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Art. 601 c.p.: chiunque commette tratta di persona che si trova nelle

condizioni di cui all’art. 600 c.p. ovvero, al fine di commettere i delitti di cui al

primo comma del medesimo articolo, la induce mediante inganno o la

costringe mediante violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di

una situazione di necessità……, a fare ingresso, o a soggiornare o a uscire

dal territorio dello stato o a trasferirsi al suo interno, è punito con la reclusione

da otto a venti anni.

Due differenti ipotesi fattuali: la prima consistente nella tratta di chi si trova già

in situazione di schiavitù o di servitù; la seconda avente ad oggetto il

comportamento di chi si propone di ridurre in schiavitù o in servitù una

persona inducendola o costringendola a fare ingresso o a soggiornare o a

uscire dal territorio dello stato ovvero a trasferirsi al suo interno.

La tratta di persone è un reato comune che può essere commesso da

chiunque, anche nel territorio di uno stato che non conosce la schiavitù. Il

soggetto passivo può essere una persona di qualsivoglia nazionalità.

La condotta che integra la prima ipotesi di reato consiste nel commettere

tratta di persona che si trova nella condizione di cui all’art. 600 c.p.: occorre

cioè che il soggetto passivo si trovi già in una situazione di schiavitù ovvero di

servitù e che venga fatto oggetto di tratta.

Questa prima ipotesi di tratta integra un reato di evento e di danno che non va

colto nello sfruttamento della persona, bensì nella circolazione coatta dentro e

fuori del territorio dello stato. Può essere commessa anche in danno di una

sola persona.

La seconda ipotesi di reato è stata configurata in maniera molto diversa,

come fattispecie di pericolo a dolo specifico, la cui descrizione ruota attorno

ad una condotta i circolazione tenuta sulla base di modalità tipiche di

coazione ovvero di induzione, al fine di commettere il delitto di riduzione o

mantenimento in schiavitù o servitù.

L’elemento soggettivo è differente nei due delitti: nella prima ipotesi il dolo è

generico, mentre nella seconda è specifico, perché l’azione dell’agente deve

essere finalizzata alla consumazione del delitto di cui all’art. 600 c.p..

Il momento consumativi coincide con l’effettuazione del trasferimento della

vittima.

Al secondo comma sono previste le stesse circostanze aggravanti del delitto

di riduzione o mantenimento in schiavitù.

Acquisto e alienazione di schiavi

Art. 602 c.p.: chiunque, fuori dei casi indicati dall’art. 601 c.p., acquista o

aliena o cede una persona che si trova in una delle condizioni di cui all’art.

600 c.p. è punito con la reclusione da otto a venti anni.

Si tratta di una figura criminosa a carattere sussidiario, destinata ad operare

al di fuori dei casi previsti dalla fattispecie di tratta. La fattispecie sarà

applicata solo quando i comportamenti incriminati di alienazione, cessione,

acquisto verranno attuati senza ricorrere alle modalità tipiche della tratta e

cioè alla violenza, minaccia…

Il reato in esame è ritenuto di gravità pari alla tratta e alla riduzione e

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mantenimento in schiavitù ed è sanzionato con la stessa pena detentiva.

È un reato comune che può essere commesso da chiunque.

Le condotte incriminate consistono nell’acquistare, alienare o cedere una

persona che si trovi in condizione di schiavitù o servitù.

L’acquisto o la alienazione richiedono certamente il pagamento di un

corrispettivo, che può essere in danaro o in beni di altra natura, purchè di

valore economico. La cessione, invece, presenta caratteri differenziali,

ricomprendendo tutti i trasferimenti della persona offesa a qualsiasi titolo essi

avvengano. La finalità della cessione deve essere sempre quello dello

sfruttamento della vittima.

Secondo un punto di vista il delitto in esame sarebbe un reato a concorso

necessario che punirebbe sia chi dispone della persona assoggettata, sia chi

detta persona ottiene. Sembra, però, più coerente con il dettato normativo,

considerare la ricezione come condotta da ascrivere alla sfera di applicabilità

della fattispecie di mantenimento in schiavitù o servitù.

Il delitto in esame è punibile a titolo di dolo generico, che consiste nella

rappresentazione e volontà di alienare, acquistare, cedere persona che si

trova in schiavitù o servitù.

Il tentativo è ammissibile: si tratta di reato istantaneo.

Sono previste le stesse circostanze aggravanti di cui ai reati di riduzione e

mantenimento in schiavitù o servitù e di tratta di persone.

I delitti contro le nuove forme di riduzione in schiavitù

Prostituzione minorile

Art. 600-bis c.p.: chiunque induce alla prostituzione una persona di età

inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione è

punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 15493 a

euro 154937.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali

con un minore di età compresa fra i quattordici ed i sedici anni, in cambio di

danaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre

anni o con la multa non inferiore a euro 5164. La pena è ridotta di un terzo se

colui che commette il fatto è persona minore degli anni diciotto.

L’articolo configura due nuove ipotesi di reato.

L’una, contenuta nel primo comma, punisce chiunque induce, favorisce o

sfrutta la prostituzione di un minore degli anni diciotto.

L’altra, contenuta nel secondo comma, incrimina il fruitore del rapporto

sessuale mercenario quando il soggetto passivo sia un minore di età

compresa tra i quattordici e i sedici anni.

I reati intendono proteggere penalmente l’interesse a salvaguardare lo

sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale, e dunque la

formazione dell’intera personalità dei minori.

Il soggetto attivo della prima ipotesi di reato può essere chiunque.

Le condotte incriminate sono quelle di induzione, favoreggiamento e

sfruttamento della prostituzione minorile.

Induzione assume il significato di persuasione, determinazione o

rafforzamento della decisione altrui. 24

Per favoreggiamento si intende qualsiasi condotta diretta a rendere possibile

o più agevole l’esercizio della prostituzione.

Per sfruttamento si intende il trarre un’indebita utilità dall’attività sessuale di

chi si prostituisce. Lo sfruttamento non implica l’abitualità della condotta. Con

specifico riferimento alla prostituzione minorile, si è considerata irrilevante

l’eventuale sproporzione tra il compenso e l’eventuale servizio reso dallo

sfruttatore alla prostituta.

Per configurare prostituzione servono una prestazione sessuale a favore del

cliente e che l’attività sessuale sia prestata dietro corrispettivo.

La condotta descritta nel primo comma prende di mira il minore degli anni

diciotto.

Anche il reato previsto dal secondo comma è un reato comune. In questa

ipotesi, tuttavia, soggetto attivo del reato non potrà mai essere l’ascendente, il

genitore anche adottivo, il tutore, ovvero altra persona cui per ragioni di cura,

educazione, istruzione, vigilanza o custodia, il minore sia affidato, o che abbia

con quest’ultimo una relazione di convivenza: ciò perché in questi casi trova

applicazione il reato più grave di cui all’art. 609-quater c.p..

La condotta punita al secondo comma compiste nel compiere atti sessuali in

cambio di danaro o di altra utilità economica con un minore di età compresa

tra i quattordici e i sedici anni.

Quanto al requisito dell’età, verso il basso, il limite coincide con quello

dell’intangibilità sessuale dell’infraquattordicenne, per cui se la persona con

cui il cliente compie gli atti sessuali ha un’età inferiore agli anni quattordici,

non sarà applicabile la norma in oggetto ma l’art. 609-quater c.p., al primo

comma.

Il limite massimo è fissato agli anni sedici, derogando alla regola generale che

tutela il minore sino agli anni diciotto.

L’elemento su cui si incentra il disvalore della condotta è rappresentato dal

corrispettivo economico offerto in cambio della prestazione sessuale, che

deve avvenire in cambio di danaro o di altra utilità economica: in assenza di

questo corrispettivo, il fatto di compiere atti sessuali con un minore di età

compresa tra i quattordici e i sedici anni, consenziente, in linea di massima è

del tutto lecito.

Beneficiario dell’utilità economica può essere sia il minore sia un terzo

sfruttatore. Secondo parte della dottrina, in tale ultima ipotesi occorre, però,

che la vittima sia quantomeno a conoscenza dell’accordo intervenuto tra il

proprio cliente e il terzo.

Il dolo è generico. Occorre che l’agente si rappresenti tutti gli elementi del

fatto tipico, compresa la minore età del soggetto passivo.

Il reato si consuma nel momento e nel luogo in cui si realizza lo sfruttamento,

il favoreggiamento, l’induzione alla prostituzione ovvero si compiono gli atti

sessuali con il minore.

Il tentativo è configurabile.

Sono previste due circostanze attenuanti.

La prima per il fatto commesso da persona minore degli anni diciotto.

La seconda attenuante speciale dispone una diminuzione di pena per chi si

adopera concretamente in modo che il minore degli anni diciotto riacquisti la

propria autonomia e libertà.

L’art. 600-sexies c.p. introduce tre aggravanti speciali.

La prima concerne l’età della vittima, disponendo che nel caso si tratti di

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minore degli anni quattordici la pena sia aumentata da un terzo alla metà.

La seconda aggravante ricollega una aumento di pena (dalla metà a due

terzi) a particolari situazioni, tra loro disomogenee, accomunate dal fatto che

tutte danno luogo ad una forte disparità di posizione tra soggetto attivo e

soggetto passivo del reato.

La terza aggravante, infine, ruota attorno alle modalità di commissione del

reato, disponendo che la pena sia aumentata se il fatto è commesso con

violenza o minaccia.

Rispetto alla ipotesi di cui al primo comma, ci si chiede se tra le diverse

ipotesi criminose in essa contemplate possa sussistere concorso.

L’orientamento decisamente dominante ha accolto la tesi del delitto unico a

fattispecie alternative, escludendo che la realizzazione di più condotte

configuri un’ipotesi di concorso di reati.

Il delitto previsto dal secondo comma si configura salvo che il fatto costituisca

più grave reato. La norma non si applica, ad esempio, quando la condotta

integra gli estremi di un delitto quale la violenza sessuale, che è punito più

severamente e, nel contempo, è posto a tutela del medesimo bene giuridico.

Il concorso non è invece escluso con reati che, pur essendo più gravi,

proteggono interessi non inerenti alla sessualità e al concetto di tutela del

corretto sviluppo del minore.

Pornografia minorile

Art. 600-ter c.p.: chiunque sfrutta minori degli anni diciotto al fine di

realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico è

punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 25822 a

euro 258228.

Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo e al secondo comma, con

qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce , divulga o pubblicizza

il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga

notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale

di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e

con la multa da euro 2582 a euro 51645.

Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui ai commi primo, secondo e terzo,

consapevolmente cede ad altri, anche a titolo gratuito, materiale pornografico

prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto, è

punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 1549 a euro

5164.

Il bene giuridico tutelato è l’interesse al sano e corretto sviluppo della persona

del minore, in tutti i suoi aspetti fisici, psichici, spirituali, morali e sociali.

Soggetto attivo del reato può essere chiunque.

