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ESTRATTO DOCUMENTO

Non si applica l’art. 5 del D.L. 15 dicembre 1979 n. 625, convertito in

legge, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980 n. 15”.

REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

CONTENUTO DELLA CLASSE

Il titolo del secondo libro del codice contempla i delitti contro la pubblica

Amministrazione. Il concetto di pubblica Amministrazione comprende

tutta l’attività dello stato. Viene, quindi, tutelata l’attività legislativa e

giudiziaria. Sono delitti contro la pubblica Amministrazione tutti quelli

che colpiscono l’attività funzionale dello Stato. I delitti che ci accingiamo

ad analizzare sono distinti dal codice in due classi:

Delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica Amministrazione;

Delitti dei privati contro la pubblica Amministrazione.

Nei reati della prima classe l’offesa implica sempre una violazione dei

doveri funzionali delle persone che esercitano mansioni pubbliche; nei

delitti della seconda classe, invece, il turbamento è recato da individui

che sono estranei all’attività funzionale colpita dall’azione criminosa. Il

capo primo e il capo terzo, ove compaiono le nozioni di pubbliche e

incaricato di pubblico servizio, hanno subito notevoli modificazioni per

effetto della legge 26 aprile 1990 n. 86. La riforma ha impegnato il

parlamento per molto tempo. Sono state definite le nozioni di pubblico

ufficiale e di incaricato di pubblico servizio (art. 357 e 358); sono state

estese agli incaricati di pubblico servizio le incriminazioni per concussione

(art. 317) e per abuso di ufficio (art. 323) prevedendosi per quest’ultimo

reato una nuova formula che si assume capace di ricomprendere

elementi di disvalore delle ipotesi del peculato per distrazione ed

interesse privato in atti d’ufficio. I primi commenti della dottrina hanno

evidenziato più dissensi che consensi.

I SOGGETTI INVESTITI DI MANSIONI DI INTERESSE PUBBLICO

Il codice Zanardelli delineava unicamente la figura del pubblico ufficiale,

stabilendo all’art. 207 che per gli effetti della legge penale sono

considerati pubblici ufficiali:

Coloro che sono rivestiti di pubbliche funzioni, anche temporanee,

stipendiate o gratuite, a servizio dello Stato, delle provincie o dei

comuni, o di un istituto sottoposto per la legge alla tutela dello stato, di

una provincia o di un comune;

I notai;

Gli agenti della forza pubblica e gli uscieri addetti all’ordine giudiziario.

Ai pubblici ufficiali erano equiparati per espressa previsione di legge, i

giurati, gli arbitri, i periti, gli interpreti e i testimoni, durante il tempo in

cui sono chiamati ad esercitare le loro funzioni.

Il codice Rocco ha distinto tre figure giuridiche; quella del pubblico

ufficiale, quella dell’incaricato di un pubblico servizio e quella

dell’esercente un servizio pubblica necessità. L’art. 357 prima della

citata riforma, recava: “Agli effetti della legge penale sono pubblici

ufficiali:

Gli impiegati dello stato o di un altro ente pubblico che esercitano,

permanentemente o temporaneamente, una pubblica funzione,

legislativa, amministrativa o giudiziaria;

Ogn i a l t r a pe r s o n a c h e e s e r c i t a , pe r m a n e n t e m e n t e o

t e m po r a n e a m e n t e , gr a t u i t a m e n t e o c o n r e t r i bu z i o n e ,

volontariamente o per obbligo, una pubblica funzione, legislativa,

amministrativa o giudiziaria”.

L’art. 358 stabiliva: “Agli effetti della legge penale, sono persone

incaricate di un pubblico servizio:

Gli impiegati dello Stato o di un altro ente pubblico, i quali prestano,

permanentemente o temporaneamente, un pubblico servizio;

Ogn i alt ra person a ch e prest a, perm an en t em en t e o

t e m po r a n e a m e n t e , gr a t u i t a m e n t e o c o n r e t r i bu z i o n e ,

volontariamente o per obbligo, un pubblico servizio”.

Infine, l’art. 359 tuttora dispone: “Agli effetti della legge penale, sono

persone che esercitano un servizio di pubblica necessità:

I privati che esercitano professioni forensi o sanitarie, o altre

professioni il cui esercizio sia per legge vietato senza una speciale

abilitazione dello Stato, quando dell’opera di essi il pubblico sia per

legge obbligato a valersi;

I privati che, non esercitando una pubblica funzione, né prestando

un pubblico servizio, adempiono un servizio dichiarato di pubblica

necessità mediante un atto della pubblica Amministrazione”.

Così stando le cose la legge 26 aprile 1990 n. 86 si diede

espressamente carico di mettere ordine nella materia con gli art. 17 e

18 con i quali si fornivano nuove definizioni legislative, mantenendosi le

qualifiche soggettive di pubblico ufficiale e incaricato di pubblico servizio.

All’art. 17, che sostituisce l’art. 357, si stabilisce che: “Agli effetti della

legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica

funzione legislativa, amministrativa o giudiziaria. Agli stessi effetti è

pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto

pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla

manifestazione della volontà della pubblica Amministrazione e dal suo

svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi”. L’art. 18,

costituente il nuovo art. 358 del codice, precisa: “Agli effetti della legge

penale, sono incaricati di pubblico servizio coloro i quali, a qualunque

titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve

intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica

funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di

quest’ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di

ordine e della prestazione di opera meramente materiale”.

PUBBLICI UFFICIALI E INCARICATI DI PUBBLICO SERVIZIO

Le due categorie non esigono quel rapporto che sorge quando una

persona mette volontariamente la propria attività a servizio di altri a fine

professionale, e cioè in modo continuativo, contro una determinata

retribuzione. In ogni caso è indifferente che l’esercizio della funzione o

del servizio sia permanente o temporaneo, e per i privati è pure

indifferente che l’esercizio stesso sia già gratuito o retribuito, volontario

od obbligatorio. La distinzione tra le due categorie nel sistema del codice

dipende dalla distinzione tra pubblica funzione e pubblico servizio. Le

originarie formule del codice Rocco non rispondevano all’interrogativo sul

modo in cui si distinguevano tale mansioni e nella Relazione Ministeriale

sul progetto si afferma che ciò era stato fatto mediatamente, perché si

riteneva che i concetti di pubblica funzione e di pubblico servizio non

potessero essere diversi da quelli forniti dalla dottrina, e, quindi, la

risoluzione dei problemi relativi esulasse dal compito della legiferazione

penale, dovendo ritenersi riservata alla scienza del diritto penale. Senza

dire che questa distinzione, di particolare importanza per il penalista

risulta esserlo assai meno per i cultori del diritto amministrativo.

A nostro modo di vedere, le difficoltà che si presentano per tracciare una

linea netta di demarcazione tra la pubblica funzione e il servizio pubblico

e, quindi, tra la categoria del pubblico ufficiale e quella dell’incaricato di

pubblico servizio, non sono superabili. La ragione di ciò deve ravvisarsi

nel fatto che si tratta sempre di mansioni pubbliche, le quali assumo le

forme più diverse con gradazioni innumerevoli. Le difficoltà sono

accresciute dal fatto che la distinzione delle mansioni, specie ai fini

penali, è stata adottata in vista di due finalità diverse: da un lato per

stabilire a carico dei pubblici ufficiali una maggiore responsabilità nel caso

di violazione dei rispettivi doveri; dall’altro per assicurare ad essi una

maggiore protezione di fronte alle possibili offese degli estranei. Accanto

alla larga classe delle persone che formano o concorrono a formare la

volontà dell’ente pubblico o in qualsiasi modo lo impersonano di fronte

agli estranei, la qualifica di pubblico ufficiale, come già da noi sostenuto

in passato, va riconosciuta a due altre categorie di individui:

Coloro che sono muniti di poteri autoritari, e particolarmente delle

facoltà di procedere all’arresto o di contestare contravvenzioni

(capitani di nave);

Coloro che sono muniti di poteri di certificazione, vale a dire le

persone che hanno la facoltà di rilasciare documenti che nel nostro

ordinamento giuridico hanno efficacia probatoria (notai).

Il nuovo testo dell’art. 357 ha ciò riconosciuto quando ha accennato a

quella caratteristica della funzione amministrativa che è il suo svolgersi

per mezzo di poteri autoritativi o certificativi. Tutte le altre persone

investite di mansioni di interesse pubblico che non appartengano alla

categoria degli esercenti un servizio di pubblica necessità, a nostro

parere vanno considerate come incaricati di un pubblico servizio.

PERSONE ESERCENTI UN SERVIZIO DI PUBBLICA NECESSITA’

Come risulta dal testo dell’art. 359 che sopra abbiamo riferito, questa

categoria comprende due gruppi di persone. Il primo è costituito dai

privati che esercitano professioni il cui esercizio non è consentito senza

una speciale abilitazione da parte dello Stato, sempre che dell’opera di

essi il pubblico sia per legge obbligato a valersi. Le principali professioni

per le quali la legge prescrive una speciale abilitazione sono quelle di

avvocato e procuratore, notaio, medico, chirurgo, veterinario, chimico,

farmacista, levatrice, ingegnere, architetto, agronomo, perito industriale

o agrario. Il secondo gruppo di esercenti un servizio di pubblica necessità

è costituito dai privati che, senza esercitare una pubblica funzione né

prestare un pubblico servizio, adempiono un servizio dichiarato di

pubblica necessità mediante un atto della Pubblica Amministrazione.

RAPPORTO TRA LA QUALIFICA E IL FATTO DELITTUOSO

La speciale qualifica di regola non è sufficiente; occorre anche un

particolare rapporto tra il fatto criminoso e le attività che giustificano la

qualifica stessa. Talora si richiede la contestualità del fatto con l’esercizio

delle funzioni o dei servizi, e cioè che il fatto sia commesso durante

questo servizio. In altri casi l’esercizio delle mansioni figura come

elemento determinate. Sono le ipotesi nelle quali il fatto deve verificarsi

a causa delle funzioni o dei servizi. In altri si postula un nesso finalistico

tra il fatto e le mansioni. Così nel reato di cui all’art. 318 si esige che il

pubblico ufficiale si lasci corrompere per compiere un atto del suo ufficio.

Importanti sono gli effetti della cessazione della speciale qualifica. Il

codice nell’art. 360 stabilisce a proposito: “Quando la legge considera la

qualità di pubblico ufficiale, o di incaricato di pubblico servizio, o di

esercente un servizio di pubblica necessità, come elemento costitutivo o

come circostanza aggravante di un reato, la cessazione di tale qualità,

nel momento in cui il reato è commesso, non esclude l’esistenza di

questo né la circostanze aggravante, se il fatto si riferisce all’ufficio o al

servizio esercitato”.

DELITTI DEI PUBBLICI UFFICIALI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

PECULATO

Il peculato, inteso in senso lato, in sostanza non è altro che

un’appropriazione indebita commessa da un pubblico funzionario.

Questo tipo di delitto, era spezzato nel nostro codice in tre distinte figure

autonome: il peculato, la malversazione a danno dei privati e il peculato

mediante profitto dell’errore altrui. Dopo la riforma con la legge 26 aprile

1990 n. 86, abrogato il delitto di malversazione, residuano le due figure

del peculato e del peculato mediante profitto dell’errore altrui. Ad esse il

legislatore della riforma a ritenuto opportuno di introdurre la previsione

espressa del peculato d’uso.

PECULATO (art. 314). Consiste nel fatto del pubblico ufficiale o

dell’incaricato di pubblico servizio che, “avendo per ragione del suo ufficio

o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa

mobile altrui, se ne appropria”. Presupposto del delitto è che il pubblico

ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio abbia, per ragione di ufficio,

il possesso o comunque la disponibilità della cosa o del denaro. Il

possesso, come inteso dalla norma, consiste nella possibilità di disporre,

al di fuori della sfera altrui di vigilanza, della cosa sia in virtù di una

situazione di fatto, sia in conseguenza della funzione giuridica esplicata

dall’agente nell’ambito della Pubblica Amministrazione. Incertezze

sorgono anche nel percepire quando si abbia la ragion d’ufficio come

titolo di possesso. In senso stretto, questa espressione esige che tra la

funzione pubblica ed il possesso della cosa o del denaro intercorra un

rapporto di dipendenza immediata. Intesa invece in senso ampio, la

ragione d’ufficio diventa equivalente di occasione, in modo da

comprendere ogni possesso che comunque tragga origine dalla funzione

pubblica esercitata dal soggetto. La cosa, o il denaro devono essere altrui

cioè possono appartenere alla Pubblica Amministrazione, o a qualsiasi

altro soggetto privato. La giurisprudenza è da tempo orientata nel senso

di una maggiore estensione del concetto di appartenenza. In particolare,

fin dalla sentenza 9 novembre del 1948 la Cassazione ha affermato che

nell’ambito del diritto pubblico il concetto anzidetto comprende non solo i

poteri che derivano da rapporti di natura patrimoniale, ma anche da

rapporti di altre indole che, comunque, importino la facoltà di disporre

della cosa per destinarla al conseguimento di particolari scopi. Il vincolo,

quindi, può essere puramente personale.

Il fatto materiale consiste nell’appropriarsi, il denaro o la cosa mobile

altrui posseduti per ragione di ufficio o servizio. Appropriarsi di una cosa

significa esercitare su di essa atti di dominio incompatibili con il titolo che

ne giustifica il possesso. Il reato si consuma nel momento in cui si

realizzano gli atti di appropriazione. Trattandosi però di c.d. “vuoto di

cassa”, la consumazione non si verifica prima della messa in mora o

della scadenza del termine prescritto per il versamento da parte del

pubblico funzionario. In tali casi però, se non si perfeziona il delitto in

esame, potrà sussistere il peculato d’uso. L’elemento soggettivo consiste

nella coscienza e volontà di porre in essere un comportamento di

appropriazione nel significato sopra descritto, al fine di ricavarne un

profitto per sé o per altri.

PECULATO D’USO (art. 314 comma 2). Ai sensi di tale articolo “Si

applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole

ha agito col solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa,

dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita”. Trattasi

per certo di reato autonomo non circostanza attenuante dell’ipotesi di

cui al primo comma. La cosa usata deve essere di natura tale da non

perdere consistenza economica per effetto dell’uso e il precetto esprime

un principio già evidenziato dalla giurisprudenza. La durata maggiore o

minore dell’uso può incidere soltanto sulla pena, non sull’esistenza del

reato. Ma i limiti dell’uso momentaneo restano affidati di volta in volta

all’equo apprezzamento del giudice. Pur se il tentativo sarà di

difficilmente ipotizzabile, non vi sono ragioni per escluderne la possibilità.

Il dolo consiste nella volontà di far uso della cosa, qualificato dallo scopo

che tale uso è soltanto momentaneo.

PECULATO MEDIANTE PROFITTO DELL’ERRORE ALTRUI (art.

316). Concrea questo reato il fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato

di un pubblico servizio, il quale “nell’esercizio delle funzioni o del servizio,

giovandosi dell’errore altrui, riceve o ritiene indebitamente per sé o per

un terzo, denaro o altra utilità”. È dovere del pubblico funzionario non

accettare cose che gli siano consegnate per errore e restituirle subito

dopo essersi accorto dell’errore stesso, se le ha ricevute in buona fede.

La violazione di questo obbligo costituisce l’essenza del reato. L’ipotesi in

esame costituisce una forma attenuata del peculato. In ordine

all’elemento oggettivo si osserva che ricevere significa accettare una

cosa, mentre ritenere importa la non restituzione della cosa ricevuta. La

indebita ritenzione si ha anche nella mancata consegna di ciò che, per

errore, non si sia richiesto nell’atto di una riscossione. Il dolo esige la

consapevolezza dell’errore altrui e la volontà di ricevere o di ritenere

indebitamente dopo la scoperta dell’errore.

MALVERSAZIONE A DANNO DEI PRIVATI (art. 315 abrogato).

L’art. 315 chiamava a rispondere di questo delitto “il pubblico ufficiale o

l’incaricato di un pubblico servizio, che si appropria o, comunque, distrae,

a profitto proprio o di un terzo, denaro o qualsiasi cosa mobile non

appartenente alla Pubblica Amministrazione, di cui egli ha il possesso per

ragione del suo ufficio o servizio”. Il delitto è stato espressamente

abrogato dall’art. 20 della legge 26 aprile 1990 n. 86.

MALVERSAZIONE A DANNO DELLO STATO

L’art. 316 bis, introdotto nel codice dall’art. 3 della legge 26 aprile 1990

n. 86, e modificato nel 1992, contempla il fatto di “chiunque, estraneo

alla Pubblica Amministrazione, avendo ottenuto dallo Stato o da altro

ente pubblico o dalle Comunità Europee contributi, sovvenzioni o

finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di

opere od allo svolgimento di attività di pubblico interesse, non li destina

alle predette finalità”. Con questo reato si è inteso tutelare l’interesse

dello Stato e degli enti pubblici minori a far sì che gli interventi

economici di sostegno ad opere o attività di pubblico interesse non siano

messi nel nulla o indeboliti dall’inerzia dei beneficiari. Con la formula

contributi, sovvenzioni o finanziamenti si è voluta intendere ogni forma

di intervento economico, così che devono ritenersi compresi nella sfera

di azione della norma anche i mutui agevolati cui accenna l’articolo 640

bis. Si è scritto che il riferimento ad opere o attività di pubblico interesse

è piuttosto vago e incerto. Ma a noi sembra che la formula normativa

abbia riguardo non tanto alla natura dell’opera o dell’attività in sé e per

sé considerate, quanto piuttosto allo scopo perseguito dall’ente

erogante. La condotta si sostanzia nella mancata destinazione dei

benefici economici ottenuti. Trattandosi di comportamenti omissivi e

non risultando fissato un termine per la loro attuazione, sorgerà di

frequente il problema del momento consumativo del reato. Se il

provvedimento che autorizza l’erogazione e l’atto che la rende operante,

specificano sia l’opera sia il termine massimo di adempimento, è a tale

termine che bisognerà avere riguardo. In difetto e quando il termine, se

pur inespresso, non possa essere desunto interpretando i provvedimenti

o le normative di massima dell’ente pubblico erogante, il che dovrebbe

avvenire assai di rado, dovrà il magistrato accertare se il contributo non

sia stato in concreto destinato ad opera diversa, a nulla rilevando che

l’opera diversa possa presentare profili di pubblico vantaggio. Quando,

prima della scadenza del termine, risultino compiuti atti idonei diretti in

modo non equivoco ad escludere la destinazione del finanziamento per

scopi di pubblica utilità, sarà ravvisabile il tentativo. Se il finanziamento

è stato ottenuto con artifizi o raggiri che hanno indotto in errore l’ente

pubblico e successivamente l’opera o l’attività non siano state compiute

è ravvisabile il concorse del delitto in esame con quello di cui all’art. 640

bis. L’art. 640 bis guarda al momento dell’acquisto delle erogazioni e il

delitto in esame al mancato adempimento del vincolo di destinazione.

Il dolo è generico e consiste nella coscienza e volontà dell’omessa

destinazione dei benefici ottenuto dall’ente pubblico alle opere o attività

di pubblico interesse previste.

CONCUSSIONE

Per l’art. 317 del codice, così come sostituito dall’art. 4 della legge del

1990 n. 86, si ha concussione allorché il pubblico ufficiale o l’incaricato

di pubblico servizio abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe

o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un

terzo, denaro od altruità. Lo scopo dell’incriminazione è duplice: da un

lato tutelare l’interesse dell’Amministrazione alla imparzialità,

correttezza e buona reputazione dei pubblici funzionari; dall’altro,

impedire che gli estranei subiscano delle sopraffazioni e, in generale,

danni per gli abusi di potere dei funzionari medesimi. Ci troviamo di

fronte ad un reato plurioffensivo. Soggetto attivo del reato era in

passato soltanto il pubblico ufficiale e non l’incaricato di pubblico servizio.

La legge del ’90 ha provveduto a inserire questi tra i soggetti attivi del

reato. Soggetto passivo, oltre alla Pubblica Amministrazione, è la

persona che subisce il danno particolare derivante dall’azione criminosa.

A costituire la fattispecie in oggettiva del delitto concorrono vari

elementi che è necessario analizzare separatamente. Anzitutto si esige

che l’agente abusi della sua qualità o dei suoi poteri. Si ha abuso dei

poteri tutte le volte che questi sono esercitati fuori dei casi stabiliti dalla

legge, dai regolamenti e dalle istruzioni di servizio o senza le forme

prescritte. Occorre tenere presente che si ha vi è abuso di potere anche

quando il funzionario fa uso di un potere che gli spetta e con le forme

dovute, ma lo adopera per conseguire un fine illecito. L’abuso delle

qualità ricorre quando gli atti compiuti dal soggetto non rientrano nella

sfera della sua competenza funzionale o territoriale, ma egli fa valere la

sua qualità di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio per

conseguire il suo scopo illecito. L’abuso di cui si è parlato deve avere per

effetto il costringimento o l’induzione della vittima alla dazione o

promessa a cui tende il funzionario. A seconda che si verifichi l’uno o

l’altra si parla in dottrina di concussione esplicita e di concussione

implicita. Costringere vuol dire esercitare con violenza o minaccia una

pressione su una persona. Il significato di induzione è assai ampio,

comprendendo ogni comportamento che abbia per risultato di

determinare il paziente ad una data condotta. La concussione può

essere realizzata anche mediante omissione (inerzia) e persino col

silenzio. Il costringimento o l’induzione deve avere per effetto una

dazione o una promessa indebita. Nel concetto di dazione, per ovvie

ragioni, rientra anche la ritenzione, come nel caso del pubblico ufficiale

che, abusando della sua qualità si faccia regalare da un privato un

oggetto che gli era stato consegnato semplicemente in visione o in

prova. La promessa è l’impegno di eseguire una prestazione futura.

