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chiede il rinvio a giudizio o si limita a formulare l'imputazione. Gli elementi

acquisiti in questa fase non hanno, di regola, valore di prova, in quanto acquisiti

senza il contraddittorio delle parti. Può tuttavia accadere che, anche in questa

fase preliminare, si debbano acquisire delle prove senza attendere il

dibattimento, perché la prova potrebbe, nel frattempo, disperdersi o deteriorarsi.

In tali casi, e più in generale quando si tratti di prova «non rinviabile al

dibattimento», il nuovo codice prevede un meccanismo particolare di

acquisizione della prova chiamato «incidente probatorio». Su richiesta delle parti

interessate (P.M. o difensore dell'imputato), infatti, il Giudice può acquisire una

prova testimoniale o svolgere una perizia, con la garanzia del contraddittorio. Si

tratta, in sostanza, di una anticipazione del dibattimento, resa necessaria dalla

esigenza di non fare disperdere una prova che potrebbe venire a mancare. Con

questo sistema si è inteso sopperire ad una situazione determinata dalla

abolizione della istruzione, segreta e scritta, tipica dei sistemi indagatori, ed alla

conseguente soppressione della figura del Giudice istruttore.

Altro istituto, che caratterizza tipicamente il nuovo processo, è la «udienza

preliminare», che fa da spartiacque tra la fase delle indagini preliminari e quella

del giudizio o, sotto altro profilo, tra la fase preprocessuale e quella processuale

vera e propria. Mentre nel Progetto preliminare del 1978 l'udienza preliminare

aveva funzione di mero smistamento, nella formulazione della Legge-delega del

1987 e nel codice dell'88 tale udienza ha acquistato un ruolo diverso ed una

dimensione più ampia. Il P.M. vi espone sinteticamente i risultati delle indagini

preliminari e gli elementi di prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio.

L'imputato può chiedere di essere sottoposto all'interrogatorio e si svolge una

discussione, alla quale partecipano i difensori di tutte le parti, con diritto di

replica. Tale discussione si svolge, di regola, sulla base degli atti contenuti nel

fascicolo del P.M. (la discovery del processo anglosassone), nonché degli atti e

documenti ammessi dal Giudice prima dell'inizio della discussione. Ma se il

Giudice non ritiene di poter decidere allo stato degli atti, dopo la discussione,

può indicare alle parti temi nuovi o incompleti sui quali si rende necessario

acquisire ulteriori informazioni ai fini della decisione. In tal caso il P.M. e i

difensori possono produrre nuovi documenti e chiedere l'audizione di testimoni e

di consulenti tecnici e perfino l'interrogatorio di imputati dello stesso reato o di

reati connessi per i quali si procede separatamente. Chiusa la discussione il

Giudice pronuncia la sentenza di non luogo a procedere o decreto di rinvio a

giudizio, dando immediata lettura dei provvedimento.

Dalla «udienza preliminare» possono dipartirsi, sull'accordo delle parti, dei

«procedimenti alternativi» o «speciali» (giudizio abbreviato, patteggiamento,

ecc.) che costituiscono forse la novità più interessante del nuovo processo. Sul

funzionamento pratico di tali nuovi riti si fondano, infatti, le maggiori speranze di

accelerare i tempi del processo penale. In particolare, col «giudizio abbreviato»

si conferisce al Giudice dell'udienza preliminare il potere di pronunciare anche

sentenza di merito, allo stato degli atti, se vi è richiesta dell'imputato e consenso

dei P.M, Per incentivare il ricorso a tale speciale procedimento è stato previsto,

in conformità alla direttiva 53 della Legge-delega, che, in caso di condanna, le

pene da irrogare per il reato ritenuto in sentenza siano diminuite di un terzo. Si

tratta, in sostanza, di un «patteggiamento sul rito», distinto dal «patteggiamento

sulla pena», che rappresenta un'altra alternativa offerta alle parti per evitare il

dibattimento. Nel patteggiamento sulla pena, denominato dal codice

«applicazione della pena su richiesta delle parti», il Giudice, su concorde

richiesta delle. parti, può infliggere una sanzione sostitutiva o una pena

pecuniaria diminuita fino a un terzo ovvero anche una, pena detentiva, quando

questa, tenuto conto delle circostanze e diminuita fino a un terzo, non superi i

due anni di reclusione o di arresto, soli o congiunti a pena pecuniaria. In tal caso

il Giudice applica la pena concordata tra P.M. e imputato. Alla condanna non

segue l'onere del pagamento delle spese, così come non sono applicabili pene

accessorie o misure di sicurezza, fatta eccezione per la confisca, nei casi in cui

sia obbligatoria. Può essere, invece, richiesta ed applicata la sospensione

condizionale della pena. Così disciplinato, il «patteggiamento» del nuovo codice

allarga notevolmente la sua sfera di applicabilità rispetto all'istituto che - sul

modello del plea bargaining anglosassone - era stato già introdotto nella

legislazione italiana. Questi istituti, assieme al giudizio direttissimo, al giudizio

immediato ed al giudizio per decreto, hanno soprattutto lo scopo di evitare un

appesantimento del giudizio ordinario nei casi in cui il processo possa chiudersi

anticipatamente. Questo spiega le notevoli riduzioni di pena e gli altri vantaggi

previsti, onde incoraggiare le parti a ricorrervi ed evitare così il rischio di

moltiplicare i dibattimenti, frustrando l'aspettativa di rendere più celere il corso

della giustizia.

Altro argomento sul quale il nuovo codice si differenzia notevolmente dal codice

dei 1930 è quello della prova. E’ intanto, significativo che all'argomento si sia

dedicato un Libro a sé, considerandolo giustamente un tema centrale del

processo. Viene, poi, riconosciuto espressamente il diritto alla prova (art. 190),

in attuazione della direttiva n. 69 della Legge-delega e in conformità dell'art. 6 n.

3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Si stabilisce che «non

possono essere utilizzate le prove illegittimamente acquisite» (art. 191) e si

indicano dei criteri da seguire nella valutazione della prova (art. 192), onde

evitare gli eccessi interpretativi nei quali è spesso incorsa la giurisprudenza

nell'applicazione del principio del «libero convincimento del giudice». Il nuovo

codice ha abolito la formula assolutoria «per insufficienza di prove», prevista nel

codice Rocco (tema che è stato oggetto di ampie discussioni anche in sede

parlamentare), ma ha precisato all'art. 530, che «il giudice pronuncia sentenza

di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova

che il fatto sussiste, che l'imputato lo ha commesso o che il fatto costituisce

reato».

Per quanto riguarda le misure restrittive della libertà personale, il nuovo codice

si è ispirato ai principi della proporzionalità e della adeguatezza. In base a tali

criteri si sono previste misure alternative alla carcerazione preventiva; si è

stabilito che alla limitazione della libertà personale si debba ricorrere solo in

presenza di «gravi indizi di colpevolezza» (art. 273) e qualora esistano

«inderogabili esigenze attinenti alle indagini, in relazione a specifiche situazioni

di concreto pericolo per l'acquisizione o la genuinità della prova» ovvero

«quando l'imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si dia

alla fuga». Il ricorso all'applicazione di misure coercitive personali è, inoltre,

consentito anche «quando, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per

la personalità dell'imputato», sussiste un concreto pericolo che questi commetta

gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale oppure della

stessa specie di quelli per cui si procede o diretti contro la sicurezza collettiva o

l'ordine costituzionale ovvero gravi delitti di criminalità organizzata (art. 274). A

disporre le misure coercitive - a differenza del codice Rocco, che riconosceva

anche al P.M. il potere di emettere «ordini di cattura» - è competente

esclusivamente il Giudice, il quale deve tener conto, nel disporre la misura, della

sua specifica idoneità a soddisfare le esigenze cautelari del caso concreto,

nonché della sua proporzionalità (o adeguatezza) all'entità del fatto ed alla

sanzione che presumibilmente sarà irrogata. In ogni caso la carcerazione

preventiva (o «custodia in carcere», secondo la più moderna espressione

adottata dal nuovo codice) potrà essere disposta soltanto quando ogni altra

misura risulti inadeguata: vale a dire che essa deve essere considerata dal

giudice la extrema ratio alla quale ricorrere solo in casi di assoluta necessità e

sulla base dei presupposti sopra reciti. Questi criteri restrittivi (ma non troppo),

presuppongono - come si è già avvertito - che accanto alla detenzione

preventiva siano previste altre misure cautelari dirette ad assicurare la presenza

dell'imputato al processo o, comunque, a tutelare le esigenze di difesa sociale.

Oltre agli «arresti domiciliari», consistenti nell'obbligo dell'imputato di non

allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora o di cura

(art. 284), sono, a tal fine, previsti il «divieto di espatrio» (art. 281); il «divieto o

l'obbligo di dimora» (art. 283) e «l'obbligo di presentazione alla polizia

giudiziaria» (art. 282). Accanto a queste «misure coercitive» sono, poi, previste

delle «misure interdittive», consistenti nella «sospensione dall'esercizio di un

pubblico ufficio o servizio», nella «sospensione dall'esercizio della potestà dei

genitori» o nel «divieto temporaneo di esercitare determinate attività

professionali o imprenditoriali».

L’originalità del nuovo modello processuale

Come si è già rilevato è soprattutto la struttura dei processo che è mutata,

ispirandosi al modello accusatorio, anziché a quello indagatorio. A questo

riguardo, però, non possiamo sottrarci ad una osservazione. Da più parti si

sente ripetere, con insistenza degna di miglior causa, che il nuovo codice di

procedura penale sarebbe una riproduzione del processo anglo-americano.

Orbene, se si vuole soltanto significare che il nuovo processo penale italiano è

ispirato al modello accusatorio, al quale si richiamano i processi di tipo

anglosassone (pur con le differenze che esistono tra il processo inglese ed i

processi nordamericani) si dice cosa esatta. Non v'è dubbio, infatti, che il nuovo

processo italiano si allontana decisamente dal modello indagatorio, al quale si

ispirava il codice del 1930, e si presenta come un «processo di parti».

Sennonché, a prescindere dall'ovvio rilievo che ogni processo, anche a

prescindere dalla sua struttura, è modellato dagli usi e costumi, oltre che

dall'ordinamento politico, giuridico e costituzionale del Paese in cui opera - per

cui è assurdo pensare a trapianti che sarebbero ineluttabilmente destinati ad

una reazione di rigetto - non possiamo non sottolineare che la scelta del

modello accusatorio si riallaccia alla migliore dottrina italiana e, storicamente,

alla genuina tradizione romanistica. Basta rileggere quanto scriveva Cesare

Beccaria, nella sua immortale opera «Dei delitti e delle pene», nella quale si

scagliava contro le accuse segrete e contro la tortura, strumento tipico dei

sistema indagatorio, da lui considerato «mezzo sicuro per assolvere i robusti

scellerati e per condannare i deboli innocenti». Ma, più ancora, vale la pena di

ricordare quanto scriveva Francesco Carrara allorché si batteva, con parole

roventi, contro l'istituto dei giudice istruttore e, più in generale, contro il sistema

indagatorio. «Sia abolito ogni segreto - Egli ammoniva - anche nel primo periodo

dei processo criminale che dicesi indagatorio. Tutto, anche qui, si faccia col

metodo accusatorio puro, cioè in pubblico e nel costante contraddittorio

dell'imputato e del suo difensore». Ecco perché la scelta di fondo del rito

accusatorio, operata fin dalla prima Legge-delega dei 1974 e poi ribadita nella

Legge-delega dei 1987, si ricollega alla migliore tradizione italiana. Certo, né la

Legge-delega del 3 aprile 1974 n. 108 e neppure la nuova Legge-delega 16

febbraio 1987 n. 81, in attuazione della quale è stato redatto il nuovo codice di

procedura penale, realizza un puro modello accusatorio: e neppure sarebbe

stato possibile, non foss'altro perché questo avrebbe comportato anche il

ripristino della «giuria», storicamente legata al processo di tipo accusatorio,

mentre - come è noto - tale istituto è stato abolito in Italia e non si è inteso

ripristinarlo. Del resto l'art. 2 della legge-delega 16 febbraio 1987 n. 81 precisa -

come già faceva quella del '74 - che il nuovo codice doveva attuare «i caratteri

del sistema accusatorio secondo i principi e i criteri che seguono». E tra essi,

mentre vengono indicati «l'adozione del metodo orale» e «la partecipazione

dell'accusa e della difesa su basi di parità» (caratteri tipici, appunto, del sistema

accusatorio), si elencano anche direttive che certamente non sono tipiche del

sistema accusatorio (come, ad esempio, la presenza della parte civile, del

responsabile civile e di altri soggetti sicuramente estranei alla pretesa punitiva

dello Stato). Questo significa che il nuovo processo, anche se tendenzialmente

ispirato al modello accusatorio, ha, nella stessa intenzione del legislatore

delegante, una struttura propria originale, caratterizzata anche dalla esigenza,

posta giustamente in primo piano dalla legge-delega, di attuare i principi della

Costituzione e di adeguarsi alle norme delle Convenzioni internazionali ratificate

dall'Italia e relative ai diritti della persona.

I SOGGETTI

I L GIUDICE

Il codice di rito si apre con la normativa relativa al giudice come a sottolineare –

coerentemente con il sistema accusatorio adottato - il ruolo centrale che tale

soggetto processuale, titolare del potere decisionale, riveste nell’attuale

ordinamento. La disciplina del codice in questo ambito attiene a profili

organizzativi, strutturali e funzionali quali giurisdizione e competenza (con le

relative problematiche sui conflitti), capacità, incompatibilità, astensione e

ricusazione del giudice nonché la rimessione del processo.

Recita l’art. 1: “la giurisdizione penale è esercitata dai giudici previsti dalle leggi

di ordinamento giudiziario secondo le norme di questo codice”. La giurisdizione

qui richiamata è, nel senso più lato dell’espressione, la funzione dello Stato,

esercitata dalla magistratura ordinaria a norma dell’art. 102 Cost. e rivolta

all’imparziale attuazione della legge, tramite l’applicazione di sanzioni qualora

venga trasgredito il precetto della norma giuridica.

L’art. 101 della Costituzione, dopo aver premesso che la giustizia è

amministrata in nome del popolo, sancisce uno dei principi fondamentali di tutto

il nostro ordinamento: “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. E’ questo il

principio di indipendenza che attiene al profilo esterno della giurisdizione

riguardando la posizione istituzionale del potere giudiziario rispetto agli altri

poteri dello Stato (potere esecutivo e potere legislativo). Tale indipendenza è

rafforzata dalla previsione del successivo art. 107 secondo il quale “i magistrati

sono inamovibili” se non in seguito ad una decisione del CSM.

imparzialità

L’indipendenza del giudice è cosa diversa dalla poiché quest’ultima

attiene al profilo interno della giurisdizione conferendo al giudice quella

posizione super partes a lui connaturale in un sistema accusatorio.

L’imparzialità è garantita costituzionalmente con il principio di difesa (art. 24) e

la precostituzione del giudice (art. 25); il codice di rito prevede allo stesso fine gli

istituti della rimessione, dell’incompatibilità, dell’astensione e della ricusazione.

La rimessione

L’art. 45 delinea i casi per i quali è prevista la rimessione del processo. Questa

consiste nell’attribuzione della competenza ad un giudice diverso da quello

territorialmente competente, e più precisamente al giudice egualmente

competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto o Corte

d’appello più vicino. Ai sensi del suddetto articolo si procede alla rimessione del

processo “(…) quando la sicurezza o l’incolumità pubblica ovvero la libertà di

determinazione delle persone che partecipano al processo sono pregiudicate da

gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti

eliminabili (…)”. Alla rimessione provvede “la Corte di Cassazione, su richiesta

motivata del Procuratore Generale presso la Corte di Appello o del Pubblico

Ministero presso il giudice che procede o dell’imputato (…)”.

I presupposti per la rimessione sono in sintesi:

a) la gravità di un pregiudizio localmente radicato;

b) l’ineliminabilità altrimenti di quest’ultimo;

c) la richiesta motivata da parte del P.M. o dell’imputato;

d) la rimessione è configurabile solo durante la fase processuale (e non quindi

nella fase delle indagini preliminari). Un’eccezione a tale regola si ha

nell’ipotesi di “procedimenti” riguardanti magistrati (art. 11): in tal caso la

rimessione può essere chiesta anche in fase di indagini preliminari.

