti da un

trattato. La prevalenza del trattato è stata assicurata considerando il trattato come il diritto speciale

ratione materiae o personarum. Importante è infine la prassi seguita soprattutto dalle corti italiane,

americane e svizzere, da secondo cui la legge posteriore prevale solo se vi è alcuna chiara

indicazione della volontà del legislatore di contravvenire al trattato. Riteniamo che la volontà del

legislatore di ripudiare un'obbligazione internazionale preesistente possa ricavarsi in modo implicito

solo quando l'oggetto dell'obbligazione e quello della norma interna coincidono perfettamente sia

per quanto riguarda la materia regolata sia per quanto riguarda i soggetti ai quali il regolamento si

dirige. Circa i rapporti fra il trattato per la costituzione, non vi è alcun motivo per discostarsi dai

principi relativi alla gerarchia delle nostre fonti. Le norme pattizie in esse potranno pertanto essere

sottoposte al controllo di costituzionalità e annullate servivano norme della nostra costituzione. La

rivendicazione, da parte della corte costituzionale, del suo controllo di costituzionalità sui trattati è

qualificata dalla dottrina come teoria dei contro-limiti. Se da un punto di vista formale le leggi di

esecuzione dei trattati sono sempre subordinate alla costituzione, la giurisprudenza della nostra

corte costituzionale ha più volte fatto ricorso a trattati riguardanti materia costituzionale come

ausilio interpretativo di singoli articoli della costituzione. L'adattamento a un trattato implica anche

la adattamento alle eventuali fonti da esso previste? In particolare, l'ordine di esecuzione di un

trattato istitutivo di un'organizzazione internazionale implica l'adattamento alle decisioni delle

organizzazioni vincolanti per il nostro Stato? Oppure è indispensabile uno specifico atto interno di

adattamento per ciascuna decisione? Portasse anzitutto che il trattato prevede la espressamente la

diretta applicabilità delle decisioni degli organi all'interno degli Stati membri; almeno per quanto

riguarda le organizzazioni internazionali di cui è membro l'Italia, solo in relazione ai regolamenti

dell'Ue l'immissione automatica delle norme prodotte dagli organi non può neppure essere messe in

dubbio. Quando poi il trattato istitutivo dell'organizzazione nulla dispone in materia, il problema va

risolto interamente alla luce dell'ordinamento interno. Occorre riconoscere che la prassi italiana, al

pari di quella della maggioranza degli altri paesi, è orientata nel senso dell'adozione di singoli atti di

esecuzione per ciascuna decisione di organo internazionale, vincolante l'Italia. Dagli atti consistono

talvolta in una legge ma il più spesso, quando si tratta di decisioni reiterate, in decreti legislativi o

regolamenti amministrativi.

41. L'adattamento al diritto dell'unione europea.

Ai trattati che si sono succeduti all'epoca delle comunità e poi nell'unione europea fino al trattato di

Lisbona l'ordinamento italiano si è conformato, come per qualsiasi altro trattato, con un normale

ordine di esecuzione dato con legge ordinaria. Senonché sotto la spinta della giurisprudenza della

corte di giustizia dell'UE l'adattamento degli ordinamenti degli Stati membri al diritto comunitario

ha finito col seguire strade a quanto diverse da quelle dell'adattamento ai comuni trattati. Si è così

arrivati ad assicurare al diritto comunitario una prevalenza sulle norme nazionali. Nel nostro paese

si è fatto leva al tal fine, anche da parte della corte costituzionale, sulla norma dell'articolo 11 della

costituzione, secondo il quale l'Italia "consente in condizioni di parità con gli altri Stati alle

limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le

nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. A tutti i trattati

succedutisi nel tempo si è dato sempre esecuzione con legge ordinaria. Per effetto dell'ordine di

esecuzione non solo hanno acquistato forza giuridica da noi le norme dei trattati, ma

automaticamente acquistano la stessa forza, via via che vengono emanate, le norme dei regolamenti.

Su questo punto non vi può essere alcun dubbio, dato che l'art.288 del TFUE espressamente prevede

che i regolamenti siano "direttamente applicabili" in ciascuno degli Stati membri. La diretta ed

automatica applicabilità dei regolamenti riguarda la forza formale dei regolamenti medesimi; essa

significa che tutti i regolamenti acquistano tale forza e possono creare diritti ed obblighi all'interno

del nostro Stato, indipendentemente da provvedimenti di adattamento ad hoc. L'ciò non significa

che tutti i regolamenti siano direttamente, o meglio immediatamente applicabili anche per quanto

riguarda il loro contenuto. Al contrario, vi sono regolamenti che nascono incompleti ed abbisognano

comunque, per poter produrre i loro effetti, o taluni dei loro effetti, di atti statali di esecuzione ed

integrazione. Sempre con riguardo al come l'ordinamento italiano si conformi al diritto dell'unione,

resta da stabilire quali principi che regolano l'esecuzione degli altri due tipi di atti comunitari

vincolanti, le direttive e le decisioni. Per molto tempo l'opinione diffusa al riguardo è stata che, le

direttive e le decisioni non siano automaticamente applicabili in virtù della legge di esecuzione dei

trattati ma necessitino in ogni caso di atti di adattamento ad hoc. Nella prassi, simili atti, al pari

degli atti esecutivi di regolamenti incompleti, assumono ora la veste della legge, ora quella del

decreto legislativo o del decreto-legge, ora infine quella dell'atto amministrativo. La tecnica che essi

seguono di solito è quella propria del procedimento ordinario di adattamento. È da escludere che le

direttive e le decisioni siano del tutto inapplicabili prima e indipendentemente dai provvedimenti

interni che le eseguono. Tale tesi si fondava su di un argomento a contrario ma dimenticava che

l'art. 249 del TCE sanciva la obbligatorietà anche degli altri due tipi di atti che esso null'altro con

ciò poteva volere che l'osservanza delle direttive e delle decisioni. L'applicabilità diretta delle

direttive è ammessa anche dalla corte di giustizia dell'Ue entro certi limiti i quali peraltro risultano

via via sempre più ampi. Secondo la corte gli effetti diretti delle direttive sono da riportare alle

seguenti ipotesi.

A) quando i giudici interni sono chiamati ad interpretare norme nazionali disciplinanti materie

oggetto di una direttiva, tale interpretazione deve avvenire alla luce della lettera e dello scopo della

direttiva medesima.

B) allorché la direttiva chiarisce la portata di un obbligo già previsto dai trattati, la sua

interpretazione può considerarsi come vincolante.

C) allorché la direttiva impone allo Stato un obbligo, sia pure di risultato, ma non implicante

necessariamente l'emanazione di atti di esecuzione ad hoc è comunque "incondizionate e

sufficientemente previste dal punto di vista sostanziale", gli individui possono invocarla innanzi ai

giudici nazionali per far valere di effetti essa si propone.

D) nel caso di direttive che fissano un termine per la loro esecuzione nel diritto interno, lo Stato, che

non ha vincoli fino alla scadenza del termine, a però l'obbligo di non adottare disposizioni che

possano compromettere gravemente il risultato prescritto dalla direttiva.

