Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

7. Il lavoro non occasionale e il lavoro autonomo

Sono altresì assicurati presso un’apposita gestione INPS, nonché tenuti al versamento dei contributi,

coloro che svolgono attività lavorativa autonoma puramente occasionale (ed i lavoratori a domicilio)

qualora il reddito annuo che derivi dalla loro attività sia superiore ad € 5.000,00, ovvero quand’anche

tale quota di reddito sia inferiore, ma si tratti di attività che impegnino il soggetto complessivamente ol-

tre 30 giornate lavorative l’anno.

In passato si riteneva che chi svolgesse attività di lavoro autonomo in via occasionale dovesse essere

esonerato dall’assicurazione e dalla contribuzione; ciò sul presupposto che la natura occasionale del-

l’attività fosse indice dell’esistenza di un’altra attività svolta in via principale, e per la quale sussisteva

già un’autonoma copertura previdenziale.

Inoltre la garanzia di una prestazione previdenziale a favore di tali soggetti li avrebbe posti in una posi-

zione di sostanziale privilegio rispetto a chi invece lavorava e contribuiva in via stabile.

Oggi invece quest’ultimo ostacolo è stato rimosso grazie al passaggio dal sistema retributivo (che com-

portava un calcolo della prestazione pensionistica sulla base delle ultime retribuzioni percepite) al siste-

ma contributivo (che comporta un calcolo sulla base dei contributi versati) e alla possibilità di godere di

una pensione supplementare.

Le fattispecie escluse sono integrate dalle fattispecie definite di c.d. lavoro accessorio, allorquando il

guadagno sia inferiore ad € 5.000,00 all’anno o l’impegno sia inferiore alle trenta giornate lavorative.

Si tratta di un’attività riservata a determinate tipologie di prestazioni, individuate dalla legge (per es.

piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l’assistenza a bambini; insegnamento priva-

to), rese da soggetti a rischio d’esclusione sociale, ovvero non ancora entrati nel mercato del lavoro o in

procinto d’uscirne.

Anche questi lavoratori sono iscritti nella medesima gestione prevista per i lavoratori non occasionali.

La caratteristica del rapporto, dal punto di vista previdenziale, è data dal fatto che per ricorrere alle pre-

stazioni in oggetto i soggetti interessati devono acquistare presso apposite rivendite autorizzate un car-

net di buoni per prestazioni di lavoro accessorio: il prestatore di lavoro riceve poi il proprio compenso

presentando i buoni ricevuti dal beneficiario della prestazione.

La differenza tra il costo dei buoni e quanto erogato a favore del lavoratore integra la contribuzione

spettante all’INPS.

La percezione del compenso, stante la peculiarità della figura in esame, non incide sullo stato di disoc-

cupazione del lavoratore accessorio.

Sono infine assicurati i lavoratori autonomi tenuti ad iscriversi ad un apposito albo professionale (c.d.

prestatore d’opera intellettuale, di cui agli artt. 2229 ss.), i quali sono assicurati presso appositi enti di-

stinti dall’INPS, nonché gli altri lavoratori autonomi non intellettuali.

In mancanza di un’apposita gestione od istituto assicuratore, gli stessi sono assicurati quali lavoratori

non occasionali.

8. Il lavoro a orario ridotto, modulato o flessibile

Nell’ambito dei rapporti di lavoro vengono in rilievo i contratti di lavoro a tempo parziale, di lavoro in-

termittente e ripartito.

Rispetto al contratto di lavoro subordinato “ordinario”, la differenza che caratterizza tali fattispecie si

incentra sostanzialmente sul tempo della prestazione effettivamente prestata, che in questi rapporti è

minore.

Il principio che regola la tutela di questi assicurati è quello della proporzionalità rispetto al trattamento

spettante invece all’assicurato standard, ossia il lavoratore a tempo pieno.

La Costituzione impone comunque una tutela minima, integrata ex 38.2 (I lavoratori hanno diritto che

siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia,

invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria) dall’esigenza di un livello minimo di adeguatezza

delle prestazioni previdenziali; inoltre ex 3.2 Cost. (È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli

di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impedi-

scono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organiz-

zazione politica, economica e sociale del Paese) la minore tutela dell’assicurato in esame è possibile

solo se giustificata dalla minore durata della sua attività o anzianità lavorativa rispetto a un lavoratore

subordinato a tempo pieno, ovvero per via della sua minore retribuzione; non sarebbe invece ammissi-

bile una riduzione di tutela determinata da circostanze irragionevoli quali per es. le modalità di articola-

zione temporale della prestazione lavorativa.

Cominciando dal principio di adeguatezza, la giurisprudenza della Corte costituzionale ha individuato il

livello minimo delle prestazioni pensionistiche in un livello tra il c.d. minimo vitale ed i mezzi idonei a

garantire il tenore di vita già raggiunto dal lavoratore.

In quest’ottica, la prestazione “riproporzionata” non può essere inferiore al minimo vitale (in ipotesi,

quantificabile in una somma corrispondente all’assegno sociale) oltre ad un’ulteriore quota proporzio-

nata alla contribuzione maturata nel corso della vita lavorativa dell’assicurato.

Dal punto di vista del divieto di ingiustificata disparità di trattamento, si deve rilevare l’irragionevolez-

za di talune disposizioni (o prassi interpretative) relative ai singoli rapporti, che occorre previamente

esaminare.

Il contratto di lavoro a tempo parziale si caratterizza perché il lavoratore è tenuto ad una prestazione la-

vorativa temporalmente inferiore alla durata minima prevista dalla legge o dai contratti collettivi in re-

lazione al contratto di lavoro c.d. a tempo pieno.

La minore durata del lavoro può concretamente riverberarsi lungo tutti i giorni lavorativi, ossia in rela-

zione all’orario di lavoro giornaliero (per es. si lavora quattro ore tutti i giorni anziché otto: c.d. part

time orizzontale), ovvero si caratterizza per svolgersi a tempo pieno ma solo in determinati periodi del-

l’anno (per es. si lavora a tempo pieno ma solo alcuni giorni della settimana, o solo alcune settimane

del mese, o solo alcuni mesi dell’anno: c.d. part time verticale); infine possono anche darsi rapporti

part time di tipo misto.

A fronte di un rapporto di lavoro a tempo parziale, la contribuzione dovuta (stante la minore retribuzio-

ne, sulla cui base sono calcolati i contributi dovuti agli enti di previdenza) è ovviamente minore rispetto

a quella derivante da un rapporto a tempo pieno; ciò comporta che il lavoratore a tempo parziale per ac-

creditare la medesima quota di contributi di un lavoratore a tempo pieno necessita di un maggiore pe-

riodo di tempo.

Concretamente, ciò si riverbera per es. sul momento in cui può maturare il diritto ad andare a riposo.

Posto che il lavoratore part time contribuisce in misura inferiore rispetto al lavoratore a tempo pieno, è

prevista a favore dello stesso la facoltà della contribuzione volontaria o del riscatto in relazione ai pe-

riodi per i quali non ha avuto luogo la prestazione lavorativa.

In alcune ipotesi ricorre una disciplina del rapporto che deroga alla normativa ordinaria prevista a favo-

re dell’assicurato standard del tutto irragionevole, perché non rapportata alla durata della prestazione o

alla minore retribuzione.

Per es. la l. 1204/1971 escludeva il diritto all’indennità di maternità nei confronti delle lavoratrici a

tempo parziale di tipo verticale su base annua, quando il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro

avesse avuto inizio oltre 60 giorni dopo la cessazione dalla precedente fase di lavoro.

La Corte costituzionale (132/1991) ha sancito l’illegittimità di tale ultima disposizione (fra l’altro) per-

ché faceva dipendere l’erogazione di una prestazione sulla base di una circostanza del tutto irrilevante,

ossia il fatto che i periodi di prestazione lavorativa siano contrattualmente intervallati da una distanza

temporale superiore o meno a 60 giorni: a prescindere quindi dall’entità complessiva della prestazione

lavorativa svolta su base annua.

(Un’altra ipotesi di discriminazione irragionevole ha riguardo al diritto all’indennità di disoccupazione

involontaria: secondo la giurisprudenza non ha diritto il lavoratore a tempo parziale su base verticale di

tipo annua, allorquando lo stato di disoccupazione si verifichi durante i periodi di pausa, e ciò perché la

stipulazione in oggetto dipende dalla libera volontà del lavoratore contraente, e perciò non può definirsi

di disoccupazione involontaria: Cass. S.U. 1732/2003).

Il lavoro ripartito ricorre quando due lavoratori assumono in solido l’adempimento di un’unica ed iden-

tica obbligazione lavorativa (41 d. lgs. 276/2003).

In questo caso, è nell’autonomia delle parti lavoratrici concordare l’effettiva ripartizione del lavoro tra

di loro.

In generale, dal punto di vista previdenziale la situazione del singolo lavoratore ripartito è assimilabile

a quella del lavoratore a tempo parziale.

Occorre però rilevare che le caratteristiche del rapporto possono determinare conseguenze anomale re-

lativamente a quelle prestazioni previdenziali il cui ammontare viene determinato sulla base della retri-

buzione media percepita in un determinato intervallo di tempo anteriore all’evento generatore del biso-

gno: per es. può verificarsi che l’evento malattia o infortunio si verifichi in un periodo in cui il lavora-

tore ripartito sia stato presente sul lavoro in una misura inferiore (magari con l’accordo di recuperare in

epoca successiva la minore prestazione svolta).

La variabile della prestazione effettivamente imputabile al singolo assicurato impone infine che la rela-

tiva contribuzione non potrà che essere calcolata se non a posteriori, sulla base della prestazione effetti-

vamente e singolarmente svolta (il 45 d. lgs. 276/2003 prevede un calcolo mese per mese, con congua-

glio a fine anno).

Il lavoro intermittente si caratterizza invece per la circostanza che il lavoratore si pone a disposizione di

un datore di lavoro, che ne può utilizzare la prestazione lavorativa allorquando ne abbia effettivo biso-

gno.

Si tratta di lavori tipicamente discontinui, ovvero di semplice attesa e custodia (quali quello di custodi,

guardiani diurni e notturni, portinai, camerieri, addetti ai centralini telefonici privati).

La prestazione lavorativa non è quindi esercitata con continuità, ma solo su richiesta del datore.

Il datore è però tenuto al versamento di una c.d. indennità di disponibilità in relazione al periodo per il

quale il lavoratore garantisce la propria disponibilità ad eseguire la prestazione; dal punto di vista previ-

denziale, la caratteristica è che la contribuzione su detta indennità è quantificata sulla base dell’effettivo

ammontare della prestazione medesima, senza quindi che operi l’istituto del c.d. minimale contributivo.

Per tale motivo il legislatore ha previsto che il lavoratore possa contribuire volontariamente anche in

costanza di attività, e ciò in deroga alla regola che ammette la contribuzione volontaria solo a fronte di

periodi di inattività.

Il contratto di inserimento (54 d. lgs. 276/2003) si caratterizza perché diretto a realizzare, mediante uno

specifico progetto individuale di adattamento delle competenze professionali del lavoratore ad un deter-

minato contesto lavorativo, l’inserimento ovvero il reinserimento nel mercato del lavoro di particolari

categorie di lavoratori (quali per es. disoccupati di lunga durata, da 29 fino a 32 anni; persone ricono-

sciute affette da gravi handicap).

La caratteristica di tali rapporti, dal punto di vista previdenziale, è quella di dare luogo a possibili sgra-

vi contributivi.

9. La certificazione del rapporto di lavoro

Al fine di ridurre il contenzioso relativo all’inquadramento del rapporto, il d. lgs. 276/2003 contempla

la possibilità di certificazione dei contratti di lavoro ad opera di apposite commissioni (costituite su ini-

ziativa di enti bilaterali rappresentativi di datori e lavoratori, delle direzioni provinciali del lavoro e del-

le province, delle università pubbliche e private, delle province e delle fondazioni universitarie); tale

certificazione costituisce uno strumento volontario, avente efficacia fidefaciente per le parti e i terzi in

ordine alla natura del rapporto di lavoro e dei suoi effetti.

Avverso la natura del rapporto, così come qualificata, è possibile tuttavia proporre ricorso al giudice del

lavoro (previo tentativo stragiudiziale di conciliazione presso lo stesso organismo certificatore), per er-

ronea qualificazione del rapporto, per vizio del consenso ovvero per difformità tra il programma nego-

ziale così come qualificato e la sua successiva, concreta attuazione.

In caso di accoglimento del ricorso, la sentenza che accerti per es. la sussistenza di un rapporto di lavo-

ro subordinato comporta che tra le parti si producano i relativi effetti fin dall’inizio del rapporto, in

caso di erronea qualificazione, ovvero dal momento in cui ha avuto inizio la difformità tra il program-

ma negoziale e quello certificato.

In sostanza, la sentenza di accertamento ha un’efficacia ex tunc.

Tuttavia tale efficacia retroattiva opera solo tra le parti del rapporto: ne consegue che la certificazione,

qualora a suo tempo richiesta dalle parti e previa comunicazione ai terzi interessati, mantiene invece la

propria efficacia nei confronti dei terzi, tra i quali gli enti previdenziali.

L’effetto della certificazione consiste nella nullità di qualsiasi atto che presupponga una qualificazione

del rapporto diversa da quella certificata: conseguentemente l’INPS non può per es. chiedere il paga-

mento dei contributi come se venisse in rilievo un rapporto di lavoro subordinato ad orario normale a

fronte di una certificazione di un diverso tipo di rapporto.

10. Circostanze inerenti l’assicurato: il sesso

Dal punto di vista previdenziale, con riguardo alla persona dell’assicurato possono sorgere dei problemi

in relazione al sesso, all’età ed alla nazionalità dello stesso.

In relazione al sesso, ogni discriminazione (storicamente, a sfavore delle donne) è giuridicamente inam-

missibile, dal momento che in senso contrario si esprime la nostra Costituzione sin dal 3 (Tutti i cittadi-

ni hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di

lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Re-

pubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'e-

guaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazio-

ne di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese).

In modo ancora più specifico, il 37.1 Cost. inizia disponendo che La donna lavoratrice ha gli stessi di-

ritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Questa chiara indicazione normativa era stata però lungamente disattesa nonostante la sua portata pre-

cettiva, ossia immediatamente vincolante nei rapporti interprivati, non necessitante di legge di attuazio-

ne.

Di conseguenza si è resa necessaria l’emanazione di un’apposita legge, la 903/1977.

Gli articoli 1 e 2 della suddetta normativa ribadiscono il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sul

sesso ed il principio di parità di retribuzione a parità di prestazioni.

(Volta a combattere non già gli effetti della discriminazione, ma più radicalmente (ed ambiziosamente)

le cause della stessa, è la l. 125/1991, sulle azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna

nel lavoro; le azioni positive sono quelle misure finalizzate a rimuovere gli ostacoli che di fatto impedi-

scono la realizzazione di pari opportunità tra lavoratori e lavoratrici, come per es. gli incentivi finanzia-

ri a favore di imprese prevalentemente femminili).

Il 9 concerne gli assegni familiari, le aggiunte di famiglia (che si distinguono dalle prime solo per il fat-

to di competere a dipendenti pubblici) e le maggiorazioni delle pensioni, tutte prestazioni di natura pre-

videnziale a favore dei lavoratori con familiari a carico.

Dispone la norma che Gli assegni familiari, le aggiunte di famiglia e le maggiorazioni delle pensioni

per familiari a carico possono essere corrisposti, in alternativa, alla donna lavoratrice o pensionata

alle stesse condizioni e con gli stessi limiti previsti per il lavoratore o pensionato. Nel caso di richiesta

di entrambi i genitori gli assegni familiari, le aggiunte di famiglia e le maggiorazioni delle pensioni

per familiari a carico debbono essere corrisposti al genitore con il quale il figlio convive.

L’articolo è stato abrogato dal 57 del d. lgs. 198/2006.

La situazione precedente l’entrata in vigore della norma in esame era regolata dal d.P.R. 797/1955, in

forza del quale solo chi era considerato capofamiglia aveva diritto alla corresponsione delle prestazioni

suddette.

Tale qualifica spettava normalmente al padre e solo eccezionalmente alla madre, in ipotesi tassative ed

insuscettibili di applicazione analogica: nel caso fosse vedova, o nubile con prole non riconosciuta dal

padre, ed in altri casi specifici.

Nell’ipotesi che il marito fosse libero professionista od artigiano o commerciante (ossia lavoratore au-

tonomo), egli non aveva diritto agli assegni di famiglia, ma neppure la moglie lavoratrice dipendente,

in quanto non era capofamiglia.

Ulteriormente ne conseguiva nei confronti della prole la mancanza di assistenza sanitaria, dato che que-

st’ultima veniva assicurata solamente per coloro a favore dei quali erano erogati gli assegni.

Oggi la situazione è mutata per effetto dell’abrogazione del requisito di capofamiglia.

Il 10 modifica il 205 lett. b del d.P.R. 1124/1965, in materia di assicurazione contro gli infortuni sul la-

voro e le malattie professionali.

La precedente disposizione (l’originaria disposizione contemplava come assicurati contro gli infortuni

“i proprietari, mezzadri, affittuari, loro mogli e figli, anche naturali e adottivi, che prestano opera ma-

nuale abituale nelle rispettive aziende”), partendo dal presupposto che “proprietari” ai sensi della nor-

ma fossero i mariti, assicurava contro gli infortuni nell’agricoltura le “loro mogli e figli”: in tal modo

restava scoperta l’ipotesi che il proprietario fosse la moglie: conseguentemente il marito infortunato

non riceveva tutela.

