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In questo corso non ci occuperemo dei reati perche i reati sono quelli previsti dal codice penale sia

per gli adulti che per i minorenni. Quindi oggetto del nostro interesse non deve essere l’aspetto di

diritto sostanziale ma ci occuperemo della persona che commette questi reati è il minore di età.

Per poter andare avanti, primo punto e altro concetto generale di cui ci occuperemo oggi è il

concetto di imputabilità. Questo concetto è richiamato all art. 85 del codice penale. Prima di

approfondire cosa si intende per imputabilità dobbiamo fare un passo indietro per un principio di

carattere generale. Secondpo l’art. 27 della costituzione, le pene non possono consistere in

trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. È

importante sottolineare che proprio in omaggio a questo art. 27 e al fatto le pene devono tendere

alla rieducazione del condannato. E questo vale ancora di piu quando il destinatario è il

minorenne, dobbiamo dire che la concezione retributiva della pena (la concezione secondo la

quale lo stato si fa portavoce di sanzionare penalmente il consociato che ha violato le norme

penali in nome e per conto della comunità) la concezione retributiva si fa sicuramente

ridimensionando per lasciare spazio all’idea del recupero e della rieducazione. Questo vale in

particolare per i soggetti minori specie quando questi reati sono quelli di scarso allarme sociale, i

cosiddetti reati bagatellari, reati di tolopino. In realtà in questi casi si tende a favorire piu la

seconda parte dell’art. 27 cioè si tende a trovare degli strumenti e sistemi che possano piuttosto

che punire e sanzionare, recuperare, riabilitare. Perche quando si parla di minore la personalità è

in fieri e si ritiene che anche il porre in essere un comportamento antigiuridico potrebbe essere

sintomo di uno sbandamento, di errore del moemnto, di un momento di ribellione che non puo

essere stigmatizzato come coscienza criminale acquisita e radicata nella persona ed è per questo

che il legislatore ha inserito all art. 85 del codice penale il concetto di imputabilità. La norma:

Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo

ha commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.

Che cos’è l’imputabilità? Essa è uno status della persona, cioè una qualità soggettiva, un modo di

essere della persona, è richiesta con riferimento al momento della commissione del reato. È

importante questo inquadramento sistematico. In che cosa consiste? Lo spiega il secondo comma

dell’art. 85, “intendere e di volere” c’è una e di congiunzione il che significa che per poter

rintracciare lo status di imputabile devono coesistere entrambi i requisiti: la capacità di intendere e

di volere. La capacità di intendere non deve essere ridotta alla semplice attitudine del soggetto a

comprendere quello che si sta svolgendo attorno a lui, quella che è la realtà. Non dobbiamo

pensare che capacità di intendere significa capacità di capire quello che uno fa, è troppo riduttivo,

quello che è importante è che si intende per capacità di intendere che se il soggetto comprenda il

disvalore sociale della azione posta in essere cioè non semplicemente la capacità di

comprendere quello che sto facendo. È necessario che il soggetto non solo comprenda l’entità del

fatto che pone in essere ma altresì il disvalore sociale dell’evento, attenzione questo non significa

(e lo dice l’art.5 del codice penale) che il soggetto deve sapere che in quel momento sta violando

una norma penale, incriminatrice però capacità di intendere significa capacità di comprendere il

disvalore sociale dell atto che si compie. Cioè rendersi conto sostanzialmente che una determinata

azione ovvero omissione di per se contrasta con le regole del vivere comune.

Capacità di volere che deve coesistere insieme alla capacità di intendere, capacità di volere

significa capacità di autodeterminarsi cioè di resistere agli impulsi. Piu esattamente possiamo

dire che questa capacità è la capacità di volere quello che si giudica voler fare.

La capacità di intendere e di volere è assente in due categorie di individui cioè quelli che non

hanno un sufficiente sviluppo intellettuale quindi chi non ha raggiunto una maturità psichica (i

minori) e coloro i quali sono affetti da gravi anomalie dal punto di vista della sanità mentale.

Allora qui dobbiamo capire anche la ratio della imputabilità, questa è lo status che permette ad un

soggetto non solo di essere sottoposto al processo penale, ma di subire una sanzione penale, non

èuna capacità processuale. La capacità di intendere e di volere riferita al momento della

commissione del reato è la capacità richiesta affinchè il soggetto possa essere imputabile vale a

dire possa essere soggetto all’applicazione di una sanzione penale. E qual è la ratio? Perche ho

detto che manca nei confronti di soggetti che non hanno una sanità psichica ovvero che non hanno

ancora una maturità dal punto di vista psichico. La ratio consiste del fatto che lo Stato si fa carico

di sanzionare penalmente ch comprende il valore della sanzione. Se ci pensate bene una

sanzione, una pena, ha in se un contenuto estremamente afflittivo, pensate dal punto di vista

dell’onore, del decoro, se uno di voi fosse arrestato pensate a come vi sentireste. La sanzione ha

un momento di grossa sofferenza morale. Che interesse avrebbe lo stato a sanzionare penalmente

chi non comprende tutto questo? Per la coscienza sociale, è ripugnante che la pena venga inflitta

ad un ragazzino, ad un sordo muto,a persona inferma che non abbia uno sviluppo intellettuale tale

da rendersi conto del disvalore del soggetto. lo stato non si puo permettere di punire chi non

comprende non solo il disvalore sociale del gesto posto in essere ma altresì dell’effetto che la

pena avrebbe dovuto avere sul soggetto. quindi l’imputabilità è qualifica necessaria, essenziale,

affinchè l’autore di un reato possa essere assoggettato ad una pena di cui deve comprendere il

significato; ne consegue che la mancanza di imputabilità costituisce semplicemente una causa di

esenzione dalla pena. Dico questo perche non è che se un reato è commesso da minore non

imputabile non è reato, il fatto rimane pur sempre reato penalmente rilevante. L’imputabilità è uno

status che non riguarda il fatto ma la persona. Il legislatore ha introdotto questo concetto di

imputabilità perche è strumentale affinche il reato potesse essere come comportamento

antigiuridico, sanzionato da una pena di cui il soggetto doveva essere però consapevole. È per

questo che rimane pur sempre un fatto penalmente rilevante se compreso nella norma

incriminatrice del codice il fatto commesso da soggetto non imputabile, nei confronti del quale però

il legislatore ha predisposto strumenti diversi, alternativi che andremo ad esaminare: si chiamano

misure di sicurezza.

Entriamo nel merito della imputabilità dei soggetti minori di età. Le norme che riguardano

l’imputabilità dei minori sono l’art.97 del codice penale e l’art.98. il legislatore opera un distinguo,

nel senso che, con specifico riferimento ai soggetti minori di età, distingue l’età in due periodi; il

primo è quello richiamato dall’art.97 minori degli anni 14 per i quali il legislatore dice: non è

imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto non aveva 14 anni. Come vedete è una

presunzione assoluta, juris et de jure, di difetto di imputabilità cioè non sono mai imputabili i

minori degli anni 14. Cioè il legislatore presume che quando un atto è compiuto, quando un

comportamento penalmente rilevante è compiuto da un minore degli anni 14 questo minore non è

mai imputabile, non puo mai essere sottoposto alla sanzione penale. Diverso è invece il riferimento

alla fascia di età successiva che va dai 14 ai 18. la norma dice: è imputabile chi, nel momento in

cui ha commesso il fatto aveva compiuto i 14 anni ma non ancora i 18, se aveva capacità di

intendere e di volere ma la pena è diminuita. Qui la presunzione è relativa, juris tantum, per

distinguerla da quella che abbiamo inquadrato come assoluta ai sensi dell’art.97; la presunzione è

relativa di capacità di intendere e di volere, nel senso che il giudice di volta in volta, nel singolo

caso concreto e dunque con riferimento al momento della commissione del reato dovrà

verificare la sussistenza della capacità di intendere e di volere. Esempio: un minorenne potrebbe

essere capace di intendere e di volere con riferimento ad una determinata fattispecie di reato ma

non anche con riferimento ad un'altra. Cioè potrebbe comprendere il disvalore sociale di una

determinata azione che evidentemente è in violazione delle regole della comune convivenza ma

non rendersi conto con riferimento ad un fatto banale, bagatellare. Quindi è importante che per

quanto riguarda la fascia di età tra i 14 e i 18 anni in una logica di individualizzazione quindi in

una logica speculare a ciascun caso, fattispecie , il legislatore attribuisce al giudice il potere di

verificare di volta in volta, la sussistenza della capacità di intendere e di volere. Quindi si ha una

presunzione ai sensi dell’art.98 relativa, nel senso che spetterà al giudice di volta in volta, caso per

caso stabilire se il fatto commesso dall’infra 18 enne sia stato commesso con capacità di intendere

e di volere.

E come si fa? Normalmente il legislatore affida al giudice questo compito, nel senso che il giudice

anche per la sua esperienza e formazione ( vedremo che la composizione dei giudici per i

minorenni è mista in quanto attiene al giudice togato, cioè al tecnico del diritto, chiedere un esperto

in materie psicologiche, pedagogiche tecnicamente si chiama il componente privato, prima si

parlava di giudice onorario, serve proprio perche la composizione del collegio giudicante sia mista

serve per potere apportare in questo collegio una formazione diversa e piu appropriata da quella

squisitamente giuridica). Il giudice di regola puo essere in grado di valutare la sussistenza della

capacità di intendere e volere del minorenne, ove non fosse in grado o avesse dei dubbi in ordine

a questo, potrà disporre ai sensi dell’art.9 del DPR 448 del 1988 i famosi accertamenti sulla

personalità del minore, quella che è bandita nel processo ordinario, la cosiddetta perizia

criminologica, nel processo penale minorile si puo fare.

Che cos’è questa perizia criminologica e a che cosa serve? Il giudice si puo avvalere di una

eprsona in grado di valutare la personalità del minorenne, non solo per appurare la sussistenza, il

punto di partenza della capacità di intendere e di volere, ma anche per valutare l’idoneità e

l’appropriatezza di alcuni strumenti di divertion a seconda delle famose esigenze educative del

minore (art.1 ogni provvedimento deve essere adeguato alla personalità e alle esigenze educative

del minore) ebbene questo art.9 questi accertamenti sulla personalità del minore che vengono

effettuati da degli esperti sono strumentali non solo ad appurare il primo punto, il punto di partenza,

l’imputabilità; ma possono essere funzionali a studiare ed esaminare la personalità del minore ai

fini di applicare anche altre misure, altri isitituti. Questo accertamento consiste nell’esaminare il

contesto sociale, culturale, è un giudizio psicologico sulla maturità del minorenne in cui bisogna

tener conto non solo dello sviluppo intellettuale ma rapportare questo sviluppo intellettuale al

contesto in cui il minorenne vive. Perche anche uno sviluppo morale, noi dobbiamo appurare la

capacità di intendere e di volere cioè la capacità di rendersi conto del disvalore sociale di una

determinata azione. Quindi lo sviluppo che va analizzato non riguarda solo il livello di

scolarizzazione ma proprio il livello di sviluppo intellettuale e morale; per fare questo questa perizia

criminologica, questi accertamenti sulla personalità del minore, devono avere ad oggetto un ampio

spettro di riferimento e quindi non soltanto la persona del minore in sé ma va contestualizzata,

analizzata e studiata. Cioè bisogna analizzare le condizioni individuali, familiari e sociali senza

perdere di vista il rapporto e il collegamento con il fatto commesso. Perche paradossalmente un

minore potrebbe essere imputabile in ordine alla commissione di un reato ma non anche nei

confronti di un altro reato. E a questo proposito vi volevo fare due riferimenti normativi al DPR 448

e cioè: il giudice potrebbe anche avere dei dubbi sull’età del minorenne, cioè i minori Rom spesso

dichiarano un età che non hanno e per poter accertare l’età del minorenne che magari il giudice

attraverso una ricerca anagrafica non è in grado di appurare, ai sensi dell’art.8 del DPR 448 la

norma prevede che quando vi è incertezza sulla minore età dell’imputato il giudice dispone anche

d’ufficio una perizia. Quindi quando vi è un dubbio in ordine alla età, che è il primo punto di

riferimento, del minore il giudice puo disporre di una perizia fatta da vari esperti per accertare la

correttezza dell’età. Attenzione, potrebbe accadere che anche a seguito di questa perizia rimane il

dubbio in questo caso vige un principio fondamentale che è quello del favor rei (in dubbio pro reo)

per il quale e secondo il quale il minore si presume non imputabile cioè si presume minore degli

anni 14. di fatti il secondo comma dell’art. 8 prevede: qualora anche dopo la perizia permangano

dubbi sulla minore età questa è presunta ad ogni effetto. Quindi questo giudice per i minorenni non

è onnisciente nel senso che potrebbe essere in grado di fare una valutazione circa la sussistenza

della capacità di intendere e volere e quindi l’imputabilità se non dovesse essere in grado di farlo

puo attraverso lo strumento dell’art.9 delegare alla persona esperta gli accertamenti sulla

personalità che valgano per appurare la sussistenza della capacità di intendere e volere. Il dubbio

potrebbe essere anche molto piu semplice: potrebbe essere un dubbio sulla età reale del

minorenne che magari dichiara false generalità, anche li il legislatore ha predisposto lo strumento

della perizia perche il giudice potrebbe predisporre una perizia allorquando vi siano incertezze in

ordine all età del minore.

