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a suo carico, affinché disponga del tempo necessario per organizzare la propria diffidenza e reperire

gli elementi a proprio favore. Questa prerogativa è stata riconosciuta nel comma 3 dell'articolo 111.

Fondamentale per una piena ed attiva partecipazione dell'imputato è la possibilità, da parte di

quest'ultimo, di prendere visione degli elementi raccolti dall'accusa nei suoi confronti.

Con la legge Carotti viene introdotto nel nostro ordinamento l'articolo 415-bis c.p.p. e con esso

l'avviso di conclusione delle indagini nell'ordinamento, finalizzato a consentire all'indagato il pieno

espletamento del diritto di "difendersi provando" dalle accuse mossegli. Questi infatti, permette alla

persona sottoposta alle indagini di valutare l'intero compendio probatorio raccolto dal magistrato

del pubblico ministero a suo carico, di effettuare così le proprie valutazioni e di ponderare le

iniziative da intraprendere; il tutto dopo essere venuto a conoscenza del contenuto del fascicolo

relativo alle indagini espletate e, cosa essenziale, gli permette di esercitare il proprio diritto di difesa

senza attendere l'inizio della fase giurisdizionale, bensì prima, quando l'azione penale non è stata

ancora esercitata. L'avvertimento di conclusione delle indagini oltre a contenere l'enunciazione del

fatto per il quale si procede, delle norme che si presumono violate, della data, del luogo del fatto,

include una serie di avvertimenti che hanno il compito di informare l'indagato di alcune facoltà che

la legge gli riconosce. Prima fra tutte, la possibilità di prendere visione del fascicolo delle indagini.

Una volta presa conoscenza del contenuto di tale fascicolo, all'indagato e al suo difensore è data la

possibilità di intraprendere una serie di iniziative garantite dallo stesso articolo 415-bis c.p.p. :

presentare, entro 20 giorni, memorie difensive, di produrre o depositare documenti, di chiedere di

poter rilasciare dichiarazioni o di essere interrogato e di domandare al magistrato del pubblico

ministero il compimento di ulteriori atti di indagine e, infine, di depositare la documentazione

relativa alle investigazioni difensive espletate. Emerge quindi la funzione dell'avvertimento di cui

all'articolo 415-bis c.p.p. : informare il destinatario dei diritti di cui egli dispone, cosicché la sua

partecipazione, esigenza imprescindibile di ogni sistema processuale di stampo accusatorio, sia

davvero effettiva. Gli avvisi assolvono a un'esigenza propria del processo penale, quella cioè di

fornire ai soggetti che vengono coinvolti nel processo penale (non solo ed esclusivamente nella

veste di indagato o imputato), i mezzi per poter contribuire in maniera più efficace al processo

medesimo. Essa è quindi una funzione strumentale al diritto di informazione che accompagna tutti

coloro che entrano in contatto con il processo penale. In relazione alla funzione dell'informazione è

possibile procedere alla distinzione degli avvisi in:

- avvertimenti

- ammonizioni

- esortazioni

In particolare i primi hanno il compito di porre all'attenzione del destinatario la situazione giuridica

in cui questi viene a trovarsi. Diversamente, gli altri mirano a stimolare o ad impedire un

determinato comportamento da parte di un soggetto. Gli avvertimenti sono gli strumenti più incisivi

per combattere l'ignoranza della legge processuale penale. Partendo quindi, dalla considerazione

che il destinatario di queste siano privi di conoscenze tecnico-giuridiche, il legislatore si fa carico

delle esigenze di tutela di cui questi abbisognano; d'altro canto, essendo il processo un complesso di

garanzie preordinate a salvaguardia dell'individuo, se non si rendesse il soggetto a conoscenza delle

facoltà di cui dispone si ridurrebbe il sistema di tutela predisposto perché non basta conferire al

singolo la titolarità per legge di certi diritti e guarentigie di libertà, occorrendo altresì, che di tali

diritti egli sia posto a conoscenza affinché possa praticamente esercitarli. Con la riforma del '99,

l'articolo 111 della costituzione è stato profondamente modificato prevedendo, tra l'altro, al terzo

comma che nel processo penale, la legge assicuri che la persona accusata di un reato sia, nel più

breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo

carico. È innegabile come in questa norma vi sia l'esigenza di scongiurare che il trascorrere del

tempo dal momento in cui inizia il procedimento penale a carico di un soggetto e il momento in cui

quest'ultimo ne viene a conoscenza, abbia riflessi negativi sulla sua difesa. Stabilito che gli

avvertimenti sono finalizzati a scongiurare l'ignorantia iuris, è logico ritenere che essi non siano

rivolti solo nei confronti dell'imputato, ma anche nei confronti di "soggetti processuali" diversi

dall'imputato. Così che potremo suddividere gli avvertimenti contenuti nel codice in due categorie:

- quelli che riguardano esclusivamente la persona nei cui confronti si procede, i quali

coinvolgono in maniera diretta il diritto di difesa costituzionalmente protetto e in cui l'esigenza di

tutela del destinatario è maggiormente sentita

- quelli che vengono rivolti nei confronti di soggetti diversi rispetto all'accusato.

Il primo degli avvertimenti da analizzare che si pone in una zona di confine tra le due categorie

sopra citate è quello previsto dall'articolo 63 c.p.p. Questa norma prevede che qualora una persona

non sottoposta ad indagini, né imputata rilasci, dinanzi all'autorità giudiziaria o alla polizia

giudiziaria, dichiarazioni dalle quali emergono indizi di reità a suo carico, l'autorità procedente deve

interrompere l'esame e provvede ad avvertire il dichiarante che a seguito di tali dichiarazioni

potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e lo invita a nominare un difensore. Appare chiara

la finalità della norma: salvaguardare le garanzie della persona che magari inconsapevolmente,

abbia rilasciato delle dichiarazioni che potrebbero far sorgere un procedimento penale a suo carico,

mettendola a conoscenza delle situazioni venutesi a creare con le informazioni da essa rilasciate e

delle garanzie che per legge le spettano. Il più discusso degli avvertimenti della categoria

riguardante l'indagato è quello contenuto nell'articolo 64 in tema di interrogatorio. Il comma 3

prevede che l'indagato riceva una serie di informazioni prima che l'interrogatorio abbia inizio.

Preliminarmente l'indagato è avvertito che le sue dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei

suoi confronti. Il secondo avvertimento, che l'autorità procedente deve effettuare, riguarda la

facoltà di non rispondere ad alcuna domanda e all'obbligo, penalmente sanzionato di rispondere

secondo verità solo alle domande riguardanti la sua identità personale. Viene così pienamente

riconosciuto il diritto dell'indagato a restare in silenzio. Ma perché si abbia una completa garanzia

del diritto al silenzio occorre che l'indagato medesimo, prima dell'inizio dell'atto, venga reso edotto

dell'esistenza di questo diritto per esercitarlo. Il terzo ed ultimo avvertimento riguardante

l'interrogatorio consiste nell'avvertire l'indagato che se renderà dichiarazioni su fatti concernenti la

responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l'ufficio di testimone. Va subito detto che tale

avvertimento va rivolto a chiunque indagato, anche nell'ipotesi in cui le sue dichiarazioni

potrebbero vertere sulla responsabilità di un coimputato nel medesimo reato, fattispecie che è

incompatibile con l'ufficio di testimone. Il perché consiste nel fatto che nel momento in cui

l'indagato è chiamato, se vuole, a rendere delle dichiarazioni, non è ancora chiara la posizione

giuridica che andrà ad assumere nei confronti del coimputato, difatti i coimputati del medesimo

reato e gli imputati in un procedimento connesso a norma dell’art.12 comma 1 lett. a) sono

radicalmente incompatibili con la qualifica di testimone, fino a quando è pendente il procedimento a

loro carico. I coimputati nel medesimo reato hanno diritto al silenzio e non hanno l'obbligo di dire

la verità; possono quindi accusare e successivamente sottrarsi al contraddittorio in sede

dibattimentale. Il primo problema posto dal diritto di difesa riguarda il momento in cui il soggetto

viene a conoscenza del processo a suo carico di modo che possa cercare le fonti tempestivamente e

difendersi. L'informazione di garanzia prevista dall'articolo 369 c.p.p. ha lo scopo di rendere edotto

l'indagato circa l'esistenza di un procedimento penale a suo carico. Questo viene predisposto

soltanto quando il magistrato del pubblico ministero intende compiere un atto cosiddetto "garantito"

nei confronti dell'indagato ovvero quando il PM deve compiere un atto a cui il difensore ha diritto

di assistere. Tale informativa deve essere inviata anche alla persona offesa dal reato. Di recente

introduzione è l'informazione della persona sottoposta alle indagini sul diritto di difesa (articolo

369-bis c.p.p.), comunicazione contenente una serie di elementi che hanno la funzione di rendere

edotto l'indagato di tutti gli obblighi e le facoltà che sono connesse alla difesa tecnica nel processo

penale. Questo avvertimento deve essere inviato prima dell'esplicazione di un atto garantito, di

modo che l'indagato abbia il tempo necessario per concertare le soluzioni più opportune per la

propria difesa. Altro avviso di esclusiva pertinenza dell'indagato è l'avviso di conclusione delle

indagini (articolo 415-bis c.p.p.). Tale avvertimento deve essere inviato prima che le indagini

preliminari siano concluse e solo nell'eventualità che il magistrato del pubblico ministero non debba

formulare richiesta di archiviazione ai sensi degli articoli 400 e 411. Si tratta di una norma di

chiusura delle indagini preliminari, che è stata inserita dalla legge Carotti; questo avvertimento,

impropriamente definito avviso, ha il compito di mettere l'indagato nelle condizioni di rendere

conoscenza dei fatti che gli sono contestati e degli elementi di accusa raccolti a suo carico dal

magistrato del pubblico ministero, nel corso delle indagini preliminari, con la finalità di realizzare

quel procedimento partecipato che comporta una maggiore consapevolezza dei diritti delle parti.