La modifica è stata perciò nel senso di sostituire il sostantivo “mogli” con il più generico “coniugi”.

L’11 è stato dettato in tema di prestazioni ai superstiti, ossia alle pensioni (c.d. di reversibilità) spettanti

ai soggetti a carico dell’assicurato in conseguenza della morte di questi.

In passato la pensione di reversibilità veniva riconosciuta alla moglie, in caso di morte del marito, sen-

za limiti, mentre nel caso di premorienza della moglie al marito quest’ultimo poteva percepirla solo in

quanto invalido in misura superiore al 66%, ossia con una capacità di guadagno ridotta a meno di un

terzo.

Questa disparità nei confronti dell’uomo è stata eliminata in riferimento a qualunque istituto previden-

ziale.

Un analogo principio di parità è introdotto dal 12 in materia di prestazioni ai superstiti determinate da

infortuni sul lavoro, le quali sono estese alle stesse condizioni stabilite per la moglie del lavoratore al

marito della lavoratrice deceduta posteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge.

Anche questo articolo è stato abrogato dal 57 del d. lgs. 198/2006.

11. Circostanze inerenti l’assicurato: l’età

Problemi concernenti l’età dell’assicurato si ponevano soprattutto nel campo dell’agricoltura, posto che

frequentemente accadeva che i minori tenuti all’obbligo scolastico ne venissero distolti per essere uti-

lizzati come manodopera nei campi.

Il d.P.R. 1124/1965 limitava tuttavia la tutela assicurativa contro gli infortuni solo dall’età di 12 anni;

quindi il minore di 12 anni che si infortunava non aveva diritto ad alcuna prestazione previdenziale.

Opportunamente la l. 457/1972 ha disposto l’abolizione dei limiti d’età suddetti.

Sul punto è poi intervenuta la stessa Corte costituzionale (262/1976), che ha sancito l’incostituzionalità

dei limiti in questione: intervento necessario, dal momento che la fattispecie concretamente venuta a

conoscenza del giudice a quo era sorta anteriormente alla l. 457/1972, che non disponeva con efficacia

retroattiva.

In materia di lavoro dei minori è fondamentale la l. 977/1967, secondo la quale occorre distinguere tra

gli adolescenti, ossia i ragazzi di età compresa tra i 15 ed i 18 anni, ed i fanciulli, minori di 15 anni e

che non hanno pertanto l’età minima per l’ammissione al lavoro, a differenza dei primi.

I fanciulli tuttavia, compiuti 14 anni, possono essere ammessi al lavoro in agricoltura e nei servizi fami-

liari, purché ciò sia compatibile con la tutela della loro salute e non comporti violazione degli obblighi

scolastici.

La l. 977/1967 è stata modificata dal d. lgs. 345/1999, in base al quale l’età minima per l’ammissione al

lavoro del minore è stata fissata con riguardo al momento in cui questi ha concluso il periodo di istru-

zione obbligatoria, fermo restando che comunque non può essere inferiore a 15 anni.

(Il d. lgs. 76/2005 sancisce peraltro un periodo di istruzione o formazione di almeno 12 anni e comun-

que fino al conseguimento di una qualifica di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età).

Dal punto di vista previdenziale tuttavia, qualunque sia l’età del minore questi ha sempre diritto alle

prestazioni assicurative previste in materia di assicurazioni sociali obbligatorie, anche se adibito al la-

voro in violazione delle norme sull’età minima.

Avendo peraltro diritto anche alla retribuzione, ex 2126 (Prestazione di fatto con violazione di legge:

La nullità o l'annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto

ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall'illiceità dell'oggetto o della causa. Se il lavoro è

stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso di-

ritto alla retribuzione), si può affermare che la sua tutela è completa sia sotto il versante lavoristico che

previdenziale.

Gli enti previdenziali per contro possono rivalersi nei confronti del datore per l’importo complessivo

delle prestazioni erogate al minore, detratta la somma corrisposta a titolo di contributi omessi.

12. Circostanze inerenti l’assicurato: la nazionalità

In materia di previdenza sociale vige il principio della territorialità: venendo in rilievo norme di diritto

pubblico, la loro applicazione è cogente con riguardo a tutti i soggetti (cittadini, stranieri ed apolidi)

che prestano lavoro subordinato in Italia, salvo talune eccezioni: è il caso del personale dirigente delle

ambasciate straniere in Italia e del personale delle compagnie di trasporto (assicurato in base alla legge

del paese della società di trasporto o armatrice se per via d’acqua).

L’INPS ammette la prosecuzione del rapporto contributivo nell’ipotesi di personale temporaneamente

inviato all’estero, per un periodo massimo di un anno, eccezionalmente prorogabile.

Spesso accade che lo svolgimento di una prestazione lavorativa debba svolgersi all’estero, e pertanto

sorge un problema di tutela del lavoratore italiano.

Al riguardo, occorre prendere atto della diversità di regime assicurativo a seconda che l’attività sia

svolta in paesi aderenti alla Unione europea ovvero in paesi che, pur non appartenenti all’Unione euro-

pea, abbiano stipulato con l’Italia apposite convenzioni, od infine negli stati che non rientrino in nessu-

na delle due categorie suddette.

13. La tutela previdenziale nei paesi dell’Unione europea

Al fine di armonizzare le discipline degli ordinamenti europei in materia di previdenza sociale, sono

stati emanati appositi regolamenti agli inizi degli anni ’70, i cui principi fondamentali sono:

a. parità di trattamento tra lavoratori dei paesi comunitari all’interno dell’area comunitaria stessa.

In applicazione di tale principio la Corte di giustizia delle comunità europee ha statuito che contrasta

con il diritto comunitario una normativa nazionale che neghi ad un lavoratore straniero ma cittadino

di un paese comunitario una prestazione che sarebbe spettata, nelle medesime condizioni, al lavora-

tore nazionale;

b. assoggettamento del lavoratore alla legislazione previdenziale dello Stato in cui svolge la prestazione

lavorativa, quindi non dello Stato in cui c’è la casa madre od in cui è stato assunto;

c. possibilità di cumulare (ma non di sovrapporre) i periodi contributivi, ovunque localizzati all’interno

della comunità: si tratta della c.d. totalizzazione.

(Secondo Cass. 4248/2004 il beneficio della totalizzazione è subordinato alla condizione che il lavo-

ratore non abbia maturato i requisiti contributivi minimi per far sorgere il diritto alla pensione in nes-

suno stato membro).

Circa quest’ultimo punto, è necessario qualche chiarimento.

Affinché si realizzi la fattispecie costitutiva del diritto alle prestazioni previdenziali di carattere pensio-

nistico è necessario un certo numero di contributi, per es. 20 anni di contribuzione per la pensione di

vecchiaia.

Il principio della cumulabilità significa che tale cifra può essere raggiunta anche lavorando per es. 14

anni in Italia e 6 in Francia: il minimo contributivo non deve essere raggiunto almeno in uno Stato, ma

è sufficiente che sia raggiunto cumulando i periodi lavorativi trascorsi nei vari paesi dell’Europa comu-

nitaria.

Il cumulo dei periodi contributivi non può invece significare sovrapposizione degli stessi: se il lavora-

tore avesse lavorato 14 anni in Italia, ma l’ultimo anno avesse contemporaneamente lavorato in Fran-

cia, per es. come frontaliere, non avrebbe raggiunto i 20 anni necessari.

In altri termini, non possono considerarsi distintamente periodi contributivi temporalmente coincidenti:

la doppia contribuzione non rileva ai fini della maturazione del diritto ma, eventualmente, ai fini del-

l’importo.

Si noti che la regola è identica a quanto vige nel nostro ordinamento.

Il discorso non cambia nell’ipotesi di contribuzione volontaria: il lavoratore italiano che mentre si trova

all’estero versi spontaneamente i contributi agli istituti previdenziali italiani non potrà avvalersene se vi

sia contribuzione anche nel luogo ove esercita la sua prestazione.

Con riguardo alla prestazione pensionistica concretamente erogata, il problema consiste nel ripartire

equamente tra i vari stati l’onere economico della stessa.

Si opera una ripartizione tra i vari istituti assicuratori europei in base al criterio c.d. pro rata temporis,

ossia in proporzione ai periodi di contribuzione nei vari stati.

Per esempio, supponiamo che un lavoratore possa vantare 22 annualità di contribuzione di cui 7 in Ita-

lia: l’INPS calcolerà l’importo teorico della prestazione alla quale l’interessato avrebbe diritto se tutti i

periodi di contribuzione compiuti sotto i diversi stati fossero stati compiuti in Italia: pertanto si calcole-

ranno 22 anni di contribuzione, dividendo poi il risultato così ottenuto per il numero complessivo di

anni di contribuzione suddetto, e moltiplicando per gli anni di contribuzione effettuati all’interno del

singolo stato.

Ritornando all’esempio, se l’INPS dovesse erogare nel caso concreto, a fronte di 22 anni di contribu-

zione, una pensione (c.d. importo teorico) pari ad un certo ammontare, l’onere economico che dovrà

sobbarcarsi sarà pari a 7/22 di tale importo.

Non è necessario che l’assicurato inoltri la sua domanda a tutti gli istituti previdenziali presso i quali vi

sono stati versamenti contributivi: sarà sufficiente una sola domanda (per es. all’INPS) (la data della

domanda è a tutti gli effetti unica nei confronti dei diversi istituti assicuratori: ciò può essere rilevante a

vari fini, per es. in materia di (termine per i) ricorsi).

Un problema particolare si pone quando il lavoratore, pur avendo raggiunto l’età pensionabile in Italia,

non l’abbia invece conseguita rispetto al sistema pensionistico di altri paesi presso i quali risultino ver-

sati dei contributi.

In questo caso l’istituto previdenziale italiano erogherà immediatamente la sua quota, mentre quello

straniero vi provvederà solo al compimento da parte dell’assicurato dell’età minima richiesta per la ma-

turazione del diritto.

14. La tutela previdenziale nei paesi convenzionati

La tutela previdenziale del lavoratore italiano nei paesi extracomunitari può essere regolata da apposite

convenzioni bilaterali, la cui disciplina di fondo è sostanzialmente analoga a quella prevista per i paesi

dell’Unione europea.

(Secondo Cass. 15175/2005 in caso di trattamenti pensionistici liquidati, in virtù di convenzioni inter-

nazionali, per effetto del cumulo dei contributi versati in Italia e all’estero, e pagati pro rata, affinché

operi ex l. 153/1969 il riassorbimento dell’integrazione al minimo delle somme risultanti non più dovu-

te a seguito dell’erogazione della pensione estera, è necessario presupposto che entrambe le prestazioni

siano state conseguite col cumulo dei periodi assicurativi.

Conseguentemente sono escluse dal riassorbimento altre prestazioni conseguite all’estero).

Convenzioni siffatte valgono ovviamente nei soli confronti dei paesi aderenti e si applicano esclusiva-

mente nel loro territorio.

In linea di principio, la regola emergente è che l’obbligo di contribuzione permane a favore degli enti

previdenziali italiani quando il lavoratore rimanga all’estero entro un periodo massimo determinato di

solito in un anno, o al massimo due (c.d. distacco), mentre in caso di permanenza per periodi superiori

(c.d. trasferimento) sorge l’obbligo di contribuzione presso gli istituti previdenziali esteri.

15. La tutela previdenziale in mancanza di accordi internazionali

La possibilità di stipulare convenzioni è sovente ostacolata dalla mancanza o dall’arretratezza delle

strutture previdenziali esistenti nel luogo di svolgimento delle prestazioni lavorative.

Pertanto il lavoratore italiano che doveva recarsi all’estero per motivi di lavoro si trovava sprovvisto di

tutela assicurativa.

Al riguardo era prevista la semplice possibilità, e non l’obbligo, per il datore di lavoro di assicurare i

suoi dipendenti presentando apposita domanda al Ministero del lavoro e della previdenza sociale; il pa-

gamento dei contributi sarebbe poi avvenuto sulla base non della retribuzione effettiva, solitamente di

elevato importo, ma su di un minore importo, e ciò al fine di incentivare il datore ad assicurare i propri

dipendenti.

Nella prassi tale sistema non diede luogo ad un’effettiva tutela del lavoratore, e si rese perciò necessaria

dapprima l’opera di supplenza della giurisprudenza, e di seguito l’opportuno intervento del legislatore.

Il principio da sgretolare era il principio della territorialità, per il quale le norme previdenziali, essendo

di natura pubblica, trovano applicazione solo all’interno del territorio nazionale e non sarebbero pertan-

to riferibili a prestazioni che si svolgono in territorio estero.

La Cassazione (4882/1985) affermò che il rapporto di lavoro, avendo natura contrattuale, era regolato

dall’allora vigente 25 disp. prel. (Legge regolatrice delle obbligazioni), comma I, per il quale Le obbli-

gazioni che nascono da contratto sono regolate dalla legge nazionale dei contraenti, se è comune; al-

trimenti da quella del luogo nel quale il contratto è stato conchiuso. È salva in ogni caso la diversa vo-

lontà delle parti.

Ora, l’assicurazione previdenziale non ha fondamento contrattuale ma legale; il rapporto di lavoro pur-

tuttavia, accanto alle prestazioni principali delle parti, consistenti nella prestazione lavorativa del dipen-

dente e in quella retributiva del datore, prevede una serie di obblighi integrativi di origine legale: si

pensi all’obbligo di collaborazione del lavoratore, e all’obbligo (di sicurezza) mettente capo ex 2087

(Tutela delle condizioni di lavoro: L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le

misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare

l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro) al datore, che deve permettere al su-

bordinato di svolgere la sua prestazione in un ambiente salubre, non nocivo alla sua salute.

In questo senso, l’assicurazione presso gli istituti previdenziali pur non essendo la principale prestazio-

ne del datore rimane oggetto di un obbligo derivante dal rapporto di lavoro, tant’è vero che il suo ina-

dempimento integra una giusta causa di recesso da parte del lavoratore.

Dunque il datore ha l’obbligo di assicurare il lavoratore per il solo fatto dell’avvenuta stipulazione, rec-

tius della retribuzione a seguito della conclusione del contratto di lavoro in Italia, od anche se egli, al

pari del lavoratore, è di nazionalità italiana.

Il principio di diritto così stabilito non poteva tuttavia trovare applicazione nei casi non contemplati dal

25 suddetto.

Sul principio di territorialità si deve registrare altresì un’importante sentenza della Corte costituzionale

(369/1985) in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: il 4 d.P.R. 1124/1965, in ordine

ai soggetti assicurati, è stato giudicato incostituzionale nella parte in cui non prevede l’assicurazione

obbligatoria a favore del lavoratore italiano operante all’estero alle dipendenze di un’impresa italiana a

causa del contrasto con l’ultimo comma del 35 Cost. per il quale la Repubblica tutela il lavoro italiano

all'estero.

La l. 398/1987 non deroga al principio di territorialità, ma contribuisce ad attenuarne l’efficacia.

L’1.1 stabilisce a quali forme assicurative debba venire iscritto il lavoratore italiano all’estero, in paesi

extracomunitari coi quali non vi siano accordi di sicurezza sociale: si tratta dell’assicurazione per l’in-

validità, vecchiaia e superstiti, contro la tubercolosi, contro la disoccupazione involontaria e per la ma-

ternità, tutte di competenza dell’INPS ma oggetto di separate ed autonome gestioni: il lavoratore è al-

tresì assicurato contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali presso l’INAIL, e contro le ma-

lattie.

In merito a quest’ultima forma assicurativa l’INPS agisce da ente collettore dei contributi, ma le presta-

zioni vengono erogate dal Servizio Sanitario Nazionale.

Risulta esclusa dall’elenco l’assicurazione alla cassa integrazione guadagni, per la quale non dovranno

versarsi contributi, così come per l’ENAOLI (Ente Nazionale Assistenza Orfani dei Lavoratori

Italiani).

Il diritto all’assicurazione sorge a favore del cittadino italiano assunto in Italia ovvero in paesi extraco-

munitari, ma l’obbligo all’opposto non grava su tutti i datori di lavoro, sicché il principio di territoriali-

tà non ha cessato completamente di operare.

Sono infatti obbligati ad assicurare il lavoratore i datori di lavoro residenti, domiciliati od aventi la pro-

pria sede (anche secondaria) nel territorio nazionale, le società costituite all’estero ma con partecipazio-

ne italiana di controllo ai sensi del 2359 c.c., le società costituite all’estero in cui persone fisiche o giu-

ridiche di nazionalità italiana partecipano in misura superiore ad 1/5 del capitale sociale, ed infine i da-

tori di lavoro stranieri.

Peraltro la normativa non prevede forme di controllo sull’adempimento degli obblighi assicurativi,

quanto mai problematiche in relazione ai datori di lavoro stranieri.

L’1 prevede che il lavoratore disponibile a svolgere attività all’estero ha l’onere di iscriversi in un’ap-

posita lista di collocamento, potendo al tempo stesso mantenere l’iscrizione nelle liste ordinarie.

(Le liste di collocamento erano originariamente cinque, ex l. 249/1949; la successiva l. 56/1987 le ha ri-

dotte a tre: 1) lavoratori disoccupati, in cerca di prima occupazione, con contratti di lavoro a tempo par-

ziale non superiore a 20 ore settimanali che aspirino a diversa occupazione, con contratto a tempo de-

terminato di durata non superiore ai 4 mesi nell’anno solare; 2) lavoratori occupati non rientranti nella

prima lista aspiranti ad una diversa occupazione; 3) titolari di trattamenti pensionistici di vecchiaia o di

anzianità).