Ultimo cenno a come nelle altre nazioni europee guardano al problema dell imputabilità. Dovete

sapere che provando ad osservare il panorama europeo, il difetto di imputabilità vede la soglia di

imputabilità veramente fare una altalena perche a parte l’aspetto comune con la maggiore età, cioè

in tutti gli stati europei al compimenti del 18esimo anno d’età il soggetto viene considerato un

soggetto adulto, quindi non c’è piu il problema della imputabilità che è presunta in senso assoluto.

Viceversa invece per quanto riguarda la quota minima di imputabilità che noi abbiamo nei 14 anni,

osservando il panorama internazionale, ci sono delle indicazioni singolari perche in molti paesi

europei la soglia dell’imputabilità è bassissima, in particolare in Svizzera e Grecia un minore puo

essere imputabile già all’età di 7 anni; Scozia 8 anni; Irlanda del Nord 10 anni; in tutti gli altri paesi

europei la soglia è tra i 13 e i 14 anni; in Francia non esiste un criterio fisso, è stata rimessa alla

giurisprudenza la valutazione, quindi alla discrezionalità del giudice, valutare se al limite dei 13

anni il soggetto è imputabile o non imputabile.

Il fatto che la soglia di imputabilità sia cosi bassa, non significa che quegli stati siano molto piu duri

cioè che adottano una politica piu restrittiva perche uno dei nostri limiti piu grandi del nostro

sistema è che noi non abbiamo un diritto penale minorile ad hoc. Non abbiamo un sistema

sanzionatorio che riguardi esclusivamente i soggetti minori di età. Noi applichiamo le stesse

sanzioni previste per adulti nel codice penale, il problema è che le sanzioni che applichiamo ai

minorenni sono le stesse che noi applichiamo agli adulti con la diminuente della minore età.

Pensate che una norma della legge del 1965 che ha riformato l’ordinamento penitenziario, norma

programmatica dice: in attesa che quanto prima venga riformato il sistema sanzionatorio per i

minorenni, provvisoriamente si applica quello per gli adulti. Norma completamente disattesa.

Perche in questi ordinamenti, in particolare in Grecia e nei paesi nordici, c’è un sistema

sanzionatorio ad hoc per i minorenni, cioè applicano sanzioni diverse rispetto a quelle previste per

gli adulti. In Olanda c’è proprio un sistema di diritto penale minorile speciale destinato ai minori che

hanno tra i 12 e i 16 anni. Mentre nei paesi di common law in particolare in Inghilterra l’età minima

di imputabilità è 10 anni però si prevede (in Galles) che la pena detentiva si possa applicare solo

per i minori che abbiano compiuto 15 anni, c’è tutto un sistema sanzionatorio appropriato applicato

ai minori. Quindi è vero che al soglia di imputabilità è nettamente inferiore però è anche vero che

esiste un sistema sanzionatorio ad hoc che consente un approccio piu appropriato piu opportuno.

C’è anche un’altra alternativa negli Stati Uniti, a seconda della tipologia dei reati, per i reati molto

gravi loro anziché stabilire la soglia di imputabilità fanno giudicare i minori per reati molto gravi loro

cambiano la competenza per materia di tribunale, cioè invece che dal tribunale per i minorenni li

fanno giudicare dal tribunale per gli adulti.

In Italia esistono 2 proposte di legge attualmente pendenti. Queste riguardano la possibilità di

abbassare la soglia di imputabilità dai 14 ai 12 anni. A seguito di ultimi episodi delittuosi. Mi

riferisco al disegno di legge numero 727 del 2001 secondo il quale l’età dell imputabilità

dovrebbe passare da 14 a 12 anni e bisognerebbe la diminuente della minore età si riterebbe

applicabile fino ai 16 anni, cioè dai 16 ai 18 anni dovrebbero essere trattati dal punto di vista

sanzionatorio al pari dei soggetti adulti. Quindi:

-abbassamento soglia di imputabilità da 14 a 12;

-escludere diminuzioni di pena per gli ultra sedicenni.

Piu moderata appare la proposta di legge del 2002 questa del primo marzo 2002 la cosiddetta

Legge Castelli non interviene sulla soglia di imputabilità però interviene sul piano sanzionatorio

(sulla diminuente), nel senso che rivedendo l’art.98 del codice penale prevede una diminuzione di

pena fino a un quarto per i minori degli anni 18; e fino a un terzo per i minori degli anni 16. in realtà

dal mio punto di vista il problema è piu articolato cioè il problema non è solo di abbassare o

innalzare la soglia di imputabilità ma il problema è di rivedere tutto il sistema sanzionatorio per i

minorenni che sarebbe giusto fosse un sistema ad hoc, cioè diversificato da quello degli adulti. a

proposito della imputabilità le regole minime dell’amministrazione della giustizia minorile le

cosiddette regole di Pechino, che sono per noi un punto di riferimento essenziale per la riforma

globale del processo penale minorile, tracciano tre linee di fondo con riferimento al problema

dell’imputabilità: che l’inizio della responsabilità penale deve tener conto della maturità affettiva,

mentale ed intellettuale; cioè le regole di pechino non dettano una età perche si rendono conto

che evidentemente il discorso non puo essere fatto a livello sovranazionale fissando una sorta di

età perche è evidentemente diversa da una nazione all’altra, però fissa il principio.

Secondo principio: un minore è un ragazzo o persona giovane che nel rispettivo del sistema legale

puo essere imputato per un reato ma non è penalmente responsabile come un adulto. La

logica è quella di trattare in maniera diversa un soggetto minore di età che non puo e non deve

essere considerato al pari di un adulto.

Terzo principio: il sistema di giustizia minorile deve avere per obiettivo che la misura adottata nei

confronti di un giovane debba essere proporzionata rispetto alla circostanza del reato e all’autore

dello stesso.

Questi dovrebbero essere i tre criteri di fondo ai quali si dovrebbe ispirare il legislatore nella

individuazione della soglia di imputabilità.

PENALE MINORILE

LEZIONE del 21-10-09

La volta scorsa non abbiamo completato (perché forse volevamo fare troppo) l’aspetto riguardante

(di cui ci occuperemo oggi) l’ordinamento giudiziario per i minorenni. Oggi ci occuperemo

sostanzialmente di quello che è il sistema ordinamentale cioè di quelli che sono ordinamento

giudiziario (i giudici che sono chiamati a giudicare i soggetti minori di età) e se sarà possibile

vedremo anche quelli che sono i soggetti processuali principalmente coinvolti nell’ambito del

processo penale minorile perché voi sapete che, a differenza del procedimento ordinario, nel

procedimento penale minorile entrano in gioco altri soggetti in particolare estranei al procedimento

ordinario. Pensate ad esempio al ruolo svolto dai servizi sociali, cioè soggetti che normalmente nel

procedimento ordinario non rientrano, non interloquiscono nel procedimento ordinario, cioè quello

previsto a carico dei soggetti adulti.

Per poter inquadrare dal punto di vista sistematico l’aspetto relativo all’ordinamento giudiziario per i

minorenni credo che sia opportuno vedere, fare una breve introduzione storica, cioè vediamo

come è nato il tribunale per i minorenni in Italia. Siccome l’Italia arriva sempre un po’ in ritardo,

forse dobbiamo fare un passo indietro storicamente e vedere chi e che cosa abbiamo imitato.

Allora, vi devo dire che la giustizia minorile è una giustizia, è una attenzione nei confronti del

soggetto minore di età piuttosto recente. Il primo tribunale per i minorenni al mondo, la prima

juvenile court è stata introdotta nel 1899, esattamente il 1° luglio 1899 a Chicago. È stata diciamo

una rivoluzione dal punto di vista giuridico. Ripeto: il primo tribunale per i minorenni, come si

chiama ancora tutt’ora “juvenile court”, è stato istituito il 1° luglio del 1899 e questa è stata una

vera e propria rivoluzione considerata allo stesso livello (se vogliamo) della Magna Carta perché il

primo organo giudiziario deputato a giudicare ogni affare civile, penale, amministrativo che avesse

come destinatario un soggetto minore di età. Ripeto: 1899, Chicago. L’esempio viene subito

imitato a New York, a Boston e a Denver. Era una giurisdizione autonoma e completa riguardante i

soggetti minori di età non solo imputati, non solo quelli che avevano commesso dei crimini, ma

anche coloro i quali avessero bisogno di provvedimenti di natura assistenziale. Perciò ho detto

giurisdizione (attualizzandola) civile, penale e amministrativa perché era deputato a giudicare i

minorenni anche sul piano degli interventi di natura preventiva e non soltanto sanzionatorio, non

soltanto punitiva.

Per quanto riguarda l’Europa, l’esempio sarà seguito in Europa nel 1904 quando viene istituito il

tribunale di Birmingham in Inghilterra come corte giovanile. Tuttavia bisognerà aspettare il 1908,

solo 4 anni dopo viene elaborato e viene emanato il primo “Children Act”. Che cosa è questo

Children Act? È un intervento normativo che rende obbligatoria (perché quello di Birmingham era

un tribunale sperimentale se vogliamo, era cioè una esperienza unica) l’istituzione di corti giovanili

quindi deputate esclusivamente a giudicare i soggetti minori di età in Inghilterra, Scozia e Irlanda.

Quindi gli inglesi furono i precursori in Europa. Bisognerà aspettare il 1912 in Francia e in Belgio

per la istituzione delle giurisdizioni speciali per i minorenni, in Germania nel 1922 e in Italia nel

1934 (R.D. 1404/1934, tenetelo bene a mente perché pensate è in parte ancora vigente per

l’ordinamento giudiziario). Con questo regio decreto del 1934 viene istituito per la prima volta in

Italia il tribunale per i minorenni. Ma che cosa c’era prima di allora? Vi devo dire che senza voler

risalire all’età della pietra però è giusto che abbiamo un quadro dell’evoluzione normativa, nel

diritto romano esisteva il concetto di capacità di discernimento, sarebbe quella che oggi chiamiamo

capacità di intendere e di volere. Cioè la capacità di discernimento faceva si che si distinguesse, si

ponesse un limite di sbarramento tra i soggetti capaci e quelli non capaci di dolo. Ripeto: nel diritto

romano c’era il concetto di capacità di discernimento intesa come distinzione tra soggetti capaci di

dolo (quindi l’intenzione di) e soggetti non capaci. Tuttavia, dal punto di vista degli organi giudicanti

non vi era distinzione, cioè gli stessi organi giudiziari deputati a giudicare i soggetti adulti parimenti

erano deputati a giudicare i soggetti minorenni. Non solo. Lo stesso sistema sanzionatorio (e qui

nulla di nuovo) ma anche le stesse modalità e gli stessi luoghi di esecuzione della pena. Quindi,

per molti secoli i ragazzi continuavano ad essere giudicati dai tribunali ordinari secondo le comuni

leggi penali subendo le stesse sanzioni previste per le persone adulte, quindi scontavano anche le

pene per gli adulti. Tenete presente che il primo carcere minorile viene istituito per la prima volta

nell’isola di Wight nel 1838. Pensate (parlo del primo istituto penitenziario al mondo) in questa isola

di Wight il penitenziario voi sapete che normalmente proprio per la logica dell’essere isolati, reclusi

spesso venivano proprio costruiti nell’isola, tutt’ora esiste un penitenziario minorile a Nitida che è

un’isola proprio per garantire la logica dell’isolamento, quindi l’impossibilità di darsi alla fuga, ma

questo è un retaggio storico, anche in Sardegna esiste un vecchio penitenziario de L’Asinara che

non è più un penitenziario però è stato mantenuto dagli ex detenuti che lo gestiscono come una

casa comunità giusto per la cronaca. Torniamo all’isola di Wight. Nell’isola di Wight venne istituito

questo primo penitenziario nel 1838, pensate che all’interno di questo penitenziario venivano

rinchiusi (dico rinchiusi non a caso) con la divisa da galeotti minori che avevano anche dagli 8 fino

ai 13 anni, i quali anche per i primi 4 mesi rimanevano in stato di totale isolamento (parliamo dei

primi dell’ottocento). Quindi vestivano con l’abito da galeotti e magari erano solo colpevoli di aver

suonato il campanello o danneggiato delle porte.

Che succedeva in Italia all’epoca? Noi avevamo un Regno delle 2 Sicilie. Nel Regno delle 2 Sicilie

in particolare tra la fine del 700 e l’inizio dell’800 nel territorio italiano si assiste a delle sporadiche

iniziative che naturalmente riguardano indistintamente alcune città (Palermo, Napoli, Firenze) dove

c’erano delle case di correzione. Pensate, in queste case di correzione (non lo dovrei dire ma è la

verità) venivano rinchiuse donne e ragazzini nel senso che accoglievano queste case di correzione

donne e minorenni traviati a seguito di provvedimenti emanati anche su richiesta delle stesse

famiglie, provvedimenti governativi, e le stesse famiglie pagavano la retta per poterli rieducare in

queste case di rieducazione. Quindi tra la fine del 700 e l’inizio dell’800 in Italia c’erano le case di

correzione che ospitavano donne e ragazzini traviati su provvedimento governativo su istanza

eventualmente della famiglia e se fosse stata su istanza della famiglia naturalmente la retta per il

mantenimento veniva pagata dalla stessa famiglia. Quando poi si è avuto il codice penale e il

codice di procedura penale del Regno delle 2 Sicilie, che poi è stato trasfuso nel codice Zanardelli

del 1889, è stato introdotto per la prima volta il principio della imputabilità. Il codice penale e il

codice di procedura penale del Regno delle 2 Sicilie vengono trasfusi nel codice Zanardelli del

1889 e introducono il principio della imputabilità. La soglia della imputabilità pensate era di 9 anni.

