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non può applicarsi all’omicidio commesso da straniero su straniero all’estero a meno che il reo non si trovi sul territorio

dello stato e sempre che non venga concessa l’estradizione dello straniero allo stato estero che ne abbia fatto richiesta.

Il criterio oggettivo stabilito con il collegamento con il territorio dello stato ha quindi una doppia valenza: la legge penale

italiana si applica a coloro che, italiani, stranieri o apolidi residenti, commettono l’omicidio sul territorio dello stato anche

se successivamente si trovano all’estero e a tutti coloro che, cittadini o stranieri, commettono l’omicidio all’estero ma

successivamente si trovano (per scelta o per estradizione) nel territorio dello stato. Il nostro lettore torna quindi a

riflettere sul termine chiunque e si rende conto che l’omicidio è un reato comune e non un reato proprio, che è quello che

può essere commesso solo da un soggetto qualificato (cittadino, testimone o pubblico ufficiale, ecc) e anzi che anche

l’essere non appartenente al genere umano (alieno o animale intelligente) può essere punito per omicidio. Infatti

l’indeterminatezza del termine chiunque consente questa interpretazione che è invece impossibile (stante il divieto di

analogia) per la vittima che, dato l’uso del termine uomo, deve essere appartenente al genere umano. La specificità

dell’omicidio consiste quindi nel fatto descritto come condotta omicida e quindi causale (cagiona) rispetto alla morte di

un uomo. A questo punto il nostro lettore comincia a chiedersi come debba intendersi l’enunciato “cagionare la morte di

un uomo”. Il nostro lettore sa benissimo che accertare la causalità significa affermare la connessione necessaria tra

due fenomeni, oggettivamente percepibili e dimostrare la necessità di tale connessione tramite argomentazioni

scientificamente corrette. La causalità infatti non permette e non tollera indeterminatezza e quindi affermare che un

fenomeno è conseguenza di un altro equivale ad accertare che solo questo (e non un diverso fenomeno) è causa

determinante dell’evento. Il nostro lettore però sa anche che l’art. 575 descrive la condotta che cagiona la morte e

quindi una condotta causale e che quindi va accertato il significato del termine causalità in senso normativo. Occorre

quindi ricorrere all’art. 40 cp in base al quale l’evento morte può essere ritenuto conseguente (e quindi causato) sia da

una azione che da una omissione in quanto tale art. precisa che “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di

impedire, equivale a cagionarlo. Il nostro lettore quindi si rende conto che il termine cagiona nell’art. 575 deve essere

inteso tanto nel significato di cagionare attivamente che nel significato di non impedire l’evento morte e che quindi la

previsione dell’art. 575 risulta raddoppiato perché riguarda sia il reato di azione che di omissione. Una breve analisi

sistematica permette al nostro lettore che tale possibilità di raddoppio della previsione non è tipica del solo art. 575 in

quanto si applica anche ad altre previsioni (art. 578 che prevede l’infanticidio “la madre che cagiona la morte del proprio

neonato”, art. 584 omicidio preterintenzionale “chiunque con atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581

e 582 cagiona la morte …) e che quindi anche tali fattispecie prevedono sia la realizzazione attraverso una azione che

attraverso una omissione. Il nostro lettore quindi riflette sul fatto che la legge penale vigente non fa differenza se

l’agente abbia cagionato la morte con una condotta positiva o con una omissione e che questo dipende dal fatto che se

la morte di un uomo è l’evento che non deve essere provocato è indifferente la forma della condotta in quanto ciò che è

rilevante è l’efficienza causale della condotta stessa. La soluzione del problema della causalità riguardo all’omicidio

comporta quindi l’accertamento che il collegamento tra condotta e uccisione è tale da dimostrare con certezza che

l’evento morte è conseguenza di una condotta omicida. La fattispecie prevista dall’art. 575 e cioè il fatto previsto dalla

legge come omicidio consiste in una condotta causale dell’uccisione e ciò anche in funzione garantista in quanto il

codice di procedura penale stabilisce che il giudice deve pronunciare la sentenza di condanna solo quando l’imputato

risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio. Ovviamente ciò si ripercuote anche

sull’accertamento della causalità che deve essere raggiunto per mezzo di un ragionamento ineccepibile anche sul piano

scientifico e corroborato da un livello di probabilità vicino alla certezza. Il nostro lettore ha quindi stabilito che

l’accertamento della causalità è fondamentale per la funzione di garanzia e di determinatezza necessaria soprattutto per

una previsione come quella dell’art. 575 la cui sanziona comporta una riduzione della libertà individuale. Il dubbio che

ora si pone è il seguente: si pone un problema di causalità qualora un giovane, innamorato follemente di una fanciulla, le

abbia detto “ se non mi ami mi uccido” e alla sua risposta negativa si sia tolto la vita. A tale proposito occorre ricordare

che se anche ai sensi dell’art. 40 anche una omissione può essere considerata causale a condizione che il compimento

dell’azione omessa avrebbe impedito il verificarsi dell’evento. In altre parole si può considerare causale l’omizzione

quando sostituendo ad essa l’azione che non è stata compiuta l’evento prodotto non avrebbe potuto verificarsi. Occorre

però anche considerare che l’art. 40 riguarda il mancato compimento di una azione che si aveva l’obbligo giuridico di

compiere e invece in questo caso la fanciulla che si nega all’innamorato non può averne cagionato la morte per

omissione dato che non esiste un obbligo giuridico ad accettare. Occorre poi considerare un altro punto: anche

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prescindendo dal’assenza di un obbligo giuridico sarebbe giusto considerare omicida la condotta della fanciulla visto che

si è di fronte ad una azione suicida del giovane? La risposta deve essere trovata nella legge e quindi nella lettura

congiunta dell’art. 575 e dell’art. 580 (istigazione al suicidio) dato che il suicidio e il tentato suicidio non sono previsti

dalla legge italiana come reati. In primo luogo si deve escludere che il comportamento negativo della fanciulla possa

configurare omicidio in quanto la morte risulta causata esclusivamente dalla stessa vittima e in secondo luogo si deve

escludere che possa rientrare anche nella previsione dell’art. 580. Infatti il comportamento della fanciulla ricade in una

zona libera da obblighi giuridici in quanto è atto di esercizio della libertà sessuale che la stessa costituzione riconosce e

garantisce e in secondo luogo il suicidio si presenta primo come mezzo di ricatto per limitare l’altrui libertà sessuale poi

come azione pienamente e liberamente autonoma di cui pertanto nessuno può essere ritenuto responsabile.