Per avere pornografia non è sufficiente la semplice esposizione di nudità da

parte del minore, ma occorre il suo coinvolgimento in pratiche sessuali idonee

a comprometterne la crescita.

La condotta incriminata al primo comma consiste nello sfruttare minori degli

anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre

materiale pornografico.

La nozione di sfruttamento non richiede una proporzione tra il valore delle

prestazioni fornite dal minore e l’eventuale compenso corrisposto dallo

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sfruttatore, poiché una retribuzione, anche adeguata, non elimina in capo al

minore gli effetti lesivi che la condotta è idonea a cagionare.

Non sembra sufficiente, ai fini della sussistenza del reato, l’impiego una

tantum del minore, ma lo sfruttatore deve avere caratteristiche, anche se

rozzamente, imprenditoriali.

Per esibizioni si intendono spettacoli di varia natura, anche per poche

persone: forse addirittura per una sola persona.

Gli spettacoli non devono essere necessariamente pubblici: possono

svolgersi anche in privato purchè perseguano uno scopo di lucro o,

addirittura, siano espressione di attività imprenditoriale.

Le esibizioni devono avvenire in diretta.

Per materiale pornografico si intende un qualsiasi supporto grafico,

magnetico, elettronico o visivo, che rappresenti l’esibizione sessuale del

minore. Poiché da proteggere sono persone in carne ed ossa, e non la morale

pubblica, il reato si configurerà nella misura in cui all’origine dell’opera

pornografica vi siano atti sessuali realmente compiuti da un minore.

L’agente deve sfruttare il minore al fine di realizzare esibizioni pornografiche o

produrre materiale pornografico. Il dolo è da considerarsi generico.

La condotta incriminata al secondo comma consiste nel far commercio del

materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori.

Oggetto della condotta deve essere il materiale pornografico di cui al primo

comma e cioè quello prodotto mediante l’attività illecita ivi descritta.

Il terzo comma configura due ipotesi di reato, la distribuzione, divulgazione o

pubblicizzazione, anche per via telematica, del materiale pornografico di cui al

primo comma e la distribuzione o divulgazione di notizie o informazioni

finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni

diciotto.

La condotta incriminata consiste nel mettere a disposizione di un numero

indeterminato o comunque rilevante, anche se determinato, di persone il

materiale o le notizie, essendo la cessione a terzi singolarmente considerata

punibile ai sensi del meno grave comma quarto dello stesso articolo.

L’oggetto della condotta è, nella prima ipotesi, il materiale pornografico

prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto e,

nella seconda ipotesi, le notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o

allo sfruttamento sessuale dei minori.

Adescamento indica un allettamento operato maliziosamente, realizzabile con

modalità varie, che però di per sé non rilevano ai fini dell’applicabilità della

norma in esame.

L’espressione anche per via telematica non aggiunge nulla di nuovo sul piano

contenutistico, salvo rafforzare la conclusione, già desumibile dalla clausola

con qualsiasi mezzo, che anche la semplice trasmissione di dati integra il

reato.

Poiché l’adescamento o lo sfruttamento di minori costituisce l’obiettivo delle

notizie o delle informazioni, e non della condotta stessa, il dolo è generico: la

finalità, che qualifica il contenuto della notizia, deve essere oggetto di mera

rappresentazione e non considerarsi lo scopo ulteriore cui l’agente deve

tendere perché si configuri il reato.

L’ultimo comma della norma incrimina la cessione, a titolo gratuito o oneroso,

del materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei

minori. 27

Ciò che distingue il cedere dal fare commercio è il carattere privato della

condotta, e non il fine di lucro dell’agente.

Oggetto della condotta è il materiale pornografico prodotto mediante lo

sfruttamento sessuale di minori degli ani diciotto.

Soggetto passivo è qualsiasi persona minore degli anni diciotto.

Il dolo è generico e consiste nella coscienza e volontà del fatto tipico.

L’errore sull’età della persona offesa e, nelle ipotesi di commercio, diffusione

o cessione di pornografia minorile, sulla provenienza illecita del materiale,

esclude la volontà colpevole.

Il reato si consuma nel momento e nel luogo in cui si realizza lo sfruttamento

sessuale del minore o la cessione, al pubblico ovvero ai singoli, del materiale.

Il tentativo sembra ammissibile, salvo che nell’ipotesi di cessione privata, ove

la sua configurabilità rischierebbe di anticipare troppo la soglia di punibilità,

assoggettando a sanzione penale condotte inoffensive perché troppo distanti

dalla lesione del bene protetto.

L’art. 600-sexies c.p. prevede una serie di circostanze aggravanti e

un’attenuante, che si applicano anche al reato di pornografia minorile.

È escluso un concorso tra i reati in questione, applicandosi ciascuna norma in

via sussidiaria rispetto alle ipotesi criminose previste nei commi precedenti.

Detenzione di materiale pornografico minorile

Art. 600-quater c.p.: chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 600-

ter c.p., consapevolmente si procura o dispone di materiale pornografico

prodotto mediante lo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto è

punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a euro

1549.

Il bene giuridico tutelato è l’interesse a salvaguardare lo sviluppo e la

personalità del minore, e non la morale pubblica, essendo la repressione del

semplice consumo volta, appunto a contrastare le attività di produzione e di

sfruttamento.

Il detentore di materiale pornografico è punito non solo perché, fruendo del

prodotto di un’attività illecita, stimola quella stessa attività illecita, ma anche

perché, a differenza del mero spettatore, può divenire un autonomo centro di

diffusione del materiale e così porsi al lato dell’offerta, contribuendo

direttamente ad espandere il mercato della pornografia minorile, con

conseguente pericolo per altre future vittime.

Soggetto attivo del reato può essere chiunque.

La condotta punibile consiste nel procurarsi o disporre di materiale

pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale di minori.

La nozione di procurarsi è integrata da tutte le attività idonee a far entrare il

materiale nella sfera di azione del detentore.

Con il termine disporre si fa riferimento a qualunque situazione giuridica che

permette di far considerare il materiale pornografico nella concreta

disponibilità dell’agente.

L’oggetto della condotta è costituito dal materiale pornografico prodotto

mediante lo sfruttamento di minori degli anni diciotto.

Il dolo è generico: il soggetto attivo deve avere la chiara consapevolezza degli

elementi del fatto costituente reato, e cioè della minore età della persona

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raffigurata e della provenienza illecita del materiale.

Il reato si consuma nel momento e nel luogo in cui il materiale entra nella

concreta disponibilità dell’agente.

Il tentativo non sembra configurabile per gli stessi motivi che ne escludono

l’ammissibilità nell’ipotesi di cessione privata e cioè per l’eccessiva

anticipazione della soglia della punibilità con conseguente violazione del

principio di necessaria offensività.

La norma si applica solo sul presupposto che l’autore non abbia concorso alla

realizzazione di uno dei fatti tipizzati nell’articolo precedente.

Il c.d. turismo sessuale

Art. 600-quinquies c.p.: chiunque organizza o propaganda viaggi finalizzati

alla fruizione di attività di prostituzione a danno di minori o comunque

comprendenti tale attività è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con

la multa da euro 15493 a euro 154937.

Il bene giuridico protetto dalla norma è lo sviluppo fisico, psicologico,

spirituale, morale e sociale del fanciullo compromesso da gravi fatti di

sfruttamento commerciale equiparabili a forme di riduzione in schiavitù.

Il reato è comune, potendo essere commesso da chiunque.

La condotta incriminata consiste, anche alternativamente, nell’organizzare o

propagandare viaggi finalizzati alla fruizione di attività di prostituzione a danno

di minori o comunque comprendenti tali attività.

Ai fini dell’integrazione del reato occorre la finalità di lucro dell’agente, ma non

anche una struttura imprenditoriale.

Nonostante la norma utilizzi il plurale, sembra doversi ritenere realizzato il

delitto anche laddove risulti organizzato un unico viaggio. Il reato non è,

quindi, necessariamente ma solo eventualmente abituale.

I viaggi devono essere oggettivamente finalizzati alla fruizione di attività di

prostituzione a danno di minori o comunque comprendenti tale attività.

La norma non specifica l’età dei minori considerati, anche se per omogeneità

e coerenza sembra si debba intendere minori degli anni diciotto.

Il dolo è generico. La finalità di fruizione di attività di prostituzione in danno di

minori consiste in una caratteristica intrinseca e verificabile del viaggio che

deve essere oggetto di rappresentazione, ma non scopo particolare e

ulteriore cui il reo deve tendere ai fini della punibilità.

Per la consumazione non occorre che si verifichino né la fruizione della

prostituzione minorile né il viaggio, potendo dirsi realizzati tutti gli estremi

della fattispecie nel momento in cui siano completati tutti i profili organizzativi

ovvero quando sia stata svolta l’attività di propaganda.

Il tentativo sembra configurabile, nei limiti in cui siano posti in essere atti

idonei e diretti in modo non equivoco ad organizzare o propagandare i viaggi.

La pena è aumentata (da un terzo alla metà) se il fatto è commesso in danno

di minori degli anni quattordici.

Il legislatore ha derogato al principio di territorialità della legge penale,

stabilendo che le nuove norme, nonché quelle previste dagli artt. 609-bis,

609-ter, 609-quater, 609-quinquies c.p., si applicano anche quando il fatto è

commesso all’estero da cittadino italiano, ovvero in danno di cittadino italiano,

ovvero da cittadino straniero in concorso con cittadino italiano. 29

I DELITTI CONTRO LA LIBERTA’ PERSONALE E LA

LIBERTA’ MORALE

I delitti contro la libertà personale

Sequestro di persona

Art. 605 c.p.: chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la

reclusione da sei mesi a otto anni.

La pena è della reclusione da uno a dieci anni se il fatto è commesso:

1. In danno di un ascendente, di un discendente o del coniuge;

2. Da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni. 30

La fattispecie di sequestro di persona è posta a tutela del bene giuridico della

libertà personale.

La libertà personale deve essere intesa come libertà di movimento, che viene

aggredita da tutti i comportamenti tesi ad impedire la generale facoltà di

muoversi ovvero di rimanere fermi nello spazio sulla base delle scelte

individuali di ciascuna persona.

Il reato di sequestro di persona può essere commesso da chiunque: reato

comune.

L’elemento oggettivo del sequestro di persona è descritto con una formula

normativa assai sintetica: “privare taluno della libertà personale”. Si tratta di

un reato a forma libera, che può essere realizzato con differenti modalità,

casualmente orientate a produrre l’evento “privazione della libertà personale”.

La modalità di commissione più comune è quella commissiva, con un’azione

diretta a produrre l’evento.

Di solito il reato viene commesso mediante l’utilizzazione di una forza fisica

direttamente sul corpo della vittima.

Accanto alla violenza costituisce modalità esecutiva del delitto anche la

minaccia.

La privazione della libertà personale può essere il risultato di un

comportamento fraudolento.

Può essere commesso anche mediante un comportamento omissivo, in

presenza di un obbligo giuridico, e pur in mancanza di un evento naturalistico

rilevante ai sensi dell’art. 40 c.p..

