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quel processo. La procura si presume conferita soltanto per un determinato grado del

processo, salvo che sia espressa una volontà diversa.

Perché possa compiere atti in nome della parte rappresentata, il difensore deve essere

munito della procura speciale indicata dall’art. 122, con la quale il cliente, nei casi

consentiti dalla legge, può nominarlo proprio procuratore speciale per il compimento di

determinati atti. In forza di tale rappresentanza volontaria il difensore può compiere

atti che incidono sulla situazione giuridica sostanziale della parte rappresentata. Si

tratta di un’ulteriore procura speciale, che deve contenere la determinazione

dell’oggetto per cui è rilasciata e dei fatti ai quali si riferisce e deve essere conferita

con atto pubblico o scrittura privata autenticata.

L’INCOMPATIBILITA’ DEL DIFENSORE. L’art. 1o6, comma 1, prevede la possibilità

che la difesa di più imputati sia assunta da un difensore comune purché le diverse

posizioni non siano tra loro incompatibili: deve sussistere in concreto un nesso di

interdipendenza in base al quale un imputato abbia effettivamente interesse a

sostenere una tesi difensiva sfavorevole ad un altro imputato. Quando l’autorità

giudiziaria rileva la sussistenza di una situazione di incompatibilità deve indicarla,

esporne i motivi e fissare un termine per rimuoverla. L’incompatibilità può essere

eliminata in2 modi:

- Mediante la rinuncia del difensore a sostenere una o più persone;

- Mediante la revoca della nomina da parte dell’imputato.

Nel caso in cui l’incompatibilità non venga rimossa entro il termine fissato, il giudice la

dichiara e provvede a sostituire il difensore incompatibile con un difensore d’ufficio.

L’ABBANDONO E IL RIFIUTO DELLA DIFESA. L’art. 1o5, comma 1, riconosce al

consiglio dell’ordine forense la competenza esclusiva per le sanzioni disciplinari

relative ai casi di abbandono della difesa o di rifiuto della difesa di ufficio. Per

individuare i singoli comportamenti che integrano i menzionati illeciti disciplinari è

necessario fare una valutazione caso per caso. La giurisprudenza ha più volte

affermato che non si può, comunque, prescindere dall’elemento soggettivo: si deve

trattare di un comportamento intenzionale da parte del difensore, con la

consapevolezza di arrecare un danno alla parte. L’art. 1o5, comma 3, dispone che se

l’abbandono o il rifiuto sono motivati da violazioni del diritti di difesa e il consiglio

dell’ordine ritiene giustificato il comportamento del difensore, la sanzione non si

applica.

LE GARANZIE PER IL LIBERO ESERCIZIO DELL’ATTIVITA’ DIFENSIVA (art. 1o3).

La scelta del legislatore è stata quella di assicurare al difensore la possibilità di

svolgere la propria attività di patrocinio e consulenza in favore del cliente senza subire

alcun condizionamento. Le garanzie di carattere generale consistono nella forte tutela

del segreto professionale assicurata dall’art. 2oo agli avvocati, che non possono

essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio

ministero. Le garanzie di carattere speciale riguardano la tutela dell’ufficio e dei

colloqui con i clienti e sono finalizzate ad assicurare la libertà di predisposizione delle

strategie difensive in un processo di tipo accusatorio.

Lo studio legale nel quale opera il difensore ha le seguenti garanzie:

- Non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni; 22

- Le ispezioni, le perquisizioni e i sequestri di regola sono vietati. Sono ammessi in

casi tassativi previsti dalla legge; inoltre, devono essere effettuati con

determinate modalità da osservarsi a pena di inutilizzabilità dei risultati;

- Le ispezioni e le perquisizioni sono ammesse quando i difensori risultano essere

imputati.

Questi atti devono essere compiuti di regola da un giudice personalmente. Nel corso

delle indagini possono essere compiuti personalmente dal Pm purché autorizzato dal

giudice con decreto motivato. Il giudice (o il Pm) quando si accinge a compiere una

perquisizione, una ispezione o un sequestro, deve preavvisare, a pena di nullità, il

presidente del consiglio dell’ordine perché questi possa assistere alle operazioni.

6. LA PERSONA OFFESA DAL REATO

La persona offesa dal reato (art. 9o) è il titolare dell’interesse giuridico protetto da

quella norma incriminatrice che si assume sia stata violata dal reato. Il codice

attribuisce alla persona offesa la qualifica di soggetto del procedimento: la qualifica di

“parte” le viene riconosciuta soltanto se, nella veste di danneggiato dal reato, la

persona offesa ha esercitato l’azione risarcitoria costituendosi parte civile. Il codice

prevede un caso di persona offesa di “creazione legislativa”: infatti, qualora una

persona sia deceduta in conseguenza del reato, le facoltà e i diritti previsti dalla legge

in favore della persona offesa sono esercitati dai prossimi congiunti. Tra i poteri che

può esercitare la persona offesa dal reato, possiamo menzionare quelli meramente

sollecitatori dell’attività dell’autorità inquirente, come per esempio il presentare

memorie. L’offeso gode anche di poteri di carattere informativo: egli riceve

l’informazione di garanzia. L’informazione di garanzia è inviata dal Pm quando questi

stia per compiere un atto garantito nei confronti di un indagato; se mancano queste

condizioni, l’informazione di garanzia non deve essere spedita alla persona offesa, che

pertanto non riceve alcuna comunicazione ufficiale dell’esistenza di un procedimento

in corso e dunque non è messa in grado di esercitare il diritto di difesa. Un altro diritto

di informativa spetta alla persona offesa nei casi nei quali il Pm proceda al

compimento di un accertamento tecnico non ripetibile.

La persona offesa al reato ha anche poteri di partecipazione al procedimento, che

possono essere esercitati dalla persona offesa che abbia nominato un difensore.

Quest’ultimo può limitarsi ad assistere ai pochi atti di indagine per i quali è ammessa

la sua presenza; oppure, può attivarsi fino a svolgere le cosiddette investigazioni

difensive. Infine, alla persona offesa sono riconosciuti poteri di tipo prettamente

penalistico, che cioè tendono a tutelare il suo interesse ad ottenere il rinvio a giudizio

dell’imputato. All’offeso non è attribuita una vera e propria azione penale, ma gli sono

attribuiti poteri di controllo sulla eventuale inattività del Pm; essi consentono all’offeso

di mettersi in contatto con il giudice per le indagini preliminari e presentargli le proprie

conclusioni in due ipotesi, e cioè quando il Pm abbia chiesto al giudice la proroga delle

indagini o l’archiviazione.

7. LA PARTE CIVILE

Il reato può aver provocato in concreto un danno. In tal caso, colui che ha commesso il

reato è obbligato a risarcire il danno e, se del caso, a restituire la cosa sottratta. Il

danno risarcibile può manifestarsi nelle forme di:

- Danno patrimoniale, che consiste nella privazione o diminuzione del patrimonio

nelle forme del danno emergente e del lucro cessante. Il danno patrimoniale 23

viene quantificato per equivalente pecuniario nel senso che si deve ripristinare

quella situazione economica e patrimoniale del danneggiato che era

preesistente e che avrebbe dovuto proseguire, se non fosse stato commesso il

reato;

- Danno non patrimoniale (denominato comunemente danno morale), che

consiste nelle sofferenze fisiche e psichiche patite a causa del reato. Si tratta di

un danno che non può essere quantificato per equivalente, poiché non è

possibile ripristinare la situazione anteriore al reato. Il danno non patrimoniale

viene calcolato con modalità di tipo satisfattivo.

La persona che ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale in conseguenza

del reato è definita “danneggiato dal reato” e ha il diritto ad ottenere che il

responsabile sia condannato a risarcire il danno. L’azione tendente a conseguire

l’accertamento della responsabilità e la condanna al risarcimento del danno può

essere esercitata, in alternativa, davanti al giudice civile in un autonomo

procedimento, oppure davanti al giudice penale, ma soltanto dopo che il Pm ha

esercitato l’azione penale. In quest’ultimo caso, il danneggiato esercita l’azione civile

costituendosi parte civile nel processo penale.

La distinzione tra persona offesa e danneggiato dal reato è che la prima comporta la

qualifica di soggetto del procedimento, mentre la seconda non fa assumere tale

qualifica: pertanto, al danneggiato dal reato in quanto tale non spettano i diritti e le

facoltà della persona offesa.

L’esercizio dell’azione civile nel processo penale è fondato su due regole non espresse,

ma che si ricavano dalla normativa del codice (art. 75):

- In primo luogo, l’azione civile resta “ospite” nel processo penale. Questa regola

comporta che l’azione civile mantiene la sua natura e le sue caratteristiche

civilistiche. Essa rimane facoltativa e disponibile, nel senso che il danneggiato in

ogni momento del processo penale può revocare la costituzione di parte civile.

Inoltre, il giudice penale, nell’accertare i danni e nel condannare al risarcimento

l’imputato colpevole, non può andare oltre i limiti della domanda, e cioè della

quantità del risarcimento richiesto dalla parte civile.

- La seconda regola comporta che al di fuori di quanto attiene alla natura

civilistica dell’azione, i poteri e il comportamento della parte civile sono

disciplinati dal codice di procedura penale. Pertanto, l’esercizio dell’azione civile

nel processo penale subisce, nei suoi aspetti procedimentali, varie deroghe

rispetto alla regolamentazione che vige nel processo penale.

La costituzione di parte civile (art. 76) deve essere fatta mediante una apposita

dichiarazione resa per scritto ai sensi dell’art. 78: essa deve essere sottoscritta dal

difensore della parte civile, e svolge la funzione dell’atto di citazione in un processo

civile. La dichiarazione deve contenere (art. 78), a pena di inammissibilità:

- Le generalità della persona;

- Le generalità dell’imputato nei cui confronti viene esercitata l’azione civile;

- Il nome e il cognome del difensore e la indicazione della procura a questi

rilasciata;

- La esposizione delle ragioni che giustificano la domanda. Quest’ultima consiste

nella richiesta al giudice di pronunciare la condanna dell’imputato al

risarcimento del danno. Le ragioni consistono nei motivi per i quali si asserisce

che il reato ha provocato un danno patrimoniale o non patrimoniale. I motivi

consentono al giudice di valutare se il richiedente è legittimato a costituirsi

parte civile; 24

- La sottoscrizione del difensore.

Vi sono due termini per costituirsi parte civile (art. 79): il primo scatta all’inizio

dell’udienza preliminare nel momento in cui il giudice accerta la regolare costituzione

delle parti. Il limite finale per costituirsi parte civile è il momento in cui il giudice

accerta la regolare costituzione delle parti prima dell’inizio del dibattimento. Dopo tale

momento la dichiarazione di costituzione di parte civile è inammissibile. La

costituzione di parte civile produce i suoi effetti in ogni stato e grado del processo

(principio di immanenza della parte civile).

Il codice di procedura penale prevede che il danneggiato dal reato possa compiere

altre due scelte in alternativa a quella di costituirsi parte civile:

- Può esercitare l’azione di danno davanti al giudice civile. In questo caso,

l’azione civile si sviluppa parallelamente allo svolgersi del processo penale. Vi è

un vantaggio: l’eventuale assoluzione dell’imputato nel processo penale non ha

la forza di giudicato, e cioè non vincola il giudice civile.

- Può restare inerte, e cioè non esercitare l’azione risarcitoria né in sede penale

né in sede civile. In questo caso, il danneggiato corre il rischio che il giudice

penale assolva l’imputato con una formula ampia, che acquista forza di

giudicato.

8. GLI ENTI RAPPRESENTATIVI DI INTERESSI LESI DAL REATO (art. 91)

Il codice prevede che possano essere presenti nel procedimento altri soggetti oltre alla

persona offesa dal reato e alla parte civile. In base all’art. 91, l’ente può esercitare in

ogni stato e grado del procedimento i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa

dal reato. Da ciò si ricava che l’ente è un soggetto del procedimento e non una parte.

9. RESPONSABILE CIVILE

Il responsabile civile è il soggetto obbligato a risarcire il danno causato dall’autore del

reato. Può essere citato nel processo penale a richiesta della parte civile (art. 83) o

può intervenire volontariamente quando vi è stata costituzione di parte civile (art. 85).

Il responsabile civile è un soggetto che non ha partecipato al compimento dell’illecito

penale, ma è chiamato a risarcire il danno provocato dalla persona che ha commesso

tale fatto illecito. Il codice prevede singole ipotesi di responsabilità per fatto altrui: in

tali casi il responsabile civile è obbligato in solido con l’imputato al risarcimento del

danno.

1o. LA PERSONA CIVILMENTE OBBLIGATA PER LA PENA PECUNIARIA

La persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria è una parte eventuale del

processo penale: essa è citata a richiesta del Pm o dell’imputato (art. 89). La

responsabilità si attiva quando l’autore del reato, che sia stato condannato o

sottoposto ad esecuzione per una pena pecuniaria, sia insolvibile. In tal caso, l’obbligo

di pagare la multa o l’ammenda è posto a carico della persona fisica o giuridica

indicata dagli artt. 196 e 197 del codice penale.

All’interno della categoria rappresentata dai soggetti del processo, la qualifica di parte

è riservata a chi vanta il diritto ad una decisione giurisdizionale in rapporto ad una

pretesa fatta valere nel processo.

Sono soggetti del processo, riconosciuti come parti: 25

• Pubblico ministero;

• Imputato (persona sottoposta alle indagini);

• Parte civile;

• Responsabile civile;

• Persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria.

Sono altresì considerati soggetti del processo, pur non rivestendo la qualifica di parte:

• Giudice;

• La persona offesa;

• Gli enti e le associazioni rappresentative di interessi lesi dal reato;

• Il difensore;

• La polizia giudiziaria. CAPITOLO 2: GLI ATTI

Viene tradizionalmente definito “atto del procedimento penale” quell’atto che è

compiuto da uno dei soggetti e che è finalizzato alla pronuncia di un provvedimento

penale. In base a tale definizione, rientrano nel concetto di atto sia gli atti delle

indagini preliminari, sia gli atti dell’udienza preliminare e del giudizio. Il primo atto del

procedimento penale è quello che segue la ricezione della notizia di reato da parte

della polizia giudiziaria o del Pm. Occorre precisare che con il termine atto si designa

quella attività che è compiuta da un soggetto. Tuttavia, nella prassi il termine atto

individua anche il risultato permanente della attività che è stata compiuta. In

quest’ultimo significato atto sta ad indicare sia il verbale che documenta l’attività

compiuta, sia il testo del provvedimento pronunciato.

Gli atti più importanti del procedimento penale hanno una forma vincolata. Il libro

secondo del codice di procedura penale prevede i modelli legali che sono prefissati in

via generale per gli atti del procedimento. Il rispetto delle forme legali è una delle

garanzie poste a tutela dei soggetti che sono implicati nel procedimento penale.

Quando il codice non impone una forma vincolata, l’atto ha una forma libera.

Ai sensi dell’art. 1o9 comma 1, gli atti del procedimento sono compiuti in lingua

italiana. Particolari disposizioni valgono per il cittadino italiano che appartiene ad una

minoranza linguistica riconosciuta e che si trovi davanti ad una autorità giudiziaria di

primo o di secondo grado avente giurisdizione sul territorio ove la predetta minoranza

è insediata. Il predetto cittadino è, a sua richiesta, interrogato o esaminato nella

madre-lingua e il relativo verbale è redatto anche in tale lingua.

L’art. 11o contiene disposizioni di carattere generale che si giustificano a causa delle

invalidità che possono derivare dalla omissione della sottoscrizione. Cosi, si prescrive

che la sottoscrizione avvenga di propria mano, in fine dell’atto; non è valida la

sottoscrizione apposta con mezzi meccanici o con segni diversi dalla scrittura; se chi

deve firmare non è in grado di scrivere, il pubblico ufficiale, accertata l’identità della

persona, ne fa annotazione in fine dell’atto medesimo.

In base all’art. 111 comma 1, quando la legge richiede la data di un atto, sono indicati

il giorno, il mese, l’anno e il luogo in cui l’atto è compiuto. L’indicazione dell’ora è

necessaria solo se espressamente prescritta. 26

L’art. 116 comma 1, prevede che durante il procedimento e dopo la sua definizione,

chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio a proprie spese di copie, estratti o

certificati di singoli atti. Il rilascio avviene su autorizzazione salvo che la legge

riconosca espressamente al richiedente il diritto al rilascio. L’autorizzazione è disposta

dal Pm o dal giudice che procede al momento della presentazione della domanda o,

dopo la definizione del procedimento, dal presidente del collegio o dal giudice che ha

emesso il provvedimento di archiviazione o la sentenza. Dalla interpretazione

coordinata degli artt. 116 e 329 si ricava che i casi nei quali l’interessato non può

ottenere il rilascio riguardano gli atti coperti dal segreto investigativo.

Ai sensi dell’art. 117, il Pm titolare di un procedimento può chiedere personalmente

alla autorità giudiziaria competente copie di atti relativi ad altri procedimenti penali e

informazioni scritte sul loro contenuto. Il potere è funzionale alla necessità di svolgere

indagini ed opera nelle situazione nelle quali non scatta quel più forte regime di

coordinamento tra gli uffici del Pm che è previsto in caso di indagini collegate.

L’autorità giudiziaria richiesta provvede senza ritardo, e, se rigetta la domanda, deve

farlo con decreto motivato, contro il quale non è previsto rimedio processuale. Il

rigetto può essere motivato dall’esigenza di conservare il segreto investigativo nel

caso concreto.

Anche il ministro dell’interno gode del potere di chiedere atti e informazioni attinenti

ad un procedimento penale (art. 118): il ministro può procedervi sia direttamente, sia

a mezzo di un ufficiale di polizia giudiziaria o del personale della direzione

investigativa antimafia. La finalità è differente da quella prevista dall’art. 117: il

ministro opera in qualità di responsabile dell’ordine pubblico e della pubblica

sicurezza; il potere è concesso al fine di prevenire i delitti per i quali è obbligatorio

l’arresto in flagranza. L’autorità giudiziaria richiesta provvede senza ritardo, e, se

rigetta la domanda, deve farlo con decreto motivato.

Ai sensi dell’art. 119 comma 1, quando un sordo, un muto o un sordomuto vuole o

deve fare dichiarazioni, al sordo si presentano per iscritto le domande ed egli risponde

oralmente; al muto si fanno oralmente le domande ed egli risponde per iscritto; al

sordomuto si presentano per iscritto le domande ed egli risponde per iscritto.

Testimoni ad atti del procedimento (art. 12o). Il codice prevede in varie disposizioni

che determinate persone possano assistere ad atti del procedimento penale. Queste

intervengono nel processo penale non in quanto sono a conoscenza di fatti oggetto di

prova, bensì perché sono persone di fiducia di uno dei soggetti interessati allo

svolgimento del relativo atto, del quale garantiscono la regolarità e sul quale possono

essere chiamate a testimoniare. Non possono intervenire come testimoni ad atti del

procedimento:

a) I minori degli anni 14 e le persone palesemente affette da infermità di mente o

in stato di manifesta ubriachezza o di intossicazione da sostanze stupefacenti o

psicotrope;

b) Le persone sottoposte a misura di sicurezza detentiva o a misure di

prevenzione.

Obbligo di osservanza delle norme processuali (art. 124). La costituzione, prevedendo

il giusto processo regolato dalla legge, detta un principio generale di legalità

processuale. Tale principio è attuato dalle norme sulle invalidità degli atti processuali.

A chiusura del sistema, l’art. 124 impone di osservare le norme di questo codice anche

quando l’inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale. 27

GLI ATTI DEL GIUDICE

• La SENTENZA è l’atto con cui il giudice adempie al dovere di decidere, che gli è

posto a seguito dell’esercizio dell’azione penale. La sentenza esaurisce una fase

o un grado del processo, e con essa il giudice si spoglia del caso. Dal punto di

vista della forma, la sentenza deve essere sempre motivata, e cioè deve dare

conto del percorso logico seguito dal giudice per giungere alla decisione.

L’obbligo della motivazione è posto direttamente dalla costituzione all’art. 111

comma 6, ed è ripetuto dal codice che prevede la sanzione della nullità relativa

per l’eventuale inosservanza (art. 125, comma 3).

• L’ORDINANZA è il provvedimento con cui il giudice risolve singole questioni

senza definire il procedimento. Deve essere sempre motivata a pena di nullità e,

di regola, è revocabile dal giudice.

• Il DECRETO è un ordine dato dal giudice; deve essere motivato soltanto se la

legge lo precisa espressamente. Singole norme del codice prescrivono quando il

provvedimento del giudice assume la forma dell’ordinanza o del decreto: la

prima è emessa dopo che si è svolto il contraddittorio fra le parti; il secondo è

pronunciato in assenza del medesimo.

L’immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità (art. 129). Poiché il

processo penale coinvolge diritti di libertà che sono indisponibili per espresso

enunciato costituzionale, era inevitabile che la materia non potesse essere lasciata

alla esclusiva iniziativa delle parti. Di conseguenza, l’art. 129 comma 1 pone la regola

secondo cui il giudice ha l’obbligo di dichiarare immediatamente d’ufficio determinate

cause di non punibilità. Si tratta di quelle che concernono la assenza di responsabilità

dell’imputato, l’estinzione del reato e la mancanza di una condizione di procedibilità.

Più precisamente, il codice enumera espressamente le seguenti formule terminative

che comportano la declaratoria immediata: il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha

commesso, il fatto non costituisce reato e il fatto non è previsto dalla legge come

reato. La pronuncia del giudice deve intervenire immediatamente in ogni stato e grado

del processo, e cioè in momenti successivi all’esercizio dell’azione penale. Il comma 2

dell’art. 129 pone una gerarchia tra le formule che il giudice è tenuto ad emettere:

quando esiste una causa di estinzione del reato e risulta evidente dagli atti la non

responsabilità penale dell’imputato, il giudice deve dare la preferenza a questo tipo di

pronuncia, che assume la forma della sentenza di assoluzione o della sentenza di non

luogo a procedere. Ove non sia stata già acquisita agli atti la prova evidente circa la

mancanza di responsabilità dell’imputato, il giudice è tenuto a pronunciare

immediatamente l’estinzione del reato.

La correzione di errori materiali. L’art. 13o prevede la procedura di correzione degli

errori materiali. L’istituto richiede almeno quattro requisiti:

1- In primo luogo, sono oggetto di correzione degli errori materiali soltanto gli atti

del giudice riferibili al modello delle sentenze, delle ordinanze e del decreto;

2- In secondo luogo, l’errore non deve essere causa di nullità dell’atto;

3- In terzo luogo, l’errore deve essere materiale, e cioè consistere in una difformità

tra il pensiero del giudice e la formulazione esteriore di tale pensiero;

4- In quarto luogo, la eliminazione dell’errore non deve comportare una modifica

essenziale dell’atto.

Il procedimento di correzione dell’errore si svolge in camera di consiglio secondo le

forme dell’art. 127. La competenza spetta al giudice autore dell’atto, e l’ordinanza

recante la correzione deve essere annotata sull’originale dell’atto. 28

I poteri coercitivi del giudice. Al giudice spettano poteri coercitivi nell’esercizio delle

sue funzioni, e cioè al fine del sicuro e ordinato compimento degli atti ai quali procede

(Art. 131). Il potere coercitivo comporta la possibilità di ottenere comportamenti anche

contro la volontà dei singoli interessati; si tratta di poteri di polizia processuale per

l’esercizio dei quali la legge non impone l’osservanza di particolari formalità. Tra gli atti

che costituiscono espressione del potere coercitivo si può collocare

l’accompagnamento coattivo (art. 132 e 133). L’istituto consiste in una restrizione

della libertà personale poiché l’accompagnamento può essere eseguito con la forza.

L’accompagnamento coattivo ha una finalità limitata che è quella di condurre una

persona davanti al giudice per rendere possibile la acquisizione di un contributo

probatorio. Tra i destinatari del provvedimento di accompagnamento coattivo vi sono

sia l’imputato, sia le altre persone indicate nell’art. 133: il testimone, il perito, il

consulente tecnico, l’interprete e il custode di cose sequestrate. Il potere del giudice è

molto ampio perché concerne i procedimenti per qualsiasi reato anche di minima

entità. L’accompagnamento non deve però diventare una misura cautelare camuffata:

a tal fine, l’art. 132 comma 2 afferma che la persona sottoposta ad accompagnamento

non può essere tenuta a disposizione oltre il compimento dell’atto previsto e quelli

consequenziali per i quali perduri la necessità della sua presenza. Gli atti successivi

devono essere legati a quello precedente con un vincolo logico funzionale. Vi è poi una

norma di chiusura, secondo la quale in ogni caso la persona non può essere trattenuta

oltre le 24 ore.

GLI ATTI DELLE PARTI

Nel libro secondo il codice si limita ad enunciare due soli modelli generali di atti delle

parti:

• La RICHIESTA. Assume tale forma ogni tipo di domanda che le parti rivolgono al

giudice al fine di ottenere una decisione. Sulle richieste ritualmente formulate

dalle parti il giudice deve provvedere senza ritardo e comunque entro 15 giorni,

salvo specifiche disposizioni di legge. Se non adempie a tale obbligo, la parte

può presentagli formale istanza. A questo punto, il giudice deve decidere entro

3o giorni; se non lo fa, vi possono essere gli estremi del diniego di giustizia, che

è fonte di responsabilità civile;

• La MEMORIA. Essa ha un contenuto meramente argomentativo teso ad illustrare

questioni in fatto o in diritto.

Dal libro quinto in avanti, il codice prevede molti altri tipi di atti che non hanno rilievo

inferiore a quelli menzionati: si pensi alle conclusioni, all’accettazione, alla rinuncia.

IL PROCEDIMENTO IN CAMERA DI CONSIGLIO. Il codice utilizza l’espressione

camera di consiglio per indicare due situazioni ben diverse. In base all’art. 125,

comma 4, il giudice delibera in segreto i propri provvedimenti in camera di consiglio. In

questo caso tale espressione indica il luogo in cui il giudice si ritira per formare il

proprio convincimento sulla singola questione da decidere. L’art. 127 disciplina il

modello generale di procedimento in camera di consiglio. Per camera di consiglio qui si

intende la modalità di svolgimento di un’attività giurisdizionale.

Il procedimento in camera di consiglio presenta due caratteristiche; l’assenza del

pubblico, e la non necessaria partecipazione delle parti, delle persone interessate e

dei loro difensori. Si tratta di una procedura semplificata che il codice impone tutte le

29

volte in cui occorre adottare una decisione in tempi rapidi e vi è la necessità di attivare

un contraddittorio eventuale.

Nel modello ordinario di un procedimento in camera di consiglio, l’atto iniziale è il

decreto di fissazione d’udienza. Alle parti, agli altri interessati e ai loro difensori è dato

avviso della data fissata per l’udienza almeno 1o giorni prima dell’udienza stessa. Fino

a 5 giorni prima dell’udienza gli interessati possono presentare memorie presso la

cancelleria del giudice.

All’udienza il contraddittorio è solo eventuale, perché la partecipazione delle parti,

degli interessati e dei loro difensori è facoltativa. Il giudice ha comunque l’obbligo di

ascoltare, a pena di nullità, tutti coloro che intervengono all’udienza. L’imputato e il

condannato in stato di detenzione hanno diritto di essere sentiti, se ne fanno richiesta

e purché siano detenuti nello stesso luogo ove ha sede il giudice. Il provvedimento

conclusivo della procedura camerale assume, di regola, la forma dell’ordinanza, che è

impugnabile mediante ricorso in cassazione. Questo tipo di procedura non viene

osservata quando il giudice emette un provvedimento senza formalità, ossia de plano.

LA DOCUMENTAZIONE DEGLI ATTI. Gli atti del procedimento penale devono essere

documentati perché se ne possa conservare traccia. Il codice prevede che a tale

documentazione si provveda mediante verbale, che viene redatto dall’ausiliario che

assiste il giudice o il Pm. L’art. 136, comma 1, indica in modo analitico il contenuto del

verbale: “il verbale contiene la menzione del luogo, dell’anno, del mese, del giorno e,

quando occorre, dell’ora in cui è cominciato e chiuso, le generalità delle persone

intervenute, la descrizione di quanto l’ausiliario ha fatto o ha constatato o di quanto è

avvenuto in sua presenza nonché le dichiarazioni ricevute da lui o da altro pubblico

ufficiale che assiste”. Il verbale deve riprodurre sia la domanda, sia la risposta. Esso

non è fonte di prova. Nel codice previgente il verbale di un atto del procedimento

penale era fidefacente, e cioè faceva fede fino ad impugnazione di falso. In base a tale

disposizione si poteva attribuire al verbale di un atto del procedimento un valore più

forte rispetto ad un qualsiasi altro documento. Una conclusione del genere non è più

sostenibile oggi. Il codice del 1988 ha eliminato il valore fidefacente del verbale e non

ha riprodotto l’istituto dell’incidente di falso (art. 215 c.p.p. 193o).

In dibattimento di regola deve essere redatto il verbale in forma integrale. Una

seconda modalità di documentazione è il verbale in forma riassuntiva. In tal caso,

spetta al giudice vigilare che sia riprodotta nell’originaria genuina espressione, la parte

essenziale delle dichiarazioni: da ciò, si evince che “riassuntivo” (art. 134)non significa

riassunto del concetto delle dichiarazioni, ma solo sommaria esposizione degli

elementi extra-dichiarativi. Quando il verbale è redatto in forma riassuntiva deve

essere effettuata anche la riproduzione fonografica. Infine, vi è una terza modalità di

documentazione che si effettua quando vi sia una contingente indisponibilità di

strumenti di riproduzione o di ausiliari tecnici, o anche quando gli atti da verbalizzare

hanno contenuto semplice o limitata rilevanza.

LA NOTIFICAZIONE. Nel corso del procedimento penale sorge più volte l’esigenza di

fornire conoscenza di atti a determinate persone, perché queste possano esercitare i

propri diritti o adempiere ai propri doveri. La notificazione è lo strumento previsto dalla

legge per rendere noto al destinatario un atto del procedimento; di regola, essa è

eseguita mediante la consegna, al destinatario, di copia dell’atto stesso. L’organo che

esegue la notificazione è l’ufficiale giudiziario o chi ne esercita le funzioni (art. 148). 30

Il codice ha voluto contemperare due esigenze fondamentali, ma contrastanti:

- Da un lato, quella di portare alla conoscenza effettiva del destinatario l’atto da

notificare;

- Dall’altro lato, l’esigenza di accertare il reato e di assicurare la celerità degli

adempimenti formali, in modo da non ritardare il corso del procedimento

penale.

Le due esigenze sono state conciliate mediante una disciplina minuziosa e dettagliata,

finalizzata a rendere minimo lo scarto tra conoscenza effettiva e conoscenza legale

dell’atto da notificare. Le formalità prescritte dalla legge sono finalizzate ad assicurare

l’effettiva conoscibilità dell’atto da parte dell’interessato: una volta che esse sono

state adempiute, scatta la presunzione legale di avvenuta conoscenza.

Della consegna dell’atto è redatto un verbale, che viene chiamato relazione di

notificazione e che ha il contenuto indicato all’art. 168 comma 1, del codice: l’ufficiale

giudiziario scrive, in calce all’originale e alla copia notificata, la relazione in cui indica

l’autorità o la parte privata richiedente, le ricerche effettuate, le generalità della

persona alla quale è stata consegnata la copia. La relazione di notificazione è il

verbale di una attività compiuta: come tale, è destinata a far prova di quanto il

pubblico ufficiale ha compiuto e dei fatti da lui constatati. La notificazione produce

effetto per ciascun destinatario dal giorno della sua esecuzione; pertanto, da tale

momento l’atto si presume conosciuto dal destinatario.

I soggetti legittimati a disporre le notificazioni:

• Notificazioni disposte dal giudice: nei procedimenti con detenuti ed in quelli

davanti al tribunale del riesame il giudice può disporre che, in caso di urgenza,

le notificazioni siano eseguite dalla polizia penitenziaria del luogo in cui i

destinatari sono detenuti. Esistono forme equipollenti alla notifica quali la

consegna di copia dell’atto all’interessato da parte della cancelleria, la lettura

dei provvedimenti e gli avvisi dati verbalmente dal giudice agli interessati che

siano presenti;

• Notificazioni disposte dal Pm (art. 151): le notificazioni di atti del Pm nel corso

delle indagini preliminari sono eseguite dall’ufficiale giudiziario, ovvero dalla

polizia giudiziaria nei soli casi di atti di indagine o provvedimenti che la stessa è

delegata a compiere o è tenuta ad eseguire. Anche per le notificazioni da parte

del Pm sono previste due forme equipollenti alle modalità ordinarie. È possibile

la consegna di copia dell’atto da parte della segreteria, e la lettura di

provvedimenti e avvisi in presenza degli interessati;

• Notificazioni richieste dalle parti private (art. 152): le parti private possono

effettuare le notificazioni di loro interesse secondo le regole ordinarie (richiesta

all’ufficiale giudiziario) oppure valersi di una modalità semplificata. Si tratta

dell’invio di copia dell’atto da parte del difensore mediante lettera

raccomandata con avviso di ricevimento.

I destinatari delle notificazioni:

• Notificazioni al Pm (art. 153): le notificazioni al Pm sono eseguite nel modo

ordinario o anche direttamente dalle parti mediante consegna di copia dell’atto

alla segreteria;

• Notificazioni al difensore: anche le notificazioni al difensore possono essere

eseguite nel modo ordinario. Tuttavia, ai sensi del comma 2-bis dell’art. 148,

l’autorità giudiziaria può disporre che le notificazioni o gli avvisi ai difensori

siano eseguiti con mezzi tecnici idonei; 31

• Notificazioni all’imputato detenuto (art. 156): le notificazioni all’imputato

detenuto sono eseguite nel luogo di detenzione mediante consegna di copia alla

persona. Se questa si rifiuta di ricevere l’atto, se ne fa menzione nella relazione

di notificazione e la copia rifiutata è consegnata al direttore dell’istituto o di chi

ne fa le veci.

La dichiarazione e l’elezione di domicilio da parte dell’imputato (art. 161). Il codice

disciplina la dichiarazione o l’elezione di domicilio. Nel primo atto compiuto con

l’intervento dell’imputato o dell’indagato, l’autorità procedente lo invita a dichiarare o

eleggere il proprio domicilio. Dichiarare il domicilio significa indicare quel luogo, ove

l’imputato abita o lavora, nel quale gli atti saranno a lui notificati. Eleggere il domicilio

comporta la indicazione di un domiciliatario, e cioè di una persona differente

dall’imputato, che viene da lui scelta per ricevere copia dell’atto da notificare: una

volta consegnata la copia al domiciliatario, l’atto si considera legalmente conosciuto

dall’imputato. Nel caso in cui non sia stato possibile invitare l’imputato a dichiarare o

eleggere il domicilio, scatta una ulteriore normativa. Il codice distingue tra la prima e

le successive notificazioni all’imputato non detenuto. Di regola la prima notificazione

(art. 157) è eseguita mediante consegna di copia alla persona; ciò può avvenire sia nel

domicilio, sia altrove. Se non è possibile la consegna a mani proprie, la notificazione

avviene nel luogo in cui l’imputato è reperibile. In questo caso, la notifica è eseguita

mediante consegna di copia dell’atto ad una persona che conviva anche

temporaneamente con l’imputato, o in mancanza, al portiere o chi ne fa le veci. Se

non è possibile consegnare la copia alle predette persone, si procede a nuova ricerca,

e, in caso di esito negativo, la notificazione è effettuata mediante deposito dell’atto

nella casa comunale di abituale residenza o lavoro.

Il decreto di irreperibilità (art. 16o). Il codice considera anche l’ipotesi nella quale non

sia comunque possibile effettuare la notificazione all’imputato perché questi non è

reperibile. In tal caso, il giudice o il Pm devono disporre nuove ricerche. Qualora le

ricerche diano esito negativo, il giudice o il Pm emettono un decreto di irreperibilità.

Con tale provvedimento viene designato un difensore all’imputato che ne sia privo e

viene ordinato che le notificazioni siano eseguite mediante consegna di copia al

difensore, che rappresenta l’irreperibile. Il decreto di irreperibilità cessa di avere

efficacia al termine della fase o del grado di merito. Ogni volta che il decreto cessa di

avere efficacia, devono essere disposte nuove ricerche e, in caso di esito negativo,

l’autorità giudiziaria emette un nuovo decreto di irreperibilità.

Successive notificazioni all’imputato non detenuto. Il codice regola in modo apposito le

successive notificazioni che siano effettuate all’imputato non detenuto. Queste sono

eseguite in relazione all’esito della prima notificazione, e cioè rispettivamente nel

domicilio eletto, o presso il difensore, o nel luogo in cui è stata effettuata la prima

notificazione. La legge numero 6o del 2oo5 ha introdotto una ulteriore modalità di

notificazione in aggiunta a quelle ordinarie. Quando l’imputato ha nominato un

difensore di fiducia, le notificazioni successive sono eseguite tramite consegna al

difensore, che può dichiarare immediatamente all’autorità che procede, di non

accettare la notificazione: questa sarà eseguita con le modalità ordinarie. Viceversa,

se il difensore non rende immediata dichiarazione, la notifica è corretta.

Notificazioni alla persona offesa, alla parte civile, al responsabile civile, al civilmente

obbligato per la pena pecuniaria e ad altri soggetti (art. 154). La notificazione alla

persona offesa e ad altri soggetti, diversi dalle parti private, nonché la prima citazione

del responsabile civile e della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria 32

sono eseguite con le modalità della prima notificazione all’imputato non detenuto. In

caso di pluralità di persone offese, se per il numero dei destinatari o per l’impossibilità

di identificarne alcuni la notificazione nelle forme ordinarie risulta difficile, il Pm o il

giudice possono disporre con decreto che la notificazione sia eseguita mediante

pubblici annunci (art. 155).

Nullità delle notificazioni. Il codice prevede una serie di nullità speciali relative alle

notificazioni. Si tratta, in sintesi, di tutte quelle ipotesi nelle quali non sono state

osservate determinate formalità prescritte dalla legge.

La traduzione degli atti. La materia è regolamentata dalla convenzione europea dei

diritti dell’uomo, che pone tre garanzie in favore dell’accusato che non comprende la

lingua del processo:

1) Il diritto di essere informato, nel più breve tempo possibile, in una lingua a lui

comprensibile e in modo dettagliato, della natura e dei motivi dell’accusa

elevata a suo carico;

2) Il diritto spettante a ogni persona che non comprenda o non parli la lingua

italiana impiegata in udienza, di farsi assistere gratuitamente da un interprete;

3) Il diritto, spettante specificamente all’arrestato, di essere informato dei motivi

dell’arresto.

Le clausole della convenzione sono state recepite nell’art. 111 comma 3 con

l’enunciato generale secondo cui l’accusato deve essere assistito da un interprete se

non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo. La funzione tradizionale

è accolta dall’art. 143 comma 2, che impone la nomina di un interprete quando

occorre tradurre per l’autorità procedente un documento scritto in lingua straniera o in

un dialetto non facilmente intelligibile. La funzione innovativa dell’istituto è accolta dal

comma 1 dello stesso articolo, che riconosce il diritto dell’imputato di farsi assistere

dall’interprete sotto due profili:

- Al fine di comprendere l’accusa contro di lui formulata;

- Al fine di seguire il compimento degli atti ai quali partecipa.