All'indagato è data opportunità di esercitare una serie di facoltà (presentare memorie, produrre

documenti, depositare documentazione relativa ad indagini difensive, rilasciare dichiarazioni...)

necessarie per la più completa ricostruzione dei fatti in oggetto. La disposizione in esame impone al

PM di “scoprire le carte” prima di formulare l’atto imputativo al fine di evitare l’equivocità del

materiale raccolto. Infatti l’art. 415 bis dispone che il PM se non deve formulare la richiesta di

archiviazione, fa notificare alla persona sottoposta alle indagini e al difensore avviso della

conclusione delle indagini preliminari. Risulta quindi uno strumento di collaborazione per la buona

riuscita del processo rispondendo all’esigenza dell’indagato di prendere coscienza delle

contestazioni e degli elementi raccolti dal PM per realizzare un processo partecipato . L’avviso

contiene una enunciazione del fatto per il quale si procede, le norme che si assumono violate

nonché data e luogo dell’avvertimento. Si allega inoltre l’avvertimento che la documentazione è

depositata presso la segreteria del PM e che l’indagato ed il difensore possono prenderne visione

(co.2). L’avviso contiene anche l’avvertimento per l’imputato del fatto che entro 20 giorni può

presentare memorie, produrre documentazioni del difensore e rilasciare dichiarazioni, ovvero

sottoporsi ad interrogatorio (il PM sarà obbligato a procedervi). L’informazione di conclusione delle

indagini preliminari si colloca tra due momenti importanti ai fini della conoscenza dell’accusa:

informazione di garanzia (rispetto alla quale ha qualcosa in più ) e richiesta di rinvio a giudizio

(rispetto alla quale ha un qualcosa in meno) quindi si configura come una informazione intermedia.

È opportuno prestare particolare attenzione alla funzione dell'avvertimento che, nella scansione per

comma dell'articolo 415-bis c.p.p., assume note differenti. L'avvertimento di cui al comma uno,

infatti, esprime il contenuto di un atto con valore di informazione, funzionale ad allertare i

destinatari circa la conclusione delle indagini preliminari. Dalla lettura del primo capoverso già si

evidenzia un differente contenuto dell'avvertimento che va ben oltre la semplice informazione e si

estrinseca in un avvertimento, relativo all'acquisizione degli atti di indagine da parte dell'indagato e

del suo difensore, per l'esercizio del diritto di difesa. Ancora più in particolare nel comma tre

dell'avvertimento assolve ad una più specifica funzione di garanzia in quanto atto indicativo

dell'esistenza di situazioni giuridiche che un soggetto normalmente sfornito di cognizioni tecnico-

giuridica altrimenti non sarebbe in grado di conoscere di esercitare. Tale istituto quindi consente di

corredare di nuove garanzie la posizione della persona sottoposta a indagine, anche attraverso la

richiesta o la presentazione di nuove prove, dirette ad assicurare una maggiore completezza delle

indagini. La categoria degli avvertimenti che invece sono rivolti a coloro che non sono indagati ma

che comunque sono coinvolti nel compimento di un determinato atto processuale, non hanno come

obiettivo quello di tutelare diritti di difesa del destinatario, non avendo questi nessuna esigenza di

difendersi; bensì di evitare l'ignoranza delle leggi .Si pensi, per la persona sottoposta ad ispezione

personale, all'avvertimento secondo l'articolo 245, comma 1, c.p.p. , dove è detto che l'interessato

deve essere avvertito circa la facoltà di farsi assistere da persona di fiducia per un atto tanto delicato

e incidente sulla sfera di riservatezza e sul pudore dell' ispezionando. Per i prossimi congiunti

dell'accusato, invece, vi è l'avvertimento secondo l'articolo 199, comma due, dove è detto che questi

debbano essere avvertiti in ordine alla facoltà di astenersi dal deporre, allo scopo di evitare che

possano insorgere angosciosi dubbi derivanti dal contrasto fra l'obbligo di dire il vero ,quali

testimoni, e il vincolo di solidarietà familiare. In forza di tale avvertimenti, l'ordinamento cerca di

apporre un rimedio adeguato alla questione dell'ignorantia iuris , cercando di garantire a tutti coloro

che, a qualunque titolo, vengono coinvolti in un procedimento penale, la piena conoscenza dei loro

diritti e obblighi, di modo che la loro partecipazione sia moralmente libera. Per quanto riguarda le

conseguenze giuridiche dell’omesso avvertimento sono diverse le norme che contengono

disposizioni a riguardo: 

ART. 64 CO.3 cpp. prevede una duplice conseguenza innanzitutto le dichiarazioni rese

 dell’indagato sui fatti che concernono la responsabilità di terzi non sono utilizzabili ed in

secondo luogo l’indagato non potrà assumere la qualità di testimone sulle dichiarazioni rese

in assenza dell’avvertimento.

ART. 416 cpp . prevede la nullità del rinvio a giudizio

 Cap. 3 : La giurisdizione

Tramite la giurisdizione, l'astrattezza e la generalità della norma si traducono in precetti concreti.

Con riguardo alla giurisdizione si può delineare un sistema giurisdizionale in base al quale la figura

del giudice deve essere dotata dei requisiti della imparzialità e dell'indipendenza ( art.102 co.3 Cost.

- i giudici sono soggetti soltanto alla legge - principi di indipendenza e autonomia del giudice ). La

giurisdizione penale è esercitata da giudici ordinari e giudici speciali. I primi hanno una

competenza generale a giudicare tutte le persone, sono istituiti e regolati dalle norme

sull'ordinamento giudiziario (articolo 102 Cost., co.1, c.p.p.). Sono giudici penali ordinari di primo

grado la corte di assise, il tribunale, il giudice di pace e il tribunale per i minorenni. Giudici di

secondo grado sono la corte di assise di appello, la corte di appello e le sezioni delle corti di appello

per i minorenni. Al vertice della giurisdizione ordinaria viene la corte suprema di cassazione, con

sede a Roma, che ha competenza su tutto il territorio nazionale e davanti alla quale possono essere

impugnate tutte le sentenze per motivi di legittimità. In forza dell'articolo 106, comma 1 della

costituzione, la giurisdizione ordinaria è formata da magistrati professionali appartenenti in maniera

permanente all'ordine giudiziario, la cui nomina avviene per concorso pubblico. Tuttavia, lo stesso

articolo, al comma 2, consente la nomina di magistrati "elettivi", c.d. onorari, per tutte le funzioni

attribuite a singoli giudici. I giudici speciali, invece, non appartengono all'ordinamento giudiziario,

hanno competenza a giudicare solo talune persone in ragione delle loro caratteristiche soggettive.

Giudici penali speciali sono i giudici militari e la corte costituzionale, i primi competenti per i reati

militari. La corte costituzionale invece è competente a giudicare i delitti di alto tradimento e di

attentato alla costituzione commessi dal presidente della Repubblica. L'accertamento della

responsabilità penale può richiedere in via preliminare la soluzione di questioni di natura non

prettamente penale dal cui esito dipende però l'esistenza del reato stesso ( questioni pregiudiziali ).

Si tratta di questioni di carattere civile o amministrativo che costituiscono un antecedente logico-

giuridico della decisione del processo penale concernente la responsabilità penale, dalla cui

soluzione dipende o meno l'esistenza di un elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice per

la quale si procede. Si pensi al reato di appropriazione indebita rispetto al quale si ponga il

problema circa la titolarità del diritto di proprietà dell'accusa oggetto del reato. A tal fine la regola

generale stabilisce che il giudice penale risolvere ogni questione da cui dipende la decisione, con i

poteri di accertamento che sono propri del processo penale, senza osservare gli eventuali limiti

probatori previsti in ambito civile o amministrativo. Il perché sta nel fatto che il processo penale

coinvolge dei beni giuridici di primaria importanza, come ad esempio la libertà personale, dinanzi ai

quali l'imputato deve essere messo nelle condizioni di poter esplicare al meglio il diritto di

difendersi senza essere ostacolato da limitazioni probatorie che nell'ambito civile o amministrativo

hanno la loro ragion d'essere nell'esigenza di garantire la certezza del diritto esigenza che viene

accantonata di fronte alla necessità di difendersi nell'ambito del processo penale. Pertanto anche le

questioni civili ed amministrative che normalmente non sono di competenza del giudice penale,

possono essere risolte da quest'ultimo con la sostanziale limitazione che la decisione assunta

nell'ambito del processo penale che risolve una questioni civili amministrativa, non ha efficacia

vincolante in nessun altro processo. La persona offesa quindi potrà intentare una nuova causa civile

per far valere ad esempio il proprio diritto di proprietà su tale oggetto. Se la regola generale è

l'estensione della cognizione del giudice penale anche alle questioni pregiudiziali di carattere civile

amministrativo, vi sono alcune eccezioni che sono dettate dall'esigenza di evitare che si possano

verificare fenomeni di contrasto logico di giudicati (tra il giudicato penale e quello amministrativo o

civile) cosicchè se:

- la questione civile o amministrativa si presenta di particolare complessità

- sia già in corso un procedimento nella sede civile o amministrativa competente

- non siano imposti limiti di prova nel procedimento amministrativo civile, il giudice penale

può sospendere, con ordinanza, il dibattimento fino a che la questione non sia decisa con sentenza

passata in giudicato .