Oggetto della dazione o promessa può essere tanto il denaro quanto

altra utilità. La prestazione è indebita quando, in tutto o in parte, non è

dovuta, per legge o per consuetudine, né al pubblico ufficiale o incaricato

di pubblico servizio, né alla Pubblica Amministrazione. La concussione

sussiste anche nel caso in cui il pubblico ufficiale abusi dei suoi poteri per

costringere o indurre taluno a corrispondergli una somma che gli è

dovuta come privato, perché egli per soddisfare il suo credito doveva

avvalersi della sua posizione. Per l’incontro il delitto de quo deve

escludersi nel caso che la prestazione sia dovuta alla Pubblica

Amministrazione. Il funzionario che la ottenga con abuso dei poteri,

risponderà di peculato se la converte in proprio profitto, mentre se

nessun vantaggio personale trae dalla sua azione, incorrerà in sanzioni

disciplinari, non essendo possibile ravvisare nel fatto gli estremi del reato

di cui all’art. 323 (abuso d’ufficio), specie quando esso è dovuto ad

eccesso di zelo. Il reato si consuma nel momento in cui ha luogo la

dazione o la promessa. In ordine all’elemento psicologico, il dolo deve

investire tutti gli elementi del reato e, quindi, esige anche la conoscenza

del carattere indebito della dazione o promessa.

LA CORRUZIONE IN GENERALE

La corruzione consiste in un accordo tra un pubblico funzionario e un

privato, in forza del quale il primo accetta dal secondo, per un atto

relativo all’esercizio delle sue attribuzioni, un compenso che non gli è

dovuto. Lo Stato lo vieta, assoggettando a pena ambedue le parti del

reato. La dottrina prevalente ravvisa nel fatto due reati distinti: l’uno

commesso dal funzionario e l’altro commesso dal privato. Il primo viene

denominato corruzione passiva e il secondo corruzione attiva. Tale

concezione non tiene però conto della compartecipazione che dicesi

concorso necessario e che è caratterizzata dal fatto che una pluralità di

agenti è richiesta come elemento essenziale della fattispecie criminosa.

Riteniamo, pertanto, che la distinzione dottrinaria tra corruzione passiva

e corruzione attiva non possa affermare l’esistenza di due distinti reati,

ma semplicemente di due aspetti di un fatto criminoso unitario.

Il codice configura due distinte figure di corruzione. La prima avente ad

oggetto un atto d’ufficio, è generalmente denominata corruzione

impropria; la seconda, che ha per oggetto un atto contrario ai doveri

d’ufficio e che, perciò, è evidentemente più grave, viene detta

corruzione propria. Nell’ambito di queste due forme di corruzione, il

codice fa una ulteriore distinzione, la cui necessità è piuttosto discutibile,

delineando le figure della corruzione antecedente e susseguente. La

prima si ha quando il mercimonio si riferisce ad un atto futuro del

funzionario; l’altra allorché il mercimonio riguarda un atto già compiuto.

L’elemento differenziante tra la corruzione e la concussione è costituito

dal fatto che nelle prima l’iniziativa è presa dal privato, mentre nella

seconda dal pubblico funzionario. Questo criterio distintivo è stato

giustamente criticato, perché la concussione può essere realizzata anche

senza una vera e propria richiesta del funzionario, come nel caso che

costui, con un comportamento volutamente ostruzionistico, spinga il

privato a corrispondergli una somma. In base a questi rilievi, la dottrina

e la giurisprudenza si sono orientate per un diverso criterio, individuando

l’essenza della corruzione nel libero accordo tra il pubblico funzionario e il

privato, i quali pongono in essere un vero e proprio pactum sceleris.

Quindi la corruzione è caratterizzata da una posizione di parità tra le

parti, mentre la concussione è contraddistinta dalla superiorità del

funzionario, alla quale corrisponde di regola nel privato una situazione di

metus. Con la legge 1990 n. 86, le fattispecie di corruzione sono state

in parte riscritte, ma la riforma è stata assai meno incisiva del previsto,

tanto la dottrina non vi ha ravvisato modificazioni di rilievo. In sintesi

tali modifiche si concretano:

Nella previsione di una figura di istigazione commessa dal pubblico

ufficiale o incaricato di pubblico servizio con pene uguali a quelle

comminate per l’istigazione commessa dal privato (art. 322);

Nella previsione della corruzione per atti giudiziari (art. 319 ter),

con pena accresciuta;

Nell’equiparazione, dal punto di vista sanzionatorio, della corruzione

propria antecedente a quella susseguente (art. 319);

Nell’inserimento in un distinto articolo (art. 319 bis) delle

circostanze aggravanti per la corruzione propria;

Nel richiedere un minimo di pena detentiva di sei mesi di reclusione

per la corruzione impropria (art. 318);

Nell’eliminare tutte le previsioni di pena pecuniaria.

LE VARIE FIGURE DI CORRUZIONE

CORRUZIONE IMPROPRIA. Risulta dagli art. 318, 320 e 321. Il primo

articolo prevede due ipotesi:

Il fatto del pubblico ufficiale che, per compiere un atto del suo ufficio,

riceve, per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione

che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa (corruzione impropria

antecedente);

Il fatto del pubblico ufficiale che riceve la retribuzione per un atto

d’ufficio da lui già compiuto (corruzione impropria susseguente).

L’art. 320, d’altro canto, stabilisce al primo comma che le disposizioni

dell’art. 318 si applicano anche se il fatto è commesso da persona

incaricata di un pubblico servizio, qualora rivesta la qualità di pubblico

impiegato.

L’art. 321, infine, dispone che le pene stabilite nel primo comma del

predetto art. 318 si applicano anche a chi dà o promette al pubblico

ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio il denaro o altre utilità. Il

privato non è punibile nella corruzione susseguente, e cioè allorché dà o

promette al funzionario denaro o altra utilità per un atto d’ufficio che è

già stato compiuto. L’atto d’ufficio, che deve essere oggetto dell’accordo

criminoso, è l’atto legittimo compiuto nell’esercizio della pubblica

mansione è che perciò rientra nella sfera di competenza del pubblico

ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. L’accordo dei soggetti deve

riguardare, direttamente o indirettamente, uno o più atti determinati. Il

compenso che il privato dà al funzionario è indicato dalla legge come

retribuzione. Questa consiste in ogni prestazione in denaro od altra

utilità che abbia il carattere di corrispettivo per l’atto compiuto dal

funzionario. Si richiede che la retribuzione non sia dovuta, il che si

verifica non solo quando è espressamente vietata dall’ordinamento

giuridico, ma anche quando non è espressamente consentita dal

medesimo. Si domanda se sia lecita la retribuzione per servizi

straordinari. La legittimazione di una tale retribuzione può ammettersi a

due condizioni:

Che il funzionario non sia obbligato a prestare la prestazione a titolo

gratuito o a tariffa fissa;

Che la prestazione non cagioni l’omissione o il ritardo di altri atti

d’ufficio.

Anche verificandosi tali condizioni, però, la retribuzione deve ritenersi

illecita se l’accettazione di essa nuoce in modo sensibile al prestigio del

funzionario. Il delitto si consuma nel momento in cui il funzionario

accetta la retribuzione o la promessa di retribuzione. Il dolo del

funzionario è costituito dalla coscienza e volontà di ricevere, per sé o per

altri, una retribuzione non dovuta, con la consapevolezza che essa

viene prestata per ottenere il compimento di un atto d’ufficio e con la

consapevolezza che la retribuzione è data per un atto d’ufficio già

compiuto.

CORRUZIONE PROPRIA. Vi si riferiscono gli art. 319, 320 e 321.

L’art. 319, analogamente all’articolo precedente, contempla il fatto del

pubblico ufficiale “che, per omettere o ritardare o per aver omesso o

ritardato un atto del suo ufficio, riceve per sé o per il terzo, denaro o

altra utilità, o ne accetta la promessa”. Ai sensi dell’articolo 320 le

disposizioni ora riportate “si applicano anche all’incaricato di un pubblico

servizio”. L’art. 321, da ultimo, sancisce l’estensione delle pene stabilite

negli art. 319 e 320 al corruttore. Risulta da queste norme che del reato

di corruzione propria possono rendersi responsabili tutti indistintamente

gli incaricati di un pubblico servizio, anche se non rivestano la qualità di

pubblici impiegati, e che il privato è punito non solo nel caso di

corruzione antecedente, ma anche in quello di corruzione susseguente.

Affinché ricorra il delitto di corruzione propria è necessario che il

compenso sia dato o promesso per uno di questi due scopi:

Omettere o ritardare un atto d’ufficio;

Compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio.

L’art. 319 bis comprende due aggravanti speciali in relazione al fatto di

cui all’art. 319 e cioè alla corruzione propria. In antecedenza le

aggravanti si applicavano soltanto al pubblico ufficiale e non all’incaricato

di pubblico servizio e si riferivano anche all’ipotesi di corruzione in atti

giudiziari. Ora, dopo la legge n.86 del ’90, quest’ultima ipotesi è stata

prevista in autonomo articolo (319 ter) ed è sorto il problema se le

aggravanti residue dell’art. 319 bis siano oggi estese all’incaricato di

pubblico servizio. A favore della soluzione positiva si osserva che il nuovo

articolo contempla un aumento di pena per il fatto di cui all’art. 319 e

questo, come emerge dall’art. 320 è riferibile altresì all’incaricato di

pubblico servizio. La soluzione è ragionevole anche se, almeno per

quanto attiene al caso di corruzione per la stipulazione dei contratti,

l’ultima parte dell’art. 319 bis accenna soltanto al pubblico ufficiale.

CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI. L’art. 319 ter, inserito nel

codice dall’art. 9 della legge n. 86 del ’90, reca: “Se i fatti indicati negli

articoli 318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte

in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena della

reclusione da tre a otto anni. Se dal fatto deriva l’ingiusta condanna di

taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della

reclusione da quattro a dodici anni; se deriva l’ingiusta condanna alla

reclusione superiore a cinque anni o all’ergastolo, la pena è della

reclusione da sei a venti anni.

ISTIGAZIONE ALLA CORRUZIONE. L’art. 322, come sostituito

dall’art. 7 n. 181 del ’92, prevede le seguenti ipotesi:

L’offerta o la promessa di denaro o altra utilità non dovuti, ad un

pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio che rivesta la

qualità di pubblico impiegato, per indurlo a compiere un atto dell’ufficio o

servizio, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata (istigazione alla

corruzione impropria);

L’offerta o la promessa fatte per indurre un pubblico ufficiale o un

incaricato di un pubblico servizio ad omettere o ritardare un atto

dell’ufficio o servizio, ovvero a fare un atto contrario ai propri doveri,

qualora l’offerta o la promessa non sia accettata (istigazione alla

corruzione propria);

La richiesta della promessa o dazione di denaro o altra utilità fatta da un

privato per compiere un atto di ufficio, e posta in essere dal pubblico

ufficiale o da incaricato di pubblico servizio che rivesta la qualità di

impiegato;

La analoga richiesta, da parte di un pubblico ufficiale o incaricato di

pubblico servizio per omettere o ritardare un atto di ufficio, ovvero per

compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio.

ABUSI D’UFFICIO

1. L'EVOLUZIONE DELLA NORMA

Il codice Rocco prevedeva originariamente, sotto la dizione di "abuso

d'ufficio in casi non previsti dalla legge", la punibilità del pubblico ufficiale

che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni, commette, per recare

ad altri un vantaggio o per procurargli un profitto, qualsiasi fatto non

previsto come reato da una particolare disposizione di legge. La norma,

rimasta in vigore fino al 1990, aveva dunque natura residuale,

escludeva dalla condotta punibile le attività compiute dall'incaricato di

pubblico servizio e non riguardava le ipotesi in cui il pubblico ufficiale

avesse agito per un interesse personale: in tali casi infatti la condotta

era sanzionata dall'art. 324 c.p. (interesse privato in atti d'ufficio). Il

reato era connotato dal dolo specifico consistente nell'intenzione di

arrecare ad altri un danno o un vantaggio, senza che si richiedesse che

tale vantaggio o tale danno fossero ingiusti. Ciò comportava ad esempio

che un Sindaco potesse essere ritenuto responsabile del reato per aver

rilasciato una concessione edilizia in assenza dei prescritti pareri tecnici

anche se quella concessione avrebbe potuto comunque essere rilasciata

essendo il progetto conforme agli strumenti urbanistici, e si perseguì (fin

quando la Cassazione non escluse la sussistenza del reato) un

funzionario che aveva concesso dei sussidi a persone effettivamente

bisognose di assistenza ma che non avevano presentato domanda come

invece stabilito. La formulazione della norma era oggetto di aspre

critiche per il suo contenuto estremamente indeterminato che in

definitiva consentiva una forte ingerenza dell'autorità giudiziaria nelle

scelte della P.A. Nel 1990 si arrivò, dopo un lungo e travagliato dibattito,

alla organica modifica dei delitti dei pubblici ufficiali contro la P.A.

riformulando così anche l'art. 323 c.p. la cui rubrica divenne

semplicemente "Abuso d'ufficio". La riforma del reato avrebbe dovuto

mirare a dare concretezza alla condotta punita e a delineare più

efficacemente le ipotesi rientranti nella previsione normativa, ma di

fatto ciò non avvenne. Anzi, in definitiva, ci si ritrovò con una

disposizione di portata per certi versi più ampia della precedente, tanto

che da più parti si sottolineò come la riforma dell'abuso d'ufficio operata

nel 1990 avesse fallito il suo scopo.

La riformulazione del reato comprendeva tra i soggetti attivi del reato

anche gli incaricati di pubblico servizio, e sostituiva all'espressione

"abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni" quella, assolutamente

tautologica, di "abusa del suo ufficio", concetto che innanzitutto

"comprende una gamma di comportamenti molto più vasta di quella

compresa nella precedente previsione normativa, giacché riferisce la

condotta dell'agente a qualsiasi abuso della pubblica funzione, e dunque

a qualsiasi strumentalizzazione dell'ufficio, senza necessità che l'abuso si

concretizzi nel porre in essere atti legislativi, giurisdizionali e

amministrativi" (Sez. I, sent. n. 5340 del 26 maggio 1993 ). Inoltre il

reato ricomprendeva "tutti quei comportamenti che concretizzano un

uso deviato o distorto dei poteri funzionali (o un cattivo esercizio dei

compiti inerenti un pubblico servizio) e che di conseguenza mettono a

repentaglio il buon funzionamento o l'imparzialità dell'azione

ammin istrativa, n el sen so ch e l'abu so deve sfociare in u n a

strumentalizzazione oggettiva dell'ufficio tale da frustrare o alterare le

finalità istituzionali perseguite." (Sez. 5, sent. n. 7764 del 18 agosto

1993). L'abuso insomma veniva a configurarsi come un esercizio

illegittimo del potere pubblico: commetteva abuso d'ufficio il pubblico

funzionario che non rispettasse le regole che disciplinano il suo ufficio -

regole che sono improntate ai principi di legalità, di buon andamento e

imparzialità della P.A. - e che, conseguentemente, esercitasse il potere

connesso alla funzione per un fine improprio rispetto alla funzione

medesima, in modo da far conseguire all'atto uno scopo estraneo

rispetto a quello previsto dalla legge .Sulla base dell'elaborazione

giurisprudenziale si affermava ancora che, allorquando l'abuso si

concretizzava in un atto amministrativo, gli eventuali vizi di violazione di

legge o di incompetenza rilevati erano da considerare soltanto sintomi

della condotta di abuso, che era sempre rappresentata dall'eccesso di

potere, ovvero dall'esercizio del potere per finalità diverse da quelle

funzionali all'esercizio del potere. Infatti il bene giuridico protetto era da

identificare nel buon andamento e nell'imparzialità dell'azione

amministrativa, e l'attentato a tale interesse non poteva che realizzarsi

con le modalità di un abuso funzionale (Cass. Sez. 6, sent. n. 13321

dell'11 ottobre 1990).

Tale amplissima portata della norma doveva ricevere, nell'intenzione del

legislatore dell'epoca, una significativa specificazione nell'elemento

soggettivo del reato, costruito sempre come dolo specifico ma

consistente nell'arrecare un danno o un vantaggio ingiusti. Si ritenne

cioè di limitare interpretazioni estensive della norma introducendo il

requisito dell'ingiustizia del danno o del vantaggio che avrebbe dovuto

segnare il confine tra atto illegittimo e reato. Tale discrimine si rivelò

però eccessivamente evanescente anche perché, come acutamente

osservato (Catalano), "la prova dell'elemento psicologico del reato,

proprio perché si tratta di elemento interno al soggetto agente, è

necessariamente affidata ad un processo induttivo". Ed infatti benché in

varie pronunce la Cassazione ebbe a precisare che il reato si configurava

solo in presenza di una doppia ingiustizia, nel senso che l'ingiustizia del

vantaggio o del danno doveva essere tale a prescindere dall'abuso

perpetrato, nell'esperienza giurisprudenziale "il dolo veniva per lo più

desunto dalla illegittimità dell'atto amministrativo, il vantaggio o il danno

venivano considerati ingiusti semplicemente perché derivavano da un

atto adottato per finalità diverse da quelle che avrebbero dovuto

ispirarlo" (Catalano). Così da un lato la giustizia penale veniva ad avere

un sindacato amplissimo sull'azione della P.A. che finiva per sovrapporsi

al controllo amministrativo, dall'altro la denuncia alla Procura diveniva

un modo più rapido per impugnare un provvedimento rispetto al ricorso

alla giustizia amministrativa. A ciò si aggiunga che l'elevato numero di

episodi denunciati e la conseguente iscrizione nel registro degli indagati

degli amministratori pubblici, spesso ampiamente pubblicizzata sugli

organi di stampa, aveva prodotto quello che è stato definito "il terrore

della firma", paralizzando di fatto l'azione amministrativa o inducendo gli

amministratori a richiedere - con grande dispendio di energie e grande

dilazione dei tempi - pareri preventivi agli organi di controllo al solo fine

di cautelarsi dalla temuta informazione di garanzia. Infine, alla

considerazione che l'indeterminatezza della norma metteva gli

amministratori in situazione di grande incertezza circa le condotte che

potevano loro essere penalmente iscritte, faceva riscontro l'evidenza

dell'altissimo numero di assoluzioni dispensate nei processi, derivanti

soprattutto dalla difficoltà di dimostrare la sussistenza dell'elemento

psicologico del reato.

2. LA NUOVA FORMULAZIONE

La finalità che ha ispirato la nuova formulazione dell'abuso d'ufficio è

stata indubbiamente quella di riportare la condotta punibile entro confini

ben limitati, e di garantire ai pubblici amministratori che agissero nel

rispetto delle norme la certezza di non incorrere in sanzioni penali.

L'attuale formulazione sancisce la responsabilità penale per "il pubblico

ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle

funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento,

ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di

un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente

procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca

ad altri un danno ingiusto". È stato osservato che nella ridefinizione

della norma si è puntato "ad abbandonare qualsiasi riferimento,

espresso o tacito, all'eccesso di potere... limitando la condotta di abuso

alla sola violazione di norme o alla omessa astensione nei casi

prescritti" (Della Monica). Ed in effetti non vi è dubbio che gran parte del

dibattito parlamentare è stato incentrato sulla scelta di escludere, dalle

condotte che possono dar luogo all'ipotesi di reato, l'adozione di un atto

viziato esclusivamente da eccesso di potere, i cui confini sono molto più

labili rispetto agli altri vizi amministrativi. Dunque - secondo i primi

commenti al nuovo reato - se il funzionario non ha violato una espressa

e specifica previsione normativa, ovvero l'obbligo di astensione, non può

configurarsi il reato. Anche in presenza di tale violazione poi il reato

sussisterà solo ed unicamente nel caso in cui al provvedimento

illegittimo sia conseguito un risultato ingiusto, ed infatti il reato è ora

costruito come un reato di evento che si consuma soltanto in presenza

della realizzazione del risultato perseguito. Ma va subito osservato che se

il fine perseguito dal legislatore era appunto quello di escludere dalle

condotte punibili gli atti viziati esclusivamente da eccesso di potere, la

formulazione della norma è, a dir poco, equivoca: l'eccesso di potere è

com u n qu e u n vizio di legit t im it à e, com e t ale, com port a

necessariamente l'inosservanza di leggi. Ed infatti è indubitabile che tra

le leggi che devono regolare la condotta dei pubblici funzionari debba

ricomprendersi il precetto costituzionale dell'art. 97 Cost., che

rappresen t a an zi la cost an t e lin ea di com port am en t o degli

amministratori pubblici. In tale ottica tornerebbe ad avere autonoma

rilevanza, allora, il vizio di eccesso di potere e potrebbe configurarsi

l'abuso tutte le volte in cui il funzionario facesse un uso deviato o

distorto dei poteri funzionali e dunque pregiudicasse l'imparzialità

dell'azione amministrativa. A questa tesi si potrebbe obiettare che tale

argomentazione non terrebbe conto della ratio sottesa all'intervento

legislativo, ma va pure precisato che in sede di dibattito parlamentare

vennero scartate altre scelte che avrebbero più esplicitamente

estromesso il vizio di eccesso di potere dalle modalità esecutive della

condotta. E così venne ad esempio scartata la proposta dell'on. Marotta

di mantenere il testo approvato dalla Commissione Giustizia del Senato,

che menzionava accanto alla violazione di legge anche l'incompetenza,

per significare che inclusio unius est exclusio alterius, unica dizione che

avrebbe chiarito l'intento di non voler più attribuire una rilevanza

autonoma all'eccesso di potere.