La rimessione non ha effetto sospensivo del processo, né efficacia invalidante

sugli atti già compiuti. Il giudice può altresì pronunciare sentenza nonostante sia

pendente l’istanza di rimessione: quella sarà nulla solo nel caso che la Corte di

Cassazione accolga la richiesta di rimessione. L’originale formulazione dell’art.

47 non prevedeva tale possibilità. La Corte Costituzionale, con sentenza n.

353/96 ha dichiarato illegittimo il divieto di pronunciare sentenza in pendenza di

un’istanza di rimessione al fine di armonizzare l’esigenza di imparzialità del

giudice con quella dell’efficienza del processo.

L’incompatibilità

Al fine di garantire la completa imparzialità dell’organo giudicante, il codice di

rito prevede alcune ipotesi di incompatibilità designando con tale termine la

condizione in cui viene a trovarsi il giudice (non anche il P.M.) quando particolari

condizioni processuali o personali fanno presupporre lesa la sua necessaria

posizione super partes.

La incompatibilità determina la sostituzione della persona fisica del giudice con

altro, appartenente allo stesso ufficio. L’eventuale provvedimento giurisdizionale

adottato da un giudice “incompatibile” non è però affetto da nullità legittimando,

la sua condizione, soltanto alla richiesta di ricusazione ai sensi dell’art. 37.

L’astensione

L’astensione è uno strumento preventivo, in capo al giudice, finalizzato ad

eliminare qualsiasi sospetto sulla sua imparzialità. A costui è fatto obbligo di

astenersi (art. 36) sia quando ricorrano motivi per i quali possa essere ricusato

(comprese le ragioni di incompatibilità già viste), sia quando ricorra l’ipotesi

generica delle altre “gravi ragioni di convenienza”.

Chiamato a accogliere o rigettare l’istanza di astensione è il presidente dello

stesso ufficio giudiziario, ovvero il presidente dell’ufficio sovraordinato.

La ricusazione

Anche la ricusazione è un istituto finalizzato a garantire la terzietà del giudice

grazie alla sostituzione del giudice ricusato e alla possibile invalidazione degli

atti da lui compiuti. Così come sancito dal primo comma dell’art. 37, la

ricusazione ricorre qualora il giudice abbia indebitamente manifestato il proprio

convincimento riguardo ai fatti oggetto dell’imputazione oppure ricorra una delle

prime sette ipotesi previste dal primo comma dell’art. 36 (v. nota n. 2).

L’istanza di ricusazione si propone con dichiarazione della relativa causa

giustificatrice, resa dal P.M. o dalle altre parti private ed è presentata, assieme

ai documenti, nella cancelleria del giudice competente a decidere. Copia della

dichiarazione è depositata nella cancelleria dell'ufficio cui è addetto il giudice

ricusato. La dichiarazione, quando non è fatta personalmente dall'interessato,

può essere proposta a mezzo del difensore o di un procuratore speciale.

Nell'atto di procura, devono essere indicati, a pena di inammissibilità, i motivi

della ricusazione.

La dichiarazione di ricusazione può essere proposta:

a) nell'udienza preliminare, fino a che non siano conclusi gli accertamenti relativi

alla costituzione delle parti;

b) nel giudizio, fino a che non sia scaduto il termine previsto dall'articolo 491

comma 1;

c) in ogni altro caso, prima del compimento dell'atto da parte del giudice.

Qualora la causa di ricusazione sia sorta o sia divenuta nota dopo la scadenza

dei termini appena visti, la dichiarazione può essere proposta entro tre giorni.

Se la causa è sorta o è divenuta nota durante l'udienza, la dichiarazione di

ricusazione deve essere in ogni caso proposta prima del termine dell'udienza.

Il giudice ricusato non può pronunciare sentenza fino ad un eventuale rigetto

della richiesta stessa di ricusazione. Questo limite, previsto dal secondo comma

dell’art. 37, non trova però applicazione qualora l’istanza di ricusazione sia

fondata sugli stessi motivi di istanza già respinta (C. Cost. n. 10/’97).

La competenza

Le norme che disciplinano la competenza penale provvedono a quella divisione

del lavoro che è essenziale per l’efficienza di ogni organizzazione. L’esigenza

della determinazione di criteri di competenza nasce dalla ripartizione del

territorio nazionale in una serie di ambiti territoriali e dalla coesistenza in uno

stesso ambito di una pluralità di giudici. Ne deriva la necessità di individuare per

ogni procedimento il suo giudice secondo un duplice criterio di collegamento

dello stesso ad una delle circoscrizioni territoriali (competenza

per territorio) e, in relazione a queste ad uno degli organi giudiziari che ivi

svolgono la loro funzione (competenza per materia). Esistendo, peraltro, fra

l’elevato numero dei procedimenti l’esigenza di una trattazione unitaria di taluni

di essi, per particolari ragioni, la competenza territoriale o quella per materia

ovvero entrambe, subiscono modificazioni allorché uno dei procedimenti attrae

nella cognizione del giudice presso cui esso si incardina anche gli altri

(competenza per connessione).

La competenza per territorio

La competenza per territorio individua orizzontalmente il giudice chiamato a

pronunciarsi ed è generalmente determinata dal luogo in cui il reato è stato

consumato. Se si tratta di fatto dal quale è derivata la morte di una o più

persone, è competente il giudice del luogo in cui è avvenuta l'azione o

l'omissione. Se si tratta di reato permanente, è competente il giudice del luogo

in cui ha avuto inizio la consumazione, anche se dal fatto è derivata la morte di

una o più persone. Se si tratta di delitto tentato, è competente il giudice del

luogo in cui è stato compiuto l'ultimo atto diretto a commettere il delitto.

Un’importante ipotesi riguarda il caso in cui a rivestire la qualità di imputato, di

persona offesa dal reato o danneggiata dal reato, sia un magistrato (art. 11). In

tal caso - al fine di garantire il principio di imparzialità - i procedimenti che

secondo le regole generali sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio

giudiziario compreso nel distretto in cui il magistrato esercita le sue funzioni

ovvero le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice,

ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di

corte di appello più vicino, salvo che in tale distretto il magistrato stesso sia

venuto successivamente ad esercitare le sue funzioni. In tale ultimo caso è

competente il giudice che ha sede nel capoluogo di altro distretto più vicino a

quello in cui il magistrato esercitava le sue funzioni al momento del fatto.

La competenza per materia

La competenza per materia individua verticalmente il giudice attenendo alla

distribuzione dei procedimenti tra i giudici aventi in comune una stessa

giurisdizione territoriale. Il codice di rito prevede i casi di competenza per

materia relativi alla Corte di Assise (art. 5) e al Pretore (art. 7) lasciando al

Tribunale una competenza per materia di tipo residuale (art. 6).

Corte di Assise

La è competente:

a) per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della

reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni, esclusi il delitto di

tentato omicidio comunque aggravato e i delitti previsti dall'articolo 630

comma 1 del codice penale e dalla legge 22 dicembre 1975 n. 685;

b) per i delitti consumati previsti dagli articoli 579, 580, 584, 600, 601 e 602 del

codice penale;

c) per ogni delitto doloso se dal fatto è derivata la morte di una o più persone,

escluse le ipotesi previste dagli articoli 586, 588 e 593 del codice penale;

d) per i delitti previsti dalle leggi di attuazione della XII disposizione finale della

Costituzione, dalla legge 9 ottobre 1967 n. 962 e nel titolo I del libro II del

codice penale, sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione

non inferiore nel massimo a dieci anni.

Pretore

Il è competente per i reati per i quali la legge stabilisce una pena

detentiva non superiore nel massimo a quattro anni ovvero una pena pecuniaria

sola o congiunta alla predetta pena detentiva. Sono inoltre previste alcune

ipotesi di reato tassativamente individuate dal secondo comma dell’art. 7 quali il

furto aggravato, la ricettazione, la truffa aggravata, la violazione di domicilio,

l’omicidio colposo, i maltrattamenti ecc.

Tribunale dei Minorenni

Per il non sorge questione per materia, avendo essi

cognizione di qualsiasi reato commesso da un minore.

Competenza per connessione

La connessione comporta la transmigrazione di procedimenti separati innanzi

ad un unico giudice. L’art. 12 prevede tre casi di connessione:

a) se il reato per cui si procede è stato commesso da più persone in concorso o

cooperazione fra loro, o se più persone con condotte indipendenti hanno

determinato l'evento;

b) se una persona è imputata di più reati commessi con una sola azione od

omissione ovvero con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo

disegno criminoso;

c) se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per

occultare gli altri o in occasione di questi ovvero per conseguirne o

assicurarne al colpevole o ad altri il profitto, il prezzo, il prodotto o l'impunità.

Il fenomeno della connessione comporta ripercussioni in tema di giurisdizione,

competenza per materia e competenza per territorio.

L’art. 13 prevede il caso di connessione di procedimenti di competenza di giudici

ordinari e speciali. In particolare, se alcuni dei procedimenti connessi

appartengono alla competenza di un giudice ordinario e altri a quella della Corte

costituzionale, è competente per tutti quest'ultima. Fra reati comuni e reati

militari, la connessione di procedimenti opera soltanto quando il reato comune è

più grave di quello militare: in tale caso, la competenza per tutti i reati è del

giudice ordinario. Nel caso contrario, se cioè il reato militare è più grave di

quello comune, ognuno dei procedimenti continua per la propria strada.

competenza per materia,

La consequenziale alla connessione, viene

determinata attribuendosi al giudice di competenza superiore la cognizione di

tutti i procedimenti, secondo una scala di priorità che va dalla Corte di Assise, al

Tribunale e quindi al Pretore (art. 15).

competenza per territorio

La è influenzata dalla connessione nel senso che fra

i giudici, tutti esercitanti la stessa funzione, la cognizione spetta al giudice

competente per il reato più grave, bastando il radicamento territoriale di questo

a determinare, per attrazione, anche quello dell’altro. In caso di parti gravità si

guarda al reato commesso per primo.

L’art. 14 prevede infine dei limiti alla connessione nel caso di reati commessi da

minorenni. Innanzitutto la connessione non opera fra procedimenti relativi a

imputati che al momento del fatto erano minorenni e procedimenti relativi a

imputati maggiorenni. La connessione non opera, altresì, fra procedimenti per

reati commessi quando l'imputato era minorenne e procedimenti per reati

commessi quando era maggiorenne. In altre parole per i reati di competenza del

Tribunale dei minorenni la connessione dispiega i suoi effetti solo sul piano

spaziale della competenza per territorio.

La riunione di processi

La riunione di processi pendenti nello stesso stato e grado davanti al medesimo

giudice può essere disposta quando non pregiudichi la rapida definizione degli

stessi:

a) nei casi previsti dall'articolo 12;

b) nei casi di reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle

altre;

c) nei casi in cui la prova di un reato o di una circostanza di esso influisce sulla

prova di un altro reato o di una sua circostanza.

Se alcuni dei processi pendono davanti al tribunale collegiale ed altri davanti al

tribunale monocratico, la riunione è disposta davanti al tribunale in

composizione collegiale. Tale composizione resta ferma anche nel caso di

successiva separazione dei processi.

La separazione di processi

Ai sensi dell’art. 18, la separazione di processi è disposta, salvo che il giudice

ritenga la riunione assolutamente necessaria per l'accertamento dei fatti:

a) se, nell'udienza preliminare, nei confronti di uno o più imputati o per una o più

imputazioni è possibile pervenire prontamente alla decisione, mentre nei

confronti di altri imputati o per altre imputazioni è necessario acquisire

ulteriori informazioni a norma dell'articolo 422;

b) se nei confronti di uno o più imputati o per una o più imputazioni è stata

ordinata la sospensione del procedimento;

c) se uno o più imputati non sono comparsi al dibattimento per nullità dell'atto di

citazione o della sua notificazione, per legittimo impedimento o per mancata

conoscenza incolpevole dell'atto di citazione;

d) se uno o più difensori di imputati non sono comparsi al dibattimento per

mancato avviso ovvero per legittimo impedimento;

e) se nei confronti di uno o più imputati o per una o più imputazioni l'istruzione

dibattimentale risulta conclusa, mentre nei confronti di altri imputati o per altre

imputazioni è necessario il compimento di ulteriori atti che non consentono di

pervenire prontamente alla decisione.

Fuori da questi casi, la separazione può essere altresì disposta, sull'accordo

delle parti, qualora il giudice la ritenga utile ai fini della speditezza del processo.

L’incompetenza

La violazione delle norme sulla competenza è assoggettata ad una serie di

sanzioni processuali correlate al tipo di violazione.

L'incompetenza per materia è rilevata, anche di ufficio, in ogni stato e grado del

processo: solo la formazione del giudicato sana il difetto. L'incompetenza per

territorio è rilevata o eccepita, a pena di decadenza, prima della conclusione

dell'udienza preliminare o, se questa manchi, entro la costituzione per la prima

volta delle parti in dibattimento. Entro quest'ultimo termine deve essere

riproposta l'eccezione di incompetenza respinta nell'udienza preliminare.

L’incompetenza derivante da connessione trova il medesimo sbarramento

previsto per la incompetenza per territorio.

Se il giudice riconosce la propria incompetenza per qualsiasi causa nel corso

delle indagini preliminari, pronuncia ordinanza e dispone la restituzione degli atti

al pubblico ministero; se ciò avviene dopo la chiusura delle indagini preliminari

(anche nel corso dell’udienza di primo grado), la dichiara con sentenza e ordina

la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il giudice competente.

Infine, nel caso in cui l’incompetenza venga dichiarata dal giudice di appello, gli

atti vanno trasmessi al P.M. presso il predetto giudice.

Quanto alle conseguenze, identiche per qualunque tipo di incompetenza,

possiamo così sintetizzare:

a) le prove già acquisite restano efficaci;

b) le misure cautelari conservano una efficacia provvisoria limitata a venti giorni

dalla dichiarazione di incompetenza. Entro tale termine il giudice competente

deve, eventualmente, riemettere una nuova misura cautelare.

Conflitti di competenza e di giurisdizione

Vi è conflitto quando in qualsiasi stato e grado del processo:

a) uno o più giudici ordinari e uno o più giudici speciali contemporaneamente

prendono o ricusano di prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla

stessa persona;

b) due o più giudici ordinari contemporaneamente prendono o ricusano di

prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla stessa persona.

Nel corso delle indagini preliminari, non può essere proposto conflitto positivo

fondato su ragioni di competenza per territorio determinata dalla connessione.

La soluzione del conflitto può derivare dal provvedimento di uno dei giudici che

dichiara, anche di ufficio, la propria competenza o la propria incompetenza (art.

29) oppure demandata alla Corte di Cassazione ai sensi dell’art. 30.

I provvedimenti del giudice

A seconda della forma che assumono, i provvedimenti del giudice possono

essere la sentenza, l’ordinanza, il decreto. Vengono invece chiamati

provvedimenti innominati tutti quegli atti del giudice privi di una specifica

denominazione, ma identificati solo in relazione alla loro funzione (es. avvisi,

inviti, disposizioni ecc.).

La sentenza

La sentenza è il provvedimento che il giudice emette a definizione del processo,

e deve essere sempre motivata a pena di nullità. E’ nulla, oltre che in questo

caso, anche se manca od è incompleto nei suoi elementi essenziali il dispositivo

ovvero se manca la sottoscrizione del giudice. La sentenza è un provvedimento

che può essere adottato a conclusione dell’udienza preliminare, degli atti

preliminari al dibattimento o del dibattimento, del giudizio abbreviato, del

patteggiamento od a seguito del procedimento in camera di consiglio. Dal punto

di vista formale la sentenza è costituita dall’intestazione, dalla motivazione e dal

dispositivo. Nell’intestazione sono indicati il giudice e le generalità delle parti

motivazione

nei cui confronti è adottata la decisione. Nella il giudice espone le

dispositivo

ragioni di fatto e di diritto della decisione. Il è costituito dalla sintesi

del contenuto della decisione.

L’ordinanza

L’ordinanza è il provvedimento con cui si risolvono questioni incidentali o singoli

punti del processo, pertanto non costituisce una decisione nel merito e non

esaurisce il rapporto processuale.

Al pari della sentenza l’ordinanza deve essere sempre motivata a pena di nullità.

E’ un provvedimento normalmente revocabile.

Il decreto

Costituisce, per così dire, la forma meno importante dei provvedimenti del

giudice. L’obbligo di motivazione sussiste solo se espressamente previsto dalla

legge. A differenza dell’ordinanza, il decreto è un provvedimento normalmente

non revocabile.