Se il processo civile o amministrativo, però, non si conclude nel termine di un anno, le esigenze di

speditezza processuale danno la possibilità al giudice di revocare l'ordinanza di sospensione. Con la

legge Carotti la figura del pretore è stata sostituita con quella del giudice unico. Al giudice unico

penale (chiamato anche tribunale in composizione monocratica) sono affidati tutti i processi relativi

a reati la cui pena arriva fino a 10 anni, purché non di competenza del giudice di pace. Al tribunale

in composizione collegiale (formato da tre giudici togati) sono assegnati i processi aventi ad oggetto

reati puniti con pena massima superiore ai 10 anni nonché quelli previsti da specifiche disposizioni

di legge. Il processo davanti al giudice in composizione monocratica si può svolgere secondo dei

modelli procedurali:

 Il primo, riguardante i reati di minore gravità, è caratterizzato dall'assenza dell'udienza

preliminare. L'udienza preliminare rappresenta, tra le altre cose, una garanzia per l'imputato

che, in questi procedimenti, viene esclusa in ragione della minore gravità del reato

commesso e della facilità di accertamento in dibattimento.

 Il secondo modello processuale relativo al giudice monocratico, previsto per reati più gravi,

prevede lo svolgimento dell'udienza preliminare, al pari di quanto accade per i reati di

competenza del tribunale in composizione collegiale.

L'articolo 25 Cost. stabilisce che "nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per

legge", ove per giudice naturale si deve intendere il giudice più idoneo a trattare la causa. Tutto ciò

si collega con il più ampio generale concetto di competenza è determinato da norme di legge

piuttosto rigide. Il codice individua tre criteri di individuazione della competenza:

 la competenza per materia

, riguardo alle qualità del reato commesso; la determinazione

della qualità del reato si effettua prendendo in considerazione il titolo del reato o la pena

prevista per il reato medesimo. In questo modo, al vertice avremo la corte di assise, la cui

competenza comprende i reati per i quali è comminata la pena dell'ergastolo o della

reclusione non inferiore ai 24 anni e per determinati delitti di forte impatto sociale. Al

vertice opposto vi è il giudice di pace che si occupa dei reati di microconflittualità.

L'obiettivo della sua introduzione è quello di snellire i tribunali ordinari e favorire la

conciliazione tra le parti in causa. Fra la corte di assise e il giudice di pace vi è il tribunale,

il quale possiede una competenza residuale, nel senso che è si occupa dei reati che non sono

di competenza né della corte di assise né del giudice di pace.

il difetto di attribuzione del tribunale può essere eccepito dalla parte o rilevato d'ufficio dal

giudice entro il termine della conclusione dell'udienza preliminare, se prevista, o dagli atti

preliminari al dibattimento. Le situazioni che si potrebbero venire a creare sono due:

la prima relativa ai procedimenti assegnati al tribunale in composizione

 monocratica riguarda lo svolgimento dell'udienza preliminare; il procedimento di

competenza del giudice unico penale può essere sprovvisto di udienza preliminare

se riguarda reati di tenue entità. Se il magistrato del pubblico ministero per un

reato di norma sprovvisto di udienza preliminare, invece di disporre la citazione

diretta a giudizio, chiede il rinvio a giudizio (atto che implica lo svolgimento

dell'udienza preliminare), il giudice dell'udienza preliminare, rilevando il vizio

d'ufficio o su eccezione di parte,trasmette gli atti al magistrato del pubblico

ministero perché vi proceda con citazione diretta a giudizio. Viceversa qualora il

procedimento che avrebbe dovuto prevedere l'udienza preliminare giunge al

dibattimento tramite la citazione diretta disposta dal magistrato del pubblico

ministero. Si verificherà così, una regressione del processo al momento

antecedente all'esercizio dell'azione penale perché l'udienza preliminare

rappresenta una garanzia per l'imputato, la cui violazione si traduce in una lesione

dei suoi interessi.

La seconda situazione è rappresentata dall'assegnazione del processo al

 tribunale in composizione collegiale per procedimenti che dovrebbero essere

trattati dal tribunale in composizione monocratica o viceversa. Il giudice del

tribunale rivela d'ufficio o accogliere l'eccezione di parte in relazione al vizio di

attribuzione, deve trasmettere gli atti al giudice del tribunale nella composizione

corretta senza che ciò implichi la regressione del processo. In tutti i casi,

l’inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del

tribunale non determina l'invalidità degli atti del procedimento già posti in essere,

né l'inutilizzabilità degli elementi di prova già acquisiti (art.33-nonies c.p.p.).

 La competenza per territorio :Una volta stabilito il giudice competente per materia, si dovrà

procedere all'individuazione della sede giudiziaria in cui, nell'ambito del territorio

nazionale, tale processo dovrà essere trattato. La regola generale è che questa deve essere

svolta nel luogo in cui il reato è stato consumato ( art.8 c.p.p.). Se da un fatto di reato ne è

derivata la morte di una o più persone, la competenza sarà determinata con riguardo al

luogo in cui si è verificata la condotta (azione o omissione) e non dove si è verificata la

morte. Nel caso di reato permanente invece, competente sarà il giudice del luogo in cui ha

avuto inizio la consumazione del reato. Se si tratta di reato tentato, la competenza sarà del

giudice del luogo in cui è stato compiuto l'ultimo atto diretto a commettere il delitto. Può

accadere però che nessuno dei criteri stabiliti dall'articolo 8 possa essere applicato, perché

egli elementi del fatto di reato sono oscuri o di difficile accertamento. In tal caso, il

legislatore ha previsto dalle regole supplettive che consentono l'individuazione del giudice

territorialmente competente. Cosicché, per l'individuazione della competenza per territorio

si dovrà avere riguardo al luogo in cui è avvenuta solo una parte della condotta e se neanche

questo risulta individualizzabile, si prenderà in considerazione il luogo di residenza o

domicilio o dimora dell'imputato (articolo 9 c.p.p.).

 Quanto alla competenza per connessione, vi è da dire che, determinati reati non sono

commessi da una singola persona, essendo possibile che uno stesso reato sia commesso in

concorso da più persone, o che una stessa persona con una singola azione od omissione si

sia reso responsabile di più fatti di reato o che abbia compiuto più azioni o omissioni

nell'ambito del medesimo disegno criminoso. In tutti questi casi, se non vi fosse la

connessione, ci sarebbero tanti procedimenti penali per quanti sono gli imputati o le ipotesi

di reato contestate. Di qui la necessità che tutti i reati commessi da una persona con tutti gli

imputati concorrenti nel medesimo reato siano giudicati in un unico processo davanti ad un

solo organo giudicante. Quest'ultimo, in relazione alla competenza per materia, verrà

individuato nel giudice che offre maggiori garanzie rispetto agli altri giudici che senza la

connessione sarebbero competenti. Pertanto, se alcuni dei procedimenti connessi

appartengono alla competenza della corte d'assise e altri a quella del tribunale, è

competente per tutti la corte di assise.

