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giudiziaria, nell’esercizio della facoltà di arresto devono tenere conto della gravità del fatto, dell’età

e della personalità del minore.

L’arresto e l’accompagnamento sono in alternativa tra loro: infatti, la Polizia giudiziaria può

scegliere in alternativa in base alla educazione e alla personalità del minorenne.

FERMO (384 cpp): il fermo di persona gravemente indiziata di grave delitto è ammesso quando,

anche fuori dai casi di flagranza, sussistano specifici elementi che fanno ritenere fondato il pericolo

di fuga. Il fermo può essere ordinato dal Pubblico Ministero, mentre la Polizia Giudiziaria ha

facoltà di procedere al fermo prima che il PM abbia assunto la direzione delle indagini quando

sopravvengano elementi per ritenere fondato il pericolo di fuga e manchi il tempo per attendere il

provvedimento del PM.

In relazione al minorenne il fermo può essere disposto per uno dei delitti previsti dall’art. 23 d.P.R

448/1988 (come per l’arresto), purchè la pena non sia inferiore nel minimo a due anni di reclusione.

ACCOMPAGNAMENTO (art. 18 bis DPR): La Polizia Giudiziaria può accompagnare presso i

propri uffici il minorenne colto in flagranza di un delitto non colposo per il quale la legge stabilisce

la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni. In altri termini, la

Polizia Giudiziaria, in caso di flagranza, può scegliere discrezionalmente tra l’esecuzione

dell’arresto o dell’accompagnamento.

In tale caso la Polizia Giudiziaria può trattenere il minore non oltre le dodici ore; deve avvisare il

PM e l’esercente la potestà genitoriale. Infine, deve consegnarlo ai genitori, con l’ammonimento di

tenerlo a disposizione del PM.

Infine:

ADEMPIMENTI SUCCESSIVI ALL’ARRESTO E AL FERMO. L’arresto e il fermo del minorenne

non consistono nell’introduzione in un istituto penitenziario. Infatti, la Polizia Giudiziaria deve

darne immediata notizia al PM, agli esercenti la potestà genitoriale, al difensore e ai servizi minorili

(artt. 18 d.P.R 448/1988 e 386 cpp).

Il PM può ordinarne l’immediata liberazione se ritiene di non dovere chiedere una misura cautelare,

o in caso contrario ordinare che il minore sia condotto senza ritardo al centro di prima accoglienza o

presso una comunità o, tenuto conto della modalità del fatto, presso la abitazione del minorenne

ordinando che vi rimanga a sua disposizione.

UDIENZA DI CONVALIDA. E’ tenuta dal Giudice per le Indagini Preliminari in composizione

monocratica a seguito della richiesta del PM. Quest’ultimo deve chiedere la convalida entro le 48

ore dall’arresto, fermo o accompagnamento.

L’avviso dell’udienza deve essere dato al PM, al difensore, agli esercenti la potestà e ai servizi

minorili.

L’udienza si conclude con la convalida o il rigetto della richiesta del PM. Vi può anche essere

l’emissione da parte del GIP di una ordinanza di applicazione di una misura cautelare.

Contro l’ordinanza di convalida o di rigetto è dato ricorso per Cassazione.

Contro l’ordinanza di applicazione di una misura cautelare o di rigetto è data la richiesta di riesame.

Provvede il Tribunale per i minorenni.

MISURE CAUTELARI. In relazione alle misure cautelari bisogna precisare che non possono essere

applicate misure diverse da quelle previste dal d.P.R 448/1988 e che le esigenze che ne giustificano

l’applicazione sono il pericolo di inquinamento della prova, il pericolo di reiterazione dei reati ma

non il pericolo di fuga, il quale non può costituire, per il minorenne, il fondamento di queste misure.

Nell’applicazione il giudice deve tenere conto:

a) dei criteri indicati dall'art 275 cpp (Criteri di scelta delle misure);

b) dell’esigenza di non interrompere i processi educativi in atto;

c) Non è mai prevista come obbligatoria l’applicazione della "custodia cautelare in carcere per

Appunti di Gianluca Pichierri – Diritto Processuale Penale Minorile

I presenti appunti non sostituiscono il libro di testo, possono solo agevolarne la ripetizione.

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determinati reati".

Il minore cui sia applicata una misura cautelare è affidato ai servizi minorili per le attività di

sostegno e di controllo.

