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Il reato di rapina

essendo più in itinere il 630, dovrebbe rispondere di concorso in estorsione.

Solo in questo modo il pagamento del riscatto assume una sua rilevanza

anche in assenza di una nuova minaccia (anzi in presenza di una nuova minaccia

sarà configurabile un nuovo reato autonomo e distaccato dal precedente).

Quindi, semplicemente sull’effetto trainante della precedente privazione della

libertà personale, è possibile enucleare un nuovo reato di estorsione in cui,

eventualmente, possono comparire soggetti che non hanno preso parte al

sequestro estorsivo e che perciò risponderanno solo in base al 629 e non al 630,

in quanto non hanno partecipato al reato di sequestro a scopo di estorsione, che

con la morte o la liberazione del sequestrato, si è definitivamente consumato. Si

tratta di casi rari, ma non proprio inverosimili, che si verificano, ad esempio,

quando la gestione anche solo patrimoniale di un sequestro passa da un gruppo

malavitoso ad un altro.

b) Ultimi risvolti giurisprudenziali

E’ opportuno analizzare con attenzione alcune delle ultime vicende

giurisprudenziali in tema di sequestro a scopo di estorsione e fattispecie

30

limitrofe. La Cassazione, con una pronuncia del 2000 , ha giudicato l’attività di

organizzazioni, che gestiscono l’immigrazione di clandestini, tenendoli

segregati ed obbligandoli a svolgere una certa attività fino al pagamento di

quanto pattuito per l’inserimento in Italia, non idonea a configurare un’ipotesi

di 630 (sequestro a scopo di estorsione).

Si è infatti sostenuto che il caso sia riconducibile ad un concorso tra articolo

605 (sequestro di persona) ed articolo 629 (estorsione). In pratica, secondo la

Cassazione ricorre l’ipotesi criminosa prevista dall’articolo 630 se l’autore del

sequestro, in assenza di una causa preesistente, abbia agito al fine specifico di

conseguire un ingiusto profitto come prezzo della liberazione del sequestrato,

invece, non è configurabile quando il sequestro e il perseguimento del

profitto siano direttamente collegati ad una preesistente causa, ancorché

illecita (in questa vicenda il sequestro era stato posto in essere per fare ottenere

all’associazione criminosa il pagamento del prezzo dell’attività, in precedenza

compiuta, di favoreggiamento dell’immigrazione illegale degli stessi

sequestrati). In realtà, in un caso del genere o si ritiene assente il profilo della

privazione della libertà personale o non si vede perché non si possa configurare

un sequestro di persona a scopo di estorsione in quanto sono presente sia una

privazione della libertà sia una richiesta, seppur sui generis, di un riscatto. Il

tribunale di Genova, a differenza della Cassazione, ha ritenuto una vicenda

del genere sequestro di persona a scopo di estorsione.

Recentemente al contrario le Sezioni Unite hanno stabilito :

Trattenere clandestini introdotti illegalmente in Italia costituisce reato di sequestro

di persona a scopo di estorsione, e il reato non è escluso dal fatto che si tratti di

30

Cassazione Penale Sezione II, 30/11/2000, n.12394. 44

Il reato di rapina

ingressi illegali. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione

che hanno risolto un caso riguardante una organizzazione di cinesi che organizzava

ingressi clandestini nel nostro paese e poi tratteneva i clandestini fino a quando non

fosse stato pagato un prezzo per il loro rilascio. Secondo la Suprema Corte c'è reato

di sequestro di persona a scopo di estorsione quando si privi qualcuno della libertà

personale per ottenere in cambio dei vantaggi, anche se questi consistano

nell'adempimento di una precedente obbligazione derivante da un rapporto illecito

intercorso tra le parti. (Cassazione Sezioni Unite Penali 962/2004)

Altri casi anomali sono quelli che non partono come sequestro estorsivo, ma vi

ricadono come conseguenza ulteriore:

Rapina andata a male: se i banditi prendono degli ostaggi e pretendono di

1) 

allontanarsi con il bottino allora 630

Rapina con sequestro del direttore se lo porto dentro la banca allora avremo

2) rapina in concorso con sequestro; ma se viene per esempio presa in ostaggio la

famiglia allora avremmo il profitto collegato con la liberazione degli ostaggi =

630 c.p.

c) Conseguenze ulteriori al sequestro di persona a scopo estorsivo

ARTICOLO 630 COMMI 2/3 CODICE PENALE – Sequestro di

persona a scopo di estorsione

[2] Se dal sequestro deriva comunque la morte quale conseguenza non voluta

dal reo, della persona sequestrata, il colpevole è punito con la reclusione di

anni trenta.

[3] Se il colpevole cagiona la morte del sequestrato si applica la pena

dell’ergastolo.

I commi 2/3 dell’articolo 630 prendono in considerazione la morte del

sequestrato, che altrimenti sarebbe stata valutata in base ai principi generali in

tema di omicidio.

L’ipotesi più nitida è quella del terzo comma, in cui è evidente che l’evento

morte è determinato da una condotta sorretta da dolo. Il classico esempio è

rappresentato dal sequestratore che uccide volontariamente il sequestrato

(magari perché teme di essere stato riconosciuto). In questo caso ci si trova

davvero di fronte ad un reato complesso, che contiene il sequestro a scopo di

estorsione e l’omicidio doloso. La sanzione prevista è quella dell’ergastolo, che

scaturisce dalla realizzazione di due fattispecie reato di una certa gravità.

Il secondo comma prevede, invece, la morte del sequestrato come conseguenza

non voluta, cioè non coperta da dolo neanche eventuale. Se, per esempio si

45

Il reato di rapina

coinvolge il sequestrato in una fuga pericolosa, facendolo poi cadere per rendere

più veloce lo spostamento e provocandone la morte, si rimane nel fuoco del dolo

eventuale. Tuttavia, non risulta irrealizzabile l’ipotesi che il sequestrato muoia

per ragioni non preventivate dagli autori del sequestro (viene colto da infarto,

oppure nel cercare di assalire uno dei carcerieri, viene colpito da un colpo di

pistola partito accidentalmente). Il legislatore prendendo in considerazione

questa ipotesi prevede, nella, pur ristretta, scala sanzionatoria disponibile, una

pena di 30 anni di reclusione. La figura delineata nel secondo comma richiama

la categoria dei reati aggravati dall’evento (in cui l’evento non deve essere né

voluto né previsto), etichettatura che già fa capire qualcosa in merito al titolo di

31

responsabilità necessario. I reati aggravati dall’evento , prima della riforma del

1990, venivano considerati dalla giurisprudenza come aggravanti in quanto

l’evento comportava un’aggravante sulla pena base (in questo caso si tratterebbe

di un’aggravante indipendente). In base all’originaria versione dell’articolo 59,

si rispondeva delle aggravanti su base oggettiva. Da quando nel 1990 è cambiata

l’imputazione delle aggravanti ed è stato introdotto un necessario coefficiente

di colpevolezza è necessario, per rispondere dell’evento aggravatore, trovarsi

nella situazione prevista dall’articolo 59, ossia non occorre più ricorrere ad

acrobazie interpretative e dimostrare che i delitti aggravati dall’evento

costituiscano una categoria affine a quella della preterintenzione, che a sua

volta, non accetta l’imputazione oggettiva, ma qualcosa di diverso.

Perciò, ora, il passaggio pare decisamente più diretto. Ammettendo pure che gli

eventi aggravatori risultino, come li ha sempre considerati la giurisprudenza

prima del 1990, riconducibili alla categoria delle circostanze aggravanti e

tenendo presente che dal 1990 il legislatore per l’imputazione delle aggravanti

32

prevede un coefficiente di colpa , si può sostenere che nei delitti aggravati

dall’evento si risponda dell’evento aggravatore solamente se questo era

prevedibile secondo i canoni classici di imputazione colposa. La giurisprudenza

ha correttamente preso atto del mutato indirizzo legislativo e, in tema di morte

conseguente a sequestro estorsivo, ha stabilito che si risponde, ai sensi del

secondo comma dell’articolo 630, qualora l’evento sia imputabile a titolo di

colpa agli autori del sequestro (ad esempio, c’è colpa se il sequestrato muore di

broncopolomonite perché i sequestratori, per non esporsi con le farmacie, non

gli hanno procurato i medicinali necessari. Ma se il sequestrato, giovane ed

apparentemente in ottima salute, muore improvvisamente di infarto, non

può ravvisarsi alcuna colpa perché questo risulta un evento imprevedibile).

d) L’ attenuante contenuta nel comma 4 dell’articolo 630

Nei primi tre commi dell’articolo 630 è previsto quello che, con immagine

giornalistica, si potrebbe definire il volto duro del legislatore, che però ha poi

31 In merito alla categoria dei reati aggravati dall’evento, si veda pag.49 di parte generale.

32

In merito all’imputabilità delle circostanze, si veda pag.63 di parte generale.

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Il reato di rapina

cercato di perseguire un percorso di differenziazione all’interno delle

organizzazioni criminali, ricorrendo alle cosiddette norme premiali, che poi, in

realtà, tali non sono in quanto più che premi prevedono sconti di pena. Sono

state delineate situazioni in cui la risposta sanzionatoria può essere pesantemente

abbattuta, a patto che si realizzi un fine perseguito dall’ordinamento (obiettivo

che il legislatore vuole incentivare). Il primo di questi obiettivi si evince dal

quarto comma dell’articolo 630 che persegue lo scopo di realizzare la

liberazione del sequestrato senza che venga pagato il riscatto.

ARTICOLO 630 COMMA 4 CODICE PENALE – Sequestro di persona

 

a scopo di estorsione sistema premiale di comportamenti virtuosi

[4] Al concorrente, che dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il

soggetto passivo riacquisti la libertà, senza che tale risultato sia conseguenza

del prezzo della liberazione, si applicano le pene previste dall’articolo 605. Se,

tuttavia, il soggetto passivo muore, in conseguenza del sequestro, dopo la

liberazione, la pena è della reclusione da sei a quindici anni.

In pratica, colui che permette con la sua collaborazione di ottenere la liberazione

del sequestrato viene premiato, cioè fruisce di una sanzione nettamente più

favorevole. Infatti, in questo caso, il soggetto o i soggetti che si dissociano

33

vengono puniti con le sanzioni previste dall’articolo 605 (6 mesi/8 anni) . Il

salto risulta, con tutta evidenza, enorme, tanto è vero che il richiamo alla cornice

edittale prevista da un altro reato è stato effettuato per evitare di ricorrere a

meccanismi di frazionamento che sarebbero complicati. Infatti, per scendere da

25 anni di minimo ai minimi previsti dall’articolo 605, il legislatore avrebbe

dovuto affermare che la pena viene ridotta fino ad un/cinquantesimo rispetto alla

pena prevista. In pratica, la cornice edittale, che inchiodava il soggetto ad una

pena molto elevata, si riduce a limiti che consentono tranquillamente di ricorrere

alla sospensione giudiziale della pena (anche se in tal senso non ci sono

precedenti), naturalmente a patto che vi sia stata la liberazione del sequestrato

senza pagamento del riscatto. Il legislatore, con questa disposizione, si augura

che un soggetto, ad un certo punto, essenzialmente sulla base di un semplice

calcolo utilitaristico, sia indotto a rivelare agli inquirenti dove si trovi il

sequestrato. Il raggiungimento di questo risultato viene incentivato con uno

sconto di pena che non trova corrispondenti in nessun altro settore del diritto

penale.

Tuttavia, il legislatore, avendo ridisegnato l’articolo 630 sulla base di

alcune modifiche introdotte in precedenza nella legislazione contro il terrorismo

e l’eversione, è incappato in una disattenzione lessicale.

33 Si tratta di una circostanza attenuante ad efficacia speciale indipendente, vedi pag.60 di parte generale.

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Il reato di rapina

Il quarto comma fa, infatti esplicito riferimento al concorrente che, dissociandosi

dagli altri, si adopera. Da ciò si evince che deve trattarsi necessariamente di

un concorso di persone in cui solo qualcuno si dissocia, mentre gli altri

continuano a perseguire il risultato preventivato. A questo punto, e non solo a

livello teorico, è sorto il dubbio riguardo cosa possa accadere se un

sequestratore agisca da solo e se costui possa fruire della super attenuante

qualora decida di liberare il sequestrato senza aver ottenuto il riscatto. Lo stesso

problema si è posto, inoltre, per l’ipotesi in cui l’intero gruppo criminale, ad

un certo punto, decida di alzare bandiera bianca liberando il sequestrato;

infatti, anche in questo caso occorre domandarsi se gli ex-sequestratori, una

volta costituitisi, possano fruire dell’attenuante malgrado non ci sia stata alcuna

dissociazione e nessuno abbia proseguito nel sequestro. E’ evidente che, anche

in questi due casi, occorre riconoscere la validità dell’attenuante, in quanto si

tratta di situazioni in cui si ottiene, come minimo, lo stesso risultato che può

scaturire da una dissociazione di qualche singolo soggetto rispetto agli altri

componenti. 34

La Corte di Cassazione , con considerazioni poi confermate dalla Corte

Costituzionale, con cui sono stati chiariti i motivi del ricorso alla formula della

dissociazione, ha stabilito che non ci sono ostacoli all’interpretazione estensiva

della norma e che, di conseguenza, l’attenuante del quarto comma dell’articolo

630 può trovare applicazione anche per quanto riguarda le ipotesi di

esecutore monosoggettivo, o come nel caso, che ha poi portato ad adire la

Corte Costituizionale, di rinuncia a proseguire il sequestro da parte di tutti gli

esecutori del reato. L’intervento della Corte Costituzionale è stato infatti

determinato dal fatto che qualche giudice non era troppo convinto dell’opinione

della Cassazione ed aveva sollevato dubbi sulla costituzionalità della norma. La

35

Corte Costituzionale ha affermato che, in effetti, l’interpretazione già offerta

dalla Cassazione risultava assolutamente plausibile, dichiarando infondata la

questione, non perché si trattasse di un problema posto in termini irragionevoli,

ma in quanto la questione era già risolvibile sul piano interpretativo senza

necessità di ricorrere ad una declaratoria di parziale incostituzionalità della

norma nella parte in cui non contemplava le altre ipotesi.