È stato peraltro osservato (Della Monica) che "il riferimento alla

violazione di norme di leggi o di regolamento lascia intendere

chiaramente che il presupposto necessario dell'abuso è costituito

dall'inosservanza di previsioni specifiche durante il processo di

formazione del provvedimento" e non dal generico obbligo di perseguire

il buon andamento e l'imparzialità dell'azione amministrativa, e che "il

funzionario pubblico che agisce nel pieno rispetto delle regole deve avere

la certezza di non incorrere in responsabilità penali". Occorrerà

naturalmente attendere l'evoluzione giurisprudenziale sull'argomento

per definire se la formulazione letterale della norma consenta di aderire

alle finalità avute di mira dal legislatore; resta comunque da osservare

che se si aderirà a tale interpretazione molte condotte oggettivamente

gravi verranno a configurare al più un illecito disciplinare. E così

soprattutto in presenza di atti assolutamente discrezionali, quali ad

esempio l'assegnazione di un appalto a trattativa privata, una volta

riscontrata l'inesistenza di violazioni specifiche (in quanto ad esempio

sussisteva il requisito di urgenza che ne legittimava l'adozione) non si

configurerebbe alcuna ipotesi di reato a carico del funzionario che

effettui l'aggiudicazione ad una ditta palesemente inidonea e magari

gestita da persona a lui legata da vincoli di amicizia. Se questa sarà

l'interpretazione della norma sfuggiranno quindi alla sanzione penale

tutti quei comportamenti formalmente legittimi, ma adottati

unicamente per interessi di natura privata e sovente altamente dannosi

per l'amministrazione pubblica

È stato osservato (Chiavario, Padovani) che si è così creato un vuoto di

tutela della collettività di fronte a comportamenti anche altamente

scorretti e si è sottolineato (Catalano) che sarebbe stato auspicabile

almeno accompagnare la modifica dell'abuso d'ufficio, ad una effettiva

riforma dei criteri e dei sistemi di controllo dell'attività amministrativa.

3. LE MODALITÀ DELLA CONDOTTA

Già sotto il vigore della precedente disposizione la Cassazione (Sez. VI,

sent. n. 2733 del 4 marzo 1994 ) aveva più volte affermato che "la

condotta di abuso d'ufficio... risulta compatibile con un comportamento

meramente omissivo del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico

servizio.". Ed anche nella nuova formulazione non vi è dubbio che la

condotta prevista dal reato può essere attuata anche mediante

omissione, sempreché l'atto che avrebbe dovuto essere emanato o il

comportamento che avrebbe dovuto essere tenuto siano dovuti,

cosicché l'omissione o il ritardo abbiano comportato la violazione di una

disposizione di legge.

Del resto la violazione dell'obbligo di astensione, esplicitamente previsto

dal nuovo testo, rappresenta una modalità della condotta mediante

omissione. Tanto premesso, va evidenziato il rapporto tra l'abuso

d'ufficio realizzatosi attraverso l'inerzia del pubblico funzionario in

relazione ad un atto dovuto, e il delitto previsto dall'art. 328 c.p.

Sembra potersi affermare che quando l'omissione o il rifiuto di

comportamenti dovuti sono strumentalizzati dal funzionario per un fine

privato e da essi deriva un danno o un vantaggio ingiusto, si configurerà

il delitto di abuso in atti d'ufficio (sempreché si tratti di vantaggio

patrimoniale). Se invece l'omissione è fine a se stessa, o se è finalizzata

a procurare a terzi un vantaggio non patrimoniale, sarà configurabile il

delitto di cui all'art. 328 c.p. Va ancora sottolineato che, come già

enunciato sotto il vigore della precedente disciplina, anche le attività

materiali possono essere forme di manifestazione della condotta di

abuso. Ed infatti "la nozione di atti di ufficio è più ampia di quella di

provvedimento amministrativo, poiché comprende in sé, a prescindere

dalla forma, qualunque specie di atto posto in essere dal pubblico

ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni, sia esso interno o esterno,

decisionale o anche meramente consultivo, preparatorio e non

vincolante, fino alle semplici operazioni, alle condotte materiali, alle

attività tecniche..." (Cass., Sez. 6, sent. n. 10896 del 12 novembre

1992). Anche nell'attuale formulazione normativa, poiché l'abuso non

deve necessariamente estrinsecarsi in un tipico atto amministrativo, né

avere contenuto necessariamente decisorio, esso può consistere in

qualsiasi illegittima attività del pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue

funzioni dalla quale derivi un ingiusto danno o vantaggio patrimoniale.

La nuova formulazione ha innovato sul punto solo in quanto ha legato

l'attività abusiva allo svolgimento delle funzioni o del servizio. Infine

l'abuso è configurabile - ora come pure nella precedente formulazione -

anche in relazione ad attività soggette al diritto privato nel cui

svolgimento il pubblico ufficiale persegue comunque finalità pubbliche

che, secondo la legge, possono essere realizzate più agevolmente

mediante l'impiego di strumenti propri del diritto privato (Cass., Sez. 6,

sent. n. 5086 del 7 maggio1991).

a) La violazione di norme di legge o di regolamento

Si è già detto che la riforma è stata ispirata alla necessità di limitare il

potere di ingerenza del giudice penale alle sole ipotesi di illiceità collegate

a specifiche violazioni di legge e di regolamenti. La violazione di legge,

che è dunque elemento della condotta del reato, è la violazione delle

disposizioni che regolano l'esercizio dei pubblici poteri. Si richiamano le

osservazioni sopra formulate circa la considerazione che anche l'eccesso

di potere non rappresenta altro che una violazione di norme giuridiche.

Comunque sia, va sottolineato che le prime interpretazioni della norma

accolgono le finalità perseguite dal Parlamento ancorando la sussistenza

del reato a precisi vizi di legittimità, e cioè:

? alla violazione di leggi o regolamenti;

? all'incompetenza che è un'ipotesi di violazione di legge;

? alla violazione dell'obbligo di astensione.

Rimane comunque la difficoltà, per l'interprete, di individuare tutte le

disposizioni vincolanti per la Pubblica Amministrazione, mentre non sarà

sempre agevole il reperimento della normativa che regola quel

determinato provvedimento sospettato di illiceità. Resta poi da chiarire

cosa debba intendersi per "norme di legge e di regolamento" ed in

particolare se in esse debbano ricomprendersi anche le normative che

regolano dall'interno l'azione degli apparati amministrativi, quali le

circolari o le norme tecniche. Viene al riguardo rilevato che le norme

interne non sono leggi in senso sostanziale, e quindi la loro

trasgressione non comporta violazione di legge, cosicché non configura il

reato in questione (Russo). Peraltro va considerato che quando

l'Amministrazione Pubblica disciplina la sua attività con circolari o altre

norme interne, individua le modalità più opportune per conseguire

l'interesse pubblico (Landi e Potenza) e quelle norme sono per i pubblici

funzionari vincolanti. Pertanto disattenderle senza motivazione

comporterebbe comunque la violazione del dovere di perseguire in modo

ottimale l'interesse pubblico, obbligo sancito dal precetto costituzionale.

Anche in relazione a tale problematica dovranno attendersi le prime

interpretazioni giurisprudenziali.

b) La mancata astensione

La violazione dell'obbligo di astenersi non è altro che una violazione di

legge: ed infatti è stato osservato (Russo) come l'espressione

"omettendo di astenersi" debba essere intesa come "omettendo di

osservare l'obbligo di astenersi" non essendovi posto per alcuna

valutazione discrezionale sul se astenersi o meno, in conformità del

resto ai criteri che hanno ispirato questa riforma la cui finalità è stata

quella di dare certezza al pubblico funzionario di non incorrere in

responsabilità penali nel momento in cui presta osservanza alla legge.

L'obbligo di astensione che può fondare la responsabilità per abuso

d'ufficio deve essere ricercato dunque nella legge, e così possono

richiamarsi, a titolo di esempio, l'art. 279 del R.D. 383/1934 per gli

amministratori comunali e provinciali che devono astenersi dal prendere

parte alle deliberazioni riguardanti liti o contabilità loro proprie verso i

corpi cui appartengono; come pure liti o contabilità dei loro parenti o

affini sino al quarto grado, o del coniuge, o di conferire impieghi ai

medesimi. Il divieto di cui sopra importa anche l'obbligo di allontanarsi

dalla sala delle adunanze durante la trattazione di detti affari. Non

dovrebbe avere alcuna considerazione il possibile conflitto di interessi

che potrà fondare al più una responsabilità disciplinare ma non certo

penale. Nell'attuale impostazione legislativa la mancata astensione,

costituirà abuso solo allorquando il soggetto abbia consapevolmente

contravvenuto a tale obbligo ed abbia così intenzionalmente procurato,

attraverso l'attività dalla quale avrebbe dovuto astenersi, un danno o un

vantaggio patrimoniale ingiusto. Appare anche evidente che la

sussistenza del reato può configurarsi anche in presenza dell'omessa

astensione nell'ambito di un organismo collegiale giacché "anche la

partecipazione ad un atto collegiale è esercizio dell'attività del pubblico

ufficiale (Cass. Sez. 6, sent. n. 1467 dell'1 febbraio 1990) e anche se

l'astensione era stata formalmente esercitata ma in unione ad concreta

ingerenza nell'adozione del provvedimento, sempreché dallo stesso

derivi un danno o un vantaggio patrimoniale ingiusto. Occorre infine

rammentare che nel corso dei lavori preparatori è stato sottolineato

come nei provvedimenti a carattere generale (si pensi all'adozione di un

piano regolatore), poiché i soggetti interessati sono moltissimi,

sussisterebbe spessissimo un dovere di astensione essendo ipotizzabile

per quasi tutti i consiglieri un interesse proprio o di un prossimo

congiunto alla formulazione in un modo o in un altro del provvedimento.

Peraltro non occorre dimenticare che la mancata astensione deve essere

connotata, per configurare il reato, dal dolo intenzionale (v. oltre),

cosicché sussisterà abuso solo se l'amministratore omette

intenzionalmente di astenersi per arrecare a se o ad un congiunto un

vantaggio patrimoniale ingiusto. Del resto la giurisprudenza

amministrativa ha da tempo sottolineato che: "Il dovere di astensione

grava sul pubblico amministratore il quale debba prendere parte a

deliberazioni concernenti propri parenti, riguarda i provvedimenti

suscettibili di incidere in via immediata sulle sfere soggettive dei

destinatari, non anche gli atti a contenuto generale o normativo che

siano presupposti da quelli" (Consiglio di Stato, Sez. VI, sent. n. 385 del

23 maggio 1986).

c) L'incompetenza

È largamente riconosciuto che l'incompetenza non rappresenta altro che

una violazione di legge, ed in particolare delle norme che disciplinano la

ripart izion e dei com pit i e delle fu n zion i t ra i vari organ i

dell'Amministrazione. In sostanza allorquando un funzionario pubblico

adotta un provvedimento che, secondo i criteri di ripartizione della

competenza, avrebbe dovuto essere adottato da un funzionario

appartenente ad un ufficio diverso (ad es. in tema di contratti in quanto

il valore eccede i limiti della sua delega), se lo sconfinamento è stato

intenzionale ed è avvenuto al fine di arrecare un vantaggio o un danno

ingiusto, si configura l'ipotesi di reato. La giurisprudenza ha

costantemente affermato che solo l'incompetenza relativa può essere

valutata penalmente, essendo il provvedimento emesso annullabile e

dunque produttivo di effetti. Al contrario l'incompetenza assoluta

(provvedimento adottato in una materia totalmente estranea alle

attribuzioni del funzionario) comporta la nullità dell'atto che è dunque

inidoneo a procurare un vantaggio o un danno (Cass., sent del 10 marzo

1989, Papale) cosicché il reato non può configurarsi per inidoneità della

condotta. Tale argomentazione è tanto più valida in relazione alla nuova

formulazione del reato, ormai costruito come reato di evento, cosicché

perché il reato sia consumato deve effettivamente verificarsi il danno o il

vantaggio patrimoniale ingiusto, mentre l'inidoneità della condotta

impedisce anche la configurazione del tentativo.

4. L'ELEMENTO SOGGETTIVO

Si è già detto che la riforma ha costruito il reato di abuso d'ufficio in

reato di evento. Il raggiungimento di un danno o di un vantaggio

ingiusto non è più una finalità che l'agente deve perseguire perché

sussista il reato (dolo specifico) ma rappresenta l'evento della condotta,

ovvero la conseguenza che deve derivare dall'atto o dal comportamento

adottato perché il reato possa definirsi consumato. Da ciò deriva che il

dolo del delitto in questione non è più specifico (nel quale, secondo la

definizione di Antolisei "si esige che il soggetto abbia agito per un fine

particolare la cui realizzazione non è necessaria per l'esistenza del reato

e cioè per un fine che sta al di là e quindi fuori dal fatto che costituisce il

reato") bensì generico in quanto è sufficiente che sia voluto il fatto

descritto dalla norma incriminatrice. Occorrerà dunque "riscontrare la

coscienza e volontà di arrecare un ingiusto vantaggio patrimoniale o un

ingiusto danno attraverso lo svolgimento illegittimo delle proprie funzioni

o del servizio" (Ciccia). Va però sottolineato come la nuova formulazione

dell'abuso d'ufficio precisa che l'evento - ovvero il danno o il vantaggio

ingiusto - deve essere procurato intenzionalmente all'agente.

L'introduzione di tale locuzione risponde ad una precisa esigenza, cioè

quella di escludere dalla fattispecie il cosiddetto dolo eventuale, ovvero

sia di escludere i casi in cui "l'agente non ha intenzionalmente voluto

l'evento ma lo ha accettato come conseguenza eventuale della propria

con dot t a" (Man t ovan i). Con segu en t em en t e l'adozion e di u n

provvedimento in violazione di esplicite disposizioni di legge potrà

configurare il delitto di cui all'art. 323 c.p. solo se il funzionario abbia, in

tal modo voluto procurare un danno o un vantaggio ingiusto. Se invece

il funzionario si è solo prospettato che dall'adozione di tale

provvedimento possa derivare, come conseguenza eventuale della

condotta, un risultato di danno o di vantaggio ingiusto, ma non ha

comunque agito per realizzare tale scopo, il reato non sussiste. È stato

osservato (Macrillò) come l'introduzione del dolo intenzionale potrà

esplicare effetti concreti in tema di responsabilità penale conseguente

all'adozione di deliberazioni da parte di organi collegiali. In passato sono

state infatti elevate incriminazioni, ad esempio, a tutti i componenti di

un Consiglio Comunale sul presupposto che tutti avevano comunque

votato ed adottato, con coscienza e volontà, la delibera concretizzante

un uso strumentale del potere. Si è dunque osservato che

"l'intenzionalità oggi richiesta dalla norma incriminatrice esprime la

necessità che la punizione per il fatto di cui all'art. 323 c.p. derivi da un

acclarato e provato grado di partecipazione dell'agente al reato,

commisurabile sia al quantum di volontà del fatto, sia al quantum di

coscienza dello stesso"(Macrillò).

5. L'INGIUSTIZIA DEL VANTAGGIO PATRIMONIALE E DEL DANNO

Qualsiasi atto adottato dal funzionario contrario a norme giuridiche

(violazione di legge o mancata astensione) produce un risultato

illegittimo. Tuttavia all'illegittimità dell'atto consegue anche l'illiceità

penale a carico del soggetto agente solo quando il risultato causato è

anche ingiusto. Si afferma così la distinzione tra illegittimità e illiceità

penale: "accertata la violazione di legge sarà proprio l'esatta

considerazione del risultato raggiunto a sanzionare le modalità di

in t erven t o san zion at orio, in sede pen ale, am m in ist rat iva o

disciplinare" (Della Monica). Dunque "se il risultato della condotta, sia

pure adottata in contrasto con disposizioni di legge, è oggettivamente

lecito, la violazione di legge compiuta dal pubblico ufficiale non rileverà

penalmente, pur potendo l'atto rivestire i caratteri dell'illegittimità ed

essere annullato nelle sedi competenti" (Scarpetta). Nella precedente

formulazione della norma, ove il danno e il vantaggio ingiusto

rappresentavano le connotazioni del dolo specifico, il vantaggio poteva

essere patrimoniale o non patrimoniale, configurandosi due autonome

ipotesi di reato (cosiddetta condotta affaristica e cosiddetta condotta

favoritrice) sanzionate con pene ben diverse. Nell'attuale formulazione

non configura più reato la condotta illegittima che cagioni un ingiusto

vantaggio non patrimoniale. Pertanto se dalla condotta o dall'atto

illegittimi deriva un evento di danno, la sanzione penale scatta sia che si

tratti di un danno economico sia che se si tratti di un danno non

patrimoniale; se invece dall'attività illegittima deriva, per il funzionario o

per altri, un vantaggio ingiusto, il reato si configurerà solo se tale

vantaggio ha un contenuto patrimoniale. La scelta di escludere dalla

sanzione penale "l'abuso non patrimoniale" discende, come specificato

nel corso dell'acceso dibattito parlamentare sul punto, dalla volontà di

separare nettamente, e disciplinare in modo difforme, gli abusi

commessi per opprimere i cittadini (che cagionano cioè un danno

ingiusto) e che configurano comunque reato, da quelli commessi al fine

di favorirli (che cagionano cioè un vantaggio ingiusto), ritenuti meritevoli

di una tutela attenuata. Tale conclusione non appare condivisibile se si

pensa ad un magistrato che disponga arbitrariamente l'archiviazione di

un procedimento a carico di un suo conoscente procurandogli così un

vantaggio ingiusto: la condotta del magistrato non configura il delitto di

cui all'art. 323 c.p. non essendo stato procurato al terzo un vantaggio

patrimoniale; non configura il delitto di cui all'art.319-bis c.p. non

essendosi il magistrato fatto dare alcun corrispettivo ma avendo agito

per amicizia. L'unica forma di tutela riconosciuta dall'ordinamento, pur

in presenza di un fatto così grave, è quella della responsabilità

disciplinare. Dovendo ora definire il vantaggio patrimoniale - che può

ricadere sia sul pubblico funzionario che su terzi - basta riportarsi alle

precedenti indicazioni della Cassazione a proposito della condotta

affaristica, e ribadire dunque che si ha vantaggio patrimoniale tutte le

volte in cui lo stesso è valutabile in termini economici: deriverà perciò

indubbiamente un ingiusto vantaggio patrimoniale da un concorso

pubblico "truccato", da un'assunzione arbitraria, dal riconoscimento

dell'indennità di accompagnamento a chi non presenta effettive

invalidità, dall'assegnazione di un appartamento a canone calmierato a

chi non ha i requisiti soggettivi richiesti e così via. Non cagionerà invece

alcun vantaggio patrimoniale, e non commetterà perciò reato, il

professore che favorisca un candidato all'esame di maturità o l'agente

penitenziario che recapiti al detenuto lettere o pacchi al di fuori dei casi

previsti dall'ordinamento penitenziario. Il danno ingiusto - che riguarda

unicamente i terzi - consiste invece nel verificarsi di una situazione

giuridica meno favorevole per il cittadino di quella che sarebbe scaturita

da una condotta legittima del funzionario. Infine è stato osservato

(Cutrupi) che l'aggravante prevista dall'ultimo comma - per il caso in cui

il danno o il vantaggio procurato siano di rilevante gravità - debba

comunque riferirsi all'aspetto patrimoniale e dunque, per quanto

riguarda l'evento di danno, vada contestata solo in presenza di un danno

patrimoniale di rilevante gravità. Ciò in quanto, in relazione al danno

non patrimoniale, non si ravviserebbero parametri oggettivi di giudizio.

6. CONSUMAZIONE DEL REATO E TENTATIVO

Si è già più volte ricordato che l'abuso d'ufficio è, nella nuova

formulazione, un reato di evento e non più un reato di mera condotta.

Evidentemente ne deriva che la consumazione del reato si verifica solo

quando viene realizzato l'evento, e dunque quando il funzionario o altre

persone ottengono l'ingiusto vantaggio patrimoniale o allorquando a

qualcuno venga arrecato danno ingiusto. Peraltro è stato osservato

(Della Monica) come la consumazione del reato non sia legata

all'effettivo concretizzarsi del beneficio in termini economici ma

semplicemente al prodursi di effetti favorevoli nella sfera dell'interessato.