E) La diretta applicabilità caratterizza anche le direttive che impongono allo stato obblighi

procedurali. La corte ha così stabilito che il mancato rispetto dell'obbligo di informare la

commissione dell'unione europea sull'adozione di determinate norme nazionali, previsto da una

direttiva, o l'adozione delle stesse norme prima della decorrenza dei termini, previsti sempre da una

direttiva, per dar modo alla commissione di pronunciarsi ed eventualmente richiederne la modifica,

comporta la disapplicazione delle norme nazionali in questione.

F) va infine qui accennato anche ad un effetto che la corte di giustizia per riconoscere alle direttive

non direttamente applicabili che restino inattuate e quindi comportino una violazione del diritto

comunitario. In realtà si tratta di un effetto che non è limitato alle direttive ma riguarda tutti i casi di

violazione. Secondo la corte, tale effetto consiste nel diritto dei singoli colpiti dalla violazione a

chiedere il risarcimento del danno subito, purché si tratti di violazione di norme che attribuiscano

loro dei diritti e vi sia un nesso di causalità tra la inattuazione e il danno. L'efficacia diretta è stata

riconosciuta dalla corte di giustizia anche per le decisioni indirizzate agli Stati.

Efficacia diretta negli ordinamenti degli Stati membri deve riconoscersi anche agli accordi conclusi

dall'unione con Stati terzi, sempre che, tale accordo di contengano norme complete, ossia norme che

non siano destinate ad essere completate da atti degli organi dell'unione. Occupiamoci ora del rango

delle norme dell'Ue e cominciamo dei loro rapporti con la legislazione ordinaria. Sul punto la nostra

corte costituzionale ha cambiato più volte opinione. L'ultimo e definitivo cambiamento filo-

comunitario ed al quale la corte è approdata dopo forti pressioni esercitate dalla corte di giustizia

dell'Ue, risale alla sentenza 5.6.1984,n.170. La corte non solo si tiene oggi che il diritto comunitario

direttamente applicabile prevalga sulle leggi interne, sia anteriori e posteriori, ma è anche

dell'opinione che qualsiasi giudice o organo amministrativo debba disapplicare le leggi dello Stato

nel caso di conflitto con una norma comunitaria direttamente applicabile. L'ultima questione da

esaminare è quella dei rapporti tra il diritto dell'unione europea e norme costituzionali, ed in

particolare se le norme dei trattati e della legislazione dell'unione possono essere sottoposte, così

come lo sono le norme degli altri trattati internazionali, al controllo di costituzionalità. In uno scritto

del 1966 (CONFORTI) affermavamo che la partecipazione dello Stato alle comunità europee non

potesse per ciò stesso comportare la rinuncia a priori ad ogni difesa dei principi costituzionali che

presiedono alla vita della comunità nazionale. Dal 1966 ad oggi in una serie di sentenze assai note

la corte di giustizia dell'unione cominciò con l'affermare che la tutela dei diritti fondamentali

dell'individuo, ancorché non espressamente prevista inizialmente tali trattati comunitari, non fosse

estranea al diritto comunitario, che fosse rilevabile per sintesi tenendo presente le "tradizioni

costituzionali comuni agli Stati membri" nonché le convenzioni sui diritti umani vincolanti tali

Stati. È però importante notare che sia la corte costituzionale italiana e quella tedesca hanno poi

ripreso una certa distanza dalla corte comunitaria. La prima si è riservata la possibilità di "verificare

se una qualsiasi norma del trattato non venga in contrasto con i principi fondamentali del nostro

ordinamento costituzionale o non attenti ai diritti inalienabili della persona umana". La corte

costituzionale tedesca, si è riservata di intervenire nei casi in cui, attraverso le procedure innanzi

alla corte comunitaria, non ci ha assicurato "lo standard di protezione dei diritti umani considerato

come irrinunciabile dalla legge fondamentale".

42. L'adattamento al diritto internazionale e le competenze delle regioni.

Quando il diritto internazionale interferisce in materie che in Italia formano oggetto di legislazione

regionale si pone il problema del coordinamento tra norme internazionali e norme statali di

adattamento, da un lato, e norme regionali, dall'altro. La grande maggioranza della dottrina è

sostanzialmente d'accordo nel ritenere che ad immettere il diritto internazionale nel nostro

ordinamento, a dargli in altre parole forza formale da noi, debba essere in ogni caso il potere

centrale. Tale opinione trova conferma espressa nella costituzione per quanto riguarda il diritto

consuetudinario, dato che a procedere in questo caso all'adattamento è addirittura una norma

costituzionale. Il problema del coordinamento tra la legislazione regionale e quella statale nelle

materie regolate dal diritto internazionale sia successivo all'immissione di quest'ultimo nel diritto

interno. Esso consiste nel chiedersi se e quali limiti derivano alla potestà legislativa delle regioni

dalla "presenza" nell'ordinamento italiano di norme di origine internazionale che interferiscono in

settori di competenza regionale. Un principio può dirsi pacifico, ed è quello del rispetto, da parte

della regione, degli obblighi internazionali. Il principio è espressamente sancito in taluni Stati

regionali ed è stato considerato come implicito, anche negli statuti che non fanno menzione.

PARTE QUARTA. LA VIOLAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI E LE SUE

CONSUEGUENZE.

43. Il fatto illecito dei suoi elementi costitutivi.

Può darsi che il diritto interno non riesca ad evitare che lo Stato incorra in una violazione del diritto

internazionale o in un fatto illecito internazionale. Si pone allora il problema della responsabilità

internazionale degli Stati. Al tema della responsabilità degli Stati la dottrina ha dedicato

approfondite indagini dagli inizi del novecento ad oggi. Dal lontano 1953 la CDI ha poi intrapreso

lo studio dell'argomento, ma un progetto definitivo di codificazione ha visto la luce solo nel 2001.

Una caratteristica fondamentale delle varie parti del progetto della CDI, già presente nella versione

del 1980, è quella di considerare i principi sulla responsabilità come valevoli in linea di massima

per la violazione di qualsiasi norma internazionale. Quanto si dirà sulla responsabilità degli Stati

vale anche, mutatis mutandis, per gli altri soggetti internazionali ad esclusione degli individui la cui

responsabilità, sostanziandosi nella loro punizione nel caso di crimini internazionali, è regolata da

norme che attengono al campo del diritto penale. Sulla responsabilità delle organizzazioni

internazionali, la CDI ha approvato definitivamente nel 2011 un progetto di articoli redatto per larga

parte dal redattore speciale, progetto per l'appunto si conforma per la maggior parte alle regole

codificate in tema di responsabilità degli Stati. Peraltro gli articoli 58-63 del progetto si occupano di

un tema specifico quale è quello dei rapporti tra responsabilità dell'organizzazione responsabilità dei

suoi membri. Trattasi di regole ispirate in linea generale al principio dell'autonomia della

responsabilità delle organizzazioni, autonomia ricavabile dalla autonoma personalità internazionale

di cui sono dotate le organizzazioni medesime. Tra degli articoli segnaliamo anzitutto l'articolo 17 il

quale prevede la responsabilità dell'organizzazione qualora questa, per sfuggire ad un suo obbligo

internazionale, induca, con decisione vincolante, uno o più membri a compiere un atto illecito, e ciò

anche se il comportamento così composto non sia illecito per il membro. Va poi segnalato l'articolo

