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Riassunto esame Diritto Penale, prof. Spagnolo, libro consigliato Associazioni di Tipo Mafioso Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Associazioni di Tipo Mafioso, Spagnolo.
Gli argomenti sono: i problemi di legittimità costituzionale, la libertà di associazione, gli elementi costitutivi della fattispecie (la struttura associativa ed il numero di persone, lo sfruttamento della... Vedi di più

Esame di Diritto penale docente Prof. G. Spagnolo

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dell’associazione, in quanto non è un elemento necessario di fattispecie senza del quale il fatto non

costituirebbe reato.

E anzi vero esattamente il contrario, posto che la norma penale non prevede affatto che

l’associazione di tipo mafioso per essere punibile debba essere segreta. Non bisogna infatti

confondere la segretezza con la difficoltà dell’accertamento giudiziale dell’esistenza

dell’associazione mafiosa, che poi è in realtà meno segreta di quanto non si pensi.

Peraltro l’esame dell’art 416 bis induce a ritenere che per la sussistenza del reato è necessaria una

certa fama dell’associazione, incompatibile con quella segretezza che dovrebbe comunque essere

richiesta anche in una ipotetica nozione di associazione segreta più ampia di quella descritta

nell’art 1 della legge n° 17.

Ecco dunque che la compatibilità tra la disposizione in esame e l’art 18 della Costituzione resta

legata all’accertamento dell’illiceità del programma strumentale prescelto dagli associati per la

realizzazione degli scopi finali.

3. In relazione al principio di tassatività della legge penale.

Il secondo problema di legittimità costituzionale riguarda in particolare l’ultimo comma dell’art. 1

della legge antimafia che estende l’applicabilità delle disposizioni contenute nello stesso articolo

alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, che valendosi della forza

intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di

tipo mafioso.

Dalla lettura di tale comma sorgono legittimi dubbi in ordine al rispetto del principio di legalità che

risulta violato anche quando la norma incriminatrice non indichi con sufficiente precisione gli

elementi che consentono di ricostruire l’episodio di vita penalmente sanzionato.

Tuttavia è opportuno leggerlo come una puntualizzazione superflua del terzo comma dello stesso

articolo, che già considera di tipo mafioso qualunque sodalizio usi certi metodi per realizzare

determinati fini, indipendentemente dalle sue origini e dai luoghi in cui opera o da cui proviene il

gruppo di comando.

Se invece, con l’ultimo comma si è voluto estendere le disposizioni contenute nei primi 7 commi

dell’art. 416 bis alle associazioni, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo

perseguono scopi corrispondenti, ma non identici a quelli delle associazioni di tipo mafioso, i

contorni delle associazioni penalmente sanzionate risulterebbero vaghi e indeterminati, e la

formulazione così interpretata potrebbe essere certamente censurabile sul piano della tassatività.

CAPITOLO II

GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA FATTISPECIE

1. La struttura associativa ed il numero delle persone.

La definizione del reato associativo di tipo mafioso risulta dal combinato disposto dei primi 3

commi dell’art. 416 bis c.p.

Il primo comma punisce con la reclusione da 3 a 6 anni chiunque fa parte di un’associazione di tipo

mafioso formata da 3 o più persone.

Dobbiamo innanzitutto chiederci se devono sussistere gli elementi costitutivi dell’associazione nel

senso già precisato dalla dottrina e dalla giurisprudenza penalistica:

1. un accordo di carattere continuativo tra 3 o più persone;

2. una struttura organizzativa stabile;

3. un programma criminoso alla cui realizzazione sono finalizzati l’accordo e la struttura

organizzativa. Il programma può essere costituito dalla commissione di più delitti o dalla

commissione di un solo delitto, e può anche essere lecito in sé ma divenire illecito per il

programma strumentale prescelto. 3

Nelle prime interpretazioni della legge n. 646 del 1982 si è sostenuto che il ricorso alla forza

intimidatrice non rappresenterebbe un elemento aggiuntivo, bensì un elemento sostitutivo della

struttura organizzativa della associazione.