Il sistema era questo: limite minimo di imputabilità 9 anni, minori degli anni 9 non erano imputabili

(quindi difetto assoluto di imputabilità). Poi il legislatore ragionava in questa maniera: la capacità di

discernimento (ovvero l’imputabilità) doveva essere accertata di volta in volta (quindi una

preclusione iuri instantum) per i minori che avessero una età tra i 9 e i 14 anni. Ripeto: difetto

assoluto di imputabilità per i minori degli anni 9, i minori a 9 anni diventavano imputabili, però tra i

9 e i 14 bisognava verificare di volta in volta affinché fossero sanzionabili la sussistenza della

capacità di discernimento e comunque si prevedeva che il penitenziario potesse essere adottato

come sanzione (la sanzione carceraria) soltanto per i minori che avessero compiuto 15 anni.

Quindi 9-14 accertare di volta in volta l’imputabilità, sanzione detentiva soltanto per i minori che

avessero già compiuto i 15 anni di età, mentre tra i 14 e i 18 la presunzione di sussistenza della

capacità di discernimento esiste, cioè, mentre tra i 9 e i 14 bisognerà accertarla di volta in volta, tra

i 14 e i 18 era presunta la capacità di discernimento. Cosa significa questo? Che bisognava

dimostrare il contrario.

Ora, in effetti, le premesse dal punto di vista storico, dal punto di vista sociale perché si possa

pensare a un organo giudiziario deputato esclusivamente a giudicare i minorenni si avranno solo

alla fine dell’800. Se tutte le rivoluzioni che si sono avute come la rivoluzione industriale, e quindi il

passaggio dalla regola della costituzioni alla regola della democrazia, l’attenzione dal punto di vista

giuridico per la persona intesa in quanto tale, si è poi sviluppata in tutti quei movimenti filantropici

cha hanno guardato all’attenzione non solo della persona in quanto tale ma anche della persona

minore di età in quanto tale degna e meritevole di un trattamento differenziato rispetto a quello

degli adulti. Quindi, fine dell’800 le varie rivoluzioni hanno sicuramente portato ad una rivisitazione

del concetto di soggetto minore di età. Nella rivisitazione del concetto di persona minore si è avuta

l’idea che il minore dovesse essere trattato diversamente dalla persona adulta e in particolare che

la funzione della pena (specie per quanto riguarda il soggetto minore di età titolare di una

personalità in via di formazione) dovesse essere una pena che tendesse al recupero, alla

rieducazione, cioè viene ridimensionata la concezione retributiva della pena perché viene

considerato in valore prevalente il recupero e la risocializzazione del soggetto minore di età.

Prima del ’34 e quindi prima che veniva istituito in Italia il tribunale per i minorenni vi erano stati dei

tentativi di introdurre un sistema giudiziario ad hoc che però più che altro si sono concretizzati nella

introduzione del principio di specializzazione che è un principio tutt’ora vigente. Mi spiego meglio:

prima del ’34 ci fu una importantissima circolare del guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando che

risale al 1908 (quindi prima del r.d. 1404 del 1934 che ha introdotto per la prima volta il tribunale

per i minorenni) è in realtà l’evoluzione normativa del principio di specializzazione. Questo principio

di specializzazione è stato introdotto per la prima volta in Italia con questa importantissima

circolare del ministro guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando che risale ai primi del 900,

esattamente all’11 maggio del 1908. Questa circolare è stata importantissima perché ha fissato, ha

tracciato le basi del principio di specializzazione, ora vi spiego perché. In questa circolare si

prevedeva (non esisteva ancora il tribunale per i minorenni) che fossero sempre gli stessi giudici a

giudicare i soggetti minori di età. Il ministro aveva previsto che nell’ambito dell’ordinamento

giudiziario che già esisteva vi fosse sempre la stessa sezione (anche se non c’era il tribunale per i

minorenni) a giudicare i minorenni e che lo dovesse fare (vi leggo testualmente la circolare) “con

spirito quasi paterno cercando di comprendere la psicologia dell’imputato trattandolo senza

intimidazioni e facendogli comprendere la necessità dell’osservanza delle leggi”, cioè, in questa

circolare sostanzialmente, perché è stato introdotto il principio della specializzazione? Prima di

tutto perché devono essere sempre gli stessi giudici che evidentemente in quella maniera

maturavano un’esperienza di approccio con i minorenni. Attenzione: in questa circolare c’è anche

un parametro in ordine alle modalità in cui la legge ordinaria dovesse essere applicata, cioè

facendo attenzione alla persona del minore facendogli capire quelle che erano le ragioni

dell’antigiuridicità dei fatti e trattandoli con spirito quasi paterno, cioè sembra quasi che un inizio di

mediazione e quindi di dialogo e non di conflitto venga inserito già nell’ordine di idee del 900.

Primo punto. Logica della specializzazione sia nelle persone (esperienza) sia nelle modalità. Un

altro principio fondamentale che già ritroviamo in questa circolare del 1908 è quella riguardante il

divieto di pubblicità (mi riferisco all’idea di pubblicità delle udienze). Ripeto: sempre con questa

stessa circolare non solo si pongono le basi del principio della specializzazione perché si prevede

che siano sempre gli stessi giudici a giudicare i minorenni e lo facciano con determinati parametri

che garantiscano prevalentemente il senso di umanità e che sia teso al recupero e alla

rieducazione, principio di specializzazione, ma per la prima volta viene introdotto il principio del

divieto di pubblicità. In che cosa consisteva? Cioè si prevedeva in questa circolare che i processi

riguardanti i soggetti minori di età fossero celebrati sempre negli stessi giorni, giorni nel corso dei

quali non dovevano essere fissati dibattimenti a carico degli adulti. In altre parole: proprio per

garantire che all’udienza non partecipasse il pubblico (divieto di pubblicità, che è tutt’ora vigente),

in realtà questo principio del divieto di pubblicità viene già tracciato nel momento in cui si stabilisce

che le udienze debbano essere celebrate a carico dei minorenni sempre negli stessi giorni, giorni

durante i quali doveva essere inibita la celebrazione di dibattimenti a carico degli adulti. E non solo.

Dovevano essere allontanati dall’aula tutti coloro che non avessero un interesse diretto con il

processo e quindi che fossero presenti per pura curiosità. Come vedete cominciano a delinearsi

dei principi, delle garanzie nei confronti dei soggetti minori di età. L’anno dopo, nel 1909, ci fu un

primo tentativo di istituire un vero e proprio tribunale per i minorenni (mi raccomando, si chiama

“tribunale per i minorenni”, chi viene all’esame e dice tribunale dei minorenni si alza e se ne va a

casa), il “progetto Quarta” che non fu mai approvato. Il progetto Quarta voleva istituire, dal nome

chiaramente del senatore che presiedeva la commissione reale che elaborò questo progetto,

questo progetto si chiamava “magistratura per i minorenni”, però non fu mai approvato. In realtà

bisognerà arrivare al codice Rocco (il codice del ’30) (e quando parlo del codice Rocco parlo sia

del codice penale tutt’ora vigente sia del codice di procedura penale riformato nell’88). Nel codice

penale e di procedura penale del ’30 viene fissata una nuova età per l’imputabilità che è quella

attuale che studiato la volta scorsa, cioè il limite di età dell’imputabilità è fissato a 14 anni. Come

vedete si alza la soglia del’imputabilità, mentre i primi tribunali per i minorenni vengono istituiti con

il R.D.1404 del 1934 a cui segue una normativa di attuazione (in parte tuttora vigente) che è il

R.D.1579 del 1934. Con questo R.D. del ‘34 viene istituito per la prima volta in Italia un organo

giudiziario specializzato (attenzione, non è speciale. Nella nostra carta costituzionale è vietato

istituire giudici speciali, gli unici giudici speciali sono il tribunale militare e la corte costituzionale). Il

tribunale per i minorenni è un organo specializzato e non speciale per gli affari penali, civili e

amministrativi che riguardano i soggetti minori di età. Sempre con questo R.D. del ’34 vengono

anche istituiti degli stabilimenti speciali per l’esecuzione della pena nonché delle misure di

sicurezza dei soggetti minori di età.

Come è composto nella versione originaria il tribunale per i minorenni? Nella versione originaria

del ’34 il tribunale per i minorenni si componeva di 3 giudici: è presieduto da un magistrato di corte

d’appello, a latere un giudice togato di tribunale e un giudice (si diceva) “onorario” (oggi si chiama

componente privato). Chi è questo giudice onorario? Non è un laureato in giurisprudenza, ma è un

cittadino benemerito (nominato dal consiglio superiore della magistratura) (tuttora la nomina è del

C.S.M.) o nell’assistenza sociale ovvero scelto tra i cultori di biologia, psichiatria, antropologia

criminale e pedagogia. Sempre con il R.D. del ’34 viene istituita una sezione specializzata di corte

di appello alla quale prende parte anche un componente privato. Questa composizione da 3

originaria del ’34, nel 1956 con la legge n.1441 viene ampliata ed è quella attualmente in vigore.

Con tale legge si da spazio alle donne, ragione per la quale la composizione originaria composta

da 3 giudici si amplia a 4. Che cosa cambia? Cambia nella parte in cui diventa obbligatoria la

presenza, accanto ai 2 giudici togati (il presidente e il magistrato del tribunale a latere), di 2

componenti privati, cioè oggi il tribunale per i minorenni si compone di 4 giudici: 2 togati e 2

componenti privati. Devono rispettivamente essere un uomo e una donna (diventa obbligatoria la

presenza femminile), che devono aver compiuto minimo 30 anni, e si amplia anche il bacino di

presenze in ordine alle materie come la psicologia, la pediatria, la sociologia, cioè, qual è la

funzione del giudice onorario nell’ambito del collegio giudicante per i minorenni, è quella di

apportare una componente, per così dire, più umana che non sia soltanto quella squisitamente

giuridica deputata a giudicare i soggetti minori di età che è quella di cui sono a conoscenza il

presidente e il giudice a latere. La presenza obbligatoria di 2 altre persone, un uomo e una donna,

che si chiamano componenti privati, che devono aver compiuto 30 anni di età e che devono avere

una formazione di carattere o sociologico, o psicologico, o pedagogico, di antropologia criminale,

serve per rendere più umana la giustizia minorile, servono per guardare con occhi più attenti alla

persona e non solo al diritto perché il diritto lo interpreta l’altro giudice. Tenete presente che la

competenza per territorio del tribunale per i minorenni è quella del distretto di corte di appello, cioè

l’egida del tribunale per i minorenni copre territorialmente il distretto di corte di appello. Bari copre il

distretto di corte di appello delle province di Bari e Foggia, perché il distretto di corte di appello

comprende sia la provincia di Bari che la provincia di Foggia come competenza per territorio. Nella

istituzione originaria del ’34 c’erano 27 tribunali per i minorenni per ciascuna sede (capoluogo) di

distretto di corte di appello. Per esigenze legate al carico giudiziario recentemente (nell’anno 2000)

sono state istituite altre 3 sedi che sono considerate delle sezioni “staccate” perché fanno capo alla

sezione base, cioè in Puglia in origine c’erano Bari (che comprendeva dal punto di vista territoriale

la provincia di Bari e la provincia di Foggia) e poi c’era Lecce (che comprendeva come distretto di

corte di appello Lecce, Taranto e Brindisi), invece per esigenze sempre legate al carico giudiziario

che era piuttosto elevato, sono state inserite 3 sezioni staccate e una ci riguarda perché Lecce ha

come sezione staccata adesso Taranto, a Taranto esiste il tribunale per i minorenni che però non è

una sede autonoma, è una sezione staccata del tribunale per i minorenni di Lecce, poi c’è Sassari

(che è una sezione staccata del tribunale per i minorenni di Cagliari) e poi c’è Bolzano (che è

sezione staccata del tribunale per i minorenni di Trento). Quindi, in origine erano 27, ne sono state

aggiunte 3 per esigenze di carico giudiziario e anche a questioni logistiche. Questo per quanto

riguarda la competenza territoriale. La competenza per materia è prevista dall’art.3 del D.P.R. 448

del 1988. La competenza per materia del tribunale per i minorenni è competente per i reati

commessi dai minori degli anni 18. Quindi tutti i reati commessi dai minori degli anni 18, maggiori

degli anni 14 sono per materia attribuiti alla competenza del tribunale per i minorenni. Attenzione

qui c’è una regola molto importante di procedura penale che viene a intersecarsi: quando

studierete la procedura penale vi racconteranno che esiste la competenza per connessione, cioè la

possibilità se un soggetto commette più reati anche a distanza di tempo però tutti esecutivi del

medesimo disegno criminoso i processi si riuniscono e quindi viene processato attraverso una

riunione dei processi. Prima regola della connessione (sarebbe i concorso formale dei reati).