Pertanto nel caso in cui per giungere all'effettivo conseguimento del

vantaggio sia necessaria un'attività da parte del beneficiario, e costui

non la ponga in essere, il reato sarà ugualmente consumato. E così se

ad un appalto truccato, concluso con l'aggiudicazione ad una

determinata ditta, non segua poi l'esecuzione dei lavori, il reato sarà

ugualmente consumato nel momento in cui si producono effetti

favorevoli nella sfera giuridica dell'interessato (aggiudicazione

dell'appalto) indipendentemente dalla effettiva concretizzazione in

termini economici di tali effetti favorevoli, e dunque anche se poi la ditta

rinunci ad eseguire i lavori e non percepisca perciò alcun compenso. In

tale evenienza infatti il pubblico ufficiale ha comunque "procurato" un

vantaggio all'interessato, anche se poi costui non lo ha effettivamente

"conseguito" (Della Monica). Problema già posto sotto il vigore del

precedente testo è quello della configurabilità del concorso nel reato per

il terzo destinatario del vantaggio. Ove infatti il funzionario attui la sua

illecita condotta non per trarne un utile personale, ma per favorire altri

(ad es. un parente, un compagno di partito...), resta da stabilire se

anche tale terzo debba essere incriminato nel reato proprio. La

giurisprudenza, in conformità con i principi generali che regolano l'art.

110 c.p., ha ribadito che la semplice consapevolezza di ricevere un

vantaggio ingiusto dall'attività illegittima non è sufficiente a configurare

il concorso, che richiede - da parte dell'extraneus - almeno una condotta

di istigazione o di agevolazione del pubblico ufficiale nella commissione

del reato. Riguardo al concorso di persone nel reato deve anche

osservarsi che, poiché l'abuso può essere integrato sia dall'adozione

provvedimenti sia attraverso attività materiali che comunque

costituiscono manifestazioni dell'attività dell'ufficio, il reato può essere

commesso da più funzionari in concorso tra loro: l'uno che esercita ad

esempio pressioni sui componenti dell'organo collegiale, l'altro che è così

messo in condizioni di adottare il provvedimento formale (in questo

senso Cass., Sez. 6, sent. n. 2797 del 16 marzo 1995). Dalla

configurazione dell'abuso d'ufficio come reato di evento consegue la

configurabilità del tentativo (prima negata in relazione ad un reato di

mera condotta) allorquando la condotta abusiva non riesca a

raggiungere lo scopo per circostanze indipendenti dalla volontà

dell'agente. È stato osservato (Della Monica) come "il tentativo di abuso

potrebbe rappresentare lo strumento giuridico per arretrare la soglia di

punibilità ben oltre i limiti fissati dalla norma previgente"..."essendo la

responsabilità subordinata ad una valutazione prognostica sulla

commissione del delitto". In realtà allorquando la condotta illecita è

stata portata a compimento e solo l'evento non si realizza per cause

indipendenti dalla volontà dell'agente, i confini del tentativo sono

abbastanza nitidi : l'ipotesi è quella del provvedimento illegittimo

tempestivamente annullato dal superiore gerarchico (tentativo

compiuto). Quando invece la condotta illegittima sia stata realizzata solo

in parte e sia stata poi interrotta per cause indipendenti dalla volontà del

pubblico ufficiale (tentativo incompiuto) "il tentativo è configurabile solo

se la condotta si configuri come un iter criminis frazionabile, così da

potersi concepire l'interruzione dell'azione esecutiva, e solo se gli atti

fino a quel momento compiuti integrino già una violazione di legge (non

siano cioè meri atti preparatori) e siano univocamente diretti verso un

fine illecito"(Della Monica).

7. CONSEGUENZE DELLA NUOVA FORMULAZIONE SUI PROCESSI IN

CORSO

Non vi è dubbio che tra la precedente e l'attuale formulazione vi è un

nesso di continuità che non comporta una generalizzata abrogatio

criminis bensì una successione di norme incriminatrici. Per quanto

riguarda i processi in corso occorrerà dunque valutare, caso per caso, se

nella condotta ascritta all'imputato siano presenti gli elementi del reato

nella nuova formulazione e se siano stati enunciati chiaramente

nell'imputazione. Da ciò consegue che se l'imputazione riguarda

l'adozione di un atto illegittimo ma per arrecare un vantaggio non

patrimoniale il reato non sarà più configurabile, come pure saremo fuori

dalla previsione normativa (secondo le finalità della legge) se l'atto o il

comportamento adottato non costituiscano inosservanza di una

disposizione di legge, ma siano illegittimi in quanto adottati per una

finalità diversa da quella prevista. Nel caso poi in cui l'atto illegittimo per

violazione di legge non abbia in concreto procurato un vantaggio o un

danno illecito, occorrerà verificare se sussistono almeno gli estremi per

configurare il tentativo. Le sanzioni stabilite per il delitto sono state

complessivamente ridimensionate: mentre infatti nella precedente

formulazione era prevista la pena detentiva fino a due anni per l'abuso

non patrimoniale (ora non più punibile se si tratta di una condotta

"favoritrice"), e da due a cinque anni per l'abuso patrimoniale, ora la

pena va indistintamente da 6 mesi a tre anni. Occorrerà quindi

individuare, nel caso concreto, la norma più favorevole da applicare ai

sensi dell'art. 2, terzo comma, c.p. Dalle nuove sanzioni consegue:

l'impossibilità di applicare, anche in presenza dell'aggravante, la custodia

cautelare (prima consentita per l'abuso patrimoniale); l'impossibilità di

procedere all'arresto in flagranza di reato (prima consentito per l'abuso

patrimoniale); ma soprattutto termini di prescrizione molto più rapidi

(sette anni e mezzo a fronte dei quindici anni prima previsti per l'abuso

patrimoniale) conseguenza quest'ultima che rischia di rappresentare -

considerato che sovente la notitia criminis perviene già a distanza di un

notevole lasso di tempo dal fatto, e considerata la complessità

dell'indagine nonché i tempi di svolgimento di tale tipo di dibattimento -

un limite insufficiente per la definizione del processo.

RIVELAZIONE E UTILIZZAZIONE DI SEGRETI D’UFFICIO (art. 326).

Commette il delitto di rivelazione il pubblico ufficiale o la persona

incaricata di pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni

o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie del

proprio ufficio, le quali debbono rimanere segrete, o ne agevola in

qualsiasi modo la conoscenza. Il terzo comma, inserito dall’art. 15 della

legge n. 86 del ’90, afferma la responsabilità del pubblico ufficiale o

dell’incaricato di pubblico servizio che, per procurare a sé o ad altri un

indebito profitto patrimoniale si avvale illegittimamente di notizie di

ufficio, le quali debbono rimanere segrete. Una pena minore è prevista

nel caso che il fatto sia commesso al fine di procurare a sé o ad altri un

ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno

ingiusto.

UTILIZZAZIONE D’INVENZIONI O SCOPERTE CONOSCIUTE PER

RAGIONI DI UFFICIO (art. 325). È punito il pubblico ufficiale o

l’incaricato di pubblico servizio, il quale impiega a proprio o altrui profitto,

invenzioni o scoperte scientifiche, o nuove applicazioni industriali, che

egli conosca per ragioni d’ufficio o servizio, e che debbano rimanere

segrete.

VIOLAZIONE DI DOVERI INERENTI ALLA CUSTODIA DI COSE

SEQUESTRATE (art. 334 e 335). È previsto quel particolare abuso che

consiste nel sottrarre, sopprimere o distruggere cose sottoposte a

sequestro. L’art. 334, quale modificato dall’art. 86 della legge n. 689 del

’91, formula tre ipotesi, secondo che il fatto sia commesso:

Dal custode, al solo fine di favorire il proprietario della cosa sequestrata;

Dal proprietario che abbia lo custodia della cosa stessa;

Dal proprietario della cosa sottoposta a sequestro che non ne sia

custode.

Solo nei primi due casi il soggetto attivo riveste la qualità di pubblico

ufficiale; il terzo caso è contemplato insieme con gli altri per ragioni di

affinità. Il sequestro a cui si riferiscono gli art. in esame è quello

ammesso dalla legge penale e disposto nel corso di un procedimento

penale ed anche quello ammesso dalle leggi amministrative. Nella sfera

di efficacia della norma non rientra invece più, come avveniva in

passato, il sequestro che si fonda sulle leggi civili.

ECCITAMENTO AL DISPREGIO E VILIPENDIO DELLE ISTITUZIONI,

DELLE LEGGI E DEGLI ATTI DELL’AUTORITA’ (art. 327). Possono

rendersi responsabili di questo delitto tre categorie di soggetti: i pubblici

ufficiali, i pubblici impiegati incaricati di un pubblico servizio e i ministri di

un culto ammesso nello Stato. Il fatto incriminato consiste:

Nell’incitare al dispregio delle istituzioni o all’inosservanza delle leggi,

delle disposizioni dell’Autorità o dei doveri inerenti ad un pubblico

ufficio o servizio;

Nel fare apologia di fatti contrari alle leggi, alle disposizioni

dell’Autorità o ai doveri predetti.

Il fatto deve essere commesso dai soggetti indicati nell’esercizio delle

loro mansioni.

OMISSIONI DOLOSE DI DOVERI FUNZIONALI

Allo scopo di assicurare il regolare funzionamento delle pubbliche

amministrazioni il codice punisce i pubblici ufficiali e gli incaricati di un

pubblico servizio, i quali non per semplice trascuratezza o indolenza, ma

intenzionalmente vengono meno ai loro doveri. Si prevedono due figure

criminose, la seconda delle quali costituisce nulla più che una species

della prima.

OMISSIONE O RIFIUTO DI ATTI D’UFFICIO (art. 328). Il testo attuale

dell’articolo incrimina “Il pubblico ufficiale, o l’incaricato di pubblico

servizio, che indebitamente rifiuta un atto de suo ufficio che, per ragioni

di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e

sanità, deve essere compiuto senza ritardo”. Una pena minore è

comminata nel capoverso dell’articolo per “il pubblico ufficiale o

l’incaricato di pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di

chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per

esporre le ragioni del ritardo”. Si precisa poi espressamente che tale

richiesta deve essere redatta in forma scritta e il termine di trenta giorni

decorre dalla ricezione della richiesta stessa. La nuova norma fissa un

termine, ma la preoccupazione del legislatore per l’eccessiva ingerenza

del giudice concede una facile fuga all’amministratore infedele. E

l’impressione complessiva è che si sia voluto devitalizzare una norma,

traendo occasione da pochi non felici interventi della magistratura per

togliere operatività ad una figura di reato non grata agli operatori

pubblici. Atti d’ufficio sono gli atti dovuti e appartenenti alla competenza

funzionale del soggetto. Il rifiuto consiste nel diniego di compiere un atto

doveroso. Il rifiuto deve verificarsi indebitamente, e cioè senza un

motivo legittimo. Il delitto del primo comma si consuma nel momento e

nel luogo in cui si verifica il rifiuto. La fattispecie del secondo comma è

consumata allo scadere del termine di trenta giorni. Il dolo richiesto è

generico.

RIFIUTO O RITARDO DI OBBEDIENZA COMMESSO DA UN MILITARE O

DA UN AGENTE DELLA FORZA PUBBLICA (art. 329). Si prevede il caso

del militare o dell’agente della forza pubblica, il quale rifiuta o ritarda

indebitamente di eseguire una richiesta fattagli dall’Autorità competente

nelle forme stabilite dalla legge. Una differenza con la fattispecie

precedente riguarda il soggetto attivo del reato che deve essere un

militare, e cioè una persona appartenente con qualunque grado alle

forze armate dello Stato, o un agente della forza pubblica.

SCIOPERO O OSTRUZIONISMO IN PUBBLICI UFFICI E IN SERVIZI PUBBLICI O

DI PUBBLICA NECESSITA’

Gli articoli 330, 331, 332 e 333 prevedono lo sciopero o l’ostruzionismo,

nonché alcuni fatti ad essi collegati che si verificano negli uffici pubblici e

nei servizi pubblici. L’entrata in vigore della costituzione, la quale, nel

dichiarare all’art. 40 che il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle

leggi che lo regolano, non fa eccezioni di sorta, ha creato nei dipendenti

degli enti pubblici il convincimento che tale diritto spetti sempre anche

ad essi. La legge regolatrice della materia, la legge 12 giugno 1990, n.

146, dopo aver elencato i servizi pubblici ritenuti essenziali, pone i limiti

al diritto di sciopero con lo scopo di garantire un livello minimo di

funzionalità di questi ultimi. L’inosservanza di tali limiti da luogo a

sanzioni disciplinari e normative per i lavoratori, nonché di carattere

patrimoniale per le organizzazioni sindacali e di categoria. L’inosservanza

dell’ordinanza prefettizia che garantisce le prestazioni e i livelli di

funzionamento indispensabili determina sanzioni pecuniarie e

amministrative. Sono espressamente abrogati gli art. 330 e 333 del

codice penale.

ABBANDONO COLLETTIVO DI PUBBLICI UFFICI, IMPIEGHI, SERVIZI O

LAVORI (art. 330, abrogato dalla legge n. 146 del ’90).

INTERRUZIONE DI UN SERVIZIO PUBBLICO O DI UNA PUBBLICA

NECESSITA’ (art. 331). Chi, esercitando imprese di servizi pubblici o di

pubblica necessità, interrompe il servizio, ovvero sospende il lavoro nei

suoi stabilimenti, uffici o aziende, in modo da turbare la regolarità del

servizio, è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno e con la

multa non inferiore a lire un milione. I capi, promotori od organizzatori

sono puniti con la reclusione da tre a sette anni e con la multa non

inferiore a lire sei milioni. Si applica la disposizione dell’ultimo capoverso

dell’articolo precedente.

OMISSIONE DI DOVERI DI UFFICIO IN OCCASIONE DI ABBANDONO DI

UN PUBBLICO UFFICIO O DI INTERRUZIONE DI UN PUBBLICO SERVIZI

(art. 332). Il pubblico ufficiale o il dirigente di un servizio pubblico o di

una pubblica necessità, che, in occasione di alcuno dei delitti preveduti

dai due articoli precedenti, ai quali non abbia preso parte, rifiuta od

omette di adoperarsi per la ripresa del servizio cui è addetto o preposto,

ovvero di compiere ciò che è necessario per la regolare continuazione del

servizio, è punito con la multa fino a lire un milione.

ABBANDONO INDIVIDUALE DI UN PUBBLICO UFFICIO, SERVIZIO O

LAVORO (art. 333 abrogato dall’art. 11 della legge n. 146 del ’90).

REATI CONTRO LA PERSONA

Il titolo dodicesimo del libro secondo del codice penale comprende i delitti

che offendono direttamente i beni essenziali dell’individuo, e cioè i beni

della vita, dell’incolumità fisica, della libertà e dell’onore. Il codice in

vigore non annovera tra i delitti contro la persona l’aborto (art.

545-551, ora abrogati), il quale era collocato prima della l. 22 maggio

1978, n. 194 fra i delitti contro la integrità e la sanità della stirpe. Non

vi comprende neppure il reato di maltrattamenti in famiglia o verso i

fanciulli (art. 552), che figura tra i delitti contro la famiglia. Quanto ai

delitti contro la libertà è bene ricordare che il codice Zanardelli li

contemplava in un titolo a parte, distinguendoli in delitti contro le libertà

politiche, contro la libertà dei culti, contro la libertà individuale, contro

l’inviolabilità dei segreti e contro la libertà del lavoro. Il codice attuale ha

collocato il primo e l’ultimo gruppo di reati in altri titoli e gli altri tra i

delitti contro la persona. In questa sede i residui delitti sono stati divisi

in cinque sezioni:

contro la personalità individuale;

contro la libertà personale;

contro la libertà morale;

contro la inviolabilità del domicilio;

contro la inviolabilità dei segreti.

Non si è trattato solamente di un cambio di collocazione ma di una

completa rielaborazione di tutta la materia. È previsto il nuovo delitto di

violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies) e non mancano varianti al

regime della querela e delle pene accessorie ed altri effetti penali. È

opportuno ricordare che ex art. 36 l. 5 febbraio 1992, n. 104, come

modificato dall’art. 17 l. 15 febbraio 1996, n. 66, per i delitti non colposi

del titolo in esame, qualora la persona offesa sia una persona

handicappata la pena è aumentata da un terzo alla metà.

L’OMICIDIO IN GENERALE

L’omicidio in generale è l’uccisione di un uomo cagionata da un altro

uomo con un comportamento doloso o colposo e senza il concorso di

cause di giustificazione. Scopo dell’incriminazione è la tutela della vita

umana. Questa viene protetta dallo Stato non solo nell’interesse

dell’individuo, ma anche nell’interesse della collettività. La punizione

dell’omicidio del consenziente dimostra che l’ordinamento giuridico

attribuisce alla vita del singolo anche un valore sociale, e ciò in

considerazione dei doveri che all’individuo incombono verso la famiglia e

verso lo Stato.

Oggetto materiale dell’azione criminosa è un uomo diverso dall’agente,

perché la maggior parte delle legislazioni vigenti, compresa quella

italiana, non punisce il suicidio, neppure nei casi in cui la sanzione

potrebbe praticamente applicarsi all’individuo, e cioè nell’ipotesi di

semplice tentativo. La qualità di uomo, ai fini del diritto penale, non

inizia con la nascita vera e propria, vale a dire con la completa

fuoriuscita del prodotto del concepimento dall’alvo materno, ma in un

momento immediatamente anteriore, e precisamente nel momento in

cui ha inizio il distacco del feto dall’utero della donna. Ciò si desume dal

fatto che il nostro codice equipara all’uccisione del neonato l’uccisione

del feto durante il parto. Senza dubbio si esige che la persona su cui

cade l’azione sia viva. Il requisito della vita è sufficiente, non essendo

richiesta la vitalità dell’individuo. L’opinione contraria, sostenuta in

passato da qualche autore, non ha alcun punto di appoggio nel nostro

diritto positivo. Il sesso, l’età, le condizioni di corpo o di mente, la

nazionalità della vittima sono indifferenti ai fini dell’esistenza del reato.

Si discute se anche gli esseri mostruosi nati da donna possano essere

soggetti passivi del delitto in esame. La questione, dal punto di vita

astratto, è interessante e delicata, perché a favore della soppressione dei

monstra militano ragioni di umana pietà e di convenienza sociale. Di

fronte al nostro diritto positivo non c’è dubbio che detta soppressione

debba considerarsi vietata, a meno che l’essere sia così abnorme da non

potersi qualificare uomo. La vita umana finisce e con la morte. Finché

non si verifica questo evento la vita è tutelata. Risponde di delitto di

omicidio colui che uccide un condannato alla pena capitale pochi istanti

prima che abbia luogo l’esecuzione, oppure una persona affetta da

malattia inguaribile che è prossima a morire.

Il fatto materiale dell’omicidio implica tre elementi:

una condotta umana;

un evento;

il nesso di causalità tra l’una e l’altro.

La condotta può estrinsecarsi nelle forme più diverse, perché la legge

non indica le modalità che essa deve assumere, limitandosi a richiedere

che abbia cagionato la morte di una persona. L’omicidio è esempio tipico

della categoria dei reati a forma libera. Nessuno dubita che il

comportamento possa consistere tanto in una azione che una

omissione. I mezzi con cui viene cagionata la morte possono essere non

soltanto fisici (arma, veleno, forza muscolare, gas asfissiante e così via),

ma anche psichici, come il procurare uno spavento o un dolore atroce ad

un cardiopatico, oppure il torturare un individuo moralmente. L’evento

del delitto di omicidio consiste nella morte di una persona. Tra il

comportamento dell’agente e la morte di un uomo deve esistere un

rapporto di causalità. L’evento morte segna il momento consumativo del

delitto di omicidio. Trattandosi di un risultato nettamente distinto, anzi,

staccato dalla condotta umana, nessun dubbio è consentito sulla

configurabilità del tentativo, il quale può verificarsi non solo nella forma

del tentativo incompiuto, ma anche quella del tentativo compiuto.

Dal punto di vista soggettivo si distinguono tre figure di omicidio:

l’omicidio doloso; l’omicidio colposo; l’omicidio preterintenzionale.

Anche in relazione alle cause di giustificazione il delitto in parola non dà

luogo a speciali rilievi. Dai principi e dalle regole che sono stati esposti

nella parte generale si desume che tutte le cause di giustificazione,

tanto se previste espressamente dalla legge, quanto se desunta in via

analogica - escluso il consenso dell’avente diritto – possono trovare

applicazione nel delitto di omicidio, rendendo legittima l’uccisione di un

uomo: adempimento di un dovere, esercizio di un diritto, legittima

difesa, stato di necessità, trattamento medico-chirurgico, attività

sportiva.