LE CAUSE DI INVALIDITA’ DEGLI ATTI. Il codice prevede dettagliatamente i requisiti

formali che devono avere i singoli atti del procedimento penale. Tali requisiti danno

luogo al modello legale del singolo atto; essi rispondo alla fondamentale esigenza che

in concreto l’atto possa svolgere la funzione che è ad esso assegnata all’interno del

procedimento. L’atto perfetto è quello che è conforme al modello descritto dalla norma

processuale; esso è valido e produce gli effetti giuridici previsti dalla legge. L’atto che

non è conforme al modello legale può essere invalido o meramente irregolare. È

invalido quando la singola difformità rientra in uno dei quattro casi di invalidità previsti

dal codice; e cioè quando la singola inosservanza di legge è prevista come causa di

decadenza, di inammissibilità, di nullità o di inutilizzabilità.

L’atto irregolare. L’atto è irregolare se la difformità dal modello legale non rientra in

una delle cause di invalidità che sono previste dalla legge. Certamente vi è stata una

inosservanza di legge nel compiere l’atto, ma tale inosservanza non è prevista a pena

di invalidità. Pertanto l’atto irregolare è valido: il giudice potrà tenerne conto ai fini

della decisione, anche se è libero di apprezzarne il valore probatorio. Se mai

l’inosservanza della legge nel compiere l’atto processuale potrà essere valutata dal

punto di vista disciplinare.

L’atto invalido: 33

• L’inammissibilità impedisce al giudice di esaminare nel merito una richiesta

presentata da una parte quando la richiesta stessa non ha i requisiti previsti

dalla legge.

• La decadenza comporta l’invalidità dell’atto che sia stato eventualmente

compiuto dopo che è scaduto un termine perentorio.

• La nullità è un vizio che colpisce l’atto del procedimento che sia stato compiuto

senza l’osservanza di determinate disposizioni stabilite espressamente dalla

legge appunto a pena di nullità.

• L’inutilizzabilità è una invalidità che colpisce direttamente il valore probatorio di

un atto: il giudice non può basarsi su di esso per emettere una decisione.

IL PRINCIPIO DI TASSATIVITA’. Nella materia in esame vige uno stretto principio di

tassatività: ciò significa che l’inosservanza della legge processuale è causa di

invalidità soltanto quando una norma espressamente vi ricollega una della invalidità

appena citate. Il principio di tassatività è dettato specificamente per la nullità (art.

177) e per la decadenza (art. 173): tuttavia esso è desumibile dall’intero sistema delle

cause di invalidità.

- L’inammissibilità è rilevata dal giudice su eccezione di parte o anche d’ufficio;

quando la rileva, il giudice dichiara l’inammissibilità della domanda (con

ordinanza o sentenza) e non decide sul merito della stessa. Il codice non

stabilisce in via generale un termine entro il quale la domanda deve essere

dichiarata inammissibile. Perciò di regola il giudice può rilevare anche d’ufficio

tale invalidità fino a che la sentenza sia divenuta irrevocabile, salvo che non sia

previsto espressamente un termine anteriore.

- La decadenza denota la perdita del potere di porre in essere un atto a causa del

mancato compimento dello stesso entro un termine perentorio. Gli strumenti

che impongono una determinata cadenza al procedimento sono denominati

termini: essi indicano il momento in cui un atto può o deve essere compiuto

(art. 172). I termini possono essere perentori o ordinatori. Sono denominati

termini perentori quelli che prescrivono il compimento di un atto entro e non

oltre un determinato periodo di tempo: se tale periodo è superato, il soggetto

decade dal potere di compierlo validamente. Sono denominati termini ordinatori

quelli che fissano il periodo di tempo entro il quale un determinato atto deve

essere compiuto: tuttavia, a differenza dei termini perentori, dal superamento

della scadenza non deriva alcuna conseguenza di tipo processuale: l’atto è

validamente compiuto anche se realizzato dopo il decorso del termine. Semmai

il soggetto, può subire conseguenze di tipo disciplinare ove il superamento della

scadenza non abbia una valida giustificazione. In questo caso, i termini possono

essere dilatori o acceleratori: sono denominati dilatori quelli con i quali si

prescrive che un atto non può essere compiuto prima del loro decorso (termini

liberi). La finalità è quella di garantire che uno dei soggetti processuali abbia il

tempo necessario per prepararsi al compimento di un determinato atto. Sono

definiti invece termini acceleratori quando la legge prevede il limite temporale

entro il quale un determinato atto deve essere compiuto: la finalità è quella di

ottenere che il procedimento si svolga in modo celere al fine di assicurarne la

ragionevole durata.

L’atto eventualmente compiuto oltre il termine perentorio è giuridicamente

invalido. Al decorso di un termine perentorio sono collegate due sanzioni 34

processuali: dal punto di vista soggettivo, relativo alla estinzione del potere di

compiere l’atto, si fa riferimento al concetto di decadenza; dal punto di vista

oggettivo, il codice prevede la sanzione della inammissibilità.

La restituzione nel termine. È un rimedio di carattere eccezionale, destinato a

riassegnare alle parti la possibilità di esercitare un potere che si era estinto per

l’inutile decorso di un termine processuale previsto a pena di decadenza. La esigenza

di equità prevale su quella di certezza a determinate condizioni, e cioè in presenza dei

requisiti previsti dall’art. 175. Il codice prevede tre istituti, uno di carattere generico e

due di carattere specifico. Quello di carattere generico permette la restituzione in un

termine processuale previsto a pena di decadenza, quando la parte prova di non

averlo potuto osservare per caso fortuito o forza maggiore. Istituti specifici sono

previsti nei confronti della sentenza contumaciale e del decreto penale di condanna,

sul comune presupposto che l’imputato può aver avuto conoscenza soltanto

presuntiva, e non effettiva, del procedimento o del provvedimento.

Sono legittimati a chiedere la restituzione in termini il Pm, le parti private e i difensori.

Di regola, decide sulla richiesta di restituzione quel giudice che procede al tempo della

presentazione della stessa. Queste le eccezioni: prima dell’esercizio dell’azione penale

provvede il giudice per le indagini preliminari; dopo che sono stati pronunciati

sentenza o decreto di condanna decide il giudice che sarebbe competente sulla

impugnazione o sulla opposizione. La richiesta di restituzione generica deve essere

presentata al giudice competente entro 1o giorni da quello nel quale è cessato il fatto

costituente caso fortuito o forza maggiore. Il termine è di 3o giorni per le restituzioni

specifiche. La restituzione non può essere concessa più di una volta per ciascuna parte

in ciascun grado del procedimento. Di regola il giudice provvede de plano, a meno che

il relativo procedimento incidentale si inserisca in un procedimento principale in corso

di svolgimento con il rito camerale. L’ordinanza che conclude la restituzione nel

temine deve essere motivata; essa può essere impugnata non autonomamente ma

soltanto con la sentenza che decide sulla impugnazione o sulla opposizione.

L’ordinanza che respinge la richiesta di restituzione nel termine è autonomamente

impugnabile.

- Restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale: per quanto

concerne i presupposti di tipo oggettivo, la sentenza, aggredibile con la

restituzione nel termine, deve avere il carattere della irrevocabilità, mentre dal

punto di vista soggettivo, la richiesta può essere presentata soltanto

dall’imputato. La particolarità di questo rimedio sta nell’inversione dell’onere

della prova. Una volta che l’imputato ha presentato richiesta di restituzione nel

termine, il rimedio deve essergli concesso, salvo che sia accertata una delle

seguenti situazioni: che l’imputato abbia avuto conoscenza effettiva del

procedimento e al contempo abbia rinunciato a comparire; che l’imputato abbia

avuto conoscenza effettiva del provvedimento e al tempo stesso abbia

rinunciato volontariamente a proporre impugnazione.

- Restituzione nel termine per proporre opposizione al decreto penale di

condanna. Lo specifico rimedio contro il decreto penale di condanna è costruito

dal legislatore sul modello di quello predisposto per la sentenza contumaciale

con i necessari adattamenti. Identici sono i termini per la richiesta (3o giorni) e il

regime probatorio in favore dell’imputato. Al giudice per le indagini preliminari

spetta la competenza sulla richiesta di restituzione nel termine, in quanto a lui

tocca la decisione sulla ammissibilità o meno della opposizione. 35

LA NULLITA’. Questa causa di invalidità colpisce un atto del procedimento che è stato

compiuto senza l’osservanza di quelle disposizioni che sono imposte dalla legge a

pena di nullità. Applicando il principio di tassatività nell’ambito delle nullità, si hanno

varie conseguenze. In primo luogo, non è possibile applicare la nullità per analogia. In

secondo luogo, una volta accertata la nullità, non è possibile valutare se vi sia stato un

pregiudizio concreto per l’interesse protetto o se comunque l’atto nullo abbia

raggiunto l’effetto. Si tratta di una scelta formalistica che si pone in tensione con

l’esigenza di assicurare una durata ragionevole al processo penale.

Le modalità di previsione. Sulla base delle modalità di previsione dell’inosservanza, si

distingue tra nullità speciali e generali. Le nullità speciali sono quelle previste per una

determinata inosservanza precisata nella species. Le nullità generali sono previste per

ampie categorie di inosservanze e sono indicate nell’art. 178. In particolare, tra le

nullità generali vi sono inosservanze che toccano i soggetti principali del processo,

quali il giudice, il Pm, l’imputato e le altre parti private.

Il regime giuridico. Per quanto riguarda il regime giuridico, le nullità si distinguono in

tre tipi:

- Assolute. Sono colpite da nullità assoluta le inosservanze più gravi che sono

previste dall’art. 179 e riguardano i soggetti necessari del procedimento penale.

Le nullità assolute sono rilevabili anche d’ufficio in ogni stato e grado del

procedimento e sono insanabili.

- Intermedie. Sono colpite da nullità intermedia le inosservanze di media gravità

che sono disciplinate nell’art. 18o e che riguardano una sfera più ampia di

soggetti. Le nullità intermedie sono rilevabili anche d’ufficio, ma entro

determinati limiti di tempo.

- Relative. Le nullità relative sono quelle nullità speciali che non rientrano tra

quelle assolute e quelle intermedie (art. 181). Sono dichiarate su eccezione di

parte ed entro brevi limiti di tempo.

Qualora il codice preveda una nullità speciale, non vi è ancora certezza circa il regime

giuridico del vizio. Infatti, può accadere che un’ipotesi di nullità speciale rientri anche

all’interno di uno dei casi di nullità generale. In tal mondo, all’evidenza, è possibile che

la nullità assuma il regime assoluto o intermedio. Ove, infatti, la nullità speciale rientri

anche tra le nullità generali specificamente richiamate dall’art. 179, si tratterà di una

nullità assoluta. Ove, viceversa, la nullità speciale rientri tra le nullità generali non

richiamate dall’art. 179, si tratterà di una nullità intermedia. Ove, infine, la nullità

speciale non rientri all’interno delle nullità generali, si tratterà di una semplice nullità

relativa.

I limiti della deducibilità (artt. 182 e 183). Il codice pone una distinzione tra limiti di

deducibilità e sanatorie generali. Si tratta di differenti istituti, che hanno il medesimo

ambito di applicabilità, e cioè le nullità intermedie e relative. Il limite di deducibilità dà

luogo ad un difetto di legittimazione della parte, di modo che quest’ultima trova un

ostacolo ad eccepire la nullità. In particolare, le nullità intermedie e quelle relative non

possono essere eccepite da colui che non ha interesse all’osservanza della

disposizione violata.

La sanatoria è quel fatto giuridico ulteriore e successivo rispetto all’atto viziato, che

affiancato a quest’ultimo lo rende equivalente all’atto valido: a causa della sanatoria

l’atto viziato produce gli stessi effetti dell’atto conforme al modello legale. La

sanatoria, se si verifica, impedisce a qualsiasi parte di eccepire (e al giudice di 36

rilevare) la nullità dell’atto. L’istituto è ispirato al principio di conservazione degli atti.

Il codice distingue tra:

- Sanatorie generali (art. 183), che si applicano alle nullità di tipo intermedio o

relativo. La nullità è sanata se la parte interessata ha rinunciato espressamente

ad eccepirla ovvero ha accettato gli effetti dell’atto anche tacitamente.

- Sanatorie speciali (art. 184). La nullità di una citazione o di un avviso ovvero

delle relative comunicazioni o notificazioni è sanata se la parte interessata è

comparsa o ha rinunciato a comparire.

La dichiarazione di nullità. Il giudice dichiara la nullità di un atto quando, nel caso

concreto, non vi sono limiti di deducibilità né si sono verificate sanatorie applicabili a

quel tipo di nullità. Si pongono a questo punto due problemi:

• Quello attinente all’estensione della nullità. L’effetto, e cioè l’invalidità, colpisce

l’atto non conforme al modello legale; ma, ai sensi del comma 1 dell’art. 185, la

nullità di un atto rende invalidi gli atti consecutivi che dipendono da quello

dichiarato nullo. L’estensione della nullità tocca soltanto gli atti che, oltre ad

essere successivi, siano anche dipendenti dall’atto viziato.

• Quello attinente alla rinnovazione dell’atto nullo. Ai sensi del comma 2 dell’art.

185, il giudice che dichiara la nullità di un atto, ne dispone la rinnovazione

qualora sia necessaria e possibile, ponendo le spese a carico di chi ha dato

causa alla nullità per dolo o colpa grave. La rinnovazione non è possibile quando

l’atto è all’origine non ripetibile o lo è diventato successivamente. Il codice pone

una distinzione: quando si tratta di una prova, il medesimo giudice provvede

alla rinnovazione se necessaria e possibile; se non si tratta di una prova, la

dichiarazione di nullità comporta la regressione del procedimento allo stato e

grado in cui è stato compiuto l’atto nullo.

L’INUTILIZZABILITA’. Il termine inutilizzabilità descrive due aspetti del medesimo

fenomeno:

- Da un lato, esso indica il vizio da cui può essere affetto un atto;

- Da un altro lato, esso illustra il regime giuridico al quale l’atto viziato è

sottoposto, e cioè il non poter essere messo a fondamento di una decisione del

giudice.

L’inutilizzabilità è un tipo di invalidità che ha la caratteristica di colpire non l’atto in sé,

ma il suo valore probatorio. L’atto, pur valido dal punto di vista formale, è colpito nel

suo aspetto sostanziale.

• Inutilizzabilità assoluta e relativa. L’inutilizzabilità dell’atto è assoluta quando il

giudice non può basarsi su di esso per emettere un qualsiasi provvedimento; è

relativa quando la legge indica le persone nei confronti delle quali non può

essere utilizzato un determinato atto o la categoria di provvedimenti che non

possono basarsi su tale atto.

• Inutilizzabilità speciale e generale. Si ha inutilizzabilità speciale ogni volta che

una norma del codice commini espressamente tale sanzione per il mancato

rispetto delle condizioni previste per l’acquisizione di una determinata prova.

L’inutilizzabilità generale si riferisce a categorie di inosservanze delineate nel

genere.

• Inutilizzabilità patologica e fisiologica. L’inutilizzabilità patologica consegue ad

alcuni tra i vizi più gravi del procedimento probatorio. Essa è disciplinata

dall’art. 191, comma 1, in base al quale le prove acquisite in violazione dei 37

divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate (violazione del divieto

probatorio). Il divieto idoneo a provocare l’inutilizzabilità patologica è solo quello

previsto da una norma processuale. La inutilizzabilità fisiologica è una

conseguenza del principio della separazione delle fasi del procedimento ed è

posta a tutela del principio del contraddittorio: essa tende ad evitare che siano

utilizzate per la decisione prove raccolte nel corso delle indagini preliminari.

Infatti, il codice pone la regola in base alla quale il giudice può utilizzare ai fini

della deliberazione soltanto le prove legittimamente acquisite nel dibattimento.

Il regime giuridico dell’inutilizzabilità. Il giudice d’ufficio, o su richiesta di parte,

dichiara che l’atto è inutilizzabile. L’art. 191, comma 2, pone la regola secondo cui

l’inutilizzabilità deve essere rilevata anche d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado

del procedimento, e cioè dalle indagini preliminari alle impugnazioni. L’inutilizzabilità

non può essere sanata (a differenza della nullità), e ciò perché l’atto è stato compiuto

esercitando un potere vietato dalla legge processuale. Inoltre, non è possibile

procedere alla rinnovazione dell’atto.

L’ATTO INESISTENTE. L’inesistenza è una causa di invalidità che è stata elaborata

dalla dottrina e dalla giurisprudenza, non essendo essa prevista espressamente dal

codice. Fra i casi di inesistenza possiamo ricordare i seguenti:

1- La carenza di potere giurisdizionale in colui che ha pronunciato la sentenza;

2- La sentenza pronunciata contro un imputato totalmente incapace perché

coperto dall’immunità o nei confronti di una persona inesistente.

In tali casi, l’atto non esiste in senso giuridico; la sentenza inesistente non può

giuridicamente diventare irrevocabile; il giudicato che si è formato deve considerarsi

meramente apparente e non impedisce che l’interessato chieda di rilevare e

dichiarare l’inesistenza. In definitiva, il vizio dell’inesistenza è una deroga al principio

di tassatività delle invalidità. Di conseguenza, l’inesistenza della sentenza può essere

rilevata dal giudice anche dopo che la sentenza stessa è diventata apparentemente

irrevocabile.

L’ATTO ABNORME. La giurisprudenza ha creato la ulteriore diversa categoria del

provvedimento abnorme, che può essere sottoposto a ricorso per cassazione prima

della irrevocabilità della sentenza. In primo luogo, è abnorme quel provvedimento che,

per la singolarità e stranezza del contenuto, risulti avulso dall’intero ordinamento

processuale (abnormità processuale). In secondo luogo, è abnorme quel

provvedimento che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si

esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previsti e determini la stasi del

processo (abnormità funzionale). L’impugnabilità del provvedimento per cassazione

dipende non dalla sua conoscenza legale, ma dalla sua conoscenza effettiva.

CAPITOLO 3: PRINCIPI GENERALI SULLA PROVA

La normativa che ha per oggetto la prova penale risente della scelta che può essere

operata tra i due fondamentali sistemi processuali. Nel sistema inquisitorio la materia

della prova è scarsamente regolamentata; viceversa, nel sistema accusatorio la prova

è oggetto di un’attenta e penetrante regolamentazione. La differenza dipende dai

postulati sui quali si fondano i due opposti sistemi. Il sistema inquisitorio si basa sul

principio di autorità, secondo il quale la verità è tanto meglio accertata quanto più 38

potere è dato al soggetto inquirente. Poiché nel giudice inquisitore si cumulano tutte le

funzioni attinenti al processo, ne deriva che non si avverte la necessità di

regolamentare la materia della prova. Anzi, un’eventuale regolamentazione si

tradurrebbe immediatamente in un limite all’accertamento della verità. Il sistema

accusatorio si basa sul principio dialettico, in cui ad un giudice imparziale spetta

soltanto di decidere sulla base di prove ricercate dall’accusa e dalla difesa.

IL RAGIONAMENTO DEL GIUDICE. Il giudice, in primo luogo, accerta se l’imputato

ha commesso il fatto che gli è stato addebitato nell’imputazione; in secondo luogo,

interpreta la norma incriminatrice al fine di ricavarne quale è il fatto tipico punibile;

infine, valuta se il fatto storico, che ha accertato, è conforme al fatto tipico previsto

dalla legge. Proprio in ragione di tali cadenze, la decisione è stata definita un

“sillogismo”: il fatto storico, ricostruito attraverso le prove, è la premessa minore; la

norma incriminatrice è la premessa maggiore; la conclusione consiste nel valutare se il

fatto storico rientra nella norma incriminatrice.

La decisione pronunciata dal giudice si presenta come una sentenza. Essa è composta

da una motivazione e da un dispositivo (art. 546). Nella motivazione, il giudice, in base

alle prove che sono state acquisite nel corso del processo, ricostruisce il fatto storico

commesso dall’imputato (motivi in fatto); quindi interpreta la legge e individua il fatto

tipico previsto dalla norma penale incriminatrice (motivi in diritto); infine valuta se il

fatto storico rientra nel fatto tipico (giudizio di conformità). Nel dispositivo il giudice

trae le conseguenze dal giudizio di conformità; se il fatto storico commesso

dall’imputato è conforme al fatto tipico previsto dalla norma incriminatrice, il giudice

condanna; se il fatto storico non è conforme al fatto tipico, il giudice assolve

l’imputato. In definitiva, il dispositivo è quella parte della sentenza nella quale il

giudice emette un ordine, che può essere di condanna o di assoluzione.

a) ACCERTAMENTO DEL FATTO STORICO. All’inizio del processo il fatto storico

commesso dall’imputato non è certo; l’accusa ne afferma l’esistenza, la difesa

in tutto o in parte la nega. Perché l’accertamento sia razionale, deve avere le

seguenti caratteristiche:

a. Deve essere basato su prove. Provare vuol dire, in sostanza, indurre nel

giudice il convincimento che il fatto storico sia avvenuto in un

determinato modo.

b. Deve essere oggettivo. Questa caratteristica è la conseguenza della

prima. L’accertamento, perché sia oggettivo, non deve fondarsi sulla

conoscenza privata del giudice, ma su elementi esterni, cioè su prove.

c. Deve essere fondato sui principi della logica, dell’esperienza e della

scienza.

b) INDIVIDUAZIONE DELLA NORMA PENALE INCRIMINATRICE. Si tratta di un

accertamento di tipo giuridico e non di fatto. Il giudice esamina la legge penale

e ricava da essa il fatto tipico previsto dalla norma incriminatrice. Ovviamente

questo accertamento ha come parametro di riferimento il fatto storico indicato

nell’imputazione e ricostruito mediante le prove. Il ragionamento svolto dal

giudice è di tipo giuridico per due motivi:

a. Ha per oggetto le disposizioni di legge;

b. Usa il metodo dell’interpretazione per chiarire il significato esatto della

legge e per ricostruire il fatto tipico previsto dalla norma incriminatrice. 39

c) GIUDIZIO DI CONFORMITA’. Il giudice valuta se il fatto storico, ricostruito

mediante prove, è conforme al fatto tipico previsto e sanzionato dalla norma

penale incriminatrice.

IL GIUDIZIO INFERENZIALE: PROVA E INDIZIO. Il termine prova può avere almeno

quattro diversi significati: si può riferire alla fonte di prova (sono tali le persone, le

cose e i luoghi che forniscono un elemento di prova), al mezzo di prova (è lo strumento

col quale si acquisisce al processo un elemento che serve per la decisione),

all’elemento di prova (è l’informazione che si ricava dalla fonte di prova, quando

ancora non è stata valutata dal giudice) o al risultato probatorio (è l’elemento di prova

valutato in base ai criteri della credibilità e attendibilità).

Il ragionamento inferenziale. Nel suo insieme, la prova può essere definita come un

ragionamento che da un fatto noto ricava l’esistenza di un fatto che è avvenuto nel

passato e delle cui modalità di svolgimento occorre convincere il giudice. Per questa

sua caratteristica il ragionamento probatorio viene definito inferenziale. Nel processo

penale il fatto da provare (thema probandum) è precisato nell’art. 187 comma 1.

È oggetto di prova, in primo luogo, il fatto descritto nell’imputazione, e cioè il fatto

storico addebitato all’imputato. Sono fatti da provare anche quelli che permettono di

quantificare la sanzione penale e quelli dai quali dipende l’applicazione di norme

processuali.

La prova rappresentativa. Con il termine prova rappresentativa si fa riferimento a quel

ragionamento che dal fatto noto ricava, per rappresentazione, l’esistenza del fatto da

provare. Ad esempio, Tizio riferisce di aver visto Caio sparare. Il fatto noto è la

dichiarazione di Tizio, che narra quanto ha visto. Il fatto storico è ricavabile in via

diretta dalla dichiarazione perché è rappresentato dalle parole pronunciate dal

testimone; naturalmente, il giudice deve valutare l’affidabilità della fonte e

l’attendibilità della rappresentazione. Detta valutazione è operata di regola attraverso

lo strumento dell’esame incrociato. Da un lato, si tratta di accertare quanto il

dichiarante è sincero; dall’altro lato, si tratta di valutare quanto la rappresentazione

effettuata dalla fonte è idonea a descrivere il fatto avvenuto. Frutto di queste due

operazioni è il risultato probatorio. Il giudice, accertato il grado di credibilità della fonte

e il grado di attendibilità della rappresentazione, valuta quanto della rappresentazione

fornita è accettabile razionalmente.

La prova indiziaria. Con il termine indizio (definito anche prova critica) si fa riferimento

a quel ragionamento che da un fatto provato (cosiddetta circostanza indiziante) ricava

l’esistenza di un ulteriore fatto da provare. L’oggetto da provare può essere sia il fatto

storico che è addebitato all’imputato (fatto principale), sia un’altra circostanza

indiziante, che viene denominata fatto secondario. Appare chiara la differenza con la

prova rappresentativa, mediante la quale da un fatto noto si ricava per

rappresentazione il fatto da provare. Nella prova critica, viceversa, dal fatto provato si

desume l’esistenza del fatto da provare utilizzando un’inferenza.

La massima di esperienza. È una regola di comportamento che esprime quello che

avviene nella maggior parte dei casi: più precisamente, essa è una regola che è

ricavabile da casi simili al fatto noto. Si ragiona in base al principio “in casi simili, vi è

un identico comportamento”. Questo ragionamento permette di accertare l’esistenza

di un fatto storico ovviamente non con certezza, ma con una probabilità più o meno

ampia. Merita sottolineare che la prova rappresentativa e l’indizio differiscono non per

l’oggetto da provare, ma per la struttura del procedimento logico. Le massime di 40

esperienza, al contrario delle leggi scientifiche, non sono controllabili, perché non ci

sono tecnici del diritto in grado di seguire il nascere di una regola di esperienza e il suo

livello di generalità; non sono generali, perché le regole del comportamento umano

ammettono eccezioni.

Il metodo di elaborazione della regola di esperienza. Il giudice applica un

ragionamento di tipo induttivo quando esamina casi simili alla circostanza indiziante e

formula una regola di esperienza; e cioè, da casi particolari ricava l’esistenza di una

regola generale. Successivamente, egli svolge un ragionamento deduttivo, e cioè

applica alla circostanza indiziante la regola generale che ha ricavato in precedenza. Il

giudice deve scegliere in modo corretto quale, fra più massime di esperienza, è

applicabile al caso concreto, tenuto conto delle particolarità di quest’ultimo. E cioè,

deve applicare quella regola che meglio si attaglia al caso di specie e non

automaticamente quella che appare la più probabile in astratto.

La legge scientifica. Per legge scientifica si intende quella legge che esprime una

relazione certa o statisticamente significativa tra due fatti della natura. In materie che

richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche, il giudice deve

affidarsi a persone che hanno conoscenze specialistiche in quella determinata

disciplina. Da un lato, la legge scientifica dà maggiore certezza, poiché è possibile

conoscere esattamente in quanti ed in quali casi risulta attendibile. Da un altro lato,

restano margini di opinabilità, poiché si tratta di: scegliere la legge scientifica che

deve essere applicata al caso di specie; valutare in quale modo deve essere applicata;

individuare i fatti ai quali applicarla. Si tratta, cioè, di interpretare correttamente un

fenomeno. Le leggi scientifiche hanno tre caratteristiche:

- Sono sperimentabili, perché il fenomeno scientifico deve essere riconducibile ad

esperimenti misurabili quantitativamente;

- Dalla prima caratteristica deriva che le leggi scientifiche sono generali, in

quanto non ammettono eccezioni, o comunque, il margine di errore è

esattamente conosciuto;

- Sono controllabili, perché la loro formulazione è sottoposta alla critica della

comunità degli esperti.

La regola giuridica di valutazione degli indizi. L’indizio è idoneo ad accertare

l’esistenza di un fatto storico di reato soltanto quando sono presenti altre prove che

escludono una diversa ricostruzione dell’accaduto. Il principio è formulato nell’art. 192,

comma 2: l’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi

siano gravi, precisi e concordanti. Si tratta di una regola giuridica di valutazione, dalla

quale si ricava, in primo luogo, che un solo indizio non è mai sufficiente.

La GRAVITA’ degli indizi attiene al grado di convincimento: è grave l’indizio che è

resistente alle obiezioni e che, pertanto, ha una elevata persuasività. Gli indizi sono

PRECISI quando la circostanza indiziante è stata ampiamente provata. Infine, gli indizi

sono CONCORDANTI quando convergono tutti verso la medesima conclusione. Il

ragionamento indiziario non rappresenta direttamente il fatto da provare, ma dimostra

come questo probabilmente è avvenuto.

L’alibi. Se l’oggetto della prova è un fatto incompatibile con la ricostruzione del fatto

storico, operata nell’imputazione, allora è sufficiente anche un solo indizio. L’alibi è

quel ragionamento attraverso il quale si evince che l’imputato non poteva essere a

quell’ora sul luogo del delitto perché nel medesimo momento si trovava altrove. La

massima di esperienza che si applica consiste nella regola in base alla quale la stessa

persona non può trovarsi contemporaneamente in due luoghi differenti. Naturalmente

41

l’elemento di prova sul quale si basa l’alibi deve essere sottoposto al vaglio di

attendibilità da parte del giudice. La peculiarità dell’alibi consiste nel rilievo che si

tratta di una prova critica negativa, nel senso che mira a dimostrare l’inesistenza dei

fatti affermati dall’accusa.

Le leggi scientifiche probabilistiche. Nel processo penale sono utilizzate anche le leggi

probabilistiche, che cioè hanno un grado di predizione non elevato. D’altra parte, al

giorno d’oggi la maggior parte delle leggi scientifiche ha questa caratteristica e il

giudice non può fare a meno di impiegarle nell’accertamento. Vi è una disciplina

scientifica che merita una apposita menzione. La dattiloscopia si basa

sull’osservazione empirica secondo la quale non si riscontrano due individui che

abbiano le medesime impronte digitali. La presenza di 16/17 punti simili tra due

impronte, in assenza di difformità, induce a ritenere che le impronte stesse

appartengono alla medesima persona.

Probabilità statistica e probabilità logica. Non vi è nessuna autorità scientifica che può

determinare in astratto qual è il livello sufficiente di probabilità che serve per risolvere

un caso concreto. La probabilità statistica non deve confondersi con un differente

concetto che viene denominato probabilità logica. Si tratta del giudizio circa l’idoneità

di una o più leggi scientifiche a spiegare il singolo caso concreto sottoposto

all’attenzione del giudice. La probabilità logica, denominata anche certezza

processuale al di là del ragionevole dubbio, è apprezzata dal giudice sulla base degli

elementi di prova raccolti in un determinato processo. In altri termini, lo scienziato

dice al giudice che 7o volte su 1oo una condotta provoca un evento, e che in altri 3o

casi su 1oo la condotta non genera l’evento. Il giudice, invece, partendo da un evento

verificatosi, deve stabilire se esso rientra nella percentuale attribuibile alla condotta,

oppure no. Per risolvere questo dilemma è evidente che la legge scientifica da sola

non basta, ma è soltanto l’esame del complessivo materiale probatorio che consente

al giudice di emettere una sentenza.

IL PROCEDIMENTO PROBATORIO E IL DIRITTO ALLA PROVA. In un sistema di tipo

accusatorio, spetta alle parti il potere di ricercare le fonti e di chiedere al giudice

l’ammissione del relativo mezzo di prova. Tuttavia, la prova non è di proprietà delle

parti. I poteri in materia di prova risentono del principio della separazione delle

funzioni processuali. Alle parti spetta unicamente il potere di ricerca e di domanda. Al

giudice spetta il potere di decidere l’ammissione e di emettere una valutazione sulle

prove. I poteri sono regolamentati dalla legge perché le parti contrapposte non ne

abusino. Il diritto alla prova è un’espressione che comprende il potere spettante a

ciascuna parte di:

a) Ricercare le fonti di prova. Questo potere spetta esclusivamente alle parti: in

primo luogo al Pm (art. 326), sul quale incombe l’onere della prova.

Successivamente, al fine di confutare le tesi dell’accusa, spetta all’imputato

l’onere di ricercare sia quelle prove che possano convincere il giudice della non

credibilità della fonte, sia quelle tendenti a dimostrare che i fatti si sono svolti

diversamente;

b) Chiedere l’ammissione del relativo mezzo. L’ammissione deve essere chiesta al

giudice dalle parti (art. 19o): esse hanno l’onere di introdurre il singolo mezzo di

prova. Il giudice ammette la prova in base a quattro criteri: la prova deve essere

pertinente, e cioè essa deve riguardare l’esistenza del fatto storico enunciato

nell’imputazione o di uno dei fatti indicati all’art. 187. La prova non deve essere

42

vietata dalla legge, e non deve essere superflua, e cioè sovrabbondante: essa

non deve tendere ad acquisire il medesimo risultato conoscitivo che si aspetta

da una pluralità di mezzi prova. Infine, la prova deve essere rilevante, e cioè

utile per l’accertamento. Non occorre che la rilevanza o la non superfluità siano

certe; è sufficiente il dubbio, e cioè la non manifesta irrilevanza o superfluità. Il

giudice è vincolato anche in un aspetto di carattere procedimentale: deve

provvedere sulla richiesta di ammissione senza ritardo con ordinanza. Ciò

significa che egli deve motivare l’eventuale rigetto della richiesta, e soprattutto

deve provvedere subito.

c) Partecipare alla sua assunzione. L’assunzione della prova avviene, se si tratta di

dichiarazioni rese in dibattimento, con il metodo dell’esame incrociato. Rientra

nel diritto alla prova la partecipazione delle parti alla assunzione del mezzo di

prova attraverso la formulazione diretta delle domande al dichiarante. L’esame

incrociato è comunemente ritenuto il miglior strumento che permette di

valutare se il dichiarante risponde secondo verità. Se correttamente usato, esso

consente di smascherare la persona che dice il falso il modo intenzionale o

anche solo inconsciamente. Un divieto probatorio , che concerne le modalità di

assunzione della prova dichiarativa, è previsto dall’art. 188: non possono essere

utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche

idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di

ricordare o valutare i fatti.

d) Ottenere una valutazione del risultato al momento delle conclusioni. È possibile

affermare che le parti hanno il diritto di offrire al giudice la propria valutazione

degli elementi di prova. Si tratta del potere di argomentare sulla base dei

risultati che siano stati acquisiti. In dibattimento, ciò avviene al momento della

discussione finale. Le parti illustrano le proprie conclusioni in un ordine che

rispetta le cadenze dell’onere della prova. Al diritto delle parti corrisponde il

dovere del giudice di dare una valutazione logica dell’elemento di prova

raccolto: in base all’art. 192, comma 1, egli valuta la prova dando conto della

motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati, e cioè delle regole di

esperienza e leggi scientifiche che ha utilizzato. Il giudice è libero di convincersi

(libero convincimento), e al tempo stesso è obbligato a motivare razionalmente

in relazione alla attendibilità degli elementi di prova e alla credibilità delle fonti.

Il suo convincimento deve consistere in una valutazione razionale delle prove e

in una ricostruzione del fatto conforme ai canoni della logica ed aderente alle

risultanze processuali. Dal principio affermato si possono trarre i seguenti

corollari: se si tratta di una sentenza di condanna, il giudice deve motivare

perché le prove d’accusa sono risultate idonee ad eliminare ogni ragionevole

dubbio sulla fondatezza dell’imputazione e sulla eventuale ricostruzione

alternativa prospettata dalla difesa. Se si tratta di una sentenza di assoluzione,

il giudice deve fornire una spiegazione razionale sul perché la ricostruzione

dell’accusa è infondata o comunque lascia residuare un dubbio ragionevole.

La non configurabilità della prova legale. Nel processo penale, a differenza di quanto

avviene nel processo civile, non esiste l’istituto della prova legale. Nel processo civile,

si ha prova legale in tutte quelle ipotesi nelle quali la legge si sostituisce al libero

convincimento del giudice nella valutazione di un determinato elemento di prova. Un

esempio di prova legale nel processo civile è la confessione. Nel processo penale

questa è sempre liberamente valutabile dal giudice, che può non ritenerla attendibile.

43

L’ONERE DELLA PROVA. L’art. 27, comma 2 Cost., afferma che l’imputato non è

considerato colpevole fino alla condanna definitiva. L’assemblea costituente con tale

formula ha voluto soddisfare insieme due esigenze insopprimibili: da un lato, quella di

prevedere la custodia cautelare prima della sentenza irrevocabile; dall’altro, l’esigenza

di affermare la presunzione di innocenza. Il problema dell’interpretazione dell’art. 27

deriva dal fatto che in un’unica formula si sono volute combinare una regola di

trattamento ed una regola probatoria. La regola di trattamento vuole che l’imputato

non sia assimilato al colpevole fino al momento della condanna definitiva, e cioè

impone il divieto di anticipare la pena. La regola probatoria vuole che l’imputato sia

presunto innocente. Questa regola è tanto meglio precisata nell’art. 6, comma 2 della

convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui ogni persona accusata di un

reato è presunta innocente sino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente

accertata. La corte costituzionale, con le sentenze n. 348 e 349 del 2oo7, ha sancito

che il giudice deve interpretare la norma nazionale in aderenza al dettato della

convenzione europea. Da ciò deriva che la disposizione costituzionale di cui all’art. 27

comma 2, cessa di essere ambigua ed afferma il principio della presunzione di

innocenza dell’imputato. Si tratta di una presunzione legale relativa, e cioè valida

finché non sia stato dimostrato il contrario.

L’onere sostanziale della prova. L’art. 2697 c.c., comma 1, afferma che chi vuol far

valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Ciò

costituisce un onere in senso sostanziale per la parte, perché l’inosservanza dello

stesso comporta la situazione svantaggiosa del rigetto della domanda da parte del

giudice. L’onere della prova costituisce una regola probatoria, nel senso che individua

la parte sulla quale ricadono le conseguenze del non aver convinto il giudice

dell’esistenza del fatto affermato. Nel processo penale, in prima battuta, l’onere della

prova grava sul Pm nel senso che egli è tenuto a dimostrare il fatto addebitato

all’imputato. Se colui che accusa ha provato la reità dell’imputato, l’onere della prova

può considerarsi soddisfatto; a questo punto incombe sull’imputato l’onere della prova

contraria.

L’onere formale della prova. Se provare significa convincere il giudice della esistenza

del fatto affermato, ne consegue che l’elemento di prova deve essere introdotto nel

processo; e ciò si fa attraverso un mezzo di prova. Le parti hanno l’onere di ricercare le

fonti e di introdurre nel processo i mezzi di prova. L’onere formale di introdurre la

prova è previsto nell’art. 19o comma 1, secondo cui le prove sono ammesse a

richiesta di parte. L’onere di introdurre la prova attribuisce alle parti il compito: di

ricercare le fonti di prova; di valutare la necessità del mezzo di prova al fine di

ottenere il risultato vantaggioso, e cioè dimostrare l’esistenza del fatto affermato; di

chiedere al giudice l’ammissione del mezzo di prova.

L’onere di convincere il giudice. L’aver soddisfatto l’onere di introdurre la prova in

senso formale non comporta automaticamente l’aver soddisfatto l’onere della prova in

senso sostanziale. Una parte soddisfa l’onere sostanziale soltanto dopo che ha

convinto il giudice dell’esistenza del fatto storico da essa affermato. Un fatto non

provato equivale giuridicamente ad un fatto inesistente. Una volta acquisito

l’elemento di prova, il giudice deve valutare se esso è idoneo a dimostrare l’esistenza

di un fatto oggetto di prova. I poteri esercitabili dal giudice d’ufficio toccano l’onere

della prova in senso formale, inteso come onere di introdurre il mezzo di prova nel

processo. Attengono al tema dell’onere della prova i concetti di: 44

- Fatto notorio. È un fatto di pubblica conoscenza in un determinato ambito

territoriale. L’esistenza di un simile fatto è conosciuta dal giudice senza la

necessità che le parti chiedano l’ammissione di un determinato mezzo di prova.