CAPITOLO IV – IL SIGNIFICATO DEL TERMINE MORTE . USO COMUNE E USO TECNICO GIURIDICO DEL

TERMINE - Il nostro lettore Melchiorre ha potuto fin qui constatare che anche una norma apparentemente di facile

comprensibilità come l’art. 575 porta invece una serie di questioni circa il significato dei termini e il loro uso specifico in

un contesto giuridico. A questo punto il nostro lettore comincia ad interrogarsi anche sul termine morte e sul significato

che ad essa deve essere dato in un contesto giuridico e soprattutto se sia ammissibile utilizzare un concetto naturalistico

di morte, intesa come cessazione della vita o se si debba far ricorso ad un concetto normativo di essa. Il nostro lettore

si pone il seguente problema: se Tizio procura a Caio volontariamente lesioni tali che la sua vita deve essere sostenuta

artificialmente ne ha cagionato la morte ai sensi dell’art. 575? E se Sempronio stacca la macchina che sostiene

artificialmente in vita Caio ne cagiona la morte? Melchiorre ritiene in proposito che fin che Caio può essere mantenuto in

vita anche se artificialmente Tizio non dovrebbe rispondere di omicidio ma solo di tentato omicidio e che Sempronio può

essere invece ritenuto responsabile di omicidio in quanto ha cagionato la morte di Caio anche se la sua vita era

artificiale ma si rende conto che la spiegazione del concetto di morte deve essere trovata sul piano normativo. A tale

proposito la legge 644 del 1975 che ha disciplinato il prelievo degli organi dal cadavere ha dato un concetto normativo di

morte che si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo e quindi con la morte cerebrale. Agli

effetti di legge dunque viene dato un concetto uniforme di morte che deve consistere nella cessazione dell’attività

cerebrale dell’individuo e pertanto sarà ritenuto responsabile di omicidio chi abbia cagionato la cessazione di tutte le

attività dell’encefalo di un altro uomo. Il fatto che la legge offra un concetto normativo di morte uniforme e preciso rende

impossibile sostituire tale concetto con un concetto naturalistico come ad esempio la mancanza di attività respiratoria o

l’arresto del battito cardiaco. Tale definizione normativa di morte diviene quindi il limite naturale di applicabilità dell’art.

575 per cui non si può cagionare la morte che si è già verificata. Dopo aver definito il concetto normativo di morte

dobbiamo ora soffermarci sul momento della verificazione dell’evento e sul significato giuridico da attribuire ad esso.

Potremmo svolgere tale riflessione considerando l’evento come accadimento naturalisitico e quindi come produzione di

un cambiamento nella realtà che possa essere percepito con i sensi. L’ordinamento giuridico però considera l’evento

come violazione di una norma e quindi qualunque violazione di una norma può essere considerata come evento

costitutivo dell’illecito. In tal modo l’evento diventa un concetto giuridico che si identifica nell’offesa all’oggetto della tutela

prestata dalla norma e cioè al bene che la norma protegge che può essere definito come bene giuridico. Considerando

l’evento giuridico come offesa al bene giuridico si possono spiegare anche quelle fattispecie legali dove l’evento in

senso naturalistico manca del tutto in quanto la conseguenza della condotta umana in questi casi non è materialmente

percepibile ma soltanto giuridicamente valutabile (es. reati di ingiuria). Applicando tale concezione giuridica dell’evento

all’art. 575 se ne deduce che se la norma punisce l’omicidio essa ha come oggetto di tutela la vita umana che è dunque

il bene giuridico tutelato dalla norma. E’ evidente che la vita umana è già di sé un bene socialmente rilevante ma per

essere oggetto di tutela giuridica deve anche essere irrinunciabile. Infatti non tutti i beni socialmente rilevanti sono

oggetto di tutela penale e quindi la tutela accordata è frutto di una scelta da parte del legislatore il quale non tutela tutti i

beni. Il diritto penale ha infatti la caratteristica della frammentarietà in quanto non può essere totalitario perché in questo

caso il cumulo di obblighi e divieti penalmente sanzionabili diventerebbero oppressivi per l’individuo. Applicando tali

nozioni all’omicidio è evidente e fuori discussione l’irrinunciabilità alla tutela della vita dato il ruolo fondante che essa

svolge anche nei confronti degli altri beni giuridici. Tornando all’omicidio esistono diverse fattispecie legali (art. 575,

579, 584 e 589) che contemplano l’offesa allo stesso bene giuridico, la vita, dando però luogo a diverse valutazioni

giuridiche. In questi casi l’evento naturalistico (morte) rimane uguale e così anche l’evento giuridico (offesa allo stesso

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bene giuridico, la vita umana) ma la valutazione da parte dell’ordinamento è diversa a seconda delle modalità con cui

esso è realizzato. L’art. 575 punisce l’omicidio doloso e quindi descrive una condotta volontariamente diretta a produrre

l’evento morte che si realizza come conseguenza voluta della condotta causale dell’autore. Il dolo richiesto per la

punibilità è il cosiddetto dolo generico in quanto la fattispecie dell’art. 575 può essere punita sia a titolo di dolo

intenzionale che di dolo eventuale. La pena prevista è la reclusione non inferiore ad anni 21. L’art. 584 punisce invece

l’omicidio preterintenzionale che descrive una condotta volontariamente diretta a percuotere o ferire qualcuno dalla

quale deriva, come conseguenza non voluta dall’autore, la morte del soggetto. In questo caso la pena pur ancora

elevata (da un minimo di 10 ad un massimo di 18 anni) è inferiore a quella prevista per l’omicidio doloso in quanto la

morte cagionata dalla condotta causale dell’autore non è una conseguenza voluta in quanto l’autore voleva solo

percuotere o ferire la persona che invece muore. L’art. 589 punisce invece l’omicidio colposo che descrive una condotta

caratterizzata dall’inosservanza di cautele doverose per l’altrui incolumità dalla quale deriva come conseguenza non

voluta la morte di una persona. La pena prevista è di molto inferiore rispetto alle altre previsioni (da un minimo di sei

mesi ad un massimo di cinque anni). Ciò si spiega con il fatto che seppure omicidio colposo e preterintezionale abbiano

in comune il fatto che la morte della vittima sia conseguenza non voluta, nell’omicidio preterintenzionale, a differenza di

quello colposo, la condotta iniziale era volontariamente diretta a percuotere o ferire e quindi a ledere l’altrui incolumità

mentre nell’omicidio colposo il fatto lesivo avviene interamente contro la volontà dell’autore. L’art. 579 invece punisce

l’omicidio del consenziente e quindi una condotta volontariamente diretta a produrre la morte di un uomo che a sua volta

vuole essere ucciso. La pena prevista in questo caso pur restando elevata (dai sei ai quindici anni) è inferiore a quella

prevista per omicidio volontario e preterintenzionale e la spiegazione sta nel fatto che questo omicidio non sarebbe

punibile se la legge permettesse di disporre della propria vita perché in questo caso l’ipotesi rientrerebbe nell’ambito

della scriminante del consenso dell’avente diritto (art. 50 cp). Pertanto se la legge non consente ciò considerando la vita

come oggetto di un diritto indisponibile non si può trascurare il fatto che la conseguenza della condotta omicida è voluta

anche dalla vittima e che quindi il fatto costitutivo dell’omicidio del consenziente (che è pure anch’esso omicidio doloso)