Per la configurazione del reato è necessario che la privazione della libertà

personale venga protratta per un intervallo temporale apprezzabile. In

giurisprudenza si tende, tuttavia, a svalutare questa esigenza, riducendo al

minimo indispensabile, e cioè all’ordine di pochi minuti, il tempo necessario

per integrare la privazione della libertà.

La privazione della libertà personale rilevante ai fini del sequestro di persona

non necessariamente deve essere totale: la fattispecie è integrata anche

nell’ipotesi in cui il soggetto passivo non sia privato completamente delle

facoltà cinetiche, per essere stato, ad esempio, rinchiuso in un magazzino

senza altre misure restrittive e quindi libero di muoversi al suo interno.

Il sequestro di persona è punito a titolo di dolo generico, che consiste nella

coscienza e volontà di privare un soggetto della libertà personale. Il fine

dell’azione, irrilevante ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, può

condizionare l’applicazione di altre fattispecie di reato.

Il tentativo è configurabile trattandosi di reato di danno, allorché si compiano

atti idonei diretti in modo in equivoco a privare l’altrui libertà personale.

Sono previste quattro circostanze aggravanti, due dal codice e due da leggi

speciali, qualora il fatto sia commesso:

In danno di un ascendente, di un discendente, del coniuge;

 Da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni;

 Da persona sottoposta a misura di prevenzione;

 In danno di persone internazionalmente protette, compresi gli agenti

 diplomatici.

Delitti dei pubblici ufficiali contro la libertà personale 31

Queste figure di reato prevedevo che la lesione della libertà personale debba

avvenire in maniera tipica seguendo modalità altrimenti lecite ovvero

innestandosi su una restrizione in atto della libertà personale.

Arresto illegale

Art. 606 c.p.: il pubblico ufficiale che procede ad un arresto, abusando dei

poteri inerenti alle sue funzioni, è punito con la reclusione fino a tre anni.

Si tratta di una figura particolare di sequestro di persona che prende di mira,

assieme alla libertà personale, anche uno specifico interesse della pubblica

amministrazione alla correttezza dell’operato dei suoi organi: la natura

plurioffensiva del reato è pacificamente riconosciuta.

Il soggetto attivo è un pubblico ufficiale: si tratta di un reato proprio.

La condotta incriminata consiste nel procedere ad un arresto, abusando dei

poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale.

Il dolo è generico e richiede la coscienza e volontà di procedere all’arresto

con abuso dei poteri inerenti alle funzioni.

L’errore sui limiti del potere di procedere all’arresto esclude il dolo.

Indebita limitazione di libertà personale

Art. 607 c.p.: il pubblico ufficiale che, essendo preposto o addetto a un

carcere giudiziario o ad uno stabilimento destinato all’esecuzione di una pena

o di una misura di sicurezza, vi riceve taluno senza un ordine dell’autorità

competente o non obbedisce all’ordine di liberazione dato da questa autorità,

ovvero indebitamente protrae l’esecuzione della pena o della misura di

sicurezza, è punito con la reclusione fino a tre anni.

Anch questo delitto è considerato plurioffensivo: lede, infatti, sia il bene della

libertà personale che l’interesse alla correttezza e legalità dei comportamenti

dei soggetti che rivestono qualifiche pubbliche.

La norma configura un reato proprio, perché soggetto attivo può essere solo il

pubblico ufficiale preposto o addetto a un carcere giudiziario o ad uno

stabilimento per l’esecuzione di pene o di misure di sicurezza.

La condotta incriminata descrive tre ipotesi alternative di indebita detenzione.

La ricezione indebita presuppone la mancanza di un ordine anche in senso

formale, e cioè di un apposito provvedimento proveniente dall’autorità

giudiziaria competente.

La disubbidienza indebita si concretizza nella violazione della disciplina di cui

all’art. 43 della legge sull’ordinamento penitenziario e dell’art. 84 del

regolamento penitenziario che disciplinano il rilascio dei detenuti e degli

internati.

La protrazione indebita richiede il permanere dello stato di privazione della

libertà personale senza ordine dell’autorità.

Il delitto è punito a titolo di dolo generico: richiede la coscienza e la volontà di

eseguire un’indebita restrizione della libertà personale, con la consapevolezza

di abusare dei poteri inerenti alle proprie funzioni.

Il momento consumativi coincide con la privazione della libertà personale.

Il tentativo appare configurabile. 32

Abuso di autorità contro arrestati o detenuti

Art. 608 c.p.: il pubblico ufficiale, che sottopone a misure di rigore non

consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui egli abbia la

custodia anche temporanea, o che sia a lui affidata in esecuzione di un

provvedimento dell’autorità competente, è punito con la reclusione fino a

trenta mesi.

La stessa pena si applica se il fatto è commesso da un altro pubblico ufficiale

rivestito, per ragione del suo ufficio, di una qualsiasi autorità per ragione del

suo ufficio.

Questa figura di reato protegge il bene giuridico della libertà personale di una

persona la quale, già legittimamente in vinculis, viene a subire ulteriori

limitazioni della sua libertà fisica. Si tratta di arbitrarie restrizioni della libertà

personale commesse da soggetti che esercitano funzioni pubbliche.

Si tratta di reato proprio, che può essere commesso esclusivamente dal

pubblico ufficiale, cui sia affidata la custodia del detenuto.

L’elemento oggettivo del reato consiste nel sottoporre a misure di rigore non

consentite dalla legge i soggetto passivo. Le misure di rigore non consentite

dalla legge vanno individuate in tutte le ulteriori limitazioni della libertà

personale che aggravano indebitamente lo stato di restrizione della libertà

personale. Le misure di rigore non consentite sono anche quelle che ledono il

principio fondamentale dell’inviolabilità della persona sottoposta a restrizione

di libertà.

Per l’integrazione della fattispecie occorre che la sfera di libertà del custodito

subisca per effetto della violenza una ulteriore restrizione.

Il dolo è generico: presuppone la coscienza e volontà di sottoporre una

persona a misure di rigore, accompagnate dalla consapevolezza dello stato in

cui si trova la persona. È necessaria l’intenzione di restringere, al di là del

consentito, la residua libertà della persona in vinculis.

Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui la persona offesa viene

sottoposta alle misure di rigore non consentite.

Il tentativo appare in astratto configurabile, anche se in concreto difficilmente

ipotizzabile.

Perquisizione e ispezione personali arbitrarie

Art. 609 c.p.: il pubblico ufficiale che, abusando dei poteri inerenti alle sue

funzioni, esegue una perquisizione o una ispezione personale è punito con la

reclusione fino ad un anno.

Questa figura di reato non tutela la libertà personale, ma piuttosto la libertà

morale, in un contesto in cui emergono anche ulteriore interessi di matrice

pubblicistica, quale quello alla legalità dell’azione amministrativa.

La norma configura un reato proprio: soggetto attivo può essere solo il

pubblico ufficiale. Soggetto attivo può essere anche il privato che procede ad

un arresto in flagranza ai sensi dell’art. 283 c.p., se effettua un’arbitraria

perquisizione.

La condotta incriminata consiste nell’eseguire una perquisizione o una

33

ispezione personale, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni.

La perquisizione penale è la ricerca sul corpo o nella sfera di custodia del

corpo medesimo di una persona di cose, oggetti…con l’obiettivo di utilizzarli

processualmente. L’ispezione personale consiste in una investigazione diretta

sul corpo per rilevare dati o segni particolari.

Il dolo è generico e richiede la coscienza e la volontà di effettuare la

perquisizione o la ispezione personale con la consapevolezza del carattere

abusivo della stessa. Il dolo è escluso dall’errore sui limiti delle proprie

attribuzioni.

Il momento consumativi coincide con l’effettuazione della perquisizione o

dell’ispezione.

Il tentativo è configurabile.

I delitti contro la libertà morale

Violenza privata

Art. 610 c.p.: chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare,

tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro

anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’art. 339 c.p..

Il delitto in esame offende il bene giuridico della libertà morale, intesa sotto il

duplice aspetto della libertà di autodeterminazione secondo motivi propri e

della libertà di azione sulla base delle scelte effettuate autonomamente dal

soggetto.

Soggetto attivo può essere chiunque: si tratta di un reato comune.

Soggetto passivo può essere solo la persona fisica sempre che sia in grado di

avvertire la coazione. Le persone giuridiche e gli enti collettivi non rientrano

nel novero dei soggetti passivi.

Il fatto incriminato consiste nel costringere altri a fare, tollerare od omettere

qualche cosa mediante l’uso della violenza o della minaccia.

La violenza è intesa come mezzo anomalo, socialmente non adeguato , di

risoluzione dei conflitti intersoggettivi, con riferimento alla dialettica sociale

esistente in un determinato contesto storico.

Nel contesto della norma in esame la violenza consiste non soltanto

nell’impiego di una vis corporis scorpori data, ma ricomprende anche l’uso di

qualsivoglia mezzo fisico diretto a raggiungere l’effetto di coazione: e cioè

quei mezzi particolarmente insidiosi quali narcosi, lacrimogeni ed affini,

sicuramente in grado di produrre l’effetto che la norma vuole evitare.

La violenza (c.d. impropria) può consistere anche in una semplice omissione,

se esiste nel soggetto l’obbligo giuridico di attivarsi.

La seconda modalità della condotta è costituita dalla minaccia. Si tratta della

prospettazione di un male ingiusto e futuro, quale alternativa per la mancata

sottoposizione alla volontà del soggetto da cui proviene la minaccia, la cui

verificazione dipende dall’agente. Il male ingiusto consiste nella lesione o

messa in pericolo di beni giuridici appartenenti al soggetto passivo oppure a

terzi con i quali esistono particolari rapporti sociali.

La minaccia può anche essere diretta a persona diversa dal soggetto passivo

del reato, purchè sia in grado di produrre in via trasversale l’effetto coercitivo

34

sul possessore della cosa.

Per effetto della violenza o della minaccia il soggetto passivo del reato di

violenza privata deve essere costretto a fare, tollerare od omettere qualcosa.

Tra le indicate modalità della condotta e l’evento deve dunque sussistere un

rapporto di causalità nel senso che il comportamento della vittima deve

essere conseguenza diretta, anche se non immediata, dei mezzi adoperati

dall’autore.

La costrizione ricomprende nel suo ambito semantico sia la coartazione

assoluta, sia quella relativa.

Nel primo caso, si verifica l’annullamento della capacità di

autodeterminazione sulla base di motivi del soggetto e conseguentemente

della sua volontà: il soggetto passivo non è più in grado di compiere un’azione

definibile in termini di autonomia neppure relativa, perché si trasforma

realmente in strumento dell’altrui volontà e determinazione (non agit, sed

agitur).

La coartazione relativa appare connotata da un vizio della volontà che ne

inficia il significato ed il valore: il soggetto passivo si ritrova a compiere

un’azione che non è quella che avrebbe compiuto senza l’azione della

violenza o della minaccia (cactus voluit, sed voluit).