I L PUBBLICO MINISTERO

Il pubblico ministero è l’organo affidatario dell’esercizio dell’azione penale.

Durante le indagini preliminari il P.M. è il soggetto attivo del procedimento –

quale titolare delle indagini stesse – con il compito di raccogliere le informazioni

e le conoscenze utili al fine dell’esercizio dall’azione penale; deve svolgere

anche accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona indagata (art.

358). Nella fase processuale o dibattimentale rappresenta l’accusa

trasformandosi da soggetto attivo a vera e propria parte processuale: perde il

ruolo di preminenza e assume una posizione di parità dialettica con la

controparte imputato. Il pubblico ministero è magistrato addetto alla procura

della Repubblica. Le funzioni di P.M. sono esercitate nelle indagini preliminari e

nel giudizio di primo grado, dai magistrati della procura della Repubblica presso

il tribunale o presso la pretura circondariale; nei giudizi di impugnazione dai

magistrati della procura generale presso la Corte di appello o presso la Corte di

Cassazione. pubblica

La funzione del P.M. è pubblica e obiettiva: perché l’importanza degli

interessi in gioco (come ad esempio la libertà personale) richiedono che la

funzione di accusa sia affidata ad un organo pubblico. E questo – appunto – per

l’obiettività dell’operato.

garantire Quest’ultima può essere sintetizzata nella

formula che il P.M. è un terzo nell’azione allo stesso modo in cui il giudice è un

terzo nella giurisdizione.

Strutturazione del Pubblico Ministero

I vari uffici del pubblico ministero sono strutturati in livelli organizzativi

comprendenti:

la Procura Generale presso la Corte di Cassazione;

• le Procure Generali presso le Corti di Appello;

• le Procure della Repubblica presso i Tribunali ordinari;

• le Procure della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni;

• le Procure della Repubblica presso le Preture Circondariali.

Nei rapporti tra i diversi uffici del P.M. non esiste una relazione di superiorità

sovraordinazione,

gerarchica, ma di mera collegata alla progressione del

processo al grado di giudizio successivo. La struttura unitaria dell’ufficio ha

comportato la sottrazione ai singoli magistrati addetti alla procura del potere di

iniziativa, dovendo essi limitarsi a segnalare al titolare del proprio ufficio le

notizie di reato ad essi pervenute o comunque acquisite, spettando al dirigente

la designazione del magistrato incaricato. Così pure spetta al titolare dell’ufficio

decidere sulla dichiarazione di astensione degli altri magistrati e provvedere alla

loro sostituzione. Ciò vale anche nelle ipotesi di incompatibilità.

In caso di contrasti negativi o positivi tra diversi uffici del P.M., ognuno dei quali

declina la propria competenza, spetta al Procuratore Generale determinare

quale ufficio deve procedere.

L’avocazione

Per garantire l’obbligatorietà dell’azione penale di fronte ad eventuali ritardi o

omissioni delle procure, l’art. 372 prevede l’istituto dell’avocazione delle indagini.

In particolare, il procuratore generale presso la corte di appello dispone con

decreto motivato, e assunte, quando occorre, le necessarie informazioni,

l'avocazione delle indagini preliminari quando:

a) in conseguenza dell'astensione o della incompatibilità del magistrato

designato non è possibile provvedere alla sua tempestiva sostituzione;

b) il capo dell'ufficio del pubblico ministero ha omesso di provvedere alla

tempestiva sostituzione del magistrato designato per le indagini nei casi

previsti di astensione ai sensi dell'articolo 36 comma 1 lettere a), b), d), e);

c) se le indagini collegate relative a gravi delitti non sono state coordinate dai

P.M. competenti;

d) se non viene richiesta l’archiviazione od il rinvio a giudizio entro il termine di

compimento delle indagini preliminari;

e) se il GIP non accoglie una richiesta di archiviazione;

Procuratore Nazionale Antimafia

Infine, il può avocare le indagini relative ai

delitti c.d. mafiosi quando esse non siano state coordinate con effettività ed

efficienza dai PM competenti.

La direzione distrettuale antimafia e la direzione nazionale antimafia

Per arginare la crescente diffusione dell’attività criminale organizzata, mafiosa

e camorristica, il legislatore ha ritenuto opportuno concentrare in poche mani le

indagini preliminari relative a tali tipi di reati.

A tal fine ha ampliato la sfera di competenza territoriale delle maggiori Procure

della Repubblica con le disposizioni contenute nel D.L. n. 367/91 che ha

modificato l’art. 51 del codice di rito. E’ previsto infatti che allorché si proceda

per delitti mafiosi consumati o tentati, lo svolgimento delle indagini preliminari

siano affidate alla Procura della Repubblica del capoluogo del distretto di Corte

di Appello ove a sede il giudice competente. Lo stesso D.L., modificando

l’ordinamento giudiziario, ha previsto che presso ogni Procura della Repubblica

sita nel capoluogo di Corte di Appello, sia costituito uno specifico ufficio

Direzione Distrettuale

destinato alla cura delle predette indagini e denominato

Antimafia. A tale direzione sono assegnati magistrati scelti direttamente dal

Procuratore della Repubblica che assume in prima persona la guida della

direzione, eventualmente affidandola ad un suo delegato.

La modifica della competenza per lo svolgimento delle indagini preliminari ha

determinato anche una parallela modificazione della competenza territoriale del

G.I.P.. Infatti, per i delitti di mafia, le funzioni di G.I.P. sono esercitate dal giudice

per le indagini preliminari del capoluogo del distretto nel cui ambito è stato

commesso il reato.

Il collegamento e il coordinamento di tutte le direzioni distrettuali antimafia è

Direzione Nazionale Antimafia

affidato ad una costituita nell’ambito della

Procura Generale presso la Corte di Cassazione. Al suo vertice è destinato il

Procuratore Nazionale Antimafia scelto dal C.S.M. tra i magistrati con

specifica competenza. Alla D.N.A. sono assegnati, in qualità di sostituti,

magistrati, con qualifica non inferiore a quella di magistrato di Corte di Appello,

anch’essi nominati dal C.S.M.

L A POLIZIA GIUDIZIARIA

La polizia giudiziaria è quel settore particolare della forze dell’ordine cui è

affidata la tutela dell’ordine pubblico. Nel procedimento è un soggetto ma non

una parte. Deve prendere notizia di reati, impedire che vengano portati a

conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per

assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro necessario per

l’applicazione della legge penale (art. 55). L’attività della polizia giudiziaria è

svolta direttamente o per delega dell’Autorità giudiziaria. Essa è comunque alle

dipendenze dell’Autorità giudiziaria, ed agisce sotto la direzione della stessa (art.

56). La polizia giudiziaria può raccogliere informazioni utili per le investigazioni,

dall’indagato, anche senza l’assistenza del difensore, solo sul luogo e

nell’immediatezza del fatto, al solo scopo dell’immediata prosecuzione delle

indagini, nonché da persone informate sui fatti per cui si indaga (art. 350).

Compie tutti gli atti delegati dal p.m., compreso l’interrogatorio dell’indagato (art.

370); procede all’arresto di chiunque è colto in flagranza di delitto (art. 380), e al

fermo della persona gravemente indiziata di un delitto (art. 384).

Il recente D.L. 345/91, al fine di rendere più efficace la lotta alla criminalità

organizzata, ha creato – in seno al Dipartimento di pubblica sicurezza – la

Direzione Investigativa Antimafia, con il compito di assicurare lo svolgimento

in modo coordinato delle investigazioni preventive e di polizia giudiziaria con

riferimento ai delitti di associazione mafiosa e reati connessi.

Ufficiali e agenti di polizia giudiziaria

Ai sensi dell’art. 57, salve le disposizioni delle leggi speciali, sono ufficiali di

polizia giudiziaria:

a) i dirigenti, i commissari, gli ispettori, i sovrintendenti e gli altri appartenenti

alla polizia di Stato ai quali l'ordinamento dell'amministrazione della pubblica

sicurezza riconosce tale qualità;

b) gli ufficiali superiori e inferiori e i sottufficiali dei carabinieri, della guardia di

finanza, degli agenti di custodia e del corpo forestale dello Stato nonché gli

altri appartenenti alle predette forze di polizia ai quali l'ordinamento delle

rispettive amministrazioni riconosce tale qualità;

c) il sindaco dei comuni ove non abbia sede un ufficio della polizia di Stato

ovvero un comando dell'arma dei carabinieri o della guardia di finanza

Sono agenti di polizia giudiziaria:

a) il personale della polizia di Stato al quale l'ordinamento dell'amministrazione

della pubblica sicurezza riconosce tale qualità;

b) i carabinieri, le guardie di finanza, gli agenti di custodia, le guardie forestali e,

nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza, le guardie delle province e

dei comuni quando sono in servizio.

Sono altresì ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, nei limiti del servizio cui sono

destinate e secondo le rispettive attribuzioni, le persone alle quali le leggi e i

regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall'articolo 55.

Attività della polizia giudiziaria

Nell’ambito dei compiti ad essa demandati, la P.G. non incontra limitazioni sul

piano investigativo, fino al momento in cui la direzione delle indagini venga

assunta dal P.M..

Fra gli atti cui sono legittimati i soli Ufficiali di P.G. di propria iniziativa possiamo

ricordare:

il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato;

• l’assunzione di sommarie informazioni dell’indagato (libero o arrestato o

• fermato) o dell’imputato in procedimento connesso;

perquisizioni personali e locali.

Fra gli atti eseguibili dai soli Ufficiali di P.G. su delega della A.G.:

ispezioni di luoghi, cose o persone;

• sequestro di documenti, titoli, valori e corrispondenza;

• intercettazioni.

Fra gli atti eseguibili anche da parte dei semplici agenti di P.G.:

informativa di reato al P.M.;

• identificazione dell’indagato;

• ricezione passiva di dichiarazioni spontanee dell’indagato;

• arresto in flagranza di reato.

Infine, fra gli atti eseguibili anche da semplici agenti su delega della A.G.

possiamo ricordare l’esecuzione delle ordinanze del giudice per le indagini

preliminari.

L’

IMPUTATO

Il soggetto passivo del procedimento penale assume una denominazione

diversa a seconda che sia o non sia ancora stata formalizzata l’incriminazione

da parte del P.M. (art. 405). Più precisamente, la qualifica di imputato è quella

che si riferisce al soggetto passivo del processo e quindi dopo che sia stata

esercitata l’azione penale. Durante le indagini preliminari può solo parlarsi di

persona sottoposta alle indagini, ciò a naturale garanzia del principio

Costituzionale richiamato dall’art. 27 Cost.

L’assunzione della qualifica di imputato presuppone tre requisiti:

l’identificazione o personalizzazione dell’imputato, essendo inammissibile

• un imputazione contro ignoti;

l’esistenza in vita, in quanto la morte estingue il reato;

• la capacità processuale, in quanto la dialettica paritaria a base del processo

• accusatorio richiede che l’indagato e l’imputato abbiano la capacità di

intendere e di volere onde avvalersi consapevolmente delle garanzie ed

esercitare i diritti di difesa sin dall’inizio del procedimento.

I diritti dell’imputato

Fra i molteplici diritti di cui è titolare l’imputato, occorre ricordare:

il diritto a scegliersi un difensore;

• il diritto di rivolgersi direttamente al giudice;

• il diritto alla prova e all’incidente probatorio;

• il diritto a partecipare al processo;

• il diritto a non presenziare all’udienza;

• il diritto a scegliere un rito alternativo;

• il diritto alle impugnazioni;

• il diritto a non rispondere in sede di interrogatorio.

L’interrogatorio

L’interrogatorio costituisce senza dubbio l’atto più rilevante che coinvolge

direttamente l’imputato o l’indagato. Esso può essere svolto dal giudice, dal P.M.

o dalla P.G. su delega del P.M..

Al fine di evitare che le dichiarazioni rese da una persona contro se stessa siano

utilizzate aggirando la formalistica disciplina dell’interrogatorio, è previsto che le

dichiarazioni comunque rese nel corso del procedimento dall'imputato o dalla

persona sottoposta alle indagini non possono formare oggetto di testimonianza

(art. 62).

Inoltre, se davanti all'autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria una persona

rende dichiarazioni in qualità di persona informata dei fatti dalle quali emergono

indizi di reità a suo carico, l'autorità procedente ne interrompe l'esame,

avvertendola che a seguito di tali dichiarazioni potranno essere svolte indagini

nei suoi confronti e la invita a nominare un difensore. Le precedenti dichiarazioni

non possono essere utilizzate contro la persona che le ha rese.

.

L E ALTRE PARTI PRIVATE E LA PERSONA OFFESA DAL REATO

La parte civile

La parte civile costituisce un soggetto eventuale del processo penale. Diviene

tale colui al quale il reato ha recato danno, (danneggiato o soggetto passivo del

reato), e che esercita nel processo penale l’azione civile per il risarcimento del

danno e le restituzioni (art. 74 c.p.p.). L’azione civile viene esercitata mediante

la costituzione di parte civile nel processo penale (art. 76 c.p.p.). Tale

costituzione avviene, a mezzo di difensore che può essere nominato anche

procuratore speciale, non prima dell’udienza preliminare, e non dopo l’apertura

del dibattimento. La parte civile può citare nel processo penale il responsabile

civile. Può proporre impugnazione contro i capi della sentenza di condanna che

riguardano l’azione civile e, ai soli effetti della responsabilità civile, contro la

sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio (art. 576 c.p.p.).

Eccezionalmente può proporre impugnazione anche agli effetti penali contro le

sentenze di condanna e di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione.

Il responsabile civile ed il civilmente obbligato per la pena pecuniaria

responsabile civile

Il è colui che a norma delle leggi civili, deve rispondere

civilmente, per il fatto dell’imputato. La responsabilità di tale soggetto è di natura

civile e non penale. E’ parte eventuale del processo penale. La presenza nel

processo presuppone quella della parte civile, la quale esercita nei confronti del

responsabile civile l’azione civile per il risarcimento del danno. Il responsabile

civile può essere citato in giudizio ad opera della parte civile, del p.m., ovvero

può intervenire volontariamente, sino all’apertura del dibattimento, se vi è

costituzione di parte civile. Il responsabile civile deve costituirsi per il tramite di

un procuratore speciale.

civilmente obbligato per la pena pecuniaria

Il è il soggetto civilmente

obbligato a pagare una somma pari all’ammontare della multa o della ammenda

inflitta al colpevole, nella ipotesi che il condannato sia insolvibile. La fattispecie

sostanziale è prevista dagli artt. 196 e 197 del codice penale; essa concerne le

persone rivestite di autorità o incaricate della direzione o vigilanza sul colpevole,

sempre che si tratti di violazioni che esse siano tenute a fare osservare.

Concerne altresì le persone giuridiche per fatti commessi dai propri

rappresentanti, amministratori e dipendenti, in violazione degli obblighi inerenti a

tali qualità, ovvero commessi nell’interesse dell’ente.

La persona offesa dal reato

La persona offesa dal reato è il soggetto passivo del reato titolare del

bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice (art. 90 c.p.p.), leso dal reato.

E’ soggetto autonomo della fase procedimentale del processo, nella quale,

tuttavia, non è parte in senso tecnico. Soltanto nella fase processuale potrà

divenire parte, e quindi, domandare, costituendosi parte civile. La persona

offesa dal reato può , in ogni stato grado del procedimento, e quindi anche nel

processo, presentare memorie e indicare elementi di prova. Può chiedere al p.m.

di fare istanza di incidente probatorio; può opporsi alla richiesta di archiviazione

del p.m..

Gli enti esponenziali

L’art. 91 prevede in capo agli enti e le associazioni senza scopo di lucro ai quali,

anteriormente alla commissione del fatto per cui si procede, sono state

riconosciute, in forza di legge, finalità di tutela degli interessi lesi dal reato, la

possibilità di esercitare, in ogni stato e grado del procedimento, i diritti e le

facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato. L'esercizio dei diritti e delle facoltà

spettanti agli enti esponenziali è subordinato al consenso della persona offesa.

Il consenso deve risultare da atto pubblico o da scrittura privata autenticata e

può essere prestato a non più di uno degli enti o delle associazioni. Il consenso

può essere revocato in qualsiasi momento: la persona offesa che ha revocato il

consenso non può prestarlo successivamente né allo stesso né ad altro ente o

associazione.