Nel processo penale potrebbe rendersi opportuno che procedimenti iniziati separatamente,

vengano riuniti per essere trattati congiuntamente. Le ragioni di tale opportunità sono simili a

quelle in tema di competenza per connessione. Il giudice può disporre la riunione dei processi

purché ciò non comporti un ritardo nella definizione degli stessi. La riunione dei processi è

possibile nelle stesse ipotesi della competenza per connessione e nel caso di reati collegati

perché commessi gli uni in occasione degli altri, o per conseguire o assicurare al colpevole o ad

altri un profitto, ovvero se vi è collegamento probatorio. Potrebbe accadere però il caso

esattamente inverso, che un procedimento con una pluralità di accusati o con una pluralità di

capi d'imputazione, per via dei diversi tempi di trattazione delle singole posizioni in esso

contenute, comporti una dispersione di energie processuali. In tal caso il legislatore impone al

giudice la separazione dei processi. In questo caso, la necessità di economizzare le energie

processuali lascia il passo all'interesse all'accertamento del fatto. Anche le parti possono

chiedere al giudice la separazione dei processi il quale la disporrà se lo ritiene utile. La rigidità

del sistema di attribuzione della competenza nel processo penale richiede un sistema

sanzionatorio altrettanto rigoroso capace di ovviare ad eventuali errori che si potrebbero

verificare nell'attribuire il processo a un giudice diverso da quello precostituito per legge

secondo l'articolo 25 della costituzione. Se l'incompetenza per materia si concretizza

nell'assegnazione del processo a un giudice inferiore rispetto a quello che per legge dovrebbe

conoscere la causa, l'incompetenza è rilevabile dal giudice o può essere eccepita dalle parti del

processo. Se invece il procedimento è stato assegnato a un giudice superiore rispetto a quello

che per legge dovrebbe trattarlo, l'incompetenza è comunque rilevabile sia dal giudice che dalle

parti, ma contrariamente all'ipotesi precedente, è previsto un termine dopo il quale la questione

non potrà più essere sollevata. Questa diversità è dovuta dal fatto che se il processo viene

trattato da un giudice superiore rispetto a quello che dovrebbe conoscere la causa si realizzano

maggiori garanzie per l'imputato rispetto a quelle che di norma gli spetterebbero. Il giudice che

dovesse accorgersi, d'ufficio o su eccezione sollevata dalla parte, che la competenza spetta ad

altro giudice dichiara con sentenza la propria incompetenza indicando, nel medesimo

provvedimento, il giudice ritenuto competente a conoscere la causa. Con lo stesso

provvedimento ordina la trasmissione degli atti. In qualsiasi stato e grado del processo potrebbe

verificarsi che uno o più giudici ordinari e uno o più giudici speciali (conflitto di giurisdizione)

ovvero due o più giudici ordinari (conflitto di competenza), contemporaneamente, assumono di

essere competenti in relazione al medesimo fatto reato, contestato agli stessi soggetti.

Avremmo, in questo caso, il c.d. Conflitto di giurisdizione o di competenza positivo, dato che

più giudici vorrebbero pronunciarsi sullo stesso fatto. Viceversa, qualora neghino di essere

competenti in relazione al medesimo reato contestate nei confronti della medesima persona, si

avrà il c.d. Conflitto negativo di competenza o di giurisdizione. Nessuno dei due conflitti può

essere ammesso dall'ordinamento, in quanto il conflitto positivo implicherebbe una violazione

del principio del ne bis in idem, secondo il quale un soggetto non può essere sottoposto al

giudizio per lo stesso fatto e invece, il conflitto negativo, rappresenterebbe una contraddizione

del sistema, oltre che una violazione dell'obbligatorietà dell'azione penale. La regola generale è

che ogni organo giudicante è il giudice della propria competenza, sicché le situazioni di

conflitto cessano nel momento in cui uno dei giudici dichiara la propria competenza (in caso di

conflitto negativo) con la propria incompetenza (conflitto positivo). Ma se ciò non avviene il

conflitto perdura e si renderà necessario, da parte del giudice, rimettere la questione, tramite

ordinanza, alla corte suprema di cassazione. Potrebbe accadere che il giudice non sia a

conoscenza che un altro giudice abbia assunto la cognizione dello stesso procedimento a carico

delle medesime persone in questo caso le parti possono segnalare la situazione di conflitto,

depositando una dichiarazione scritta immotivata con la documentazione necessaria nella

cancelleria di uno dei giudici di conflitto. Questi provvede avvisando gli altri giudici in

conflitto e trasmettendo gli atti alla corte di cassazione. I conflitti sono decisi in camera di

consiglio senza la presenza del pubblico ma con la possibilità per le parti di essere sentite se

compaiono. Il provvedimento conclusivo ha la forma della sentenza che viene immediatamente

notificata ai giudici, al magistrato del pubblico ministero e alle parti processuali. La terzietà e

l'imparzialità devono accompagnare la figura del giudice in tutti i momenti del processo penale.

Il giudice deve sempre essere in una posizione equidistante rispetto alle parti processuali e, se

si verifica una situazione idonea a pregiudicare tale equilibrio, non può giudicare, pena la

violazione di uno dei principi cardine del giusto processo. L'imparzialità del giudice potrebbe

essere minata sia da situazioni soggettive facenti capo alla persona del giudice, sia da

condizioni oggettive, legate all'ambiente in cui il processo si svolge le quali, riverberandosi su

di esso, ne potrebbero ledere il corretto e sereno funzionamento. Il legislatore, ha predisposto

delle ipotesi tassative che, qualora dovessero nella pratica verificarsi, impongono al giudice di

astenersi. Queste ipotesi sono:

 quando il giudice ha interesse nel procedimento o se alcuna delle parti private o un difensore

è debitore o creditore di lui, del coniuge o dei figli

 se è tutore, curatore, procuratore o datore di lavoro di una delle parti private ovvero se il

difensore, procuratore o curatore di una di dette parti è prossimo congiunto di lui o del

coniuge

 se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori

dell'esercizio delle funzioni giudiziarie

 se vi è l'inimicizia grave fra lui e un suo prossimo congiunto e una delle parti private

 se alcuno dei prossimi congiunti di lui o del coniuge è offeso o danneggiato dal reato o parte

privata

 se un prossimo congiunto di lui o del coniuge svolge o ha svolto funzioni di pubblico

ministero

 se si trova in talune delle situazioni di incompatibilità stabilite dagli articoli 34 e 35 e dalle

leggi di ordinamento giudiziario

 se esistono altre gravi ragioni di convenienza.

Qualora il giudice, nonostante abbia l'obbligo giuridico di astenersi nell'ipotesi contemplate

dall'articolo 36 non lo fa ovvero, pur non essendovi una causa di estinzione, manifesta

indebitamente il proprio convincimento sui fatti oggetto dell'imputazione nell'esercizio delle

funzioni e prima che sia pronunciata sentenza, può essere ricusato dalle parti. Tra i motivi per i

quali la parte può ricusare il giudice non vi è quello per gravi motivi di convenienza il quale è una

sorta di clausola aperta che permette al giudice di sottrarsi alle funzioni per motivi diversi rispetto a

quelli contemplati nelle altre ipotesi, ma che il giudice ritiene seriamente compromettenti per la sua

terzietà e imparzialità. La ricusazione può essere chiesta dalle parti entro determinati termini

previsti a pena di decadenza. Tuttavia, se la causa di ricusazione è sorta o è divenuta nota dopo tali

termini, la richiesta di ricusazione può essere proposta entro tre giorni dalla conoscenza della causa

che ha dato origine alla richiesta. La necessità di prevedere dei termini entro i quali proporre la

richiesta di ricusazione deriva dalla necessità di evitare che le parti utilizzino tale strumento in

maniera impropria per invalidare le attività processuali. Competente a decidere sulla richiesta di

ricusazione è la corte d'appello, se riguarda un giudice del tribunale o della corte di assise o della

corte di assise di appello; sulla richiesta di un giudice della corte di appello invece decide una

sezione della corte stessa, diversa da quella cui appartiene il giudice ricusato. Se invece si tratta di

un giudice della corte di cassazione, decide una sezione della stessa corte diversa da quella cui

appartiene il giudice nei cui confronti è stata presentata la richiesta. Dal momento in cui il giudice

riceve comunicazione del provvedimento di ricusazione, non può più compiere nessun atto del

procedimento, mentre sarà lo stesso provvedimento che accoglie la ricusazione a stabilire quale

degli atti posti in essere dal giudice prima della sua astensione o ricusazione conservano efficacia. Il

giudice astenuto o ricusato sarà sostituito da altro giudice dello stesso ufficio giudiziario.

Cap. 4: Le parti processuali

Il magistrato del pubblico ministero è il soggetto processuale a cui viene affidato l'esercizio

dell'azione penale. Si tratta di un magistrato, nettamente distinto dal giudice che, in ragione delle

funzioni che gli sono attribuite, diviene parte del processo, rappresentando la pubblica accusa. Nel

corso delle indagini preliminari e nel giudizio di primo grado le funzioni di magistrato del pubblico

ministero sono esercitate da magistrati della procura della Repubblica al cui vertice vi è un

procuratore della Repubblica coadiuvato, nell'esercizio delle sue funzioni, dal procuratore aggiunto

e dai sostituti procuratori della Repubblica, nel giudizio di secondo grado, l'azione penale è

esercitata dai magistrati del pubblico ministero della procura generale della Repubblica presso la

corte d'appello con a capo un procuratore generale che esercita il suo ufficio con l'ausilio di un

avvocato generale dello stato e dei sostituti procuratori generali della Repubblica. Presso la corte di

cassazione è istituita la procura generale, diretta dal procuratore generale e composta da un

avvocato generale dello Stato e dai sostituti procuratori generali. Le caratteristiche di parte

processuale del magistrato del pubblico ministero lo differenziano sensibilmente dal giudice. Questa

considerazione implica quindi la non estensibilità dei principi di terzi tra ed imparzialità propri della

figura del giudice. Sebbene non sia terzo nel processo, il magistrato del pubblico ministero è

chiamato a valutare gli elementi probatori raccolti nelle indagini preliminari in modo obiettivo,

affinché si possa effettuare la valutazione dell'idoneità degli elementi raccolti a sostenere l'accusa.