Tale interpretazione sembra incompatibile con col tenore della disposizione in esame. Ciò trova

peraltro una significativa conferma nella modifica apportata al testo della proposta di legge

d’iniziativa parlamentare. Infatti essa proponeva di punire tanto la partecipazione ad

un’associazione mafiosa quanto la partecipazione ad un gruppo mafioso.

Senonchè nel corso dei lavori preparatori, il legislatore depennò il richiamo al gruppo mafioso, in

quanto la differenza tra i concetti di associazione e di gruppo non risiede nel numero maggiore o

minore di persone richieste (in quanto l’associazione può essere costituita anche solo da 3 persone e

il gruppo, nel delitto di riorganizzazione del disciolto partito fascista, da almeno 5 persone) ma nella

diversa struttura del sodalizio.

Il gruppo richiama alla mente una pluralità di persone che sono insieme in modo temporaneo e

occasionale senza una struttura organizzativa, mentre l’associazione è tendenzialmente stabile e

postula un’organizzazione e quindi un complesso di regole che disciplinano i rapporti sociali.

Il connotato strumentale previsto dall’art. 416 bis, cioè il metodo mafioso, è certamente il momento

centrale e caratterizzante della fattispecie in esame ma non può dunque essere considerato un

elemento sostitutivo della struttura organizzativa dell’associazione.

Accanto alle caratteristiche modalità comportamentali che connotano l’associazione di tipo

mafioso, deve sussistere una struttura organizzativa stabile ed adeguata al perseguimento dello

scopo ed un atteggiamento soggettivo contrassegnato dall’intenzione di costituire quel sodalizio

criminoso, ben diverso da quello che caratterizza il concorso di persone nel reato (Il dato

intenzionale nel concorso di persone è la realizzazione comune del reato; nel reato associativo è la

struttura associativa stabile alla quale si aderisce, la “fabbrica di reati”).

Inoltre, come non è richiesto un numero necessariamente alto di affiliati, così non è prevista dalla

legge, come necessaria, una struttura organizzativa particolarmente complessa.

Per quanto riguarda in particolare il numero delle persone, si ritiene che possano essere computati

anche gli affiliati non imputabili, purchè naturalmente sia possibile cogliere in essi la volontà di

partecipare all’associazione.

Riteniamo altresì che non sia applicabile l’aggravante prevista dall’art. 112 c.p., in quanto la norma,

richiedendo il numero di 3 o più persone assume come elemento della fattispecie la partecipazione

di una pluralità di persone che quindi non può costituire nel contempo un elemento costitutivo e

circostanza aggravante del reato. Inoltre ritenere applicabile in tal senso l’art. 112 significherebbe

anche limitare l’ipotesi base unicamente all’associazione formata da 3 o 4 persone.

2. Lo sfruttamento della forza di intimidazione del vincolo associativo. La forza di intimidazione

come risultato differito di pregresse violenze o minacce.

Il terzo comma dell’art. 416 c.p. indica gli elementi e le condizioni necessarie perché

un’associazione formata da 3 o più persone possa qualificarsi di tipo mafioso.

E’ necessario, secondo la norma, che gli affiliati si avvalgano della forza di intimidazione del

vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, per

commettere delitti, per acquisire la gestione di attività economiche o per realizzare ingiusti profitti o

per interferire nei risultati delle consultazione elettorali.

E’ opportuno ora occuparci del dato centrale e caratterizzante della fattispecie in esame, e cioè il

metodo mafioso.

Sorgono a questo punto più problemi. E’ necessario innanzitutto precisare il significato

dell’espressione “si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della

condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”, anche al fine di risolvere il problema

della compatibilità tra l’art. 416 bis e l’art. 18 primo comma della Costituzione.

Avvalersi di qualcosa significa sfruttare o utilizzare una situazione di privilegio rispetto agli altri,

per realizzare o cercare di realizzare uno scopo. 4

Il concetto acquista più preciso significato in relazione al mezzo adoperato, nella specie questo è

dato dalla forza di intimidazione del vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento e di

omertà che ne deriva.

La forza di intimidazione è la capacità che ha uno Stato o un suo apparato, un’organizzazione

sociale o un singolo di incutere timore in base all’opinione diffusa della sua forza e della sua

predisposizione ad usarla. In altre parole è la quantità di paura che una persona è in grado di

suscitare nei terzi in considerazione della sua predisposizione ad esercitare sanzioni o rappresaglie.