A fronte di quanto finora illustrato, si può affermare che il comma 4

dell’articolo 630 trovi applicazione a tutto campo, quali che siano le diverse

situazioni.

- esecutore monosoggettivo,

- caso classico di dissociazione di uno o più soggetti, mentre gli altri

continuano a perseguire l’obiettivo,

- rinuncia collettiva al perseguimento del profitto con conseguente liberazione

dell’ostaggio.

34 Cassazione Penale Sezione II, 24/03/1981, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.475.

35

Corte Costituzionale 16/05/1984 n.143, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.479.

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Il reato di rapina

e) L’attenuante della comma 5 dell’articolo 630

Naturalmente, la liberazione può essere fisicamente operata dai sequestratori,

ma può essere anche determinata da indicazioni utili a procedere ad essa. In

entrambi i casi chi porta un contributo può fruire dell’attenuante.

Tuttavia, non sempre si riescono a perseguire questi risultati. Residua,

comunque, a sequestro concluso, un interesse ad ottenere risultati da parte di

qualcuno che vuole differenziarsi dagli altri sequestratori, oppure, che già in

passato, durante l’esecuzione del sequestro, aveva tenuto una condotta diversa.

Per dare un peso a queste situazioni il legislatore ha istituito un’altra

attenuante, ovviamente dall’effetto meno vistoso, stabilendo l’abbattimento

della pena da un terzo a due terzi (circostanza attenuante ad efficacia speciale

ad effetto speciale) e la sostituzione dell’ergastolo nel caso in cui vi sia stata la

morte del sequestrato (circostanza attenuante ad efficacia speciale indipendente).

ARTICOLO 630 COMMA 5 CODICE PENALE – Sequestro di persona

a scopo di estorsione

[5] Nei confronti del concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera, al

di fuori del caso previsto dal comma precedente, per evitare che l’attività

delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori (impedisce l’uccisione del

sequestrato) ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità

giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l’individuazione o la cattura dei

concorrenti, la pena dell’ergastolo è sostituita da quella della reclusione da

dodici a vent’anni e le altre pene sono diminuite ad un terzo a due terzi.

Quando ricorre una circostanza attenuante, alla pena prevista dal secondo

comma è sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni; alla pena prevista

dal terzo comma è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni. Se

concorrono più circostanze attenuanti, la pena da applicare per effetto delle

diminuzioni non può essere inferiore a dieci anni, nell'ipotesi prevista dal

secondo comma, ed a quindici anni, nell'ipotesi prevista dal terzo comma.

I limiti di pena preveduti nel comma precedente possono essere superati

allorché ricorrono le circostanze attenuanti di cui al quinto comma del presente

articolo

In realtà sono previste due differenti tipologie di situazioni.

La prima ipotesi concerne un comportamento, valutato sul piano della

1) circostanza attenuante, ancora interno all’esecuzione del sequestro. Si

tratta dell’ipotesi in cui il soggetto si adopera per evitare che l’attività

delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori (evidentemente si allude al

comportamento di uno degli appartenenti al gruppo criminoso che si

oppone, ed effettivamente impedisce, la soppressione dell’ostaggio;

oppure impedisce l’attuazione del taglio del lobo dell’orecchio del

sequestrato, pratica assai frequente; potrebbe anche trattarsi

dell’impedimento, magari attraverso indicazioni che facciano fallire la

consegna del denaro, di conseguire il profitto del riscatto). Queste

49

Il reato di rapina

situazioni, tutte interne alla logica di esecuzione del sequestro, possono

essere appurate a sequestro esaurito. Non esistono comunque pronunce

giurisprudenziali al riguardo di queste ipotesi.

2) La seconda ipotesi è rappresentata dall’aiutare concretamente

polizia ed autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per

l’individuazione o la cattura dei concorrenti.

In questo caso, si tratta di una collaborazione di tipo investigativo-

processuale, che può avvenire a sequestro abbondantemente concluso,

al di là di come si sia realmente concluso. L’esempio classico è l’arresto

di qualcuno dei sequestratori che rivela i nomi dei complici, oppure,

essendo già noti i nomi degli altri concorrenti, fornisce elementi per

consentirne la cattura, indicando i possibili nascondigli. In questo caso,

la ratio a sostegno dell’abbattimento di pena risulta differente da quella

vista in relazione alle altre attenuanti in quanto, mentre gli altri

abbattimenti di pena sono caratterizzati dall’esigenza di salvaguardare la

libertà e la vita del sequestrato e di evitare che il reato divenga sempre

più grave in itinere, in questo caso si mira a realizzare lo

smantellamento di un gruppo criminale pericoloso.

Si tratterebbe di una presa di posizione che non giova al sequestrato,

ma risulta essenziale per prevenire ulteriori sequestri. Questo spiega la

generosità del legislatore che ha previsto per queste forme di

collaborazione un abbattimento sino a due terzi della pena (anzi, una

legge successiva, ha previsto, con un gioco di attenuanti incidenti a loro

volta sull’attenuante, che in caso di contributo di eccezionale rilevanza

ci possa essere un’ulteriore diminuzione di pena. Di conseguenza la

diminuzione di due terzi può essere ulteriormente abbattuta di un altro

terzo).

f) La cosiddetta linea dura contro i sequestri

Oltre alla disciplina codicistica è previsto un altro versante strategico nella lotta

contro i sequestri estorsivi, che ancora recentemente (sequestro Sgarella,

sequestro Soffiantini) è emerso con prepotenza. Si tratta della linea cosiddetta

“linea dura contro i sequestri”, studiata per rendere impossibile o comunque

difficile il pagamento del riscatto. Questa normativa è stata introdotta nel 1991

con il decreto legge numero 8, convertito poi nella legge 82/1991, inerente il

blocco dei beni del sequestrato (oltre ad altri aspetti).

In realtà, già prima del 1990, era sorto il dubbio se nel corso di un

sequestro fosse più opportuno assecondare il pagamento del riscatto oppure

impedirlo. Alcune pronunce avevano ritenuto, basandosi su norme del codice di

procedura penale (vecchio articolo 219, nuovo articolo 55, dovere di agire

affinché il reato non venga portato a conseguenze ulteriori) di intervenire per

bloccare il pagamento e, per realizzare questo obiettivo con la massima

50

Il reato di rapina

efficacia, si era ritenuto possibile bloccare anche quei beni che si riteneva

potessero costituire l’anticamera del riscatto.

ARTICOLO 55 CODICE DI PROCEDURA PENALE – Funzioni

della polizia giudiziaria

[1] La polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei

reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli

autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere

quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale.

[2] Svolge ogni indagine e attività disposta o delegata dall’autorità giudiziaria.

[3] Le funzioni indicate nei commi 1 e 2 sono svolte dagli ufficiali e dagli agenti

di polizia giudiziaria.

Tuttavia, il ricorso all’articolo 55 del codice di procedura penale era stato

adottato solo da alcune procure suscitando grosse polemiche. Il legislatore ha

quindi deciso nel 1991 di intervenire per rendere automatico il blocco dei beni.

E’ assai interessante analizzare i dati statistici successivi al 1991 (anche se

deve essere ricordato che il fenomeno dei sequestri era già in quel periodo in

declino).

- 1977 – 75 sequestri estorsivi (punta massima);

- 1979 – 66

- 1983 – 41

Dopo il 1983, probabilmente per un miglioramento sul piano dell’efficacia di

indagini ed operazioni di polizia si è verificato un calo molto vistoso:

- 1984 – 19

- 1985 – 9

- 1986/1989 – tra 10 e 18

- 1990 – 7

- 1991 – 12

Dopo il 1991, si è avuta un ulteriore significativa flessione:

- 1992 – 7

- 1993 – 9

- 1994 – 5

- 1995 – 2

- 1996 – 1

- 1997 – 4

Analizzando i dati relativi agli anni successivi al 1991, si può certamente

affermare che il sequestro estorsivo è diventato un fenomeno decisamente

circoscritto, anche se, con tutta probabilità, il merito di questa situazione non si

51

Il reato di rapina

può attribuire unicamente al blocco dei beni in quanto dai dati precedenti si

evince che già a metà degli anni ottanta si stava verificando un declino.

Quando arriva notizia di un sequestro estorsivo, il pubblico ministero, di

regola, deve chiedere al giudice per le indagini preliminari di emettere un

decreto di sequestro dei beni. Naturalmente l’emissione del decreto presuppone

un’indagine da parte della guardia di finanza e della polizia su quali possano

essere le risorse che afferiscono alle persone di cui tra poco si dirà, per vedere

concretamente che cosa bloccare. Il decreto può riguardare i beni del

sequestrato, del coniuge e dei parenti o affini conviventi, soggetti nei confronti

dei quali il blocco è automatico. Si può, tuttavia, ricorrere anche ad un blocco

eventuale (sarebbe eccessivo dire discrezionale) che, all’occorrenza, può

estendersi ad altri soggetti, cioè a qualsiasi altro soggetto nei confronti del quale

vi sia fondato motivo di ritenere che i beni possano essere utilizzati per fare

conseguire agli autori del reato il riscatto. Potrebbe trattarsi, quindi, non solo del

parente non convivente, ma anche di un amico o di un socio in affari.

Alla richiesta del pubblico ministero, il giudice per le indagini preliminari

non può che rispondere in maniera, positiva, perché, in presenza di tale

situazione, esiste l’obbligo di bloccare i beni; al più sarà possibile in caso di

blocco eventuale, sindacare se vi siano motivi fondati per ritenere che qualcuno,

non da subito fotografato tra i soggetti per il quale il blocco è automatico, debba

essere impedito nella disponibilità dei propri beni.

Dal punto di vista tecnico, si ricorre al sequestro preventivo, ex articolo

321, del codice di procedura penale.

ARTICOLO 321 CODICE DI PROCEDURA PENALE – Oggetto del

sequestro preventivo

[1] Quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al

reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la

commissione di altri reati, a richiesta del pubblico ministero il giudice

competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il sequestro con decreto

motivato. Prima dell’esercizio dell’azione penale provvede il giudice per le

indagini preliminari.

[2-3 ter]…

Peraltro, la disposizione del blocco dei beni assume una posizione piuttosto

ambigua in quanto se certamente il blocco dei beni impedisce l’utilizzazione, a

fini non dichiarati, di risorse finanziarie legate ai beni sottoposti al sequestro,

tuttavia non impedisce, come stabilito dal terzo comma dell’articolo 1 della

legge 82 del 1991, poteri di amministrazione e di gestione (il signor Sgarella, ad

esempio, ha continuato personalmente a gestire l’azienda durante il sequestro

della moglie, erano però colpiti da sequestro i beni dell’azienda, i conti correnti

e quant’altro fosse stato identificato). Questa peculiarità non riguarda tutte le

fattispecie di sequestro in quanto normalmente viene nominato un

52

Il reato di rapina

amministratore che estromette completamente il soggetto dalla possibilità di

gestire i beni.

Questa linea dura è stata intrapresa per scoraggiare la pratica del sequestro

estorsivo, ponendo i sequestratori nella condizione di conoscere che la famiglia

del sequestrato ed anche altri soggetti “vicini” non siano in grado di pagare in

relazione alle proprie disponibilità economiche. E’ una linea che crea polemiche,

in quanto è chiaro che le famiglie non percepiscono in maniera gradita questo

tipo di paralisi delle loro possibilità di movimento. Vicende anche recenti

(sequestro Soffiantini) hanno dimostrato che si possono creare forti attriti, in

merito ai quali si innesta la solita polemica circa l’utilità o meno di mantenere in

vigore questa misura, e si prospettano soluzioni alternative. Fenomeni come il

sequestro lampo (breve sequestro in cui si chiedono somme non elevate) o il

sequestro ombra (sequestro che non viene denunciato) sono perciò in forte

ascesa proprio per aggirare la norma sul blocco dei beni.

SEZIONE QUINTA – REATI CONTRO IL PATRIMONIO MEDIANTE

FRODE

IL REATO DI TRUFFA

Il reato di truffa rientra tra le fattispecie contro il patrimonio commesse

mediante frode, categoria che si contraddistingue per via di una natura

decisamente più complicata rispetto ai reati contro il patrimonio commessi

mediante violenza

ARTICOLO 640 CODICE PENALE - Truffa

[1] Chiunque con artifizi o raggiri , inducendo taluno in errore, procura a sé o

ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei

mesi a tre anni e con la multa da euro 51 a 1032.

[2] La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 309 a

1549:

1) se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o

col pretesto di fare esonerare taluno dal servizio militare;

2) se il fatto è commesso ingenerando nella persona offesa il timore di un

pericolo immaginario o l’erroneo convincimento di dovere seguire un ordine

dell’Autorità.

[3] Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra taluna

delle circostanze previste dal capoverso precedente o un’altra circostanza

aggravante. 53

Il reato di rapina

La truffa rappresenta una delle fattispecie con maggiore frequenza sul piano

statistico. Le truffe denunciate ogni anno ammontano all’incirca fra le 70.000 e

le 80.000 unità, malgrado dal 1981 la truffa semplice sia procedibile a querela

con l’ovvia conseguenza che una serie di micro-truffe non emergono nelle

statistiche giudiziarie. La truffa è, invece, sempre procedibile d’ufficio in

presenza di aggravanti, ma seguendo un particolare meccanismo. Mentre,

infatti, il danneggiamento è procedibile d’ufficio in presenza di aggravanti

speciali previste dall’articolo 635, la truffa, invece, non solo è procedibile

d’ufficio in presenza delle aggravanti speciali previste dall’articolo 640, ma

anche quando è presente qualsiasi circostanza aggravante elencata

36

nell’articolo 61 del codice penale .

