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I predetti imputati, che per semplificare chiameremo “connessi teleologicamente o collegati”, sono av-

visati che hanno la facoltà di non rispondere e sono altresì avvertiti che, se renderanno dichiarazioni su

fatti concernenti la responsabilità di altri, assumeranno la qualifica di teste limitatamente a tali fatti.

A quel punto inizia l’escussione.

L’imputato connesso teleologicamente o collegato ha facoltà di tacere e, se parla, non ha obbligo di ve-

rità.

Tuttavia, se rende dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altro imputato (collegato o con-

nesso teleologicamente), da quel momento egli diventa compatibile con la qualifica di testimone assi-

stito limitatamente ai fatti dichiarati e deve rispondere su di essi con obbligo di verità.

Ogni domanda su nuovi temi di prova concernenti la responsabilità altrui pone l’imputato connesso te-

leologicamente o collegato nell’alternativa tra tacere o rispondere.

Una volta che abbia reso dichiarazioni su fatti altrui, egli è idoneo ad assumere la qualifica di testimone

assistito.

Quando è sentito eccezionalmente in qualità di testimone, l’imputato è assistito obbligatoriamente dal

difensore di fiducia (o d’ufficio) in ragione del collegamento tra il reato, che gli è addebitato, e quello

che è oggetto del procedimento nel quale è chiamato a deporre.

Il legislatore ha introdotto due categorie di testimonianza assistita:

α. la prima scatta dopo che è concluso con sentenza irrevocabile il procedimento a carico dell’imputato

collegato o connesso di qualsiasi tipo: l’imputato giudicato può essere “sempre” chiamato come te-

stimone assistito in un procedimento collegato o connesso, anche se non ha mai reso dichiarazioni su

fatti altrui o non ha ricevuto l’avviso previsto dal 64.3 lett. c).

Nel corso della deposizione egli gode del normale privilegio contro l’autoincriminazione, in relazio-

ne ad ulteriori reati che abbia commesso.

Viceversa, il testimone assistito “giudicato” di regola non gode di alcun privilegio contro

l’autoincriminazione sul fatto proprio coperto dalla sentenza irrevocabile, a meno che nel procedi-

mento originario abbia negato la propria responsabilità o non abbia reso alcuna dichiarazione;

β. la seconda categoria opera quando non è ancora concluso con sentenza irrevocabile il procedimento

a carico dell’imputato collegato o connesso teleologicamente: affinché scatti l’obbligo di deporre

come testimone è necessario in primo luogo che l’imputato sia stato ritualmente avvisato che se ren-

derà dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà l’ufficio di testimone;

in secondo luogo, una volta avvertito, l’imputato collegato o connesso teleologicamente deve aver

reso dichiarazioni su un fatto altrui.

si intende comunemente il controllo di attendibilità di una dichiarazione.

Per “riscontro”

Tutte le dichiarazioni rese nel corso del procedimento penale devono essere sottoposte ad un riscontro.

Il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati.

Il codice pone il riscontro come una condizione per l’impiego della dichiarazione del coimputato, senza

però eliminare in alcun modo il libero convincimento del giudice; non afferma che se il riscontro ha

avuto esito positivo il fatto affermato deve ritenersi “vero”.

Ai fini del riscontro il codice impone di valutare “altri elementi di prova”.

Ogni dichiarazione è frazionabile, cioè deve essere riscontrata per ogni fatto asserito e per ogni sogget-

to indicato come responsabile.

E parliamo ora di confronti, ricognizioni ed esperimenti giudiziali.

Il confronto è ammesso esclusivamente fra persone già esaminate o interrogate, quando vi è disaccordo

tra di esse su fatti e circostanze importanti.

Il giudice richiama ai soggetti le precedenti dichiarazioni, chiede se le confermano e li invita a contesta-

re reciprocamente le dichiarazioni contrastanti.

è il mezzo di prova mediante il quale ad una persona che abbia percepito coi propri

La ricognizione

sensi una persona o una cosa si chiede di riconoscerla individuandola tra altre simili.

Secondo il 213 (Ricognizione di persone. Atti preliminari) Quando occorre procedere a ricognizione

personale, il giudice invita chi deve eseguirla a descrivere la persona indicando tutti i particolari che

ricorda; gli chiede poi se sia stato in precedenza chiamato a eseguire il riconoscimento, se, prima e

dopo il fatto per cui si procede, abbia visto, anche se riprodotta in fotografia o altrimenti, la persona

da riconoscere, se la stessa gli sia stata indicata o descritta e se vi siano altre circostanze che possano

influire sull’attendibilità del riconoscimento. Nel verbale è fatta menzione degli adempimenti

previsti dal comma 1 e delle dichiarazioni rese. L’inosservanza delle disposizioni previste dai com-

mi 1 e 2 è causa di nullità della ricognizione.

Il 214.1 dice come debba essere predisposta la scena: Allontanato colui che deve eseguire la ricogni-

zione, il giudice procura la presenza di almeno due persone [c.d. distrattori] il più possibile somiglian-

ti, anche nell’abbigliamento, a quella sottoposta a ricognizione. Invita quindi quest’ultima a scegliere

il suo posto rispetto alle altre, curando che si presenti, sin dove è possibile, nelle stesse condizioni nel-

le quali sarebbe stata vista dalla persona chiamata alla ricognizione.

Sempre il 214.1 dice come avviene la ricognizione: Nuovamente introdotta quest’ultima [la “persona

chiamata alla ricognizione”], il giudice le chiede se riconosca taluno dei presenti e, in caso affermati-

vo, la invita a indicare chi abbia riconosciuto e a precisare se ne sia certa

Se vi è fondata ragione di ritenere che la persona chiamata alla ricognizione possa subire intimidazio-

ne o altra influenza dalla presenza di quella sottoposta a ricognizione il giudice dispone che l’atto sia

compiuto senza che quest’ultima possa vedere la prima (214.2).

Quando occorre procedere alla ricognizione del corpo del reato o di altre cose pertinenti al reato, si

osservano modalità analoghe a quelle esposte: il 215 (Ricognizione di cose) richiama il 213, per cui il

giudice dispone che siano procurati almeno due oggetti simili a quello da riconoscere.

L’esperimento giudiziale è ammesso quando occorre accertare se un fatto sia o possa essere avvenuto

in un determinato modo (218.1).

L’esperimento consiste nella riproduzione, per quanto è possibile, della situazione in cui il fatto si af-

ferma o si ritiene essere avvenuto e nella ripetizione delle modalità di svolgimento del fatto stesso.

La ha la duplice natura di mezzo di prova e di mezzo di valutazione della prova.

perizia

Essa è necessaria quando occorre compiere una valutazione per la quale sono necessarie specifiche

competenze tecniche, scientifiche o artistiche.

si intende quella legge che esprime una relazione certa o statisticamente significa-

Per legge scientifica

tiva tra due fatti della natura.

La perizia non è l’unico strumento che permette di raggiungere le finalità indicate nel 220: esiste anche

la consulenza tecnica di parte entro e fuori dei casi di perizia; inoltre sia il p.m. sia le parti private pos-

sono avvalersi dell’opera di esperti fin dalla fase delle indagini preliminari.

Il giudice deve utilizzare le valutazioni operate da un consulente tecnico di parte o disporre una perizia.

La perizia si caratterizza per essere un mezzo di prova particolarmente garantito: sin dalla fase del con-

ferimento dell’incarico si instaura un contraddittorio tra il perito ed i consulenti delle parti, i quali pos-

sono assistere alle operazioni ed avanzare osservazioni e richieste.

Di regola la perizia è disposta a richiesta di parte, eccezionalmente può esser disposta d’ufficio nel di-

battimento.

Il giudice sceglie il perito in base a precisi vincoli: tra gli iscritti negli appositi albi o [al di fuori di tali

albi] tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina.

Il perito deve presentarsi in udienza ed impegnarsi ad adempiere al proprio ufficio secondo verità.

I consulenti possono assistere allo svolgimento della perizia, presentare al giudice osservazioni e riser-

ve e, infine, proporre specifiche indagini.

Il perito può conoscere solo gli atti acquisibili al fascicolo per il dibattimento.

Il prodotto finale di questo particolare mezzo di prova è la relazione che il perito svolge.

Al pari di quanto avviene per gli altri mezzi di prova, il giudice non è vincolato dalla perizia.

Le parti possono nominare consulenti tecnici sia in relazione ad una perizia già disposta (225), sia al di

fuori della perizia (233) ed anche per contrastare il risultato di una perizia già svolta.

La parte privata non ha l’obbligo di scegliere il consulente all’interno di albi.

Non può esser nominato consulente tecnico colui che è chiamato a prestare l’ufficio di testimone.

Il perito svolge indagini ed acquisisce risultati probatori per conto del giudice; gli esiti delle operazioni

tecniche sono destinati a confluire direttamente nel fascicolo per il dibattimento e sono utilizzabili nella

decisione finale.

Il consulente di parte propone valutazioni tecniche, che si traducono in un parere esposto oralmente o in

memorie.

Identico è lo strumento col quale il perito ed il consulente tecnico sono sentiti in dibattimento: essi sono

sottoposti all’esame incrociato, che si svolge in forme simili a quelle con le quali è escusso il testimone.

A differenza del perito, che assume l’obbligo penalmente sanzionato di far conoscere la verità, nessun

obbligo del genere è previsto dal codice per il consulente di parte.

Gli elementi di prova, che siano stati raccolti, possono essere prodotti o meno dalla parte privata in di-

battimento; essi devono necessariamente esser prodotti ed entrano a far parte del fascicolo per il dibat-

timento qualora si tratti di accertamenti tecnici non ripetibili.

Occorre chiedersi cosa accada quando il giudice si trovi a dover risolvere un contrasto tra pareri di e-

sperti: non si può imporre al giudice di adottare una motivazione tecnica entrando nel merito delle ar-

gomentazioni degli specialisti, ma si ritiene sufficiente che il giudice dimostri di aver preso in conside-

razione le diverse ricostruzioni tecniche e di averle, poi, scartate sulla base di motivi oggettivi.

L’obbligo spettante al p.m. di svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato deve

intendersi riferito al consulente tecnico nominato dalla parte pubblica.

Nella sola fase delle indagini preliminari il p.m. può nominare consulenti tecnici in base ad una norma-

tiva che costituisce una specificazione del 233.

I risultati delle consulenze devono essere inseriti nel fascicolo delle indagini.

E passiamo infine alla prova documentale.

Perché vi sia un documento è sufficiente in alternativa che si tratti di uno “scritto” o di un oggetto co-

munque “idoneo a rappresentare” un fatto, una persona o una cosa.

L’oggetto rappresentato deve essere un atto compiuto “fuori” dal procedimento nel quale si chiede o si

dispone che il documento faccia ingresso: infatti, se l’oggetto rappresentato è un atto del medesimo

procedimento, il codice non utilizza il termine “documento”, bensì il termine “documentazione”.

La forma di “documentazione” di un atto del procedimento è, di regola, il verbale (134).

si intende comunemente quell’atto che persegue le finalità del procedimen-

Per “atto del procedimento”

to e che è compiuto da uno dei soggetti legittimati.

Tradizionalmente si riteneva che essi fossero il giudice, il p.m., la polizia giudiziaria o i loro ausiliari,

ma la legge 397/2000 ha stabilito che il difensore debba redigere un verbale dell’intervista difensiva

applicando gli articoli 134 (Modalità di documentazione) e seguenti; ha precisato altresì che tale atto

costituisce una forma di “documentazione”.

Se si considera il “contenuto probatorio”, si può definire documento la “rappresentazione di un fatto in-

corporata in una base materiale”.

Viceversa, se si considera l’oggetto in sé, si può definire documento “la base materiale che incorpora la

rappresentazione di un fatto”.

La prova documentale può esser valutata dal giudice nella sua attendibilità quando è noto l’autore del

documento.

Nel solo caso in cui si sia in presenza di una “dichiarazione” anonima, il codice prevede la sanzione

dell’inutilizzabilità (240: Documenti anonimi: I documenti che contengono dichiarazioni anonime non

possono essere acquisiti né in alcun modo utilizzati salvo che costituiscano corpo del reato o proven-

gano comunque dall’imputato).

Del documento anonimo che contenga una rappresentazione diversa dalla dichiarazione il codice non

dà alcuna regolamentazione.

Il documento cessa di essere anonimo quando il suo autore ne riconosce la paternità.

È anonima quella rappresentazione della quale non è identificabile l’autore.

In base al 240 sono utilizzabili le dichiarazioni che costituiscano corpo del reato e quelle che proven-

gano comunque dall’imputato.

La prima eccezione costituisce un’applicazione del 235 (Documenti costituenti corpo del reato: I do-

cumenti che costituiscono corpo del reato devono essere acquisiti qualunque sia la persona che li ab-

bia formati o li detenga), che impone che il corpo del reato sia sempre acquisito al procedimento.

Il codice vieta l’acquisizione di documenti aventi determinati oggetti.

La violazione del divieto comporta l’inutilizzabilità dell’elemento di prova che se ne potrebbe ricavare.

Il 234.3 vieta l’acquisizione di documenti che contengono informazioni sulle voci correnti nel pubblico

intorno ai fatti dei quali si tratta nel processo, o di documenti concernenti la moralità delle persone che

partecipano al processo.

È consentita l’acquisizione dei certificati del casellario giudiziale, della documentazione esistente

presso gli uffici del servizio sociale degli enti pubblici e presso gli uffici di sorveglianza nonché delle

sentenze irrevocabili di qualunque giudice italiano e delle sentenze straniere riconosciute, ai fini del

giudizio sulla personalità dell’imputato o della persona offesa dal reato, se il fatto per il quale si pro-

cede deve essere valutato in relazione al comportamento o alle qualità morali di questa (236.1).

Ai fini della valutazione della credibilità dei testimoni sono utilizzabili solo le sentenze sopra menzio-

nate ed i certificati del casellario giudiziale (236.2).

Ai sensi del 235.2 Sono corpo del reato le cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commes-

so nonché le cose che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo.

È consentita l’acquisizione, anche di ufficio, di qualsiasi documento proveniente dall’imputato, anche

se sequestrato presso altri o da altri prodotto (237).

Tale disposizione trova un limite nel divieto di sequestro in presenza di segreti tutelati dal codice di

procedura penale (256), quale è ad es. il segreto professionale.

Vi è anche il divieto di sequestrare presso il difensore carte o documenti relativi all’oggetto della difesa

e la corrispondenza tra l’imputato ed il proprio difensore.

Il 238 (Verbali di prove di altri procedimenti) permette alle parti di ottenere che siano acquisite le prove

e gli atti che sono stati assunti in un altro procedimento penale o civile.

Le parti del procedimento ad quem hanno il diritto di ottenere l’esame della persona le cui dichiarazioni

sono state acquisite.

Vige un regime differente a seconda della ripetibilità o meno nel procedimento ad quem:

α. se gli atti assunti nel procedimento a quo sono ripetibili nel procedimento ad quem:

- i verbali degli atti di indagine sono utilizzabili in due ipotesi:

1. se l’imputato del procedimento ad quem vi consente;

2. se la persona che ha reso le dichiarazioni viene esaminata nel procedimento ad quem e risulta

che essa è stata sottoposta a condotta illecita;

- i verbali delle dichiarazioni assunte in incidente probatorio o in dibattimento sono utilizzabili sia

nelle due ipotesi appena menzionante (consenso dell’imputato o minaccia sul dichiarante), sia se il

difensore dell’imputato del procedimento ad quem ha partecipato all’assunzione della prova;

β. se gli atti assunti nel procedimento a quo non sono ripetibili nel procedimento ad quem, i relativi

verbali sono utilizzabili in due ipotesi:

- se si tratta di impossibilità di ripetizione originale;

- se si tratta di non ripetibilità sopravvenuta, purché essa sia dovuta a circostanze non prevedibili nel

momento in cui l’atto è stato compiuto.

Un principio peculiare è stato stabilito in merito alle prove formate in un giudizio civile chiuso con sen-

tenza irrevocabile: se si tratta di dichiarazioni, esse sono utilizzabili contro l’imputato, se nei suoi con-

fronti fa stato la sentenza civile.

Il 238-bis consente che le sentenze irrevocabili possano essere acquisite allo scopo di accertare

l’esistenza di fatti oggetto di prova.

CAPITOLO V – I MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA

Il codice denomina mezzi di ricerca della prova le ispezioni, le perquisizioni, i sequestri e le intercetta-

zioni di comunicazioni.

Tali atti si distinguono dai mezzi di prova sotto numerosi profili:

α. l’elemento probatorio si forma in seguito all’esperimento del mezzo di prova, mentre attraverso il

mezzo di ricerca della prova entra nel procedimento un elemento probatorio che preesiste allo svol-

gersi del mezzo stesso;

β. i mezzi di prova possono essere assunti solo davanti al giudice nel dibattimento o nell’incidente pro-

batorio; i mezzi di ricerca della prova possono essere disposti dal giudice, dal p.m. e, in alcune ipote-

si, possono essere compiuti dalla polizia giudiziaria;

χ. i mezzi di ricerca della prova si basano di regola sul fattore “sorpresa”, mentre i mezzi di prova pos-

sono essere assunti durante le indagini preliminari solo con la piena garanzia del contraddittorio.

L’ispezione è quel mezzo di ricerca della prova che ha prevalentemente una finalità descrittiva di per-

sone, luoghi e cose.

Essa è disposta, di regola, dall’autorità giudiziaria quando occorre accertare le tracce e gli altri effetti

materiali del reato (244.1).

Secondo il 245.1 Prima di procedere all’ispezione personale l’interessato è avvertito della facoltà di

farsi assistere da persona di fiducia, purché questa sia prontamente reperibile e idonea a norma

dell’articolo 120 (il quale, rubricato “Testimoni ad atti del procedimento”, dice che Non possono inter-

venire come testimoni ad atti del procedimento: a) i minori degli anni quattordici e le persone pale-

semente affette da infermità di mente o in stato di manifesta ubriachezza o intossicazione da sostanze

stupefacenti o psicotrope. La capacità si presume sino a prova contraria; b) le persone sottoposte a mi-

sure di sicurezza detentive o a misure di prevenzione).

L’ispezione è eseguita nel rispetto della dignità e, nei limiti del possibile, del pudore di chi vi è sotto-

posto (245.2).

L’ispezione può essere eseguita anche per mezzo di un medico. In questo caso l’autorità giudiziaria

può astenersi dall’assistere alle operazioni (245.3).

Il 246 disciplina l’ispezione di luoghi o di cose: All’imputato e in ogni caso a chi abbia l’attuale dispo-

nibilità del luogo in cui è eseguita l’ispezione è consegnata, nell’atto di iniziare le operazioni e sempre

che essi siano presenti, copia del decreto che dispone tale accertamento. Nel procedere all’ispezione

dei luoghi, l’autorità giudiziaria può ordinare, enunciando nel verbale i motivi del provvedimento, che

taluno non si allontani prima che le operazioni siano concluse e può far ricondurre coattivamente sul

posto il trasgressore.

L’ispezione è disposta con decreto motivato.

Durante le indagini preliminari l’ispezione è disposta di regola dal p.m., che può delegare la polizia

giudiziaria; è compiuta dalla polizia di propria iniziativa in situazione di urgenza sotto la forma di “ac-

certamenti e rilievi”.

Quando il p.m. procede ad ispezione personale, il difensore dell’indagato deve essere preavvisato al-

meno 24 ore prima.

Nei casi di assoluta urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che il ritardo possa pregiudicare la

ricerca o l’assicurazione della prova, il p.m. può procedere anche prima del termine fissato dandone

avviso al difensore senza ritardo, o anche senza darne avviso, se vi è fondato motivo di ritenere che le

tracce possano essere alterate; è fatta salva in ogni caso la facoltà del difensore di intervenire (364.5).

Quando omette l’avviso o procede prima del termine, il p.m. deve specificamente indicare, a pena di

nullità, i motivi della deroga e le modalità dell’avviso (364.6).

La è un mezzo di ricerca della prova che ha la finalità di assicurare al processo una cosa

perquisizione

o di consentire l’arresto di una persona.

è disposta Quando vi è fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla

La perquisizione personale

persona il corpo del reato o cose pertinenti al reato (247.1).

è disposta Quando vi è fondato motivo di ritenere che tali cose si trovino in un

La perquisizione locale

determinato luogo ovvero che in esso possa eseguirsi l’arresto dell’imputato o dell’evaso (247.1).

La perquisizione è disposta dall’autorità giudiziaria (cioè dal giudice o dal p.m.) con decreto motivato.

L’autorità giudiziaria può limitarsi ad invitare taluno a consegnare la cosa: se l’invito è accolto non si

fa luogo a perquisizione, salvo che sia utile procedervi per la completezza delle indagini.

Se deve essere eseguita la perquisizione di una persona, occorre consegnare a questa una copia del de-

creto con l’avviso della facoltà di farsi assistere da persona di fiducia, purché prontamente reperibile ed

almeno quattordicenne (249).

Se deve essere eseguita la perquisizione di un luogo, va consegnata copia del decreto all’interessato ed

a colui che abbia la disponibilità del luogo, se costoro sono presenti.

Ad essi deve essere dato avviso della facoltà di farsi assistere o rappresentare da una persona di fiducia,

alle solite condizioni che questa sia prontamente reperibile ed idonea.

Nel corso delle indagini preliminari la perquisizione è ordinata dal p.m.

All’indagato che sia eventualmente presente alla perquisizione è chiesto se è assistito da un difensore;

qualora l’indagato ne sia privo, è designato un difensore d’ufficio.

Sempre nel corso delle indagini preliminari la polizia giudiziaria può procedere di sua iniziativa a per-

quisizione personale o locale, ma solo in flagranza di reato o nel caso di evasione.

La polizia giudiziaria deve trasmettere il verbale delle operazioni senza ritardo al p.m. del luogo nel

quale la perquisizione è stata eseguita.

La pubblica accusa convalida la perquisizione nelle 48 ore successive, se ne ricorrono i presupposti.

Il codice prevede tre distinte forme di sequestro: il il sequestro preventivo ed il

sequestro probatorio,

sequestro conservativo: il primo è un mezzo di ricerca della prova, gli altri due sono misure cautelari.

Tutti e tre i tipi di sequestro creano un vincolo di indisponibilità su una cosa mobile od immobile.

Nel sequestro probatorio il vincolo di indisponibilità serve per conservare immutate le caratteristiche

della cosa, al fine dell’accertamento dei fatti: occorre che si tratti del corpo del reato o di una cosa per-

tinente al reato e, soprattutto, che la cosa sia necessaria per l’accertamento dei fatti.

Il sequestro è mantenuto fin quando sussistono le esigenze probatorie.

Nel corso del dibattimento il sequestro probatorio è disposto con decreto del giudice.

Nel corso delle indagini preliminari il decreto è emanato, di regola, dal p.m.

Contro il decreto di sequestro l’indagato, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella

che avrebbe diritto alla loro restituzione possono proporre richiesta di riesame, sulla quale decide in

composizione collegiale il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha

emesso il provvedimento.

Contro il decreto di convalida l’indagato, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella

che avrebbe diritto alla loro restituzione possono proporre richiesta di riesame, sulla quale decide in

composizione collegiale il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha

emesso il provvedimento.

Per si intende quell’attività che si effettua mediante strumenti tecnici di percezione e

intercettazione

che tende a captare il contenuto di una conversazione o di una comunicazione segreta in corso tra due o

più persone, quando l’apprensione medesima è operata da parte di un soggetto che nasconde la sua pre-

senza.

L’intercettazione è un’attività che può esser compiuta solo per iniziativa del p.m. e su autorizzazione

del giudice nei casi e modi previsti dalla legge.

L’intercettazione di comunicazioni tra presenti (da parte di una persona non presente) è ammessa di re-

gola fuori del domicilio privato.

In via eccezionale l’intercettazione di comunicazioni tra presenti è consentita anche nel domicilio pri-

vato se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa (266.2).

Le intercettazioni di comunicazioni e di conversazioni sono ammesse solo per atto motivato

dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

In primo luogo, le intercettazioni possono essere disposte solo in procedimenti relativi a certi reati.

In secondo luogo, devono essere autorizzate dal giudice su richiesta del p.m.

In terzo luogo, sono ammesse solo quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assoluta-

mente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

Son previsti divieti di utilizzazione e garanzie in favore dei difensori, consulenti tecnici e loro ausiliari.