L’oggetto della costrizione si risolve in un fare, tollerare, omettere.

Il delitto è punito a titolo di dolo generico: e cioè dalla coscienza e volontà di

costringere taluno, mediante l’uso della violenza o della minaccia, a fare,

tollerare od omettere qualcosa. È irrilevante il fine dell’azione.

Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui la vittima è costretta a

fare, tollerare od omettere qualcosa.

Il tentativo è configurabile.

Il delitto è aggravato se ricorrono le circostanze di cui all’art. 339 c.p., e cioè

se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o

da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o

valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti

o supposte.

Altre due circostanze aggravanti sono previste da leggi speciali e cioè: se il

fatto è commesso da persona sottoposta ad una misura di prevenzione; se il

fatto è commesso in danno di persona internazionalmente protetta.

Violenza o minaccia per costringere a commettere un reato

Art. 611 c.p.: chiunque usa violenza o minaccia per costringere o

determinare altri a commettere un fatto costituente reato è punito con la

reclusione fino a cinque anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’art. 339 c.p..

La norma configura un’ipotesi speciale ed aggravata di violenza privata,

connotata dalla peculiarità del fine perseguito dal soggetto agente e cioè dalla

commissione di un fatto costituente reato.

Il bene tutelato da questa figura di reato coincide con quello tutelato dalla

fattispecie-madre di violenza privata: la libertà morale del soggetto passivo.

Il soggetto attivo può essere chiunque.

È un reato di mera condotta, perché il fatto incriminato consiste nell’uso di

violenza o minaccia per costringere o determinare altri a commettere un fatto

35

costituente reato.

La violenza o la minaccia devono perseguire la finalità di costrizione o di

determinazione a commettere una indistinta ipotesi di reato.

Lo stato di costrizione generato dalla condotta di violenza o minaccia tende

alla costituzione di un fatto costituente reato.

Per la configurabilità del reato occorre, poi, che esista in astratto la possibilità

di commettere il reato cosiddetto fine, al momento della condotta.

Il delitto è punito a titolo di dolo specifico: occorre cioè la coscienza e volontà

della violenza o della minaccia e il fine di costringere o determinare altri a

commettere un fatto costituente reato.

Il dolo è escluso se il soggetto ritiene per errore che il fatto, alla cui

commissione si vuole costringere il terzo, non costituisca reato. In tal caso

sarà applicabile la figura della violenza privata.

Il momento consumato coincide con quello della condotta violenta o

minacciosa.

Il tentativo è ammissibile, trattandosi di reato a consumazione anticipata.

Stato di incapacità procurato mediante violenza

Art. 613 c.p.: chiunque, mediante suggestione ipnotica o in veglia, o

mediante somministrazione di sostanze alcooliche o stupefacenti, o con

qualsiasi altro mezzo, pone una persona, senza il consenso di lei, in stato

d’incapacità di intendere o di volere è punito con la reclusione fino a un anno.

Il consenso dato dalle persone indicate nell’ultimo capoverso dell’art. 579 c.p.

non esclude la punibilità.

La pena è della reclusione fino a cinque anni:

1. Se il colpevole ha agito col fine di far commettere un reato;

2. Se la persona resa incapace commette, in tale stato, un fatto preveduto

dalla legge come delitto.

Tutela lo status di integrità e di inviolabilità psichica della persona: tutela cioè

la capacità di intendere e di volere.

Soggetto attivo può essere chiunque: si tratta di un reato comune.

Il fatto punibile consiste nel porre una persona, senza il consenso di lei, in

stato di incapacità di intendere e di volere, mediante suggestione ipnotica o in

veglia, o mediante somministrazione di sostanze alcooliche o stupefacenti o

con qualsiasi altro mezzo. La norma configura, dunque, un reato di evento a

condotta libera.

Presupposto negativo del delitto è l’assenza del consenso della persona

offesa.

Lo stato d’incapacità di intendere e di volere è ricondotto dalla dottrina

dominante nell’alveo del significato di cui all’art. 85 c.p..

Si considera irrilevante il consenso prestato dai soggetti minori, infermi di

mente, deficienti psichici per infermità o per abuso di alcool o stupefacenti, e

cioè di soggetti incaoaci ai sensi degli artt. 85,86 c.p..

Per quanto concerne le caratteristiche della condotta, la formula di chiusura

“qualsiasi altro mezzo” rende superflua l’indicazione esemplificativa delle

modalità di realizzazione del delitto.

Il dolo è generico: consiste nella coscienza e volontà di provocare ad altri lo

stato di incapacità. È escluso dall’errore sulle condizioni da cui dipende la

36

validità del consenso.

Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui si verifica lo stato di

incapacità.

Il tentativo è senza alcun dubbio configurabile.

Il delitto è aggravato:

Se il colpevole ha agito col fine di far commettere un reato;

 Se la persona resa incapace commette, in tale stato, un fatto preveduto

 dalla legge come reato.

Minaccia

art. 612 c.p.: chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela

della persona offesa, con la multa fino a euro 51.

Se la minaccia è grave, o è fatta in uno dei modi indicati nell’art. 339 c.p., la

pena è della reclusione fino ad un anno e si procede d’ufficio.

Questa figura di reato protese il bene giuridico della tranquillità individuale in

sé, come situazione prodromica alla tutela della libertà morale in senso

proprio: la norma mira ad evitare che la prospettazione di un male futuro

finisca per alterare a livello psicoemotivo la naturale condizione di vita del

soggetto passivo prima e per pregiudicare poi la specifica libertà di

autodeterminazione.

Soggetto attivo può essere chiunque.

La condotta incriminata consiste nella minaccia ad altri di un danno ingiusto.

La minaccia rappresenta un mezzo di coartazione della volontà del soggetto

passivo, mediante la prospettazione di un male ingiusto e futuro, quale

alternativa per la mancata sottomissione alla volontà del soggetto

minacciante.

Requisito essenziale della minaccia è la sua idoneità a produrre l’effetto

intimidativo sulla volontà del soggetto passivo.

L’idoneità è configurabile anche quando il comportamento minatorio non ha

prodotto l’effetto preso di mira. Ad ogni modo l’impossibilità oggettiva di

arrecare il male minacciato esclude l’idoneità della condotta.

La minaccia non presuppone la presenza del soggetto passivo ma la sua

percezione, la sua conoscenza da parte della vittima.

La minaccia deve avere ad oggetto un danno ingiusto, che consiste nella

lesione o messa in pericolo di un interesse giuridicamente protetto.

La minaccia può assumere differenti forme: minaccia esplicita o implicita,

diretta o indiretta, reale o simbolica, generica e indeterminata, condizionata…

la minaccia può anche prendere di mira una persona diversa dal soggetto

passivo, purchè ad esso legato da vincoli tali che la rendono idonea ad

incidere sulla sua sfera psichica.

Il dolo è generico e presuppone la coscienza e volontà di minacciare ad altri

un danno con la consapevolezza della sua ingiustizia.

Il delitto si consuma nel momento e nel luogo della percezione della minaccia.

Il tentativo appare configurabile.

Il codice prevede due circostanze aggravanti speciali: se la minaccia è grave;

se è fatta in uno dei modi indicati nell’art. 339 c.p.. La minaccia è grave se il

danno è grave.

La minaccia è parimenti aggravata se il fatto è commesso da persona

37

sottoposta ad una misura di prevenzione; ovvero in danno di persona

internazionalmente protetta.

I DELITTI CONTRO LA LIBERTA’ SESSUALE

La violenza sessuale

Art. 609-bis c.p.: chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di

autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la

reclusione da cinque a dieci anni.

Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

1. Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona

offesa al momento del fatto;

2. Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad

altra persona.

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due

terzi.

La violenza sessuale è articolata in due fattispecie principali: la prima è

contenuta nel primo comma, e consiste nella violenza sessuale per

costrizione, le cui modalità esecutive sono la costrizione, la minaccia e

l’abuso di autorità; la seconda è descritta nel secondo comma, e costringe

nella violenza sessuale per induzione, le cui modalità esecutive sono l’abuso

38

delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa e l’inganno

con sostituzione di persona.

In relazione alla fattispecie per costrizione, l’oggetto della tutela è la libertà

sessuale dell’individuo, che si traduce nel diritto di ciascuno ad esplicare

liberamente le proprie personali inclinazioni sessuali e nel diritto di impedire

che il proprio corpo possa essere, senza previo consenso, strumentalizzato

da altri a fini di soddisfacimento erotico.

Per ciò che riguarda invece la violenza sessuale per induzione si pone il

problema se bene protetto sia la libertà sessuale o la c.d. intangibilità

sessuale. Ragioni di coerenza sistematica e di rispetto della voluntas legis

fanno propendere per la prima soluzione.

Soggetto attivo del reato può essere chiunque.

Sotto la vigenza dell’originaria disciplina codicistica erano sorti problemi in

ordine alla configurabilità del reato in capo al coniuge che esercitava violenza

sull’altro coniuge al fine di esigere un rapporto sessuale. L’orientamento

prevalente era nel senso di escludere la configurabilità del reato, facendo leva

su un presunto diritto alla congiunzione sessuale nascente dal matrimonio per

effetto di un consenso anticipato o presunto a future prestazioni sessuali.

Questa opinione tuttavia contrasta con lo spirito della costituzione. Da qui la

conseguenza che il reato di violenza sessuale possa sussistere tra coniugi,

non potendo essere effettuata alcuna discriminazione nell’ambito dei rapporti

matrimoniali.

Il fatto di reato consiste nel compimento di assi sessuali.

Secondo un primo indirizzo interpretativo, gli atti sessuali si identificherebbero

con gli atti di libidine, comprendendone l’intera gamma.

Le molestie sessuali segnano la soglia minima di rilevanza degli atti sessuali,

come nozione comune a tutta la fattispecie, al di sotto della quale manca la

tipicità.

L’atto sessuale deve far riferimento al sesso dal punto di vista anatomico,

fisiologico o funzionale. Occorre che l’aggressione abbia ad oggetto una zona

erotica del corpo della vittima, altrimenti si è fuori dalla specifica disciplina

della tutela della libertà sessuale.

La prima fattispecie di cui all’articolo in esame è la violenza sessuale per

costrizione, commessa con violenza, con minaccia e mediante abuso di

autorità. Occorre che il soggetto passivo sia stato costretto a subire atti

sessuali. Presupposto della costrizione fisica è il dissenso del soggetto

passivo al rapporto sessuale, la cui necessità si desume dagli altri elementi

della fattispecie, quali la violenza e la minaccia.

Nella violenza sessuale la violenza viene comunemente intesa come impiego

di forza o energia fisica che agisce sull’offeso. Non rientra nel concetto di

violenza la c.d. violenza dimostrativa, usata nei confronti dei terzi, costituendo

questo uno strumento di minaccia.

Appare pacifico che il comportamento violento del soggetto attivo non debba

durare per tutto il tempo dell’aggressione sessuale.