La forza di intimidazione può essere maggiore o minore e tanto più è maggiore tanto più genera

soggezione ed infine vera e propria condizione di assoggettamento.

La forza di intimidazione, secondo l’art. 416 bis deve derivare dal vincolo associativo, cioè deve

appartenere al sodalizio criminoso, capace in quanto tale, di incutere timore per se stesso.

L’associazione deve cioè essere dotata di particolare capacità di intimidire a prescindere dal

compimento di specifici nuovi atti di violenza o minaccia; si avvale dunque della forza di

intimidazione del vincolo associativo chi chiede senza bisogno di minacciare esplicitamente, chi

ottiene senza bisogno di chiedere, utilizzando la cattiva fama del sodalizio criminoso e la paura di

chi incute il vincolo associativo.

E’ stato anche detto che la forza intimidatrice del vincolo associativo fa parte del patrimonio

dell’associazione di tipo mafioso, così come l’avviamento commerciale fa parte dell’azienda.

Ci si può avvalere della forza di intimidazione in qualunque modo, l’espressione infatti comprende

non soltanto il comportamento di chi fa una esplicita richiesta più o meno minacciosa, ma anche il

comportamento più subdolo di chi si limita a farsi avanti per conto dell’associazione, a manifestare

la sua volontà, il suo interesse verso un certo obiettivo, facendosi forte della situazione di

assoggettamento esistente nel destinatario.

Ci si avvale dunque pretendendo, dando e portando degli ordini, facendo delle richieste ma anche

soltanto partecipando ad una gara di appalto ed in determinate circostanze, anche con il semplice

silenzio. Ciò che deve essere chiaro è ce l’affiliato non agisce in proprio, ma per conto

dell’associazione.

In tal caso il messaggio, benché tacito è inequivoco, in quanto la disobbedienza all’ordine

susciteranno reazioni di tipo punitivo. La minaccia dunque, nei confronti di chi si pone sulla strada

del sodalizio criminoso è chiara, nell’accezione ormai acquisita dalla giurisprudenza.

Comunque potrà parlarsi di associazione di tipo mafioso solo quando l’associazione, avendo

raggiunto un’autonoma carica intimidatrice dalla quale derivi assoggettamento e omertà, si avvalga

di essa per realizzare uno degli scopi tipici indicati nell’art. 416 bis. c.p.

E’ necessario però precisare che se di regola, l’affiliato non ha bisogno di rinnovare atti di

intimidazione per chiedere ciò che l’associazione vuole, il fatto che l’affiliato accompagni la sua

richiesta con concreti atti di intimidazione non esclude l’esistenza dell’associazione di tipo mafioso,

anzi tali atti sono talvolta necessari per rinvigorire la fama e rafforzare la paura.

Giustamente è stata sottolineata la differenza tra le consorterie mafiose e camorristiche classiche

che sono già munite di autonoma carica di intimidazione, e le associazioni di tipo mafioso di nuova

formazione, che devono acquisire la cattiva fama attraverso concreti atti di violenza e di minaccia.

Il ricorso ad atti di violenza intimidatoria è immancabile anche nei confronti di soggetti e

comportamenti che mettono in discussione il potere dell’associazione o mettono in pericolo la sua

sopravvivenza, com è accaduto recentemente a Palermo con le stragi in cui hanno trovato la morte i

giudici Falcone e Borsellino e in passato il gen. Dalla Chiesa e il giudice Chinnici (la strage fu

voluta per diffondere il terrore all’interno delle strutture giudiziarie di Palermo).

La formulazione dell’art. 416 bis d’altronde è tale da non richiedere ma anche da non escludere che

l’affiliato ponga in essere concreti atti di intimidazione nel momento in cui agisce per realizzare gli

scopi tipici. La norma vuole che l’affiliato si avvalga della forza di intimidazione del vincolo

associativo, ma non esclusivamente di essa. 5

Essenziale, nel caso in cui vengono posti in essere concreti atti di violenza e di minaccia, è che la

coazione morale delle vittime sia conseguenza anche della forza di intimidazione del vincolo

associativo.