Il 2 dispone che il datore che voglia assumere o trasferire all’estero lavoratori italiani deve inoltrare ap-

posita domanda al Ministero del lavoro e della previdenza sociale; questi, recepito il parere del Ministe-

ro degli affari esteri sulla sussistenza di idonee garanzie per la sicurezza del lavoratore rilascerà l’auto-

rizzazione una volta constatata la sussistenza di idonee garanzie in materia di trattamento economico-

normativo.

Si previene un’eventuale frode da parte del datore di lavoro, consistente nel licenziare il lavoratore, una

volta all’estero, per farlo assumere da altre società, così da eludere gli obblighi assicurativi.

A tal fine si prevede che il datore debba garantire al lavoratore, qualora svolga prestazioni per delle

consociate estere, le condizioni stabilite dalla legge italiana.

Si prevede poi che il Ministero del lavoro verifichi che i contratti di lavoro prevedano, qualora le au-

torità del Paese di impiego pongano restrizione ai trasferimenti di valuta, la possibilità per i lavoratori

di ottenere il trasferimento in Italia della quota di valuta trasferibile delle retribuzioni corrisposte al-

l'estero, fermo restando il rispetto delle norme valutarie italiane e del Paese d'impiego: resta un miste-

ro come sia possibile superare un eventuale blocco valutario del paese estero per mezzo di un contratto

collettivo.

Si prevede infine che il calcolo della contribuzione non avvenga sulla base della retribuzione effettiva,

bensì di quella convenzionale, comunque non inferiore a quella prevista dai contratti collettivi nazionali

di categoria per l’ipotesi di svolgimento della prestazione in Italia.

16. Gli istituti assicuratori: generalità

Alla raccolta dei contributi e all’erogazione delle prestazioni provvedono appositi enti creati ad hoc, di-

versi dal datore di lavoro assicurante.

Gli obblighi contributivi ed i presupposti delle prestazioni previdenziali variano poi a seconda dell’isti-

tuto assicuratore.

(La legge alle volte lascia eccezionalmente alle parti facoltà di scelta in ordine al regime previdenziale.

I medici ambulatoriali assunti dalle a.s.l., anziché essere assicurati presso l’INPDAP (essendo divenuti

lavoratori subordinati), possono mantenere la posizione assicurativa già costituita presso l’ENPAM

(Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici).

Si tratta di un caso singolare, contrastante coi principi vigenti in materia previdenziale, in quanto: 1)

contrasta con l’indirizzo legislativo teso alla riduzione a tre degli istituti previdenziali: INPS (per i di-

pendenti da privati datori di lavoro), INPDAP (per i dipendenti pubblici) ed INAIL (per tutti i suddetti

dipendenti per quanto riguarda la tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali); 2)

contrasta con l’indirizzo legislativo di non confondere l’INPS e l’INPDAP con la Cassa dei vari profes-

sionisti (normalmente il trasferimento è ammesso solo con la c.d. totalizzazione ai fini pensionistici dei

contributi versati in vari fondi e casse previdenziali dei liberi professionisti); 3) contrasta con l’indiriz-

zo legislativo dell’alternatività: gli avvocati, gli ingegneri e gli altri professionisti sono iscritti alle ri-

spettive casse di previdenza solo se sono lavoratori autonomi, ma se diventano subordinati devono es-

sere assicurati presso l’INPS o l’INPDAP.

All’ENPAM invece è obbligatorio il versamento contributivo non solo da parte dei medici lavoratori

autonomi, ma anche (caso davvero unico) dai medici lavoratori subordinati, che, come tali, già sono ob-

bligatoriamente assicurati con l’INPS o con l’INPDAP).

Non sono le parti a scegliere presso quale istituto assicurarsi: è la fattispecie legale che prescindendo

dalla volontà dei soggetti, dispone il sorgere di rapporti assicurativi nei confronti di un ente, in relazio-

ne alla natura giuridica (pubblica o privata) e all’attività del datore di lavoro.

La summa divisio si pone tra dipendenti pubblici e privati.

Chi lavora alle dipendenze di privati deve essere assicurato presso l’INPS, il quale è l’istituto assicura-

tore con competenza residuale, nel senso che opera laddove non sia previsto un obbligo di assicurazio-

ne presso altri enti, istituti o casse.

Il regime INPS contempla prestazioni di livello minimo: istituti assicuratori diversi hanno infatti ragio-

ne di esistere solo in quanto assicurino maggiori prestazioni.

Sotto l’aspetto previdenzialistico il pubblico impiego è stato gestito dallo Stato per i propri dipendenti,

direttamente per il tramite del Ministero del tesoro o a mezzo di Fondi o Casse speciali (per es. la Cassa

per i dipendenti di ruolo della Camera dei deputati), e da appositi istituti di previdenza per gli altri di-

pendenti, che venivano a tal fine raggruppati in diverse Casse, quali la CPDEL (Cassa Pensioni Dipen-

denti Enti Locali), la CPS (Cassa Pensioni Sanitari), la Cassa pensioni agli insegnanti di asilo e scuole

elementari parificate, e la Cassa pensioni per gli ufficiali giudiziari, aiutanti ufficiali giudiziari e coa-

diutori.

La tendenza legislativa è tuttavia nel senso di attenuare, se non di eliminare, il diverso regime giuridico

che caratterizza l’impiego pubblico rispetto a quello privato: ciò quantomeno a partire dal d. lgs.

29/1993, il quale dispone tra l’altro la devoluzione al giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro

di tutte le controversie riguardanti il rapporto d’impiego dei pubblici dipendenti, in luogo del giudice

amministrativo.

Accanto alla riforma del rapporto di pubblico impiego, il legislatore ha inoltre provveduto a raggruppa-

re presso un unico istituto, ossia l’INPDAP (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Am-

ministrazione Pubblica) le diverse gestioni previdenziali dapprima mettenti capo a diversi istituti: oltre

a quelli suddetti, all’ENPAS (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei dipendenti Statali), all’I-

NADEL (Istituto Nazionale di Assistenza ai Dipendenti degli Enti Locali), all’ENPDEDP (Ente Nazio-

nale di Previdenza Dipendenti da Enti di Diritto Pubblico).

Tutti questi enti sono soppressi.

Il rapporto di pubblico impiego presenta alcuni aspetti peculiari sotto il profilo previdenziale.

Quando il rapporto è di ruolo è solitamente caratterizzato dalla stabilità dell’impiego: il dipendente non

può essere licenziato se non in casi tassativi (e di rara applicazione pratica).

Ciò comporta, a differenza che nel settore privato, l’insussistenza di un obbligo assicurativo contro la

disoccupazione, così pure per la cassa integrazione guadagni.

Inoltre chi è assicurato presso lo Stato o le casse pensioni e svolge determinate attività (per es. maestro

di scuole elementari statali: l. 739/1939) resta assicurato anche presso l’INPS per la tubercolosi; lo Sta-

to pagherà quindi all’INPS la relativa aliquota.

Per quanto concerne gli assegni familiari, questi non vengono erogati, come nel settore privato, dagli

istituti previdenziali, ma direttamente dagli enti datori di lavoro (prendendo il nome di aggiunte di fa-

miglia).

Una disciplina peculiare concerne poi l’indennità di fine rapporto, consistente in una prestazione eroga-

ta al momento della cessazione dal servizio e calcolata sulla base degli anni di anzianità lavorativa:

mentre nel settore privato il trattamento de quo viene erogato dallo stesso datore di lavoro, nel settore

pubblico (a parte il settore del parastato, ove provvede lo stesso ente – datore) esistevano in passato ap-

positi enti: l’INADEL, che erogava l’indennità premio di servizio ai dipendenti degli enti locali, l’EN-

PAS, che erogava l’indennità di buonuscita ai dipendenti statali, e l’ENPDEDP per i dipendenti di enti

di diritto pubblico.

In origine la funzione di questi enti consisteva nell’assicurare l’assistenza sanitaria agli iscritti; ma con

la creazione del Servizio sanitario nazionale l’originaria funzione venne meno.

La loro definitiva soppressione ha coinciso con l’istituzione dell’INPDAP.

17. Il concetto di categoria

L’inquadramento di un lavoratore ai fini previdenziali non dipende da un atto di autonomia privata di

questi e/o del suo datore, ma dal fatto di esercitare determinate mansioni assunte direttamente dalla leg-

ge quale parametro di determinazione dell’ente previdenziale competente.

In sintesi, la c.d. categoria previdenziale, ossia l’inquadramento ai fini previdenziali, è eteronoma, a

differenza di quanto accade per il diritto del lavoro, ove si parla di categorie autonome.

In diritto del lavoro il termine categoria evoca da un lato un insieme di lavoratori, oggettivamente rag-

gruppati in base alle (identiche) mansioni svolte, e dall’altro la sfera di efficacia soggettiva dei contratti

collettivi.

Riguardo a quest’ultimo problema, il 2070 (Criteri di applicazione [del contratto collettivo]) comma I

dispone che L'appartenenza alla categoria professionale, ai fini dell'applicazione del contratto colletti-

vo, si determina secondo l'attività effettivamente esercitata dall'imprenditore: se per es. il datore di la-

voro è il titolare di un’impresa chimica, si applicheranno per tutti i dipendenti, a prescindere dalle man-

sioni esercitate, le tabelle salariali previste dai contratti collettivi del settore chimico.

Si parla al riguardo di struttura “verticale”, perché tutti i dipendenti saranno sottoposti al contratto pre-

visto per il settore a cui appartiene l’azienda.

La conseguenza sul piano pratico consiste nel fatto che all’espletamento di identiche mansioni (per es.

cassiere, interprete, dattilografo, etc.) consegue l’applicazione di differenti contratti collettivi.

Il 2070 è però espressione di una logica pubblicistica corporativa, superata dal 39.1 Cost., in forza del

quale L'organizzazione sindacale è libera.

In diritto, oggi nulla osta più ad un’aggregazione in sede di contrattazione collettiva in forma “orizzon-

tale”, vale a dire in relazione alle mansioni effettivamente espletate: in questo senso per es. si hanno au-

tonomi contratti collettivi dei dirigenti di aziende industriali.

Nell’attuale regime di libertà sindacale la categoria professionale per la quale il sindacato si costituisce

può qualificarsi con riferimento a qualsiasi interesse obiettivamente accertabile che chi costituisce il

sindacato ritiene meritevole di tutela sul piano collettivo.

I lavoratori tendono a raggrupparsi nei sindacati in base per lo più a scelte di tipo ideologico: Cgil, Cisl,

Uil, Ugl, e i vari “cobas” del settore pubblico, mentre i datori di lavoro si raggruppano in base all’attivi-

tà ed alla natura dell’impresa: Confindustria, Api (Associazione piccoli imprenditori).

Nel concreto della contrattazione collettiva, mentre i sindacati dei lavoratori sono simultaneamente pre-

senti, da parte datoriale interviene generalmente un solo sindacato; ciò comporta, per es., che il contrat-

to stipulato tra Confindustria e le rappresentanze sindacali dei metalmeccanici debba essere nuovamen-

te stipulato, con un contenuto probabilmente diverso, con le altre associazioni datoriali.

Per una stessa categoria, possono quindi sussistere più accordi collettivi; potrebbe allora un lavoratore

chiedere l’applicazione del contratto che gli è maggiormente conveniente?

Il problema richiede una duplice analisi: una in sede storica, ed una in sede dogmatica.

Sotto il primo profilo, il problema consisteva nel fatto che i datori di lavoro sovente non davano appli-

cazione ai contratti collettivi, sulla base della loro mancata iscrizione ai sindacati di parte datoriale.

Il problema avrebbe avuto facile soluzione se i sindacati si fossero assoggettati alla procedura della re-

gistrazione prevista dal 39 Cost. (L'organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere

imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di

legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento inter-

no a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati

unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbli-

gatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce): in questo caso gli ac-

cordi avrebbero avuto efficacia erga omnes, nei confronti di tutti gli appartenenti alla categoria.

In mancanza di norme di legge, la giurisprudenza sancì l’applicabilità dei minimi retributivi previsti

dalla contrattazione collettiva quand’anche il datore di lavoro eccepisse di non essere iscritto ad alcun

sindacato.

Si argomentò a tal fine del combinato disposto degli artt. 2099.2 c.c. (In mancanza [di norme corpora-

tive o] di accordo tra le parti, la retribuzione è determinata dal giudice, [tenuto conto, ove occorra, del

parere delle associazioni professionali]) e 36 Cost. (Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione pro-

porzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla fa-

miglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita

dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può ri-

nunziarvi), il primo dei quali sancisce il potere del giudice di fissare, in mancanza di accordo tra le par-

ti, la retribuzione del lavoratore, mentre il secondo dispone che il lavoratore ha diritto ad una retribu-

zione in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

L’intervento del legislatore si rese comunque necessario per ovviare ai limiti della tutela giurisdiziona-

le.

Con l. 741/1959 si stabilì che qualora una delle parti di un accordo economico o contratto collettivo

avesse depositato nel termine di un anno presso la segreteria del Ministero del lavoro e della previdenza

sociale il testo dello stesso, Il Governo è delegato ad emanare norme giuridiche, aventi forza di legge,

al fine di assicurare minimi inderogabili di trattamento economico e normativo nei confronti di tutti gli

appartenenti ad una medesima categoria, uniformandosi nel contenuto a tutte le clausole di tali contrat-

ti, purché stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della legge suddetta.

La legge fu sospettata d’incostituzionalità, soprattutto perché un’efficacia erga omnes dei contratti col-

lettivi avrebbe potuto darsi solo a fronte della diversa procedura contemplata dal 39 Cost., basata sul-

l’onere di registrazione dei sindacati.

Tuttavia la Corte costituzionale ne affermò (106/1962) la legittimità, stante la sua portata transitoria ed

eccezionale, mentre ritenne incostituzionale l’1 della successiva legge 1027/1960, prorogatrice della

prima.

La legge in esame diede adito ad un problema: a fronte di una pluralità di contratti depositati e di relati-

vi decreti di attuazione inerenti alla medesima categoria, si poneva la questione di quale regolamenta-

zione applicare nel caso concreto.

Il problema è stato risolto dalla Corte costituzionale (70/1963), secondo la quale la sfera d'efficacia per-

sonale (laddove quella spaziale concerne l'intero territorio nazionale, e quella temporale viene fissata

nello stesso contratto) dei contratti in esame è da determinarsi in base alla volontà degli stessi contraen-

ti, il che comporta la possibilità che una categoria di lavoratori dia mandato ad una diversa organizza-

zione sindacale affinché tuteli i suoi interessi.

Riassumendo abbiamo incontrato diversi concetti di categoria:

a. in senso ontologico, ossia in base alle mansioni effettivamente espletate;

b. in senso sindacale, propria del sindacato relativo ad un determinato settore produttivo (per es. delle

aziende chimiche);

c. in senso contrattuale: non coincide con quella sindacale, perché i lavoratori hanno la possibilità di

farsi rappresentare, invece che dal proprio sindacato, da un sindacato diverso e più forte.

2 – LA CONTRIBUZIONE

1. Il calcolo dei contributi: generalità

In relazione all’obbligazione di pagamento dei contributi previdenziali (denominati “premi” nell’ambi-

to dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), il primo problema che

viene in rilievo concerne le modalità di calcolo degli stessi.

Esistono a tale fine apposite tabelle contenenti determinate aliquote percentuali, variabili a seconda del

settore di appartenenza del datore: per es. industria (piuttosto che commercio).

L’aliquota vigente per il medesimo settore e categoria non è unica, ma si divide in tante voci a seconda

delle diverse gestioni di pertinenza dell’ente (per es. assegni familiari, tubercolosi, indennità di disoc-

cupazione, etc.), e viene generalmente indicata nella sua misura totale ed in quella a carico del lavorato-

re; la differenza tra le due indica la percentuale che rimane a carico del datore.

Il vero problema non consiste nella determinazione delle aliquote, fissate normativamente, bensì nella

base di calcolo alla quale applicarle.

Quest’ultima è data dalla retribuzione, ma cosa dovesse intendersi per “retribuzione”, prima della l.

153/1969, non era pacifico, dal momento che la materia era disciplinata da norme molteplici ed etero-

genee.

In precedenza per i dipendenti privati occorreva rifarsi a due testi normativi: il d.P.R. 797/1955 ed il

d.P.R. 1124/1965.

Entrambe le norme procedevano con un’elencazione di tipo casistico: vi erano infatti due elenchi, ri-

comprendenti l’uno le indennità considerate retribuzione assoggettabili a contribuzione, l’altro quelle

non assoggettabili.

Il mancato coordinamento delle norme imponeva che determinate voci retributive potessero considerar-

si imponibili ai fini INPS e non imponibili ai fini INAIL, e viceversa; inoltre il datore di lavoro che, in

accordo con i dipendenti, avesse voluto sottrarsi all’obbligo del versamento dei contributi, avrebbe po-

tuto erogare parte della retribuzione a titolo di indennità non ricomprese negli elenchi, ovvero solo nel-

l’elenco delle voci non assoggettabili a contribuzione.