L'individuazione della competenza per territorio del pubblico ministero segue i medesimi criteri di

ripartizione della competenza stabiliti per gli organi giurisdizionali. Anche tra i magistrati del

pubblico ministero si possono verificare dei conflitti di competenza. Potrebbe accadere infatti che

un magistrato del pubblico ministero, ritenendo che la competenza appartenga ad un altro

magistrato del pubblico ministero, facente capo a un diverso ufficio, trasmette agli atti a questo

l'ultimo. Qualora quest'ultimo ritenga che la competenza sia invece di colui che ha trasmesso gli

atti, si verifica un conflitto di attribuzione il quale è affidato al procuratore generale presso la corte

di appello.

Nel corso delle indagini preliminari, il magistrato del pubblico ministero si avvale della polizia

giudiziaria per lo svolgimento delle attività indicate nell'articolo 55 ovvero impedire che i reati

vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, raccogliere quanto possa servire per

l'applicazione della legge penale... Le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte dagli ufficiali e

dagli agenti appartenenti alle forze dell'ordine (polizia, carabinieri e guardia di finanza) e dai

soggetti indicati nell'articolo 57. La natura giuridica della funzioni di polizia giudiziaria è alla base

del rapporto tra magistrato del pubblico ministero, ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria stessa.

L'articolo 56 infatti afferma che le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte alla dipendenza e sotto

la direzione dell'autorità giudiziaria. Si tratta di dipendenza funzionale in quanto questa si esplica

nel momento in cui gli ufficiali e gli agenti assumono la qualità di soggetti di polizia giudiziaria.

Sotto l'aspetto gerarchico invece gli agenti ufficiali di polizia giudiziaria sono parte integrante delle

forze dell'ordine.

L'imputato rappresenta uno dei protagonisti necessari del processo penale la cui posizione è tutelata

dalla costituzione che all'articolo 27 della costituzione comma 2 prevede la non considerazione di

colpevolezza per l'imputato fino a sentenza definitiva. Tale principio determina la nascita in capo

all'accusato del diritto di essere trattato senza pregiudizi legati alla sua posizione di imputato, sino

all'atto conclusivo del procedimento. L’art. 60 cpp. Prevede che la veste d’imputato sia ricoperta

solo da colui nei cui riguardi il PM ha esercitato l’azione penale, infatti prima che l’azione venga

esercitata la persona non ha la qualità di imputato. Lo status di imputato si conserva in ogni stato e

grado del procedimento fino a che il procedimento non sia passato in giudicato. L'inviolabilità del

diritto di difesa, costituzionalmente garantita dall'articolo 24 cost., si fonda sulla necessità che

l'imputato disponga di un’ efficiente difesa in ogni stato e grado del processo.

Con il termine difesa dobbiamo intendere quel complesso di attività volta a sostenere le ragioni di

una parte e a controbattere quelle ad essa contrarie. La difesa tecnica si distingue dalla difesa

personale direttamente esercitata dall'imputato che si realizza per il tramite di una serie di facoltà

che possono essere esercitate direttamente dall'imputato (facoltà di non rispondere, facoltà di

chiedere di essere esaminato nel corso dell'udienza preliminare del dibattimento...). La difesa

tecnica invece si traduce nel diritto dell'imputato ad essere assistito dal difensore, sia esso di fiducia

o di ufficio. Al difensore competono tutte le facoltà e tutti diritti che la legge riconosce all'imputato,

a meno che essi non siano riservati personalmente a quest'ultimo. Le caratteristiche della difesa

tecnica assumono i tratti dell'attività di assistenza o di rappresentanza a seconda dei casi. L'attività

di assistenza consistente nell'attività consultiva fuori dal processo oppure, durante il processo, con

la cooperazione dell'imputato nel compimento di atti processuali alla cui esecuzione sono presenti

entrambi. L'attività di rappresentanza invece, è costituita da quella che il difensore compie per conto

del proprio assistito assente o nell'esercizio di operazioni di cui all'esclusiva competenza (si pensi

alla facoltà di effettuare domande al teste). L'autodifesa è inammissibile nel nostro sistema

processuale. Qualora l'imputato sia sprovvisto del proprio difensore di fiducia, il codice impone la

nomina di un difensore d'ufficio.

La persona offesa dal reato è quel soggetto titolare del bene giuridico tutelato dalla norma

incriminatrice violata e che, nel caso di specie, si assume essere stato leso. Non è necessario che la

persona offesa dal reato sia una persona fisica, potrebbe accadere infatti che titolare del bene

giuridico sia una persona giuridica. Numerose sono le facoltà riconosciute alla persona offesa dal

reato in ordine alla possibilità di dare impulso al processo penale. Questa infatti oltre a poter

presentare memorie e indicare elementi di prova può nominare un difensore, presentare querela,

proporre l'istanza... alla persona offesa spettano alcuni fondamentali diritti di informazione e

partecipazione al procedimento penale, come il diritto a ricevere l'informazione di garanzia, il

diritto a essere informata della richiesta di archiviazione avanzata dal magistrato del pubblico

ministero... l'articolo 185 del codice penale stabilisce che ogni reato che abbia cagionato un danno

patrimoniale o non patrimoniale obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che debbono

rispondere per il fatto di lui. Le ragioni per le quali il legislatore ha permesso l'inserimento nel

processo penale di un soggetto portatore di un interesse civilistico, vanno riscontrate, oltre che nel

risparmio di energie processuali anche nella necessità di evitare il contrasto di giudicati tra giudizio

civile e giudizio penale. Il danno per essere risarcibile deve essere ingiusto cioè deve derivarvi dalla

lesione di un interesse tutelato da una norma giuridica. L'azione civile può essere esercitata solo da

colui che è capace, ossia da chi ha il libero esercizio dei diritti coinvolti nel processo penale.

Di conseguenza le altre persone non potranno costituirsi parte civile se non sono rappresentate,

autorizzate o assistite per l'esercizio delle azioni civili. La dichiarazione di costituzione di parte

civile può essere presentata direttamente in udienza o depositata nella cancelleria del giudice che

procede. Tale dichiarazione deve contenere una serie di formalità indicate nell'articolo 78 il cui

scopo è quello di individuare la persona che intende costituirsi, l'imputato nei cui confronti si

intende agire civilmente e la causa della propria richiesta risarcitoria. La parte civile partecipa al

processo penale per il tramite di un difensore.

Altri soggetti eventuali nel processo penale, insieme alla parte civile, sono il responsabile civile e la

persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria o per l'ammenda. Per quanto concerne il

responsabile civile, vi sono casi in cui colui che ha posto in essere la condotta illecita che ha causato

la lesione del diritto soggettivo giuridicamente tutelato non è la stessa che, in caso di accertamento

delle responsabilità, dovrà accollarsi le conseguenze civili di tale condotta. Si pensi al caso del

proprietario del veicolo, responsabile in solido con il conducente del danno prodotto persone o

accuse dalla circolazione del veicolo. La presenza di un soggetto, pronto ad assumersi le

conseguenze civili del fatto di reato una volta accertato, implica la presenza necessaria di un

soggetto portatore di una richiesta di carattere civile al risarcimento del danno, tant'è che se la

costituzione di parte civile è revocata o ne è ordinata l'esclusione da parte del giudice, la citazione

del responsabile civile perde efficacia.

Cap. 5 : gli atti del processo

L'atto processuale è contraddistinto da due essenziali caratteristiche, una, di carattere soggettivo,

indica la provenienza da un soggetto processuale legittimato a porre in essere tale atto, l'altra, di

carattere oggettivo, mette in evidenza come l'atto, in quanto tale, è inserito nella dinamica

processuale e che, pertanto, è finalizzato all'emissione di un provvedimento giurisdizionale. La

disciplina prescrive un modello legale (art. 125 c.pp.) in cui si stabilisce che gli atti del giudice

devono avere forma di sentenza, ordinanza o decreto.

SENTENZA La sentenza è pronunciata in nome del popolo ed è la forma di

 procedimento con cui il giudice si spoglia del processo. Dopo la sentenza il giudice non

può più conoscere della causa. La sentenza è sempre motivata vale a dire deve contenere

una esposizione delle argomentazioni che hanno condotto il giudice ad adottare la

decisione. L'obbligo di motivazione è anche sancito dalla stessa costituzione all'articolo

111, comma 6, dove è stato sancito che tutti provvedimenti giurisdizionali sono motivati.

ORDINANZA è la forma del provvedimento con cui il giudice risolvere singole

 questioni che possono sorgere nell'ambito del procedimento penale. Con essa il giudice non

definisce il procedimento, essendo essa la forma del provvedimento con il quale il giudice

risolvere singole questioni, permettendo al procedimento di giungere alla decisione finale.

Anche l'ordinanza deve essere motivata a pena di nullità e il più delle volte può essere

revocata da parte dello stesso giudice che l'ha emessa.

DECRETO infine è la forma dei provvedimenti che hanno carattere meramente

 processuale e che in quanto tali consentono al giudice di impartire degli ordini, al fine di

dare impulso al procedimento penale. I decreti sono motivati, a pena di nullità, nei casi in

cui la motivazione è espressamente prescritta dalla legge. Se la legge non prescrive alcuna

delle forme descritte per l'adozione di un determinato provvedimento, il giudice è libero di

adottare l'atto senza l'osservanza di particolari formalità, anche oralmente, se non è stabilito

altrimenti.