Per quanto riguarda il procedimento, il p.m. chiede al giudice l’autorizzazione a disporre le intercetta-

zioni, autorizzazione che è data dal giudice con decreto motivato.

Una volta ottenuto il provvedimento, il p.m. emana un decreto col quale regola le modalità e la durata

delle operazioni.

Nei casi di urgenza l’intercettazione è disposta dal p.m., che deve comunicare il relativo decreto moti-

vato al giudice non oltre 24 ore decorrenti dal proprio provvedimento.

Il giudice entro le 48 ore successive decide sulla convalida con decreto motivato.

In caso di mancata convalida, l’intercettazione non può essere proseguita ed i risultati non possono es-

sere usati.

In base ai requisiti previsti dal codice sono intercettabili sia le utenze riferibili agli indagati, sia quelle

riferibili ai testimoni, sia infine le utenze riferibili a persone estranee ai fatti, quando queste ultime pos-

sono essere destinatarie di comunicazioni provenienti da indagati o da testimoni.

Le comunicazioni intercettate sono registrate; delle operazioni è redatto verbale.

La polizia giudiziaria provvede a trascrivere il contenuto anche sommariamente: si tratta dei “brogliacci

d’ascolto”, utilizzabili già durante le indagini preliminari per chiedere al giudice le misure cautelari.

La registrazione delle intercettazioni ed i verbali sommari sono trasmessi immediatamente al p.m. e de-

vono essere depositati in segreteria: una volta effettuato il deposito, deve essere dato avviso ai difensori

che possono ascoltare le registrazioni ed esaminare gli atti.

Qualora le intercettazioni siano state eseguite fuori dei casi consentiti o con modalità diverse da quelle

previste dalla legge, i relativi risultati non possono in alcun modo essere usati.

Le registrazioni di cui è vietata l’utilizzazione sono distrutte su ordine del giudice, salvo che costitui-

scano corpo del reato (ad es. calunnia od ingiuria mediante telefono).

CAPITOLO VI – LE MISURE CAUTELARI

In prima approssimazione le misure cautelari sono quei provvedimenti provvisori, ma immediatamente

esecutivi, che tendono ad evitare che il trascorrere del tempo possa provocare uno dei seguenti pericoli:

α. il pericolo per l’accertamento del reato;

β. il pericolo per l’esecuzione della sentenza;

χ. il pericolo che si aggravino le conseguenze del reato o che venga agevolata la commissione di ulte-

riori reati.

Le principali caratteristiche delle misure cautelari sono:

1. strumentalità: strumentalità rispetto al procedimento penale (evitano che il trascorrere del tempo pos-

sa provocare i pericoli di cui sopra);

2. urgenza: essa ricorre quando un ritardato intervento rende probabile il verificarsi di uno dei fatti te-

muti;

3. prognosi di colpevolezza allo stato degli atti: il diritto affermato dalla parte deve avere un minimo di

elementi di prova della sua esistenza.

4. immediata esecutività: il provvedimento si dice “esecutivo” quando la polizia giudiziaria ha il potere

di adempiere al relativo comando in modo coercitivo, cioè anche contro la volontà di colui che vi si

oppone;

5. provvisorietà: gli effetti del provvedimento sono provvisori, e cioè non condizionano la decisione fi-

nale del giudice.

Da tale caratteristica derivano due corollari: in primo luogo, il provvedimento cautelare mantiene la

sua esecutività fino a che non sia divenuta esecutiva la sentenza definitiva; in secondo luogo, il prov-

vedimento cautelare è revocabile o modificabile in attesa della sentenza definitiva.

6. previsione per legge: la Costituzione esige che la legge preveda espressamente i casi ed i modi nei

quali il provvedimento dell’autorità giudiziaria può porre limiti alle predette libertà (13 e 14 Cost.);

7. giurisdizionalità: le misure cautelari sono disposte con un provvedimento emanato dal giudice, per-

ciò di regola il p.m. e la polizia giudiziaria non hanno il potere di disporre misure cautelari.

La riserva di giurisdizione non è assoluta: infatti sia la Costituzione (13.3) sia il codice ammettono

che i provvedimenti temporanei possano esser disposti dal p.m. e dalla polizia giudiziaria.

Tali provvedimenti sono definiti “precautelari”; essi devono essere sottoposti a convalida da parte

del giudice entro un tempo predeterminato, altrimenti l’indagato deve essere rimesso in libertà;

8. impugnabilità: nei confronti dei provvedimenti cautelari è possibile presentare impugnazione.

La Costituzione (111.7) impone al legislatore, quanto meno, il ricorso per cassazione per violazione

di legge contro tutti i provvedimenti che comportano una limitazione della libertà personale.

Il codice ha esteso questa garanzia perché ha previsto per tutti i provvedimenti cautelari anche

un’impugnazione di merito, e cioè l’appello od il riesame.

Il codice prevede varie categorie di misure cautelari:

comportano limiti alla libertà personale o alla libertà di determinazione nei rap-

α. le misure personali

porti familiari e sociali; esse si dividono in:

1. misure coercitive:

- obbligatorie: divieto di espatrio, obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria, allontanamento

dalla casa familiare e divieto od obbligo di dimora;

- custodiali: arresto domiciliare, custodia in carcere ed in luogo di cura.

Esse comportano per l’imputato una situazione di custodia, dalla quale derivano due conseguen-

ze: quella negativa consiste nella configurabilità del delitto di evasione, ove l’imputato si allon-

tani dal luogo di custodia; quella positiva sta nel fatto che il periodo trascorso in custodia sarà

computato come esecuzione della pena detentiva, nel caso in cui questa debba essere eseguita in

seguito a condanna;

2. misure interdittive: consistono nell’applicazione provvisoria a scopo cautelare di determinati di-

vieti.

Sono previsti tre tipi di misure interdittive: la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori,

la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio, ed il divieto di esercitare determina-

te professioni, imprese o uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese;

3. misure di sicurezza applicate provvisoriamente a scopi cautelari: si tratta del ricovero in un ospe-

dale psichiatrico giudiziario per l’imputato che sia affetto da vizio di mente totale, e del ricovero

in una casa di cura e custodia per l’imputato semi infermo di mente.

Occorre che siano presenti gravi indizi di commissione del fatto e che l’imputato sia socialmente

pericoloso;

β. le misure reali (dal latino res, “cosa”) toccano singoli beni mobili o immobili ed impongono il divie-

to di disporre di tali beni:

- il sequestro conservativo è posto a tutela della garanzia del pagamento delle somme dovute, tra

l’altro, per le spese del procedimento penale o per i danni cagionati dal reato;

- il sequestro preventivo è posto al fine di evitare l’aggravamento delle conseguenze del reato.

La Costituzione permette la restrizione della libertà personale solo nei casi e modi previsti dalla legge

(13.2: Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi

altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli ca-

si e modi previsti dalla legge).

Sull’applicazione e sulla revoca delle misure nonché sulle modifiche delle loro modalità esecutive,

provvede il giudice che procede. Prima dell’esercizio dell’azione penale provvede il giudice per le in-

dagini preliminari (279).

La Costituzione al 13.2 permette la limitazione della libertà personale solo con atto motivato

dell’autorità giudiziaria: per “autorità giudiziaria” si deve intendere il “giudice” quando si tratti di ma-

teria attinente alla libertà personale (infatti le misure cautelari possono essere solo “richieste” dal p.m.).

All’inizio del procedimento, prima dell’esercizio dell’azione penale, tale organo è il g.i.p.

Dopo che la misura coercitiva è stata eseguita (o notificata), l’imputato ha diritto di essere sentito dal

giudice in un interrogatorio definito “di garanzia”.

In questo momento il difensore ha la possibilità di conoscere la richiesta del p.m. e gli atti che

quest’ultimo ha presentato al giudice (293.3).

I presupposti che consentono di disporre le misure sono suddivisi nelle seguenti categorie:

α. le condizioni generali di applicabilità;

β. le esigenze cautelari;

χ. i criteri di scelta delle misure.

Il codice pone le seguenti condizioni generali di applicabilità delle misure cautelari personali:

α. una determinata gravità del delitto addebitato all’imputato: non sono applicabili le misure coercitive

ed interdittive nei procedimenti per le “contravvenzioni”; inoltre non si possono applicare misure co-

ercitive ed interdittive al di sotto di una soglia minima di gravità del delitto addebitato;

β. la presenza di gravi indizi di reità;

χ. la punibilità in concreto del delitto: nessuna misura può essere applicata se risulta che il fatto è stato

compiuto in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità o se sussiste una causa di e-

stinzione del reato ovvero una causa di estinzione della pena che si ritiene possa essere irrogata.

Passando alle esigenze cautelari, le misure personali possono essere applicate solo quando esiste in

concreto almeno una delle esigenze cautelari indicate tassativamente dal 274 (Esigenze cautelari), cioè:

α. il pericolo di inquinamento della prova;

β. il pericolo di fuga: occorre tuttavia che il giudice ritenga possibile che all’imputato possa essere irro-

gata con la sentenza una pena superiore a due anni di reclusione;

χ. il pericolo che vengano commessi determinati delitti:

1. gravi delitti con l’uso di armi o di altri mezzi di violenza personale;

2. gravi delitti diretti contro l’ordine costituzionale;

3. delitti di criminalità organizzata;

4. delitti della stessa specie di quello per il quale si procede.

il giudice, dopo aver ricevuto la richiesta del p.m. e dopo aver

Passando ai criteri di scelta delle misure,

accertato che esistono sia i gravi indizi di reità, sia almeno una delle esigenze cautelari, dispone la mi-

sura con ordinanza.

Sotto un profilo formale, il giudice non può disporre una misura più grave di quella richiesta dal p.m.

Da un punto di vista sostanziale, egli ha il potere-dovere di scegliere la misura cautelare in base ai crite-

ri che sono espressamente indicati nel 275: la misura da applicarsi deve essere “adeguata” alle esigenze

cautelari presenti in concreto, “proporzionata” alla gravità del fatto e della sanzione che potrà essere ir-

rogata, “graduata” in modo tale da applicare la custodia in carcere solo quando ogni altra misura risulti

inadeguata.

In un caso il principio di gradualità va incontro ad un’eccezione: si tratta dei delitti di criminalità ma-

fiosa, per i quali è previsto un regime speciale: per essi il codice impone di applicare obbligatoriamente

la custodia in carcere, perché presume che nessun’altra misura risulterebbe adeguata.

L’applicazione avviene in due fasi.

delle misure cautelari personali

Nella prima vi è una decisione del giudice fondata su una richiesta che viene presentata dal p.m. senza

che sia sentita la difesa; nella seconda fase il g.i.p. deve interrogare l’indagato ed il difensore deve esse-

re preavvisato dell’atto e deve esser presente.

All’indagato non è riconosciuto il diritto alla prova, ed il giudice decide solo su atti e documenti scritti.

La prima fase del procedimento applicativo ha inizio quando il p.m. chiede per scritto al g.i.p.

l’adozione di una misura cautelare personale, e termina quando il giudice prende una decisione sulla ri-

chiesta.

La procedura è segreta, e cioè deve svolgersi all’insaputa dell’indagato e del suo difensore.

Il p.m. ha l’obbligo di presentare al giudice gli elementi su cui la richiesta si fonda, nonché tutti gli e-

lementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate (291.1).

Il giudice ha un solo limite al suo potere di decidere sulla richiesta presentata dal p.m.: non può appli-

care una misura più grave di quella richiesta.

Viceversa, il giudice può applicare sia la misura richiesta, sia una misura meno grave; ma può anche

non applicare misura alcuna.

La motivazione, in base alla normativa precedente, poteva essere sommaria: ora deve essere esaustiva.

Il giudice deve precisare gli elementi di fatto dai quali si ricavano i gravi indizi, le esigenze cautelari ed

i criteri di scelta della misura.

L’ordinanza è nulla se non contiene la valutazione degli elementi a carico ed a favore dell’imputato.

L’ordinanza che dispone la custodia cautelare è eseguita, su incarico del p.m., dalla polizia giudiziaria

mediante consegna all’imputato di copia del provvedimento, con avvertimento della facoltà di nomina-

re un difensore di fiducia.

L’ordinanza che dispone una misura obbligatoria è notificata all’imputato.

La seconda fase del procedimento applicativo ha inizio nel momento in cui la misura cautelare persona-

le è eseguita; si conclude con l’interrogatorio davanti al g.i.p. (interrogatorio di garanzia).

In seguito all’interrogatorio dell’indagato, il giudice valuta se permangono le condizioni di applicabili-

tà e le esigenze cautelari.

Il g.i.p. deve depositare immediatamente, insieme all’ordinanza applicativa della misura, anche la ri-

chiesta del p.m. e gli “atti presentati con la stessa”.

Un avviso di deposito deve essere notificato al difensore, che può esaminare gli atti in cancelleria.

L’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare da parte del pubblico ministero non può

precedere l’interrogatorio del giudice (294.6).

L’interrogatorio condotto dal giudice deve avvenire entro un termine breve (5 giorni se è disposta la

custodia in carcere; 10 giorni per tutte le altre misure); inoltre, deve svolgersi entro 48 ore se il p.m. ne

fa istanza nella richiesta di custodia cautelare.

Il compito di porre le domande all’indagato spetta al giudice, e solo a lui.

Il p.m. può anche non esser presente all’interrogatorio.

Se nel caso concreto il p.m. è assente e il difensore presenta eccezioni, il giudice può non conoscere i

risultati delle indagini, e quindi può non essere in grado di decidere; infatti non sono depositati tutti gli

atti compiuti durante le indagini, ma solo quelli che sono stati selezionati dal p.m.

Ed ancora, se la difesa chiede la revoca o la sostituzione della misura ed il p.m. è assente, il giudice non

ha il potere di decidere subito: in base al 299, deve attendere fino a due giorni per conoscere l’eventuale

parere del p.m. sulla richiesta dell’indagato.

Il codice prevede tre ipotesi nelle quali può esser modificata la misura cautelare applicata:

α. la revoca, che deve essere immediatamente disposta:

- quando si accerti che le condizioni generali di applicabilità (gravità del delitto, gravi indizi di reità,

punibilità in concreto del delitto) risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti (299.1);

- quando si accerti che siano venute meno completamente le esigenze cautelari.

β. la sostituzione in melius, che deve esser disposta quando le esigenze cautelari, pur non essendo venu-

te meno, risultano “attenuate”; o quando la misura non appare più proporzionata all’entità del fatto

od alla sanzione che si ritiene potrà essere inflitta;

che può esser disposta dal giudice solo su richiesta del p.m.

χ. la sostituzione in peius,

Ciò avviene sia quando le esigenze cautelari risultano essersi aggravate, sia quando l’imputato ha

trasgredito alle prescrizioni che concernono la misura.

Le misure cautelari personali si estinguono in due modi differenti: in seguito ad un provvedimento del

giudice che accerta il modificarsi dei presupposti applicativi (ope iudicis), e per perdita di efficacia do-

vuta al verificarsi di determinati eventi previsti dalla legge (ope legis).

La prima evenienza si verifica nelle ipotesi di sostituzione e di revoca appena esaminate.

La seconda evenienza si verifica in vari casi:

α. quando per il medesimo fatto e nei confronti della medesima persona, alla quale è stata applicata la

misura, intervenga un provvedimento anche non definitivo che esclude l’addebito;

β. quando sia decorso il termine massimo di durata della singola misura cautelare prima della defini-

zione del procedimento con sentenza di condanna irrevocabile;

χ. quando a seguito di condanna la pena irrogata è inferiore o eguale alla custodia cautelare già subita.

Il termine massimo è stato posto allo scopo di attuare due garanzie costituzionali:

α. 13.5 Cost.: La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva;

β. 27.2 Cost.: L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Il codice prevede due tipologie di termini: i termini massimi intermedi (o di fase), ricollegati a determi-

nate fasi (o gradi) del procedimento, ed il termine massimo complessivo:

copre il periodo di tempo che va dall’inizio delle indagini preliminari al

α. il primo termine intermedio

rinvio a giudizio o all’ordinanza che dispone il giudizio abbreviato.

In relazione ai più gravi delitti, entro un anno deve intervenire il decreto che dispone il giudizio;

β. il secondo termine intermedio copre il periodo di tempo che va dal rinvio a giudizio fino alla senten-

za di condanna di primo grado.

In relazione ai più gravi delitti, la condanna deve intervenire entro un anno e sei mesi;

copre il periodo di tempo dell’appello.

χ. il terzo termine intermedio

La condanna in grado di appello deve intervenire entro un anno e sei mesi;

δ. il quarto termine intermedio copre il periodo di tempo del ricorso per cassazione.

La sentenza irrevocabile deve intervenire entro un anno e sei mesi;

si riferisce alla durata dell’intero procedimento.

ε. il termine massimo complessivo

Esso costituisce il limite entro il quale deve intervenire la sentenza di condanna irrevocabile ed opera

a prescindere dalla durata dei singoli termini intermedi.

Ove la custodia cautelare superi i termini massimi previsti dal codice, la stessa si estingue di diritto e

l’imputato deve essere liberato immediatamente (306).

La custodia è ripristinata se l’imputato ha trasgredito le prescrizioni della nuova misura cautelare o se è

stata emessa sentenza di condanna in primo o secondo grado e vi è pericolo di fuga.

Vediamo ora le impugnazioni contro le misure cautelari personali.

Il codice prevede tre mezzi di impugnazione: il riesame, l’appello ed il ricorso per cassazione.

Il procedimento relativo al singolo mezzo di impugnazione si svolge in modo autonomo rispetto al pro-

cedimento penale, che segue il suo corso.

Il riesame è ammesso contro le ordinanze che applicano per la prima volta (ab initio) una misura coer-

citiva; la richiesta può esser proposta esclusivamente dall’imputato o dal suo difensore, non dal p.m.

è ammesso nei confronti di tutti gli altri provvedimenti in tema di misure cautelari personali.

L’appello

Esso può essere proposto dall’imputato, dal suo difensore e dal p.m.

Competente a decidere sia sul riesame, sia sull’appello è il tribunale (in composizione collegiale) del

capoluogo del distretto di corte d’appello nel quale ha sede il giudice che ha disposto la misura; nella

prassi, tale organo è denominato tribunale della libertà.

Il ricorso per cassazione è ammesso di regola contro le decisioni emesse in sede di riesame e di appello.

I tre mezzi di impugnazione non hanno efficacia sospensiva sul provvedimento che limita la libertà per-

sonale.

Il riesame è una impugnazione completamente devolutiva, che permette all’imputato di ottenere il con-

trollo giurisdizionale sulla legittimità e sul merito del provvedimento che applica una misura coercitiva

ab initio.

Poiché si tratta di un’impugnazione completamente devolutiva, il tribunale ha il potere di valutare la

legittimità ed il merito della misura coercitiva senza essere vincolato né dagli eventuali motivi del ri-

corso dell’imputato, né dalla motivazione del provvedimento che ha applicato la misura.

Il tribunale della libertà valuta i presupposti della misura coercitiva tenendo conto sia degli atti che era-

no conosciuti dal giudice che ha emanato il provvedimento, sia degli atti e documenti che le parti hanno

presentato successivamente al tribunale stesso.

La richiesta di riesame deve essere presentata dall’imputato o dal suo difensore entro il termine di 10

giorni a pena di inammissibilità.

La richiesta è presentata nella cancelleria del tribunale della libertà.

Il tribunale ha un potere cognitivo limitato; può decidere sugli atti scritti presentati dal p.m. e non su

tutti gli atti di indagine raccolti fino a quel momento.

L’udienza si svolge in camera di consiglio e cioè con un contraddittorio facoltativo.

Il p.m. ed il difensore dell’imputato devono essere preavvisati e possono partecipare all’udienza: se

presenti, essi hanno il diritto di esporre oralmente le proprie conclusioni.

Il tribunale decide sulla base degli atti scritti e dei documenti presentati: non si può disporre l’audizione

di persone, né l’assunzione di prove non rinviabili, né imporre al p.m. di svolgere determinate indagini.

Il tribunale della libertà può pronunciare quattro tipi di decisione:

α. può dichiarare l’inammissibilità della richiesta di riesame (ad es. se è stata presentata oltre i termini);

β. può annullare l’ordinanza per carenza di uno degli elementi essenziali o per vizi di merito;

χ. può riformare, e cioè modificare la misura, ma solo in modo più favorevole all’imputato;

δ. può confermare la misura coercitiva anche per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione

del provvedimento originario.

è un’impugnazione limitatamente devolutiva che permette di controllare tutti quei provvedi-

L’appello

menti presi dal giudice in tema di misure cautelari personali, che non sono sottoponibili a riesame.

Pertanto, l’appello è un mezzo di impugnazione residuale rispetto al riesame e riguarda tutte quelle or-

dinanze che non applicano per la prima volta (ab initio) una misura coercitiva.

Competente a decidere sull’appello è il tribunale (in composizione collegiale) del capoluogo del distret-

to di corte d’appello nel quale ha sede il giudice che ha disposto la misura.

Il p.m. può presentare appello al tribunale della libertà contro l’ordinanza del giudice che ha applicato

una misura cautelare personale meno grave di quella da lui richiesta; o ancora, contro l’ordinanza che

ha concesso la revoca o la sostituzione della misura su richiesta dell’imputato.

L’appello deve essere proposto, a pena di inammissibilità, entro 10 giorni dall’esecuzione o notifica-

zione del provvedimento.

Le modalità di svolgimento del procedimento di appello ed i poteri di cognizione del tribunale sono in

buona parte simili a quelli previsti per il riesame.

La più importante differenza consiste nelle formalità che regolano la dichiarazione con cui le parti redi-

gono l’appello; essa deve precisare (a pena di inammissibilità) i motivi per i quali il soggetto interessa-

to ritiene che il provvedimento debba essere annullato o modificato.

costituisce, in primo luogo, una impugnazione esperibile contro le decisioni

Il ricorso per cassazione

che il tribunale della libertà ha pronunciato sulla richiesta di riesame o sull’appello.

In secondo luogo, è un’impugnazione concessa all’imputato (o al suo difensore) in alternativa alla ri-

chiesta di riesame.

Il ricorso resta vincolato ai limiti di cognizione che sono propri della corte di cassazione.

All’imputato è riconosciuto il diritto ad ottenere un’equa riparazione per l’ingiusta custodia cautelare.

La domanda di riparazione è presentata dall’imputato dopo che la sentenza è divenuta irrevocabile; sul-

la richiesta decide la Corte d’appello con un procedimento in camera di consiglio.

Il presupposto del diritto ad ottenere l’equa riparazione consiste nell’ingiustizia sostanziale o formale

della custodia cautelare subita (nelle due forme della custodia in carcere o dell’arresto domiciliare).

Il codice non impone di accertare se essa sia dovuta ad un atto illecito compiuto dall’autorità giudizia-

ria: ciò avrebbe comportato un onere della prova molto pesante per il richiedente.

La prima ipotesi, di tipo sostanziale, è prevista dal 314.1: Chi è stato prosciolto con sentenza irrevoca-

bile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o

non è previsto dalla legge come reato, ha diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subi-

ta, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave.

La seconda ipotesi, di tipo formale, è prevista dal 314.2: Lo stesso diritto spetta al prosciolto per qual-

siasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare, quan-

do con decisione irrevocabile risulti accertato che il provvedimento che ha disposto la misura è stato

emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità […].

Tuttavia il codice pone al diritto alla riparazione alcuni ostacoli.

Il primo ostacolo è che Il diritto alla riparazione è escluso per quella parte della custodia cautelare

che sia computata ai fini della determinazione della misura di una pena ovvero per il periodo in cui le

limitazioni conseguenti all’applicazione della custodia siano state sofferte anche in forza di altro titolo.

Il secondo è dato dal fatto che l’imputato non ha diritto alla riparazione se ha “dato causa” o ha “con-

corso a dare causa” all’ingiusta custodia cautelare per dolo o colpa grave (314.1).

Una forma speciale di riparazione dell’ingiusta custodia cautelare è il diritto del lavoratore ad essere

reintegrato nel posto di lavoro (102-bis disp. att.).

Le comportano un vincolo di indisponibilità su cose mobili od immobili.

misure cautelari reali

Le misure in oggetto possono esser disposte, di regola, solo dal giudice.