- Fatto pacifico. È un fatto di conoscenza non pubblica. Esso è affermato da una

parte ed è ammesso esplicitamente o implicitamente dalla controparte. Il fatto

pacifico non ha bisogno di essere provato: il giudice può direttamente utilizzarlo

come elemento di prova per la sua decisione.

IL QUANTUM DELLA PROVA (STANDARD PROBATORIO). La quantità di prova che

è necessaria a convincere il giudice è diversa nei processo civile ed in quello penale.

Nel primo, il quantum di prova è identico per l’attore e per il convenuto: lo standard

probatorio viene qui indicato con la regola del “più probabile che no”.

Viceversa, nel processo penale colui che accusa ha l’onere di provare la reità

dell’imputato in modo da eliminare ogni ragionevole dubbio. Tale standard probatorio è

rimasto a lungo privo di espressa previsione nel codice. Fino al 2oo6, l’art. 53o comma

2 si limitava a stabilire che il giudice doveva pronunciare sentenza di assoluzione

quando era insufficiente o contraddittoria la prova che il fatto sussiste. Tuttavia,

nessuna norma espressa prevedeva il parametro in base al quale valutare

l’insufficienza o la contraddittorietà della prova d’accusa. La giurisprudenza aveva

accolto il canone in base al quale nel processo penale la reità doveva essere provata

oltre ogni ragionevole dubbio. Con la legge n. 46 del 2oo6 il parlamento ha modificato

l’art. 533 comma 1 relativo alla sentenza di condanna e ha stabilito che il giudice

pronuncia tale sentenza quando l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al

di là di ogni ragionevole dubbio. È stato affermato che ragionevole significa

comprensibile da una persona razionale e dunque oggettivabile attraverso una

motivazione che faccia riferimento ad argomentazioni logiche nel rispetto del principio

di non contraddizione. Pertanto, può ritenersi che l’accusa abbia adempiuto all’onere

quando ogni differente spiegazione del fatto addebitato appare non ragionevole;

viceversa, l’accusa non ha adempiuto all’onere quando le risultanze processuali non

sono idonee ad escludere una ragionevole ricostruzione alternativa prospettata dalla

difesa sulla base delle prove acquisite. Si è affermato che nel processo penale, il

criterio del ragionevole dubbio costituisce sia una regola probatoria, sia una regola di

giudizio. Sotto il primo profilo, il ragionevole dubbio disciplina nel quantum l’onere

della prova che è a carico del Pm. Sotto il secondo profilo, il ragionevole dubbio

prescrive la regola di giudizio che il giudice deve applicare.

La particolarità del processo penale sta nel fatto che il dubbio va a favore

dell’imputato anche quando questi ha l’onere della prova, e cioè quando egli deve

convincere il giudice dell’esistenza di un fatto favorevole. Ai sensi dell’art. 53o, comma

3, se vi è la prova che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di

giustificazione o di una causa personale di non punibilità ovvero vi è dubbio

sull’esistenza delle stesse, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione. Il legislatore

non ha inserito nella norma in oggetto l’aggettivo “ragionevole”. Tuttavia, l’art. 53o

comma 3 deve interpretarsi congiuntamente all’art. 533 comma 1. Pertanto,

l’imputato avrà soddisfatto l’onere della prova e sarà prosciolto se avrà fatto sorgere

nel giudice un dubbio ragionevole sull’esistenza della scriminante.

PRINCIPIO DI ORALITA’. In prima approssimazione, al termine oralità si può

attribuire il significato di comunicazione del pensiero mediante la pronuncia di parole

45

destinate ad essere udite. Contrapposta all’oralità è la scrittura, intesa quale forma di

comunicazione del pensiero mediante segni visibili, alfabetici o ideografici. Si ha

oralità in senso pieno soltanto quando coloro che ascoltano possono porre domande e

ottenere risposte a viva voce dal dichiarante.

PRINCIPIO DI IMMEDIATEZZA. Il principio di immediatezza è attuato quando vi è un

rapporto privo di intermediazioni tra l’assunzione della prova e la decisione. Da un

lato, si vuole che il giudice prenda direttamente contatto con la fonte di prova; da un

altro lato, si tende ad assicurare che vi sia identità fisica tra il giudice che assiste

all’assunzione della prova e colui che prende la decisione di condanna o assoluzione.

PRINCIPIO DEL CONTRADDITTORIO. Il principio del contraddittorio comporta la

partecipazione delle parti alla formazione della prova. Nella prova dichiarativa ciò

avviene quando le parti pongono le domande e formulano le contestazioni. Cosi, gli

elementi di prova si formano in modo dialettico: si ha il contraddittorio per la prova.

L’oralità è funzionale al contraddittorio perché permette il massimo della dialettica

processuale. Occorre ricordare il nuovo comma 4 dell’art. 111 Cost. in base al quale il

processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della

prova. Si tratta dell’espresso riconoscimento costituzionale del metodo dialettico

inteso come la migliore forma di conoscenza. Da tale principio si ricava che, di regola,

il giudice in dibattimento deve decidere soltanto in base alle prove raccolte nel

contraddittorio. Vi possono essere situazioni nelle quali è attuato il contraddittorio, ma

non nell’immediatezza. Ciò avviene quando, durante le indagini preliminari, si svolge

l’incidente probatorio, che costituisce un’anticipazione dell’udienza dibattimentale

senza la presenza del pubblico.

I principi dell’oralità, dell’immediatezza e del contraddittorio non hanno valore in se

stessi, ma servono ad accertare la verità nel modo migliore. Essi hanno un valore

strumentale in quanto assicurano la correttezza del risultato. Tuttavia, non sempre

nella realtà è possibile attuare in modo assoluto i principi menzionati. Si pone allora la

necessità di prevedere alcune eccezioni. Il nuovo comma 5 dell’art. 111 Cost. ha

tipizzato le situazioni eccezionali nelle quali è possibile derogare al principio del

contraddittorio. La norma è cosi formulata: “la legge regola i casi in cui la formazione

della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata

impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita”.

QUESTIONI PREGIUDIZIALI. Il giudice, quando accerta se vi è corrispondenza tra un

fatto storico e una norma di legge, a volte deve risolvere questioni civili o

amministrative che rappresentano l’antecedente logico-giuridico della decisione

penale. La questione costituisce un antecedente (ed è chiamata pregiudiziale) quando

dalla sua soluzione dipende o meno l’esistenza di un elemento costitutivo della

fattispecie incriminatrice che deve essere applicata. Il codice attribuisce al giudice

penale il potere di risolvere ogni questione da cui dipende la decisione sia

sull’esistenza del reato, sia sull’applicazione di una norma processuale. Occorre però

tracciare una distinzione:

a- Quando la questione pregiudiziale ha per oggetto una controversia sullo stato di

famiglia e di cittadinanza, il giudice è vincolato ai limiti di prova stabiliti dalla

legge civile. La sentenza irrevocabile del giudice civile su una questione 46

pregiudiziale in materia di stato di famiglia e di cittadinanza vincola il giudice

penale.

b- Quando la questione pregiudiziale ha un qualsiasi altro oggetto, il giudice

penale non è vincolato ai limiti di prova posti dalla relativa materia, ma applica

soltanto le regole probatorie del processo penale. Ciò è giustificato dal fatto che

il processo penale tende ad ottenere risultati il più possibile aderenti alla verità

e non è vincolato ad esigenze di certezza dei rapporti giuridici sottostanti.

IL GIUDICE, LO STORICO, LO SCIENZIATO. Gli studiosi si dividono tra quanti

ritengono che il giudice nel decidere assomigli di più allo storico e quanti vedono una

maggiore somiglianza con lo scienziato.

- Il compito dello storico è quello di ricostruire come si è svolto un fatto che è

avvenuto nel passato e che ha cessato di esistere. Si tratta di un fatto non

ripetibile, che può essere conosciuto soltanto attraverso le tracce che ha

lasciato nel mondo del reale o nella memoria degli uomini.

- Il compito dello scienziato è quello di esaminare un fatto che è ripetibile nel

senso che è riproducibile o, comunque, si è riprodotto in modo da poter essere

osservato. La finalità è quella di ricavare le leggi della natura che ne regolano lo

svolgimento.

L’attività del giudice utilizza di volta in volta i metodi dello storico e quelli dello

scienziato. Essa è molto vicina a quella dello storico perché il fatto di reato non è

ripetibile ed appartiene al passato: il giudice lo conosce mediante prove sottoposte ad

un controllo di razionalità. Ma le differenze sono molteplici: infatti, l’attività dello

storico è libera, mentre quella dello scienziato è vincolata; per lo storico, il metodo di

ricerca delle prove è libero, mentre per il giudice è fissato dalla legge. L’attività del

giudice è molto simile anche a quella dello scienziato, ma anche qui con alcune

differenze: lo scienziato esamina un fatto della natura che è riproducibile, mentre il

giudice esamina un fatto umano che non è ripetibile in quelle medesime circostanze.

LA FORMULAZIONE DI UN’IPOTESI. Verificatosi un fatto di reato, l’investigatore ha

la necessità di formulare una ipotesi ricostruttiva del medesimo. Assumendo che quel

fatto consiste di una pluralità di accadimenti, ciascuno dei quali può avere le cause più

varie, si tenta di identificare le possibili cause di ciascun accadimento, delimitando

l’ambito delle ipotesi ricostruttive proponibili. In questa fase, le leggi scientifiche

vengono utilizzate a ritroso. Lo scopo è quello di formulare ipotesi sulla possibile causa

del singolo fenomeno. Vi è però un problema: le leggi scientifiche consentono di

affermare che, dato l’evento A, seguirà come conseguenza l’evento B; raramente

consentono di affermare che, in presenza di un evento B, l’unica causa di esso è

l’evento A. La legge scientifica, anche nella migliore delle ipotesi in cui il ragionamento

a ritroso abbia funzionato, permette soltanto di collegare un evento alla sua causa, ma

non può accertare l’esistenza di tutti i fatti che si vogliono provare.

LA PROVA DEL RAPPORTO DI CAUSALITA’. L’art. 4o comma 1 c.p. stabilisce che

nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, se l’evento

dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della

sua azione od omissione. Tale norma comporta che il giudice, nel processo penale,

debba accertare l’esistenza del rapporto di causalità tra condotta ed evento. In

materia di accertamento del nesso di causalità, la dottrina ha escogitato innumerevoli

47

e complesse teorie. La giurisprudenza quasi unanime ha da tempo accolto la più

antica e semplice tra tutte le impostazioni: la teoria della condicio sine qua non. Una

condotta è causa di un evento se eliminando mentalmente la condotta viene meno

anche l’evento (giudizio controfattuale). Lo sviluppo di nuovi settori di responsabilità

ha reso i giudici consapevoli della necessità che il procedimento logico di eliminazione

mentale deve essere integrato dall’uso di leggi scientifiche di copertura. In relazione al

rapporto tra legge scientifica e accertamento del nesso causale si è registrato il

formarsi di due orientamenti contrapposti: il contrasto concerneva quella percentuale

di validità statistica della legge che è necessaria e sufficiente per affermare l’esistenza

del nesso causale. Il problema non si poneva in relazione alle leggi cosiddette

universali (con un elevato grado di predittività), ma in relazione a tutte quelle leggi

scientifiche probabilistiche. Un primo orientamento aveva affermato che il rapporto di

causalità doveva essere ritenuto esistente se vi erano serie ed apprezzabili probabilità

che l’evento fosse conseguenza dell’azione. Un secondo orientamento aveva

affermato che il nesso causale esisteva soltanto se la legge scientifica aveva un

coefficiente percentuale vicino al 1oo%. Su questa spaccatura sono state chiamate a

pronunciarsi le sezioni unite della cassazione, le quali hanno prospettato un modello

bifasico di accertamento della causalità. Una prima fase ex ante nella quale si ricerca

in astratto la legge scientifica applicabile al caso. Una seconda fase ex post nella quale

si controlla se il fenomeno verificatosi in concreto può essere spiegato alla luce di

quella legge. Ciò comporta che il giudice utilizzi un concetto di probabilità che non è

più quella statistica bensì logica.

CAPITOLO 4: I MEZZI DI PROVA

MEZZI DI PROVA TIPICI E ATIPICI. Con l’espressione mezzo di prova si vuole

indicare quello strumento processuale che permette di acquisire un elemento di prova.

Il codice prevede sette mezzi di prova tipici, e cioè regolamentati dalla legge nelle loro

modalità di assunzione (artt. 194/243). Essi sono:

1) La testimonianza;

2) L’esame delle parti;

3) I confronti;

4) Le ricognizioni;

5) Gli esperimenti giudiziali;

6) La perizia affiancata dalla consulenza di parte;

7) I documenti.

Il codice non impone un’assoluta tassatività dei mezzi di prova: al contrario, a

determinate condizioni consente che possano essere assunte prove atipiche e cioè

mezzi di prova aventi una componente non regolamentata dalla legge. In base all’art.

189, il giudice ammette una prova atipica soltanto se ritiene che questa è idonea ad

assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudica la libertà morale della persona.

Occorre che il giudice senta le parti sulle modalità di assunzione della prova prima di

decidere con ordinanza sulla richiesta di ammissione.

Prova atipica. In una prima accezione, è atipica quella prova che mira ad ottenere un

risultato diverso da quelli perseguiti dai mezzi di prova tipizzati dal codice. Oggi

raramente ci si trova dinanzi ad una prova atipica nel senso descritto, perché i mezzi

di prova tipici sembrano idonei a raggiungere tutte le varietà di risultati probatori. Nel

sistema attuale, l’atipicità consiste piuttosto nell’utilizzare componenti non tipiche 48

all’interno di un mezzo tipico. In base all’art. 189 la prova atipica può essere ammessa

se presenta due requisiti: in primo luogo, deve essere idonea ad assicurare

l’accertamento dei fatti; ciò vuol dire che deve essere in concreto capace di fornire

elementi attendibili e di permettere una valutazione sulla credibilità della fonte di

prova. In secondo luogo, il mezzo di prova atipico deve assicurare la libertà morale

della persona-fonte di prova; e cioè, deve lasciare integra la facoltà di determinarsi

liberamente rispetto agli stimoli. Il sistema appena delineato appare informato al

principio di legalità della prova, in base al quale quest’ultima costituisce uno

strumento di conoscenza disciplinato dalla legge.

La ricognizione informale in dibattimento. Assai discussa è la figura della cosiddetta

ricognizione informale dell’imputato effettuata dal testimone nel corso dell’esame

dibattimentale. La giurisprudenza ammette pacificamente tale strumento. Tuttavia,

con riferimento ad ipotesi siffatte, la dottrina ha enucleato il cosiddetto principio di

non sostituibilità tra metodi probatori. In base a tale principio, quella disciplina legale

che traccia le caratteristiche essenziali di una prova non può essere elusa attraverso

l’impiego di differenti modalità acquisitive, tipiche o atipiche. Con specifico riguardo

alla ricognizione informale, si evidenzia che mentre la testimonianza si svolge

mediante l’esame incrociato, la ricognizione deve aver luogo in un contesto idoneo a

neutralizzare la tensione emotiva del ricognitore.

Atipicità e mezzi di ricerca della prova. Si discute se siano configurabili mezzi di ricerca

della prova atipici. L’orientamento minoritario, che nega tale categoria, fa leva sul

fatto che i mezzi di ricerca della prova sono posti in essere prevalentemente nel corso

delle indagini preliminari, senza previo contraddittorio con la difesa. Pertanto, si

afferma, sarebbe impossibile dare attuazione all’art. 189 nella parte in cui impone che

il giudice senta le parti sulle modalità di assunzione della prova prima di decidere con

ordinanza sulla richiesta di ammissione. La dottrina maggioritaria e le sezioni unite

hanno affermato che è possibile configurare mezzi di ricerca della prova atipici. A tal

fine occorre procedere ad una interpretazione adeguatrice dell’art. 189. Qualora si

tratti di mezzi di ricerca della prova atipici, anziché configurare un contraddittorio

anticipato sulla ammissione nel corso delle indagini, si potrà svolgere un

contraddittorio successivo sulla utilizzabilità degli elementi acquisiti.

LA TESTIMONIANZA. Il codice distingue in modo netto tra due mezzi di prova: la

testimonianza (art. 194) e l’esame delle parti (art. 2o8). La distinzione riguarda aspetti

sia di diritto processuale, sia di diritto penale sostanziale. Il testimone ha l’obbligo

penalmente sanzionato di presentarsi al giudice e di dire la verità: viceversa

l’imputato, quando si offre all’esame incrociato ai sensi dell’art. 2o8, non ha l’obbligo

di presentarsi, né l’obbligo di rispondere alle domande, né l’obbligo di dire la verità. In

base all’art. 197 la qualità di imputato è di regola incompatibile con la qualità di

testimone. La qualità di testimone può essere assunta dalla persona che ha

conoscenza dei fatti oggetto di prova ma che, al tempo stesso, non riveste una delle

qualifiche alle quali il codice riconduce l’incompatibilità a testimoniare. La persona cosi

delineata diventa testimone soltanto se e quando su richiesta di parte (o d’ufficio nei

casi previsti) è chiamata a deporre davanti ad un giudice nel procedimento penale.

Gli obblighi del testimone. In primo luogo, ha l’obbligo di presentarsi al giudice: se non

si presenta senza un legittimo impedimento, il giudice può ordinare il suo

accompagnamento coattivo. In secondo luogo, il testimone ha l’obbligo di attenersi

alle prescrizioni date dal giudice per le esigenze processuali. Infine, il testimone ha 49

l’obbligo di rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte. Se tace ciò

che sa, afferma il falso o nega il vero, commette il delitto di falsa testimonianza.

La deposizione. La deposizione è resa in dibattimento con le forme dell’esame

incrociato. Il testimone è esaminato sui fatti che costituiscono oggetto di prova. Le

domande devono essere pertinenti, e cioè devono riguardare sia i fatti che si

riferiscono all’imputazione, sia i fatti dai quali dipende l’applicazione di norme

processuali. L’art. 194 pone un secondo limite alle domande: esse devono avere ad

oggetto fatti determinati. Di conseguenza, il testimone non può esprimere valutazioni

né apprezzamenti personali, salvo che sia impossibile scinderli dalla deposizione sui

fatti. Infine, non può deporre su voci correnti nel pubblico.

LA TESTIMONIANZA INDIRETTA [Testimonianza de relato]. Dei fatti da provare il

testimone può avere una conoscenza diretta o indiretta. Ha una conoscenza diretta

quando ha percepito personalmente il fatto da provare con uno dei cinque sensi. Ha

una conoscenza indiretta quando ha appreso il fatto da una rappresentazione che altri

ha riferito a voce, per scritto o con altro mezzo. Pertanto, si ha una testimonianza

indiretta quando il fatto da provare non è stato percepito personalmente dal soggetto

che lo sta narrando, ma a costui è stato rappresentato da un’altra fonte.

Il teste di riferimento. La persona da cui si è sentito dire è comunemente indicata

come “teste di riferimento”: egli può avere recepito personalmente il fatto (e allora è

denominato teste diretto); oppure può averlo sentito dire da un’altra persona (teste

indiretto). I codice non esclude espressamente questa seconda possibilità, anche se è

ovvio che in concreto sarà ancora più difficile trarre un sicuro valore probatorio da un

sentito dire “di seconda mano”.

Il problema della testimonianza indiretta sta nel seguente punto: nel processo penale

attraverso l’esame incrociato è possibile accertare la credibilità e l’attendibilità del

testimone che ha avuto una conoscenza personale del fatto da provare. Quando il

fatto è conosciuto dal testimone per sentito dire, occorre che sia possibile accertare

l’attendibilità sia del testimone indiretto, sia del testimone diretto. Ecco perché il

codice impone alcune condizioni dell’utilizzabilità della deposizione indiretta:

• È richiesto che il testimone indiretto indichi la persona o la fonte da cui ha

appreso la notizia dei fatti oggetto dell’esame (art. 195, comma 7). Si deve

ritenere che la legge imponga, a pena di inutilizzabilità, di individuare

fisicamente la persona o la fonte del sentito dire.

• La seconda condizione opera soltanto quando una delle parti chiede che venga

sentita nel processo la persona che ha avuto conoscenza diretta del fatto. In tal

caso, il giudice è obbligato a disporne la citazione. Se il giudice non dispone la

citazione, la testimonianza indiretta non è utilizzabile. Se, viceversa, nessuna

delle parti ha chiesto la citazione, la testimonianza indiretta è comunque

utilizzabile. In via eccezionale, la testimonianza indiretta è utilizzabile quando

l’esame del testimone diretto risulta impossibile per morte, infermità o

irreperibilità. In particolare, l’irreperibilità del testimone è una situazione che

presuppone che lo stesso sia già stato non soltanto individuato, ma anche

identificato con nome, cognome o eventuale soprannome. L’irreperibilità

presuppone che sia stato impossibile notificare la citazione a comparire al

testimone già identificato.

Il divieto di testimonianza indiretta sulle dichiarazioni dell’imputato. Il codice pone un

divieto di testimonianza sulle dichiarazioni comunque rese dall’imputato in un atto del

50

procedimento. La finalità della disposizione è la seguente: la prova delle dichiarazioni

rese dall’imputato deve ricavarsi unicamente dal verbale che deve essere redatto ed

utilizzato con le forme ed entro i limiti previsti per le varie fasi del procedimento. Il

divieto di testimonianza indiretta appare finalizzato ad evitare che siano introdotti

surrettiziamente nel processo elementi che non risultano dalla documentazione

formale dell’atto. L’area operativa del divieto è ricavabile da quanto è precisato all’art.

62. In primo luogo, il divieto ha natura oggettiva, e cioè si riferisce a chiunque riceva

le dichiarazioni. In secondo luogo, il divieto ha per oggetto dichiarazioni in senso

stretto, e cioè espressioni di contenuto narrativo. In terzo luogo, le dichiarazioni

rispetto alle quali opera il divieto sono quelle rese nel corso del procedimento:

l’espressione deve essere intesa nel senso di “in occasione” di un atto tipico e non

“durante la pendenza” del procedimento. Pertanto, un testimone che ha assistito ad

un colloquio tra un indagato e un’altra persona può legittimamente riferire quanto ha

sentito dire. Infine, il divieto riguarda le dichiarazioni dell’imputato che abbiano una

valenza di prove, e non quelle che siano rilevanti come fatti storici di reato che devono

necessariamente essere accertati mediante un processo penale.

La testimonianza indiretta della polizia giudiziaria. La polizia giudiziaria non può

rendere testimonianza indiretta:

• sulle sommarie informazioni ricevute dai possibili testimoni nel corso delle

indagini;

• sul contenuto di denunce, querele ed istanze presentate oralmente;

• sulle dichiarazioni ricevute dall’indagato sia nell’ambito degli atti di propria

iniziativa, sia su delega del Pm (tale divieto opera anche qualora la polizia

giudiziaria non abbia provveduto alla verbalizzazione dei predetti atti).

Dall’art. 195 comma 4 si ricava che la deposizione de relato è consentita:

• sulle dichiarazioni che abbia acquisito al di fuori dell’esercizio delle proprie

funzioni;

• sulle dichiarazioni prive di contenuto narrativo che rilevano esclusivamente

come fatti;

• sulle dichiarazioni che costituiscono corpo del reato;

• sulle dichiarazioni rese da possibili testimoni nel corso di atti diversi da quelli

all’art. 195 comma 4.

L’INCOMPATIBILITA’ A TESTIMONIARE. Il codice pone, in via generale, la regola

secondo cui ogni persona ha la capacità di testimoniare (art. 196 comma 1); prevede

poi una serie di eccezioni, che consistono in situazioni di incompatibilità relative ad un

determinato procedimento (art. 197). Le situazioni di incompatibilità sono ricollegabili

a due distinti ordini di ragioni: da un lato, le prime tre ipotesi dell’art. 197 vogliono

escludere che alcune persone abbiano un obbligo, penalmente sanzionato, di dire il

vero; ed infatti tali soggetti non possono testimoniare, ma possono dare il loro

contributo conoscitivo senza un obbligo penale di dire la verità, con quel mezzo di

prova che è denominato esame delle parti. Da un altro lato, le situazioni previste

nell’art. 197 comma 1, lettera d, vogliono escludere che possano comunque deporre

quei soggetti che hanno svolto nel medesimo procedimento le funzioni di giudice, Pm

o loro ausiliario o altre funzioni ritenute incompatibili quella di testimone.

- Art. 197, lettera a . Non possono essere assunti come testimoni (bensì sono

sentiti con l’esame ai sensi dell’art. 21o) gli imputati concorrenti nel medesimo

reato. L’incompatibilità opera a prescindere dal fatto che i rispettivi 51

procedimenti siano riuniti o separati e cessa per il singolo imputato con

l’irrevocabilità della sentenza che lo riguarda. Infatti, i soggetti menzionati

possono essere chiamati a rendere testimonianza quando nei loro confronti sia

stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento.

- Art. 197, lettera b. Di regola, non possono essere assunti come testimoni:

Gli imputati nei procedimenti legati da una connessione debole, e cioè nel

o caso in cui i reati per cui si procede sono stati commessi per eseguire o

per occultare gli altri (connessione teleologica);

Gli imputati in procedimenti probatoriamente collegati ai sensi dell’art.

o 371 comma 2, lettera b (se si tratta di reati dei quali gli uni sono stati

commessi in occasione degli altri, o per conseguirne o assicurarne al

colpevole o ad altri il profitto, il prezzo, il prodotto o l'impunità, o che

sono stati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre,

ovvero se la prova di un reato o di una sua circostanza influisce sulla

prova d'un altro reato o di un'altra circostanza). A questa regola di

incompatibilità sono poste due eccezioni. In primo luogo, i soggetti

menzionati possono deporre come testimoni quando nei loro confronti è

stata emessa sentenza irrevocabile di proscioglimento. La seconda

eccezione è più complessa e costituisce la novità più rilevante introdotta

dalla legge n.63 del 2oo1 di attuazione del giusto processo. Gli imputati

menzionati divengono incompatibili con la qualifica di teste se, nel corso

dell’interrogatorio, hanno reso dichiarazioni su fatti altrui, e cioè

concernenti la responsabilità di altri imputati collegati o connessi

teleologicamente. In questo caso la compatibilità è parziale perché è

limitata ai fatti altrui, oggetto delle precedenti dichiarazioni. Su fatti

diversi da quelli altrui già dichiarati, i soggetti in esame restano

incompatibili con la qualifica di teste.

- Art. 197, lettera c. Non possono essere assunte come testimoni le persone che,

nel medesimo processo, sono presenti nella veste di responsabile civile e di

civilmente obbligato per la pena pecuniaria. Esse possono rendere dichiarazioni,

su loro consenso o richiesta, in qualità di parti (art. 2o8) e, quindi, senza

l’obbligo penalmente sanzionato di dire il vero.

- Art. 197, lettera d. Non possono essere assunti come testimoni coloro che, nel

medesimo procedimento, svolgono o hanno svolto la funzione di giudice, Pm o

loro ausiliario. Per ausiliari si intendono i cancellieri e segretari che abbiano

svolto funzioni serventi rispetto al compimento di atti dell’autorità giudiziaria.

L’incompatibilità in esame si fonda sul rilievo che le predette persone non sono

psicologicamente terze rispetto agli atti compiuti. Sono altresì incompatibili il

difensore che abbia svolto attività di investigazione difensiva e coloro che hanno

formato la documentazione dell’intervista o che hanno redatto la relazione che

recepisce le dichiarazioni scritte ai sensi dell’art. 391-ter. Poiché l’art. 197 è una

norma che fa eccezione al generale obbligo di testimoniare, le menzionate

ipotesi di incompatibilità devono essere interpretate restrittivamente.

IL PRIVILEGIO CONTRO L’AUTOINCRIMINAZIONE. Può accadere che le parti,

durante l’esame incrociato, formulino domande che potrebbero indurre il testimone ad

autoincolparsi di qualche reato. In ipotesi del genere, se il testimone fosse obbligato a

rispondere secondo verità, egli si troverebbe in una penosa alternativa: rispondere 52

incriminando se stesso oppure dire il falso per non ammettere la propria

responsabilità. Nel primo caso, rischierebbe un procedimento penale per il reato che si

è autoattribuito. Nel secondo caso, potrebbe subire un processo per falsa

testimonianza. Una situazione del genere non sarebbe compatibile con la costituzione.

Il privilegio. La situazione giuridica soggettiva, regolamentata dall’art. 198 comma 2,

può essere correttamente definita privilegio, perché si prevede una esenzione da un

regime ordinario, che è appunto l’obbligo di deporre. L’esenzione è prevista dalla

legge in considerazione della presenza di un interesse privato ritenuto meritevole di

tutela dall’ordinamento. L’art. 198, comma 2, stabilisce un divieto probatorio che ha

come destinatario il giudice. Quando il testimone rifiuta di rispondere ad una domanda

autoincriminante, la legge vieta al giudice di costringerlo a parlare. Se il giudice

costringe il teste a deporre e successivamente si riconosce l’esistenza del privilegio

contro l’autoincriminazione, le dichiarazioni sono inutilizzabili. Poiché l’art. 198

stabilisce un divieto rivolto al giudice, di fronte ad una domanda autoincriminante il

testimone è libero di scegliere se eccepire o meno il privilegio. In ogni caso, se il

testimone si risolve liberamente a rendere dichiarazioni autoincriminanti, trova

applicazione l’art. 63.

IL TESTIMONE PROSSIMO CONGIUNTO DELL’IMPUTATO. I prossimi congiunti

dell’imputato non possono essere obbligati a deporre come testimoni (art. 199). Con

questa disposizione il codice antepone il rispetto dei sentimenti familiari all’interesse

della giustizia all’accertamento dei fatti. Sono prossimi congiunti gli ascendenti, i

discendenti, il coniuge, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti;

fra i prossimi congiunti non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e

non vi sia prole. Il codice impone che il testimone prossimo congiunto dell’imputato sia

avvisato dal giudice della facoltà di astenersi dal rendere la deposizione. Se l’avviso è

omesso, la dichiarazione resa è affetta da nullità relativa e l’eventuale reato di falsa

testimonianza non è punibile. In base all’art. 199, comma 3, la facoltà di astensione ed

il diritto al preavviso della stessa sono estesi ad altre persone. La facoltà di astensione

opera senza limiti in favore di colui che è legato all’imputato da vincoli di adozione;

opera con alcuni limiti in favore: di chi, pur non essendo coniuge dell’imputato, come

tale conviva o abbia convissuto con esso; del coniuge separato dell’imputato; della

persona nei cui confronti sia intervenuta sentenza di annullamento, scioglimento o

cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con l’imputato. In questi tre casi,

la facoltà di astensione dalla testimonianza è limitata ai fatti verificatisi o appresi

dall’imputato durante la convivenza coniugale.

LA VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI TESTIMONE. Il codice contiene una puntuale

regolamentazione del procedimento che deve essere seguito quando appare che il

testimone violi l’obbligo di rispondere secondo verità: soltanto il giudice può rivolgergli

l’ammonimento a rispettare l’obbligo di dire il vero (art. 2o7). Le parti non possono

ammonire il testimone, mentre possono sollecitare il giudice ad esercitare tale potere.

In primo luogo, può accadere che il testimone rifiuti di deporre fuori dei casi

espressamente previsti dalla legge. In tal caso, il giudice provvede ad avvertirlo

sull’obbligo di deporre secondo verità. Se il testimone persiste nel rifiuto, il giudice

dispone l’immediata trasmissione degli atti al Pm perché proceda a norma di legge.

Quest’ultimo, ricevuta la copia del verbale d’udienza, darà inizio alle indagini

preliminari per accertare se sussiste la falsa testimonianza nella forma della reticenza.

53

In secondo luogo, può accadere che il testimone renda dichiarazioni contraddittorie,

incomplete o contrastanti con le prove già acquisite. Il giudice, su richiesta di parte o

d’ufficio, gli rinnova l’avvertimento di dire il vero. Ove il Pm non prenda un’immediata

iniziativa, il giudice potrà attivarsi solo alla fine del dibattimento.

IL SEGRETO PROFESSIONALE. Alcuni testimoni con determinate qualifiche hanno il

potere-dovere di non rispondere a determinate domande quando la risposta comporti

la violazione dell’obbligo del segreto professionale. Tale segreto può essere definito

“qualificato” perché la possibilità di non rispondere spetta soltanto ai professionisti

indicati espressamente dall’art. 2oo. Per segreto si intende una notizia che non deve

essere portata alla altrui conoscenza. Le necessità della vita sociale impongono al

privato, al fine di tutelare i propri interessi, di rivolgersi a persone dotate di specifiche

competenze; nel far ciò, il singolo è costretto a riferire notizie riservate. Nella materia

in oggetto, la disciplina deve essere attentamente coordinata con quella tracciata dal

codice penale. Quest’ultimo, all’art. 622, stabilisce un divieto di rivelazione in capo a

chiunque abbia avuto notizia di un fatto segreto per ragione del proprio stato o ufficio,

o della propria professione o arte. La rivelazione, che sia effettuata senza una giusta

causa, è punita quando possa nuocere alla persona che si è rivolta al professionista. I

professionisti che non rientrano tra le persone qualificate indicate dall’art. 2oo, sono

considerati alla pari degli altri testimoni e devono rispondere secondo verità. Diversa è

la posizione dei professionisti qualificati che sono indicati nell’art. 2oo. Il codice, infatti,

riconosce a tali soggetti la facoltà di non deporre su fatti coperti da segreto

professionale. Essi hanno il potere-dovere di rifiutarsi di rispondere alla singola

domanda che li induca a narrare un fatto segreto appreso nell’esercizio della loro

professione, quando da ciò può derivare un pregiudizio per il cliente. Sullo sfondo di

una siffatta disciplina si intravede un complesso bilanciamento tra esigenze in

conflitto. Da un lato, si colloca l’interesse della giustizia ad accertare i reati, che spinge

verso un’applicazione generalizzata dell’obbligo di rispondere secondo verità senza

deroghe, né limitazioni di sorta. Da un altro lato, si stagliano gli interessi individuali

tutelati dal segreto professionale “qualificato”, volto ad esonerare dall’obbligo di

rispondere le persone che per la loro professione sono depositarie di informazioni

particolarmente delicate per chi le ha rivelate. Di regola, si tratta di situazioni che

coinvolgono interessi di rilievo costituzionale. Occorre naturalmente che quel

determinato fatto, sul quale il testimone deve deporre, sia stato appreso dai

professionisti qualificati per ragione del proprio ministero, ufficio o professione. L’art.

2oo pone un ulteriore limite. È necessario che il professionista qualificato non abbia

comunque un obbligo giuridico di riferire quel fatto all’autorità giudiziaria. Ciò accade,

per esempio, al medico professionista privato che ha prestato la propria assistenza alla

persona offesa di un delitto procedibile d’ufficio.

Il segreto d’ufficio. In determinati casi previsti da leggi o regolamenti, il buon

funzionamento della pubblica amministrazione può imporre che sia mantenuto il

segreto su alcune specie di notizie che concernono lo svolgimento del servizio

pubblico. Potrebbe sorgere nel pubblico ufficiale o nell’incaricato di pubblico servizio

un conflitto tra l’obbligo di dire la verità nel procedimento penale (art. 198) ed il

vincolo del segreto d’ufficio, che in base all’art. 2o1 impone loro di non rispondere alle

domande su fatti coperti dal segreto. Ma il buon funzionamento della pubblica

amministrazione non può tollerare che siano tenuti nascosti i reati. E infatti, ai sensi

dell’art. 2o1, l’obbligo di astenersi dal rispondere viene meno quando il pubblico 54

ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio hanno l’obbligo di riferire all’autorità la

notizia di reato, e cioè in sostanza quando hanno l’obbligo di denuncia.

Il segreto di stato. Una particolare specie di segreto d’ufficio è il segreto di stato, che

copre gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia

idonea a recare danno all’integrità della repubblica. In base all’art. 2o2, comma 1, i

pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio hanno

l’obbligo di astenersi dal deporre come testimoni su fatti coperti dal segreto di stato.

Quando la persona, che ha una delle predette qualifiche, oppone l’esistenza di un

segreto di stato, l’autorità giudiziaria procedente ha due obblighi: deve procedere al

cosiddetto interpello informando il presidente del consiglio dei ministri e chiedendo

l’eventuale conferma del segreto; inoltre, l’autorità giudiziaria deve sospendere ogni

iniziativa volta ad acquisire e ad utilizzare la notizia oggetto del segreto. Se entro 3o

giorni dalla notificazione della richiesta il presidente del consiglio dei ministri non dà la

conferma del segreto, l’autorità giudiziaria acquisisce la notizia e provvede per

l’ulteriore corso del procedimento: il dichiarante è svincolato dal segreto di stato e

deve deporre. Viceversa, se il presidente del consiglio dei ministri con atto motivati

conferma l’esistenza del segreto di stato, è previsto un divieto probatorio ampio: il

giudice e il Pm non possono né acquisire né utilizzare neanche indirettamente le

notizie coperte da segreto.

L’ESAME DELLE PARTI. È denominato esame delle parti il mezzo di prova mediante il

quale le parti private possono contribuire all’accertamento dei fatti nel processo

penale. Possono definirsi “generali” le seguenti regole:

a) Il dichiarante non ha l’obbligo penalmente sanzionato di dire la verità né di

essere completo nel narrare i fatti; inoltre egli ha la facoltà di non rispondere

alle domande;

b) Le dichiarazioni sono rese secondo le norme sull’esame incrociato; pertanto le

domande sono formulate dal Pm e dai difensori delle parti private;

c) Le domande devono riguardare i fatti oggetto di prova.

L’esame delle parti è sottoposto a regimi giuridici diversi in ragione della persona che

rilascia la dichiarazione:

1. L’esame dell’imputato. Questo strumento serve ad acquisire il contributo

probatorio dell’imputato sui fatti oggetto di prova. L’esame ha luogo soltanto su

richiesta o consenso dell’interessato, e cioè soltanto se l’imputato lo chiede, o vi

consente quando è chiesto da una parte. Il mancato consenso non può essere

valutato dal giudice in senso negativo per l’imputato, perché è una scelta che

attiene strettamente alla strategia difensiva.

L’imputato che ha chiesto l’esame non è vincolato all’obbligo di rispondere

secondo verità; infatti egli non è testimone in quanto è incompatibile con tale

qualifica. Occorre segnalare che l’imputato può dire il falso senza incorrere in

conseguenze penali. Infatti, da un lato, non può commettere il delitto di falsa

testimonianza, proprio perché non può rivestire la qualifica di testimone. La

falsa testimonianza, infatti, è un reato proprio. Da un altro lato, l’imputato,

qualora con false dichiarazioni commetta altri reati, beneficia della causa di non

punibilità stabilita dall’art. 384, comma 1 c.p. in favore di chi agisce per salvarsi

da un grave e inevitabile pericolo nella libertà e nell’onore. L’aver detto il falso,

se costituisce fatto non punibile per l’imputato, tuttavia può provocare

conseguenze almeno dal punto di vista processuale. Infatti, se durante l’esame

55

incrociato risulta che l’imputato ha mentito, da quel momento egli può essere

ritenuto non credibile; le altre affermazioni che abbia reso difficilmente potranno

convincere il giudice, a meno che non siano supportate da altre prove. Ecco

perché generalmente il difensore consiglia all’imputato di avvalersi del diritto al

silenzio, piuttosto che affermare il falso. Nel corso dell’esame l’imputato può

rifiutarsi di rispondere ad una qualsiasi domanda; del suo silenzio deve essere

fatta menzione nel verbale. Poiché la circostanza appare dal verbale, se ne è

dedotto che il silenzio dell’imputato può essere valutato dal giudice come

argomento di prova: ciò vuol significare che l’imputato può essere ritenuto non

credibile. Infine, l’imputato ha il privilegio di poter affermare di aver sentito dire

qualcosa, senza essere vincolato alle condizioni di utilizzabilità poste dall’art.