Le misure diverse dalla custodia cautelare possono essere applicate solo per delitti puniti con la

pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore a cinque anni.

Il giudice impartisce in ogni caso al minore delle prescrizioni inerenti alle attività di studio o di

lavoro o utili per la sua educazione. Durano sei mesi e sono rinnovabili una sola volta.

Le singole misure:

1) LA PERMANENZA IN CASA (art. 21 d.P.R). E’ la versione minorile degli arresti domiciliari. Il

giudice prescrive al minore di rimanere presso l’abitazione familiare o altro luogo di privata dimora,

ponendo, eventualmente, limiti o divieti alla facoltà di comunicare con l’esterno. Il giudice può

consentire al minore di allontanarsi per esigenze di studio, di lavoro o relative alla sua educazione. I

genitori devono vigilare e consentire ai servizi sociali minorili i loro interventi di sostegno e di

controllo.

2) IL COLLOCAMENTO IN COMUNITA’ (art. 22 d.P.R). Il giudice ordina che sia affidato a una

comunità pubblica (o autorizzata), con specifiche prescrizioni inerenti alle attività di studio, di

lavoro o educative. Il responsabile collabora con i servizi. Il giudice può consentire al minore di

allontanarsi per esigenze di studio o di lavoro.

3) LA CUSTODIA CAUTELARE (art. 23 d.P.R). Il giudice può disporre la custodia cautelare

quando procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della

reclusione non inferiore nel massimo a nove anni, oppure per uno dei delitti, consumati o tentati,

previsti dall’art. 380 comma 2 lett. e-f-g-h c.c.p.

Sono condizioni per l’applicabilità della misura:

a) gravi e inderogabili esigenze attinenti alle indagini in relazione a situazioni di concreto pericolo

per l’acquisizione della prova;

b) concreto pericolo, desunto da specifiche modalità e circostanze del fatto e dalla personalità

dell’imputato, che questi commetta gravi delitti con uso di armi o altri mezzi di violenza personale

o delitti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie

di quelli per cui si procede.

I termini di durata massima della misura sono quelli stabiliti nell’art. 303 c.p.p, ridotti della metà se

il minore ha compiuto i sedici anni, dei due terzi se non li ha compiuti.

In caso di scarcerazione per decorrenza del termine non sono applicabili "le altre misure di cui

ricorrono i presupposti", ma soltanto quella delle prescrizioni.

LE INDAGINI PRELIMINARI

Nel processo minorile le indagini preliminari, necessarie per l’accertamento del fatto - reato e del

suo autore materiale, sono dirette dal Pubblico Ministero (Procura Distrettuale presso il Tribunale

per i Minorenni) che dispone direttamente delle Sezioni specializzate di Polizia Giudiziaria nel

rispetto del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e di quello dell’applicabilità delle norme

procedurali del codice di procedura penale.

Sono, pertanto, a disposizione del PM minorile gli stessi mezzi di prova e di ricerca della prova

utilizzabili da un Pubblico Ministero c.d. ordinario (sommarie informazioni testimoniali,

interrogatori, perquisizioni, intercettazioni, confronti, ricognizioni, prove documentali, ecc.), ma

questi mezzi devono essere utilizzati con un diverso approccio, ossia un approccio adeguato alla

personalità del minore e alle sue esigenze educative.

L’avvio delle indagini preliminari avviene, come per i maggiorenni, con querela, denuncia, fermo o

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arresto (eccezion fatta per l’accompagnamento a seguito di flagranza previsto dall’art. 18bis d.P.R

448/1988).

Nel corso delle indagini preliminari, per ogni atto per il quale è necessaria la presenza del difensore,

il PM dovrà inviare l’informazione di garanzia all’indagato, con l’indicazione delle norme che si

intendono violate, della data e del luogo del fatto e l’invito a esercitare la facoltà di nominare un

difensore di fiducia e che, altrimenti, in mancanza si procederà alla formazione dell’atto alla

presenza del difensore di ufficio.

La notifica dell’informazione di garanzia, come quella dell’avviso di chiusura delle indagini

preliminari, della fissazione dell’udienza preliminare e del decreto di rinvio a giudizio deve essere

effettuata, oltre che al minore, agli esercenti la potestà genitoriale (genitori o tutore) in modo da

garantire l’assistenza psicologica e affettiva del minore (anche se i genitori o altra persona indicata

dal minore a tal fine non sono obbligati a presenziare all’atto da compiere).