40 secondo cui i membri, qualora lo statuto dell'organizzazione lo preveda, debbano prendere tutte

le misure necessarie per dotare l'organizzazione dei mezzi finanziari per far fronte alle conseguenze

dell'illecito da essa ha commesso. Infine, l'articolo 62, il membro è responsabile del fatto illecito

dell'organizzazione, presumibilmente a titolo sussidiario, quando abbia accettato tale responsabilità

oppure abbia indotto la vittima dell'illecito a farvi affidamento. Data la coincidenza tra lo Stato

come soggetto di diritto internazionale è lo Stato-organizzazione, è ovvio che il fatto illecito

consista anzitutto in un comportamento di uno o più organi statali, comprendendo tra questi tutti

coloro che partecipano all'esercizio del potere di governo. Il fatto che l'autore dell'illecito sia

necessariamente un organo dello Stato assume importanza quando si tratta di illeciti commissiivi,

consistenti in azioni; è chiaro che per gli illeciti omissivi l'identificazione dell'organo che avrebbe

dovuto attivarsi per non lo ha fatto, la sua competenza, non hanno rilievo per il diritto

internazionale. Si discute se la responsabilità dello Stato sono da quando l'organo abbia commesso

un'azione internazionalmente illecita avvalendosi di tale sua qualità, e dunque agendo nell'esercizio

delle sue funzioni, ma al di fuori dei limiti della sua competenza La questione attiene ai soli illeciti

commissivi e riguarda essenzialmente azioni illecite condotte da organi di polizia in violazione del

proprio diritto interno e contravvenendo agli ordini ricevuti. Secondo una parte della dottrina azioni

del genere sarebbero comunque attribuibili allo stato, ad onta del fatto che l'organo abbia esorbitato

dai limiti della sua competenza. Se l'illecito internazionale è opera degli organi statali, resta esclusa

la possibilità che allo Stato sia addossata una responsabilità per atti di privati che arrechino danni a

individui, organi o Stati stranieri. Oggi si ritiene che lo Stato risponda solo quando non abbia posto

in essere le misure atte a prevenire l'azione o a punire l'autore è quindi solo per il fatto che i suoi

organi. Il comportamento di cui è responsabile lo Stato consiste in un'omissione. Si va peraltro

facendo strada l'opinione secondo cui, in certi casi, di fronte alla violazione di norme internazionali

da parte dei privati lo Stato risponderebbe direttamente per una sorta di "complicità" col violatore, e

pertanto per un illecito commissivo e non omissivo. Gli esempi che si fanno, e che ovviamente non

sono tassativi, riguardano il terrorismo è la violazione di norme sui diritti umani da parte di società,

in particolare di società multinazionali.

44. L'elemento oggettivo.

Il progetto si occupa agli articoli 12 e seguenti del secondo elemento del fatto illecito, ossia

dell'illiceità del comportamento dell'organo statale. Trattasi dell'elemento obiettivo contrapposto

all'elemento soggettivo di cui fin qui abbiamo discorso. L'articolo 12 definisce l'elemento obiettivo

dell'illecito, dichiarando: "si ha violazione di un obbligo internazionale da parte di uno Stato quando

un fatto di tale stato non è conforme a ciò che gli è imposto dal predetto obbligo". Gli articoli

successivi contengono alcune regole dirette a stabilire quando, e a quali condizioni, una violazione

del diritto internazionale può considerarsi come definitivamente consumata. Tra queste l'articolo 13

contiene la regola tempus regi actum, ossia prevede che l'obbligazione debba esistere al momento in

cui il comportamento dello Stato è tenuto; a loro volta di articoli 14 e 15 stabiliscono quando deve

ritenersi che si verifichi illecito negli illeciti istantanei, in quelli aventi carattere continuo e negli

illeciti composti. All'elemento obiettivo dell'illecito internazionale attengono le cause, o circostanze,

escludenti l'illeicita, cui sono dedicati gli articoli 20 e seguenti del progetto. Una prima causa è

costituita dal consenso dello Stato leso. "Il consenso validamente dato da uno Stato-dice l'articolo

20-alla commissione da parte di un altro Stato di un fatto determinato esclude l'illeicita di tale fatto

nei confronti del primo stato sempre che il fatto medesimo resti dei limiti del consenso". La norma,

ispirato al principio violenti non fit iniura, trova ampio riscontro nella prassi internazionali ed ha

quindi in natura consuetudinarie: si pensi ad esempio alle autorizzazioni dello Stato territoriale a

che atti coercitivi, come l'apertura di un criminale, la liberazione di ostaggi… siano compiuti da

organi stranieri. Il consenso dello Stato leso viene configurato da una parte della dottrina come un

vero e proprio accordo tra lo Stato autorizzante dello Stato autorizzato, diretto a sospendere, con

efficacia limitata al caso specifico, un obbligo preesistente. Una delle più importanti cause di

esclusione dell'illecita è costituita dall'autotutela ossia dalle azioni che sono dirette al regime

dell'illecito altrui e che, per tale loro funzione, non possono essere considerate come antigiuridiche

anche quando consistono in violazione di norme internazionali. L'articolo 23 annovera tra le cause

di esclusione dell'illiceità la forza maggiore, cioè, secondo la definizione data nel progetto, il

verificarsi di una forza irresistibile o di un evento imprevisto, al di là del controllo dello Stato, che

rende materialmente impossibile adempiere l'obbligo. È controverso se per il diritto internazionale

lo stato di necessità, ossia l'aver commesso il fatto per evitare un pericolo grave, imminente e non

volontariamente causato, possa essere invocato come circostanza che esclude l'illeceità. Diciamo

subito che nessuno dubita che la necessità possa essere invocata quando il pericolo riguardi la vita

dell'individuo-organo che abbia commesso l'illecito o degli individui a lui affidati (c.d. distress)

come nell'esempio classico della nave e si rifugia nel porto straniero, senza previa autorizzazione

dello Stato costiero, per sfuggire alla tempesta. Le incertezze riguardano la necessità in quanto

riferita allo stato nel suo complesso, vale a dire le azioni illecite che siano compiute per evitare che

sia compromesso un interesse vitale dello Stato. Anche in questo caso, la dottrina è unanime nel

ripudiare la vecchia tesi, di marca giusnaturalistica che legava la necessità ad un pretesto "diritto di

conservazione" dello stato, e che su tale base finiva con il giustificare non solo ogni sorta di abuso

ma soprattutto fenomeni come la conquista e l'ingrandimento territoriale a danno di altri Stati.

L'articolo 25 del progetto si pronuncia in senso favorevole. "Lo Stato non può invocare lo stato di

necessità come cause di esclusione dell'illiceità di un atto non conforme ad un obbligo

internazionale se non quando l'atto: (a) costituisca l'unico mezzo per proteggere un interesse

essenziale contro un pericolo grave ed imminente; e (b) non leda gravemente un interesse essenziale

dello Stato o degli Stati nei confronti dei quali l'obbligo sussiste, oppure della comunità

internazionale nel suo complesso". In ogni altro caso la necessità di non può essere invocata se (a)

l'obbligo internazionale in questione esclude la possibilità di invocare la necessità; o (b) lo Stato ha

contribuito al verificarsi della situazione di necessità". Non le è del tutto azzardata la tesi secondo

cui l'illeceità sia esclusa quando l'osservanza di una norma internazionale urti contro principi

fondamentali della costituzione.

