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secondo la quale l’esito positivo della prova richiede comunque una vera e propria

valutazione, tale valutazione dovrà essere fatta nell’ambito di un procedimento

garantito, ossia nel procedimento di sorveglianza con lo stesso procedimento previsto

per la concessione e revoca dell’affidamento in prova ai servizi sociali, con la relativa

decisione del Tribunale e previo contraddittorio così come previsto, fino al 2001,

dall’ultimo comma dell’art.47.

Nel 2002 vi è stata una mini riforma che ha portato ad accogliere la tesi,

minoritaria in dottrina, secondo la quale il periodo trascorso in affidamento al

servizio sociale era utile per la riduzione di pena, altrimenti detta liberazione

anticipata, vale a dire quella misura alternativa di ampia applicazione, perché non

soggetta alle limitazioni di cui all’art.4 bis, che contempla la possibilità per il

condannato che abbia dimostrato un comportamento positivo di partecipazione

all’opera di rieducazione, di ottenere una riduzione di 45 giorni per ogni semestre di

pena espiato. La tesi secondo la quale dunque la pena espiata in carcere poteva

riguardare anche quella espiata tramite l’affidamento, venne recepita dalla riforma del

2002 che la estese anche a tale misura alternativa.

L’art.47 IV co estende il meccanismo previsto dalla L. Simeone alle ipotesi in

cui l’esecuzione della pena è già iniziata.In tal caso ovviamente non trova

applicazione il sistema sospensivo e quindi la procedura che prevede l’intervento del

P.M., dal momento che il soggetto si trova già in carcere, l’organo che interviene per

l’eventuale sospensione della pena è il magistrato di sorveglianza il quale deve

compiere una prognosi provvisoria sulla sussistenza o meno delle condizioni previste

per la sospensione. Se tale prognosi è positiva vi è la sospensione della pena e la

liberazione del condannato fino alla decisione del tribunale di sorveglianza cui il

magistrato trasmette immediatamente gli atti, il tribunale decide entro 45 giorni, se

l’istanza non è accolta, riprende l’esecuzione della pena e non può essere accordata

altra sospensione quale che sia l’istanza successivamente proposta. In caso positivo

invece il soggetto potrà continuare a godere dell’ A.P.S.S. ( art.47 4 co). La pratica ci

dice che difficilmente si verifica un contrasto tra i due organi. All’atto

dell’affidamento è redatto verbale in cui sono dettate le prescrizioni che dovranno

essere seguite dal soggetto ( art.47 co. 5 ), il 6 comma contempla le ulteriori

prescrizioni aggiuntive che possono essere imposte.

L’art.47 bis Affidamento in prova in casi particolari, inserito dalla L. Gozzini

del 1986, presentava solo qualche particolarità rispetto all’art. 47, legata alle

condizioni del soggetto richiedente l’A.P.S.S., nel 98 venne abrogata dalla L.Saraceni

poiché il legislatore si avvide che si trattava di una norma copiata nella legge speciale

309/90 sui tossicodipendenti, il cui art. 94 Affidamento in prova in casi particolari

aveva un contenuto del tutto analogo a quello dell’art.47 bis. L’abrogazione

dell’art.47 bis costituì una scelta mirata che si inseriva nelle finalità special-

preventive della L. Simeoni, abrogazione diretta ad aggirare in particolare l’art.4 bis

della L.354/75 che prevedeva l’abolizione dei benefici penitenziari per quei soggetti

condannati per taluni reati. Più precisamente, abrogando l’art.47 bis e lasciando in

vigore l’art. 94, norma questa non appartenente all’ordinamento penitenziario, ma ad

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una legge speciale, si evitava l’applicazione delle limitazioni di cui all’art.4 bis, con

la conseguenza che l’A.P.S.S. può trovare applicazione anche quando il richiedente è

un soggetto tossicodipendente proprio ai sensi dell’art.94.

Per quanto riguarda il contenuto dell’art.94 del D.P.R.309/90 va detto che tale norma

pur rifacendosi all’art.47 della L.354/75 presenta talune rilevanti differenze: innanzi

tutto la condizione oggettiva del limite di pena detentiva inflitta o da scontare è

aumentato a 4 anni mentre per l’affidamento in prova ordinario è di tre anni.

Il II comma richiama poi gli artt.91 e 92, i quali applicano la disciplina della

L.Simeoni Saraceni in ordine all’istanza per la sospensione dell’esecuzione e al

procedimento innanzi il tribunale di sorveglianza, ulteriore differenza rispetto

all’art.47 che per l’affidamento in prova ordinario prevede la competenza del

magistrato di sorveglianza mentre in questo caso la competenza è del P.M.

Il III co. dell’art.94 non ripete il contenuto dell’art. 47 bis, e prevede la

possibilità per il tribunale di sorveglianza di acquisire copia degli atti del

procedimento di cognizione conclusosi con l’affermazione di colpevolezza del

condannato. Da notare che uno dei problemi più gravi che si presenta nel

procedimento in favore di soggetti tossicodipendenti è quello della simulazione,

infatti in tale norma si stabilisce che è necessario accertare che lo stato di

tossicodipendenza o alcooldipendenza non siano preordinati al conseguimento del

beneficio. La certificazione dello stato di tossicodipendenza inoltre deve essere

rilasciata da un ente pubblico, nella presunzione di un eventuale e possibile

trattamento di favore da parte delle strutture private. L’acquisizione degli atti del

procedimento dunque consente un allargamento delle conoscenze del giudice oltre

che sulla pericolosità anche sul fatto. Gravità del fatto che non dovrebbe influire sulla

decisione del giudice. Ciò era vero fino a quando il legislatore ha preteso come

conditio sine qua non per ottenere l’A.P.S.S. l’osservazione in istituto, l’abolizione di

tale condizione, da parte della L. Saraceni ha sollevato vivaci critiche. Tuttavia

possiamo affermare che le critiche per l’estensione dell’art.94 all’A.P.S.S. ordinario

non ha motivo di esistere poiché il principio dell’acquisizione degli atti è un principio

generale che ha una valenza maggiore proprio la dove manca l’osservazione.

E’ opportuno infine ricordare che l’A.P.S.S. sia ordinario che particolare

decorre dal momento della sottoscrizione del programma da parte del soggetto

richiedente.

Un breve accenno merita anche l’art.47 quater che si occupa delle Misure

alternative alla detenzione nei confronti di soggetti affetti da AIDS conclamata o da

grave deficienza immunitaria i benefici previsti per tali soggetti sono ancora più

ampi, tanto da superare il limite di pena dei quattro anni.

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LA DETENZIONE DOMICILIARE

La detenzione domiciliare prevista come pena detentiva ordinaria dalla riforma

ancora in corso del codice penale, è stata inserita nel nostro ordinamento dalla L.

663/86 la cd. L. Gozzini con la previsione dell’art.47 ter ove è stabilito che la pena

della reclusione non superiore a quattro anni,anche se costituente parte residua di

maggior pena, nonché la pena dell’arresto, possono essere espiate nella propria

abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura

assistenza o accoglienza per tutta una serie di categorie predeterminate di condannati

accomunati da particolari esigenze legate all’età, alla salute, alla famiglia, quali ad es.

persone di età superiore a sessanta anni, se inabile anche parzialmente, persone in

condizioni di salute particolarmente gravi, donna incinta o madre di prole di età

inferiore a dieci anni, con lei convivente . Sin dall’origine la D.D. è stata inserita con

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il criterio della pena che residua da espiare che, oggi dopo l’ultima riforma, non può

essere superiore a quattro anni. Il co.1 bis prevede però che la D.D. può essere

applicata anche per l’espiazione della pena detentiva inflitta in misura non superiore a

due anni indipendentemente dalle condizioni di cui al 1° comma, quando non

ricorrono i presupposti per l’affidamento in prova al servizio sociale sia pure con due

limitazioni, cioè che tale misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato

commetta altri reati e , secondo limite, che non si tratti di condannati per reati di cui

all’art.4 bis.

Le pressioni provenienti dall’ambiente penitenziario tendenti ad un

allargamento delle ipotesi applicative hanno determinato una espansione dell’istituto

per ragioni di economia penitenziaria legate al sovraffollamento delle carceri e alle

spese di mantenimento, sia pure con la inevitabile conseguenza del proliferare dei

procedimenti per evasione dato lo status di detenuto presso il proprio domicilio.

Ovviamente in caso di revoca della misura non vi è dubbio che il periodo di pena

espiata in regime di detenzione domiciliare va considerato a tutti gli effetti come pena

espiata. Una delle innovazioni più significative legate all’ultima riforma di tale

istituto è stata l’opportunità di applicare la D.D. come alternativa alla sospensione

facoltativa o obbligatoria della pena, vale a dire quell’istituto che consente la

sospensione dell’esecuzione in carcere della pena ogni qual volta le condizioni del

detenuto sia incompatibili con il regime carcerario. In particolare il comma 1 ter

stabilisce che quando potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio o facoltativo

della pena ex artt.146 147 c.p il tribunale di sorveglianza anche se la pena supera il

limite di cui al 1°comma può disporre l’applicazione della D.D.

Il comma 1 quater invece stabilisce che se l’istanza di applicazione della D.D.

è proposta dopo che ha avuto inizio l’esecuzione della pena, il magistrato di

sorveglianza……..può disporre l’applicazione provvisoria della misura quando

ricorrono i requisiti di cui ai commi 1 e 1 bis.

LA SEMILIBERTA’

La semilibertà è prevista dall’art. 48 che specifica il contenuto di tale istituto

che, va subito detto, costituisce una forma particolare di detenzione più che una vera

e propria M.a.D. dal momento che il regime consiste nella concessione al

condannato e all’internato di trascorrere parte del giorno fuori dell’istituto per

partecipare ad attività lavorative,istruttive o comunque utili al reinserimento sociale.