Seconda regola: se più persone commettono uno stesso reato vengono giudicate insieme, quindi

c’è una connessione di carattere soggettivo, cioè più persone che commettono lo stesso reato

vengono giudicate insieme per un fatto di facilitazioni delle indagini, di garanzia della veridicità dei

fatti. Quando però si tratta di soggetti minori di età non valgono le regole riguardanti la

connessione, cioè ai sensi dell’art.14 del codice di procedura penale non opera la connessione dei

processi quando è coinvolto un imputato minorenne. Mi spiego meglio: se un minorenne commette

lo stesso reato insieme a dei maggiorenni non saranno mai giudicati insieme anche in ordine al

medesimo reato il minorenne sarà sempre giudicato dal tribunale per i minorenni e invece l’adulto

sarà giudicato dal tribunale ordinario (connessione soggettiva). Connessione teleologica: cioè, se

lo stesso minore oggi ha 17 anni e ruba la macchina per andare a fare la rapina che farà tra 3

giorni che compie i 18 anni, anche lì non opera la connessione benché il furto dell’auto sia stato

strumentale alla rapina e quindi esiste una connessione teleologica perché proprio strumentale il

reato a commettere il reato successivo in una logica di continuazione, in realtà non opera mai la

connessione, e dal punto di vista soggettivo cioè in caso di concorso di persone minorenni e

maggiorenni, e in caso oggettivo cioè in caso di connessione teleologica tra la commissione dei

reati. La connessione per i minorenni non opera mai. Quindi i minorenni saranno sempre e solo

giudicati dal tribunale per i minorenni tenendo conto dell’età della persona al momento in cui è

stato commesso il reato perché può essere (anzi, il più delle volte accade) che un soggetto che

compie un reato quando aveva 17 anni e poi viene giudicato materialmente quando ne ha 21, però

viene sempre giudicato dal tribunale per i minorenni perché il tempo purtroppo e le lungaggini

processuali sono tali per cui spesso i giudizi si fanno nei confronti di coloro che hanno già

raggiunto la maggiore età.

Ora, abbiamo detto che cosa è il tribunale per i minorenni. La composizione che io vi ho descritto

del tribunale per i minorenni composta da questi 4 giudici è tuttora vigente perché dal punto di vista

ordinamentale si è conservato il R.D. del 1934 riformato nel 1956. Sempre con il D.P.R. 448,

all’art.2sono stati meglio puntualizzati gli altri organi deputati a giudicare i minorenni,

attualizzandoli chiaramente nella logica del sistema di tipo accusatorio e quindi degli organismi

giudicanti che sono coevi con questo sistema. Innanzitutto, accanto al tribunale per i minorenni è

istituito un autonomo ufficio della procura della repubblica presso il tribunale per i minorenni. A

capo esiste il procuratore (capo) della procura per i minorenni il quale è il capo dei sostituti pm.

Oltre al tribunale per i minorenni che è l’organo giudicante, abbiamo l’ufficio della procura della

repubblica presso il tribunale per i minorenni che ha a capo il procuratore capo (il capo dei pm), il

quale è coadiuvato nell’esercizio delle sue funzioni dai sostituti procuratori, sostituti pm. Quindi, il

capo della procura ha alle sue dipendenze i sostituti procuratori che sono sempre dei magistrati

che però esercitano le funzioni di pm, cioè esercitano la funzione penale, questa è la funzione

principale, esercitano la funzione penale nei confronti dei minori che abbiano commesso dei reati

quando avevano una età inferiore ai 18 anni. Le funzioni di giudice di sorveglianza sono attribuite

ad un giudice del tribunale per i minorenni, cioè un giudice specializzato. Ora guardiamo

attentamente l’art.2 del D.P.R. 488: l’art.2 prevede gli organi giudiziari nel procedimento minorile.

Come vedete la lettera a) dice “il procuratore della repubblica presso il tribunale per i minorenni” (vi

ho detto che presso ogni tribunale per i minorenni vi è la procura della repubblica con a capo il

procuratore della repubblica per i minorenni e i suoi sostituti che esercitano la funzione penale nei

confronti dei minori di età). Attenzione: il tribunale per i minorenni abbiamo già detto come è

composto, è rimasto tale e quale e non lo richiama il D.P.R. 488, però richiama le figure nuove.

Quali sono le figure nuove? Nella fase delle indagini preliminari, che è la fase iniziale del

procedimento,le funzioni di giudice vengono esercitate dal giudice per le indagini preliminari.

Quindi, quando parliamo di ordinamento giudiziario per i minorenni, noi abbiamo un tribunale che è

composto da 4 giudici, poi abbiamo un ufficio della procura presso i tribunali, nella fase delle

indagini preliminari esiste un giudice per le indagini preliminari (GIP). Questo, eccezionalmente, è

un organo monocratico, cioè è un organo composto da un solo giudice. Perché dico

eccezionalmente? Perché come vedrete stravolgendo l’aspetto ordinamentale ordinario, quando si

tratta di giudicare i minori ci sono sempre dei componenti privati (i giudici “onorari”), però

eccezionalmente il gip, perché si chiama giudice per le indagini preliminari? Perché è un giudice

( e questo vale anche per la procedura penale) è un giudice che si dice “giudice ad acta”, cioè che

interviene solo se e solo quando viene interpellato. Non è un giudice che interviene quando gli

pare, ma interviene soltanto se viene richiesto il suo intervento. Vi faccio un esempio: se un

minorenne viene arrestato in flagranza di reato bisogna convalidare l’arresto. Chi deve controllare

la legittimità dell’arresto è proprio il gip, il giudice per le indagini preliminari. Perché è un organo

monocratico? E perché è l’unico organo monocratico nel sistema ordinamentale minorile? Perché

deve essere un giudice di pronta e immediata reperibilità. Ripeto: l’unico organo monocratico

nell’ambito del sistema ordinamentale per i minorenni è il giudice per le indagini preliminari. Si

chiama “per le indagini preliminari” perché ha una funzione di controllo (o di sorveglianza), di

decisione e di garanzia. Cioè, quando parliamo di gip, le funzioni del gip si possono racchiudere in

queste 3 funzioni: la funzione di controllo, cioè controlla il regolare svolgimento delle indagini

preliminari, controlla che vengano svolte correttamente; una funzione di garanzia, perché

garantisce i valori fondamentali attraverso la funzione a sua volta di decisione. L’esempio più

concreto è quello che vi ho appena citato: se un minorenne viene arrestato in flagranza si deve

garantire la tutela della libertà individuale e si deve subito controllare che quell’arresto sia avvenuto

regolarmente perché il gip deve essere subito avvisato di questo arresto e deve controllare la

legittimità del provvedimento restrittivo della libertà personale. Quindi il gip, che è un organo

monocratico, che ha una funzione di controllo, di garanzia e di decisione, intanto è monocratico,

cioè composto da un solo membro, in quanto deve essere di pronta e immediata reperibilità. Voi vi

immaginate se un minorenne viene arrestato in flagranza e bisogna rintracciare il giudice entro 48

ore quanto sia complesso formare un collegio composto da 3 giudici con tutti i problemi peraltro

legati alla incompatibilità in ordine all’esercizio delle proprie funzioni, e allora si è deciso che fosse

un organo monocratico. Passiamo all’altro organo: la lettera b) fa riferimento al giudice per le

indagini preliminari presso il tribunale per i minorenni.

Ancora, esiste anche il gup (giudice dell’udienza preliminare) (che sarà quello che noi

incontreremo). Il gup, non è il tribunale, il tribunale è quello che giudica nel dibattimento, siamo

ancora al’organo monocratico, all’udienza preliminare. Gip, fase preliminare delle indagini; gup, è il

giudice che presiede l’udienza preliminare. A differenza del procedimento ordinario, cioè di quello

previsto a carico degli adulti in cui il gup è un organo monocratico, il gup presso il tribunale per i

minorenni è un organo collegiale, cioè il gup è formato da 3 giudici. Chi sono questi 3 giudici? C’è

un presidente che è un giudice di tribunale ed è un giudice togato e poi ci sono 2 giudici a latere

che sono 2 componenti privati, un uomo e una donna, che devono aver raggiunto i 30 anni di età e

che devono avere i requisiti che abbiamo citato prima come giudici onorari. Quindi, devono essere

specializzati in materie sociologiche, pedagogiche, psicologiche, antropologia criminale, ecc..

Quindi ripeto: gip, è l’unico organo monocratico composto da un solo giudice, giudice per le

indagini preliminari; gup, è il giudice dell’udienza preliminare, presiede l’udienza preliminare.

Perché è un organo collegiale? Perché dovete sapere (e lo vedremo) che l’udienza preliminare

nell’ambito del processo penale minorile è l’udienza più importante, è l’udienza che si celebra nella

quale si cerca di definire anticipatamente tutto il procedimento a carico dei soggetti minori di età,

ragione per la quale l’organismo non è monocratico, ma è collegiale. Pensate (ma lo studieremo),

l’udienza preliminare al tribunale per i minorenni si può concludere anche con una sentenza di

condanna, cosa che non è pensabile nel procedimento ordinario a carico degli adulti (a meno che

non si celebri un rito abbreviato). Quindi il gup è un organo collegiale composto da 3 giudici,

presieduto dal presidente togato (quindi magistrato) più 2 giudici onorari, rispettivamente un uomo

e una donna. Poi esiste (abbiamo detto) la procura della repubblica, poi esiste la sezione

specializzata di corte di appello per i minorenni, che è anch’essa caratterizzata dai 3 giudici più 2

giudici onorari (di sesso diverso). Vedete, la lettera b) fa riferimento al procuratore generale presso

la corte di appello, la lettere e) (sempre dell’art.2 del D.P.R. 448) fa riferimento alla sezione

specializzata di corte di appello per i minorenni. Come è che è specializzata? Perché accanto ai 3

giudici ce ne sono 2 che sono i componenti onorari. E ancora, il magistrato di sorveglianza per i

minorenni, che entra in gioco nella fase della esecuzione della pena, svolge le sue funzioni nei

confronti dei minori che abbiano una età non superiore ai 25 anni, perché? Perché voi dovete

immaginare che se il tribunale per i minorenni è competente per tutti i reati commessi fino a 18

anni, in fase di esecuzione della pena il giudice di sorveglianza che deve sovraintendere alla fase

esecutiva della pena, considerando le lungaggini processuali, il legislatore ha previsto che avesse

una competenza per i reati commessi dai minori di anni 18 fino però a che raggiungessero il

25esimo anno di età. Il magistrato di sorveglianza svolge le sue funzioni nei confronti dei minori

che non avevano raggiunto i 18 anni al momento della commissione del reato, che però nella fase

di esecuzione della pena non devono superare i 25 anni di età. E questo lo dice il comma 2

dell’art.3. Dice, “il tribunale per i minorenni e il magistrato di sorveglianza per i minorenni

esercitano le attribuzioni della magistratura di sorveglianza nei confronti di coloro che commisero il

reato quando erano minori degli anni 18, la competenza cessa al momento del compimento del

25esimo anno di età”.

È chiaro l’aspetto ordinamentale? L’importante è che adesso ricordiate: gip, organo monocratico;

gup, organo collegiale di 3 giudici; tribunale, che giudica nella fase del giudizio, composto da 4

giudici; corte di appello sezione specializzata; procura della repubblica, capo della procura e

sostituiti che dipendono dal procuratore capo. Chiaro? Questa è la struttura ordinamentale. La

cosa interessante da ricordare è che in questa ottica di specializzazione che caratterizza questi

giudici e queste composizioni collegiali specialmente per le presenze di giudici onorari, queste

ottiche di specializzazione che noi abbiamo visto la scorsa settimana per quanto riguarda il

difensore, la ritroviamo anche in altri soggetti processuali coinvolti, in particolare nella polizia

giudiziaria. Se voi guardate l’art.5 del D.P.R. 448 si dice: “in ciascuna procura della repubblica

presso il tribunale per i minorenni, è istituita una sezione specializzata di polizia giudiziaria alla

quale è assegnato personale dotato di specifiche attitudini e preparazione”, cioè, il procuratore

della repubblica per poter svolgere le sue indagini si avvale della polizia giudiziaria. Quando si

tratta di minorenni, la polizia giudiziaria è una task-force, cioè la sezione di polizia giudiziaria è

composta da membri della guardia di finanza, dei carabinieri, della polizia di stato, della guardia

forestale, che però quando si tratta di soggetti minori di età sono specializzati, cioè devono aver

seguito dei corsi di formazione, di preparazione riguardanti specifiche attitudini nel settore minorile,

proprio per le ragioni che dicevamo la volta scorsa legate all’interagire e all’interloquire con i

soggetti minori di età.