Anche in tempi recenti è stato sollevato il dubbio se la truffa recidiva sia

procedibile d’ufficio. La Cassazione ha sempre ritenuto (da ultimo con una

pronuncia del 2000), che in questo caso il reato rimanga procedibile a

37

querela, non tanto perché la recidiva rappresenti una circostanza facoltativa

quanto perché la Cassazione ha ritenuto che la recidiva non sia in grado di

influire sulla gravità oggettiva del fatto truffaldino. Attenzione, alla base di

questa conclusione non può essere posta nessuna norma penale, l’unica

indicazione è la descrizione della recidiva come circostanza aggravante

facoltativa, ex articolo 99. La competenza per il reato di truffa spetta al tribunale

monocratico.

La struttura della truffa è costituita da quattro fasi distinte.

La truffa è un reato a condotta relativamente vincolata, in quanto

1)

richiede il compimento di artifizi o raggiri.

La condotta di artifizi o raggiri deve poi indurre in errore un soggetto;

2)

da ciò consegue che l’induzione in errore rappresenta un primo evento nella

scansione temporale del reato.

Dall’induzione in errore, anche se la norma non lo dice espressamente,

3)

deve derivare un atto di disposizione patrimoniale.

Da questo atto di disposizione patrimoniale devono scaturire danno e

4)

profitto, i due eventi che segnano il momento consumativo della truffa.

Riassumendo, commette truffa il soggetto che, mediante artifici o raggiri,

inducendo qualcuno in errore, si procura un ingiusto profitto con altrui danno.

Da ciò si evince che, oltre al verificarsi del danno, è necessario il

conseguimento del profitto.

36 In merito alle circostanze aggravanti comuni, si veda pag.58 di parte generale.

37

In merito alla recidiva, si veda pag.101-102, di parte generale 54

Il reato di rapina

La truffa non è un reato a dolo specifico, perciò non è sufficiente agire al fine

di procurarsi profitto. Perché si configuri una truffa consumata occorre

l’effettivo conseguimento del profitto, altrimenti si rimane nel campo del

tentativo di truffa.

La truffa, almeno da un punto di vista esteriore, presenta caratteristiche

simili all’estorsione. In realtà, nell’estorsione non si verifica alcuna induzione in

errore e non è prevista la condotta di artifici o raggiri (è, invece, previsto

l’esercizio di violenza o minaccia). Tuttavia, in entrambi i casi, sono previsti

eventi, rappresentati dal verificarsi del danno e dal conseguimento del profitto

che segnano il momento consumativo del reato. I due eventi presentano però

peculiarità diverse e sviluppano problematiche autonome nell’ambito della

truffa.

A) Condotta di artifizi o raggiri

Il compimento di artifizi o raggiri rappresenta un passaggio obbligato nel reato

di truffa. Il legislatore, infatti, non si accontenta che un soggetto, trovandosi in

una situazione di ignoranza o di errore, compia un atto patrimoniale disastroso

per le sue finanze a favore di qualcun altro, ma richiede espressamente che

qualcuno lo abbia indotto in errore attraverso artifici o raggiri.

Malgrado la condotta di artifizi e raggiri sul piano giurisprudenziale si sia assai

dilatata, sul piano teorico è necessario approfondirne la natura. Il presupposto

comune è che sia gli artifizi che i raggiri sono finalizzati a ridurre in inganno

una persona. Artifizi o raggiri non devono contraddistinguersi per un particolare

coefficiente di credibilità né devono risultare condotte particolarmente raffinate.

L’artifizio opera sulla realtà fattuale , che circonda una persona,

1)

alterandola (ad esempio, un soggetto dipinge di giallo un metallo per far credere

che si tratti di oro; un soggetto altera i dati di un documento per ottenere un

certo vantaggio).

Il raggiro, invece, è una forma di comportamento ingannevole che

2)

incide direttamente sulla psiche del soggetto.

In pratica, saltando il passaggio, tipico dell’artificio, di alterazione della realtà

esterna, si ottiene lo stesso effetto in quanto la condotta risulta idonea a produrre

un inganno. La condotta di raggiro crea maggiori problemi sul piano definitorio,

tanto è vero che non esiste accordo in merito alla soglia minima di rilevanza.

RAGGIRO

Nell’interpretazione più risalente , il raggiro (forma di condotta che si

a)

presenta con un intervento sulla rappresentazione mentale che un soggetto si

configura di una situazione, senza passare attraverso un’alterazione fattuale) si

caratterizzava in campo penale in maniera programmaticamente diversa dalla

cosiddetta frode civile. Infatti, partendo dal presupposto che esistono vari modi

per ingannare una persona, si riteneva che, affinché questa modalità ingannatoria

potesse denotare una forte rilevanza, dovesse contenere un certo coefficiente di

55

Il reato di rapina

raffinatezza. Per questo motivo, si reputava che la semplice menzogna non

fosse sufficiente ad integrare la condotta tipica, ma occorresse quanto meno un

comportamento (anche verbale e che non richieda un’alterazione della realtà),

particolarmente complesso, idoneo a sorprendere la buona fede altrui, altrimenti

il fatto sarebbe rimasto sul piano dell’illecito civile senza assumere rilevanza

penale.

Nell’interpretazione corrente , anche in relazione al venire meno di

b)

alcuni elementi presenti nel reato di truffa, così come era descritto dal codice

Zanardelli, la nozione di raggiro ha assunto connotazioni più sfumate. Si

ritengono, infatti, sufficienti per concretizzare un raggiro non solo

“l’avvolgimento particolarmente complesso della psiche”, attraverso una serie di

discorsi volti a sorprendere l’altrui buona fede, ma anche la semplice

menzogna non particolarmente ricca di accorgimenti, ma idonea a sorprendere.

Questo tipo di interpretazione non ha riscontrato grandi consensi nella maggior

parte della dottrina, che ha cercato di circoscrivere faticosamente l’espansione

della fattispecie sostenendo che il raggiro debba necessariamente contenere un

quid pluris rispetto al mero mendacio. L’identificazione di questo quid pluris ha

rappresentato un problema difficilmente superabile in quanto non deve

comunque consistere con un’alterazione della realtà, che rientrerebbe nell’area

dell’artifizio. La giurisprudenza, invece, ha accettato in modo pacifico che per

realizzare la condotta di raggiro sia sufficiente una semplice affermazione

menzognera. Da tutto ciò si evince come la condotta di raggiro resti piuttosto

discussa, almeno sul piano definitorio

B) Frode o truffa in campo comunitario

Un problema particolare, che interferisce con l’interpretazione del raggiro, ha

portato alla nascita di norme speciali che hanno ingarbugliato il sistema.

Per far fronte ad un comportamento scorretto, tenuto da numerosi agricoltori,

finalizzato ad ottenere le sovvenzioni comunitarie previste per determinate

produzioni, il legislatore è intervenuto sanzionando penalmente un certo tipo di

condotta menzognera.

La Comunità Europea, infatti, basandosi su meccanismi che dovrebbero

garantire il controllo delle operazioni, elargisce somme di denaro, a sostegno

della qualità e del mantenimento di una certa produzione (attraverso anche la

distruzione, in funzione di contenimento, di determinate derrate alimentari).

Tuttavia, nel corso degli anni, sono andati incrementandosi i comportamenti di

soggetti che dichiaravano di aver prodotto una certa quantità di quintali di

derrate, quando, invece, ne avevano prodotta decisamente meno, per poter fruire

indebitamente delle sovvenzioni comunitarie. Queste condotte, in alcuni casi,

sono stati valutate come truffaldine mentre, in altre vicende, non sono state

ritenute idonee ad integrare gli estremi della truffa in quanto costituite dalla

semplice dichiarazione di dati non veritieri inerenti la produzione.

Sotto la pressione della Comunità Europea, che non gradiva questo genere

di stratagemmi, il legislatore ha delineato nel 1986 una fattispecie

56

Il reato di rapina

incriminatrice ad hoc, a garanzia delle frodi in campo comunitario. Questa

norma sanziona il comportamento del soggetto che rende dichiarazioni non

veritiere nella richiesta di sovvenzioni. La norma prevede una pena inferiore

rispetto a quella della truffa, accompagnata tra l‘altro da una soglia di

rilevanza penale (un valore di dieci milioni per l’intera operazione), al di sotto

della quale il fatto non costituisce reato, ma semplice illecito amministrativo. A

partire dal 1986, fino a pochi anni fa, si è discusso se il soggetto che

commetteva una truffa ai danni della Comunità Europea dovesse rispondere

ex articolo 640 o in base alla normativa speciale.

In dottrina, sono state date due interpretazioni:

Secondo una prima corrente, si doveva ugualmente configurare il reato

1)

di truffa in quanto non si comprendeva il motivo per cui comportamenti,

considerati come truffa in altri settori, dovessero essere valutati differentemente

in questo.

Secondo una seconda corrente, invece, la truffa ai danni della Comunità

2)

Europea rappresentava un caso particolare che in quanto tale doveva essere

regolato e sanzionato in base al contenuto della legge speciale (lex specialis

derogat legi generali), con conseguenti incertezze sul piano interpretativo e con

l’obiezione da parte di alcuni (i sostenitori della resi che la menzogna fosse un

elemento sufficiente ad integrare la condotta costitutiva della truffa) che si

sarebbe paradossalmente giunti a concedere uno sconto di pena.

Il legislatore, resosi conto del problema, pur non abrogando la norma sulla frode

comunitaria emanata nel 1986, è intervenuto per ridurre la portata espansiva

della fattispecie, inserendo con la legge 142 del 1992, una clausola di

38

sussidiarietà espressa in apertura della legge speciale, che da allora suona in

questi termini “quando il fatto non costituisce un più grave reato, se uno

compie false dichiarazioni… è punito a norma dell’articolo 21 della legge del

1986”.

E’ chiaro che il reato più grave cui si fa esplicito riferimento risulta la truffa,

come è evidente che, con questa distinzione, riemerge il problema del rapporto

tra truffa e legge speciale, chiaramente condizionato dalla premessa

interpretativa in ordine alla nozione e alla portata del raggiro. Per chi ritiene

che il semplice mendacio non costituisca raggiro, la questione è

assolutamente limpida e pacifica; infatti, se un soggetto ricorre ad un semplice

mendacio per ottenere una sovvenzione comunitaria realizza il reato previsto

dalla legge speciale, se oltre al raggiro ricorre al cosiddetto quid pluris (che in

questo caso può essere rappresentato da documentazioni false), realizza una

truffa. Per chi, invece, non condivide queste premesse, il discorso si pone in

maniera diversa.

In pratica, se si ritiene sufficiente la semplice menzogna, in presenza di

una dichiarazione menzognera si realizza un raggiro, ipotesi che fa scattare la

38 In merito alle clausole di sussidiarietà, si veda pag.92-93 di parte generale.

57

Il reato di rapina

clausola che condiziona l’applicabilità della legge speciale in quanto essendo

configurabile la condotta più grave si deve applicare la truffa. Da ciò si evince

che si dovrebbe sempre applicare la truffa, perché, per definizione, la condotta

descritta dell’articolo 640 è una condotta menzognera. Il legislatore, in pratica,

con la clausola di sussidiarietà ha cancellato dal sistema l’articolo 2 della legge

del 1986, che prevede una condotta menzognera come quella prevista

dall’articolo 640 (lex maior absorbet minorem).

Questo argomento potrebbe essere usato, in altro senso, dai sostenitori

della tesi restrittiva, in tema di interpretazione del raggiro, per sostenere che, se

si interpreta il raggiro in maniera così ampia si finisce per cancellare una norma

vigente all’interno del sistema penale. In altre parole, si utilizza un argomento

sistematico per dimostrare che il raggiro rappresenta qualcosa di più di una

semplice menzogna. Ciò non toglie, però, che in altri settori in cui si applica la

truffa, la giurisprudenza sia assolutamente pacifica nel ritenere sufficiente la

semplice menzogna per integrare il raggiro.

Con la clausola di sussidiarietà, introdotta dalla legge del 1992, dopo

l’introduzione dell’articolo 640 bis, il rapporto di sussidiarietà è venuto meno

per definizione. Ciò significa in astratto che deve essere lasciato spazio alla

fattispecie più grave e la norma speciale non può prevalere sulla truffa, come

invece accadeva prima del 1992.

Perciò se si ritiene che la condotta prevista dalla legge speciale sia un

raggiro, con l’introduzione della clausola di sussidiarietà si ottiene l’abrogazione

tacita della norma dal sistema delle leggi speciali. Da tutto ciò si evince come

l’incertezza interpretativa sul concetto di raggiro porti a difficoltà settoriali ogni

qual volta si debba incriminare una condotta di semplice mendacio. A questo

punto, riemergono i problemi del rapporto con la truffa, che possano essere

risolti:

3) o, come ha fatto il legislatore in seconda battuta, ritenendo prevalente la

truffa (rischiando però in questo modo di far sparire la norma speciale);

4) o delineando chiaramente ipotesi particolari.

N) La natura dell’articolo 640 bis

ARTICOLO 640 BIS CODICE PENALE – Truffa aggravante per il

 

conseguimento di erogazioni pubbliche circostanza aggravante del 640

58

Il reato di rapina

[1] La pena è della reclusione da uno a sei anni e si procede d’ufficio se il fatto

di cui all’articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati,

ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o

erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.