Inoltre il problema risentiva anche delle concezioni dottrinali in tema di retribuzione: si consideravano

tali solo quelle somme che, erogate dal datore, trovavano giustificazione nella prestazione lavorativa

del dipendente.

Fu merito della dottrina giuslavoristica più avanzata avviare un ripensamento sul rapporto di lavoro, in-

quadrandolo nell’ambito di un rapporto obbligatorio complesso in cui, accanto agli obblighi primari di

prestazione (attività lavorativa/retribuzione), si ponessero ulteriori obblighi, integrativi strumentali (per

es. fornire al lavoratore l’attrezzatura necessaria per l’espletamento delle mansioni) e di protezione

(2087: Tutela delle condizioni di lavoro: L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa

le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare

l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro), e la cui conseguenza pratica fu quella

di rivedere il concetto di retribuzione, ricomprendendovi anche quelle prestazioni non immediatamente

connesse all’attività lavorativa del dipendente ma connesse, per es., a periodi di ferie, di malattia, di

svolgimento di funzioni pubblico-elettive o sindacali.

2. La retribuzione imponibile

Il 12 l. 153/1969 dichiara che Per la determinazione della base imponibile per il calcolo dei contributi

di previdenza ed assistenza sociale, si considera retribuzione tutto ciò che il lavoratore riceve [proble-

ma rilevante era lo stabilire se i contributi dovessero calcolarsi sulla somma effettivamente corrisposta

al lavoratore o su quella dovutagli per legge o per contratto collettivo: in quest’ultimo senso ha disposto

la l. 389/1989] dal datore di lavoro in danaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta, in dipendenza

del rapporto di lavoro.

Si noti la portata omnicomprensiva del criterio (tutto ciò che il lavoratore riceve) e la non necessaria

giustificazione di quanto percepito dal lavoratore per via di una prestazione ma, più genericamente, in

dipendenza del rapporto lavorativo stesso.

Devono invece escludersi dal concetto di retribuzione ai fini previdenziali le voci indicate dal 12 l.

153/1969, aventi carattere tassativo (Cass. 451/1985) ed insuscettibili di applicazione analogica.

Precisamente, si tratta di quelle somme corrisposte a titolo:

1. di diaria o d’indennità di trasferta in cifra fissa, limitatamente al 50% del loro ammontare.

Previste dai contratti collettivi, sono erogazioni che servono a coprire le spese che sostiene il lavora-

tore in trasferta, ossia chiamato a svolgere temporaneamente la prestazione lavorativa al di fuori del-

la sede abituale di lavoro.

Si tratta in sostanza dei rimborsi per delle spese non documentabili (per quelle documentabili si ap-

plica il n. 2), che il lavoratore non avrebbe sostenuto se non fosse chiamato ad espletare le sue man-

sioni altrove;

2. di rimborsi a pie’ di lista che costituiscano rimborsi di spese sostenute dal lavoratore per l’esecuzione

o in occasione del lavoro.

È l’ipotesi per es. delle somme rimborsate per spese di viaggi, vitto e alloggio regolarmente fatturate

e giustificate da motivi di lavoro;

3. di indennità di anzianità.

Si deve ritenere, sulla base della natura della voce in esame, che non rientrino nella retribuzione im-

ponibile ai fini previdenziali le eventuali anticipazioni del trattamento di fine rapporto per l’acquisto

della prima casa e per gravi malattie.

La l. 297/1982 prevede la costituzione di un apposito Fondo di garanzia a favore dei lavoratori, con

contribuzione a carico di tutti i datori: nel caso di insolvenza del datore, l’INPS provvederà ad eroga-

re il t.f.r. al lavoratore, e si insinuerà al passivo fallimentare del datore per la somma e nel grado cor-

rispondente alle indennità erogate;

4. di indennità di cassa.

L’indennità di cassa viene corrisposta al lavoratore che abbia maneggio di denaro del datore e sia nei

suoi confronti personalmente responsabile di eventuali ammanchi (nessuna responsabilità potrà es-

sergli addossata in caso di rapina, costituendo quest’ultima un casus fortuitus o d’inesigibilità della

prestazione).

Si fuoriesce dall’indennità in esame e si rientra nell’ambito della retribuzione imponibile ai fini con-

tributivi qualora il rischio dell’ammanco resti a carico del datore e quest’ultimo eroghi egualmente la

retribuzione (Cass. 6674/1994; Cass. 9331/1994);

5. di indennità di panatica per i marittimi a terra, in sostituzione del trattamento di bordo, limitatamente

al 60% del suo ammontare.

Il lavoratore marittimo fruisce solitamente del vitto a bordo della nave; quand’è a terra, si avvale in-

vece dell’indennità in esame;

6. di gratificazione o elargizione concessa una tantum a titolo di liberalità, per eventi eccezionali e non

ricorrenti, purché non collegate, anche indirettamente, al rendimento dei lavoratori e all’andamento

aziendale.

Poiché la voce si presta a consentire possibili elusioni, ben si comprende l’interpretazione restrittiva

solitamente offerta della voce in esame.

Non può ritenersi compresa per es. una gratifica natalizia, perché la natività è evento che ricorre ogni

anno;

7. di emolumenti per carichi di famiglia comunque denominati, erogati, nei casi consentiti dalla legge,

direttamente dal datore di lavoro, fino a concorrenza dell’importo degli assegni familiari a carico del-

la Cassa unica assegni familiari.

Ciò perché la materiale erogazione degli assegni familiari avviene da parte del datore per conto del-

l’istituto assicuratore.

Il 12 dichiara poi il carattere tassativo, quindi insuscettibile di applicazione analogica, delle voci sud-

dette; ciò ha permesso di limitare fortemente l’evasione contributiva dei datori di lavoro.

Il 12 conclude affermando che la retribuzione così determinata viene altresì presa a base per il calcolo

delle prestazioni; in questo modo si è cercato di evitare accordi tra datore e lavoratore per non pagare i

contributi: infatti è interesse del lavoratore che la retribuzione presa a base di calcolo per le prestazioni

a cui avrà diritto sia la più alta possibile, e di riflesso più alti siano i contributi.

Il concetto di retribuzione imponibile ora esaminato era originariamente previsto in riferimento al regi-

me previdenziale dei lavoratori subordinati assicurati presso l’INPS.

In passato gli altri regimi previdenziali potevano adeguarsi ovvero discostarsene.

La l. 335/1995, nonché successive, distinte normative hanno tuttavia esteso il medesimo concetto di re-

tribuzione anche per i dipendenti dello Stato e degli enti locali, nonché al personale assicurato presso

autonome gestioni pure mettenti capo all’INPS.

La l. 402/1996 è poi intervenuta in sede d’interpretazione degli accordi e dei contratti collettivi ai fini

della considerazione delle voci dirette ed indirette della retribuzione.

Accadeva sovente che in sede di contrattazione collettiva venisse prevista la corresponsione di nuove

voci retributive espressamente od implicitamente ritenute non rilevanti ai fini del calcolo di voci indi-

rette della retribuzione (per es. mensilità aggiuntive, retribuzioni feriali, etc.).

Tali clausole di esclusione vennero spesso ritenute irrilevanti da parte dell’INPS, che conseguentemen-

te ai fini della determinazione dei contributi dovuti calcolava la voce retributiva indiretta non nella mi-

sura determinata in base al contratto collettivo, bensì aumentandola, tenendo conto della voce viceversa

esclusa dalla contrattazione collettiva.

Ciò sul presupposto della omnicomprensività della retribuzione ai fini previdenziali (tutto ciò che il la-

voratore riceve).

Al fine di contrastare tali prassi, la l. 402/1996 ha sancito che la retribuzione dovuta in base ad accordi

collettivi di qualunque livello non può essere individuata in difformità dalle obbligazioni, modalità e

tempi di adempimento come definiti negli accordi stessi, e che conservano pieno valore anche ai fini

previdenziali le clausole che limitano l’incidenza degli emolumenti diretti su quelli indiretti.

La più importante modifica normativa della definizione di retribuzione ai fini previdenziali è intervenu-

ta in forza del d. lgs. 314/1997, che ha integralmente novellato il 12 cit. al fine di consentire un’armo-

nizzazione tra normativa fiscale e previdenziale.

Il 12.1 prevede ora che costituiscono redditi di lavoro dipendente ai fini contributivi quelli rilevanti ai

fini dell’imposta sui redditi di cui al d.P.R. 917/1986; in base ad essa sono redditi di lavoro dipendente

quelli che derivano da rapporti aventi per oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle

dipendenze e sotto la direzione di altri e maturati nel periodo di riferimento.

Il secondo comma del novellato 12 sancisce invece che per il calcolo dei contributi di previdenza e as-

sistenza sociale si applicano le disposizioni di cui all’art. 48 del d.P.R. cit. (917/1986) (in base al quale

costituiscono reddito da lavoro tutte le somme e valori in genere, a qualunque titolo percepito nel pe-

riodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro).

Il 48.2 d.P.R. cit. (917/1986) elenca le voci escluse dal calcolo del reddito ai fini fiscali.

Secondo una prima tesi, si è sostenuto che la nozione di retribuzione utile ai fini contributivi sia ricava-

bile in realtà solo dal 48 cit., integralmente considerato (primo e secondo comma).

In base ad una diversa opzione, si ritiene invece che la definizione di retribuzione ai fini contributivi sia

ricavabile dal 46 T.U. cit., mentre il richiamo al 48 avverrebbe solo ai fini della determinazione delle

voci da escludere dall’imposizione fiscale; tali voci, elencate nel 48.2, assumerebbero rilevanza anche

ai fini dell’esclusione ai fini contributivi.

Le esclusioni dal reddito previste ai fini contributivi dall’attuale disposto del 12 l. 143/1969 sono oggi

integrate:

1. dalle somme corrisposte a titolo di trattamento di fine rapporto;

2. dalle somme corrisposte in occasione della cessazione del rapporto di lavoro al fine di incentivare

l’esodo dei lavoratori, nonché quelle la cui erogazione trae origine dalla predetta cessazione, fatta

salva l’imponibilità dell’indennità sostitutiva del preavviso;

3. dai proventi e le indennità conseguite, anche in forma assicurativa, a titolo di risarcimento danni;

4. dalle somme provenienti da gestori e fondi previdenziali obbligatori, da polizze assicurative, dai

compensi erogati per conto di terzi non aventi attinenza con la prestazione lavorativa;

5. dalle erogazioni previste dai contratti collettivi aziendali qualora le relative somme siano incerte nel-

la loro corresponsione e ammontare perché legate ad incrementi di produttività;

6. dalle somme a carico del datore di lavoro destinate al finanziamento della previdenza complementare

(assoggettate ad un differente contributo, c.d. di solidarietà, del 10%, ex l. 166/1991);

7. dai c.d. trattamenti di famiglia.

Anche in questo caso, si tratta di un’elencazione tassativa di voci.

Inoltre il 12 ribadisce che la retribuzione imponibile è presa a riferimento per il calcolo delle prestazio-

ni previdenziali; in questo modo si è inteso evitare accordi tra datore e lavoratore per non pagare i con-

tributi: infatti è interesse del lavoratore che la retribuzione o la contribuzione presa a base di calcolo

delle prestazioni previdenziali sia la più alta possibile.

La contrattazione collettiva può intervenire sulla struttura della retribuzione anche nel senso di contem-

plare voci sottratte, entro una certa misura, alla contribuzione previdenziale (c.d. decontribuzione), con

riguardo alle erogazioni previste da contratti collettivi aziendali o di secondo livello, delle quali siano

incerte la loro corresponsione od ammontare in quanto correlata dal contratto medesimo alla misurazio-

ne di incrementi di produttività, qualità ed altri elementi di competitività assunti come indicatori del-

l’andamento economico dell’impresa e dei suoi risultati.

Per quanto riguarda i lavoratori autonomi ed i professionisti iscritti ad una propria cassa di previdenza,

la contribuzione viene calcolata sulla base del reddito annuo dichiarato ai fini IRPEF.

3. Il calcolo dei contributi

L’obbligo contributivo del datore di lavoro sorge come effetto riconnesso al rapporto lavorativo che si è

instaurato tra assicurante ed assicurato: effetto indisponibile, in quanto derivante non dal contratto, ben-

sì dalla legge (1173 c.c.: Fonti delle obbligazioni: Le obbligazioni derivano da contratto, da fatto ille-

cito, o da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell'ordinamento giuridico) sulla base

del rapporto di lavoro (rectius, dell’erogazione della retribuzione).

Vengono a tale fine in rilievo apposite tabelle indicanti le diverse aliquote contributive, in relazione al-

l’inquadramento del datore di lavoro.

Ai fini dell’inquadramento dei datori in relazione agli obblighi contributivi, occorre avere riguardo alla

l. 88/1989, che individua vari settori:

a) settore industria, per le attività: manifatturiere, estrattive, impiantistiche; di produzione e distribuzio-

ne dell'energia, gas ed acqua; dell'edilizia; dei trasporti e comunicazioni; delle lavanderie industriali;

della pesca; dello spettacolo; nonché per le relative attività ausiliarie;

b) settore artigianato;

c) settore agricoltura;

d) settore terziario, per le attività: commerciali, ivi comprese quelle turistiche; di produzione, interme-

diazione e prestazione dei servizi anche finanziari; per le attività professionali ed artistiche; nonché

per le relative attività ausiliarie;

e) credito, assicurazione e tributi, per le attività: bancarie e di credito; assicurative; esattoriale, relativa-

mente ai servizi tributari appaltati.

I datori di lavoro che svolgono attività non rientranti fra quelle di cui sopra sono inquadrati nel settore

"attività varie"; qualora non abbiano finalità di lucro sono esonerati, a domanda, dalla contribuzione

alla Cassa unica assegni familiari, a condizione che assicurino ai propri dipendenti trattamenti di fami-

glia non inferiori a quelli previsti dalla legge.

Occorre notare come non esista un’aliquota unitaria; pur con riferimento al medesimo settore e catego-

ria produttiva del datore, sussistono diverse percentuali in relazione alle molteplici prestazioni garanti-

te, rectius gestite autonomamente sotto l’aspetto contributivo dall’INPS.

Le percentuali in esame possono poi variare in relazione al numero di dipendenti, ed alle loro qualifi-

che.

Parte dell’onere contributivo complessivo da pagarsi ad opera dell’assicurante è a carico dello stesso la-

voratore, prevalentemente per quanto concerne la gestione delle prestazioni pensionistiche.

Secondo il d.l. 463/1983, le ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle re-

tribuzioni dei lavoratori dipendenti […] debbono essere comunque versate e non possono essere porta-

te a conguaglio con le somme anticipate, nelle forme e nei termini di legge, dal datore di lavoro ai la-

voratori per conto delle gestioni previdenziali ed assistenziali, e regolarmente denunciate alle gestioni

stesse, tranne che a seguito di conguaglio tra gli importi contributivi a carico del datore di lavoro e le

somme anticipate risulti un saldo attivo a favore del datore di lavoro: si tratta del c.d. sistema del con-

guaglio.

4. La natura dei contributi e il principio di ripartizione

La natura giuridica dei contributi sociali è questione controversa.

Se si considerano i fini perseguiti dallo Stato in materia previdenziale e le modalità di realizzazione

della tutela, la natura dei contributi non più collegati alle prestazioni, e quindi ad un rapporto assicurati-

vo, è sicuramente fiscale.

La Corte costituzionale a proposito dei contributi socio-sanitari ha tuttavia negato (408/1994) il caratte-

re tributario, e quindi la violazione del 53 Cost. (Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in

ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività)

sotto il profilo dei proporzionali criteri di garanzia dell’imposizione tributaria, sostenendone il carattere

assicurativo.

Ora il modello assicurativo, che ha costituito l’originaria struttura del sistema previdenziale, si trova ad

operare in un contesto costituzionale caratterizzato dal principio di solidarietà.

Quest’ultimo tuttavia, in quanto principio, non costituisce una vera e propria norma, ossia una regola

suscettibile (almeno in astratto) di una netta applicazione con riguardo al caso concreto, bensì una diret-

tiva di ottimizzazione suscettibile di essere applicata dal legislatore da un minimo ad un massimo grado

di intensità, e sempre tenendo conto dell’esigenza di contemperamento con altri principi di rango pari-

menti costituzionale.

Così per es. il principio di solidarietà, in un significato “minimo”, vale sicuramente ad escludere che i

contributi calcolati e dovuti in relazione ad un assicurato debbano per forza andare ad esclusivo vantag-

gio del medesimo in sede di erogazione delle prestazioni previdenziali, e tanto basta ad escludere il ca-

rattere assicurativo in senso privatistico del rapporto previdenziale: infatti non è più possibile sostenere

l’esistenza di un nesso di corrispettività in senso stretto e proprio del diritto civile tra contribuzioni rela-

tive ad un assicurato e prestazioni spettanti al medesimo, nel senso di un vincolo sinallagmatico tra le

stesse.

Le pensioni vengono infatti erogate in base ai contributi finanziari dei lavoratori attivi, secondo la logi-

ca di un sistema di finanziamento a ripartizione anziché a capitalizzazione.

Nell’ottica propria dell’assicurazione privatistica, ogni lavoratore tramite il versamento dei contributi si

precostituisce la copertura finanziaria delle prestazioni di cui godrà al momento di andare in pensione.

Attualmente invece la copertura economica dell’insieme delle prestazioni pensionistiche è addossata a

chi attualmente versa i contributi: chi oggi paga i contributi garantisce la possibilità economica non del-

la propria futura pensione, ma di quella erogata a chi è attualmente pensionato; la futura pensione verrà

a propria volta “coperta” dalle future contribuzioni dei lavoratori di domani.