OMICIDIO DOLOSO COMUNE

È previsto all’art. 575, il quale reca: “Chiunque cagiona la morte di un

uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Il

codice Zanardelli nella definizione dell’omicidio doloso conteneva l’inciso

“a fine di uccidere” (art. 364), ma nel progetto definitivo del codice

attuale questa formula, che figurava ancora nel progetto preliminare,

venne soppressa perché ritenuta superflua, date le norme generali

sull’elemento soggettivo del reato contenente nel libro primo (art. 42 e

43 comma 2). A nostro parere, la soppressione dell’inciso, merita

approvazione non solo per il motivo indicato dal Ministro proponente, ma

anche perché il fine di uccidere, per quanto di regola ricorra nell’omicidio

doloso, non può ritenersi necessario, non riscontrandosi in quella fora di

dolo che va sotto il nome di dolo indiretto o eventuale. In questa ipotesi

non si ha propriamente l’intenzione di cagionare l’evento, bensì la

prevision e della possibilità del verificarsi dell’even to stesso,

accompagnata dall’accettazione del rischio relativo. Da quanto appena

detto deve dedursi che l’equazione: dolo = intenzione di uccidere,

accolta dalla prevalente dottrina e giurisprudenza è inesatta. Per

l’esistenza del dolo nell’omicidio basta che si verifichino le condizione

indicate nella definizione generale che il codice fornisce all’art. 43,

definizione che, secondo l’interpretazione più accreditata, comprende

anche il dolo eventuale. Il nostro codice per graduare il delitto segue il

sistema delle circostanze aggravanti. Negli art. 576 e 577 queste

circostanze sono distinte secondo che importino la pena di morte,

l’ergastolo o la reclusione da ventiquattro a trenta anni, ma l’abolizione

della pena capitale, sancita dal d.l. 10 agosto 1944, n. 224, ha avuto

per conseguenza la semplificazione della materia, rendendo anche priva

di effetto la distinzione che figurava nel n. 2 dell’art. 576 e nel n. 1

dell’art. 577. Prendendo in considerazione la natura intrinseca delle

aggravanti in questione, esse possono essere raggruppate, a seconda

che si riferiscano all’elemento soggettivo del reato, alle modalità

dell’azione criminosa o ai mezzi usati, alla connessione con altri reati,

alla qualità del soggetto attivo e ai rapporti tra colpevole e offeso.

AGGRAVANTI CONCERNENTI L’ELEMENTO SOGGETTIVO DEL REATO:

l’aver commesso il fatto con premeditazione (art. 577 n.3). Per

l’esistenza della premeditazione occorre: un certo lasso di tempo tra la

risoluzione criminosa e la sua attuazione; un’accurata preparazione del

delitto, preparazione che spesso viene indicata col termine di

m acch in azion e. Com u n qu e la prem edit azion e si con cepisca,

generalmente si ammette che l’aggravante sussiste anche quando

l’attuazione del proposito criminoso è condizionata, come nel caso

abbastanza frequente della donna sedotta che decide di uccidere il

seduttore se costui si rifiuterà di sposarla. Controverso è se la

premeditazione sia compatibile col vizio parziale di mente: cioè, se essa

possa ravvisarsi nel fatto di colui che è ritenuto seminfermo ai sensi

dell’art. 89 del codice. L’opinione che prevale nella dottrina e per lungo

tempo ha dominato nella giurisprudenza fondandosi su ragioni diverse,

lo esclude. Nessuna incertezza dovrebbe invece sussistere sulla

conciliabilità della premeditazione con l’attenuante generica della

provocazione, perché lo stato d’ira richiesto per questa attenuante può

senza dubbio permanere nel periodo di tempo che va dalla risoluzione

all’esecuzione del delitto.

L’aver agito per motivi abietti o futili.

AGGRAVANTI CONCERNENTI LE MODALITA’ DELL’AZIONE CRIMINOSA O

I MEZZI USATI

l’aver adoperato sevizie o l’aver agito con crudeltà verso le persone (art.

577 n. 4).

L’aver commesso il fatto col mezzo di sostanze venefiche, ovvero con un

altro mezzo insidioso (art. 577 n. 2). Si considerano venefiche le

sostanze capaci di determinare la morte mediante azione tossica

sull’organismo. Si discute se le sostanze corrosive vi siano comprese, ma

a noi sembra che non sussistano valide motivazioni per escluderle. Tra

gli altri mezzi insidiosi considerati dalla legge rientrano i trabocchetti,

l’agguato o anche alcune forme di delinquenza, come il sabotaggio del

motore di un’automobile o di un’aeroplano.

AGGRAVANTI DIPENDENTI DALLA CONNESSIONE CON ALTRI REATI

l’aver commesso il fatto per eseguire od occultare un altro reato, ovvero

per conseguire o assicurare a sé o ad altri il profitto o il prodotto o il

prezzo ovvero l’impunità di altro reato (art. 576 n. 1, in relazione all’art.

61 n. 2).

L’aver cagionato dolosamente la morte nell’atto di commettere taluno

dei delitti preveduti dagli art. 519, 520 e 521. I delitti cui si riferisce

questa aggravante, prima della legge 15 febbraio 1996 n. 66 erano la

violenza carnale, la congiunzione carnale commessa con abuso della

qualità di pubblico ufficiale e gli atti di libidine violenti. Oggi dovrebbero

corrispondervisi gli art. 609-bis, quater e octies, ma il frettoloso

legislatore non ha modificato in maniera espressa la norma in esame.

AGGRAVANTI DIPENDENTI DALLA QUALITA’ DI SOGGETTO ATTIVO

Omicidio commesso dal latitante, per sottrarsi all’arresto, alla cattura o

alla carcerazione, ovvero per procurarsi i mezzi di sussistenza durante la

latitanza (art. 576 n. 3). Il codice fornisce una definizione di latitante

all’ultimo comma dell’art. 576 considerando tale chi si trova in una delle

condizioni indicate nel numero 6 dell’art. 61, e cioè colui che ha

com m esso il reat o du ran t e il t em po, in cu i si è sot t rat t o

volontariamente all’esecuzione di un mandato o di un ordine di arresto o

di cattura o di carcerazione, spedito per un precedente reato.

L’aggravante di cui si tratta non è applicabile all’evaso perché

l’equiparazione tra latitante ed evaso sancita dall’art. 296 n. 5 del c.p.p.

è da intendersi limitata ai fini processuali.

Omicidio commesso dall’associato per delinquere per sottrarsi all’arresto,

alla cattura o alla carcerazione (art. 576 n. 4). Per la sussistenza

dell’aggravante è necessario che la condizione di associato per

delinquere sia accertata giudizialmente con sentenza di condanna

divenuta irrevocabile. Non occorre che il passaggio in giudicato di tale

sentenza si sia verificato prima dell’omicidio, essendo sufficiente che

avvenga prima o contemporaneamente alla pronuncia definitiva per

questo delitto.

AGGRAVANTI DIPENDENTI DAI RAPPORTI TRA IL COLPEVOLE E

L’OFFESO

l’aver commesso il fatto contro l’ascendente o il discendente (art. 576 n.

2 e art. 577 n. 1). Trattasi della figura di omicidio aggravato che va

comunemente sotto il nome di parricidio. La disposizione si riferisce ai

discendenti e agli ascendenti di qualsiasi grado.

L’aver commesso il fatto contro il coniuge, il fratello o la sorella, il padre

o la madre adottivi, o il figlio adottivo, o contro un affine in linea retta

(art. 577 comma 2). L’uccisione dei parenti e affini contemplati dal

codice nella disposizione ora richiamata generalmente si designa col

nome di quasi-parricidio o parricidio improprio.

L’omicidio doloso è tra i reati per i quali, ai sensi dell’art. 16 l. 22 maggio

1975, n. 152, i termini di prescrizione sono sospesi durante la latitanza

dell’imputato, per tutto il decorso dei rinvii chiesti da quest’ultimo o dal

suo difensore e durante il tempo necessario per la notifica di ordini o

mandati se il destinatario non ha provveduto a comunicare ogni

mutazione relativa all’abitazione ovvero al domicilio dichiarato o eletto.

Notizie storiche. Già prima della “Legge delle dodici Tavole”, a Roma,

esistevano giudici speciali per reprimere il delitto di omicidio. Dopo Silla la

legge fondamentale in materia fu la lex Cornelia de sicariis et veneficiis,

la quale, però, comprendeva anche altri delitti. Con la lex Pompeia del

669 la parola parricidium assunse il significato di uccisione di prossimi

congiunti. L’omicidio in origine era punito con la morte. In seguito, alle

persone di condizione sociale superiore si applicò la deportazione e

l’estremo supplizio rimase sancito per quelle di qualità inferiore. Nel

Medioevo prevalse a lungo anche in Italia la tendenza a punire l’omicidio

con la pena privata, mentre assai diffuse erano le vendette del sangue.

Nell’ambito dell’omicidio doloso sorsero a poco a poco varie

configurazioni. Tra queste, accanto al parricidium e al veneficium,

primeggiava l’assassinium, il quale da principio indicava soltanto

l’omicidio per mandato, mentre in seguito comprendeva anche

l’uccisione premeditata.

FIGURE PARTICOLARI DI OMICIDIO DOLOSO

Il nostro codice non contempla figure particolari di attenuanti speciali

per il delitto in esame. prevede accanto ad ipotesi aggravanti, forme

attenuate di omicidio doloso, che considera come figure autonome di

reato. Per effetto della l. 5 agosto 1981, n. 442, sono scomparse

dall’ordinamento le figure del feticidio o infanticidio per causa d’onore e

l’omicidio per causa d’onore, essendo stata abrogata la seconda e

interamente sostituita la prima con una nuova figura di reato che è

qualificata come “infanticidio in condizioni di abbandono materiale”. Per

ciò che concerne l’abrogata disciplina del feticidio, dell’infanticidio e

dell’omicidio per causa d’onore, occorre rilevare che queste erano figure

tipiche di reato. L’elemento che determinava la degradazione

dell’omicidio doloso era la causa d’onore. L’azione doveva cioè essere

commessa al fine di eliminare il disonore che si riteneva derivare dalla

notorietà di una gravidanza illegittima o di una illegittima relazione

carnale. Ratio della tutela era il perturbamento psichico dell’agente. Si

richiedeva un rapporto di relativa immediatezza tra lo stato emotivo e la

condotta delittuosa e la giurisprudenza sul punto aveva mostrato una

notevole tendenza ad interpretazioni suggerite dal favor rei.

INFANTICIDIO O FETICIDIO IN CONDIZIONI DI ABBANDONO MATERIALE O

MORALE

Il nuovo testo dell’art. 578, abbandonato il criterio di mitigazione delle

pene per l’omicidio comune rappresentato dalla causa d’onore, ha

ritenuto di dovergli sostituire quello delle “condizioni di abbandono

materiale o morale connesse al parto quando abbiano determinato il

fatto. Questo è descritto come il comportamento della madre che

cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o

del feto durante il parto. Soggetto attivo del reato è la madre soltanto.

Dandosi poi carico dei compartecipi si chiarisce ora che, mentre a coloro

che concorrono nel reato è di consueto applicabile la pena stessa

dell’omicidio volontario, qualora gli stessi abbiano agito col solo fine di

aiutare la madre tale pena può essere notevolmente diminuita. Si

specifica inoltre che non si applicano le aggravanti stabilite all’art. 61 del

codice penale. La formula in condizioni di abbandono materiale e morale

connesse al parto richiede che per il fatto del futuro parto siano venuti a

mancare alla donna quegli aiuti e quella solidarietà ambientale che sono

consueti nella nostra società in tale evenienza: quindi sia i mezzi, sia i

soccorsi psichici.

Il fatto materiale può consistere tanto nell’uccisione del feto durante il

parto quanto nell’uccisione di un neonato immediatamente dopo il

parto. Il feticidio presuppone che sia compiuto il processo fisiologico della

gravidanza, perché in caso diverso la distruzione del prodotto del

concepimento rientrerebbe nella figura dell’aborto. Secondo un’opinione

corrente, il distacco del feto dall’alvo materno si desume dal verificarsi

delle doglie, cioè dal travaglio del parto. Siccome il parto non è né

fenomeno istantaneo né fenomeno rapidissimo, senza dubbio esiste una

qualche incertezza nella determinazione del momento iniziale, ma essa

è inevitabile. In caso di parto artificiale il principio dell’operazione

equivale al travaglio. L’infanticidio ricorre quando l’uccisione avviene

dopo il compimento del parto, e cioè dopo che il prodotto della

gestazione è completamente uscito dal ventre materno. Come è

naturale, si esige che l’essere sia nato vivo. La scienza medica ritiene

che la prova della vita è fornita dall’avvenuta respirazione, e cioè dalla

docimasia polmonare. Affinché possa parlarsi di infanticidio, è necessario

che l’uccisione avvenga immediatamente dopo il parto. Essenziale è che

il fatto si verifichi durante lo stato emozionale che segue il parto.

Del reato proprio in esame risponde la madre. Tutte le altre persone che

pongano in essere il fatto, incorreranno nelle pene dell’omicidio comune

anche se compartecipi. È ammessa però l’ipotesi di un trattamento

penale più favorevole per quei concorrenti che abbiano agito al solo

scopo di favorire la madre. In ogni altro caso la sanzione resterà quella

consueta dell’omicidio volontario.

Al reato basta il dolo generico. Questo consiste nella coscienza e volontà

di cagionare la morte del neonato o del feto, con la rappresentazione

delle condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto.

Qualora la morte del feto durante il parto o dell’infante subito dopo il

parto sia dovuta non a dolo, ma a semplice colpa, l’autore risponderà di

omicidio colposo.

Per il disposto dell’ultimo comma dell’art. 578 al colpevole di questo

reato non si applicano le aggravanti comuni stabilite all’art. 61.

OMICIDIO DEL CONSENZIENTE

Il nostro ordinamento considera indisponibile il bene della vita. In base al

principio generale sancito all’art. 50 del codice, perciò, il consenso del

soggetto passivo non scrimina l’omicidio. Tuttavia il codice nell’art. 579

considera forma attenuata di omicidio il fatto di chi “cagiona la morte di

un uomo, con il consenso di lui”. Per l’esplicito disposto del comma 3

dell’art. in parola, questo delictum sui generis non ricorre e, in

conseguenza, debbono applicarsi le norme relative all’omicidio comune,

quando il fatto sia commesso:

contro una persona minore degli anni diciotto;

contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di

deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze

alcoliche o stupefacenti;

contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con

violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con l’inganno.

Il consenso della vittima non implica necessariamente quella richiesta

che qualche codice esige per la speciale figura delittuosa. A costituirla

basta il permesso, e cioè un atto di volontà del soggetto passivo che

autorizzi l’azione. Il semplice desiderio e l’indifferenza non sono

sufficienti. Il consenso deve essere manifestato. L’efficacia di un

consenso tacito, desumibile senza equivoci dal comportamento del

soggetto, non può essere esclusa, per quanto in proposito si imponga

molta cautela, dato l’alto valore del bene della vita. Nessun dubbio che il

consenso può essere sottoposto a condizioni (ad es. l’uso di un

determinato mezzo) ed è revocabile. Va da sé che colui che uccida con

un mezzo diverso o dopo che il consenso è stato revocato risponde di

omicidio comune.

L’elemento soggettivo importa, oltre a tutti i requisiti richiesti per

l’omicidio doloso, la consapevolezza di agire col consenso della vittima.

Se il consenso non sussiste, ma l’agente è ragionevolmente indotto dalle

circostanze a credere che vi sia, l’art. 579 sarà applicabile, perché la

supposizione erronea della presenza di un elemento che degrada un

reato in un altro minore della stessa indole, non è né logico né equo fare

un trattamento diverso da quello comunemente stabilito nell’ultimo

comma dell’art. 59 del codice per le c.d. circostanze che escludono la

pena. All’omicidio del consenziente non si applicano le aggravanti

comuni previste dall’art. 61.

In ordine alla figura di cui stiamo trattando, la questione più importante

che si presenta è quella dell’eutanasia. Si tratta di un problema che da

qualche decennio è divenuto di grande attualità. La parola eutanasia, la

cui origine viene attribuita a Francesco Bacone, che con essa voleva

indicare la morte dolce e calma, viene alcune volte usata in senso più

ampio. Quella che a noi interessa è l’eutanasia in senso stretto e cioè

l’uccisione per pietà: l’omicidio misericordioso, vale a dire, la morte

provocata per troncare le sofferenze di un essere colpito da un morbo

inguaribile. In Italia la Chiesa Cattolica è decisamente contraria, e

contraria è anche la maggioranza dei medici. Nel nostro diritto positivo

solo pochi casi di eutanasia rientrano nella disposizione che regola

l’omicidio del consenziente, perché, come abbiamo visto, per

l’applicabilità di tale norma si richiede un vero e proprio consenso

prestato da persona che abbia superato gli anni diciotto e non sia in

condizioni di deficienza psichica, condizione che normalmente si

riscontrano nei malati incurabili e afflitti da atroci sofferenze. La maggior

parte dei casi di eutanasia, pertanto cade sotto le sanzioni dell’omicidio

doloso comune. Poiché la serie di aggravanti previste ( ad es. la

premeditazione, i vincoli di parentela) porterebbe all’inflizione di pene

molto severe, a nostro avviso, sarebbe opportuno introdurre nella nostra

legislazione una norma speciale, fissando una pena non elevata, con un

minimo basso per il caso che sia cagionata per pietà la morte di una

persona amata, certamente inguaribile e al solo scopo di porre termine

alle sue sofferenze.

ISTIGAZIONE O AIUTO AL SUICIDIO

Il suicidio che per lungo tempo è stato punito, nel nostro ordinamento

vigente è di per sé esente da pena. Questa tolleranza è dovuta a ragioni

di politica criminale, e praticamente alla impossibilità di una repressione

efficace. Siccome tale impossibilità non sussiste nei confronti dei terzi

che cooperino al fatto, il codice vigente all’art. 580 punisce “chiunque

determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero

ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”. La punibilità di chi concorre

all’altrui suicidio, tuttavia, nel nostro diritto è condizionata. Essa è

subordinata a due condizioni che sono prevedute alternativamente:

che il suicidio avvenga, e cioè che si verifichi la morte della persona;

che la morte non si verifichi, purché dal tentativo di suicidio derivi una

lesione grave o gravissima (art. 583).

Non avverandosi per qualsiasi ragione né l’una né l’altra di dette

condizioni, anche la partecipazione all’altrui suicidio rimane impunita.

Dall’ultimo comma dell’art. 580 si desume che questo delitto speciale è

escluso e si applicano le disposizioni relative all’omicidio, allorché la

persona che si suicida è minore degli anni quattordici o comunque priva

della capacità di intendere o di volere.

Il fatto materiale consiste in un atto di partecipazione al suicidio altrui,

partecipazione che può essere fisica o psichica. È psichica quando

l’agente fa sorgere nel soggetto il proposito che prima non esisteva,

oppure rende più solido il proposito esistente. La partecipazione è fisica

allorché l’agente concorre nell’esecuzione del suicidio rendendolo

possibile fornendo, ad esempio, i mezzi necessari, o in qualsiasi altro

modo agevolando l’esecuzione medesima. Contrariamente all’opinione di

Manzini, si ritiene che debba esistere un nesso eziologico tra l’azione del

colpevole e il risultato, perché in difetto di un contributo causale non è

in genere consentito di parlare di concorso nel fatto altrui.

L’agevolazione al suicidio può avere luogo anche mediante un’omissione.

Occorre pertanto, ai sensi della regola generale stabilita all’art. 40, che il

soggetto abbia violato un obbligo giuridico a contenuto positivo. Nel caso

abbastanza frequente del suicidio doppio con la sopravvivenza di uno dei

due, bisogna distinguere: se il sopravvivente è stato autore unico

dell’uccisione dell’altro, egli risponde di omicidio del consenziente; se ha

determinato o comunque agevolato il suicidio dell’altro, sarà

responsabile del delitto ora in discussione, mentre andrà esente da pena

se sarà ritenuto semplice succube di colui che è deceduto.

Trattandosi di un caso di compartecipazione ad un fatto altrui, occorre

nel soggetto la volontà di cooperare al fatto medesimo.

Per il disposto del capoverso dell’art. 580 il delitto è aggravato se la

persona istigata, eccitata o aiutata:

è maggiore degli anni quattordici, ma minore degli anni diciotto;

si trova in condizioni di deficienza psichica per una infermità di

qualsiasi genere o per l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti.

Se il suicida non ha superato gli anni quattordici o comunque è privo

della capacità di intendere e di volere si deve parlare di omicidio comune.

Le aggravanti comuni indicate all’art. 61 sono applicabili, perché nelle

disposizione in esame non figura l’esclusione che è sancita per l’omicidio

del consenziente.

OMICIDIO PRETERINTENZIONALE

Per l’art. 584 risponde di tale reato “chiunque, con atti diretti a

commettere uno dei delitti preveduti dagli art. 581 e 582, cagiona la

morte di un uomo”. I delitti di cui si parla sono le percosse e le lesioni

personali. Pertanto l’ipotesi configurata dal legislatore consiste nel fatto

dell’individuo che, ponendo in essere atti diretti a percuotere una

persona o a procurarle una lesione personale, ne determina, senza

volerlo, la morte.

Siccome la legge parla di atti diretti a commettere uno dei delitti di cui

agli art. 581 e 582, non si richiede che questi reati abbiano raggiunto il

momento consumativo, bastando che siano tentati. Così risponderà di

omicidio preterintenzionale colui che in una località dirupata tenti di

ferire una persona, la quale, per sfuggire alla minaccia, trovi la morte,

cadendo in un precipizio. Il delitto si consuma nel luogo e nel momento

in cui si verifica il decesso della vittima. Il tentativo di omicidio

preterintenzionale è inconcepibile per l’ovvia ragione che in esso manca

la volontà dell’evento che lo perfeziona.