195. La sua dichiarazione per sentito dire può essere utilizzata (a differenza di

quanto avviene per il testimone e le altre parti private) perché, data la peculiare

posizione di questo soggetto, è importante a più effetti acquisire tutto quanto

sia venuto a sua conoscenza anche per via indiretta.

2. Le parti private diverse dall’imputato. Il responsabile civile, il civilmente

obbligato per la pena pecuniaria e la parte civile, che non debba essere

esaminata come testimone, sono sottoposti all’esame incrociato sulla base delle

regole generali previste dal codice per l’esame delle parti:

a. Costoro sono esaminati soltanto se richiedono il proprio esame o vi

consentono;

b. Possono non rispondere alle domande;

c. Non rispondono di falsa testimonianza, poiché non sono testimoni;

d. Se affermano di aver sentito dire, valgono le ordinarie condizioni di

utilizzabilità previste dall’art. 195.

La parte civile, quando è chiamata a testimoniare, è obbligata a deporre in tale

qualità e non come parte privata; di conseguenza, assume l’obbligo penalmente

sanzionato di dire la verità.

3. L’esame di persone imputate in procedimenti connessi. L’imputato connesso o

collegato può dare quattro tipi di contributi probatori in dibattimento:

a. Esame degli imputati concorrenti nel medesimo reato e situazioni

assimilate. L’imputato concorrente è incompatibile con la qualifica di

testimone, fino a che nei suoi confronti non sia stata pronunciata

sentenza irrevocabile. In linea generale, egli gode delle medesime

garanzie che sono riconosciute all’imputato principale. L’unica differenza

consiste nel fatto che l’imputato concorrente ha l’obbligo di presentarsi

per rendere esame. È chiamato a deporre con le norme sulla citazione dei

testimoni; se non si presenta, il giudice ne ordina l’accompagnamento

coattivo. Occorre che l’esame dell’imputato connesso sia stato chiesto da

una delle parti del procedimento principale o, nei casi previsti dalla legge,

sia stato disposto d’ufficio dal giudice. Il nominativo dell’imputato

connesso deve stato inserito nelle liste testimoniali almeno 7 giorni prima

dell’inizio del dibattimento, con l’indicazione delle circostanze sulle quali

è chiamato a deporre. Se l’imputato concorrente decide di non

rispondere, egli non ha l’obbligo penalmente sanzionato di dire la verità.

b. Esame degli imputati collegati o connessi teleologicamente. L’art. 21o,

comma 6, stabilisce un regime peculiare per gli imputati connessi

teleologicamente o collegati che non hanno reso in precedenza 56

dichiarazioni concernenti la responsabilità dell’imputato. I predetti

imputati hanno il dovere di presentarsi; sono assistiti da un difensore;

sono avvisati che hanno la facoltà di non rispondere e sono altresì

avvertiti che se renderanno dichiarazioni su fatti concernenti la

responsabilità di altri, assumeranno la qualifica di teste limitatamente a

tali fatti. Anche per gli imputati collegati o connessi teleologicamente

vale la facoltà di tacere e di mentire impunemente: tale meccanismo

opera per tutto il corso dell’esame. È necessario sottolineare che, in

concreto, il discrimine tra l’area degli obblighi testimoniali e quella

coperta dai privilegi riconosciuti dall’art. 21o deve essere individuato di

volta in volta dal giudice. Si tratta di una distinzione piuttosto elastica,

stante la vaghezza del concetto “fatti concernenti la responsabilità

altrui”. È chiara, allora, la natura estremamente variegata di quello status

di imputato connesso teleologicamente o collegato, che segue le cadenze

dell’oggetto delle dichiarazioni. Siamo in presenza di un testimone ad

intermittenza.

c. Testimonianza assistita prima della sentenza irrevocabile. La legge n. 63

del 2oo1 ha ridotto l’area dell’incompatibilità a testimoniare delle persone

imputate in un procedimento connesso o collegato e ha previsto speciali

garanzie per i soggetti che sono costretti a deporre. A tal fine, ha

introdotto nel nostro ordinamento un nuovo istituto, che è denominato

testimonianza assistita (art. 197-bis). L’imputato è sentito con

l’assistenza obbligatoria del proprio difensore di fiducia o d’ufficio, in

ragione del collegamento tra il reato che gli è addebitato e quello che è

oggetto del procedimento nel quale è chiamato a deporre. L’art. 197-bis

detta alcune regole che sono comuni alla testimonianza assistita prima

della sentenza irrevocabile e alla testimonianza assistita degli imputati

giudicati:

i. Al testimone assistito si applicano le norme sulla testimonianza

salvo che espressamente derogate dall’art. 197-bis; pertanto egli

ha l’obbligo di presentarsi al giudice. Inoltre, nel corso della

deposizione, tutti i testimoni assistiti godono del normale privilegio

contro l’autoincriminazione con riferimento a reati ulteriori e

diversi da quelli che sono oggetto del procedimento a loro carico.

ii. I testimoni in oggetto devono essere assistiti da un difensore;

iii. L’art. 197-bis, comma 5, stabilisce che le dichiarazioni rilasciate dai

testimoni assistiti non possono essere utilizzate contro la persona

che le ha rese nel procedimento a suo carico, nel procedimento di

revisione della sentenza di condanna e in qualsiasi giudizio civile o

amministrativo relativo al fatto addebitato al dichiarante.

iv. L’art. 197-bis, comma 6 (mediante un richiamo all’art. 192, comma

3) stabilisce che le dichiarazioni dei testi assistiti sono utilizzabili

soltanto in presenza di riscontri che ne confermino l’attendibilità.

Per quanto riguarda la testimonianza assistita prima della sentenza

irrevocabile, occorre precisare quali sono i presupposti che fanno scattare

l’obbligo di deporre come testimone. In primo luogo, è necessario che

l’imputato sia stato ritualmente avvisato che, se renderà dichiarazioni su

fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà l’ufficio di 57

testimone. In secondo luogo, una volta avvertito, l’imputato collegato o

connesso teleologicamente deve aver reso dichiarazioni su un fatto altrui.

A seguito di tali dinamiche, l’imputato collegato o connesso

teleologicamente diventa compatibile con la qualifica di testimone

assistito. Si tratta, dunque, di una compatibilità condizionata e parziale.

Condizionata perché scatta soltanto se l’imputato in questione ha reso

dichiarazioni sul fatto altrui. Parziale perché è limitata al singolo fatto

altrui già dichiarato. Il legislatore ha riconosciuto all’imputato collegato o

connesso teleologicamente, che depone come testimone assistito sul

fatto altrui già dichiarato, un ulteriore singolare privilegio. Ai sensi

dell’art. 197-bis, comma 4, egli può non rispondere sui fatti che

concernono la propria responsabilità in ordine al reato per cui si procede o

si è proceduto nei suoi confronti. Poiché l’obbligo testimoniale è limitato

ai fatti altrui già dichiarati, l’unico caso in cui l’escussione del teste

assistito può inerire alla propria responsabilità è l’ipotesi nella quale le

precedenti dichiarazioni vertano su fatti inscindibili.

d. Testimonianza assistita degli imputati giudicati. Il secondo tipo di

testimonianza assistita è quella che viene resa dall’imputato dopo che la

sentenza è diventata irrevocabile. L’imputato giudicato può essere

sempre chiamato come testimone assistito in un procedimento collegato

o connesso, anche se non ha mai reso dichiarazioni su fatti altrui o non

ha ricevuto l’avviso previsto dall’art. 64 comma 3, lettera c. In questo

caso, l’imputato connesso o collegato giudicato è un testimone

permanente. Esso gode del normale privilegio contro l’autoincriminazione

in relazione a fatti diversi da quello per cui si è proceduto a suo carico.

Viceversa, tale dichiarante non gode di alcun privilegio contro

l’autoincriminazione sul fatto proprio coperto dalla sentenza irrevocabile.

Tuttavia, in un caso almeno il legislatore tutela un interesse del

dichiarante: questi, quando è stato condannato con sentenza

irrevocabile, gode del privilegio sul giudicato se nel procedimento

originario aveva negato la sua responsabilità o non aveva reso nessuna

dichiarazione. La dottrina si è posta il problema se quella prevista dall’art.

197-bis sia una testimonianza volontaria o coatta. Alcuni ritengono che la

testimonianza assistita sia volontaria per due motivi: in primo luogo,

perché sono dati all’indagato gli avvisi che ha la facoltà di non rispondere

ad alcuna domanda; in secondo luogo, perché il testimone gode del

privilegio contro l’autoincriminazione. In realtà, gli avvisi sono dati nel

momento in cui una persona è sentita come indagato e non sempre

questi è in grado di comprendere se ciò che dichiara può comportare

oggettivamente una responsabilità altrui. In ogni caso, una volta che sia

stato integrato il presupposto, l’imputato è costretto a presentarsi come

testimone assistito.

IL RISCONTRO DELLE DICHIARAZIONI RESE DALL’IMPUTATO CONNESSO O

COLLEGATO. Per riscontro si intende comunemente il controllo di attendibilità di una

dichiarazione; sotto questo profilo, tutte le dichiarazioni rese nel corso del

procedimento penale devono essere sottoposte ad un riscontro che potremmo definire

di tipo originario. Si tratta di vedere se i fatti che sono stati affermati dal dichiarante 58

trovano conferma negli altri elementi raccolti; ciò fa parte del più generale obbligo di

motivazione imposto al giudice. L’obbligo del riscontro è posto dal codice in modo

espresso come condizione per valutare le dichiarazioni rese sia dal coimputato del

medesimo reato, sia dall’imputato di un procedimento connesso o collegato

probatoriamente, a prescindere dal fatto che i relativi procedimenti siano riuniti o

separati. Il medesimo obbligo di riscontro è posto per il testimone assistito. Il codice si

esprime nel seguente modo: le dichiarazioni sono valutate unitamente agli altri

elementi di prova che ne confermano l’attendibilità. Si tratta di una regola giuridica di

valutazione della prova, dalla quale si ricava che le dichiarazioni degli imputati

connessi o collegati possono essere valutate come prova soltanto se vi sono riscontri.

La ragione del regime giuridico ricavabile dall’art. 192, comma 3, sta nel fatto che

l’imputato è la persona che ha di regola l’interesse più forte in relazione all’esito del

procedimento penale; egli sarà toccato sia dalle misure cautelari nel corso del

procedimento, sia dalle conseguenze sulla sua libertà. Occorre sottolineare che il

codice pone il riscontro come una condizione per l’impiego della dichiarazione del

coimputato, senza tuttavia eliminare in alcun modo il libero convincimento del giudice.

Al contrario, una volta che il riscontro abbia avuto un esito positivo, il giudice dovrà

verificare se la dichiarazione può essere utile a ricostruite il fatto storico in un

determinato modo. Comunque, il riscontro è particolarmente accurato, perché il codice

impone di valutare altri elementi di prova. Non occorre che essi siano tali da

permettere di provare da soli il fatto affermato dal dichiarante; è sufficiente che gli

altri elementi di prova siano tali da permettere semplicemente di affermare

l’attendibilità del dichiarante su quel determinato punto. Accertata l’attendibilità della

dichiarazione sull’esistenza di un fatto, ciò non vuol dire che il dichiarante debba

presumersi attendibile in tutte la altri dichiarazioni rese. Se fosse cosi, saremmo di

fronte ad una prova legale, ma ciò è escluso dalla regola posta espressamente dal

codice nell’art. 192, comma 1.

Il riscontro può essere:

• Intrinseco. Il codice precisa che il riscontro deve avere ad oggetto altri elementi

di prova; se ne ricava che gli elementi devono essere esterni (o estrinseci)

rispetto alla dichiarazione stessa. Ma la giurisprudenza ha cosi ragionato: se si è

imposto il più (e cioè il riscontro esterno), si è dato per scontato che debba

essere fatto il meno (e cioè, il riscontro interno alla medesima dichiarazione).

Pertanto, oggetto della prima verifica deve essere la credibilità del dichiarante.

La giurisprudenza afferma che la dichiarazione deve essere valutata al suo

interno al fine di controllare se essa è precisa, coerente, costante e spontanea.

• Estrinseco. Il riscontro esterno può dirsi effettuato in modo pieno quando

l’attendibilità della dichiarazione è dimostrata da altri elementi di tipo oggettivo.

Non sono sufficienti mere deduzioni logiche; occorrono concrete circostanze

fattuali. Il riscontro esterno può basarsi anche su dichiarazioni di altre persone,

e cioè di altri testimoni o coimputati. La giurisprudenza riconosce che questo

tipo di riscontro è ammesso, purché sia rispettata la caratteristica dell’altruità

dell’elemento di prova.

IL CONFRONTO. Il confronto consiste nell’esame congiunto di due o più persone che

siano già state esaminate o interrogate, quando vi è disaccordo tra di esse su fatti e

circostanze importanti (art. 211). La ratio dell’istituto è quella di vagliare le

dichiarazioni contrastanti: all’esito del confronto, è possibile che uno dei protagonisti

59

ricostruisca meglio il fatto, ammettendo l’inesattezza del suo ricordo. Oppure è

possibile che le precedenti dichiarazioni di uno dei soggetti coinvolti siano svuotate di

credibilità. Il primo presupposto di questo mezzo di prova consiste nell’esistenza di un

disaccordo tra due o più persone su fatti e circostanze importanti; il secondo, nella

necessità che le persone da mettere a confronto siano già state esaminate o

interrogate. L’esigenza che vi siano precedenti dichiarazioni discordanti svela il

momento a partire dal quale il mezzo di prova può essere disposto: nella fase delle

indagini, quando si siano già raccolte dichiarazioni; in udienza preliminare; in

dibattimento; in appello; nel giudizio di rinvio e nel giudizio di revisione. Il mezzo può

inoltre essere esperito in incidente probatorio, quando vi sia il pericolo di dispersione o

di inquinamento della prova. Il confronto di regola è chiesto dalle parti, ma in

dibattimento può anche essere disposto dal giudice. Quanto alle modalità del

confronto, la normativa esalta il ruolo del giudice, al quale spetta un potere propulsivo

oltre che direttivo; è ridotto il potere delle parti, limitato al controllo della regolarità di

svolgimento dell’atto. Il giudice richiama ai protagonisti le precedenti dichiarazioni

discordanti e chiede loro se le confermano. Ove il disaccordo persista, li invita alle

reciproche contestazioni.

LA RICOGNIZIONE. La ricognizione può essere definita come il mezzo di prova

mediante il quale, ad una persona che abbia percepito con i propri sensi un essere

umano o una cosa, si chiede di riconoscerli individuandoli tra altri simili. La

ricognizione è disposta quando occorre procedere al riconoscimento di persone (art.

213), cose (art. 215), voci, suoni o quanto altro può essere oggetto di percezione

sensoriale (art. 216). L’atto può essere compiuto nel corso del dibattimento o

nell’incidente probatorio e si svolge nel rispetto del contraddittorio tra le parti. Il

giudice invita colui che deve eseguire la ricognizione (ricognitore) a descrivere la

persona che ha visto indicando tutti i particolari che ricorda. Gli chiede poi: se sia stato

in precedenza chiamato a eseguire il riconoscimento; se abbia visto, anche se

riprodotta in fotografia o altrimenti, la persona da riconoscere; se la stessa gli sia stata

indicata o descritta. In assenza di colui che è chiamato ad effettuare il riconoscimento,

il giudice dispone che siano presenti almeno due persone (distrattori) il più possibile

somiglianti a quella sottoposta a ricognizione. Invita quindi quest’ultima a scegliere il

suo posto rispetto alle altre persone, curando che si presenti nelle stesse condizioni

nelle quali sarebbe stata vista dalla persona chiamata a operare il riconoscimento.

Nuovamente introdotto il ricognitore, il giudice gli chiede se riconosce taluno dei

presenti; ciò presuppone che il giudice deve informare il ricognitore che l’indiziato

potrebbe non essere tra le persone presenti. Nel caso in cui il ricognitore affermi di

riconoscere qualcuno, il giudice lo invita a indicare chi abbia riconosciuto e a precisare

se ne sia certo.

ESPERIMENTO GIUDIZIALE. L’esperimento giudiziale è ammesso quando occorre

accertare se un fatto sia o possa essere avvenuto in un determinato modo (art. 218).

L’esperimento consiste nella riproduzione, per quanto possibile, della situazione in cui

il fatto si afferma o si ritiene essere avvenuto e nella ripetizione delle modalità di

svolgimento dello stesso. Ovviamente il fatto storico di reato è irripetibile: scopo

dell’esperimento è quello di valutare la verosimiglianza della ricostruzione

riproducendone le modalità di svolgimento. Il giudice dirige lo svolgimento delle

operazioni; può anche d’ufficio designare un esperto per l’esecuzione di quelle tra 60

esse che richiedono specifiche conoscenze. L’esperimento giudiziale si distingue

dall’ispezione, che ha ad oggetto una percezione statica della situazione attuale di una

cosa o di una persona. Infatti, con l’esperimento si riproduce un fatto già avvenuto.

LA PERIZIA. La perizia è un mezzo di prova finalizzato ad integrare le conoscenze del

giudice con quelle di un esperto. Essa deve essere disposta dal giudice quando occorre

compiere una valutazione per la quale sono necessarie specifiche competenze

tecniche, scientifiche o artistiche. La perizia non è l’unico mezzo di prova che permette

di raggiungere le finalità indicate nell’art. 22o. Esiste anche la consulenza tecnica di

parte dentro e fuori i casi di perizia (art. 233). Rispetto agli altri strumenti di

conoscenza e di valutazione, la perizia si caratterizza per essere un mezzo di prova

particolarmente garantito. Difatti, sin dalla fase del conferimento dell’incarico si

instaura un contraddittorio tra il perito e i consulenti delle parti, i quali possono

assistere alle operazioni ed avanzare osservazioni e richieste. Tuttavia, il potere

decisionale e valutativo compete al perito; perciò le parti potranno soltanto cercare di

dimostrare al giudice la erroneità o lacunosità della perizia. L’esecuzione della perizia

presenta vari vantaggi, come per esempio quello di ridurre i rischi di errore, favorendo

il confronto tra esperti. Essa può essere ammessa anche d’ufficio nell’udienza

preliminare e nel dibattimento. Dalle disposizioni appena menzionate, la

giurisprudenza tradizionale ha ricavato le seguenti conclusioni: la perizia si

caratterizzerebbe come una prova del giudice; le parti non avrebbero un pieno diritto

all’ammissione della stessa; la perizia sarebbe una prova neutra, sottratta alle

strategie di accusa e difesa. Dalla lettura degli artt. 224 e 5o8, tuttavia, si ricava una

diversa ricostruzione. L’espressa previsione dell’ammissione d’ufficio ha un effetto ben

preciso; consente al giudice di ammettere la perizia anche al di fuori delle ipotesi di

assoluta necessità, in deroga all’art. 5o7. In sostanza, l’art. 224, comma 2, non

intende cancellare il diritto delle parti all’ammissione della perizia. All’opposto, mira a

rafforzare il ricorso a tale strumento anche in assenza di una iniziativa di parte. Inoltre,

è possibile formulare un’ulteriore obiezione di carattere generale: il fatto che una

prova sia introdotta d’ufficio, non ne determina di per sé la neutralità. Il giudice deve

attribuire il teste o all’accusa o alla difesa sulla base del tenore delle dichiarazioni

rese.

Il requisito della “specificità” (art. 22o) indica la necessità di un sapere che va oltre la

soglia della conoscenza comune. La difficoltà consiste, indubbiamente, nello stabilire

in modo oggettivo quale sia tale soglia. In ogni caso, il giudice non ha un potere

totalmente discrezionale e, ai fine di una corretta valutazione in ordine a tale requisito,

si varrà dell’ausilio del contraddittorio tra le parti. Il requisito della “occorrenza” indica

soltanto la finalità che si intende raggiungere con un mezzo di prova: la perizia deve

risultare utile alla luce del panorama probatorio disponibile.

La perizia disposta nella fase delle indagini. Durante le indagini, la perizia può essere

svolta nella forma dell’incidente probatorio, e quindi soltanto a richiesta del Pm e

dell’indagato; essa è disposta dal Gip nelle ipotesi previsti dall’art. 392 (e cioè quando

la persona, le cose o i luoghi da esaminare sono soggetti a modificazione non

evitabile, o quando si prevede che la perizia durerà più di 6o giorni, o quando

l’accertamento tecnico determina esso stesso modificazioni tali da rendere l’atto non

ripetibile). Il giudice sceglie il perito in base a precisi vincoli: ai sensi dell’art. 221,

comma 1, deve scegliere di regola una persona iscritta in appositi albi o,

eccezionalmente, al di fuori di essi, ma tra coloro che siano forniti di particolare 61

competenza tecnica (sulla quale dovrà dare congrua motivazione). Il legislatore vuole

che il perito sia in una situazione di terzietà e impregiudicatezza. Esso ha l’obbligo di

prestare il suo ufficio, salvo che sussista uno dei motivi di astensione (art. 223). Il

perito deve presentarsi in udienza e impegnarsi ad adempiere al proprio ufficio

secondo verità. La formulazione dei quesiti, da sottoporre al perito, spetta al giudice

con la più ampia garanzia del contraddittorio. Il prodotto finale di questo particolare

mezzo di prova è la relazione che il perito svolge oralmente e che eccezionalmente

formula anche per scritto, su autorizzazione del giudice. L’art. 22o, tuttavia, pone il

divieto di ammissione di perizie volte ad accertare il carattere e la personalità

dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche:

parimenti, sono vietate le perizie tendenti a stabilire l’abitualità o la professionalità nel

reato e la tendenza a delinquere.

Il consulente tecnico di parte. Le parti possono nominare consulenti tecnici sia perché

essi possano partecipare ad una perizia già disposta (art. 225), sia al di fuori della

perizia (art. 233). Quando è stata disposta perizia, le parti hanno la facoltà di

nominare propri consulenti tecnici in numero non superiore a quello dei periti. Al

consulente tecnico si applicano le cause di incapacità e di incompatibilità che sono

previste per il perito. Le parti private non hanno l’obbligo di scegliere il consulente

all’interno di albi; tuttavia, sarà loro interesse nominare persone di riconosciuta

capacità tecnica, al fine di tenere testa al perito. L’oggetto della consulenza tecnica di

parte è identico a quello della perizia: esso è indicato nell’art. 22o. Per contro, è

differente la disciplina giuridica che regola i due istituti. Il perito svolge indagini ed

acquisisce risultati probatori per conto del giudice; gli esiti delle operazioni tecniche

sono destinati a confluire direttamente nel fascicolo per il dibattimento e sono

utilizzabili nella decisione finale. Il consulente di parte propone valutazioni tecniche,

che si traducono in un parere esposto oralmente o in memorie scritte. Il perito e il

consulente tecnico sono sottoposti all’esame incrociato, che si svolge in forme simili

con le quali è escusso il testimone. A differenza del perito, che assume l’obbligo

penalmente sanzionato di far conoscere la verità, nessun obbligo del genere è previsto

dal codice per il consulente di parte.

I consulenti tecnici della parte pubblica e quelli delle parti private possono svolgere la

propria attività anche quando il giudice non ha disposto perizia. In base al sistema

accolto dal codice, la consulenza di parte è insieme espressione della difesa tecnica e

mezzo di prova scientifica, tecnica e artistica. Si discute se il consulente possa essere

chiamato a deporre soltanto dalla parte che lo ha nominato o anche dalle controparti:

queste ultime possono, quanto meno, controesaminarlo.

Il consulente tecnico del Pm. Nelle fasi dell’udienza preliminare e del giudizio, il Pm

può nominare consulenti tecnici sia nel caso di perizia, sia fuori dei casi di perizia. La

differenza rispetto al consulente tecnico della parte privata sta nell’interesse pubblico

che muove l’attività del Pm. I risultati delle consulenze devono essere inseriti nel

fascicolo delle indagini.

La perizia che richiede atti idonei ad incidere sulla libertà personale. Può accadere che

nel corso della perizia si renda necessario compiere atti idonei ad incidere sulla libertà

personale dell’indagato o di altre persone: si pensi ai prelievi di campioni biologici

finalizzati all’estrazione del DNA. Il legislatore è intervenuto a disciplinare la materia

con la legge 3o giugno 2oo9, n. 85: il nuovo art. 224-bis reca una regolamentazione

delle ipotesi in cui nel corso della perizia si renda necessario effettuare prelievi ed

accertamenti medici coattivi. Il primo dato che si ricava da tale disposizione è che la 62

disciplina in esame trova applicazione soltanto nel caso in cui la persona sottoposta

alla perizia non presti il proprio consenso ai prelievi e agli accertamenti. Qualora,

infatti, l’interessato sia consenziente, non scatta la necessità di tutelare la libertà

personale. Resta il limite ricavabile dall’art. 5 c.c. in relazione agli atti di disposizione

del proprio corpo: l’individuo non può consentire ad atti che comportino una

diminuzione permanente dell’integrità fisica o psichica o che ledano la propria dignità.

L’art. 224-bis:

- Precisa la tipologia di reati in relazione ai quali attività del genere possono

essere disposte. La perizia coattiva è consentita quando si procede per un

delitto doloso o preterintenzionale, consumato o tentato, per il quale la legge

stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a 3

anni;

- Reca un requisito di tipo probatorio: occorre che la perizia risulti assolutamente

indispensabile per la prova dei fatti;

- Indica quali sono le attività che possono essere compiute.

La perizia viene disposta con ordinanza motivata. Il contenuto di tale provvedimento

appare piuttosto articolato ed è finalizzato a garantire l’effettivo controllo

giurisdizionale sui presupposti e sulle modalità degli accertamenti. Ai sensi dell’art.

224, l’ordinanza contiene la nomina del perito, la sommaria enunciazione dell’oggetto

delle indagini, l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo fissati per la comparizione

del perito. Inoltre, il provvedimento deve contenere: le generalità della persona da

sottoporre all’esame e quanto altro valga ad identificarla; l’identificazione del reato

per cui si procede; l’identificazione specifica del prelievo.

LA PROVA DOCUMENTALE. Il codice non contiene una definizione espressa di

documento, anche se ne fornisce un requisito positivo ed uno negativo. Il requisito

positivo è indicato nell’art. 234, comma 1: perché vi sia un documento è sufficiente

che si tratti di uno scritto oppure di un oggetto comunque idoneo a rappresentare un

fatto, una persona o una cosa. Non è rilevante l’operazione mediante la quale la

rappresentazione è incorporata e pertanto può essere la fotografia, la cinematografia,

la fonografia o qualsiasi altro mezzo. Il requisito negativo si ricava dalla sistematica del

codice: l’oggetto rappresentato deve essere un atto o fatto differente dagli atti

processuali compiuti nel procedimento nel quale il documento è acquisito. Viceversa,

se l’oggetto rappresentato è un atto del medesimo procedimento, il codice non utilizza

il termine documento, bensì il termine documentazione.

Definiamo documento quella rappresentazione di un fatto che è incorporata su di una

base materiale con un metodo analogico o digitale. Da ciò si ricava che il concetto di

documento comprende quattro elementi:

• Il fatto rappresentato. Nel concetto di fatto rappresentato devono essere

ricompresi sia i fatti, persone o cose, sia i contenuti di pensiero che sono

espressi nelle dichiarazioni di scienza o di volontà. Pertanto, il fatto

rappresentato è tutto ciò che può essere oggetto di prova.

• La rappresentazione. Rappresentare un fatto significa costruirne uno

equivalente, in modo da renderlo conoscibile quando non è più presente.

• L’incorporamento. È l’operazione mediante la quale la rappresentazione è

fissata su di una base materiale. 63

• La base materiale, sulla quale è incorporata la rappresentazione, può essere la

più varia. È sufficiente l’idoneità a conservare la rappresentazione al fine di

riprodurla quando occorra.

Il valore probatorio del documento contenente dichiarazioni. La corte costituzionale

con la sentenza 17 marzo 1992, n. 142 ha precisato che l’art. 234 non distingue tra

rappresentazione di fatti e rappresentazione di dichiarazioni: pertanto, il documento

contenente una dichiarazione può costituire prova del fatto rappresentato nella

medesima e può essere ammesso ai sensi dell’art. 19o del codice. Un limite di diritto

positivo è rinvenibile nell’art. 111, comma 4, secondo periodo, Cost., in base al quale

la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese

da chi per libera scelta si è sempre sottratto volontariamente all’interrogatorio da

parte dell’imputato o del suo difensore.

Il documento anonimo. In base all’art. 239, è anonima quella rappresentazione della

quale non è identificabile l’autore. La prova documentale può essere valutata dal

giudice nella sua attendibilità quando è noto l’autore del documento. Infatti all’autore,

chiamato a deporre, possono essere rivolte le domande che servono a valutarne la

credibilità e l’attendibilità. Una verifica del genere non può avvenire quando è ignoto

l’autore del documento. Il codice distingue l’ipotesi in cui il documento contenga una

dichiarazione anonima dall’ipotesi in cui il documento contenga una rappresentazione

diversa dalla dichiarazione. Nel solo caso in cui si sia in presenza di una dichiarazione

anonima, il codice prevede la sanzione dell’inutilizzabilità. Del documento anonimo

che contenga una rappresentazione diversa dalla dichiarazione il codice non dà alcuna

regolamentazione. Poiché è posto come regola generale il libero convincimento del

giudice, ne deriva che le ipotesi di inutilizzabilità di elementi di prova devono essere

previste espressamente. Quindi, possiamo concludere che i documenti anonimi non

dichiarativi possono essere utilizzati. Diverso è il problema del valore probatorio che si

deve attribuire alla dichiarazione che non sia stata sottoscritta dall’autore col proprio

nome, quando l’autore della stessa sia stato comunque identificato. La mancata

sottoscrizione col proprio nome dimostra che l’autore non ha voluto impegnare la

propria responsabilità nel fare una determinata dichiarazione. Pertanto, non si pone un

problema di utilizzabilità, poiché la dichiarazione formalmente anonima, a seguito

dell’identificazione, non è più tale.

Il codice prevede due eccezioni al divieto di utilizzare il documento contenente

dichiarazioni anonime:

• La prima eccezione costituisce un’applicazione dell’art. 235, che impone che il

corpo del reato sia sempre acquisito al procedimento;

• La seconda eccezione permette di utilizzare quella dichiarazione anonima che

provenga comunque dall’imputato. Cosi, l’imputato può presentare una

dichiarazione anonima della quale sia venuto comunque in possesso.

Ovviamente, il valore probatorio sarà molto limitato poiché sarà difficile

dimostrare l’attendibilità della dichiarazione medesima.

Documenti dei quali è vietata l’acquisizione. L’art. 234, comma 3, vieta l’acquisizione

di documenti che contengono informazioni sulle voci correnti nel pubblico intorno ai

fatti di cui si tratta nel processo. Per l’uso di documenti concernenti la moralità delle

persone è posto un generale divieto di utilizzazione, rispetto al quale sono previste

determinate eccezioni.

Documenti dei quali è obbligatoria l’acquisizione. Il codice pone l’obbligo di acquisire i

documenti che costituiscono corpo del reato qualunque sia la persona che li abbia 64

formati o li detenga. Inoltre, è consentita l’acquisizione anche d’ufficio di qualsiasi

documento proveniente dall’imputato.

L’USO DI ATTI DI ALTRI PROCEDIMENTI. L’art. 238 permette alle parti di ottenere, a

determinate condizioni, che siano acquisite le prove e gli atti che sono stati assunti in

un altro procedimento penale o civile. In tal caso la documentazione delle prove e

degli atti viene considerata dal codice come un documento, poiché è stata assunta in

un altro procedimento: essa è valutata dal giudice del procedimento ad quem, in base

ai consueti criteri di credibilità e attendibilità.

Il diritto di esaminare l’autore delle dichiarazioni. Le parti del procedimento ad quem

hanno il diritto di ottenere l’esame della persona le cui dichiarazioni sono state

acquisite. Se l’esame ha luogo, la lettura dei verbali di dichiarazioni può avvenire

soltanto dopo che la persona è stata interrogata. Se l’esame non ha luogo, si può

direttamente procedere alla lettura. Dall’art. 238 è ricavabile un regime differente a

seconda che gli atti assunti nel procedimento siano ripetibili o non ripetibili nel

procedimento:

• I verbali degli atti non ripetibili sono utilizzabili in due ipotesi: se si tratta di

impossibilità di ripetizione originaria; se si tratta di non ripetibilità

sopravvenuta, purché essa sia dovuta a circostanze non prevedibili nel

momento in cui l’atto è stato compiuto.

• Gli atti ripetibili. In relazione agli atti ripetibili, l’art. 238 effettua una ulteriore

distinzione tra:

Verbali di atti di indagine. Sono utilizzabili in due ipotesi: se l’imputato del

o procedimento ad quem vi consente; se la persona che ha reso le

dichiarazioni viene esaminata nel procedimento ad quem e risulta che

essa è stata sottoposta a condotta illecita (minacce).

Verbali di prove assunte in incidente probatorio o in dibattimento. Sono

o utilizzabili sia nei casi in cui sono utilizzabili i verbali di atti di indagine,

sia, in assenza di tali condizioni, se il difensore dell’imputato del

procedimento ad quem ha partecipato all’assunzione della prova.

Le sentenze irrevocabili. L’art. 238-bis consente che le sentenze irrevocabili possano

essere acquisite ai fini della prova di un fatto in esse accertato. Ne consegue che la

decisione può essere utilizzata al fine di ritenere provato il fatto accertato nella

sentenza. Il codice pone come condizione che vi siano riscontri esterni che ne

confermino l’attendibilità ai sensi dell’art. 192, comma 3.

I DOCUMENTI ILLEGALI. L’art. 24o, comma 2, disciplina due peculiari categorie di

documenti predisposti attraverso attività che possiamo definire:

- Spionaggio illecito. Costituisce spionaggio tutto l’insieme di dati e contenuti di

conversazioni o comunicazioni, relativi a traffico telefonico e telematico,

illegalmente formati o acquisiti.

- Dossieraggio illecito. È tutto l’insieme di documenti formati attraverso la

raccolta illegale di informazioni. L’espressione si riferisce a quel trattamento

illecito di dati personali punito dal codice privacy.

In relazione alle due categorie menzionate di documenti sono previsti i seguenti

obblighi e divieti:

1. Il Pm deve disporre l’immediata secretazione e custodia in luogo protetto;

2. È vietato effettuare copia in qualunque forma e in qualunque fase del

procedimento; 65

3. È sancita la inutilizzabilità dei documenti illegali;

4. Il Pm entro 48 ore deve chiedere al Gip di disporre la distruzione dei relativi

documenti. Le operazioni di distruzione si svolgono nel contraddittorio tra le

parti, in camera di consiglio.

La distruzione del corpo del reato. Quando il corpo del reato deve essere distrutto,

esso viene sostituito da un verbale, il quale non può esercitare alcun condizionamento

sulla decisione da assumere nell’ambito del procedimento principale relativo alla

responsabilità dell’autore del documento illecito. La funzione primaria del verbale è

quella di costituire una prova sostitutiva del corpo del reato. Da tale impostazione

consegue che tanto più il verbale risulta dettagliato, tanto meglio esso esplica la

propria funzione surrogatoria.

Esame dell’imputato: Esame del testimone assistito

Nel proprio Imputato Imputato Imputato Imputato

processo concorrente, connesso connesso o connesso o

con processo teleologico o collegato, con collegato, con

penale pendente collegato, che processo sentenza

non ha reso pendente, che irrevocabile

dichiarazioni sul ha reso

fatto altrui dichiarazioni sul

fatto altrui

- non ha - ha l’obbligo di presentarsi;

- sono assistiti dal difensore di fiducia o d’ufficio;

l’obbligo di - le loro dichiarazioni sono valutate unitamente agli altri elementi di prova

presentarsi che ne confermano l’attendibilità

- può chiedere o

consentire

all’esame

- ha diritto al - ha la facoltà di - è avvisato che, - deve dire la - ha l’obbligo di

silenzio, ma se non rispondere se renderà verità sul fatto rispondere

rifiuta di dichiarazioni sul altrui già secondo verità

rispondere, ne è fatto altrui, sarò dichiarato sui fatti proprio e

- non può essere

fatta menzione testimone su tali altrui

obbligato a - non può essere

nel verbale fatti, salvo le deporre su fatti obbligato a

incompatibilità che concernono deporre sui fatti

ex art. 197 la propria attinenti al

responsabilità in proprio giudicato

ordine al reato di condanna se

per cui si aveva negato la

procede nei suoi propria

confronti responsabilità o

non aveva reso

alcuna

dichiarazione

- Le dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la

persona che le ha rese 66

CAPITOLO 5: I MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA

Il codice definisce mezzi di ricerca della prova le ispezioni, le perquisizioni, i sequestri

e le intercettazioni. La differenza con i mezzi di prova è giustificata nei seguenti

termini: i mezzi di prova si caratterizzano per l’attitudine ad offrire al giudice risultanze

probatorie direttamente utilizzabili in sede di decisione. Al contrario, i mezzi di ricerca

della prova non sono di per sé fonte di convincimento, ma rendono possibile acquisire

cose materiali, tracce o dichiarazioni dotate di attitudine probatoria. Sulla base di

quanto esposto, è possibile approfondire la differenza tra i due concetti: in primo

luogo, l’elemento probatorio si forma in seguito all’esperimento del mezzo di prova.

Viceversa, attraverso il mezzo di ricerca della prova entra nel procedimento un

elemento probatorio che preesiste allo svolgersi del mezzo stesso. In secondo luogo, i

mezzi di prova possono essere assunti soltanto davanti al giudice nel dibattimento o

nell’incidente probatorio: i mezzi di ricerca della prova possono essere disposti oltre

che dal giudice, anche dal Pm e, in alcune ipotesi, possono essere compiuti dalla

polizia giudiziaria. In terzo luogo, i mezzi di ricerca della prova si basano, di regola, sul

fattore sorpresa e, perciò, non consentono il preventivo avviso al difensore

dell’indagato quando sono compiuti nella fase delle indagini.

LE ISPEZIONI. L’ispezione (art. 244) consiste nell’osservare e descrivere persone ,

luoghi e cose allo scopo di accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato. Essa

è un mezzo di ricerca della prova che ha prevalentemente una finalità descrittiva: è

disposta, di regola, dall’autorità giudiziaria quando occorre accertare le tracce e gli

altri effetti materiali del reato. Se il reato non ha lasciato tracce o effetti materiali,

l’autorità giudiziaria, se possibile, cerca di individuare il modo, il tempo e le cause

delle eventuali modificazioni. Se necessario, l’ispezione si svolge con l’impiego di

poteri coercitivi. Sia il giudice, sia il Pm possono disporre l’intervento della polizia

giudiziaria e, se necessario, della forza pubblica.

L’ispezione personale ha ad oggetto il corpo di un essere umano vivente o parti di

esso; può trattarsi dunque di qualunque parte del corpo, sia normalmente visibile, sia

celata all’altrui vista. Questo tipo di ispezione ha una normativa tutta particolare (art.