45. Gli elementi controversi: la colpa del danno.

Una questione a lungo dibattuta riguarda la necessità o meno che sussista la colpa dell'organo

statale autore della violazione. Con ampia generalizzazione possono distinguersi, in riferimento al

problema della colpa, tre tipi di responsabilità. Anzitutto vi è la responsabilità per colpa che si ha

quando si richiede che l'autore dell'illecito abbia commesso quest'ultimo intenzionalmente o almeno

con negligenza. Vi è poi una responsabilità cui può darsi il nome di responsabilità oggettiva relativa,

o per la quale, la dottrina anglosassone usa il termine di "strict liability" (responsabilità

contrattuale): essa si ha quando la responsabilità sorge per effetto del solo compimento dell'illecito,

ma l'autore di quest'ultimo può invocare, per sottrarsi alla responsabilità, una causa di

giustificazione consistente in un evento esterno che gli ha reso impossibile il rispetto della norma.

Vi è infine un terzo tipo di responsabilità, anch'essa soggettiva, che sia nei sistemi continentali che

in quelli di common law viene chiamata assoluta e che non ammette alcuna causa di giustificazione.

Per questo tipo di responsabilità e spesso collegata a sistemi di assicurazione obbligatoria, la

dottrina si è chiesta se sia ancora opportuno parlare di responsabilità e non piuttosto di garanzia. A

parte i regimi specifici cosa deve dirsi per il regime residuale? Riteniamo che la regola generale sia

favorevole a quella che abbiamo chiamato responsabilità oggettiva relativa, e che pertanto lo Stato

risponde di qualsiasi violazione del diritto internazionale da parte dei suoi organi purché non

dimostri l'impossibilità assoluta, ossia non da lui provocata, dell'osservanza dell'obbligo. Altra

questione controversa e se l'elemento dell'illecito sia il danno sia materiale che morale, e dunque la

lesione di un interesse diretto e concreto dello Stato nei cui confronti l'illecito è perpetrato. La CDI

ha preso una posizione negativa al riguardo in vista del fatto che vi sono oggi norme di diritto

internazionale la cui inosservanza da parte di uno dei loro destinatari è certamente sentita come un

illecito nei confronti di tutti gli altri anche quando un interesse diretto e concreto di questi ultimi

non sia leso.

46. Le conseguenze del fatto illecito internazionale. L'autotutela individuale e collettiva.

Commessa una violazione del diritto internazionale, lo Stato deve risponderne. Ma in che cosa

consiste la sua responsabilità, quali sono le conseguenze del suo fatto illecito? Le conseguenze del

fatto illecito internazionale hanno formato oggetto di una estesa speculazione teorica che ha

contribuito in modo notevole alla sistemazione della materia. L'opinione più diffusa è che le

conseguenze dell'illecito consistano in una nuova relazione giuridica tra Stato offeso e Stato

offensore, discendente da una norma apposita, la cosiddetta norma secondaria contrapposta alla

norma primaria ossia alla norma violata. Secondo l'ANZILLOTTI le conseguenze del fatto illecito

consisterebbero unicamente nel diritto dello Stato offeso di pretendere, e nell'obbligo dello Stato

offensore di fornire un'adeguata riparazione. La riparazione comprendere le sia il ripristino della

situazione quo ante sia il risarcimento del danno oppure, nel caso di danno di immateriale, la

"soddisfazione". Importante è sempre come sviluppo e perfezionamento di detto schema, la

tendenza a riportare sotto la norma secondaria e quindi tra le conseguenze giuridiche autonome

dell'illecito anche i mezzi di autotutela ed in particolare le rappresaglie: dal fatto illecito discendente

dello Stato offeso sia il diritto di chiedere la riparazione sia il diritto di ricorrere a contromisure

coercitive. Alla normale reazione contro l'illecito è, dunque, l'autotutela, cioè di farsi giustizia da sé.

Ciò che il diritto interno è un fatto eccezionale, è invece tutto oggi la regola nell'ambito del diritto

internazionale. Ci si chiede se il divieto dell'uso della forza abbia altre eccezioni oltre quella

prevista dall'articolo 51 della carta delle Nazioni Unite ed a parte gli interventi del consiglio di

sicurezza nelle quadro del sistema di sicurezza collettiva dell'Onu. Vani tentativi sono stati fatti per

dare una risposta affermativa, tentativi che possono ricondursi ad due filoni. Il primo e il filone, per

così dire, umanitario: vi è chi sostiene infatti che interventi armati siano ammissibili per proteggere

la vita dei propri cittadini all'estero. Sempre al filone umanitario vanno riportati i casi di intervento

contro Stati antidemocratici e praticano il contrabbando di droga. L'altro filone è quello

dell'estensione della categoria della legittima difesa individuale e collettiva ad ipotesi chiaramente

non previste dall'articolo 51 della carta delle Nazioni Unite: l'estensione è stata praticata per

legittimare l'uso della forza in via preventiva o per giustificare le reazioni contro gli Stati sul cui

territorio gruppi terroristici stabiliscono le loro basi e preparano attacchi contro altri Stati, per

giustificare ad esempio, i bombardamenti della Libia e del Iraq. La legalità dell'uso della forza nel

caso recitati ha sempre suscitato l'opposizione da parte di molti Stati, in prevalenza, e per ovvi

motivi, dei più deboli. Quando la forza è stata usata su larga scala, quando si è in presenza di una

vera e propria guerra, sia essa internazionale o civile, il sistema di sicurezza collettiva dell'Onu non

riesce a controllarla e a funzionare, c'è forse da prendere atto che il diritto internazionale, sia il

diritto consuetudinario che il diritto delle Nazioni Unite, ha esaurito la sua funzione. La guerra non

può ancora essere valutata giuridicamente ma solo politicamente e moralmente. Politicamente e

moralmente essa può essere giustificata o condannata ma dal punto di vista giuridico, essa non è né

lecita né illecita, è indifferente. C'è anche da tener presente, però, che, quando la guerra è scatenata,

entra in vigore tutto un corpo di regole, sia consuetudinarie che pattizie, il cosiddetto ius in bello,

contrapposto allo ius ad bellum, sul quale ultimo valgono per l'appunto le considerazione ora fatte

in tema di liceità della guerra. Lo jius in bello è costituito da norme che tendono a mitigare le

asprezze della lotta tra i belligeranti, a proteggere le popolazioni civili, a tutelare i paesi estranei al

conflitto e a imporre la punizione dei crimini di guerra. La specie più importante di autotutela è la

rappresaglia o la contromisura. Secondo l'insegnamento comune la contromisura consiste in un

comportamento dello Stato leso, che in se sarebbe illecito, ma che diviene lecito in quanto

costituisce la reazione ad un illecito altrui. In altri termini, lo Stato leso può, per reagire contro lo

Stato offensore, violare a sua volta, ovviamente nei confronti di quest'ultimo, gli obblighi che gli

derivano da norme consuetudinarie, ad esempio dalle norme sul trattamento degli stranieri o degli

Stati stranieri, da norme convenzionali e da norme contenute in decisioni di organi internazionali.