Bisogna precisare che solo l’omessa notifica dell’informazione di garanzia e del decreto di

fissazione udienza sono considerate dall’art. 7 d.P.R 448/1988 causa di nullità degli atti in questione

e che se il minore raggiunge la maggiore età nel corso del procedimento penale la notificazione

obbligatoria non deve più avvenire.

Le indagini preliminari si chiudono diversamente a seconda degli elementi di prova assunti o con la

richiesta di archiviazione in tutti i casi di cui agli artt. 408 e 411 c.p.p, ossia quando la notizia di

reato è infondata, manca la condizione di procedibilità del reato, il reato è estinto o non previsto

dalla legge come reato ovvero l’indagato ha meno di quattordici anni (il GIP – unico organo

monocratico dell’intero processo minorile - potrà accogliere la richiesta ed emanare con apposito

decreto l’archiviazione del procedimento a carico del minore) ovvero con la richiesta di giudizio

direttissimo o immediato, quando gli elementi di prova lo consentano, oppure, infine, le indagini

possono sfociare nell’avviso di chiusura delle indagini preliminari previsto dall’art. 415bis c.p.p,

con termine di venti giorni dalla notificazione del predetto avviso all’interessato per esercitare la

facoltà di essere interrogato e di indicare nuovi elementi e mezzi di prova al PM.

In quest’ultimo caso, il PM qualora non ritenga gli elementi di prova acquisiti in seguito

all’interrogatorio del minore (unico mezzo probatorio al quale è obbligatoriamente tenuto allorché il

minore lo richieda con memoria ai sensi dell’art. 415bis c.p.p.) o risultanti dalle altre indagini

eventualmente svolte, provvede a avanzare presso il GUP presso il Tribunale per i Minorenni

richiesta di rinvio a giudizio.

Altra particolarità del processo penale minorile è quella per la quale è obbligatoria la fissazione

dell’udienza preliminare innanzi al GUP anche per i reati per i quali, se commessi da adulti, questo

passaggio non è obbligatorio e ciò perché l’udienza preliminare rappresenta il momento più

significativo dell’iter processuale minorile, in quanto nel corso della stessa si assumono la maggior

parte delle decisioni.

La richiesta di rinvio a giudizio viene trasmessa al GUP, insieme con l’intero fascicolo del PM, ai

fini della fissazione dell’udienza preliminare. Il relativo avviso dovrà essere notificato, almeno 10

giorni prima rispetto a quello stabilito per la trattazione del procedimento, al minore imputato, al

suo difensore, alla persona offesa, ai servizi minorili che hanno svolto attività per il minore,

all’esercente la potestà dei genitori e comunicato al PM.

Appunti di Gianluca Pichierri – Diritto Processuale Penale Minorile

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Solo l’omessa notifica all’imputato e agli esercenti la potestà genitoriale determina nullità

insanabile rilevabile, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento, mentre la mancata

notifica ai servizi minorili è rilevabile non oltre la deliberazione di primo grado.

L’avviso alla persona offesa ha, invece, lo scopo specifico di permetterle di partecipare ai sensi

dell’art. 90 c.p.p, con la presentazione di memorie, l’indicazione di elementi di prova e di avere un

ruolo attivo nelle pratiche conciliatorie.

L'UDIENZA PRELIMINARE

L’udienza preliminare (come del resto di regola quella dibattimentale) è camerale, al fine di

salvaguardare la riservatezza del minore e di rispettare la disposizione dell’art. 13 d.P.R 448/88,

secondo cui sono vietate la pubblicazione e la divulgazione di notizie e immagini idonee a

consentire l’identificazione del minore comunque coinvolto nel procedimento, e si svolge secondo

quanto disposto dall’art. 420 ss. c.p.p, con la caratteristica che, dopo l’esposizione introduttiva, il

GUP sente – e non interroga - personalmente il minorenne (che sia presente all’udienza preliminare)

ai sensi degli artt. 64 e 65 c.p.p.

Per effetto delle modificazioni recate dalla legge n. 63 del 2001, l’art. 32 d.P.R. 448/1988 prevede al

primo comma che, nell’udienza preliminare, prima dell’inizio della discussione, il GUP debba

chiedere all’imputato se consente alla definizione del processo in quella fase (a meno che il

consenso non sia stato recepito validamente in altra occasione).