Presupposto dell’istituto è quindi la dimostrazione del condannato di poter svolgere

un’attività ritenuta dal giudice utile al suo reinserimento sociale .

Una prima situazione di S.L. riguarda le pene detentive brevi non superiori a

sei mesi. In questo caso però l’ambito di applicazione è stato alquanto ridotto data la

coincidenza con l’istituto della semi detenzione che a differenza della S.L. però non è

una misura penitenziaria ma una misura cognitiva applicata dal giudice di cognizione

d’ufficio o su istanza, al pari della pena pecuniaria,della libertà controllata. Oggi

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peraltro tale coincidenza non sussiste dal momento che il limite di pena arriva fino a

due anni (per la semidetenzione). Un altro motivo che ha limitato l’applicazione di

tale istituto è l’inciso presente nell’art.50 secondo cui tale misura può essere

applicata solo quando non sussistono le condizioni per l’A.P.S.S. Tra l’altro il potere

ex officio della magistratura di sorveglianza fa si che anche se il detenuto ha

presentato istanza per ottenere la S.L. se il tribunale rileva che sussistono le

condizioni per l’A.P.S.S. sarà quest’ultima misura ad essere concessa. Da qui

l’importanza dell’inciso dal momento che per le condanne non superiori a sei mesi

quasi sempre sussistono le condizioni per l’A.P.S.S.

I rapporti tra la S.L. e l’A.P.S.S. hanno avuto un miglioramento per effetto

della L. Gozzini attraverso la creazione di una seconda categoria che è quella delle

pene intermedie da sei mesi a tre anni che copre gli stessi spazi dell’A.P.S.S. quindi

ogni qual volta non è possibile concedere l’A.P.S.S. pur trattandosi di pene residue

non superiori a tre anni, quattro se si tratta di tossicodipendenti, potrà trovare

applicazione, qualora ne sussistono le condizioni, la S.L.

La terza categoria riguarda la S.L. per le pene lunghe da tre anni fino

all’ergastolo. Si tratta della categoria ideale per una misura studiata per pene medio

lunghe che può intervenire previa osservazione scientifica della personalità del

detenuto compiuta in istituto e dopo che lo stesso ha compiuto progressi nel corso del

trattamento. In particolare tale requisito soggettivo della S.L. è previsto dal comma 3

dell’art.50 ove è stabilito appunto che l’ammissione al regime di S.L. è disposta in

relazione ai progressi compiuti nel corso del trattamento, quando vi sono le

condizioni per un graduale reinserimento del soggetto nella società.

Anche qui però vi è da pagare il prezzo alla general-prevenzione e alla

funzione retributiva della pena dal momento che la S.L. può essere concessa solo

quando il condannato ha espiato almeno metà della pena, periodo minino richiesto

per poter controllare la progressione nel trattamento, limite che sale a due terzi nel

caso di soggetti condannati per taluno dei delitti di cui al 1° comma dell’art.4 bis e a

26 anni nel caso di condannati all’ergastolo. Mentre l’internato può esservi ammesso

in ogni tempo.

Si tratta dunque di una misura che intervenendo in una fase intermedia

consente di accertare se il soggetto ha progredito nel trattamento, costituisce una sorta

di esame che se non superato preclude al condannato la possibilità di ottenere la

liberazione condizionale. Riassumendo dunque ricordiamo che una volta espiata metà

della pena può intervenire la S.L., e qualora la pena residua non sia superiore a 5 anni

e il condannato abbia dimostrato di progredire nel trattamento può ottenere la

liberazione condizionale.

Il discorso sin qui fatto relativo ai rapporti tra questi due istituti viene meno nel

caso si tratti di condannato minorenne dal momento che l’art.79 della legge

penitenziaria estende l’applicazione delle norme anche ai soggetti minori degli anni

18 sottoposti a misure penali, mentre per quanto riguarda la liberazione condizionale

l’art. 21 L.1404 che ha istituito il Tribunale per i minori già nel 1934 aveva stabilito

che la liberazione condizionale poteva essere concessa in qualsiasi momento

dell’esecuzione e qualunque sia la durata della pena detentiva, sebbene si tratti solo

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di un principio teorico dal momento che bisogna comunque attendere i tempi tecnici

del procedimento così come il tempo necessario per la valutazione da parte

dell’equipe.

Dicevamo che i rapporti tra i due istituti, nel caso di condannati minorenni,

vengono meno perché da un lato abbiamo la S.L. che richiede come presupposto

fondamentale il progresso nel trattamento e l’espiazione di metà della pena, dall’altro,

contraddittoriamente la liberazione condizionale che a fronte del requisito più

sostanziale rappresentato dal sicuro ravvedimento può essere concessa in qualsiasi

momento. La conseguenza è un allungamento dei tempi per cui la liberazione

condizionale non può essere concessa se il minore non ha prima superato l’esame

della semilibertà. Ciò ha determinato l’intervento della corte costituzionale che ha

sollecitato l’applicazione della legge in maniera conforme al dettato costituzionale,

tantè che la magistratura di sorveglianza seguendo una interpretazione in bonam

partem è propensa a concedere ai minori l’applicazione della S.L. anche prima che gli

stessi abbiano scontato metà della pena.

Il minore per ottenere la S.L. deve soddisfare condizioni oggettive e soggettive

più gravose, S.L. che comunque rappresenta sempre un punto di passaggio, in caso di

esito positivo, verso la misura più ampia della liberazione condizionale che ne

rappresenta anche la causa fisiologica di cessazione, mentre una causa patologica è la

revoca per incompatibilità per es. in caso di commissione di un reato. Un’altra causa

di revoca è il mancato rientro entro le 12 ore, in questo caso si ha una presunzione

iuris et de iure di evasione, se invece il ritardo non supera le 12 ore si applica una

sanzione disciplinare. Qualora si tratta di internati è sempre prevista la sanzione

disciplinare, poiché non esiste l’evasione, tuttavia se il ritardo supera le tre ore può

dar luogo alla revoca della S.L. Ricordiamo che una norma particolare riguarda le

detenute madri che possono espiare la misura anche a casa, vi è poi una ipotesi

particolare di licenza per il condannato, l’unica peraltro prevista, si tratta di una

licenza di 45 giorni ogni anno, da utilizzare per il suo reinserimento nella società,

licenza che gli consente di lasciare il carcere anche di notte. Oltre a questi 45 giorni,

alcune amministrazioni penitenziarie, previa autorizzazione della magistratura di

sorveglianza autorizzano il semilibero a rimanere a casa il fine settimana festivo

poiché considerano ciò come attività utile al reinserimento sociale, ciò di norma

avviene in una fase avanzata della S.L. non più quindi collegata allo svolgimento

dell’attività lavorativa ma rientra nel concetto più ampio di un’attività comunque utile

al reinserimento sociale. L’art.53 bis prevede che tali periodi di permessi o licenze

vengono considerati come pena espiata, salvi i casi di mancato rientro o di altri gravi

comportamenti da cui risulta che il soggetto non si è dimostrato meritevole del

beneficio, in questi casi sull’esclusione del computo decide, con decreto motivato, il

magistrato di sorveglianza. Avverso il decreto può essere proposto dall’interessato

reclamo al tribunale secondo la procedura di cui all’art.14 ter.

Due istituti che riguardano la S.L. ma in genere le M.a.D. sono previsti

dall’art. 51 bis e ter. 28

La prima di queste norme prevede l’ipotesi della sopravvenienza di un nuovo

titolo privativo della libertà. In tale ipotesi il legislatore ha attribuito un potere

provvisorio al magistrato di sorveglianza il quale deve accertare se la nuova

condanna supera o meno i limiti previsti per le M.a.D., in caso positivo vi è la

sospensione della M.a.D. da parte del magistrato di sorveglianza diversamente se il

nuovo titolo non supera tali limiti si pone un problema di compatibilità e quindi il

magistrato adotta in via provvisoria una decisione, trasmettendo gli atti al tribunale di

sorveglianza il quale entro 20 giorni, termine ordinatorio, deve prendere una

decisione.

L’art.53 ter prevede la sospensione cautelativa delle misure alternative, in

particolare l’ipotesi del soggetto che pone in essere comportamenti tali da

determinare la revoca della M.a.D. Anche in questo caso vi è una delibazione

provvisoria allo stato degli atti da parte del magistrato di sorveglianza che sospende

la M.a.D e trasmette gli atti al tribunale di sorveglianza per la decisione di

competenza.Il provvedimento del magistrato di sorveglianza cessa di avere efficacia

se la decisione del tribunale non interviene entro trenta giorni dalla ricezione degli

atti, quindi abbiamo una situazione che sta a metà tra il termine ordinatorio e

perentorio, poiché in questo caso vi è la remissione nella M.a.D.

LA LIBERAZIONE ANTICIPATA

Prevista dall’art.54 assume notevole rilevanza soprattutto in relazione all’art 4

bis dal momento che ha salvato dalla declaratoria di illegittimità costituzionale tutta

la legislazione dipendente da tale ultima norma dal momento che anche i condannati

ivi indicati possono beneficiare della L.A.

La riduzione di pena che è l’effetto immediato di tale istituto è una misura

premiale per il comportamento positivo del condannato che si concretizza in uno

sconto di 45 giorni per ogni semestre di pena espiato, semestre che comprende anche

l’eventuale A.P.S.S.

Il requisito di merito per tale premio concesso a tutti i condannati è indicato nel

regolamento penitenziario, si tratta della partecipazione all’opera di rieducazione.