245). Prima che si proceda a tale atto, l’interessato è avvertito della facoltà di farsi

assistere da una persona di fiducia, purché questa sia prontamente reperibile e

idonea. L’ispezione può essere compiuta anche per mezzo di un medico, che può non

essere un medico legale. Ove intervenga un medico, l’autorità giudiziaria può

astenersi dall’assistere alle operazioni.

Altre norme valgono specificamente per l’ispezione di luoghi o di cose. La persona che

ha la disponibilità del luogo in cui è eseguita l’ispezione, ed anche l’imputato, hanno

diritto, se presenti, ad avere copia del decreto che autorizza l’atto. Nelle fasi

dell’udienza preliminare o del dibattimento, l’ispezione di persone, di luoghi o di cose

è disposta dal giudice. Durante le indagini preliminari l’ispezione è compiuta dalla

polizia di propria iniziativa in situazione di urgenza sotto la forma di accertamenti e

rilievi. Occorre sottolineare che la polizia giudiziaria in casi del genere può disporre di

sua iniziativa soltanto quei rilievi sulle persone, che sono diversi dall’ispezione

personale. Quando il Pm procede ad ispezione, il difensore dell’indagato deve essere

preavvisato almeno 24 ore prima. Nei casi di assoluta urgenza, quando vi è fondato

motivo di ritenere che il ritardo possa pregiudicare la ricerca o l’assicurazione della 67

prova, il Pm può procedere anche prima del termine fissato dandone avviso al

difensore senza ritardo, o anche senza darne avviso, se vi è fondato motivo di ritenere

che le tracce possano essere alterate.

LE PERQUISIZIONI. La perquisizione (art. 247) consiste nel ricercare una cosa da

assicurare al procedimento o una persona da arrestare. La perquisizione personale è

disposta quando vi è fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla persona il

corpo del reato o le cose pertinenti al reato. La perquisizione locale è disposta quando

vi è fondato motivo di ritenere che tali cose si trovino in un determinato luogo ovvero

che in esso possa eseguirsi l’arresto dell’imputato o dell’evaso. La perquisizione

informatica è disposta quando vi è fondato motivo di ritenere che dati, informazioni,

programmi informatici o tracce comunque pertinenti al reato si trovino in un sistema

informatico o telematico. La perquisizione è disposta dall’autorità giudiziaria con

decreto motivato: la motivazione dovrà attestare la presenza di sufficienti indizi.

È prevista una modalità meno invasiva della perquisizione, quando si ricerca una cosa

determinata (art. 248, comma 1). L’autorità giudiziaria può limitarsi ad invitare taluno

a consegnare la cosa. Se l’invito è accolto e la cosa è presentata, non si fa luogo a

perquisizione, salvo che sia utile procedervi per la completezza delle indagini. Le cose

rinvenute nel corso della perquisizione, se costituiscono corpo del reato o sono

pertinenti al reato, sono sottoposte a sequestro. Se si trova una persona ricercata, si

dà esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare o ai provvedimenti di arresto o

fermo.

La perquisizione su iniziativa del Pm. Nel corso delle indagini preliminari la

perquisizione è ordinata dal Pm, che vi provvede personalmente o delegandola ad un

ufficiale di polizia giudiziaria. All’indagato, che sia eventualmente presente alla

perquisizione, viene chiesto se è assistito da un difensore; qualora l’indagato ne sia

privo, è designato un difensore d’ufficio.

La perquisizione su iniziativa della polizia giudiziaria. Sempre nel corso delle indagini

preliminari, la polizia giudiziaria può procedere di propria iniziativa a perquisizione

personale o locale, ma soltanto in flagranza di reato o nel caso di evasione. La polizia

deve trasmettere il verbale delle operazioni senza ritardo al Pm del luogo nel quale la

perquisizione è stata eseguita. Il magistrato convalida la perquisizione nelle 48 ore

successive, se ne ricorrono i presupposti.

IL SEQUESTRO PROBATORIO. Il codice prevede tre distinte forme di sequestro: il

sequestro probatorio (art. 253), il sequestro preventivo (art. 321) e il sequestro

conservativo (art. 316). Il primo è collocato tra i mezzi di ricerca della prova: gli altri

due tra le misure cautelari. Comune ai tre tipi di sequestro è la caratteristica di creare

un vincolo di indisponibilità su una cosa mobile o immobile, attraverso uno

spossessamento coattivo.

Il sequestro probatorio consiste nell’assicurare una cosa mobile o immobile al

procedimento per finalità probatorie, mediante lo spossessamento coattivo della cosa

e la creazione di un vincolo di indisponibilità sulla medesima. Tale vincolo serve per

conservare immutate le caratteristiche della cosa, al fine dell’accertamento dei fatti. È

necessario un requisito naturalistico, e cioè che vi sia un bene materiale. È necessario

anche un requisito giuridico, e cioè che si tratti del corpo del reato o di una cosa

pertinente al reato e, soprattutto, che la cosa sia necessaria per l’accertamento dei

fatti. Il sequestro è mantenuto fino a quando sussistono le esigenze probatorie. Il 68

limite massimo è la sentenza irrevocabile; dopodiché la cosa deve essere restituita,

salvo che ne sia stata ordinata la confisca. La conversione di un tipo di sequestro in un

altro è possibile soltanto se è emesso un provvedimento autonomo rispondente ai

requisiti e alle finalità del nuovo tipo di sequestro. Nelle fasi dell’udienza preliminare e

del dibattimento il sequestro probatorio è disposto dal giudice con decreto motivato.

Nel corso delle indagini preliminari il decreto motivato di sequestro è emanato dal Pm.

Sempre nelle indagini preliminari la polizia giudiziaria interviene soltanto in situazione

di urgenza.

INTERCETTAZIONI. Per intercettazione si intende quell’atto del procedimento che si

effettua mediante strumenti tecnici di percezione e che tende a captare il contenuto di

una conversazione o di una comunicazione segreta in corso tra due o più persone,

quando l’apprensione medesima è operata da parte di un soggetto che nasconde la

sua presenza. I requisiti sono:

• Segretezza. Anzitutto, i soggetti devono comunicare tra loro col preciso intento

di escludere estranei dal contenuto della comunicazione e secondo modalità tali

da tenere quest’ultima segreta.

• Strumenti di percezione. Il soggetto che capta deve usare strumenti tecnici di

percezione particolarmente invasivi ed insidiosi, idonei a superare le cautele

elementari, che dovrebbero garantire la libertà e la segretezza del colloquio.

• Terzietà e clandestinità. Il soggetto captante deve essere assolutamente

estraneo al colloquio e deve operare in modo clandestino.

L’intercettazione è un’attività che può essere compiuta soltanto per iniziativa del Pm e

su autorizzazione del Gip nei casi e modi previsti dalla legge. Essa può avere ad

oggetto sia conversazioni o comunicazioni telefoniche e altre forme di

telecomunicazione, sia il flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o

telematici ovvero intercorrente tra più sistemi.

L’intercettazione di comunicazioni tra presenti è ammessa di regola fuori del domicilio

privato su autorizzazione del giudice e in presenza dei presupposti di legge. In via

eccezionale l’intercettazione di comunicazioni tra presenti è consentita nel domicilio

privato se vi è un ulteriore requisito, ossia il fondato motivo di ritenere che ivi si stia

svolgendo l’attività criminosa.

I requisiti per disporre le intercettazioni. Le intercettazioni di comunicazioni e di

conversazioni sono ammesse con molti limiti. Questi sono imposti dalla necessità di

rispettare la garanzia che è prevista dall’art. 15 della Costituzione e che tende a

tutelare la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione. La

compressione della libertà individuale è ammessa soltanto per atto motivato

dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge. Pertanto deve ritenersi

vigente in materia una riserva di giurisdizione ed una riserva di legge. Nel rispetto

della riserva di giurisdizione, le intercettazioni devono essere autorizzate dal giudice

su richiesta del Pm (art. 267). In adempimento alla riserva di legge, sono previsti dal

codice i presupposti per procedere alla intercettazione di conversazioni o

comunicazioni telefoniche:

1. Le intercettazioni possono essere disposte nei procedimenti relativi ai soli reati

previsti nell’art. 266, comma 1;

2. Devono esistere gravi indizi di reato a prescindere da una responsabilità

soggettiva. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applica l’art. 2o3; 69

3. L’intercettazione deve essere assolutamente indispensabile ai fini della

prosecuzione delle indagini: ciò avviene quando la prova non può essere

acquisita con mezzi diversi dalla intercettazione.

Nelle indagini relative a delitti di criminalità organizzata, di minaccia per mezzo del

telefono o contro la personalità individuale i requisiti sopra ricordati sono attenutati:

basta la sussistenza di sufficienti indizi e la mera necessità per la prosecuzione delle

indagini.

Il procedimento. In base all’art. 267, il Pm chiede al Gip l’autorizzazione a disporre le

intercettazioni e trasmette gli atti dai quali si ricava l’esistenza dei presupposti delle

medesime, operando una scelta all’interno del fascicolo. L’autorizzazione è concessa

dal giudice con decreto motivato. dopo che il giudice ha autorizzato le intercettazioni,

il Pm emana un ulteriore decreto con cui regola le modalità e la durata delle

operazioni. Esse possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti

installati nella procura della repubblica. Tuttavia, quando tali impianti risultano

insufficienti o inidonei e sussistono eccezionali ragioni di urgenza, il Pm può disporre,

con provvedimento motivato, il compimento delle operazioni mediante impianti di

pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria. La durata delle operazioni non

può durare più di 15 giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato

per periodi successivi di 15 giorni, qualora permangano i presupposti indicati nel

comma 1 dell’art. 267.

Nei casi di urgenza, ma in presenza di tutti i presupposti sopra menzionati,

l’intercettazione è disposta dal Pm, che deve comunicare il relativo decreto motivato al

giudice non oltre 24 ore decorrenti dal proprio provvedimento. Il giudice entro le 48

ore successive decide sulla convalida con decreto motivato.

In base ai requisiti previsti dal codice, sono intercettabili sia le utenze riferibili agli

indagati, sia quelle riferibili ai testimoni, sia quelle riferibili a persone estranee ai fatti,

quando queste ultime possono essere destinatarie di comunicazioni provenienti da

indagati o da testimoni.

Le comunicazioni intercettate sono registrate: delle operazioni è redatto verbale. La

polizia giudiziaria provvede a trascrivere il contenuto anche sommariamente; si tratta

dei cosiddetti brogliacci d’ascolto, utilizzabili già durante le indagini preliminari per

chiedere al giudice le misure cautelari. La corte costituzionale ha dichiarato illegittimo

l’art. 268 nei seguenti termini: dopo la notificazione o l’esecuzione dell’ordinanza che

dispone una misura cautelare personale, il difensore dell’indagato ha il diritto di

ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di quelle

conversazioni o comunicazioni intercettate, che sono state utilizzate ai fini

dell’adozione del provvedimento cautelare, anche se non sono state depositate. La

registrazione delle intercettazioni e i verbali sommari sono trasmessi immediatamente

al Pm e devono essere depositati in segreteria. Tuttavia, il giudice può autorizzare che

il deposito sia ritardato, se ne può derivare un grave pregiudizio per le indagini. Di

conseguenza, di regola accade che il deposito sia effettuato al momento dell’avviso di

conclusione delle indagini. Una volta effettuato il deposito, deve essere dato avviso ai

difensori, che possono ascoltare le registrazioni ed esaminare gli atti. Spetta alle parti

indicare le conversazioni da acquisire. In questa fase il giudice ha un limitato potere di

filtro; da un lato, egli deve stralciare le registrazioni di cui è vietata l’utilizzazione; da

un altro lato, egli deve disporre l’acquisizione delle registrazioni indicate dalle parti

che non appaiano manifestamente irrilevanti. Il Pm e i difensori hanno diritto di

partecipare allo stralcio e sono avvisati almeno 24 ore prima. 70

Divieti di utilizzazione. I codice dispone la inutilizzabilità delle intercettazioni che sono

state compiute fuori dei casi consentiti, o senza osservare i presupposti e le forme del

provvedimento di autorizzazione, o senza redigere il verbale delle operazioni o

eseguendo le medesime al di fuori degli impianti installati nella procura della

repubblica, senza motivare le ragioni di urgenza. La documentazione delle

intercettazioni inutilizzabili è distrutta su ordine del giudice, salvo che le stesse

costituiscano corpo del reato.

LE VIDEORIPRESE. Con il termine videoriprese si indica la registrazione, effettuata

attraverso strumenti tecnici di captazione visiva, di quanto accade in un luogo,

all’insaputa di chi in esso si trovi. In particolare, la registrazione può essere disposta in

un luogo pubblico o in un luogo di privata dimora. Quando l’attività è svolta da

soggetti privati, la videoripresa è un documento ed è utilizzabile nel procedimento

penale purché non rientri nelle ipotesi di documento illegale previste dell’art. 24o

commi 2 ss. Quando la videoripresa è svolta da soggetti pubblici come atto di indagine

nel procedimento penale, la disciplina è oggetto di acceso dibattito. Anzitutto, occorre

distinguere tra la ripresa di immagini aventi per oggetto comportamenti comunicativi

e la ripresa di immagini aventi ad oggetto comportamenti non comunicativi: nel primo

caso, la ripresa costituisce una forma di intercettazione e, pertanto, ne segue la

disciplina. Cosi, se l’intercettazione audiovisiva è effettuata nel domicilio dovrà

applicarsi l’art. 266 comma 2; viceversa, in tutti gli altri luoghi si seguirà la disciplina

ordinaria delle intercettazioni. La ripresa di comportamenti non comunicativi ha una

disciplina differente a seconda del luogo nel quale viene posta in essere: i luoghi

domiciliari sono caratterizzati dall’esistenza, in capo ad un soggetto, del diritto di

escludere chiunque altro. Gli spazi citati rientrano nell’area protetta dall’art. 14 Cost.;

pertanto, le riprese risultano senz’altro vietate a pena di nullità; i luoghi riservati sono

caratterizzati dalla mancanza della stabilità del diritto di escludere chiunque altro. Tale

diritto persiste soltanto se il titolare è presente sul luogo. La norma costituzionale di

riferimento è l’art. 2 Cost. Pertanto, le riprese nei luoghi riservati possono essere

disposte con un atto motivato del Pm e sono utilizzabili come prova atipica; nei luoghi

pubblici non è configurabile alcuna aspettativa di riservatezza con riferimento alle

immagini. Pertanto, le riprese possono essere effettuate anche dalla polizia giudiziaria

di propria iniziativa e si tratta di un atto non ripetibile che in dibattimento potrà essere

utilizzato come prova atipica.

CAPITOLO 6: LE MISURE CAUTELARI

Tra l’inizio del procedimento penale e il momento in cui la sentenza viene eseguita

passa un periodo di tempo che può essere anche molto ampio, in relazione al rito che

viene adottato e all’eventualità che le parti abbiano proposto le impugnazioni previste

dalla legge. Durante questo periodo di tempo possono sorgere pericoli per lo svolgersi

del procedimento penale e specificamente per l’accertamento dei fatti e per l’efficacia

della sentenza. Al fine di evitare tali rischi, sono previste le misure cautelari. Esse sono

quei provvedimenti provvisori e immediatamente esecutivi, finalizzati ad evitare che il

trascorrere del tempo possa provocare uno dei seguenti pericoli: il pericolo per

l’accertamento del reato; il pericolo per l’esecuzione della sentenza; il pericolo che si

aggravino le conseguenze del reato o che venga agevolata la commissione di altri

reati. Le misure cautelari comportano la limitazione della libertà personale, della

libertà di circolazione e della libertà di disporre di beni mobili e immobili. 71

Caratteristiche. Le misure cautelari hanno caratteristiche che le differenziano dagli

altri provvedimenti che possono essere emanati dal giudice penale. Le principali

caratteristiche sono:

- Strumentalità;

- Urgenza. Vi è una situazione di urgenza quando un ritardato intervento rende

probabile il verificarsi di uno dei fatti temuti;

- La prognosi di colpevolezza allo stato degli atti. Nel processo penale

l’applicazione di una misura cautelare personale richiede l’accertamento di

gravi indizi di colpevolezza (art. 273) basato sugli elementi di prova che l’accusa

è riuscita a raccogliere sin dall’inizio delle indagini. Siamo in presenza di un

accertamento allo stato degli atti, e cioè basato su materiale probatorio

suscettibile di essere modificato successivamente in relazione ai nuovi elementi

che siano stati raccolti dall’accusa e dalla difesa. L’accertamento non deve

essere sommario; al contrario, il codice impone che esso sia fondato su

elementi di prova ed adeguatamente motivato (art. 292);

- L’immediata esecutività. La necessità di evitare i pericoli che possono sorgere

nell’attesa della sentenza definitiva, impone l’immediata esecutività del

provvedimento cautelare (art. 293). La esecutività è la idoneità del

provvedimento ad essere attuato coattivamente anche contro la volontà della

persona interessata. L’ordinanza che dispone la misura cautelare è

immediatamente trasmessa al Pm che ne ha fatto richiesta, il quale ne cura

l’esecuzione;

- La provvisorietà. Il provvedimento cautelare ha la caratteristica della

provvisorietà sotto un duplice significato. Da un lato, il provvedimento cautelare

non condiziona la decisione definitiva. Da un altro lato, il provvedimento

cautelare è revocabile e modificabile in attesa della sentenza definitiva. Infatti,

il provvedimento è emesso allo stato degli atti;

- La previsione per legge. La costituzione esige che la legge preveda

espressamente i casi e i modi nei quali il provvedimento dell’autorità giudiziaria

può porre limiti alle libertà. Si tratta dei principi di riserva di legge e di

tassatività, posti dagli articoli 13 e 14;

- La giurisdizionalità. Le misure cautelari sono disposte con un provvedimento

emanato dal giudice. Da ciò deriva che, di regola, il Pm e la polizia giudiziaria

non hanno il potere di disporre misure cautelari;

- L’impugnabilità. Nei confronti dei provvedimenti cautelari è possibile proporre

impugnazione. La costituzione prevede il ricorso per cassazione per violazione

di legge contro tutti i provvedimenti che comportano una limitazione della

libertà personale.

I TIPI DI MISURE CAUTELARI. Il codice prevede varie categorie di misure

cautelari. La molteplicità di queste ultime è tipica del sistema accusatorio, perché

permette di configurare la custodia in carcere come ultima possibilità residuale

(criterio del minore sacrificio). Vi è una prima distinzione fondamentale tra misure

personali e reali: le prime comportano limiti alla libertà personale o alla libertà di

determinazione nei rapporti familiari e sociali. Le misure reali toccano singoli beni

mobili o immobili e impongono il divieto di disporre di tali beni.

Le misure personali si dividono in tre categorie:

- Misure coercitive. Sono enumerate nel codice in ordine crescente di gravità e

vanno dal divieto di espatrio alla custodia cautelare in carcere. A loro volta, le 72

misure coercitive possono distinguersi in obbligatorie e custodiali. Sono misure

obbligatorie:

Il divieto di espatrio (art. 281). Impone all’imputato di non uscire dal

o territorio nazionale senza l’autorizzazione del giudice;

L’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria (art. 282). Si prescrive

o all’imputato di presentarsi presso gli uffici di quest’ultima nei giorni e

nelle ore indicati dal giudice;

L’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis). Il giudice prescrive

o all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non

farvi rientro e di non accedervi senza autorizzazione;

Il divieto o obbligo di dimora (art. 283, comma 1). Impone all’imputato di

o non dimorare o di dimorare in un determinato luogo e, nel caso di divieto,

di non accedervi senza autorizzazione del giudice.

Il divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati dalla persona offesa (art.

o 282-ter). Il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi

abitualmente frequentati dalla persona offesa o dai prossimi congiunti di

questa.

Sono misure custodiali:

L’arresto domiciliare (art. 284). Impongono all’imputato di non

o allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora

ovvero da un luogo pubblico di cura o di assistenza.

La custodia in carcere e in luogo di cura (art. 285). Con il relativo

o provvedimento, il giudice dispone che l’imputato venga immediatamente

condotto in un istituto di custodia a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Se l’imputato necessita di cure specifiche che non possono essere fatte in

luogo di detenzione, il giudice ne dispone la custodia cautelare in luogo di

cura (art. 286).

- Misure interdittive. Consistono nella applicazione provvisoria a scopo

cautelare di determinati divieti. La loro previsione risponde alla finalità di far

fronte alle esigenze cautelari con misure meno gravi di quelle custodiali, quando

sia possibile evitare queste ultime. Infatti, in concreto può accadere che il

pericolo di inquinamento delle prove o di compimento di ulteriori reati sia

scongiurato con la semplice imposizione di determinati divieti all’imputato. Sono

previsti tre tipi di misure interdittive:

La sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori;

o La sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio;

o Il divieto di esercitare determinate professioni, imprese o uffici direttivi.

o

- Misure di sicurezza applicate provvisoriamente a scopi cautelari (art.

312). L’applicazione provvisoria ha per oggetto:

Il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario per l’imputato che sia

o affetto da vizio di mente totale;

Il ricovero in una casa di cura e custodia per l’imputato semi-infermo di

o mente;

La libertà vigilata.

o

Occorre che siano presenti i seguenti presupposti: i gravi indizi di commissione

del fatto; che l’imputato sia socialmente pericoloso; che non siano applicabili in

concreto le cause di giustificazione, di non punibilità o di estinzione del reato. 73

LE DISPOSIZIONI GENERALI SULLE MISURE CAUTELARI PERSONALI. Le

disposizioni generali sulle misure cautelari personali, previste all’inizio del libro quarto

del codice, attuano e rafforzano i principi costituzionali della riserva di legge e di

giurisdizione.

Casi e modi previsti dalla legge. Il codice precisa i casi e modi quando nell’art. 272

afferma: le libertà della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto

a norma delle disposizioni del presente titolo, avente ad oggetto le misure cautelari

personali. In tal modo si ottiene l’effetto di predisporre una regolamentazione generale

della materia che si applica anche qualora la limitazione della libertà sia disposta in

altra parte del codice. Occorre segnalare che il riferimento alle libertà della persona

comprende sia le misure cautelari che toccano la libertà personale in senso stretto, sia

le misure cautelari che impongono ulteriori divieti.

La riserva di giurisdizione è attuata dall’art. 279 del codice, secondo cui

sull’applicazione, revoca o modifica delle misure cautelari provvede il giudice che

procede. Tale disposizione costituisce oggi l’interpretazione autentica della

costituzione, che nell’art. 13, comma 2, permette la limitazione della libertà personale

con atto motivato dell’autorità giudiziaria.

Sono previste varie disposizioni di carattere generale che precisano i presupposti

necessari per applicare le misure coercitive: poiché il giudice deve motivare

ampiamente il suo provvedimento, ne deriva che il Pm ha l’onere di convincerlo che

esistono in concreto i presupposti che fondano la singola misura. Per fare ciò, il Pm

presenta, insieme alla richiesta, gli atti a sostegno della stessa. Dopo che la misura

coercitiva è stata eseguita, l’imputato ha diritto di essere sentito dal giudice in un

interrogatorio definito di garanzia. In questo momento, il difensore ha la possibilità di

conoscere la richiesta del Pm e gli atti che la pubblica accusa ha presentato al giudice.

I presupposti che consentono di disporre le misure sono suddivisi nelle seguenti

categorie:

1) Le condizioni generali di applicabilità. Il codice pone le seguenti condizioni

generali di applicabilità delle misure cautelari personali:

a. Una determinata gravità del delitto addebitato all’imputato. La condizione

che il delitto addebitato sia di una determinata gravità è posta dall’art.

28o. Il codice dispone che non siano applicabili le misure coercitive ed

interdittive nei procedimenti per quei reati che sono denominati

contravvenzioni: in questi ultimi, si possono adottare soltanto misure

cautelari reali, e cioè il sequestro conservativo e preventivo. Inoltre, l’art.

28o impedisce che, di regola, possano applicarsi misure coercitive e

interdittive al di sotto di una soglia minima di gravità del delitto

addebitato: tale soglia fa riferimento alla pena detentiva stabilita nel

massimo per il delitto.

In base all’art. 278, per determinare la quantità di pena che consente di

applicare le misure cautelari, il codice impone di considerare la pena

detentiva prevista in astratto nel massimo per il singolo delitto

consumato o tentato. Alla quantità cosi individuata devono essere

aggiunti gli aumenti di pena previsti per le circostanze aggravanti, quindi

devono essere anche operate le eventuali diminuzioni di pena previste

per le circostanze attenuanti.

b. La punibilità in concreto del delitto. Il requisito in oggetto è descritto in

modo analitico dall’art. 273, comma 2 e può essere cosi sintetizzato: 74

occorre che il delitto addebitato all’imputato sia punibile in concreto. In

caso contrario, non vi è la possibilità di applicare alcuna misura cautelare

personale

c. La presenza di gravi indizi di reità. L’art. 273 pone, come requisito della

misura cautelare personale, l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza. È

evidente che una misura cautelare può essere basata su prove indiziarie

in senso stretto, ma può anche essere basata su prove rappresentative

della responsabilità dell’indagato (es. un testimone racconta di aver visto

l’indagato commettere il delitto). Quindi, l’art. 273 utilizza il termine

“indizio” in un senso ampio, idoneo a ricomprendere sia le prove critiche,

sia quelle rappresentative.

2) Le esigenze cautelari. Le misure personali possono essere applicate soltanto

quando esiste in concreto almeno una delle esigenze cautelari indicate

tassativamente nell’art. 274. La tassatività della previsione ha lo scopo di

impedire, nei limiti del possibile, che si tenda ad anticipare l’applicazione della

sanzione penale. Il Pm deve fornire gli elementi di prova che dimostrino in

concreto sia l’esistenza di tutte le condizioni necessarie per applicare la misura

richiesta (gravi indizi e punibilità in concreto), sia il ricorrere di una delle

esigenze cautelari, e cioè:

a. Il pericolo di inquinamento della prova. Il Pm deve dimostrare che vi sono

in concreto situazioni di attuale pericolo sia per l’acquisizione della prova

(pericolo di occultamento), sia per l’acquisizione in modo genuino

(pericolo di alterazione). Le indagini devono essere quelle relative al fatto

di reato per il quale si procede. La situazione di pericolo deve essere

fondata su circostanze di fatto espressamente indicate nel

provvedimento a pena di nullità.

b. Il pericolo di fuga. Questa esigenza sussiste quando l’imputato si è dato

alla fuga o vi è il concreto pericolo che si dia alla fuga. Occorre, tuttavia,

che il giudice ritenga possibile che all’imputato possa essere irrogata in

concreto con la sentenza una pena superiore a due anni di reclusione.

c. Il pericolo che vengano commessi determinati atti. La misura coercitiva

può essere applicata quando vi è il pericolo che l’imputato commetta una

delle seguenti categorie di delitti: gravi delitti con l’uso di armi o di altri

mezzi di violenza personale; gravi delitti diretti contro l’ordine

costituzionale; delitti di criminalità organizzata; delitti della stessa specie

di quello per il quale si procede. Il pericolo deve essere desunto da

specifiche modalità del fatto di reato e dalla personalità pericolosa

dell’autore del fatto, con il limite che la personalità deve essere ricavata

dai precedenti penali o da comportamenti o atti concreti.

3) I criteri di scelta delle misure. Il giudice, dopo aver accertato che esistono

sia i gravi indizi di reità, sia almeno una delle esigenze cautelari, dispone la

misura con ordinanza. Tuttavia, il suo potere è vincolato a limiti formali e

sostanziali. Sotto un profilo formale, il giudice non può disporre una misura più

grave di quella richiesta dal Pm: in materia vale il principio accusatorio della

corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Da un punto di vista sostanziale, il

giudice ha il potere-dovere di scegliere la misura cautelare in base ai criteri che

sono espressamente indicati nell’art. 275, in base al quale la misura da

applicarsi deve essere: 75

a. Adeguata alle esigenze cautelari presenti in concreto. Il giudice deve

valutare la specifica idoneità di ciascuna misura in relazione alla natura e

al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto. Una

volta che il Pm abbia adempiuto all’onere di provare l’esistenza di una

determinata esigenza cautelare, occorre che vi sia una piena

corrispondenza funzionale tra la misura da adottare e il pericolo che si

vuole evitare.

b. Proporzionata alla gravità del fatto e della sanzione che potrà essere

irrogata. Il codice vuole evitare che venga fatto un uso spregiudicato

delle singole misure, e cioè che le stesse siano applicate per anticipare

un provvedimento afflittivo in casi nei quali la sentenza di condanna

inciderà poco o nulla sulla libertà del colpevole. Ecco allora che l’art. 275

dispone che ogni misura debba essere proporzionata all’entità del fatto e

alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata. Poiché la prassi non era

rispettosa del principio, il legislatore ha voluto regolare espressamente un

caso limite, e cioè l’ipotesi nella quale fin dalla richiesta della misura

cautelare sia prevedibile che al momento della pronuncia della sentenza

di condanna potrà essere concessa la sospensione condizionale della

pena. In tal caso, la legge n. 332 del 1995 ha introdotto il divieto di

disporre la custodia cautelare.

c. Graduata in modo tale da applicare la custodia in carcere soltanto

quando ogni altra misura risulti inadeguata. La custodia in carcere deve

essere applicata soltanto quando non sia assolutamente possibile operare

diversamente. L’art. 275, comma 3, sancisce che la custodia cautelare in

carcere può essere disposta solo quando ogni altra misura risulti

inadeguata. Nella motivazione dell’ordinanza, il giudice deve esporre le

concrete e specifiche ragioni per le quali le esigenze cautelari non

possono essere soddisfatte con altre misure.

L’APPLICAZIONE DELLE MISURE CAUTELARI PERSONALI. L’applicazione delle

misure cautelari personali avviene in due fasi:

• Nella prima vi è una decisione del giudice fondata su di una richiesta che viene

presentata dal Pm senza che sia sentita la difesa, poiché la misura deve essere

eseguita a sorpresa per essere efficace;

• Nella seconda fase vi è una qualche forma di contraddittorio perché il Gip deve

interrogare l’indagato e il difensore ha il diritto di esaminare i verbali degli atti

che sono stati valutati dal giudice.

Le due fasi del procedimento applicativo hanno una caratteristica comune: il potere di

controllo, che può essere esercitato dal giudice, è molto limitato. Inoltre, all’indagato

non è riconosciuto il diritto alla prova, e cioè la possibilità di far assumere prove a

difesa. Infine, il giudice decide soltanto su atti e documenti scritti, senza poter sentire

a viva voce alcun testimone. Tutto ciò provoca un preciso effetto: il Pm che svolge le

indagini in segreto subisce un controllo molto limitato ad opera del giudice; anzi, di

fatto condiziona la decisione di quest’ultimo.

Le misure cautelari coercitive sono richieste e decise nel corso di un procedimento

incidentale: questo costituisce una diramazione collaterale del procedimento

principale, che continua a svolgersi autonomamente. Il procedimento incidentale ha

una autonomia formale e funzionale rispetto al procedimento principale. Autonomia 76

formale perché è retto da regole diverse da quello principale e ha uno scopo differente

dal medesimo. Autonomia incidentale perché le vicende del procedimento incidentale

di regola non influiscono sul procedimento principale, salvo che la legge non lo

preveda espressamente.

La richiesta del Pm e la decisione del giudice. La prima fase del procedimento

applicativo ha inizio quando il Pm chiede per iscritto al Gip l’adozione di una misura

cautelare personale; termina quando il giudice prende, sempre per scritto, una

decisione sulla richiesta. La procedura è segreta. La legge 332 del 1995 ha posto al

Pm l’obbligo di presentare al giudice tutti gli elementi a favore dell’imputato e le

eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate. L’effetto dovrebbe essere

quello di ampliare le conoscenze del giudice quando questi deve valutare l’esistenza

delle condizioni e dei presupposti della misura richiesta. La stessa legge ha inoltre

introdotto un secondo correttivo che investe il potere decisionale del giudice. La

motivazione, in base alla normativa precedente, poteva essere sommaria: adesso

deve essere esaustiva e deve rispettare una struttura prefissata. Il giudice deve

precisare le specifiche esigenze cautelari e gli specifici indizi che giustificano in

concreto la misura disposta, con l’indicazione degli elementi di fatto da cui sono

desunti e dei motivi per i quali essi assumono rilevanza. Inoltre, il giudice deve esporre

i motivi per i quali ritiene rilevanti gli elementi a carico, e cioè deve dimostrare la loro

idoneità a sostenere l’ipotesi di accusa. Infine, il giudice deve esporre i motivi per i

quali ritiene non rilevanti gli elementi a difesa raccolti sia dal Pm, sia dal difensore.

L’ordinanza che dispone la custodia cautelare è eseguita, su incarico del Pm, dalla

polizia giudiziaria che consegna all’imputato copia del provvedimento, con

avvertimento della facoltà di nominare un difensore di fiducia. Quando non è possibile

eseguire l’ordinanza che dispone una qualsiasi misura cautelare perché il destinatario

non è stato rintracciato, l’ufficiale o l’agente di polizia giudiziaria redige un verbale di

vane ricerche indicando le indagini svolte. Il verbale deve essere trasmesso al giudice

che ha emanato il provvedimento. Questi, se ritiene le ricerche esaurienti, dichiara lo

stato di latitanza di colui che volontariamente si sottrae.

L’interrogatorio di garanzia. La seconda fase del procedimento applicativo ha inizio nel

momento in cui la misura cautelare personale è eseguita; si conclude con

l’interrogatorio davanti al giudice che ha deciso l’applicazione della misura stessa.

Questo interrogatorio nella prassi è denominato “di garanzia” perché assume una

funzione prevalentemente difensiva. Infatti, al termine di tale atto, il giudice deve

valutare se permangono le condizioni di applicabilità e le esigenze cautelari originarie,

realizzando cosi un controllo giurisdizionale sulla legittimità e fondatezza della misura

disposta. Quando ne ricorrono le condizioni, deve provvedere alla revoca della misura

disposta o alla sua sostituzione con una meno grave (art. 294).

L’art. 293 comma 3 impone al Gip di depositare immediatamente in cancelleria,

insieme all’ordinanza applicativa della misura, anche la richiesta del Pm e gli atti

presentati con la stessa, vale a dire gli elementi su cui la richiesta si fonda. Un avviso

di deposito deve essere notificato al difensore, che ha diritto di esaminare gli atti nella

cancelleria e di estrarne copia.

Differente dall’interrogatorio di garanzia è quello cosiddetto investigativo, che è svolto

dal Pm nel corso delle indagini. La legge 332 del 1995 ha vietato che l’interrogatorio

investigativo della persona in stato di custodia cautelare sia svolto da parte del Pm

prima dell’interrogatorio di garanzia compiuto dal giudice. Si tratta di una regola

finalizzata ad evitare che il Pm possa strumentalizzare la situazione della persona 77

sottoposta a custodia al fine di operare indebite pressioni allo scopo di ottenere

confessioni o chiamate di correo. Il Pm, in caso di urgenza, può chiedere che

l’interrogatorio di garanzia avvenga entro il termine di 48 ore dall’esecuzione della

misura coercitiva: ma ciò deve essere fatto presente al giudice nella richiesta di

custodia cautelare. L’interrogatorio di garanzia è un adempimento che deve essere

compiuto dal giudice che ha deciso in ordine all’applicazione della misura coercitiva o

interdittiva quando questa è disposta durante le indagini preliminari, o durante

l’udienza preliminare, o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento.

L’interrogatorio deve svolgersi entro un termine breve, e cioè entro 5 giorni dall’inizio

dell’esecuzione della custodia in carcere. Per le altre misure cautelari coercitive e

interdittive, l’interrogatorio deve avvenire non oltre 1o giorni dalla esecuzione del

provvedimento o dalla sua notificazione.

MODIFICAZIONE DELLA MISURA CAUTELARE. Il codice prevede tre ipotesi nelle

quali può essere modificata la misura cautelare applicata:

• La revoca, che deve essere immediatamente disposta quando si accerti che le

condizioni generali di applicabilità risultano mancanti, anche per fatti

sopravvenuti, e quando si accerti che siano venute meno completamente le

esigenze cautelari;

• La sostituzione in melius della misura deve essere disposta quando le esigenze

cautelari, pur non essendo venute meno, risultano attenuate; o quando la

misura non appare più proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si

ritiene possa essere inflitta. La revoca e la sostituzione in melius possono essere

disposte dal giudice a richiesta dell’imputato o del Pm; eccezionalmente

possono essere concesse anche d’ufficio nel corso dell’interrogatorio di

garanzia, oppure in udienza. Prima di emanare il provvedimento, il giudice deve

sentire il Pm, il quale ha 2 giorni per far eventualmente conoscere al giudice il

suo parere, che non è vincolante.

• La sostituzione in peius può essere disposta dal giudice soltanto su richiesta del

Pm. Ciò avviene sia quando le esigenze cautelari risultano essersi aggravate, sia

quando l’imputato ha trasgredito le prescrizioni che concernono la misura. La

sostituzione in peius è oggetto di un procedimento segreto, perché la nuova

misura può essere disposta a sorpresa.

ESTINZIONE DELLE MISURE CAUTELARI PERSONALI. Le misure cautelari personali

di estinguono in due modi differenti:

- In seguito a un provvedimento del giudice che accerta il modificarsi dei

presupposti applicativi (ope iudicis);

- Di diritto, per perdita di efficacia dovuta al verificarsi di determinati eventi

previsti dalla legge (ope legis). L’estinzione di diritto si verifica in vari casi: per

esempio, quando per il medesimo fatto e nei confronti della medesima persona

alla quale è stata applicata la misura, intervenga un provvedimento che esclude

l’addebito.

Quando accerta la caducazione automatica della misura cautelare per uno dei motivi

elencati nell’art. 3o6, il giudice adotta i provvedimenti necessari per la immediata

cessazione della misura stessa e, se si tratta di custodia cautelare, dispone

l’immediata liberazione della persona interessata, se non detenuta per altra causa. Le

più importanti cause di estinzione delle misure cautelari personali sono: 78

• La sentenza di proscioglimento. Comporta l’immediata perdita di efficacia della

misura che sia stata applicata in riferimento ad un determinato fatto di reato.

• La decorrenza dei termini massimi di durata della misura. Ove questi vengano

superati, il giudice deve disporre la cessazione degli effetti o la liberazione. Il

termine massimo è posto allo scopo di attuare due garanzie costituzionali: in

primo luogo, quella prevista dall’art. 13, comma 5, secondo cui la legge deve

stabilire i limiti massimi della carcerazione preventiva; in secondo luogo, la

garanzia prevista dall’art. 27 comma 2 che vieta di anticipare la sanzione

penale prima della condanna definitiva. I termini massimi di custodia cautelare

coprono il periodo di tempo che va dalla esecuzione della misura coercitiva (o

dal fermo o dall’arresto), fino a quando la sentenza di condanna è diventata

irrevocabile. Soltanto da questo momento inizia l’esecuzione della sanzione.

Il codice prevede varie tipologie di termini. Da un lato, vi sono i termini massimi

intermedi (o di fase) ricollegati a determinati fasi del procedimento; dall’altro vi

è il termine massimo complessivo fino alla sentenza irrevocabile. I termini

massimi intermedi hanno la caratteristica di essere autonomi tra loro e cioè

operano soltanto in quella determinata fase del procedimento. Una volta

conclusa la fase anteriore, inizia a decorrere il successivo termine intermedio,

anche se il periodo di tempo precedente non è stato utilizzato per intero. Nel

caso in cui, a seguito di annullamento della sentenza o per altra causa, il

procedimento regredisca alla fase precedente, inizia a decorrere nuovamente il

termine relativo a quella fase.