La seconda modalità di costrizione è costituita dalla minaccia o violenza

morale che viene intesa come la manifestazione del proposito di cagionare un

danno o di determinare una situazione di pericolo, qualora il minacciato non

acconsenta alla congiunzione carnale.

L’abuso di autorità costituisce la terza modalità di costrizione del soggetto

passivo. Il concetto di autorità va riferito a qualsiasi posizione di superiorità o

39

di preminenza, indipendentemente dall’esistenza o no di poteri di coercizione.

L’abuso consiste nel cattivo uso della posizione di autorità che il soggetto

attivo riveste nei confronti della vittima: vi rientra tutta quella serie di

comportamenti che si concretizzano in un uso deviato o distorto della

posizione di autorità.

La seconda fattispecie è quella della violenza sessuale per induzione, cioè

mediante abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica e all’inganno

mediante sostituzione di persona.

L’abuso, in questo contesto, consiste nell’approfittamento delle condizioni del

soggetto passivo.

L’induzione a sua volta potrà consistere in un comportamento sia di ordine

materiale-fisico sia verbale e non richiede necessariamente un vero e proprio

inganno, ovvero una costrizione, che rileva ex comma primo dell’articolo in

esame.

È infine punita la condotta di chi compie atti sessuali con inganno,

sostituendosi ad altra persona. La condotta incriminata consiste nel compiere

atti sessuali medianti lo scambio di persona. La sostituzione deve avvenire

mediante inganno, inteso come fraudolenta induzione in errore.

Il dolo è generico, essendo indifferente il fine per cui l’aggressore si voglia

congiungere carnalmente con la vittima; è necessaria la coscienza e volontà

di costringere il soggetto passivo mediante l’uso di violenza o di minaccia a

congiunzione carnale. Nel caso di abuso di autorità occorre la coscienza e

volontà di compiere o subire atti sessuali abusando della propria posizione di

autorità.

Il reato si consuma nel momento e nel luogo in cui avviene il compimento

dell’atto sessuale.

Il tentativo è sicuramente ammissibile.

Ai sensi dell’art. 609-ter c.p. i fatti di cui all’art. 609-bis c.p. sono aggravati e

puniti con la reclusione da sei a dodici anni se sono commessi:

Nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici;

 Con l’uso di armi o sostanze alcooliche, narcotiche o stupefacenti o altri

 strumenti gravemente lesivi della salute della persona offesa;

Da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di

 incaricato di pubblico servizio;

Su persona comunque sottoposta a limitazioni di libertà personale;

 Nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni sedici della quale il

 colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore.

La pena è della reclusione da sette a quattordici anni se il fatto è commesso

nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni dieci.

Una circostanza attenuante speciale è prevista nel terzo comma dell’art. 609-

bis c.p., per i casi di minore gravità, con diminuzione di pena in misura non

eccedente i due terzi.

Per giudicare della minore gravità bisogna aver riguardo non già alla quantità

della violenza esplicata, ma alla qualità dell’aggressione sessuale.

L’art. 609-septies c.p. prevede la generale procedibilità a querela

irrevocabile della persona offesa.

È peraltro riconosciuto alle vittime il termine più lungo di dei mesi dalla

commissione del fatto di reato, in relazione al forte trauma subito dalla vittima

di una violenza sessuale, che spesso non permette di reagire in tempi brevi.

40

Atti sessuali con minorenne

Art. 609-quater c.p.: soggiace alla pena stabilita dall’art. 609-bis c.p.

chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto articolo, compie atti sessuali

con persona che, al momento del fatto:

Non ha compiuto gli anni quattordici;

 Non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il

 genitore anche adottivo, il tutore ovvero altra persona cui, per ragioni di

cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è

affidato, o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza;

Non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’art.

 609-bis c.p., compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli

anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a tre anni;

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita fino a due terzi;

 Si applica la pena di cui all’art. 609-ter c.p., secondo comma, se la

 persona offesa non ha compiuto gli anni dieci.

Per tali situazioni, a causa delle condizioni di immaturità fisica e psicologica, il

legislatore toglie ogni efficacia al consenso del soggetto passivo: anche se

manifestato, il consenso non acquista alcun significato sul piano della tipicità

del fatto.

Il bene giuridico protetto è la libertà di autodeterminazione per le situazioni

connotate da violenza, minaccia o frode, ossia con modalità della condotta

che ledono la contraria volontà del soggetto passivo; è tutelata inoltre

l’intangibilità sessuale della persona nelle ipotesi di condotte abusive o di

violenza presunta.

Il limite del quattordicesimo anno di età permane come regola generale,

dettata per segnare il confine della liceità dell’attività sessuale, connotando i

rapporti tra adulti e minori, con la relativa esigenza di proteggere i soggetti

immaturi allo scopo di non coartare o compromettere la loro libertà sessuale.

Il reato è comune, salvo che per le ipotesi previste dal numero 2, in cui sono

incriminate condotte sessuali con infrasedicenni, purchè il soggetto attivo

rivesta determinate qualifiche soggettive.

Le condotte incriminate si connotano in negativo, dovendo mancare gli

estremi della violenza, minaccia, abuso di autorità, o delle condizioni di

inferiorità fisica o psichica e dell’inganno.

La presenza anche di uno di tali elementi comporta l’assunzione del fatto

nell’ipotesi di violenza sessuale.

La nozione di atti sessuali è identica a quella delineata dall’art. 609-bis c.p.,

anche se è da evidenziare la peculiarità relativa al mancato riferimento

legislativo a condotte consistenti non solo nel compiere atti sessuali su un

minore, ma anche nell’indurre il minore a compiere su sé stesso o su altra

persona gli atti sessuali medesimi.

L’elemento soggettivo è costituito dal dolo generico.

Il tentativo è ammissibile.

L’ultimo comma introduce la nuova circostanza aggravante di cui all’art. 609-

ter c.p., per il caso in cui gli atti sessuali vengano compiuti con minore di anni

dieci anche se consenziente.

Il terzo comma dell’articolo in esame richiama la stessa circostanza

attenuante prevista dall’art. 609-bis c.p. per i casi di minore gravità. 41

La corruzione di minorenni

Art. 609-quinquies c.p.: chiunque compie atti sessuali in presenza di

persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la

reclusione da sei mesi a tre anni.

L’interesse protetto dalla fattispecie è il sano e armonioso sviluppo della

personalità e della sessualità dei minori.

Soggetto attivo può essere chiunque, mentre soggetto passivo è qualsiasi

persona minore degli anni quattordici. Si è operata, invero, una parziale

abolitio criminis di tutte le condotte incriminate commesse nei confronti di

minori di età compresa tra quattordici e sedici anni.

La condotta punibile è il compimento di assi sessuali in presenza di persona

minore di anni quattordici.

L’espressione atti sessuali appare comprensiva di tutti i comportamenti a

carattere sessuale.

La nozione di atti sessuali deve concretizzarsi in attività fisiche che

coinvolgano in qualche modo direttamente gli organi sessuali con il proposito

di farvi assistere il minore: cosa diversa dal semplice mostrare fotografie.

Requisito della presenza del minore agli atti sessuali compiuti dall’agente. È

necessaria una presenza cosciente, o almeno idonea a far percepire il

significato degli atti sessuali.

L’elemento soggettivo è costituito, come si è visto, dal dolo specifico: è

necessaria comunque la consapevolezza in capo all’autore della presenza del

minore. L’errore o l’ignoranza dell’età del minore è irrilevante ai sensi dell’art.

609-sexies c.p..

Il tentativo è configurabile.

Violenza sessuale di gruppo

Art. 609-octies c.p.: la violenza sessuale di gruppo consiste nella

partecipazione, da parte di più persone riunite, ad atti di violenza sessuale di

cui all’art. 609-bis c.p..

Chiunque commette atti di violenza sessuale di gruppo è punito con la

reclusione da sei a dodici anni.

Il bene giuridico protetto dalla norma è la libertà sessuale della vittima, che

subisce un’aggressione quantitativamente e qualitativamente più intensa e

penetrante rispetto ai casi di violenza sessuale monosoggettiva.

Dal punto di vista del soggetto attivo, trattasi di fattispecie a concorso

necessario, poiché la norma richiede necessariamente una pluralità di agenti

per l’integrazione del reato.

La descrizione del fatto tipico ruota attorno alla formula partecipazione ad atti

di violenza sessuale ad opera di più persone riunite.

La condotta incriminata fa riferimento ad un comportamento di partecipazione,

e cioè a concorso materiale nella perpetrazione della violenza o minaccia

avente ad oggetto la sfera sessuale della vittima.

Il compimento dell’atto di violenza da parte di un soggetto avviene mediante

la contestuale cooperazione di almeno un altro coautore. 42

Il concetto di partecipazione non richiede necessariamente che ciascuno dei

compartecipi realizzi l’intera fattispecie concorsuale, ma è sufficiente che la

violenza o la minaccia provenga da uno solo degli agenti.

Non è necessario che ciascun soggetto compia personalmente atti sessuali.

Occorre, però, che le persone riunite e presenti realizzino una partecipazione

ad atti di violenza.

L’autonoma fattispecie della violenza di gruppo è integrata dalla simultanea

presenza e interazione delle condotte di più persone, che eseguono il delitto

esclusivamente nella forma del concorso materiale: e cioè o ciascun partecipe

realizza l’intera fattispecie con la collaborazione contestuale di altri correi;

ovvero compie una frazione del fatto tipico, come ad esempio nel caso di chi

si limiti a realizzare la violenza, mentre un altro compie l’atto sessuale.

L’elemento soggettivo della violenza sessuale di gruppo è costituito dal dolo

generico: richiede in ogni caso che ogni singolo partecipe abbia

consapevolezza dell’interazione di tutte le condotte finalisticamente orientate

alla violenza.

Il quarto comma dell’art. 609-octies c.p. prevede una circostanza attenuante

per il partecipe la cui opera abbia avuto minima importanza nella

preparazione o nell’esecuzione del reato.

Disposizioni comuni

La l.66/1996 ha dettato una serie di norme che valgono in generale per tutte

le ipotesi di reato.

Ignoranza dell’età della persona offesa

L’art. 609-sexies c.p. dispone:”quando i delitti previsti negli artt. 609-bis,

609-ter, 609-quater, 609-octies c.p. sono commessi in danno di persona

persona di anni quattordici, nonché nel caso del delitto di cui all’art. 609-

quinquies, il colpevole non può invocare, a propria scusa, l’ignoranza dell’età

della persona offesa.

L’assolutezza della tutela del minore deroga al principio espresso dall’art. 47

c.p..