3. La condizione di assoggettamento e di omertà come chiave di lettura della forza di

intimidazione.

L’art. 416 bis richiede che la forza di intimidazione non solo promani dal vincolo associativo, ma

sia tale da generare una condizione di assoggettamento e di omertà.

L’espressione usata richiama l’idea di una soggezione particolarmente intensa, caratterizzata da un

perdurante stato di timore grave.

Il quadro di riferimento normativo è completato dal richiamo al concetto di omertà. La norma

richiede congiuntamente la condizione di assoggettamento e di omertà, pertanto non è sufficiente

una forza di intimidazione che generi assoggettamento, è necessario anche che produca omertà.

Si è sostenuto tuttavia che il riferimento all’omertà non darebbe un effettivo contributo, in termini

di tassatività, alla definizione di associazione di tipo mafioso data dall’art. 416. Si è infatti detto che

se è vero che essa è tradizionale caratteristica del contesto sociale in cui la consorteria mafiosa

opera, non può certo escludersi che intervenga in ogni altra situazione contrassegnata dall’esistenza

di associazioni dotati di particolare ascendente, da cui derivi poi la forza di intimidazione.

La critica sembra però piuttosto rivolta contro l’ampiezza della scelta di politica criminale, e non vi

è dubbio che la definizione legislativa comprenda anche forme di criminalità associata non legate al

contesto della mafia.

Malgrado ciò sembra che la definizione data nel terzo comma dell’art. 416 bis c.p. sia sufficiente a

descrivere il tipo di criminalità associata che si vuole punire e che il richiamo al concetto di omertà

dia un sostanziale contributo a definire e circoscrivere la criminalità associativa di tipo mafioso.

In passato per omertà si intendeva invece il codice sociale di comportamento osservato dai veri

uomini, che credevano nella legge della propria coscienza. Era il silenzio e la mancanza di

collaborazione nei confronti di uno Stato oppressore ed ingiusto.

Oggi, per omertà si intende un tipo di comportamento caratterizzato dal favoreggiamento, dalla

reticenza e dalla non collaborazione con gli organi dello Stato, cui si uniforma l’ambiente sociale in

generale e le vittime in particolare, comportamento che, secondo l’accezione dell’art. 416 bis,

dovendo derivare dalla forza di intimidazione, dovrebbe basarsi solo sulla paura della particolare

gravità male temuto.

Perché possa parlarsi di omertà inoltre, il rifiuto a collaborare con gli organi dello Stato deve essere

sufficientemente diffuso e non deve dipendere da motivi contingenti o occasionali.

Secondo taluni la condizione di assoggettamento e omertà non riguarderebbe soltanto i terzi estranei

al sodalizio criminoso, ma anche e soprattutto sussisterebbe all’interno dell’associazione, tra

associati meno autorevoli e associati più autorevoli. Anche se in tal modo si finisce col fraintendere

la realtà del fenomeno, perché ciò che lega tra loro gli associati è la comune adesione ad una

specifica subcultura e agli scopi associativi.

La forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento e di omertà devono discendere dal

vincolo associativo e non da un singolo affiliato.

Bisogna tuttavia distinguere:

 quando la forza di intimidazione risiede tutta in una persona (nel capo ad esempio) è più

facile per il minacciato resistere, facendo affidamento sull’intervento degli organi pubblici;

 quando viceversa la forza di intimidazione, l’assoggettamento e l’omertà sprigionano dal

vincolo associativo, la soggezione del minacciato è completa, perché sul piano oggettivo

una efficace protezione è praticamente impossibile.

4. Ancora sul metodo mafioso: in particolare sulla mafia politica.

Per quanto riguarda la mafia politica in senso lato bisogna distinguere varie situazioni:

6

1. non rientrano nella sfera di applicazione dell’art. 416 bis gli accordi di tipo corruttivo-

collusivo e lo sfruttamento organizzato del potere politico o amministrativo a fini personali

o clientelari, caratterizzato dall’abuso sistematico dei poteri istituzionali ma non dall’uso

della forza di intimidazione. In tal caso sarà eventualmente applicabile l’art. 416, ma non

l’art. 416 bis. Analogamente deve escludersi l’applicabilità dell’art. 416 bis nel caso di

associazioni che perseguono la finalità di interferire nella vita politica orientando i voti

elettorali attraverso la promessa di erogazione di danaro e di altra utilità. Tali associazioni

saranno punibili quali associazioni a delinquere ai sensi dell’art. 416.