è caratterizzato dall’esistenza del consenso e quindi dalla convergenza della volontà sia dell’omicida che della vittima

sull’evento morte. L’analisi sopra effettuata ha dimostrato che mentre l’evento naturalistico deve essere individuato nella

morte inteso come perdita irreversibile delle funzioni cerebrali l’oggetto della tutela penale è la vita umana. Si potrebbe

ipotizzare invece che la vita umana come oggetto della tutela penale un diritto individuale ad essere lasciato in vita. Tale

ipotesi però sarebbe coerente con la previsione dell’art. 575 ma non con quella dell’art. 579 che descrive una fattispecie

dove è presente il consenso della vittima che significa appunto che essa intende appunto rinunciare al proprio diritto ad

essere lasciata in vita consentendo la propria uccisione. E’ vero anche che a proposito dell’essere lasciati in vita si

potrebbe ipotizzare nello stesso tempo un diritto-dovere, ossia un diritto a vivere al quale fa riscontro un dovere di

vivere. Tale ipotesi sarebbe avvalorata dall’art. 32 cost. che tutela la salute (e quindi la vita) come fondamentale diritto

dell’uomo ma anche come interesse della collettività. Sotto tale aspetto potrebbero essere spiegate sia l’art. 575 che

l’art. 579. Nella prima norma infatti sarebbe privilegiato il diritto alla vita come diritto all’essere lasciati in vita nella

seconda l’aspetto del dovere correlato agli obblighi di solidarietà sociale e alla posizione funzionale dell’individuo nella

società. Però anche tale soluzione non è del tutto convincente in quanto se esistesse effettivamente un dovere giuridico

di vivere dovrebbe essere punito anche il suicidio e il tentato suicidio che invece non sono previsti dalla legge vigente

come reati e quindi è necessario ritornare al concetto generico del bene protetto, la vita umana, e non il diritto alla vita

perché esso è coerente con tutte le norme previste per la sua tutela.

’ CAPITOLO V – La materialità del fatto di cagionare la morte di un uomo - Abbiamo visto come le varie fattispecie legali

dei delitti contro la vita descrivano un unico fatto, quello di cagionare la morte e un unico evento materiale consistente

nella cessazione irreversibili delle funzioni cerebrali. Abbiamo anche visto come tali fattispecie vengano valutate dalla

legge in modo diverso a seconda dell’atteggiamento psicologico dell’autore del fatto e quindi come la diversità delle

varie norme incriminatrici dipenda dalla combinazione dell’elemento oggettivo dell’illecito con un diverso elemento

soggettivo. Ne consegue che il fatto e quindi l’esatta individuazione del bene giuridico tutelato non sia sufficiente per

determinare la fattispecie di riferimento e quindi per ottenere ciò occorre corredare il fatto di un ulteriore elemento

descrittivo, rappresentato dal dolo o dalla colpa. Ovviamente occorre effettuare una doppia valutazione, una a livello

descrittivo al fine di individuare il dolo o la colpa e l’altra a livello ascrittivo ai fini della valutazione della responsabilità e

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quindi relativamente alla imputabilità e alla colpevolezza. Ai fini della valutazione del fatto quindi occorre prima

considerare se esso si presenta come fatto volontario o involontario prima di ascrivere il fatto stesso al suo autore, e

quest’ultimo è un problema che investe e coinvolge la normalità della volontà dell’autore stesso. A questo punto però

occorre ampliare ulteriormente il discorso in quanto ai fini della considerazione del fatto come reato occorre non solo

valutare la conformità del fatto ad una norma incriminatrice ma anche la non conformità del fatto stesso ad una norma

legittimante. Possiamo prendere ad esempio l’art. 52 che prescrive che il cagionare la morte non costituisce reato e non

è punibile se avviene nella situazione di legittima difesa descritta dall’articolo stesso. In questo caso il fatto di aver

cagionato la morte di un uomo si inserisce in una situazione di fatto più ampia denominata dall’art. 52 come legittima

difesa e in questo caso è solo quest’ultima la norma applicabile. Al contrario la norma incriminante è applicabile solo e

soltanto se la situazione descritta come legittima difesa non è presente in quanto in questo caso sussisterebbe solo il

fatto descritto dalla norma incriminatrice. In altre parole il fatto descritto dall’art. 52 come non punibile è costituito da un

fatto previsto da una norma incriminatrice come reato e da un altro fatto la cui presenza impone di affermare che

cagionare la morte di un uomo (nell’esempio dell’omicidio) non è un fatto che costituisce omicidio. Al contrario

cagionare la morte di un uomo è fatto tipico di omicidio in assenza del fatto descritto come legittima difesa dall’art. 52.

Secondo alcuni le norme legittimanti potrebbero essere considerate come contro-precetti che negano, relativamente alle

situazioni di fatto descritte dalle singole norme, la validità di altre norme penali escludendone l’applicabilità. Tale tesi ha

il pregio di chiarire la connessione esistente tra reato e conseguenze giuridiche nel senso che la norma prevista dal

contro precetto non inibisce il dover essere della pena ma inibisce, in una fase precedente, il dover essere del reato. (es.

la norma dell’art 52 non significa “hai commesso un omicidio ma non ti punisco”ma invece “non hai commesso un

omicidio” perché il fatto considerato nella sua totalità non costituisce reato) Tuttavia la tesi non è accettabile in quanto il

contro precetto deve intendersi come un contro comando. Il contro precetto di “non uccidere” è “uccidi” ma questo contro

precetto non è rintracciabile nella norma relativa alla legittima difesa, la quale si limita ad escludere che il fatto di aver

cagionato la morte di un uomo possa configurare omicidio qualora sia stato determinato dalla necessità di difesa. In

nessun modo però l’esclusione del reato può essere interpretata come prescrizione (comando) ad uccidere. Del resto è

anche chiaro che le norme legittimanti non sono norme deontiche (ossia non prescrivono un dovere di comportamento)

ma sono norme anankastiche (dal greco :necessità) in quanto si fondano sulla necessità dal momento che ad esempio

se ci si vuole difendere si deve reagire. Tali norme infatti si fondano sull’esercizio di una facoltà legittima in quanto chi

agisce nelle condizioni previste da esse si trova in una specie di zona franca. Dobbiamo comunque sottolineare come

l’individuazione dell’elemento oggettivo dell’illecito non investe solo la valutazione degli elementi che ci devono essere

affinchè il fatto corrisponda a quello descritto in astratto dalla norma incriminatrice ma anche quella degli elementi

negativi che non ci devono essere affinchè il fatto non corrisponda ad una previsione di una norma legittimante.

Secondo tale concezione (bipartizione del reato) distinguiamo gli elementi positivi che formano la materia dell’illecito

dagli elementi negativi che formano la materia della scriminante, dove la presenza dei secondi esclude la rilevanza dei

primi. Ne consegue che il fatto tipico è un fatto oggettivamente illecito perché non presenta gli elementi previsti dalle

norme legittimanti ma ne consegue anche che l’elemento dell’antigiuridicità perde autonomia e la triade costitutiva del

reato (fatto, antigiuridicità, colpevolezza) si riduce ad un binomio (illecito oggettivo e colpevolezza). La concezione

bipartita trova riscontri nel codice vigente. Infatti l’art. 59 descrive le scriminanti come circostanze che escludono la pena

e quindi le considera come elementi che si aggiungono al fatto costitutivo di reato come avviene per le circostanze

aggravanti ed attenuanti. Lo stesso articolo inoltre sancisce la rilevanza oggettiva delle scriminanti e quindi al livello

dell’accertamento del fatto materiale di reato. Inoltre lo stesso articolo considera come errore sul fatto l’errore sulle