Il codice prevede due tipi di misure reali: il sequestro preventivo ed il sequestro conservativo.

I due tipi di sequestro sono applicabili nei procedimenti per qualsiasi genere di reato: quindi anche per

le contravvenzioni. ha lo scopo di garantire l’adempimento delle obbligazioni civili sorte in con-

Il sequestro conservativo

seguenza sia del compimento del reato, sia del costo del procedimento penale; esso mira ad evitare che

nell’attesa della condanna definitiva si disperdano le garanzie patrimoniali, e cioè i beni mobili od im-

mobili.

Soggetti legittimati a chiedere al giudice il sequestro conservativo sono il p.m. e la parte civile.

Il sequestro conservativo ha la caratteristica di poter essere richiesto solo contro l’imputato od il re-

sponsabile civile; e cioè dopo che l’azione penale è già stata esercitata.

Il provvedimento è disposto dal giudice senza che venga sentita la controparte.

L’imputato o il responsabile civile possono chiedere al giudice che il sequestro sia convertito nella pre-

stazione di una cauzione idonea.

pone su di una cosa mobile od immobile un vincolo di indisponibilità che ha la

Il sequestro preventivo

finalità di interrompere il compimento di un reato o di impedire il compimento di nuovi reati.

Il codice prevede tre ipotesi di sequestro preventivo (321):

α. quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o

protrarre le conseguenze di esso (321.1);

β. quando vi è il pericolo che la cosa possa agevolare la commissione di altri reati (321.1);

χ. quando la cosa è pericolosa in sé, poiché di essa è consentita od imposta la confisca.

La finalità di prevenzione comporta che questo tipo di sequestro possa essere chiesto al giudice solo dal

p.m.; durante la fase delle indagini è competente a disporlo il g.i.p.

La revoca del sequestro preventivo può esser chiesta al giudice dal p.m., dall’imputato o da chiunque

ne abbia interesse.

Il sequestro deve essere revocato quando sono venute meno le esigenze preventive previste dalla legge.

Nel corso delle indagini preliminari si può fare eccezione alla regola secondo cui il sequestro preventi-

vo è disposto dal giudice su richiesta del p.m.: quando non è possibile attendere il provvedimento del

g.i.p., il sequestro preventivo è disposto con decreto motivato del p.m.

Prima dell’intervento di quest’ultimo, in caso di urgenza procedono al sequestro gli ufficiali di polizia

giudiziaria, i quali trasmettono il verbale al p.m. stesso.

Contro il decreto di sequestro emesso dal giudice possono presentare richiesta di riesame l’imputato, il

difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro resti-

tuzione.

Sulla richiesta decide (in composizione collegiale) il tribunale del capoluogo della provincia nella quale

ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento.

PARTE III – IL PROCEDIMENTO ORDINARIO

CAPITOLO I – LE INDAGINI PRELIMINARI

Le indagini preliminari costituiscono la prima fase del procedimento penale.

Essa inizia nel momento in cui una notizia di reato perviene alla polizia giudiziaria o al p.m.; termina

quando quest’ultimo esercita l’azione penale od ottiene dal giudice l’archiviazione richiesta.

Le indagini preliminari consistono in investigazioni svolte dal p.m. e dalla polizia giudiziaria.

In base al 327 la direzione delle indagini spetta al p.m.

La norma attua il 109 Cost. (L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria).

Le indagini svolgono varie funzioni: gli elementi di prova acquisiti sono valutati, in primo luogo, dal

p.m. per decidere se esercitare l’azione penale; in secondo luogo sono usati dal g.i.p. nel momento in

cui questi pronuncia i provvedimenti di sua competenza; infine sono usati, sia pure in via eccezionale e

con determinate cautele, dal giudice del dibattimento per emettere la decisione finale. que-

Nella fase delle indagini preliminari è previsto l’intervento del giudice per le indagini preliminari:

sti svolge una funzione di controllo imparziale sui provvedimenti più importanti, senza esercitare poteri

di iniziativa.

La sua funzione si caratterizza come una “giurisdizione semipiena”, perché incontra due limiti fonda-

mentali: la funzione è esercitata soltanto nei casi previsti dalla legge e su richiesta di parte.

Eccezionalmente di fronte al g.i.p. sono assunte le prove non rinviabili al dibattimento: ciò avviene in

(392 ss.).

una udienza in contraddittorio, denominata incidente probatorio

Un’altra particolarità sta nel fatto che la funzione giurisdizionale è svolta in tali casi prima

dell’esercizio dell’azione penale, in ciò derogandosi al principio generale nulla iurisdictio sine actione.

La è un’informazione che permette alla polizia giudiziaria ed al p.m. di venire a cono-

notizia di reato

scenza di un illecito penale.

La presenza di una notizia di reato produce tre effetti:

α. segna il passaggio dalla funzione di polizia di sicurezza alla funzione di polizia giudiziaria;

β. impone alla polizia giudiziaria che abbia appreso la notizia l’obbligo di informare il p.m. (347);

χ. impone al p.m. l’obbligo di provvedere all’immediata iscrizione della notizia nel registro delle noti-

zie di reato (335).

Il codice regola espressamente due notizie di reato: la denuncia ed il referto.

Inoltre prevede le condizioni di procedibilità, e cioè la querela, l’istanza, la richiesta di procedimento e

l’autorizzazione a procedere: questi atti contengono sia l’informativa sull’illecito penale, sia la manife-

stazione della volontà che si proceda contro il responsabile dello stesso.

può esser presentata da qualsiasi persona che abbia avuto notizia di un reato.

La denuncia

Può essere scritta od orale e può essere presentata sia ad un ufficiale di polizia giudiziaria, sia diretta-

mente al p.m.

332: Contenuto della denuncia: La denuncia contiene la esposizione degli elementi essenziali del fatto e

indica il giorno dell’acquisizione della notizia nonché le fonti di prova già note. Contiene inoltre,

quando è possibile, le generalità, il domicilio e quanto altro valga alla identificazione della persona

alla quale il fatto è attribuito, della persona offesa e di coloro che siano in grado di riferire su circo-

stanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.

Di regola, la denuncia è facoltativa, ma vi sono delle ipotesi in cui essa è obbligatoria, sotto la minaccia

di sanzioni penali: il privato ha l’obbligo di denuncia in questi casi:

1. omessa denuncia da parte del cittadino di un delitto contro la personalità dello Stato per il quale la

legge stabilisce l’ergastolo (364 c.p.);

2. 709 c.p.: Omessa denuncia di cose provenienti da delitto;

3. 679 c.p.: Omessa denuncia di materie esplodenti;

4. quando abbia subito un furto di armi o esplosivi (l. 110/1975);

5. quando abbia avuto conoscenza di un delitto di sequestro di persona a fini di estorsione (d.l. 8/1991).

I pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l’obbligo di presentare denuncia quan-

do vi è una determinata relazione tra la funzione o il servizio da loro svolto e la conoscenza del reato.

L’obbligo scatta per i reati di cui il soggetto abbia avuto conoscenza nell’esercizio o a causa della sua

funzione o servizio; si richiede altresì che la notizia riguardi un reato procedibile non a querela.

La definizione delle due qualifiche è data dagli artt. 357 e 358 del codice penale.

Vi è un requisito comune: la funzione ed il servizio sono “pubblici” quando sono disciplinati da “norme

di diritto pubblico e da atti autoritativi”.

Comune è anche la caratterizzazione di tipo oggettivo: ciò che rileva non è l’esistenza di un rapporto di

impiego pubblico, ma l’esercizio in concreto di una funzione o servizio pubblici.

Sono funzioni pubbliche (ed in quanto tali integrano la qualifica di pubblico ufficiale) le funzioni legi-

slative, giudiziarie ed amministrative.

Al fine di consentire una precisa delimitazione del concetto di pubblica funzione, con particolare rife-

rimento a quella amministrativa, il 357.2 c.p. afferma che la stessa deve avere almeno una di queste ca-

ratteristiche: deve consistere nella “formazione” o “manifestazione” della volontà della pubblica ammi-

nistrazione o deve svolgersi per mezzo di “poteri autoritativi” o “certificativi”.

Nella definizione di incaricato di pubblico servizio vi è il fatto che devono mancare le caratteristiche

proprie della funzione pubblica, e cioè lo svolgimento di poteri certificativi o autoritativi o la formazio-

ne o la manifestazione della volontà della p.a.

Inoltre il servizio non deve comportare l’esercizio di semplici mansioni d’ordine, né la prestazione di

un’opera meramente materiale.

I pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio hanno l’obbligo di denuncia dei reati non proce-

dibili a querela dei quali vengano a conoscenza sia nell’esercizio delle funzioni (e cioè durante l’orario

di lavoro), sia a causa della funzione o servizio.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria sono tenuti ad informare il p.m. di tutti i reati procedibili

d’ufficio dei quali sono venuti comunque a conoscenza; quindi anche fuori del servizio svolto.

Il difensore e i suoi ausiliari non hanno obbligo di denuncia nemmeno in relazione ai reati dei quali ab-

biano avuto notizia nel corso delle attività investigative da essi svolte (334-bis).

Il referto è una particolare forma di denuncia alla quale è tenuto colui che, nell’esercizio di una profes-

sione sanitaria, ha prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un

delitto procedibile d’ufficio; Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la perso-

na assistita a procedimento penale (365.2 c.p.).

Pertanto, se dal medico si fa assistere la persona offesa dal reato, il sanitario ha l’obbligo del referto.

Se il responsabile del reato si fa assistere da un medico privato, l’obbligo di referto non sussiste.

Se il medico è dipendente pubblico, anche in quest’ultimo caso egli ha sempre l’obbligo di denuncia-

referto, in quanto è un incaricato di pubblico servizio (362 c.p.).

Una volta che la polizia giudiziaria abbia ricevuto una notizia di reato qualificata, e cioè espressamente

prevista dalla legge, scatta l’obbligo per la polizia stessa di informare il p.m., precisando gli elementi

essenziali del fatto e gli altri elementi di prova e le attività compiute (347.1).

Come regola il codice pone l’obbligo di riferire la notizia di reato senza ritardo e per iscritto al p.m.

Sono previste poi alcune eccezioni.

L’informativa deve essere data immediatamente anche in forma orale quando sussistono ragioni di ur-

genza o quando si tratta di determinati delitti gravi o di criminalità organizzata (347.3).

E ancora, il termine è di 48 ore nel caso in cui la polizia giudiziaria abbia compiuto atti per i quali è

prevista l’assistenza del difensore dell’indagato (347.2-bis).

Infine, l’avvenuto arresto in flagranza impone alla polizia l’obbligo di informare immediatamente il

p.m.

Analizziamo ora le condizioni di procedibilità.

Il codice pone la regola della procedibilità d’ufficio (50.2: Quando non è necessaria la querela, la ri-

chiesta, l’istanza o l’autorizzazione a procedere, l’azione penale è esercitata di ufficio).

Le condizioni di procedibilità sono atti ai quali la legge subordina l’esercizio dell’azione penale in rela-

zione a determinati reati per i quali non si debba procedere d’ufficio.

Sono condizioni di procedibilità la querela, l’istanza, la richiesta di procedimento e l’autorizzazione a

procedere.

In mancanza di una condizione di procedibilità possono essere compiuti gli atti di indagine preliminare

necessari ad assicurare le fonti di prova e, quando vi è pericolo nel ritardo, possono essere assunte le

prove previste dall’articolo 392.

La querela è un atto col quale la persona offesa manifesta la volontà che si persegua penalmente il fatto

di reato che essa ha subito; ciò a prescindere dal soggetto che risulterà esserne l’autore (120 c.p.).

È chiara la differenza rispetto alla denuncia: quest’ultima può essere presentata da chiunque (non solo

dalla persona offesa) e non deve necessariamente contenere una manifestazione di volontà.

Il diritto di querela deve essere esercitato, di regola, entro il termine di tre mesi dal giorno in cui la per-

sona offesa ha avuto notizia del fatto che costituisce reato.

Nel caso di delitti contro la libertà sessuale il termine è di sei mesi (609-septies comma II c.p.).

Il codice consente alla persona offesa di rinunciare al diritto di querela.

La rinuncia è un atto irrevocabile ed incondizionato con cui la persona offesa, prima di aver proposto

querela, manifesta la volontà che non si proceda penalmente per il reato subìto.

La rinuncia al diritto di querela può esser fatta con un atto espresso o tacitamente, ed è irrevocabile.

Di regola, la querela una volta proposta può esser revocata. si tratta di quell’atto irrevocabile ed in-

A tal fine il codice penale prevede l’istituto della remissione:

condizionato con cui la persona offesa, dopo aver proposto querela, manifesta la volontà che non si

proceda penalmente per il fatto di reato; la remissione estingue il reato.

La remissione non produce effetto se il querelato l’ha ricusata espressamente o tacitamente.

Nel caso di delitti in materia sessuale, la querela proposta è irrevocabile (609-septies comma III c.p.).

è un atto col quale la persona offesa manifesta la volontà che si proceda per un reato che è

L’istanza

stato commesso all’estero e che, se fosse stato commesso in Italia, sarebbe procedibile d’ufficio.

La richiesta di procedimento è l’atto con cui il ministro della Giustizia manifesta la volontà che si pro-

ceda per un determinato reato commesso all’estero o per altri reati espressamente previsti.

è un atto discrezionale ed irrevocabile emanato da un organo dello Stato.

L’autorizzazione a procedere

In mancanza delle condizioni di procedibilità, la polizia giudiziaria di regola non ha l’obbligo di infor-

mare il p.m. della notizia di reato; l’obbligo scatta solo se vengono compiute indagini (112 disp. att.).

E passiamo al tema del e del

segreto investigativo divieto di pubblicazione.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo

possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico (111.3

Cost.).

Per gli atti di indagine compiuti dal p.m. e dalla polizia giudiziaria è previsto come regola l’obbligo del

segreto.

Tale vincolo comporta che l’atto di indagine non debba essere rivelato ed opera in modo oggettivo, nel

senso che grava su tutti i soggetti che siano a conoscenza dell’atto segreto.

Ovviamente l’atto può essere rivelato dall’inquirente a soggetti “autorizzati” a conoscerlo.

Il soggetto autorizzato a conoscere l’atto è, a sua volta, vincolato dall’obbligo del segreto.

Il codice penale prevede due autonome ipotesi di reato con riguardo alla rivelazione dell’atto.

La prima consiste nella rivelazione di notizie segrete inerenti ad un procedimento penale da parte di chi

ne abbia conoscenza per avere partecipato od assistito ad un atto del procedimento.

La seconda fattispecie incriminatrice punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio il

quale riveli un atto segreto violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando

della sua qualità (326 c.p.: Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio).

Il divieto di rivelazione permane fino a che l’atto è coperto dal segreto, e cioè fino a quando l’imputato

non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari (329.1).

Alla regola della segretezza sono state poste varie deroghe in favore della difesa.

Alcuni degli atti tipici di indagine compiuti dal pubblico ministero sono “garantiti”, nel senso che de-

vono essere compiuti preavvisando il difensore.

Ci sono altri atti che, pur non prevedendo il diritto al preavviso, tuttavia consentono al difensore di as-

sistere, se è presente.

Quando il difensore assiste agli atti di indagine, il suo intervento è limitato: può presentare al pubblico

ministero richieste, osservazioni e riserve delle quali è fatta menzione nel verbale (364.7).

Gli atti garantiti sono quelli ai quali il difensore ha diritto di assistere previo avviso che deve essergli

dato almeno 24 ore prima del compimento dell’atto stesso: si tratta dell’interrogatorio, dell’ispezione e

del confronto ai quali partecipa l’indagato e dell’ispezione su persone diverse dal medesimo (364).

Quando vi è fondato motivo di ritenere che il ritardo nel compimento dell’interrogatorio o del confron-

to possa pregiudicare la ricerca o l’assicurazione delle fonti di prova, il p.m. può compiere l’atto prima

del termine, ma deve comunque dare tempestivamente avviso al difensore.

in essa rientrano gli atti ai quali il di-

Vi è poi una seconda categoria, definibile come “atti a sorpresa”:

fensore ha facoltà di assistere senza tuttavia aver diritto al preavviso.

Si tratta delle perquisizioni e dei sequestri, che sono atti per loro natura non ripetibili.

Quando il p.m. ritiene di compiere un atto garantito, ha il dovere di inviare all’indagato ed alla persona

offesa l’informazione di garanzia (369).

Al compimento del primo atto a cui il difensore ha diritto di assistere il p.m. deve notificare

all’indagato la comunicazione della nomina del difensore d’ufficio, nella quale sono indicati:

1. l’informazione dell’obbligatorietà della difesa tecnica nel processo penale con l’indicazione della fa-

coltà e dei diritti attribuiti dalla legge all’indagato;

2. il nominativo del difensore d’ufficio ed il suo indirizzo e recapito telefonico;

3. l’indicazione della facoltà di nominare un difensore di fiducia con l’avvertimento che, in mancanza,

l’indagato sarà assistito da quello nominato d’ufficio;

4. l’indicazione dell’obbligo di retribuire il difensore d’ufficio, a meno che l’indagato non ottenga

l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato;

5. l’indicazione delle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

Quando occorre compiere un atto garantito, il p.m. deve preavvisare il difensore dell’indagato del com-

pimento dell’atto.

Il difensore di fiducia (o d’ufficio) ha la facoltà, ma non il dovere, di assistere all’atto garantito.

rientrano tutte le altre investigazioni, sia quelle che consistono in atti

Nella categoria degli atti segreti

tipici, sia quelle che danno luogo ad atti tipici.

Questi atti son coperti dal segreto fino all’avviso di conclusione delle indagini (415-bis).

L’obbligo del segreto opera in modo oggettivo e si riferisce a tutte le persone che hanno partecipato od

assistito al compimento dell’atto.

Il vincolo concerne lo svolgimento e la documentazione dell’atto del procedimento; viceversa, esso non

si estende al fatto storico oggetto di indagine.

Il codice indica due momenti nei quali viene meno l’obbligo del segreto.

In primo luogo ciò avviene quando l’indagato può avere conoscenza (“legale”) dell’atto.

In secondo luogo l’obbligo del segreto cade quando si perviene alla chiusura delle indagini preliminari.

Il codice ha tenuto conto della possibilità che in concreto si presenti l’esigenza di rendere segreti quegli

atti che, per legge, sarebbero conoscibili: in tal caso il p.m. esercita il potere di segretazione.

L’obbligo del segreto può essere disposto per singoli atti in caso di necessità per la prosecuzione delle

indagini.

Il p.m. ha un ulteriore potere di segretazione, che si esercita su atti già segreti ai sensi del 329 e consiste

in un ampliamento dell’oggetto del segreto: esso non è limitato al solo svolgimento dell’atto, ma anche

ai fatti storici oggetto di indagine.

La segretazione concerne esclusivamente quegli atti di indagine che comportano l’assunzione di dichia-

razioni da parte di testimoni od imputati.

Se sussistono specifiche esigenze attinenti alle indagini, il p.m. può vietare, alle persone sentite, di co-

municare i fatti e le circostanze oggetto dell’indagine di cui hanno conoscenza.

Il divieto è disposto con decreto motivato e non può avere una durata superiore a due mesi.

Nei confronti degli atti segreti (329) è posto il divieto assoluto di pubblicazione, e cioè è vietato pub-

blicarne sia la riproduzione totale o parziale, sia il riassunto, sia il contenuto generico.

Per gli atti di indagine che non siano segreti vige un divieto attenuato di pubblicazione, nel senso che è

vietato pubblicare l’“atto”, e cioè il testo parziale o totale dell’atto stesso, però è consentito pubblicare

il “contenuto” dello stesso.

All’interno delle indagini preliminari il codice distingue tra attività ad iniziativa della polizia giudi-

ed attività del p.m.

ziaria

Nell’ambito dell’attività svolta d’iniziativa dalla polizia giudiziaria si possono tracciare ulteriori distin-

zioni: vi è un’attività di iniziativa in senso stretto (c.d. autonoma) che consiste nel raccogliere ogni e-

lemento utile alla ricostruzione del fatto e alla individuazione del colpevole (348.1).

Tale attività prende avvio dal momento in cui è pervenuta la notizia di reato e termina nel momento in

cui il p.m. ha impartito le sue direttive.

Vi è poi un’attività di iniziativa in senso ampio (c.d. successiva) che la polizia giudiziaria svolge dopo

aver ricevuto le direttive dal p.m.

Tale attività può ancora distinguersi in iniziativa guidata ed in iniziativa parallela: la prima consiste nel-

la stretta esecuzione delle direttive del p.m.; la seconda comprende tutte le altre attività di indagine per

accertare i reati che la polizia può eseguire purché ne informi prontamente il p.m. (348).

Infine, è prevista la c.d. attività integrativa, ossia svolta di iniziativa ma sulla base dei dati emersi a se-

guito del compimento di atti delegati dal p.m., per assicurarne la massima efficacia.

Con l’espressione “sommarie informazioni dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini”

il codice ricomprende tre diverse modalità con cui l’indagato può rendere dichiarazioni alla polizia giu-

diziaria.

In primo luogo, l’ufficiale di polizia può assumere informazioni dall’indagato (e cioè porre domande)

solo se quest’ultimo è libero e se comunque il suo difensore è presente.

È sufficiente che l’indagato riceva quegli avvertimenti che sono disciplinati dal 64.3 (e cioè che le sue

dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei suoi confronti, che salvo quanto disposto dal 66.1

ha facoltà di non rispondere ad alcuna domanda, ma comunque il procedimento seguirà il suo corso, e

che se renderà dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a

tali fatti, l’ufficio di testimone).

In secondo luogo, l’ufficiale o l’agente di polizia può ricevere dichiarazioni spontanee dalla persona

nei cui confronti vengono svolte le indagini.

Il codice non pone espressamente alla polizia l’obbligo di dare gli avvisi contenuti nel 64.3.

La terza modalità consente agli ufficiali di polizia giudiziaria di porre domande all’indagato libero o ar-

restato anche in assenza del difensore, tuttavia delle notizie assunte è vietata sia la documentazione, sia

l’utilizzazione in dibattimento ed in fasi precedenti.

Il codice pone due limiti: le domande possono esser rivolte all’indagato solo sul luogo o

nell’immediatezza del fatto di reato (ad es. nella stazione di polizia, ma subito dopo).

Il codice non impone alla polizia di avvertire l’indagato che ha facoltà di restare silenzioso.

Le notizie non sono utilizzabili nel procedimento.

Con l’espressione “sommarie informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili ai fini

delle indagini” il codice si riferisce alle dichiarazioni rese da persone diverse dall’indagato.

Il possibile testimone ha l’obbligo di presentarsi alla polizia, se convocato; ove non si presenti, può es-

sere incriminato per inosservanza di un provvedimento della pubblica autorità (650 c.p.).

Inoltre, egli ha l’obbligo di attenersi alle prescrizioni date (ad es. identificare cose o persone).

Il possibile testimone ha l’obbligo di rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte (198).

Il suo obbligo di dire il vero non è penalmente sanzionato.

Tuttavia l’obbligo di verità rimane e può dar luogo ad una differente responsabilità penale se il possibi-

le testimone agisce allo scopo di aiutare taluno ad eludere le investigazioni dell’Autorità, o a sottrarsi

alle ricerche di questa: l’aiuto così fornito ad una persona (purché diversa dal concorrente nel medesi-

mo reato) integra gli estremi del delitto di favoreggiamento personale (378 c.p.).

Il possibile testimone che rende dichiarazioni alla polizia può rifiutarsi di rispondere negli stessi casi in

cui ciò è consentito al testimone che depone davanti al giudice.

Le sommarie informazioni sono documentate mediante verbale (357.2); sono utilizzabili in dibattimen-

to, se ripetibili, mediante contestazione nei limiti previsti dal 500; se non ripetibili, mediante lettura.

L’identificazione (349) è l’atto col quale viene dato un nome ad un volto: oggetto dell’identificazione è

una persona fisica individuata, della quale non si conoscono le generalità.

Oggetto di identificazione possono essere tutte le persone che hanno avuto a che fare col reato.

Ogni volta che una persona rifiuta di farsi identificare, oppure fornisce generalità o documenti di cui si

possa ritenere la falsità, è possibile un accompagnamento coattivo per identificazione.