2. più articolata è la soluzione nei casi assai frequenti di associazioni criminose che si

avvalgano del metus publicae potestatis. Si pensi all’abituale imposizione di tangenti da

parte di un gruppo che detenga il potere politico e lo usi in modo spregiudicato.

Evidentemente non ogni associazione per delinquere dedita alla concussione costituisce

un’associazione di tipo mafioso. Per decidere se ci si trovi innanzi ad una associazione

mafiosa, anche in questi casi l’elemento significativo di differenziazione sarà dato dalla

forza di intimidazione del vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento che ne

deriva. L’accertamento in concreto è però molto difficile. In linea di massima non è

possibile attribuire alla forza di intimidazione del vincolo associativo situazioni di

assoggettamento dovute alla speranza o alla promessa di favori, a mero servilismo.

Senonchè, con riguardo alla mafia politica occorre essere ben attenti a non confondere la

forza di intimidazione con la semplice arroganza del potere e la condizione di

assoggettamento e di omertà con la mera accettazione delle regole del gioco. L’arroganza

infatti non è intimidazione e il silenzio non è omertà. La giurisprudenza della Corte di

cassazione è costante nel richiedere anche con riguardo alla mafia politica, l’elemento della

forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della conseguente condizione di

omertà. Secondo una nota decisione (Trib. Di Bari) invece si tratterebbe di una gestione

strumentale del potere pubblico che non potrebbe essere contrastata dalla debolezza del

tessuto sociale. Tale debolezza non ha nulla a che vedere con la condizione di

assoggettamento di cui all’art. 416. Essa è di regola un dato di fatto preesistente all’azione

del gruppo politico e dipendente da cause obiettive, storiche, a volte di origine remota, e non

certo indotta dall’attività dell’associazione. Essa è una delle condizioni che rendono

possibile il manifestarsi in concreto di comportamenti spregiudicati. Fatta eccezione per i

limitati casi in cui anche rispetto ad associazioni formate da esponenti politici, è possibile

riscontrare i caratteri tipici della condotta illecita di cui alla norma in esame si deve

concludere che, in generale, il reato in questione non sussiste, tutte le volte in cui

l’associazione operi in vista del compimento di delitti ma senza valersi del metodo mafioso.

3. rientrano invece nell’ambito della fattispecie in esame quelle associazioni i cui affiliati

usano la forza di intimidazione del vincolo associativo al fine di impedire od ostacolare il

libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni

elettorali, finalità aggiunta alla originaria definizione dell’ art. 416 bis dall’art. 11 bis della

legge n. 356. Ben può parlarsi in tali casi di mafia politica in senso stretto poiché trattasi di

comportamenti della criminalità organizzata diretti a piegare il consenso politico e ad

alterare con l’intimidazione i risultati delle consultazioni elettorali.

5. Il significato dell’espressione si avvalgono della forza di intimidazione: il metodo mafioso come

ulteriore elemento aggiuntivo di fattispecie.

E’ necessario ora stabilire se la forza di intimidazione del vincolo associativo ed il suo esercizio

finalizzato al perseguimento degli scopi tipici debbano sussistere nella realtà (e quindi costituiscano

elementi oggettivi di fattispecie) o se è sufficiente che essi rientrino nel programma criminoso degli

associati.

Il tenore letterale della disposizione in esame è inequivoco: l’uso del verbo si avvalgono non lascia

scelta all’interprete, che non può sostituire l’espressione con altra.

7

Se il legislatore avesse voluto introdurre un reato meramente associativo, punito per il solo fatto

della costituzione e dell’esistenza dell’associazione, il legislatore avrebbe formulato diversamente

l’art. 416 bis.