circostanze che escludono la pena (nello stesso modo di quello che fa l’art. 47 sull’errore sul fatto costituente reato)., per

cui chi commette omicidio ritenendo per errore di trovarsi in legittima difesa (mentre l’aggressione è simulata per

scherzo) non risponde di omicidio volontario ma solo di omicidio colposo, nel caso in cui l’errore fosse evitabile e quindi

colpevole. Pertanto tanto l’errore sul fatto che l’errore sulle circostanze che escludono la pena comportano una

rappresentazione del fatto diversa da quella reale, e in entrambi casi tale falsa rappresentazione vizia la volontà

dell’agente con la conseguenza che il dolo deve essere escluso ma non la colpa se l’erronea rappresentazione della

realtà non è scusabile. La concezione bipartita del reato viene sottoposta a critica di contradditorietà in quanto essa

presupporrebbe la sussistenza del fatto in senso stretto ma ne negherebbe la illiceità e quindi la antigiuridicità, e ciò

dimostrerebbe l’autonomia di quest’ultimo elemento rispetto agli altri elementi costitutivi del reato. Tuttavia anche la tesi

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basata sulla tripartizione del reato cade in contraddizione in quanto per isolare l’elemento dell’antigiuridicità deve

sostenere che la stessa identica vicenda costituisca il fatto di reato e la scriminante mentre in realtà la stessa identica

vicenda non è prevista da ambedue le norme in quanto la norma incriminatrice prevede solo il fatto di reato e la norma

scriminante prevede una diversa vicenda che si aggiunge alla prima e ne produce la liceità. In conclusione non si può

evitare di considerare che il codice vigente descrive le circostanze scriminanti come fatti, fatti di cui si deve accertare la

presenza o l’assenza nel singolo caso concreto per cui a nostro avviso il difetto della teoria della tripartizione trascura di

considerare l’elemento descrittivo della norma scriminante (ossia la descrizione del fatto che scrimina un altro fatto) per

accentrare il suo interesse solo sull’elemento valutativo della norma stessa, in base al quale si trasforma in fatto lecito

un fatto previsto come reato. Se con tale valutazione si esprime esattamente la funzione delle norme scriminanti non si

può trascurare il lato descrittivo e cioè il fatto che le norme scriminanti descrivano a loro volta fatti, fatti in base ai quali è

esclusa la rilevanza penale di altri fatti. Pertanto se il principio di legalità significa che deve esistere una certezza

sull’incriminazione e sulla relativa pena allora tale esigenza di certezza deve essere soddisfatta sia per il fatto

incriminato che per il fatto scriminante e quindi il fatto scriminante (in base al quale non si punisce) deve essere ben

determinato. Ne consegue una necessità ben più rilevante di quella relativa alla scelta di collocazione (autonoma o

meno) dell’elemento della antigiuridicità, e cioè quella che i fatti scriminanti devono essere quelli previsti dalla legge e

non anche fatti simili ad essi. La dottrina prevalente è invece favorevole all’estensione per analogia delle fattispecie

scriminanti sulla base del fatto che esse non sono norme in base alle quali si punisce e quindi non sono norme penali

ma sono espressione di principi generali dell’ordinamento. Tali argomenti, se pure accettabili in linea di principio,

producono l’indeterminatezza della materialità dell’illecito oggettivo provocando la conseguenza per cui un fatto

incriminato da una precisa disposizione di legge finisce per essere ritenuto lecito senza una precisa disposizione di

legge che lo scrimini (in contrasto con gli artt. 12 e 14 delle disposizioni sulla legge in generale).

CAPITOLO VI – L’OMICIDIO PRETERINTEZIONALE -

L’omicidio preterintenzionale è previsto dall’art. 584 cp che descrive una condotta causale costituita da atti diretti a

commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581 e 582 (581 percosse “chiunque percuote taluno….se dal fatto non

deriva una malattia del corpo o della mente – 582 lesioni “chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale…..) dalla

quale derivi come conseguenza non voluta la morte di un uomo. Il fatto che la legge parli di “atti diretti a commettere” ci

fa comprendere che per configurare l’omicidio preterintenzionale non è necessario che il delitto di percosse o lesioni sia

consumato ma che sia invece sufficiente il tentativo di percosse o lesioni, dalle quali derivi, come conseguenza non

voluta la morte di un uomo Infatti nella fattispecie dell’omicidio preterintenzionale è indifferente che si verifichi il reato

consumato di percosse o lesioni in quanto è la morte, causata ma non voluta, l’evento costitutivo della fattispecie e ciò

che è determinante è la sussistenza del dolo del delitto di percosse o lesioni quale elemento psichico che deve dirigere

la condotta dalla quale deriva l’evento più grave non voluto. Da tale interpretazione deriva anche che la condotta

dell’omicidio preterintenzionale non può essere costituita da semplici atti preparatori del tentativo di percosse o lesioni in

quanto questi atti sono penalmente irrilevanti e quindi non possono costituire il dolo dell’evento meno grave. Ne deriva

anche che neanche nel caso di percosse o lesioni consentite nei limiti della disponibilità al diritto dell’incolumità fisica si

può configurare omicidio preterintenzionale dato che in questo caso la condotta iniziale è lecita e non può essere quindi

sorretta dal dolo. Un’altra conclusione che può essere tratta è che l’omicidio preterintenzionale è costruito giuridicamente

in maniera più simile all’omicidio doloso che non a quello colposo e ciò si evince dalla pena prevista dal nostro codice

che è molto più vicina a quella prevista per l’omicidio doloso piuttosto che a quello colposo. La limitazione della

previsione dell’art. 584 rispetto a quella dell’art. 575 (dato che non è sufficiente una condotta genericamente causale ma

è necessaria una azione diretta a commettere il delitto di percosse o lesioni) non impedisce che anche la fattispecie

descritta dal’art. 584 sia una fattispecie causalmente orientata. Infatti la condotta dell’omicidio preterintenzionale è una

condotta a forma libera potendo essere costituita sia da una azione che da una omissione (e ciò è evidente dalla

descrizione del delitto preterintenzionale data dall’art. 43 cp per il quale esso si verifica quando dall’azione o omissione

deriva un evento meno grave di quello voluto dall’agente). Però se ciò è ragionevole per il delitto di lesioni che descrive

una condotta a forma libera che può essere tanto una azione causale quanto una omissione causale, sorgono dubbi a

proposito del delitto di percosse. Infatti è opinione comune che il delitto di percosse sia un delitto tipicamente