Il decorso dei termini di custodia cautelare può essere sospeso soltanto in

ipotesi tassativamente indicate e per una durata che non può comunque

eccedere un ammontare prefissato. La sospensione può essere definita come

una stasi nella decorrenza di un termine, imposta da peculiari esigenze

sostanziali, che inducono a non tenere conto di tale periodo nel computo della

durata del termine stesso. Sono previste tre cause sospensive generali

(sospensione o rinvio del dibattimento, dell’udienza preliminare o del giudizio

abbreviato per impedimento dell’imputato o del suo difensore; sospensione

degli stessi dovuta alla mancata presentazione, all’allontanamento o alla

mancata partecipazione di uno o più dei difensori), che si riferiscono a tutti i

reati, e una causa sospensiva speciale (prevista in relazione a dibattimenti e ai

giudizi abbreviati relativi a delitti di criminalità organizzata e terrorismo, qualora

l’accertamento risulti particolarmente complesso), applicabile soltanto nei

procedimenti relativi ad alcuni delitti particolarmente gravi.

LE IMPUGNAZIONI CONTRO LE MISURE CAUTELARI PERSONALI. Il procedimento

relativo al singolo mezzo di impugnazione si svolge in modo autonomo rispetto al

procedimento penale, che segue il suo corso: ciò significa che l’impugnazione contro

una misura cautelare costituisce un procedimento incidentale, che si sviluppa

parallelamente allo svolgersi del procedimento principale. Il codice prevede tre mezzi

di impugnazione:

- Il riesame. È una impugnazione completamente devolutiva, che permette

all’imputato di ottenere il controllo giurisdizionale sulla legittimità e sul merito

del provvedimento che applica una misura coercitiva per la prima volta. Il

riesame si distingue nettamente dall’appello, che è un’impugnazione ad effetto

limitatamente devolutivo e che permette di controllare tutti i rimanenti

provvedimenti presi dal giudice in tema di misure cautelari personali. Il 79

tribunale, in sede di riesame, ha il potere di valutare la legittimità e il merito

della misura coercitiva senza essere vincolato né dagli eventuali motivi del

ricorso dell’imputato, né dalla motivazione del provvedimento che ha applicato

la misura. Il riesame dà luogo ad un veloce procedimento, in quanto il tribunale

della libertà deve decidere sulla richiesta dell’imputato entro termini brevi e

perentori a pena della perdita di efficacia della misura coercitiva.

Oggetto del riesame è il provvedimento che applica inizialmente una misura

coercitiva, e la richiesta di impugnazione deve essere presentata dall’imputato

o dal suo difensore entro il termine di 1o giorni a pena di inammissibilità.

Quest’ultimo per l’imputato decorre dall’esecuzione o dalla notificazione del

provvedimento; per il difensore decorre dalla notifica dell’avviso di deposito

dell’ordinanza che dispone la misura. La richiesta di riesame può contenere i

motivi per i quali l’imputato chiede che il provvedimento sia annullato o

modificato, ma può anche essere non motivata. La richiesta è presentata nella

cancelleria del tribunale della libertà, e il presidente fa dare immediato avviso

all’autorità procedente. Questi deve trasmettere al tribunale, entro 5 giorni dalla

richiesta di riesame, sia gli atti presentati quando aveva chiesto a suo tempo la

misura coercitiva, sia tutti gli elementi sopravvenuti a favore della persona

sottoposta alle indagini. Fino al giorno dell’udienza, gli atti restano depositati in

cancelleria con facoltà per il difensore di esaminarli e di estrarne copia. In

seguito all’udienza in camera di consiglio, entro 1o giorni dalla ricezione degli

atti, il tribunale deve depositare il dispositivo della sua decisione. I due termini

appena menzionati sono perentori: in caso di inosservanza degli stessi, le

misure coercitive perdono efficacia. Il tribunale ha un potere cognitivo molto

limitato: può decidere sugli atti scritti presentati dal Pm e non su tutti gli atti di

indagine raccolti fino a quel momento. Soltanto in seguito alla legge 332 del

1995, il Pm deve trasmettere tutti gli atti sopravvenuti a favore della persona

indagata. L’udienza si svolge in camera di consiglio, e cioè con un

contraddittorio facoltativo. Il Pm e il difensore dell’imputato devono essere

preavvisati e possono partecipare all’udienza. Se presenti, essi hanno il diritto di

esporre oralmente le proprie conclusioni. Il tribunale di libertà può pronunciare

quattro tipi di decisione: può dichiarare l’inammissibilità della richiesta di

riesame; può annullare l’ordinanza per carenza di uno degli elementi essenziali

o per vizi di merito; può riformare la misura, ma soltanto in modo più favorevole

all’imputato; può confermare la misura coercitiva.

- L’appello. Permette di controllare tutti quei provvedimenti presi dal giudice in

tema di misure cautelari personali, che non sono sottoponibili a riesame.

Pertanto, l’appello è un mezzo di impugnazione residuale rispetto al riesame e

riguarda tutte quelle ordinanze che non applicano per la prima volta la misura

coercitiva. L’appello deve essere proposto, a pena di inammissibilità, entro 1o

giorni dall’esecuzione o notificazione del provvedimento. Il tribunale di libertà

decide entro 2o giorni, e a differenza del riesame, i termini sono ordinatori: il

loro eventuale superamento non comporta l’inefficacia della misura cautelare

impugnata. La dichiarazione con cui le parti redigono l’appello deve precisare i

motivi per i quali il soggetto interessato ritiene che il provvedimento debba

essere annullato o modificato. L’appello è un’impugnazione ad effetto

parzialmente devolutivo, proprio perché il controllo esercitabile dal tribunale è

80

limitato a quei punti del provvedimento che sono oggetto dei motivi di

doglianza esposti nella dichiarazione di impugnazione.

- Il ricorso per cassazione. Costituisce un’impugnazione esperibile contro le

decisioni che il tribunale della libertà ha pronunciato sulla richiesta di riesame o

sull’appello: i motivi sono quelli previsti dall’art. 6o6, tra i quali sono ricompresi

la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione.

Pertanto, la corte di cassazione non può esaminare nel merito il provvedimento

impugnato, e cioè non può valutare la fondatezza degli elementi che lo

giustificano. Legittimati a proporre ricorso sono l’imputato, il suo difensore, il Pm

che ha chiesto l’applicazione della misura e il Pm presso il tribunale della

libertà. È possibile anche il ricorso per cassazione per saltum contro le sole

ordinanze che dispongono una misura coercitiva. La corte di cassazione decide

in camera di consiglio entro 3o giorni dalla ricezione degli atti.

IL GIUDICATO CAUTELARE. Il legislatore non ha riconosciuto all’imputato il diritto di

ottenere un controllo in contraddittorio sulla persistenza delle esigenze cautelari e

della gravità degli indizi. Alla difesa è stato permesso soltanto di sollecitare il giudice a

disporre la revoca o la sostituzione della misura e di impugnare sia il provvedimento

applicativo, sia il diniego di revoca o di modifica migliorativa della custodia cautelare.

Tuttavia, cosi come strutturato, un simile sistema provocava un affollamento di rimedi

in favore dell’imputato, i quali, per un verso, risultavano esperibili anche

contemporaneamente; per altro verso, in base alle norme del codice avrebbero potuto

essere esperiti anche ripetutamente, senza limiti espressi. Per evitare una situazione

del genere, la giurisprudenza ha compiuto un’operazione interpretativa alquanto

audace a ha ritenuto applicabile il principio di preclusione, desumibile dall’art. 649 che

disciplina gli effetti delle sentenze rese in giudizio e prevede il cosiddetto effetto

preclusivo del giudicato. La corte di cassazione ha elaborato, cosi, la inedita figura di

giudicato cautelare, al fine di garantire una qualche forma di stabilità per i

provvedimenti emessi nella materia in oggetto. L’effetto di tale giudicato consiste

nell’impedire al giudice, adito successivamente, di valutare nuovamente le questioni

già esaminate in una precedente impugnazione cautelare. Si ritiene che si tratti non di

un effetto di giudicato in senso proprio, bensì di un effetto preclusivo non definitivo,

che è superabile in presenza di elementi nuovi rispetto alla situazione di fatto o di

diritto su cui è basata la precedente decisione: per questo motivo, si parla di giudicato

allo stato degli atti.

Riparazione per l’ingiusta custodia cautelare. All’imputato è riconosciuto un vero e

proprio diritto ad ottenere un’equa riparazione per la custodia cautelare subita

ingiustamente (art. 314). Si tratta di una novità introdotta dal codice del 1988 in

adempimento di un preciso obbligo posto dalla convenzione europea dei diritti

dell’uomo. La domanda di riparazione è presentata dall’imputato dopo che la sentenza

è divenuta irrevocabile: sulla richiesta decide la corte di appello con un procedimento

in camera di consiglio. Il presupposto del diritto ad ottenere l’equa riparazione consiste

nella:

• Ingiustizia sostanziale. Il diritto spetta all’imputato che sia stato assolto per

motivi completamente liberatori in punto di responsabilità, e cioè perché era

innocente. È richiesta una sentenza irrevocabile di assoluzione con uno dei

seguenti dispositivi: perché il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha

commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come 81

reato. Alla sentenza di assoluzione sono parificati la sentenza di non luogo a

procedere e il provvedimento di archiviazione.

• Ingiustizia formale. Ciò avviene quando la custodia cautelare risulta applicata

illegittimamente, a prescindere dall’esito del processo a carico dell’imputato,

che potrebbe anche essere stato condannato. Il diritto alla riparazione, in questi

casi, presuppone soltanto che sia stato accertato con decisione irrevocabile che

il provvedimento custodiale è stato emesso senza che esistessero le condizioni

di applicabilità previste dagli articoli 273 e 28o. E cioè, occorre che una

decisione irrevocabile abbia accertato che mancavano i gravi indizi, o che tale

delitto era punito con una pena che non consentiva la custodia cautelare.

Quando ricorre una di queste ipotesi, il diritto all’equa riparazione spetta sia

all’imputato prosciolto per qualsiasi causa, sia all’imputato condannato.

Il codice pone al diritto alla riparazione alcuni ostacoli: il primo è previsto dall’art. 314,

comma 4. Il diritto alla riparazione è escluso per quella parte di custodia cautelare che

è stata comunque computata ai fini della determinazione della quantità di pena

detentiva che avrebbe dovuto essere scontata dall’imputato, che è stato condannato.

Il secondo ostacolo è posto dall’art. 314, comma 1. L’imputato non ha diritto alla

riparazione se ha dato causa o ha concorso a dare causa all’ingiusta custodia

cautelare per dolo o colpa grave. La domanda di riparazione deve essere proposta alla

corte d’appello entro 2 anni dal giorno in cui la sentenza è diventata irrevocabile.

LE MISURE CAUTELARI REALI. Le misure cautelari reali comportano un vincolo di

indisponibilità su cose mobili o immobili. Le misure in oggetto possono essere disposte

soltanto dal giudice. Il codice ne prevede due tipi:

• Il sequestro preventivo. Pone su di una cosa mobile o immobile un vincolo di

indisponibilità che ha la finalità di interrompere il compimento di un reato o di

impedire il compimento di nuovi reati. Il codice prevede tre tipi di sequestro

preventivo:

Quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al

o reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso;

Quando vi è il pericolo che la cosa possa agevolare la commissione di

o altri reati;

Quando la cosa è pericolosa in sé, poiché di essa è consentita o imposta

o la confisca.

La finalità di prevenzione comporta che questo tipo di sequestro possa essere

chiesto solo dal Pm. Requisiti del sequestro preventivo sono il fumus delicti

(richiede che sussistano indizi di commissione del fatto di reato per il quale si

procede e non gravi indizi di colpevolezza) e il periculum in mora (consiste

nell’attitudine della cosa ad essere strumentalmente ed oggettivamente

collegata all’aggravarsi o al protrarsi di un illecito già realizzato o alla

perpetrazione di altri fatti criminosi).

Il sequestro preventivo è disposto dal giudice, il quale valuta l’esistenza dei

presupposti senza sentire il possessore della cosa. Le modalità di esecuzione di

questa misura cautelare variano in relazione all’oggetto del sequestro: su beni

mobili e sui crediti, il sequestro si esegue secondo le forme prescritte dal codice

di procedura civile per il pignoramento presso il debitore o presso terzi; sui beni

immobili o mobili registrati si esegue con la necessaria trascrizione del

provvedimento presso i competenti uffici. La revoca del sequestro preventivo 82

può essere chiesta al giudice dal Pm, dall’imputato o da chiunque ne abbia

interesse. Il limite massimo di tempo entro cui può essere mantenuto il

sequestro preventivo è la sentenza di primo grado.

• Il sequestro conservativo. Pone su una cosa mobile o immobile un vincolo di

indisponibilità che ha lo scopo di garantire l’adempimento delle obbligazioni

civili sorte in conseguenza sia del compimento del reato, sia del costo del

procedimento penale. Esso mira ad evitare che, nell’attesa della condanna

definitiva, si disperdano le garanzie patrimoniali, e cioè i beni mobili o immobili.

Il sequestro conservativo si fonda sui requisiti civilistici del fumus boni iuris e del

periculum in mora. Soggetti legittimati a chiede al giudice il sequestro

conservativo sono il Pm e la parte civile. Questo tipo di sequestro è disposto dal

giudice senza che venga sentita la controparte. Il giudice valuta se la pretesa

del richiedente è fondata e se sussiste l’esigenza cautelare.

PARTE TERZA:

IL PROCEDIMENTO ORDINARIO

CAPITOLO 1: LE INDAGINI PRELIMINARI

Le indagini preliminari costituiscono la prima fase del procedimento penale. Essa inizia

nel momento in cui una notizia di reato perviene alla polizia giudiziaria o al Pm;

termina quando quest’ultimo esercita l’azione penale o ottiene dal giudice

l’archiviazione richiesta. Le indagini preliminari consistono nelle investigazioni svolte

dal Pm e dalla polizia giudiziaria. In base all’art. 327, la direzione delle indagini spetta

al Pm. All’interno della fase delle indagini preliminari occorre tracciare una

fondamentale distinzione. Vi sono atti che sono compiuti ad iniziativa della polizia

giudiziaria ed atti che sono compiuti ad iniziativa del Pm. Resta comunque il dato

fondamentale che gli atti di indagine sono svolti in segreto dal soggetto che investiga

e, quindi, sono assunti in modo unilaterale e senza il contraddittorio. per tale motivo,

di regola, gli atti di indagine non sono utilizzabili ai fini della decisione pronunciata in

dibattimento. Tale canone viene indicato di consueto con l’espressione “principio della

separazione delle fasi”. La norma cardine è enunciata dalla costituzione, secondo la

quale il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione

della prova (art. 111, comma 4); ed è attuata nel codice dall’art. 526, in base al quale

il giudice non può utilizzare ai fini della deliberazione prove diverse da quelle

legittimamente acquisite nel dibattimento.

La finalità delle indagini preliminari. Il testo dell’art. 326 si esprime nel seguente

modo: il Pm e la polizia giudiziaria svolgono, nell’ambito delle rispettive attribuzioni, le

indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale. Se ci

limitassimo a questa disposizione, le indagini dovrebbero servire unicamente al Pm per

operare le proprie scelte in ordine al procedimento da seguire; esse avrebbero

un’efficacia meramente interna all’ufficio del Pm e nessuna efficacia per i

provvedimenti che il giudice è chiamato a emanare nel corso delle indagini e al

termine del dibattimento. In realtà, la struttura complessiva del codice fa comprendere

che gli elementi acquisiti servono al Pm per ottenere dal Gip i vari provvedimenti che

soltanto quest’ultimo può disporre, tra i quali ricordiamo le misure cautelari e

l’autorizzazione alle intercettazioni. Pertanto, i risultati raccolti sono utilizzabili non 83

soltanto da parte del Pm, bensì anche dal giudice per emettere i provvedimenti che

limitano in vario modo le libertà garantite dalla costituzione. La terza finalità delle

indagini preliminari è ben delineata da quella norma costituzionale, in base alla quale

la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o

per non ripetibilità oggettiva o per effetto di condotta illecita sul dichiarante (art. 111,

comma 5). In tali casi, il giudice in dibattimento può utilizzare eccezionalmente gli

elementi raccolti durante le indagini preliminari.

Il giudice per le indagini preliminari. Il Gip svolge una funzione di controllo imparziale

sui provvedimenti più importanti, senza esercitare poteri di iniziativa. La sua funzione

si caratterizza come una giurisdizione semipiena perché incontra due limiti

fondamentali: la funzione è esercitata soltanto nei casi previsti dalla legge e su

richiesta di parte (art. 328). La natura dei poteri dell’organo si rispecchia nella sua

denominazione: il codice usa l’espressione “giudice per le indagini preliminari” anziché

“delle” indagini preliminari. Infatti, il soggetto che in tale fase ha l’iniziativa è il Pm e

non il giudice.

LA NOTIZIA DI REATO. La notizia di reato è un’informazione che permette alla polizia

giudiziaria e al Pm di venire a conoscenza di un illecito penale. La presenza di una

notizia di reato produce tre effetti:

• Segna il passaggio dalla polizia di sicurezza alla funzione di polizia giudiziaria;

• Impone alla polizia giudiziaria, che abbia appreso la notizia di un reato, l’obbligo

di informarne il Pm (art. 347, e cioè senza ritardo e per iscritto);

• Impone a quest’ultimo l’obbligo di provvedere alla immediata iscrizione della

notizia nel registro delle notizie di reato.

Il codice regola espressamente due notizie di reato:

• La denuncia. Può essere presentata da qualsiasi persona che abbia avuto una

notizia di reato. Può essere scritta o orale e può essere presentata sia ad un

ufficiale di polizia giudiziaria, sia direttamente al Pm. La denuncia contiene la

esposizione degli elementi essenziali del fatto e indica il giorno dell’acquisizione

della notizia di reato, nonché le fonti di prova già note. Inoltre, quando possibile,

contiene le generalità della persona alla quale il fatto è attribuito, della persona

offesa e di coloro che sono in grado di riferire su circostanze rilevanti per la

ricostruzione del fatto (art. 332). Di regola, la denuncia è facoltativa (art. 333).

Una persona privata ha l’obbligo di denuncia nei seguenti casi: quando sia

cittadino italiano ed abbia avuto notizia di un delitto contro la personalità dello

stato per il quale la legge stabilisce l’ergastolo; quando abbia ricevuto cose

provenienti da delitto; quando abbia notizia di materie esplodenti situate nel

luogo da lui abitato; quando abbia subito un furto di armi o esplosivi; quando

abbia avuto conoscenza di un delitto di sequestro di persona a fini di estorsione.

I pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l’obbligo di

denuncia dei reati dei quali vengano a conoscenza sia nell’esercizio delle

funzioni, sia a causa della funzione o servizio. L’obbligo scatta quando la notizia

concerne un reato procedibile non a querela. Una disposizione apposita è

prevista in relazione al difensore e ai suoi ausiliari. Tali soggetti non hanno

obbligo di denuncia neppure in relazione ai reati dei quali abbiano avuto notizia

84

nel corso delle attività investigative da essi svolte (art. 334-bis). La disposizione

deve intendersi nel senso che, rispetto all’obbligo di denuncia, il difensore e i

suoi ausiliari sono trattati come privati anche quando svolgono investigazioni

difensive.

• Il referto. È una particolare forma di denuncia alla quale è tenuto colui che,

nell’esercizio di una professione sanitaria, ha prestato la propria assistenza o

opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto procedibile

d’ufficio. Il soggetto obbligato deve far pervenire il referto entro 48 ore, o se vi è

pericolo di ritardo, immediatamente, al Pm o alla polizia giudiziaria.

LE CONDIZIONI DI PROCEDIBILITA’. Il codice pone la regola della procedibilità

d’ufficio (art. 5o, comma 2); i reati sottoposti a condizione di procedibilità devono

essere espressamente previsti dalla legge. Le condizioni di procedibilità sono atti ai

quali la legge subordina l’esercizio dell’azione penale in relazione a determinati reati

per i quali non si debba procedere d’ufficio. In mancanza di una condizione, si possono

compiere soltanto gli atti di indagine preliminare necessari ad assicurare le fonti di

prova. Esse sono:

- La querela (art. 336): è l’atto con il quale la persona offesa manifesta la volontà

che si persegua penalmente il fatto di reato che essa ha subito. Essa si

compone di due elementi: la notizia di reato e la manifestazione della volontà

che si proceda penalmente in ordine al medesimo. E’ chiara la differenza

rispetto alla denuncia: quest’ultima può essere presentata da chiunque e non

deve necessariamente contenere una manifestazione di volontà: è sufficiente la

notizia che è avvenuto un fatto di reato. Il diritto di querela deve essere

esercitato entro il termine di 3 mesi dal giorno in cui la persona offesa ha avuto

notizia del fatto che costituisce reato. La rinuncia alla querela (art. 339) è l’atto

con cui la persona offesa rinuncia ad esercitare il diritto di querela. La rinuncia è

un atto irrevocabile ed incondizionato con cui la persona offesa, prima di aver

proposto querela, manifesta la volontà che non si proceda penalmente per il

reato subito. La rinuncia può essere fatta con un atto espresso o tacitamente.

- L’istanza (art. 341): è un atto con il quale la persona offesa manifesta la volontà

che si proceda per un reato che è stato commesso all’estero e che, se fosse

stato commesso in Italia, sarebbe procedibile d’ufficio.

- La richiesta di procedimento (art. 342): è l’atto con cui il ministro della giustizia

manifesta la volontà che si proceda per un determinato reato commesso

all’estero.

- L’autorizzazione a procedere (art. 343): è un atto discrezionale ed irrevocabile

che viene emanato da un organo dello stato. Due possono essere le ragioni per

le quali la legge pone l’autorizzazione come condizione per l’esercizio

dell’azione penale. In alcuni casi viene in considerazione la qualità

dell’imputato, che è un rappresentante di un organo pubblico e che si vuole

proteggere contro le azioni di disturbo del potere giudiziario. In altri casi viene in

considerazione la qualità della persona offesa dal reato, che è un organo

pubblico del quale si vuole evitare che venga compromesso il prestigio in un

processo penale. 85

Quando è stata presentata la querela, l’istanza, la richiesta o l’autorizzazione a

procedere, la polizia giudiziaria ha l’obbligo di inviare l’informativa al Pm. In mancanza

delle condizioni di procedibilità, la polizia giudiziaria di regola non ha l’obbligo di

informare il Pm della notizia di reato: l’obbligo scatta soltanto se vengono compiute

indagini.

IL SEGRETO INVESTIGATIVO E IL DIVIETO DI PUBBLICAZIONE. Lo svolgersi del

procedimento penale genera un contrasto tra opposte esigenze. Vi è la necessità di

proteggere la ricerca della verità contro gli atti che possono mettere in pericolo

l’acquisizione o la genuinità della prova; ma vi è anche quella di assicurare l’esercizio

del diritto di difesa. L’esigenza di tutela delle indagini impone di coprire col segreto gli

atti iniziali del procedimento: la garanzia del diritto di difesa richiede che gli atti

possano essere conosciuti dall’indagato e dalle altre potenziali parti private. Su questo

sfondo si colloca il nuovo comma 3 dell’art. 111 Cost., in base al quale l’accusato ha il

diritto di essere informato riservatamente nel più breve tempo possibile della natura e

dei motivi dell’accusa elevata a suo carico. Con il termine “segreto” si indica un limite

posto alla conoscibilità di tali fatti. Per gli atti di indagine compiuti dal Pm e dalla

polizia giudiziaria è previsto come regola l’obbligo del segreto (Art. 329, comma 1).

Gli atti conoscibili dall’indagato.

La conoscenza degli atti di indagine permette all’indagato di verificare la credibilità

delle fonti di prova ricercate dall’accusa e l’attendibilità dei risultati ottenuti: permette

inoltre di ricercare le prove a proprio favore. Gli atti garantiti sono quelli ai quali il

difensore ha diritto di assistere previo avviso che deve essergli dato almeno 24 ore

prima del compimento dell’atto stesso. Si tratta dell’interrogatorio, dell’ispezione e del

confronto ai quali partecipa l’indagato e dell’ispezione alla quale non deve partecipare

l’indagato. Vi sono poi gli atti a sorpresa: qui rientrano tutti gli atti ai quali il difensore

ha facoltà di assistere senza tuttavia avere il diritto al preavviso. Si tratta delle

perquisizioni e dei sequestri, che sono atti per loro natura non ripetibili fin dall’origine.

Degli atti sia garantiti, sia a sorpresa, è previsto il deposito del verbale a prescindere

dal fatto che il difensore abbia partecipato o meno (art. 366). Il deposito avviene

presso la segreteria del Pm entro il terzo giorno successivo al compimento dell’atto,

con facoltà per il difensore di esaminare il verbale ed estrarne copia nei 5 giorni

successivi. Quando non è stato dato preavviso del compimento dell’atto, al difensore è

immediatamente notificato l’avviso del deposito. Comunque, quando il Pm ritiene di

compiere un atto garantito, egli ha l’obbligo di inviare all’indagato e alla persona

offesa l’informazione di garanzia, il cui contenuto più importante è l’invito ad

esercitare la facoltà di nominare un difensore di fiducia.

Gli atti segreti. Tra gli atti segreti, che costituiscono la

regola durante le indagini, rientrano ad esempio gli accertamenti tecnici ripetibili,

l’individuazione di persone o di cose, l’assunzione di informazioni da possibili

testimoni. Questi atti sono coperti dal segreto investigativo fino all’avviso di

conclusione delle indagini (art. 415-bis). L’obbligo del segreto opera in modo oggettivo

e si riferisce a tutte le persone che hanno partecipato o assistito al compimento

dell’atto: ai sensi dell’art. 329, comma 1, il segreto concerne gli atti di indagine. Il

codice indica due momenti nei quali viene meno l’obbligo del segreto:

- In primo luogo, quando l’indagato può avere conoscenza dell’atto (art. 329,

comma 1). L’espressione deve intendersi nel senso che si deve trattare di una 86

possibilità legale di conoscenza, che può aversi anche quando, di fatto, il

difensore non è stato presente all’atto o non si è recato nella segreteria del Pm

ad esaminare il verbale.

- In secondo luogo, l’obbligo del segreto cade quando si perviene alla chiusura

delle indagini preliminari.

Il codice ha tenuto conto della possibilità che in concreto si presenti l’esigenza di

rendere segreti quegli atti che, per legge, sono nati come conoscibili o lo sono

diventati successivamente perché devono essere depositati. Il Pm esercita il potere di

segretazione in caso di necessità per la prosecuzione delle indagini, e in particolare

quando la conoscenza dell’atto può ostacolare le indagini riguardanti altre persone.

L’obbligo del segreto concerne lo svolgimento dell’atto. L’art. 391-quinquies

attribuisce al Pm un ulteriore potere di segretazione. Tale potere si esercita su atti già

segreti ai sensi dell’art. 329 e consiste in un ampliamento del divieto di rivelazione:

1- Il segreto non è limitato al solo svolgimento dell’atto, ma anche ai fatti oggetto

dell’indagine;

2- La segretazione appena esposta concerne esclusivamente quegli atti di

indagine che comportano l’assunzione di dichiarazioni da parte di possibili

testimoni o indagati;

3- Occorre che sussistano specifiche esigenze attinenti alle indagini.

In presenza dei predetti requisiti, il Pm può vietare alle persone sentite di comunicare i

fatti e le circostanze oggetto dell’indagine di cui hanno conoscenza. Il divieto è posto

con decreto motivato e non può avere una durata superiore ai 2 mesi. Il nuovo art.

379-bis, primo periodo, punisce con la reclusione fino ad un anno chiunque rivela

indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per

aver partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso. L’art. 326 c.p. punisce

invece il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che riveli un atto

segreto violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando

della propria qualità. Il

divieto di pubblicazione. L’art. 114, comma 1, pone il divieto di pubblicare determinati

atti del procedimento penale con il mezzo della stampa o con altro mezzo di

diffusione. Il divieto è di tipo assoluto o attenuato: nei confronti di atti di indagine che

sono segreti, è posto il divieto assoluto di pubblicazione, e cioè è vietato pubblicarne

sia la riproduzione totale o parziale, sia il riassunto, sia il contenuto generico. Il

legislatore vuole evitare che la conoscenza anticipata degli atti segreti di indagine

vanifichi l’attività investigativa che si sta svolgendo. Per gli atti conoscibili vige un

divieto attenuato di pubblicazione, nel senso che è vietato pubblicare l’atto, e cioè il

testo parziale o totale dell’atto stesso. Viceversa, è consentito pubblicare il contenuto

dello stesso, e cioè notizie di stampa più o meno generiche e prive di riscontri

documentali riguardanti il contenuto di atti.

L’ATTIVITA’ DI INIZIATIVA DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA. All’interno delle indagini

preliminari, il codice distingue tra attività a iniziativa della polizia giudiziaria e attività

del Pm. La distinzione non ha la finalità di isolare una fase autonoma attribuita alla

polizia giudiziaria, in quanto tutte le indagini preliminari sono compiute sotto la

direzione del Pm: ha lo scopo più limitato di precisare la differente regolamentazione

degli atti. In generale, possiamo affermare che il Pm ha poteri di perquisizione e 87

sequestro probatorio più incisivi rispetto alla polizia giudiziaria che agisce di propria

iniziativa. La perquisizione ad iniziativa della polizia giudiziaria, infatti, può avvenire

soltanto in caso di flagranza o evasione; essa deve essere sottoposta a convalida del

Pm. Nell’ambito dell’attività svolta d’iniziativa della polizia giudiziaria si possono

tracciare delle distinzioni:

- Vi è un’attività in senso stretto (cosiddetta autonoma) che consiste nel

raccogliere ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e alla individuazione

del colpevole. Tale attività prende avvio dal momento in cui è pervenuta la

notizia di reato e termina nel momento in cui il Pm ha impartito le sue direttive.

- Vi è poi un’attività di iniziativa in senso ampio (cosiddetta successiva) che la

polizia giudiziaria svolge dopo aver ricevuto le direttive dal Pm. Tale attività può

ancora distinguersi in iniziativa guidata e in iniziativa parallela. La prima

consiste nella stretta esecuzione delle direttive del Pm. La seconda comprende

tutte le altre attività di indagine per accertare i reati che la polizia può eseguire

purché ne informi prontamente il Pm. Questo tipo di indagine ha carattere

eccezionale

- Infine, è prevista la cosiddetta attività integrativa, ossia svolta di iniziativa ma

sulla base dei dati emersi a seguito del compimento di atti delegati dal Pm, per

assicurarne la massima efficacia.

L’art. 348, comma 4, legittima la polizia giudiziaria a compiere di propria iniziativa atti

od operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, avvalendosi dell’opera

di persone idonee le quali non possono rifiutare la propria opera (ausiliari di polizia

giudiziaria). Il codice prevede i seguenti atti tipici svolti d’iniziativa della polizia

giudiziaria senza esercizio di poteri coercitivi:

a) Sommarie informazioni dell’indagato. Con questa espressione, la rubrica

dell’art. 35o fornisce un’indicazione unitaria per tre diverse modalità con cui

l’indagato può rendere dichiarazioni alla polizia giudiziaria:

a. Le informazioni con la presenza del difensore. Questo atto può essere

compiuto soltanto dall’ufficiale di polizia giudiziaria: egli può assumere

informazioni ponendo domande all’indagato purché libero e sempre che il

suo difensore sia presente. Ciò presuppone che la polizia abbia invitato

l’indagato a nominare un difensore, e che questi sia potuto intervenire.

b. Le dichiarazioni spontanee. Questa seconda modalità comporta che la

polizia non abbia posto domande: occorre che l’iniziativa sia venuta

dall’indagato

c. Le informazioni per la prosecuzione delle indagini. Questa terza modalità

consente agli ufficiali di porre domande all’indagato libero o arrestato

anche in assenza del difensore: tuttavia, delle notizie cosi assunte è

vietata sia la documentazione, sia l’utilizzazione in dibattimento e in fasi

precedenti. Il codice pone due limiti: le domande possono essere rivolte

all’indagato soltanto sul luogo o nell’immediatezza del fatto di reato;

inoltre, deve trattarsi di notizie utili ai fini della immediata prosecuzione

delle indagini.

b) Sommarie informazioni delle persone diverse dall’indagato (persone informate):

a. Informazioni dal possibile testimone. Al testimone sono applicabili gli artt.

197-2o3. La persona informata è titolare del privilegio contro 88

l’autoincriminazione; può rifiutarsi di rispondere su fatti dai quali

potrebbe emergere una propria responsabilità penale. Inoltre, può

opporre all’inquirente l’esistenza di un segreto nei casi previsti dalla

legge. La persona informata ha l’obbligo di presentarsi alla polizia, se

convocata.

b. Informazioni dall’imputato connesso o collegato.

c) Atti o operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche.

Tra gli atti tipici compiuti d’iniziativa della polizia giudiziaria con poteri coercitivi, il

codice enumera i seguenti:

a) Identificazione dell’indagato e di altre persone (art. 349). L’identificazione è un

atto non garantito con cui viene dato un nome ad un volto: oggetto

dell’identificazione, cioè, è una persona fisica individuata, di cui però non si

conoscono le generalità. Possono essere sottoposti ad identificazione la persona

offesa, i possibili testimoni e la persona sottoposta alle indagini. Il codice

prevede la possibilità di esercizio di un potere coercitivo in capo alla polizia

giudiziaria: infatti, ogni volta che una persona rifiuta di farsi identificare, è

possibile l’accompagnamento coattivo. La persona, comunque, non può essere

trattenuta oltre le 24 ore. La persona sottoposta alle indagini è invitata a

dichiarare le proprie generalità, con l’avviso che costituisce reato sia il rifiutarsi

di fornirle, sia il darle false. Infatti, il diritto di non rispondere non si applica alle

dichiarazioni sulla propria identità personale. In caso di rifiuto di dichiarare le

generalità, il reato commesso è quello di cui all’art. 651 c.p., mentre in caso di

false dichiarazioni sulla propria identità, si ha il reato previsto dall’art. 496 c.p.

La polizia giudiziaria può procedere, ove occorra, a rilievi antropometrici,

fotografici o dattiloscopici. La persona sottoposta alle indagini viene anche

invitata ad eleggere un domicilio per le notificazioni. L’identificazione è un atto

tipico non garantito, pertanto non deve essere dato alcun avviso al difensore:

questi potrebbe comunque parteciparvi.

b) Perquisizione in caso di flagranza o evasione.

c) Acquisizione di plichi o corrispondenza.

d) Accertamenti urgenti, come per esempio il sopralluogo. I rilievi e gli

accertamenti urgenti hanno le seguenti finalità:

a. Comprendere la dinamica del fatto dalla quale spesso dipende l’esistenza

o meno del reato;

b. Raccogliere gli elementi di prova presenti;

c. Cercare spunti per la successiva attività di indagine.

Nel corso del sopralluogo, l’attività della polizia giudiziaria osserva la seguente

progressione di adempimenti:

L’attività di conservazione, che consiste nel curare che le cose o tracce

o pertinenti al reato siano conservate e che lo stato dei luoghi non sia

mutato prima dell’intervento del Pm. Pertanto la polizia giudiziaria deve

impedire, da un lato, che vengano asportate cose o cancellate tracce; da

un altro lato, che cose o tracce vengano aggiunte o che siano spostate di

posizione. 89

Rilievi urgenti, che consistono nella attività di osservazione dello stato dei

o luoghi, delle cose o delle persone, nonché nella descrizione delle tracce o

degli effetti materiali del fatto-reato. I rilievi sono atti non ripetibili che

devono essere compiuti di propria iniziativa dalla polizia giudiziaria in

presenza di due requisiti: che il Pm non possa intervenire

tempestivamente; che ci sia il pericolo che nel frattempo lo stato dei

luoghi cambi o le tracce vadano perdute.

Accertamenti urgenti. All’accertamento può procedere di regola soltanto

o un ufficiale. Qualora debbano essere compiute attività che richiedono

specifiche competenze tecniche, la polizia giudiziaria può avvalersi

dell’opera di esperti.

Il sopralluogo di supporti e sistemi informatici.

o Il sequestro probatorio, che viene compiuto se vi è pericolo nel ritardo e il

o Pm non può intervenire tempestivamente. Il relativo verbale è trasmesso

entro 48 ore al Pm, che nelle 48 ore successive, convalida il sequestro

con decreto motivato, se ne ricorrono i presupposti.

Il diritto di difesa. I rilievi, gli accertamenti urgenti e il sequestro, sono atti

o che nascono all’origine come non ripetibili: essi sono inseriti nel fascicolo

delle indagini, e successivamente confluiranno nel fascicolo per il

dibattimento dopo che il Gip avrà deciso il rinvio a giudizio.

L’acquisizione di reperti biologici (DNA).

o Il prelievo di materiale biologico, prelevabile coattivamente dall’indagato

o e soltanto al fine di provvedere all’identificazione personale di tale

soggetto.

Gli accertamenti previsti dal codice della strada (accertamento relativo

o allo stato di ebbrezza e allo stato di alterazione psico-fisica per uso di

sostanze stupefacenti).

e) Sequestro.

f) Arresto in flagranza.

g) Fermo di persona gravemente indiziata.

L’ATTIVITA’ DI INIZIATIVA DEL PM. L’arrivo dell’informativa proveniente dalla polizia

giudiziaria fa sorgere a carico del Pm l’obbligo di iscrivere la notizia di reato

nell’apposito registro. Al Pm spetta il potere di indicare alla segreteria in quale registro

debba essere iscritta la notizia di reato e se, eventualmente debba essere annotato a

fianco il nome di un indagato. In effetti, esistono tre tipi di registri:

- Registro ordinario, che contiene le notizie di reato. Il Pm, nel momento in cui

ordina che sia stata iscritta nel registro la singola notizia di reato, può non

essere in grado di individuare la persona alla quale debba essere addebitato il

medesimo (in questo caso si utilizza il “modello 44”). Se anche, per ipotesi, la

polizia giudiziaria ritenesse di aver individuato il responsabile, la pubblica

accusa non sarebbe vincolata da questa indicazione; soltanto quando ritiene di

formulare un addebito nei confronti di una persona, il pubblico ministero ordina

alla segreteria di iscrivere il nominativo dell’indagato nel registro, accanto alla

notizia di reato già inserita (il registro è denominato, in questo caso, “modello

21”).

- Registro deli atti non costituenti notizie di reato (“modello 45”). In esso il Pm

ordina che siano iscritti tutti quegli esposti dai quali non sia possibile ipotizzare

90

in alcun modo un fatto di reato. Nella prassi, il relativo fascicolo è denominato

“atti relativi…”.

- Registro delle notizie anonime, che contiene le notizie di reato anonime, le quali

non sono di regola utilizzabili nel procedimento penale, salvo che costituiscano

corpo del reato o provengano comunque dall’imputato. Decorsi 5 anni

dall’iscrizione delle notizie di reato anonime nel registro senza che siano

utilizzate, queste devono essere distrutte.

Una volta che il nome dell’indagato è stato iscritto nel registro delle notizie di reato, le

indagini continuano a svolgersi di regola in segreto; ciò vuol dire che, se non vengono

compiuti atti conoscibili e non viene disposta alcuna misura cautelare, l’indagato non

ha conoscenza ufficiale che è in corso un procedimento penale. Qualora non venga

compiuto alcun atto conoscibile per la difesa, il primo momento certo nel quale

l’indagato ottiene una notizia ufficiale del procedimento a suo carico si ha nel

momento in cui il Pm ha concluso le indagini preliminari e ritiene che debba essere

chiesto il rinvio a giudizio. Infatti, in tal caso, egli è tenuto ad invidiare all’indagato e al

suo difensore l’avviso di conclusione delle indagini, che contiene la sommaria

enunciazione del fatto e l’avviso che gli atti fino a quel momento compiuti sono stati

depositati e possono essere visionati dal difensore. Prima che pervenga l’informazione

di garanzia (o atto equivalente), l’indagato e l’offeso possono ottenere una notizia

ufficiale dell’esistenza di un procedimento nei loro confronti soltanto se si attivano, e

cioè se chiedono alla segreteria del Pm di avere conoscenza delle iscrizioni che li

riguardano. Ma non è detto che possano ottenere una risposta significativa.