Le contromisure incontrano vari limiti, previsti dal diritto internazionale sia generale che

particolare. Un limite molto importante tra quelli di carattere generale è costituito dalla

proporzionalità fra violazione subita e violazione commessa per contromisura. Un altro limite che

non si sia soliti assegnare alle contromisure è costituito dall'impossibilità di ricorrere a violazioni

del diritto internazionale cogente anche nel caso in cui si tratti di reagire contro la violazioni dello

stesso tipo. Si ritiene infine, è l'opinione è accolta anche dall'articolo 52 del progetto, che ha la

contromisura non possa farsi ricorso se non sia prima tentato di giungere ad una soluzione

concordata della controversia. Tra le contromisure così interesse va annoverata anche l'inosservanza

del divieto dell'uso della forza nel caso in cui occorre respingere un attacco armato. Tutti gli

elementi essenziali, che abbiamo visto sono presenti in questa reazione contro il più grave illecito

che uno Stato possa commettere. Come specie del genere autotutela va considerata anche la

ritorsione che si distingue dalla contromisura in quanto non consiste in una violazione di norme

internazionali ma in un comportamento soltanto inamichevole, come l'attenuazione o la rottura dei

rapporti diplomatici oppure l'attenuazione o la rottura della collaborazione economica e

commerciale. Dobbiamo ancora chiederci se le azioni del tipo di quelle finora esaminate possano

provenire da Stati che non abbiano subito alcuna lesione. Il problema è molto attuale e viene posto

anzitutto per certe convenzioni multilaterali che tutelano interessi che fanno capo alla collettività

degli Stati contraenti o addirittura valori particolarmente sentiti nell'ambito della comunità

internazionale, come le convenzioni sui diritti umani. Esso viene posto poi per le norme che

prevedono obblighi erga omnes, ossia verso la comunità internazionale nel suo complesso, quali le

norme che vietano l'aggressione, il genocidio, la schiavitù, gli atti contro il terrorismo e simili. A

norme del genere dedicato molta attenzione anche alla CDI: nel vecchio progetto la commissione

propose di distinguere i "crimini" internazionale degli Stati dei semplici illeciti, qualificando i primi

come violazioni gravi obblighi ritenuti fondamentali dalla comunità internazionale nel suo insieme

e segnatamente del divieto dell'aggressione, dell'obbligo di rispettare l'autodeterminazione dei

popoli, del divieto di schiavitù, genocidio e del divieto di inquinare in modo massiccio atmosfera

con le acque del mare. Il caso più importante è quello della legittima difesa collettiva in caso di

attacchi armati, riconoscendo all'articolo 51 della carta delle Nazioni Unite ed ammessa dallo stesso

diritto internazionale generale; come la corte ha stabilito, le misure, anche militari, che lo Stato

terzo può prendere devono rispondere i criteri della necessità della proporzionalità e comunque

presuppongono una precisa richiesta dello stato aggredito. Un'altra norma consuetudinaria che si

può ricordare, e quella, che vincola tutti gli Stati a negare effetti extraterritoriali agli atti di governo

e mandato in un territorio acquistato con la forza o detenuto in dispregio del principio di

autodeterminazione dei popoli. È poi possibile, passando dal piano del diritto consuetudinario a

quello pattizio, che una convenzione multilaterale prevede essa stessa, in caso di violazione di una

delle sue norme, il diritto di ciascuno Stato contraente di intervenire con le sanzioni, anche se non

direttamente leso. In realtà, la prassi non offre esempi del genere… Ciò che invece caratterizza

alcune convenzioni multilaterali e la creazione di meccanismi istituzionali di controllo di natura

giurisdizionale o quasi giurisdizionale, che possono essere messi in moto da ciascuno Stato

contraente. Esclusa la possibilità per gli Stati non direttamente interessati di prendere contromisure,

il discorso è diverso per quanto riguarda il ricorso a comportamenti soltanto inamichevoli, ossia la

ritorsioni. La autotutela è istituto del diritto internazionale consuetudinario. Naturalmente lo Stato

può obbligarsi, mediante trattato, a non ricorrere a misure di autotutela o a ricorrervi a certe

condizioni. Obblighi del genere sono ricavabili soprattutto dei trattati istitutivi delle organizzazioni

internazionali. Il tema autotutela, particolarmente nelle misure non violente di autotutela, ha i suoi

riflessi del diritto statale: l'operatore giuridico interno, prima di concludere che è una determinata

legge o un certo atto amministrativo siano contrari a norme materiali di diritto internazionale, e

trarne le conseguenze in base di adattamento da noi esaminati, dovrà chiedersi se la legge con l'atto

amministrativo non giustifichino in base allo stesso diritto internazionale in quanto contromisure.

L'ordinamento interno può anche predisporre dei meccanismi di carattere generale che rendano

automaticamente praticabile la violazione di norme internazionali, a titolo di contromisura, da parte

di organi statali. Un meccanismo del genere può essere considerata in certi casi la condizione di

reciprocità, secondo la quale un determinato trattamento

viene accordato agli Stati, agli organi cittadini stranieri a condizione che il medesimo trattamento

sia accordato allo stato nazionale, e i suoi organi e ai suoi cittadini. La condizione di reciprocità può

rivelarsi utile soprattutto in rapporto a norme internazionali consuetudinarie di cui il contenuto sia

incerto o chiaramente in evoluzione. Si badi che la reciprocità non è utilizzata esclusivamente come

presupposto per l'osservanza del diritto internazionale e quindi come base per l'adozione di

eventuali contromisure. Spesso essa costituisce soltanto il presupposto di concessioni dettate da

alcuni motivi di cortesia: come avviene, ad esempio, se uno Stato accorda l'esenzione fiscale di

agenti diplomatici stranieri per imposte diverse da quelle dirette personali, a condizione di

reciprocità.

47. La riparazione.

Resta da considerare, sempre nel quadro della conseguenza dell'illecito internazionale, l'obbligo che

incombe sullo stato autore dell'illecito di riparare il torto causato. Nella riparazione si e soliti

anzitutto far rientrare l'obbligo della restituzione in forma specifica ossia del ristabilimento della

situazione di fatto e di diritto esistente prima del compimento dell'illecito, sempre che il

ristabilimento sia possibile. Il dovere di far cessare l'illecito e di cancellare le possibili gli effetti

appare, in un ordinamento primitivo qual è quello internazionale, con un aspetto dello stesso

obbligo violato. Non è il caso quindi di configurare la restituzione con oggetto di un obbligo nuovo

prodotto dalla violazione. Anche la "soddisfazione" è considerato una forma di riparazione,

precisamente una forma di riparazione dei danni morali e cioè una forma di riparazione dovuta per

il solo fatto che l'illecito sia stato compiuto e a prescindere dalla richiesta di risarcimento di

eventuali danni di carattere patrimoniale. Lo Stato offensore è tenuto a dare soddisfazione allo stato

leso mediante comportamenti come la presentazione di scuse, omaggio alla bandiera o ad altri

simboli dello stato leso, il versamento di una somma simbolica e simili. In realtà, se si ha riguardo

la prassi contemporanea, tutto ciò che può dirsi dal punto di vista giuridico è che la presentazione

ufficiale di scuse o una prestazione di carattere simbolico, o il ricorso ad un tribunale internazionale

se accettati dallo stato leso, facciano normalmente venire meno l'ulteriore conseguenza del fatto

illecito ed in particolare il ricorso a misure di autotutela. In definitiva l'unica, nella forma di

riparazione è costituita dal risarcimento del danno prodotto dall'illecito internazionale. Può ritenersi

pertanto che il risarcimento sia senz'altro dovuto quando la violazione del diritto internazionale

consista in, o si accompagni ad, un'azione violenta contro beni, mezzi e organi dello Stato, come il

danneggiamento di sedi diplomatiche e consolari, il danneggiamento o alla distruzione di mani o

aerei, il ferimento di individui organi, eccetera. Fuori questi casi è difficile ritenere che il diritto

internazionale consuetudinario imponga che il danno venga risarcito.