L’art. 416 bis, invece richiede a chiare note l’esistenza della forza intimidatrice e della condizione

di assoggettamento e di omertà come elementi oggettivi di fattispecie, e richiede altresì che gli

affiliati facciano ricorso al metodo mafioso. Siamo dunque in presenza di un’associazione che

delinque e non di una associazione a delinquere.

Ci fu anche nel 1982 la contrapposizione tra 2 emendamenti al testo del terzo comma dell’art. 416

bis: l’emendamento dell’on. Casini che rappresentava un ritorno al reato meramente associativo, e

quello formulato dall’on. Mammì che richiedeva chiaramente come elemento oggettivo l’avvalersi

della forza intimidatrice. Nella discussione che seguì, il proponente Mammì difese il suo

emendamento, spiegando che la scelta dell’indicativo “si avvalgono” serviva ad indicare con

chiarezza che era necessario l’uso di tale forza.

La votazione che respinse l’emendamento Casini ed approvò quello di Mammì fu dunque

consapevole e chiara.

6. Il tentativo di ridurre il metodo mafioso a mero elemento del programma criminoso.

Secondo un’autorevole dottrina, ad integrare il delitto di cui all’art. 416 bis non sarebbe necessario

il ricorso alla forza intimidatrice del vincolo associativo. Con l’espressione “si avvalgono della

forza di intimidazione, la norma infatti avrebbe voluto alludere ad una modalità abituale del

comportamento mafioso, che non è necessario si riscontri in atto.

A sostegno di tale tesi si richiama la struttura dei reati associativi; il presumibile intento del

legislatore di costruire la fattispecie sul modello dell’art. 416 utilizzando la definizione di

associazione mafiosa elaborata dalla giurisprudenza per l’applicazione di misure di prevenzione..

Dunque perché si configuri il delitto di associazione di tipo mafioso, sarà sufficiente che gli

associati si propongano di conseguire i loro obiettivi mediante il ricorso alla forza intimidatrice.

(vedi pag. 54-60).

7. Fattispecie penale e fattispecie preventiva. (leggi pag. 59-62)

8. Il metodo mafioso come elemento oggettivo della fattispecie penale: ulteriori conferme sul piano

sanzionatorio.

Un utilissimo strumento per verificare l'esattezza o meno dell'interpretazione data a una norma è la

considerazione delle norme che appaiono affini o complementari alla prima. In questo lavoro

sistematico di confronto fra norme è necessario considerare non soltanto la fattispecie ma anche le

sanzioni, che molto spesso forniscono indicazioni significative.

Il partecipe ad un'associazione di tipo mafioso è punito con la reclusione da 3 a sei anni, se

l'associazione non è armata, e da quattro a dieci anni, se l'associazione è armata. Poiché è del tutto

fuori dalla realtà pensare ad un'associazione di tipo mafioso i cui partecipanti non possiedono armi,

si può considerare come pena normale per i partecipi la reclusione da quattro a dieci anni.

Confrontiamo dunque la sanzione prevista dall'articolo 416 bis con quella prevista per i partecipi ai

più frequenti reati associativi previsti tra i delitti contro la personalità dello Stato. L'articolo 305 c.p.

prevede per chi partecipa l'associazione la pena della reclusione da 2 a otto anni; l'articolo 306 la

pena da 3 a nove anni; l'articolo 270 bis, che riguarda l'associazione con finalità di terrorismo, la

pena della reclusione da quattro a otto anni.

Dunque la pena prevista per il partecipe all'associazione di tipo mafioso è nel minimo, maggiore di

quella prevista per la partecipazione ad un'associazione che mira ad esempio a compiere attentati

contro l'integrità dello Stato, ed è anche maggiore di quella prevista per chi partecipa ad una banda

armata diretta a commettere uno dei delitti indicati nell'articolo per 302.

Ciò si spiega nel momento in cui si prende atto che alla particolare gravità del complesso

sanzionatorio previsto nella legge n. 646 corrisponde una particolare struttura del reato.

8

9. Reati associativi e reati associativi a struttura mista. L’evoluzione legislativa più recente: dal

reato alla riorganizzazione del disciolto partito fascista sulle associazioni segrete.

Dunque l'articolo 416 bis prevede un reato caratterizzato da una struttura associativa e da una

attività degli affiliati concreta e verificabile, che va oltre il momento preparatorio per proiettarsi al

suo esterno sul piano della realizzazione degli scopi.