L’informazione di garanzia. Il Pm che sta per compiere un atto garantito deve inviare

all’indagato e alla persona offesa l’informazione di garanzia. Il contenuto più

importante dell’informazione di garanzia è l’invito ad esercitare la facoltà di nominare

un difensore di fiducia. L’informazione deve essere inviata per posta in piego chiuso

raccomandato con ricevuta di ritorno; in caso di urgenza, il Pm può disporre che

l’informazione di garanzia sia notificata dall’ufficiale giudiziario. Il codice impone di

precisare, oltre alle norme di legge che si assumono violate, la data e il luogo del fatto

storico di reato. Il diritto dell’indagato alla tempestiva conoscenza dell’addebito è

garantito dal comma 3 dell’art. 111,secondo cui la legge assicura che la persona

accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della

natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico. L’informazione sul diritto di difesa

deve essere inviata all’indagato in occasione del primo tra gli atti garantiti che si

svolgono su iniziativa del Pm, al fine di rendere effettivo l’istituto della difesa d’ufficio.

In tal senso si esprime l’art. 369-bis: al compimento del primo atto a cui il difensore ha

diritto di assistere il Pm deve notificare all’indagato la comunicazione della nomina del

difensore d’ufficio. Lo stesso articolo precisa inoltre che l’informazione deve essere

inviata prima dell’invito a presentarsi per rendere interrogatorio, atto che non

necessariamente deve essere compiuto. Pertanto, si deve sottolineare che

l’informazione sul diritto di difesa deve essere comunicata, quanto meno, con l’avviso

di conclusione delle indagini.

Gli atti compiuti personalmente o su delega. Il Pm può compiere atti di indagine

personalmente o può delegarli alla polizia giudiziaria (art. 37o). La delega può

riguardare sia gli atti atipici, sia gli atti tipici, purché quelli tipici siano specificamente

delegati. Con questa precisazione il codice vuole evitare che il Pm dia alla polizia

giudiziaria una delega generica a compiere atti previsti dal codice. Inoltre, il Pm può 91

imporre alla polizia le proprie direttive, ossia l’indirizzo generale da dare alle indagini,

all’interno del quale la polizia giudiziaria opera con gli atti di propria iniziativa. La

delega di regola è consentita: i divieti sono previsti:

- In modo implicito (il divieto di delegare l’interrogatorio dell’indagato arrestato e

i confronti col medesimo);

- In modo esplicito (il divieto di compiere ispezioni, perquisizioni e sequestri, che

si svolgono negli uffici di difensori e che sono disposti nel corso delle indagini

preliminari);

- Ricavabili dalla natura dell’atto (divieto di delegare l’accertamento tecnico, in

quanto spetta al Pm personalmente la scelta dell’esperto e la formulazione dei

requisiti).

L’assunzione di informazioni dal possibile testimone. Le informazioni dal possibile

testimone (art. 362) possono essere assunte dal Pm personalmente o ad opera della

polizia giudiziaria da lui delegata. Coloro che rendono le informazioni sono indicati dal

codice con l’espressione “persone che possono riferire circostanze utili ai fini delle

indagini”. Costoro hanno una posizione sostanzialmente analoga a quella di testimone.

Inoltre, l’art. 362 estende alla persona informata quella incompatibilità di testimoniare

che è prevista in relazione all’imputato dell’art. 197; di conseguenza, colui che risulta

indagato non può essere sentito come persona informata. L’art. 362, comma 1,

secondo periodo, pone al Pm e alla polizia giudiziaria il divieto di chiedere alle persone

già sentite dal difensore o dal suo sostituto informazioni sulle domande formulate e

sulle risposte date nel corso dell’intervista. La norma costituisce un limite al potere di

indagine dell’autorità inquirente: esso è stabilito a tutela della segretezza degli atti di

investigazione difensiva e trova un simmetrico divieto nell’art .391-bis. Le sommarie

informazioni sono documentate mediante verbale: di regola non sono utilizzabili in

dibattimento; eccezionalmente sono utilizzabili, se ripetibili, mediante contestazione

nei limiti posti dall’art . 5oo; se sono divenute non ripetibili, sono utilizzabili mediante

lettura alle condizioni previste dall’art. 512.

L’interrogatorio dell’indagato. Il Pm, che intenda sottoporre l’indagato ad

interrogatorio, deve fargli notificare un invito a presentarsi (art. 375). Esso deve

contenere:

- Le generalità dell’indagato;

- Il giorno, l’ora e il luogo della presentazione e l’autorità davanti alla quale deve

presentarsi;

- L’indicazione che si darà luogo ad interrogatorio;

- L’avvertimento che il Pm potrà disporre l’accompagnamento coattivo

dell’indagato;

- La sommaria enunciazione del fatto quale risulta dalle indagini fino a quel

momento compiute.

Il codice intende fare riferimento a ciò che nella prassi è denominato addebito

provvisorio. Lo scopo della disposizione è quello di predisporre un sistema che

garantisca al massimo l’indagato, permettendogli di concordare col difensore la linea

difensiva. L’invito deve essere notificato all’indagato, di regola, almeno 3 giorni prima

di quello fissato per l’interrogatorio. Il difensore dell’indagato deve essere preavvisato

dell’interrogatorio almeno 24 ore prima del suo compimento. Nei casi di assoluta 92

urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che il ritardo possa pregiudicare la

ricerca o l’assicurazione delle fonti di prova, il Pm può procedere a interrogatorio

anche prima del termine fissato dandone avviso al difensore senza ritardo e comunque

tempestivamente. Se l’interrogatorio è condotto personalmente dal Pm, l’atto può

svolgersi anche senza la presenza del difensore, che tuttavia deve essere stato

preavvisato; se l’interrogatorio è svolto dalla polizia giudiziaria delegata, il difensore

dell’indagato deve essere necessariamente presente. Invece, l’interrogatorio

dell’imputato sottoposto a fermo, arresto o custodia cautelare può essere condotto

soltanto dal Pm: non è ammessa la delega alla polizia giudiziaria. Ogni interrogatorio

reso fuori udienza da una persona che si trovi a qualsiasi titolo in stato di detenzione,

deve essere documentato integralmente, a pena di inutilizzabilità, con mezzi di

riproduzione fonografica o audiovisiva.

L’interrogatorio di una persona imputata in un procedimento connesso o collegato.

Qualora un imputato di un procedimento connesso o collegato scelga di rendere

dichiarazioni, il relativo atto assume di regola un’efficacia determinante per l’esito

delle indagini. Infatti, solitamente il soggetto in questione conosce particolari che sono

noti a lui soltanto per il fatto di aver avuto contatti con il responsabile del reato

principale. L’imputato connesso è formalmente estraneo al procedimento principale;

tuttavia ha nel medesimo un forte interesse che si manifesta sotto due profili: da un

lato, occorre tutelare il diritto di difesa di tale soggetto, che non può essere costretto a

rendere dichiarazioni autoincriminanti. Da un altro lato, è necessario guardarsi dal

rischio che egli menta per influire a suo favore nel processo a proprio carico. In

relazione a tale situazione, la legge adotta prevalentemente la disciplina che si applica

all’indagato e, per alcuni aspetti limitati, quella che si applica al possibile testimone.

La regolamentazione dell’atto si ricava per relationem dalla disciplina dell’esame

dibattimentale di persone imputate in un procedimento connesso o collegato. Infatti,

l’art. 363 impone di osservare le forme previste dall’art 210. Da tale rinvio si desume,

in via interpretativa, la disciplina dell’interrogatorio: il Pm ha quindi l’obbligo di

avvisare l’imputato concorrente che questi ha la facoltà di non rispondere, salvo che

sulla propria identità personale. L’avvertimento è dato allo scopo di rispettare il

privilegio contro l’autoincriminazione. Infatti, ciò che viene dichiarato potrà poi essere

utilizzato in base all’art. 238 contro questo soggetto nel procedimento che lo vede

indagato o imputato. L’imputato connesso o collegato, qualora renda dichiarazioni su

fatti concernenti la responsabilità di altri, assumerà la qualifica di testimone assistito

limitatamente a tali fatti: ma lo status di teste non sarà assunto soltanto in

dibattimento. Tale qualifica scatta seduta stante già nel corso dell’interrogatorio svolto

dal Pm. Pertanto, quest’ultimo dovrà aprire un nuovo verbale e documentare le

dichiarazioni come sommarie informazioni dal possibile testimone assistito.

L’accertamento tecnico operato dal consulente del Pm. Nel corso delle indagini

preliminari il Pm e il difensore delle parti private possono avere l’esigenza di svolgere

accertamenti che comportano specifiche conoscenze scientifiche, tecniche o

artistiche. È possibile per la pubblica accusa e per l’indagato chiedere al giudice la

nomina di un perito con quell’istituto che è denominato incidente probatorio (art. 392):

ma si tratta di uno strumento che richiede lunghi tempi di attivazione ed un vaglio di

ammissibilità da parte del giudice. In alternativa, il codice predispone uno strumento

più agevole per il Pm e per il difensore, e cioè la consulenza tecnica di parte. La

pubblica accusa durante le indagini preliminari può nominare consulenti tecnici 93

quando occorre procedere ad accertamenti, rilievi segnaletici, descrittivi o fotografici e

ad ogni altra operazione tecnica per cui sono necessarie specifiche competenze. La

consulenza ha due distinte regolamentazioni, e si tratta di valutare se nel momento in

cui è disposto, l’accertamento appare ripetibile o meno in dibattimento.

- Qualora l’accertamento tecnico appaia ripetibile, il Pm nomina un consulente

tecnico e fa svolgere l’accertamento in segreto. Il verbale di tale atto è collocato

nel fascicolo delle indagini ed è destinato ad essere inserito nel fascicolo del Pm

se e quando, in seguito all’udienza preliminare, sarò disposto il rinvio a giudizio.

- Nel caso in cui l’accertamento tecnico non sia ripetibile, si attribuisce a tale atto

un’efficacia simile alla perizia, subordinandolo ad un controllo ad opera

dell’indagato. La non ripetibilità può derivare da varie situazioni: l’accertamento

tecnico riguarda persone, cose o luoghi il cui stato è soggetto a modificazione;

può essere lo stesso accertamento a determinare la modifica di cose, luoghi o

persone. In detti casi, il Pm deve dare un previo avviso all’indagato, all’offeso e

ai difensori in quanto costoro possono nominare consulenti tecnici come

avviene per la perizia.

L’indagato ha l’ulteriore potere di formulare, prima del conferimento dell’incarico,

riserva di promuovere incidente probatorio. Ove l’indagato formuli detta riserva, il Pm

deve disporre che non si proceda agli accertamenti salvo che questi, se differiti, non

possano più essere utilmente compiuti. Se l’accertamento tecnico non ripetibile è

differibile ed è egualmente compiuto nonostante la riserva, il relativo verbale non è

inutilizzabile nel dibattimento, ma è utilizzabile a tutti gli altri fini. Se l’accertamento

non è differibile perché in un momento successivo non può essere utilmente compiuto,

il relativo verbale è utilizzabile in dibattimento.

Accertamenti idonei ad incidere sulla libertà personale. La legge n. 85 del 2oo9 ha

disciplinato l’ipotesi in cui il Pm debba porre in essere accertamenti tecnici che

richiedono il compimento di atti idonei ad incidere sulla libertà personale in mancanza

di consenso della persona ad essi sottoposta (art. 359-bis). La norma è in larga parte

costruita con la tecnica del rinvio alla disciplina predisposta in relazione alla perizia

coattiva (art. 224-bis). Quando occorre eseguire accertamenti idonei ad incidere sulla

libertà personale, il Pm può procedervi direttamente attraverso il proprio consulente

tecnico, soltanto se vi è il consenso della persona interessata. In tal caso, troverà

applicazione l’art. 359 se si tratta di atti ripetibili e l’art. 36o se l’accertamento ha

natura irripetibile. Qualora non via sia il consenso dell’interessato, l’art. 359-bis

permette il prelievo coattivo di capelli, peli o mucosa del cavo orale su persone

viventi, finalizzato alla tipizzazione del profilo genetico, e il compimento di

accertamenti medici. Il Pm deve chiedere al Gip l’autorizzazione al compimento

dell’atto. Il giudice concede l’autorizzazione con ordinanza quando ricorrono le

condizioni previste dall’art. 224-bis: dunque, è necessario che si proceda per un delitto

doloso o preterintenzionale, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la

pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a 3 anni; in secondo

luogo, occorre che l’accertamento tecnico risulti assolutamente indispensabile per la

prova dei fatti. Quando vi è fondato motivo per ritenere che dal ritardo possa derivare

grave o irreparabile pregiudizio alle indagini, il Pm dispone lo svolgimento delle

operazioni con decreto motivato. tale provvedimento deve contenere tutti i requisiti

che l’art. 224-bis, comma 2 richiede in relazione all’ordinanza che dispone la perizia 94

coattiva. Il Pm può altresì ordinare direttamente l’accompagnamento coattivo, qualora

la persona da sottoporre alle operazioni non si presenti senza addurre un legittimo

impedimento; il magistrato inquirente può disporre altresì l’esecuzione coattiva delle

operazioni, se la persona comparsa rifiuta di sottoporvisi. Entro le 48 ore successive

alla effettiva limitazione della libertà personale il Pm deve chiedere al Gip la convalida

del decreto e dell’eventuale provvedimento di accompagnamento coattivo. Il giudice

provvede con ordinanza al più presto e comunque entro le 48 ore successive. L’ultimo

comma dell’art. 359-bis prevede, infine, le invalidità che conseguono alla violazione

delle norme che stabiliscono i limiti funzionali e di durata dell’accompagnamento

coattivo. Individuazione di persone e di cose. Durante le indagini preliminari

il Pm può procedere alla individuazione di persone o cose personalmente o mediante

delega alla polizia giudiziaria (art. 361): si tratta di un atto simile alla ricognizione. La

normativa prevista dal codice è basata su un presupposto implicito, e cioè che l’atto di

individuazione sia sempre ripetibile in un momento successivo davanti al giudice nella

forma della ricognizione. Poiché l’atto è ritenuto essere ripetibile, il Pm nell’eseguire

l’individuazione non è tenuto a rispettare le regole che nella ricognizione sono poste a

pena di nullità al fine di assicurare l’attendibilità (Art. 213). Sempre in considerazione

della ripetibilità dell’atto, non è prevista la presenza del difensore, il quale non

conosce neanche il verbale dell’atto perché questo è segreto. Il codice si limita a

prescrivere che il Pm proceda ad individuazione di persone o cose quando è

necessario per la immediata prosecuzione delle indagini. L’indicazione temporale

“quando” fa comprendere che non si è voluto restringere l’utilizzabilità ai soli fini

investigativi. L’individuazione, svoltasi senza le cautele della ricognizione e senza la

presenza del difensore, è utilizzabile dal giudice nel momento in cui prende una

decisione nel corso delle indagini: e ciò anche, per esempio, al fine di emettere una

misura cautelare quale la custodia in carcere. Tra gli atti di iniziativa del Pm

rientrano anche i mezzi di ricerca della prova, come per esempio la perquisizione, il

sequestro probatorio, l’ispezione personale.

IL CONTROLLO SULLA LEGITTIMAZIONE DEL PM. La legge 16 dicembre 1999, n.

479, ha introdotto un procedimento che consente all’ufficio superiore di accertare se il

Pm, che svolge le indagini, sia legittimato, e cioè sia quello che è collocato presso il

giudice competente. Il controllo è di natura non giurisdizionale ed opera su richiesta di

parte. È stata attribuita all’indagato, all’offeso e ai rispettivi difensori, la facoltà di

chiedere al Pm procedente di trasmettere gli atti al suo omologo presso il giudice

ritenuto competente. Per poter essere legittimato a presentare la richiesta, è

necessario che il soggetto privato abbia avuto una conoscenza ufficiale dell’esistenza

del procedimento mediante gli istituti dell’informazione di garanzia o della

comunicazione della iscrizione sul registro delle notizie di reato. Il richiedente ha

l’onere di indicare, a pena di inammissibilità, il giudice competente. Il che costituisce,

con tutta evidenza, una autentica probatio diabolica, se si considera che tali soggetti

non hanno una conoscenza completa degli atti delle indagini preliminari. Qualora il Pm

procedente rigetti la richiesta (oppure non decida entro il termine di 1o giorni),

l’originario richiedente può proporre la richiesta nei successivi 1o giorni. La richiesta

deve essere presentata al procuratore generale presso la corte d’appello o, qualora il

giudice competente appartenga ad un diverso distretto, al procuratore generale

presso la corte di cassazione. Il procuratore, assunte le necessarie informazioni e 95

ottenuta la copia degli atti, decide entro 2o giorni con decreto motivato, dandone

comunicazione ai soggetti e agli uffici interessati.

L’AVVISO DI CONCLUSIONE DELLE INDAGINI COME CONDIZIONE PER LA

RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO. Quando il Pm ritiene di chiedere il rinvio a

giudizio, deve far notificare all’indagato e al suo difensore un atto dal contenuto

piuttosto articolato: l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (art. 415-bis). Tale

avviso, che deve essere notificato prima della scadenza del termine per le indagini,

contiene la sommaria enunciazione del fatto per il quale si procede con l’indicazione

delle norme di legge che si assumono violate, della data e del luogo del fatto. In tal

modo, la persona sottoposta alle indagini, che può non aver mai ricevuto

l’informazione di garanzia o atto equipollente, viene per la prima volta informata

dell’esistenza di un procedimento penale a suo carico. Inoltre, l’avviso contiene

l’avvertimento che l’indagato e il suo difensore hanno la facoltà di prendere visione del

fascicolo delle indagini, depositato presso la segreteria del Pm. L’indagato è avvertito

che entro il termine di 2o giorni può esercitare le seguenti facoltà:

a) Può presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione

relativa ad investigazioni del difensore;

b) Può chiede al Pm il compimento di atti di indagine;

c) Può presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di essere sottoposto

ad interrogatorio.

Solitamente, il Pm non è vincolato ad adempiere alle richieste dell’indagato, salvo in

un caso. Quando l’indagato chiede di essere sottoposto ad interrogatorio, l’inquirente

ha l’obbligo di procedervi. In tutte le altre ipotesi, il Pm valuta discrezionalmente la

necessità di compiere nuove indagini a seguito delle richieste dell’indagato. Se ritiene

di svolgerle, esse devono essere compiute entro il termine di 3o giorni dalla

presentazione della richiesta. Il termine può essere prorogato dal giudice su richiesta

del Pm per una sola volta e per non più di 6o giorni. Nel complesso, l’avviso di

conclusione delle indagini è un istituto che garantisce, da un lato, l’esigenza di

completezza delle investigazioni preliminari e, dall’altro, il diritto dell’imputato di

fornire un contributo efficace e consapevole al fine di chiarire la propria posizione,

anche nell’ottica di prospettare al Pm elementi per una richiesta di archiviazione.

L’ARRESTO IN FLAGRANZA E IL FERMO. Il codice accoglie il principio generale

secondo cui soltanto il giudice è competente ad applicare una misura cautelare

limitativa della libertà personale con un provvedimento avente effetti permanenti nel

tempo (art. 279), anche se tali misure hanno comunque un termine massimo di

durata. La polizia giudiziaria ha il potere di disporre misure coercitive temporanee

denominate arresto e fermo, che limitano la libertà personale dell’indagato in

situazioni di urgenza, fino a quando non interviene la convalida del giudice. Se la

convalida non è emessa entro il termine perentorio indicato all’art. 391, comma 7, tali

misure cessano di avere efficacia. Queste misure sono dette sinteticamente

precautelari, per indicare che consistono in un anticipo della tutela predisposta

mediante le misure cautelari.

L’arresto. L’arresto in flagranza è un provvedimento che di regola è disposto dalla

polizia giudiziaria ed eccezionalmente dai privati. La situazione di flagranza, che

permette o impone alla polizia di operare l’arresto, è descritta dall’art. 382. È in stato

96

di flagranza (in senso pieno) colui che viene colto nell’atto di commettere il reato. È in

situazione denominata “quasi flagranza” il soggetto che, subito dopo il reato, è

inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è

sorpreso con cose o tracce delle quali appaia che abbia commesso il reato

immediatamente prima. L’arresto in flagranza è obbligatorio per la polizia giudiziaria

(art. 38o) in presenza di un delitto non colposo per il quale la legge stabilisce la pena

dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a 5 anni e nel massimo a 2o.

Negli stessi casi in cui è obbligatorio per la polizia, l’arresto può essere effettuato da

ogni persona se il delitto è procedibile d’ufficio (art. 383, comma 1). Il soggetto che ha

eseguito l’arresto in flagranza deve senza ritardo consegnare la persona ristretta nella

libertà e le cose costituenti il corpo del reato alla polizia giudiziaria, che redige il

verbale della consegna e ne rilascia copia. L’altra ipotesi di arresto è denominata

“facoltativa” dal codice, nel senso che è rimesso alla discrezionalità dell’ufficiale o

agente di polizia valutare se la misura è giustificata dalla gravità del fatto o dalla

pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto.

Il fermo. Il fermo è un provvedimento che può essere disposto di regola dal Pm quando

sono presenti le seguenti condizioni (art. 384, comma 1):

1. Che vi siano gravi indizi a carico dell’indagato;

2. Che sussistano specifici elementi di prova che fanno ritenere fondato il pericolo

di fuga;

3. Che si proceda per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena

dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a 2 anni e superiore

nel massimo a 6.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono procedere al fermo nei medesimi

casi nei quali tale atto può essere disposto dal Pm, in presenza delle seguenti

situazioni:

a. Prima che il Pm abbia assunto la direzione delle indagini;

b. Qualora sia successivamente individuato l’indiziato;

c. Qualora sopravvengano specifici elementi che rendano fondato il pericolo

che l’indiziato stia per darsi alla fuga e non sia possibile, per la situazione

di urgenza, attendere il provvedimento del Pm.

La convalida dell’arresto e del fermo. Il procedimento di convalida dell’arresto e del

fermo attua due principi fondamentali posti dalla costituzione. In primo luogo, il

principio in base al quale le misure limitative della libertà personale possono essere

applicate soltanto dal giudice. In secondo luogo, le norme attuano il principio in base

al quale la polizia giudiziaria è sotto la diretta disponibilità dell’autorità giudiziaria. Il

procedimento di convalida può essere suddiviso in tre fasi:

• Nella prima fase del procedimento gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria

hanno i seguenti doveri di informazione:

Danno immediata notizia del provvedimento del Pm e

o contemporaneamente trasmettono l’informativa di reato;

Avvertono l’arrestato o il fermato della facoltà di nominare un difensore;

o Informano immediatamente dell’arresto o del fermo il difensore;

o 97

Senza ritardo e con il consenso dell’arrestato, danno ai familiari di

o quest’ultimo notizia dell’esecuzione della misura.

Gli stessi ufficiali e agenti devono poi provvedere a due ulteriori adempimenti:

in primo luogo, devono porre l’arrestato o il fermato a disposizione del Pm al più

presto e, comunque, non oltre le 24 ore. In secondo luogo, gli ufficiali e agenti

devono trasmettere al Pm il verbale dell’arresto sempre entro le 24 ore.

• La seconda fase del procedimento ha la funzione di mettere in grado la pubblica

accusa sia di formulare la richiesta di convalida, sia di chiedere nella successiva

udienza una delle misure cautelari personali. A tal fine, il Pm può procedere

all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato dando previo avviso al difensore,

che ha la facoltà di essere presente all’atto. Il Pm può liberare l’arrestato o il

fermato in due casi. Ordina la liberazione senza chiedere la convalida al giudice

quando:

Risulta evidente che l’arresto o il fermo è stato eseguito per errore di

o persona o fuori dai casi consentiti dalla legge;

La misura è divenuta inefficace perché sono decorsi i termini per porre

o l’arrestato a disposizione del Pm o per chiedere la convalida al giudice.

Il Pm ordina la liberazione, ma deve ugualmente chiedere al giudice la

convalida, quando, pur considerando giustificato l’arresto o il fermo, ritiene di

non dover chiedere al giudice l’applicazione di una misura cautelare coercitiva.

• La terza fase del procedimento inizia con la richiesta di convalida che deve

essere presentata dal Pm al Gip competente in relazione al luogo dove l’arresto

o il fermo è stato eseguito. Ricevuta la richiesta, il giudice fissa l’udienza di

convalida al più presto a comunque entro le 48 ore successive dandone avviso

senza ritardo al Pm e al difensore. L’udienza si svolge in camera di consiglio con

la partecipazione facoltativa del Pm e necessaria del difensore dell’imputato.

L’arresto o il fermo cessa di avere efficacia se l’ordinanza di convalida non è

pronunciata o depositata nelle 48 ore successive al momento in cui l’arrestato o

il fermato è stato posto a disposizione del giudice, e cioè, dal momento in cui il

giudice ha ricevuto la richiesta di convalida.

In sede di convalida, vengono prese due distinte decisioni. In primo luogo, il giudice

accerta se l’arresto o il fermo è stato legittimamente eseguito e se sono stati osservati

i termini perentori per porre l’arrestato a disposizione del Pm e per chiedere la

convalida. In secondo luogo, il giudice valuta se sussistono i presupposti della misura

cautelare chiesta dal Pm; quindi può applicarla. L’ordinanza è impugnabile presso il

tribunale della libertà.

L’INCIDENTE PROBATORIO. Il legislatore ha fatto la scelta fondamentale di riservare,

di regola, al dibattimento la formazione della prova poiché in tale sede è garantito il

contraddittorio nella sua più ampia manifestazione. Ciò permette anche di tutelare il

principio di immediatezza tra la assunzione della prova e la decisione sulla medesima.

Tuttavia, il principio di immediatezza non può essere assicurato in modo assoluto.

Infatti, non sempre si può attendere la formazione della prova in dibattimento, perché

questo si può svolgere a distanza di tempo dal fatto di reato. La legge delega n. 81 del

98

1987 aveva previsto la possibilità di assumere la prova in contraddittorio già nel corso

delle indagini preliminari quando essa non era rinviabile al dibattimento. A tal fine è

stato predisposto l’incidente probatorio: esso consiste in una udienza che si svolge in

camera di consiglio senza la presenza del pubblico e nella quale, davanti al Gip, si

assumono le prove nelle medesime forme che sono prescritte per il dibattimento.

I casi in cui si fa luogo all’incidente probatorio sono indicati nel codice facendo

riferimento ai singoli mezzi di prova che possono essere assunti in tale sede.

Ovviamente, la richiesta di incidente probatorio è valutata dal giudice in base ai

parametri stabiliti nell’art. 19o (pertinenza e rilevanza). Alcuni mezzi di prova possono

essere assunti nell’incidente probatorio se sono presenti i casi tassativi di non

rinviabilità al dibattimento, previsti nell’art. 392. Si tratta dei seguenti tre casi:

- Testimonianza e confronto, che sono ammessi se il dichiarante non potrà

deporre in dibattimento a causa di un grave impedimento o di una minaccia in

atto affinché non deponga o deponga il falso.

- Esperimento giudiziale e perizia urgente, che sono ammessi se la prova

riguarda una persona, una cosa o un luogo il cui stato è soggetto a

modificazione non evitabile;

- Ricognizione, che è ammessa se particolari ragioni di urgenza non consentono

di rinviare l’atto al dibattimento.

Vi sono poi altri mezzi di prova che devono essere assunti nell’incidente probatorio

sulla base del solo presupposto che il Pm o l’indagato lo abbiano chiesto al Gip, senza

che sia necessario il requisito della non rinviabilità né dell’urgenza. Ovviamente resta

il requisito che la prova sia pertinente o rilevante. In queste ipotesi, la ratio

dell’incidente è duplice: da un lato, vi è l’esigenza di permettere un controllo sulla

credibilità ed attendibilità della deposizione della persona offesa nel momento in cui la

memoria non ha ancora subito quelle deformazioni che si verificano inevitabilmente in

situazioni del genere con il passaggio del tempo. Da un altro lato, vi è l’esigenza di

ridurre, in favore della medesima persona offesa, lo stress da esposizione al processo.

L’incidente probatorio si svolge in varie fasi:

- Il contraddittorio sull’ammissibilità dell’incidente.

- La decisione del giudice sull’ammissibilità e fondatezza della richiesta. Il giudice

decide sulla richiesta di incidente con una ordinanza non impugnabile. In caso di

accoglimento, fissa la data dell’udienza ed indica l’oggetto della prova e le

persone interessate all’assunzione della stessa. Nel caso inverso, il giudice

dichiara inammissibile la richiesta o la rigetta perché infondata: l’ordinanza è

comunicata al Pm e alle persone interessate.

- Lo svolgimento dell’udienza in camera di consiglio. L’udienza si svolge senza la

presenza del pubblico. È chiesta la partecipazione necessaria del Pm e del

difensore dell’indagato. Il difensore dell’offeso ha il diritto, ma non l’obbligo, di

partecipare all’udienza: in tale sede non può porre domande direttamente al

dichiarante, ma può chiedere al giudice di rivolgerle.

- L’eventuale integrazione del contraddittorio. Il divieto di estendere l’oggetto

della prova può essere superato proprio attraverso l’integrazione del

contraddittorio. La richiesta di integrazione è formulata dal Pm o dal difensore

dell’indagato ed è rivolta al giudice: questi, se l’accoglie, rinvia l’udienza per il

tempo strettamente necessario per effettuare le notifiche nei confronti delle 99

persone indiziate e comunque non oltre 3 giorni (art. 4o2). L’integrazione non è

disposta quando il rinvio dell’udienza pregiudica l’assunzione della prova. L’art.

4o3 determina con precisione i limiti della inutilizzabilità: nel dibattimento le

prove assunte con l’incidente probatorio sono utilizzabili soltanto nei confronti

degli imputati i cui difensori hanno partecipato alla loro assunzione. Ciò significa

che quando viene esteso l’oggetto della prova, il divieto di utilizzazione vale

soltanto nel dibattimento, mentre non vale nei momenti anteriori. Viene cosi a

delinearsi un regime di inutilizzabilità oggettivamente relativo, in quanto il

limite opera con riferimento alla sola fase dibattimentale, e soggettivamente

relativo, poiché la prova è utilizzabile soltanto nei confronti di determinati

imputati e non di altri. La legge n. 267 del 1997 ha completato la disciplina

considerando la particolare situazione in cui una persona, ancora non indagata

al momento dello svolgersi dell’incidente, sia successivamente raggiunta da

indizi di reità (art. 4o3, comma 1-bis). In tal caso, di regola, si rende necessario

ripetere l’incidente in contraddittorio con l’indiziato: esclusivamente la prova

raccolta in tale sede sarà utilizzabile contro di lui in dibattimento. È prevista

un’eccezione che può essere ricompresa nell’art. 111, comma 5 Cost., quale

motivo di impossibilità oggettiva di ripetizione: se gli indizi di reità a carico di un

nuovo indagato sono emersi dopo che l’incidente probatorio è divenuto non

ripetibile, le prove raccolte in quell’incidente possono essere utilizzate contro il

nuovo indagato.

Possono fare richiesta di incidente probatorio il Pm, l’indagato e il suo difensore: questi

hanno l’onere alquanto pesante (posto a pena di inammissibilità) di precisare nella

richiesta: la prova da assumere, i fatti che ne costituiscono l’oggetto e le ragioni della

sua rilevanza; le persone nei confronti delle quali si procede per i fatti oggetto della

prova; i motivi per cui la prova non è rinviabile al dibattimento. La richiesta è

presentata alla cancelleria del Gip. L’incidente probatorio può essere differito, e la

relativa richiesta viene fatta dal Pm al giudice, quando la esecuzione dell’incidente

probatorio pregiudicherebbe uno o più atti di indagine preliminare. La decisione sulla

richiesta è presa dal giudice senza contraddittorio ed è comunicata al Pm e notificata

per estratto alle persone interessate. L’incidente probatorio ha la funzione di

anticipare la formazione della prova garantendo il diritto di difesa dell’indagato nei

confronti del quale la prova stessa potrà essere successivamente utilizzata in

dibattimento. Per assicurare questa esigenza, il codice pone sia il divieto di estendere

l’oggetto della prova a fatti riguardanti persone diverse da quelle i cui difensori

partecipano all’incidente; sia il divieto di verbalizzare le dichiarazioni aventi tale

oggetto. Ai divieti si può derogare soltanto se si provvede ad integrare il

contraddittorio in favore delle nuove persone interessate.

In relazione alloincidente probatorio, la persona offesa in quanto tale gode di un diritto

debolmente garantito. Infatti, la persona offesa non ha il diritto di chiedere al giudice

l’incidente, ma può soltanto sollecitare l’iniziativa del Pm.

CAPITOLO 2: LA CONCLUSIONE DELLE INDAGINI PRELIMINARI

Il Pm deve decidere se esercitare l’azione penale o chiedere l’archiviazione. In

ciascuna delle due ipotesi, il suo atto è sottoposto al controllo del giudice. Sulla

richiesta di rinvio a giudizio, formulata sulla base dell’imputazione, il controllo si svolge

100

nell’udienza preliminare. Sulla richiesta di archiviazione, il controllo si effettua, di

regola, senza udienza. Le indagini preliminari hanno un termine di durata sia quando si

procede contro ignoti, sia quando è stato identificato un indagato. Nei due casi

menzionati, i termini possono essere prorogati dal Gip su richiesta del Pm. La proroga

è consentita dal codice soltanto entro un termine massimo ed invalicabile che di

regola consiste in 18 mesi e, in casi eccezionali, può arrivare fino a 2 anni per i reati

più gravi o per le indagini più complesse (Art. 4o7). Il codice prevede un procedimento

di proroga di tipo ordinario ed uno speciale, avente ad oggetto le indagini per i delitti

di criminalità organizzata mafiosa, per i delitti in materia di terrorismo e per quelli

concernenti la violenza sessuale e la pedofilia. Nel procedimento ordinario è

necessario in primo luogo instaurare il contraddittorio. Il Gip cura che la richiesta di

proroga sia notificata all’indagato e alla persona offesa. Costoro sono avvisati che

possono presentare memorie (entro 5 giorni dalla notificazione): il giudice decide entro

1o giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle memorie. La decisione

è presa de plano, qualora egli allo stato degli atti ritenga di accogliere la richiesta di

proroga; in caso contrario, fissa la data di udienza.

Il termine nel procedimento contro un indagato. Il termine per le indagini nei confronti

di un indagato inizia a decorrere dal momento in cui il nome di questi è iscritto nel

registro delle notizie di reato (art. 4o5, comma 2). Il termine ordinario è di 6 mesi; in

via eccezionale, il termine è di 1 anno se si procede per taluno dei delitti indicati

nell’art. 4o7, comma 2, lettera a, e cioè per delitti gravi o di criminalità organizzata.

Entro il termine, il Pm deve chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione; se non è in

grado di formulare una delle due richieste, deve chiedere la proroga al Gip. Il codice

contiene una minuziosa regolamentazione dei motivi che possono consentire le

proroghe. La normativa è alquanto complessa e prevede l’invalidità degli atti che siano

stati compiuti dopo la scadenza del termine: tali atti sono inutilizzabili se il Pm non ha

esercitato l’azione penale o richiesto l’archiviazione o la proroga al giudice. Infine,

l’inosservanza del termine obbliga il procuratore generale presso la corte d’appello ad

avocare il procedimento. In tal caso, un sostituto del procuratore generale svolge le

indagini indispensabili e formula le sue richieste entro 30 giorni. Il codice pone alle

indagini preliminari un termine massimo comprensivo delle proroghe. Il termine

generico è di 18 mesi; e previsto il termine di 2 anni nei seguenti casi:

a. Se le indagini preliminari riguardano delitti gravi o di criminalità

organizzata, elencati specificamente;

b. Se le investigazioni sono particolarmente complesse per il numero di reati

collegati o di indagati o persone offese;

c. Se le indagini richiedono il compimento di atti all’estero;

d. Se si tratta di procedimenti collegati.

Il termine nel procedimento contro ignoti. L’art. 415, commi 1 e 2, detta disposizioni

alquanto scarne, che in forza del rinvio alle norme sui termini per le indagini nei

confronti di indagati noti, devono essere integrate con queste ultime. Ciò è imposto

dal comma 3 dell’art. 415, introdotto dalla legge n. 479 del 1999, secondo cui si

osservano, in quanto applicabili, le altre diposizioni di cui al presente articolo. Quando

si procede contro ignoti, il termine per le indagini preliminari decorre dalla data di

iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro. Entro il termine di 6 mesi, il Pm

deve chiedere alternativamente l’archiviazione perché è ignoto l’autore del reato, 101

ovvero la proroga del termine per poter proseguire le indagini. Il termine ha la

funzione di assicurare il rispetto dell’obbligatorietà dell’azione penale. La decisione del

giudice sulla richiesta di proroga del termine perché è ignoto l’autore del reato è presa

de plano, qualora il giudice ritenda di concedere la proroga. In caso contrario, il

giudice fissa la data di udienza cosi come avviene nel procedimento contro un

indagato noto. Il giudice può non autorizzare la proroga, e in tal caso il Pm deve

formulare la richiesta di archiviazione se il responsabile resta ignoto; viceversa, deve

esercitare l’azione penale se il reato è da attribuire a persona già individuata. Oppure

il giudice può autorizzare con decreto motivato il Pm a proseguire le indagini: ai sensi

dell’art. 4o6, comma 2-bis, la proroga non può essere superiore a 6 mesi e, nel caso di

nuove proroghe, le indagini non possono oltrepassare i termini massimi stabiliti

nell’art. 4o7. Infine, il giudice, se ritiene che il reato sia da attribuire ad una persona

già individuata, ordina che il nome di questa sia iscritto nel registro delle notizie di

reato; ciò comporta che inizi automaticamente a decorrere un nuovo termine di 6 mesi

entro il quale il Pm deve formulare le richieste di archiviazione o di rinvio a giudizio,

ovvero deve chiedere una ulteriore proroga. La non

prorogabilità dei termini massimi. Il termine massimo per le indagini preliminari non

può essere prorogato. Alla sua scadenza, il Pm è costretto a presentare una richiesta di

merito anche se non è convinto della fondatezza della stessa. Se non presenta una

delle due richieste, o l’archiviazione o l’azione penale, i successivi atti di indagine sono

inutilizzabili.

L’AZIONE PENALE. La nozione di azione penale è correlata a quella di processo

penale. Con quest’ultima espressione si fa riferimento a quella serie cronologicamente

ordinata di atti che ha come atto iniziale l’azione penale e come atto finale la

sentenza. Ai sensi dell’art. 4o5, comma 1, il Pm esercita l’azione penale formulando

l’imputazione. Nel procedimento ordinario l’imputazione è ricompresa nella richiesta di

rinvio a giudizio: nei riti speciali è ricompresa nell’atto che instaura il singolo

procedimento. L’imputazione. L’imputazione consiste nell’addebitare

ad una determinata persona un fatto di reato. Elementi dell’imputazione sono:

a. L’enunciazione del fatto storico in forma chiara e precisa;

b. L’indicazione degli articoli di legge violati (il titolo di reato);

c. Le generalità della persona alla quale è addebitato il reato;

d. Circostanze aggravanti e attenuanti.