48 . La cosiddetta responsabilità da fatti leciti.

Si discute se in alcuni casi la responsabilità internazionale, ed in particolare l'obbligo di

risarcimento dei danni, possa derivare da fatti leciti. Il settore che è soprattutto presi in

considerazione a tal fine è il settore delle attività altamente pericolose ed inquinanti, come quelle

delle centrali nucleari, delle industrie chimiche… È difficile dal punto di vista della teoria generale

del diritto riuscire a distinguere la responsabilità senza illecito dalla responsabilità senza colpa e

quindi dalla responsabilità oggettiva, sia relativa che assoluta. Non ci sembra che il diritto

internazionale attuale conosca una responsabilità così sofisticata, e così improntata al solidarismo,

come la responsabilità del fatto lecito. Va infine notato che numerose convenzioni si occupano del

risarcimento di danni prodotti da attività pericolose. Essere però non si riferiscono alla

responsabilità internazionale ma a quella di diritto interno.

49. Il sistema di sicurezza collettiva previsto dalla carta delle Nazioni Unite.

La carta delle Nazioni Unite, da un lato sancisce il divieto dell'uso della forza nei rapporti

internazionali, dall'altro accentra in un organo delle Nazioni Unite, il consiglio di sicurezza, la

competenza a compiere le azioni necessarie per il mantenimento dell'ordine e della pace tra gli

Stati, ed in particolare ad usare la forza a fini di polizia internazionale. Per quanto riguarda il

sistema di sicurezza accentrato essa ha poco e male funzionato fino alla caduta del muro di Berlino

a causa del diritto di veto riconosciuto alle grandi potenze. E sensi del capitolo settimo il consiglio

di sicurezza, accerta anzitutto l'esistenza di una minaccia per la pace, di una violazione della pace o

di un atto di aggressione, e stabilisce poi, sia quali misure sanzionatorie ma non implicanti l'uso

della forza, come interruzione parziale o totale delle comunicazioni e per le relazioni economiche

da parte degli altri Stati, sia implicanti l'uso della forza debbano essere prese nei confronti, o

all'interno, di uno Stato. Prima di ricorrere alle une o alle altre, esso può invitare le parti interessate

a prendere quelle "misure provvisorie" che consideri come necessarie al fine di non aggravare la

situazione. Nell'accertare se sussista una minaccia o violazione della pace o un atto di aggressione,

il consiglio gode di un larghissimo potere discrezionale. Esaminiamo ora le tre fasi attraverso le

quali può passare l'azione del consiglio:

A) le misure provvisorie: "al fine di prevenire un aggravarsi della situazione-dice l'articolo 40-il

consiglio di sicurezza può invitare le parti interessate ad ottemperare a quelle misure provvisorie

che esso consideri necessarie o desiderabili. Tali misure provvisorie non devono pregiudicare i

diritti, le pretese o la posizione delle parti interessate. Il consiglio di sicurezza prende in debito

conto il mancato ottemperamento a tali misure provvisorie".

B) le misure non implicanti l'uso della forza: tali misure, previste dall'articolo 41 sono che il

consiglio può vincolare gli Stati membri dell'Onu a prendere tutta una serie di misure contro uno

Stato che, sempre a giudizio insindacabile dell'organo, minacci o abbia violato la pace oppure, nelle

crisi interne, contro i gruppi armati, o ancora, nel quadro della lotta contro il terrorismo

internazionale, contro gruppi terroristici.

C) le misure implicanti l'uso della forza: gli articoli una delle seguenti si occupano nell'ipotesi che il

consiglio decise di impiegare la forza: integrarla contro uno Stato, colpevole di aggressione, o di

minaccia o di violazione della pace; oppure di impiegarla all'interno di uno Stato, intervenendo in

una guerra civile. Passando alle modalità con le quali, secondo la carta, il consiglio di sicurezza

corazziere, gli articoli 43 44 45 prevedono l'obbligo per gli Stati membri di stipulare con il consiglio

degli accordi intesi a stabilire il numero, il grado di preparazione, la dislocazione… delle forze

armate utilizzabili o dall'organo, totalmente o parzialmente, via via che se ne presenti la necessità;

secondo gli articoli 46 e 47 l'utilizzazione in concreto dei vari contingenti nazionali deve far capo

ad un comitato di Stato maggiore, composto dai capi di stato maggiore dei cinque membri

permanenti e posto sotto l'autorità del consiglio. Gli articoli 43 e seguenti, dal 1945 ad oggi, non

hanno mai ricevuto applicazione. Ciò premesso, fino ad oggi il consiglio è intervenuto in crisi

internazionale o interne con misure di carattere militare in due modi diversi, talvolta cumulandoli.

Esso o ha creato delle forze delle Nazioni Unite (i famosi caschi blu) incaricate, ma con compiti

perlopiù assai limitativi, di operare per il mantenimento della pace (peacekeeping operations) o ha

autorizzato l'uso della forza da parte degli Stati membri, si singolarmente sia nell'ambito di

organizzazioni regionali. Le prime forze aventi compiti di peace-keeping furono organizzate

all'epoca della guerra fredda: la più importante fu l'ONUC che operò nel Congo negli anni 60. La

caratteristica principale delle peace-keeping operations è costituita dalla delega del consiglio al

segretario generale in ordine sia al reperimento, attraverso accordi con gli Stati membri, sia al

comando delle forze internazionali. Del sistema di sicurezza collettiva la facente capo al consiglio

di sicurezza fanno parte anche le organizzazioni regionali create sia per sviluppare la cooperazione

tra gli Stati membri e provvedere alla soluzione delle controversie tra i medesimi, sia per

promuovere la difesa comune verso l'esterno. L'appartenenza di queste organizzazioni al sistema di

sicurezza collettiva dell'Onu si fonda sul capitolo ottavo della carta, ed in particolare sull'articolo 53

il quale stabilisce che il consiglio di sicurezza utilizza "gli accordi e le organizzazioni regionali per

le azioni coercitive sotto la sua direzione" ed aggiunge che "nessuna azione coercitiva potrà venire

intrapresa in base ad accordi regionali senza l'autorizzazione del consiglio di sicurezza". L'articolo

53 va coordinato con l'articolo 51 il quale ammette la legittima difesa sia individuale e collettiva,

intendendo per quest'ultima la possibilità che la reazione ad un attacco armato provenga non solo

dallo Stato attaccato ma anche da Stati terzi. Tra le organizzazioni regionali esistenti vanno

ricordate: l'organizzazione del trattato del Nord Atlantico (nato); l'organizzazione per la sicurezza e

la cooperazione in Europa (osce).

PARTE QUINTA. L'ACCERTAMENTO DELLE NORME INTERNAZIONALI NELL'AMBITO

DELLA COMUNITA' INTERNAZIONALE.