I L DIFENSORE

Il difensore è una parte puramente formale del procedimento in quanto

l’interesse sostanziale appartiene all’assistito. Egli interviene in funzione di

assistenza – consistente in una collaborazione di natura tecnica - e

rappresentanza – esplicantesi con la sostituzione del difensore al soggetto

interessato nell’esercizio di diritti e facoltà.

L’imputato ha il diritto di scegliersi fino a due difensori di fiducia. Qualora non

provveda o non intenda avvalersi di tale diritto, sarà a lui assegnato un

difensore di ufficio secondo i principi di sussidiarietà, obbligatorietà, immutabilità

e precostituzione. In particolare, la difesa di ufficio:

è sussidiaria in quanto il difensore di ufficio cessa le sue funzioni non appena

• viene nominato un difensore di fiducia;

è obbligatoria in quanto il difensore designato non può rifiutare l’incarico né

• abbandonare la difesa;

è immutabile poiché il difensore non può essere sostituito né dal giudice né

• dal P.M.;

è precostituita giacché la designazione del difensore scaturisce da un

• meccanismo precostituito di individuazione. effettività

Caratteri comuni alla difesa fiduciaria e di ufficio sono la –

competendo al difensore un ruolo dinamico, partecipativo e creativo, nella

libertà

vicenda processuale – e la – sia nella sfera spaziale che funzionale.

G LI ATTI E LE ATTIVITÀ

Il procedimento penale è per definizione una successione di atti - provenienti dai

vari soggetti coinvolti nel procedimento - che presentano profili formali e

sostanziali. verbali

Gli atti assumono in genere la forma di - contenenti le indicazioni della

data di formazione, dei soggetti presenti, delle attività compiute - e recano la

sottoscrizione degli intervenuti. Altri atti sono quelli tipici del giudice (sentenza,

decreto, ordinanza). copie estratti

Diversi dagli atti sono le (mere riproduzioni di atti), gli (copie

certificati

parziali) e i (attestazioni del contenuto di altri atti).

La segretezza e la pubblicità degli atti

Le esigenze di segretezza e il correlato divieto di pubblicità delle attività

investigative e processuali si fondano su una serie di valori meritevoli di tutela,

quali la speditezza ed efficienza delle indagini preliminari, la presunzione di non

colpevolezza, la corretta formazione del convincimento del giudice. La tutela

della segretezza si scontra, peraltro, con la libertà di stampa, il diritto ad una

piena informazione e il c.d. ruolo di controllo dell’opinione pubblica. Il punto di

equilibrio è stato rinvenuto in una limitazione sia quantitativa degli atti segreti,

sia temporale sulla durata della segretezza. L’art. 114 disciplina la materia nei

seguenti termini:

1. è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della

stampa o con altro mezzo di diffusione, degli atti coperti dal segreto o anche

solo del loro contenuto;

2. è vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal

segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al

termine dell'udienza preliminare;

3. se si procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche

parziale, degli atti del fascicolo per il dibattimento, se non dopo la pronuncia

della sentenza di primo grado, e di quelli del fascicolo del pubblico ministero,

se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello. E' sempre

consentita la pubblicazione degli atti utilizzati per le contestazioni;

4. è vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti del dibattimento celebrato

a porte chiuse nei casi previsti dall'articolo 472 commi 1 e 2. In tali casi il

giudice, sentite le parti, può disporre il divieto di pubblicazione anche degli

atti o di parte degli atti utilizzati per le contestazioni. Il divieto di pubblicazione

cessa comunque quando sono trascorsi i termini stabiliti dalla legge sugli

archivi di Stato ovvero è trascorso il termine di dieci anni dalla sentenza

irrevocabile e la pubblicazione è autorizzata dal ministro di grazia e

giustizia;

5. se non si procede al dibattimento, il giudice, sentite le parti, può disporre il

divieto di pubblicazione di atti o di parte di atti quando la pubblicazione di essi

può offendere il buon costume o comportare la diffusione di notizie sulle quali

la legge prescrive di mantenere il segreto nell'interesse dello Stato ovvero

causare pregiudizio alla riservatezza dei testimoni o delle parti private. Si

applica la disposizione dell'ultimo periodo del punto 4;

6. è vietata la pubblicazione delle generalità e dell'immagine dei minorenni

testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono

divenuti maggiorenni. Il tribunale per i minorenni, nell'interesse esclusivo del

minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la

pubblicazione

7. è sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal

segreto.

L E NOTIFICAZIONI

Il Titolo 5 del Libro Secondo del codice di rito è dedicato alle notificazioni.

Queste consistono in quelle attività poste in essere per assicurare la

conoscenza degli atti, esigenza fondamentale e insopprimibile considerando

che il procedimento penale è appunto una serie di attività e di atti-documenti

che si susseguono nel tempo.

Organi e forme delle notificazioni

Le notificazioni degli atti, salvo che la legge disponga altrimenti, sono eseguite

dell'ufficiale giudiziario o da chi ne esercita le funzioni.

L'atto è notificato per intero, salvo che la legge disponga altrimenti. La

consegna di copia dell'atto all'interessato da parte della cancelleria ha valore di

notificazione. Il pubblico ufficiale addetto annota sull'originale dell'atto la

eseguita consegna e la data in cui questa è avvenuta. La lettura dei

provvedimenti alle persone presenti e gli avvisi che sono dati dal giudice

verbalmente agli interessati in loro presenza sostituiscono le notificazioni,

purché ne sia fatta menzione nel verbale.

Notificazioni urgenti a mezzo del telefono e del telegrafo

Nei casi di urgenza, il giudice può disporre, anche su richiesta di parte, che le

persone diverse dall'imputato siano avvisate o convocate a mezzo del telefono a

cura della cancelleria o della polizia giudiziaria. Sull'originale dell'avviso o della

convocazione sono annotati il numero telefonico chiamato, il nome, le funzioni o

le mansioni svolte dalla persona che riceve la comunicazione, il suo rapporto

con il destinatario, il giorno e l'ora della telefonata. Alla comunicazione si

procede chiamando il numero telefonico corrispondente ai luoghi indicati

nell'articolo 157 commi 1 e 2. Essa non ha effetto se non è ricevuta dal

destinatario ovvero da persona che conviva anche temporaneamente col

medesimo. La comunicazione telefonica ha valore di notificazione con effetto

dal momento in cui è avvenuta, sempre che della stessa sia data immediata

conferma al destinatario mediante telegramma. Quando non è possibile

procedere nel modo indicato nei commi precedenti, la notificazione è eseguita,

per estratto, mediante telegramma.

Le notifiche all’imputato la prima notificazione

Salvo quanto previsto dagli articoli 161 e 162,

all'imputato non detenuto è eseguita mediante consegna di copia alla persona.

Se non è possibile consegnare personalmente la copia, la notificazione è

eseguita nella casa di abitazione o nel luogo in cui l'imputato esercita

abitualmente l'attività lavorativa, mediante consegna a una persona che conviva

anche temporaneamente o, in mancanza, al portiere o a chi ne fa le veci.

Qualora tali luoghi non siano conosciuti, la notificazione è eseguita nel luogo

dove l'imputato ha temporanea dimora o recapito, mediante consegna a una

delle predette persone. Il portiere o chi ne fa le veci sottoscrive l'originale

dell'atto notificato e l'ufficiale giudiziario dà notizia al destinatario dell'avvenuta

notificazione dell'atto a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento.

Gli effetti della notificazione decorrono dal ricevimento della raccomandata. La

copia non può essere consegnata a persona minore degli anni quattordici o in

stato di manifesta incapacità di intendere o di volere. L'autorità giudiziaria

dispone la rinnovazione della notificazione quando la copia è stata consegnata

alla persona offesa dal reato e risulta o appare probabile che l'imputato non

abbia avuto effettiva conoscenza dell'atto notificato. La consegna alla persona

convivente, al portiere o a chi ne fa le veci è effettuata in plico chiuso e la

relazione di notificazione è scritta all'esterno del plico stesso. Se le persone

precedentemente indicate mancano o non sono idonee o si rifiutano di ricevere

la copia, si procede nuovamente alla ricerca dell'imputato, tornando nei luoghi

indicati prima. Se neppure in tal modo è possibile eseguire la notificazione,

l'atto è depositato nella casa del comune dove l'imputato ha l'abitazione, o, in

mancanza di questa, del comune dove egli esercita abitualmente la sua attività

lavorativa. Avviso del deposito stesso è affisso alla porta della casa di

abitazione dell'imputato ovvero alla porta del luogo dove egli abitualmente

esercita la sua attività lavorativa. L'ufficiale giudiziario dà inoltre comunicazione

all'imputato dell'avvenuto deposito a mezzo di lettera raccomandata con avviso

di ricevimento. Gli effetti della notificazione decorrono dal ricevimento della

raccomandata.

notificazioni all'imputato detenuto

Le sono eseguite nel luogo di detenzione

mediante consegna di copia alla persona. In caso di rifiuto della ricezione, se ne

fa menzione nella relazione di notificazione e la copia rifiutata è consegnata

al direttore dell'istituto o a chi ne fa le veci. Nello stesso modo si provvede

quando non è possibile consegnare la copia direttamente all'imputato, perché

legittimamente assente. In tal caso, della avvenuta notificazione il direttore

dell'istituto informa immediatamente l'interessato con il mezzo più celere. Le

notificazioni all'imputato detenuto in luogo diverso dagli istituti penitenziari

sono eseguite secondo la disciplina vista per l’imputato non detenuto. Le

disposizioni che precedono si applicano anche quando dagli atti risulta che

l'imputato è detenuto per causa diversa dal procedimento per il quale deve

eseguirsi la notificazione o è internato in un istituto penitenziario. In nessun caso

le notificazioni all'imputato detenuto o internato possono essere eseguite con le

forme dell'articolo 159 (irreperibilità).

Il domicilio dichiarato o eletto

Ai sensi dell’art. 161, il giudice, il pubblico ministero o la polizia giudiziaria, nel

primo atto compiuto con l'intervento della persona sottoposta alle indagini o

dell'imputato non detenuto né internato, lo invitano a dichiarare uno dei luoghi

indicati nell'articolo 157 comma 1 ovvero a eleggere domicilio per le notificazioni,

avvertendolo che, nella sua qualità di persona sottoposta alle indagini o di

imputato, ha l'obbligo di comunicare ogni mutamento del domicilio dichiarato o

eletto e che in mancanza di tale comunicazione o nel caso di rifiuto di dichiarare

o eleggere domicilio, le notificazioni verranno eseguite mediante consegna al

difensore. Della dichiarazione o della elezione di domicilio, ovvero del rifiuto di

compierla, è fatta menzione nel verbale. Fuori dal caso appena visto, l'invito a

dichiarare o eleggere domicilio è formulato con l'informazione di garanzia o con

il primo atto notificato per disposizione dell'autorità giudiziaria. L'imputato è

avvertito che deve comunicare ogni mutamento del domicilio dichiarato o eletto

e che in caso di mancanza, di insufficienza o di inidoneità della dichiarazione o

della elezione, le successive notificazioni verranno eseguite nel luogo in cui

l'atto è stato notificato. L'imputato detenuto che deve essere scarcerato per

causa diversa dal proscioglimento definitivo e l'imputato che deve essere

dimesso da un istituto per l'esecuzione di misure di sicurezza, all'atto della

scarcerazione o della dimissione ha l'obbligo di fare la dichiarazione o l'elezione

di domicilio con atto ricevuto a verbale dal direttore dell'istituto. Questi lo avverte,

iscrive la dichiarazione o elezione nell'apposito registro e trasmette

immediatamente il verbale all'autorità che ha disposto la scarcerazione o la

dimissione. Se la notificazione nel domicilio determinato diviene impossibile, le

notificazioni sono eseguite mediante consegna al difensore. Nello stesso modo

si procede quando la dichiarazione o l'elezione di domicilio mancano o sono

insufficienti o inidonee.

Comunicazione del domicilio dichiarato o del domicilio eletto

Il domicilio dichiarato, il domicilio eletto e ogni loro mutamento sono comunicati

dall'imputato all'autorità che procede, con dichiarazione raccolta a verbale

ovvero mediante telegramma o lettera raccomandata con sottoscrizione

autenticata da un notaio o da persona autorizzata o dal difensore. La

dichiarazione può essere fatta anche nella cancelleria del tribunale del luogo nel

quale l'imputato si trova. In quest’ultimo caso il verbale è trasmesso

immediatamente all'autorità giudiziaria che procede. Analogamente si provvede

in tutti i casi in cui la comunicazione è ricevuta da una autorità giudiziaria che,

nel frattempo, abbia trasmesso gli atti ad altra autorità. Finché l'autorità

giudiziaria che procede non ha ricevuto il verbale o la comunicazione, sono

valide le notificazioni disposte nel domicilio precedentemente dichiarato o eletto.

L E SANZIONI PROCESSUALI

La irregolarità

L’irregolarità è qualsiasi vizio formale dell’atto non sanzionato dalla legge con la

nullità. Quando si verifichi, il giudice deve provvedere alla sua eliminazione,

eventualmente facendo ricorso alla correzione degli errori materiali.

Si tenga presente che ai sensi dell’art. 124 i magistrati, i cancellieri e gli altri

ausiliari del giudice, gli ufficiali giudiziari, gli ufficiali e gli agenti di polizia

giudiziaria sono tenuti a osservare le norme processuali anche quando

l'inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale. I dirigenti degli

uffici vigilano sull'osservanza delle norme anche ai fini della responsabilità

disciplinare.

La decadenza

La decadenza consiste nella perdita o estinzione del diritto o facoltà di porre in

essere un atto del procedimento. Il presupposto naturale è che l’atto non sia

ancora stato compiuto; in caso contrario l’atto sarebbe inammissibile. Pertanto

la decadenza può rilevare sotto il duplice aspetto di:

a) divieto di compiere l’atto (preclusione);

b) invalidità (inammissibilità) dell’atto eventualmente compiuto nonostante il

divieto.

L’inutilizzabilità

L’inutilizzabilità consiste nel divieto di utilizzazione di un atto. Tale divieto

scaturisce dal fatto che molti atti hanno una fungibilità limitata ad una precisa

fase procedurale. Di norma – ad esempio – gli atti validamente compiuti durante

le indagini preliminari hanno valenza limitata a tale fase.

L’inutilizzabilità è prevista, in via generale, per la violazione dei divieti probatori.

Le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono,

infatti, essere utilizzate e l’inutilizzabilità è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato

e grado del procedimento.

Le nullità

In base all’art. 177 c.p.p., l’inosservanza delle disposizioni stabilite per gli atti del

procedimento è causa di nullità soltanto nei casi previsti dalla legge. E’ questo il

principio di tassatività delle nullità, per il quale nessuna irregolarità degli atti

procedurali può essere assoggettata al regime delle nullità se non quando

Si definisce dunque nullità di un atto

espressamente previsto dalla legge.

processuale l’invalidità espressamente comminata dalla legge per talune

gravi violazioni di essa. Le nullità possono dividersi in due grandi categorie:

speciali,

a) quelle determinate di volta in volta per casi particolari con

previsione specifica;

generali,

b) quelle previste una tantum per tutti i casi in cui poi concretamente

possano verificarsi.

Le nullità di ordine generale sono previste dall’art. 178 c.p.p. e si distinguono a

loro volta in:

nullità assolute,

a) come tali deducibili in ogni stato e grado del procedimento

dalle parti e rilevabili d’ufficio dal giudice; si tratta di nullità che non possono

in alcun modo essere sanate, salvo quello che si dirà più avanti;

nullità c.d. intermedie,

b) rilevabili d’ufficio o su istanza della parte che ha

subito danno dalla violazione, purché non vi abbia dato causa; a differenza

della assolute, sono sanabili, in quanto sono previsti precisi termini per la loro

rilevabilità (le nullità verificatesi durante le indagini preliminari si eccepiscono

o si rilevano prima della sentenza di primo grado; quelle verificatesi durante il

giudizio si eccepiscono o si rilevano prima della sentenza di grado

successivo), trascorsi i quali vengono appunto sanate;

relative,

c) il terzo gruppo di nullità è costituito da quella cioè esclusivamente

deducibili dalle parti, purché la parte che le eccepisce abbia interesse a farlo

e non via abbia dato causa. Anche queste sono ovviamente sanabili, nel

senso che vengono sanate se non dedotte nei termini previsti, e cioè

dall’esito dell’udienza preliminare per le nullità verificatesi in tutta la fase che

precede l’esito stesso; entro il termine previsto per le c.d. questioni

preliminari ex art. 491 c.p.p., per le nullità attinenti al decreto che dispone il

giudizio e agli atti introduttivi del dibattimento; con l’impugnazione della

sentenza relativa per le nullità verificatesi durante il giudizio.