Viene in rilievo un peculiare aspetto della solidarietà costituzionale, un po’ enfaticamente definita

come intergenerazionale.

Il risvolto applicativo del principio di ripartizione è che l’ammontare dei contributi da versare è deter-

minato con riguardo non già alle prestazioni che saranno versate domani agli stessi assicurati, bensì in

relazione a coloro che attualmente già godono della pensione.

Ulteriori applicazioni in massimo grado del principio di solidarietà si sono avute con l’istituzione del

Servizio sanitario nazionale, che eroga le prestazioni sanitarie a tutti i cittadini, lavoratori e non, ed an-

che agli stranieri e agli apolidi, e con spese poste a carico dell’intera collettività tramite l’intervento di-

retto della finanza statale.

Ancora, si pensi all’assegno sociale, erogato indipendentemente da requisiti contributivi.

Tuttavia il carattere aperto del principio in esame non ne legittima un’acritica invocazione.

Sintomatico è il problema relativo all’ipotesi in cui una determinata prestazione previdenziale venga

erogata direttamente da parte del datore di lavoro in quanto così stabilito in sede di contrattazione col-

lettiva: anche in questi casi il datore è tenuto, in forza del principio di solidarietà, a versare la relativa

contribuzione all’ente di previdenza?

Il caso si è concretamente posto di recente con riguardo ai contributi di malattia: secondo Cass. S.U.

10232/2003 il 6.2 l. 138/1943, che esonera l’INPS dal pagamento dell’indennità di malattia quando il

relativo trattamento economico venga corrisposto per legge o per contratto collettivo dal datore di lavo-

ro, non vale ad esonerare il datore dall’obbligo di versare la relativa contribuzione, atteso che da un

lato, in forza del principio di solidarietà che costituisce il fondamento della previdenza sociale, non esi-

ste un nesso di corrispettività tra prestazioni e contributi sicché ben può persistere la relativa obbliga-

zione contributiva a carico del datore anche quando l’ente previdenziale non sia tenuto a certe presta-

zioni, e che inoltre l’obbligazione contributiva partecipa della natura delle obbligazioni pubblicistiche,

equiparabile alle obbligazioni tributarie sottratte alla disponibilità di negozi giuridici di diritto privato,

quali devono ritenersi i contratti collettivi.

Preliminarmente si deve osservare che non pare corretto ritenere che la normativa di riferimento (il 6.2

l. 138/1943) operi solo con riguardo ai contratti collettivi del periodo corporativo (e cioè fino al 1943:

periodo nel quale venne emanata la norma in vigore) e non anche relativamente ai contratti collettivi

c.d. di diritto comune.

Infatti i contratti collettivi c.d. corporativi non potevano derogare a norme di legge inderogabili (e ciò

in base al 7 delle disposizioni sulla legge in generale che precedono il codice civile: Limiti della disci-

plina corporativa: Le norme corporative non possono derogare alle disposizioni imperative delle leggi

e dei regolamenti), sicché il richiamo al carattere corporativo del contratto è del tutto inconferente: an-

che i contratti collettivi corporativi non potevano prestarsi a realizzare l’esonero suddetto.

Ciò significa che la ratio del citato 6, nella parte in cui deroga all’esonero dalla contribuzione, non va

cercata nella natura formale del contratto, bensì in considerazioni di carattere sostanziale.

Il richiamo diretto al principio di solidarietà non pare pertinente.

In primo luogo le applicazioni del principio necessitano di essere sottoposte a bilanciamento con altri

valori di rango parimenti costituzionale.

Pretendere il contributo in questione nel caso in esame, e non pretenderlo per es. (come previsto per

legge) con riguardo agli assicurati che rivestono la categoria di dirigenti ovvero di quadri, appare in

contrasto col principio di parità di trattamento (3 Cost.: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e

sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni

politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordi-

ne economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il

pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione

politica, economica e sociale del Paese), inoltre l’interpretazione della Cassazione sembra gravare di

un onere economico aggiuntivo le imprese che garantiscono in forza di contratto collettivo la prestazio-

ne in esame (tenute quindi al pagamento del contributo nei confronti dell’INPS ed all’erogazione delle

prestazioni) rispetto a quelle che non la prevedono (tenute solo al pagamento dei contributi), falsando

in tale modo il gioco della concorrenza (41 Cost.: L'iniziativa economica privata è libera. Non

può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà,

alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività econo-

mica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali).

Si deve poi considerare che la normativa di legge ordinaria attualmente in vigore non esclude un certo

grado di corrispettività tra contribuzione e prestazioni previdenziali.

Si è già evidenziato al riguardo che l’obbligo contributivo del datore di lavoro non è fissato in via glo-

bale ed unica, ma che esistono all’opposto diverse aliquote contributive a seconda della prestazione di

riferimento, e ciò perché ogni gestione deve essere finanziariamente autonoma.

Inoltre, all’interno della singola gestione il datore di lavoro non è sempre tenuto al pagamento: per es.,

con riguardo all’indennità di malattia, la relativa contribuzione non è dovuta dal datore di lavoro del

settore dell’industria in relazione ai dipendenti che rivestono la qualifica di impiegati, di quadri e di di-

rigenti.

Tuttavia questi ultimi, correlativamente, non godono della relativa indennità da parte dell’INPS, il che

implica una certa consequenzialità tra versamento dei contributi e beneficio delle prestazioni, ed all’op-

posto l’assenza di queste ultime in mancanza di obbligo contributivo.

Il principio di solidarietà non implica necessariamente un’estensione dell’obbligo contributivo.

E d’altro canto, se un principio emerge dalla legislazione ordinaria in materia di contribuzione è pro-

prio l’idea opposta della consequenzialità tra contributi e prestazioni.

La solidarietà può avere la forza di giustificare deroghe al principio di corrispettività, e può anche giun-

gere a giustificare modelli previdenziali integralmente retti da una contribuzione generalizzata e gra-

vante indistintamente sulla collettività, come nel caso del Servizio sanitario nazionale.

Tuttavia tale principio non pare aver pervaso la legislazione ordinaria, né pare sostenibile che lo stesso

risulti sufficientemente marcato al punto tale da ritenere costituzionalmente illegittimo un modello di

contribuzione, quale è quello attuale, ancora basato su di un certo nesso di corrispettività.

5. La fiscalizzazione degli oneri sociali e gli sgravi contributivi, i contratti di riallineamento e le

c.d. dichiarazioni di emersione

L’ammontare degli oneri contributivi di spettanza all’INPS determina un forte aumento del costo della

manodopera, il che si traduce tra l’altro in una perdita di competitività dei nostri prodotti all’estero.

Per sostenere le esportazioni si è allora fatto ricorso allo strumento della fiscalizzazione degli oneri so-

ciali (l. 102/1977): lo Stato, tramite risorse del proprio bilancio, si assume parte dell’onere economico

gravante sugli imprenditori di settori maggiormente in difficoltà sul versante delle esportazioni, ma non

solo: anche ai fini del rilancio di settori in crisi, o per alleggerire il peso della disoccupazione in aree

tradizionalmente depresse.

Tecnicamente la fattispecie consiste nell’attribuire alle imprese un credito da conguagliare coi contribu-

ti previdenziali: credito integrato da una riduzione di questi ultimi in misura fissa od in via percentuale.

La distinzione tra fiscalizzazione e sgravi non è sempre agevole: si suggerisce da parte della dottrina di

avere riguardo al carattere contingente o meno dell’intervento dello Stato, alla circostanza che il credito

riconosciuto al datore di lavoro sia determinato in misura fissa o percentuale, all’area di intervento cir-

coscritta a determinate zone ovvero all’intero territorio nazionale, ritenendo trattarsi di sgravi nel primo

caso, di fiscalizzazione nel secondo.

Gli sgravi possono essere subordinati a diverse circostanze: aumento dei lavoratori dipendenti occupati,

ovvero localizzazione dell’impresa in determinate aree del territorio nazionale.

Gli interventi legislativi in materia peccano di eccessiva frammentarietà: non sempre è possibile coglie-

re dei principi unitari ai fini dell’applicazione della normativa stessa.

Esemplificando, si discute del requisito (richiesto in alcuni casi) che subordina le riduzioni contributive

al fatto che l’impresa favorita dia integrale applicazione a favore dei propri dipendenti dei contratti col-

lettivi nazionali di categoria.

In questi casi sembrerebbe venire in questione la lesione del diritto di (non) associarsi liberamente alle

associazioni sindacali (3, 18 e 39 Cost.), tramite un’indiretta coazione all’adesione alle stesse.

Per questo motivo i più recenti interventi subordinano il beneficio non già all’applicazione del contratto

collettivo, ma più semplicemente al fatto che siano assicurati ai dipendenti trattamenti economici non

inferiori ai minimi previsti dai contratti collettivi: si tratta della c.d. clausola sociale.

In relazione a tale ultimo requisito tuttavia accade che l’impresa non abbia garantito nei fatti il suddetto

trattamento.

In questi casi può accadere che la decadenza dal beneficio, unitamente all’obbligo di restituzione di una

somma pari ai benefici in precedenza goduti, possa finire per compromettere l’impresa ed i lavoratori

medesimi.

Si è pertanto prevista la possibilità di stipulare c.d. contratti di riallineamento con le organizzazioni sin-

dacali (ma solo con quelle più rappresentative sul piano nazionale, al fine di evitare facili elusioni) in

base ai quali l’impresa si obbliga ad una graduale applicazione dei suddetti minimi retributivi, mante-

nendo in cambio i benefici di legge nonché, in caso di rispetto del programma, la sanatoria per quanto

concerne l’evasione contributiva.

Altri problemi in materia di fiscalizzazione possono poi concernere l’individuazione dei lavoratori di-

pendenti in relazione ai quali la stessa trova applicazione, per es. se si applichi anche ai lavoratori ap-

prendisti.

La Corte di giustizia delle comunità europee ha ritenuto contrastante con il principio della libera con-

correnza all’interno dell’area comunitaria gli sgravi degli oneri fiscali previsti per i lavoratori assunti

con contratto di formazione e lavoro (causa C-310-99).

Con le c.d. dichiarazioni di emersione da parte dei datori di lavoro desiderosi di regolarizzare le posi-

zioni contributive dei loro dipendenti, i suddetti si impegnano ad erogare per il futuro una retribuzione

non inferiore a quella prevista nei contratti collettivi nazionali, ottenendo in cambio per il passato la

possibilità di un concordato (tributario e) previdenziale, e per il futuro, con riguardo ai tre anni succes-

sivi alla presentazione, il godimento di un regime contributivo attenuato.

6. Minimale e massimale

Gli istituti del minimale e del massimale vengono in rilievo tanto sotto l’aspetto contributivo che sotto

quello delle prestazioni.

Dal punto di vista contributivo, il minimale è l’importo minimo su cui vengono calcolati i contributi,

qualora la retribuzione venga corrisposta in una misura inferiore.

La ratio dell’istituto corrisponde all’esigenza di ripartire equamente gli oneri economici derivanti dal-

l’erogazione delle prestazioni previdenziali, evitando di addossarli in misura eccessiva sugli istituti as-

sicuratori.

Supponiamo per es. un datore di lavoro che abbia bisogno di prestazioni lavorative per 8 ore alla setti-

mana: può assumere una persona per tutte le 8 ore pagandola € 180,00, ovvero due lavoratori ciascuno

per metà tempo, pagandoli 90,00 € alla settimana.

Settimanalmente il suo contributo complessivo dovrebbe essere comunque calcolato su € 180,00, ma è

chiaro che nel secondo caso l’INPS subirà uno svantaggio, dovendo erogare la pensione a due lavorato-

ri anziché uno, a fronte di contributi di eguale importo.

L’INPS fissa pertanto ai fini del calcolo dei contributi dei minimali degli importi retributivi minimi.

Secondo la l. 389/1989, la retribuzione sulla quale calcolare i contributi non può comunque essere infe-

riore a quella prevista dai contratti collettivi stipulati su base nazionale dalle organizzazioni maggior-

mente rappresentative ovvero dagli accordi individuali se migliorativi.

(In caso di pluralità di contratti collettivi intervenuti per la medesima categoria, ai sensi della l.

549/1995 la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi è quella stabilita dai con-

tratti collettivi stipulati dall’organizzazione sindacale dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativa-

mente più rappresentativa nella categoria: c.d. contratto leader ).

La regola subisce però delle eccezioni: secondo il d. lgs. 276/2003, nel caso di contratto di sommini-

strazione i contributi previdenziali sono versati per il loro effettivo ammontare anche in deroga alla vi-

gente normativa in materia di minimale contributivo; analoga disposizione viene dettata in relazione ai

contributi da versare sull’indennità di disponibilità spettante per il lavoro intermittente.

(Nel caso di rapporto di lavoro a tempo parziale, opera invece la regola del minimale, posto che ai sensi

del d. lgs. 61/2000 la retribuzione minima oraria sulla quale calcolare i contributi si determina rappor-

tando il minimale giornaliero di cui al d.l. 463/1983 alle giornate di lavoro settimanale ad orario norma-

le e dividendo l’importo così ottenuto per il numero delle ore di orario normale settimanale previsto per

i lavoratori a tempo pieno).

Rimanendo sempre in ambito contributivo, il massimale consiste invece nella cifra massima su cui ven-

gono calcolati i contributi.

Per il servizio sanitario esiste per es. un massimale (il contributo al Servizio sanitario nazionale consta

di due componenti: il contributo per le prestazioni, calcolato su di un massimale annuo di 40 milioni di

lire, ed un contributo di solidarietà del 4,60 % pagato sull’eccedenza rispetto al massimale suddetto

sino ad un massimo di 100 milioni; la l. 537/1993 ha elevato detto massimale fino a 150 milioni, ele-

vando nel contempo anche le percentuali di contribuzione) oltre il quale il contributo non viene calcola-

to.

Per i contributi INPS non esisteva un massimale: qualunque fosse l’ammontare della retribuzione, sulla

stessa occorreva calcolare i contributi.

Di seguito l’istituto del massimale sulle contribuzioni è stato introdotto dalla l. 335/1995.

In precedenza, poiché per l’INPS esisteva anche un massimale per le prestazioni pensionistiche, ossia

una somma oltre la quale ai fini del calcolo delle prestazioni pensionistiche non venivano prese in con-

siderazione eventuali eccedenze, poteva verificarsi il caso di un datore che pagasse i contributi su retri-

buzioni di importo superiore a fronte di prestazioni calcolate non oltre il massimale suddetto.

Contro questa presunta sproporzione si fece ricorso alla Corte costituzionale, la quale giudicò la que-

stione infondata (173/1986): si ritenne infatti che il calcolo della pensione non rispondesse più a logi-

che di tipo assicurativo, ossia a meccanismi di capitalizzazione dei contributi, e che al contrario l’obbli-

go contributivo e l’erogazione delle prestazioni rispondono a logiche diverse, di solidarietà il primo e di

sostegno del reddito al fine della liberazione dal bisogno il secondo.

Sotto l’aspetto delle prestazioni, accanto ad un massimale esiste, per le prestazioni variabili in relazione

all’ammontare della retribuzione, un minimale pari circa all’ammontare dell’assegno (già pensione) so-

ciale.

7. Fondi esclusivi e sostitutivi

L’aspetto contributivo varia in riferimento all’istituto assicuratore, che abbiamo detto poter essere di-

verso dallo stesso INPS, il cui regime opera in via residuale.

Si è infatti già visto come la maggior parte dei dipendenti pubblici metta capo, ai fini previdenziali, non

all’INPS, ma all’INPDAP, ed in passato al Ministero del tesoro ovvero ad apposite Casse: sistema che

forma un regime previdenziale c.d. esclusivo.

Alle forme di previdenza c.d. sostitutive sono invece assicurati i lavoratori subordinati ai quali, per leg-

ge, è stato garantito un particolare e più favorevole trattamento pensionistico, che le singole norme isti-

tutive del trattamento stesso dichiarano sostitutivo dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invali-

dità, la vecchiaia ed i superstiti dell’INPS.

All’interno dei regimi sostitutivi è possibile operare una distinzione, a seconda che la gestione dei ri-

spettivi trattamenti di previdenza sia affidata a dei fondi gestiti dall’INPS, con gestione autonoma sotto

il profilo economico e contabile, ovvero ad enti diversi.

Nel primo senso si possono ricordare per es. i fondi di previdenza per il personale di volo dipendente da

imprese di navigazione aerea, il fondo per il personale addetto ai pubblici servizi di trasporto, per il per-

sonale dipendente dall’ENEL e da aziende elettriche private.

Appartiene invece ad enti diversi dall’INPS la previdenza dei dirigenti di aziende industriali (INPDAI),

per i lavoratori dello spettacolo (ENPALS), per i giornalisti professionisti (INPGI).

In base al d. lgs. 509/1994, numerosi enti gestori di forme di previdenza (tra i quali per es. l’INPGI e

l’INPDAI, quest’ultimo ormai definitivamente soppresso, e confluito in un’apposita gestione INPS)

sono stati trasformati in persone giuridiche di diritto privato.

In base al d. lgs. cit., le stesse non possono ricevere finanziamenti pubblici, e la loro gestione deve ten-

dere a realizzare l’equilibrio di bilancio; in caso contrario, è possibile la nomina di commissari straordi-

nari o, nei casi più gravi, di liquidatori.