50. L'arbitrato. La Corte Internazionale di Giustizia.

La funzione giurisdizionale internazionale ha ancora oggi sostanzialmente natura arbitrale, essendo

ancorata al principio per cui un giudice internazionale non può giudicare se la sua giurisdizione non

è stata preventivamente accettata da tutti gli stati parti di una controversia. Gli Stati sono liberi di

deferire ad un tribunale internazionale una qualsiasi controversia che riguardi i loro rapporti; la

controversia è un disaccordo su un punto di diritto o di fatto, un contrasto, un'opposizione di tesi

giuridiche o di interessi fra due soggetti. Non esistono quindi controversie "giustiziabili" e

controversie "non giustiziabili", dato che su qualsiasi rapporto fra stati, il diritto internazionale è

capace di pronunciarsi se non altro a favore della libertà dello Stato da cui la controparte pretende

qualcosa. Il processo internazionale ha carattere sostanzialmente arbitrale riposando sulla volontà di

tutti gli Stati parti di una controversia. Se tale volontà manca, non è possibile costringere uno Stato

a sottoporsi a giudizio. Punto di partenza dell'evoluzione dell'istituto è l'arbitrato isolato. Nel XVIIII

sec. l'arbitrato si svolgeva di solito nel modo seguente : sorta una controversia tra uno o più stati si

stipulava un accordo, il cosiddetto compromesso arbitrale, col quale si nominava un arbitro o un

collegio arbitrale, si stabiliva eventualmente qualche regola procedurale, e si ci obbligava a

rispettare la sentenza emessa. Essa era una forma rudimentale e approssimativa applicabile a

questioni di genere minore. Rispetto all'arbitrato isolato, l'istituto si è andato da allora sviluppando e

possono distinguersi due fasi di sviluppo: 1° fase, già alla fine del 19 sec si è cominciato a ricorrere

a dei meccanismi per facilitare l'accordo degli Stati necessario per l'instaurazione del processo

internazionale: sono comparsi così quel tipo di clausola compromissoria e di trattato generale di

arbitrato che chiameremo "non completi" per distinguerli dalla clausola compromissoria e dal

trattato generale di arbitrato "completi". La clausola compromissoria "non completa" accede ad una

qualsiasi convenzione e crea l'obbligo per gli stati di ricorrere all'arbitrato per tutte le controversie

che sorgono in futuro in ordine all'applicazione e interpretazione della convenzione medesima.

Nello stesso periodo si assiste poi all'avvio della tendenza ad istituzionalizzare i tribunali

internazionali, cioè a creare organi arbitrali permanenti e a predisporre regole di procedure

applicabili in ogni procedimento così instaurato. L'avvio all'istituzionalizzazione si ha con la Corte

permanente di arbitrato tutt'ora esistente creata dalle convenzioni dell'AJA dal 1899 e dal 1907 sulla

guerra terrestre. Si tratta di un elenco di giudici periodicamente aggiornato fra i quali gli stati

possono scegliere ai fini della composizione del collegio arbitrale. Nella 2° fase che ha inizio dopo

la 2° guerra mondiale si ha avuto un maggior processo di istituzionalizzazione con la creazione

prima della corte permanente di giustizia internazionale all'epoca della società delle nazioni e poi

nel 1945 con la Corte internazionale di giustizia. Quest'ultima, organo delle nazioni unite, ha

sostituito la corte permanente di giustizia internazionale; essa ha sede all'Aja e funziona in base allo

statuto annesso alla Carta dell'ONU e ricalcante, con qualche variazione, lo statuto della vecchia

Corte. La CIG presenta un forte grado di istituzionalizzazione: trattasi di un corpo permanente di

giudici, eletti dall'Assemblea generale e dal Consiglio di Sicurezza, che giudica in base a precise e

complesse regole di procedura inderogabili dalle parti. trattasi però pur sempre di un tribunale

arbitrale che giudica sul presupposto di un accordo fra tutte le parti di una controversia. Oltre alla

giurisdizione in materia contenziosa la Corte svolge anche una funzione consultiva. La 2° fase è

marcata da una decisa evoluzione anche per quando riguarda l'accordo necessario per

l'instaurazione del processo internazionale. Compare infatti la figura della clausola compromissoria

completa e del trattato generale di arbitrato anch'esso completo. Intentiamo con questa terminologia

riferirci ai i casi in cui la clausola compromissoria o il trattato di arbitrato non si limitano a creare

l'obbligo di stipulare il compromesso ma prevedono direttamente l'obbligo di sottoporsi al giudizio

di un tribunale internazionale già predisposto e perfettamente in grado di funzionare. Analogo al

trattato generale di arbitrato completo è il procedimento previsto dall'art. 36, par. 2, dello statuto

della CIG, articolo secondo cui "gli Stati aderenti al seguente statuto possono in ogni momento

dichiarare di riconoscere come obbligatoria ipso facto e senza speciale convenzione nei rapporti con

qualsiasi altro stato che accetti la medesima obbligazione, la giurisdizione della corte".

51. I tribunali internazionali settoriali e regionali.

Nel tempo si vanno moltiplicando gli organi giurisdizionali internazionali che hanno competenze

settoriali e che il più delle volte presentano caratteristiche diverse dall'arbitrato, sia perché già per

disposizione dei loro trattati istitutivi possono essere aditi unilateralmente, sia perché alcuni di essi

sono aperti anche agli individui o sono creati per giudicare individui. Alcuni tra i tribunali

internazionali settoriali hanno carattere regionale, altri, istituiti da trattati conclusi da un gran

numero di stati e comunque non limitati a questa o a quella regione, carattere universali. I tribunali

regionali riguardano di solito il settore dei diritti umani e della cooperazione o integrazione

economica. La moltiplicazione dei giudici internazionali sarebbe, secondo una parte della dottrina,

una delle cause della frammentazione del diritto internazionale. Ciò perché più giudici possono

pronunciarsi in modo diverso sull'esistenza o interpretazione della stessa norme. Competenze per

buona parte sui generis presenta la corte di giustizia dell'unione europea con sede a Lussemburgo.

Trattasi di competenze tanto sui generis da rendere legittimo il dubbio che alla Corte attribuirsi la

qualifica di tribunale internazionale. Sulla corte di Lussemburgo si riflettono infatti quelle

incertezze circa l'esatta qualificazione dell'UE,ente a metà strada tra le organizzazioni internazionali

e lo stato federale parziale .Le principali competenze della corte sono le seguenti. A parte una

funzione arbitrale di tipo classico prevista dall'art 273 del TFUE, degne di menzione sono: a) la

competenza in tema di ricorsi per violazione di trattati da parte di uno stato membro; b)quella

relativa al controllo di legittimità sugli atti degli organi dell'unione, c)quella infine concernente le

c.d. questioni pregiudiziali.

A)i ricorsi diretti a far accertare la violazione dei trattati da parte di uno stato membro sono

proponibili dalla commissione o da ciascun altro stato membro previa consultazione della

commissione. Lo stato "accusato" non può sottrarsi al giudizio della corte e, se questa lo dichiara

inadempiente, è tenuto a prendere tutti i provvedimenti che l'esecuzione della sentenza comporta.

B) Il controllo di legittimità sugli atti comunitari ricalcato sul sistema del contenzioso

amministrativo francese, e limitato agli atti legislativi e non legislativi vincolanti del consiglio, della

commissione, della banca centrale, del parlamento e del consiglio europeo.