Si ricordi che per espressa disposizione dell’art. 182, comma 2 o , c.p.p. tutti i

termini per rilevare o eccepire le nullità sono previsti a pena di decadenza;

inoltre gli artt. 183 e 184 c.p.p. prevedono un regime differenziato di sanatoria, a

seconda che si tratti di nullità intermedie e relative da un lato, e di quelle

riguardanti notificazioni, avvisi e citazioni dall’altro: le prime vengono sanate se

la parte interessata non le eccepisce, se accerta gli effetti dell’atto nullo, ovvero

se si avvale della facoltà cui l’atto nullo è preordinato; le seconde sono sanate

se la parte compare o rinuncia a comparire; se compare al solo fine di eccepire

la nullità, ha diritto ad un termine per la difesa.

Per quanto attiene agli effetti delle nullità, l’art. 185 c.p.p. dispone che, una volta

dichiarata dal giudice, la nullità di un atto travolge gli atti consecutivi dipendenti

da quello dichiarato nullo; il giudice dispone la rinnovazione dell’atto dichiarato

nullo, ponendo eventualmente le spese a carico di chi abbia dato seguito alla

nullità con dolo o colpa grave. A causa della dichiarazione di nullità di un atto,

poi, il procedimento regredisce allo stato e grado in cui l’atto si è verificato, salvo

che si tratti di nullità concernente le prove. La nullità non dichiarata, anche se

assoluta, non invalida il procedimento, che prosegue fino alla sua conclusione,

tanto che il passaggio in giudicato della sentenza sana anche le nullità assolute.

L’inammissibilità

L’inammissibilità riguarda gli atti di parte e – in particolare – le impugnazioni. SI

verifica qualora manchino le condizioni richieste dalla legge per il compimento di

un dato atto. E’ rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento

e si sana soltanto con il giudicato.

I L FENOMENO PROBATORIO NEL PROCEDIMENTO PENALE

N

OZIONI GENERALI

La prova è l’elemento, il segno, l’attività volta a fornire la conoscenza di un fatto

altrimenti sconosciuto o incerto. La può quindi definirsi come l’insieme

prova

degli elementi sui quali si basa il convincimento del giudice. L’oggetto della

prova o thema probandi è costituito da una affermazione probatoria, è l’ipotesi

da verificare nel processo penale: si riferisce all’imputazione, alla punibilità e

storica

alla determinazione della pena o della misura di sicurezza. La prova è

quando rappresenta un fatto, narrato da un testimone o contenuto in un

critica

documento. La prova è quando rappresenta un fatto dal quale,

induttivamente, se ne ricava uno ulteriore. La prova è, quindi, metodo

testimonianza,

conoscitivo utilizzato dal giudice, tramite mezzi specifici;

documento, massima di esperienza. Distinto è l’indizio, segno di un fatto, non

univoco, che può condurre a conclusioni anche oppose, secondo un metodo

interpretativo di tipo induttivo. Soltanto in presenza di indizi gravi precisi e

concordanti può desumersi l’esistenza di un fatto e quindi la prova dello stesso.

Il codice vigente indica come oggetto della prova i fatti che si riferiscono

all’imputazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di

sicurezza, ed altresì i fatti dai quali dipende l’applicazione di norme processuali,

nonché i fatti inerenti alla responsabilità civile derivante dal reato, se vi è

costituzione di parte civile. Ciò costituisce una innovazione rispetto al codice

previgente, che si riferiva ai fatti necessari per l’accertamento della verità.

L’innovazione risponde alla necessità di adeguare la disciplina della prova al

sistema accusatorio introdotto dal nuovo codice. Le prove sono ammesse da

parte del giudice a richiesta di parte; il giudice è titolare di un autonomo potere

di assunzione di nuovi mezzi di prova, soltanto se risulta assolutamente

necessario. Il giudice, sulle richieste di parte, esclude le prove vietate dalla

legge e quelle che sono manifestamente infondate o irrilevanti. Vige, in materia,

principio dispositivo,

il che si ritrova anche nel processo civile, per il quale

incombe alle parti, ed in particolare al p.m., provare il proprio assunto, e il

giudice non può decidere se non sulla base di quanto provato dalle parti stesse,

salvo l’eccezionale potere di acquisizione della prova d’ufficio conferito al

giudice. Di norma la prova si deve formare al dibattimento, secondo il principio

dell’oralità, avanti al giudice che poco o nulla sa dell’attività svolta in precedenza

dalle parti, e dei risultati della stessa. Le attività di indagine preliminare non

hanno valore di prova, ma debbono essere ripetute avanti al giudice del

dibattimento, salvo che si opti per uno dei riti dell’alternativa indagatoria. La

prova illegittimamente acquisita non è utilizzabile. Il giudice deve valutare la

prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati,

tenuto conto dell’esito complessivo dell’istruttoria.

F ONTI DI PROVA

Sono le cose, i documenti, o le persone da cui può scaturire la prova. Tali fonti

preesistono al giudice, tanto che funzione essenziale della P.G. e del P.M. è

proprio quella di assicurare le fonti di prova (art. 55).

I MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA

I mezzi di ricerca della prova sono quegli strumenti volti all’acquisizione di mezzi

di prova e cioè di cose materiali, tracce o dichiarazioni da cui si possa ricavare

la prova: ispezioni, perquisizioni, sequestri, intercettazioni).

Le ispezioni

L'ispezione delle persone, dei luoghi e delle cose è disposta con decreto

motivato quando occorre accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato.

Se il reato non ha lasciato tracce o effetti materiali, o se questi sono scomparsi

o sono stati cancellati o dispersi, alterati o rimossi, l'autorità giudiziaria descrive

lo stato attuale e, in quanto possibile, verifica quello preesistente, curando

anche di individuare modo, tempo e cause delle eventuali modificazioni.

L'autorità giudiziaria può disporre rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici e ogni

altra operazione tecnica.

L’ispezione personale

Prima di procedere all'ispezione personale l'interessato è avvertito della facoltà

di farsi assistere da persona di fiducia, purché questa sia prontamente reperibile

e idonea a norma dell'articolo 120. L'ispezione è eseguita nel rispetto della

dignità e, nei limiti del possibile, del pudore di chi vi è sottoposto. L'ispezione

può essere eseguita anche per mezzo di un medico. In questo caso l'autorità

giudiziaria può astenersi dall'assistere alle operazioni. Esecuzione di

perquisizioni e ispezioni personali. Le ispezioni sono fatte eseguire da persona

dello stesso sesso di quella che vi è sottoposta, salvi i casi di impossibilità o di

urgenza assoluta o nel caso che le operazioni siano eseguite da persona

esercente la professione sanitaria.

L’ispezione di luoghi o di cose

All'imputato e in ogni caso a chi abbia l'attuale disponibilità del luogo in cui è

eseguita l'ispezione è consegnata, nell'atto di iniziare le operazioni e sempre

che essi siano presenti, copia del decreto che dispone tale accertamento. Nel

procedere all'ispezione dei luoghi, l'autorità giudiziaria può ordinare, enunciando

nel verbale i motivi del provvedimento, che taluno non si allontani prima che le

operazioni siano concluse e può far ricondurre coattivamente sul posto il

trasgressore.

Le ispezioni presso gli uffici dei difensori

Le ispezioni e le perquisizioni negli uffici dei difensori sono consentite solo

quando essi o altre persone che svolgono stabilmente attività nello stesso ufficio

sono imputati, limitatamente ai fini dell'accertamento del reato loro attribuito e al

fine di rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o

persone specificamente predeterminate.

Nell'accingersi a eseguire una ispezione, una perquisizione o un sequestro

nell'ufficio di un difensore, l'autorità giudiziaria – nella persona del giudice

ovvero, nel corso delle indagini preliminari, del P.M. – avvisa il consiglio

dell'ordine forense del luogo perché il presidente o un consigliere da questo

delegato possa assistere alle operazioni. Allo stesso, se interviene e ne fa

richiesta, è consegnata copia del provvedimento. Tali formalità sono richieste a

pena di nullità.

Le perquisizioni

La perquisizione consiste in un’attività volta ad acquisire al processo il corpo del

reato e in genere le cose pertinenti al reato, quelle cioè sulle quali o a mezzo

delle quali fu commesso il reato e quelle che ne costituiscono il profitto, il prezzo

o il prodotto o un mezzo di prova.

Quando vi è fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla persona il corpo

del reato o cose pertinenti al reato, è disposta perquisizione personale. Quando

vi è fondato motivo di ritenere che tali cose si trovino in un determinato luogo

ovvero che in esso possa eseguirsi l'arresto dell'imputato o dell'evaso, è

disposta perquisizione locale. La perquisizione è disposta con decreto motivato.

L'autorità giudiziaria può procedere personalmente ovvero disporre che l'atto sia

compiuto da ufficiali di polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto.

Se attraverso la perquisizione si ricerca una cosa determinata, l'autorità

giudiziaria può invitare a consegnarla. Se la cosa è presentata, non si procede

alla perquisizione, salvo che si ritenga utile procedervi per la completezza delle

indagini.

Le cose rinvenute a seguito della perquisizione sono sottoposte a sequestro con

l'osservanza delle prescrizioni degli articoli 259 e 260.

Le perquisizioni personali

Prima di procedere alla perquisizione personale è consegnata una copia del

decreto all'interessato, con l'avviso della facoltà di farsi assistere da persona di

fiducia, purché questa sia prontamente reperibile e idonea a norma dell'articolo

120. La perquisizione è eseguita nel rispetto della dignità e, nei limiti del

possibile, del pudore di chi vi è sottoposto.

Le perquisizioni locali

Nell'atto di iniziare le operazioni, copia del decreto di perquisizione locale è

consegnata all'imputato, se presente, e a chi abbia l'attuale disponibilità del

luogo, con l'avviso della facoltà di farsi rappresentare o assistere da persona di

fiducia, purché questa sia prontamente reperibile e idonea a norma dell'articolo

120. Se tali persone mancano, la copia è consegnata e l'avviso è rivolto a un

congiunto, un coabitante o un collaboratore ovvero, in mancanza, al portiere o a

chi ne fa le veci. L'autorità giudiziaria, nel procedere alla perquisizione locale,

può disporre con decreto motivato che siano perquisite le persone presenti o

sopraggiunte, quando ritiene che le stesse possano occultare il corpo del reato

o cose pertinenti al reato. Può inoltre ordinare, enunciando nel verbale i motivi

del provvedimento, che taluno non si allontani prima che le operazioni siano

concluse. Il trasgressore è trattenuto o ricondotto coattivamente sul posto.

La perquisizione in un'abitazione o nei luoghi chiusi adiacenti a essa può essere

svolta solo fra le ore sette e le ore venti. Tuttavia nei casi urgenti l'autorità

giudiziaria può disporre per iscritto che la perquisizione sia eseguita fuori dei

suddetti limiti temporali.

I sequestri

Il sequestro - operato personalmente dall’autorità giudiziaria con decreto

motivato, o da ufficiali della polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto - è

un mezzo di ricerca della prova. Durante la fase delle indagini preliminari la

polizia giudiziaria può disporre di propria iniziativa il sequestro solo nel caso in

cui vi sia pericolo che le cose sequestrande si alterino o si disperdano o

comunque si modifichino e il pubblico ministero non possa intervenire

tempestivamente. Nel caso ricorrano i presupposti previsti dall’art. 354 c.p.p.

(pericolo di alterazione o dispersione) il difensore della persona sottoposta ad

indagini ha facoltà di assistere alle operazioni di sequestro, non ha invece il

diritto di essere preavvisato. Nel caso in cui sia direttamente il p.m. a compiere

gli atti di sequestro chiede alla persona sottoposta alle indagini se sia assistita

da un difensore di fiducia, qualora ne sia priva nomina uno d’ufficio. Il sequestro

operato d’iniziativa dalla polizia giudiziaria deve essere convalidato dal p.m., il

quale provvede entro le quarantotto ore successive alla trasmissione del verbale

di sequestri, che deve avvenire ad opera della polizia giudiziaria senza ritardo e

comunque non oltre le quarantotto ore successive al sequestro. Qualora il

verbale del sequestro documenti un atto irripetibile, lo stesso confluirà nel

fascicolo del dibattimento, dove confluiscono anche il corpo del reato e le cose

pertinenti al reato, purché non occorra custodirli altrove.

Le cose sequestrate sono affidate in custodia alla cancelleria o alla segreteria.

Quando ciò non è possibile o non è opportuno, l'autorità giudiziaria dispone che

la custodia avvenga in luogo diverso, determinandone il modo e nominando un

altro custode giudiziario. All'atto della consegna, il custode è avvertito

dell'obbligo di conservare e di presentare le cose a ogni richiesta dell'autorità

giudiziaria nonché delle pene previste dalla legge penale per chi trasgredisce ai

doveri della custodia. Al custode può essere imposta una cauzione.

Dell'avvenuta consegna, dell'avvertimento dato e della cauzione imposta è fatta

menzione nel verbale. La cauzione è ricevuta, con separato verbale, nella

cancelleria o nella segreteria.

Le cose sequestrate si assicurano con il sigillo dell'ufficio giudiziario e con le

sottoscrizioni dell'autorità giudiziaria e dell'ausiliario che la assiste ovvero, in

relazione alla natura delle cose, con altro mezzo idoneo a indicare il vincolo

imposto a fini di giustizia. L'autorità giudiziaria fa estrarre copia dei documenti e

fa eseguire fotografie o altre riproduzioni delle cose sequestrate che possono

alterarsi o che sono di difficile custodia, le unisce agli atti e fa custodire in

cancelleria o segreteria gli originali dei documenti. Se si tratta di cose che

possono alterarsi, l'autorità giudiziaria ne ordina, secondo i casi, l'alienazione o

la distruzione.

L'autorità giudiziaria, quando occorre procedere alla rimozione dei sigilli, ne

verifica prima l'identità e l'integrità con l'assistenza dell'ausiliario. Compiuto l'atto

per cui si è resa necessaria la rimozione dei sigilli, le cose sequestrate sono

nuovamente sigillate dall'ausiliario in presenza dell'autorità giudiziaria. L'autorità

giudiziaria e l'ausiliario appongono presso il sigillo la data e la sottoscrizione.

Quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose

sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza. Se

occorre, l'autorità giudiziaria prescrive di presentare a ogni richiesta le cose

restituite e a tal fine può imporre cauzione. La restituzione non è ordinata se il

giudice dispone, a richiesta del pubblico ministero o della parte civile, che sulle

cose appartenenti all'imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro

conservativo o preventivo: in altre parole il giudice può “trasformare” il

sequestro probatorio sequestro conservativo sequestro preventivo.

in o in

Dopo la sentenza non più soggetta a impugnazione le cose sequestrate sono

restituite a chi ne abbia diritto, salvo che sia disposta la confisca.

Il sequestro di corrispondenza

E’ consentito all’autorità giudiziaria procedere al sequestro di lettere, pieghi,

pacchi, valori, telegrammi e altri oggetti di corrispondenza, qualora abbia

fondato motivo di ritenere essere spediti dall’imputato, o a lui diretti, anche sotto

nome diverso o per mezzo di persona diversa o che comunque possono avere

relazione con il reato. Allorché al sequestro procede un ufficiale di polizia

giudiziaria, questi deve consegnare all’autorità giudiziaria gli oggetti di

corrispondenza sequestrati, senza aprirli e senza prendere altrimenti

conoscenza del loro contenuto. In caso di urgenza gli ufficiali di polizia

giudiziaria ordinano a chi è preposto al servizio postale di sospendere l’inoltro

degli oggetti di corrispondenza per i quali è consentito il sequestro a norma

dell’art. 254 c.p.p., ma, se il p.m. entro quarantotto ore dall’ordine della polizia

giudiziaria non dispone il sequestro, gli oggetti di corrispondenza sono inoltrati.

Tutte le carte e i documenti sequestrati che non rientrano fra la corrispondenza

sequestrabile sono immediatamente restituiti all’avente diritto e non possono

essere comunque utilizzati.