Acquisto il consenso, il giudice può emanare sentenza di non luogo a procedere nei casi previsti

dall’art. 425 c.p.p., ovvero per concessione del perdono giudiziale, per irrilevanza del fatto oppure

sentenza di condanna a pena pecuniaria con pena eventualmente diminuita fino alla metà o sanzione

sostitutiva (quando la pena detentiva relativa al fatto reato irrogabile in concreto non superi i due

anni, infatti, può essere sostituita, tenuto conto della personalità e delle esigenze di studio del

minore, nonché delle sue condizioni familiari, sociali e ambientali, con la semidetenzione o la

libertà controllata, rispettivamente per lo stesso periodo o per un periodo pari a doppio di quello che

avrebbe causato la restrizione della libertà del minore).

In questa fase si può verificare anche la sospensione del processo per messa alla prova del minore

con la possibilità, all’esito positivo della stessa, di dichiarare estinto il reato per il quale il minore

avrebbe dovuto subire il processo.

Se il GUP ritiene che il processo non possa essere concluso in udienza preliminare, ma che lo stesso

debba essere trattato in sede dibattimentale, accoglie la richiesta del PM e emana il decreto che

dispone il giudizio nei confronti del minore imputato.

L'UDIENZA DIBATTIMENTALE

L’udienza dibattimentale si tiene (anche nel caso di giudizio immediato o di direttissimo) innanzi al

Tribunale per i Minorenni (Collegio di quattro persone, due magistrati togati e due onorari), di

regola, a porte chiuse, salvo che l’imputato, che, nel frattempo, sia diventato maggiorenne, non

faccia espressa richiesta motivata, affinché il processo venga trattato in udienza pubblica.

Sulla relativa richiesta il Collegio decide sempre considerando l’interesse del minore, rimanendo

comunque vietato l’accoglimento dell’istanza del minore diventato maggiorenne quando i suoi

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coimputati non abbiano compiuto i sedici anni ovvero, pur avendoli compiuti, si oppongano a che il

processo venga celebrato a porte aperte.

Per lo svolgimento dell’udienza valgono le stesse regole previste per l’udienza preliminare.

L’esame dell’imputato è svolto direttamente del Presidente del Tribunale, per evitare il trauma della

cross examination, che avrà anche l’onere di spiegare in modo chiaro e facilmente comprensibile

all’imputato il significato delle varie fasi e attività processuali.

Anche al fine di evitare che il minore venga sottoposto a uno stretto fuoco di fila di domande che

potrebbe confonderlo o suggestionarlo, è previsto che i giudici, il PM e il difensore possano

rivolgere delle domande al minore imputato solo per il tramite del Presidente del Collegio.

Le prove (orali e documentali) acquisite nel dibattimento devono consentire al Tribunale per i

Minorenni di decidere se condannare o assolvere il minore dal reato che gli viene ascritto.

Sono sempre possibili la condanna a sola pena pecuniaria o sanzione sostitutiva ai sensi dell’art. 30

d.P.R 448/1988, la concessione del perdono giudiziale, quando ricorrano la tenuità del fatto,

l’occasionalità del comportamento criminoso contestato e la possibilità che l’ulteriore corso del

procedimento possa pregiudicare le esigenze educative del minore, la sentenza di dichiarazione

dell’irrilevanza del fatto.

Dopo la sentenza, il giudice sarà tenuto ad illustrare al minore il contenuto e le ragioni della

decisione in modo che il giovane possa acquisire consapevolezza di quanto è accaduto e delle

conseguenze che derivano dal provvedimento decisorio.

L’udienza dibattimentale può concludersi con i seguenti provvedimenti:

1. sentenza di assoluzione ex 530 cpp;

2. sentenza di condanna ex 533 cpp (ricorda: a) la riduzione della pena per l’attenuante della

minore età ex art. 98 comma I Cod. Pen; b) la circostanza attenuante ex artt. 114 cp del

“concorso di minima importanza e per la determinazione da parte di altri nel commettere il

reato; c) la sospensione condizionale della pena anche a seguito della riforma con L

143/04) ;

3. sentenza di non doversi procedere per irrilevanza del fatto;

4. ordinanza di sospensione con la messa alla prova. La sospensione del processo va adottata

dal giudicante al termine dell’istruzione dibattimentale (prima della discussione).