Pene accessorie ed altri effetti penali

L’art. 609-nonies c.p. dispone: la condanna per alcuno dei delitti previsti

dagli artt. 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies c.p.

comporta:

La perdita della potestà del genitore, quando la qualità di genitore è

 elemento costitutivo del reato;

L’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla

 curatela;

La perdita del diritto agli alimenti e l’esclusione dalla successione della

 persona offesa. 43

I delitti contro il patrimonio

I DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO IN GENERALE

Premessa introduttiva

Concezione codicistica e rilevanza criminologica dei delitti contro il patrimonio

Reati contro il patrimonio. Se, e in quali limiti, la tutela penale debba vantare

una sua autonomia rispetto alla protezione del patrimonio assicurata dagli

istituti civilistici.

Titolo XIII del libro secondo del codice penale (artt. 624 – 648-ter c.p.): delitti

che offendono, in via esclusiva o principale, diritti soggettivi o interessi a

contenuto economico-patrimoniale, facenti capo a persone fisiche o

giuridiche. Differenza con i delitti contro l’economia pubblica, i quali ledono,

invece, interessi di natura superindividuale o collettiva connessi al

funzionamento globale del sistema economico.

Altre figure di reato direttamente o indirettamente lesive del patrimonio sono

collocate sia al di fuori del titolo XIII, sia nell’ambito delle leggi penali speciali.

Il patrimonio come bene giuridico di categoria: portata e limiti 44

Il patrimonio è il bene giuridico di categoria. Il codice Zanardelli parlava di

delitti contro la proprietà. Le fattispecie attuali non tutelano solo la proprietà,

ma anche ogni altro diritto reale, il possesso di fatto separato dalla proprietà,

ed anche, i diritti di obbligazione. Tutela il complesso dei diritti e dei rapporti

giuridici di contenuto patrimoniale che fanno capo a una persona.

Due categorie: reati contro la proprietà (o altri diritti) ovvero patrimoniali in

senso lato; reati contro il patrimonio in senso stretto.

Nei reati del primo tipo l’oggetto della tutela penale è costituito dal potere di

signoria, che il titolare del diritto di proprietà (o di altro diritto) esercita sulle

cose, individualmente determinate, aggredite dal reo. Ai fini della

configurabilità dell’illecito penale, si ritiene sufficiente che venga pregiudicata

la possibilità del titolare del diritto di usare e disporre a suo piacimento delle

cose che gli appartengono. Non si richiede, invece, che il soggetto passivo

subisca un concreto danno patrimoniale.

Nei reati del secondo tipo, e cioè patrimoniali in senso stretto, l’illecito

aggredisce il patrimonio come entità economica complessiva e la fattispecie

incriminatrice prevede, come requisito costitutivo esplicito, l’altrui danno

patrimoniale.

Il patrimonio non sempre è tutelato come bene giuridico esclusivo. Alcuni

delitti ledono, infatti, oltre al patrimonio, beni di natura personale, come il

diritto alla libertà e all’autodeterminazione individuale. Nei reati plurioffensivi,

l’attitudine lesiva delle relative condotte criminose si proietta su di una

pluralità di interessi protetti. È considerata pur sempre prevalente l’offesa

arrecata al patrimonio.

La classificazione dei reati patrimoniali

I principali criteri classificatori sono riconducibili a due modelli, i quali si

distinguono a seconda che ruotino sull’oggettività giuridica sottesa alle singole

fattispecie, o sulle modalità di aggressione che connotano le condotte tipiche.

Classificazione incentrata sul bene giuridico protetto. Delitti contro la proprietà

in senso stretto e delitti contro il patrimonio. Modello di bipartizione che è

entrato progressivamente in crisi.

Il criterio di classificazione più accreditato fa leva sulle caratteristiche

offensive della condotta. Condotte violente e condotte fraudolente.

Un ulteriore modello incentrato sulla condotta si basa sul diverso ruolo

assunto dal soggetto passivo: delitti di aggressione o usurpazione unilaterale;

delitti con cooperazione artificiosa della vittima. Nei primi l’aggressione

criminosa promana tutto dal reo, il quale fa da solo quanto occorre per recare

offesa alla vittima, cui non rimane altro se non subire passivamente. Nei

secondi si instaura un rapporto interattivo tra l’autore del fatto e al persona

offesa: quest’ultima non si limita a subire il reato, ma coopera da parte sua al

processo lesivo, compiendo consensualmente atti di disposizione

patrimoniale che la danneggiano.

I concetti generali

Rilievi metodologici

I concetti di origine privatistica mantengono il loro significato anche in sede

45

penale.

Mentre il diritto civile sarebbe finalizzato alla protezione degli interessi

materiali economicamente rilevanti, al diritto penale spetterebbe un compito di

tutela più elevato, e cioè la protezione di valori che attingono alla sfera

spirituale dell’uomo.

Dal principio di unità dell’ordinamento giuridico è ragionevolmente deducibile

la presunzione che ad uno stesso termine corrisponda il medesimo

significato, quale che sia il settore del diritto che viene in questione.

La nozione di patrimonio

La nozione di patrimonio risulta controversa. Le diverse tesi prospettate in

dottrina hanno oscillato tra due opposte concezioni del patrimonio, giuridica

ed economica. In tempi più recenti tendono ad affermarsi teorie miste.

La concezione giuridica prospetta un concetto di patrimonio legato al diritto

civile: somma dei diritti soggetti patrimoniali facenti capo ad una persona. Il

danno patrimoniale viene a coincidere con la lesione della posizione giuridica

tutelata, e pertanto si verifica anche se le cose oggetto dell’attività criminosa

siano prive di valore economico. La consumazione dei reati con la

cooperazione della vittima si anticipa al momento nel quale il soggetto

passivo dispone del diritto, non occorrendo più attendere la concreta

verificazione del danno economico. Poiché tutti i diritti costitutivi del

patrimonio posseggono in quanto tali il medesimo rango, non sarebbe più

possibile graduare la gravità del reato in funzione del valore economico delle

cose aggredite.

La concezione economica definisce il patrimonio come l’insieme dei beni

economicamente rilevanti appartenenti ad un soggetto. Le cose oggetto

dell’attacco illecito posseggono un valore di scambio secondo la logica di

mercato: è indifferente, invece, che su di esse la vittima possa vantare un

diritto soggettivo. Connotazione prettamente economica. Esclusione

dall’ambito della protezione penale di tutte quelle cose che, prive di un valore

di scambio strettamente inteso, posseggono un valore d’uso per il soggetto

interessato ad utilizzarle.

Nell’ambito della dottrina contemporanea tende a prevalere una impostazione

mediana, economico-giuridica. Il concetto penalistico di patrimonio è

caratterizzato tanto dalla effettiva rilevanza economica, quanto dalla

dimensione giuridico-formale delle cose che ne fanno parte.

Più di recente è stata elaborata una concezione personalistica del patrimonio,

che ricomprende solo l’insieme dei beni e dei rapporti idonei ad assolvere una

funzione strumentale rispetto all’autorealizzazione e allo sviluppo della

persona umana.

Il concetto di cosa

Le figure più antiche di reato sono quelle che aggrediscono cose,

individualmente determinate, sottoposte al concreto potere di signoria del

proprietario.

La cosa costituisce l’oggetto materiale dei reati di aggressione unilaterale

contro la proprietà.

Nei reati patrimoniali in senso stretto, caratterizzati dalla cooperazione con la

46

vittima, l’azione criminosa può attaccare singole cose materiali, ma occorre

che l’azione incida negativamente sul patrimonio del soggetto passivo

concepito come entità economica unitaria.

È definibile cosa, nel senso del diritto penale, ogni oggetto corporale o fisico:

ogni entità fisica del mondo esterno, che presenti i caratteri della definitezza e

della esistenza autonoma.

Tendenziale estensione del concetto di cosa. Energie e dati informatici.

Si può trattare di beni mobili o immobili, a seconda della fattispecie

incriminata.

Altruità

Tutte le fattispecie delittuose qualificano l’oggetto materiale dell’azione con la

nota dell’altruità: altrui deve essere la cosa rubata, rapinata, danneggiata…

L’orientamento tradizionale definisce altrui una cosa di proprietà di altri.

Tendenza ad attribuire alla nozione di altruità un significato più ampio,

comprensivo anche di posizioni giuridiche ulteriori. È coerente considerare

altrui la cosa che appartiene al patrimonio di altri: oltre al diritto di proprietà,

tutti gli altri diritti e tutti gli altri rapporti giuridici di contenuto patrimoniale.

Possesso e detenzione

Dal principio dell’unità dell’ordinamento giuridico discende la presunzione

relativa che un medesimo termine possegga sempre lo stesso significato, a

prescindere dal settore del diritto cui esso viene impiegato.

I sostenitori della concezione civilistica ritenevano che la nozione di possesso

fosse da ricostruire facendo esclusivo riferimento alle disposizioni del diritto

civile.

La concezione autonomistica partiva invece dal presupposto che la nozione di

possesso dovesse determinarsi alla stregua delle sole norme penale e

tendeva a identificare il possesso in senso penalistico con la semplice

detenzione, cioè con la mera relazione di fatto con la cosa.

Tende ormai a prevalere un concetto di possesso inteso quale autonomo

potere di signoria sulla cosa, cioè come potere di fatto che si esercita al di

fuori della sfera di controllo di un soggetto che vanta un potere giuridico

maggiore.

Danno

Le fattispecie di offesa al patrimonio con cooperazione artificiosa della vittima

presentano, come requisito costitutivo, il danno altrui.

Nei reati di aggressione unilaterale, invece, l’estremo del danno non è

espressamente menzionato tra gli elementi costitutivi del fatto tipico.

La tendenza generale è quella di dematerializzare il concetto di danno proprio

con riferimento a quelle fattispecie incriminatrici in cui esso figura come

requisito costitutivo esplicito.

Profitto

Un altro elemento comune a svariate fattispecie di reato contro il patrimonio è

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il profitto preso di mira o conseguito con l’azione delittuosa.

Pur essendo ammissibile che il profitto assuma, a seconda dei casi, ora una

rilevanza strettamente economica ora una caratterizzazione più ampia, ci si

deve in ogni caso guardare dal rischio di diluire il requisito in esame in un quid

che smarrisca ogni nota di patrimonialità sia pure latamente concepita.

In alcune fattispecie il profitto viene qualificato come ingiusto. Il profitto è

definibile ingiusto tutte le volte in cui il suo perseguimento prescinde da una

pretesa giuridicamente riconosciuta, in forma sia diretta che indiretta. Il

profitto può essere perseguito sia nell’interesse del soggetto agente, sia

nell’interesse di altri.

I rapporti di famiglia come causa di non punibilità

L’art. 649 c.p. prevede, per i fatti commessi in danno dei congiunti, un doppio

regime giuridico: di non punibilità se la vittima è il coniuge non legalmente

separato, l’ascendente, il discendente, l’affine in linea retta, l’adottante,

l’adottato ovvero il fratello o la sorella che con lui convive; di punibilità a

querela se il soggetto passivo è il coniuge legalmente separato, il fratello o la

sorella non conviventi, ovvero lo zio, il nipote o l’affine di secondo grado

purchè conviventi.

Il concetto di filiazione si estende anche alla filiazione illegittima.