C) La competenza in tema di questioni pregiudiziali che è forse quella più interessante e che

comunque ha avuto più di ogni altra innumerevoli applicazioni pratiche, è disciplinata dall'art 267

del TFUE nel modo seguente: quando, innanzi ad un giudice di uno stato membro, è sollevata una

questione relativa all'interpretazione dei trattati o alla validità o interpretazione degli atti degli

organi dell'Unione, tale giudice ha il potere o, se è di ultima istanza, il dovere di sospendere il

processo e di chiedere una pronuncia della Corte al riguardo. Secondo l'ultimo comma dell'art. 267

la Corte decide con urgenza qualora il rinvio pregiudiziale è effettuato in un giudizio nazionale

relativo ad una persona in stato di detenzione. La pronuncia della Corte ha effetto immediato nel

giudizio nazionale a quo, ma l'interpretazione in essa racchiusa in essa racchiusa sarà ovviamente

utilizzata in tutti gli Stati membri finché la corte non sia sollecitata a mutarla attraverso una

successiva pronuncia. Alla Corte è stato affiancato, dal 1988, il "tribunale", già "tribunale di primo

grado dell'unione europea", la cui principale competenza ha per oggetto i ricorsi promossi dalle

persone fisiche e giuridiche in tema di controllo sulla legittimità degli atti. Le sentenze emesse dal

Tribunale sono impugnabili davanti alla Corte per motivi di diritto. Nel campo del diritto

internazionale marittimo opera oggi il Tribunale Internazionale del Diritto del Mare, il cui statuto è

contenuto nell'annesso VI alla Convenzione di Montego Bay. Il tribunale è composto da 21 giudici

indipendenti, eletti tra persone che, oltre ad avere la più alta reputazione d'imparzialità ed integrità,

abbiano una competenza notoria nel campo del diritto del mare. Un sistema assai complesso di

soluzione delle controversie tra Stati nel settore del commercio internazionale è quello predisposto

dall'"intesa sulle regole e procedure relative alla soluzione delle controversie" che è contenuta

nell'allegato n.2 all'Accordo istitutivo dell'OMC, l'Organizzazione nata dagli sviluppi del GATT.

Tale sistema da capo ad un organo dell'OMC nel quale sono rappresentati tutti gli Stati membri,

l'"Organo per la soluzione delle controversie", e si articola in due gradi di giudizio, il primo

costituito,, come già avveniva in seno al GATT, da panels di esperti volta a volta nominati

dall'Organo, il secondo consiste invece in un corpo permanente di appello in cui siedono sette

giudici. La Corte Europea dei Diritto dell'Uomo (CEDU), con sede a Strasburgo, è l'organo che

controlla il rispetto della Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali e dei suoi protocolli che ne formano parte integrante, da parte degli Stati contraenti e

scelti tra "giureconsulti di notoria competenza" o persone che posseggano i requisiti richiesti per

l'esercizio delle più alte funzioni giudiziarie. La composizione e le funzioni della Corte sono

disciplinate dagli art 19 ss. della Convenzione e dalle orme del regolamento interno della Corte.

Questa giudica sia attraverso Comitati composti da tre giudici sia attraverso Camere di sette giudici.

Una grande camera, di 17 giudici, può poi essere chiamata eccezionalmente a pronunciarsi su

richiesta di una Camera, oppure come una sorta di istanza di appello contro la sentenza di una

Camera .In questo secondo caso, però, un collegio di 5 giudici deve preventivamente decidere se

l'appello è proponibile. L'esperienza del sistema di controllo sul rispetto dei diritti umani instaurato

dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo ha servito da modello ad altri sistemi. Il sistema

regionale più importante dopo quello europeo è stato posto in essere dalla Convenzione

interamericana dei diritti dell'uomo del 1969; né sono Stati contraenti la maggior parte degli Stati

del continente americano. Alla convenzione è stato aggiunto nel 1988 il Protocollo di San Salvador

sui diritti economici, sociali e culturali. Anche nell'ambito dell'OUA è stata istituita una Corte dei

diritti dell'uomo, che ha cominciato a funzionare nel 2009. Essa applica la Carta africana dei diritti

dell'uomo e dei popoli, adottata dall'Organizzazione. Passando dal piano regionale al quello

universale vengono in rilievo i due patti internazionali promossi dalle Nazioni Unite, l'uno sui diritti

economici, sociali e culturali, l'altro sui diritti civili e politici. Alla formazione delle norme

internazionali sui crimini di guerra e contro l'umanità si accompagna la tendenza ad attribuire la

corrispondente giurisdizione penale a tribunali internazionali. La prima esperienza in materia fu

quella del tribunale di Norimberga, creato nel 1945 con l'accordo di Londra, concluso tra le potenze

che occupavano la Germania debellata, per la punizione dei crimini nazisti. Solo recentemente

l'esperienza del 1945 è stata ripetuta con la costituzione, da parte del consiglio di sicurezza delle

Nazioni Unite del tribunale per i crimini commessi nell'ex Jugoslavia a partire da gennaio 1991 e

del tribunale per i crimini commessi in in Ruanda dall'inizio di gennaio e la fine di dicembre del

1994. Nel 1998 è stata poi creata la corte penale internazionale, corte a carattere permanente, in cui

statuto venne adottato a Roma da un'apposita conferenza di Stati ed aperto alla firma e alla ratifica

di tutti gli Stati. I crimini di cui la corte è competente a conoscere, secondo l'articolo cinque dello

statuto, sono i crimini di genocidio, di guerra e contro l'umanità. Lo stesso articolo cinque

prevedeva che, con un emendamento allo statuto, venisse in seguito introdotta la competenza della

corte con riguardo al crimine di aggressione dopo averlo definito. Ricordiamo infine la creazione di

tribunali penali interni a composizione internazionale, istituiti in paesi in sviluppo ed in situazioni

post-conflittuali. Competenze limitate alle controversie di lavoro con i funzionari delle

organizzazioni internazionali hanno i tribunali istituiti all'interno di queste ultime, come ad esempio

il tribunale amministrativo delle nazioni unite, il tribunale amministrativo dell'organizzazione

internazionale del lavoro eccetera.

52. I mezzi diplomatici di soluzione delle controversie internazionali.

Tali mezzi si distinguono dei mezzi giurisdizionali di soluzione delle controversie in quanto

prendono esclusivamente a facilitare l'accordo delle parti. L'accordo tra le parti può essere anzitutto

facilitato da negoziati diretti tra le parti medesime; sicché i negoziati sono considerati come il

mezzo più semplice di soluzione diplomatica della controversie. Si parla molto di buoni uffici e

mediazione quando si verifica l'intervento di uno Stato terzo, può anche di un organo supremo di

uno Stato o del segretario di un'organizzazione internazionale al titolo personale. Molto importante

è infine la conciliazione che è la forma "diplomatica" più evoluta di soluzione delle controversie,

quella che più si avvicina all'arbitrato. Le commissioni di conciliazione, istituite dalla talvolta su

base permanente e talvolta in modo occasionale, sono di solito composte da individui e non da Stati

e hanno il compito di esaminare la controversia in tutti i suoi aspetti, accertando i fatti che hanno

dato luogo alla controversia medesima e formulare una proposta di soluzione, proposta che le parti

sono libere di accettare o meno. Spesso poi il ricorso alla conciliazione è previsto come

obbligatorio, con la conseguente possibilità, per uno degli Stati contraenti, di dare unilateralmente

l'avvio alla procedura conciliativa. Ai mezzi diplomatici vanno riportate anche quelle procedure di


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Depretis

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'amministrazione e dello sviluppo economico
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Depretis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Perrini Francesca.

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