Questo consiste nel portare la persona identificata negli uffici di polizia ed ivi trattenerla per il tempo

strettamente necessario per l’identificazione e comunque non oltre le 12 ore (349.4).

In caso di accompagnamento coattivo occorre dare notizia al p.m. tanto dell’avvenuto accompagna-

mento, quanto dell’avvenuto rilascio della persona.

Il p.m. può ordinare in qualsiasi momento il rilascio della persona accompagnata per l’identificazione.

Norme particolari valgono per l’identificazione dell’indagato: per es. se gli accertamenti comportano il

prelievo di capelli o saliva e manca il consenso dell’interessato, la polizia giudiziaria procede al prelie-

vo coattivo nel rispetto della dignità personale del soggetto, previa autorizzazione scritta, oppure resa

oralmente e confermata per iscritto, del pubblico ministero.

Gli atti fondamentali di tipo investigativo sono i rilievi e gli accertamenti urgenti.

L’attività generica di conservazione consiste nel curare che le cose o tracce pertinenti al reato siano

conservate e che lo stato dei luoghi non sia mutato prima dell’intervento del p.m.

I rilievi consistono nell’attività di osservazione dello stato dei luoghi, delle cose o delle persone, non-

ché nella descrizione delle tracce o degli effetti materiali del fatto-reato.

I rilievi devono esser compiuti di propria iniziativa dalla polizia giudiziaria in presenza di due presup-

posti: che il p.m. non possa intervenire tempestivamente, e che vi sia il pericolo che nel frattempo lo

stato dei luoghi cambi o le tracce vadano perdute (c.d. urgenza).

è un’operazione di tipo tecnico che è composta da una serie di atti.

L’accertamento urgente

Ad essa può procedere di regola solo un ufficiale e, in casi eccezionali di urgenza, anche un agente.

Qualora debbano esser compiute attività che richiedono specifiche competenze tecniche, la polizia giu-

diziaria può avvalersi dell’opera di esperti: i c.d. ausiliari di polizia giudiziaria.

Vi è differenza tra ausiliario e consulente tecnico: l’ausiliario svolge l’atto insieme alla polizia giudizia-

ria in funzione di semplice aiuto materiale, perciò si tratta di un atto compiuto dalla polizia giudiziaria;

il consulente tecnico svolge attività in proprio dietro mandato del p.m., al quale dovrà riferire i risultati.

Un accertamento che comporti la modifica dell’elemento di prova è riservato al p.m., che lo compirà

nelle forme garantite del 360 (accertamento non ripetibile da svolgersi con preavviso all’indagato e

all’offeso).

Il sequestro probatorio è la tipica attività di assicurazione delle fonti di prova.

I rilievi, gli accertamenti urgenti e il sequestro sono atti non ripetibili, e quindi saranno inseriti nel fa-

scicolo per il dibattimento dopo che il g.u.p. avrà deciso il rinvio a giudizio.

Essi sono atti a sorpresa ai quali può assistere il difensore.

È il momento di esaminare l’attività di iniziativa del pubblico ministero.

L’arrivo dell’informativa proveniente dalla polizia giudiziaria (347) fa sorgere a carico del p.m.

l’obbligo di iscrivere la notizia di reato nell’apposito registro (335).

Esistono tre tipi di registri. e cioè di quello che contiene le notizie di reato (335).

Trattiamo per primo del registro ordinario,

Il p.m. nel momento in cui ordina che sia iscritta nel registro la singola notizia di reato può non essere

in grado di individuare la persona alla quale debba essere addebitato il medesimo.

Quando ritiene di formulare un addebito nei confronti di una persona il p.m. ordina alla segreteria di i-

scrivere il nominativo dell’indagato nel registro, accanto alla notizia di reato già inserita.

Successivamente l’iscrizione può essere aggiornata sia se muta la qualificazione giuridica del fatto, sia

se ne risultano modificate le circostanze.

Viceversa, si dovrà procedere ad iscrizioni del tutto nuove se a carico della medesima persona sono ad-

debitati reati concorrenti ovvero se il medesimo fatto è addebitato anche ad altre persone.

Dalla data in cui è iscritto nel registro il nome della persona alla quale il reato è attribuito, decorre il

termine (di regola, sei mesi) entro cui il p.m. deve decidere se esercitare l’azione penale, chiedere

l’archiviazione o chiedere la proroga delle indagini.

Vi è un secondo registro, denominato “registro degli atti non costituenti notizia di reato”: in esso il p.m.

ordina che siano iscritti tutti quegli esposti dai quali non sia possibile ipotizzare in alcun modo un fatto

di reato.

Infine, vi è un terzo registro, denominato “registro delle notizie anonime”.

Di queste non può esser fatto alcun uso nel procedimento penale, almeno di regola (333.3 c.p.p.).

Secondo il 240 I documenti che contengono dichiarazioni anonime non possono essere acquisiti né in

alcun modo utilizzati salvo che costituiscano corpo del reato o provengano comunque dall’imputato.

Una volta che il nome dell’indagato è stato iscritto nel registro delle notizie di reato, le indagini conti-

nuano a svolgersi di regola in segreto: se non vengono compiuti atti conoscibili e non viene disposta al-

cuna misura cautelare, l’indagato non ha conoscenza “ufficiale” che è in corso un procedimento penale.

Prima che gli pervenga l’informazione di garanzia (od atto equivalente), l’indagato può avere una noti-

zia “ufficiale” dell’esistenza di un procedimento nei suoi confronti solo se si attiva, e cioè se chiede alla

segreteria del p.m. di avere conoscenza delle iscrizioni a suo carico.

Il p.m. può compiere atti di indagine personalmente o può delegarli alla polizia giudiziaria (370).

La delega può riguardare sia gli atti “atipici”, sia gli atti “tipici”, purché questi ultimi siano specifica-

mente delegati.

La direttiva è l’indirizzo generale da dare alle indagini, all’interno del quale la polizia giudiziaria opera

con gli atti di propria iniziativa.

È ricavabile dalla natura dell’atto il divieto di delegare l’accertamento tecnico non ripetibile.

Esistono almeno due gruppi di atti rispetto ai quali opera il diritto di difesa.

Nel primo gruppo rientrano i c.d. atti “garantiti” ai quali il difensore ha diritto di assistere previo avvi-

so, che deve essergli recapitato almeno 24 ore prima del compimento (364).

Si tratta dell’interrogatorio, dell’ispezione e del confronto ai quali partecipi l’indagato e dell’ispezione

alla quale non partecipi l’indagato.

Nel secondo gruppo rientrano gli atti a sorpresa, per i quali non è previsto l’avviso al difensore, anche

se quest’ultimo ha il diritto di assistere.

Si tratta delle perquisizioni e dei sequestri ai quali sia presente l’indagato.

Gli atti assunti dal p.m. vengono documentati in tre distinti modi, a prescindere dal fatto che siano stati

compiuti personalmente o per delega alla polizia giudiziaria: il verbale in forma integrale, il verbale in

forma riassuntiva, l’annotazione (per gli atti che hanno un contenuto semplice o una limitata rilevanza).

questo atto può esser compiuto dal

Per quanto riguarda le informazioni assunte dal possibile testimone,

p.m. personalmente o dalla polizia giudiziaria munita di apposita delega.

Coloro che rendono le informazioni sono indicate dal 362 con l’espressione “persone che possono rife-

rire circostanze utili ai fini delle indagini”; noi li denominiamo sinteticamente “possibili testimoni”.

Il 371-bis c.p. punisce colui che rende al p.m. dichiarazioni false o tace, in tutto o in parte, ciò che sa

intorno ai fatti sui quali viene sentito.

Il possibile testimone ha un obbligo di verità sostanzialmente analogo a quello che incombe sul testi-

mone di fronte al giudice; identico è il termine entro il quale può ritrattare, ove abbia detto il falso.

L’obbligo penalmente sanzionato di rispondere secondo verità sussiste solo in relazione alle dichiara-

zioni assunte dal p.m. personalmente e non a quelle rese alla polizia che agisce di sua iniziativa o su de-

lega del p.m., visto il principio di tassatività che opera in materia penale.

Tuttavia l’obbligo di verità rimane e può dar luogo ad una differente responsabilità penale se davanti

alla polizia giudiziaria il possibile testimone agisce allo scopo di aiutare un’altra persona ad eludere le

investigazioni dell’Autorità o a sottrarsi alle ricerche di questa (378 c.p.: Favoreggiamento personale).

Al possibile testimone è esteso il privilegio contro l’autoincriminazione.

Se dalle informazioni rese emergono indizi di reità a suo carico, l’autorità inquirente ne interrompe

l’esame e lo avvisa che a seguito di tali dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confron-

ti; inoltre lo invita a nominare un difensore.

63.2: Se la persona doveva essere sentita sin dall’inizio in qualità di imputato o di persona sottoposta

alle indagini, le sue dichiarazioni non possono essere utilizzate.

Il p.m. e la polizia giudiziaria non possono chiedere alle persone già sentite dal difensore o dal suo so-

stituto informazioni sulle domande formulate e sulle risposte date nel corso dell’intervista.

Il p.m. che intenda sottoporre l’indagato libero ad interrogatorio deve fargli notificare un “invito a pre-

sentarsi” (375).

L’invito a presentarsi deve contenere:

1. le generalità o le altre indicazioni che valgono a identificare la persona sottoposta alle indagini;

2. il giorno, l’ora e il luogo della presentazione e l’autorità davanti alla quale la persona deve presentar-

si;

3. l’indicazione che si darà luogo ad interrogatorio;

4. l’avvertimento che il p.m. potrà disporre l’accompagnamento coattivo dell’imputato nel caso di

mancata presentazione di questi senza che sia stato addotto un legittimo impedimento;

5. la sommaria enunciazione del fatto quale risulta dalle indagini fino a quel momento compiute (nella

prassi si denomina ciò “addebito provvisorio”).

L’invito deve essere notificato all’imputato, di regola, almeno 3 giorni prima di quello fissato per

l’interrogatorio, salvo che, per ragioni di urgenza, il pubblico ministero ritenga di abbreviare il termi-

ne, purché sia lasciato il tempo necessario per comparire (375.4).

Il difensore deve essere preavvisato dell’atto almeno 24 ore prima del suo compimento.

Egli ha la facoltà di essere presente all’interrogatorio dell’imputato da lui assistito.

L’interrogatorio dell’imputato sottoposto a fermo, arresto o custodia cautelare può esser condotto solo

dal p.m.; viceversa l’interrogatorio dell’imputato libero può anche essere delegato ad un ufficiale di po-

lizia giudiziaria, ma con l’assistenza necessaria del difensore (370.1).

Quando il p.m. ritiene di chiedere il rinvio a giudizio, deve far notificare all’indagato ed al suo difenso-

re un atto dal contenuto piuttosto articolato: l’“avviso di conclusione delle indagini preliminari”.

Tale avviso, che deve essere notificato prima della scadenza del termine per le indagini, contiene la

sommaria enunciazione del fatto per il quale si procede con l’indicazione delle norme di legge che si

assumono violate, della data e del luogo del fatto.

Inoltre, l’avviso contiene l’avvertimento che l’indagato ed il suo difensore hanno la facoltà di prendere

visione del fascicolo delle indagini, depositato presso la segreteria del p.m.

L’indagato è avvertito che entro il termine di 20 giorni può esercitare le seguenti facoltà:

α. può presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad investigazioni

del difensore;

β. può chiedere al p.m. il compimento di atti di indagine;

χ. può presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di esser sottoposto ad interrogatorio.

Il p.m. non è vincolato ad adempiere alle richieste dell’indagato, salvo quando quest’ultimo chiede di

esser sottoposto ad interrogatorio.

Nessun avviso deve essere dato alla persona offesa.

Il p.m. nel corso delle indagini preliminari può interrogare un imputato di un procedimento connesso o

collegato, che si svolga separatamente.

L’imputato (o indagato) di un procedimento connesso o collegato citato dal p.m. ha l’obbligo di presen-

tarsi e riceve il medesimo avvertimento che viene dato al possibile testimone: in caso di mancata com-

parizione senza legittimo impedimento, la pubblica accusa può ordinare direttamente

l’accompagnamento coattivo.

Il p.m. ha l’obbligo di preavvisare il difensore del soggetto in questione del compimento

dell’interrogatorio.

Il difensore dell’indagato del procedimento principale nel quale è assunto l’interrogatorio dell’imputato

di un procedimento connesso non può partecipare all’interrogatorio, né ha diritto ad esaminarne il ver-

bale in segreteria.

Il 210 prevede una disciplina differenziata a seconda che il soggetto sentito sia un concorrente nel me-

desimo reato o un imputato connesso teleologicamente o collegato.

Il p.m. ha l’obbligo di avvisare l’imputato concorrente che questi ha la facoltà di non rispondere, salvo

che sulla propria identità personale.

Infatti, ciò che viene dichiarato potrà poi essere utilizzato in base al 238 contro (o a favore di) questo

soggetto nel procedimento che lo vede indagato od imputato.

L’imputato in un procedimento connesso teleologicamente o collegato è avvertito che se renderà di-

chiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri, assumerà la qualifica di testimone assistito li-

mitatamente a tali fatti.

È possibile per la pubblica accusa e per l’indagato chiedere al giudice la nomina di un perito con

quell’istituto che è denominato “incidente probatorio” (392).

In alternativa il codice predispone la consulenza tecnica di parte.

Il p.m. durante le indagini preliminari può nominare consulenti tecnici quando occorre procedere ad

accertamenti, rilievi segnaletici, descrittivi o fotografici e ad ogni altra operazione tecnica per cui so-

no necessarie specifiche competenze.

Il consulente non può rifiutare la sua opera.

La consulenza ha due distinte regolamentazioni in base al seguente criterio: si tratta di valutare se, nel

momento in cui è disposto, l’accertamento appare ripetibile, o meno, in dibattimento.

Qualora l’accertamento tecnico appaia ripetibile, il p.m. nomina un consulente tecnico e fa svolgere

l’accertamento in segreto.

Qualora l’accertamento tecnico appaia non ripetibile, il codice attribuisce a tale atto un’efficacia simile

alla perizia, subordinandolo ad un controllo ad opera dell’indagato.

In detti casi il p.m. deve dare un previo avviso all’indagato, all’offeso ed ai difensori in quanto costoro

possono nominare consulenti tecnici come avviene per la perizia.

L’indagato ha l’ulteriore potere di formulare riserva di promuovere incidente probatorio, costringendo

il p.m. a valutare se l’accertamento tecnico può esser differito.

Se l’accertamento tecnico non ripetibile è differibile ed è egualmente compiuto nonostante la riserva, il

relativo verbale è inutilizzabile nel dibattimento, ma è utilizzabile a tutti gli altri fini; se l’accertamento

è non differibile perché in un momento successivo non può più essere utilmente compiuto, il relativo

verbale è destinato ad essere inserito nel fascicolo per il dibattimento.

Durante le indagini preliminari il p.m. può procedere all’individuazione di persone o cose personalmen-

te o mediante delega alla polizia giudiziaria.

L’individuazione non è utilizzabile ai fini della decisione dibattimentale: essa è sempre ripetibile in un

momento successivo davanti al giudice nella forma della ricognizione.

Il p.m. nell’eseguire l’individuazione non è tenuto a rispettare le regole che nella ricognizione sono po-

ste a pena di nullità al fine di assicurare l’attendibilità del risultato.

Ai sensi del 373.2 è sufficiente un verbale in forma riassuntiva.

Sempre in considerazione della ripetibilità dell’atto, non è prevista la presenza del difensore; il difenso-

re non conosce neanche il verbale dell’atto perché questo è segreto.

Il codice si limita a prescrivere che il p.m. proceda ad individuazione di persone o cose quando è ne-

cessario per la immediata prosecuzione delle indagini (361.1).

Il verbale dell’atto di individuazione, in quanto documentazione di un atto ripetibile, deve essere inseri-

to nel fascicolo del p.m.

Un tema importante è quello dell’arresto ed il

in flagranza fermo.

Il codice accoglie il principio generale per cui solo il giudice è competente ad applicare una misura cau-

telare limitativa della libertà personale con un provvedimento avente effetti permanenti nel tempo.

La polizia giudiziaria ha il potere di disporre misure coercitive temporanee denominate arresto e fermo.

Queste misure sono dette sinteticamente “precautelari” per indicare che consistono in un anticipo della

tutela predisposta mediante le misure cautelari.

L’arresto in flagranza è un provvedimento che di regola è disposto dalla polizia giudiziaria ed eccezio-

nalmente dai privati.

È in stato di flagranza (in senso pieno) colui che viene colto nell’atto di commettere il reato.

È in situazione denominata tradizionalmente “quasi flagranza” il soggetto che, subito dopo il reato, è

inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o

tracce dalle quali appaia che abbia commesso il reato immediatamente prima.

L’arresto in flagranza è obbligatorio per la polizia giudiziaria in presenza di un delitto non colposo

(consumato o tentato) per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non infe-

riore nel minimo a 5 anni e nel massimo a 20 anni.

L’arresto è obbligatorio anche in presenza di certi delitti (ad es. associazione mafiosa).

Negli stessi casi in cui è obbligatorio per la polizia, l’arresto può essere effettuato dal privato se il delit-

to è procedibile d’ufficio (383.1).

L’altra ipotesi di arresto è denominata “facoltativa” dal codice, nel senso che è rimesso alla discrezio-

nalità dell’ufficiale od agente di polizia valutare se la misura è giustificata.

L’arresto obbligatorio o facoltativo non è mai consentito quando tenuto conto delle circostanze del fat-

to, appare che questo è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà

legittima ovvero in presenza di una causa di non punibilità (385).

Qualora si tratti di un delitto perseguibile a querela, l’arresto può essere eseguito se la querela viene

proposta anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o agente di polizia presente sul luogo.

Il fermo è un provvedimento che può esser disposto di regola dal p.m. quando sono presenti queste

condizioni (384.1):

α. che vi siano gravi indizi a carico dell’indagato;

β. che sussistano specifici elementi di prova che fanno ritenere fondato il pericolo di fuga;

χ. che si proceda per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione

non inferiore nel minimo a due anni e superiore nel massimo a sei anni.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono procedere al fermo in via sussidiaria nei seguenti

casi:

α. prima che il p.m. abbia assunto la direzione delle indagini;

β. qualora sia successivamente individuato l’indiziato;

χ. qualora sopravvengano specifici elementi che rendano fondato il pericolo che l’indiziato sia per darsi

alla fuga e non sia possibile, per la situazione di urgenza, attendere il provvedimento del p.m.

Il p.m. non è titolare del potere di arresto in flagranza, tuttavia può disporre il fermo anche nelle ipotesi

nelle quali vi sia la flagranza.

Il procedimento di convalida dell’arresto e del fermo può esser suddiviso in tre fasi.

Nella prima fase la polizia giudiziaria pone l’arrestato a disposizione del p.m.

Nella seconda il p.m. chiede la convalida dell’arresto (o del fermo) al giudice.

La terza fase consiste nell’udienza di convalida che si svolge davanti a quest’ultimo.

Nella prima fase del procedimento gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno questi doveri:

1. danno immediata notizia del provvedimento al p.m. e trasmettono l’informativa di reato;

2. avvertono l’arrestato od il fermato della facoltà di nominare un difensore di fiducia;

3. se non è nominato un difensore di fiducia, chiedono al p.m. la designazione del difensore d’ufficio;

4. informano immediatamente dell’arresto o del fermo il difensore;

5. col consenso dell’arrestato danno ai familiari di quest’ultimo notizia dell’esecuzione della misura.

Gli stessi ufficiali ed agenti devono poi porre l’arrestato od il fermato a disposizione del p.m. al più

presto e, comunque, non oltre le 24 ore.

Gli ufficiali ed agenti devono trasmettere al p.m. il verbale dell’arresto sempre entro le 24 ore.

Il p.m. può autorizzare una dilazione, in modo che comunque sia possibile presentare al giudice il ver-

bale entro 48 ore dall’arresto.

Nella seconda fase del procedimento il p.m. può procedere all’interrogatorio dell’arrestato o del ferma-

to dando previo avviso al difensore, che ha facoltà di essere presente all’atto.

All’inizio dell’interrogatorio l’inquirente, dopo aver dato l’avviso della facoltà di non rispondere, in-

forma l’arrestato del fatto per cui si procede e delle ragioni che hanno determinato il provvedimento,

comunicandogli inoltre gli elementi a suo carico e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, le

fonti.

Il p.m. ordina la liberazione senza chiedere la convalida al giudice quando:

α. risulta evidente che l’arresto od il fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dai casi con-

sentiti dalla legge;

β. la misura è divenuta inefficace perché sono decorsi i termini per porre l’arrestato a disposizione del

p.m. o per chiedere la convalida al giudice.

Il p.m. ordina la liberazione (ma deve egualmente chiedere al giudice la convalida) quando, pur consi-

derando giustificato l’arresto od il fermo, ritiene di non dover chiedere al giudice l’applicazione di una

misura cautelare coercitiva.

La terza fase del procedimento inizia con la richiesta di convalida che deve essere presentata dal p.m. al

giudice entro 48 ore dall’arresto.

Il p.m. presenta la richiesta al giudice del dibattimento se sceglie di procedere a rito direttissimo, altri-

menti la presenta al g.i.p.

Ricevuta la richiesta, il g.i.p. fissa l’udienza di convalida entro le 48 ore successive.

L’udienza si svolge in camera di consiglio con la partecipazione facoltativa del p.m. e necessaria del di-

fensore dell’arrestato.

L’arrestato non è obbligato ad intervenire, ma se è presente deve essere interrogato dal giudice.

In sede di convalida vengono prese due distinte decisioni.

In primo luogo, il giudice accerta se l’arresto o il fermo è stato legittimamente eseguito e se sono stati

osservati i termini perentori per porre l’arrestato a disposizione del p.m. e per chiedere la convalida;

quindi decide con ordinanza se convalidare o meno l’arresto o il fermo.

Tale provvedimento può essere oggetto di ricorso per cassazione.

In secondo luogo, il giudice valuta se sussistono i presupposti della misura cautelare richiesta dal p.m.

L’ordinanza è impugnabile presso il tribunale della libertà.

I due accertamenti sono indipendenti fra di loro.

In ogni caso, l’arresto o il fermo cessano di avere efficacia se il giudice non decide sulla convalida nelle

48 ore successive al momento in cui l’arrestato o il fermato è stato posto a sua disposizione.

Esaminiamo ora l’incidente probatorio.

Il legislatore riserva al dibattimento, dove è garantito il contraddittorio, la formazione della prova.

Ciò permette anche di tutelare il principio di immediatezza tra l’assunzione della prova e la decisione

sulla medesima: ai sensi del 525.2 la deliberazione della sentenza è affidata agli stessi giudici che han-

no partecipato al dibattimento.

Non sempre si può attendere la formazione della prova in dibattimento: a tal fine è stato predisposto

l’incidente probatorio, un’udienza che si svolge in camera di consiglio senza la presenza del pubblico e

nella quale, davanti al g.i.p., si assumono le prove nelle medesime forme prescritte per il dibattimento.

Alcuni mezzi di prova possono essere assunti nell’incidente probatorio solo se sono presenti i casi tas-

sativi di non rinviabilità previsti nel 392: si tratta:

1. della testimonianza e del confronto, che possono essere ammessi solo se il dichiarante non potrà de-

porre in dibattimento a causa di un grave impedimento (ad es. infermità) o di una minaccia in atto af-

finché non deponga o deponga il falso;

2. dell’esperimento giudiziale e della perizia “breve”, che possono essere ammessi solo se la prova ri-

guarda una persona, una cosa od un luogo il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile;

3. della perizia di lunga durata, che può essere ammessa quando, se disposta nel corso del dibattimento,

determinerebbe una sospensione superiore a 60 giorni;

4. della ricognizione, che può essere ammessa se particolari ragioni di urgenza non consentono di rinvi-

are l’atto al dibattimento.

Vi sono poi altri mezzi di prova che possono essere assunti nell’incidente probatorio sulla base del me-

ro presupposto che il p.m. o l’indagato lo abbiano chiesto al g.i.p.

I casi più importanti riguardano l’esame dell’indagato quando questi debba deporre su fatti concernenti

la responsabilità altrui e l’esame dell’imputato (o indagato) connesso o collegato ai sensi del 210.