Il sequestro presso banche

L’autorità giudiziaria può procedere al sequestro presso banche di documenti,

titoli, valori, somme depositate in conto corrente e di ogni altra cosa, anche se

contenuti in cassette di sicurezza, quando abbia fondato motivo di ritenere che

siano pertinenti al reato, quantunque non appartengano all’imputato o non siano

iscritti al suo nome. In questo caso specifico è escluso che il provvedimento di

sequestro venga preceduto da un’informazione di garanzia a coloro ai quali

risultano appartenere le cose sottoposte a sequestro.

Le intercettazioni

Esse possono riguardare qualsiasi forma di telecomunicazione. L’intercettazione

non è consentita per tutti i reati, le fattispecie per le quali essa è consentita sono

elencati dall’art. 266 c.p., e sono:

a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o della

reclusione superiore nel massimo a cinque anni;

b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della

reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni;

c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;

d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;

e) delitti di contrabbando;

f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, molestia o

disturbo alle persone col mezzo del telefono ;

g) delitti previsti dall'articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale

(pornografia minorile).

Negli stessi casi è consentita l'intercettazione di comunicazioni tra presenti.

Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi di privata dimora, l'intercettazione

è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo

l'attività criminosa. Affinché si possa procedere ad un intercettazione è previsto

un procedimento autorizzatorio che prevede una richiesta da parte del p.m. ed

una autorizzazione da parte del giudice per le indagini preliminari da concedersi

nell’ipotesi che sussistano gravi indizi di reato e l’intercettazione sia

assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

I MEZZI DI PROVA

I mezzi di prova sono gli strumenti attraverso i quali le fonti di prova producono

la prova.

La testimonianza

La testimonianza è il tipico mezzo di prova, che garantisce, ad un tempo,

l’oralità della stessa e il diritto al contraddittorio attraverso il c.d. esame

incrociato. Oggetto della testimonianza sono fatti determinati, specifici e non

giudizi sulla moralità dell’imputato o apprezzamenti personali.

La testimonianza indiretta

Quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il

giudice, a richiesta di parte, dispone che queste siano chiamate a deporre: in

caso contrario le dichiarazioni relative a fatti di cui il testimone abbia avuto

conoscenza da altre persone sono inutilizzabili, salvo che l'esame di queste

risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità. Gli ufficiali e gli agenti di

polizia giudiziaria non possono deporre sul contenuto delle dichiarazioni

acquisite da testimoni.

La capacità a testimoniare

Ogni persona ha la capacità di testimoniare. Qualora, al fine di valutare le

dichiarazioni del testimone, sia necessario verificarne l'idoneità fisica o mentale

a rendere testimonianza, il giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti

opportuni con i mezzi consentiti dalla legge. I risultati degli accertamenti che

siano stati disposti prima dell'esame testimoniale non precludono l'assunzione

della testimonianza.

Le formalità di assunzione

L’art. 497 prevede gli atti preliminari all’esame dei testimoni. Questi sono

esaminati l'uno dopo l'altro nell'ordine prescelto dalle parti che li hanno indicati.

Prima che l'esame abbia inizio, il presidente avverte il testimone dell'obbligo di

dire la verità. Salvo che si tratti di persona minore degli anni quattordici, il

presidente avverte altresì il testimone delle responsabilità previste dalla legge

penale per i testimoni falsi o reticenti e lo invita a rendere la seguente

dichiarazione: «Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo

con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere

nulla di quanto è a mia conoscenza». Lo invita quindi a fornire le proprie

generalità. Tali formalità sono richieste a pena di nullità. Le domande sono

rivolte direttamente dal pubblico ministero o dal difensore che ha chiesto

l'esame del testimone. Successivamente altre domande possono essere rivolte

dalle parti che non hanno chiesto l'esame, secondo l'ordine indicato nell'articolo

496. Chi ha chiesto l'esame può proporre nuove domande.

Quanto alle regole da seguire durante l’esame testimoniale l’art. 499 prevede

che:

l'esame testimoniale si svolga mediante domande su fatti specifici;

• nel corso dell'esame sono vietate le domande che possono nuocere alla

• sincerità delle risposte;

nell'esame condotto dalla parte che ha chiesto la citazione del testimone e da

• quella che ha un interesse comune sono vietate le domande che tendono a

suggerire le risposte;

il presidente cura che l'esame del testimone sia condotto senza ledere il

• rispetto della persona;

il testimone può essere autorizzato dal presidente a consultare, in aiuto della

• memoria, documenti da lui redatti;

durante l'esame, il presidente, anche di ufficio, interviene per assicurare la

• pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell'esame e la

correttezza delle contestazioni.

Le contestazioni nell’esame testimoniale

L’art. 500 disciplina le contestazioni ai testi. Fermi i divieti di lettura e di

allegazione, le parti, per contestare in tutto o in parte il contenuto della

deposizione, possono servirsi delle dichiarazioni precedentemente rese dal

testimone e contenute nel fascicolo del pubblico ministero. Tale facoltà può

essere esercitata solo se sui fatti e sulle circostanze da contestare il testimone

abbia già deposto. Le parti possono procedere alla contestazione anche quando

il teste rifiuta o comunque omette, in tutto o in parte, di rispondere sulle

circostanze riferite nelle precedenti dichiarazioni. Le dichiarazioni utilizzate per

la contestazione possono essere valutate dal giudice per stabilire la credibilità

della persona esaminata. Quando, a seguito della contestazione, sussiste

difformità rispetto al contenuto della deposizione, le dichiarazioni utilizzate per la

contestazione sono acquisite nel fascicolo per il dibattimento e sono valutate

come prova dei fatti in esse affermati se sussistono altri elementi di prova che

ne confermano l'attendibilità. Le dichiarazioni così acquisite sono valutate come

prova dei fatti in esse affermati quando, anche per le modalità della deposizione

o per altre circostanze emerse dal dibattimento, risulta che il testimone è stato

sottoposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità,

affinché non deponga o deponga il falso ovvero risultano altre situazioni che

hanno compromesso la genuinità dell'esame. Le dichiarazioni assunte dal

giudice a norma dell'articolo 422 costituiscono prova dei fatti in esse affermati,

se sono state utilizzate per le contestazioni previste dall’art. 500.

La falsa testimonianza

Poiché il giudice non è detentore di una verità processualmente acquisita,

allorché un testimone renda dichiarazioni contraddittorie, incomplete o

contrastanti con le prove già acquisite, il presidente o il giudice può solo farglielo

rilevare rinnovandogli, se del caso, l'avvertimento previsto dall'articolo 497/2 .

Allo stesso avvertimento provvede se un testimone rifiuta di deporre fuori dei

casi espressamente previsti dalla legge e, se il testimone persiste nel rifiuto,

dispone l'immediata trasmissione degli atti al pubblico ministero perché proceda

a norma di legge.

Con la decisione che definisce la fase processuale in cui il testimone ha

prestato il suo ufficio, il giudice, se ravvisa indizi di falsa testimonianza (art. 372

c.p.), ne informa il pubblico ministero trasmettendogli i relativi atti.

L’esame delle parti

L’esame inerisce alle dichiarazioni rese in qualità di parte processuale, così

come la testimonianza a quella di qualità di testimone: costituisce un mezzo di

istruzione probatoria che ha luogo nelle sedi in cui si forma la prova

(dibattimento o incidente probatorio) e che investe le parti processuali private.

Mentre i testimoni hanno l’obbligo di deporre, le parti hanno solo la facoltà di

assoggettarsi ad esame, essendo esse titolari di un interesse proprio nel

processo e quindi legittimate ad esercitare il diritto di difesa anche mediante il

rifiuto dell’esame.

La disciplina dell’esame

Ai sensi dell’art. 503 il presidente dispone l'esame delle parti che ne abbiano

fatto richiesta o che vi abbiano consentito, secondo il seguente ordine: parte

civile, responsabile civile, persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e

imputato. L'esame si svolge nei modi previsti dagli articoli 498 e 499. Ha inizio

con le domande del difensore o del pubblico ministero che l'ha chiesto e

prosegue con le domande, secondo i casi, del pubblico ministero e dei difensori

della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per

la pena pecuniaria, del coimputato e dell'imputato. Quindi, chi ha iniziato

l'esame può rivolgere nuove domande. Fermi i divieti di lettura e di allegazione,

il pubblico ministero e i difensori, per contestare in tutto o in parte il contenuto

della deposizione, possono servirsi delle dichiarazioni precedentemente rese

dalla parte esaminata e contenute nel fascicolo del pubblico ministero. Tale

facoltà può essere esercitata solo se sui fatti e sulle circostanze da contestare la

parte abbia già deposto. Le dichiarazioni utilizzate per la contestazione possono

essere valutate dal giudice per stabilire la credibilità della persona esaminata.

Le dichiarazioni alle quali il difensore aveva diritto di assistere assunte dal

pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero

sono acquisite nel fascicolo per il dibattimento, se sono state utilizzate per le

contestazioni.

I confronti

Qualora fra due o più persone già esaminate o interrogate sussistano

divergenze, il codice prevede l’istituto del confronto (art. 211). Il giudice,

richiamate le precedenti dichiarazioni ai soggetti tra i quali deve svolgersi il

confronto, chiede loro se le confermano o le modificano, invitandoli, ove occorra,

alle reciproche contestazioni. Nel verbale è fatta menzione delle domande

rivolte dal giudice, delle dichiarazioni rese dalle persone messe a confronto e di

quanto altro è avvenuto durante il confronto.

Le ricognizioni

La ricognizione mira alla individuazione di persone, cose ed altre realtà

sensoriali ad opera di un soggetto chiamato in sede processuale a riconoscere

persone ed oggetti già caduti sotto i suoi sensi.

Quando occorre procedere a ricognizione personale, il giudice invita chi deve

eseguirla a descrivere la persona indicando tutti i particolari che ricorda; gli

chiede poi se sia stato in precedenza chiamato a eseguire il riconoscimento, se,

prima e dopo il fatto per cui si procede, abbia visto, anche se riprodotta in

fotografia o altrimenti, la persona da riconoscere, se la stessa gli sia stata

indicata o descritta e se vi siano altre circostanze che possano influire

sull'attendibilità del riconoscimento. Nel verbale è fatta menzione degli

adempimenti previsti dal comma 1 e delle dichiarazioni rese. Tali formalità sono

richieste a pena di nullità.

In seguito, allontanato colui che deve eseguire la ricognizione, il giudice procura

la presenza di almeno due persone il più possibile somiglianti, anche

nell'abbigliamento, a quella sottoposta a ricognizione. Invita quindi quest'ultima

a scegliere il suo posto rispetto alle altre, curando che si presenti, sin dove è

possibile, nelle stesse condizioni nelle quali sarebbe stata vista dalla persona

chiamata alla ricognizione. Nuovamente introdotta quest'ultima, il giudice le

chiede se riconosca taluno dei presenti e, in caso affermativo, la invita a

indicare chi abbia riconosciuto e a precisare se ne sia certa.

Quando, invece, occorre procedere alla ricognizione del corpo del reato o di

altre cose pertinenti al reato, il giudice procede osservando le disposizioni

dell'articolo 213, in quanto applicabili. Procurati, ove possibile, almeno due

oggetti simili a quello da riconoscere, il giudice chiede alla persona chiamata

alla ricognizione se riconosca taluno tra essi e, in caso affermativo, la invita a

dichiarare quale abbia riconosciuto e a precisare se ne sia certa.

In entrambi i casi, nel verbale è fatta menzione, a pena di nullità, delle modalità

di svolgimento e ricognizione. Il giudice può disporre che lo svolgimento della

ricognizione sia documentato anche mediante rilevazioni fotografiche o

cinematografiche o mediante altri strumenti o procedimenti.

Gli esperimenti giudiziali

L'esperimento consiste nella riproduzione, per quanto è possibile, della

situazione in cui il fatto si afferma o si ritiene essere avvenuto e nella ripetizione

delle modalità di svolgimento del fatto stesso. L'esperimento giudiziale è

ammesso quando occorre accertare se un fatto sia o possa essere avvenuto in

un determinato modo (art. 218).

In fase di indagini preliminari, le esigenze cognitive che sono a fondamento

dell’esperimento giudiziale sono assicurate mediante “accertamenti tecnici” da

parte del P.M. e mediante “atti o operazioni tecniche” da parte della P.G.,

sempre, però, nell’ottica di finalità investigative, e mai probatorie.

La perizia e la consulenza tecnica

Ai sensi dell’art. 220, 1. la perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini

o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche,

scientifiche o artistiche.

Quanto alle modalità di espletamento, il giudice nomina il perito scegliendolo tra

gli iscritti negli appositi albi o tra persone fornite di particolare competenza nella

specifica disciplina. Il giudice affida l'espletamento della perizia a più persone

quando le indagini e le valutazioni risultano di notevole complessità ovvero

richiedono distinte conoscenze in differenti discipline. Il perito ha l'obbligo di

prestare il suo ufficio, salvo che ricorra uno dei motivi di astensione previsti

dall'articolo 36. La necessarietà della perizia comporta che essa possa essere

disposta anche di ufficio dal giudice, nella sua funzione di garante della

correttezza del processo e delle procedure volte ad acquisire la verità reale, al

di là delle deficienze di impulso delle parti.

Disposta la perizia, il pubblico ministero e le parti private hanno facoltà di

nominare propri consulenti tecnici in numero non superiore, per ciascuna parte,

a quello dei periti. Ai sensi dell’art. 230, i consulenti tecnici possono assistere al

conferimento dell'incarico al perito e presentare al giudice richieste, osservazioni

e riserve, delle quali è fatta menzione nel verbale. Essi possono partecipare alle

operazioni peritali, proponendo al perito specifiche indagini e formulando

osservazioni e riserve, delle quali deve darsi atto nella relazione. Se sono

nominati dopo l'esaurimento delle operazioni peritali, i consulenti tecnici

possono esaminare le relazioni e richiedere al giudice di essere autorizzati a

esaminare la persona, la cosa e il luogo oggetto della perizia. La nomina dei

consulenti tecnici e lo svolgimento della loro attività non può ritardare

l'esecuzione della perizia e il compimento delle altre attività processuali.

Il giudice, accertate le generalità del perito, gli chiede se si trova in una delle

condizioni di incapacità o incompatibilità previste dagli articoli 222 e 223, lo

avverte degli obblighi e delle responsabilità previste dalla legge penale e lo

invita a rendere la seguente dichiarazione: «consapevole della responsabilità

morale e giuridica che assumo nello svolgimento dell'incarico, mi impegno ad

adempiere al mio ufficio senza altro scopo che quello di far conoscere la verità e

a mantenere il segreto su tutte le operazioni peritali». Il giudice formula quindi i

quesiti, sentiti il perito, i consulenti tecnici, il pubblico ministero e i difensori

presenti.

Concluse le formalità di conferimento dell'incarico, il perito procede

immediatamente ai necessari accertamenti e risponde ai quesiti con parere

raccolto nel verbale. Se, per la complessità dei quesiti, il perito non ritiene di

poter dare immediata risposta, può chiedere un termine al giudice. Quando non

ritiene di concedere il termine, il giudice provvede alla sostituzione del perito;

altrimenti fissa la data, non oltre novanta giorni, nella quale il perito stesso dovrà

rispondere ai quesiti e dispone perché ne venga data comunicazione alle parti e

ai consulenti tecnici. Quando risultano necessari accertamenti di particolare

complessità, il termine può essere prorogato dal giudice, su richiesta motivata

del perito, anche più volte per periodi non superiori a trenta giorni. In ogni caso,

il termine per la risposta ai quesiti, anche se prorogato, non può superare i sei

mesi. Qualora sia indispensabile illustrare con note scritte il parere, il perito può

chiedere al giudice di essere autorizzato a presentare relazione scritta.

Il perito procede alle operazioni necessarie per rispondere ai quesiti. A tal fine

può essere autorizzato dal giudice a prendere visione degli atti, dei documenti e

delle cose prodotti dalle parti dei quali la legge prevede l'acquisizione al

fascicolo per il dibattimento. Il perito può essere inoltre autorizzato ad assistere

all'esame delle parti e all'assunzione di prove nonché a servirsi di ausiliari di sua

fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti e

valutazioni. Qualora, ai fini dello svolgimento dell'incarico, il perito richieda

notizie all'imputato, alla persona offesa o ad altre persone, gli elementi in tal

modo acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell'accertamento peritale.