PENALE MINORILE

LEZIONE del 26-10-09

prof.ssa M. Colamussi

lunedì 26.10.09

Dunque tutto chiaro per quanto riguarda il sistema ordinamentale, cioè l’ordinamento giudiziario

per il minorenne?? Facciamo un brevissimo riepilogo: noi abbiamo analizzato la volta scorsa

(perché è molto importante questo aspetto ordinamentale) l’aspetto legato all’evoluzione normativa

dell’ordinamento giudiziario, sottolineando innanzitutto che con il RD 1404/1934 è stato istituito il

primo tribunale per i minorenni, la cui composizione si è allargata nella fase successiva del 1956, e

sostanzialmente attualmente è rimasta intatta la composizione dell’organico del tribunale per i

minorenni, che è composto da quattro giudici, due togati e due componenti privati, cioè due giudici

a latere, rispettivamente un uomo ed una donna che devono aver compiuto trent’anni (prima si

chiamavano giudici onorari, ma attualmente tecnicamente sono detti componenti privati), che

devono essere esperti in materie psicologiche, pedagogiche, di antropologia criminale, di

sociologia e che apportano la componente per così dire «umana», nel senso che apportano alla

formazione squisitamente giuridica del collegio una cognizione differente per comprendere la

personalità del minorenne e soprattutto per adeguare gli interventi a quella che è la funzione che

sovraintende l’intero processo penale minorile che è la funzione educativa. Questo per quanto

riguarda il tribunale per i minorenni; con l’introduzione del DPR 448/1988, abbiamo visto la volta

scorsa (e quindi vado velocemente) l’art. 2 del DPR 448/88 che integra, rispetto ad una logica di

tipo accusatorio, una serie di organi: prima di tutto il GIP, il giudice per le indagini preliminari, che è

l’unico organo monocratico (cioè composto da un unico giudice), e perché monocratico!? Perché

bisognava garantire la pronta ed immediata reperibilità, in particolare per la funzione che il GIP

assolve nel corso delle indagini preliminari; poi c’è il GUP, quello che noi andremo a vedere in

udienza, ed esso è un organo collegiale, a differenza del procedimento ordinario, cioè il giudice

dell’udienza preliminare (perché il GIP è il giudice per le indagini preliminari), dinanzi al quale si

celebra l’udienza preliminare, che è un organo collegiale composto da tre giudici: è presieduto da

un giudice togato di tribunale e da due giudici a latere, un uomo ed una donna, componenti privati

di cui abbiamo detto le caratteristiche, sono gli stessi sostanzialmente del tribunale, se non le

stesse persone.

Quindi abbiamo detto GIP e GUP; poi abbiamo detto che c’è la Procura della Repubblica presso

il tribunale, che ha il suo procuratore capo ed i suoi sostituti procuratori; inoltre abbiamo detto che il

giudice di sorveglianza, o meglio le funzioni di giudice di sorveglianza sono svolte da un giudice

del tribunale per i minorenni e sono svolte, naturalmente, con riferimento ai soggetti minori di età

che hanno compiuto un reato durante la minore età e però c’è una… {oh raga… qui non riesco a

capire la parola che dice la prof… cmq è il min 26:00} della funzione del giudice di sorveglianza

fino al 25esimo anno di età, e questo lo dice espressamente l’art 3 al secondo comma. Abbiamo

anche detto la volta scorsa che la formazione specializzata, che abbiamo visto essere una

caratteristica (durante una delle prime lezioni) del difensore per i minorenni ai sensi dell’art 11, è

però un connotato questo della specializzazione che sovraintende tutti i soggetti processuali

coinvolti nel processo penale minorile: infatti, ai sensi dell’art. 5 (e qui siamo entrati nel

completamento dell’aspetto degli organi e dei soggetti processuali coinvolti nel processo penale

minorile), presso ogni Procura della Repubblica per i minorenni, è istituita una sezione di polizia

giudiziaria per i minorenni che è una sezione specializzata. Che cosa è una sezione di polizia

giudiziaria? Essa è un ufficio composto da una task-force, cioè un ufficio interforze, non ci sono

solo carabinieri ma ci sono carabinieri, guardia di finanza, polizia di Stato, quindi è un organismo

interforze che, per quanto concerne la Procura della Repubblica per i minorenni, è composto da

personale specializzato, cioè che deve aver seguito dei corsi, deve avere una base di formazione

nel diritto minorile e nelle problematiche dell’età evolutiva, deve saper interloquire, interagire con i

soggetti minori di età.

Un altro organo che si ritrova esclusivamente nell’ambito del procedimento minorile è costituito

dall’Ufficio Servizi Sociali. Attenzione!! La dizione Servizi Sociali è una dizione ampia, quando noi

la adottiamo, facciamo riferimento, in realtà, a due organi diversi: il primo è quello previsto dall’art.

6 del DPR 448/88 e cioè l’Ufficio dei Servizi Minorili dell’amministrazione della giustizia, cioè quelli

che dipendono direttamente dal ministero. Ripeto: quando parliamo di Servizi Sociali è una dizione

generica, ovvero generale perché ci riferiamo sia ai Servizi Minorili dell’amministrazione della

giustizia, la cui disciplina è prevista dall’art. 6, e sia ai Servizi degli enti locali, cosa sono?? Sono

l’Ufficio Servizi Sociali che è presente in ogni comune. Ora, ai sensi dell’art. 6 del DPR 488/88, «In

ogni stato e grado del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dei servizi minorili

dell’amministrazione della giustizia. Si avvale altresì dei servizi di assistenza istituiti dagli enti

locali.», quale è la funzione dei Servizi Minorili? In generale si parla di Servizi Sociali, in particolare

(lo vedremo in vari istituiti) i Servizi dell’amministrazione della giustizia, cioè quelli che dipendono

direttamente dal Ministero, hanno un ruolo molto importante nel processo penale minorile: pensate

che dal punto di vista proprio della fotografia della dinamica del processo, siedono accanto al

pubblico ministero perché coa… {raga qui non si sente bene cosa fa il pm…min 30:50} il giudice,

fanno da supporto per tutta quell’attività di osservazione, di trattamento e di sostegno nei confronti

del minore deviante. Per farvi capire l’importanza del servizio minorile, quando un minorenne entra

nel circuito penale o quando viene iscritto semplicemente il suo nome nel registro generale delle

notizie di reato (vedremo bene questi passaggi) o quando viene arrestato il flagranza, in ogni caso

nel momento in cui un soggetto minore di età entra nel circuito penale viene affidato all’Ufficio

Servizi Minorili e quest’ultimo, a sua volta, individua nella persona di un assistente sociale una

sorta di referente del giudice nei confronti di quel soggetto minore di età, come se viene preso in

carico sostanzialmente, il minorenne, nel momento in cui entra nel circuito penale, viene

presentato dall’Ufficio Servizi Sociali. A conferma di quello che vi dico, l’art. 12 prevede al comma

2 (poi vedremo il comma 1, ma adesso ci interessa per un collegamento sistematico) «In ogni

caso al minorenne è assicurata l’assistenza dei servizi indicati nell’articolo 6.», cioè nel momento

in cui inizia un procedimento nei confronti di un soggetto minore di età il pubblico ministero

provvede a comunicarlo ai Servizi Sociali e questi prendono in carico il minore, nel senso che

garantiscono l’assistenza, il supporto al soggetto minore di età e fungono (hanno un ruolo molto

importante e lo vedremo nei vari istituti, vedremo esattamente quali sono i compiti dei Servizi

Minorili) un po’ da referenti del giudice perché riferiscono al giudice in ordine alla personalità del

minorenne, cioè svolgono sostanzialmente questi assistenti sociali prima di tutto un’inchiesta di

base, cioè un’indagine tesa ad acquisire tutte quelle informazioni che permettono di ricostruire

l’habitat, cioè il contesto personale, sociale, familiare, culturale all’interno del quale il minore vive.

Abbiamo già fatto cenno a questo problema, lo approfondiremo ulteriormente ed è il problema

dell’art. 9, cioè degli accertamenti sulla personalità del minore, e questa è una norma

fondamentale nel processo penale minorile perché sostanzialmente dà ingresso, nel processo

penale minorile, alla perizia criminologica, che è vietata nel procedimento ordinario, cioè (voi

dovete sempre partire dai principi che ora approfondiremo) dal momento che il processo deve

essere adeguato alla personalità del minorenne e deve garantire il recupero e la rieducazione, il

punto di partenza è la persona del minore che bisogna conoscere: naturalmente il giudice può farlo

direttamente attraverso l’interrogatorio ma è più facile che si faccia aiutare in questo senso da degli

esperti. Questi esperti potrebbero essere semplicemente inizialmente gli assistenti sociali oppure,

se la questione è complicata, cioè la personalità è complessa da studiare, il giudice si può avvalere

di uno psicologo, di uno psichiatra da cui far analizzare la personalità del minorenne, perché??

Perché ogni intervento, nell’ambito del processo penale minorile, deve essere individualizzato,

personalizzato, cioè deve essere calibrato, plasmato a misura del minore deviante e di quelle che

sono le sue personali esigenze educative. Perché vi sto facendo questo discorso!? Perché

nell’ambito della struttura organizzativa dei servizi minorili, accanto ai servizi ministeriali, quindi

quelli che tecnicamente si dicono servizi minorili indicati dal comma 1 dell’art. 6 della prima parte,

dove si dice che «In ogni stato e grado del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dei servizi

minorili dell’amministrazione della giustizia.» accanto a questi ci sono anche i servizi degli enti

locali, cioè i servizi che ogni comune deve avere dal punto di vista organizzativo-amministrativo.

Vi dico subito che, per quanto formalmente la disciplina del codice prevede un coinvolgimento dei

servizi cosiddetti «territoriali» e, se ci pensate bene sarebbe quanto mai opportuno questo apporto

perché, riflettete, se il minore pinco pallino è di un paese x della provincia, l’inchiesta riguardante la

personalità (che si chiama proprio «inchiesta di base», cioè il punto di partenza) chi meglio dei

servizi degli enti locali la può svolgere??? Mi spiego meglio: l’apporto dei servizi degli enti locali

potrebbe essere (e sto parlando al condizionale, non casualmente…) fondamentale e potrebbe

essere, diciamo, utile perché snellirebbe enormemente la fatica dei servizi ministeriali, in quanto,

essendo essi servizi che stanno sul territorio, ben conoscono la situazione legata all’ambiente

personale, familiare, alla scuola e non solo… Questo per quanto riguarda la fotografia della

situazione del soggetto minore di età; pensate anche al momento successivo in cui bisogna

controllare se un’attività di, non solo di carattere trattamentale (così si dice tecnicamente),

quell’attività è molto più favorita se il servizio sta sul territorio, sta sul posto, perché può controllare,

e non solo: pensate a tutti quegli istituti (come vedremo in seguito, tipo la messa alla prova in cui

bisogna far svolgere delle attività impegnative, di volontariato o dare impegni al soggetto minore di

età), chi meglio dei servizi del territorio conoscono le risorse dell’ambiente, per esempio se in un

determinato paese esiste un oratorio oppure se esiste un’associazione a favore delle persone

diversamente abili… Chi meglio dei servizi del territorio può conoscere la situazione!? Il che

significa che l’apporto che tecnicamente potrebbe essere dato dai servizi degli enti locali ai servizi

ministeriali con i quali si dovrebbe, diciamo, agire insieme, quindi diciamo che dovrebbe essere

una sinergia di forze che devono essere tutte quante univocamente protese verso i bisogni

educativi del minore {compagni non vi nego che anch’io mi sono accorta che il discorso spiegato in

questa maniera non sia proprio il massimo… Ma lei parla così :p Cmq dai il senso si capisce alla

fine!!}.

Parlo continuamente al condizionale perché vi dico pure che nella realtà applicativa i servizi degli

enti locali sono latitanti, cioè benché tecnicamente il legislatore si preoccupa di dire, giustamente,

accanto ai servizi ministeriali che sono quelli irreferente del giudice, c’è l’apporto dei servizi degli

enti locali, vi dico pure che purtroppo nella realtà applicativa tutte le ricerche di diritto applicato

dimostrano che i servizi territoriali, siccome sono oveati di impegni legati all’aspetto civilistico, in

particolare a quello della prevenzione, a quello degli impegni diciamo socialmente utili e

quant’altro, in un certo senso latitano, cioè si lavano le mani per così dire, quando devono essere

coinvolti nell’ambito del settore penale, perché voi dovete pensare che quando si arriva al penale è

perché non si è intervenuti nell’ambito civile al livello di prevenzione, ed allora gli impegni sono

tanti e tali per cui i servizi degli enti locali delegano alla potestà esclusiva dei servizi ministeriali

l’attività, diciamo, di osservazione, di trattamento e di sostegno dei soggetti minori di età, e questo

è gravissimo perché questo rappresenta nella realtà applicativa un grosso limite. Parliamo

concretamente: Bari, abbiamo detto che il tribunale per minorenni di Bari (abbiamo detto che ogni

tribunale per i minorenni è competente, dal punto di vista territoriale, per il distretto di Corte

d’Appello), pensate alla provincia di Bari ed alla provincia di Foggia, Bari-Foggia, pensate ad un

assistente sociale che da Bari (Ufficio Servizi Sociali Ministeriali) deve andare a Foggia (pensate ai

comuni del Gargano ragazzi, pensate a quanto sono distanti!) a controllare, a fare un’inchiesta

base, a controllare se una messa alla prova si sta svolgendo o non si sta svolgendo, cioè è un

problema grossissimo perché se invece funzionassero i servizi degli enti locali sarebbero dei

referenti che consentirebbero uno snellimento del lavoro ed un canale di informazioni di scambio

utilissimo. Vi devo dire che non è proprio sempre così disastrosa la situazione, altrimenti

significherebbe violare le regole, ma vi devo anche dire che in alcuni comuni i servizi, diciamo,

degli enti locali rispondono anche a questi impegni nell’ambito penale, ma nella maggior parte dei

casi delegano ai servizi ministeriali tutto l’impegno: quindi è chiaro il ruolo dei servizi ministeriali??