L’elemento soggettivo consiste nel dolo del reato base. È fin troppo

evidente che, se nel fatto si riscontrasse il dolo dell’omicidio, sia pure

nella forma del dolo indiretto, non si potrebbe parlare del delitto in

esame.

Per il disposto dall’art. 585 il delitto è aggravato se concorre alcuna delle

circostanze previste per l’omicidio comune negli art. 576 e 577, oppure

se il fatto è commesso con armi o con sostanze corrosive.

OMICIDIO COLPOSO

È previsto nell’art. 589, il quale lo descrive con la semplice formula: “

Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la

reclusione da sei mesi a cinque anni”. Per colpa si intende il verificarsi

dell’evento, anche se preveduto, ma non voluto dall’agente e si verifica

a causa di negligenza, imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza

di leggi, regolamenti, ordini o discipline. L’aggravante contemplata nel n.

3 dell’art. 61 (previsione dell’evento) può ricorrere nel delitto in esame,

al quale si applicano, in quanto compatibili col reato colposo, anche le

altre circostanze previste nel detto articolo, nonché le attenuanti

comuni di cui all’art. 62. Va posto in rilievo che la compatibilità con la

provocazione viene in generale ammessa.

Deve essere ricordata la disposizione contenuta all’art. 586 del codice, il

quale, sotto la rubrica morte o lesioni come conseguenza di altro delitto,

reca: “Quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale

conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una

persona, si applicano le disposizioni dell’art. 83, ma le pene stabilite negli

art. 589 e 590 sono aumentate”. Questa norma importa una aggiunta

al disposto dell’art. 83 che riguarda l’aberratio delicti, in quanto sancisce

un aumento di pena per il caso che il delitto diverso da quello voluto

dall’agente sia la morte o la lesione personale.

LESIONI PERSONALI E PERCOSSE

Tra le norme regolanti le offese all’incolumità individuale, non è più

compresa, come in passato, la lesione personale a causa d’onore,

essendo stato abrogato con la l. 5 agosto 1981, n. 442 l’art. 587

comma 3.

LESIONE PERSONALE (COMUNE). Per il primo comma dell’art. 582

questa figura delittuosa, che va ordinariamente sotto il nome di “lesione

personale lieve”, consiste nel fatto di colui che “cagiona ad alcuno una

lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella

mente”. Se la malattia ha una durata non superiore a venti giorni e non

si verificano le conseguenze indicate nell’art. 585, il delitto è perseguibile

a querela della persona offesa. La forma più tenue di lesione che si

desume dalla norma ora richiamata viene comunemente detta

lievissima. Poiché, come vedremo, quando la malattia derivante dalla

lesione si protrae oltre i 40 giorni, il fatto trapassa nella lesione grave o

gravissima di cui all’art. 583, è la lesione personale comune la lesione

che provoca una malattia avente durata maggiore di giorni 20, ma non

superiore ai giorni 40.

Secondo il testo della legge, l’elemento oggettivo della figura

criminosa in esame consiste nel cagionare una lesione da cui

deriva una malattia. A nostro modo di vedere, poiché la legge non

fornisce una definizione di malattia, bisogna attenersi a quella fornita

dalla scienza medica. Pertanto si ritiene che la malattia consista in

quel processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che

determina una apprezzabile menomazione funzionale dell’organismo.

Se il processo morboso investe l’organismo fisico, si quella che il

codice definisce come malattia nel corpo; se investe l’organismo

psichico, determinando un turbamento nelle funzioni dell’intelletto o

della volontà, si ha malattia nella mente. Non vi rientrano, pertanto,

le ecchimosi perché esse non determinano una menomazione

funzionale dell’organismo degna di rilievo.

Per l’esistenza del dolo, secondo le regole generali, occorre la volontà

e previsione dell’evento e cioè della malattia nel significato prima

espresso. Se il fatto è stato commesso con il dolo che è proprio del

delitto di omicidio, come nel caso frequentissimo della ferita inferta

animo necandi, il soggetto risponderà di omicidio tentato. Il reato di

lesione personale resterà in tal caso assorbito nel reato maggiore,

essendo necessariamente contenuto in esso.

Il verificarsi della malattia che è il vero evento naturalistico della

lesione personale, segna il momento consumativo del reato. Nessun

dubbio sulla configurabilità del tentativo.

Come tutti i reati è necessario che il fatto descritto nella norma

incriminatrice presenti il carattere dell’antigiuridicità, il quale resta

escluso dalla presenza di cause di giustificazione.

Per disposto dell’art. 585 il delitto di lesioni personali è aggravato se

concorre una delle circostanze previste per l’omicidio negli art. 576 e

577, oppure se il fatto è commesso con armi o con sostanze

corrosive.

LESIONE PERSONALE GRAVE E GRAVISSIMA. L’art. 583 recita: “La

lesione personale è grave:

se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della

persona offesa, ovvero una malattia o un’incapacità di attendere

alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta

giorni;

se dal fatto si produce l’indebolimento permanente di un senso o

di un organo.

La lesione personale è gravissima se dal fatto deriva:

una malattia certamente o probabilmente insanabile;

la perdita di un senso;

la perdita di un arto, o una mutilazione che renda l’arto inservibile,

ovvero la perdita dell’uso di un organo o della capacità di

procreare, ovvero una permanente e grave difficoltà della favella;

la deformazione o lo sfregio permanente del viso.

Dottrina e giurisprudenza, sulle orme della Relazione ministeriale al

progetto, ritengono che l’art. 583 non delinea autonome figurae delicti,

ma semplici circostanze, perché le ipotesi prese in considerazione non

implicano una modificazione dell’essenza di reato di lesioni personali, ma

costituiscono soltanto delle particolarità, e più precisamente dei risultati

che si aggiungono ad esso, determinandone una maggiore gravità. Gli

eventi indicati nell’articolo in esame, in quanto circostanze aggravanti,

per il principio generale sancito nell’art. 59, prima della riforma di cui

all’art. 1 l. 7 febbraio 1990, n. 19 dovevano essere valutati a carico

dell’agente obbiettivamente, e cioè anche se da lui non fossero stati

previsti e persino se fossero risultati imprevedibili. Su questo punto la

relazione è quanto mai esplicita. In essa si legge: “Trattandosi di

circostanze oggettive, consegue che saranno in ogni caso addebitate al

colpevole o alle persone che abbiano concorso nel delitto, ancorché non

con osciu t e n é volu t e: esse, cioè, debbon o essere valu t at e

indipendentemente da qualsiasi indagine psicologica”. “Gli effetti del

danno, più o meno gravi, costituiscono il rischio che corre il colpevole e

che a lui è addebitato a titolo di responsabilità oggettiva”. Osserviamo

subito che, se si fosse accolto questo ordine di idee, non c’era davvero

da compiacersi del modo in cui il nostro legislatore aveva regolato uno

dei più frequenti delitti, quale è la lesione personale. A nostro avviso

qu est o è u n caso t ipico in cu i è possibile dare alla legge

un’interpretazione diversa da quella che era nell’intendimento di quelle

che l’hanno redatta. Se si riconosce, come è necessario riconoscere, che

fra le ipotesi previste nell’art. 583 ve ne è qualcuna in cui si riscontra

quella che è la nota essenziale del delitto configurato nell’articolo

precedente, e cioè la malattia, non è possibile considerare le ipotesi

stesse come circostanze della c.d. lesione tipica. Per la regola generale,

infatti, tra il reato circostanziato e il reato semplice deve esistere un

rapporto di species ad genus, rapporto che presuppone che nella

fattispecie speciale si riscontrino tutti indistintamente gli elementi propri

della fattispecie generale, con l’aggiunta di uno o più elementi

particolari. La tesi qui propugnata trova conferma nel fatto che il codice

esplicitamente ha conferito speciali denominazioni alle ipotesi previste

nell’art. 583, designando col termine di lesione grave quelle del primo

comma e col termine di lesione gravissima quelle del secondo. Si tenga

presente che il codice non attribuisce mai un particolare nomen iuris a

ipotesi criminose che non siano reati autonomi, ma semplici forme

circostanziate di altri reati. Contro il nostro assunto sarebbe vano

opporre che la rubrica dell’art. 583 parla di circostanze aggravanti,

perché le rubriche non hanno valore vincolante per l’interprete.

La prima conseguenza di questo ordine di idee concerne l’elemento

soggettivo del reato. Se si ammette che il nostro codice configura

nell’art. 583 due autonomi tipi di reato, bisogna ritenere che per

l’esistenza del dolo in ognuno di essi sia necessaria la volontà del relativo

evento e, perciò, come nella lesione personale comune, il reo deve

prevedere che dal suo operato derivi una malattia nel corpo o nella

mente del soggetto passivo, così nella lesione personale grave deve

prevedere il verificarsi di uno degli eventi indicati al comma 1 dell’art.

583. Questa conclusione contrasta nettamente con l’opinione comune,

ma essa non si può evitare se si vogliono rettamente applicare i principi

regolatori del nostro diritto, e particolarmente la norma fondamentale

contenuta nell’art. 43 del codice, per la quale l’esistenza del dolo è in

ogni reato indispensabile la volontà dell’evento. Accolta la nostra

concezione, si domanda come dovrà essere regolato il caso in cui il

soggetto, nell’intento di cagionare una data lesione, ne determini, senza

volerlo, una di maggiore gravità. Si tratta di quella che comunemente

viene denominata lesione preterintenzionale, la quale, oggetto di

particolare disciplina nel codice abrogato, non è stata prevista nel codice

in vigore, coerentemente al punto di vista adottato dai compilatori.

Trova applicazione la norma di cui all’art. 586, la quale contempla

l’ipotesi che da un fatto preveduto come delitto doloso derivi, quale

conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione personale di

una persona. Nel caso in cui un soggetto voglia graffiare un altro, ma ne

determina la perdita di un occhio, questi risponderà di lesione personale

comune dolosa in concorso con la lesione colposa gravissima con

l’aumento di pena stabilito dal citato art. 586.

Notevoli sono anche le conseguenze che derivano dalla nostra

concezione in ordine al momento consumativo e al tentativo. Per noi

che ammettiamo l’esistenza di tre tipi autonomi di reato, la

consumazione ha luogo in momenti diversi, e precisamente quando

si avverano gli eventi che caratterizzano ciascun tipo. Quanto al

tentativo, la nostra concezione porta ad ammettere che esso possa

verificarsi anche nei confronti della lesione grave e della lesione

gravissima. Di fronte al nostro diritto positivo, dottrina e

giurisprudenza opinano che non è consentito parlare di tentativo di

lesione grave o gravissima, e ritengono che in ogni caso il reo debba

rispondere di tentativo di lesione comune. Tale conclusione, se pur in

armonia con la premessa da cui viene dedotta, non può soddisfare,

non soltanto perché trascura marcate differenze che esistono nella

realtà, ma anche perché assicura al tentativo di lesioni gravi o

gravissime un trattamento di estrema benignità. Ci domandiamo se

queste conclusioni, formulate prima della citata riforma dell’art. 59,

abbiano minore rilievo ora che le circostanze che aggravano la pena

sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui conosciute ovvero

ignorate per colpa o ritenute per errore determinato da colpa

inesistenti. A noi sembra che al quesito debba darsi risposta negativa.

In ordine alle varie ipotesi di lesione grave, dal punto di vista

esegetico si osserva:

malattia che mette in pericolo la vita della persona, è malattia che

in un dato momento mette in reale pericolo la vita del paziente;

per incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni si intende

l’impossibilità di svolgere l’attività consueta. Nell’ipotesi è

compresa qualsiasi attività dell’uomo, purché non in contrasto con

l’ordinamento giuridico;

per quanto riguarda l’indebolimento permanente di un senso o di

un organo, si premette che senso è il mezzo che è destinato a

porre l’individuo in contatto con il mondo esteriore, facendogli

percepire gli stimoli che ne provengono: vista, udito, olfatto, gusto

ecc. Organo, ai fini del diritto, è l’insieme delle parti del corpo che

servono ad una determinata funzione. A costituire la lesione grave

basta l’indebolimento del senso o dell’organo, mentre se si verifica

la perdita dell’uno o dell’altro si ha la lesione gravissima. In

proposito deve tenersi presente che, quando le parti del corpo che

provvedono alla stessa funzione sono più di una, la distruzione di

una di esse in genere comporta l’indebolimento e non la perdita

del senso o dell’uso dell’organo.

Rispetto all’ipotesi di lesione gravissima va notato:

malattia certamente o probabilmente inguaribile è quello stato di

alterazione funzionale che, a giudizio della scienza, non può

cessare, o solo in rari casi si risolve in guarigione;

la perdita di un senso si verifica allorché il senso è completamente

distrutto;

la perdita di un arto è la distruzione di una delle parti del corpo

destinata o alla funzione della prensione o a quella della

deambulazione. Alla perdita è assimilata la mutilazione che renda

l’arto inservibile;

la perdita dell’uso di un organo implica che l’insieme delle parti del

corpo, che lo costituiscono, siano così danneggiate da non poter

più adempiere alla funzione a cui sono destinate;

la perdita della capacità di procreare comprende non solo

l’impotentia coeundi e l’impotentia generandi, ma anche

l’incapacità del parto nella donna;

non si può parlare di permanente e grave difficoltà nella favella se

non si verifica un profondo disturbo funzionale che ponga il leso in

spiccata inferiorità nelle sue relazioni con gli altri;

premesso che per viso si intende la parte del corpo che è visibile

stando di fronte alla persona, compreso il collo, si ha sfregio

permanente quando le regolarità e l’armonia dei lineamenti del

viso è alterata in modo notevole.

Come la lesione comune, la lesione grave e quella gravissima sono

aggravate se concorre alcuna delle circostanze previste dagli art. 576

e 577 del codice, oppure se il fatto è compiuto con armi o con

sostanze corrosive.

LESIONE PERSONALE COLPOSA. È prevista dall’art. 590 con formula

analoga a quella adottata per l’omicidio colposo: “Chiunque cagiona ad

altri per colpa una lesione personale è punito con la reclusione fino a tre

mesi o con la multa fino a lire seicentomila”. L’applicazione di questa

norma non dà luogo a questioni particolari. Occorre rilevare che è

richiesta la querela della persona offesa, eccezion fatta per le lesioni

gravi o gravissime relative ai fatti commessi con violazione delle norme

in materia di prevenzione di infortuni sul lavoro o attinenti all’igiene del

lavoro e che abbiano determinato una malattia professionale. In caso di

dolo, invece, la perseguibilità a querela di parte è limitata alla lesione

personale lievissima.

PERCOSSE. Ai sensi dell’art. 581, risponde di tale reato colui che

“percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel corpo o nella

mente”. Poiché percuotere significa urtare violentemente, nella

previsione della norma rientrano quelle che una volta si dicevano “vie di

fatto”, e cioè lo schiaffo, il calcio, il pugno e altre simili manifestazioni di

violenza non produttive di malattia. La percossa di regola determina una

sensazione dolorosa, ma questa non è richiesta ai fini del reato in

esame. per la punibilità della percossa si richiede il dolo, non essendo

prevista legislativamente la forma colposa. Per il disposto dell’art. 581, e

in applicazione del principio generale sancito all’art. 84 del codice, il

delitto di percosse rimane assorbito in tutti i reati nei quali la violenza è

considerata elemento costitutivo o circostanza aggravante di altro reato.

Il delitto è perseguibile a querela della persona offesa.

Ipotesi abrogate di lesioni personali. Il codice negli art. 552 e

554 prevedeva due speciali ipotesi di lesione personale. La prima

contemplava il fatto di chi avesse compiuto su altra persona, col

consenso di questa, atti diretti a renderla impotente alla

procreazione. La seconda perseguiva, in determinati casi, il contagio

di sifilide o di blenorragia. Dopo l’abrogazione dell’intero titolo decimo

del libro secondo, avvenuta con la l. n. 194 del 1978, la procurata

impotenza alla procreazione è oggi colpita a titolo di lesione personale

gravissima.

L’ABORTO IN GENERALE

Per il diritto penale è aborto l’interruzione intenzionale del processo

fisiologico della gravidanza con la conseguente morte del prodotto del

concepimento. L’opportunità di incriminare l’aborto è stata negata in

parecchi ordinamenti moderni soprattutto per quanto attiene alla

interruzione della gravidanza voluta dalla gestante nei primi tre mesi. In

Italia, dopo un iter laboriosissimo, la legge 22 maggio 1978, n. 194 ha

adottato un criterio analogo, ma con formulazione e prescrizioni che

fanno del testo legislativo una delle fonti più travagliate e discusse. È

opportuno esporre alcune nozioni che sono comuni a tutte o alla

maggior parte delle norme incriminatrici.

Presupposto dell’aborto vero e proprio è la gravidanza della donna.

Questo fenomeno ha inizio con l’annidamento dell’ovulo, fecondato

mediante con l’incontro dello sperma maschile, nella mucosa uterina. Il

termine della gravidanza si verifica con l’espulsione del feto. Se manca la

gestazione, non può esservi aborto vero e proprio.

Il processo fisiologico della gravidanza deve essere interrotto per opera

dell’agente e non per cause naturali. Poiché la legge non indica il mezzo

con cui deve essere provocato l’aborto è fuori dubbio che il fatto può

commettersi con qualsiasi mezzo idoneo allo scopo. Vengono in

considerazione i mezzi specifici, i quali possono essere chimici e fisici o

meccanici. Ma l’aborto può procurarsi anche con mezzi generici come le

ferite, le percosse inferte alla donna incinta e persino con mezzi morali.

A priori non si può escludere la possibilità di aborto commesso mediante

omissione. Si pensi al caso della levatrice che, incaricata di assistere una

donna incinta, di proposito non pratichi le cure che sono necessarie

affinché la gestazione si svolga in modo regolare.

L’interruzione della gravidanza deve avere per effetto l’uccisione del

prodotto del concepimento. Se il feto non muore, non si ha l’aborto, ma

il mero acceleramento del parto. La possibilità di una vita autonoma

sorge con il settimo mese di gestazione. La morte del feto determina il

momento consumativo dell’aborto. Se in seguito alle pratiche abortive,

la morte del feto non si verifica, si avrà tentativo.

Le norme incriminatrici abrogate. Prima della riforma la dottrina

aveva mosso critiche alla collocazione del delitto di aborto nel capo,

introdotto ex novo, “delitti contro la integrità e la sanità della stirpe”. Il

codice penale distingueva tre specie di aborto:

L’aborto di donna non consenziente (art. 545);

L’aborto di donna consenziente (art. 546);

L’aborto procuratosi dalla donna (art. 547).

Accanto a queste figure erano contemplate due incriminazioni ausiliari:

l’istigazione all’aborto e gli atti abortivi su donna ritenuta incinta (art.

548 e 550). Erano previste: una aggravante se il colpevole avesse

esercitato la professione sanitaria (art. 555) ed una diminuente se il

delitto fosse stato commesso per salvare l’onore proprio o di un

prossimo congiunto (art. 551).

Notizie storiche. Nel diritto romano in origine il procurato aborto non

era punito. Soltanto all’epoca di Settimio Severo l’aborto fu sottoposto a

pena ed assimilato al veneficium, e ciò per reagire contro la tendenza

alla vita lussuriosa e dissoluta. I giureconsulti del Medioevo

ammettevano la punibilità dell’aborto solo quando il feto fosse animato,

e cioè quaranta giorni dopo il concepimento per i maschi e ottanta o

novanta giorni per le femmine. La pena era pari a quella dell’omicidio e

talora anche più grave. Nella legislazione dei secoli diciottesimo e

diciannovesimo la repressione di questo delitto si mitigò, in modo

notevole, tenendosi conto dei motivi determinanti, ed in specie della

causa d’onore.

LE ATTUALI NORME INCRIMINATRICI

La disciplina prevista dalla l. 22 maggio 1978, n. 194 ha riguardo agli

articoli da 17 a 21. Per quanto concerne l’aborto criminoso sono

individuati tre gruppi di ipotesi: il primo ha per oggetto l’aborto di donna

non consenziente ed è contemplato dall’art. 18; il secondo l’aborto di

donna consenziente ed è inserito nell’art. 19; il terzo l’aborto e

l’accelerazione del parto colposi ed è previsto nell’art. 17. Sta a sé l’art.

21 che introduce ex novo un’ipotesi di tutela penale del segreto sulle

procedure ed interventi nella materia in oggetto, mentre l’art. 20 ha

riguardo soltanto ad una circostanza aggravante.

ABORTO DI DONNA NON CONSENZIENTE. Questa ipotesi ricorre, ex art.

18, quando taluno “cagiona l’interruzione della gravidanza senza il

consenso della donna”. Come già avveniva per l’abrogato art. 546

comma 3, si considera non prestato il consenso estorto con la violenza o

minaccia ovvero carpito con l’inganno. Costituiscono circostanze

aggravanti la minore età della gestante e, nell’ambito della struttura dei

c.d. delitti aggravati dall’evento, l’essere derivate dal fatto in esame,

quali eventi non voluti, la morte o lesione gravissime o gravi. Costituisce

del pari circostanza aggravante l’essere stato l’aborto provocato da chi

avesse prima sollevato obiezione di coscienza ai sensi dell’art. 9. La

circostanza ha riguardo solo agli addetti al personale sanitario ed

esercente attività ausiliarie in quanto abbiano concorso a provocare

l’interruzione della gravidanza. Poiché l’obiezione, per effetto dell’ultimo

comma dell’art. 9 si intende immediatamente revocata se chi l’ha

espressa prende parte a procedure o interventi abortivi, sembra

evidente che, ritenuta la circostanza per un primo fatto criminoso, essa

non potrebbe più operante per fatti successivi.