Nell’ambito dell’INPS esistono anche specifiche, autonome gestioni destinate alla previdenza di lavo-

ratori non subordinati.

È stata per es. costituita un’apposita gestione in relazione a coloro che svolgono attività di lavoro auto-

nomo ai sensi del 49 TUIR (in sostanza, i lavoratori autonomi privi di albo professionale alla cui iscri-

zione sia condizionato l’esercizio della professione), nonché a favore di coloro che svolgono attività di

lavoro coordinata e continuativa, oggi lavoratori “a progetto”.

Ciò in forza della l. 335/1995 (c.d. “quarta gestione”).

In base al d. lgs. 269/2003 è stata invece istituita un’apposita (c.d. “quinta”) gestione per coloro che

svolgono attività di lavoro in forza di contratto di associazione in partecipazione.

Il d. lgs. 103/1996 ha provveduto ad assicurare in via generale la tutela obbligatoria dei liberi professio-

nisti, ossia di coloro che prestano attività di lavoro autonomo subordinatamente alla previa iscrizione ad

albo professionale, per l’ipotesi in cui a favore degli stessi non sia già previsto un apposito regime.

8. Fondi esonerativi

Il r.d.l. 636/1939 nel riordinare le assicurazioni sociali concesse la facoltà di chiedere l’esonero dall’as-

sicurazione obbligatoria per invalidità, vecchiaia e superstiti INPS a quelle aziende private ed a quegli

enti pubblici che anteriormente avessero provveduto a garantire ai propri dipendenti un trattamento di

quiescenza o di previdenza mediante la costituzione di casse o fondi aziendali di previdenza ovvero

mediante polizze di assicurazione.

Forme di previdenza esonerative erano in vigore soprattutto nell’ambito delle imprese bancarie: ricor-

diamo a titolo esemplificativo la Cassa di previdenza per il personale dell’Istituto bancario San Paolo di

Torino.

La situazione in questo settore è radicalmente mutata per effetto del d. lgs. 357/1990, che emanato sulla

base della l. 218/1990, sulla c.d. privatizzazione degli enti pubblici creditizi, prevede nuove disposizio-

ni sul regime previdenziale dei dipendenti degli stessi.

Si dispone infatti che i dipendenti degli enti in questione, in precedenza assicurati presso forme esclusi-

ve od esonerative, sono iscritti all’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti gestita

dall’INPS, mentre le previgenti forme assicurative, esclusive o sostitutive, sono trasformate in fondi in-

tegrativi dell’assicurazione generale obbligatoria suddetta, al fine di garantire le prestazioni di miglior

favore previste dalle forme assicurative suddette.

9. Fondi integrativi

Oltre alle suddette forme obbligatorie di previdenza possono esistere dei fondi c.d. integrativi che, nor-

malmente istituiti per la particolare gravosità del tipo di lavoro del settore considerato, si aggiungono

ma non sostituiscono le prime.

In tali casi i contributi, obbligatori e normalmente posti a carico dei datori di lavoro e dei dipendenti, si

sommano a tutti gli altri contributi normalmente dovuti.

Tipico è il caso dei dipendenti di aziende editrici e stampatrici di giornali quotidiani ed agenzie di stam-

pa, il cui Fondo nazionale di previdenza per i lavoratori dei giornali quotidiani (c.d. Fondo Casella) pre-

vede per i titolari di pensione di vecchiaia la corresponsione di un importo aggiuntivo pari all’1% della

retribuzione pensionabile per ogni anno di anzianità contributiva nel settore, purché vi sia contribuzio-

ne per un minimo di 10 anni.

A carico delle (categorie assicurate presso) forme di previdenza integrative la l. 166/1991 ha posto

l’obbligo di un contributo di solidarietà (10%) gravante sul datore, da calcolare sull’ammontare dei

contributi versati alle forme integrative stesse ed a favore degli ordinari regimi di assicurazione.

10. Classificazione dei contributi

Finora si è parlato dei contributi effettivi, od obbligatori, cioè di quelli effettivamente versati dal datore

di lavoro in ottemperanza all’obbligo sorgente dal pagamento della retribuzione.

In mancanza di retribuzione l’assicurato può fare domanda per il versamento di contributi volontari, in-

teramente a proprio carico, utili ai fini del conseguimento del diritto a pensione o per incrementare il

quantum della stessa (Corte cost. 427/1997 e 432/1999 hanno chiarito come nella fase successiva al

perfezionamento del requisito minimo, l’ulteriore contribuzione (qualunque ne sia la natura) non può

che essere destinata ad incrementare il livello di pensione già maturato), ed in generale per l’ottenimen-

to di quelle prestazioni previdenziali che richiedono come requisito un certo ammontare di contributi.

Alla contribuzione volontaria (che non è ammessa per i dipendenti dello Stato), ex l. 47/1983, possono

essere ammessi coloro che vantino almeno 3 anni di contribuzione effettiva nei 5 anni precedenti la do-

manda, ovvero 5 anni di contribuzione effettiva in qualunque epoca avvenuta; in negativo occorre che

il richiedente non sia già “coperto” da contribuzione obbligatoria, perché lavoratore subordinato assicu-

rato presso l’INPS od altre forme di previdenza, ovvero libero professionista tenuto al versamento dei

contributi presso la forma di previdenza del relativo ordine.

La contribuzione volontaria viene effettuata tramite versamenti trimestrali su appositi conti correnti po-

stali intestati all’INPS.

Le aliquote contributive si applicano su di un importo determinato dallo stesso istituto, che a tal fine

provvede ad inquadrare il richiedente, con riferimento al momento della domanda, in una delle classi di

reddito previste.

Diversi dai contributi volontari sono i contributi figurativi: questi ultimi sono contributi che, in ipotesi

tassative ed insuscettibili di applicazione analogica, sono considerati come utili ai fini della maturazio-

ne e del quantum della prestazione pensionistica; il loro onere economico ricade sullo stesso istituto

previdenziale, e trovano giustificazione sostanziale in riferimento a periodi nei quali l’assicurato non ha

potuto lavorare per cause indipendenti dalla sua volontà.

Sono riconosciuti a richiesta dell’interessato, in corrispondenza di determinati periodi (non coperti da

contribuzione effettiva):

1. servizio militare, di leva e volontario, e di militanza in formazioni partigiane, salvo che contempora-

neamente vi sia stata contribuzione effettiva perché si svolgeva egualmente attività lavorativa;

2. periodi di persecuzione politica o razziale subita dai cittadini durante il fascismo, sotto il cui regime

molti lavoratori furono costretti ad abbandonare il loro posto di lavoro o ad espatriare;

3. periodi di assenza per malattia ed infortunio sul lavoro, fino ad un massimo di 12 mesi; si noti tutta-

via che in queste fattispecie la legge prevede l’obbligo del datore di corrispondere egualmente la re-

tribuzione in misura ridotta, e non difformemente prevedono le clausole di diversi contratti collettivi

di lavoro.

Conseguentemente per questi periodi vi sarà una parziale retribuzione, e quindi un obbligo di contri-

buzione effettiva, e non potrà farsi luogo all’accredito dei contributi figurativi se non per la parte in-

tegrante la ridotta retribuzione;

4. periodi di assenza obbligatoria e facoltativa dal lavoro per gravidanza e puerperio non retribuiti, ov-

vero in relazione ai periodi di assenza per congedo genitoriale nei primi 8 anni di vita del bambino

(d. lgs. 151/2001) o di permesso per i genitori di minore con handicap in situazione di gravità (d. lgs.

151/2001);

5. periodi di aspettativa per ricoprire cariche pubbliche elettive o cariche sindacali provinciali o nazio-

nali, sempre che non vi sia mantenimento della retribuzione, e quindi della contribuzione, da parte

del datore.

Sono invece accreditati d’ufficio:

1. periodi in corrispondenza dei quali vi è erogazione dell’indennità di disoccupazione;

2. periodi in cui l’assicurato percepisce il trattamento di cassa integrazione guadagni: nel caso di messa

in cassa integrazione a zero ore il contributo viene calcolato sulla retribuzione dei mesi precedenti,

mentre nel caso di integrazione a più ore erano calcolati contributi effettivi sulla retribuzione per le

ore di svolgimento della prestazione lavorativa.

Era evidente che in tal modo finiva per essere avvantaggiato, sotto il profilo contributivo, chi non la-

vorava per nulla rispetto a chi lavorava, almeno per qualche ora.

Opportunamente si è allora disposto che ai contributi effettivi dei lavoratori in cassa integrazione a

più ore fossero aggiunti i contributi figurativi, fino a raggiungere un beneficio analogo a quello di cui

godono i lavoratori con cassa integrazione a zero ore;

3. periodi in corrispondenza dei quali si percepisce l’indennità di tubercolosi;

4. periodi in cui si sono avute omissioni contributive da parte di datori di lavoro, nei casi di fallimento o

di crisi dell’azienda, determinata da eccezionali calamità naturali;

5. periodo durante il quale si è percepita la pensione ordinaria d’inabilità, successivamente revocata per

recupero delle capacità lavorative;

6. periodo nel quale si è percepito l’assegno ordinario di invalidità senza prestare contemporaneamente

attività lavorativa;

7. periodo nel corso del quale il rapporto è regolato da contratti di solidarietà difensivi;

8. periodi non lavorativi concessi ai donatori di sangue per esigenze fisiche di recupero.

11. Il riscatto

Ai fini della maturazione del diritto alla pensione e dell’incremento del quantum della stessa, l’assicu-

rato può richiedere il versamento a suo carico di contributi effettivi in relazione a determinati periodi di

tempo nel corso dei quali non ha svolto attività lavorativa.

È possibile riscattare presso l’INPS gli anni del corso legale di laurea (il riscatto presso l’INPS degli

anni di laurea è possibile a prescindere da qualunque attività venga a svolgere, in fatto, l’assicurato

(mentre per i dipendenti pubblici la regola è l’opposta: possono riscattarsi gli anni di laurea solo se que-

st’ultima sia necessaria in relazione alla qualifica del pubblico impiegato)), ovvero gli anni di lavoro

subordinato svolto all’estero.

In base al d. lgs. 503/1992, i lavoratori dipendenti con almeno 5 anni di contribuzione effettiva possono

riscattare periodi corrispondenti a quelli di assenza facoltativa dal lavoro per gravidanza e puerperio e

periodi di congedo per motivi familiari concernenti l’assistenza e cura di disabili in misura non inferio-

re all’80%, purché si tratti di periodi non coperti da alcuna forma di assicurazione.

Detta facoltà, esercitabile in misura non superiore a 5 anni, non è cumulabile col riscatto degli anni di

laurea, e può essere effettuata anche se il periodo si riferisce a prima dell’inizio dell’attività lavorativa.

Ulteriori ipotesi di riscatto operano nel caso previsto dalla l. 335/1995, in base alla quale la copertura

assicurativa senza oneri e a carico dello Stato è consentita nei casi di interruzione del lavoro consentita

da apposite disposizioni di legge per la durata massima di tre anni.

In base al d. lgs. 564/1996, il riscatto è altresì consentito per i periodi di formazione professionale, stu-

dio, ricerca ed inserimento nel mercato del lavoro privi di copertura assicurativa in favore degli iscritti

all’AGO o a forme sostitutive ed esclusive; è altresì consentito alle medesime condizioni in favore de-

gli iscritti all’AGO o a forme sostitutive ed esclusive che svolgono attività di lavoro dipendente in for-

ma stagionale, temporanea o discontinua, in relazione ai periodi non coperti da contribuzione obbliga-

toria o figurativa.

Il d. lgs. 564/1996 prevede inoltre analoga facoltà anche a favore dei lavoratori a tempo parziale.

Un’ulteriore ipotesi di riscatto è prevista poi dalla l. 388/2000, che istituisce un apposito fondo a favore

dei lavoratori discontinui e lo estende ai lavoratori parasubordinati di cui alla gestione separata INPS

prevista dalla l. 335/1995.

12. La ricongiunzione

L’istituto della ricongiunzione è disciplinato in via generale dalla l. 29/1979.

Essa prevede a favore del lavoratore dipendente, pubblico o privato, la possibilità su domanda di ricon-

giungere presso l’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei la-

voratori dipendenti gestita dall’INPS i contributi (effettivi, volontari e figurativi) accreditati presso for-

me di previdenza esclusive o sostitutive.

Questa ricongiunzione, il cui costo è nullo, avviene ai fini del diritto e della misura di un’unica pensio-

ne.

Può darsi infatti il caso di chi per es. abbia maturato il diritto a pensione sia presso l’INPS che presso

un altro istituto previdenziale: in questo caso, a fronte della possibilità di ricongiunzione, occorre valu-

tare la convenienza dell’operazione: chi per es. può vantare 20 anni di contribuzione presso lo Stato e

20 presso l’INPS potrà scegliere di percepire due diverse pensioni, perdendo così una quota della pen-

sione dello Stato in riferimento all’indennità integrativa speciale, ovvero operare la ricongiunzione, ed

in questo caso dovrà tenersi conto dei massimali di prestazione dell’INPS e del fatto che comunque

quest’ente eroga prestazioni di importo inferiore a quelle degli altri enti.

I contributi sono trasferiti con una maggiorazione pari all’interesse composto annuo del 4,5 % e, nel

caso di trasferimento da parte dell’ordinamento dello Stato, i contributi di pertinenza del datore sono

calcolati con riferimento alle aliquote vigenti nell’assicurazione generale obbligatoria dell’INPS.

Viene poi contemplata l’ipotesi di ricongiunzione presso il regime dell’assicurazione generale obbliga-

toria INPS a favore dei lavoratori autonomi assicurati presso le gestioni speciali dello stesso INPS

(commercianti, artigiani, coltivatori diretti); in questo caso sono però previste delle limitazioni, che si

giustificano in considerazione del fatto che i lavoratori autonomi sono tenuti al versamento di contributi

in misura inferiore rispetto ai lavoratori dipendenti.

Di conseguenza l’INPS sarebbe tenuto ad erogare le medesime prestazioni a fronte di un minore am-

montare di contributi, con evidente svantaggio economico; analogamente, si consideri il fatto che l’as-

sicurato presso le gestioni suddette matura il diritto ad andare in pensione a 65 anni, anziché alla mino-

re età prevista per il regime generale.

La differenza economica resterebbe quindi a carico dell’INPS, se il trasferimento avvenisse a titolo gra-

tuito.

Pertanto è previsto che i lavoratori autonomi che intendano avvalersi della facoltà di ricongiunzione

sono tenuti al versamento di una somma aggiuntiva, pari al 50% della differenza tra l’ammontare dei

contributi trasferiti e l’importo della riserva matematica (la riserva matematica è il valore attuale, riferi-

to alla data della domanda, dei maggiori oneri differiti gravanti sulla gestione per l’incremento della

pensione).

Si richiede altresì l’ulteriore requisito che all’atto della presentazione della domanda possa farsi valere

un periodo di contribuzione immediatamente precedente nell’assicurazione generale obbligatoria per i

lavoratori dipendenti, presso l’INPS ovvero in due o più gestioni previdenziali diverse dalla stessa, pari

ad almeno 5 anni.

La legge contempla la facoltà di trasferire i periodi di contribuzione obbligatoria, volontaria e figurativa

ovunque maturati presso una qualunque gestione (ovviamente) diversa dall’assicurazione generale ob-

bligatoria INPS.

Questa facoltà si estende ai lavoratori autonomi, alla condizione che colui che richiede la ricongiunzio-

ne al momento della domanda sia iscritto alla gestione presso la quale si chiede la ricostituzione della

posizione contributiva, ovvero possa vantarvi almeno 8 anni di contribuzione effettiva (Cass.

4633/2004).

Inoltre occorre che all’atto della presentazione della domanda l’istante possa far valere un periodo di

contribuzione immediatamente precedente nell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori di-

pendenti, presso l’INPS ovvero in due o più gestioni previdenziali diverse dalla stessa, pari ad almeno 5

anni.

La legge predispone che della facoltà di ricongiunzione il soggetto possa avvalersene una sola volta,

salvo che successivamente alla prima possano farsi valere almeno altri 10 anni di contribuzione, di cui

5 a titolo effettivo: diversamente, può esercitarsi solo all’atto del pensionamento, e solo presso la ge-

stione nella quale era stata precedentemente accentrata la posizione assicurativa.

L’art. 5 dispone che la gestione presso cui si accentra la posizione contributiva comunichi all’interessa-

to l’ammontare dell’onere a suo carico, nel caso di ricongiunzione a titolo oneroso.

Se l’interessato non versa, in tutto o in parte, l’ammontare da lui dovuto, la norma prosegue asserendo

che s’intende che l’interessato abbia rinunciato alle facoltà di cui agli artt. 1 e 2.

In realtà non si tratta di vera e propria rinuncia, dal momento che l’interessato potrà sempre ripresentare

una seconda domanda.

Più correttamente, l’interessato si preclude, nell’ipotesi di mancato pagamento, di dare ulteriore corso

alla procedura di ricongiunzione, che ancora non si è realizzata: dunque resta intatto il diritto alla ricon-

giunzione.

Il 7 stabilisce che le norme per la determinazione del diritto e della misura della pensione unica deri-

vante dalla ricongiunzione sono quelle in vigore nella gestione presso cui si accentra la posizione assi-

curativa.

L’8 dispone che ove per un qualunque motivo vi sia pluralità di contributi (per es. figurativi ed effetti-

vi) in relazione ad un medesimo periodo di tempo, sono presi in considerazione quelli effettivi.