Per quanto riguarda gli atti eseguibili dalle parti è necessario effettuare una distinzione tra atti di

carattere processuale e atti di natura probatoria. Nel primo gruppo rientrano tutti quegli atti di

carattere ordinario il cui fine è quello di dare impulso al procedimento penale. Questi, se hanno

come destinatario il giudice, assumono la forma di istanze o richieste che, una volta eseguite,

implicano l'obbligo da parte del giudice di pronunciarsi. Si pensi alla richiesta di rinvio a giudizio

formulata al termine delle indagini preliminari del magistrato del pubblico ministero. Gli atti di

natura probatoria invece attengono alla ricerca ed acquisizione degli elementi di prova e possono

essere effettuati solo dalle parti e non dal giudice che essendo terzo ed imparziale, non deve

usufruire di alcun potere di iniziativa in ordine alla prova.

Il processo penale deve essere celebrato entro determinati periodi di tempo. L'articolo 172 c.p.p.

fissa le regole principali in tema di termini processuali prevedendo che essi siano stabiliti in ore, i

giorni, in mesi o in anni. Tali termini vengono classificati in:

Perentori

 Ordinatori

 Dilatori

I termini perentori sono quelli che impongono un limite temporale al compimento di una

determinata attività. Passato tale termine si verificherà la decadenza del diritto o dalla facoltà in

capo al suo titolare (ad esempio la costituzione di parte civile). I termini si considerano perentori

soltanto nei casi previsti per legge sancendo quindi il principio di tassatività dei termini perentori. I

termini ordinatori prescrivono che il compimento di un atto avvenga entro un determinato termine,

la cui decorrenza al contrario di quanto avviene per i termini perentori, non determina la decadenza

dal diritto di esercitare l'attività processuale sottoposta a termine. I termini dilatori invece

impongono che un atto non possa essere compiuto prima del decorso di un determinato arco di

tempo. In considerazione delle gravi conseguenze della decadenza, il legislatore ha previsto un

rimedio eccezionale per consentire l’esercizio dei diritti altrimenti perduti, si tratta della

RESTITUZIONE IN TERMINI EX ART. 175. Se la parte prova di non aver potuto rispettare il

termine perentorio per caso fortuito o forza maggiore, può chiedere al giudice che il termine gli

venga restituito consentendo alla parte l’esercizio del diritto. I presupposti quindi sono l’esistenza di

caso fortuito (impossibilità di osservare il termine per fatto non previsto né prevedibile) o forza

maggiore (insorgenza di accadimento naturale o umano che provoca l’impossibilità di adempiere).

Il meccanismo della restituzione in termini è stata utilizzata dal legislatore anche per le situazioni in

cui il processo è giunto a sentenza definitiva senza che l’imputato sia intervenuto (PROCESSO IN

CONTUMACIA). Il nostro sistema processuale consente che il processo si svolga anche in assenza

dell’imputato con la garanzia però della presenza del difensore nel processo. Può infatti accadere

che l’imputato, non per precisa volontà ma perché ignorava l’esistenza del procedimento, non sia

intervenuto al processo (es. è all’estero). Le disposizioni in materia sono cambiate a seguito del

D.l.60/2005. Il testo originale dell’art.175 prevedeva due ipotesi di restituzione nel termine:

l’imputato prova di non aver avuto,senza sua colpa, conoscenza effettiva della sentenza e

1. l’impugnazione non fosse stata proposta dal difensore.

l’imputato dimostra di non aver conoscenza della decisione notificata per estratto al

2. difensore ,risultando egli irreperibile o impossibile provvedere alla notificazione nel

domicilio dichiarato o eletto.

Questo rimedio però si è dimostrato di scarsa efficacia perché si ponevano problemi per dimostrare

la non volontarietà della mancata conoscenza degli atti processuali. D’altronde il breve termine per

presentare la richiesta di restituzione in termine ( 10 giorni ) rendeva questo meccanismo di difficile

applicazione. Da qui si pose l’esigenza delle modifiche alla disciplina:

 Eliminazione della distinzione tra le due ipotesi di restituzione nel termine introducendo

un’unica ipotesi e cioè quando l’imputato non abbia avuto conoscenza del procedimento o

del provvedimento e abbia rinunciato volontariamente a comparire o proporre

impugnazione. Pertanto, se il giudice riesce a provare che il soggetto richiedente abbia avuto

effettivamente conoscenza del procedimento penale a proprio carico e della volontaria

rinuncia a comparire, a nulla servirà ai fini della restituzione nel termine, l'accertamento

della mancata conoscenza del provvedimento perché per legge è sufficiente la conoscenza

del procedimento penale per impedire la restituzione nel termine. Il legislatore ha quindi

posto un obbligo per l'imputato di preoccuparsi una volta venuto a conoscenza del

procedimento a suo carico delle sorti del medesimo.

 Il precedente termine di 10 giorni inoltre viene sostituito da un termine di 30 giorni, a pena

di decadenza, da quando l'imputato ha avuto effettiva conoscenza del provvedimento.

 Accertamento dei presupposti: La nuova disciplina prescrive che l’autorità giudiziaria possa

procedere ad ogni verifica necessaria.

Questo ha portato la dottrina ad affermare che con la nuova disciplina, sia stata introdotta una

notevole limitazione al diritto alla prova delle parti nonché, dall'altro lato, un'esaltazione del potere

probatorio di ufficio del giudice.

Le notificazioni sono lo strumento con cui l’atto compiuto nel corso del procedimento penale viene

portato a conoscenza dei soggetti coinvolti nel procedimento penale , i quali possono esercitare

quindi le facoltà e i diritti ad esso collegati. Il legislatore prevede un modello legale di notificazione

che però può variare sia in ragione del soggetto che effettua la notifica, sia del destinatario. Secondo

questo modello legale le notificazioni degli atti devono essere eseguite dall'ufficiale giudiziario o da

chi esercita le funzioni, salvo che la legge disponga altrimenti. Come detto, vi possono però essere

delle variazioni a seconda del soggetto che effettua la notificazione o in base al destinatario:

 se il mittente è rappresentato dal magistrato del pubblico ministero, le notificazioni

sono eseguite dalla polizia giudiziaria. Possono aversi anche forme equivalenti

come la consegna di copia dell'atto all'interessato, da parte della segreteria del

magistrato del pubblico ministero o la lettura dei provvedimenti alle persone

presenti e gli avvisi che sono dati dal magistrato del pubblico ministero verbalmente

alla presenza degli interessati; questi dunque hanno il medesimo valore delle

notificazioni. Se l'atto deve essere notificato a cura delle parti private e la legge non

dispone altrimenti, è consentito l'uso dello strumento postale mediante

raccomandata con avviso di ricevimento.

 per quanto riguarda il destinatario delle notificazioni invece , le comunicazioni al

magistrato del pubblico ministero, sono eseguite, anche direttamente dalle parti o

dei difensori, mediante consegna di copia dell'atto nella segreteria del magistrato del

pubblico ministero. La notificazione che ha per destinatari l'imputato, a sua volta,

può variare in ragione dello status di questi, se è libero o sottoposto a regime

restrittivo della libertà personale. Se l'imputato infatti è sottoposto a regime

restrittivo della libertà personale, le notificazioni sono eseguite nel luogo di

detenzione, mediante consegna di copia dell'atto da notificare se viceversa,

l'imputato non è detenuto, occorre che la notifica sia effettuata al domicilio

dichiarato dallo stesso nel primo atto processuale compiuto con il suo intervento.

Le notificazioni sono nulle se:

L’atto è notificato in modo incompleto

 Se vi è incertezza assoluta sull’autorità, sul mittente o il destinatario

 Se nella copia notificata manca la sottoscrizione di chi ha eseguito la notificazione

 Se sono violate le disposizioni circa la persona a cui deve essere consegnata la copia

 Se non è stato effettuato l’avvertimento

 Se è stata omessa l’affissione

 Se non sono state osservate le modalità dell’art.150 e l’atto non è giunto a conoscenza del

 destinatario.

Il nostro sistema prevede un rigido sistema sanzionatorio in caso di difformità dell’atto processuale

rispetto al modello sancito dal legislatore. A seconda della difformità possono prevedersi tre

categorie di invalidità:

INESISTENZA GIURIDICA è il massimo della difformità dell’atto rispetto al modello

1. sancito dal legislatore ( è l’equivalente della nullità nel diritto civile ) che si concretizza

nella c.d. inesistenza giuridica.

NULLITA’ (assimilabile all’annullabilità di diritto civile)

2. IMPERFEZIONE che non ha conseguenze in termini di validità dell’atto processuale.

3.