Quando le operazioni peritali si svolgono senza la presenza del giudice e

sorgono questioni relative ai poteri del perito e ai limiti dell'incarico, la decisione

è rimessa al giudice, senza che ciò importi sospensione delle operazioni stesse.

Il perito indica il giorno, l'ora e il luogo in cui inizierà le operazioni peritali e il

giudice ne fa dare atto nel verbale. Della eventuale continuazione delle

operazioni peritali il perito dà comunicazione senza formalità alle parti presenti.

I documenti

A norma dell’art. 234, è consentita l'acquisizione di scritti o di altri documenti che

rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la

fonografia o qualsiasi altro mezzo.

I documenti che costituiscono corpo del reato devono essere acquisiti

qualunque sia la persona che li abbia formati o li detenga. Inoltre è consentita

l'acquisizione, anche di ufficio, di qualsiasi documento proveniente dall'imputato,

anche se sequestrato presso altri o da altri prodotto.

E' consentita l'acquisizione dei certificati del casellario giudiziale, della

documentazione esistente presso gli uffici del servizio sociale degli enti pubblici

e presso gli uffici di sorveglianza nonché delle sentenze irrevocabili di

qualunque giudice italiano e delle sentenze straniere riconosciute, ai fini del

giudizio sulla personalità dell'imputato o della persona offesa dal reato, se il fatto

per il quale si procede deve essere valutato in relazione al comportamento o

alle qualità morali di questa.

L’art. 238 disciplina l’acquisizione dei verbali di prove assunte in alti

procedimenti. In particolare:

è ammessa l'acquisizione di verbali di prove di altro procedimento penale se

• si tratta di prove assunte nell'incidente probatorio o nel dibattimento;

è ammessa l'acquisizione di verbali di prove assunte in un giudizio civile

• definito con sentenza che abbia acquistato autorità di cosa giudicata;

è comunque ammessa l'acquisizione della documentazione di atti che anche

• per cause sopravvenute non sono ripetibili;

Al di fuori dei casi appena visti, i verbali di dichiarazioni possono essere utilizzati

nel dibattimento solo nei confronti dell'imputato che vi consenta; in mancanza di

consenso, detti verbali possono essere utilizzati per le contestazioni.

L’

INCIDENTE PROBATORIO

Con lo strumento dell’incidente probatorio si rende possibile, durante la fase

delle indagini preliminari, assumere, e dunque acquisire al processo, prove la

cui assunzione non appare rinviabile al successivo dibattimento. Il legislatore ha

ritenuto opportuno nell’art. 392 c.p.p. elencare le specifiche ipotesi in presenza

delle quali procedere con incidente probatorio, con ciò volendo sostanzialmente

scongiurare il pericolo che l’uso dell’istituto esorbiti dall’eccezionalità. Durante le

indagini preliminari, dunque, sia il p.m. che la persona sottoposta ad indagini

possono chiedere al giudice che si proceda con incidente probatorio:

a) all'assunzione della testimonianza di una persona, quando vi è fondato

motivo di ritenere che la stessa non potrà essere esaminata nel dibattimento

per infermità o altro grave impedimento;

b) all'assunzione di una testimonianza quando, per elementi concreti e specifici,

vi è fondato motivo di ritenere che la persona sia esposta a violenza,

minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità affinché non deponga

o deponga il falso;

c) all'esame della persona sottoposta alle indagini su fatti concernenti la

responsabilità di altri;

d) all'esame delle persone imputate in un procedimento connesso;

e) al confronto tra persone che in altro incidente probatorio o al pubblico

ministero hanno reso dichiarazioni discordanti, quando ricorre una delle

circostanze previste dalle lettere a) e b);

f) a una perizia o a un esperimento giudiziale, se la prova riguarda una persona,

una cosa o un luogo il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile;

g) a una ricognizione, quando particolari ragioni di urgenza non consentono di

rinviare l'atto al dibattimento.

Il pubblico ministero e la persona sottoposta alle indagini possono altresì

chiedere una perizia che, se fosse disposta nel dibattimento, ne potrebbe

determinare una sospensione superiore a sessanta giorni .

La richiesta di incidente probatorio è depositata nella cancelleria del giudice per

le indagini preliminari, unitamente a eventuali cose o documenti, ed è notificata

a cura di chi l'ha proposta, secondo i casi, al pubblico ministero e alle persone

nei confronti delle quali si procede per i fatti oggetto della prova.

Entro due giorni dalla notificazione della richiesta, il pubblico ministero ovvero la

persona sottoposta alle indagini può presentare deduzioni sull'ammissibilità e

sulla fondatezza della richiesta, depositare cose, produrre documenti nonché

indicare altri fatti che debbano costituire oggetto della prova e altre persone

interessate. Copia delle deduzioni è consegnata dalla persona sottoposta alle

indagini alla segreteria del pubblico ministero, che comunica senza ritardo al

giudice le indicazioni necessarie per gli avvisi.

Poiché l’incidente probatorio si risolve nella immediata acquisizione della prova,

esso comporta la c.d. discovery di risultanze investigative. Se tale discovery è

promossa dall’indagato, essa talvolta può risultare pregiudizievole alle indagini

in corso; in tal caso, il P.M. può provocare il differimento dell’incidente

probatorio per il tempo strettamente necessario ad esperire quegli atti

investigativi messi anzitempo a rischio dall’incidente probatorio. La contraria

esigenza di acquisizione urgente della prova può comportare o il rigetto

dell’istanza di differimento o l’abbreviazione dei termini per l’assunzione della

prova.

L'udienza si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del

pubblico ministero e del difensore della persona sottoposta alle indagini. Ha

altresì diritto di parteciparvi il difensore della persona offesa. La persona

sottoposta alle indagini e la persona offesa hanno diritto di assistere all'incidente

probatorio quando si deve esaminare un testimone o un'altra persona. Negli altri

casi possono assistere previa autorizzazione del giudice. Le prove sono assunte

con le forme stabilite per il dibattimento. Il verbale, le cose e i documenti

acquisiti nell'incidente probatorio sono trasmessi al pubblico ministero. I

difensori hanno diritto di prenderne visione ed estrarne copia.

L IBERTÀ DELLA PERSONA E PROCEDIMENTO PENALE

In tema di libertà personale, il quadro sistematico è dettato dall’art. 13 della

Costituzione il quale, dopo aver premesso il principio che la libertà personale è

inviolabile, sancisce che non è ammessa forma alcuna di detenzione di

ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà

personale, se non per atto motivato dall'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi

previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati

tassativamente dalla legge, l'autorità di Pubblica sicurezza può adottare

provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore

all'Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto

ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E' punita ogni violenza

fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La

legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

L’ ARRESTO IN FLAGRANZA E IL FERMO

L’arresto in flagranza

L’arresto in flagranza fa riferimento all’atto regolato dagli artt. 385-391 c.p.p.,

con il quale una persona viene privata della libertà personale, poiché colta

nell’atto di commettere un reato, o sorpresa con cose e tracce con le quali

appaia avere commesso poco prima un reato.

obbligatorio facoltativo

L’arresto si ripartisce in e a seconda che la sua

effettuazione sia un atto dovuto o un atto discrezionale. Per la previsione

obbligatoria deve trattarsi di delitti non colposi riconducibili ad una indicazione

generale (la cui pena prevista sia nel minimo non inferiore a 5 anni e nel

massimo non inferiore a 20) o analitica (casi cioè espressamente indicati dal

codice). Per la previsione facoltativa deve ugualmente trattarsi di delitti ma in

questo caso anche colposi. Se trattasi di delitto doloso è previsto l’arresto

facoltativo se la pena prevista per il reato è superiore nel massimo edittale a 3

anni; se trattasi di delitto colposo la pena prevista deve essere superiore nel

massimo a 5 anni. Anche per l’arresto facoltativo, oltre ad una indicazione

generale è prevista una elencazione analitica.

Infine è da notare che il comma 4-bis dell’art. 381, introdotto dalla L. 332/95,

vieta l'arresto della persona richiesta di fornire informazioni dalla polizia

giudiziaria o dal pubblico al fine di evitare pericolose coazioni psicologiche che

la minaccia dell’arresto potrebbe comportare.

Il fermo

Il fermo attribuisce alla polizia giudiziaria o al p.m. un potere di cattura di

carattere discrezionale, non sottoposto, come l’arresto, al requisito della

flagranza di reato. In pratica, il fermo consiste in una privazione della libertà

dopo la quale trovano applicazione le medesime norme previste per l’arresto

(artt. 385-391 c.p.p.): la diversità fra i due istituti si coglie però nell’ambito dei

presupposti, delle finalità e della titolarità del potere. Per quanto concerne i

presupposti si può osservare che il fermo richiede gravi indizi di reità unitamente

a elementi specifici dai quali possa desumersi il pericolo di fuga; non è richiesta

la flagranza. Infine, il fermo deve essere consentito in ordine al titolo del delitto

(o per l’entità della pena o per espressa previsione: art. 384 c.p.p.). Di chiara

evidenza risultano le finalità che possono riassumersi nell’intento di evitare che

l’indagato possa fuggire, soprattutto nei casi in cui, difettando la flagranza, non

si può legittimamente procedere all’arresto. Infine, si deve rilevare che la

titolarità del potere di procedere al fermo appartiene tanto alla polizia giudiziaria

che al p.m.; alla polizia giudiziaria, in particolare, prima dell’assunzione della

direzione delle indagini da parte del p.m. o in caso di sopravvenute emergenze

(come ex art. 384, comma 3 o ). Il fermo non è consentito quando il fatto

commesso è non punibile o coperto da una causa di giustificazione (art. 385

c.p.p.). I doveri della polizia giudiziaria e i casi di immediata liberazione del

fermato sono disciplinati dagli artt. 386 e 389.

Adempimenti e verifiche comuni

Premesso che le misure in esame non sono consentite quando il fatto

commesso appaia non punibile o coperto da una causa di giustificazione, i

doveri della P.G. hanno i seguenti contenuti, secondo una scansione

logico-cronologica:

immediata notizia al P.M. competente del luogo ove la misura è stata

• eseguita;

avvertimento al soggetto in vinculis della facoltà di nominare un difensore;

• se necessario richiesta al P.M. di nominare un difensore di ufficio;

• immediata informativa al difensore appena designato dello stato di

• restrizione;

messa a disposizione del P.M. entro 24 ore del soggetto fermato o arrestato;

• invio al P.M. nello stesso termine del verbale di arresto;

• avviso dell’arresto o del fermo ai familiari, con il consenso dell’interessato.

L’art. 389 prevede l’immediata liberazione del soggetto se risulta evidente che

l'arresto o il fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dei casi previsti

dalla legge o se la misura dell'arresto o del fermo è divenuta inefficace a norma

degli articoli 386 comma 7 e 390 comma 3. La liberazione è altresì disposta

prima dell'intervento del pubblico ministero dallo stesso ufficiale di polizia

giudiziaria, che ne informa subito il pubblico ministero del luogo dove l'arresto o

il fermo è stato eseguito.

La convalida del fermo o dell’arresto

Entro 48 ore il p.m. deve richiedere al giudice per le indagini preliminari della

stessa sede la convalida; nelle successive 48 ore il G.i.p. deve celebrare in

Camera di consiglio l’udienza di convalida e decidere, a pena di cessazione di

efficacia del fermo o dell’arresto (art. 390 c.p.p.). L’eventuale ordinanza di

convalida del G.i.p. ha riguardo unicamente al controllo giurisdizionale sull’atto

privativo di libertà operato dalla polizia giudiziaria e dal p.m., ma non è

sufficiente da sola a consentire l’ulteriore continuazione dello stato di fermo:

infatti, il G.i.p., se non emette anche una contestuale ordinanza per

l’applicazione di una misura coercitiva deve, comunque, ordinare la immediata

liberazione del fermato o dell’arrestato; in pratica, la restrizione della libertà

prosegue solo se la contestuale richiesta di misura coercitiva è accolta dal G.i.p..

Avverso il provvedimento di convalida può essere proposto unicamente ricorso

per Cassazione ex art. 391, commi 1 e 4; mentre contro l’eventuale misura

cautelare adottata può essere esperito l’ordinario mezzo di impugnazione del

riesame previsto ex art. 309 c.p.p..

L E MISURE CAUTELARI

Le misure cautelari possono essere adottate dall’Autorità giudiziaria sia nel

corso delle indagini preliminari che nella seguente fase processuale; esse si

dividono in misure cautelari personali e reali, le prime, poi, possono essere

coercitive o interdittive. Ai fini dell’applicabilità di queste misure cautelari, è

necessaria in primo luogo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza ed inoltre

l’assenza di cause estintive del reato, della pena, di giustificazione e di non

punibilità. E’ altresì necessaria la presenza di esigenze cautelari; la legge ne

prevede tre, in alternativa: pericolo di inquinamento delle prove,

la prima, comunemente chiamata é

• inerente ad esigenze di indagine, in relazione al pericolo per l’acquisizione

delle prove e la salvaguardia della loro genuinità; pericolo di fuga

la seconda sussiste qualora vi sia la fuga od il concreto

• dell’imputato, se il giudice ritiene che possa essere irrogata una pena

superiore e due anni di reclusione; pericolo che

la terza, infine, posta a tutela della collettività, è integrata dal

• egli commetta gravi delitti di violenza o contro l’ordine costituzionale

ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui

si procede.

L’applicabilità delle misure coercitive incontra una soglia minima inerente alla

gravità del delitto commesso, dovendo essere prevista una pena edittale

superiore ad un certo limite. Le soglie di pena previste sono le seguenti:

delitto punibile con l’ergastolo o con pena superiore nel massimo a tre anni,

• per le misure diverse dalla custodia in carcere;

delitto punibile con l’ergastolo o pena non inferiore nel massimo a quattro

• anni, per la misura della custodia in carcere;

delitto punibile con l’ergastolo o pena non inferiore nel massimo a quattro

• anni, se l’esigenza cautelare da tutelare è quella del pericolo di commissione

di reati della stessa specie di quelli per cui si procede e la misura da adottare

è la custodia cautelare.

Le misure cautelari devono essere applicate mediante un procedimento

giurisdizionale e comunque con i criteri di adeguatezza e proporzionalità sanciti

dall’art. 275. In particolare, nel disporre le misure, il giudice tiene conto della

specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze

cautelari da soddisfare nel caso concreto. Ogni misura deve essere

proporzionata all'entità del fatto e alla sanzione che si ritiene possa essere

irrogata. Non può essere disposta la misura della custodia cautelare se il

giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione

condizionale della pena. La custodia cautelare in carcere può essere disposta

soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Quando sussistono gravi

indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all'articolo 416-bis c.p.

(associazione mafiosa) o ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni

previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle

associazioni previste dallo stesso articolo è applicata la custodia cautelare in

carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono

esigenze cautelari. Non può essere disposta la custodia cautelare in carcere,

salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando

imputati siano donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei

convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente

impossibilitata a dare assistenza alla prole, ovvero persona che ha superato

l'età di settanta anni o che si trovi in condizioni di salute particolarmente gravi

incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire

adeguate cure in caso di detenzione in carcere.

Le misure coercitive

Le misure cautelari coercitive incidono sulla libertà personale degli individui,

possono essere applicate qualora sia prevista una pena edittale superiore nel

massimo a tre anni, e si suddividono in:

misure custodiali – che comportano la soppressione della libertà fisica – e

• sono la custodia cautelare in carcere, gli arresti domiciliari e la custodia

cautelare in casa di cura. Il periodo di sottoposizione alle misure custodiali è

detratto dalla eventuale pena da espiare con la sentenza definitiva;

misure non custodiali – che implicano la limitazione, ma non la

• soppressione della libertà fisica – e sono il divieto di espatrio, il divieto o

l’obbligo di dimora, l’obbligo della presentazione alla polizia giudiziaria.

Tali misure sono adottate con ordinanza del giudice su richiesta del p.m. e sono

revocate quando ne cessano i presupposti di applicazione.

La custodia cautelare in carcere

Con il provvedimento che dispone la custodia cautelare, il giudice ordina agli

ufficiali e agli agenti di polizia giudiziaria che l'imputato sia catturato e

immediatamente condotto in un istituto di custodia per rimanervi a disposizione

dell'autorità giudiziaria. Prima del trasferimento nell'istituto la persona sottoposta

a custodia cautelare non può subire limitazione della libertà, se non per il tempo

e con le modalità strettamente necessarie alla sua traduzione. Per determinare

la pena da eseguire, la custodia cautelare subita si computa a norma

dell'articolo 657, anche quando si tratti di custodia cautelare subita all'estero in

conseguenza di una domanda di estradizione ovvero nel caso di rinnovamento

del giudizio a norma dell'articolo 11 del codice penale.