Infine, occorre ricordare che il difensore può chiedere che siano assunti con incidente probatorio la te-

stimonianza o l’esame delle persone che si siano avvalse della facoltà di non rispondere o di non rende-

re la dichiarazione scritta nel corso dell’intervista svolta dal difensore o dai suoi ausiliari.

L’incidente probatorio si svolge in varie fasi.

Esse sono:

1. il contraddittorio sull’ammissibilità dell’incidente;

2. la decisione del giudice sull’ammissibilità e fondatezza della richiesta;

3. lo svolgimento dell’udienza in camera di consiglio;

4. l’eventuale integrazione del contraddittorio.

Possono fare richiesta di incidente probatorio il p.m., l’indagato ed il suo difensore (392.1).

La persona offesa non può rivolgersi direttamente al giudice, ma può solo fare richiesta al p.m.

I soggetti che chiedono al giudice l’incidente probatorio hanno l’onere di precisare nella richiesta:

α. la prova da assumere, i fatti che ne costituiscono l’oggetto e le ragioni della sua rilevanza;

β. le persone nei confronti delle quali si procede per i fatti oggetto della prova;

χ. i motivi per cui la prova non è rinviabile al dibattimento.

La richiesta di incidente è presentata alla cancelleria del g.i.p. ed è notificata alla controparte.

A seguito dell’eventuale contraddittorio scritto, il giudice decide sulla richiesta di incidente con

un’ordinanza non impugnabile.

Il p.m. ha il potere di chiedere al giudice il differimento dell’incidente quando la sua esecuzione pre-

giudicherebbe uno o più atti di indagine preliminare (397.1).

La decisione sulla richiesta è presa dal giudice senza contraddittorio ed è comunicata al p.m. e notifica-

ta per estratto (e cioè, senza la motivazione) alle persone interessate.

Il differimento non è consentito quando pregiudicherebbe l’assunzione della prova (397.1, pt. II).

Il codice pone al p.m. l’obbligo di depositare prima dell’udienza i verbali delle dichiarazioni che la per-

sona da esaminare ha rilasciato in precedenza alla polizia giudiziaria ed al p.m.

L’udienza si svolge in camera di consiglio, e cioè senza la presenza del pubblico.

È richiesta la partecipazione necessaria del p.m. e del difensore (di fiducia o d’ufficio) dell’indagato.

Il difensore dell’offeso ha il diritto, ma non l’obbligo, di partecipare all’udienza: in tale sede non può

porre domande direttamente al dichiarante, bensì può chiedere al giudice di rivolgerle.

A loro volta l’indagato e l’offeso hanno diritto di assistere personalmente all’udienza quando si deve

esaminare un testimone o un’altra persona; negli altri casi possono assistere solo su autorizzazione del

giudice.

Il g.i.p. non ha il potere di assumere d’ufficio nuove prove.

Il giudice può rivolgere domande alle persone “già esaminate”.

L’incidente probatorio ha la funzione di anticipare la formazione della prova garantendo il diritto di di-

fesa dell’indagato nei confronti del quale la prova stessa potrà essere successivamente utilizzata in di-

battimento.

Il codice vieta di estendere l’oggetto della prova a fatti riguardanti persone diverse da quelle i cui di-

fensori partecipano all’incidente; inoltre vieta di verbalizzare le dichiarazioni aventi tale oggetto.

Completa la normativa il divieto di usare in dibattimento nei confronti dell’imputato le prove assunte

nell’incidente senza la partecipazione del suo difensore e, quindi, senza la garanzia del contraddittorio.

Una normativa simile è prevista in favore del danneggiato dal reato, che non sia stato in grado di parte-

cipare all’incidente probatorio: egli può scegliere di non subire l’efficacia del giudicato.

CAPITOLO II – LA CONCLUSIONE DELLE INDAGINI PRELIMINARI

La finalità delle indagini preliminari è quella di permettere al p.m. di assumere le determinazioni ine-

renti all’esercizio dell’azione penale.

I termini di durata delle indagini preliminari, sia quando si procede contro ignoti, sia quando è stato i-

dentificato un indagato, possono essere prorogati dal g.i.p. su richiesta del p.m.

Il termine per le indagini nei confronti di un indagato inizia a decorrere dal momento in cui il nome di

questi è iscritto nel registro delle notizie di reato.

Il termine ordinario è di sei mesi.

Entro il termine il p.m. deve chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione; altrimenti chiede la proroga.

Il termine può essere prorogato una o più volte, con ordinanza del giudice e su richiesta del p.m.

Il termine massimo improrogabile è di 18 mesi (per casi particolari è previsto il termine di due anni).

Prima della scadenza del termine il p.m. può chiederne la proroga al g.i.p. indicando le ragioni che giu-

stificano il proseguimento delle indagini stesse.

Il codice prevede un procedimento di proroga di tipo ordinario ed uno speciale, avente ad oggetto le in-

dagini per determinati delitti (ad es. in materia di criminalità organizzata mafiosa e di pedofilia).

Nel procedimento speciale non vi è alcun contraddittorio sulla richiesta del p.m. ed il giudice decide

sempre senza udienza (de plano) anche quando non dovesse accogliere la richiesta di proroga.

Nel procedimento ordinario è necessario in primo luogo instaurare il contraddittorio.

La decisione del giudice è presa senza udienza (de plano) qualora egli allo stato degli atti ritenga di ac-

cogliere la richiesta di proroga; in caso contrario, egli fissa la data di una udienza.

Il procedimento si svolge in camera di consiglio e la decisione è presa con ordinanza non impugnabile.

Se il giudice respinge la richiesta, il p.m. deve formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione.

Gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine sono utilizzabili solo se la richiesta di proro-

ga è stata presentata prima della scadenza e il giudice ha (anche successivamente) concesso la proroga.

Il termine massimo per le indagini preliminari non può essere prorogato.

Alla sua scadenza il p.m. deve chiedere o l’archiviazione o il rinvio a giudizio.

Se non presenta una delle due richieste, i successivi atti di indagine sono inutilizzabili.

Quando si procede contro ignoti, il termine per le indagini preliminari decorre dalla data di iscrizione

della notizia di reato nell’apposito registro.

Entro il termine di 6 mesi il p.m. deve chiedere alternativamente l’archiviazione perché è ignoto

l’autore del reato, ovvero la proroga del termine per poter proseguire le indagini.

La decisione del giudice sulla richiesta di proroga del termine perché è ignoto l’autore del reato è presa

de plano (senza formalità), qualora egli allo stato degli atti ritenga di concedere la proroga; in caso con-

trario il giudice fissa la data di una udienza (come avviene nel procedimento contro un indagato noto).

Il giudice può prendere tre diverse decisioni:

α. può non autorizzare la proroga ed in tal caso il p.m. deve chiedere l’archiviazione;

β. può autorizzare il p.m. a proseguire le indagini.

χ. se ritiene che il reato sia da attribuire ad una persona già individuata ordina che il nome di questa sia

iscritto nel registro delle notizie di reato.

L’azione è stata definita come la richiesta, diretta al giudice, di decidere sull’imputazione.

penale

Il p.m. esercita l’azione penale formulando l’imputazione.

Nel procedimento ordinario l’imputazione è ricompresa nella richiesta di rinvio a giudizio; nei riti spe-

ciali è ricompresa nell’atto che instaura il singolo procedimento.

Elementi dell’imputazione sono:

α. l’enunciazione del fatto storico in forma chiara e precisa;

β. l’indicazione degli articoli di legge violati (il c.d. titolo del reato);

χ. le generalità della persona alla quale è addebitato il reato.

L’esercizio dell’azione penale determina due effetti: pone al giudice l’obbligo di decidere su di un de-

terminato fatto storico e fissa in modo tendenzialmente immutabile l’oggetto del processo, e cioè impo-

ne al giudice il divieto di decidere su di un fatto storico differente da quello precisato nell’imputazione.

Il p.m. presenta richiesta di archiviazione allorché gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non

sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio. essa:

Parlando delle caratteristiche dell’azione penale,

α. è obbligatoria: ai sensi del 112 Cost. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.

Il principio di obbligatorietà non impone che il p.m. debba necessariamente “accusare”.

L’obbligatorietà dell’azione penale ha il fine di assicurare due princìpi fondamentali: il principio di

eguaglianza (3 Cost.) ed il principio di legalità (25.2 Cost.: Nessuno può essere punito se non in for-

za di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso).

Se l’azione penale è obbligatoria, è necessario che sia previsto uno strumento tecnico che renda ef-

fettivo l’adempimento di tale dovere: la scelta del p.m. di non esercitare l’azione penale si traduce

nella richiesta di archiviazione, che è sottoposta al controllo del g.i.p.

Il giudice può indicare al p.m. le indagini che egli reputi necessarie; può altresì ordinargli di formula-

re l’imputazione (non può, tuttavia, sostituirsi al p.m. nel precisare il contenuto dell’imputazione).

β. è monopolio del p.m.: ciò non è imposto dalla Costituzione.

Il principio del monopolio vige solo per i reati rientranti nella competenza del giudice professionale:

la riforma che ha attribuito competenze penali al giudice di pace ha infranto per la prima volta nel

nostro sistema processuale il predetto monopolio limitatamente ai reati procedibili a querela (la per-

sona offesa ha la facoltà di chiedere con ricorso diretto al giudice di pace la citazione a giudizio del

responsabile del reato);

χ. è irretrattabile: 50.3: L’esercizio dell’azione penale può essere sospeso o interrotto soltanto nei casi

espressamente previsti dalla legge (ad es. ex 71 se risulta che lo stato mentale dell’imputato è tale

da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento, il giudice dispone con ordinanza che

questo sia sospeso).

Si può avere sospensione solo quando l’imputato rischia di essere condannato.

Mentre il processo è sospeso, è sospeso altresì il termine di prescrizione del reato (159 c.p.).

δ. è procedibile d’ufficio: 50.2: Quando non è necessaria la querela, la richiesta, l’istanza o

l’autorizzazione a procedere, l’azione penale è esercitata di ufficio.

Non occorre nemmeno che al p.m. pervenga una denuncia: il p.m. può direttamente prendere notizia

dei reati di propria iniziativa.

Quando il p.m. ritiene che non vi siano elementi per esercitare l’azione penale, formula una richiesta di

sottoposta al controllo del g.i.p.

archiviazione,

Di regola, il controllo è effettuato de plano (e cioè senza udienza), ma può diventare penetrante quando

il giudice non accoglie la richiesta di archiviazione o quando la persona offesa vi si oppone.

L’archiviazione è pronunciata dal g.i.p. in presenza di presupposti:

α. di fatto: quando la notizia di reato è “infondata” (il giudice effettua una prognosi sull’esito di un e-

ventuale dibattimento);

β. di diritto, e cioè quando:

- manca una condizione di procedibilità (ad es. la querela);

- il reato è estinto (ad es. per prescrizione);

- il fatto non è previsto dalla legge come reato (ad es. è un illecito amministrativo depenalizzato).

Infine, è disposta l’archiviazione quando sono rimasti ignoti gli autori del reato.

Il p.m. che chiede l’archiviazione ha l’onere di instaurare un contraddittorio scritto con la persona offe-

sa che abbia dichiarato in precedenza di voler essere informata circa l’eventuale archiviazione (408.2).

La persona offesa riceve l’avviso che è stata presentata richiesta di archiviazione e viene altresì infor-

mata che nel termine di 10 giorni può prendere visione degli atti depositati e può presentare opposizio-

ne motivata, chiedendo la prosecuzione delle indagini.

Se l’offeso non presenta opposizione, il g.i.p. effettua un controllo de plano, e cioè senza udienza.

Se accoglie la richiesta presentata dal p.m., il giudice emette decreto di archiviazione; se non la acco-

glie, fissa la data di una udienza in camera di consiglio, alla quale possono partecipare il p.m., la perso-

na offesa, l’indagato e il suo difensore.

La medesima udienza ha luogo quando l’offeso presenta opposizione ammissibile, e cioè contenente

l’indicazione dell’oggetto delle ulteriori indagini richieste e i medesimi elementi di prova (410.1).

Nell’udienza il giudice può scegliere fra tre diversi provvedimenti: in via interlocutoria, può indicare al

p.m. le ulteriori indagini che ritiene necessarie; in via definitiva, può ordinare che il p.m. formuli

l’imputazione o può disporre l’archiviazione.

Quando il giudice ritiene necessarie ulteriori indagini, le indica con ordinanza al p.m., fissando il ter-

mine indispensabile per il compimento delle stesse.

Il massimo grado di controllo si ha quando, a seguito dell’udienza in camera di consiglio, il giudice di-

spone con ordinanza che il p.m. formuli l’imputazione entro 10 giorni: si parla di “imputazione coatta”.

La richiesta di archiviazione perché è ignoto l’autore del reato è regolata dalle medesime norme che di-

sciplinano l’archiviazione contro gli indagati.

Il p.m. deve avvisare della richiesta di archiviazione contro ignoti la persona offesa che ne abbia fatto

istanza, informandola del suo diritto di presentare opposizione motivata.

Se l’offeso non si oppone, il g.i.p. può accogliere la richiesta de plano; viceversa, se l’offeso si oppone

o comunque il giudice non accoglie la richiesta, deve svolgersi una udienza in camera di consiglio.

A seguito dell’udienza il g.i.p. può prendere tre diverse decisioni.

In primo luogo, può accogliere la richiesta del p.m. e disporre l’archiviazione con ordinanza.

In secondo luogo, se ritiene che il reato sia da attribuire a persona già individuata, ordina che il nome di

questa sia iscritto nel registro delle notizie di reato.

Infine, se ritiene necessarie ulteriori indagini, le indica con ordinanza al p.m..

Quando il procedimento contro un indagato è stato archiviato, il p.m. può compiere nuove indagini solo

dopo essere stato autorizzato con decreto motivato del g.i.p.

La richiesta del p.m. è basata sulla esigenza di nuove investigazioni.

Ottenuta l’autorizzazione, il p.m. procede ad una nuova iscrizione nel registro delle notizie di reato.

Per ottenere l’autorizzazione è sufficiente che il p.m. prospetti al giudice un nuovo piano di indagine

che può scaturire dalla diversa interpretazione degli elementi già acquisiti.

La riapertura è un “atto dovuto” a carico del giudice; tuttavia un eventuale diniego non è impugnabile.

CAPITOLO III – L’UDIENZA PRELIMINARE

L’udienza preliminare è una delle fasi del procedimento penale; essa ha la funzione di assicurare che un

giudice controlli la legittimità ed il merito della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal p.m.

L’udienza preliminare può anche fungere da sede di definizione anticipata del procedimento: infatti, nel

corso di tale udienza il giudice può accogliere la richiesta di giudizio abbreviato o di patteggiamento.

Il g.u.p. deve essere diverso da quello che nel medesimo procedimento ha esercitato le funzioni di g.i.p.

Nel procedimento ordinario la richiesta di rinvio a giudizio segna il passaggio dalla fase delle indagini

preliminari alla fase dell’udienza preliminare.

La richiesta di rinvio a giudizio, formulata dal p.m., contiene l’imputazione nonché l’indicazione delle

fonti di prova acquisite.

La richiesta non deve essere motivata.

Tra la data in cui la richiesta perviene al giudice e la data fissata per l’udienza non può intercorrere un

termine superiore a 30 giorni; le parti devono essere avvisate della data dell’udienza in modo da avere

un termine libero di almeno 10 giorni.

All’imputato ed alla persona offesa è notificato l’avviso della data di udienza unitamente alla richiesta

di rinvio a giudizio; l’imputato è avvertito altresì che, se non compare, sarà giudicato in contumacia.

L’udienza preliminare si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del p.m. e del

difensore dell’imputato.

Ove l’imputato non sia presente, il giudice deve accertare che ciò sia dovuto ad una scelta volontaria e

non derivi, viceversa, da una mancata conoscenza incolpevole dell’avviso dell’udienza preliminare.

Il giudice deve rinnovare l’avviso anche quando appare solo “probabile” la mancata conoscenza incol-

pevole.

Il giudice, dopo aver verificato l’effettiva conoscenza dell’avviso, deve valutare la causa dell’assenza

dell’imputato: se l’assoluta impossibilità a comparire è dovuta a legittimo impedimento dell’imputato

(oppure è anche solo probabile che sia dovuta a caso fortuito o a forza maggiore), il giudice deve di-

sporre il rinvio ad una nuova udienza ed ordinare la rinnovazione dell’avviso.

L’imputato può chiedere o consentire che l’udienza preliminare si svolga in sua assenza.

Se comunque l’imputato dopo essere comparso si allontana dall’aula di udienza, è considerato presente.

Se il difensore dell’imputato non è presente, il giudice designa un sostituto immediatamente reperibile.

Nel caso in cui risulta che l’assenza del difensore è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per

legittimo impedimento (purché prontamente comunicato), il giudice fissa con ordinanza la data della

nuova udienza e ne dispone la notificazione all’imputato.

Se l’imputato detenuto o a piede libero non compare all’udienza e non risulta sussistere un legittimo

impedimento o l’ignoranza incolpevole dell’avviso, il giudice ne dichiara la contumacia con ordinanza.

È possibile che l’imputato, dichiarato contumace, compaia prima della decisione: in tal caso il giudice

deve revocare l’ordinanza.

L’imputato può rendere dichiarazioni spontanee e chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

Se dopo la pronuncia dell’ordinanza dichiarativa della contumacia ma prima della decisione perviene la

prova che l’imputato non era comparso a causa della mancata conoscenza incolpevole dell’avviso o per

legittimo impedimento il giudice deve revocare l’ordinanza contumaciale.

Se si procede a carico di più imputati ed alcuni sono contumaci, il giudice deve disporre la separazione

dei processi, salvo che la riunione risulti assolutamente necessaria per l’accertamento dei fatti.

Il codice prevede che gli atti compiuti restino validi.

Se la prova è pervenuta tardivamente e l’imputato dimostra che ciò non è dovuto a sua colpa, il giudice

deve disporre l’assunzione o la rinnovazione degli atti che ritiene rilevanti ai fini della decisione.

Infine l’ordinanza dichiarativa della contumacia è nulla se al momento della pronuncia vi è la prova

che l’assenza dell’imputato è dovuta a mancata conoscenza dell’avviso di udienza o ad impossibilità di

comparire per legittimo impedimento.

Analizziamo ora lo essa si svolge in camera di con-

svolgimento ordinario dell’udienza preliminare:

siglio (e cioè senza la presenza del pubblico).

All’udienza devono comunque essere presenti il p.m. ed il difensore dell’imputato.

All’inizio dell’udienza le parti possono chiedere al giudice l’ammissione di atti o documenti.

Il p.m. espone sinteticamente i risultati delle indagini preliminari e gli elementi di prova che giustifica-

no la richiesta di rinvio a giudizio.

L’imputato può rendere dichiarazioni spontanee e chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

I difensori delle parti private svolgono le proprie argomentazioni.

L’ordine dell’esposizione rispetta le cadenze dell’onere della prova: inizia la parte civile e proseguono

il responsabile civile, la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e l’imputato.

Il p.m. ed i difensori possono replicare una sola volta.

In base agli elementi emersi nel corso dell’udienza ed alla discussione che si svolge in tale sede, può

sorgere l’esigenza di apportare modificazioni all’imputazione originaria.

Finché si tratta di variare la descrizione del fatto storico (che comunque deve restare inalterato negli e-

lementi essenziali della fattispecie), il p.m. è legittimato a contestare all’imputato un fatto “diverso” da

quello contestato nella richiesta di rinvio a giudizio: lo stesso vale se si tratta di aggiungere una circo-

stanza aggravante, un fatto commesso in esecuzione del medesimo disegno criminoso (reato continua-

to) o un altro reato commesso con la medesima condotta (concorso formale).

Viceversa, quando risulta a carico dell’imputato un fatto “nuovo”, purché procedibile d’ufficio, la paro-

la passa all’imputato, che può consentire o meno.

Al termine dell’udienza il giudice:

α. adotta una decisione definitiva quando pronuncia la sentenza di non luogo a procedere o il decreto

che dispone il giudizio;

β. prende una decisione interlocutoria quando dichiara di non poter decidere allo stato degli atti; in tal

caso indica al p.m. le ulteriori indagini o dispone anche d’ufficio l’assunzione di prove.

Una volta che il p.m. abbia provveduto all’adempimento, si terrà una nuova udienza.

All’esito di tale udienza è possibile che il giudice ritenga di poter decidere allo stato degli atti; in ca-

so contrario, il giudice potrà emettere una nuova ordinanza per l’integrazione delle indagini o dispor-

re che si faccia luogo allo svolgimento eccezionale dell’udienza preliminare.

Il codice prevede una che consiste nel potere di assu-

attività di integrazione probatoria del giudice,

mere prove nel corso dell’udienza preliminare se vi è impossibilità di decidere allo stato degli atti.

Il giudice, se non ordina al p.m. l’integrazione delle indagini, può disporre anche d’ufficio l’assunzione

delle prove delle quali appare evidente la decisività ai fini della sentenza di non luogo a procedere.

Lo svolgimento dell’udienza, se il giudice non decide allo stato degli atti, vede susseguirsi:

1. la richiesta di ammissione delle prove o l’indicazione d’ufficio delle medesime;

2. l’assunzione di queste ultime;

3. l’eventuale interrogatorio dell’imputato;

4. le conclusioni delle parti e la decisione del giudice.

Il criterio in base al quale il giudice dispone l’ammissione delle prove è quello della “evidente decisivi-

tà” delle stesse ai fini della sentenza di non luogo a procedere.

Sull’assunzione delle prove va detto che l’audizione dei testimoni, consulenti tecnici e periti e

l’interrogatorio degli imputati connessi sono condotti dal giudice.

Le parti possono proporre domande a mezzo del giudice nel seguente ordine: per primo il p.m. e suc-

cessivamente i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata

per la pena pecuniaria e dell’imputato.

L’imputato può chiedere di esser sottoposto all’interrogatorio “in ogni caso”.

Anche l’interrogatorio deve essere condotto dal giudice, ma se una parte ne fa richiesta, esso può svol-

gersi con le forme dell’esame incrociato.

Terminata l’assunzione delle prove, il p.m. ed i difensori illustrano le rispettive conclusioni.

Quindi il giudice pronuncia la decisione di rinvio a giudizio o di non luogo a procedere.

La è pronunciata in base a motivi di diritto o di fatto.

sentenza di non luogo a procedere

Il giudice deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti ri-

sultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio.

Il è emesso nei casi nei quali il g.u.p. non pronuncia la sentenza di non

decreto che dispone il giudizio

luogo a procedere.

Il decreto non è motivato (si vuole evitare il pregiudizio che deriverebbe all’imputato ove un giudice

prima del dibattimento affermasse l’attendibilità degli elementi di prova a carico); esso contiene

l’enunciazione in forma chiara e precisa del fatto e delle circostanze, con l’indicazione dei relativi arti-

coli di legge; l’indicazione sommaria delle fonti di prova e dei fatti cui esse si riferiscono.

Il decreto svolge anche la funzione di citazione a giudizio, poiché convoca le parti per il dibattimento.

Il decreto deve essere notificato sia all’imputato contumace all’udienza preliminare, sia all’imputato ed

alla persona offesa comunque non presenti alla lettura del decreto stesso.

La notifica deve essere effettuata almeno 20 giorni prima della data fissata per il giudizio.

Subito dopo aver emesso il decreto che dispone il giudizio, il g.u.p. provvede a formare il fascicolo per

ed il nel contraddittorio delle parti.

il dibattimento fascicolo del pubblico ministero

Nel fascicolo per il dibattimento sono raccolti quegli atti, compiuti prima del dibattimento, che si sono

formati nel contraddittorio delle parti o che sono nati fin dall’origine come “non ripetibili”.

Il fascicolo per il dibattimento è conosciuto dal giudice (collegiale o singolo) e dalle parti; gli atti in es-

so contenuti possono essere usati ai fini della decisione.

Il fascicolo del pubblico ministero ha un contenuto residuale: vi sono inseriti gli atti “diversi” da quelli

inseriti nel fascicolo per il dibattimento, che siano stati fino a quel momento compiuti.

Infine, nel fascicolo del pubblico ministero confluisce anche il fascicolo del difensore.

Tale fascicolo nel corso delle indagini è formato e conservato presso l’ufficio del g.i.p. e contiene que-

gli atti di investigazione difensiva che il difensore abbia presentato direttamente al giudice.