Dei servizi sociali in generale… Sono un ruolo di supporto, sono dei referenti del giudice che

svolgono quest’importantissima inchiesta di base che serve per descrivere il contesto nel quale il

minore vive; serve anche per intervenire sul minore, per interagire con il contesto: pensate al

contesto scolastico, pensate al contesto urbano e quindi alle risorse che il territorio offre per poter

svolgere gli interventi ai fini rieducativi. E poi diventano referenti invece nella fase finale: cioè oltre

ad essere un supporto costante nell’ambito del processo nei confronti del minore direttamente e

della sua famiglia, perché fanno le visite a casa dei minori e descrivono quello che sta accadendo,

quello che può succedere, quello che si potrà decidere e quant’altro… In realtà poi diventano dei

referenti del giudice nel senso che al giudice devono scrivere delle vere e proprie relazioni, che

sono gli strumenti diciamo di comunicazione attraverso i quali i servizi minorili mettono al corrente

il giudice in ordine all’evoluzione della personalità del minore durante la fase del procedimento

prima e del processo poi: e questo lo dice sia l’art. 6 (che fa riferimento in generale ai servizi

minorili [tenete presente che è una figura esclusivamente relativa al processo penale minorile

perché non esistono i servizi sociali nel procedimento a carico degli adulti]) e la conferma poi si ha

con riferimento a quest’attività di supporto, di assistenza ai sensi dell’art. 12 al comma 2, là dove si

dice che «In ogni caso al minorenne è assicurata l’assistenza dei servizi indicati nell’articolo 6.».

Chiaro questo aspetto?? Quindi così noi completiamo l’aspetto che riguarda i soggetti processuali,

prima abbiamo visto l’ordinamento giudiziario e poi i soggetti processuali coinvolti nell’ambito del

processo penale minorile, sempre caratterizzati dall’aspetto relativo alla specializzazione: quando

parlo di soggetti processuali mi riferisco non soltanto agli assistenti sociali ma mi riferisco anche

alla polizia giudiziaria che è un soggetto processuale, mi riferisco al difensore per i minorenni che è

un altro soggetto processuale coinvolto nell’ambito del processo penale minorile. Con questo

abbiamo quindi completato il discorso relativo ai soggetti processuali.

Oggi invece ci dobbiamo occupare di un altro tema che riguarda fondamentalmente i principi su cui

si basa l’intero impianto del processo riformato, quello che noi studieremo con il DPR 448/88;

fin’ora abbiamo guardato all’ordinamento giudiziario ed ai soggetti (cioè chi fa cosa), mentre da

questo momento, prima di addentrarci nei diversi istituti che caratterizzano il processo penale

minorile, dobbiamo fare un discorso di carattere generale riguardante i principi. A questo proposito

va detto che la legge delega 81/1987, cioè la legge con la quale è stato emanato il DPR 448/88

che ha riformato il processo penale minorile, all’art. 3 espressamente sancisce quella logica di

sussidiarietà del procedimento minorile rispetto al procedimento ordinario (quello previsto a carico

degli adulti), quella logica di sussidiarietà che noi abbiamo già riscontrato nell’art. 1 del DPR

448/88, dove espressamente si dice che per tutto quanto, non espressamente indicato dal DPR

448/88, vedete «Nel procedimento a carico di minorenni si osservano le disposizioni del presente

decreto e, per quanto da esse non previsto, quelle del codice di procedura penale», cioè si fa il

rinvio (ecco la logica di sussidiarietà!!), a completamento del codice del DPR 448/88, alle regole

del DPR 447, quindi del codice di procedura penale. Attenzione! L’abbiamo già detto, questa logica

di sussidiarietà è subordinata ad un duplice criterio di adeguamento e cioè, intanto si può fare

richiamo alle norme di carattere generale del codice di procedura penale a condizione che esse

vengano adeguate a:

a) personalità del minorenne;

b) esigenze educative del minorenne.

Infatti questa norma, cioè l’art 1, trae spunto proprio, attua (meglio!) l’art. 3 della legge delega

81/87, là dove si dice «Il governo della Repubblica è delegato a disciplinare il processo a carico di

imputati minorenni al momento della commissione del reato secondo i principi generali del nuovo

processo penale (cioè i principi di stampo accusatorio) con le modificazioni e integrazioni imposte

dalle particolari condizioni psicologiche del minore, dalla sua maturità e dalle esigenze della sua

educazione.», chiaro? Quindi dal punto di vista sistematico noi partiamo dall’art. 3 della legge

delega 81/87 che ritroviamo nell’art. 1 del DPR 448/88 e poi la ritroveremo nelle varie norme che

andremo ad esaminare.

Prima ancora però di passare ad esaminare quelli che sono i principi che ispirano la riforma del

processo penale minorile e quindi il DPR 448/88, bisogna sottolineare che esistono due

convenzioni internazionali alle quali il legislatore dell’87 ha inteso adeguarsi: cioè come mai è stato

introdotto il processo di stampo accusatorio anche nel rito minorile e come mai le garanzie nei

confronti del minorenne sono state potenziate… Perché!?? Perché il legislatore dell’87 nella legge

delega, e quindi poi nella legge di attuazione dell’88, ha inteso adeguarsi a due convenzioni

internazionali molto importanti che sono le Regole minime per l’amministrazione della giustizia

minorile, le cosiddette Regole di Pechino, che sono state approvate dal sesto Congresso delle

Nazioni Unite nel 1985 (naturalmente questa convenzione è stata sottoscritta dall’Italia), ed ancora

la Raccomandazione 20/1981 (sto parlando di un provvedimento, avete fatto l’esame di diritto

internazionale?) E’ un provvedimento emanato dal Consiglio d’Europa, quindi la Raccomandazione

di Strasburgo 20/1987 (quella dell’81 è la legge delega!), Raccomandazione del Consiglio

d’Europa sulle reazioni sociali alla delinquenza minorile, Raccomandazione che venne approvata

dal Comitato dei Ministri il 17 settembre 1987. Vi leggo testualmente il preambolo di questa

Raccomandazione: «Il sistema penale dei minori deve continuare a caratterizzarsi per il suo

obiettivo di educazione e di inserimento sociale e che in conseguenza deve, nei limiti del possibile,

sopprimere la carcerazione dei minori», questo cosa vuol dire? Vuol dire che il carcere deve

essere l’estremo rimedio. Ora, da questi due provvedimenti, e cioè dalle Regole minime per

l’amministrazione della giustizia minorile e dalla Raccomandazione 20/87, il legislatore italiano ha

dovuto mutuare tre principi fondamentali, cioè da questi documenti, sostanzialmente, si evincono

tre criteri generali ai quali doveva ispirarsi il legislatore italiano nel dare attuazione a questi trattati

internazionali:

1. Garantire la presenza di un apparato ordinamentale (quindi un apparato giudiziario)

composto da organi specializzati (e non speciali!!), a vario titolo coinvolti nel processo

penale minorile. Ripeto: il primo criterio guida che si evince da questi trattati internazionali

ai quali doveva ispirarsi il legislatore italiano era quello di garantire la presenza di un

apparato di organi specializzati, a qualsiasi titolo coinvolti; ed è infondo quello che abbiamo

già visualizzato e a cui in parte, se vogliamo, già rispondeva il legislatore italiano perché già

il RD del 1934 aveva pensato ad un tribunale per i minorenni, ad un organismo ad hoc

destinato a giudicare i soggetti minori di età. Quindi specializzazione dell’apparato

ordinamentale destinato ad entrare in contatto con la realtà della devianza minorile.

2. Potenziare, rafforzare le garanzie processuali nei confronti dei soggetti minori di età. Che

significa? Un po’ l’abbiamo anticipato se vogliamo questo discorso: soggetto minore di età,

garanzie del sistema accusatorio (il sistema accusatorio è già per definizione garantista).

Nel procedimento per gli adulti esistono una serie di garanzie, nel procedimento minorile

quelle garanzie devono essere potenziate, cioè devono avere un quid pluris proprio per

adeguare ogni provvedimento alle esigenze educative del minore deviante: quindi ci deve

essere un apporto ulteriore, pensate concretamente a quest’assistenza dei servizi sociali,

la vedremo anche come assistenza affettiva e psicologica dei genitori, la vedremo anche

come presenza specializzata dei difensori. Cioè potenziare le garanzie significa creare un

sistema ed un apporto che permetta al minore di affrontare il processo e di comprenderne

la valenza educativa ed i contenuti. In attuazione di questo principio, possiamo ricordare il

secondo comma dell’art. 1 del DPR 448/88, dove, se lo leggiamo insieme ve ne renderete

conto, si dice che «Il giudice illustra all’imputato il significato delle attività processuali che si

svolgono in sua presenza nonché il contenuto e le ragioni anche etico-sociali delle

decisioni.», cioè viene attribuito al giudice, durante il processo, nel momento in cui entra in

contatto e quindi si relaziona al minorenne imputato, il giudice ha l’obbligo di spiegare,

quindi di rendere sostanzialmente intelligibile, comprensibile al soggetto minore di età il

contenuto di quelle che sono le attività processuali che si svolgono, perché sono svolte in

suo favore, cioè sono tese al recupero, alla rieducazione. E pensate quanto era importante

questo potenziamento di garanzie nei confronti del soggetto minore di età che il legislatore

lo fa, lo rende proprio una bandiera nel senso che al primo articolo del DPR 448/88 impone

al giudice di spiegare, per rendere educativo l’intervento, il significato dell’attività

processuale che si svolge. Chiaro!? Quindi ripeto: il primo punto è l’aspetto legato, che

viene dai trattati internazionali, legato alla specializzazione di tutti gli organi. Il secondo

punto è legato al potenziamento di garanzie, che si estrinseca, perché i principi voi dovete

immaginare che sono sempre poi applicati nelle varie norme, quindi questo aspetto legato

al potenziamento delle garanzie si esprime in tanti aspetti: in quello della specializzazione

di coloro che interagiscono con il soggetto minore di età; l’abbiamo visto la scorsa volta

quando abbiamo detto del difensore specializzato; lo vedremo quando noteremo l’aspetto

legato all’assistenza {raga dice una parola che finisce con –psicologica, riferita

all’assistenza… boooo… min 58:00} garantita dalla presenza dei genitori (mica è prevista la

presenza dei genitori nel procedimento ordinario); l’abbiamo appena vista con riferimento

alla presenza dei servizi sociali, un potenziamento di garanzie (i servizi sociali sono

presenti e prendono in carico il minore); lo vedremo anche nella funzione svolta dal giudice

che garantisce evidentemente la spiegazione dei contenuti di quella che è l’attività

processuale svolta in favore del soggetto minore di età.

3. L’ultimo dei criteri ai quali si deve ispirare, o avrebbe dovuto ispirarsi, il processo penale

minorile riformato è sicuramente quello più nuovo, quello più, diciamo, inedito ed è

rappresentato dalla necessità di introdurre (necessità che, ripeto, proviene dai trattati

internazionali, perché qui sto indicando i tre criteri di fondo che promanano dai trattati

internazionali, in particolare dalle Regole di Pechino e dalla Raccomandazione 20/87 di

Strasburgo)… Terzo criterio fondamentale è la necessità di inserire nel processo penale

minorile interventi «di diverso», cioè misure alternative alla detenzione, istituti vale dire che

attraverso percorsi alternativi, diversificati per così dire, tendano al recupero ed alla

risocializzazione del soggetto minore di età. In altre parole, nell’ambito delle garanzie

internazionali si favorisce l’introduzione di strumenti cosiddetti «di diverso», cioè strumenti

attraverso i quali si percorrono vie alternative alla detenzione, sostanzialmente, e che siano

funzionali, strumentali al recupero del minore deviante: lo vedremo attuato questo principio

con l’art. 27 del DPR 448/88 con l’istituto dell’irrilevanza del fatto e con la messa alla prova

disciplinata dall’art. 28.

Quindi ripeto i tre criteri: il primo specializzazione degli organi, il secondo potenziamento delle

garanzie processuali in favore del minore, terzo ed ultimo introduzione di strumenti «di diverso»,

strumenti alternativi alla pena detentiva tesi al recupero ed alla risocializzazione.

Ora: il legislatore italiano che cosa ha fatto? Ha preso questi principi, ai quali già avendo

sottoscritto questi trattati internazionali si era preso l’impegno di adeguarsi, e li ha trasfusi in una

serie di istituti che noi andremo ad analizzare in questo corso. Diciamo che, analizzando questi

istituti, noi possiamo meglio puntualizzare tre principi fondamentali su cui si fonda il processo

penale minorile italiano che, pensate ragazzi veramente, è preso oggi ad esempio da una serie di

ordinamenti, nel senso che viene considerato uno dei provvedimenti normativi più moderni, più

attenti alle esigenze educative del minore deviante: pensate, ora non lo dico per vanità, ma io

andrò in Spagna lunedì, quando non farò lezione, ad illustrare il nostro processo per la Comunità

Europea nella comunità Catalana dove devono adottare un nuovo sistema e stanno cercando di

fare un confronto tra i vari sistemi europei per vedere quelli più moderni e più attuali tesi al

recupero ed alla risocializzazione. Quindi il nostro sistema viene considerato tra i più moderni e

soprattutto le ricerche di diritto applicato hanno dimostrato che sta funzionando al punto che viene

preso ad esempio da altri stati europei che si stanno adeguando alla legislazione più moderna,

specie per questi interventi «di diverso», per questi interventi alternativi al carcere. Va bene!!!