L’applicabilità della norma sembra da escludere nell’ipotesi in cui il fatto sia

commesso in danno di un prossimo congiunto e di un terzo.

La causa di non punibilità non opera nei casi di delitto di rapina, estorsione,

sequestro di persona a scopo di estorsione o di ogni altro delitto contro il

patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Nonostante opinioni contrastanti, la tesi maggioritaria riporta la norma

nell’ambito della categoria delle cause personali di esenzione da pena, e cioè

di quelle circostanze che, pur non togliendo al fatto il suo carattere di illiceità

penale, impediscono l’applicabilità della sanzione per particolari ragioni di

politica criminale.

L’esenzione da pena appare collegata non già ad una presunta mancanza di

disvalore etico-sociale del fatto, ma ad un giudizio di opportunità inteso ad

evitare il maggior danno che la famiglia potrebbe ricevere dall’intervento della

giurisdizione penale. 48

I DELITTI DI AGGRESSIONE UNILATERALE

Furto

Art. 624 c.p.: chiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a

chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la

reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 154,94 a 516,46.

Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l’energia

elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra una o più

delle circostanze di cui agli artt. 61, 625 c.p..

A caratterizzare la specificità del furto soccorre, accanto alla condotta

materiale di sottrazione, il dolo specifico costituito dal fine di trarre lucro o

profitto dalla cosa sottratta.

Il legislatore ha tentato di rimediare all’originario rigore. Modifica della

disciplina del bilanciamento di circostanze, realizzata nel ‘74.

Bene giuridico oggetto di tutela. Due orientamenti di fondo: il primo abbraccia

tutte quelle posizioni che, pur con diverse sfumature, convergono

nell’assumere a bene protetto il semplice potere di fatto che il soggetto

derubato aveva sulla cosa sottrattagli dal ladro; il secondo orientamento

ricomprende, invece, tutte quelle tesi che ravvisano l’oggetto della tutela in

uno stato di diritto, fatto coincidere ora più restrittivamente con la proprietà o

altri diritti reali, ora più estensivamente anche con i diritti personali di

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godimento o altri diritti.

La tesi che degrada l’altruità ad un requisito superfluo è da respingere.

L’altruità costituisce uno dei requisiti fondamentali della descrizione normativa

del fatto incriminato. La cosa è definibile altrui se la sottrazione lede un

interesse giuridicamente rilevante alla stregua delle norme civilistiche, facente

capo ad un soggetto diverso dall’agente e caratterizzato dal potere di

disporre, usare e godere della cosa. Abbraccia tutti i diritti reali o di

obbligazione che attribuiscono a chi ne è titolare un effettivo potere d’uso o di

godimento della cosa; esulano dall’area della tutela sia il diritto di garanzia

(pegno), sia la semplice relazione di custodia, in quanto in entrambi i casi

manca un vero e proprio diritto di usare della cosa.

Soggetto passivo del diritto di furto è il titolare del diritto o, comunque, della

relazione di interesse giuridicamente rilevante con la cosa sottratta: ove il

soggetto che viene spogliato della cosa non coincida con il titolare del diritto,

egli assumerà il ruolo di semplice punto di incidenza dell’azione materiale di

spossessamento, e non di soggetto passivo. Configurabilità del furto nei

confronti del ladro: l’azione furtiva ricade sul ladro solo materialmente, mentre

il vero soggetto passivo della sottrazione rimane il titolare del diritto sulla

cosa, il cui interesse risulta ulteriormente pregiudicato dal fatto che il

passaggio della cosa a soggetti diversi ne rende più difficile la riacquisizione.

Soggetto attivo è chiunque. È controversa la configurabilità della sottrazione

commessa dallo stesso proprietario ai danni di ci esercita sulla cosa un diritto

reale o personale di godimento. Nel nostro sistema costituzionale non sembra

azzardato escludere che la proprietà possa essere tutelata fino al punto di

consentire che il nudo proprietario, sulla base di un titolo formale e astratto, si

reimpossessi abusivamente di cose in atto destinate a soddisfare interessi

concreti giuridicamente rilevanti di altri soggetti.

La condotta incriminata fa leva sui concetti di detenzione, sottrazione ed

impossessamento.

La detenzione della cosa da parte del soggetto che ne viene spogliato

costituisce il presupposto della condotta sottrattiva e di impossessamento

realizzata dal soggetto attivo.

La condotta di sottrazione presuppone la detenzione della cosa da parte di un

soggetto diverso dall’agente. Nel codice Zanardelli: chiunque si impossessa

della cose mobile altrui, togliendola dal luogo in cui si trova. Passaggio dal

criterio spaziale al criterio personale.

La detenzione equivale ad un concetto comprensivo di tutte quelle situazioni

di fatto che denotano l’appartenenza delle cose a terzi: detenzione è sinonimo

di un potere di disponibilità, attuale o soltanto virtuale, purchè in ogni caso

socialmente riconoscibile. Sembra da escludere la configurabilità del furto su

cadavere. Una detenzione accompagnata dall’animus presuppone che il

detentore si una persona vivente.

Le modalità aggressive della condotta furtiva consistono nella sottrazione e

nell’impossessamento della cosa mobile altrui. Due momenti autonomi che

vanno accertati separatamente. Necessari sono l’assenza di violenza o

minaccia e il dissenso del derubato. Modello criminoso della usurpazione

unilaterale: la lesione deve essere arrecata senza la collaborazione, e anzi

contro la volontà del soggetto passivo. 50

È definibile sottrazione quella condotta che determina l’uscita della cosa dalla

signoria di fatto del precedente possessore: eliminazione dell’altrui possesso,

spossessamento. La sottrazione è la condizione di un nuovo

impossessamento. Purchè si consegua il risultato dell’altrui spossessamento,

sono indifferenti le modalità e i mezzi di realizzazione della condotta

sottrattiva. Non si richiede che l’azione furtiva sia clandestina, né che il reo

attui lo spossessamento mediante un’apprensione manuale o il dispiego di

personali energie fisiche.

La commissione dl furto presuppone che alla sottrazione segua

l’impossessamento della cosa mobile altrui: la piena integrazione della

fattispecie incriminatrice implica infatti che la cosa esca dalla sfera

possessoria di un soggetto per entrare in quella di un altro. Allo

spossessamento deve seguire un nuovo impossessamento. Finchè alla

perdita del possesso da parte del precedente detentore non segua

l’acquisizione di un autonomo possesso da parte dell’agente, l’azione furtiva

non supererà la soglia del tentativo. Il prelievo materiale della res diviene

impossessamento solo qualora questa venga occultata dall’acquirente;

mentre, nei casi normali di merce prelevata con volontà di pagamento, il

cliente conseguirebbe il possesso quando paga l’importo alla cassa. A ben

vedere nonostante l’occultamento, la cosa prelevata rimane ancora entro una

zona in cui è potenzialmente esercitabile il controllo da parte del personale di

vigilanza. Si tratterebbe di furto solo tentato.

Oggetto materiale del furto è la cosa mobile altrui. Deve, in ogni caso, trattarsi

di una parte del mondo esterno avente una dimensione fisica. Il criterio

determinante poggia sulla sottraibilità (o insottraibilità) al detentore: sono

definibili cose tutti gli oggetti che possono essere sottrai bili al ladro. Non

rientrano tra le cose i beni immateriali. Rientrano tra le cose i beni immobili

mobilizzanti, cioè quelle cose originariamente immobili che possono essere

rese mobili ad opera dello stesso agente mediante uno scorporamento dal

complesso unitario di cui prima facevano parte.

Non può costituire cosa sottrai bile il corpo umano considerato nella sua

interezza: il furto può, invece, avere ad oggetto parti del corpo già staccate.

Valore economico della cosa sottratta: il furto deve avere necessariamente ad

oggetto beni dotati di un valore di scambio, o può configurarsi anche rispetto

a cose che soddisfano interessi di natura extraeconomica? La dottrina

dominante opta per la soluzione più estensiva, includendo tra le cose

suscettibili di furto anche quelle dotate di un semplice valore affettivo. Il

requisito fondamentale è quello della sottraibilità. Non rientrano, tra le energie

sottrai bili né quelle animali, né quelle umane.

L’altruità della cosa mobile sottratta costituisce un requisito fondamentale del

reato in esame. La cosa sottratta non deve essere né nullius, né communis

omnium, né rientrate nella esclusiva sfera di appartenenza dello stesso

soggetto agente. La cosa deve trovarsi in una relazione di interesse,

giuridicamente rilevante, con un terzo che subisce lo spoglio. Il concetto di

altruità può essere esteso sino a ricomprendere, oltre al diritto di proprietà, i

diritti di godimento e di uso, sia a carattere reale, sia a carattere personale.

Il dolo del furto è costituito dalla volontarietà della sottrazione e

dell’impossessamento, unitamente alla consapevolezza dell’altruità della cosa

sottratta: il dolo, perciò, esula se l’agente ritiene che la cosa sia propria a

51

causa di un errore di fatto ovvero per erronea interpretazione della legge

extrapenale. Dolo specifico rappresentato dal fine di trarre profitto: ai fini della

consumazione del reato, non è necessario che il profitto sia di fatto

conseguito, ma è sufficiente che l’agente miri a conseguirlo. Perché il furto si

configuri nel suo aspetto soggettivo, non basta la volontà di impossessarsi e

di conseguire l’eventuale appagamento già insito nell’impossessamento

stesso: occorre che la volontà altresì si proietti verso l’acquisizione di un

vantaggio economicamente valutabile derivante dalla cosa posseduta. Di

questo profitto effettivo o potenziale può beneficiare non solo l’agente, ma

anche un terzo. Il reato, invece, esula se destinatario del profitto è la stessa

vittima. Una parte della dottrina e della giurisprudenza ritiene che l’ingustizia

sia implicita nel profitto. La giustizia del profitto va rapportata all’esistenza di

una pretesa giuridicamente riconosciuta sulla quale esso possa, direttamente

o indirettamente, trovare fondamento.

La determinazione del momento consumativo del furto, tradizionalmente

controversa, ha dato luogo al sorgere di diverse teorie. Alternativa di far

coincidere la consumazione: o col perfezionamento della condotta di

sottrazione; ovvero con l’impossessamento quale fase distinta, anche se non

sempre temporalmente, dalla sottrazione. La soluzione preferibile consiste nel

far coincidere la consumazione con l’impossessamento concepito come

momento più pregnante della mera sottrazione: il furto si consuma non prima

che l’agente, dopo aver sottratto la cosa, ne consegua la disponibilità

autonoma al di fuori della sfera di sorveglianza della vittima.

Furto in abitazione e furto con strappo

Art. 624-bis c.p.: chiunque si impossessa della cosa mobile altrui,

sottraendola a chi la detiene, al fine di farne profitto per sé o per altri,

mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in

parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa, è punito con la reclusione

da uno a sei anni e con la multa da euro 309,87 a 1032,92.

Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi si impossessa della

cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, a fine di trarne profitto per sé

o per altri, strappandola di mano o di dosso alla persona.