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commissivo e quindi realizzabile solo con una azione (di colpire, trascinare, strattonare ecc) o addirittura un delitto di

pura azione e cioè privo di evento materiale dato che sul corpo non devono restare tracce patologiche la cui presenza

configurerebbe invece il più grave delitto di lesioni. Potremmo tuttavia ipotizzare il caso in cui un tecnico che abbia il

dovere di vigilanza volontariamente non impedisca che una persona sia urtata dall’elemento mobile di un meccanismo e

a seguito dell’urto la persona cade e dalla caduta deriva la morte. In questo caso la condotta configura un omicidio

colposo nonostante la volontarietà dell’impatto fisico iniziale o un omicidio preterintenzionale?. La risposta al quesito di

pende da come viene qualificata giuridicamente la prima parte della vicenda : infatti solo se si ritiene ravvisabile il dolo di

percosse può essere configurato l’omicidio preterintenzionale ma ciò equivarrebbe ad ammettere che il delitto di

percosse possa essere commesso anche tramite omissione. Tuttavia dal punto di vista linguistico nell’uso comune il

termine percuotere designa l’azione violenta di un individuo su un altro e quindi un contatto fisico diretto o indiretto

tramite un oggetto usato come corpo contundente. Pertanto dato che per quanto riguarda il caso ipotizzato la

configurazione come omicidio preterintenzionale sarebbe preferibile in quanto la configurazione come omicidio colposo

trascurerebbe il fatto che l’agente voleva che la persona fosse colpita occorre aggirare l’ostacolo linguistico e quindi

dare al termine percuotere un significato tecnico giuridico e precisamente quello di cagionare offesa all’intangibilità

corporale di un altro senza lederne l’incolumità fisica o psichica Dando al termine percuotere questo significato il delitto

di percosse può essere ritenuto realizzabile a forma libera nello stesso modo di quello di lesioni e ne segue che

l’omicidio preterintenzionale può derivare anche da percosse commesse mediante omissione. Abbiamo detto che l’art.

584 descrive una condotta inizialmente dolosa cui fa seguito un evento non voluto ed occorre precisare che il dolo del

cosiddetto reato di passaggio non ha nulla a che vedere con l’evento morte che è un evento non voluto e può essere

imputato a titolo di responsabilità oggettiva o di colpa. La prima impostazione è più coerente con il codice Rocco e con la

previsione generale della responsabilità oggettiva di cui all’art. 42 cp) ma tuttavia viene preferita la seconda anche se

nell’art. 584 non vi è la previsione espressa della responsabilità a titolo di colpa (che sarebbe richiesta dall’art. 42). Infatti

la corte costituzionale per rispondere all’esigenza di adeguare la legge vigente al principio della personalità della

responsabilità penale di cui all’art. 27 cost. con una nota sentenza ha reso necessaria la rilettura dell’art. 584 nel senso

della responsabilità soggettiva: dolo per l’antecedente causale e colpa per l’evento più grave di quello voluto. E’ anche

ovvio che affinchè la responsabilità a titolo di colpa non mascheri una reale responsabilità oggettiva si dovrà rispondere

dell’evento morte solo quando la colpa sia riscontrabile secondo i canoni della prevedibilità e quindi non si risponderà

della morte quando essa sia imprevedibile e quindi tale ipotesi verrebbe ricondotta al caso fortuito fermo restando la

rilevanza dei delitti di lesioni o percosse che non essendo più assorbiti dal più grave delitto di omicidio preterintenzionale

diverrebbero punibili in via autonoma. Un caso particolare di omicidio preterintenzionale è previsto dall’art. 18 della

legge 194/1978 che differisce dall’art. 584 in quanto prevede che la morte (evento dell’omicidio preterintenzionale) sia

causata da un aborto e quindi la vittima deve essere necessariamente una donna in stato di gravidanza. Inoltre anche la

condotta dalla quale deriva la morte deve derivare da a) atti diretti a cagionare l’interruzione della gravidanza senza il

consenso della donna b) atti diretti a provocare lesioni alla donna da cui derivi interruzione della gravidanza. In entrambi

i casi il reato di passaggio che è quello di aver cagionato l’interruzione della gravidanza deve essere consumato.

Tuttavia nella seconda ipotesi la condotta che provoca interruzione della gravidanza deve essere costituita da atti diretti

a provocare lesioni alla donna e quindi l’aborto causato è anch’esso preterintenzionale. Ciò comporta difficoltà in sede

di applicazione in quanto in questa ipotesi la morte della donna potrebbe essere conseguenza diretta delle lesioni e non

dell’aborto ad esse conseguente nel senso che l’aborto sarebbe un ulteriore effetto delle lesioni non svolgendo alcun

ruolo causale nella morte. In tal caso quindi sarebbe discutibile l’applicazione dell’art. 18 in quanto il fatto

corrisponderebbe più all’ipotesi di concorso formale di reati (omicidio pretentenzionale ed aborto preterintenzionale).

Inoltre applicando l’art. 18 risulterebbe una pena inferiore a quella prevista per l’omicidio preterintenzionale (reclusione

da otto a sedici anni)

Capitolo VII – La morte come evento aberrante – L’art 586 stabilisce che”quando da un fatto preveduto come delitto

doloso deriva anche, come conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le

disposizioni dell’art. 83 ma le pene stabilite negli artt. 589 e 590 sono aumentate. Poiché il tema che stiamo trattando

riguarda i delitti di omicidio prenderemo in considerazione solo l’ipotesi in cui da un delitto doloso derivi, come

conseguenza non voluta, la morte. Le norme cui l’art. 586 rinvia sono l’art. 83 e l’art. 590 il che significa che la disciplina

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disposta dall’art. 586 significa che la morte deve essere evento aberrante rispetto alla condotta del delitto doloso

presupposto e che per determinare la responsabilità colposa per l’evento non voluto e aberrante deve sussisterne

almeno la prevedibilità, e di qui il rinvio, tramite l’art. 83 all’art. 590 che prevede appunto l’omicidio colposo. Se pertanto

il dolo è relativo all’evento voluto l’evento diverso, non voluto ma prevedibile può essere imputato se la condotta si

presenta viziata dal colpa e quindi siamo in presenza di un concorso formale che si realizza con una sola azione o

omissione. Il punto che merita una attenzione particolare è quello del rinvio all’art. 83 disposto dall’art. 586. Infatti

dobbiamo chiederci per quale motivo è necessario un rinvio all’art. 83 per poter dar luogo all’applicazione dell’ar. 589 e

perché se il fatto è considerato delitto colposo la pena prevista per l’omicidio colposo debba essere aumentata. L’art. 83

dispone che qualora per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione di un reato o per altra causa si cagiona un evento

diverso da quello voluto il colpevole risponde a titolo di colpa per l’evento non voluto sempre che il fatto sia previsto dalla

legge come delitto colposo. Ciò significa che l’evento aberrante eventualmente prodotto non è punito dalla legge in

base all’arr. 83 ma in base alla norma che incrimina il delitto colposo che il fatto aberrante abbia configurato. Possiamo

spiegare quanto detto con due esempi: ipotesi a) chi vuole provocare un delitto di danneggiamento ma per errore sui

mezzi di esecuzione o per altra causa provoca una lesione personale. Tale evento aberrante è previsto come delitto

colposo dall’art. 590 e quindi tale norma troverà applicazione b) chi vuole commettere un delitto di lesioni personali ma

per errore sui mezzi di esecuzione del reato o per altro motivo danneggia un oggetto di proprietà altrui. Tale fatto

aberrante non è previsto dalla legge come delitto colposo e quindi nonostante il fatto sia conforme a ciò che descrive

l’art. 83 ciò non è sufficiente a far sorgere la responsabilità penale e quindi il danneggiatore risponderà solo civilmente

per il danneggiamento colposo con corrispondente obbligo al risarcimento del danno. Possiamo quindi dire che