Siamo in presenza perciò di un reato associativo a struttura mista o complessa.

Nei reati associativi tradizionali la legge punisce già la semplice costituzione di un'associazione che

si propone di realizzare un programma criminoso.

Nei reati associativi a struttura mista invece la norma incriminatrice oltre all'esistenza

dell'associazione nei suoi elementi essenziali e siti al quantomeno che gli associati abbiano svolto

un'attività esterna per la realizzazione del programma criminoso.

Talvolta la legge prevede reati realizzabili sia nella forma meramente soggettiva sia nella forma a

struttura complessa. È il caso del delitto di cui all'articolo 271 che punisce chiunque promuove

costituisce, organizza o dirige a associazioni che si propongono di svolgere o svolgono un'attività

diretta a distruggere il sentimento nazionale.

In questi ultimi anni il legislatore, quando ha ritenuto necessario creare nuove fattispecie

associative, ha fatto ricorso sempre più spesso a reati a struttura mista, probabilmente influenzato

dalle critiche mosse da una parte della dottrina alla previsione di reati meramente associativi,

critiche riguardanti principalmente la carenza di determinatezza di quella fattispecie.

In tale linea di tendenza si colloca senza dubbio il delitto di riorganizzazione del disciolto partito

fascista, previsto dalla legge n. 645 successivamente modificato dalla legge n. 152.

Perché tale fattispecie associativa sia realizzata è necessario che gli affiliati esaltino, minaccino o

usino la violenza quale metodo di lotta politica, denigrino la democrazia e i suoi valori, svolgano

propaganda razzista, compiano manifestazioni di carattere fascista e così via. Non è sufficiente

quindi che la realizzazione di tali manifestazioni sia oggetto del programma associativo, ma è

necessario che l'associazione o peli al suo esterno rendendo così testimonianza dei suoi scopi e della

sua natura.

Analoga struttura mista presenta la fattispecie associativa riguardante le associazioni segrete, ossia

quelle che occultando le loro esistenza o tenendo segrete le finalità e i soci, svolgono attività diretta

ad interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali o di amministrazioni pubbliche.

Anche qui la norma non si accontenta di un'associazione finalizzata a rimanere segreta in vista di

determinati scopi, ma richiede un'ulteriore attività che si proietta all'interno dell'associazione

avvicinandosi alla realizzazione degli scoppi associativi.

10. Gli scopi tipici alternativi.

Le finalità indicate dall'articolo 416 bis sono tassative, esse sono previste in via alternativa nel

pranzo che il reato sussiste anche in presenza di un'associazione che persegua una sola di tali

finalità, il concorso di tali finalità inoltre non determina pluralità di reati.

La norma richiede che gli affiliati si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e

della condizione di assoggettamento e di omertà che ne derivano per uno dei seguenti scopi:

 per commettere delitti;

 per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o almeno il controllo di attività

economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e di servizi pubblici;

 per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri;

 per interferire nei risultati delle consultazioni elettorali.

Prima di analizzare singolarmente gli scopi indicati dalla legge, dobbiamo chiederci se per ipotesi

sia richiesto, per la sussistenza del reato che almeno uno di essi venga realizzato.

Un'indicazione utile per sciogliere il nodo interpretativo viene dall'esame dei lavori parlamentari.

Dobbiamo rifarci ancora una volta a quella importante e decisiva seduta nella quale fu approvato

l'attuale testo del terzo comma dell'articolo 416 bis nella formulazione proposta dal presidente

Mammì. Dall'intervento del proponente e dal dibattito che seguì risulta chiaro che si volle richiedere

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anita K

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Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Associazioni di Tipo Mafioso, Spagnolo.
Gli argomenti sono: i problemi di legittimità costituzionale, la libertà di associazione, gli elementi costitutivi della fattispecie (la struttura associativa ed il numero di persone, lo sfruttamento della forza di intimidazione del vincolo associativo), la forza di intimidazione, la condizione di assoggettamento e di omertà come chiave di lettura della forza di intimidazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Spagnolo Giuseppe.

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