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Ricordiamo che in materia la competenza spetta al magistrato di sorveglianza

che decide sulla base di un procedimento de plano cioè senza contraddittorio

anticipato ma posticipato. Ciò significa che ogni volta che vi è una istanza volta ad

ottenere la liberazione anticipata, il magistrato sulla base della relazione del consiglio

di disciplina si pronuncia, solo nel caso in cui tale decisione è contraria agli interessi

del condannato si istaura il relativo contraddittorio.

Secondo quanto previsto dall’ art.94 co 2 del regolamento penitenziario, il

primo requisito per valutare la partecipazione del condannato all’opera di

rieducazione consiste nel valutare l’impegno dimostrato dal condannato nel trarre

profitto dalle opportunità offerte.Ovviamente ciò significa che l’impegno è

commisurato alle opportunità offerte, maggiori sono tali opportunità maggior deve o

comunque può essere l’impegno del condannato. Paradossalmente se il penitenziario

non offre molte opportunità al condannato rimasto inerte non si può certo

rimproverare la mancata partecipazione all’opera di rieducazione , non imposta ma

sempre offerta.

Il secondo requisito per valutare la partecipazione del condannato all’opera di

rieducazione è dato dai rapporti che lo stesso intrattiene con gli operatori penitenziari,

con gli altri detenuti e con la famiglia.

LA LIBERAZIONE CONDIZIONALE

La liberazione condizionale prevista dagli artt. 176-177 c.p. chiude la parte

sostanziale.

Per quanto riguarda i requisiti oggettivi, ricordiamo innanzi tutto la pena che

occorre aver espiato.E’ evidente il compromesso tra la funzione rieducativa e quella

retributiva. L’art. 176 infatti stabilisce che il condannato a pena detentiva che,

durante il tempo di esecuzione della pena, abbia tenuto un comportamento tale da

far ritenere sicuro il suo ravvedimento, può essere ammesso alla liberazione

condizionale, se ha scontato almeno trenta mesi e comunque almeno metà della pena

inflittagli, qualora il rimante della pena non superi i cinque anni . Altro requisito

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oggettivo dunque è che la pena non superi i cinque anni, limiti che vengono innalzati

in relazione al grado di pericolosità dei condannati come nel caso dei recidivi.

Per quanto riguarda il requisito soggettivo richiesto per tale istituto si tratta del

sicuro ravvedimento che rappresenta il massimo grado nei valori comportamentali

previsti dal nostro ordinamento penitenziario.

L’accertamento del sicuro ravvedimento è oltremodo difficile, lo era ancor di

più in passato quando era il ministro a decidere e, nella fase di transizione la corte di

appello.Un miglioramento si è avuto con l’introduzione dell’istituto della

osservazione scientifica della personalità, assumono così particolare rilevanza quelle

manifestazioni comportamentali del condannato che danno luogo alle ricompense

normativizzate nell’art. 76 (?), sebbene l’elenco contenuto in tale norma sia solo un

elenco semplificativo e non esaustivo, tali comportamenti che devono essere tenuti

presenti prima di formulare il giudizio sul sicuro ravvedimento.

Tale giudizio non necessariamente implica una ammissione di colpa, la

giurisprudenza infatti tende ad evitare tale forzatura psicologica, soprattutto nei

confronti di quei soggetti condannati per reati gravi che continuano a proclamarsi

innocenti, sebbene la giurisprudenza richiede che il condannato abbia coscienza che

comunque si tratta di un fatto ripudiato dalla società.

Rilevanza riveste anche il rapporto del condannato con la vittima del reato che

aggiunge un ulteriore elemento al percorso che condurrà al sicuro ravvedimento,

altresì fondamentale al riguardo è il risarcimento del danno, al quale, prima della

riforma penitenziaria si aggiungeva il perdono dei familiari della vittima allora

fondamentale per la concessione della liberazione condizionale, prassi questa che

oggi non ha motivo di esistere nel nuovo contesto premiale e rieducativo del

condannato.

L’art.177 c.p. Revoca della liberazione condizionale o estinzione della pena,

stabilisce che la liberazione condizionale è revocata se la condotta del soggetto in

relazione alla condanna subita appare incompatibile con il mantenimento del

beneficio, ovvero trasgredisce gli obblighi inerenti la libertà vigilata disposta ex

art.230 nr.2.In tal caso il tempo trascorso in libertà condizionale non è computato

nella durata della pena e il condannato non può essere riammesso alla liberazione

condizionale.

Decorso tutto il tempo della pena inflitta ovvero 5 anni dalla data del

provvedimento di liberazione condizionale, se trattasi di condannato all’ergastolo,

senza che sia intervenuta alcuna causa di revoca la pena rimane estinta e sono

revocate le misure di sicurezza personali, ordinate dal giudice con la sentenza di

condanna o con provvedimento successivo.

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PARTE PROCESSUALE

Tale parte possiamo dire che si incentra in una sola parola,

giurisdizionalizzazione

Il problema della giurisdizionalizzazione presenta tre aspetti: il

primo,preliminare, riguarda la definizione di procedimento giurisdizionale,occorre

cioè stabilire quelli che sono i connotati essenziali della giurisdizionalizzazione; il

secondo riguarda i limiti della giurisdizionalizzazione legati ai costi del processo. In

particolare si pone l’interrogativo se in tale ambito del dell’esecuzione delle pene

occorre giurisdizionalizzare tutto oppure una parte e quale parte dei problemi che si

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possono presentare; il terzo aspetto riguarda i modi della giurisdizionalizzazione,

vale a dire una volta posti i requisiti minimi perché un procedimento possa

considerarsi giurisdizionalizzato e una volta tracciati i limiti,occorre stabilire il

modus procedendi.

Il primo elemento è un elemento soggettivo relativo all’identità dell’organo

che dirige e decide nel procedimento giurisdizionale, organo che deve essere un

giudice ordinario soggetto solo alla legge, caratterizzato dagli attributi della

indipendenza e terzietà, anche se tale ultima caratteristica soffre qualche eccezione

che vale soprattutto per la giurisdizione di sorveglianza altrimenti detta rieducativa,

che impone al giudice di spogliarsi della terzietà, basti pensare per es. all’iniziativa

ex officio del giudice stesso.

I requisiti oggettivi attengono al modus operandi, il primo principio che va

rispettato al riguardo è quello del contraddittorio anticipato, vale a dire la

possibilità per le parti di tutelare in contraddittorio i propri diritti soggettivi prima

della decisione, principio questo previsto e garantito dal novellato art.111 Cost.

Mentre il contraddittorio posticipato è tipico dei procedimenti amministrativi.

Un’altra importante caratteristica del procedimento giurisdizionalizzato è

rappresentata dalla motivazione della decisione che rappresenta quella parte

attraverso la quale il giudice enuncia le ragioni della sua decisione ex art.111 Cost., le

sentenze e le ordinanze che riguardano la libertà personale devono essere motivate.

L’unico provvedimento che non necessita di motivazione, trattandosi di un

provvedimento di matrice amministrativa, è il decreto soggetto comunque ad

opposizione.

Il terzo elemento affinché un procedimento possa dirsi giurisdizionalizzato è

l’impugnazione che scaturisce dalla motivazione e può assumere due forme, ma che

per il legislatore costituzionale deve quantomeno assumere la forma del ricorso per

cassazione. Altro mezzo d’impugnazione non costituzionalizzato, ricordiamo è

l’appello.

Questi dunque i requisiti o elementi essenziali del procedimento

giurisdizionale.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, quello cioè relativo ai limiti della

giurisdizionalizzazione, come avevamo accennato tale problema si pone per ragioni

di costi processuali. Anche in questo caso i relativi limiti sono segnati dalla carta

costituzionale che pone il principio della riserva di giurisdizionalizzazione, sotto

questo aspetto il limite ed insieme il bene da tutelare è rappresentato dalla libertà

personale che richiede l’intervento di un giudice che agisca attraverso un

procedimento giurisdizionale. Si tratta com’è facile intuire di limiti connaturati alla

problematica penitenziaria dal momento che toccano in maniera più o meno

intensamente il diritto soggettivo alla libertà personale.Un importante sentenza delle

sezioni unite della corte di cassazione riguarda proprio i diritti dei detenuti poiché si

enuncia il principio che nel contesto delle situazioni soggettive del detenuto non è

possibile distinguere tra diritti soggettivi e interessi legittimi, come accade per il

cittadino. Per il detenuto tutte le situazioni soggettive vanno tutelate come diritti

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soggettivi trattandosi di un soggetto privato della libertà personale. Si tratta dunque di

una sentenza molto importante perché rafforza l’area della giurisdizionalizzazione.

I confini segnati dalla riserva di giurisdizione riguardano tutte le situazioni

relative alla durata,qualità e modalità esecutive della pena. In particolare è opportuno

sottolineare che rientrano in tale ambito tutti i problemi relativi ai diritti del detenuto,

il diritto alla salute,alla affettività, alla libera manifestazione del pensiero, vale a dire

tutti quei diritti afferenti a quella parte della libertà personale che non viene

soffocata,oscurata dalla detenzione in carcere. Basti pensare che la storica sentenza

nr.26 /99 nasce proprio dal ricorso di un detenuto sottoposto al regime del 41 bis

avverso il provvedimento che gli vietava di leggere riviste pornografiche, diritto

soggettivo che venne riconosciuto dalla corte costituzionale.

Il terzo aspetto del problema della giurisdizionalizzazione riguarda, come

abbiamo già detto i modi del procedimento giurisdizionale.

Al riguardo va detto che il legislatore negli ultimi decenni ha imboccato strade

diverse.Nel 1975 quando entrò in vigore la riforma penitenziaria, tale legge

comprendeva una serie di artt. dal 69 al 79 che prevedevano un procedimento di

sorveglianza affidato ad un organo collegiale allora detto sezione di sorveglianza che

si occupava delle M.a.D., mentre tutte le questioni attinenti ai diritti soggettivi dei

detenuti venivano tutelati mediante lo strumento del reclamo ad un organo

amministrativo.