Conseguente sentenza di non doversi procedere per esito positivo della messa alla prova;

5. sentenza di condanna con la sostituzione della pena (cd sanzioni sostitutive: art. 30

d.P.R448/1988 e art. 53 ss L 689/1981).

I PROCEDIMENTI SPECIALI

GENERALITA’: è fondamentale per il legislatore che la vicenda giudiziaria che coinvolge il minore

abbia termine il più velocemente possibile. Tuttavia, non tutti i riti speciali disciplinati dal cpp –

LIBRO VI sono stati ritenuti idonei dal legislatore minorile a raggiungere le finalità proprie del

processo minorile. In particolare, nel processo penale minorile non sono ammessi l’applicazione

della pena su richiesta delle parti e il procedimento per decreto in quanto non realizzano l'itinerario

educativo del minore. E’ ammesso il giudizio direttissimo se è possibile compiere gli accertamenti

Appunti di Gianluca Pichierri – Diritto Processuale Penale Minorile

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sulla personalità del minore e assicurargli l’assistenza affettiva (art. 25 d.P.R 448/1988). Il minore

può chiedere il giudizio abbreviato ed è ammesso il giudizio immediato.

Gli istituti in parola sono disciplinati dall’art. 25 d.P.R 448/1988.

APPLICAZIONE DELLA PENA SU RICHIESTA DELLE PARTI – PATTEGGIAMNETO ex 444

c.p.p.: non è ammesso; infatti, il patteggiamento presuppone una capacità di valutazione che il

legislatore ha ritenuto non essere presente nel minore. Tale scelta del legislatore è stata criticata sia

in dottrina che in giurisprudenza. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha rigettato tutte le questioni di

legittimità sollevate al riguardo.

In particolare, con Sent. 135/1995 ha sancito che l’art. 25 d.P.R 448/1988 non è incostituzionale

nella parte in cui esclude l’applicazione degli artt. 444 ss cpp. Infatti, è stato ritenuto che il cd

patteggiamento “non consenta all’organo giudicante di mantenere quegli amplissimi poteri

caratterizzati dall’esigenza primaria del recupero del minore”.

E’ bene precisare che anche nella situazione in cui il reato venisse commesso dal minorenne che

nelle more delle indagini preliminari fosse divenuto maggiorenne, il patteggiamento non è

comunque ammesso: sul punto la Corte Costituzionale si è già pronunciata con Sent. 272/2000,

rigettando la questione di legittimità costituzionale sollevata al riguardo, sempre ribadendo che il

procedimento minorile è sorretto dalla prevalente finalità di recupero e di tutela di personalità del

reo, nonché da obiettivi pedagogico-rieducativi, piuttosto che retributivo-punitivi.

DECRETO PENALE DI CONDANNA (PROCEDIMENTO PER DECRETO): non è ammesso.

Difatti, peculiari del processo minorile sono le finalità protettive del minore da attuarsi anche con

una procedura adatta alla personalità del minorenne in generale, privilegiando le necessità educative

e le garanzie difensive. In particolare, il legislatore ha ritenuto che il procedimento per decreto sia

basato su meccanismi di accertamento della verità non rispondenti a una adeguata valutazione della

personalità dell’imputato. Il legislatore ha quindi calibrato una giustizia minorile specializzata per

finalità “protettive” con una procedura adatta alla personalità e alle necessità educative e, pertanto,

con una migliore qualità delle garanzia difensive. Pertanto, nel procedimento per decreto l’attività

della difesa è inesistente o, semmai, meramente eventuale.

GIUDIZIO ABBREVIATO: è ammesso.

Il giudizio abbreviato nel processo minorile si svolge sempre davanti a un giudice collegiale e può

concludersi con uno degli epiloghi previsti dal d.P.R 448/1988.

La richiesta: deve essere formulata personalmente dal minore (anche se minore degli anni diciotto)

o per mezzo di procuratore speciale. Poiché l’art. 25 d.P.R 448/1988 non detta alcuna disposizione

particolare, si esclude la validità della richiesta formulata dall’esercente la potestà genitoriale, dal

tutore o dal difensore non munito di procura speciale.