all’interno dell’art. 586 il rinvio all’art. 83 ha solo la funzione descrittiva di specificare che l’eventuale evento aberrante

causato da una iniziale condotta dolosa può determinare responsabilità penale solo l’evento si realizza per colpa e sia

previsto già dalla legge come delitto colposo, configurando in questo caso un concorso formale di reati. Pertanto

possiamo dire che l’art. 586 è norma doppiamente speciale rispetto all’art. 83 : in primo luogo perché presuppone la

commissione di un delitto doloso e non anche di una contravvenzione dolosa (mentre l’art. 83 parla genericamente di

reato) e in secondo luogo perché l’evento non voluto rilevante per l’art. 586 è limitato alla morte o alla lesione personale

mentre per l’art. 83 può trattarsi di qualunque reato costitutivo di un delitto colposo. L’art.586 è dunque norma speciale

rispetto all’art. 83 in quarto disciplina una materia che è parte della più ampia previsione dell’art. 83 con l’identica

disciplina salvo per il fatto che la pena è aumentata. Secondo tale lettura quindi non solo l’art. 83 ma anche l’art. 586

deve considerarsi non una norma incriminatrice ma solo una norma in funzione descrittiva che dispone sulla disciplina

da adottare riguardo a fatti che siano preveduti da altre norme incriminatrici. La valutazione di tali fatti conduce ad una

maggiore severità nei confronti del delitto colposo commesso in quanto l’agente ha tentato di commettere o ha

commesso il delitto doloso pur essendo prevedibile che dalla sua condotta illecita sarebbe potuto derivare un pericolo

per la vita o la incolumità altrui. La previsione per cui la pena deve essere aumentata quindi deriva dal fatto che la

situazione di pericolo creata da chi commette dolosamente un delitto è maggiore del pericolo creato da un reato

contravvenzionale previsto genericamente dall’art. 83 nonché dal fatto che l’evento colposo non è un qualsiasi reato ma

consiste nell’offesa alla vita o alla incolumità di un essere umano. Nell’omicidio preterintenzionale, a differenza dalla

fattispecie prevista dall’art. 584, il delitto presupposto (percosse o lesioni) viene assorbito nell’omicidio preterintenzionale

e la spiegazione di tale fatto sta nel dato che l’art. 584 protegge il bene giuridico della vita che si trova in rapporto di

omogeneità e sussidiarietà con i beni protetti dagli art. 581 (percosse) e 582 (lesioni), rispettivamente l’intangibilità fisica

e la incolumità fisica. Tale rapporto di omogeneità e sussidiarietà quindi spiega perché l’omicidio preterintenzionale sia

considerato come un delitto unitario a differenza dall’art. 586 che prevede invece un concorso formale di reati. Inoltre

l’art. 586 non è una norma incriminatrice ma solo una norma che disciplina una particolare ipotesi di concorso formale di

reati mentre l’art. 584 è una norma incriminatrice perché dà rilevanza autonoma come reato complesso ad elementi che

dal punto di vista oggettivo costituirebbero reati autonomi presentando dal punto di vista soggettivo un misto di dolo e

colpa (dolo per il delitto voluto sia esso realizzato che tentato e colpa per l’evento morte non voluto ma realizzato).

Riepilogando, l’interpretazione dell’art. 586 come norma speciale rispetto all’art. 83 mostra che il rinvio alla disciplina

generale dell’art. 83 è necessario per sottolineare la causalità aberrante dalla quale deriva come conseguenza non

voluta la lesione o la morte. Il rinvio all’art. 83 mostra anche la differenza rispetto all’omicidio preterintenzionale il quale

se pure presenta l’evento morte come non voluta è pur sempre un reato unico. Questa affermazione è dimostrata dalla

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legge stessa: infatti da un lato nell’art. 584 la legge non rinvia alla disciplina del concorso di reati (come fa nell’art. 83 e

attraverso il rinvio a questo anche nell’art. 586) e dall’altro nell’omicidio preterintenzionale il reato di passaggio (sia esso

di percosse che di lesioni) perde la sua autonomia . L’interpretazione letterale dell’art. 586 ci permette anche di stabilire

che la responsabilità per l’evento non voluto è prevista a titolo di colpa. Alla stessa conclusione siamo giunti per l’art.

584 ma ciò attraverso una forzatura dell’art. 584 il quale non prevede l’espressa menzione della colpa. Infatti dobbiamo

ricordare che l’art 42 dopo aver enunciato la regola generale dell’imputazione a titolo di dolo fa salvi i casi di delitto

preterintenzionale o colposo espressamente previsti dalla legge mentre l’individuazione di un delitto preterintenzionale

non permette di per se stesso di affermare che l’evento non voluto sia imputato a titolo di colpa. Poiché l’art. 42 è legge

vigente la responsabilità per il delitto preterintenzionale potrebbe derivare da dolo misto a responsabilità oggettiva

invece che a colpa ma si è sostenuta la scelta dell’interpretazione colposa tramite una operazione di interpretazione

della legge vigente in conformità del principio di personalità della responsabilità penale secondo quanto previsto dalla

sentenza 364/1988 della corte costituzionale che ha stabilito la necessità della copertura soggettiva di ogni elemento

della fattispecie da imputare. L’interpretazione dell’art. 586 da noi fatta riesce a dare una convincente spiegazione della

diversità esistente tra l’art. 586 che disciplina in modo autonomo (e cioè come ipotesi aggravata di omicidio colposo o di

lesione colposa in concorso formale con un delitto doloso tentato o consumato) fatti che sono previsti come reato da

altre norme e l’art. 584 che prevede e punisce unitariamente fatti che isolatamente considerati potrebbero integrare reati

diversi. La ragione che spiega la maggiore severità della pena per l’omicidio preterintenzionale rispetto alla disciplina

dell’art. 586 sta nel fatto che nell’art. 584 il bene tutelato (la vita) sta in rapporto di omogeneità con i beni tutelati dai

delitti presupposti (intangibilità e incolumità fisica) ,mentre nell’art. 586 viene descritto un evento aberrante di una

condotta iniziale diretta all’offesa di un bene che non si trova in rapporto di sussidiarietà con il bene della vita.

Dobbiamo ora infine rappresentarci alcune ipotesi per le quali può esserci un dubbio se debba essere applicato l’art.