Nel 1975 avevamo dunque un procedimento che si occupava dell’applicazione

delle Misure di sicurezza ed un altro procedimento previsto dall’art.628 c.p.p..

Con la L. Gozzini venne meno questa distinzione tra il procedimento per

l’applicazione della M.d.S. e quello relativo all’applicazione delle pene. La sezione di

sorveglianza divenne tribunale di sorveglianza con competenza a decidere oltre che

sulla liberazione condizionale anche sulle M.d.S. Rimaneva solo la differenza tra il

procedimento di sorveglianza e quello per incidenti, relativo al titolo esecutivo della

sentenza. Tale dicotomia è stata eliminata dalla riforma del c.p. del 1989 tantè che

oggi abbiamo un unico procedimento, quello previsto dall’art.666 c.p.p, sia pure con

l’aggiunta di alcune varianti nel caso si tratti di M.a.D. o di M.d.S.

Nel primo caso infatti, subentrano le modifiche introdotte dall’art.678 c.p.p.,

nel secondo caso quelle di cui all’art.679 e 680 c.p.p., anche se comunque il

procedimento resta unico.

Un ulteriore problema si è posto in ordine alla sopravvenienza di procedimenti

diversi da quello di cui all’art.666, previsti da una norma transitoria quale l’art.236

2° comma delle norme di attuazione del c.p.p. Disposizioni concernenti il tribunale

di sorveglianza poiché tale norma stabilisce che nelle materie di competenza del

tribunale di sorveglianza continuano ad osservarsi le disposizioni processuali della

legge 354/75 diverse da quelle contenute nel capo II bis del titolo II della stessa

legge. Tale comma è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui

non consente l’applicazione degli art.666 e 678 c.p.p nel procedimento di reclamo

avverso il decreto del magistrato di sorveglianza che esclude dal computo della

detenzione il periodo trascorso in permesso premio ( sent.53 del 1993).

34

La corte di cassazione a sezione unite ha poi stabilito che per tutte le questioni

attinenti al detenuto trova applicazione il procedimento per reclamo e non quello di

sorveglianza.

L’art.666 c.p.p. Procedimento di esecuzione, nel I comma stabilisce che il

giudice dell’esecuzione procede a richiesta del P.M. dell’interessato o del difensore.

Giudice dell’esecuzione ricordiamo è, ex art. 665 c.p.p., il giudice chiamato a

decidere su tutte le questioni attinenti al titolo esecutivo, vale a dire alla sentenza, di

norma si tratta dello stesso giudice che ha deliberato il provvedimento.

Altre competenze riguardano la disciplina del reato continuato, si pensi per es.

all’ipotesi del mancato accertamento da parte del giudice di cognizione del vincolo

continuativo, in fase esecutiva si potrà istaurare un procedimento tendente ad

accertare tale vincolo.

Un altro es. della competenza del giudice dell’esecuzione riguarda la revoca

della sospensione condizionale della pena, si pensi all’ipotesi che il giudice non

sappia della recidiva (elemento negatorio di tale beneficio) o questa emerga

successivamente, in questo caso si potrà agire a posteriori in sede esecutiva per la

revoca della sospensione condizionale della pena.

Il procedimento di esecuzione quindi ex I comma art.666 c.p.p. prende avvio

su richiesta dei soggetti indicati nel I comma. Le caratteristiche di indefettibilità che

contraddistinguono il P.M. e il difensore dell’interessato sono indicate nel IV comma

ove è stabilito che l’udienza si svolge con la partecipazione necessaria del difensore

e del pubblico ministero.

Con riferimento a questi due soggetti quindi l’art.666 prevede uno schema

camerale a partecipazione necessaria, nel senso che l’ufficio del difensore e del P.M.

devono comunque essere presenti all’udienza. A regole diverse, come vedremo,

ubbidisce invece la partecipazione dell’interessato.

Tale schema differisce da quello di cui all’art.127 c.p.p. che disciplina il

Procedimento in camera di consiglio prevedendo lo schema tipico, ordinario del

procedimento camerale. La differenza riguarda il P.M. e il difensore, la cui la

presenza, come dicevamo, è necessaria nello schema di cui all’art.666, mentre nello

schema di cui all’art.127 tali soggetti, così come gli altri destinatari dell’avviso, sono

sentiti solo se compaiono.

Il II comma prevede una ipotesi di inammissibilità dell’istanza che si verifica

in due casi particolari: quando la richiesta appare manifestamente infondata per

difetto delle condizioni di legge ovvero quando costituisce riproposizione di una

richiesta già rigettata.

E’ necessario che la carenza delle condizioni di legge emerga prima facie,

senza necessità di analisi approfondite, la giurisprudenza ha sottolineato che le

“condizioni di legge” devono essere intese “rigorosamente in senso restrittivo come

quei requisiti che non implicano alcuna valutazione discrezionale, ma sono posti

direttamente dalla legge”. ( Cass.20.12.94).

35

In ordine al secondo caso “ mera riproposizione di una richiesta già rigettata ,

basata sui medesimi elementi” in via generale va detto che una precedente pronuncia

sul medesimo oggetto determina un effetto preclusivo, inibendo che un thema

decidendum identico dal punto di vista soggettivo e oggettivo sia nuovamente

sottoposto al medesimo giudice.

In entrambi i casi il giudice o il presidente del collegio dichiara inammissibile

la domanda con decreto motivato notificato entro 5 giorni all’interessato, contro tale

decreto è ammesso ricorso per cassazione.

Tale particolare forma di inammissibilità è comparsa per la prima volta

nell’art.71 sexies della legge 354/75, oggi abrogato e trovava la sua giustificazione

nella esigenza di impedire che il processo potesse andare avanti dato il numero

elevatissimo di istanze inammissibili o infondate che impegnava l’attività della

magistratura di sorveglianza anche a scapito delle istanze che presentavano i requisiti

richiesti, da qui il potere di delibazione attribuito al presidente del collegio che poteva

appunto bloccare il processo sul nascere , sebbene al riguardo fosse comunque

previsto la possibilità di proporre opposizione all’organo collegiale, prevista

dall’abrogato art 71 sexies.Oggi con la riforma del c.p.p. il sistema di impugnazione

è cambiato prevedendo non più l’opposizione al presidente del collegio ma alla corte

di cassazione.

Il III comma stabilisce che salvo quanto previsto dal comma II,il giudice o il

presidente del collegio, designato il difensore d’ufficio all’interessato che ne sia

privo, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso alle parti

e ai difensori. L’avviso è comunicato o notificato almeno 10 giorni prima della data

predetta e fino a cinque giorni prima dell’udienza possono essere depositate

memorie in cancelleria.

Superata la fase di “filtro” di cui al II comma che prevede la decisione de

plano del magistrato, cioè adottata con un procedimento caratterizzato dalla

mancanza del contraddittorio che è solo eventuale, nel senso che l’interessato se

vuole, avverso tale decisione può presentare ricorso per cassazione, il III comma

prevede l’avviso alle parti, con un termine dilatorio, entro il quale l’interessato deve

apprestare la sua difesa, ricordiamo che il mancato rispetto di tale termine è causa di

nullità del decreto di citazione e prevede altresì la nomina del difensore d’ufficio

all’interessato che ne sia privo.

Tale norma va letta unitamente all’art.656 c.p.p. che prevede L’esecuzione

delle pene detentive di cui ci siamo occupati a proposito della L.Simeoni-Saraceni

( se la pena detentiva anche se costituente residuo di maggior pena, non è superiore a

tre anni, quattro se si tratta di tossicodipendenti, il P.M. ne sospende l’esecuzione),

nel III comma di tale art. è infatti stabilito che l’ordine di esecuzione, cioè il

provvedimento che dispone la carcerazione in esecuzione di una sentenza a pena

detentiva, venga notificato al difensore del condannato.

Il difensore del condannato è indicato nel V comma dell’art.655, si tratta del

difensore nominato dall’interessato o, in mancanza quello designato dal P.M. a norma

dell’art.97. Deve ritenersi privo di difensore l’interessato che non lo ha nominato

durante il processo di cognizione. 36

Va notato che alla nomina del difensore d’ufficio si procede solo a seguito del

positivo superamento della delibazione preliminare di ammissibilità della domanda.il

dato è tutt’altro privo di rilievo: nell’ipotesi in cui sia dichiarata inammissibile la

richiesta, personalmente proposta da chi sia privo del difensore di fiducia ( e perciò di

norma carente di supporto tecnico adeguato), vi è il rischio che la prevista ricorribilità

per cassazione avverso il decreto di inammissibilità si riduca ad una garanzia

puramente labiale, assai difficilmente attivabile, in termini proficui, da un soggetto

ancora privo di difensore. L’odierna disciplina nella parte in cui posticipa la nomina

del difensore d’ufficio al positivo superamento del vaglio preliminare di

ammissibilità di cui al II comma, appare perciò deficitaria sotto il profilo della

effettività del diritto di difesa, schiudendo la via a possibili censure di legittimità

costituzionale.

Il IV comma stabilisce che l’udienza si svolge con la partecipazione

necessaria del difensore e del pubblico ministero. L’interessato che ne fa richiesta è

sentito personalmente; tuttavia, se detenuto o internato in un luogo posto fuori dalla

circoscrizione del giudice, è sentito prima del giorno dell’udienza dal magistrato di

sorveglianza del luogo, salvo che il giudice ritenga di disporre la traduzione.

L’udienza camerale contempla dunque l’intervento necessario del P.M. e del

difensore, per quanto riguarda la partecipazione dell’interessato nessun particolare

problema si pone in ordine alla disciplina applicabile all’interessato in stato di libertà:

questi è titolare di un diritto( e non già di un obbligo) di partecipare all’udienza,

l’omessa richiesta di partecipazione o l’omessa presentazione in sede di udienza è

libera espressione del diritto di difesa.