Gli arresti domiciliari

Con il provvedimento che dispone gli arresti domiciliari, il giudice prescrive

all'imputato di non allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata

dimora ovvero da un luogo pubblico di cura o di assistenza. Quando è

necessario, il giudice impone limiti o divieti alla facoltà dell'imputato di

comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo

assistono. Se l'imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili

esigenze di vita ovvero versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può

autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto per il

tempo strettamente necessario per provvedere alle suddette esigenze ovvero

per esercitare una attività lavorativa. Il pubblico ministero o la polizia giudiziaria,

anche di propria iniziativa, possono controllare in ogni momento l'osservanza

delle prescrizioni imposte all'imputato. L'imputato agli arresti domiciliari si

considera in stato di custodia cautelare.

La custodia cautelare in luogo di cura

Se la persona da sottoporre a custodia cautelare si trova in stato di infermità di

mente che ne esclude o ne diminuisce grandemente la capacità di intendere o

di volere, il giudice, in luogo della custodia in carcere, può disporre il ricovero

provvisorio in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero, adottando i

provvedimenti necessari per prevenire il pericolo di fuga. Il ricovero non può

essere mantenuto quando risulta che l'imputato non è più infermo di mente.

Il divieto di espatrio

Con il provvedimento che dispone il divieto di espatrio, il giudice prescrive

all'imputato di non uscire dal territorio nazionale senza l'autorizzazione del

giudice che procede. Il giudice dà le disposizioni necessarie per assicurare

l'esecuzione del provvedimento, anche al fine di impedire l'utilizzazione del

passaporto e degli altri documenti di identità validi per l'espatrio. Con l'ordinanza

che applica una delle altre misure coercitive, il giudice dispone in ogni caso il

divieto di espatrio.

Il divieto e l’obbligo di dimora

Con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive

all'imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza

l'autorizzazione del giudice che procede. Con il provvedimento che dispone

l'obbligo di dimora, il giudice prescrive all'imputato di non allontanarsi, senza

l'autorizzazione del giudice che procede, dal territorio del comune di dimora

abituale ovvero, al fine di assicurare un più efficace controllo o quando il

comune di dimora abituale non è sede di ufficio di polizia, dal territorio di una

frazione del predetto comune o dal territorio di un comune viciniore ovvero di

una frazione di quest'ultimo. Se per la personalità del soggetto o per le

condizioni ambientali la permanenza in tali luoghi non garantisce

adeguatamente le esigenze cautelari previste dall'articolo 274, l'obbligo di

dimora può essere disposto nel territorio di un altro comune o frazione di esso,

preferibilmente nella provincia e comunque nell'ambito della regione ove è

ubicato il comune di abituale dimora. Quando dispone l'obbligo di dimora, il

giudice indica l'autorità di polizia alla quale l'imputato deve presentarsi senza

ritardo e dichiarare il luogo ove fisserà la propria abitazione. Il giudice può

prescrivere all'imputato di dichiarare all'autorità di polizia gli orari e i luoghi in cui

sarà quotidianamente reperibile per i necessari controlli, con obbligo di

comunicare preventivamente alla stessa autorità le eventuali variazioni dei

luoghi e degli orari predetti. Il giudice può, anche con separato provvedimento,

prescrivere all'imputato di non allontanarsi dall'abitazione in alcune ore del

giorno, senza pregiudizio per le normali esigenze di lavoro. Nel determinare i

limiti territoriali delle prescrizioni, il giudice considera, per quanto è possibile, le

esigenze di alloggio, di lavoro e di assistenza dell'imputato. Quando si tratta di

persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un

programma terapeutico di recupero nell'ambito di una struttura autorizzata, il

giudice stabilisce i controlli necessari per accertare che il programma di

recupero prosegua. Dei provvedimenti del giudice è data in ogni caso

immediata comunicazione all'autorità di polizia competente, che ne vigila

l'osservanza e fa rapporto al pubblico ministero di ogni infrazione.

L’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria

Con il provvedimento che dispone l'obbligo di presentazione alla polizia

giudiziaria, il giudice prescrive all'imputato di presentarsi a un determinato ufficio

di polizia giudiziaria. Il giudice fissa i giorni e le ore di presentazione tenendo

conto dell'attività lavorativa e del luogo di abitazione dell'imputato.

Le misure interdittive

Le misure cautelari interdittive, invece, comportano la limitazione o la perdita di

diritti e potestà e sono la sospensione dalla potestà di genitore; la sospensione

da un pubblico ufficio o servizio; il divieto temporaneo di esercitare determinate

attività imprenditoriali o professionali. Anche queste misure sono applicabili in

presenza di una pena edittale superiore nel massimo a tre anni e sono adottate

con provvedimento del giudice su richiesta del p.m.

La sospensione dall'esercizio della potestà dei genitori

Con il provvedimento che dispone la sospensione dall'esercizio della potestà dei

genitori, il giudice priva temporaneamente l'imputato, in tutto o in parte, dei

poteri a essa inerenti. Qualora si proceda per un delitto contro la libertà

sessuale, ovvero per uno dei delitti previsti dagli articoli 530 e 571 del codice

penale, commesso in danno di prossimi congiunti, la misura può essere

disposta anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall'articolo 287 comma 1.

La sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio

Con il provvedimento che dispone la sospensione dall'esercizio di un pubblico

ufficio o servizio, il giudice interdice temporaneamente all'imputato, in tutto o in

parte, le attività a essi inerenti. Qualora si proceda per un delitto contro la

pubblica amministrazione, la misura può essere disposta a carico del pubblico

ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio, anche al di fuori dei limiti di

pena previsti dall'articolo 287 comma 1. Nel corso delle indagini preliminari,

prima di decidere sulla richiesta del pubblico ministero di sospensione

dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio, il giudice procede all'interrogatorio

dell'indagato, con le modalità indicate agli articoli 64 e 65. La misura non si

applica agli uffici elettivi ricoperti per diretta investitura popolare.

Il divieto temporaneo di esercitare attività professionali o imprenditoriali

Con il provvedimento che dispone il divieto di esercitare determinate professioni,

imprese o uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il giudice

interdice temporaneamente all'imputato, in tutto o in parte, le attività a essi

inerenti. Qualora si proceda per un delitto contro l'incolumità pubblica o contro

l'economia pubblica, l'industria e il commercio ovvero per alcuno dei delitti

previsti dalle disposizioni penali in materia di società e di consorzi o dagli articoli

353, 355, 373, 380 e 381 del codice penale, la misura può essere disposta

anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall'articolo 287 comma 1.

L’applicazione delle misure coercitive ed interdittive

Le misure cautelari personali sono applicate con ordinanza del giudice su

richiesta del P.M. Il giudice incontra un duplice limite nell’applicare la misura:

non può andare oltre la richiesta del P.M., né può fondare la sua decisione su

elementi di prova diversi da quelli forniti dallo stesso P.M..

Competente (funzionalmente) a decidere nel corso delle indagini preliminari e il

G.I.P.; nel corso dell’udienza preliminare è il G.U.P.; nel processo il giudice

presso cui si procede.

Sulla richiesta del pubblico ministero il giudice provvede con ordinanza.

L'ordinanza che dispone la misura cautelare contiene, a pena di nullità rilevabile

anche d'ufficio:

a) le generalità dell'imputato o quanto altro valga a identificarlo;

b) la descrizione sommaria del fatto con l'indicazione delle norme di legge che

si assumono violate;

c) l'esposizione delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano

in concreto la misura disposta, con l'indicazione degli elementi di fatto da cui

sono desunti e dei motivi per i quali essi assumono rilevanza, tenuto conto

anche del tempo trascorso dalla commissione del reato;

d) l'esposizione dei motivi per i quali sono stati ritenuti non rilevanti gli elementi

forniti dalla difesa, nonché, in caso di applicazione della misura della custodia

cautelare in carcere, l'esposizione delle concrete e specifiche ragioni per le

quali le esigenze cautelari non possono essere soddisfatte con altre misure;

e) la fissazione della data di scadenza della misura, in relazione alle indagini da

compiere, allorché questa è disposta al fine di evitare l’inquinamento delle

prove;

f) la data e la sottoscrizione del giudice.

L'ordinanza è nulla se non contiene la valutazione degli elementi a carico e a

favore dell'imputato, di cui all'articolo 358, nonché all'articolo 38 delle norme di

attuazione, di coordinamento e transitorie. L'incertezza circa il giudice che ha

emesso il provvedimento ovvero circa la persona nei cui confronti la misura è

disposta esime gli ufficiali e gli agenti incaricati dal darvi esecuzione.

Salvo quanto previsto dall'articolo 156 (notificazioni all’imputato detenuto),

l'ufficiale o l'agente incaricato di eseguire l'ordinanza che ha disposto la custodia

cautelare consegna all'imputato copia del provvedimento e lo avverte della

facoltà di nominare un difensore di fiducia, informa immediatamente il difensore

di fiducia eventualmente nominato ovvero quello di ufficio designato a norma

dell'articolo 97 e redige verbale di tutte le operazioni compiute. Il verbale è

immediatamente trasmesso al giudice che ha emesso l'ordinanza e al pubblico

ministero. Le ordinanze che dispongono misure diverse dalla custodia cautelare

sono notificate all'imputato. Le ordinanze dopo la loro notificazione o esecuzione,

sono depositate nella cancelleria del giudice che le ha emesse insieme alla

richiesta del pubblico ministero e agli atti presentati con la stessa. Avviso del

deposito è notificato al difensore. Copia dell'ordinanza che dispone una misura

interdittiva è trasmessa all'organo eventualmente competente a disporre

l'interdizione in via ordinaria.

Nel corso delle indagini preliminari, il giudice se non vi ha proceduto nel corso

dell'udienza di convalida dell'arresto o del fermo di indiziato di delitto procede

all'interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare in carcere

immediatamente e comunque non oltre cinque giorni dall'inizio dell'esecuzione

della custodia, salvo il caso in cui essa sia assolutamente impedita. Nel caso di

assoluto impedimento, il giudice ne dà atto con decreto motivato e il termine per

l'interrogatorio decorre nuovamente dalla data in cui il giudice riceve

comunicazione della cessazione dell'impedimento o comunque accerta la

cessazione dello stesso.

Mediante l'interrogatorio il giudice valuta se permangono le condizioni di

applicabilità e le esigenze cautelari previste dagli articoli 273, 274 e 275.

Quando ne ricorrono le condizioni, provvede, a norma dell'articolo 299, alla

revoca o alla sostituzione della misura disposta.

Nei casi in cui l’ordinanza che dispone la misura cautelare rimanga senza

applicazione a causa della irreperibilità del soggetto destinatario, viene

compilato il processo verbale di vane ricerche ai sensi dell’art. 295. Tale

situazione può portare alla declaratoria di latitanza qualora la misura si sostanzi

in una privazione della libertà personale.

L’estinzione delle misure coercitive ed interdittive

Le misure cautelari personali vivono all’interno del procedimento e possono

perciò venire interessate da molteplici vicende sfocianti in una loro estinzione,

modificazione o cumulo con altre misure.

Ai sensi dell’art. 299, le misure coercitive e interdittive sono immediatamente

revocate quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni

di applicabilità ovvero le esigenze cautelari. Qualora le esigenze cautelari

risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare più proporzionata

all'entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata, il giudice

sostituisce la misura con un'altra meno grave ovvero ne dispone l'applicazione

con modalità meno gravose.

Il giudice, valutati gli elementi addotti per la revoca o la sostituzione delle misure,

prima di provvedere può assumere l'interrogatorio della persona sottoposta alle

indagini. Se l'istanza di revoca o di sostituzione è basata su elementi nuovi o

diversi rispetto a quelli già valutati, il giudice deve assumere l'interrogatorio

dell'imputato che ne ha fatto richiesta.

Quando le esigenze cautelari risultano aggravate, il giudice, su richiesta del

pubblico ministero, sostituisce la misura applicata con un'altra più grave ovvero

ne dispone l'applicazione con modalità più gravose.

In ogni stato e grado del procedimento, quando non è in grado di decidere allo

stato degli atti, il giudice dispone, anche di ufficio e senza formalità,

accertamenti sulle condizioni di salute o su altre condizioni o qualità personali

dell'imputato. Gli accertamenti sono eseguiti al più presto e comunque entro

quindici giorni da quello in cui la richiesta è pervenuta al giudice. Se la richiesta

di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere è

basata sulle condizioni di salute di cui all'articolo 275, comma 4 (madre incinta,

ultrasettantenni ecc.), ovvero se tali condizioni di salute sono segnalate dal

servizio sanitario penitenziario, o risultano in altro modo al giudice, questi, se

non ritiene di accogliere la richiesta sulla base degli atti, dispone con

immediatezza gli accertamenti medici del caso, nominando perito, il quale deve

tener conto del parere del medico penitenziario e riferire entro il termine di

cinque giorni, ovvero, nel caso di rilevata urgenza, non oltre due giorni

dall'accertamento.

Casi di estinzione automatica delle misure

Pronuncia di determinate sentenze

Le misure disposte in relazione a un determinato fatto perdono immediatamente

efficacia quando, per tale fatto e nei confronti della medesima persona, è

disposta l'archiviazione ovvero è pronunciata sentenza di non luogo a procedere

o di proscioglimento. Se l'imputato si trova in stato di custodia cautelare e con la

sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere è applicata la misura di

sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, il giudice provvede a

norma dell'art. 312. Quando, in qualsiasi grado del processo, è pronunciata

sentenza di condanna, le misure perdono efficacia se la pena irrogata è

dichiarata estinta ovvero condizionatamente sospesa. La custodia cautelare

perde altresì efficacia quando è pronunciata sentenza di condanna, ancorché

sottoposta a impugnazione, se la durata della custodia già subita non è inferiore

all'entità della pena irrogata. Qualora l'imputato prosciolto o nei confronti del

quale sia stata emessa sentenza di non luogo a procedere sia successivamente

condannato per lo stesso fatto, possono essere disposte nei suoi confronti

misure coercitive quando ricorrono le esigenze cautelari del pericolo di fuga o

della pericolosità sociale.

Scadenza dell’esigenza cautelare probatoria

Le misure disposte per le esigenze cautelari di pericolo di inquinamento delle

prove perdono immediatamente efficacia se alla scadenza del termine previsto

dall'ordinanza che disponeva la misura, non ne è ordinata la rinnovazione. La

rinnovazione è disposta dal giudice con ordinanza, su richiesta del pubblico

ministero, anche per più di una volta, entro i limiti previsti dagli articoli 305 e 308.

Quando si procede per reati per il cui accertamento sono richieste investigazioni

particolarmente complesse per la molteplicità di fatti tra loro collegati ovvero per

l'elevato numero di persone sottoposte alle indagini o di persone offese, ovvero

per reati il cui accertamento è richiesto il compimento di atti di indagini all'estero,

la custodia cautelare in carcere disposta per il compimento delle indagini non

può avere durata superiore a trenta giorni. La proroga della medesima misura è

disposta, per non più di due volte ed entro il limite complessivo di novanta giorni,

dal giudice con ordinanza, su richiesta inoltrata dal pubblico ministero prima

della scadenza, valutate le ragioni che hanno impedito il compimento delle

indagini per le cui esigenze la misura era stata disposta e previo l'interrogatorio

dell'imputato.

Scadenza dei termini per l’interrogatorio

La custodia cautelare disposta nel corso delle indagini preliminari perde

immediatamente efficacia se il giudice non procede all'interrogatorio entro il

termine previsto dall'art. 294. Dopo la liberazione, la misura può essere

nuovamente disposta dal giudice, su richiesta del pubblico ministero, previo

interrogatorio, allorché, valutati i risultati di questo, sussistono le condizioni

indicate negli articoli 273, 274 e 275. Nello stesso modo si procede nel caso in

cui la persona, senza giustificato motivo, non si presenta a rendere


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti diDiritto processuale penalecon i seguenti argomenti trattati: riforma del codice Rocco, la rimessione, l’incompatibilità, l’astensione, ricusazione, competenza, Corte di Assise, Tribunale dei Minorenni, competenza per materia, competenza per territorio, conflitti di competenza e di giurisdizione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Orlandi Renzo.

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