Termini per richiedere il giudizio abbreviato: si innesta nell’udienza preliminare minorile con una

richiesta dell’imputato (proposta personalmente o per mezzo di procuratore speciale). Su di essa,

acquisito il parere non vincolante del pubblico ministero, il giudice provvede con ordinanza.

Le indagini sulla personalità: anche se si procede con il giudizio abbreviato, non possono omettersi

le indagini sulla personalità del minore da parte del giudice, che possono compiersi in ogni

momento e non possono condizionare la decidibilità allo stato degli atti (confermato anche dalla L

479/1999, in base alla quale il giudizio abbreviato non è più caratterizzato dalla decibilità allo stato

degli atti, in quanto il giudice ha il potere di assumere anche d’ufficio gli elementi necessari ai fini

della decisione).

Il giudizio abbreviato e la messa alla prova: a seguito della Sent. della Corte Cost. 125/1995 (che ha

dichiarato illegittima la norma contenuta nell’art. 28 comma IV d.P.R 448/1988, che escludeva che

potesse essere disposta la sospensione del processo e la messa alla prova nel caso in cui l’imputato

avesse chiesto il giudizio abbreviato), il giudizio abbreviato non è più incompatibile con la

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sospensione e la messa alla prova.

Il giudizio abbreviato può essere definito con:

1. sentenza di assoluzione o di condanna con le formule proprie del dibattimento (anche con la

sostituzione della pena detentiva);

2. con sentenza di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale o per

irrilevanza del fatto e a norma dell’art. 425 cpp..

Qualora il minore venga condannato, la riduzione per il rito va calcolata per ultima, anche dopo la

riduzione per la minore età.

GIUDIZIO DIRETTISSIMO: è ammesso, previe indagini sulla personalità ex art. 9 d.P.R 448/1988

(condizioni familiari, sociali, risorse personali, ecc) e l’assistenza all’imputato minorenne ex art. 12

d.P.R 448/1988 (l’assistenza affettiva e psicologica è assicurata con la presenza di un genitore o

altra persona idonea e la presenza dei servizi minorili).

A seguito della L 12/1991 il rito de quo può anche riguardare reati punibili con la reclusione non

inferiore nel massimo a 5 anni: quindi non solo l’arresto, ma anche l’accompagnamento.

Il giudizio direttissimo fondato sulla confessione sembra, almeno potenzialmente, riflettere una

parte non piccola della casistica di imputati per reati commessi da minorenni, in cui la confessione è

molto frequente.

Il giudizio direttissimo ha luogo nell'udienza dibattimentale – comportando il salto dell'udienza

preliminare – e, dunque davanti al collegio al completo e con le maggiori garanzie proprie di tale

udienza.

A conclusione del giudizio, il tribunale può emettere le sentenze previste per il dibattimento dagli

artt. 529 ss. Cpp, può pronunciare sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, può

disporre la sospensione del processo per messa alla prova e sentenza ex art. 29 d.P.R 448/1988.

GIUDIZIO IMMEDIATO: è ammesso, ma sempre con le indagini sulla personalità e con

l’assistenza. A seguito della Sent. 125/1995 C. Cost. è ammessa la sospensione del processo e la

messa alla prova. Esso è caratterizzato, come il giudizio direttissimo. Si deroga al rito ordinario ad

iniziativa del PM o dello stesso imputato, ferma restando in entrambi i casi l'eliminazione

dell'udienza preliminare, con il giudizio demandato comunque al Tribunale per i minorenni nella

sua composizione ordinaria. Il PM quando non fa ricorso al giudizio direttissimo può comunque

richiedere il giudizio immediato, che è pur sempre più spedito di quello ordinario.

Una volta emesso il decreto di giudizio immediato su richiesta del PM, l'imputato ha facoltà di

chiedere che si proceda a giudizio abbreviato ai sensi dell'art 458 cpp.

SENTENZA DI NON LUOGO A PROCEDERE PER “IRRILEVANZA DEL FATTO”

L'art 27 d.P.R 448/1988 tratta di sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, se

risulta, durante le indagini preliminari, la tenuità del fatto o l'occasionalità del comportamento, il

PM chiede al giudice sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto quando l'ulteriore

corso del procedimento pregiudica le esigenze educative del minorenne.