Per quanto riguarda invece il soggetto in vinculis bisogna distinguere se il

locus custodiae si trovi all’interno o fuori della circoscrizione del giudice. Nel primo

caso formulata la richiesta di partecipazione, l’interessato diviene titolare di un diritto

soggettivo all’audizione che il giudice è obbligato a disporre con le statuendo circa

ogni adempimento a ciò strumentale ( es. eventuale traduzione dell’interessato), nel

secondo caso come abbiamo già visto la regola generale è che su sua richiesta

l’interessato sia sentito dal magistrato di sorveglianza del locus custodiae, il quale

provvederà in seguito a trasmettere il relativo verbale al giudice chiamato a decidere;

rimane salva, tuttavia, la potestà discrezionale del giudice di disporre la traduzione

del soggetto in vinculis rendendo così possibile la diretta partecipazione del

medesimo all’udienza camerale.

Va ricordato che l’abrogato art.71 bis co.10 ord.pent. prevedeva il diritto

dell’interessato di partecipare personalmente alla discussione, senza alcun distinguo

circa lo status libertatis e il locus custodiae del soggetto. Tuttavia le esigenze

organizzative e di sicurezza volte ad evitare il cd.turismo giudiziario, con iniziative

strumentali da parte di pericolosi criminali finalizzate unicamente ad ottenere il

trasferimento ( per tentare la fuga,mantenere i contatti con altri membri

dell’organizzazione criminale ecc.) hanno sconsigliato, come si legge nella relazione

al progetto preliminare del c.p.p. del 1988, l’adozione di un indiscriminato diritto dei

detenuti alla traduzione, affidando alla valutazione del giudice la opportunità o meno

della presenza fisica del condannato. 37

Tuttavia a superare le incertezze e i decifit di tutela propri dell’art.666 c.p.p.

contribuisce il meccanismo introdotto dalla L.11/78 che prevede la partecipazione a

distanza alle udienze dibattimentali e camerali attraverso il sistema della

teleconferenza, al riguardo l’art.45 bis disp.att. c.p.p. introdotto da tale legge

stabilisce che la partecipazione dell’imputato o del condannato all’udienza nei riti

camerali avviene a distanz a quando ricorre uno dei presupposti di cui all’art.146 bis

comma 1 disp.att. c.p.p. vale a dire qualora sussistono gravi ragioni di sicurezza o

di ordine pubblico; qualora il procedimento si adi particolare complessità e la

partecipazione a distanza risulti necessaria ad evitare ritardi nel suo svolgimento;

qualora si tratti di detenuto sottoposto al regime dell’art.41 bis dell’ord.pent.

Il V comma racchiude in se tutta l’attività dibattimentale volta all’acquisizione

del materiale probatorio poichè è stabilito che “ il giudice può chiedere alle autorità

tutti i documenti e le informazioni di cui abbia bisogno; se occorre assumere prove

procede in udienza nel rispetto del contraddittorio”

Risulta evidente la summa divisio tra prove costituite preesistenti all’udienza e

prove costituende che possono essere acquisite dal giudice ex officio ai sensi dell’art

507 c.p.p. in via meramente eventuale rispetto al compendio delle prove costituite.

Il riferimento al processo di cognizione, necessario ogni qualvolta è necessario

colmare delle lacune normative, evidenzia però la vistosa contrapposizione strutturale

tra questo e il processo di sorveglianza, al contraddittorio per la prova

dichiaratamente tipico del primo, fa da contraltare la netta prevalenza del mero

contraddittorio sulla prova, caratteristico di un sistema polarizzato sulla prova

precostituita.

Per quanto riguarda la tipologia dei dati a contenuto probatorio cui allude

l’art.666 comma V abbiamo innanzi tutto i documenti.La prova documentale

costituisce infatti la più classica tra le prove precostituite, tra i documenti acquisibili

nel procedimento di sorveglianza notevole rilievo riveste la cartella personale del

detenuto o dell’internato, rientrano nella stessa categoria i certificati del casellario

giudiziale,le sentenze irrevocabili e le sentenze straniere riconosciute in Italia.

Accanto ai documenti l’art.666 annovera tra gli atti a contenuto probatorio, la

categoria delle informazioni , si tratta di dati conoscitivi eterogenei e strumentali ai

fin della decisione di cui il giudice può fare richiesta a qualsiasi ufficio o ente

pubblico.

Tra le prove costituende che, come abbiamo visto, rivestono un carattere

sussidiario nell’economia del rito di sorveglianza rispetto alle prove precostituite,

abbiamo anzitutto la consulenza dei tecnici del trattamento cui si allude nell’art.678

co 2 c.p.p., mentre una prova tipica del processo di sorveglianza che non si riscontra

in quello di cognizione dal momento che si iscrive nell’ottica del giudizio sull’uomo,

è la perizia criminologica ,diretta a stabilire “l’abitualità o professionalità nel reato, la

tendenza a delinquere ecc”

Ulteriore mezzo di prova , espressamente citato dall’art. 185 disp.att.c.p.p. è la

testimonianza. 38

Ricordiamo che spetta al presidente del tribunale o al magistrato di

sorveglianza, all’apertura dell’udienza, l’accertamento in ordine alla regolare

costituzione delle parti tecniche, in caso contrario si da luogo alla verifica della

regolarità della vocativo in iudicium e della sua notifica ai destinatari, disponendosi la

rinnovazione dell’atto nelle ipotesi di rilevate patologie in precedenza intercorse.

Segue, almeno quando si procede davanti al tribunale di sorveglianza, la relazione

prevista, per il rito in camera di consiglio, dall’art.45 disp.att.c.p.p., cui provvede il

presidente o altro componente del collegio allo scopo designato.Ha luogo quindi la

vera e propria fase di trattazione , con l’acquisizione del materiale in precedenza

formatosi, l’eventuale assunzione di ulteriori prove, l’audizione dell’interessato nei

limiti in cui risulti prevista e possibile.

Ultimata la trattazione della causa si da luogo alla discussione, nel cui ambito

le parti tecniche argomentano circa l’attività compiuta e il materiale acquisito nel

corso dell’udienza, formulando le richieste conclusive all’organo giurisdizionale.

Terminata la discussione l’udienza camerale giunge, così, al suo epilogo

aprendosi l’ulteriore fase della decisione, cui il procedimento camerale è preordinato.

In ordine alla decisione il IV comma stabilisce che il giudice decide con

ordinanza.Questa è comunicata o notificata senza ritardo alle parti e ai difensori

che possono proporre ricorso per cassazione….

Al riguardo va subito precisato che per il principio di immutabilità del giudice

la decisione deve essere adottata dal medesimo giudice-persona fisica (o dal collegio

nella medesima composizione) avanti al quale si è svolta l’udienza. Tale principio,

per il processo di cognizione è sancito espressamente dall’art. 525 co 2 c.p.p. che tra

l’altro prevede la nullità assoluta per il caso di sua inosservanza, a differenza di

quanto previsto da tale norma per il rito di cognizione, per il rito di sorveglianza, non

è prevista alcuna norma che prevede la immediatezza della deliberazione del giudice,

subito dopo la fine dell’udienza camerale,il quale quindi potrebbe riservarsi di

adottarla depositandola successivamente in cancelleria.

La decisione assume la forma dell’ordinanza, che per regola generale è sempre

motivata a pena di nullità. Ordinanza che va poi notificata o comunicata per intero,

senza ritardo, alle parti e ai difensori, e dalla data di comunicazione (per il P.M.) o di

notifica (per la parte privata e il difensore) decorre il termine di quindici giorni per

proporre ricorso per cassazione.

Il IV comma prevede la sola ricorribilità per cassazione del provvedimento

conclusivo del rito di sorveglianza, con i limiti propri di tale ricorso che com’è noto

non si può estendere al merito. Il relativo procedimento si svolge senza la

partecipazione delle parti che tuttavia possono presentare nuovi motivi nonché

memorie difensive e di replica.

In deroga al cd. effetto sospensivo dell’impugnazione, previsto in via generale

dall’art.588 co 1 c.p.p., l’art.666 nel VII comma stabilisce che la presentazione del

ricorso non sospende l’esecuzione dell’ordinanza impugnata; tuttavia il giudice che

l’ha emessa può, con decreto motivato, su richiesta di parte sospenderne l’esecuzione.

Nessun rimedio è espressamente previsto avverso tale decreto di sospensione, deve

39

tuttavia ritenersi ammissibili il ricorso in cassazione ex art.111 cost., qualora il

provvedimento incida sulla libertà personale del soggetto.

Il giudice dell’esecuzione oltre al procedimento previsto dall’art.666 c.p.p. può

adottare anche il proc.di cui all’art. 667 c.p.p. Dubbio sull’identità della persona

fisica “se vi è ragione di dubitare dell’identità della persona arrestata per esecuzione

di pena o perché evasa mentre scontava una condanna, il giudice dell’esecuzione la

interroga e compie ogni indagine utile alla sua identificazione anche a mezzo della

p.g.” si tratta di un procedimento de plano in cui il giudice decide con ordinanza

senza particolari formalità inaudita altera parte,solo quando la decisione è

comunicata al p.m o notificata all’interessato e quest’ultimo non la accetti può

istaurarsi un contraddittorio, più precisamente, entro 15 giorni, dalla comunicazione o

notificazione possono proporre opposizione davanti allo stesso giudice, il p.m.

l’interessato e il difensore, in tal caso troverà applicazione il procedimento di

esecuzione di cui all’art.666 c.p.p.