584 o l’art. 586. Caso A) Tizio, venuto a discussione con Caio per la precedenza in fila gli fa ostacolo con il corpo mentre

questo tenta di superarlo ma a seguito del contatto Caio cade procurandosi una mortale ferita alla testa. Al caso A

potrebbe applicarsi l’art. 584 a condizione che la resistenza opposta possa costituire reato di percosse ma più

esattamente potrebbe applicarsi l’art. 586 qualora la vicenda iniziale fosse considerata tipica di una violenza privata

(descritta dall’art. 610 per cui si punisce a titolo di violenza privata chiunque con violenza costringa altri a tollerare

qualche cosa). In questo caso infatti non potrebbe configurarsi l’omicidio preterintenzionale che richiede come delitto

presupposto unicamente i delitti di lesioni o di percosse. E’ necessario però che l’esecuzione concreta sia tale da poter

condurre direttamente dall’aggressione fisica alla causazione della morte perché se ciò non sussiste è possibile la sola

applicazione dell’art. 586. Caso b) Tizio costringe alla fuga Caio che ne teme l’aggressione ma l’inseguito, spaventato

non si avvede di un ostacolo e quindi cade e muore. Tale caso può ritenersi conforme alla previsione dell’art. 584 a

patto che la condotta iniziale possa configurare il tentativo di percosse o lesioni mentre sarebbe conforme alla previsione

dell’art. 586 qualora l’evento presupposto fosse considerato come minaccia ai sensi dell’art. 612, fatto questo che

escluderebbe l’applicazione dell’art. 584. Possiamo quindi dire che se la condotta intimidatoria è composta da atti

univoci e idonei a configurare almeno il tentativo di percosse possiamo applicare la norma sull’omicidio

preterintenzionale mentre altrimenti l’evento morte dovrà essere considerata come conseguenza aberrante del delitto

presupposto conducendo all’applicazione dell’art 586. Caso C) Tizio bastona ferocemente Caio. Sempronia che assiste

all’evento subisce uno spavento tale da causarle un collasso cardiaco mortale. In tale caso potrebbe applicarsi l’art. 584

solo se la sussidiarietà tra il bene dell’incolumità fisica e il bene della vita può configurarsi anche rispetto a soggetti

diversi ma tale ipotesi non è convincente perché in tal modo verrebbero ignorate le lesioni a Caio che non potrebbero

mai essere assorbite nella morte di una persona diversa. Deve quindi trovare applicazione l’art. 586 in quanto il delitto di

lesioni contro Caio (delitto presupposto) provoca come conseguenza non voluta la morte di Sempronia che non è stato

soggetto passivo della condotta lesiva. . Detto questo è però necessario considerare anche il fatto che l’applicazione

dell’art. 584 o 586 è subordinata (a causa del rifiuto della responsabilità oggettiva) alla causazione per colpa dell’evento

morte ed è quindi necessario nelle ipotesi suddette che la morte fosse prevedibile per l’agente perché solo a tale

condizione la condotta potrebbe risultare viziata dall’inosservanza delle regole di cautela poste ad impedire

l’avvenimento. Ad esempio nel caso C Tizio avrebbe dovuto essere al corrente della patologia cardiaca di Sempronia

perché altrimenti non potrebbe configurarsi il nesso psicologico tra il delitto presupposto e la conseguenza non voluta ai

fini dell’imputazione della responsabilità a titolo di colpa. L’art. 586 prevede come aggravamento, l’aumento fino ad un

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terzo della pena prevista per l’omicidio colposo in concorso formale con il delitto doloso presupposto. Ovviamente

l’aumento fino al triplo previsto dall’art. 64 che disciplina il concorso formale di reati sarà disposto in relazione alla pena

prevista per la violazione più grave che potrebbe essere il delitto doloso presupposto ma anche l’omicidio colposo

conseguente a seconda della pena che il giudice infliggerà a ciascuna di esse prima di procedere al cumulo giuridico

previsto dall’art. 81. Occorre anche ricordare che se il delitto presupposto è quello di lesioni o percosse dovrà essere

applicato (se da tali delitti deriva la morte della stessa persona offesa) in base al principio di specialità l’art. 584 e quindi

il fatto deve essere valutato come omicidio preterintenzionale. L’art 586 invece potrà essere applicato in questo caso

solo se dai delitti di percosse o lesioni deriva la morte di persona diversa dal leso, salvo i casi di aberractio ictus

plurilesiva. Occorre infine rilevare che il principio di specialità impedisce che anche altri delitti dolosi possano costituire il

delitto presupposto ai sensi dell’art. 586. Ciò avviene in tutti i casi in cui la legge prevede espressamente un aumento di

pena da applicarsi nel caso in cui dal delitto doloso derivi la morte come conseguenza non voluta dal reo: es. abuso dei

mezzi di correzione, maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli, rissa, abbandono di minori o incapaci, omissione di

soccorso e pertanto tali norme non lasciano spazio all’applicazione dell’art. 586. Tale elenco deve comprendere altre

norme quali quelle dell’art. 289 e 630 che prevedono l’ipotesi di sequestro ai fini di terrorismo o di estorsione. Infatti se

da tali delitti dolosi deriva come conseguenza non voluta la morte queste disposizioni prevedono tale evento come

elemento aggiuntivo circostanziale aggravante. Occorre invece fare un discorso diverso per i delitti di attentato

(276,280,295). Infatti tali delitti sono considerati a consumazione anticipata e quindi prevedono la morte, come evento

voluto o non voluto, come evento aggiuntivo da assorbire nella figura base (art. 276) o da valutare come circostanza

aggravante (art. 280 e 295). La distinzione dalle altre ipotesi si ha solo nel caso in cui la morte debba essere valutata

come circostanza aggravante (art. 280 e 295). In questo caso infatti la previsione non lascia spazio né per

l’applicazione dell’art. 575 né per l’autonoma costruzione di un reato complesso dove l’omicidio è elemento costitutivo.

Capitolo VIII L’omicidio colposo – Secondo l’art. 589 cp l’omicidio colposo è il fatto di chi cagiona per colpa la morte di

una persona. Anche in questo caso la fattispecie descrive una condotta causale che può essere realizzata tanto con una

azione che con una omissione ma la specialità dell’art. 589 è data dalla previsione di una condotta colposa e quindi

produttiva di un evento che si realizza contro la volontà dell’autore ma per inosservanza volontaria di cautele doverose,

inosservanza che rende appunto la condotta imprudente, negligente o imperita o comunque inosservante di regole

appositamente poste allo scopo di impedire danni contro terzi. Si deve comunque chiarire che nell’omicidio colposo

descritto dall’art. 589 la causa dell’evento morte è comunque la condotta e non la colpa in quanto il rapporto di causalità

si pone tra la condotta e il verificarsi dell’evento che della condotta è conseguente. Dire quindi che “si cagiona per colpa

la morte” equivale a dire che la morte è risultato della condotta causale dell’agente e che tale condotta è viziata

dall’inosservanza di cautele doverose nei confronti dei terzi e che proprio tale inosservanza ha reso pericolosa la

condotta portando al concretizzarsi dell’evento morte. La colpa viene ad essere l’altra forma dell’elemento psicologico

del reato, assieme al dolo, che si configura come atteggiamento mentale di disattenzione, trascuratezza e indifferenza

nei confronti degli altri. L’evento colposo non è voluto ma anzi (come chiarisce anche l’art. 43 a proposito del delitto

colposo) si realizza contro la volontà dell’agente e ciò significa che anche quando l’agente si rappresenta la possibile

verificazione dell’evento egli è portato ad escludere tale possibilità e quindi che l’agente prevede l’evento come

conseguenza di una condotta del tipo di quella da lui tenuta ma ne esclude la verificazione come conseguenza della

propria condotta nella situazione concreta. Il grado della colpa inoltre è proporzionata alla prevedibilità dell’evento,

infatti la previsione dell’evento viene considerata come circostanza aggravante dei delitti colposi in generale e

dell’omicidio colposo in particolare in quanto alla colpevole indifferenza di chi espone altri ad un pericolo si aggiunge

l’errore di valutazione dato dalla sottovalutazione del pericolo di un danno previsto. Tale errore di valutazione può

consistere nell’esclusione della verificazione di un evento (incauto ottimista – es. automobilista guida di notte in città a

velocità elevatissima e quindi travolge un passante uccidendolo. In tal caso l’omicidio colposo è aggravato dalla

previsione dell’evento che l’agente aveva previsto ma escluso in base alla convinzione che di notte nessuno fosse in

circolazione) o nella supervalutazione dell’abilità dell’agente come sufficiente ad evitare l’evento, evento che invece si

verifica (abile idiota – un motociclista esegue manovre spericolate in mezzo alla folla contando sulla propria abilità;

l’incidente mortale invece si verifica dando luogo ad omicidio colposo aggravato dall’evento). Occorre rilevare che

l’evento è previsto anche in alcuni casi della cosiddetta colpa impropria, ossia quando l’omicidio è commesso per

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eccesso colposo da una causa di liceità (ar. 55) o nella supposizione erronea dell’esistenza di una tale causa (art. 59).