Il fascicolo del pubblico ministero è conosciuto dalle parti e non dal giudice del dibattimento.

Di regola gli atti contenuti in questo fascicolo non possono essere letti e usati per la decisione.

Le parti possono concordare l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento di atti contenuti nel fascicolo

del pubblico ministero, nonché della documentazione relativa all’attività di investigazione difensiva.

Possono proporre l’impugnazione l’imputato, il procu-

contro la sentenza di non luogo a procedere

ratore della Repubblica ed il procuratore generale presso la Corte d’appello.

In caso di appello del p.m., la Corte d’appello può confermare la precedente decisione, pronunciare il

decreto che dispone il giudizio od emettere una nuova sentenza di non luogo a procedere con una for-

mula meno favorevole per l’imputato.

In caso di appello dell’imputato, la Corte d’appello può confermare la precedente decisione od emettere

una nuova sentenza di non luogo a procedere con formula più favorevole.

L’imputato non può proporre appello quando con la sentenza di non luogo a procedere sia stato dichia-

rato che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso.

Contro la sentenza emessa dalla Corte d’appello l’imputato ed il procuratore generale possono proporre

ricorso per cassazione.

La sentenza di non luogo a procedere non diventa irrevocabile né passa in giudicato: il p.m. può in

qualsiasi momento chiedere al g.i.p. la revoca della sentenza e la riapertura delle indagini.

Legittimato a chiedere la è solo il pubblico ministero.

revoca della sentenza di non luogo a procedere

La revoca è chiesta all’ufficio del g.i.p. quando siano presenti nuove “fonti di prova” che, da sole o uni-

tamente a quelle già acquisite, possono determinare il rinvio a giudizio.

La richiesta è sottoposta all’esame del g.i.p. in un’apposita udienza in camera di consiglio nel contrad-

dittorio delle parti.

Il giudice prende una delle seguenti decisioni:

α. dichiara inammissibile o rigetta la richiesta del p.m.;

β. revoca la sentenza di non luogo a procedere e dispone la riapertura delle indagini, stabilendo un ter-

mine improrogabile non superiore a 6 mesi.

Entro 6 mesi il p.m. deve concludere le indagini e formulare la richiesta di rinvio a giudizio.

Tuttavia quest’ultima può esser presentata anche unitamente alla richiesta di revoca della sentenza di

non luogo a procedere. CAPITOLO IV – L’INVESTIGAZIONE DIFENSIVA

Il diritto alla prova spetta sia al p.m., sia alle parti private.

Il fondamento dell’investigazione difensiva penale è stato individuato da tempo nel diritto di difesa, ri-

conosciuto dalla Costituzione come inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

Il 111.2 Cost. I pt. (Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, da-

vanti a giudice terzo e imparziale) contiene l’espresso riconoscimento del principio di parità delle parti.

Il 111.3 riconosce all’imputato il diritto di disporre del tempo e delle condizioni necessari per prepara-

re la sua difesa.

Il difensore ha facoltà di svolgere investigazioni per ricercare ed individuare elementi di prova a favo-

re del proprio assistito (327-bis); pertanto, si tratta di attività compiute per un interesse di tipo privato.

I risultati possono essere usati nel procedimento attraverso i medesimi canali che disciplinano l’uso de-

gli atti di indagine del p.m.

Le investigazioni “tipiche” consistono nell’intervista a possibili testimoni ed imputati connessi, nella

richiesta di documenti alla pubblica amministrazione, nell’accesso ai luoghi per raccogliere elementi di

prova, nella consulenza tecnica fuori dei casi di perizia; nell’esame delle cose sequestrate.

Ma il 327-bis non esclude la facoltà di svolgere investigazioni anche mediante atti atipici, come pedi-

namenti, registrazioni di colloqui in luoghi pubblici, conversazioni informali mediante telefono, etc.

Ai sensi del 327-bis il titolare del potere di svolgere investigazioni difensive è il difensore.

La titolarità deriva dal conferimento dell’incarico professionale, purché questo risulti da un atto scritto.

È legittima l’attività investigativa preventiva, e cioè svolta per l’eventualità che si instauri un procedi-

mento penale.

Il medesimo potere di svolgere investigazioni spetta altresì al difensore della persona offesa.

Il legislatore ha previsto la possibilità che le attività di investigazione siano svolte, su incarico del di-

fensore, dal sostituto, da investigatori privati autorizzati e da consulenti tecnici.

Con riguardo all’investigatore privato autorizzato, l’autorizzazione si configura come un’ulteriore auto-

rizzazione concessa dal prefetto a colui che è già “investigatore privato”, e cioè ha in precedenza otte-

nuto la licenza di cui al 134 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS: r.d. 773/1931).

Solo l’investigatore privato “autorizzato” può opporre all’autorità il segreto professionale.

Il difensore ha facoltà di delegare ai suoi ausiliari (consulenti ed investigatori) le attività di investiga-

zione difensiva: anche gli ausiliari possono conferire in modo informale con le persone informate sui

fatti, ma solo il difensore ed il suo sostituto possono assumere informazioni o ricevere dichiarazioni

scritte da tali persone.

L’indagine atipica dovrebbe spettare di regola all’investigatore privato.

L’intervista di possibili testimoni e di indagati connessi è il più importante tra gli atti di indagine.

Vi sono tre distinte modalità di acquisizione.

Le modalità consistono nello svolgimento di un colloquio non documentato; nell’assunzione di infor-

mazioni da verbalizzare; nel rilascio di una dichiarazione scritta.

Il colloquio informale può esser svolto sia dal difensore, sia dai suoi ausiliari; viceversa, le informazio-

ni e le dichiarazioni possono essere acquisite solo dal difensore e dal suo sostituto.

Il 391-bis esclude dall’intervista alcune persone che sono incompatibili con la qualifica di teste (ad es.

il responsabile civile, il civilmente obbligato per la pena pecuniaria, il giudice, il p.m., etc.).

In ogni caso, prima che il colloquio abbia inizio (in una delle tre forme sopra dette) il difensore o il suo

ausiliario deve avvertire la persona intervistata, a pena di inutilizzabilità dell’atto:

1. della propria qualità e dello scopo del colloquio:

2. se intende semplicemente conferire o ricevere dichiarazioni o assumere informazioni indicando, in

tal caso, le modalità e la forma di documentazione;

3. dell’obbligo di dichiarare se è sottoposta ad indagini o imputata nello stesso procedimento, in un

procedimento connesso o per un reato collegato;

4. della facoltà di non rispondere o di non rendere la dichiarazione;

5. del divieto di rivelare le domande eventualmente rivoltegli dalla polizia giudiziaria o dal p.m. e le ri-

sposte date;

6. delle responsabilità penali conseguenti alla falsa dichiarazione.

È prevista inoltre una disciplina speciale per l’intervista di persone indagate od imputate nel medesimo

procedimento o in procedimento connesso o collegato: l’atto, a pena di inutilizzabilità, deve svolgersi

con la necessaria presenza del difensore dell’intervistato.

Se la persona è priva di difensore, colui che vuole procedere all’intervista deve chiedere al giudice di

disporre la nomina di un difensore di ufficio. esso è

La prima modalità dell’intervista consiste nello svolgimento di un colloquio non documentato:

funzionale ad un’eventuale assunzione di informazioni oppure alla richiesta di una dichiarazione scritta.

Le informazioni devono essere verbalizzate dal difensore o dal sostituto secondo le regole generali di

documentazione degli atti del procedimento penale “in quanto applicabili”.

Per la materiale redazione del verbale il difensore può avvalersi di persone di sua fiducia.

All’assunzione delle informazioni non possono assistere l’indagato, l’offeso e le altre parti private.

Vi è infine una apposita disciplina relativa all’ipotesi in cui la persona, che sia stata sentita in qualità di

possibile testimone, renda nel corso delle informazioni una dichiarazione dalla quale emergano indizi a

proprio carico: la normativa è analoga a quella vigente per l’autorità giudiziaria.

Il difensore, una volta assunte le informazioni, può ritenere che le dichiarazioni non siano utili per la

posizione del proprio cliente: in tal caso non è obbligato a produrre il verbale nel corso del procedimen-

to.

Tuttavia, se il difensore decide di produrlo, il verbale non può essere manipolato.

Per quanto riguarda il rilascio di una dichiarazione scritta, essa, resa dalla persona intervistata, deve es-

sere da lei sottoscritta; il difensore o il sostituto autenticano la firma.

Quindi l’intervistatore deve redigere una relazione, allegandola alla dichiarazione, nella quale riporta:

1. la data in cui la dichiarazione è stata ricevuta;

2. le generalità del difensore (o del sostituto) e della persona che ha rilasciato la dichiarazione;

3. l’attestazione di aver rivolto gli avvertimenti previsti dalle disposizioni relative all’intervista;

4. i fatti sui quali verte la dichiarazione.

Le modalità di utilizzazione della dichiarazione sono identiche a quelle previste in relazione al verbale

relativo all’assunzione di informazioni.

Il difensore ha due strumenti procedurali attivabili nell’ipotesi che la persona convocata si avvalga del-

la facoltà di non rispondere: può chiedere che la persona sia sentita con incidente probatorio, oppure

chiedere al p.m. di disporre l’audizione del possibile testimone.

E vediamo ora le altre attività di investigazione difensiva.

è un atto che appare riservato alla titolarità e-

La richiesta di documenti alla pubblica amministrazione

sclusiva del difensore, il quale può chiedere i documenti in possesso della pubblica amministrazione ed

estrarne copia a sue spese.

Quando l’accesso ai luoghi concerne luoghi pubblici o aperti al pubblico, il difensore non incontra al-

cun ostacolo: i problemi sorgono quando l’accesso riguarda luoghi privati o non aperti al pubblico.

Il difensore ed i suoi ausiliari hanno l’onere di sollecitare il consenso di chi ne ha la disponibilità.

Se il consenso non è rilasciato, il difensore può chiedere l’intervento del giudice, il quale autorizza

l’accesso con decreto motivato che ne specifica le concrete modalità.

Non è consentito l’accesso ai luoghi di abitazione o alle loro pertinenze, salvo che sia necessario accer-

tare le tracce e gli altri effetti materiali del reato.

Un’altra facoltà spettante ex lege al difensore consiste nella possibilità di effettuare l’esame delle cose

sequestrate nel luogo in cui si trovano e, se si tratta di documenti, di estrarne copia.

cioè avvalersi dell’opera di

Le parti possono avvalersi della consulenza tecnica fuori dei casi di perizia:

consulenti tecnici per l’analisi e la valutazione del materiale già noto agli organi di indagine pubblica.

La nuova disciplina opera su tre fronti:

α. consente al consulente della difesa di esaminare le cose sequestrate nel luogo in cui esse si trovano;

β. permette al consulente di intervenire alle ispezioni compiute dagli organi di accusa;

χ. prevede la facoltà di esaminare l’oggetto delle ispezioni alle quali il consulente non è intervenuto.

In queste ipotesi, il consulente tecnico può intervenire solo se autorizzato dall’autorità giudiziaria.

In secondo luogo, il legislatore ha previsto la possibilità che la difesa proceda, in piena autonomia ed in

alternativa al p.m., al compimento di atti irripetibili.

sono quegli atti “urgenti” che non implicano né una valutazione di tali dati, né una modifica-

I rilievi

zione dello stato delle cose: l’urgenza è data dal fatto che i dati sono soggetti ad alterazione.

Il p.m. ha sempre facoltà di assistere agli atti non ripetibili compiuti in occasione di accesso ai luoghi.

Quando il p.m. ha esercitato tale facoltà, la documentazione degli atti è inserita nel fascicolo per il di-

battimento: in tal caso il risultato dell’attività non ripetibile deve essere acquisito al processo anche se

si rivela sfavorevole all’assistito. deve darne avviso senza ri-

Quando il difensore sta per compiere un accertamento tecnico non ripetibile

tardo al p.m. per l’esercizio delle facoltà previste, in quanto compatibili, dall’art. 360.

A questo punto il p.m. ha tre possibilità:

α. può assistere all’accertamento condotto dal consulente privato;

β. può procedere ad un proprio accertamento tecnico non ripetibile;

χ. può esercitare le facoltà previste, in quanto compatibili, dall’art. 360: pertanto il p.m., una volta av-

visato dal difensore, può formulare riserva di incidente probatorio.

In quest’ultimo caso la difesa ha la possibilità di procedere ugualmente all’accertamento tecnico, ove

ritenga tale atto non differibile (ed il relativo verbale è inserito nel fascicolo del dibattimento).

E passiamo ora ad analizzare le modalità di utilizzazione degli atti di investigazione difensiva.

Il difensore ha la possibilità di presentare gli elementi difensivi direttamente al giudice sia quando il

giudice, nelle indagini preliminari o nell’udienza preliminare, deve adottare una decisione con

l’intervento della parte privata assistita dal difensore; sia per l’eventualità che il giudice debba adottare

una decisione per la quale non è previsto l’intervento della persona assistita.

La documentazione presentata dal difensore è inserita in un apposito fascicolo, formato e conservato

presso l’ufficio del g.i.p. e denominato fascicolo del difensore.

Di tale documentazione il p.m. può prendere visione ed estrarre copia solo quando deve essere adottata

una decisione su richiesta delle altre parti o col loro intervento.

Dopo la chiusura delle indagini preliminari il fascicolo del difensore confluisce nel fascicolo del pub-

blico ministero.

Il difensore in ogni caso può presentare al p.m. gli elementi di prova in favore del proprio assistito.

Una volta conclusa l’udienza preliminare col decreto che dispone il giudizio, il giudice provvede nel

contraddittorio delle parti a formare il fascicolo per il dibattimento.

In detto fascicolo sono inseriti sia i verbali degli atti non ripetibili compiuti dal difensore, sia la docu-

mentazione degli atti non ripetibili compiuti in occasione dell’accesso ai luoghi, presentata nel corso

delle indagini preliminari e dell’udienza preliminare, sia la documentazione degli accertamenti tecnici

non ripetibili compiuti dal consulente tecnico di parte privata su iniziativa del difensore.

Gli altri atti di investigazione difensiva non menzionati sono inseriti nel fascicolo del p.m.

Ultimo e importante tema di questo capitolo sull’investigazione difensiva è quello dei rapporti tra inve-

stigazione difensiva e legge sulla privacy.

Assume rilievo il d. lgs. 196/2003, “Codice in materia di protezione dei dati personali” (d’ora in poi

“legge privacy”). non è necessario che

Quando l’investigazione difensiva ha per oggetto dati personali non sensibili,

l’interessato esprima il consenso al trattamento ed all’interessato non deve essere data la comune in-

formativa perché egli non ha il diritto di opporsi al trattamento.

La legge privacy pone le condizioni che autorizzano la deroga: i dati devono essere “trattati esclusiva-

mente” per le finalità concernenti l’investigazione difensiva o la tutela giudiziaria di un diritto e “per il

periodo strettamente necessario al loro perseguimento”.

Il titolare del potere processuale di compiere l’investigazione difensiva non è il cliente, ma il difensore.

Questi svolge personalmente l’indagine o incarica un altro avvocato (denominato “sostituto”), un con-

sulente tecnico o un investigatore privato autorizzato.

Il potere del difensore deriva dall’incarico professionale, risultante da atto scritto.

Quando si raccolgono informazioni “personali” presso un soggetto, questi (si tratti o meno della perso-

na alla quale si riferiscono i dati) deve essere informato sulla finalità dell’intervista e sulla identità di

colui che opera il trattamento (13.1 legge privacy).

L’indagine svolta dall’imputato o dalla persona offesa non gode delle facilitazioni e dei poteri previsti

per le investigazioni “difensive”: il 327-bis si limita a regolare l’attività investigativa del difensore.

Per quanto riguarda i dati personali “sensibili”, vale il principio generale secondo cui, se vengono vio-

lati i limiti funzionali, torna in vigore l’ordinario regime del trattamento.

I dati sensibili relativi a persone diverse dal cliente possono essere trattati se sono “pertinenti e non ec-

cedenti rispetto ad incarichi conferiti”.

Inoltre il trattamento dei dati sensibili è ammesso solo se le investigazioni non possono essere svolte su

“dati personali di natura diversa”.

I dati possono essere comunicati “nei limiti strettamente pertinenti all’espletamento dell’incarico confe-

rito e nel rispetto, in ogni caso, del segreto professionale”.

CAPITOLO V – IL GIUDIZIO

La fase del giudizio è ripartita nei tre momenti degli atti preliminari al dibattimento, del dibattimento e

degli atti successivi al dibattimento.

Nel dibattimento è previsto il massimo delle garanzie, poiché la formazione della prova avviene nel

contraddittorio: le parti pongono direttamente le domande alle persone esaminate.

Inoltre si vuole assicurare un rapporto di immediatezza tra la formazione delle prove e la decisione: il

giudice che decide deve aver assistito all’assunzione delle prove.

Infine, il dibattimento dovrebbe tendenzialmente svolgersi in udienze concentrate nel tempo.

Il dibattimento non recepisce tutte le caratteristiche del sistema accusatorio, poiché non accoglie la

struttura del “processo di parti” (che si ha quando queste ultime dispongono sia dell’oggetto del proces-

so, sia dei mezzi di accertamento della verità):

α. l’azione penale non è disponibile, bensì obbligatoria;

β. una volta che sono state acquisite le prove richieste dalle parti, il giudice può assumere nuove prove

d’ufficio se risulta “assolutamente necessario”;

χ. il giudice nel decidere non è vincolato nei limiti delle richieste delle parti, ma solo alla legge.

L’unico limite al potere decisionale del giudice consiste nel fatto storico enunciato nell’imputazione: il

giudice può dare al fatto storico una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione,

purché il reato non ecceda la sua competenza; pertanto può modificare solo il titolo di reato.

La fase degli ha inizio nel momento in cui la cancelleria del giudice

atti preliminari al dibattimento

competente riceve il decreto che dispone il giudizio ed il fascicolo per il dibattimento, e termina nel

momento in cui, in udienza, il presidente dell’organo giudicante dichiara aperto il dibattimento.

La fase degli atti preliminari al dibattimento svolge varie funzioni.

La funzione che viene necessariamente espletata è quella di svelare quali sono i testimoni, consulenti

tecnici, periti ed imputati connessi dei quali una parte intende chiedere l’ammissione in dibattimento al

momento delle richieste di prova.

La fase degli atti preliminari al dibattimento può svolgere altre tre funzioni eventuali.

La prima funzione che può essere eventualmente svolta dalla fase degli atti preliminari al dibattimento

è quella di ottenere dal presidente del collegio giudicante l’autorizzazione alla citazione dei testimoni,

consulenti tecnici, periti ed imputati connessi: le parti che intendono chiedere l’esame di testimoni, pe-

riti, consulenti tecnici ed imputati connessi o collegati, devono a pena di inammissibilità depositare in

cancelleria, almeno 7 giorni prima della data fissata per il dibattimento, la lista con l’indicazione delle

circostanze su cui deve vertere l’esame.

Il presidente deve in ogni caso disporre la citazione del perito nominato nell’incidente probatorio.

Le parti potrebbero presentare testimoni e consulenti tecnici direttamente in udienza, ma se vogliono

renderne obbligatoria la presenza, hanno l’onere di chiederne la citazione.

La seconda funzione che può essere eventualmente svolta dalla fase degli atti preliminari al dibattimen-

to è quella di permettere l’emissione di una sentenza anticipata di proscioglimento nei casi nei quali

l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita: questa sentenza può essere

emessa solo quando, per accertare l’improcedibilità o l’estinzione del reato, non è necessario assumere

prove in dibattimento; occorre inoltre che l’imputato ed il p.m. non si oppongano.

La sentenza di non doversi procedere è inappellabile.

La terza funzione della fase in esame è quella di permettere l’assunzione delle prove “urgenti”, e cioè

non rinviabili al dibattimento: qualora il presidente accolga la richiesta, le prove urgenti sono assunte in

una vera e propria udienza dibattimentale anticipata, che si celebra con la presenza del pubblico.

Una volta emesso il decreto che dispone il giudizio, il p.m. ed il difensore delle parti private e

dell’offeso possono compiere attività integrativa di indagine con esclusione degli “atti per i quali è pre-

vista la partecipazione dell’imputato o del difensore di questo”.

Le indagini integrative sono sottoposte ad un contraddittorio successivo.

La documentazione delle indagini integrative è inserita nei fascicoli del p.m. e del difensore soltanto

quando di essa le parti si sono servite per la formulazione di richieste al giudice del dibattimento e

quest’ultimo le ha accolte (433.3).

è il tempo di una singola giornata dedicato allo svolgimento di uno o più dibattimenti.

L’udienza è la trattazione in udienza di un determinato processo.

Il dibattimento

Il verbale di udienza è redatto dall’ausiliario che assiste il giudice ed è inserito nel fascicolo per il di-

battimento.

Devono essere riprodotte non solo le risposte, ma anche le domande rivolte alla persona esaminata.

Valgono per il dibattimento le tre forme di redazione del verbale previste dal 134.

Uno dei princìpi fondamentali del dibattimento è la pubblicità delle udienze.

La pubblicità immediata si realizza quando soggetti estranei al processo sono presenti in aula ed assi-

stono direttamente all’udienza.

La pubblicità mediata si attua attraverso la possibilità di pubblicare gli atti del dibattimento tramite la

stampa o altro mezzo di diffusione.

La decisione di procedere a porte chiuse per l’intero dibattimento (o per alcune parti di esso) non costi-

tuisce per il giudice l’espressione di una facoltà, bensì di un dovere imposto dalla legge.

Si deve procedere a porte chiuse ed è altresì vietata la pubblicazione degli atti del dibattimento, per e-

sempio, quando la pubblicità può nuocere al buon costume ovvero, se vi è richiesta dell’autorità com-

petente, quando la pubblicità può comportare la diffusione di notizie da mantenere segrete

nell’interesse dello Stato (472.1); quando la pubblicità può nuocere alla pubblica igiene, quando av-

vengono da parte del pubblico manifestazioni che turbano il regolare svolgimento delle udienze ovvero

quando è necessario salvaguardare la sicurezza di testimoni o di imputati (472.3).

Il 147 disp. att., rubricato “Riprese audiovisive dei dibattimenti”, stabilisce che Ai fini dell’esercizio del

diritto di cronaca, il giudice con ordinanza, se le parti consentono, può autorizzare in tutto o in parte

la ripresa fotografica, fonografica o audiovisiva ovvero la trasmissione radiofonica o televisiva del di-

battimento, purché non ne derivi pregiudizio al sereno e regolare svolgimento dell’udienza o alla deci-

sione. L’autorizzazione può essere data anche senza il consenso delle parti quando sussiste un inte-

resse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento. Anche quando autorizza la

ripresa o la trasmissione a norma dei commi 1 e 2, il presidente vieta la ripresa delle immagini di par-

ti, testimoni, periti, consulenti tecnici, interpreti e di ogni altro soggetto che deve essere presente, se i

medesimi non vi consentono o la legge ne fa divieto. Non possono in ogni caso essere autorizzate

le riprese o le trasmissioni dei dibattimenti che si svolgono a porte chiuse […].

Il dibattimento ha per oggetto l’addebito che è stato contestato all’imputato col decreto che dispone il

giudizio.

Per quanto concerne il fatto storico, questo può risultare “diverso” da quello contestato, nel senso che

risultano modificate le modalità del fatto di reato: in tale evenienza il p.m. provvede direttamente a

modificare l’imputazione e a contestarla all’imputato.

L’imputato ha diritto che il dibattimento venga sospeso ed ha altresì la facoltà di chiedere l’ammissione

di nuove prove (519).

In secondo luogo, nel corso dell’istruzione dibattimentale può risultare l’esistenza di una circostanza

aggravante, o che è stato commesso un reato connesso: in questa ipotesi il p.m. contesta all’imputato il

reato concorrente, purché la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice “superiore”.

Anche in questi casi l’imputato ha diritto ad ottenere la sospensione del dibattimento e l’ammissione di

nuove prove.

Infine, nel corso del dibattimento può risultare a carico dell’imputato un “fatto nuovo non enunciato nel

decreto che dispone il giudizio e per il quale si debba procedere di ufficio”.

Il fatto “nuovo” può essere contestato solo in presenza di queste condizioni:

α. deve trattarsi di un reato procedibile d’ufficio;

β. l’imputato deve esser presente e consentire alla contestazione;

χ. il presidente deve accertare che da tale contestazione non derivi un pregiudizio per la speditezza del

procedimento.