Il PROCEDIMENTO DI SORVEGLIANZA

Giudice diverso da quello dell’esecuzione è il giudice di cui all’art.678 c.p.p.

che concerne l’attività del tribunale e del magistrato di sorveglianza, la cui

competenza a fronte di quella per così dire generalizzata del giudice dell’esecuzione,

è tassativamente indicata nelle norme del c.p.p.

Il magistrato di sorveglianza è un giudice togato che fa parte dell’ordinamento

giudiziario a tutti gli effetti, il tribunale di sorveglianza (giudice specializzato) eè

composto da due giudici togati e da due laici, si tratta di soggetti nominati dal

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C.S.M. in quanto esperti in determinate materie, la competenza più rilevante di questi

due organi si esplica in materia di applicazione delle M.a.D.

Per quanto riguarda i procedimenti adottati va ricordato che nel 1986 si ebbe

l’introduzione nel nostro ordinamento del procedimento per reclamo,un proc.più

snello rispetto al preesistente procedimento di sorveglianza, quest’ultimo previsto

dall’art.678 c.p.p. è caratterizzato da un più ampio riconoscimento del diritto alla

difesa data l’esistenza di un contraddittorio più accentuato.

Per quanto riguarda le peculiarità del proc.di sorv. rispetto al proc.esecutivo è

opportuno prendere le mosse dal I comma dell’art.678 ove è stabilito che i

procedimento di sorveglianza si istaura “ a richiesta del p.m., dell’interessato, del

difensore o d’ufficio” l’instaurazione del procedimento ex officio iudicis segna

quindi la più cospicua divergenza tra i moduli previsti dall’art.666 e 678 c.p.p.

Mentre infatti il procedimento di esecuzione deve comunque avviarsi, a pena di

nullità, su impulso di parte, il rito di sorveglianza ben può prescindere da una

apposita formale domanda dell’interessato o degli altri soggetti cui è attribuito lo ius

postulandi essendo fisiologica la sua attivazione d’ufficio, iniziativa ex officio che

risponde ai caratteri della giurisdizione rieducativa ispirata all’esigenza di verificare e

favorire il processo di risocializzazione del soggetto in sintonia con le finalità della

pena indicate nell’art.27 co 3 cost., e conformemente a quanto stabilito dalla corte

cost. con la sent.204/74

In quanto“ difensore della funzione rieducativa (Giostra) e a tutela di interessi

palesemente indisponibili, ben può, il giudice di sorveglianza attivarsi anche a

prescindere da una domanda esterna.

Si suole affermare che nella giurisdizione rieducativa, nel proc di sorv.manca

quella netta e marcata contrapposizione dialettica di opposti interessi propria del

processo contenzioso e perciò appunto di “parti”, non vi sarebbe quindi la necessità

di garantire quel contraddittorio tipico quando vi è una contrapposizione dialettica e

d’interessi, l’instaurazione ex officio del proc. di sorveglianza sarebbe quindi

impensabile nel processo di cognizione, la mancata necessità che siano le parti ad

istaurare il procedimento trova la sua giustificazione sul piano teorico proprio in

quella convergenza d’interessi cui si accennava prima. Tale impostazione tuttavia

non è pacifica ove si pensi che il che il tribunale di sorveglianza è chiamato a

pronunciarsi anche in materia di revoca delle M.a.D. e in questo caso non vi è più tale

coincidenza d’interessi dal momento che il giudice è chiamato a decidere sulla scorta

di una innegabile contrapposizione dialettica tra le aspettative dell’interessato (il cui

interesse coincide con il mantenimento del beneficio) e le istanze del p.m. ( che

mirerà piuttosto alla revoca del beneficio già concesso)

Per quanto riguarda la legittimazione attiva , va ricordato che l’attribuzione al

p.m. del potere d’iniziativa costituisce una innovazione introdotta dal legislatore del

1988, si ritiene tuttavia che tale iniziativa debba essere esclusa in ordine a materie che

presuppongono un’indagine sulla rieducazione del condannato: sarebbe infatti

inconcepibile una domanda dell’organo pubblico volta ad ottenere l’applicazione di

una M.a.D., mentre ben potrebbe il p.m. investire il giudice di sorveglianza di ogni

questione concernente le sanzioni sostitutive. L’ufficio del p.m. cui è attribuito il

41

potere d’iniziativa nonché in via generale il diritto dovere di partecipazione al proc. è

individuato dall’art.678 co 3 le relative funzioni vengono esercitate dal procuratore

generale presso la corte di appello, davanti al tribunale di sorveglianza, e dal

procuratore della repubblica c\o il tribunale davanti al magistrato di sorveglianza.

Statisticamente l’iniziativa dell’interessato rappresenta l’ipotesi più frequente

di avvio del rito di sorveglianza.

Il legislatore del 1988 per la prima volta ha attribuito espressamente al

difensore un autonomo potere d’iniziativa che concorre con il più tradizionale ius

postulandi proprio dell’interessato. Al riguardo è opinione comune che allo scopo di

esercitare validamente il potere d’iniziativa riconosciutogli, il difensore debba essere

munito di un mandato ad hoc escludendosi l’automatica prorogatio del mandato

difensivo conferito nel corso del processo di cognizione o nell’ambito del

procedimento di esecuzione.

Ancora la legittimazione attiva spetta anche ai prossimi congiunti individuati a

norma dell’art.307 c.p. mentre l’art. 57 ord.pen. ( la cui attuale vigenza è fatta salva

dall’art.236 co 2 disp.coord.c.p.p) attribuisce il potere d’iniziativa, sottoforma di

proposta, al consiglio di disciplina, sia pure entro i limiti in cui l’oggetto investa il

trattamento rieducativi.

La II peculiarità del procedimento di sorveglianza riguarda la prova. Si è

avuto modo di vedere come nel proc.esecutivo non può essere riproposto il sistema

tipico del processo di cognizione in tema di prova.

Considerato il sistema di acquisizione della prova proprio del proc.di esec. e

sorv. che vede nel giudice il vero dominus si è posto l’interrogativo della

compatibilità con il novellato art.111 cost. sul giusto processo che com’è noto

sancisce il principio della formazione della prova nel contraddittorio tra le parti.

L’ambito di operatività di tale norma tuttavia è stato ristretto attraverso una lettura ed

interpretazione letterale del IV comma che vede il principio della formazione della

prova in contraddittorio limitata all’imputato che ne è protagonista, il fatto quindi che

nel proc.di sorv. non vi sia un imputato ma un condannato vale a limitare l’operatività

della norma costituzionale.

Già abbiamo visto come tale procedimento al pari di quello esecutivo sia

caratterizzato dalla prevalenza della prova precostituita rispetto a quella costituenda,

naturalmente al giudice non è preclusa l’acquisizione di prove in udienza, ciò che

cambia rispetto al processo di cognizione è appunto la mancanza del divieto di fare

ricorso a prove precostituite.

Particolare menzione meritano le cd.prove necessarie, la cui acquisizione

prescinde dalla volontà del giudice. Ogni qualvolta il proc.di sorv. ha per oggetto una

richiesta che presuppone o implica l’osservazione del condannato il tribunale o il

magistrato di sorveglianza, non può prescindere dall’acquisizione della

documentazione penitenziaria relativa a tale osservazione (la cd.relazione di sintesi

del gruppo di osservazione).

Un’altra differenziazione rispetto il processo di cognizione è data dalla

consulenza dei tecnici del trattamento che ovviamente sono soggetti diversi dai

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consulenti che troviamo nel proc.penale vale a dire ausiliari del difensore o del

giudice, nel proc di sorv. i consulenti tecnici sono invece gli stessi soggetti che hanno

agito nell’ambito del trattamento del detenuto, a voler semplificare potremmo dire

che si tratta della stessa prova cartolare obbligatoria cui abbiamo accennato prima che

diventa verbale.

Per quanto riguarda la differenza rispetto alla perizia, va detto che il perito nel

proc.di sorv. così come in quello di cognizione è un soggetto qualificato nominato

non già dalle parti (difensore o p.m.) ma dal giudice, per la soluzione di questioni

particolarmente dubbie, al quale quindi fornisce determinati dati e conoscenze

tecniche, tale nomina da parte del giudice dovrebbe riflettere la terzietà che è propria

di tale organo.Ricordiamo che nel processo di cognizione non è ammessa la

cd.perizia criminologica sulla personalità del soggetto, inammissibilità che

ovviamente non sussiste nel proc.di sorv. ove al contrario vi è la necessità di

conoscere la personalità del detenuto, tale divieto che non sussiste nemmeno nel proc

penale minorile.

La terza peculiarità del proc.di sorv. riguarda il giudicato.

La regola secondo la quale nel processo di cognizione il giudicato determina la

irrevocabilità del provvedimento non trova applicazione nel rito di sorveglianza data

la natura suscettibile di modificazione dell’oggetto di tale procedimento. Così per es.

se l’istanza volta ad ottenere la liberazione condizionale oggi viene rigettata perché

manca il sicuro ravvedimento del condannato ciò non impedisce che la stessa istanza

possa essere ripresentata a distanza di due anni e accolta qualora invece nel frattempo

sia intervenuto il sicuro ravvedimento.