Sulla richiesta il giudice provvede in camera di consiglio sentiti il minorenne e l’esercente la potestà

dei genitori, nonché la persona offesa dal reato. Quando non accoglie la richiesta il giudice dispone

con ordinanza la restituzione degli atti al pubblico ministero.

Contro la sentenza possono proporre appello il minorenne e il procuratore generale presso la corte

di appello. La corte di appello decide con le forme previste dall’art. 127 cpp e, se non conferma la

sentenza, dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero.

Nell’udienza preliminare, nel giudizio direttissimo e nel giudizio immediato, il giudice pronuncia di

ufficio sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, se ricorrono le condizioni

Appunti di Gianluca Pichierri – Diritto Processuale Penale Minorile

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previste dal comma 1 art. 27 d.P.R 448/1988.

MESSA ALLA PROVA (art. 29 d.P.R 448/1988)

L'istituto della messa alla prova introdotto dal DPR 448/88 e disciplinato anche dalle norme di

attuazione regolate dal Decreto Legislativo 272/89.

L'innovazione fondamentale consiste nell'assicurare un serio trattamento al minore deviante e, nel

contempo, incentivarne il recupero attraverso la prospettiva di evitare una condanna.

L'istituto in questione s'inserisce, dunque, nell'alveo del sistema diversificato di giustizia penale

minorile ove, accanto a tutte le garanzie del processo ordinario, si tende, per quanto possibile, a

limitare gli effetti dannosi che il contatto con la giustizia può provocare.

Vi sono infatti numerosi casi in cui un'immediata rinuncia alla pretesa punitiva in presenza di gravi

elementi di pericolosità connessi con profonde deviazioni del processo di socializzazione del

minore, sarebbe del tutto inopportuna, mentre ugualmente intempestiva sarebbe una condanna in

presenza di valide possibilità di evoluzione positiva dell'itinerario maturativo del minore, ove

adeguatamente sorretto.

L'art. 28 del d.P.R 448/1988 prevede che " Il giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la

sospensione del processo quando ritiene di dover valutare la personalità del minorenne all'esito

della prova " . La sospensione del processo è applicabile a tutti i soggetti, siano o no minori al

momento del giudizio, che abbiano commesso un reato quando erano minorenni.

Non esiste alcun limite all'applicazione dell'istituto in questione in relazione alla tipologia del reato

commesso: esso è infatti applicabile sia alla contravvenzione che al delitto astrattamente punibile

con il massimo della pena.

La sospensione, come prescritto dall'art. 28 del d.P.R 448/1988, è applicata dal giudice con

ordinanza emessa o in udienza preliminare o in quella dibattimentale, mai nella fase delle indagini

preliminari. Il giudice deve sentire le parti, ovviamente, in ordine proprio all'opportunità di

sottoporre a prova il minore e sulla connotazione del progetto di recupero: non si tratta di un

audizione generica ma di un coinvolgimento specifico sulle opportunità e sulle modalità del

trattamento.

A tal fine, primaria importanza assume il ruolo dei servizi minorili, che forniscono i dati sulla

personalità del ragazzo, sulla sua situazione socio-familiare e sulle esigenze educative da tutelare,

guidando, sollecitando ed indirizzando le decisioni del giudice. Il legislatore ha infatti voluto che la

risposta al fatto-reato commesso dall'adolescente fosse propria del sociale. Di qui un costante

rapportarsi tra giudice e servizi.

Ai sensi dell'art. 27 D.lgs 272/1989 “il giudice provvede a norma dell'art. 28 d.P.R 448/1988, sulla

base di un progetto di intervento elaborato dai servizi ”.

Tale progetto di intervento, caratterizzato da adeguatezza, praticabilità, flessibilità e realizzabilità,

racchiude tutte le attività di trattamento e di sostegno del minore, delineate sulla base dell'analisi

della personalità del minore stesso, delle sue potenzialità da valorizzare e delle risorse familiari e

ambientali di cui ci si può avvalere. Il progetto dovrà specificare le modalità di coinvolgimento del

minore, del suo nucleo familiare e del suo ambiente di vita; dovrà, altresì, specificare gli impegni

che incomberanno sul minore nonché le prescrizioni positive o negative che lo stesso dovrà

rispettare.