L’articolo configura come autonome figure di reato le due ipotesi, antecedente

previste nell’art. 625 c.p. come circostanze aggravanti, del furto in abitazione

e del furto con strappo. Sanzionati con una pena maggiorata che si sottrae al

possibile giudizio di bilanciamento tra circostanze.

Il nuovo art. 625-bis c.p. introduce una circostanza attenuante destinata ad

essere applicata a chi collabora con la giustizia per l’individuazione dei correi

nel furto o degli eventuali ricettatori.

Furto in abitazione

Il fatto tipico consiste nel compiere l’azione furtiva mediante introduzione in un

edificio o in un altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle

pertinenze di essa. Non è necessario che il luogo adibito a dimora sia

effettivamente abitato nel momento in cui si compie il furto. Il reato è escluso

52

quando il furto è stato commesso in un edificio ancora in costruzione presso

cui pernotta un custode.

Requisito tacitamente previsto: illegittimità dell’introduzione. Il reato non è

configurabile se l’introduzione è compiuta con il consenso dell’avente diritto

ovvero esercitando un proprio diritto.

Tra i luoghi protetti rientrano anche locali privati destinati ad uso non abitativo,

come uffici, esercizi commerciali, sedi di partito, studi professionali…

Per pertinenze devono intendersi tutti i luoghi che adempiono una funzione

strumentale rispetto a quelli di privata dimora.

Furto con strappo

Consiste nello strappare la cosa di mano o di dosso alla persona.

Volgarmente definita scippo. Costituiva nel codice Zanardelli una attenuante

della rapina.

Strappare vuol dire togliere con violenza tale da superare la resistenza

opposta dal mezzo che unisce la cosa alla persona. A differenza di quanto

avviene in quello con destrezza, il derubato non può non rendersi conto del

fatto perché il ladro piega con forza la sua resistenza.

La violenza deve essere esercitata direttamente sulla cosa e solo

mediatamente deve colpire la persona. Se la violenza è invece usata

direttamente sulla persona, ricorre il più grave delitto di rapina.

Le lesioni prodotte dallo scippo devono essere considerate colpose.

Le circostanze aggravanti

L’art. 625 c.p. contiene una elencazione di circostanze aggravanti del furto.

La presenza di queste aggravanti ha limitato a pochissimi casi la

configurazione del furto semplice.

Il delitto di furto è aggravato:

Se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo

 fraudolento.

Se il colpevole porta in dosso armi o narcotici, senza farne uso.

 Se il fatto è commesso con destrezza.

 Se il fatto sia commesso da tre o più persone, ovvero anche da una sola,

 che sia travisata o simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di

pubblico servizio.

Se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli,

 nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si

somministrano cibi e bevande.

Se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici e stabilimenti pubblici, o

 sottoposte a sequestro o a pignoramento, o esposte per necessità o per

consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico

servizio o a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza.

Se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in

 mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria.

Se il fatto è commesso su armi, munizioni od esplosivi nelle armerie ovvero

 in deposito o in altri locali adibiti alla custodia di essi.

L’ultimo comma stabilisce che se concorrono due o più circostanze prevedute

53

dai numeri precedenti, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra

quelle indicate nell’art. 61 c.p., la pena è della reclusione da tre a dieci anni e

della multa da lire quattrocentomila a tre milioni.

Furti minori

L’art. 626 c.p. tre ipotesi di minori di furto. Furti punibili a querela dell’offeso:

furto d’uso, furto lieve per bisogno e spigolamento abusivo.

Le disposizioni in esso contenute non si applicano se concorre taluna delle

circostanze indicate nei numeri 1, 2, 3, 4 dell’art. 625 c.p..

Furto d’uso

Art. 626, 1 c.p.: si applica la reclusione fino ad un anno ovvero la multa fino a

euro 206,58, e il delitto è punibile a querela della persona offesa, se il

colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa sottratta,

e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita.

Figura criminosa autonoma. Scopo esclusivo di far uso momentaneo della

cosa sottratta. Immediata restituzione della cosa utilizzata.

Momentaneità dell’uso. Si deve aver riguardo al tempo minimo necessario per

farne u uso conforme alla sua natura o alla sua destinazione. L’uso deve

anche essere immediato.

Se il soggetto non riesce di fatto per un qualsiasi motivo a usare

momentaneamente della cosa sottratta con questo scopo, ma la restituisce

comunque all’avente diritto, il reato in esame si configura ugualmente.

Dopo essere stata momentaneamente usata, la cosa deve anche essere

restituita immediatamente. La restituzione deve essere volontaria: è

sufficiente che essa non sia la conseguenza di situazioni esterne che

coartano la volontà dell’agente.

La corte costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 626, 1 c.p.,

nella parte in cui escludeva che potessero essere pur sempre ricondotto alla

meno grave fattispecie di furto d’uso le ipotesi di mancata restituzione

determinata da cause indipendenti dalla volontà del colpevole.

Non è necessario che la cosa venga materialmente riconsegnata all’avente

diritto, né che venga ricollocata proprio nello stesso luogo dal quale era stata

asportata: basta che la cosa sia restituita secondo modalità concrete tali da

consentire al proprietario di essere reintegrato nel possesso della cosa senza

eccessive difficoltà.

L’elemento soggettivo è costituito dal dolo d’uso, e cioè dall’intenzione non

già di appropriarsi della cosa, bensì di farne solo un uso momentaneo;

occorre, altresì, l’intenzione di restituire la cosa all’avente diritto.

L’individuazione del momento consumativo è controversa. La soluzione che fa

coincidere la consumazione col momento dell’impossessamento, ha ricevuto

l’avvallo della corte costituzionale.

Il tentativo di furto d’uso può considerarsi ammissibile limitatamente a quei

casi in cui l’agente cerchi, senza riuscirvi, di impossessarsi di una cosa al fine

54

di farne uso momentaneo e col proposito di restituirla subito dopo.

Furto lieve per bisogno

Art. 626, 2 c.p.: furto commesso di cose di tenue valore, per provvedere ad

un grave ed urgente bisogno.

La fattispecie oggettiva consta dei requisiti costitutivi tipici del furto comune.

Presenza di due elementi peculiari: la tenuità del valore della cosa sottratta; e

il fine di provvedere ad un grave ed urgente bisogno.

Tenue valore. Circostanze concrete del singolo caso. Quantità minima

indispensabile per soddisfare il bisogno. Non è necessario che la cosa rubata

soddisfi direttamente l’esigenza dell’agente, ma basta che essa serva allo

scopo in via mediata.

Dolo specifico. Fine di provvedere a un grave ed urgente bisogno.

L’estremo del bisogno differisce dallo stato di necessità come causa di

giustificazione generale, dal momento che non richiede tutti i rigorosi

presupposti. Bisogno grave ed urgente. Deve attenere alle esigenze

fondamentali della vita fisica, per cui il non provvedervi esponga a grave

pericolo la propria o l’altrui persona. I realtà possono rilevare esigenze di altro

tipo concernenti beni strumentali o situazioni d’indole morale.

Spigolamento abusivo

Art. 626, 3 c.p.: spigolare, rastrellare o raspollare nei fondi altrui, non ancora

spogliati interamente del raccolto.

residui di qualunque tipo di prodotti agricoli sfuggiti alla raccolta.

È necessario che il fatto sia commesso in fase di raccolto, cioè a raccolto

iniziato ma non ancora ultimato: si configura il furto comune se, invece, il fatto

è compiuto prima che il raccolto abbia inizio.

Se la condotta incriminata è realizzata a raccolto finito, essa perde rilevanza

penale, dovendo i residui considerarsi res derelictae suscettive di

occupazione.

Sottrazione di cose comuni

Art. 627 c.p.: il comproprietario, socio o coerede che, per procurare a sé o ad

altri un profitto, si impossessa della cosa comune, sottraendola a chi la

detiene, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due

anni o con la multa da euro 20,66 a 206,58.

Non è punibile chi commette il fatto su cose fungibili, se il valore di esse non

eccede la quota a lui spettante.

Reato proprio. Soggetto attivo è tassativamente indicato dal legislatore nel

comproprietario, socio o coerede. Ai fini della fattispecie, suole essere

considerato socio solo il socio di società di persone, e non anche il socio di

società di capitali: in questo caso, infatti, i beni sono di pertinenza di un

soggetto autonomo, e perciò sono, rispetto ai soci, altrui. 55

Il fatto tipico ricalca la struttura del delitto di furto. Presupposto del reato è che

l’agente non abbia la detenzione della cosa sottratta.

Oggetto materiale dell’azione è la cosa mobile comune.

Non è punibile chi commette il fatto su cose fungibili, se il valore relativo non

eccede la quota spettante gli personalmente.

Il dolo richiede la consapevolezza del carattere comune delle cose sottratte.

Esso è escluso dalla erronea convinzione della fungibilità o della non

eccedenza della cosa sottratta.

Appropriazione indebita

Art. 646 c.p.: chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si

appropria il danaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il

possesso, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a

tre anni e con la multa fino a euro 1032,91.

Il ladro, per far propria la cosa altrui, deve prima sottrarla a chi la detiene;

l’autore dell’appropriazione indebita, invece, già possiede le cose di cui

illecitamente si impadronisce.

Il codice Zanardelli ravvisa l’oggetto della tutela nel rapporto di fiducia che

dovrebbe oggettivamente intercorrere tra il proprietario e il soggetto sul quale

incombe l’onere di restituzione della cosa posseduta.

L’orientamento oggi dominante identifica il bene protetto nel diritto di

proprietà: a differenza del furto, il quale tutelerebbe in primo luogo il

possesso.

Presupposto possessorio: il soggetto attivo del reato abbia, a qualsiasi titolo, il

possesso del denaro o della cosa mobile altrui di cui si appropria.

Possesso inteso come autonomo potere di fatto sulla cosa. Può essere

fondato su qualsiasi titolo: legge, contratto…E’ da escludere che il possesso

possa avere una provenienza illecita.

Rapporto cronologico che deve intercorrere tra il possesso della cosa e la

condotta appropriativa: occorre che il possesso preesista in capo al soggetto

attivo o basta che al momento iniziale della condotta, sulla cosa non insista

un possesso altrui, per cui l’agente può impossessarsene pressoché

contemporaneamente alla condotta di appropriazione? Larga parte della

dottrina si accontenta della coincidenza tra entrata in possesso e

appropriazione. Necessaria la mancanza di un possesso altrui al momento in

cui il reo inizia a far propria la cosa.

L’acquisto del possesso deve precedere cronologicamente l’atto di

appropriazione, e deve perdurare durante la realizzazione dell’atto di

appropriazione: il reato esula se l’agente vuole appropriarsi di una cosa della

quale non ha più il possesso.

La condotta incriminata consiste nell’appropriazione: l’agente deve

comportarsi nei confronti della cosa come se ne fosse proprietario.

Forme tipiche di manifestazione del reato sono la consumazione, l’alienazione

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AUTORE

flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Sicurella Rosaria.

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