IL PROCEDIMENTO PER RECLAMO

Il procedimento per reclamo previsto dall’art.14 ter ord.pen. introdotto dalla

L.Gozzini nel 1986, rientra nell’ambito dei cd.procedimenti di sorveglianza atipici o

speciali, vale a dire quei procedimenti che presentano significative diversità

strutturali rispetto al meccanismo ordinario delineato dalla normativa

generale,originariamente dettata negli artt.71 e ss ord.pen. e, successivamente

collocata nel c.p.p. 43

Tale specialità dipende dalle esplicite o implicite previsioni derogatorie

ricavabili dai primi tre commi dell’art 14 ter. Precisamente: dalla evidente maggiore

snellezza del procedimento derivante dai più rapidi tempi di proposizione e di

decisione del reclamo e dal marginale ruolo rivestito dall’interessato, anzi possiamo

dire che l’atipicità del reclamo si rivela proprio per il diverso atteggiarsi del

contraddittorio rispetto al modello ordinario dove è prevista la necessaria presenza

del p.m. e del difensore e, anche se solo in misura eventuale e limitata qualora si tratti

di persona in vinculis, è pur sempre possibile quella dell’interessato. Nella procedura

di cui all’art.14 ter viceversa tale presenza non è nemmeno possibile: all’interessato

viene riconosciuta una mera facoltà di presentare memorie scritte per l’udienza

camerale. Tale procedimento si allontana quindi in maniera sensibile dalla filosofia

del procedimento di sorveglianza ordinario che , fondandosi essenzialmente

sull’analisi della personalità del condannato nell’ottica della risocializzazione,

dovrebbe prestare maggiore attenzione all’esigenza della partecipazione

dell’interessato all’udienza.

L’ art.14 ter ord.pen sancisce quindi il diritto a proporre reclamo,

consentendo di sottoporre a controllo, ancorché, come vedremo, mediante una

procedura semplificata, ogni provvedimento dell’amministrazione penitenziaria

diretto ad applicare o prorogare il regime di sorveglianza particolare. Ai sensi dell’

art.14 ter comma I ord.pen. l’interessato o il suo difensore possono proporre al

tribunale di sorveglianza tale rimedio entro dieci giorni dalla comunicazione del

provvedimento di cui all’art.14 bis ord.pen.. Un’altra sensibile anomalia rispetto al

“normale” procedimento di sorv.disciplinato dall’art.678 c.p.p. ove è stabilito che

tale proc.può essere iniziato anche su richiesta del p.m. o d’ufficio riguarda l’ambito

dei soggetti legittimati ad istaurare il reclamo. L’art.14 ter al I comma infatti

attribuisce in primis tale diritto proprio al detenuto stabilendo che avverso il

provvedimento che dispone o proroga il regime di sorveglianza particolare può

essere proposto dall’interessato reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di

dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento definitivo. Il reclamo non

sospende l’esecuzione del provvedimento.

Le previsioni espresse della forma camerale per il procedimento e di quella

dell’ordinanza per la decisione conclusiva rappresentano invece altrettante ripetizioni

di quanto stabilito in via generale per il procedimento di sorveglianza in forza del

rinvio operato dall’art.678 c.p.p. al meccanismo disciplinato dall’ert.666 c.p.p.

Di particolare rilievo è il III comma dell’art.14 ter secondo cui il

procedimento si svolge con la partecipazione del difensore e del p.m., l’interessato e

l’amministrazione penitenziaria possono soltanto presentare memorie, e ciò come già

accennato, oltre a costituire una sensibile deviazione rispetto allo schema tipico del

proc.di sorv., che prevede oltre alla presenza necessaria del p.m. e del difensore, la

possibilità per l’interessato di partecipare all’udienza, costituisce una limitazione di

quel diritto alla difesa sancito nell’art.24 della costituzione, sovente giustificata con

l’assunto, insostenibile, che trattandosi di un procedimento volto ad accertare

44

questioni di natura soprattutto formale all’uopo è sufficiente la difesa tecnica

esplicata dal difensore.

Come dicevamo il procedimento per reclamo viene concluso con ordinanza,

che può essere di inammissibilità, di rigetto per infondatezza ovvero di

accoglimento, avverso la quale è ammesso ricorso per cassazione.

La legge sull’ordinamento penitenziario prevede altre fattispecie di reclamo, in

particolare la L.277/02 ha introdotto l’art.69 bis in materia di liberazione anticipata

con l’introduzione del procedimento de plano con contraddittorio eventuale e

differito. Infatti sulla relativa istanza in prima battuta è il magistrato di sorveglianza a

decidere con ordinanza, senza alcuna formalità,dalla data di notificazione del

provvedimento i soggetti hanno 15 giorni per presentare reclamo al tribunale di

sorveglianza con l’instaurazione del normale procedimento di sorveglianza.La

differenza rispetto al procedimento di cui all’art.666 c.p.p. è che a decidere dopo il

reclamo, non è lo stesso giudice ma appunto il tribunale di sorveglianza del cui

collegio non potrà far parte il magistrato di sorveglianza.

Il reclamo di cui all’art.53 bis ord.pen. ha invece per oggetto il

provvedimento del magistrato di sorveglianza relativo al computo del periodo del

periodo di licenza o permesso. Com’è noto l’art.17 della L. 663/86 ha previsto che il

tempo trascorso dal detenuto o dall’internato in permesso o licenza va computato ad

ogni effetto nella durata delle misure restrittive della libertà personale. Salvi i casi di

mancato rientro o di altri gravi comportamenti da cui si desuma che il soggetto non

merita il beneficio, nei quali l’esclusione del computo è decisa dal magistrato di

sorveglianza con decreto motivato.Avverso tale decreto, appunto ,l’interessato ex

art.53, bis può proporre reclamo al tribunale di sorveglianza secondo la procedura di

cui all’art.14 ter ord.pen. Il rinvio operato alla disciplina prevista dall’art.14 ter

faceva si che il procedimento del reclamo prevedesse la sola partecipazione

all’udienza camerale del difensore e del p.m., con esclusione dell’interessato che

poteva presentare soltanto delle memorie, e conseguente limitazione del diritto di

difesa. Tantè che la questione di legittimità costituzionale concernente la mancata

audizione dell’interessato nel procedimento per reclamo è stata sollevata con

specifico riferimento all’art.236 co 2 disp.att.c.p.p. nella parte in cui consentiva in

tale materia la sopravvivenza di un meccanismo procedimentale atipico privo di

adeguati connotati di giurisdizionalità. La corte ha cos’ dichiarato la illegittimità

costituzionale dell’art.236, nonché degli art 14 ter co 1,2,3 e 30 bis ord.pen. nella

parte in cui non consentono l’applicazione degli art.678 e 666 c.p.p. nel procedimento

di reclamo avverso il decreto del magistrato di sorveglianza che esclude dal computo

della detenzione il periodo trascorso in permesso premio.In caso di reclamo quindi il

relativo procedimento dovrà svolgersi con le forme proprie del procedimento di

sorveglianza: l’avviso di fissazione dell’udienza deve essere notificato anche

all’interessato almeno 10 giorni prima della data fissata per la discussione, la

partecipazione dell’interessato non è più automaticamente esclusa ma semplicemente

rimessa alle condizioni stabilite dall’art.666 co 4 c.p.p.

45

La disciplina del procedimento per reclamo è stata più volte oggetto di

decisione della corte costituzionale anche in relazione all’art.41 bis dell’ordinamento

penitenziario. I giudici costituzionali chiamati per ben 4 volte a pronunciarsi sulla

legittimità dell’art. 41 bis, pur dichiarando infondate le eccezioni rivolte sotto vari

profili nei confronti della disciplina sostanziale, hanno evidenziato l’esigenza di

assicurare uno standard minino di tutela giurisdizionale in una materia così delicata,

in particolare con l’ultima di queste quattro sentenze la nr.376/97 la corte ha ribadito

la sindacabilità del relativo provvedimento ad opera del tribunale di sorveglianza

mediante il reclamo di cui all’art.14 ter ord.pen.il quale tuttavia non eè in grado di

fornire adeguate garanzie difensive sia sotto il profilo della difesa tecnica dal

momento che l’impugnazione tramite reclamo viene perlopiù proposta personalmente

dal detenuto mentre il ruolo del difensore si riduce alla presentazione delle memorie

entro cinque giorni dall’udienza e dalla discussione, sia sotto il profilo sostanziale del

contraddittorio cartolare e del controllo giurisdizionale, poiché il fascicolo è di regola

costituito soltanto dal decreto applicativo e dal reclamo e spesso non contiene

nemmeno una posizione giuridica aggiornata, al difensore sostanzialmente

impossibilitato a conoscere a fondo la situazione dell’interessato e a reperire prove a

sostegno del reclamo resta solo la mera possibilità di formulare istanze istruttorie,

nella speranza di un rinvio utile ad una maggiore completezza probatoria, cui si

aggiunge la lentezza dei tempi dell’udienza che sovente viene fissata molto tempo

dopo l’applicazione del regime e la proposizione del reclamo, tale lentezza incide

anche sulla possibilità di impugnare per cassazione l’eventuale provvedimento di

rigetto del reclamo; anche quando possa essere ancora utilmente proposto il ricorso

rischia di essere dichiarato inammissibile per difetto d’interesse. Il che rende il

sindacato di legittimità in materia marginale e,di fatto, apparente.

Tale singolare percorso del reclamo, dalla giurisdizionalità negata a quella

tollerata in forza delle decisioni della corte cost. trova conferma con l’introduzione ad

opera della L.11/98 dell’art.41 bis co 2 ord.pen. tale norma nello stabilire che sui

reclami avverso i provvedimenti del ministro di grazia e giustizia emessi a norma del

2 co è competente a decidere il tribunale di sorveglianza cui il

condannato,l’internato o l’imputato è assegnato, da un primo “indiretto”

riconoscimento legislativo alla sindacabilità tramite reclamo dei provvedimenti di

sottoposizione al regime penit. di massima sicurezza a riprova dell’assenza di ogni

spirito garantistico e del fatto che si è trattato di un adeguamento obtorto collo

all’orientamento costituzionale stanno però la lettera e lo scopo della previsione.

Viene derogato il canone principale di determinazione della competenza

individuato dall’art.677 co 1 c.p.p. nel locus custodiae in cui l’interessato si trova

all’atto della richiesta ( canone che peraltro era stato corretto a livello

giurisprudenziale esigendosi un grado di apprezzabile stabilità dello status di

detenuto) e tale competenza resta ferma anche nel caso di trasferimento del detenuto.