Questo articolo, inserito con legge 55/1990 (disposizioni per la prevenzione

della delinquenza di tipo mafioso) è stato interpretato, da una recente pronuncia

della Cassazione a Sezioni Unite, come fattispecie circostanziata. Il discorso è

condizionato dalle conseguenze perché, se si considera l’articolo 640 bis una

circostanza aggravante, entrerà a fare parte del bilanciamento anche ai fini della

prescrizione, oltre a poter soccombere in presenza di attenuanti. Per evitare

questi problemi potrebbe essere preferibile la tesi della natura autonoma del

39 40

reato, come affermato dalla sezione II della Cassazione nel 2000 e nel 2001 .

Questa interpretazione è stata però contraddetta da un intervento, si presume

41

risolutivo, delle Sezioni Unite , datato 2002 (consiglio di leggere questa

pronuncia in quanto, oltre a contenere un dettagliato modus operandi per

distinguere i reati circostanziati dai reati autonomi, presenta nei motivi della

decisione una dettagliata cronistoria riguardo le fattispecie limitrofe alla truffa,

come ad esempio l’indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato).

Le Sezioni Unite della Cassazione, nell’analisi del problema, richiamano una

serie di criteri di distinzione tra reati autonomi e reati circostanziati,

sottolineando come tutti denotino elementi di incertezza:

il nomen iuris (truffa aggravante per il conseguimento di erogazioni

5)

pubbliche) sembrerebbe essere un indizio probante, anche se non inconfutabile;

a tal proposito, deve però essere rimarcato che la rubrica di una nuova norma ha

una valenza più importante, rispetto a quanta ne possa avere per le norme

originarie del codice, rubricate, da una commissione appositamente incaricata,

solo dopo che la redazione del codice era stata terminata.;

anche la collocazione topografica della norma non rappresenterebbe un

6)

indizio probante, anzi potrebbe essere una prova della natura autonoma del reato

in quanto se il legislatore avesse optato per la natura circostanziale della

fattispecie ne avrebbe aggiunto gli estremi all’articolo 640 senza dare vita ad

una nuova norma;

a sostegno della tesi autonoma del reato si potrebbe portare anche la

7)

determinazione della pena, anche se per la verità numerose fattispecie

circostanziate presentano una pena indipendente rispetto alla fattispecie base

(vedi, ad esempio, le aggravanti del furto previste dall’articolo 625);

anche il criterio teleologico, in base al quale quando una fattispecie penale

8)

tutela un bene giuridico diverso rispetto a quello tutelato dalla fattispecie penale

di riferimento, si è di fronte ad un’autonoma figura di reato e non ad una

39

Cassazione Penale Sezione II, 27/10/2000, n.11077.

40

Cassazione Penale Sezione II, 19/12/2001, n.45352.

41

Cassazione Penale Sezioni Unite, 10/07/2002, n.26351. 59

Il reato di rapina

circostanza aggravante, non sembrerebbe essere indefettibile. L’obiezione più

seria contro il criterio dell’oggettività giuridica è quella che denuncia

l’inversione logica su cui esso si fonda in quanto per individuare l’interesse

tutelato dalla fattispecie penale è necessario esaminare prima la struttura della

stessa fattispecie, distinguendo i suoi elementi essenziali da quelli accidentali.

Solo partendo da questo punto di partenza è poi possibile registrare un

mutamento del bene tutelato in quanto è stato accertato un mutamento degli

“essentialia delicti”.

A fronte di quanto illustrato, l’elemento fondamentale a favore della natura

circostanziata è rappresentato, invece, dal rinvio alla norma base, “ … se il fatto

di cui all’articolo 640…”. In altri termini, è propria la struttura della fattispecie

penale prevista dall’articolo 640bis, definita da un lato attraverso il richiamo

degli elementi essenziali del delitto di truffa, ex articolo 640 (artifici o raggiri,

induzione in errore con conseguente disposizione patrimoniale, ingiusto profitto

per l’agente o per altri, danno del soggetto passivo) e dall’altro con

l’introduzione di un elemento specifico (erogazioni pubbliche), che è estraneo

alla struttura essenziale della truffa, a denotare l’inequivoca volontà legislativa

di configurare una circostanza aggravante e non un diverso titolo di reato

Nel 2000 la situazione si è ulteriormente complicata in quanto il legislatore, con

la legge 300, paradossalmente volta a garantire in modo più chiaro gli interessi

comunitari, ha introdotto l’articolo 316 ter.

ARTICOLO 316 TER CODICE PENALE – Indebita percezione di

erogazioni ai danni dello Stato

Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall'articolo 640-bis, chiunque

mediante l'utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o

attestanti cose non vere, ovvero mediante l'omissione di informazioni dovute,

consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati

o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo

Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee è punito con la reclusione da

sei mesi a tre anni.

Quando la somma indebitamente percepita è pari o inferiore a euro 3.999,96 si

applica soltanto la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro

da euro 5.164 a euro 25.822. Tale sanzione non può comunque superare il triplo del

beneficio conseguito. 60

Il reato di rapina

La nuova norma prevede un reato sussidiario rispetto alla truffa aggravata

prevista dal 640 bis, come si evince dalla clausola di riserva espressa

42

determinata . E’ perciò importante capire il rapporto tra la nuova fattispecie e

la truffa.

Rispetto alla legge speciale del 1986, è stata elevata la cornice sanzionatoria che

è stata allineata a quella prevista dalla truffa semplice ex articolo 640. La

Cassazione con le pronunce del 2000 e del 2001 ha cercato, con evidente

disagio, di far quadrare il cerchio, sostenendo che la scelta del legislatore fosse

quella di selezionare alcune condotte meno gravi per collocarle nel 316 ter.

Queste condotte non devono però contenere quel quid pluris che le farebbe

rientrare nell’ambito della truffa aggravata, ex articolo 640 bis. In pratica,

quando si compie una condotta particolarmente organizzata (caratterizzata da

creazione ed utilizzo di elementi falsi o di altri artifizi) si rientra nella truffa.

Rimane comunque un’asimmetria tra il settore delle truffe ai danni della

Comunità europea e tutte le altre condotte che rientrano nella truffa in quanto

non si pone il problema della soglia di rilevanza del comportamento. Se si

seguisse, invece, la teoria, sostenuta dalla dottrina, che il semplice mendacio non

risulti sufficiente per configurare la condotta tipica della truffa non si porrebbero

problemi anche se si aprirebbe un’evidente falla nel sistema. L’articolo 316 ter

non ha espressamente abrogato la legge del 1986, anche se di fatto si tratta di un

abrogazione tacita.

Per concludere, si prenda comunque atto che esiste una linea interpretativa

giurisprudenziale secondo cui qualsiasi mendacio, anche il più semplice, può

costituire raggiro; e, in opposizione, un’altra linea che sostiene che occorra

qualcosa in più (senza, per la verità addurre nitidissimi argomenti), ossia una

menzogna più articolata e più complessa della semplice dichiarazione falsa.

Con un’articolata sentenza (16568 del 2007) le Sezioni Unite hanno dato una

sorta di interpretatio abrogans del 316 ter.

I reati di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (articolo 316-ter c.p.)

e di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (articolo 640-bis

c.p.) sono tra loro in rapporto di sussidiarietà e non di specialità, dovendosi

applicare il primo solo quando difettino estremi della truffa e, quindi, in presenza di

condotte da cui non sia conseguita l'induzione in errore dell'ente erogatore.

Questa sembrerebbe essere l’unica ipotesi residuale di applicazione del 316 ter

Ma se il 316 ter è applicabile solo quando non si è realizzata l’induzione in

errore il reato è applicabile solo quando l’Ente erogatore non abbia attivato

alcun strumento di controllo delle documentazioni (che risultavano false).

Attenzione: rispetto al reato di truffa aggravata l’applicazione del 316 ter

comporta una soglia di irrilevanza penale fino alla somma di circa 4.000

euro

42 In merito alle clausole di sussidiarietà, si veda pag.92-93 di parte generale.

61

Il reato di rapina

Truffa processuale non configurabilità del reato per carenza del presupposto

dell’atto di disposizione patrimoniale .

Non integra gli estremi della truffa processuale ex art. art. 640 c.p. per mancanza del

requisito (implicito, ma pur tuttavia pacificamente ritenuto imprescindibile elemento

costitutivo del reato di truffa) dell’atto di disposizione patrimoniale: invero, pur

assumendosi che il giudice possa essere tratto in inganno dagli artifizi e raggiri posti

in essere da una parte del giudizio, resta il fatto che l’atto che il giudice compie

come conseguenza di tali artifizi e raggiri non è un atto di disposizione

patrimoniale bensì è l’emissione di una sentenza (o, comunque, di un provvedimento

giurisdizionale), la quale, pur andando ad incidere sul patrimonio di una parte

processuale, non è un atto di disposizione patrimoniale , ma è invece l’espressione

di un potere, quale quello giurisdizionale, di natura eminentemente pubblicistica, la

cui finalità è l’attuazione di norme giuridiche e la risoluzione dei conflitti.

La truffa processuale si verifica quando una delle parti in causa, attraverso artifici o

raggiri, inganni il giudice che, di conseguenza, emette un provvedimento

giurisdizionale idoneo a creare un danno per la parte soccombente. In dottrina

qualcuno è favorevole alla possibilità di configurare la truffa, per altri, invece, la

truffa non è ravvisabile se tra l’inganno di A ed il danno di B vi è solamente una

sequenza cronologica . D’altra parte, il giudice non risulta l’amministratore del

patrimonio dei soggetti, né il legale rappresentante. In giurisprudenza, non si ritiene

configurabile la truffa in quanto è necessario un rapporto di gestione patrimoniale tra

danneggiante e danneggiato ed il giudice, in quanto soggetto super partes, adotta

semplicemente un provvedimento autoritativo che non consiste in un atto di

disposizione patrimoniale.

D) Il valore del silenzio nel reato di truffa

Un altro profilo, emerso nella giurisprudenza dell’ultimo decennio, riguarda

l’ampliamento dell’ambito delle ipotesi in cui la condotta di raggiro viene

integrata anche dal semplice silenzio.

E’ chiaro che non può essere sufficiente un generico silenzio, ma deve trattarsi

quanto meno di un silenzio antidoveroso, cioè contrastante con l’obbligo

giuridico di pronunciare il vero. In presenza di siffatto obbligo, il serbare un

atteggiamento reticente è ritenuto sufficiente per delineare la condotta di truffa.

In alcuni casi questa interpretazione denota una sua plausibilità; tuttavia,

l’assegnare a quest’obbligo giuridico una dimensione troppo ampia rischia di

rendere potenzialmente applicabile la truffa ogni qual volta ci sia qualcuno che

si crea, a proprio danno, una convinzione erronea nella stipulazione di un

contratto e la controparte non lo avverte che sta compiendo un’operazione

economicamente non conveniente. 62

Il reato di rapina 43

In questo senso, è interessante una pronuncia della Cassazione , in cui il caso

specifico poteva anche essere risolto basandosi sulla condotta attiva. In ogni

caso, la decisione è stata fondata sulla condotta omissiva e fa giurisprudenza

proprio attraverso il riferimento, effettuato dalla massima, all’articolo 1337 del

codice civile, norma extrapenale fonte del dovere d’informazione. Nel caso in

questione, un imprenditore edile in grave difficoltà economica, vendeva

appartamenti appena costruiti e già gravati da ipoteca. L’esistenza delle ipoteche

era stata nascosta a coloro che avevano stipulato il compromesso di acquisto

delle unità immobiliari. L’imprenditore, in realtà, aveva commesso qualcosa di

più, in quanto aveva cercato di rimuovere eventuali dubbi degli acquirenti

(utilizzando, quindi, una condotta attiva). In siffatta situazione, si potrebbe

ribattere che, per il soggetto che conclude la compravendita, costituisca una

regola di diligenza, quando si acquista un immobile, l’andare a controllare i

registri immobiliari. La Cassazione ha, invece, affermato che esiste un obbligo

di dichiarare in anticipo l’esistenza di eventuali ipoteche, prevenendo il

controllo dei registri che la controparte dovrebbe, invece, adottare. La

Cassazione ha incluso quest’obbligo nel più generico obbligo di buona fede

nelle contrattazioni in ambito civilistico che, però, irrompendo in campo penale,

finisce per alterare decisamente la situazione.

Partendo da questo presupposto, si potrebbe però sostenere che in tutti i rapporti

di natura negoziale, qualora un contraente si accorga che la controparte si stia

facendo una percezione diversa della realtà, in merito alla convenienza

dell’affare, dovrebbe prudenzialmente metterla sull’avviso ed avvertirla che sta

per prendere una cantonata. Malgrado questa condotta si possa ritenere un

segnale di grande civiltà, affermare che il tenere un atteggiamento differente

comporti una responsabilità penale rappresenta un’operazione alquanto

discutibile.

Altre situazioni, in cui si può, ragionevolmente, fare leva su un obbligo giuridico

di affermare il vero, risultano decisamente più lineari e meno problematiche. In

un’ipotesi di silenzio serbato dal mediatore per avvantaggiare una parte a danno

44

dell’altra, la Cassazione ha affermato che il silenzio consapevole,

maliziosamente osservato dal mediatore, possa essere considerato un

raggiro in quanto il mediatore, in base all’articolo 1759 del codice civile, deve

rispettare l’obbligo di rappresentare ad entrambe le parti coinvolte nell’affare

tutti gli aspetti rilevanti del negozio che stanno per concludere. In questo caso il

mediatore non ha rispettato l’obbligo di imparzialità che gli compete e, di

conseguenza, il silenzio antidoveroso può dare ingresso ad un’incriminazione

per truffa.

43 Cassazione Penale Sezione II, 02/0371996, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.511.

44 Cassazione Penale Sezione II, 18/0471990, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.515.

63

Il reato di rapina

ARTICOLO 1759 CODICE CIVILE – Responsabilità del mediatore

[1] Il mediatore deve comunicare alle parti le circostanze a lui note, relative

alla valutazione e alla sicurezza dell’affare, che possono influire sulla

conclusione di esso.