ABORTO PRETERINTENZIONALE. Ai sensi dell’art. 18 della legge in

esame è chiamato a rispondere, al modo stesso di chi cagioni

l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna, chiunque

tale interruzione determini con azioni dirette a provocare lesioni alla

donna. Se oltre all’aborto derivino alla donna la morte o lesioni gravi o

gravissime, sempre nell’ambito della richiamata categoria dei delitti

aggravati dall’evento, sono previsti inasprimenti di pena. È evidente che

le lesioni personali sopra indicate non debbono costituire una

conseguenza normale dell’aborto.

ACCELLERAZI ONE DEL PARTO QUALE CONS EGUENZA DI

LESIONI VOLONTARIE. Il terzo comma dell’art 18 della legge 22

maggio 1978, n. 194 contempla il fatto di chi, con azioni dirette a

cagionare lesioni alla donna, provochi l’accelerazione del parto. Questa

figura è stata inserita nel sistema dalla legge per supplire all’abrogazione

dell’art. 583 comma 1 che considera appunto l’acceleramento del parto

tra le lesioni personali gravi. La figura in esame contempla

l’acceleramento preterintenzionale conseguente a lesioni volontarie sulla

donna. E poiché l’art. 17 ha riguardo al parto prematuro colposo, resta

scoperta la previsione specifica del parto prematuro doloso.

ABORTO VOLONTARIO COMMESSO CON VIOLAZIONE DEGLI

ARTICOLI 5 E 8 DELLALEGGE 22 MAGGIO 1978, N. 194. Ai sensi

dell’art. 19 comma 1 è chiamato a rispondere chiunque cagiona

l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle

modalità indicate agli art. 5 e 8. In questi articoli sono contemplate

alcune modalità:

Obbligo degli appartenenti ai consultori ed alle strutture

sociosanitarie di garantire i necessari accertamenti medici, di

esaminare la donna e il padre del concepito col consenso della

prima;

Obbligo del medico di fiducia della partoriente di compiere gli

accertamenti sanitari necessari;

Obbligo di rilasciare, ove l’intervento si riveli urgente, una conforme

attestazione;

Obbligo dei medici del servizio ostetrico di verificare l’inesistenza di

controindicazioni sanitarie prima di praticare l’aborto;

Divieto di praticare l’aborto in case di cura non autorizzate dalla

regione.

L’elenco delle modalità da osservare è così significativo da documentare

di per sé la censura di indeterminatezza sopra espressa da chiarire

perché la dottrina abbia cercato di elaborare criteri restrittivi di

interpretazione. L’indagine sulla volontà della donna deve tenere conto

dei principi generali che presiedono all’accertamento della validità e

rilevanza delle manifestazioni del volere.

Costituiscono circostanze aggravanti l’essere derivate dai fatti sopra

indicati la morte o una lesione gravissima o grave non volute dalla

gestante, nonché, per chi procura l’interruzione della gravidanza,

l’avere egli sollevato obiezione di coscienza.

ABORTO VOLONTARIO COMMESSO CON VIOLAZIONE DEGLI

ARTICOLI 6 E 7 DELLA LEGGE. Tale reato è previsto al terzo comma

dell’art. 19. L’art. 6 chiarisce che dopo i primi novanta giorni l’aborto

volontario può essere praticato:

Quando la gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per

la donna;

Quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a

rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determino un

grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

L’art. 7, sempre in relazione all’interruzione volontaria della gravidanza

dopo i primi novanta giorni, prevede le seguenti modalità di intervento:

Accertamento dei processi patologici da parte di un medico del

servizio ostetrico dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi

l’intervento e relativa certificazione;

Obbligo di fornire la documentazione e di comunicare la

certificazione al direttore sanitario dell’ospedale nel caso di

intervento da praticarsi immediatamente;

Obbligo di salvaguardare la vita del fato quando sussista la possibilità

di una esistenza autonoma di quest’ultimo;

Obbligo nel caso suddetto, di praticare l’aborto solo quando la

gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per la vita della

donna.

Può sussistere l’aggravante dell’art. 20 (reato commesso da chi abbia

sollevato obiezione di coscienza). Sono del pari contemplate le

aggravanti dell’essere derivata la morte o una lesione gravissima o

grave.

ABORTO VOLONTARIO SU DONNA MINORE O INTERDETTA AL

DI FUORI DEI CASI DEGLI ARTICOLI 12 E 13 O VIOLANDO LE

MODALITA’ DA ESSI PREVISTE. L’art. 12 prescrive quali casi e

modalità:

La richiesta personale della donna;

L’assenso di chi esercita la potestà o la tutela;

Se questo è impedito o sconsigliato per seri motivi, o rifiutato o

segni il contrasto di opinioni tra più legittimati a darlo, gli

appartenenti al consultorio o alla struttura medico-sanitaria o il

medico di fiducia devono attuare gli adempimenti previsti dall’art. 5

e trasmettere, entro sette giorni, motivata richiesta al giudice

tutelare;

Quest’ultimo deve sentire la donna e può, entro cinque giorni,

autorizzarla a decidere l’interruzione della gravidanza;

Dopo i primi novanta giorni, indipendentemente dall’assenso di chi

esercita la potestà o la tutela, si applicano le procedure dell’art. 7.

L’art. 13 (relativo alle interdette) stabilisce i seguenti casi e modalità:

Obbligo di sentire il parere del tutore se la richiesta è presentata

dall’interdetta o dal marito;

Obbligo di accertare la conferma della gestante nei casi richiesti dal

tutore o dal marito;

Obbligo per il medico del consultorio o struttura sociosanitaria o di

fiducia di trasmettere al giudice tutelare, entro sette giorni dalla

richiesta, una relazione contenente ragguagli sulla domanda, su chi

l’ha presentata, sull’atteggiamento della donna, sulla specie e

gravità dell’infermità mentale, accompagnati dal parere del tutore se

espresso.

Soggetto attivo del reato è che cagiona l’aborto senza avere accertato

l’esistenza dei suddetti presupposti e modalità. Per la donna, ancorché

concorrente, è prevista una causa personale di esenzione dalla pena. È

applicabile la citata aggravante dell’art. 20 per chi procura la

interruzione della gravidanza avendo sollevato obiezione di coscienza e

persistendo in essa. Se dal fatto conseguano la morte o lesioni gravi o

gravissime della donna sono previsti aumenti di pena.

ABORTO COLPOSO. Il primo comma dell’art. 17 afferma la

responsabilità di “chiunque cagiona ad una donna per colpa

l’interruzione della gravidanza”. Anche qui il termine interruzione della

gravidanza è equivalente ad aborto, come emerge, tra l’altro, in modo

inequivoco, dall’esame dell’ipotesi del secondo comma dell’articolo.

Valgono naturalmente i principi che disciplinano i delitti colposi.

Costituisce circostanza aggravante l’essere stato il fatto commesso con

violazione delle norme poste a tutela del lavoro.

PARTO PREMATURO COLPOSO. Ai sensi dell’art. 17 comma 2 è

chiamato a rispondere “chiunque cagiona ad una donna per colpa un

parto prematuro”. Il riferimento al parto prematuro è espressione

equivalente, pertanto, a quella sopracitata di acceleramento del parto.

Anche in questa fattispecie valgono i principi generali formulati in

materia di reato colposo e costituisce circostanza aggravante la

violazione di norme a tutela del lavoro.

TUTELA DEL SEGRETO SU PROCEDURE E INTERVENTI ABORTIVI. L’art.

21 della legge in oggetto reca: “Chiunque, fuori dei casi previsti all’art.

326 del c.p., essendone a conoscenza per ragioni di professione o

d’ufficio, rivela l’identità di chi ha fatto ricorso alle procedure o agli

interventi previsti dalla presente legge, è punito a norma dell’art. 622

c.p.. Poiché la formulazione iniziale c.d. di riserva fa salve le ipotesi di

rivelazione di segreti d’ufficio, con conseguente applicabilità dell’art.

326 c.p. nei confronti dei pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio

che, violando i loro doveri o abusando delle loro qualità, abbiano

divulgato notizie capaci di rivelare l’identità delle donne assoggettate a

procedure o interventi abortivi, la figura criminosa in esame risulta

assai affine a quella dell’art. 622 c.p.. Tuttavia se ne differenzia per il

maggior rigore. Infatti:

Manca la nota di antigiuridicità speciale che nell’art. 622 toglie

rilievo penale alla rivelazione per giusta causa;

Basta alla consumazione del reato la divulgazione di informazioni

idonee a rivelare l’identità della donna o comunque di chi abbia fatto

ricorso alle procedure o interventi di legge;

Non è espressamente prevista la possibilità di un nocumento;

L’interprete è di fronte a un delitto procedibile d’ufficio.

Si è voluta negare quest’ultima caratteristica con rilievi desunti dai

lavori preparatori, ma la formula che rinvia all’art. 622 ha per oggetto

la punibilità, non la procedibilità e consente soltanto di ritenere

applicabili la pene comminate dall’articolo suddetto.

RISSA

L’art. 588 punisce “chiunque partecipa ad una rissa”. Il solo fatto di

prendere parte ad una rissa basta per dar vita al reato, mentre il codice

precedente esigeva per la punibilità la condizione che nella zuffa alcuno

fosse rimasto ucciso o avesse riportato una lesione personale. Nel diritto

attuale la rissa non è punita a causa della incertezza sulla responsabilità

dei singoli partecipanti derivante dalle condizioni in cui di regola si

verifica, ma perché il fatto espone a pericolo la vita e l’incolumità delle

persone e nel tempo stesso importa la minaccia di un turbamento per

l’ordine pubblico. Questa è la ratio dell’incriminazione.

Per l’esistenza della rissa occorre che vi sia una mischia violenta con vie

di fatto. Si discute sul numero minimo di persone indispensabile per

l’esistenza di questo delitto, il quale senza alcun dubbio appartiene alla

larga categoria dei reati plurisoggettivi. Alcuni autori ritengono che siano

sufficienti due persone e in questo senso si è pronunciata varie volte la

Cassazione. A nostro avviso è preferibile l’opinione di chi considera

necessaria la presenza di almeno tre soggetti. La legittima difesa, anche

in questo reato, esclude l’antigiuridicità e, perciò, non c’è rissa se un

gruppo di individui aggredisce ingiustamente un altro gruppo il quale si

difenda, sia pure dando luogo ad una mischia violenta. Naturalmente la

rissa sussiste se l’aggressione è reciproca.

Per l’esistenza del dolo occorre la coscienza e la volontà di partecipare

alla contesa violenta.

Il codice considera come circostanza aggravante quell’evento che nel

codice precedente era condizione di punibilità del reato. Dispone infatti

l’art. 588: “Se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesione

personale, la pena, per il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della

reclusione da tre mesi a cinque anni. La stessa pena si applica se

l’uccisione, o la lesione personale, avviene immediatamente dopo la rissa

e in conseguenza di essa”. Questa disposizione configura un caso di

responsabilità oggettiva, giacché l’evento è posto a carico dei corrissanti

a prescindere da ogni indagine di carattere psicologico, e cioè

indipendentemente dal concorso del dolo o della colpa. È indifferente per

l’applicabilità dell’aggravante che l’uccisione o la lesione personale,

dolosa o colposa, incida su un corrissante o un estraneo. L’aggravante si

applica anche al rissante che abbia subito una lesione personale e a colui

che sia intervenuto dopo che si è verificata l’uccisione o la lesione

personale; non ha chi è receduto prima. La lesione produce

l’aggravamento della anche se è perseguibile a querela di parte.

La rissa assorbe il reato di percosse, e ciò in base al disposto del comma

2 dell’art. 581. Tutti gli altri reati che siano commessi durante la rissa

concorrono con questa, secondo le regole generali.

OMISSIONI DI ASSISTENZA E DI SOCCORSO

Tali delitti consistono in violazioni di obblighi di custodia o di assistenza,

imposti dalla legge al fine di tutelare l’incolumità di individui, che per le

loro condizioni d’età o per altre circostanze, si trovano esposti a pericolo.

ABBANDONO DI P ERS ONE MI NORI O I NC AP AC I . Vien e

contemplato alternativamente il fatto di chi “abbandona una persona

minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia

di corpo o di mente, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se

stessa, e della quale abbia custodia o debba avere cura”, e il fatto di colui

che “abbandona all’estero un cittadino italiano minore degli anni diciotto

a lui affidato nel territorio dello Stato per ragioni di lavoro”.

Presupposto della condotta, per ciò che concerne l’abbandono di un

minore degli anni quattordici, è la preesistenza di una situazione, anche

di mero fatto, a ragione della quale il minore si possa ritenere nella sfera

di sorveglianza del soggetto agente. In relazione all’incapace o al minore

abbandonato all’estero, il semplice fatto dell’abbandono non dà vita alla

fattispecie in esame, se con esso non si viola uno specifico dovere di

custodia o di cura che trovi il suo fondamento fuori dall’art. 591 o

nell’affidamento per ragioni di lavoro. La custodia si riferisce al singolo e

preciso dovere di sorveglianza, mentre la cura è espressione riassuntiva

che comprende tutte le prestazioni e cautele protettive di cui abbia

bisogno una persona incapace di provvedere a se stessa. Soggetto

passivo può essere soltanto una delle persone espressamente indicate

nella norma in esame. L’abbandono consiste nel lasciare la persona in

balia di se stessa o di terzi che non siano in grado di provvedere

adeguatamente alla custodia e cura, in modo che ne derivi un pericolo

per la vita e l’incolumità della persona medesima. Se il pericolo non si

verifica, il delitto deve escludersi per difetto di offesa dell’interesse

tutelato. La condotta può essere così positiva o negativa. Il delitto si

consuma con l’abbandono e, poiché, questo può protrarsi per un certo

tempo, si tratta di un reato eventualmente permanente. Il dolo esige la

coscienza del pericolo inerente all’abbandono. Il delitto è aggravato se:

Dal fatto derivi la morte o una lesione personale;

Il fatto sia commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore, o dal

coniuge, ovvero dall’adottato o dall’adottante.

Naturalmente qualora la lesione o la morte siano volute il colpevole di

abbandono risponderà pure del delitto di lesioni personali o di omicidio.

OMISSIONE DI SOCCORSO. All’art. 593 sono contemplate due ipotesi.

La prima si ha quando taluno, “trovando abbandonato o smarrito un

fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di

provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia

o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità”. La

seconda ipotesi consiste nel fatto di “chi, trovando un corpo umano

che sia o sembri inanimato ovvero una persona ferita o altrimenti in

pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne

immediato avviso all’Autorità”. Perché possa applicarsi la norma in

esame, è necessario che non sussista un dovere particolare di

assistenza, penalmente sanzionato. Quando ciò si verifichi, infatti, si

applica la norma speciale (ad es. l’art. 328: omissione di atti d’ufficio).

Presupposto della condotta criminosa è il trovare abbandonato o

smarrito un incapace, oppure un corpo umano che sembri inanimato o

una persona ferita o altrimenti in pericolo. Trovare qui significa

imbattersi.

Soggetto attivo può essere anche chi con la propria azione ha posto in

pericolo la persona, compreso colui che dolosamente o colposamente le

abbia cagionato una lesione personale, nel quale caso egli risponderà di

due reati. La condotta di cui alla prima ipotesi dell’art. 593 consiste

nell’omettere di dare avviso all’Autorità del ritrovamento. Nell’ipotesi di

cui al secondo comma la condotta incriminata è posta in essere con

l’omettere di prestare l’assistenza occorrente o di dare immediato

avviso all’Autorità. L’obbligo cessa senza dubbio nel caso in cui il

soggetto per la sua età, per le sue condizioni particolari o per altre

cause si trovi nell’assoluta impossibilità di adempierlo. Non cessa per il

solo fatto che l’adempimento esporrebbe il soggetto ad un pericolo

personale, perché la norma contenuta nell’art. 593, mirando a

rafforzare il sentimento della solidarietà umana, eleva il coraggio a

dovere giuridico. Il soggetto potrà sottrarsi alla responsabilità solo

quando ricorrano gli estremi dello stato di necessità (art. 54), e cioè

quando sia costretto all’omissione dalla necessità di salvare sé od altri

dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, non altrimenti

evitabile. Il delitto si consuma nel momento dell’omissione ed ha

carattere istantaneo.

Il dolo consiste nella volontarietà dell’omissione, accompagnata dalla

conoscenza di tutti gli elementi compresi nella fattispecie legale. Il

delitto è aggravato se dalla condotta del colpevole deriva una lesione

personale o la morte.

CONTRAVVENZIONI CONCERNENTI LA PREVENZIONE DI DELITTI CONTRO LA

VITA E L’INCOLUMITA’ INDIVIDUALE

La tutela dei beni della vita e dell’incolumità individuale è integrata nel

nostro codice con alcune disposizioni che configurano dei reati

contravvenzionali. Si tratta delle Trasgressioni alla disciplina delle armi

che sono contemplate nel libro terzo negli articoli dal 695 al 702. La

funzione sussidiaria di tali norme rispetto a quelle che prevedono i delitti

esaminati è troppo evidente per richiedere spiegazioni. La nozione delle

armi è data dall’art. 585 del codice, il quale nel comma 2 reca: “Agli

effetti della legge penale, per armi si intendono:

quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l’offesa alla

persona;

tutti gli strumenti atti ad offendere, dei quali è dalla legge vietato il porto

in modo assoluto, ovvero senza giustificato motivo”.

Le armi di cui al primo comma sono dette proprie; quelle di cui al

secondo comma si dicono improprie. La legge di Pubblica Sicurezza

all’art. 42 vieta in modo assoluto di portare fuori della abitazione proprie

e delle appartenenze di essa, le mazze ferrate o bastoni ferrati, gli

sfollagente e le noccoliere, mentre vieta di portare senza giustificato

motivo i bastoni muniti di puntali acuminati, nonché tubi, catene,

fionde, bulloni, sfere metalliche e altri strumenti atti ad offendere.

Il nostro legislatore ha ritenuto opportuno fornire una nozione più

ristretta di armi, nozione che coincide con quella offerta dell’art. 30 della

legge di Pubblica Sicurezza. L’art. 704 del codice, infatti, stabilisce che

agli effetti delle disposizioni relative alle dette contravvenzioni per armi si

intendono:

quelle indicate nel n. 1 del capoverso dell’art. 585;

le bombe, qualsiasi macchina o involucro contenente materie

esplodenti, ovvero gas asfissianti o accecanti”.

È opportuno sottolineare che la sfera di efficacia è sottoposta a notevoli

limiti per effetto delle citate leggi speciali. Una volta per tutte ricordiamo

che sfugge ad essa la disciplina delle armi da guerra o tipo-guerra, loro

parti. Munizioni, esplosivi, aggressivi chimici e congegni micidiali,

nonché quelle delle armi comuni da sparo atte all’impiego, o parti di

esse, di cui all’art. 2 l. 18 aprile 1975, n. 110, eccezion fatta per il porto

d’armi abusivo conseguente a mancanza di validità della licenza per

omesso pagamento della tassa di concessione governativa.

FABBRICAZIONE O COMMERCIO NON AUTORIZZATO DI ARMI

(695 e 696). Il primo articolo contempla il fatto di chi, senza la licenza

dell’Autorità, fabbrica o introduce nello Stato, o esporta, o pone

comunque in vendita armi, ovvero ne fa raccolta per ragioni di

commercio o d’industria”. Nel capoverso dell’art. 695 è sancita una

pena minore per il caso che si tratti di collezioni di armi artistiche, rare o

antiche. L’art. 696, d’altra parte, punisce chiunque esercita la vendita

ambulante di armi, vendita che è vietata dall’art. 37 della legge di

Pubblica Sicurezza. Per effetto delle leggi speciali l’applicazione di tali

norme è oggi limitata alle armi bianche (cioè pugnali, spade).

DETENZIONE ABUSIVA DI ARMI (697). Sono previste due ipotesi,

che costituiscono tipi distinti di reato. La prima consiste nel fatto di chi

detiene armi o munizioni senza averne fatto denuncia all’Autorità,

quando la denuncia è richiesta. La seconda ipotesi si concreta nel

comportamento di colui che, avendo notizia che in un luogo da lui

abitato si trova armi o munizioni, omette di farne denuncia all’Autorità.

L’efficacia della contravvenzione, per l’intervento delle numerose leggi

speciali, è oggi limitata alle armi da punta e taglio ed alle munizioni per

armi comuni da sparo. Scopo della norma è di rendere agevole

all’Autorità di polizia di conoscere tempestivamente le persone che

detengono le armi e le munizioni ai fini di poter esercitare gli opportuni

controlli. L’obbligo di denuncia sta a carico dei detentori che tali siano a

qualsiasi titolo, legittimo o illegittimo. Ogni modificazione nelle specie e

nella quantità di armi o di munizioni e anche ogni cambiamento di luogo

impone la denuncia. L’aver iniziato pratiche per conseguire la licenza e

persino l’averla ottenuta non esime da tale obbligo. Il reato è senza

dubbio di carattere permanente.