In mancanza, resta utile un solo tipo di contribuzione, e precisamente quella di importo più elevato.

L’articolo prosegue disponendo che i contributi volontariamente versati sono restituiti agli interessati

nel caso di ricongiunzione presso l’INPS, e sono invece calcolati a scomputo della somma dovuta dal

richiedente nel caso di ricongiunzione presso diverso istituto.

Il 9 contempla la possibilità per colui che, un tempo assicurato CPDEL, non lo sia più per passaggio ad

altro regime, di usufruire egualmente dell’indennità premio di fine servizio (già erogata dall’INADEL),

nella misura corrispondente agli anni di servizio prestati e valutabili ai fini della misura dell’indennità

suddetta, qualora non si abbia già diritto alla pensione presso la CPDEL stessa.

In tal modo si ovvia all’inconveniente derivante dalla normativa che prevedeva la corresponsione del-

l’indennità premio di fine servizio solo nell’ipotesi in cui si avesse diritto alla pensione nei confronti

della CPDEL.

Il 10 prevede che la facoltà di ricongiunzione possa essere operata anche dai superstiti, ossia dagli

aventi diritto alle pensioni di reversibilità.

Diverse questioni si prospettano in materia di ricongiunzione.

Prima dell’emanazione della l. 29/1979, l’ordinamento contemplava la possibilità di ricongiunzione dei

periodi assicurativi maturati presso l’INPS a favore dell’INPDAI; la fattispecie, che oggi rientrerebbe

nel campo d’applicazione della legge in esame, era connotata tuttavia dalla gratuità del passaggio, a dif-

ferenza di quanto dispone il 2 della legge in esame.

Ci si è pertanto chiesti se, a seguito dell’entrata in vigore della l. 29/1979, rimanesse in vigore o meno

la regola della gratuità della ricongiunzione in esame.

La questione va probabilmente risolta in senso positivo argomentando dal fatto che la l. 29/1979, pur

successiva alla legge disciplinante la ricongiunzione dall’INPS all’INPDAI, ha carattere generale e per-

tanto si considera inidonea ad incidere sulla precedente normativa, avendo quest’ultima carattere parti-

colare (lex posterior generalis non derogat priori speciali).

Un’altra questione concerneva la possibilità di ricongiunzione contributiva dei liberi professionisti,

quali avvocati e procuratori legali, ingegneri ed architetti, dottori commercialisti, etc., esercenti la libe-

ra professione: in precedenza non vi era questa possibilità.

Il legislatore ha tuttavia emanato apposite norme in materia di ricongiunzione dei periodi assicurativi ai

fini previdenziali per i liberi professionisti (l. 45/1990), che avviene a titolo oneroso.

13. La totalizzazione

La ricongiunzione consente in sintesi di ricostituire un’unica posizione assicurativa tramite il trasferi-

mento dei contributi da una gestione ad un’altra, e poiché lo spostamento si verifica presso l’ente che

eroga il trattamento più vantaggioso, s’è visto che sono posti dei requisiti e degli oneri finalizzati a

compensare il trattamento più favorevole determinato dalla ricongiunzione presso la singola gestione.

La Corte costituzionale (61/1999) ha sollecitato il legislatore a provvedere affinché l’assicurato che non

sia in grado di operare la ricongiunzione a causa della sua eccessiva onerosità possa comunque avvaler-

si dei diversi periodi contributivi, ovunque maturati.

Viene quindi in rilievo il diverso istituto della totalizzazione.

Con l. 388/2000 il legislatore, analogamente al principio vigente nell’ipotesi di assicurato che abbia

maturato i contributi previdenziali in diversi paesi comunitari, ha previsto un’identica soluzione ope-

rante in ambito nazionale, ancorché nei soli casi tassativamente previsti dalla legge (tra i quali non rien-

tra per es. la pensione di anzianità).

In queste ipotesi è consentito all’assicurato, previo cumulo, di utilizzare pro rata i periodi contributivi

(non coincidenti) maturati nelle singole gestioni al (solo: Corte cost. 325/2003 ha negato il rilievo del

principio ai fini della determinazione della misura della pensione) fine di perfezionare la fattispecie co-

stitutiva del diritto a pensione di vecchiaia o di inabilità.

Tale facoltà, esercitabile a domanda dell’interessato presso l’ultimo ente assicuratore, è subordinata alla

circostanza che l’assicurato non abbia maturato il diritto alle prestazioni pensionistiche in nessuna ge-

stione assicurativa e che le relative contribuzioni non coincidano temporalmente.

Ulteriore requisito di fattispecie è dato dal fatto che una quota del trattamento deve essere liquidabile in

base al sistema c.d. retributivo.

In base all’istituto della totalizzazione è possibile conseguire la pensione di vecchiaia o di inabilità.

Ciascun ente presso il quale l’assicurato vanti dei periodi di contribuzione calcolerà quale sarebbe la

prestazione che erogherebbe a fronte dell’anzianità contributiva ed assicurativa dell’interessato in base

al proprio regime.

Le singole quote sono poi erogate dall’ente tenuto ad effettuare l’esborso maggiore, salvo rivalersi nei

confronti degli altri enti.

L’attuale disciplina della totalizzazione presenta dei limiti.

L’istituto opera anzitutto in relazione alle sole ipotesi tassativamente previste dalla legge: per es. non è

possibile avvalersene ai fini della pensione d’anzianità (Cass. 16645/2003), ovvero quando la contribu-

zione accreditata presso una singola gestione è sufficiente a consentire il perfezionamento del diritto a

pensione presso la stessa.

Ancora: l’interruzione tra i vari periodi assicurativi e contributivi non deve eccedere la durata di 24

mesi.

Inoltre è necessario che tramite la totalizzazione venga raggiunto il requisito contributivo in tutte le ge-

stioni che concorrono alla totalizzazione medesima: se per es. l’assicurato ha maturato 5 anni di contri-

buti presso una cassa di previdenza professionale che richiede 30 anni di contribuzione per il sorgere

del diritto a pensione, e per es. altri 20 anni di contribuzione presso altri enti che richiedono una contri-

buzione meno elevata (per es. 20 anni), il mancato raggiungimento di 30 anni di contribuzione preclude

il diritto alla pensione.

Oggi, tramite il d. lgs. 42/2006, l’istituto della totalizzazione è stato nuovamente disciplinato.

Si prevede che gli assicurati che non siano già titolari di un trattamento pensionistico autonomo presso

una gestione previdenziale hanno la possibilità di cumulare i periodi assicurativi non coincidenti, di du-

rata non inferiore a 6 anni, al fine del conseguimento di un’unica pensione.

La stessa può essere data anche dalla pensione di anzianità, a differenza di quanto previsto dalla prece-

dente normativa.

Costituiscono oggetto della totalizzazione periodi assicurativi non coincidenti: non viene quindi in rilie-

vo una contribuzione maturata in due distinte gestioni, ma nel medesimo periodo di tempo.

Deve inoltre trattarsi di periodi contributivi aventi una durata di almeno 6 anni.

Occorre altresì che l’assicurato abbia maturato gli ulteriori requisiti dell’età di 65 anni e che vanti

un’anzianità contributiva di almeno 20 anni, in alternativa, quale che sia l’età dell’assicurato, è suffi-

ciente che l’anzianità contributiva sia pari a 40 anni.

Devono poi sussistere i requisiti ulteriori previsti per il conseguimento della pensione di vecchiaia da

parte dei rispettivi ordinamenti.

Non è più prevista la condizione negativa che l’assicurato non abbia maturato il diritto alle prestazioni

pensionistiche in alcuna gestione assicurativa.

La totalizzazione è altresì subordinata al presupposto che l’assicurato non abbia presentato domanda di

ricongiunzione, o che quest’ultima non sia stata accettata.

Quanto alle concrete modalità operative, la domanda deve essere presentata presso l’ultimo ente previ-

denziale al quale l’assicurato risulta o è risultato iscritto; l’onere economico della prestazione resta tut-

tavia ripartito tra ciascuna delle gestioni interessate, sulla base dei rispettivi periodi di contribuzione

maturati.

Il pagamento degli importi liquidati dalle singole gestioni è poi effettuato dall’INPS, che stipula con gli

enti interessati apposite convenzioni.

14. La contribuzione in agricoltura

La contribuzione previdenziale del settore agricolo è sempre stata organizzata in maniera distinta, in re-

lazione alle particolarità dell’attività.

Si pensi all’estrema mobilità della manodopera del settore, come pure alla scarsa documentazione del

lavoro della stessa; l’impresa agricola poi, dal punto di vista del diritto commerciale (2135: Imprendito-

re agricolo: È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, sel-

vicoltura, allevamento di animali e attività connesse. Per coltivazione del fondo, per selvicoltura

e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biolo-

gico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono

utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine. Si intendono comunque connesse le

attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, tra-

sformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalen-

temente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall'allevamento di animali, nonché le attività diret-

te alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azien-

da normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione

del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla

legge), rientra nell’ambito delle imprese sottratte allo status di imprenditore commerciale, e non è per-

tanto obbligata alla tenuta dei libri contabili prescritti dalla normativa del codice (2214 ss.).

L’obbligo contributivo, in tale settore, veniva determinato (ex r.d. 1949/1940) secondo il criterio del-

l’impiego medio presunto di manodopera, consistente nel determinare l’onere a carico di ogni azienda

agricola moltiplicando l’aliquota fissata dal legislatore (relativa ad una giornata di lavoro nel fondo) per

il numero di giornate lavorative accertabili per l’annata agraria.

Questo criterio, svincolato dall’effettivo numero dei dipendenti addetti (all’evidente fine di incentivare

l’assunzione di manodopera nei campi), è stato giudicato incostituzionale da Corte cost. 65/1962.

Oggi il contributo viene determinato sulla base dell’effettivo impiego di manodopera, applicando le ali-

quote contributive su delle retribuzioni medie giornaliere, annualmente determinate con decreto del Mi-

nistero (già) del lavoro e della previdenza sociale (ora del Welfare); per i lavoratori a tempo indetermi-

nato il contributo è invece commisurato sull’effettiva retribuzione, ai sensi della l. 153/1969.

Nel nuovo sistema un ruolo fondamentale è svolto dalle dichiarazioni aziendali che il datore di lavoro

ha l’obbligo di presentare periodicamente agli uffici provinciali (in precedenza dello SCAU, i.e. il Ser-

vizio Contributi Agricoli Unificati, oggi) dell’INPS, che devono contenere, oltre ai dati relativi al dato-

re ed all’azienda, il numero dei lavoratori occupati, e per ognuno di essi il numero di giornate di lavoro

prestate e retribuite nel trimestre precedente e la retribuzione soggetta a contribuzione.

Sulla base dei dati denunciati, gli uffici provinciali suddetti determinano per ciascuna azienda il carico

contributivo e formano i c.d. elenchi matricola, ossia gli elenchi delle imprese debitrici (resi pubblici a

mezzo di affissione sulla casa comunale), alle quali viene spedito un prospetto dei contributi dovuti.

Tali elenchi sono distinti da quelli, pure comunali, tramite i quali vengono annualmente individuati i la-

voratori che prestano la loro attività presso aziende agricole; l’iscrizione a questi ultimi elenchi integra

secondo la giurisprudenza una deroga al principio generale secondo il quale il rapporto giuridico assi-

curativo sorge come diretta conseguenza di un’attività di lavoro svolta dall’assicurato (Cass.

17655/2003): infatti a tale iscrizione viene subordinato l’accredito contributivo e il diritto alle presta-

zioni previdenziali (secondo Cass. 3284/2004 l’INPS può eccepire, anche per la prima volta in grado di

appello, la carenza del diritto della parte ricorrente ad essere iscritta negli elenchi nominativi dei lavo-

ratori agricoli, in forza del divieto stabilito dalla l. 203/1982 di stipulare contratti di compartecipazione

agraria per colture non stagionali, trattandosi di doglianza afferente alla pretesa erronea applicazione di

norme giuridiche e non di proposizione di eccezione in senso proprio preclusa dal 437 c.p.c.).

In base alla l. 852/1973, all’accertamento ed all’esazione dei contributi era preposto un apposito ente,

lo SCAU, il quale però non era un vero e proprio ente di previdenza; i lavoratori del settore agricolo

erano infatti assicurati presso l’INPS, e per gli infortuni sul lavoro presso l’INAIL ovvero, trattandosi

di categorie impiegatizie, presso l’ENPAIA (Ente Nazionale Previdenza ed Assistenza Impiegati del-

l’Agricoltura), dai quali ricevevano e ricevono le prestazioni ed ai quali spettano i contributi.

Lo SCAU era tenuto semplicemente alla loro riscossione ed a ripartirli tra gli istituti suddetti; esso è

stato soppresso ex l. 724/1994, e le sue strutture e funzioni sono state trasferite all’INPS ed all’INAIL,

presso un’apposita gestione separata.

15. Distinzione tra obbligo contributivo e assicurativo

Per maturare il diritto alle prestazioni previdenziali da parte dell’INPS e degli altri istituti assicuratori,

occorrono sempre tre requisiti: l’evento generativo del bisogno, l’assicurazione e la contribuzione.

Sovente questi ultimi due requisiti sono indicati come sinonimi, ma la loro contrapposizione concettua-

le ed operativa è ben netta.

Si pensi all’indennità di disoccupazione: qui l’evento è rappresentato dalla risoluzione del rapporto di

lavoro e dalla successiva iscrizione all’ufficio di collocamento; il requisito assicurativo si riferisce al-

l’anzianità di assicurazione, di almeno due anni, ed il requisito contributivo si riferisce al numero dei

contributi previdenziali accreditati (almeno un anno negli ultimi due).

Così se per es. la domanda viene presentata il 5 marzo 2006, posto tale dies a quo l’accoglimento della

domanda presuppone che l’istante al 5 marzo 2004 fosse già assicurato (ossia avesse già aperto una po-

sizione contributiva presso l’INPS), e che tra tale ultima data e quella di presentazione della domanda

gli siano stati accreditati contributi per almeno un anno (ossia almeno 12 contributi mensili o 52 contri-

buti settimanali).

La distinzione tra contributo assicurativo e contributivo si coglie meglio in negativo: per es. se un lavo-

ratore ha cominciato a lavorare per la prima volta nella sua vita l’1 dicembre 2004, ed ha risolto il rap-

porto il 28 febbraio 2006, sarà in possesso del requisito contributivo (gli saranno accreditati più di un

anno di contributi), ma non di quello assicurativo (la sua posizione assicurativa è stata aperta da meno

di due anni rispetto al dies a quo suddetto).

3 – LE PRESTAZIONI

P I: I

ARTE L SISTEMA DELLE PENSIONI

1. L’art. 38 Cost. e le differenti concezioni del sistema pensionistico

La più antica concezione del diritto della previdenza sociale ricostruiva il sistema alla stregua di un rap-

porto assicurativo di stampo privatistico.

Tale concezione coglieva una caratteristica costante di questo ramo dell’ordinamento, ossia la riparti-

zione tra i soggetti destinatari delle prestazioni previdenziali, in primis i lavoratori subordinati, dell’o-

nere economico (seppure non in misura integrale) derivante dalle stesse, tramite l’assolvimento dell’ob-

bligo contributivo.

Corollario di questa ricostruzione era il calcolo dell’ammontare delle prestazioni previdenziali in diretta

relazione ai contributi versati: al numero, all’ammontare degli stessi, alla data di versamento (a parità di

contribuzione, chi ha versato i contributi in epoca più risalente nel tempo avrebbe anche diritto a che si

tenga conto del maggiore ammontare degli interessi lucrati sui detti contributi).

Una simile concezione si rispecchiava nello stesso impianto del codice civile che, presupponendo un

rapporto di natura privatistica, ha inquadrato il fenomeno previdenziale nell’alveo del contratto di assi-

curazione.

Questa antica concezione nella sua assolutezza non può più essere accolta, dopo che le previsioni con-

tenute nel 38 Cost. (Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha di-

ritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed

assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchia-

ia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avvia-

mento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o

integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera) hanno inteso attribuire al fenomeno previdenziale

un diverso fondamento.

Infatti, seppur distinguendo fra un diritto “al mantenimento e all’assistenza sociale”, riconosciuto dal

comma I della disposizione citata ad “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari

per vivere”, e un diritto dei lavoratori a “che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esi-

genze di vita” (comma II), la Costituzione attribuisce ai cittadini un diritto alle prestazioni di previden-

za e di assistenza sociale indipendentemente da qualsiasi requisito contributivo, per il solo fatto di tro-

varsi in determinati eventi generatori di bisogno.

Esempio evidente di tale vocazione “universalistica” della previdenza costituzionale è stato rintraccia-

to, innanzi tutto, nell’assegno (già pensione) sociale, che sulla scorta della l. 153/1969, viene ricono-

sciuto ai cittadini italiani, comunitari ed assimilati residenti in Italia che abbiano raggiunto i 65 anni di

età e che godano di un reddito esiguo, non superiore a limiti periodicamente fissati.

Questa prestazione, prescindendo da ogni contribuzione, viene ad incentrarsi esclusivamente sullo stato

di bisogno del soggetto.

Altro indice nello stesso senso è costituito dalla perequazione automatica delle pensioni, in forza della

quale le stesse formano oggetto di periodica rivalutazione, al fine di renderle costantemente idonee a

soddisfare i bisogni dell’assicurato a fronte dell’aumentare del costo della vita.