Quando è contestato il fatto nuovo, l’imputato gode del diritto di ottenere la sospensione del dibatti-

mento e di chiedere l’ammissione di nuove prove (519).

In tutte le ipotesi nelle quali la contestazione sia avvenuta fuori dei casi consentiti, il giudice dispone la

trasmissione degli atti al p.m. perché proceda nelle forme ordinarie.

Lo stesso avviene quando il giudice accerta che il fatto storico è diverso da quello descritto nel decreto

che dispone il giudizio o nella contestazione effettuata dal p.m. in dibattimento.

Il giudice nella sentenza può dare al fatto una diversa definizione giuridica, purché il reato non ecceda

la sua competenza, né risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché

monocratica.

L’inosservanza delle disposizioni a tutela della correlazione tra accusa e sentenza è causa di nullità (ma

soltanto nella parte relativa al fatto nuovo, al reato concorrente o alla circostanza aggravante: 522.2).

Il principio del contraddittorio è attuato, nel suo significato debole, negli atti garantiti durante la fase

delle indagini preliminari e, nel suo significato forte, nella fase del dibattimento.

Nel suo significato debole, il principio assicura il diritto del difensore ad esser presente ad un atto di in-

dagine o a conoscere il relativo verbale.

Nel suo significato forte, il principio del contraddittorio comporta la partecipazione delle parti alla for-

mazione della prova.

Nel caso della prova orale, la partecipazione avviene attraverso lo strumento dell’esame incrociato.

Le domande sono poste dapprima dalla parte (p.m. o difensore) che ha chiesto l’esame di una determi-

nata persona (esame diretto); quindi, la parte che ha un interesse contrario può procedere al controesa-

me; infine, la parte che ha chiesto l’esame può proporre nuove domande (riesame).

L’esercizio del diritto di porre domande è controllato dal presidente dell’organo collegiale, che valuta

la pertinenza e l’ammissibilità della singola domanda.

Il principio della concentrazione impone che non vi siano intervalli di tempo tra l’assunzione delle pro-

ve in udienza, la discussione finale e la deliberazione della sentenza.

477.1-2: Quando non è assolutamente possibile esaurire il dibattimento in una sola udienza, il presi-

dente dispone che esso venga proseguito nel giorno seguente non festivo. Il giudice può sospendere il

dibattimento soltanto per ragioni di assoluta necessità e per un termine massimo che, computate tutte

le dilazioni, non oltrepassi i dieci giorni, esclusi i festivi.

La sentenza è deliberata subito dopo la chiusura del dibattimento (525.1).

con tale termine può intendersi la forma verbale di comuni-

Per quanto riguarda il principio di oralità,

cazione del pensiero consistente nella pronuncia di parole destinate ad essere udite.

L’oralità è la regola che il codice di procedura penale accoglie per le dichiarazioni.

Vi sono prove che non sono “orali”: ciò vale per tutte le prove reali, e cioè per il corpo del reato, le co-

se pertinenti al reato e i documenti; vale, inoltre, per tutte le “attività” compiute e non più ripetibili.

Il principio di immediatezza comporta un rapporto privo di intermediazione tra l’acquisizione delle

prove e la decisione dibattimentale.

Il principio di immediatezza può essere scisso in due corollari.

In primo luogo, deve esservi identità fisica tra il giudice che decide ed il giudice di fronte al quale si

svolge il dibattimento.

In secondo luogo, la decisione deve essere basata sulle prove che sono state acquisite in tale fase.

In udienza, prima che inizi il dibattimento, si svolgono alcune attività che fanno parte ancora degli atti

preliminari al dibattimento stesso.

Il presidente controlla se si sono verificate le condizioni indispensabili per la costituzione in giudizio

delle parti: è questo il termine ultimo entro il quale il danneggiato dal reato ha facoltà di costituirsi par-

te civile, comparendo per mezzo di un difensore.

Se risulta che non vi è stata assoluta impossibilità a comparire (e che quindi l’assenza è volontaria), il

giudice dichiara la contumacia dell’imputato; quest’ultimo è rappresentato dal difensore.

L’imputato può chiedere o consentire che l’udienza si svolga in sua assenza.

Se comunque questi, dopo essere comparso, si allontana dall’aula di udienza, è considerato presente.

Come nell’ipotesi di contumacia, l’imputato assente è rappresentato dal difensore.

Se il difensore dell’imputato non è presente, il presidente designa un sostituto che sia immediatamente

reperibile.

Nel caso in cui risulti che l’assenza del difensore è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per

legittimo impedimento (purché prontamente comunicato), il giudice fissa con ordinanza la data della

nuova udienza e ne dispone la notificazione all’imputato.

Dopo che è stato compiuto l’accertamento della costituzione delle parti, vi è la possibilità per le parti

stesse di proporre eventuali questioni preliminari.

A questo punto il presidente dichiara aperto il dibattimento e fa dare lettura dell’imputazione.

Le richieste di prova sono presentate dal p.m. e, nell’ordine, dai difensori delle parti private eventuali

(parte civile, responsabile civile, persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria) e dal difensore

dell’imputato.

Nelle richieste la singola parte indica i fatti che intende provare e chiede l’ammissione delle relative

prove.

Nel corso delle richieste di prova Il presidente impedisce ogni divagazione, ripetizione e interruzione e

ogni lettura o esposizione del contenuto degli atti compiuti durante le indagini preliminari (493.4).

La prova deve essere ammessa quando è pertinente e quando vi sia anche solo il dubbio che possa esse-

re rilevante e non sovrabbondante; deve essere esclusa la prova vietata dalla legge.

Le parti hanno un vero e proprio “diritto alla prova”: ciò comporta per il giudice il dovere di motivare

l’ordinanza che rigetta la richiesta di ammissione.

L’impugnazione contro l’ordinanza potrà essere proposta solo unitamente alla sentenza.

Il giudice decide sulle richieste di ammissione delle prove senza ritardo con ordinanza.

Ove il nome del singolo dichiarante (testimone, imputato connesso, perito o consulente tecnico) non sia

stato inserito nella lista testimoniale, la richiesta di sentirlo in dibattimento è inammissibile.

Tuttavia, È ammessa l’acquisizione di prove non comprese nella lista prevista dall’articolo 468 quan-

do la parte che le richiede dimostra di non averle potute indicare tempestivamente (493.2).

A parte questa ipotesi, le parti che non abbiano adempiuto all’onere di presentare le liste possono anco-

ra chiedere l’ammissione di prove, ma non hanno il diritto di ottenere un provvedimento in tal senso.

Le parti possono concordare l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento di atti contenuti nel fascicolo

del pubblico ministero, nonché della documentazione relativa all’attività di investigazione difensiva (si

tratta di una previsione identica a quella che opera al momento della formazione del fascicolo per il di-

battimento al termine dell’udienza preliminare).

Dopo che le parti hanno formulato le proprie richieste di prova, il presidente informa l’imputato che e-

gli ha la facoltà di rendere in ogni stato del dibattimento le dichiarazioni che ritiene opportune, purché

esse si riferiscano all’oggetto dell’imputazione e non intralcino l’istruzione dibattimentale (494.1).

Le dichiarazioni spontanee possono in astratto essere usate dal giudice ai fini della decisione.

Il secondo momento del dibattimento è costituito da quella che è denominata dal codice istruzione di-

in tale momento sono assunte le prove.

battimentale:

L’istruzione dibattimentale inizia con l’assunzione delle prove richieste dal pubblico ministero e prose-

gue con l’assunzione di quelle richieste da altre parti, e cioè dalla parte civile e dall’imputato.

Il caso dell’accusa precede il caso della difesa (spetta a colui che accusa provare la reità dell’imputato).

L’ultimo caso è quello dell’imputato, poiché questi ha il diritto di conoscere l’esito delle prove a carico.

La successione dei casi prevista dal codice può essere modificata ove tutte le parti concordino un ordi-

ne diverso: ciò costituisce espressione del principio di disponibilità della prova.

L’esame delle parti non è inserito né nel caso dell’accusa, né nel caso della difesa.

Ricordiamo che l’esame di una parte può essere chiesto dalla stessa; se è chiesto da un’altra parte, può

avvenire solo col consenso della parte che deve esservi sottoposta.

L’esame delle parti ha luogo subito dopo il caso del p.m. (ed, eventualmente, quello della parte civile).

All’interno del singolo caso l’ordine nel quale vengono assunte le prove è stabilito dalla parte che ha

la parte “argomenta” le sue richieste provando i

chiesto le stesse (principio argomentativo della prova:

fatti; la successione e la concatenazione delle prove è la sua argomentazione).

Fra le prove “richieste” vi sono tutti i mezzi di prova, eccettuato solo l’esame delle parti, per il quale vi

è un momento apposito nel corso dell’istruzione dibattimentale.

Le prove orali sono tutte assunte mediante l’esame incrociato.

Le regole poste dal codice per l’esame diretto, il controesame ed il riesame valgono per i testimoni, per

gli imputati connessi o collegati, per i periti, per i consulenti tecnici e per le parti che abbiano consenti-

to all’esame o lo abbiano richiesto.

Tuttavia gli obblighi ai quali sono sottoposti i predetti soggetti sono differenti.

Il testimone ha l’obbligo, penalmente sanzionato, di rispondere secondo verità; deve essere avvisato dal

presidente dell’esistenza di tale obbligo e delle responsabilità previste dalla legge per i testimoni falsi o

reticenti.

Quindi il presidente invita il testimone a rendere solennemente e pubblicamente una dichiarazione con

la quale si impegna a dire la verità.

Dopodiché il presidente invita il testimone a fornire le proprie generalità.

Il perito, al momento in cui gli viene conferito l’incarico da parte del giudice, assume l’obbligo di “far

conoscere la verità”; tale obbligo è sanzionato penalmente.

Il consulente tecnico di parte può esser nominato da una delle parti anche quando non è disposta peri-

zia; è esaminato su richiesta della parte che lo ha nominato; le altre parti possono sottoporlo a controe-

same.

Le parti sono sottoposte ad esame solo su loro richiesta o col loro consenso; non hanno un obbligo pe-

nalmente sanzionato di dire la verità; se rifiutano di rispondere ad una domanda, ne è fatta menzione

nel verbale.

Il rifiuto può essere valutato dal giudice come argomento di prova, e cioè può incrinare la credibilità

del soggetto esaminato.

L’esame del testimone deve avvenire in modo che nel corso dell’udienza nessuna delle persone citate

possa, prima di deporre, comunicare con alcuna delle parti o coi difensori o consulenti tecnici, assistere

agli esami degli altri o vedere o udire o essere altrimenti informata di ciò che si fa nell’aula di udienza.

Durante l’esame incrociato il presidente dell’organo giudicante ha la funzione di assicurare la pertinen-

za delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell’esame e la correttezza delle contestazioni.

L’esame incrociato si articola nei tre momenti dell’esame diretto, del controesame e del riesame.

I soggetti che pongono le domande sono il p.m. ed i difensori delle parti private.

L’esame diretto è condotto dalla parte che ha chiesto di interrogare il soggetto che rende dichiarazioni.

Il controesame è eventuale, nel senso che le parti che non hanno chiesto l’ammissione di quel teste pos-

sono a loro volta porre domande.

Il riesame è doppiamente eventuale, perché si svolge solo se vi è stato il controesame; nel riesame la

parte che ha condotto l’esame diretto può proporre nuove domande.

L’esame diretto tende ad ottenere la manifestazione dei fatti conosciuti dal testimone; tali fatti dovreb-

bero essere utili a dimostrare la tesi di colui che lo ha citato.

Sono vietate le “domande-suggerimento” (499.3).

Il controesame è condotto dalla parte che ha un interesse contrario a quella che ha chiesto l’esame del

testimone (od altro dichiarante).

Il controesame può avvenire sui fatti, sulla credibilità del testimone, o su entrambi gli oggetti.

Nel controesame sono ammesse le domande-suggerimento perché il loro scopo è sia quello di saggiare

come reagisce il testimone, sia quello di far cadere quest’ultimo in contraddizione.

Il riesame è condotto dalla persona che ha chiesto l’assunzione della testimonianza.

L’esame incrociato non può esser sottoposto ad interruzioni.

Nel corso del suo svolgimento le parti hanno unicamente la possibilità di formulare opposizioni sulle

quali il presidente decide immediatamente senza formalità.

Solo al termine della sequenza “esame diretto – controesame – riesame” il presidente può porre

d’ufficio domande al testimone (o altro dichiarante).

Le regole per le domande sono queste:

α. 499.1: L’esame testimoniale si svolge mediante domande su fatti specifici;

β. 194.3: Il testimone è esaminato su fatti determinati. Non può deporre sulle voci correnti nel pubblico

né esprimere apprezzamenti personali salvo che sia impossibile scinderli dalla deposizione sui fatti;

χ. 499.2: Nel corso dell’esame sono vietate le domande che possono nuocere alla sincerità delle rispo-

ste: non sono ammesse le domande intimidatorie o, viceversa, suadenti;

δ. sono vietate le domande che violano il rispetto della persona umana, e cioè che ledono l’onore o la

reputazione del deponente; tuttavia nel controesame il diritto alla prova prevale sul rispetto della per-

sona (su richiesta dell’interessato, il presidente dispone che il dibattimento si svolga a porte chiuse).

Fra le regole che riguardano le risposte, il testimone ha facoltà di non deporre:

α. su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale;

β. su fatti coperti da segreto professionale;

χ. su fatti coperti da segreto d’ufficio o di Stato;

δ. in certi casi, previsti dal 199, quando è prossimo congiunto dell’imputato.

499.6: Durante l’esame, il presidente, anche di ufficio, interviene per assicurare la pertinenza delle

domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell’esame e la correttezza delle contestazioni, ordinan-

do, se occorre, l’esibizione del verbale nella parte in cui le dichiarazioni sono state utilizzate per le

contestazioni.

Quando deve essere esaminato un testimone minorenne (o un maggiorenne infermo di mente) il codice

prevede forme particolari, che escludono l’esame incrociato e che proteggono il dichiarante.

Tema importante è quello delle dichiarazioni rese prima del dibattimento e loro utilizzabilità.

Nel testo originario del codice il principio di oralità era affermato in modo assoluto.

Alla oralità, affermata in senso assoluto, il Giudice delle leggi ha contrapposto il principio di “non di-

spersione della prova raccolta prima del dibattimento” e ne ha sostenuto la rilevanza costituzionale.

Il nuovo 111 afferma il principio del contraddittorio nella formazione della prova (comma IV: Il pro-

cesso penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza

dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è

sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore).

Al principio del contraddittorio il comma V pone tre eccezioni.

La prima eccezione si ha col consenso dell’imputato, ed ha due ambiti applicativi distinti:

α. il primo si riferisce alla legittimità costituzionale dei riti semplificati che omettono il dibattimento.

Nel rito abbreviato si consente al giudice di valutare la necessità di un’integrazione probatoria da di-

sporre anche d’ufficio;

β. il secondo ambito applicativo riguarda la disciplina della prova nell’ambito del rito ordinario: col

consenso dell’imputato è possibile acquisire al dibattimento prove formate fuori dal contraddittorio.

Malgrado la formulazione letterale del 111.5, probabilmente l’uso di atti raccolti in modo unilaterale

può essere ammesso solo se vi consentono quelle parti che non hanno partecipato all’acquisizione

dell’elemento di prova e che potrebbero subire un pregiudizio dalla utilizzabilità dello stesso.

La seconda deroga al principio del contraddittorio nella formazione della prova è consentita in caso di

accertata impossibilità di natura oggettiva.

Il termine “oggettiva” sembra alludere a quelle cause indipendenti dalla volontà di taluno.

L’impossibilità di natura oggettiva non deve apparire “a sorpresa” per la prima volta nella motivazione

della sentenza, bensì deve essere oggetto di prova e di discussione tra le parti.

Sul punto vi deve essere un apposito provvedimento incidentale del giudice.

L’ultima eccezione è consentita nell’ipotesi in cui la mancata attuazione del contraddittorio costituisca

effetto di provata condotta illecita: si tratta di comportamenti contrari al diritto finalizzati ad indurre il

dichiarante a sottrarsi (lecitamente o meno) al contraddittorio.

Il 526.1 stabilisce che Il giudice non può utilizzare ai fini della deliberazione prove diverse da quelle

legittimamente acquisite nel dibattimento.

Secondo il 514 non costituisce “legittima acquisizione” la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese

fuori del dibattimento, salvo i casi espressamente menzionati.

Le norme che consentono l’utilizzabilità delle precedenti dichiarazioni hanno natura eccezionale e, co-

me tali, non sono estensibili per analogia.

Il 526 comma I-bis ripropone testualmente il dettato del 111.4 Cost.: esso dice infatti che La colpevo-

lezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si

è sempre volontariamente sottratto all’esame da parte dell’imputato o del suo difensore.

Tale regola non implica, a contrario, l’utilizzabilità di tutto il resto.

Occorre ora esaminare le singole ipotesi, eccezionali, nelle quali il codice consente di usare dichiara-

zioni formate fuori del dibattimento. ai sensi del 499.5 Il testimone può essere autorizzato dal presi-

Per quanto riguarda la consultazione,

dente a consultare, in aiuto della memoria, documenti da lui redatti.

Il dichiarante può “consultare” il documento nel senso che, dopo averlo visionato, deve rispondere alle

domande senza leggerlo.

Il documento deve essere reso conoscibile alle controparti, le quali hanno il diritto di usarlo ai fini del

controesame. a colui che de-

La seconda modalità di utilizzazione delle precedenti dichiarazioni è la contestazione:

pone (sia egli testimone o parte) viene contestato di aver reso una differente dichiarazione in un mo-

mento anteriore al dibattimento.

Essa deve essere contenuta nel fascicolo del p.m.

Sono posti alcuni requisiti:

α. deve trattarsi di precedenti dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico ministero;

β. è necessario che le precedenti dichiarazioni siano state rese dalla stessa persona che in dibattimento

sta cambiando versione;

χ. la contestazione deve avvenire solo se sui fatti e sulle circostanze da contestare il testimone o la parte

ha già deposto;

δ. la modalità di effettuazione della contestazione consiste nel leggere la dichiarazione rilasciata prima

del dibattimento e nel chiedere conto al deponente dei motivi della diversità.

Le dichiarazioni lette per la contestazione possono essere valutate ai fini della credibilità del teste.

La contestazione serve al massimo per togliere valore alla dichiarazione dibattimentale, ma non è utile

per formare la prova dell’esistenza del fatto narrato, come è ricavabile dal verbale.

Una volta operata la contestazione, vi sono alcune eccezioni, in presenza delle quali le precedenti di-

chiarazioni sono utilizzabili come prova del fatto narrato; in base al principio del libero convincimento

resta fermo che la valutazione in punto di attendibilità è rimessa al giudice.

La prima eccezione è consentita quando si accerti che il teste è stato sottoposto a violenza, minaccia,

offerta o promessa di denaro affinché non deponga o deponga il falso (si tratta di un’applicazione del

111.5 Cost., che consente un’eccezione al principio del contraddittorio in caso di provata condotta ille-

cita).

Nelle ipotesi di intimidazione o subornazione, devono essere acquisite al fascicolo per il dibattimento

non solo le precedenti dichiarazioni utilizzate per la contestazione, bensì l’intero verbale.

In secondo luogo, le dichiarazioni rese in udienza preliminare e lette per le contestazioni dibattimentali

sono utilizzabili come prova del fatto solo nei confronti delle parti che hanno partecipato alla loro as-

sunzione.

Vi è infine una terza eccezione, in base alla quale le dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico

ministero sono utilizzabili se vi è accordo delle parti.

Anche l’acquisizione col consenso delle parti si riferisce all’intero verbale.

Se il testimone (o altro dichiarante) rifiuta di sottoporsi all’esame o al controesame di una delle parti,

nei confronti di questa non possono essere utilizzate, senza il suo consenso, le dichiarazioni rese ad al-

tra parte, salve restando le sanzioni penali eventualmente applicabili al dichiarante (500.3).

Le prove precedentemente acquisite, raccolte sia nel dibattimento, sia in momenti anteriori, possono

costituire oggetto di quel tipo di contestazione che è definibile come “non probatoria”: la contestazione

non probatoria impone al dichiarante di fornire precisazioni od ammettere di aver errato.

Il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati.

Sempre nella motivazione, il giudice deve enunciare le ragioni per le quali ritiene non attendibili le

prove contrarie.

A nostro avviso, la “contestazione” delle precedenti dichiarazioni presuppone che sia in corso l’esame

del dichiarante che le ha rese, mentre la “lettura” viene disposta quando tale esame non ha avuto luogo.

La lettura deroga al principio di immediatezza, che impone al giudice di decidere in base alle prove as-

sunte nel corso del dibattimento.

Gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento sono consultabili dal giudice; se consistono in dichia-

razioni, occorre distinguere tra due situazioni.

Se l’esame del dichiarante ha luogo, i verbali contenuti nel fascicolo per il dibattimento possono esser

letti solo dopo l’esame della persona e, pertanto, danno luogo ad un istituto simile alla contestazione.

Se l’esame del dichiarante non ha luogo, si procede alla lettura integrale dell’atto.

Nei due casi predetti, gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento possono esser posti a fondamen-

to della motivazione della sentenza.

Il fascicolo del pubblico ministero può esser consultato solo dalle parti e non dal giudice.

La lettura degli atti è permessa con certe restrizioni che hanno il presupposto comune che l’atto sia di-

ventato “non ripetibile” in dibattimento.

Altri limiti riguardano la persona che ha reso le dichiarazioni anteriormente al dibattimento.

Per i testimoni e per l’imputato connesso o collegato è prevista una disciplina molto simile.

Le dichiarazioni rese prima del dibattimento possono esser lette solo se sono diventate non ripetibili per

fatti o circostanze non prevedibili nel momento in cui sono state assunte; infatti, ove la non ripetibilità

fosse stata prevedibile, le parti avrebbero dovuto chiedere l’incidente probatorio.

Le precedenti dichiarazioni rese dall’imputato o dal coimputato nel loro processo possono esser lette a

richiesta di parte se l’imputato è contumace od assente ovvero rifiuta di sottoporsi all’esame.

Il legislatore attribuisce al giudice un potere di supplenza che incide sull’iniziativa probatoria.

Tale potere si configura come un’eccezione rispetto alla regola posta dal 190.1, pertanto deve essere

previsto espressamente dal codice.

Il presidente del collegio giudicante può rivolgere domande al testimone (od altro dichiarante) solo al

termine dell’esame incrociato.

Inoltre il giudice (e cioè il collegio giudicante) può disporre l’assunzione di nuovi mezzi di prova se ri-

sulta assolutamente necessario, una volta che sia “terminata l’acquisizione delle prove”, e cioè dopo

che si sono svolti interamente il caso per l’accusa ed il caso per la difesa.

Il giudice può disporre l’assunzione dei mezzi di prova relativi agli atti acquisiti al fascicolo per il di-

battimento su accordo delle parti: anche in questa ipotesi deve ricorrere il presupposto dell’assoluta ne-

cessità.

Al termine delle indagini preliminari, quando è stata presentata richiesta di archiviazione, il giudice può

ordinare al p.m. di compiere nuove indagini e può costringerlo a formulare l’imputazione.

Nel corso dell’udienza preliminare il giudice, se ritiene di non poter decidere allo stato degli atti, può

disporre, anche d’ufficio, l’assunzione delle prove delle quali appare evidente la decisività ai fini della

sentenza di non luogo a procedere.

I poteri esercitabili d’ufficio dal giudice non rappresentano una deroga ai divieti probatori, che devono

essere osservati anche da tale soggetto.

Nel corso dell’istruzione dibattimentale ciascuna delle parti può rinunziare, con il consenso dell’altra

parte, all’assunzione delle prove ammesse a sua richiesta (495 comma IV-bis).

In base al 507 (Ammissione di nuove prove) il giudice ha il potere di disporre d’ufficio l’assunzione di

una prova e, quindi, anche di quella prova che sia stata rinunciata dalle parti.

Ovviamente può farlo nei limiti previsti dal codice: l’assunzione deve essere assolutamente necessaria.