Quali sono i tre principi fondamentali ai quali si uniforma il nostro DPR 448/88: quelli che vi ho

elencato fin’ora erano quelli che provenivano dai trattai internazionali, come sono stati, diciamo,

recepiti dal punto di vista del nostro sistema. Possiamo dire, guardando agli istituti che poi

analizzeremo nei dettagli durante questo corso, che il primo dei principi fondamentali del processo

penale minorile è il principio di minima offensività: cosa significa principio di minima offensività

del processo penale minorile!?? Significa che (fate attenzione!!) il processo deve essere evitato

tutte le volte in cui, piuttosto che essere un evento rieducativo e responsabilizzante per il minore

deviante, rischia di trasformarsi in un trauma. Mi spiego meglio: i processi inutili si devono evitare!!!

Ora guardate ad un processo penale dal punto di vista, cioè con gli occhi, di un soggetto minore di

età: vedere un giudice, una corte, un sistema che si “mobilita” per un soggetto minore di età che

non è un criminale incallito, può (non è che deve necessariamente) diventare un trauma. Allora

questo principio di minima offensività è un principio secondo il quale tutte le volte in cui al cospetto

di reati cosiddetti «vagasellari» {raga io ho capito così, ma non ne sono sicura… min 1:04:40}, cioè

reati di scarso allarme sociale nei confronti dei quali non è necessario celebrare un processo vero

e proprio, nel senso che è un processo “inutile”, cioè che non conseguirebbe gli effetti sperati ma

addirittura potrebbe invertire l’obiettivo, nel senso che piuttosto che rieducare o recuperare

potrebbe avere un effetto marginalizzante (o emarginante) nei confronti del minore, destabilizzante

nei confronti del minore: per cui, secondo il principio di minima offensività del processo penale

minorile, se non è necessario quel processo, si devono inventare delle formule di rapida fuoriuscita

del minore del circuito penale, specie se ci si trova al cospetto dei reati «vagasellari» (si dicono

«reati di topolino» tecnicamente). Per dare attuazione a questo principio di minima offensività è

stato introdotto l’istituto della sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto

(l’analizzeremo in futuro): quello che dovete ricordare è che è uno strumento attraverso il quale si

vuole garantire la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto previsto dall’art. 27

del DPR 448/88, diciamo che è uno strumento attraverso il quale si vuole garantire la rapida

fuoriuscita del minore dal circuito penale. Vi ripeto: primo principio fondamentale è il principio della

minima offensività del processo penale minorile, il processo deve essere evitato tutte le volte in cui

è sostanzialmente inutile, anzi addirittura pregiudizievole per lo sviluppo del minore deviante.

L’altro principio fondamentale è il principio di adeguatezza alle esigenze educative del minore

deviante: significa che ogni intervento che si assume nell’ambito del processo penale minorile

deve essere strumentale, funzionale a salvaguardare in un primo luogo la funzione educativa del

processo, quindi deve essere teso ogni intervento non alla punizione ma all’educazione, non

all’abbandono ma al recupero, non all’emarginazione ma alla risocializzazione. Quindi altro

principio fondamentale, accanto a quello di minima offensività, è il principio di adeguatezza alle

esigenze educative del minore deviante, vale a dire che ogni istituto deve essere mirato,

funzionale a far sì che il processo diventi un’occasione di recupero, di crescita, di maturazione, di

responsabilizzazione, deve essere un imput sostanzialmente, lo dobbiamo trasformare, non lo

dobbiamo vedere un processo per punire, ma deve essere un processo per recuperare: quindi

deve essere un imput nel senso di responsabilizzare. Ragazzi state attenti!! Non significa “…

facciamo il processo e perdoniamo…”, perché quello non serve, nel senso che “la passa liscia…”,

non è questo il messaggio: il messaggio è imput educativo, imput responsabilizzante, che cosa

significa “responsabilizzante”o “responsabilizzare”?? Significa far prendere atto, far prendere

coscienza dell’antigiuridicità del fatto e dell’occasione che, attraverso il processo, si intende offrire

al minore; naturalmente c’è il minore che la saprà cogliere quell’occasione di recupero che ne

verrà fuori premiato, l’irrilevanza del fatto, la messa alla prova saranno dei veri e propri premi che

permetteranno al minorenne di reinserirsi socialmente, ma se il minore non risponde positivamente

a questi imput, naturalmente il carcere diventa l’estrema soluzione, quella irreversibile. Però

l’obbiettivo primario deve sicuramente essere quello di tentare il recupero e la risocializzazione, e

quindi il processo come occasione di crescita e di recupero del minore deviante.

Terzo ed ultimo principio fondamentale è quello di evitare la pigmatizzazione penale (la

pigmatizzazione sarebbe l’etichettamento negativo) del soggetto minore di età, ovvero

l’emarginazione, l’etichettamento negativo… Cosa vuol dire? Si deve evitare che il soggetto minore

di età, subendo un processo che nella sostanza è “inutile” (è collegato con la minima offensività),

piuttosto che essere l’autore diventi la vittima del processo stesso, è chiaro il discorso?

“Etichettamento negativo” significa evitare di bollare, marchiare a vita il minorenne con un

processo che poi alla fine si risolve in una bolla di acqua&sapone, specie se è un processo

evidentemente che si poteva evitare e dal quale si poteva fuoriuscire attraverso un intervento

alternativo, attraverso l’intervento di diversion. Ed allora il principio di evitare la pigmentazione

penale del soggetto minore di età si collega con quello della minima offensività del processo

perché riguarda il soggetto minore di età dal punto di vista della sua identità individuale e sociale

che deve essere posta a riparo, il più possibile, dai processi di auto e di etero svalutazione: cioè si

deve evitare sostanzialmente che il minore venga marchiato a vita come se fosse un criminale;

pensate il motivo per il quale è vietato pubblicare gli atti e le immagini dei soggetti minori di età,

esiste tutta una disciplina (che noi andremo a studiare) che è il divieto di pubblicazione delle

immagini che è disciplinato dall’art. 13 del DPR 448/88, che salvaguarda la persona del minore,

quindi la sua immagine; pensate allo stesso divieto di svolgere l’udienza pubblicamente, è un

modo attraverso il quale si vuole evitare questa pigmatizzazione penale, quest’etichettamento

negativo, cioè che “quello sia additato…” per così dire, perché può essere controproducente non

soltanto sul piano individuale, cioè pensate a tutti gli effetti proprio di depressioni legati ad una

coscienza di sé sminuita, e poi pensate naturalmente al processo di auto e di etero svalutazione

legata proprio agli effetti che gli altri possono avere dal punto di vista proprio dell’emarginazione

nei confronti del soggetto minore di età.

LEZIONE DIRITTO PENALE MINORILE 28.10.2009

Oggi dobbiamo completare la parte delle disposizioni generali che rappresentano il capo primo

relativo ai DPR 448/88, avevamo gia accennato alla disciplina dell’art. 8 cioè la disciplina che

riguarda l’accertamento sull’età del minorenne vi ricordate quando abbiamo affrontato il tema

dell’IMPUTABILITA’,che evidentemente difetta per i minori degli anni 14 e abbiamo anche aggiunto

a quel proposito che quando vi sono dei dubbi in ordine all’età del minorenne il giudice può

disporre una perizia finalizzata ad accertare l’età, se il dubbio permane prevale il principio del

“favor rei” per il quale o secondo il quale il soggetto è presunto minore degli anni 14 e quindi non è

imputabile. La logica che dovete tenere sempre a mente è il principio fondamentale che governa

questi istituti cioè il principio del favor rei ,se rimane il dubbio nel dubbio si propende verso una

decisione più favorevole alla posizione del soggetto imputato e quindi nel caso di specie si

propende verso la sussistenza del difetto di imputabilità che è una forma di fuoriuscita

sostanzialmente dal circuito penale.

Passiamo all’art. 9 che è una delle norme cardine del DPR 448/88 abbiamo più volte fatto

menzione questa norma è intitolata: “accertamenti sulla personalità del minorenne”. Perché è

importante? be pensate subito che il primo articolo del DPR 448/88 l’art 1 fa proprio riferimento alla

personalità del minorenne come criterio di adattamento di quella disciplina generale del codice di

procedura penale che viene richiamata,per quella logica di sussidiarietà, tutte le volte in cui

determinati istituti non sono espressamente disciplinati dal DPR 448/88 mi spiego meglio. L’art. 1

che fa ingresso nel processo penale minorile che enuncia i principi generali dice per tutto quanto

non espressamente disciplinato da questo DPR occorre fare riferimento al codice di procedura

penale si parla di principio di sussidiarietà qui spiega attenzione con un doppio criterio di

adattamento a che cosa in primis alla personalità del minorenne e in secondo alle esigenze

educative del minorenne. Che significa quindi fare riferimento alla personalità del minorenne ?qual

è la logica che guida questo criterio? la logica è quella secondo la quale la personalità di un

soggetto minore di età non è evoluta al pari di quella di un soggetto adulto cioè si tratta di una

personalità in fieri,in via di formazione nei confronti della quale lo stesso processo deve

rappresentare un’occasione di crescita e di sviluppo di stimolo per far maturare questa personalità

ed è per questo che l’art. 9 che appunto esamina gli accertamenti sulla personalità dei minorenni è

una norma cardine perché per il giudice è fondamentale comprendere lo stadio evolutivo di questa

personalità cioè inquadrare il soggetto minore di età quindi contestualizzarlo nel suo abitat nel suo

ambiente di vita personale, famigliare, culturale, relazionale, sociale perché questo qual è la ratio?

perché ogni intervento che deve essere adottato nell’ambito del processo penale minorile deve

essere adeguato alle esigenze educative del minore deviante l’abbiamo visto la volta scorsa

principio fondamentale di adeguatezza alle esigenze educative del minore deviante cio significa

che questa famosa legge di 41 il giudice può il giudice è titolare di un potere ampiamente

discrezionale che rappresenta una manifestazione della importanza di far si che ogni

provvedimento adottato nell’ambito del sistema penale minorile sia plasmato a misura del minore

deviante cioè sia adattato a quelli che sono i suoi bisogni educativi. Chi è competente a svolgere

questi accertamenti sulla personalità del minorenne cioè a conoscere il minorenne. Il giudice può

farlo ha già un background tale da poterlo fare però talvolta non è sufficiente il bagaglio culturale

che consente al giudice di effettuare queste valutazioni lo potrà fare attraverso un interrogatorio ,

vedendo la persona del minore sulla scorta della sua esperienza tuttavia come abbiamo detto la

volta scorsa sicuramente un primo impatto importante nei confronti della persona del minore è

quello che compete agli assistenti sociali cioè i servizi minorili che abbiamo inquadrato la volta

scorsa e la cui disciplina è prevista all’art. 6.

i servizi minorili che possono essere sia i servizi ministeriali che degli enti locali svolgono un

doppio livello di indagine esiste infatti ai fini dell’accertamento della personalità del minorenne la

cosiddetta inchiesta di base. L’inchiesta di base badate è imprescindibile cioè è un elemento

essenziale e in molti casi potrebbe essere anche l’unica che viene svolta nei confronti del soggetto

minore di età perché potrebbe essere sufficiente il panorama di conoscenze fornite in un apposita

relazione che si definisce appunto inchiesta di base messa per iscritto dai servizi minorili i quali

descrivono e trasmettono al giudice questa relazione in ordine al contesto in cui il minorenne vive

quindi individuale, sociale, culturale e famigliare, quindi in ordine alle sue risorse e a quelle che lo

stesso ambiente circostante offrono pensate alla scuola alle associazioni socialmente impegnate

ai contesi sportivi che in un determinato ambiente esistono. Quando però in giudice non fosse in

grado di decidere sulla persona del minore sulla base di questa inchiesta fornita dai servizi minorili

il giudice secondo l’art. 9 può avvalersi anche di un parere svolto dagli esperti che sono gli

psicologi, gli psichiatri esperti proprio in psicologia dell’età evolutiva i quali vengono interpellati

tutte le volte in cui sarà necessario innanzitutto valutare la capacità di intendere e di volere con

riferimento al momento della commissione del reato voi ricorderete bene che l’imputabilità per i

minori degli anni 18 e maggiori degli anni 14 deve essere valutata di volta in volta nelle singole

fattispecie quindi il giudice potrebbe avvalersi del parere degli esperti innanzitutto per valutare

l’imputabilità che è il presupposto essenziale per l’applicazione di un eventuale sanzione penale e

quindi l’impostazione di un intero processo a carico di un soggetto. Attenzione gli accertamenti

sulla personalità del minorenne possono essere funzionali innanzitutto a valutare la sussistenza

dell’imputabilità che è il primo passo ma possono essere funzionali anche nelle fasi successive

cioè ci sono tanti istituti pei i quali approfondire, leggere in maniera attenta nella personalità del

minorenne può essere essenziale proprio ai fini dell’intervento pensate all’art. 28 e all’istituto della

messa alla prova, pensate e lo vedremo a una serie di provvedimenti speciali per i quali occorre

valutare il grado di maturità, pensate alla valutazione della capacità a delinquere ai fini della