Non esiste un progetto-standard, applicabile indifferenziatamente a tutti: è per questo motivo che le

prescrizioni devono essere stabilite in maniera da risultare adatte alle diverse personalità ed ai

diversi momenti evolutivi dei singoli minori. Gli impegni previsti devono essere costruiti su misura

del ragazzo imputato e devono essere strumentali alla verifica di una personalità in cambiamento. Il

Appunti di Gianluca Pichierri – Diritto Processuale Penale Minorile

I presenti appunti non sostituiscono il libro di testo, possono solo agevolarne la ripetizione.

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giudice cerca quindi di non discostarsi troppo dalla vita abituale dell'adolescente, disponendo

integrazioni tendenti al suo recupero.

Si rileva, altresì, che il giudice, ai sensi dell' art. 28 comma 2 del d.P.R 448/1988, può impartire

prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minore

con la persona offesa dal reato. Spesso, però, il tentativo di riconciliazione con la vittima incontra

vari ostacoli: oltre alle difficoltà collegate al tipo di reato, talora è la vittima stessa che non si

dimostra disponibile a perdonare. In tali casi, allora, la riconciliazione avviene solo formalmente, è

legata, cioè, esclusivamente all'attività svolta dagli avvocati, e dipende, in sostanza, da un fatto

puramente economico. Naturalmente in questo caso essa non ha alcun significato educativo per il

minore.

La durata della prova, di norma commisurata alla gravità del reato commesso, alle esigenze del

ragazzo e al modo in cui egli e la sua famiglia vivono il fatto penale, viene stabilita volta per volta

dai giudici, tenendo conto anche della relazione dei servizi minorili.

Durante tutto il corso della messa alla prova è, altresì, opportuno che colui che è preposto alla

vigilanza abbia periodiche riunioni con il minore al fine di valutare con lui i progressi o gli

eventuali regressi che si stanno compiendo, nonché le difficoltà di vita che il minore continua ad

avere e a dover affrontare.

Ulteriore espressione della adeguatezza e della flessibilità del progetto è la possibilità di un

prolungamento del periodo di prova al di là di quello inizialmente previsto: oggetto della decisione

del giudice è la valutazione della personalità del minorenne all'esito della prova e può accadere che

tale valutazione richieda un periodo di ulteriore di osservazione rispetto a quello inizialmente

stabilito.

La misura in questione può essere anche oggetto di revoca nel caso di “ ripetute e gravi

trasgressioni delle prescrizioni imposte ” . E' pertanto necessario, per la revoca, un evidente rifiuto

del ragazzo, protratto nel tempo, ad impegnarsi nel progetto di recupero. E' significativo che il

legislatore non abbia previsto, al contrario di quanto previsto per la sospensione condizionale della

pena, la revoca nel caso di commissione di un nuovo reato. Si è infatti preso atto che, in un soggetto

in età evolutiva, il momento di crisi non si supera immediatamente ma esige momenti maturativi

diluiti nel tempo e grande tolleranza nell'accettare ricadute o regressi inevitabili.

La valutazione della prova è fatta dallo stesso giudice che ha emesso il provvedimento sospensivo e

si fonda su una relazione conclusiva che i servizi devono presentare sul comportamento del minore

e sull'evoluzione della sua personalità. Se il risultato raggiunto è positivo, il giudice dichiarerà

estinto il reato, se, al contrario, la valutazione sarà negativa (e ci sarà, cioè, il fondato sospetto o la

certezza che non si è neppure avviato alcun processo di reale cambiamento) il giudice, all'udienza

preliminare effettuerà il rinvio a giudizio o applicherà la sanzione sostitutiva o concederà il

perdono, mentre il giudice del dibattimento applicherà i provvedimenti che gli sono propri.

LE IMPUGNAZIONI

Al minore è riconosciuta la più ampia capacità processuale di proporre impugnazioni. La stessa

facoltà spetta all’esercente la potestà genitoriale, pur non avendo quest’ultimo diritto alla

notificazione del provvedimento da impugnare emanato nei confronti del minore.

L’art. 34 del d.P.R 448/1988 stabilisce, però, che, nel caso in cui sia il minore sia l’esercente la

potestà abbiano impugnato la sentenza e tra i due atti di impugnazione vi sia contraddizione, debba

prevalere quella proposta dall’imputato minorenne.

In linea generale, in ragione del richiamo operato dall’art. 1 del codice di rito minorile alle norme

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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Triggiani Nicola.

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