In questi casi però la previsione dell’evento non può costituire circostanza aggravante dell’omicidio colposo. Infatti

l’evento morte in questi casi è non solo previsto ma anche voluto in quanto si agisce nel convincimento di agire

nell’esercizio di una facoltà legittima e quindi che il fatto di cagionare la morte rientri nell’esercizio di una facoltà legittima

e quindi tale erronea rappresentazione produce la responsabilità per omicidio colposo ma non la valutazione della

previsione dell’evento come circostanza aggravante. Nell’altro caso di colpa impropria (errore di fatto determinato da

colpa – art. 47) l’evento morte non può essere previsto dall’agente in quanto l’errore consiste appunto nella

rappresentazione di un fatto diverso dalla situazione reale (es. chi uccide un uomo perché erroneamente lo ha

scambiato per una sagoma del tiro a segno). In questo caso l’evento viene imputato all’agente a titolo di colpa in quanto

poteva essere evitato da una condotta più osservante delle regole di prudenza e diligenza. A proposito dell’eccesso

colposo occorre analizzare il caso di chi incorra in errore sui limiti del consenso.Al riguardo l’art. 55 cp stabilisce che

sussiste l’eccesso colposo quando nel commettere un fatto preveduto dagli art. da 51 a 54 si eccedano colposamente i

limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’autorità o imposti dalla necessità. In tali casi si applicano le disposizioni

previste per i delitti colposi se il fatto è previsto dalla legge come delitto colposo. Come si vede l’art. 50 (valutazione

erronea dei limiti del consenso) non è compreso nel rinvio disposto dall’art. 55. La tesi più condivisibile, a questo

proposito, è quella che sostiene che nel caso del consenso l’errore sui limiti debba convertirsi in errore sull’esistenza del

consenso stesso in quanto al di là del limite consentito si deve ritenere che il consenso manchi del tutto. Se si condivide

questa tesi quindi riguardo il consenso è possibile applicare in caso di errore solo la disciplina prevista dall’art. 59 quarto

comma per cui il consenso putativo per errore di fatto comprenderebbe anche l’ipotesi della valutazione erronea dei limiti

del consenso e ne deriverebbe identica disciplina quando l’errore dipendesse da colpa. La validità di questa tesi è

provata anche dal fatto che la disciplina fissata dall’art 55 è identica a quella disposta dall’art 59: in entrambi i casi ne

deriverebbe la responsabilità a titolo di colpa qualora il fatto commesso fosse previsto dalla legge come delitto colposo (

e tale disciplina non si applica pertanto alle contravvenzioni). L’orientamento dottrinario più diffuso tuttavia è invece

favorevole all’applicazione analogica della disciplina dell’art. 55 sia al consenso che alle altre scriminanti previste dalle

leggi speciali. Secondo tale orientamento l’applicazione analogica sarebbe possibile in quanto l’art. 55 sarebbe

espressione di principi generali in tema di errore e colpa e inoltre si tratterebbe di analogia in bonam partem in quanto

estenderebbe anche ai casi non previsti la disciplina prevista dall’art. 55 che considera colposo un evento che in realtà è

voluto dall’agente. A tale orientamento dobbiamo ribattere che l’estensione analogica ai casi non previsti va a violare il

principio di legalità qualora si voglia riempire una lacuna dell’ordinamento disapplicando una norma incriminatrice che

espressamente prevede quel fatto (che verrebbe scriminato per analogia) come reato. Non si giunge invece alla

disapplicazione della norma incriminatrice secondo la teoria da noi proposta che, data l’esclusione dell’art. 50 dall’elenco

previsto dall’art. 55 promuove l’applicazione dell’art. 59. Ciò non significa che l’art. 59 sia ridimensionato da errore

sull’esistenza ad errore sui limiti ma solo che, nel caso del consenso, l’errore sui limiti deve corrispondere all’errore

sull’esistenza del consenso stesso. Il punto debole della teoria da noi proposta tuttavia sta nel fatto che essa restringe la

rilevanza dell’errore al solo punto di vista soggettivo e quindi all’ipotesi dell’errore di fatto sulla rappresentazione dei

limiti di una scriminante. In questa prospettiva soggettiva verrebbe esclusa dall’ambito dell’eccesso colposo l’ipotesi

oggettiva dell’errore-inabilità che si ha quando chi agisce si rappresenta correttamente i limiti del consenso ma il suo

comportamento risulta eccessivo per errore di esecuzione. Ad es. chi durante un rapporto sessuale stringe un laccio al

collo del partner con il suo consenso ma lo fa in maniera maldestra in modo tale da provocarne la morte non commette

errore sui limiti del consenso (art. 55) e neppure sull’esistenza del consenso stesso (art. 59). In questo caso quindi non

sono applicabili nè l’art. 55 né l’art. 59 ma l’ipotesi corrisponde alla previsione dell’art. 589 cp (omicidio colposo) in

quanto il fatto è costituito da una condotta viziata da colpa (imprudenza – imperizia) che determina la morte di una

persona. Pertanto il fatto eccessivo rispetto ai limiti di una facoltà legittimamente esercitabile se è prodotto dall’inabilità

di chi agisce può essere imputato a titolo di colpa qualora il fatto eccessivo sia previsto dalla legge come delitto colposo.

La pena prevista per l’omicidio colposo è la reclusione da sei mesi a cinque anni, Tuttavia l’art. 589 prevede anche

l’omicidio colposo plurimo e l’omicidio colposo in concorso con lesioni colpose anche plurime. In tali casi si applica la

pena prevista per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo tenendo conto però che la pena

complessiva non può superare i 12 anni. Tale previsione non configura però una omicidio colposo continuato in quanto

la ratio dell’omicidio continuato poggia sull’unicità del disegno criminoso, come programma anticipato e quindi tale

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Delitti di Omicidio, Ramacci. Analisi dei seguenti temi: l’obbligatorietà della legge penale, le eccezioni previste dal diritto pubblico interno e dal diritto internazionale, le pene conseguenti all’omicidio, il significato del termine “morte” (uso comune e uso tecnico giuridico del termine), la materialità del fatto di cagionare la morte di un uomo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ramacci Fabrizio.

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