Il concetto di “altra parte” deve essere interpretato in modo estensivo: vi rientrano, cioè, tutte le parti

diverse rispetto al rinunciante.

La che ha inizio quando è terminata l’istruzione probatoria, permette al p.m. ed ai

discussione finale,

difensori delle parti private di formulare le proprie conclusioni (523).

La discussione finale è diretta dal presidente dell’organo giudicante, che ha il potere di impedire ogni

divagazione, ripetizione ed interruzione.

Le conclusioni del difensore del responsabile civile e della persona civilmente obbligata per la pena pe-

cuniaria precedono quelle del difensore dell’imputato.

Le conclusioni sono formulate oralmente; tuttavia, è posto a carico della parte civile l’onere di presen-

tare comunque conclusioni scritte, che devono comprendere, quando sia richiesto il risarcimento dei

danni, anche la determinazione del loro ammontare (523.2): se il difensore non adempie all’onere delle

conclusioni scritte, la costituzione di parte civile si intende revocata ex lege.

Il p.m. ed i difensori delle parti private possono replicare, ma la replica è ammessa una sola volta.

La discussione non può essere interrotta per l’assunzione di nuove prove, se non in caso di assoluta ne-

cessità.

Se la prova richiesta da una parte è decisiva, il giudice è obbligato ad ammetterla (un eventuale diniego

può essere sottoposto a controllo mediante l’impugnazione della sentenza).

L’imputato ed il suo difensore devono avere (a pena di nullità) la parola per ultimi, se la chiedono.

Secondo il 525.2, parte I, Alla deliberazione concorrono, a pena di nullità assoluta, gli stessi giudici

che hanno partecipato al dibattimento.

Sotto il profilo dei tempi, il codice pone la regola della concentrazione.

Da un lato, la sentenza è deliberata “subito dopo la chiusura del dibattimento”; dall’altro, la delibera-

zione non può esser sospesa “se non in caso di assoluta impossibilità”.

Il codice regola le modalità con cui l’organo collegiale deve deliberare: Tutti i giudici enunciano le ra-

gioni della loro opinione e votano su ciascuna questione qualunque sia stato il voto espresso sulle al-

tre. Il presidente raccoglie i voti cominciando dal giudice con minore anzianità di servizio e vota per

ultimo. Nei giudizi davanti alla corte di assise votano per primi i giudici popolari, cominciando dal

meno anziano per età (527.2).

In caso di parità di voti, prevale la soluzione più favorevole all’imputato (principio del favor rei).

La deliberazione si svolge in segreto in camera di consiglio.

Conclusa la deliberazione, il presidente dell’organo giudicante redige il dispositivo e lo sottoscrive.

Se il giudice ha deciso il proscioglimento, deve riassumere i motivi in una delle formule tipiche.

Se ha deciso di condannare, il capo penale del dispositivo contiene l’indicazione della pena che viene

applicata al colpevole; se vi è stata costituzione di parte civile, il capo civile del dispositivo contiene la

decisione sul risarcimento del danno.

Una volta sottoscritto il dispositivo, l’organo giudicante rientra nell’aula di udienza ed il presidente (od

altro giudice) lo legge.

Di regola, accade che la motivazione non possa esser redatta immediatamente: il codice prescrive il

termine entro cui l’intera sentenza (motivazione e dispositivo) deve esser depositata in cancelleria.

Ai sensi del 546, la sentenza ha il seguente contenuto:

1. l’intestazione “in nome del popolo italiano” e l’indicazione dell’autorità che l’ha pronunciata;

2. le generalità dell’imputato nonché le generalità delle altre parti private;

3. l’imputazione;

4. l’indicazione delle conclusioni delle parti;

5. la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l’indicazione

delle prove poste a base della decisione stessa e l’enunciazione delle ragioni per le quali il giudice ri-

tiene non attendibili le prove contrarie;

6. il dispositivo con l’indicazione degli articoli di legge applicati;

7. la data e la sottoscrizione del giudice (e cioè del presidente e dell’estensore della sentenza).

Il capo della sentenza è identificabile con la singola imputazione; il punto della sentenza è costituito da

una tematica di fatto o di diritto che deve essere trattata e risolta per giungere alla decisione in merito

ad una o più imputazioni.

Nel caso in cui occorra completare la motivazione insufficiente ovvero manchino o siano insufficienti

gli altri requisiti previsti dal codice, purché si tratti di errori od omissioni che non determinano nullità, e

la cui eliminazione non comporta una modificazione essenziale dell’atto, si deve attivare il procedi-

mento per la correzione degli errori materiali: questo procedimento è disposto d’ufficio o su richiesta di

parte dal giudice che ha emesso il provvedimento.

Il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati

(192.1): il giudice espone i motivi del suo convincimento indicando le “prove poste a base della deci-

sione” ed enunciando le ragioni della loro attendibilità e le ragioni della non attendibilità delle prove

contrarie.

Ex 111.6 Cost. Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

All’interno della generale categoria delle sentenze di proscioglimento, il codice pone una fondamentale

distinzione tra e sentenza di assoluzione: le sentenze di assoluzio-

sentenza di non doversi procedere

ne contengono un vero e proprio accertamento che il giudice ha operato mediante le prove, pertanto es-

se sono idonee a fondare l’efficacia del giudicato nei processi civili, amministrativi e disciplinari; vice-

versa, le sentenze di non doversi procedere si limitano a statuire su aspetti processuali che impediscono

tale accertamento.

Le formule terminative sono previste dalla legge in modo tassativo negli artt. 529-531.

Sentenza di non doversi procedere perché l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere

proseguita: manca la condizione di procedibilità prevista dalla legge per quella determinata fattispecie

incriminatrice (querela, istanza, richiesta, autorizzazione a procedere).

Sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato: il codice penale prevede varie cause di e-

stinzione del reato: la morte del reo prima della condanna; l’amnistia; la remissione di querela; la pre-

scrizione del reato; l’oblazione nelle contravvenzioni; il perdono giudiziale per i minorenni.

Il riconoscimento delle predette cause estintive non vincola il giudice civile nel momento in cui questi

accerterà la sussistenza del fatto coi conseguenti effetti civili.

L’imputato ha interesse ad ottenere l’assoluzione nel merito.

Le formule terminative ampiamente liberatorie hanno efficacia di giudicato nei giudizi civili e ammini-

strativi.

Con la il giudice compie un accertamento sull’esistenza o meno del fatto sto-

sentenza di assoluzione

rico addebitato all’imputato.

Nelle situazioni in cui sarebbe possibile applicare insieme più formule, il giudice deve pronunciare

quella più ampiamente liberatoria.

Assoluzione perché il fatto non sussiste: tale formula deve essere usata ove il fatto storico ricostruito

mediante le prove non rientri nella fattispecie incriminatrice dal punto di vista degli elementi oggettivi.

Assoluzione perché l’imputato non ha commesso il fatto: la formula è usata quando il reato non è stato

commesso dall’imputato, bensì da un’altra persona.

in questo caso il fatto addebitato nell’imputazione è

Assoluzione perché il fatto non costituisce reato:

stato commesso dall’imputato e sussiste nei suoi elementi oggettivi, ma manca o quello specifico ele-

mento soggettivo che è richiesto dalla norma incriminatrice (dolo, colpa, preterintenzione) o uno degli

elementi oggettivi che costituiscono il presupposto della condotta o dell’evento.

Il giudice usa la formula “il fatto non costituisce reato” anche quando sono integrati sia l’elemento og-

gettivo, sia quello soggettivo, ma il fatto è stato commesso in presenza di una delle cause di giustifica-

zione: infatti, queste eliminano l’antigiuridicità e rendono lecito il fatto.

in questo caso il fatto storico indicato

Assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato:

nell’imputazione non rientra in alcuna fattispecie incriminatrice né sotto il profilo oggettivo, né sotto

quello soggettivo: siamo di fronte ad un’assoluzione in punto di diritto (in iure).

Assoluzione perché il reato è stato commesso da una persona non imputabile o non punibile per

un’altra ragione: la formula è usata quando il giudice accerta che il fatto è stato commesso ed è penal-

mente illecito, ma l’imputato non è punibile in concreto: egli può essere non imputabile, o coperto da

una causa di non punibilità, o penalmente immune.

Se il giudice accerta che l’autore del reato è non imputabile, ma pericoloso socialmente, deve applicar-

gli la misura di sicurezza prevista dalla legge.

Con la sentenza di proscioglimento il giudice ordina la liberazione dell’imputato in stato di custodia

cautelare e dichiara la cessazione delle altre misure cautelari personali eventualmente disposte (532.1).

Con la sentenza che assolve l’imputato per cause diverse dal difetto di imputabilità il giudice, se ne è

fatta richiesta, condanna la parte civile alla rifusione delle spese processuali sostenute dall’imputato e

dal responsabile civile (se non ricorrono giustificati motivi per la compensazione totale o parziale).

Se il danneggiato ha esercitato l’azione civile nel processo penale “per colpa grave”, il giudice può

condannare la parte civile al risarcimento dei danni causati all’imputato assolto.

Nel caso di assoluzione da un reato perseguibile a querela con le formule ampiamente liberatorie “il

fatto non sussiste” o “l’imputato non lo ha commesso”, il giudice condanna il querelante al pagamento

delle spese del procedimento anticipate dallo Stato ed alla rifusione delle spese ed al risarcimento del

danno a favore dell’imputato assolto.

I punti essenziali della sono l’accertamento della sussistenza del fatto

sentenza penale di condanna

storico, la sua qualificazione come illecito penale, l’affermazione che l’imputato lo ha commesso e, in-

fine, la determinazione della pena.

Vi sono poi altri punti eventuali: fra gli aspetti penali ricordiamo l’applicazione delle pene accessorie,

delle misure di sicurezza, della sospensione condizionale, la non menzione della condanna nel certifica-

to del casellario giudiziale e la dichiarazione di falsità di documenti od atti.

Fra gli aspetti civili importante è la pronuncia sulla domanda di risarcimento del danno formulata dalla

parte civile nelle sue conclusioni.

Quando pronuncia sentenza di condanna e vi è stata costituzione di parte civile, il giudice è tenuto a de-

cidere sulla domanda relativa alle restituzioni ed al risarcimento del danno.

La domanda risarcitoria non è accolta automaticamente: il giudice deve valutare se il danneggiato era

legittimato a costituirsi parte civile e se ha subìto un danno derivante dal reato.

Il “punto” della sentenza che liquida il danno non è provvisoriamente esecutivo; la provvisoria esecuti-

vità è dichiarata solo su richiesta di parte quando ricorrono giustificati motivi (540.1).

Quando le prove acquisite non consentono la liquidazione del danno, il giudice pronuncia condanna

generica e rimette le parti davanti al giudice civile (539.2).

In previsione di una simile eventualità il difensore della parte civile, nelle conclusioni che presenta al

e cioè liquidi una de-

termine del dibattimento, chiede che il giudice penale conceda una provvisionale,

terminata somma nei limiti del danno per cui si ritiene già raggiunta la prova (539.2).

Se il giudice accoglie la richiesta, la condanna al pagamento della provvisionale è immediatamente ese-

cutiva (540.2).

Inoltre, con la sentenza che accoglie la domanda sulle restituzioni e sul risarcimento del danno il giudi-

ce penale condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile salvo

che ritenga di disporre, per giusti motivi, la compensazione totale o parziale (541.1).

Infine, il giudice su richiesta della parte civile ordina la pubblicazione della sentenza di condanna qua-

lora la pubblicazione costituisca un mezzo per riparare il danno non patrimoniale cagionato dal reato.

PARTE IV – I PROCEDIMENTI PENALI DIFFERENZIATI E SPECIALI

CAPITOLO I – I PROCEDIMENTI SPECIALI

Fino a questo momento l’esposizione ha avuto ad oggetto il procedimento penale ordinario che si svol-

ge presso il tribunale collegiale e la corte d’assise.

Possiamo isolare due fondamentali “tipi” di modelli processuali che da esso si distinguono.

Il primo contiene quei riti che si staccano dal procedimento presso il tribunale collegiale nel senso che

hanno una struttura completa (dalle indagini preliminari alle impugnazioni), ma rispetto al modello ba-

se si caratterizzano per alcune particolarità: possono esser definiti “procedimenti differenziati” quello

presso il tribunale monocratico, quello presso il giudice di pace, quello presso il tribunale per i mino-

renni e quello che accerta la responsabilità amministrativa dell’ente.

Un secondo tipo ricomprende quei riti che si distaccano dal modello base perché si limitano ad omette-

re una delle fasi processuali, e cioè l’udienza preliminare o il dibattimento o entrambe: sono “speciali”

il giudizio abbreviato, il patteggiamento, il giudizio immediato, il procedimento direttissimo e il proce-

dimento per decreto.

Il nuovo 111.5 Cost. permette di derogare su consenso dell’imputato al principio del contraddittorio

nella formazione della prova.

Da un punto di vista meramente formale i procedimenti speciali si dividono in due gruppi.

Il primo comprende quelli che si limitano ad eliminare l’udienza preliminare per pervenire in modo più

veloce al dibattimento: il giudizio direttissimo ed il giudizio immediato.

Nel giudizio direttissimo e nel giudizio immediato su richiesta del p.m. l’eliminazione avviene in modo

imperativo, e cioè in base ad un provvedimento emesso senza il consenso dell’imputato.

Il secondo gruppo di procedimenti speciali comprende i riti che omettono il dibattimento.

In questi casi la semplificazione opera solo con il consenso dell’imputato.

I procedimenti speciali che sono fondati sul consenso dell’imputato sono il giudizio abbreviato, il pat-

teggiamento ed il procedimento per decreto.

Il è quel procedimento speciale che consente al giudice, su richiesta dell’imputato,

giudizio abbreviato

di pronunciare già al momento dell’udienza preliminare quella decisione di merito (condanna o pro-

scioglimento) che di regola è emanata nella fase dibattimentale.

Il giudizio abbreviato è applicabile a tutti i reati, compresi quelli punibili con l’ergastolo.

Ai fini della decisione il giudice utilizza, di regola, gli atti contenuti nel fascicolo delle indagini.

Il rito abbreviato ha luogo sull’unico presupposto della richiesta dell’imputato.

All’esito del giudizio abbreviato il giudice, se ritiene di non poter decidere allo stato degli atti, può di-

sporre anche d’ufficio una integrazione probatoria.

In caso di condanna la pena è ridotta di un terzo e all’ergastolo è sostituita la reclusione di anni 30; alla

pena dell’ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituita

quella dell’ergastolo.

Il termine finale per la presentazione della richiesta di rito abbreviato è la formulazione delle conclu-

sioni nell’udienza preliminare.

Il giudizio, di regola, si svolge in camera di consiglio; tuttavia è possibile procedere in pubblica udien-

za se tutti gli imputati ne fanno richiesta.

Devono osservarsi le disposizioni previste per l’udienza preliminare, fatta eccezione per quella

sull’integrazione probatoria disposta dal giudice e per quella relativa alla modifica dell’imputazione.

A seguito dell’integrazione probatoria è possibile la modifica dell’imputazione ai sensi del 423.

L’imputato, anziché limitarsi a chiedere semplicemente il giudizio abbreviato, può subordinare la ri-

chiesta ad un’integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione.

Il giudice, tenuto conto degli atti già acquisiti ed utilizzabili, dispone il giudizio abbreviato se

l’integrazione probatoria richiesta dall’imputato risulta necessaria ai fini della decisione e compatibile

con le finalità di economia processuale proprie del rito in questione.

Il p.m. può chiedere l’ammissione di prova contraria.

Ove il giudice rigetti la richiesta condizionata di giudizio abbreviato, l’imputato può proporre una nuo-

va richiesta entro il termine ordinario e cioè fino alle conclusioni in udienza preliminare.

Sia nel giudizio abbreviato su richiesta condizionata, sia in quello su richiesta non condizionata, è pos-

sibile che a seguito dell’integrazione probatoria emerga la necessità di modificare l’imputazione.

Ove il p.m. contesti un fatto “diverso”, un reato connesso o una circostanza aggravante, l’imputato ha

la possibilità di attivarsi e di chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie.

Scelta la prosecuzione con il rito ordinario, non è più possibile chiedere il giudizio abbreviato.

Una volta che il giudice abbia accolto la richiesta di giudizio abbreviato, la parte civile può non accetta-

re tale rito; in questo caso, se il giudice pronuncia una sentenza di assoluzione, tale provvedimento non

ha efficacia di giudicato.

Viceversa, la parte civile che ha accettato il giudizio abbreviato in modo espresso od implicito subisce

la sospensione del processo civile (eventualmente promosso) fino alla sentenza penale irrevocabile e

subisce altresì la conseguente efficacia del giudicato di assoluzione.

La decisione di condanna nel giudizio abbreviato ha efficacia di giudicato, salva l’ipotesi in cui la parte

civile, che non abbia accettato il rito, si opponga a tale efficacia.

Se il giudice procede ad integrazione probatoria d’ufficio o in seguito all’accoglimento della richiesta

condizionata dell’imputato o in seguito a nuova contestazione, il diritto alla prova contraria è ricono-

sciuto esclusivamente in capo al p.m.

La sentenza di condanna contiene il capo civile sul risarcimento dei danni; su richiesta del danneggiato,

può essere pronunciata la condanna provvisionale immediatamente esecutiva.

Vi sono dei giudizi abbreviati atipici: l’imputato può chiedere il giudizio abbreviato non solo nel corso

del procedimento ordinario, ma anche quando vengono disposti quei riti speciali che eliminano

l’udienza preliminare (giudizio direttissimo, giudizio immediato e procedimento per decreto).

L’imputato ed il p.m. non possono proporre appello contro le sentenze di proscioglimento quando

l’impugnazione tende ad ottenere una formula diversa da quella accolta in sentenza.

Il p.m. non può proporre appello contro la sentenza di condanna salvo che si tratti di sentenza che mo-

difica il titolo di reato.

Per quanto riguarda l’applicazione al giudice spetta di controllare

della pena su richiesta delle parti,

la correttezza della qualificazione giuridica del fatto e la congruità della pena richiesta.

La decisione avviene allo stato degli atti, e cioè sulla base del fascicolo delle indagini e dell’eventuale

fascicolo del difensore.

La sentenza di regola non è appellabile, ma può essere sottoposta a ricorso per cassazione.

Nel determinare la pena, sulla quale si forma l’accordo, si deve applicare una diminuzione “fino ad un

terzo”; la diminuzione opera dopo che è stato effettuato il computo delle circostanze.

Oggi sono configurabili due distinti tipi di patteggiamento, quello “tradizionale” e quello “allargato”.

Il patteggiamento tradizionale permette all’imputato ed al p.m. di accordarsi su di una sanzione sostitu-

tiva o pecuniaria o su di una pena detentiva fino a due anni sola o congiunta a pena pecuniaria.

Nel patteggiamento allargato l’imputato ed il p.m. possono accordarsi su di una sanzione da due anni

ed un giorno fino a 5 anni di pena detentiva sola o congiunta a pena pecuniaria. col p.m.:

Vari sono i benefici che si applicano all’imputato che stipuli il patteggiamento tradizionale

α. la parte (di regola l’imputato) può subordinare l’efficacia dell’accordo alla concessione della sospen-

sione condizionale ad opera del giudice.

Il giudice del patteggiamento non può intervenire sul “progetto di sentenza” approntato dalle parti;

β. la sentenza che applica la pena non comporta la condanna al pagamento delle spese del procedimento

penale; viceversa, l’imputato è tenuto al pagamento delle eventuali spese di mantenimento in custo-

dia cautelare e al pagamento delle spese c.d. di giustizia, ad es. di conservazione dei beni sequestrati;

χ. la sentenza che applica la pena non comporta l’irrogazione di pene accessorie di matrice penalistica

disciplinate dal 19 c.p.;

δ. la sentenza che applica la pena non comporta l’applicazione di misure di sicurezza; viceversa, con-

sente di applicare la confisca nelle ipotesi nelle quali ai sensi del 240 c.p. è obbligatoria o facoltativa;

ε. il reato è estinto se l’imputato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole en-

tro il termine di 5 anni in caso di patteggiamento per delitto, o di due anni in caso di patteggiamento

per contravvenzione.

Siamo in presenza di un patteggiamento allargato quando la pena detentiva, che è stata concordata, si

colloca tra due anni ed un giorno e 5 anni.

Il patteggiamento allargato è escluso in certi casi:

α. sotto un profilo oggettivo, una prima causa di esclusione concerne i delitti consumati o tentati di as-

sociazione mafiosa, di sequestro di persona a scopo di estorsione e i delitti commessi avvalendosi

delle condizioni dell’associazione mafiosa o per agevolare tale associazione;

β. sempre sotto un profilo oggettivo, una seconda causa di esclusione riguarda i delitti di associazione

finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope ed il delitto di associazione per de-

linquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri;

χ. terza causa di esclusione oggettiva è data dai delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo;

δ. le cause di esclusione soggettive riguardano determinati tipi di imputati, e cioè coloro che siano stati

dichiarati delinquenti abituali, professionali, per tendenza ed i recidivi reiterati.

I reati che possono diventare oggetto di pena concordata sono tutti quelli per i quali la pena da concor-

dare, prima di operare la riduzione fino ad un terzo, si colloca fino a sette anni e sei mesi.

Analizziamo la disciplina comune: possono prendere l’iniziativa tendente all’accordo sia l’imputato, sia

il difensore munito di procura speciale, sia il p.m.

Una richiesta uniltaterale, che provenga da una sola delle parti potenziali nel corso delle indagini pre-

liminari obbliga il giudice a fissare un termine perché la controparte esprima un eventuale consenso.

La sede naturale per l’esplicarsi dell’accordo è l’udienza preliminare.

Il termine finale per la presentazione della richiesta di patteggiamento (o per dare il consenso origina-

riamente negato) è la “presentazione delle conclusioni” nell’udienza preliminare.

La richiesta può essere presentata anche al termine della nuova udienza fissata con l’ordinanza per

l’integrazione delle indagini.

La richiesta di patteggiamento da parte dell’imputato non equivale ad un’ammissione di reità.

Se il p.m. dissente rispetto ad una richiesta di accordo formulata dall’imputato, ne enuncia le ragioni.

Il giudice valuta la legittimità e la fondatezza dell’accordo delle parti, e se sia congrua la pena indicata.

In presenza di una concorde richiesta dell’imputato e del p.m., il giudice:

α. se ritiene corrette la qualificazione giuridica del fatto, l’applicazione e la comparazione delle circo-

stanze prospettate dalle parti nonché congrua la pena richiesta, con sentenza dispone l’applicazione

della pena ed enuncia nel dispositivo che vi è stata richiesta delle parti;

β. in caso contrario, con ordinanza rigetta la richiesta ed ordina di procedersi con il rito ordinario;

χ. infine, può ritenere che, sulla base degli atti, l’imputato deve essere prosciolto; in tal caso pronuncia

d’ufficio sentenza con una delle formule terminative previste dal 129 perché riconosce che il fatto

non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto

dalla legge come reato ovvero che il reato è estinto o che manca una condizione di procedibilità.

Il giudice, quando accoglie la concorde richiesta dell’imputato e del p.m., non può decidere sulla ri-

chiesta di risarcimento del danno derivante da reato.

Il giudice, quando accoglie la concorde richiesta di applicazione della pena, deve condannare

l’imputato a risarcire le spese processuali sostenute dalla parte civile, salvo che ricorrano giusti motivi

di compensazione totale o parziale.

Nel certificato generale del casellario giudiziale richiesto dall’interessato non devono essere riportati i

provvedimenti previsti dal 445 c.p.p. (d.p.r. 313/2002).

Salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna (445).

L’equiparazione fa sì che la sentenza abbia gli effetti processuali e sostanziali della condanna.

La sentenza di patteggiamento è idonea a provocare la revoca del beneficio della sospensione condizio-

nale della pena precedentemente concessa da altro giudice.

Secondo le Sezioni unite della Cassazione la sentenza che accoglie il patteggiamento contiene un accer-

tamento quanto meno implicito della responsabilità dell’imputato.


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Riassunto per l'esame di Diritto Processuale Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Lineamenti di Diritto processuale penale di Paolo Tonini. Con attenzione a: principi giusto processo, diritto di difesa, segretezza comunicazioni, imparzialità giudice, ordinamento giudiziario, ricusazione del giudice.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Giostra Glauco.

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