Tuttavia non mancano tracce evidenti della persistenza di un impianto privatistico.

Gli interventi più recenti mirano a ricostituire una più esatta proporzione fra la misura dei contributi

versati da ogni lavoratore e l’entità dei trattamenti pensionistici a lui riconosciuti, al fine di assicurare

un contenimento dei flussi di spesa del pubblico denaro e una più equa partecipazione dei singoli al fi-

nanziamento del sistema.

Tre sono, in particolare, gli istituti che la dottrina più attenta aveva in passato richiamato a conforto le-

gislativo dell’affermarsi di una mutata concezione della previdenza sociale (l’idea che la previdenza so-

ciale costituisca un sistema orientato alla liberazione dal bisogno si deve soprattutto al pensiero di Mat-

tia Persiani, espresso in Il sistema giuridico della previdenza sociale, Padova 1960), ma nella cui evo-

luzione legislativa più recente altra parte della dottrina ha ravvisato invece il riaffiorare della più antica

impostazione (a riguardo vedi soprattutto Roberto Pessi, Lezioni di diritto della previdenza sociale, Pa-

dova 2004).

Occorre anzitutto richiamare l’istituto dei minimali di prestazione, diretto a garantire una pensione

d’ammontare minimo a chi avesse comunque versato contributi che, capitalizzati, avrebbero dato diritto

ad una pensione di quell’importo.

Si prevedeva così l’erogazione di una integrazione al minimo, che rimaneva ad integrale carico dello

Stato, in aperto contrasto con ogni logica di tipo assicurativo, improntata alla corrispettività fra contri-

buti versati e prestazioni erogate.

Tale istituto è stato però abrogato dalla riforma del 1995.

La l. 335/1995 ha infatti disposto il riconoscimento del diritto alla pensione anticipata solo nell’ipotesi

in cui l’importo della pensione da liquidarsi fosse pari ad almeno 1,2 volte l’importo dell’assegno stes-

so, nella misura annualmente aggiornata.

L’adeguatezza in questa prospettiva non costituisce più una caratteristica estrinseca della prestazione,

che deve essere oggetto d’una garanzia costituzionale, ma una condizione per il sorgere del diritto, di

modo che si ha diritto ad una prestazione solo ove questa risulti nel suo importo “adeguata alle esigenze

di vita”.

Analoga oscillazione si rinviene nei criteri di calcolo delle pensioni a seguito delle novità introdotte

dalla riforma del 1995, che segna un ritorno all’originario sistema di tipo contributivo.

Qual è la differenza fra sistema retributivo e contributivo?

Nella legislazione delle origini il quantum della pensione veniva calcolato sull’ammontare dei contribu-

ti versati e sulla data dei versamenti, dedotte le spese di gestione dell’istituto previdenziale (in maniera

quindi non dissimile da un istituto assicuratore privato: sistema contributivo).

Successivamente, la determinazione dell’importo fu sganciata dai suddetti parametri, poiché la pensio-

ne veniva calcolata in via percentuale sulla media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di lavoro

dell’assicurato.

In tale sistema, detto retributivo, la situazione di bisogno veniva quindi determinata in relazione al li-

vello di reddito dell’assicurato, piuttosto che sui contributi.

Correlativo a tale modifica è il passaggio – già attuatosi nel dopoguerra, come conseguenza dell’enor-

me svalutazione provocata dagli eventi bellici – da un sistema di finanziamento delle prestazioni previ-

denziali a capitalizzazione ad uno a ripartizione.

In origine, vigendo la pensione di tipo contributivo, ogni lavoratore tramite il versamento dei contributi

precostituiva la copertura finanziaria delle prestazioni che avrebbe poi goduto al momento di andare in

pensione.

Successivamente le prestazioni hanno trovato copertura economica in un sistema che ne addossa l’one-

re a quella parte di popolazione attiva che versa i contributi: chi oggi è lavoratore subordinato paga i

contributi non per garantirsi domani la sua pensione, ma per garantirla a chi è attualmente pensionato: è

quello che si è definito, un po’ enfaticamente, un patto di solidarietà intergenerazionale.

Il sistema può reggere alla condizione che tra lavoratori in attività e lavoratori a riposo nel medesimo

periodo di tempo sussista un rapporto sufficientemente equo.

Infatti qualora i pensionati siano in numero eccessivo rispetto ai contribuenti su questi ultimi verrebbe

fatto gravare, per esigenze di bilancio, un onere contributivo necessariamente elevato.

E purtroppo proprio a partire dagli anni ’70, ossia dagli anni immediatamente successivi alla riforma

pensionistica realizzata con la l. 153/1969, l’andamento demografico del nostro Paese ha preso una pie-

ga preoccupante.

In conclusione l’ordinamento garantisce, di fatto, una tutela che non può ricondursi ad una logica mera-

mente assicurativa.

E ciò almeno per un triplice ordine di motivi:

a. il ritorno ad un sistema contributivo non significa che si sia tornati ad un sistema di stampo assicura-

tivo: permane, a differenza del rapporto privatistico, la caratteristica del finanziamento del sistema

tramite ripartizione anziché capitalizzazione;

b. ragioni di bilancio possono legittimamente richiedere una maggiore solidarietà e tradursi, al fine di

consentire la sostenibilità finanziaria del sistema, in un affievolimento delle aspettative previdenziali

e/o in un maggiore onere economico, a carico o della collettività, od anche solo dei soggetti destina-

tari in futuro delle medesime prestazioni, o di quanti beneficino di trattamenti di più elevato importo;

c. sembra difficile negare che la lettera della Costituzione imponga un vero e proprio risultato a favore

dei lavoratori colpiti da eventi generatori di bisogno, consistente nell’erogazione di prestazioni ade-

guate.

Il dettato costituzionale prefigura chiaramente questo diritto, finalizzando il sistema della previdenza

sociale a favore dei lavoratori che, per cause estranee alla loro volontà, vengono estromessi dal ciclo

della produzione di ricchezza, in vista della garanzia di mezzi adeguati alle loro esigenze di vita.

Ciò a prescindere dalle fonti di finanziamento del sistema.

La discrezionalità legislativa si può quindi legittimamente esercitare sul quantum delle prestazioni, mai

sull’an.

Sul punto la Corte costituzionale ha stabilito, ferma restando la legittimità del riferimento ad esigenze

di bilancio, che il concetto di adeguatezza delle prestazioni impone una fissazione dell’ammontare delle

stesse in un punto intermedio tra il c.d. minimo vitale ed i mezzi idonei a garantire il tenore di vita rag-

giunto dal lavoratore.

Anche nell’ottica del principio di solidarietà, il mancato riconoscimento della prestazione previdenziale

si può giustificare allorquando, a fronte di un elevato costo sociale necessario per erogare la medesima,

il singolo assicurato consegua un’utilità minima: e ciò vale a spiegare come mai le prestazioni previ-

denziali non vengano riconosciute tout court in dipendenza dell’evento generativo della situazione di

bisogno, bensì anche alla presenza di ulteriori requisiti (per es. di contribuzione e di anzianità assicura-

tiva).

In questo senso l’abrogazione della norma relativa all’integrazione al minimo non si configura come un

abbandono della concezione finalizzata alla liberazione dal bisogno: il livello minimo di prestazioni

viene infatti comunque assicurato attraverso l’assegno sociale.

Né può lamentarsi lesione del principio anzidetto nella previsione del requisito dell’entità minima della

pensione (una volta ed un quinto l’ammontare del minimo), poiché quando dovesse risultare una som-

ma di ammontare irrisorio o comunque inferiore al minimale di prestazione, questa sarà comunque li-

quidata al raggiungimento del 65° anno di età anagrafica.

Dal 38 Cost. traspare una concezione dell’uomo (essenzialmente) come produttore, imprenditore o pre-

statore di lavoro; chi non assurge a tale ruolo viene conseguentemente “svalutato”.

In quest’ottica, devono allora guardarsi con favore istituti quali il Servizio Sanitario Nazionale, che (al-

meno nelle intenzioni originarie) avrebbe dovuto garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dal red-

dito, una tutela sanitaria anche preventiva e tendenzialmente completa, lungo tutto l’arco della vita.

2. Le singole prestazioni: la pensione di vecchiaia

2.1 Evoluzione storica del sistema: la legge del 1969 e la riforma del 1992

Nella sua origine il sistema era limitato ai soli lavoratori che, per il ridotto livello retributivo, non po-

tessero contare sul risparmio individuale come strumento di contrasto alla povertà per il momento in

cui fosse cessata la loro attività lavorativa.

Da qui la spinta alla creazione di regimi sostitutivi od esonerativi rivolti a garantire trattamenti pensio-

nistici anche a coloro che erano esclusi dalle previsioni di legge.

L’evoluzione legislativa successiva alla promulgazione della Costituzione registrò un’ulteriore graduale

estensione della tutela quanto al numero dei soggetti interessati, che culminò nella legge del 1969 di

riordino del sistema pensionistico, che sancì altresì il passaggio alla pensione retributiva.

Da quel momento le esigenze di pareggio del bilancio statale divennero così pressanti da imporre una

revisione dei trattamenti pensionistici di vecchiaia e di anzianità.

Questa evoluzione segna tre importanti tappe: una prima riforma si attuò nell’ambito dell’intervento di

correzione del bilancio di cui alla legge delega 412/1992 (c.d. legge Amato); un secondo intervento di

riforma si realizzò con la l. 335/1995 (c.d. riforma Dini-Treu), che ha mantenuto in vigore la preceden-

te disciplina risultante dalla riforma del 1992 per quanti avessero maturato già una certa anzianità con-

tributiva, dando luogo alla coesistenza di distinti regimi; una terza modifica è stata poi attuata dalla l.

243/2003.

In seguito alla riforma del 1969, il diritto alla pensione di vecchiaia spettava (fino al 1992) a coloro che

avessero potuto vantare i seguenti requisiti:

a. assicurazione di durata pari ad almeno 15 anni;

b. contribuzione per un minimo di 15 anni, anche se non continuativa, pari a 780 contributi settimanali

(la quantificazione espressa in termini di contributi settimanali si rendeva necessaria per l’ovvia con-

siderazione che raramente un lavoratore avanzava domanda di pensionamento esattamente al compi-

mento di un numero intero di anni di contribuzione: si doveva quindi tenere conto anche di quelle

frazioni dell’anno che sono le settimane; oggi tuttavia la quasi totalità dei lavoratori viene retribuita

su base mensile, ed analogamente l’accredito dei contributi avviene mensilmente);

c. un’età minima di 60 anni se uomini, di 55 se donne.

Quanto al primo dei requisiti, l’assicurazione prende data dal primo contributo versato, e non coincide

necessariamente con il periodo di contribuzione: può darsi per es. il caso di un soggetto che, assicurato

nel 1978, per il periodo compreso tra il 1981 ed il 1983 non abbia accreditato contributo alcuno (perché

ad es. senza lavoro).

Quanto all’età anagrafica, deve precisarsi che i requisiti di età sono necessari ai fini della maturazione

del diritto, ma non comportano l’obbligo di andare in pensione.

Il d. lgs. 503/1992 ha innalzato i limiti suddetti, portando a 20 anni gli anni di assicurazione e contribu-

zione richiesti, e a 65 e 60 anni, rispettivamente per gli uomini e le donne, l’età richiesta.

Il calcolo delle prestazioni pensionistiche avveniva prendendo a base non i contributi in precedenza

versati dallo stesso assicurato, ma la retribuzione così come definita dalla l. 153/1969.

Occorre tuttavia precisare cosa s’intenda per retribuzione pensionabile.

La l. 67/1988 disponeva che l’importo da prendere a base per il calcolo della pensione coincideva con

la media annuale delle retribuzioni percepite nelle ultime 260 settimane di contribuzione (in pratica gli

ultimi 5 anni di lavoro) e che a tale fine queste dovevano essere previamente rivalutate, a seconda del-

l’anno a cui si riferivano, in misura corrispondente alla variazione annua dell’indice del costo della vita

calcolato dall’ISTAT ai fini della scala mobile dei lavoratori dell’industria.

Per i dipendenti pubblici veniva invece presa a base l’ultima retribuzione percepita all’atto della cessa-

zione dal servizio, solitamente la più alta lungo tutto l’arco della carriera.

(Mentre per il dipendente da privato datore di lavoro il calcolo lungo gli ultimi 5 anni lavorativi si ren-

deva necessario per bilanciare eventuali oscillazioni della retribuzione mensile (si pensi all’ipotesi di un

lavoratore licenziato che venga riassunto con una qualifica, ed uno stipendio, inferiore alla precedente),

quest’esigenza non era avvertita per il pubblico impiegato, che difficilmente poteva essere licenziato,

godendo della garanzia della stabilità, e la cui retribuzione era tendenzialmente destinata a crescere in

rapporto all’anzianità di servizio).

Con la riforma del 1992 del sistema pensionistico il legislatore ha elevato il periodo temporale al quale

fare riferimento per il calcolo della retribuzione media pensionabile articolandolo in relazione all’anzia-

nità raggiunta, senza distinzione alcuna tra iscritti all’INPS ovvero a forme di previdenza esclusive o

sostitutive.

L’obiettivo consisteva nella graduale elevazione del periodo di riferimento per la determinazione della

retribuzione annua pensionabile da 260 a 520 settimane – ossia da 5 a 10 anni – di contribuzione ante-

cedenti la decorrenza della pensione.

Si è prevista così una graduale entrata in vigore della normativa distinguendo a seconda che l’assicura-

to, al 31 dicembre 1992, avesse già maturato un’anzianità contributiva di almeno 15 anni.

In caso positivo, la media retributiva non si sarebbe calcolata prendendo immediatamente a riferimento

gli ultimi 10 anni (pari a 520 settimane), ma sulla base di un sistema che elevava il periodo di riferi-

mento di un anno ogni due, fino a tutto il 2001, anno oltre il quale la retribuzione pensionabile viene

immediatamente calcolata sull’ultimo decennio.

Nei confronti di coloro che alla data del 31 dicembre 1992 non avessero potuto far valere 15 anni di an-

zianità contributiva, invece, la legge di riforma ha previsto che il periodo di riferimento rimanga fissato

a 5 anni, ma che questi fossero incrementati dai periodi contributivi che intercorrono tra la predetta data

e quella immediatamente precedente la decorrenza della pensione.

Chi per es. al 31 dicembre 1992 avesse maturato 14 anni di contribuzione e andasse in pensione all’1

gennaio 2008 si vedrebbe calcolare la retribuzione media sugli ultimi 20 anni (infatti ai 5 anni dovrà

aggiungersi la differenza fra il 31 dicembre 1992 ed il 31 dicembre 2007, pari a 15 anni).

Nel sistema retributivo, sulla retribuzione pensionabile deve applicarsi una percentuale, in origine pari

al doppio degli anni di contribuzione, fino ad un massimo di 40 anni, di modo che, ancor oggi, la pre-

stazione pensionistica INPS può al massimo essere pari all’80% (40 2%) della retribuzione pensiona-

bile.

Ne discende che gli anni di contribuzione ulteriori rispetto alla soglia predetta risultano ininfluenti ri-

spetto al calcolo della pensione (se non limitatamente all’incremento della media di riferimento).

Per altro verso, poi, l’importo della pensione era limitato da un massimale che riduceva i trattamenti

pensionistici dei lavoratori con le retribuzioni più elevate, privando di effetti sul piano dell’ammontare

della pensione la contribuzione effettuata su quella parte della retribuzione che superasse il c.d. tetto

pensionistico.

Una simile conseguenza appariva però iniqua a quanti potessero vantare retribuzioni più elevate del

massimale predetto, anche alla luce del fatto che in questo modo l’INPS finiva per erogare trattamenti

che, al cospetto di altri istituti assicuratori, erano di importo meno elevato, pur a fronte di un onere con-

tributivo più alto: così nel caso dell’INPDAI (Istituto assicurativo per i dirigenti d’azienda ora soppres-

so), il cui regime comportava obblighi contributivi meno onerosi e che applicava una percentuale, da

moltiplicare per gli anni di servizio, pari al 2,66%, con il risultato che a parità di anni di contribuzione e

di retribuzione pensionabile l’assicurato INPS percepiva una pensione inferiore a quella dell’assicurato

INPDAI.

Con la l. 67/1988 è stato pertanto modificato il sistema di calcolo delle pensioni, consentendo di pren-

dere in considerazione anche la parte di retribuzione eccedente il limite massimo di retribuzione annua

pensionabile.

A tale fine la retribuzione pensionabile è stata ripartita in quattro fasce, determinando, in corrisponden-

za di ogni fascia di reddito, un’aliquota percentuale, di importo decrescente, che andrà moltiplicata per

gli anni di contribuzione e applicata alle quote di reddito rientranti nella fascia.


ACQUISTATO

7 volte

PAGINE

71

PESO

454.21 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto della Previdenza Sociale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto della Previdenza Sociale, Tranquillo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: il diritto della previdenza sociale, l’assicurante e l’avviamento al lavoro, mancanza di assicurante in senso stretto e imprese cooperative.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della previdenza sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Ferrante Vincenzo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in economia (milano)

Riassunto esame Diritto, prof. Logozzo, libro consigliato Diritto tributario, De Mita
Appunto
Riassunto esame Diritto Commerciale, prof. Bazzani, libro consigliato Diritto delle Imprese: Manuale breve di A. A. V. V.
Appunto
Diritto dei mercati finanziari, prof Regoli
Appunto