[2] Il mediatore risponde dell’autenticità della sottoscrizione delle scritture e

dell’ultima girata dei titoli trasmessi per il suo tramite.

H) La truffa contrattuale

Un altro problema concerne l’individuazione dell’ingiusto profitto. Un massima

della Cassazione ha identificato con chiarezza i caratteri che il profitto deve

45

rivestire .

In caso di emissione di un titolo di credito (ad esempio un assegno) da

parte del soggetto ingannato, il semplice rilascio è stato talvolta ritenuto

46 47

sufficiente per ritenere il reato consumato . In altre pronunce è stato, invece,

affermato che il momento della consumazione è quello dell’acquisizione da

parte dell’autore del reato, della relativa valuta, attraverso la riscossione o

utilizzazione, poiché solo in questo modo si realizza il vantaggio patrimoniale

dell’agente e nel contempo diviene definitiva la potenziale lesione del

patrimonio della persona offesa.

Problemi di individuazione del danno si pongono anche nella cosiddetta

“truffa contrattuale”, accezione utilizzata per indicare situazioni in cui un

soggetto viene tratto in inganno e convinto a concludere un affare in una

situazione in cui, apparentemente, vi è un rapporto più o meno paritario tra

prestazione e controprestazione.

Qui non ci si trova nell’ambito di casi in cui il prezzo pagato non corrisponda al

valore dell’oggetto acquistato, ma nell’ambito di cessioni in cui la cosa è

venduta al prezzo di mercato, ma le sue caratteristiche sono diverse da quelle

dichiarate dal venditore. In questo caso il profitto ingiusto è evidente, mentre il

danno è ravvisabile nell’immobilizzazione di capitale per acquistare qualcosa

48

che non corrisponda alle aspettative (capitale che sarebbe potuto essere

utilizzato per acquistare un oggetto in conformità alle aspettative). In ogni caso,

nell’ipotesi di truffa contrattuale, il reato si consuma non già quando il

soggetto passivo assume, per effetto di artifici o raggiri, l’obbligazione della

datio di un bene economico, ma nel momento in cui si realizza l’effettivo

45

Cassazione Penale Sezione VI, 20/01/1992, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.542.

46

Cassazione Penale Sezione V, 03/06/1983, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.542.

47 Cassazione Penale Sezione 22/08/2002, n.29923.

48 Cassazione Penale Sezione II, 23/12/1997, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.541;

si veda anche Cassazione Penale Sezione VI 15/06/1982, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999,

pag.542. 64

Il reato di rapina

conseguimento del bene (ad esempio denaro) da parte dell’agente e la definitiva

perdita dello stesso da parte del raggirato.

G) L’evento nel reato di truffa

La condotta di artifizi e raggiri deve produrre, quali eventi concatenati

1) un errore da cui scaturisca (attraverso la mediazione del cosiddetto atto di

disposizione patrimoniale)

2) un profitto (per l’agente o per altri)

3) ed un danno (per il soggetto passivo del reato).

Per quanto riguarda l’identificazione degli elementi costitutivi del reato,

deve essere sottolineato che danno e profitto devono avere una valenza

patrimoniale, devono cioè risultare economicamente valutabili. Qualche

problema si è posto in merito a comportamenti scorretti nei confronti della

pubblica amministrazione. In particolare, si è ritenuto che, quando si realizza

un inganno per ottenere una sovvenzione, si concretizzi truffa.

Assunzione indebita nella Pubblica Amministrazione

Nel caso in cui un soggetto ottenga l’assunzione da parte della Pubblica

Amministrazione, mediante utilizzo di una documentazione falsa, si può

presentare qualche problema nell’individuazione del danno in capo alla

pubblica amministrazione stessa. Secondo alcuni, infatti, il danno sarebbe

ravvisabile anche in capo ai soggetti esclusi (quindi, non solo in capo alla

49

pubblica amministrazione) , ma, in realtà, non può essere preso in

considerazione il pregiudizio subito dagli altri concorrenti scavalcati. (come

nella truffa processuale non c’è collegamento tra soggetto ingannato e

soggetto danneggiato)

Per altri, il danno patrimoniale si concretizza con la spesa che la Pubblica

Amministrazione è obbligata a sostenere per la rinnovazione delle procedure

concorsuali oppure per procedere all’indebita assunzione del truffatore

50

(corresponsione indebita dello stipendio) .

In altri casi ancora, il danno è stato individuato nel necessario compimento di

quella attività amministrativa che deve essere effettuata per annullare il

comportamento scorretto del soggetto agente (come disposto da una recente

pronuncia). Da ultimo, le Sezioni Unite della Cassazione hanno individuato il

danno nell’attività che la Pubblica Amministrazione ha posto in essere per

l’inserimento del soggetto tra le sue fila. Questo indirizzo sembra sottolineare,

49 Cassazione Penale Sezione II, 16/0371990, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.532.

50

Cassazione Penale Sezione II, 13/06/1985, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.532; in senso

conforme si veda Cassazione Penale Sezione II, 24/06/1996, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999,

pag.536. 65

Il reato di rapina

anziché le procedure di ripristino delle procedure concorsuali, la fase

precedente, cioè la predisposizione di strumenti materiali per consentire al

soggetto di poter svolgere l’attività. Considerando che il danno si calcola in

termini economicamente valutabili, quando l’inserimento avviene in strutture

già idonee risulta però difficile ravvisare un danno economico.

Sentenze più recenti pongono l’accento sulla prova che il soggetto non ha

svolto il servizio come una persona che avrebbe avuto i requisiti (medico senza

laurea).

Recentemente ci sono state diverse sentenze, contrastanti riguardanti assunzioni

di infermieri privi di requisiti:

Commette una truffa contrattuale, a consumazione prolungata, provvista degli

elementi dell'ingiusto profitto e del corrispondente danno per la pubblica

amministrazione, e destinata a protrarsi sino a che vi sia l'erogazione

economica fraudolentemente conseguita, colui che si procura il titolo abilitativo

falso di diploma di infermiere professionale, e induce in errore la dirigenza di

una clinica medica, che in conseguenza assume una persona carente dei

requisiti necessari, e si procura l'ingiusto profitto consistente nell'attribuzione

della posizione lavorativa, del relativo stipendio, con pari danno per il Servizio

sanitario nazionale.

In un’altra vicenda di appalto di servizi sanitari in cui il vincitore doveva

avvalersi di personale qualificato il danno è stato ravvisato dalla differenza fra il

valore dell’attività prestata e il compenso erogato dalla ‘ Azienda.

Invece se il rapporto è ASL-finto infermiere allora non sempre sarà

configurabile il danno e nemmeno il profitto ingiusto , in quanto il soggetto ha

lavorato.

Non pone, invece, problemi il cosiddetto assenteismo fraudolento in

quanto la condotta di artifizio e raggiro provoca un danno equivalente al profitto

conseguito dal soggetto che non ha esercitato l’attività. Compie una truffa quindi

il soggetto che si mette sotto mutua senza l’esistenza dei presupposti in quanto

artificio o raggiro e danno economicamente valutabile risultano pacifici.

I) Truffa in re illicita

Anche se non esiste giurisprudenza in merito, è stato posto il dubbio se si possa

parlare di truffa anche nel caso in cui il soggetto ingannato abbia agito per

realizzare un negozio illecito (cosiddetta truffa in “re illicita”). Il classico

esempio è rappresentato dal soggetto che si reca a comprare un’arma al mercato

clandestino, ma viene ingannato ed acquista un’arma giocattolo. Sembrerebbe

paradossale affermare che l’ordinamento tuteli un soggetto che agisca per

realizzare un negozio illecito, ma in realtà, da una attenta lettura dell’articolo

640 si evince l’esatto contrario. Infatti, il secondo comma dell’articolo 340

classifica come truffa, per di più aggravata (procedibile d’ufficio), l’ipotesi in

cui un soggetto, che persegue un fatto illecito, venga ingannato. Nello specifico,

nel comma 2, punto 1) dell’articolo 640 si afferma che è prevista una cornice

66

Il reato di rapina

sanzionatoria maggiore se “il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro

ente pubblico o col pretesto di fare esonerare taluno dal servizio militare”. Da

ciò si può evincere che il legislatore non si pone alcun problema a tutelare una

persona che sta organizzando un imbroglio

L) Truffa ingenerando il timore di un pericolo immaginario

L’articolo 640 prevede come fattispecie aggravata la truffa commessa

ingenerando il timore di un pericolo immaginario. La Cassazione recentemente è

intervenuta per segnare i confini di questa fattispecie reato con il reato di

estorsione. Secondo la Cassazione quando il pericolo immaginario è connotato

dalla minaccia di un male si verifica estorsione se il male può essere condotto

direttamente o indirettamente alla condotta volontaria dell’agente. Si può

configurare, invece, una fattispecie di truffa, quando la prospettazione del male,

riconducibile a terzi, comunque non all’agente, è lo strumento fraudolento che

determina in errore la vittima, inducendola, per l’effetto, alla prestazione.

M) Ipotesi di truffa a condotta frazionata

Nell’ambito della truffa, è possibile che si verifichino vicende contraddistinte

da una certa estensione nel tempo, come nel caso in cui un soggetto, mediante

falsa documentazione, ottenga un’erogazione periodica cui non ha diritto. In

questo caso, risulta evidente la condotta di artifizi o raggiri, ma il danno ed il

profitto si presentano con frazionamento nel tempo, sicché sorge il dubbio se

ci si trovi di fronte ad un’unica truffa (con l’ulteriore problema di individuarne

con esattezza il momento consumativo) o ad una pluralità di truffe, ancorché

51

legate dal vincolo della continuazione in virtù dell’unità del disegno criminoso .

La questione si riflette sull’entità della pena e sui termini di decorrenza (sia

iniziali che finali) della prescrizione.

La Cassazione, inizialmente, ha optato per la pluralità di truffe consumate

(per la prescrizione il dies a quo decorrerebbe dall’ultimo episodio, per la

flagranza di reato), senza richiedere però la reiterazione della condotta di

52 53

artifizio o raggiro . Più di recente è sembrata prevalere la tesi opposta .

Per la soluzione del problema occorre distinguere due differenti

situazioni: Il soggetto agente, per riscuotere i singoli ratei, deve porre in essere

a)

ogni volta artifici o raggiri (per esempio per farsi pagare la pensione di cui

altra persona è titolare esibisce una falsa delega o un falso documento

all’impiegato delle PP.TT) si è di fronte ad una pluralità di truffe (essendo

plurime le condotte tipiche), eventualmente in continuazione.

51 In merito al significato di continuazione ed unità del disegno criminoso, si veda pag.86-91 di parte generale.

52

Cassazione Penale Sezione II, 06/11/1985, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.545.

53

Cassazione Penale Sezione II, 09/05/1994, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.545.

67

Il reato di rapina

Se, invece, il soggetto non è costretto a rinnovare gli artifici o

b)

raggiri per riscuotere i singoli ratei, essendo sufficiente la frode a monte (ad

esempio, la falsa documentazione presentata all’istituto previdenziale per

ottenere indebitamente la pensione), la truffa risulta unica; l’evento

(profitto/danno), peraltro, si realizza in maniera frazionata in tempi diversi,

pur senza perdere la sua unitarietà, con la conseguenza, per esempio, che la

prescrizione inizierà a decorrere dalla data della riscossione dell’ultimo rateo

(benché già con il pagamento del primo rateo il reato sia già perfetto).

La fattispecie, per la sua discontinuità, non può essere qualificata in termini di

reato permanente, anche se la disciplina viene per certi effetti a coincidere.

54

Infatti, nel reato permanente si ha una situazione giuridica che permane nel

tempo senza soluzione di continuità; nel reato ad evento frazionato, invece, la

condotta è unica ed è l’evento a risultare frazionato nel tempo (pluralità di sub

eventi). Il reato risulta già perfetto con la prima erogazione, ma le successive

erogazioni rappresentano comunque eventi ed il termine di prescrizione inizia a

decorrere dal momento dell’interruzione a seguito della scoperta del fatto

criminoso.

L’USURA

La disciplina dell’usura è caratterizzata da tre tappe fondamentali, rappresentate

dagli interventi di modifica ed integrazione operati dal legislatore sulla

disciplina.

A) Prima tappa

Il testo dell’articolo 644, rubricato “usura”, prima della modifica operata il 7

Marzo 1996, con la legge numero 108, risultava il seguente:

PREVIGENTE ARTICOLO 644 CODICE PENALE - Usura

[1] Chiunque fuori dei casi preveduti dall’articolo precedente, approfittando

dello stato di bisogno di una persona, si fa da questa dare o promettere sotto

qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro

o di altra cosa mobile, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la

reclusione da uno cinque anni e con la multa da lire 6 milioni a lire 30 milioni.

[2] Alla stessa pena soggiace chi, fuori dei casi di concorso nel delitto

preveduto dalla disposizione precedente, procura ad una persona in stato di

bisogno una somma di denaro o un’altra cosa mobile, facendo dare o

promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario.

54

In merito alla nozione di reato permanente, si veda pag.9 di parte generale.

68

Il reato di rapina

[3] Le pene sono aumentate da un terzo alla meta se i fatti di cui ali commi

precedenti sono commessi nell’esercizio di un’attività professionale o di

intermediazione finanziaria.

In base alla redazione originaria, il punto focale del reato di usura era il

cosiddetto “stato di bisogno della vittima”, che veniva indotta a dare o

promettere interessi o vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di

denaro o di altra cosa mobile. Il legislatore non definiva la nozione di

interesse usurario, la cui determinazione era rimessa all’interprete. La

giurisprudenza si era adeguata alla nozione fornita dalla dottrina che riteneva

configurabile il reato quando gli interessi apparivano esageratamente

sproporzionati in relazione alla vicenda cui accedevano. Non bastava pertanto

che l’interesse risultasse fuori mercato, ma era necessaria anche una

manifesta sproporzione con l’andamento dei tassi normalmente corrisposti per

simili prestazioni. Può stupire che una formula così indeterminata non abbia

dato luogo a contestazioni per violazione del principio tassatività, ma è doveroso

sottolineare che i casi portati all’attenzione della Magistratura erano spesso

talmente evidenti da non creare nessun problema per l’effettiva esistenza del

reato (in genere si aveva a che fare con tassi di usura che si attestavano tra il

200% e il 300%).