Fino a quando non viene accertata e dichiarata la nullità gli atti producono gli effetti. L’art. 177

enuncia il PRINCIPIO DI TASSATIVITA’ cioè affinché un atto possa essere sanzionato è

necessaria una previsione di legge; le conseguenze sono quindi il divieto di interpretazione

analogica impedendo così l’applicazione a casi simili e l’irrilevanza dell’esistenza di un pregiudizio

derivante dall’atto viziato, non occorre dunque che si verifichi il vizio nella forma dell’atto perché il

legislatore ne sancisca la perdita dell’efficacia. L'atto processuale che si discosta dal modello legale

diviene inidoneo a produrre gli effetti per il quale è stato predisposto. La sanzione che colpisce l'atto

processuale viziato può variare a seconda della natura giuridica del vizio stesso o della natura

giuridica dell'atto in oggetto. Se l’atto si discosta dal modello legale, la sanzione varia a seconda

della natura giuridica del vizio:

INESISTENZA è la sanzione per le difformità più grossolane, tali vizi comportano

 l’inesistenza sotto il profilo giuridico dell’atto medesimo, come se l’atto non fosse mai stato

posto in essere. 

INAMMISSIBILITA’ è la sanzione che colpisce una richiesta avanzata dalle parti e

 impedisce al giudice di esaminare la richiesta stessa. Si tratta di violazione di norme che

possono riguardare il fattore temporale (es. decorrenza del termine a disposizione per

compiere un determinato atto), il contenuto dell’atto stesso nei suoi aspetti formali o la

legittimazione di un soggetto a porre validamente in essere un determinato atto processuale.

La caratteristica dell’inammissibilità ,sotto l’aspetto temporale è quella di essere rilevabile

in ogni stato e grado del procedimento penale e sotto l’aspetto della legittimazione

soggettiva, la possibilità di essere rilevato sia dal giudice che dalle parti.

DECADENZA implica la perdita del potere di porre in essere un atto a causa del mancato

 espletamento dello stesso nel termine perentorio (entro un determinato lasso di tempo ).

L’atto compiuto nonostante il divieto è invalido.

NULLITA’ colpisce gli atti che sono stati compiuti senza l’osservanza di disposizioni di

 legge. Le nullità si distinguono in:

NULLITA’ CHE RIGUARDA LA FONTE DI PREVISIONE che si distinguono in:

o  Vizi che attengono al mancato rispetto di norme funzionali alla salvaguardia

di determinati beni giuridici come le condizioni di capacità del giudice,

l’intervento, l’assistenza e la rappresentanza dell’imputato…

 Nullità speciali = specifici vizi presi in considerazione dalla norma

processuale.

NULLITA’ CHE RIGUARDA IL REGIME GIURIDICO con cui opera tale sanzione,

o che sono a loro volta distinte in assolute, relative ed intermedie.

 LE NULLITA’ ASSOLUTE Sono quelle disciplinate più rigidamente in

ragione dell’importanze del bene giuridico tutelato dalle norme che si

assumono violate e che danno origine all’invalidità (si applicano ai vizi sulle

condizioni di capacità del giudice, iniziativa del magistrato del PM…). Il

vizio può essere rilevato di ufficio dal giudice, ma è eccepibile anche dalle

parti, in ogni stato e grado del processo (art.179)

 LE NULLITA’ RELATIVE riguardano tutte quelle previste in modo

specifico dalla legge e che comunque non rientrano tra quelle generali o

assolute. Sono rilevabili solo dalle parti ed è previsto un termine perentorio

entro il quale eccepire la nullità.

 LE NULLITA’ INTERMEDIE Sono quelle attinenti alla partecipazione del

magistrato del PM al procedimento,assistenza e rappresentanza dell’imputato

… hanno un regime giuridico più attenuato rispetto alle assolute, ma più

rigido delle relative. Sono rilevabili dalle parti, ma anche dal giudice ed è

previsto un termine perentorio entro il quale eccepirle ( art.180). Ovviamente

per poterla eccepire è necessario che la parte non abbia contribuito al

verificarsi del vizio all’origine della nullità (art.182). Quando la parte vi

assiste la nullità dell’atto deve essere eccepita prima del suo compimento al

fine di evitare manovre dilatorie dei termini.

SANATORIA DELLA NULLITA’ art. 183 cpp Quando la parte rinuncia ad eccepire la nullità,

ovvero quando accetta gli effetti dell’atto interviene la sanatoria che permette all’atto di produrre

ugualmente gli effetti.( le nullità assolute non sono sanabili ).

EFFETTI DELLA NULLITA’ DELL’ATTO ART.185 CPP La dichiarazione di nullità di un atto

comporta l’invalidità di tutti gli atti consecutivi che dipendono da quello dichiarato nullo anche se

l’atto successivo è stato posto nel rispetto della disciplina. I presupposti perché vi sia tale

travolgimento sono:

La consecutività cronologica tra gli atti

 L’interdipendenza logica intesa come necessaria relazione tra i due atti.

La dichiarazione di nullità comporta, qualora sia possibile, la rinnovazione dell’atto dichiarato nullo

(art.185) con la REGRESSIONE del procedimento allo stato e grado in cui è stato compiuto l’atto

nullo. La regressione però non può riguardare la nullità di un atto probatorio.

INUTILIZZABILITA’ art. 191 cpp L’art.191 stabilisce che “le prove acquisite in

 violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate”. Questa categoria di

invalidità colpisce il valore probatorio della prova cioè la sua idoneità di essere posta a

fondamento del giudizio finale. Essa, pertanto, pone un limite al libero convincimento del

giudice,impedendo a questi di avvalersi dell’elemento di prova che è dichiarato

inutilizzabile. Anche per l’inutilizzabilità vige il principio della tassatività che la ricollega ad

una violazione di espresso divieto probatorio. E’ rilevabile dalle parti e dal giudice in ogni

stato e grado del procedimento.

La dottrina distingue due forme di inutilizzabilità:

PATOLOGICA: è causata dalla violazione di divieti probatori

1. FISIOLOGICA: attiene alle prove che, sebbene siano state acquisite

2. legittimamente,non sono state assunte nel dibattimento e per questo non possono

essere usate per la decisione finale in quanto occorre che la prova subisca il vaglio

del contraddittorio.

Cap. 6 : Le prove

Il processo penale necessita di strumenti idonei che permettano una esauriente ricostruzione storica

del fatto oggetto dell'imputazione. Questi strumenti sono le prove che hanno il compito di

permettere al giudice la ricostruzione dei fatti. Oltre al fatto storico possono essere oggetto di prova

tutte quelle circostanze che concernono la punibilità dell'imputato come, ad esempio, l'assenza di

cause di giustificazione e la capacità di intendere e volere. La prova è il procedimento logico

mediante il quale, da un fatto si giunge a determinarsi circa l'esistenza di un fatto ignoto,

rappresentato dal fatto da provare. È proprio il procedimento logico che congiunge il fatto noto con

il fatto ignoto che determina la distinzione tra prova rappresentativa e indizio. La prova

rappresentativa è quello strumento che consente di valutare l'esistenza di un fatto mediante un

procedimento logico diretto che partendo dall'elemento di prova, consente di rappresentare il fatto

oggetto di prova. Diversamente, l'indizio comporta un procedimento logico mediante il quale,

partendo da un fatto noto attraverso il ricorso a delle massime di esperienza o delle leggi

scientifiche, consente di pervenire ad un giudizio circa l'esistenza del fatto oggetto della prova. Le

massime di esperienza si basano sull'osservazione di una grande quantità di casi simili a quello

oggetto di prova. E’ chiaro che tale ragionamento risolve il fatto storico non con una certezza

assoluta ma con una probabilità. In virtù di tali considerazioni, l'indizio è una prova dotata di

minore valore probatorio, essa sarà idonea ad accertare l'esistenza di un fatto storico soltanto

quando vi sono altri elementi capaci di escludere ogni diversa ricostruzione dell'accaduto. L'articolo

192 co.2 c.p.p. infatti afferma che l'esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno

che questi siano:

 gravi (indizi che si collegano al fatto di reato)

 precisi (in quanto vi è una stretta aderenza all'illecito penale)

 concordanti (si orientano tutti verso la medesima conclusione).

Con l'introduzione del sistema processuale accusatorio, che ha sostituito quello inquisitorio, si è

data importanza al diritto alla prova sancito dall'articolo 190. Tale articolo al primo comma afferma,

come regola, il riconoscimento alle parti del diritto di introdurre nel processo delle prove di cui il

giudice deve avvalersi ai fini della decisione; lo stesso articolo al secondo comma afferma

l'eccezione la quale è rappresentata dall'attribuzione all'organo giurisdizionale di un potere di

intervento suppletivo nell'attività di acquisizione probatoria . Il diritto di prova si articola su due

livelli: DIRITTO DI RICHIEDERE L’AMMISSIONE DI DETERMINATE PROVE

1. DIRITTO DI OTTENERE LA PROVA RICHIESTA

2.

Il giudice dopo una valutazione in diritto, dovrà escludere le prove espressamente vietate dalla

legge in base all'oggetto o al soggetto della prova; per altro verso lo stesso giudice dovrà escludere

le prove che risultano in concreto superflue o irrilevanti. La ricerca della verità è agevolata dal

contraddittorio, non perché esso garantisca la genuinità della prova, ma perché è il miglior mezzo

per verificarla, per scoprire se difetti. Nell’ambito del procedimento penale vi è un altro

procedimento definito probatorio che attiene alle dinamiche della prova. Questo procedimento

consta di 4 fasi:

RICERCA DELLE FONTI DI PROVA : spetta alle parti e sul magistrato del PM grava

1. l’onere di provare la responsabilità penale del soggetto indagato; ma anche all’accusato è

data facoltà di ricercare tutti gli elementi per convincere il giudice della sua innocenza.