Da ultimo la disciplina del reclamo è tornata dinnanzi alla corte cost. che con

la sentenza 26/1999 ha dichiarato la illegittimità costituzionale degli artt.35 e 69

ord.pen nella parte in cui non prevedono una tutela giurisdizionale nei confronti degli

atti dell’amministrazione penitenziaria lesivi dei diritti di coloro che sono sottoposti a

46

restrizioni della libertà personale. La corte ha potuto in generale ripercorrere l’intero

panorama dei mezzi di tutela procedimentale riuniti sotto la dizione reclamo.Ciò

anche se oggetto di censura era soltanto il procedimento de plano instaurato a seguito

di reclamo ai sensi degli artt 35 e 69 ord.pen. del quale il magistrato di sorveglianza

rimettete sollecitava l’adeguamento quantomeno allo standard di garanzia racchiuso

nella disciplina contenuta nell’art.14 ter ord.pen.

Pur ritenendo fondata la questione la corte si è limitata ad una mera sentenza

additiva “di principio”, ritenendo il proc.instaurato attraverso il reclamo delineato

negli art.35 ord e 70 reg es. “privo dei requisiti minimi necessari perché lo si possa

ritenere sufficiente a fornire un mezzo di tutela qualificabile come giurisdizionale”.

Fondamentale per l’autolimitazione dei giudici costituzionali a tale pronuncia

additiva di mero principio si è rilevata la constatazione che nel sistema coesistono in

sostanza almeno quattro diverse tipologie procedimentali racchiuse sotto la

terminologia del reclamo: quella ex art 14 ord.penit. utilizzabile in materia di

sorveglianza particolare e, ope iudicis costituzionale, in tema di art.41 bis ord.pen.;

il rimedio innanzi all’organo collegiale avverso la mancata concessione dei

permessi ( art.30 bis ord.pen.), ancora meno garantista del precedente. Sempre in

tema di permessi ricordiamo che il reclamo di norma ha efficacia sospensiva con

l’eccezione relativa al permesso di necessità concesso per imminente pericolo di vita

di un congiunto nel qual caso non si ha l’efficacia sospensiva e il permesso può

essere concesso solo previa scorta; ancora il mezzo di verifica del mancato computo

del periodo trascorso in permesso premio e licenza (art.53 bis co II ord.pen)

riconfigurato con sentenza n.53/93 mediante sostituzione del procedimento ordinario

di sorveglianza a quello atipico, il procedimento per le materie assegnate al

magistrato di sorveglianza, che, per disposto dell’art.236 disp.att.c.p.p. è rimasto

esente dalla complessiva riforma processuale penitenziaria.

Anche la materia disciplinare non sembra del tutto esente da questo difeto di

giurisdizionalizzazione ciò appare evidente ove si rifletta sul fatto che le decisioni in

ordine all’applicazione delle sanzioni disciplinari vengono adottate dal direttore e dal

consiglio di disciplina di cui fa parte sempre il direttore, quindi da soggetti che non

sono in grado di garantire la imparzialità dell’organo giudicante stante anche la

mancata previsione di una difesa tecnica dell’interessato

ORDINE E SICUREZZA NEGLI ISTITUTI PENITENZIARI

Nell’affrontare tale argomento è opportuno premettere che non si fa

riferimento alla disciplina del singolo ma alla condizione generale che determina

l’ordine della collettività che si trova ristretta, vale a dire alla condotta dei detenuti

che potrebbe mettere in pericolo l’ordine all’interno degli istituti penitenziari. Va

detto che senza le condizioni minime che consentono l’ordinato svolgersi della vita

penitenziaria non è possibile nemmeno dar luogo al trattamento penitenziario.Il

problema dell’ordine e della sicurezza è quindi strettamente connesso con quello del

47

sovraffollamento delle carceri.Va ricordato che nel 1986 con la legge GOZZINI in

coincidenza con gli anni di pacificazione sociale si registra il livello più basso della

popolazione penitenziaria, mentre a partire dagli anni 90 il problema del

sovraffollamento torna di grande attualità basti pensare che il tasso di cr...??? è di 85

detenuti ogni 100.000 abitanti.

Su tale fenomeno hanno inciso fortemente due fenomeni: l’immigrazione

clandestina e la tossicodipendenza.

La legge SIMONI (?) del 1998 ha cercato di porre un freno ampliando l’ambito

di applicazione delle M.a.D.

In materia di ordine e sicurezza nel nostro paese anche se non si è giunti come negli

USA, dove il problema è ancor più grave, alla previsione di strutture carcerarie

private, vi è stata da parte del legislatore un compressione dei principi costituzionali

nella previsione degli istituti inerenti all’ordine e alla sicurezza.

I principi costitutuzionali inerenti a tali istituti sono in generale:

1. il principio costituzionale di cui all’art. 2 Cost. che riconosce e garantisce i

ediritti inviolabili dell’uomo, letto in raccordo con l’art.27 3^ comma cost. ove

si fa riferimento al divieto di trattamenti disumani, dal combinato disposto di

queste due norme si ricava il principio che qualunque intervento repressivo

volto a garantire l’ordine e la sicurezza ha come limite il rispetto della dignità

umana

2. il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 cost. ove si afferma che tutti i

cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza

distinzione di sesso,religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

I detenuti, quindi, nell’esecuzione della pena hanno diritto ad un trattamento

penitenziario omogeneo, principio questo che viene ribadito nell’art.1 della

L.354/75. ma nell’art. 3 della cost. va parimenti rinvenuto come dicono i

costituzionalisti il diritto ad essere diseguali, nel senso che le eventuali

differenzazioni del trattamento penitenziario non possono prescindere dalla

diversità del comportamento dei condannati

3. art. 13 c.2^ cost. ove è stabilito “ non è ammessa forma alcuna di detenzione,

ispezione o perquisizione personale, ne qualsiasi altra restrizione della libertà

personale se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e

modi previsti dalla legge” e viene dunque sancita una doppia riserva di legge e

di giurisdizione in ordine alle restrizioni della libertà personale, norma questa

che pur venendo in considerazione soprattutto ai fini processuali e della

custodia cautelare, non contiene, tuttavia, alcun specifico riferimento a tali

istituti che ne limiti l’applicazione alla fase dell’esecuzione penale. Per quanto

riguarda i casi e modi delle restrizioni alla libertà personale, in concreto

significa che non è possibile applicare una pena se non in presenza di una

fattispecie penale legislativamente determinata. In virtù dell’art.13 il legislatore

deve predeterminare le modalità della esecuzione della pena, ed è proprio

questa l’essenza della L.354 che recepisce il principio di legalità esteso

all’esecuzione penale. L’art.13 come dicevamo prevede anche una riserva di

48

giurisdizione, ciò significa che le eventuali deroghe alle normali modalità

esecutive della pena, predeterminate dall’amministrazione penitenziaria,

devono essere attuate da una autorità giurisdizionale e attraverso un

procedimento giurisdizionale

4. art. 25 2^ c. cost. ove è sancito il principio della irretroattività della legge

penale, principio che va esteso anche alle sanzioni che devono essere del pari

predeterminate

5. l’art. 113 cost. enuncia il principio della universalità della giurisdizione, al

1 comma infatti è stabilito che “ contro gli atti della P.A. è sempre ammessa la

tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinnanzi agli organi

di giurisdizione ordinaria o amministrativa” nel 2^ comma si afferma che tale

tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi

d’impugnazione o per determinate categorie di atti”, tale norma va collegata

con l’art. 24 1^ co. Ove è stabilito che tutti possono agire in giudizio per la

tutela dei propri diritti o interessi legittimi. Da quanto appena detto emerge

che da nessuna norma cost. è possibile desumere l’esclusione del condannato

dalla tutela giurisdizionale nei confronti di eventuali atti lesivi posti in essere

dall’amministrazione penitenziaria .

Questi dunque i parametri costituzionali di riferimento. Con la L.354 il

legislatore ha sottovalutato, sotto il profilo costituzionale, il problema dell’ordine

e della sicurezza perchè l’unico istituto previsto da tale legge, funzionale al

mantenimento dell’ordine era rappresentato dall’art. 90, successivamente abrogato

dalla Legge GOZZINI, che facendo riferimento a situazioni eccezionali,

prevedeva la possibilità per il Ministro di grazia e giustizia di sospendere per un

periodo strettamente necessario, l’applicazione in uno o più stabilimenti

penitenziari, le regole di trattamento e gli istituti previsti dalla legge. Tale norma

ovviamente non rispettava i parametri costituzionali della legalità e riserva di

legge dal momento che data la genericità e indeterminatezza era tutt’altro che

facile individuare i casi di eccezionale gravità che giustificavano l’applicazione

dell’art.90 a ciò si aggiungeva il fatto che l’eventuale esercizio del potere

ministeriale non era soggetto a controllo giurisdizionale. Il problema si pose anche

in relazione all’art.32 del regolamento penitenziario allora previsto da un D.P.R.

del 1976 e oggi dal D.P.R. 230/2000, che a tuttoggi prevede la possibilità di

assegnare i detenuti in istituti aventi caratteri diversi diversi da tutti gli altri istituti

con provvedimento di competenza dell’autorità penitenziaria e sembra dunque

legittimare l’esistenza di istituti penitenziari diversi in relazione al comportamento

dei detenuti.Infatti vi fu l’istituzione da parte del ministro, con una serie di decreti,

di un circuito penitenziario differenziato ritenendo in tal modo di dare attuazione

all’art.32 del regolamento. Sono così nati i circuiti di massima sicurezza in palese

violazione dei principi costituzionale cui si è fatto riferimento in precedenza, di

legalità, giurisdizione ecc. 49


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penitenziario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Tomassetti Simona.

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