Il modello del codice del 1930 aveva retto bene, anche se il reato non era

molto perseguito. Il basso numero di procedimenti era indicativo del rapporto

omertoso che legava l’usurato all’usuraio. In realtà, una difficoltà probatoria per

l’accusa era rappresentata dalla necessità di dimostrare non solo l’obiettiva

esistenza dello stato di bisogno della vittima, ma anche la consapevolezza

dell’usuraio della presenza di tale stato. Per semplificare l’assolvimento di

questo onere, la giurisprudenza aveva elaborato una massima di esperienza, in

virtù della quale era consentito dedurre la consapevolezza dello stato di bisogno

dalla notevole sproporzione tra interesse pattuito ed interesse praticato dai

normali operatori finanziari. Non sempre, tuttavia, la sproporzione era talmente

clamorosa da consentire il raggiungimento della prova della conoscenza dello

stato di bisogno della vittima in capo all’imputato.

B) Seconda tappa

Per attenuare le difficoltà operative, generate dalla prima versione dell’articolo

644, ma, in particolare, per reagire ad un fenomeno in forte crescita praticato su

larga scala dalla criminalità organizzata, il legislatore con il Decreto Legge 306

del 1992, convertito in legge 356 del 1992, ha ritoccato la disciplina

(successivamente stravolta dalla riforma del 1996), introducendo l’usura

impropria all’articolo 644 bis.

ARTICOLO 644BIS CODICE PENALE – Usura impropria -

ABROGATO 69

Il reato di rapina

[1] Chiunque fuori dei casi previsti dall’articolo 644, approfittando delle

condizioni di difficoltà economica e finanziaria di persona che svolge

un’attività imprenditoriale o professionale si fa dare o promettere, sotto

qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro

o altra cosa mobile, interessi, o altri vantaggi usurari, è punito con la

reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da lire 4 milioni a lire 20

milioni.

[2] Alla stessa pena soggiace chi, fuori dei casi di concorso nel delitto previsto

dal comma precedente, procura ad una persona che svolge un’attività

imprenditoriale o professionale e che versa in condizioni di difficoltà

economica o finanziaria una somma di denaro o un’altra cosa mobile, facendo

dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario.

[3] Si applica la disposizione del terzo comma dell’articolo 644.

L’articolo 644 bis riguardava soggetti che non versavano in stato di bisogno; il

presupposto di questa fattispecie era decisamente più sfumato, rispetto a quello

del reato di usura propria, in quanto risultava sufficiente una mera condizione di

difficoltà economica finanziaria. Inoltre, la norma era posta a tutela solamente di

coloro che svolgevano un’attività imprenditoriale o professionale, mentre per gli

altri soggetti rimaneva applicabile l’articolo 644. Per individuare l’usurarietà si

faceva ancora riferimento ad un’interpretazione caso per caso;

C) Terza tappa

La riforma del 1996 (legge 108 del 1996) non si è limitata alla riforma della

fattispecie penale, ma ha rappresentato un’operazione più ambiziosa, diretta a

creare le condizioni perché il fenomeno potesse essere debellato. Si è cercato,

inoltre, di creare uno strumento per facilitare la denuncia dell’autore del reato,

attraverso l’istituzione di due fondi di sostegno, uno per prevenire il fenomeno,

l’altro a fini di solidarietà a vantaggio dell’usurato. Oltre alla modifica

dell’articolo 644, è stato abrogato l’articolo 644 bis.

ARTICOLO 644 CODICE PENALE – Usura

[1] Chiunque, fuori dai casi previsti dall’articolo 643 (circonvenzione

d’incapace) , si fa dare (non rileva solo il momento della stipula ma anche

l’incasso) o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri , in

corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri

vantaggi usurari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da

euro 3098 ad euro 15493.

[2] Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto

dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro od altra utilità

facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione un compenso

usurario. 70

Il reato di rapina

[3] La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari.

Sono altresì usurari gli interessi anche se inferiori a tale limite, e gli altri

vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al

tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque

sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero

all’opera di mediazione quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni

di difficoltà economica o finanziaria.

[4] Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle

commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle

imposte a tasse collegate alla erogazione del credito.

[5] Le pene per i fatti di cui al primo comma sono aumentate da un terzo alla

metà:

1) se il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale,

bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare;

2) se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie

o aziendali o proprietà immobiliari;

3) se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno;

4) se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale,

professionale o artigianale;

5) se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento

definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il

periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata

l’esecuzione.

[6] Nel caso di condanna, o di applicazione di pena ai sensi dell’articolo 444

c.p.p., per uno dei delitti di cui al presente articolo, è sempre ordinata la

confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme

di denaro, beni ed utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta

persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o

compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e

al risarcimento dei danni.

La nuova norma abbandona il criterio di non definizione del concetto di

interesse usurario in quanto la scelta del legislatore è quella di ricorrere ad una

pretedeterminazione normativa del livello oltre il quale un comportamento

possa essere definito usura. L’articolo 644 designa una fattispecie non lontana

da quella originaria, ma il testo del terzo comma stabilisce che spetta alla legge

individuare il limite oltre il quale gli interessi devono essere ritenuti usurari. La

legge 108 del 1996 (articolo 2) sancisce, infatti, che il Ministero del Tesoro,

sentiti UIC (ufficio italiano cambi) e Banca d’Italia, deve compiere una

rilevazione trimestrale dei tassi effettivi globali medi, riferiti a base annuale,

degli interessi praticati da banche ed altri intermediari finanziari, cioè i soggetti

autorizzati (da ciò si evince che chi concede prestiti al di fuori di questo circuito

commette un reato di usura). I tassi globali medi, suddivisi per categorie,

vengono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale e, una volta aumentati della metà,

71

Il reato di rapina

indicano il livello che non può essere superato per la tipologia di

operazione, salvo commettere il reato di usura. Le tabelle ricorrono ad un

doppia classificazione per individuare i tassi usurari, stabilendo un circuito per

le banche ed uno per gli altri intermediari finanziari. Premesso che tra i due

circuiti sono presenti vari punti di differenza, si può tranquillamente affermare

che risultano a rischio di usura più le banche che gli altri intermediari finanziari.

Grazie all’intervento del Ministero del Tesoro, che ha stabilito la soglia del tasso

minimo consentito, non si discute più in merito alla presenza o meno del reato di

usura. In pratica, quando l’interesse è pari al tetto massimo o al di sotto non si

configura usura, salvo quanto disposto dal terzo comma seconda parte (che

rappresenta almeno in teoria una contraddizione con la scelta operata dal

legislatore). Invece, se si resta sopra i limiti indicati dalla tabella si configura il

reato di usura, anche in assenza dello stato di bisogno. In pratica, si realizza un

usura anche se il prestito è stato chiesto per comprare la casa al mare. La nuova

norma, infatti, non ritiene più essenziale lo stato di bisogno che è stato

trasformato in una circostanza aggravante, prevista al numero 3 del quinto

comma.

Il terzo comma del nuovo articolo 644 complica però la situazione stabilendo

che possono risultare usurari gli interessi inferiori al limite stabilito dalla

tabella quando, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso

imposto, si rivelino sproporzionati rispetto al tasso medio praticato, qualora il

soggetto passivo si trovi in difficoltà economico-finanziarie. Può, quindi,

verificarsi una situazione in cui, pur non venendo superato il limite stabilito dal

Ministero del Tesoro, è possibile comunque configurare un’incriminazione per

usura in quanto il tasso richiesto risulta sproporzionato. In questo modo, la

norma contraddice il quadro di certezza che il legislatore sembrava voler

delineare, anche se riguardo alla possibilità che si possa verificare in concreto

l’ipotesi prevista dal terzo comma si è piuttosto scettici.

Un paradosso pratico, che scaturisce da questo nuovo modus operandi, riguarda

le ipotesi delle cosiddette “operazioni ad alto rischio”; infatti, la fissazione

rigida dei tassi ha determinato una generale riluttanza degli operatori al

finanziamento allorché il rischio sia talmente forte da non essere compensato

dalla pattuizione di interessi sostanziosi.

Per ultimo, è opportuno ricordare che il reato di usura può concorrere

55

con l’estorsione , quando l’usuraio per richiedere quanto gli spetta (profitto

ingiusto), minaccia l’usurato. Se, invece, i tassi non risultano usurari, ma chi li

concede ricorre a violenza o minacce in caso di mancata restituzione si può

configurare un arbitrario esercizio delle proprie ragioni, ex articolo 393.

D) Problemi di diritto transitorio

Con l’introduzione della nuova norma sull’usura, si è posto un problema di

coordinamento con la legge previgente, in merito ai contratti stipulati prima del

1996, tenendo anche presente che la prima rilevazione è stata resa operativa per

55 In merito ai rapporti tra usura ed estorsione, si veda pag.228 di parte speciale.

72

Il reato di rapina

il primo trimestre del 1997 (e quindi il problema ha riguardato anche contratti

stipulati nel 1996). Senza dubbio è vero che un fatto non possa diventare

retroattivamente reato anche se è altrettanto vero che i contratti a sfondo

usurario sarebbero dovuti essere rescissi. Secondo le associazioni dei

consumatori, considerando che il reato non incrimina solamente chi pattuisce

interessi usurari, ma anche colui chi li riceve, nel momento in cui un

soggetto si fa consegnare il denaro non realizza una condotta neutra.

Da ciò consegue che, se non si pone nessun problema nel caso in cui il debitore

paghi i tassi precedentemente pattuiti, il discorso diventa diverso quando viene

richiesta la riduzione degli interessi nei limiti previsti dalla tabella. Infatti,

qualora l’interlocutore insista per ricevere interessi usurari e pretenda di riceverli

la condotta potrebbe avere rilevanza penale.

- Se i rapporti pregressi vanno avanti senza nessuna richiesta del debitore, la

condotta del soggetto che riscuote non è penalmente rilevante, ferma restando la

problematica civilistica;

- Se, invece, il debitore solleva il problema ed il creditore insiste per ricevere

interessi ormai usurari le cose cambiano.

Di solito si è cercato di giungere ad un accordo negoziale e quindi, a fronte di

casi civili risolti in modo caotico, non è stata mai adita la magistratura penale.

Anche nei rapporti in itinere, il semplice cambio del tasso minimo

potrebbe trasformare in usurari interessi che al momento della stipulazione

non lo erano.

Il legislatore è intervenuto stabilendo che in siffatte ipotesi, ai fini della

valutazione dell’usurarietà occorre fare riferimento al momento della

pattuizione. Quindi, se il tasso di interesse si rivela nei limiti di legge quando

viene pattuito, gli interessi non subiranno modifiche in caso di seguente

diminuzione del tasso medio.

Successivamente il legislatore interviene con una norma interpretativa:

1. Ai fini dell'applicazione dell'articolo 644 del codice penale e dell'articolo

1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che

superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi

o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del

loro pagamento.

E) Momento consumativo del reato

Il reato di usura può avere un’estensione temporale prolungata. La

giurisprudenza, in passato, riteneva l’usura un reato a natura istantanea

(ancorché con effetti permanenti), che si consumava al momento della

pattuizione dell’interesse usurario, cioè quando l’usurario si faceva promettere

interessi usurari. 73

Il reato di rapina

Le condotte successive venivano perciò considerate posfatti e ciò creava

problemi per il termine di prescrizione che iniziava a decorrere a partire dalla

56

pattuizione .

L’attuale articolo 644 ter ha, invece, espressamente stabilito che la

prescrizione incomincia a decorrere dall’ultimo momento in cui sono stati pagati

gli interessi o è stato restituito il capitale.

ARTICOLO 644 TER CODICE PENALE – Prescrizione del reato di

usura

[1] La prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dell’ultima

riscossione sia degli interessi che del capitale

Ad esempio, se l’ultima rata degli interessi è stata pagata nell’ottobre del 2002,

ma una parte del capitale è stata restituita nel Febbraio del 2003, risulta

57

quest’ultimo il momento a partire dal quale inizia a decorrere la prescrizione .

Si tratta di una norma di cautela per poter avere una maggiore libertà di

movimento in quanto la vittima è più propensa a denunciare il reato nel

momento in cui non è più legata all’usurario.

Un tempo, un profilo legato a questa problematica, riguardava l’arresto

in flagranza (cioè mentre si riscuotevano gli interessi usurari). Un

provvedimento di un GIP genovese aveva negato la convalida di un arresto in

flagranza ad un soggetto che aveva effettuato prestiti usurari ed aveva richiesto i

libretti di pensione con la delega, per riscuotere quanto gli spettava trattenendolo

dalla pensione degli usurati. A seguito di una segnalazione, la polizia aveva

sorpreso il soggetto nell’ufficio postale con libretti di pensione e deleghe ed

aveva proceduto all’arresto in flagranza di reato. Il GIP non aveva però

convalidato l’arresto in quanto aveva accolto la tesi giurisprudenziale,

sostenendo che fosse il momento della pattuizione a segnare la commissione del

reato e che l’episodio, che aveva dato luogo all’arresto, risultasse, di

conseguenza, un posfatto.

Sembra perciò opportuno considerare l’usura un reato ad esecuzione

frazionata, come ha fatto nell’ottobre del 1998 la Cassazione cambiando

58

orientamento . Accogliendo questa interpretazione, si risolve anche il problema

del concorso di persone nel reato.