AMMISSIONE DELLA PROVA : è effettuata su istanza delle parti, dal giudice con

2. ordinanza emessa senza ritardo,il quale deve valutare che la prova attenga a dimostrare i

fatti e non sia vietata per legge (legge solo in senso processuale)

ASSUNZIONE: è la fase in cui dalla fonte si perviene alla prova ed avviene con l’esame

3. incrociato. Le parti hanno il compito di rivolgere domande al dichiarante sia esso un

testimone o coimputato,un perito,secondo l’ordine stabilito dall’art. 498 cpp.

VALUTAZIONE DELL’ELEMENTO PROVA: è una fase gestita dal giudice il quale dovrà

4. valutare la credibilità delle fonti e successivamente la credibilità della narrazione del

dichiarante. Nel valutare gli elementi di prova il giudice dovrà avvalersi dello strumento del

LIBERO CONVINCIMENTO ex art.192 il quale stabilisce che il giudice deve dar conto dei

risultati acquisiti e dei criteri adottati nel valutare gli elementi di prova. La motivazione è il

luogo di sintesi del lavoro del giudice. Le parti possono sottoporre a controllo il

ragionamento probatorio del giudice, contenuto nella sentenza, impugnando la sentenza;

sarà il giudice dell’impugnazione a valutare la bontà del ragionamento probatorio del

giudice e se lo riterrà errato riformerà o annullerà la sentenza, altrimenti conformerà la

sentenza stessa.

Il mezzo di prova è lo strumento processuale che consente di ottenere l'elemento di prova da

utilizzare successivamente nella fase decisionale. Il legislatore disciplina sette mezzi di prova:

testimonianza, esame delle parti, confronti, ricognizioni, esperimenti giudiziali, perizia, la prova

documentale. I mezzi di prova "tipici" perché disciplinati dal legislatore, sono considerati gli

strumenti più idonei per l'accertamento dei fatti oggetto del procedimento penale. Il nostro

sistema processuale non prevede la tassatività dei mezzi di prova, pertanto accanto a quelli già

disciplinati dal legislatore, vi possono essere dei mezzi di prova "atipici" non disciplinati dalla

legge, ma comunque in grado di fornire il proprio apporto conoscitivo al processo penale. In

base all'articolo 189 c.p.p., la prova non disciplinata dalla legge può essere ammessa sé idonea

ad assicurare l'accertamento dei fatti e non pregiudica la libertà morale della persona. La prova

atipica è quella che mira ad ottenere un risultato probatorio diverso da quelli previsti dal

legislatore, inoltre la prova atipica che, sebbene miri ad ottenere un risultato identico a quello

che si avrebbe con un mezzo di prova disciplinato dal codice di rito, utilizza modalità di

assunzione differenti rispetto a queste. Un es. è dato dal riconoscimento dell'imputato presente

in aula effettuato dal testimone, quando, in realtà, l'individuazione personale di un soggetto

dovrebbe essere effettuata con i criteri della ricognizione personale che è un mezzo di prova

tipico.

La testimonianza è il mezzo di prova con il quale una persona, diversa dalle parti coinvolte

nella vicenda processuale, apporta il proprio contributo conoscitivo in relazione ai fatti che

costituiscono oggetto di prova. Emerge con chiarezza come il legislatore abbia voluto tenere ben

distinta la testimonianza rispetto all'esame delle parti con conseguente differenziazione della

disciplina delle deposizioni nell'ambito del procedimento penale. Infatti, l'articolo 197c.p.p.

dispone che non possono essere assunti come testimoni il responsabile civile e la persona

civilmente obbligata per la pena pecuniaria. Unica eccezione è costituita dalla parte civile che,

identificandosi nella maggior parte dei casi con la persona offesa dal reato, ha portato un

contributo conoscitivo rilevante per il processo di cui non si può fare a meno benchè sia anche

parte processuale. La differenza tra testimonianza ed esame delle parti coinvolge aspetti sia di

diritto processuale penale sia di diritto sostanziale. Il testimone ha l'obbligo di presentarsi al

giudice, di attenersi alle prescrizioni date dal medesimo per le esigenze processuali e di

rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte. Viceversa, le parti private possono

essere ascoltate nell'ambito del processo penale con uno strumento diverso dalla testimonianza,

vale a dire l'esame delle parti; queste non hanno l'obbligo di presentarsi per deporre, nè quello di

rispondere, né tanto meno l'obbligo di dire la verità qualora decidessero di rispondere. La

qualità di testimone può essere assunta dalla persona che è a conoscenza dei fatti oggetto di

prova; la testimonianza verte, cioè, sulla responsabilità dell'imputato e sui fatti utili a valutare la

credibilità della fonte di prova e l'attendibilità della deposizione. L'ufficio di testimone non può

essere assunto da chi versa in una situazione rientrante fra le cause di incompatibilità a

testimoniare. Tale soggetto diviene testimone soltanto quando, su richiesta di parte, è chiamato a

deporre davanti al giudice nell'ambito del processo penale. La deposizione avviene nelle forme

dell'esame incrociato: le domande sono rivolte direttamente dal magistrato del pubblico

ministero o dal difensore che ha chiesto l'esame del testimone. L'articolo 195 c.p.p. introduce il

concetto di "testimone indiretto" in contrapposizione alla testimonianza diretta. La distinzione

nasce dal presupposto che il testimone diretto può deporre sulla base di fatti percepiti

personalmente, in via diretta senza alcuna mediazione. Il testimone indiretto, invece, depone su

circostanze apprese per via di una rappresentazione che altri soggetti hanno effettuato. Il

rapporto tra fatto oggetto di prova e testimonianza indiretta è quindi mediato dalla presenza di

una terza persona che ha conoscenza diretta del fatto. Di qui, la necessità di prevedere una

disciplina specifica per la testimonianza indiretta che consente di valutare l'attendibilità sia del

testimone diretto e del testimone indiretto. Occorre, innanzitutto, che il testimone de relato

(testimone indiretto) sia in grado di indicare la persona o la fonte da cui ha appreso la notizia dei

fatti oggetto dell'esame. La mancata indicazione della fonte diretta costituisce causa di

inutilizzabilità della testimonianza indiretta. Se il testimone si riferisce, per la conoscenza dei

fatti, ad altre persone, il giudice dispone che queste siano chiamate a deporre. L'inosservanza di

queste disposizioni rende inutilizzabili le dichiarazioni del testimone indiretto, salvo che l'esame

della persona che ha conoscenza diretta del fatto che risulti impossibile per morte, infermità o

irreperibilità. Il codice di rito pone espressamente un divieto di testimonianza sulle dichiarazioni

rese dal testimone. Si tratta di un divieto di natura oggettiva, in quanto si riferisce a chiunque

riceve le dichiarazioni, sia esso un agente di polizia giudiziaria o un testimone. In sostanza, si

vuole evitare che per il tramite della testimonianza indiretta, venga violato il diritto al silenzio

che costituisce imprescindibile prerogativa dell'imputato nel nostro ordinamento. In via

generale, ogni persona ha la capacità di testimoniare. Tale regola permette anche agli infermi e

ai minori di assumere l'ufficio di testimone. È chiaro che l'attendibilità delle dichiarazioni, al

momento di essere valutata dal giudice, dovrà subire un vaglio ancora più penetrante in

considerazione delle caratteristiche soggettive di chi ha reso la deposizione. Tra l'altro il giudice,

qualora sia necessario verificarne l'idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, può anche

d’ufficio ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge. Il generale

obbligo di rendere testimonianza subisce delle eccezioni in ragione della posizione soggettiva

del deponente. Non possono essere assunti, infatti, come testimoni:

i coimputati del medesimo reato o le persone imputate in un procedimento

 connesso

il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria

 Coloro che hanno svolto il ruolo di Giudici o PM

 Difensore che abbia svolto attività investigativa

I prossimi congiunti dell'imputato non sono obbligati a deporre. Se il prossimo congiunto, ricevuto

l'avvertimento circa la possibilità di non rispondere, decidesse di non astenersi diverrebbe un

testimone vero e proprio con il conseguente obbligo di rispondere e dire la verità; tuttavia se i

congiunti sono gli autori della denuncia, querela o istanza, ovvero essi o un loro prossimo congiunto

sono offesi dal reato, non vale la facoltà di astenersi e devono deporre. Il giudice, in presenza di un

prossimo congiunto, avverte della facoltà di astenersi chiedendo se intende avvalersene.

L'omissione di tale avvertimento è punita con la sanzione della nullità relativa. Il codice di rito

prevede che alcune categorie professionali legislativamente riconosciute hanno la facoltà di non

rispondere a determinate domande quando la risposta comporta la violazione del segreto

professionale. Si devono ritenere coperte dal segreto tutte quelle notizie conosciute per ragione del


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AUTORE

flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Garofoli Vincenzo.

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