OMESSA CONSEGNA DI ARMI (698). Viene punito chiunque

trasgredisce all’ordine, legalmente dato dall’Autorità, di consegnare nei

termini prescritti le armi o le munizioni da lui detenute. In questa

contravvenzione incorre anche chi abbia già denunciato le armi

detenute ed è superfluo dire che la consegna tardiva non esclude la

sussistenza del reato. La proroga del termine di consegna da parte del

Prefetto dopo il rinvenimento dell’arma, secondo l’opinione preferibile,

elimina nel fatto il carattere dell’illiceità.

PORTO ABUSIVO DI ARMI (699). Incorre in questa contravvenzione

chiunque, senza la licenza dell’Autorità, quando la licenza è richiesta,

porta un’arma fuori della propria abitazione o delle appartenenze di

essa. Una forma più grave del reato è contemplata nel comma 2

dell’art. 699 e ricorre quando taluno, fuori della propria abitazione o

delle appartenenze di essa, porta un’arma per cui non è ammessa la

licenza. Portare significa tenere indosso o comunque a portata di mano

l’arma, in modo che il soggetto possa farne uso. In ambedue le forme la

contravvenzione a aggravata , se il fatto è compiuto in cui sia concorso

o adunanza di persone, o di notte in un luogo abitato.

OMESSA CUSTODIA DI ARMI (702, REATO ABROGATO). La

contravvenzione contemplava il fatto di colui che, anche se provveduto

della licenza di porto d’armi:

consegna o lascia portare un’arma a persona di età minore dei

quattordici anni o a qualsiasi persona incapace o inesperta nel

maneggio di essa;

trascura di adoperare nella custodia di armi, le cautele necessarie a

impedire che alcuna delle persone indicate nel numero precedente

giunga ad impossessarsene agevolmente;

porta un fucile carico in un luogo ove sia adunanza o concorso di

persone.

DISPOSIZIONI COMUNI. Per tutte le contravvenzioni esaminate,

esclusa l’ultima, è circostanza aggravante il fatto che l’autore sia una

delle persone alle quali la legge vieta di concedere licenza, nonché il fatto

che la licenza sia stata negata o revocata. Così dispone l’art. 700,

facendo richiamo all’art. 680. Il condannato per alcuna delle

contravvenzioni predette può essere sottoposto alla misura di sicurezza

della libertà vigilata (art. 701).

REATI CONTRO LA LIBERTA’ PERSONALE

LA VIOLENZA E LA MINACCIA IN GENERALE

Prima di analizzare le varie figure criminose, occorre esaminare i concetti

di violenza e minaccia che stanno alla base della maggior parte di esse.

Violenza è l’impiego dell’energia fisica per vincere un ostacolo, reale o

supposto. La violenza può esercitarsi sulle persone oppure sulle cose.

Della violenza reale il codice fornisce una nozione nel capoverso dell’art.

392, statuendo: “Agli effetti della legge penale, si ha violenza sulle cose,

allorché la cosa viene danneggiata o trasformata o ne è mutata la

destinazione”. Minaccia, d’altra parte , consiste nel prospettare ad una

persona un male futuro, il cui avverarsi dipende dalla volontà

dell’agente. Bisogna che su tale male l’agente possa influire, e cioè che

esso possa essere da lui determinato o non impedito. Se fa difetto

questa condizione si ha semplice avvertimento. Il male minacciato può

riguardare non solo la vita e l’incolumità fisica, ma anche la libertà, il

pudore, l’onore della persona. Non sono esclusi i beni patrimoniali

(minaccia della distruzione di un bene). Deve però concernere un bene

giuridicamente rilevante e, perciò, non può essere oggetto di minaccia,

ad es., il togliere l’amicizia o l’invocare un castigo divino. La minaccia

implica certamente la prospettazione di un male futuro, mentre la

violenza implica un male attuale. Tanto la violenza quanto la minaccia

sono spesso usate per recare direttamente al paziente un danno, vale a

dire per ledere o porre in pericolo un suo interesse legittimo. Ma esse

possono essere anche adoperate col fine specifico di coartarne la

volontà.

LA VIOLENZA O MINACCIA COME MEZZI COERCITIVI DELLA VOLONTA’

ALTRUI

Conviene distinguere la violenza propria dalla violenza impropria. La

violenza propria comprende ogni energia fisica adoperata dal soggetto

su l su o pazien t e per an n u llarn e o lim it arn e la capacit à di

autodeterminazione. La violenza impropria comprende ogni altro mezzo

che produca il medesimo risultato, esclusa la minaccia. Pertanto

costituiscono violenza impropria tutte le attività insidiose con cui il

soggetto viene posto, totalmente o parzialmente, nell’impossibilità di

volere o di agire. L’impiego di tali mezzi è considerato dal diritto come

violenza. Inoltre, la violenza impropria può consistere anche in una

semplice omissione, come nel caso che sia fatto mancare il cibo ad un

individuo incapace di procurarselo da sé per indurlo ad un dato

comportamento. Per quanto concerne la minaccia non basta il

preannunzio di un male futuro che dipende dall’agente cagionare o non

impedire: occorre che tale male venga posto come alternativa. In ciò

consiste la coercizione.

Generalmente nella dottrina e nella giurisprudenza si distingue la vis

physica dalla vis compulsiva, ravvisandosi la seconda esclusivamente

nella minaccia. Mentre la prima annullerebbe completamente il potere di

autodeterminazione, la seconda lo lascerebbe in parte sussistere.

Così per la violenza, come per la minaccia, considerate quali mezzi

coercitivi della volontà, valgono in generale le seguenti regole, salvo le

precisazioni che saranno prospettate nell’esame delle singole figure

delittuose:

l’idoneità del mezzo ai fini della coartazione della volontà va giudicata

secondo la particolarità del caso concreto, e cioè tenendo del tempo, del

luogo, delle modalità dell’azione e, soprattutto, delle condizioni personali

della vittima;

alla violenza o minaccia esercitata sulla vittima equivale quella che sia

diretta ad una terza persona legata alla prima da un vincolo particolare

di affetto e di solidarietà.

Forme speciali di coercizione della volontà sono quelle previste

nell’art. 46 e nell’ultimo comma dell’art. 54. In queste ipotesi la

violenza e la minaccia vengono in considerazione come cause di

esclusione della punibilità della persona che, subentra l’una o l’altra,

commetta un fatto che costituisce reato.

VIOLENZA PRIVATA

Sotto tale denominazione possono essere ricomprese tre figure

delittuose e pi precisamente:

VIOLENZA PRIVATA TIPICA. È prevista nell’art. 610 e consiste nel fatto

di colui che, “con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od

omettere qualche cosa”. Scopo della norma in parola è la necessità di

tutelare quella possibilità di determinarsi spontaneamente, secondo

motivi propri, che rappresenta uno degli aspetti essenziali della libertà

personale e che generalmente è detta libertà morale.

L’elemento oggettivo è costituito da una violenza o da una minaccia che

abbiano l’effetto di costringere taluno a fare, tollerare od omettere

qualche cosa. La violenza o la minaccia debbono essere rivolte ad

ottenere dal soggetto passivo una data azione od omissione.

Per il codice in vigore l’avvenuto costringimento costituisce requisito

essenziale del reato. Esso, quindi, ne segna la consumazione. Se il

costringimento non si verifica, potrà aversi il tentativo, sempre che ne

ricorrano gli estremi.

Il fatto deve essere illegittimo. L’illegittimità è esclusa soltanto quando

ricorra una specifica causa di giustificazione, in forza della quale l’agente

abbia la facoltà giuridica imporre una determinata condotta al paziente.

L’elemento psicologico consiste nella coscienza e volontà di usare

violenza o minaccia, prevedendo che altri farà, tollererà od ometterà

qualche cosa. Trattasi di dolo generico.

Il delitto è aggravato se ricorrono le condizioni prevedute dall’art. 339

del codice, e, cioè se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o

da persona travisata, o da più persone riunite o con scritto anonimo, o

in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da

segrete associazioni, esistenti o supposte.

VIOLENZA O MINACCIA PER COSTRINGERE A COMMETTERE UN

REATO. Con l’art. 611 viene incriminata la violenza o la minaccia viene

usata per costringere o determinare altri a commettere un fatto

costituente il reato. L’azione tipica di questa figura di reato consiste nel

semplice ricorso alla violenza o alla minaccia per conseguire il fine ora

indicato. L’elemento psicologico si riassume nell’intenzione di usare

violenza o minaccia per costringere o determinare taluno a commettere

un reato. In questo caso è indubbio che il dolo richiesto è specifico. Se il

soggetto passivo commette il reato, ne risponderà sempre chi lo ha

costretto o determinato. Quanto alla responsabilità della persona

coartata, essa sarà, a seconda delle circostanze, regolata dall’art. 46,

dall’art. 54 o dalle norme sul concorso di più persone nel reato. Il delitto,

come il precedente, è aggravato, se concorrono le condizioni indicate

nell’art. 339 del codice.

STATO DI INCAPACITA’ PROCURATO MEDIANTE VIOLENZA (art.

613). Risponde di tale reato “chiunque, mediante suggestione ipnotica

o in veglia, o mediante somministrazione di sostanze alcoliche o

stupefacenti, o con qualsiasi altro mezzo, pone una persona, senza il

consenso di lei, in stato di incapacità di intendere o di volere”. Per

l’esistenza del reato non è necessario che si verifichi un danno alla

persona; basta che si realizzi uno stato di incapacità, nel quale la legge

ravvisa una situazione di pericolo per lo stesso incapace o per i terzi. È

necessario che tale stato si prodotto senza il consenso del paziente.

Espressamente la legge dichiara che alla mancanza del consenso

equivale il consenso dato dalle persone indicate all’art. 579 e cioè:

dalla persona minore degli anni diciotto;

dalla persona inferma di mente, o che si trova in condizione di

deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze

alcoliche o stupefacenti;

dalla persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia

o suggestione, ovvero carpito con l’inganno.

Il delitto si consuma nel momento in cui si verifica lo stato di incapacità.

Il dolo consiste nella coscienza e volontà di determinare il risultato

indicato nella norma incriminatrice. Il delitto è aggravato:

se il colpevole ha agito col fine di far commettere un reato;

se la persona resa incapace commette, in tale stato, un fatto

preveduto dalla legge come delitto;

quanto alla responsabilità dell’incapace per il reato che egli

commette, valgono le regole generali. Si tenga presente in

particolare la norma contenuta nell’art. 86 del codice.

MINACCIA

Ai sensi dell’art. 612, concreta tale delitto il fatto di colui che minaccia

ad altri un danno ingiusto. La ratio dell’incriminazione è ravvisata di

solito nella necessità di proteggere la libertà morale della persona contro

influenze estranee che la limitino. La minaccia è un delitto generico e

sussidiario, al quale spesso si sostituiscono le ipotesi specifiche

prevedute dalla legge, come quando la minaccia è considerata elemento

costitutivo o circostanza aggravante di un altro reato o la qualità del

soggetto passivo importa un mutamento del titolo criminoso.

Come si rileva dal testo dell’art. 612, l’elemento soggettivo postula

soltanto la minaccia di un danno ingiusto. La minaccia può manifestarsi

in svariate forme ed appunto in relazione alla varietà dei mezzi

adoperabili la dottrina parla di minaccia esplicita o implicita, diretta o

indiretta, reale o simbolica. A questa forma di minaccia si dava spesso il

nome di “scopelismo”. La minaccia deve essere idonea a turbare la

tranquillità di una persona: in altre parole a intimidirla. L’idoneità della

minaccia non va determinata sulla base dell’effetto verificatosi in

concreto, ma ex ante, tenendo conto di tutte le circostanze del singolo

caso che potevano essere considerate nel momento della condotta. La

presenza del soggetto passivo non è necessaria: basta che costui ne

venga comunque a conoscenza. Oggetto della minaccia deve essere un

danno ingiusto. Danno ai fini della presente norma, è ogni lesione, o

messa in pericolo di un interesse facente capo al soggetto passivo. Il

danno prospettato deve essere realizzabile e verosimile, poiché

altrimenti l’azione non avrebbe quella capacità di intimidire che è

nell’essenza della minaccia. Circa il requisito dell’ingiustizia del danno, si

suole insegnare che è ingiusto il danno minacciato contra jus. Il delitto

si consuma con la percezione da parte del soggetto passivo

dell’espressione minacciosa, e, in particolare, nel momento in cui la

parola è udita, lo scritto o il disegno è ricevuto o il gesto è visto dal

soggetto stesso. Alla possibilità di concepire il tentativo punibile è di

ostacolo il fatto che la minaccia, di regola è perseguibile a querela di

parte, la quale ovviamente presuppone che il destinatario ne sia venuto

a conoscenza. Il dolo è escluso dall’erronea supposizione della legittimità

del danno minacciato. L’elemento psicologico ha particolare importanza

altresì al fine di distinguere la minaccia della violenza privata. Sono

previste due aggravanti speciali. La prima si verifica quando la minaccia

è grave, la seconda allorché la minaccia è fatta in uno dei modi previsti

dall’art. 399 del codice, e cioè con armi, o da persona travisata, o da più

persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi

della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o

supposte. La minaccia è grave quando è grave il male minacciato. La

gravità del danno, però, non va valutata in modo assoluto, ma relativo,

tenendo conto di tutte le circostanze del caso e specialmente delle

condizioni soggettive del soggetto passivo. La minaccia è di regola

perseguibile a querela della persona offesa. Si procede d’ufficio quando

ricorrono le circostanze aggravanti di cui ora abbiamo parlato e nei

confronti delle persone già sottoposte con provvedimento definitivo a

misura di prevenzione.

SEQUESTRO DI PERSONA

Per l’art. 605 si rende responsabile di questo delitto “chiunque priva il

soggetto della libertà personale”. L’elemento oggettivo consiste nella

privazione della libertà personale, la quale qui va intesa in senso

restrittivo, e cioè come libertà spaziale o libertà di muoversi nello spazio.

È indubitato che il sequestro di persona implica anche un’aggressione

alla libertà psichica, tanto che nella dottrina straniera c’è chi considera il

delitto in parola come una sottospecie della violenza privata. La

privazione della libertà può essere effettuata nei modi più svariati: non

solo con la violenza e la minaccia, ma anche con l’inganno. La dottrina

suole distinguere i mezzi con cui il sequestro può effettuarsi in diretti e

indiretti, a seconda che la perdita della libertà sia o meno una

conseguenza immediata della condotta del colpevole. La condotta può

essere sia attiva che omissiva. Per la realizzazione del delitto in parola è

necessario che la perdita della libertà si protragga per un certo periodo di

tem po di u n certo rilievo. Il sequ estro di person a è reato

necessariamente permanente. Soggetto passivo del reato può essere

anche chi si trovi già in stato di parziale privazione della libertà, qualora

venga ulteriormente limitata la sfera di movimento a lui consentita. Il

delitto si consuma nel tempo e nel luogo in cui si verifica la privazione

della libertà personale nel senso sopra indicato. Non è discussa

l’ammissibilità del tentativo.

L’elemento soggettivo consiste nella coscienza e volontà di privare

taluno della libertà personale, senza averne l’autorizzazione. Non occorre

alcun fine speciale. La considerazione dello scopo in vista del quale il

soggetto ha agito, assume importanza, potendo determinare il passaggio

da questa ad altre figure delittuose. Particolare interesse, in relazione a

questo delitto, presenta la questione della rilevanza o meno del

consenso dell’offeso quale causa di giustificazione. Il consenso deve

ritenersi efficace quando abbia per oggetto una limitazione soltanto

circoscritta e secondaria del bene della libertà. Esso, pertanto, deve

ritenersi invalido allorché si verifica la totale soppressione della libertà,

ovvero una menomazione così grave da diminuire notevolmente la

funzione sociale dell’individuo, come pure nei casi in cui gli atti di

consenso siano, comunque, contrari alla legge, al buon costume o

all’ordine pubblico.

Il delitto è aggravato se il fatto è commesso:

in danno di un ascendente, di un discendente o del coniuge;

da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue

funzioni;

da persona già sottoposta con provvedimento definitivo a misura di

prevenzione.

DELITTI DEI PUBBLICI UFFICIALI CONTRO LA LIBERTA’ PERSONALE

Gli art. 606, 607, 608 e 609 prevedono un gruppo di reati che sono

caratterizzati dalla qualità di pubblico ufficiale nel soggetto attivo. Essi,

con i loro comportamenti in violazione dei doveri inerenti a pubbliche

funzioni ledono anche un interesse della Pubblica Amministrazione e ciò

spiega come siano in ogni caso perseguibili d’ufficio.

ARRESTO ILLEGALE (art. 606). Risponde di questo delitto “il pubblico

ufficiale che procede ad un arresto, abusando dei poteri inerenti alle loro

funzioni”. Ciò che differenzia il reato in esame dal sequestro di persona è

che nell’arresto illegale il pubblico ufficiale agisce con intenzione di

mettere l’arrestato a disposizione dell’autorità competente, mentre ciò

non si verifica in caso di sequestro aggravato. Nell’arresto anzidetto si

ha, insomma, un’azione delittuosa sotto la parvenza della legalità,

parvenza che non si riscontra nel sequestro di persona. La condotta

importa un arresto effettuato con abuso di potere da parte del pubblico

ufficiale. Il reato si consuma nel momento in cui si verifica la privazione

della libertà. Quanto al dolo richiesto per questo delitto, va posto in

rilievo che la consapevolezza di costituire un arresto illegale ne

costituisce elemento essenziale.

INDEBITA LIMITAZIONE DI LIBERTA’ PERSONALE (art. 607).

Questa figura comprende tre ipotesi distinte:

il fatto del pubblico ufficiale che, essendo preposto o addetto a un

carcere giudiziario o ad uno stabilimento destinato all’esecuzione di pena

o di una misura di sicurezza, vi riceve taluno senza un ordine

dell’Autorità competente;

il fatto del pubblico ufficiale che non obbedisce all’ordine di liberazione

dato dall’Autorità competente;

il fatto del pubblico ufficiale che indebitamente protrae l’esecuzione della

pena o della misura di sicurezza.

La disposizione non è applicabile ai fatti commessi in stabilimenti diversi

da quelli indicati. Sono da considerare pubblici ufficiali preposti ad un

carcere giudiziario o ad uno stabilimento di cura, il direttore, il

vicedirettore, ed il reggente; mentre sono addetti i funzionari di

segreteria e ragioneria, i medici, i cappellani, gli insegnanti, i dirigenti e

gli assistenti tecnici. L’azione, rispettivamente in ciascuna delle tre

ipotesi contemplate nell’articolo in esame, consiste nell’ammettere

taluno nelle carceri e negli stabilimenti anzidetti senza un ordine

dell’Autorità, oppure nella disobbedienza all’ordine di liberazione, oppure,

infine, nell’illegittimo ritardo frapposto alla liberazione. Nella prima

ipotesi il delitto è di azione ed istantaneo; nelle altre due è omissivo e

permanente. Secondo le regole generali, il dolo è escluso dall’errore circa

i doveri del proprio ufficio. Poiché le singole fattispecie sono previste

alternativamente come possibili forme di realizzazione di un’unica figura

criminosa, se in un caso concreto esse vengano poste in essere

congiuntamente, riteniamo che non vi sia concorso di reati.

ABUSO DI AUTORITA’ CONTRO ARRESTATI O DETENUTI (art. 608).

Viene incriminato il fatto del pubblico ufficiale che “sottopone a misura di

rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta, di

cui egli abbia la custodia, anche temporanea, o che sia a lui affidata in

esecuzione di un provvedimento dell’Autorità competente”. Soggetto

attivo del delitto può essere anche il privato che procede all’arresto in

flagranza di reato ai sensi dell’art. 383 c.p.c., poiché, in virtù del criterio

funzionale adottato dal nostro diritto, egli assume la veste di pubblico

ufficiale. La condotta, positiva o negativa, consiste nel sottoporre a

misure di rigore non consentite dalla legge le persone arrestate o

detenute, in modo da modificare in peggio lo stato di limitazione della

libertà personale a cui dette persone sono già sottoposte. Il delitto, che

è eventualmente permanente, si consuma nel momento in cui vengono

inflitte le misure di rigore non consentite dalla legge. L’esistenza del dolo

postula la consapevolezza dell’illiceità delle misure adottate nei confronti

del soggetto passivo.

PERQUISIZIONE ED ISPEZIONI PERSONALI ARBITRARIE (art.

609). Viene punito il pubblico ufficiale, che, abusando dei poteri inerenti

alle sue funzioni, esegue una perquisizione o una ispezione personale.

Essenziale all’esistenza del reato è che il pubblico ufficiale agisca

abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni, il che si verifica tanto nel

caso di incompetenza assoluta, che in quello di inosservanza delle

formalità prescritte dalla legge, come nel caso delle perquisizioni

personali eseguite non a norma dell’art. 352 c.p.p.

La perquisizione personale consiste nel sottoporre il paziente a

investigazioni sul corpo e nella sfera di custodia del corpo stesso (vestiti)

al fina di accertare se vi si nascondano determinati oggetti ed

impossessarsene. L’ispezione personale è invece eseguita per compiere


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

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