L’esercizio dell’azione penale determina due effetti: in primo luogo, pone al giudice

l’obbligo di decidere su di un determinato fatto storico. In secondo luogo, fissa in modo

tendenzialmente immutabile l’oggetto del processo, e cioè impone al giudice il divieto

di decidere su di un fatto storico differente da quello precisato nell’imputazione.

L’imputazione è formulata quando il Pm ha raccolto elementi idonei a sostenere

l’accusa in giudizio; in altri termini, quando i risultati delle indagini sono in grado di

permettere al Pm di dimostrare la fondatezza dell’accusa. Non è sufficiente che

quest’ultimo ritenga possibile la reità di una persona; occorre che egli ritenga

probabile ottenere in giudizio una sentenza di condanna.

L’obbligatorietà dell’azione penale. L’azione penale ha 4 caratteristiche:

- È obbligatoria. Ai sensi dell’art. 112 della costituzione, il Pm ha l’obbligo

(meglio, dovere) di esercitare l’azione penale. Il principio di obbligatorietà 102

dell’azione penale assume un particolare significato: impone che il Pm valuti la

fondatezza di ciascuna notizia di reato e che compia le indagini necessarie per

decidere se occorre formulare l’imputazione ovvero chiedere l’archiviazione.

Questo principio non impone, ovviamente, che il Pm debba necessariamente

accusare. L’obbligo istituzionale del Pm è quello di controllare che la legge sia

rispettata. L’obbligatorietà dell’azione penale ha il fine di assicurare due principi

fondamentali:

Il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.). Se la persona offesa non ha

o possibilità economiche, ciò non deve impedire che i reato venga

comunque perseguito.

Principio di legalità (art. 25, comma 2 Cost.). Può essere soltanto la legge

o a determinare chi debba essere punito.

- È monopolio del Pm. Il monopolio dell’azione penale in capo al Pm non è

imposto dalla costituzione: infatti, l’art. 112 configura in capo al Pm il dovere di

esercitare l’azione penale, non prescrive che questa sia esercitata soltanto da

un organo pubblico. Ciò si ricava dai lavori preparatori della costituzione e, in

particolare, dal fatto che è stato respinto un emendamento che tendeva a

qualificare come pubblica l’azione penale.

- È irretrattabile. Ai sensi dell’art. 5o, comma 3, l’esercizio dell’azione penale può

essere sospeso o interrotto soltanto nei casi espressamente previsti dalla legge.

La disposizione enuncia il principio secondo cui, a seguito dell’iniziale esercizio

dell’azione penale, nessuno può di regola interrompere il processo: la serie

necessitata di atti deve seguire il suo corso fino alla sentenza irrevocabile senza

che né il Pm, né il giudice possano interferire. Il codice pone alla regola

un’eccezione; questa consiste nell’art. 71: se risulta che lo stato mentale

dell’imputato è tale da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento, il

giudice dispone con ordinanza che questo sia sospeso.

- È procedibile d’ufficio. In base all’art. 5o, comma 2, quando non è necessaria la

querela, la richiesta, l’istanza o l’autorizzazione a procedere, l’azione penale è

esercitata d’ufficio. Da ciò è ricavabile che, di regola, il Pm non è vincolato

all’iniziativa di altri soggetti: è sufficiente che egli rilevi l’esistenza di un fatto

storico che è previsto dalla legge come reato. Vi sono alcune eccezioni: si tratta

delle ipotesi nelle quali è necessario che sia presente una condizione di

procedibilità. Poiché si tratta di eccezioni, è necessario che vi sia una norma di

legge che, in relazione ad un determinato reato, prevede la singola condizione

di procedibilità.

L’ARCHIVIAZIONE. Quando il Pm ritiene che non vi siano elementi per esercitare

l’azione penale, formula una richiesta di archiviazione che è sottoposta al controllo del

Gip. Di regola, il controllo è effettuato de plano, ma può diventare complesso e

penetrante in due casi: quando il giudice non accoglie la richiesta di archiviazione o

quando la persona offesa vi si oppone. L’istituto dell’archiviazione adempie a tre

funzioni:

- Permette al Pm di operare una prima importantissima selezione dei

procedimenti al fine di non appesantire il successivo filtro, rappresentato

dall’udienza preliminare; 103

- Attua il controllo del giudice sul corretto adempimento dell’obbligo di esercitare

l’azione penale da parte del Pm;

- Riconosce alla persona offesa dal reato il diritto di far controllare dal giudice in

una udienza in camera di consiglio le ragioni di un’eventuale inerzia del Pm.

L’archiviazione è pronunciata dal Gip in presenza di presupposti di fatto o di diritto:

• È pronunciata in presenza di presupposti di fatto quando la notizia di reato è

infondata (art. 4o8). In tal caso, il giudice effettua una prognosi sull’esito di un

eventuale dibattimento, in quanto ritiene probabile la pronuncia di una sentenza

di assoluzione perché il fatto non sussiste, o l’imputato non lo ha commesso, o il

fatto non costituisce reato, o il fatto non è punibile. Occorre sottolineare una

differenza; la sentenza di assoluzione è pronunciata dopo che il giudice ha

esaminato le prove escusse in dibattimento; viceversa, l’archiviazione è un

provvedimento emesso allo stato degli atti.

• L’archiviazione può essere pronunciata anche in base a presupposti di diritto

secondo quanto disposto dall’art. 411. Più specificamente vi può essere

archiviazione quando:

Manca una condizione di procedibilità;

o Il reato è estinto;

o Il fatto non è previsto dalla legge come reato;

o Quando sono rimasti ignoti gli autori del reato.

o

La richiesta di archiviazione nei confronti di un indagato. Con la richiesta di

archiviazione, il Pm trasmette al Gip il fascicolo delle indagini contenente la notizia di

reato, la documentazione relativa alle investigazioni espletate e i verbali degli atti

compiuti davanti al giudice. Il Pm che chiede l’archiviazione ha l’onere di instaurare un

contraddittorio scritto con la persona offesa, che abbia dichiarato in precedenza di

voler essere informata circa l’eventuale archiviazione. La persona offesa riceve

l’avviso che è stata presentata richiesta di archiviazione e viene altresì informata che

nel termine di 1o giorni può prendere visione degli atti depositati e può presentare

opposizione motivata, chiedendo la prosecuzione delle indagini. L’opposizione deve

essere presentata presso la segreteria del Pm. Se l’offeso non presenta opposizione, il

Gip effettua un controllo de plano: se accoglie la richiesta presentata dal Pm, il giudice

emette decreto di archiviazione; se non la accoglie, fissa la data di udienza in camera

di consiglio, alla quale possono partecipare il Pm, la persona offesa, l’indagato e il suo

difensore. Udienza in camera di consiglio.

Nell’udienza, il Gip ha ampi poteri di controllo. Oggetto di valutazione è sia la richiesta

di archiviazione, sia l’eventuale opposizione dell’offeso. Il giudice può scegliere fra più

provvedimenti:

- Archiviazione. L’ordinanza di archiviazione è ricorribile per cassazione soltanto

nei casi di nullità previsti dall’art. 127, comma 5, e cioè in caso di omissione

degli avvisi alle parti, oppure di omessa audizione degli interessati. A tali

ipotesi, la corte costituzionale ha aggiunto in via interpretativa il caso in cui la

persona offesa non abbia ricevuto avviso della richiesta di archiviazione;

- Ulteriori indagini. Quando il giudice ritiene necessarie ulteriori indagini, le indica

con ordinanza al Pm fissando il termine indispensabile per il compimento delle

stesse. Il Pm è vincolato al compimento delle indagini (definite “coatte”), ma 104

gode di un potere discrezionale nello stabilire le concrete modalità di

svolgimento delle stesse;

- Iscrizione coatta nel registro degli indagati. All’esito dell’udienza camerale, il

giudice può ordinare che nel registro delle notizie di reato siano iscritti i

nominativi di ulteriori soggetti mai prima indagati e per i quali il Pm non abbia

formulato alcuna richiesta; nei loro confronti il giudice può disporre che la

pubblica accusa compia ulteriori indagini. Entro 2 giorni dalla formulazione

dell’imputazione coatta il giudice deve fissare con decreto la data dell’udienza

preliminare. Si tratta di una forma particolare di udienza, che in questo caso non

è preceduta da una richiesta di rinvio a giudizio. In tale sede, un diverso giudice

controllerà la fondatezza dell’accusa e potrà, se del caso, ordinare ulteriori

indagini.

La riapertura delle indagini a seguito di archiviazione. Quando il procedimento contro

un indagato è stato archiviato, il Pm può compiere nuove indagini soltanto dopo

essere stato autorizzato con decreto motivato del Gip. La richiesta del Pm è basata

sulla esigenza di nuove investigazioni. Ottenuta l’autorizzazione, il Pm procede ad una

nuova iscrizione nel registro delle notizie di reato; da tale momento decorrono

nuovamente i termini ordinari. La riapertura delle indagini è un atto dovuto in favore

del Pm. Per ottenere l’autorizzazione non è necessario che siano presenti nuovi

elementi, bensì è sufficiente che il Pm prospetti al giudice un nuovo piano di indagine

che può scaturire dalla diversa interpretazione degli elementi già acquisiti. La

riapertura è un atto dovuto per il giudice; tuttavia, un eventuale diniego non è

impugnabile. Nell’attesa dell’autorizzazione, il Pm può avere urgenza di compiere

indagini, ma di tale situazione il codice non tiene conto. La giurisprudenza e la dottrina

maggioritaria sono concordi nel ritenere che gli atti di indagine compiuti in mancanza

di autorizzazione sono inutilizzabili. Naturalmente esistono dei limiti soggettivi e

oggettivi: deve trattarsi di atti espletati nei confronti della medesima persona e per il

medesimo fatto oggetto della pronuncia di archiviazione e le indagini devono essere

state compiute dal medesimo ufficio con iscrizione nello stesso registro delle notizie di

reato. CAPITOLO 3: L’UDIENZA PRELIMINARE

L’udienza preliminare ha la funzione di assicurare che un giudice controlli la legittimità

e il merito della richiesta di rinvio a giudizio. Essa può altresì fungere da sede di

definizione anticipata del processo penale, quando il giudice accoglie la richiesta di

patteggiamento o di rito abbreviato. Il magistrato, al quale sono assegnate le funzioni

di Gip, è tratto dall’ufficio dei Gip, ma non può essere quel magistrato che ha svolto le

funzioni di Gip nel medesimo procedimento. Infatti, l’art. 34 comma 2-bis pone, di

regola, una incompatibilità, che può essere superata soltanto quando il Gip si è

limitato a svolgere funzioni di tipo non decisorio. Nel procedimento ordinario, la

richiesta di rinvio a giudizio segna il passaggio dalla fase delle indagini preliminari alla

fase dell’udienza preliminare. Ciò comporta, al tempo stesso, l’inizio del processo, in

quanto la richiesta di rinvio a giudizio è il modo ordinario con il quale è esercitata

l’azione penale. La struttura dell’udienza preliminare è il frutto di un compromesso tra

due esigenze contrastanti: il diritto di difesa e il principio di immediatezza. L’esigenza

di assicurare un effettivo controllo del giudice sulla necessità del rinvio a giudizio 105

richiede che si possano assumere nell’udienza preliminare le prove che permettono

all’imputato di dimostrare che non esistono sufficienti elementi di accusa. Alla

predetta esigenza si contrappone il principio di immediatezza, secondo cui la prova

deve formarsi davanti al giudice in dibattimento.

In seguito alla riforma operata dalla legge Carotti (n. 479 del 1999), l’udienza

preliminare è chiamata a svolgere più funzioni contemporaneamente: da un lato,

consente al giudice di controllare se le indagini preliminari sono complete; a sua volta,

la completezza delle indagini può indurre l’imputato a scegliere uno dei riti alternativi

al dibattimento. Da un altro lato, i più rigorosi strandars decisori permettono un filtro

più incisivo sulla inevitabilità del dibattimento. In questo quadro d’insieme, il giudice è

chiamato a svolgere due importanti funzioni: per un verso, egli è giudice della prova,

nel senso che ha il potere di ordinare al Pm di completare le indagini e può lui stesso

assumere prove che possono portare al non luogo a procedere. Per un altro verso, egli

è il giudice dell’azione, nel senso che verifica la tenuta dell’imputazione rispetto agli

elementi di prova precostituiti o che vengono assunti nell’udienza. Infine, il giudice

controlla se l’imputazione è stata formulata in modo chiaro e preciso, come impone

l’art. 417.

LA FASE INTRODUTTIVA DELL’UDIENZA PRELIMINARE. La richiesta scritta di rinvio

a giudizio è trasmessa al Gip unitamente al fascicolo delle indagini; ad esso spetta di

fissare il giorno, ora e luogo dell’udienza. Da questo momento il giudice ha il compito

di far progredire il processo fino alla conclusione dell’udienza preliminare. Tra la data

in cui la richiesta perviene al giudice e la data fissata per l’udienza non può

intercorrere un termine superiore a 3o giorni. All’imputato e alla persona offesa è

notificato l’avviso della data di udienza unitamente alla richiesta di rinvio a giudizio;

l’imputato è avvertito altresì che, se non compare, sarà giudicato in contumacia.

L’avviso è comunicato al Pm e notificato al difensore dell’imputato. Da tale momento,

ogni ulteriore atto integrativo delle indagini preliminari deve essere immediatamente

reso conoscibile alle altre parti. Infatti, il Pm e i difensori, anche successivamente alla

richiesta di rinvio a giudizio, possono svolgere indagini suppletive: la documentazione

di tali atti è trasmessa al giudice. La costituzione delle parti. L’udienza

preliminare si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del Pm e

del difensore dell’imputato (art. 42o, comma 1). Il giudice deve controllare se vi è

stata regolare costituzione delle parti e deve ordinare la rinnovazione degli avvisi o

delle notificazioni di cui abbia accertato la nullità. Il codice vuole garantire in modo

rigoroso il diritto dell’imputato a partecipare al processo: per tutelare in concreto tale

diritto, ove l’imputato non sia presente, impone al giudice di accertare se ciò sia

dovuto ad una scelta volontaria e non derivi, viceversa, da una mancata conoscenza

incolpevole dell’avviso dell’udienza preliminare. L’art. 42o-bis, comma 1, impone al

giudice di rinnovare l’avviso non soltanto quando esiste la prova che l’imputato non ha

avuto effettiva conoscenza dello stesso senza sua colpa, ma anche quando tale prova

non sussiste e tuttavia appare probabile la mancata conoscenza incolpevole. La

probabilità che l’imputato non abbia avuto conoscenza dell’avviso è liberamente

valutata dal giudice. Esso, dopo aver verificato l’effettiva conoscenza dell’avviso, deve

valutare la causa dell’assenza dell’imputato. Ai sensi dell’art. 42o-ter, comma 1, il

giudice ha il potere di accertare se l’imputato ha un legittimo impedimento e se

questo provoca un’assoluta impossibilità di comparire in udienza: se le due condizioni

106

sono presenti, il giudice deve disporre il rinvio ad una nuova udienza e ordinare la

rinnovazione dell’avviso. Se l’imputato non compare e non vi è la prova del legittimo

impedimento, il giudice ne dichiara la contumacia. Quindi, si ha contumacia allorché

l’imputato non è presente dall’inizio dell’udienza senza aver manifestato una rinuncia

a comparire. Una volta che l’udienza si sia conclusa, al contumace deve essere

notificato il decreto che dispone il giudizio. Al decreto è allegata la dichiarazione di

contumacia. È comunque possibile che l’imputato, dichiarato contumace, compaia

prima della decisione. In tal caso il giudice deve revocare l’ordinanza. Può altresì

accadere che, dopo la pronuncia dell’ordinanza dichiarativa della contumacia, ma

prima della decisione, pervenga la prova che l’imputato non era comparso a causa

della mancata conoscenza incolpevole dell’avviso o per legittimo impedimento. Si

tratta di una prova tardiva, perché sopravviene dopo la dichiarazione di contumacia. Il

giudice deve revocare l’ordinanza contumaciale e, se l’imputato non è comparso, deve

rinviare l’udienza su richiesta di parte o d’ufficio. Quando si procede a carico di più

imputati e solo alcuni di essi sono contumaci, il giudice deve disporre la separazione

dei processi, salvo che la riunione risulti assolutamente necessaria per l’accertamento

dei fatti. La contumacia si distingue concettualmente dall’assenza: infatti, nelle ipotesi

di assenza, l’imputato manifesta la rinuncia a partecipare al processo. In tali casi,

l’imputato è considerato assente, perché ha manifestato espressamente o

implicitamente la sua rinuncia a comparire. Se comunque l’imputato, dopo essere

comparso, si allontana dall’aula di udienza, è considerato presente. Se il difensore

dell’imputato non è presente, il giudice designa un sostituto che sia legittimamente

reperibile. Questi esercita i diritti ed assume i doveri del difensore di fiducia o d’ufficio.

Nel caso in cui risulta che l’assenza del difensore è dovuta ad assoluta impossibilità di

comparire per legittimo impedimento, il giudice fissa con ordinanza la data della

nuova udienza.

LO SVOLGIMENTO ORDINARIO DELL’UDIENZA. L’udienza preliminare si svolge in

camera di consiglio, e cioè senza la presenza del pubblico, in base a norme che

impongono un contraddittorio più complesso rispetto a quello previsto nell’art. 127. Il

verbale d’udienza è redatto di regola in forma riassuntiva. Tuttavia, è possibile che

l’udienza preliminare assuma caratteri di complessità e, in tal caso, può risultare

opportuna la verbalizzazione integrale sia ai fini dell’esercizio del diritto di difesa, sia

al fine di permettere una migliore valutazione dell’attendibilità dell’atto assunto. È

previsto che, ove una parte ne faccia richiesta, il giudice debba disporre la

riproduzione fonografica o audiovisiva ovvero la redazione del verbale con la

stenotipia. Lo svolgimento ordinario dell’udienza vede susseguirsi i seguenti momenti:

a. La costituzione delle parti, è il momento in cui il difensore del danneggiato deve

presentare all’ausiliario del giudice la dichiarazione di costituzione di parte

civile.

b. L’ammissione di atti e documenti.

c. L’esposizione del Pm circa i risultati delle indagini preliminari e gli elementi di

prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio.

d. Le dichiarazioni spontanee e l’eventuale interrogatorio dell’imputato.

e. L’esposizione dei difensori delle parti private 107

f. Le conclusioni: il Pm e i difensori formulano e illustrano le rispettive conclusioni

utilizzando gli atti contenuti nel fascicolo delle indagini preliminari e i documenti

ammessi dal giudice prima dell’inizio della discussione.

g. La decisione interlocutoria o definitiva del giudice. Esso adotta una decisione

definitiva quando pronuncia la sentenza di non luogo a procedere o il decreto

che dispone il giudizio (art. 424). Prende una decisione interlocutoria quando

dichiara di non poter decidere allo stato degli atti; in tal caso indica al Pm le

ulteriori indagini o dispone anche d’ufficio l’assunzione di prove, dando inizio

allo svolgimento eccezionale dell’udienza preliminare.

LE INDAGINI SU INIZIATIVA DEL GIUDICE. Il giudice, quando ritiene di non poter

decidere allo stato degli atti perché le indagini preliminari sono incomplete, pronuncia

ordinanza con la quale indica al Pm le ulteriori indagini fissando il termine per il loro

compimento e la data della nuova udienza preliminare (Art. 421-bis). Del

provvedimento deve essere data comunicazione al procuratore generale presso la

corte d’appello; questi può disporre l’avocazione delle indagini. Poiché la norma non fa

distinzioni, si deve ritenere che l’integrazione delle indagini non sia disposta

esclusivamente nell’interesse dell’accusa. Viene da chiedersi se il giudice debba

limitarsi ad indicare genericamente i temi di prova da approfondire o se possa

specificare i singoli atti di indagine che il Pm deve compiere. La soluzione più

rispettosa, alla luce del principio di separazione delle funzioni, consiste nel ritenere

che il giudice debba indicare al Pm i temi di prova da sondare. Una volta che il Pm

abbia provveduto all’adempimento, si terrà una nuova udienza, che avrà come

oggetto di discussione i risultati delle indagini.

L’ATTIVITA’ DI INTEGRAZIONE PROBATORIA DEL GIUDICE. Consiste nel potere di

assumere prove nel corso dell’udienza preliminare. Il presupposto perché tale potere

sia esercitabile sta nella impossibilità di decidere allo stato degli atti: tale presupposto

è valutato discrezionalmente dal giudice. Le parti non hanno alcun diritto

all’ammissione delle prove: non essendo applicabile in questa sede l’art. 19o, è al

giudice che spetta il potere di decidere se debbano essere assunte prove. Lo

svolgimento dell’udienza, ove il giudice valuti di non poter decidere allo stato degli

atti, vede il susseguirsi dei seguenti momenti:

a- La richiesta di ammissione delle prove o l’indicazione d’ufficio delle medesime.

Il criterio in base al quale il giudice dispone l’ammissione delle prove è quello

della evidente decisività delle stesse ai fini della sentenza di non luogo a

procedere. In altre parole, il supplemento istruttorio è finalizzato all’assunzione

di prove a discarico già individuabili sulla base degli atti o documenti esistenti.

Inoltre, non potrebbero ammettersi prove tendenti a dimostrare la necessitò del

rinvio a giudizio. A ben vedere, tuttavia, è raro che il risultato di una prova

appaia con certezza prima che questa sia stata assunta; pertanto, la limitazione

imposta dal codice rappresenta un vincolo apparente alla discrezionalità del

giudice.

b- L’assunzione delle prove. L’audizione dei testimoni, consulenti tecnici e periti e

l’interrogatorio degli imputati connessi sono condotti dal giudice. Il legislatore

del 1999 non ha previsto alcuna disposizione di raccordo in relazione all’ipotesi

in cui nell’udienza preliminare debba svolgersi un incidente probatorio. La corte

108

costituzionale, con la sentenza n. 77 del 1994, ha infatti dichiarato illegittimo il

divieto di svolgere l’incidente probatorio nella fase dell’udienza preliminare. La

corte ha affermato che quando vi è la necessità di assumere la prova prima del

dibattimento, tale esigenza deve prevalere rispetto al principio teorico

dell’immediatezza. Tuttavia, il legislatore non ha dato alcun seguito alla

sentenza in oggetto, e nella prassi accade di frequente che nel corso

dell’udienza preliminare venga disposto incidente probatorio.

c- L’eventuale interrogatorio dell’imputato. L’imputato può chiedere di essere

sottoposto all’interrogatorio in ogni caso, e cioè senza che il giudice possa

sindacare l’ammissibilità di tale atto.

d- Le conclusioni delle parti e la decisione del giudice. Terminata l’assunzione delle

prove, il Pm e i difensori illustrano le rispettive conclusioni. Quindi il giudice

pronuncia la decisione di rinvio a giudizio o di non luogo a procedere.

LA MODIFICA DELL’IMPUTAZIONE. In base agli elementi emersi nel corso

dell’udienza e della discussione che si svolge in tale sede, può sorgere l’esigenza di

apportare modificazioni alla imputazione originaria. La modifica è possibile in presenza

di due condizioni: l’iniziativa del Pm e il rispetto di determinati limiti di modificabilità.

La necessità di un’iniziativa del Pm deriva dal principio della separazione delle

funzioni. Il fatto diverso. Finché si tratta di variare la descrizione del fatto

storico, il Pm è legittimato a contestare all’imputato un fatto diverso da quello

descritto nella richiesta di rinvio a giudizio; lo stesso vale se si tratta di aggiungere

una circostanza aggravante, un fatto commesso in esecuzione del medesimo disegno

criminoso (reato continuato) o un altro reato commesso con la medesima condotta

(concorso formale). Nelle predette ipotesi, il Pm modifica l’imputazione e la contesta

all’imputato presente. Il fatto nuovo. Se nel corso

dell’udienza risulta a carico dell’imputato un fatto nuovo non enunciato nella richiesta

di rinvio a giudizio, il Pm può chiedere che sia contestato all’imputato, purché si tratti

di un reato procedibile d’ufficio. In tal caso, l’imputato può consentire o meno alla

modifica dell’imputazione; ove l’imputato consenta, il giudice autorizza la

contestazione.

LA SENTENZA DI NON LUOGO A PROCEDERE. La sentenza è pronunciata in base a

motivi di diritti o di fatto (art. 425), ossia quando:

- Sussiste una causa che estingue il reato;

- Sussiste una cause per la quale l’azione penale non doveva essere iniziata o

perseguita;

- Il fatto non è previsto dalla legge come reato;

- Esiste la prova che l’imputato è innocente;

- È accertato che la persona non è punibile per qualsiasi causa, ivi compreso il

difetto di imputabilità.

Il giudice deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere anche quando gli

elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a

sostenere l’accusa in giudizio. La legge n. 479 del 1999 ha introdotto la precisazione

che, ai fini della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere, il giudice deve

tener conto delle circostanze, se del caso effettuando il bilanciamento tra le

aggravanti e le attenuanti. 109

La pronuncia ai sensi dell’art. 129.Nel corso o all’esito dell’udienza

preliminare può essere pronunciata sentenza di non luogo a procedere anche ai sensi

dell’art. 129, che prevede la declaratoria immediata di determinate cause di non

punibilità. Poiché la sentenza di cui all’art. 129 può essere pronunciata d’ufficio in ogni

stato e grado del processo, si è posto il problema se il giudice investito di una richiesta

di rinvio a giudizio possa pronunciarla senza fissare l’udienza preliminare. A parere

delle sezioni unite della corte di cassazione, nella fase che va dalla ricezione della

richiesta di rinvio a giudizio allo svolgimento dell’udienza preliminare, il giudice non

può pronunciare de plano l’immediata declaratoria di determinate cause di non

punibilità ex art. 129; viceversa, deve dare impulso al rito tipico della fase in corso.

L’accertamento della genericità o dell’indeterminatezza dell’imputazione. Le sezioni

unite della cassazione hanno riconosciuto al Gip il potere di ritenere generica o

indeterminata quell’imputazione che, viceversa, il Pm avrebbe dovuto formulare in

forma chiara a precisa nella richiesta di rinvio a giudizio. Ove accerti che il fatto

addebitato non risulti enunciato in modo chiaro, il giudice ha il dovere di sollecitare il

Pm a precisare l’imputazione con il meccanismo di adeguamento previsto dall’art. 423,

da applicarsi in via estensiva. In ogni caso, se il Pm non provvede a rendere chiara e

precisa la descrizione del fatto addebitato all’imputato, il giudice al momento della

conclusione dell’udienza preliminare ha il potere di attestare il vizio dell’imputazione e

di restituire con ordinanza gli atti al Pm invitandolo a riformulare l’imputazione

medesima. L’ordinanza di restituzione degli atti chiude l’udienza preliminare e

comporta la regressione del procedimento alla fase delle indagini preliminari. Ad

avviso delle sezioni unite, si tratta di un provvedimento eccezionale che costituisce

una extrema ratio e deve essere adottato soltanto qualora il Pm non ottemperi

all’ordine del giudice ed ometta di modificare l’imputazione nel corso dell’udienza

preliminare.

L’impugnazione contro la sentenza di non luogo a procedere. La legge 2o febbraio

2oo6, n. 46, ha eliminato la possibilità di proporre appello contro la sentenza di non

luogo a procedere. L’unico rimedio è il ricorso per cassazione che, in quanto

impugnazione, è sottoposto al principio di tassatività. Il rimedio è consentito solo nei

casi previsti dal nuovo art. 428. Possono proporre ricorso per cassazione i seguenti

soggetti: il procuratore della repubblica e il procuratore generale presso la corte di

appello; l’imputato, ma non quando con sentenza sia stato dichiarato che il fatto non

sussiste o che l’imputato non lo ha commesso, poiché in tale caso non avrebbe

l’interesse ad impugnare; la persona offesa non costituita parte civile, nei soli casi di

nullità previsti dall’art. 419, comma 7; la persona offesa costituita parte civile. Sul

ricorso decide la corte di cassazione in camera di consiglio: il Pm e i difensori delle

parti possono essere presenti e concludere oralmente. La corte di cassazione, se

accoglie il ricorso, pronuncia sentenza di annullamento con rinvio al medesimo

tribunale: l’udienza preliminare sarà svolta da un giudice differente da quella che ha

emanato la sentenza impugnata. In alternativa, la corte di cassazione può pronunciare

sentenza di inammissibilità o rigetto del ricorso: in tal modo, è confermata la sentenza

di non luogo. Se la corte rigetta il ricorso, se lo dichiara inammissibile o se le parti non

hanno presentato ricorso, la sentenza di non luogo a procedere non diventa

irrevocabile né passa il giudicato. Si tratta di una sentenza emessa allo stato degli atti,

e il Pm può in qualsiasi momento chiedere al Gip la revoca della sentenza.

La revoca della sentenza di non luogo a procedere. Legittimato a

110

chiedere la revoca della sentenza di non luogo a procedere è soltanto il Pm. La revoca

è chiesta all’ufficio del Gip quando siano presenti nuove fonti di prova che, da sole o

unitamente a quelle già acquisite, possano determinare il rinvio a giudizio (art. 434).

La richiesta di revoca è sottoposta ad un controllo più rigido rispetto alla richiesta di

riapertura delle indagini successiva all’archiviazione : infatti, a seguito

dell’archiviazione, è sufficiente che il Pm adduca l’esigenza di nuove investigazioni.

Viceversa, dopo la sentenza di non luogo a procedere la richiesta di revoca della

stessa e di riapertura delle indagini è subordinata alla presenza di nuove prove di

reità. La novità richiesta dall’art. 434 può consistere sia nel fatto che la fonte di prova

è stata individuata dopo la sentenza, sia nel fatto che l’elemento non era stato

acquisito in precedenza. Il Gip, se non dichiara inammissibile la richiesta, fissa la data

dell’udienza in camera di consiglio. Al termine dell’udienza, il giudice prende una delle

seguenti decisioni:

- Dichiara inammissibile o rigetta la richiesta del Pm;

- Revoca la sentenza di non luogo a procedere e fissa l’udienza preliminare, ma

soltanto quando il Pm ha chiesto il rinvio a giudizio;

- Revoca la sentenza di non luogo a procedere e dispone la riapertura delle

indagini, stabilendo un termine improrogabile non superiore a 6 mesi. Entro tale

termine, il Pm deve concludere le indagini; quindi potrà formulare la richiesta di

rinvio a giudizio, ma potrà anche chiedere l’archiviazione.

IL DECRETO CHE DISPONE IL GIUDIZIO. Il decreto che dispone il giudizio è emesso

nei casi nei quali il Gip non pronuncia la sentenza di non luogo a procedere. L’art. 429

non indica il quantum di prova necessario per il decreto che dispone il giudizio, che

però si può ricavare a contrario dai criteri previsti per la sentenza di non luogo a

procedere. Pertanto, il giudice emette il decreto che dispone il giudizio quando gli

elementi forniti dal Pm a fondamento della richiesta e le prove eventualmente raccolte

nell’udienza preliminare appaiono idonee a sostenere l’accusa in giudizio. Il decreto

esprime una decisione, ma non è motivato in quanto il legislatore vuole evitare il

pregiudizio che deriverebbe all’imputato ove un giudice prima del dibattimento

affermasse l’attendibilità degli elementi di prova a carico. Il decreto contiene

l’enunciazione in forma chiara e precisa del fatto e delle circostanze, con l’indicazione

del relativi articoli di legge. Esso svolge la funzione di citazione a giudizio, in quanto

convoca le parti per il dibattimento.

IL FASCICOLO PER IL DIBATTIMENTO E IL FASCICOLO DEL PM. Subito dopo aver

emesso il decreto che dispone il giudizio, il Gip provvede a formare il fascicolo per il

dibattimento e il fascicolo del Pm nel contraddittorio delle parti. Ove una di esse ne

faccia richiesta, il giudice deve fissare una apposita udienza per la formazione del

fascicolo.

Il fascicolo per il dibattimento. Il codice detta un elenco tassativo degli atti che devono

essere inseriti nel fascicolo per il dibattimento. In sintesi, in tale fascicolo sono raccolti

quegli atti, compiuti prima del dibattimento, che si sono formati nel contraddittorio

delle parti o che sono nati fin dall’origine come non ripetibili. Il fascicolo per il

dibattimento è conosciuto dal giudice e, ovviamente, dalle parti. In

base all’art. 431, il fascicolo per il dibattimento contiene: 111

- Gli atti relativi alla procedibilità dell’azione penale ed all’esercizio dell’azione

civile;

- I verbali degli atti non ripetibili compiuti dalla polizia giudiziaria;

- I verbali degli atti non ripetibili compiuti dal Pm;

- I documenti acquisiti all’estero mediante rogatoria internazionale ed i verbali

degli atti non ripetibili assunti con le stesse modalità;

- I verbali degli atti assunti nell’incidente probatorio;

- I verbali degli atti assunti all’estero a seguito di rogatoria internazionale ai quali

i difensori sono stati posti in grado di assistere e di esercitare le facoltà loro

consentite dalla legge italiana;

- Il certificato generale del casellario giudiziale e gli altri documenti relativi al

giudizio sulla personalità dell’imputato, dell’offeso e dei testimoni;

- Il corpo di reato e le cose pertinenti al reato, qualora non debbano essere

custodite altrove.

Il fascicolo del Pm. Il fascicolo del Pm ha un contenuto residuale, ai sensi dell’art. 433

vi sono raccolti gli atti diversi da quelli inseriti nel fascicolo per il dibattimento.

pertanto, nel fascicolo entra la documentazione di quegli atti compiuti dal Pm e dalla

polizia giudiziaria che siano ripetibili in dibattimento. Nel fascicolo in oggetto sono

inseriti anche gli atti acquisiti all’udienza preliminare, unitamente al verbale

dell’udienza. Infine, nel fascicolo del Pm confluisce anche il fascicolo del difensore. Il

fascicolo del Pm è conosciuto dalle parti e non dal giudice del dibattimento. di regola,

gli atti contenuti in questo fascicolo non possono essere letti e, quindi, non possono

essere utilizzati per la decisione. L’acquisizione

concordata di atti di indagine. In base al nuovo comma 2 dell’art.431, le parti possono

concordare l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento di atti contenuti nel fascicolo

del Pm nonché della documentazione relativa all’attività di investigazione difensiva.

Una volta inserito nel fascicolo per il dibattimento, il singolo atto può essere letto, e in

tal caso diventa utilizzabile per la decisione. L’accordo è una forma di dialettica: le

parti ritengono che l’elemento di prova, assunto nelle indagini pubbliche o private,

possa essere utilizzato dal giudice. Accanto alla acquisizione concordata sostitutiva (le

parti, col loro accordo, permettono al giudice di utilizzare l’atto di indagine e, al tempo

stesso, non chiedono l’esame orale del dichiarante), ce ne può essere un’altra di tipo

aggiuntivo (almeno una delle parti, che hanno prestato il consenso all’utilizzabilità

dell’atto di indagine, si riserva il diritto di sentire oralmente il dichiarante nell’esame

incrociato). CAPITOLO 4: L’INVESTIGAZIONE DIFENSIVA

SEZ. I – SISTEMA PROCESSUALE E INVESTIGAZIONE DIFENSIVA

La scelta del sistema accusatorio, effettuata dall’ordinamento italiano, ha comportato

conseguenze rilevanti in ordine al potere di ricercare le fonti di prova. E’ noto infatti

che in detto sistema il giudice non ha il potere di ricercare le prove: questo spetta

unicamente alle parti. Parimenti, il giudice non può, di regola, ammettere i mezzi di

prova d’ufficio; al contrario, può farlo soltanto su iniziativa delle parti. Nel sistema

accusatorio, in definitiva, la prova non è del giudice; le prove sono di parte, nel senso

che in relazione ad esse le parti esercitano il potere di ricerca, di richiesta, di

ammissione, di assunzione. Da ciò deriva che le parti hanno quello che è stato 112

incisivamente definito come “diritto alla prova”. Questo diritto spetta sia al Pm, sia alle

parti private. Il fondamento dell’investigazione difensiva penale è stato individuato da

tempo nel diritto di difesa, che è riconosciuto dalla costituzione come inviolabile in

ogni stato e grado del procedimento (Art. 24, comma 2). Tra l’altro, occorre notare che

mentre il diritto alla libertà personale, esso pure inviolabile, può essere limitato nel

corso del procedimento penale, per contro, il diritto di difesa dell’imputato non viene

meno neppure quando egli è sottoposto a custodia cautelare. Le investigazioni

difensive soltanto recentemente sono state disciplinate nel testo del codice. La legge

n. 397 del 2ooo ha introdotto nel libro quinto un titolo VI-bis dedicato alla materia in

esame. La regolamentazione, comunque, non è del tutto esaustiva: deve essere

completata sulla base delle regole di comportamento approvate dalle camere penali il

14 luglio 2oo1. La finalità

delle investigazioni difensive. La finalità delle investigazioni difensive è descritta

dall’art. 327-bis. La norma appare collocata in una posizione strategica: subito dopo la

disposizione relativa alla direzione delle indagini preliminari da parte del Pm e

immediatamente prima dell’art. 328, che concerne il ruolo del Gip. Il difensore ha

facoltà di svolgere investigazioni per ricercare ed individuare elementi di prova a

favore del proprio assistito: pertanto, si tratta di attività compiute per un interesse di

tipo privato da un libero professionista. L’investigazione costituisce al tempo stesso un

diritto e un dovere dell’avvocato: è un diritto nei rapporti con l’autorità giudiziaria, che

deve permetterne la libera esplicazione; è un dovere nei rapporti col cliente, in quanto

l’attività difensiva può richiedere, per essere efficace, che vengano svolte indagini.

La differente regolamentazione delle investigazioni pubbliche e private. Il Pm si

configura durante le indagini come una parte potenziale, che nella sua

caratterizzazione “pubblica” ha un obbligo di lealtà processuale. Ai sensi dell’art. 358

egli deve svolgere altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona

sottoposta alle indagini; e ciò è tenuto a fare sia nell’interesse della giustizia, sia nel

suo interesse di parte che potrebbe vedere respinta la propria domanda, ove tali fatti

fossero successivamente accertati di fronte al giudice. Diversa da quella del Pm, è la

posizione del difensore delle parti private. Tale soggetto ha un dovere di correttezza,

ma non ha l’obbligo di ricercare e di presentare al giudice gli elementi sfavorevoli alla

parte assistita. Egli persegue un interesse privato e non pubblico; pertanto resta libero

di valutare se un elemento di prova è favorevole rispetto alla richiesta che intende

rivolgere al giudice.

SEZ. II – CASI E MODI DELL’INVESTIGAZIONE DIFENSIVA

Soggetti dell’investigazione difensiva:

- Difensore. Ai sensi dell’art. 327-bis il titolare del potere di svolgere

investigazioni difensive è il difensore. La titolarità deriva dal conferimento

stesso dell’incarico professionale, purché questo risulti da un atto scritto. Il

potere di investigazione è riconosciuto dalla legge in ogni stato e grado del

procedimento. Una rilevante novità, dovuta alla legge n. 397 del 2ooo, è

costituita dall’espresso riconoscimento della legittimità dell’attività investigativa

preventiva, e cioè svolta per l’eventualità che si instauri un procedimento

penale. In tal caso, la nomina deve essere effettuata mediante un mandato con

sottoscrizione autentica, recante l’indicazione dei fatti ai quali si riferisce. 113


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deangmiche di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Coppetta Maria Grazia.

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