Può, infatti, accadere che i concorrenti intervengano solo al momento della

riscossione e non fin dal momento della pattuizione. Seguendo la tesi del GIP

genovese, che non aveva convalidato l’arresto in flagranza, i soggetti che

concorrono nella riscossione non commettono il reato, che si è, invece,

precedentemente consumato. Accogliendo la tesi più recente, anche soggetti

56 Cassazione Penale Sezione II, 07/05/1988, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.636.

57

In merito alla prescrizione del reato, si veda pag.117-118 di parte generale.

58

Cassazione Penale Sezione I, 22/10/1998, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.637.

74

Il reato di rapina

intervenuti nel solo momento della riscossione possono essere imputati come

concorrenti nel reato di usura, in quanto la fattispecie viene considerata ad

esecuzione frazionata (Caso di condotta frazionata, mentre nel caso di

truffa avevamo visto un caso di evento frazionato)

L’usura non risulta quindi un reato permanente, perché sono presenti singoli

episodi di riscossione, né un reato di evento, ma è, invece, una reato a condotta

frazionata. Si può perciò concorrere nel reato di usura anche solo intervenendo

nella fase della riscossione, in quanto si è partecipi di una condotta che fa capo a

tutti i soggetti coinvolti. Il momento consumativo del reato è, in ogni caso,

rappresentato dall’ultima corresponsione

In ultimo, deve essere ricordato che l’usura è un reato procedibile

d’ufficio la cui competenza spetta al tribunale collegiale.

RICETTAZIONE area di contiguità a un reato

Le forme di intervento post delictum per lungo tempo sono state parificate o,

comunque, trattate alla pari del concorso nel reato commesso da altri soggetti.

La figura del ricettatore, che interviene dopo la commissione di un furto

acquistando o ricevendo le cose di provenienza furtiva, veniva considerata, in

molti ordinamenti, una forma di partecipazione, seppure tardiva, all’attività

del ladro. Quindi, in passato, ben difficilmente, emergeva la distinzione tra

partecipazione ad un reato ed intervento posteriore al reato stesso, fonte

autonoma di responsabilità.

Attualmente, questa distinzione emerge con più chiarezza e risulta un dato

abbastanza assestato negli ordinamenti moderni, anche se, dando uno sguardo

panoramico ad altre forme di legislazione, non in tutti i casi la condotta del

ricettatore viene distinta da altre forme di intervento post delictum nel nostro

ordinamento inquadrabili, ad esempio, nel favoreggiamento (in particolare

favoreggiamento reale).

Da quanto finora affermato, si può evincere che il reato di ricettazione si

collega necessariamente ad un altro reato che funge da presupposto. La

norma, infatti, prevede che venga incriminato colui, che fuori dei casi di

concorso nel reato, interviene post delictum acquistando, ricevendo od

occultando denaro o cose provenienti da un precedente delitto.

ARTICOLO 648 CODICE PENALE –Ricettazione

[1] Fuori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sé o ad altri

un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da qualsiasi

delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è

75

Il reato di rapina

punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da euro 516 ad euro

10.329.

[2] La pena è della reclusione sino a sei anni (lo sbarramento nel minimo è 15

gg) e della multa sino ad euro 516, se il fatto è di particolare tenuità.

[3] Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l’autore del

delitto, da cui il denaro o le cose provengono, non è imputabile o non è

punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale

delitto.

In pratica, secondo il nostro legislatore, qualora un soggetto svolga, in accordo

con gli autori materiali di un reato, un ruolo successivo alla commissione del

reato stesso, in linea di principio, quando può essere considerato un concorrente,

viene punito in quanto tale. Si configura, invece, il reato di ricettazione quando

non sono ravvisabili gli estremi del concorso di persone nel reato. Se ad

esempio Tizio incarica una banda di ragazzini di andare a rubare un motorino,

che puntualmente eseguono l’ordine venendo pagati, non realizza una

59

ricettazione bensì concorre (nelle vesti di istigatore) nel reato commesso dai

ragazzini. 60

Come confermato dalla Cassazione in un suo recente intervento, il reato di

ricettazione rappresenta una tipica fattispecie di reato derivato, la cui

incriminazione ha il fine preminente di impedire che le cose di origine

delittuosa comportino per l’agente il conseguimento dell’utile che si era

prefissato, così da rendere inutilizzabile nelle mani del colpevole il prodotto del

suo reato. Per questo motivo il reato a monte deve essere commesso da un altro

soggetto che non sia già autore del delitto di ricettazione.

Premesso che in genere, anche se poi in realtà non è sempre così, la

ricettazione si collega a precedenti reati contro il patrimonio (normalmente

furto, rapina, estorsione), oppure a reati non collocabili contro il patrimonio,

ma che hanno una componente patrimoniale (peculato e corruzione), la logica

61

della clausola di riserva , a favore del concorso per il cosiddetto delitto

presupposto, oggi è forse meno comprensibile rispetto al disegno originario.

Infatti, nel codice del 1930, la posizione della ricettazione era realmente

subordinata rispetto ai tipici reati-presupposto. Nel disegno originario aveva una

logica precisa affermare che, finché era possibile, il soggetto intervenuto ex post

dovesse essere punito come concorrente in quanto il coinvolgimento a titolo di

concorso nel delitto presupposto lo sottoponeva ad una sanzione più grave

rispetto al mero inquadramento nel delitto di ricettazione. Nel disegno originario

del codice, il furto si presentava spesso come aggravato o pluriaggravato, con

livelli sanzionatori particolarmente elevati e con l’impossibilità di operare un

bilanciamento con le attenuanti (infatti, per un furto pluriaggravato si rischiava

59 Vedi in parte generale, le forme di concorso atipiche nel reato, pag.76-77 di parte generale.

60 Cassazione Penale Sezione II, 23/11/2000, n.12106.

61

Si tratta di una clausola di riserva espressa indeterminata, vedi pag.92-93 parte generale.

76

Il reato di rapina

un minimo di tre anni). La ricettazione, invece, nella sua dimensione originaria

era un reato non sbarrato nel minimo (in quanto era semplicemente prevista la

reclusione fino a sei anni) e quindi il ricettatore poteva, almeno teoricamente,

cavarsela con una pena non superiore a 15 giorni di reclusione. Da ciò si evince

chiaramente che se il soggetto non si era limitato a ricettare, ma aveva svolto un

ruolo di promozione del reato, era meglio, per l’ordinamento (non certo per il

reo), che venisse chiamato a rispondere di concorso nel furto per non fruire di

una sorta di sconto immeritato in quanto soggetto pienamente coinvolto se non

addirittura mandante del reato.

Attualmente, le condizioni si presentano in termini differenti in quanto il furto

non presenta più quel livello sanzionatorio previsto un tempo e nel

contempo la cornice edittale della ricettazione è cambiata (il primo comma

dell’articolo 648 prevede, infatti, la reclusione da 2 ad 8 anni, pena decisamente

superiore a quella comminata per il furto). Senz’altro il rapporto rimane

inalterato in relazione ai reati più gravi contro il patrimonio (rapina, estorsione),

ma nei confronti del furto, tipico reato presupposto, la situazione è

cambiata. In qualche misura, la clausola, ancor oggi esistente, ha perso una

parte della sua logicità perché quando il reato presupposto risulta un furto

paradossalmente potrebbe essere più conveniente comparire come

concorrente nel furto che non come ricettatore.

Quindi, se è vero che anche nella ricettazione è prevista la possibilità di scalare

ad una pena minore, in presenza di fatti di particolare tenuità, risulta anche vero

che se la cosa ricettata denota una consistenza patrimoniale, indubbiamente,

rispondere in base al primo comma del 648 comporta conseguenze più gravi

rispetto al normale concorso nel furto. La clausola di riserva, perciò, al momento

attuale, crea maggiori perplessità rispetto al disegno originario. In precedenza,

infatti, aveva una sua collocazione logica abbastanza inattaccabile in quanto

rappresentava il segnale in base al quale non si doveva punire il soggetto solo

per ricettazione, ma, in presenza degli estremi necessari, bisognava punirlo

come concorrente del reato. Adesso, a seconda del reato presupposto, può

diventare più o meno conveniente comparire come concorrente nel reato,

anziché come ricettatore.

Deve essere segnalato che la portata della norma, almeno in relazione al

delitto presupposto, risulta di notevole ampiezza. In giurisprudenza, si riscontra

un indirizzo, che si sta progressivamente consolidando, che prevede che i reati

produttivi di ciò che viene ricettato possano essere di qualunque genere, quindi

non necessariamente i reati che offendono il patrimonio. Un caso piuttosto

62

frequente , riguarda chi viene pescato con un’arma il cui numero di

matricola è stato cancellato (la cancellazione del numero di matricola

dall’arma costituisce già di per sé un reato, previsto dall’articolo 23 della legge

100 del 1975). Il soggetto pescato in una siffatta situazione si trova di fronte a

due alternative:

62 Cassazione Penale Sezione II, 08/04/1998, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.557.

77

Il reato di rapina

Può sostenere di avere cancellato il numero di matricola e risulterà

-

colpevole di clandestinizzazione, venendo sottoposto a sanzioni non irrilevanti.

Può sostenere che l’arma non è stata resa da lui clandestina, avendola

-

comprata o avendola ricevuta in regalo, esponendosi all’accusa di ricettazione.

In qualche caso era stato obiettato dalla difesa che non si poteva configurare

ricettazione quando il reato a monte, da cui proveniva la cosa delittuosa, non era

un reato contro il patrimonio, ma un reato in materia di armi, a tutela dell’ordine

pubblico preventivo sul piano della tutela della vita e dell’incolumità

63

individuale, come affermato da qualche rara pronuncia . Negli ultimi anni,

invece, è nettamente prevalso l’indirizzo omnicomprensivo, che si basa sul dato,

molto lineare, che il legislatore non deve ricorrere ad alcuna differenziazione.

Infatti, parlando di cose provenienti dal delitto, la norma non richiede che si

tratti di delitti appartenenti a particolari categorie, e meno che mai vincola

questa categoria di delitti al connotato dell’offensività del patrimonio in

64

pregiudizio di altre persone . Quindi, è ormai pacifico in giurisprudenza che si

possa rispondere di ricettazione (cosiddetta ricettazione di arma clandestina)

anche per il solo fatto di aver comprato sul mercato clandestino un’arma che,

pur se in origine risultava di provenienza lecita, è divenuta oggetto di un delitto

nel momento in cui ne è stato cancellato il numero di matricola ed è stata

venduta al mercato nero.

A) Problemi relativi alla procedibilità

La ricettazione è un reato procedibile d’ufficio e la competenza spetta al giudice

monocratico.

In giurisprudenza, un problema, ormai risolto dal legislatore, aveva riguardato

l’ipotesi in cui il delitto a monte della ricettazione fosse procedibile a

65

querela e la querela non fosse stata presentata . L’obiezione, più che da

giurista da uomo della strada, era che non si poteva punire il ricettatore quando

non era stato punito, per mancanza di querela, l’autore del reato a monte. Questo

tipo di obiezione era alquanto discutibile anche sul piano del buonsenso. Si

faccia l’esempio di una classica situazione in cui un reato è procedibile a querela

per le condizioni soggettive di chi l’ha compiuto, cioè l’esistenza di un certo

vincolo di parentela (che ai sensi dell’articolo 649 può rendere alcuni reati non

punibili) che in determinate situazioni determina il passaggio dalla procedibilità

d’ufficio alla procedibilità a querela. Esiste, infatti, una logica nel sostenere che

lo zio non denunci per furto il nipote che gli ha rubato qualche cosa, però non si

capisce perché questa logica debba avvantaggiare il ricettatore che ha comprato

dal nipote la cosa rubata allo zio.

63 Cassazione Penale Sezione I, 09/05/1992, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.560.

64

Cassazione Penale Sezione II, 23/10/2002, n.38809.

65

Cassazione Penale Sezione I, 02/06/1987, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol I, Cedam, Padova, 1999, pag.561.

78

Il reato di rapina

Il legislatore del 1993 reintervenendo sulla norma, ha chiarito definitivamente i

dubbi stabilendo, all’ultimo comma (comma 3), che anche se il reato a monte è

procedibile a querela si punisce la ricettazione a prescindere dalla sorte del

procedimento per il reato presupposto e non occorre che tale delitto presupposto

sia punito. Il reato presupposto potrebbe rimanere impunito per varie ragioni;

infatti, oltre all’improcedibilità per mancanza di querela, può verificarsi anche

l’impossibilità di instaurare un processo perché non si è scoperto l’autore del

66

reato, oppure perché il soggetto gode di una causa di esclusione della pena .

Insomma, una volta scoperto un ricettatore, non esiste motivo per non

punirlo a prescindere dalla sorte del reato presupposto, come previsto

dall’ultimo comma dell’articolo 648.

B) La condotta tipica

Per quanto riguarda il piano della condotta, il reato di ricettazione è descritto in

termini piuttosto ampi. Si parla di acquisto (comportamento tipico della

ricettazione in quanto il soggetto tende a retribuire l’autore del reato presupposto

che gli vende la cosa), anche se non rappresenta un dato indefettibile. Infatti,

anche nel caso in cui non si riesca a dimostrare che Tizio, avendo ricevuto il

veicolo rubato da Caio, lo ha pagato, è sufficiente che lo abbia semplicemente

ricevuto. Insomma, è sufficiente dimostrare che c’è stato un passaggio, anche

qualora non si riesca a dimostrare la compravendita.

Il legislatore si accontenta della generica condotta di occultamento, anche se

non riesce a dimostrare che Tizio ha ricevuto la cosa dall’autore del reato a

monte o da qualcuno a lui collegato (in questo caso si pone il problema del

rapporto con il favoreggiamento reale, che viene risolto sulla base dell’esistenza

o meno del fine di profitto per il soggetto che ha realizzato l’occultamento).

La consapevolezza dell’agente, in ordine alla provenienza delittuosa della cosa,

può desumersi da qualsiasi elemento di fatto e da qualsiasi indizio

giuridicamente apprezzabile, compreso il comportamento dell’imputato che

dimostri la certezza della conoscenza dell’origine illecita del bene, come è stato

67

correttamente evidenziato prima dal giudice di merito e poi dalla Cassazione in

un episodio in cui l’imputato alla guida di un motoveicolo si era dato alla fuga

alla vista di una pattuglia di polizia, non era stato in grado di dare spiegazione

plausibili circa la provenienza della cosa e non aveva a disposizione il certificato

di conformità del veicolo.

C) Attenuante del fatto di particolare tenuità

L’articolo 648, comma 2, prevede l’attenuante del fatto di particolare tenuità,

circostanza attenuante indipendente.

Per il riconoscimento della fattispecie attenuata il mero criterio economico del

valore della cosa ricettata non risulta esclusivo né decisivo in quanto il

66

In merito alle cause di esclusione della pena, si veda pag.124-125 di parte generale.

67 Cassazione Penale Sezione II, 23/11/2000, n.12104. 79

Il reato di rapina

legislatore ha utilizzato il termine fatto e non il termine cosa, a testimonianza

che la tenuità deve investire tutti gli elementi integrativi della fattispecie reato.

68

La Cassazione , in un episodio passato sotto la sua attenzione nel 2000, ha

confermato la lettura del giudice di merito che aveva negato il fatto di

particolare tenuità in una vicenda di ricettazione di prodotti contraffatti in virtù

della reiterazione della condotta, della gravità dei motivi a delinquere e della

gravità del pregiudizio economico arrecato alle case produttrici dei beni con

marchio contraffatto.

Proprio per il fatto che la tenuità deve investire tutti gli elementi

integrativi della fattispecie reato, l’ipotesi attenuata di ricettazione si distingue

dalla circostanza attenuante prevista dall’articolo 62 n.4 (aver cagionato un

danno di particolare tenuità) per cui, invece, occorre avere riguardo al valore

69

intrinseco della cosa prescindendo dalle altre componenti del fatto .

D) Differenze tra ricettazione ed acquisto di cose di sospetta provenienza, ex

articolo 712

Le condotte che rientrano nella ricettazione si contraddistinguono per la loro

notevole ampiezza e risultano sorrette da un dolo che si presenta:

come dolo specifico sotto il profilo del fine di profitto

1) come dolo generico in relazione alla consapevolezza della provenienza

2)

delittuosa.

Questa considerazione è necessaria per chiarire i rapporti tra ricettazione ed

incauto acquisto (contravvenzione prevista dall’articolo 712), ipotesi in cui si

resta al di fuori del dolo.

Per un certo periodo, l’esistenza dell’articolo 712 aveva indotto all’equivoco

(riconosciuto anche dalla stessa giurisprudenza) che, nelle ipotesi in cui:

non vi fosse la certezza della provenienza delittuosa (nel qual caso vi

1)

è dolo e si risponde per ricettazione)

ma in cui fosse possibile che il soggetto avesse avuto il dubbio su tale

2)

provenienza delittuosa

68

Cassazione Penale Sezione II, 23/11/2000, n.12102.

69

Cassazione Penale Sezione VI, 05/08/2000, n.8846. 80

Il reato di rapina

per evidente comodità, non avesse chiarito questo dubbio facendo i

3)

dovuti accertamenti (agendo perciò con dolo eventuale, accettando il rischio di

comprare o ricevere cose di provenienza delittuosa),

ALLORA

non fosse presente il dolo sufficiente per configurare il reato di ricettazione

e che si dovesse perciò ripiegare sulla contestazione della semplice

contravvenzione prevista dall’articolo 712.

In altre parole si diceva che non era configurabile il delitto di

ricettazione in presenza di dolo eventuale

ARTICOLO 712 CODICE PENALE – Acquisto di cose di sospetta

 

provenienza la rubrica è molto ambigua: sembrerebbe perseguire chi

sospetta ma acquista ugualmente

[1] Chiunque, senza avere prima accertata la legittima provenienza, acquista o

riceve a qualsiasi titolo cose, che per la loro qualità o per la condizione di chi

le offre o per l’entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano

da un reato, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda non

inferiore a lire 20.000

[2] Alla stessa pena soggiace chi si adopera per fare acquistare o ricevere a

qualsiasi titolo alcuna delle cose suindicate, senza averne prima accertata la

legittima provenienza.

La rubrica del 712 (acquisto di cose di sospetta provenienza), in effetti, potrebbe

trarre in inganno in quanto con una lettura un po’ approssimativa si potrebbe

ritenere che il legislatore abbia voluto esplicitamente ritagliare uno spazio per

quelle situazioni in cui vi sia un sospetto circa la provenienza delittuosa,

confinandole nell’ipotesi dell’articolo 712. Di conseguenza, seguendo questa

logica, si poteva concludere che, in base a ragioni sistematiche, nella

ricettazione era necessario il dolo diretto circa la provenienza delittuosa del

bene ricettato, mentre, qualora il dolo diretto non potesse essere dimostrato,

dovevano essere applicate le sanzioni più lievi previste dall’articolo 712. Se però

si esamina il contenuto della norma ci si accorge facilmente che non si fa

riferimento a condotte sorrette da un dubbio circa la provenienza delittuosa

del bene, ma si parla dell’acquisto di cose che, sulla base di una serie di indici

oggettivi (prezzo, qualità dell’offerente, presenza di particolari segni sulla cosa)

avrebbero dovuto indurre al sospetto circa la loro provenienza.

Non si tratta di una differenza semplicemente linguistica, ma di una differenza

sostanziale. L’articolo 712 non parla di un concreto sospetto nutrito dal

soggetto agente, ma rimprovera all’agente di non essersi fatto venire il

sospetto in presenza di elementi significativi in tal senso. Questa situazione può

essere definita come sospettabilità oggettiva della provenienza delittuosa di

un bene. 81

Il reato di rapina

Se ne deduce che se la persona ha sospettato e nonostante ciò ha effettuato

l’acquisto, ha commesso una ricettazione con dolo eventuale; se fosse stato

sicuro della provenienza delittuosa sarebbe allora dolo diretto

In definitiva, si applica l’articolo 712 se un soggetto, in presenza di una

situazione in cui avrebbe dovuto sospettare della provenienza delittuosa di un

bene, non lo ha fatto per faciloneria, semplicismo, trascuratezza.

La situazione in cui, invece, un soggetto ha concretamente sospettato della

provenienza delittuosa non è compresa nella norma e non esiste motivo per

escluderla dall’ambito di applicazione della norma sulla ricettazione.

Casistica - Per definire meglio la situazione è necessario richiamare

alcuni esempi:

- Se, ad esempio, Tizio si reca in un negozio di elettrodomestici, dove gli viene

proposto l’acquisto a prezzo stracciato di un televisore, che però gli viene

presentato in maniera strana (ossia nel retrobottega, senza esibire i documenti di

accompagnamento), dovrebbe sospettare che c’è qualcosa che non va, ma

potrebbe anche ritenere che si tratti di una situazione contingente. Tizio,

acquistando la cosa, certamente realizza un comportamento negligente, però

affermare che debba porsi il preciso sospetto della provenienza delittuosa del

televisore probabilmente in un caso del genere appare come un’affermazione

poco giustificata. Quindi Tizio risponde ai sensi dell’articolo 712.

- Sarebbe differente il caso in cui Tizio comprasse per strada, da un soggetto

che lo ha abbordato in un bar, una partita di orologi, senza nessuna

documentazione e ad un prezzo molto lontano dalla normale quotazione di

mercato. In questo caso, sono presenti indizi (prezzo, qualità dell’offerente,

condizioni in cui l’oggetto viene offerto) troppo convergenti per escludere sul

piano dell’accertamento, che non si possa sospettare della provenienza delittuosa

degli orologi. Tizio, in siffatta situazione, agisce quantomeno con dolo eventuale

di ricettazione e quindi è imputabile per ricettazione, a differenza della

situazione precedente, invece, in cui pur nella sua negligenza, risponde solo

della contravvenzione prevista dall’articolo 712.

- Se il vicino di casa offre a Tizio, ad un prezzo un po’ lontano dal prezzo di

mercato, un vaso di un certo valore, sostenendo che se lo vendesse a negozianti

ricaverebbe molto poco e volendo ottenere qualcosa di più preferirebbe venderlo

a lui, non esiste motivo di sospettare.

Se Tizio compra un quadro di un notissimo autore del seicento, ma non da

-

una galleria d’arte, che in genere si pone come intermediaria in queste

operazioni, la qualità dell’offerente, il fatto che si offra un quadro fuori dai

canali ordinari, usando una serie di manovre circospette per la consegna del

quadro ed il ritiro dei soldi, risultano indizi idonei a far legittimamente

sospettare della illiceità a monte del possesso dell’oggetto. Infatti, in una

situazione del genere non ci si dovrebbe stupire se si scoprisse in seguito che il

quadro era stato rubato. Il soggetto che ha acquistato il quadro commette una

condotta tipica di ricettazione in quanto ha accettato il rischio sperando di non

essere scoperto. 82

Il reato di rapina

- Se Caio vende a Tizio un servizio di piatti con apposti timbri appartenenti ad

un albergo, qualora non fornisca una spiegazione plausibile sul come ne sia

venuto in possesso, sicuramente si deve sospettare della loro provenienza (si

risponde di ricettazione).

Lo stesso discorso è valido nel caso di vendita di un autoveicolo i cui

-

documenti di accompagnamento presentino strane abrasioni, cancellazioni,

annotazioni non eseguite con le formalità tipiche. In questo caso non ci si deve

stupire se il veicolo risulti in seguito di provenienza delittuosa (si risponde di

ricettazione).

Recentemente si sono espresse le Sezioni Unite della Cassazione con la

sentenza 12433 del 26/11/2009.

Le Sezioni Unite hanno affermato che la ricettazione può essere sorretta anche

da un dolo eventuale, precisando che esso non può desumersi da semplici

motivi di sospetto e non può consistere in un mero sospetto, configurandosi in

termini di rappresentazione da parte dell’agente della concreta possibilità

della provenienza della cosa da delitto.

Il dolo eventuale non può essere ravvisato da un semplice motivo di sospetto ma è

necessaria una situazione fattuale tale che, dal punto di vista soggettivo, renda

pressoché inequivocabile la provenienza illecita del bene acquistato.

Nella sentenza n. 12433/2010 delle sezioni Unite penali, i giudici intervengono su

entrambi gli orientamenti presenti in Cassazione rispetto alla valutazione e

all'applicazione dell'articolo 712 del Codice penale, individuando una soluzione

alternativa per cui sono i «motivi di sospetto tipizzati, e non il sospetto, che

caratterizzano l'incauto acquisto». «È necessaria - chiariscono i giudici - una

situazione fattuale di significato inequivoco, che impone all'agente una scelta

consapevole tra l'agire, accettando l'eventualità di commettere una ricettazione, e il

non agire.

Tra l’altro si legge : Nel reato di ricettazione, perché possa ravvisarsi il dolo

eventuale si richiede più di un semplice motivo di sospetto, rispetto al quale l'agente

potrebbe avere un atteggiamento psicologico di disattenzione, di noncuranza o di

mero disinteresse: è necessaria una situazione fattuale di significato inequivoco,

che imponga all'agente una scelta consapevole tra l'agire, accettando l'eventualità di

commettere una ricettazione, e il non agire. Il dolo eventuale in altre parole sussiste

allorché l'agente, rappresentandosi l'eventualità della provenienza delittuosa della

cosa, non avrebbe agito diversamente anche se di tale provenienza avesse avuto la

certezza. 83

Il reato di rapina

RICICLAGGIO

La posizione centrale, pressoché inattaccabile della ricettazione nel colpire

comportamenti collocabili dopo il compimento di reati pregressi, è stata messa

in discussione dall’evoluzione subita dal reato di riciclaggio.

ARTICOLO 648 BIS CODICE PENALE – Riciclaggio (ex legge 128

del 1993)

[1] Fuori dei casi di concorso nel reato (clausola di sussidiarietà) , chiunque

sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non

colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da

ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la

reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 1032 ad euro 15493.

[2] La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività

professionale.

[3] La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da

delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a

cinque anni.

[4] Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648.

La fattispecie del 648 bis sconta, in virtù del suo nomen iuris, un difetto di

origine in quanto riceve la sua denominazione più dal linguaggio giornalistico e

dalla sociologia del diritto che dal terreno strettamente normativo. Il concetto di

riciclaggio, infatti, evoca l’idea di qualcosa che non può viaggiare con un certo

volto e perciò deve essere trasformato in qualcosa di diverso.

A) Prima fase

La fattispecie è stata introdotta nel sistema solo nel 1978 (attraverso il testo del

decreto legge 59 del 1978, convertito poi nella legge 191 del 1978) e, in origine,

ha avuto un ambito di applicazione decisamente limitato. La disposizione si

collocava in un’ottica di repressione di fenomeni di supporto a categorie ben

delimitate di reati, anzi, a dire il vero, ancora da delimitare, al di là di quelle che

erano le indicazioni del legislatore dell’epoca. Il legislatore del 1978, infatti,

parlava di “comportamenti diretti a sostituire denaro o beni o valori provenienti

dal sequestro estorsivo, dalla rapina aggravata e dall’estorsione aggravata”.

ARTICOLO 648 BIS CODICE PENALE – Riciclaggio (testo originario)

[1] Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque compie fatti o atti diretti a

sostituire denaro o valori provenienti dai delitti di rapina aggravata, di

estorsione aggravata, o di sequestro di persona a scopo di estorsione, con altro

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Docente: Pisa Paolo
Università: Genova - Unige
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Pisa Paolo.

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