determinazione della pena. Cioè questi accertamenti sulla personalità sono fondamentali non solo

ai fini del punto di partenza cioè dell’accertamento della sussistenza dell’imputabilità ma anche per

le fasi successive vale a dire per l’adozione di una serie di istituti come l’art. 28 come l’irrilevanza

del fatto siti a vantare il processo evolutivo sostanzialmente che attraverso determinati istituti si

può realizzare . quindi in quel caso il giudice si avvale di esperti per comprendere la capacità a

delinquere del reo cioè la verifica in ordine alla presa d’atto dell’anti giuridicità del fatto commesso

all’eventuale volontà di retipiscenza in ordine allo stesso ovvero se è al contrario talmente radicata

la conoscenza criminale da non lasciare alcuno spazio di recupero e in questo caso le valutazioni

non possono che essere fatte dagli esperti. Tenete presente e lo vedrete quando poi chiuderete

procedura penale che nell’ambito del procedimento ordinario cioè a carico degli adulti è vietata la

perizia criminologica cioè non può essere fatta un indagine per vedere la personalità dell’imputato

il legislatore in altre parole nel momento in cui viene violata una norma penale non si preoccupa

perché così deve essere di valutare il livello di maturità della persona a differenza di quanto

accade nell’ambito del procedimento minorile dove invece è proprio una norma cardine non a caso

la collocazione sistematica è significativa la norma di cui all’art. 9 è proprio prevista nell’ambito

delle disposizioni generali significa che ogni volta è imprescindibile il riferimento alla personalità del

minorenne. E ripeto è fatto a doppio livello potrebbe essere sufficiente dal punto di vista delle

informazioni acquisite sulla persona del minore l’inchiesta base fornita dai servizi minorili potrebbe

non essere sufficiente e in quel caso il giudice delega un perito esperto il cui nominativo deve

essere desunto da un apposito elenco di esperti consulenti tecnici persone specializzate che siano

iscritte in un apposito elenco depositato naturalmente presso il tribunale dei minorenni come

esperti nell’ambito della psicologia e psichiatria infantile e tutte le volte questo è importantissimo

perché è lo stesso criterio che vale per procedura penale tutte le volte in cui il giudice si debba

avvalere di un esperto che non sia indicato nell’apposito elenco custodito dal tribunale quindi che

non sia inscritto in questo elenco dovrà motivare, un'altra garanzia la motivazione, la ragione per la

quale ha scelto una persona non indicata in quel elenco è importante questo naturalmente io ho

fatto riferimento al giudice tuttavia vi dico subito gli accertamenti sulla personalità del minorenne

possono essere anche disposti tecnicamente cioè acquisiti dal pubblico ministero cioè anche il PM

può nominare un proprio consulente tecnico fate attenzione ho parlato di perito quando ho parlato

del giudice questo è procedura penale consulente tecnico con riferimento al perito di parte cioè la

persona è sempre quella dell’esperto quindi una persona laureata in psicologia, pedagogia,

antropologia criminale e quant’altro però è importante sottolineare questo aspetto chi è il perito è

colui che valuta tecnicamente cioè fa una valutazione diciamo scientifica sulla personalità del

minorenne se viene nominato dal giudice si parla di perito se viene nominato dalla parte si parla di

consulente tecnico. A questo proposito mi piace per completezza sottolineare che il giudice rimane

peritus peritorum che significa che non è mai comunque vincolato alla valutazione espressa dal

perito nel senso che non può essere condizionato subordinato alla valutazione del perito rimane il

giudice unico titolare della decisone finale però attenzione neanche può ignorare completamente

la perizia cioè se una perizia è per il difetto di imputabilità non può sovvertirla completamente

senza motivarla. Quindi diremo che la perizia come la consulenza tecnica rappresentano dei pareri

espresse da persone tecnicamente competenti evidentemente titolari di una competenza

diversificata rispetto a quella del giudice della quale il giudice si avvale ogni qual volta deve

assumere una determinata decisione tuttavia proprio per sottolineare che il potere di iusdicere è il

potere che spetta esclusivamente al giudice si dice che il giudice è peritus peritorum nel seno che

rimane l’unico giudice e non è condizionato dall’esito della perizia sempre che badate debba

motivare le ragioni tecnico giuridiche per le quali si è dissociato a preso le distanze rispetto al

parere espresso dal perito. Perché uno potrebbe dire ma il perito può essere un perito che esprime

una valutazione di parte pensate proprio a un consulente tecnico e allora nella valutazione del

giudice il giudice rimane comunque l’unico titolare del potere di iusdicere. Per poter però garantire

questa trasparenza nella decisione del giudice che eventualmente dissente dalle indicazioni

espresse dal perito la garanzia consiste nel fatto che il giudice deve sempre motivare cioè

giustificare spiegare le ragioni per le quali eventualmente ha aderito al parere espresso dal perito

e in quel caso ci sarebbero tutte perché ovviamente io mi affido ad un tecnico e quindi

probabilmente perché prendo atto che non sono competente in una determinata materia. Se

invece dissente dal parere del perito può fare un’altra richiesta di perizia le vediamo nei processi

quotidianamente se non è convinto del primo parere può chiederne un altro oppure può dissentire

dal parere tecnico espresso dal perito dovendo però spiegare le ragioni che giustifichino il proprio

dissenso dall’esito della perizia. Leggiamo insieme l’art. 9 il pubblico ministero e il giudice

acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali famigliari sociali e ambientali del

minorenne al fine di accertare l’imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale

del fatto non che disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili.

Come vedete perché è importante questa norma perché non si limita a guardare all’aspetto

esclusivamente punitivo cioè all’accertamento dell’imputabilità che è il primo punto ma va oltre e

sottolinea ed evidenzia l’aspetto educativo perché bisogna attentamente valutare le risorse

addirittura l’impatto che dal punto di vista sociale la offensività che dal punto di vista sociale ha

avuto l’offesa arrecata(concetto poco chiaro 20.35) quindi per valutare la percezione

dell’antigiuridicità del fatto non solo diciamo recepita dallo stesso imputato ma altresì dal contesto

pensate proprio alla persona offesa dal reato come ha recepito l’offesa ricevuta. Difatti poi il

secondo comma per ampliare il raggio di azione di questi accertamenti prevede che agli stessi fini

il pubblico ministero e il giudice possono assumere informazioni da persone che abbiano avuto

rapporti con il minorenne sentire il parere di esperti anche senza alcuna formalità. È importante

che le persone che hanno avuto relazioni con il minorenne possono essere tutti i contesti pensate

ad un maestro di scuola a un professore di scola meglio perché siamo alle scuole medie per

vedere se conosce il ragazzo cioè non è che devono essere necessariamente gli psicologi ad

analizzare la personalità è il contesto quello che interessa come obiettivo conoscitivo oppure

pensate al ragazzino che fa il garzone presso una officina si sentirà il titolare dell’officina per capire

le dinamiche personali del ragazzo è tutto molto attento e circoscritto all’ambiente in cui il ragazzo

vive. Questa norma è importantissima ragazzi la troverete citata sempre perché è proprio un

riferimento pulsante (21.52 qui c’è una domanda di un alunno con la risposta della professoressa

che ripete il concetto 24.45facendo una breve digressione). passiamo all’art successivo. sempre

nell’ambito dei criteri delle disposizioni generali un'altra norma molto importante è quella prevista

dall’art. 10 il titolo è inammissibilità dell’azione civile. Chi di voi ha fatto diritto civile o basta diritto

privato sa che o diritto penale ci sono tanti collegamenti sa che ai sensi dell’art 185 codice penale

quando da un fatto penalmente rilevante deriva un danno patrimonialmente quantificabile il

soggetto ha diritto ad essere risarcito questo è il principio facciamo un passo in dietro, Ogni danno

derivante, lo dice l’art 185 codice penale , da un fatto penalmente rilevante cioè da un reato è

suscettibile di essere patrimonialmente risarcito ovvero restituito in forma integrale. Questo è un

principio fondamentale che consente sostanzialmente anche nell’ambito in generale del processo

penale di vedere esercitata l’azione risarcitoria ovvero restitutoria cioè esercitata la cosiddetta

azione civile nell’ambito del processo penale. Perché esiste un collegamento tra il fatto

penalmente rilevante e il danno che ne è derivato in altre parole secondo il principio generale è

possibile che nell’ambito del processo penale instaurato per accertare la sussistenza del fatto

penalmente rilevante e l’attribuibilità di quel fatto all’imputato è possibile che all’interno di questo

processo penale sia innestata anche l’azione eventuale civile cioè l’azione tesa a ottenere il

risarcimento del danno derivante dal reato questo nel procedimento ordinario lo studierete in

procedura penale. Nel processo penale minorile questo non è consentito cioè ai sensi dell’art. 10

del DPR 448/88 nel procedimento penale davanti al tribunale per i minorenni non è ammesso

l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato.

Perché e che significa. Prima di tutto vi dico che non significa che se un soggetto riceve un danno

derivante da un reato commesso da un minorenne non potrà esercitare l’azione civile per niente

non è possibile esercitarla nella sede del tribunale per i minorenni nel procedimento che si svolge

a carico del minorenne ma ciò non toglie che possa essere esercitata anzi che sicuramente sarà

esercitata nella sede opportuna cioè dinanzi al giudice civile nei confronti dei genitori che sono

coloro i quali sono civilmente responsabili nei confronti delle azioni e i danni cagionati dai figli però

attenzione l’art. 10 rappresenta una precisa scelta che il legislatore ha fatto quella cioè di inibire

l’esercizio dell’azione civile nell’ambito del procedimento nei confronti del soggetto minore di età

per sgombrare il campo cioè per lasciare spazio esclusivamente alla persona del minorenne ai

bisogni educativi del minorenne. In altre parole questa scelta che il legislatore fa che esclude la

possibilità di avanzare l’azione risarcitoria la pretesa risarcitoria nell’ambito del procedimento a

carico dei minorenni dinanzi al tribunale per i minorenni ha il preciso scopo di garantire che il

processo soddisfi i bisogni educativi della persona del minore cioè garantire la centralità del

minorenne e di far si che gli interventi siano studiati per il recupero e la rieducazione. Vi

immaginate che cosa sarebbe successo nel processo penale minorile se fosse stata avanzata o

legittimata la pretesa risarcitoria sarebbe stato un processo finalizzato a quantificare il danno a

dimostrare a tutti i costi la responsabilità penale del minorenne a condannarlo perché con la

condanna penale avrebbe avuto anche la condanna al risarcimento e alla restituzione. Invece il

legislatore fa una scelta diversa, che è in linea con la funzione del processo penale minorile, cioè

quello di rieducazione, senza però escludere a tutti i costi l’azione civile. Cioè è inibita l’azione

civile nel processo penale minorile, ciò non toglie che la persona offesa dal reato potrà avanzare la

sua pretesa risarcitoria dinanzi al giudice competente ordinario, cioè il giudice civile, e per una

logica di responsabilità civile la avanzerà nei confronti dei genitori del minore. Per questa stessa

logica, la sentenza deliberata dal giudice penale minorile non farà stato, cioè non avrà efficacia

vincolante di giudicato nel processo civile. Se per esempio un minorenne viene prosciolto nel

processo penale minorile, perché il reato è estinto per esito positivo procedimento della messa alla

prova oppure a seguito di perdono giudiziale, o per irrilevanza del fatto, questo costituirebbe ai fini

della pretesa risarcitoria un grossissimo pregiudizio. Se quella sentenza del giudice minorile

avesse efficacia di giudicato, cioè diventerebbe intangibile nel processo ordinario, significherebbe

che la perdona che chiede il risarcimento del danno non avrebbe diritto a nulla. Per evitare che ci

sia una logica di pregiudizialità tra una decisone e l’altra il legislatore al secondo comma dell’art.

10 prevede che la sentenza penale non ha efficacia di giudicato, cioè crea uno stato irreversibile

per quanto riguarda l’accertamento del fatto, alla responsabilità penale e all’attribuzione del fatto

all’imputato. Quindi per evitare un condizionamento il legislatore ha statuito che la sentenza penale

non ha efficacia di giudicato nel giudizio civile per le restituzioni e il risarcimento del danno

cagionato dal reato. Il che significa che i due processi corrono su due binari separati e paralleli,

incondizionatamente l’uno dall’altro. Non è possibile addurre l’eventuale decisione assunta in sede

penale per condizionare l’esito del processo civile. È una garanzia confermata anche dal comma 3

che dice che non può essere riconosciuta la sentenza penale straniera per conseguire la

restituzione e il risarcimento del danno. I difensori non specializzati nel diritto penale minorile molto

spesso arrivano all’udienza del giudizio penale minorile e chiedono di costituirsi parte civile, oppure

chiedono il patteggiamento, cosa che non è ammessa.

Abbiamo detto che il soggetto minore d’età è titolare di una personalità in via di formazione che ha

bisogno di una particolare attenzione, di un’assistenza non solo legale ma anche affettiva e

psicologica, in parte svolto dai servizi sociali minorili ( art 6 DPR 448 collegato all’art 12 comma 2).

Però un soggetto minore non può essere coinvolto in un processo prescindendo dalla sua famiglia

di appartenenza. Ai sensi dell’art. 12, quindi, si prevede come garanzia all’imputato minore d’età in

ogni stato e grado del procedimento, la presenza dei genitori. Art. 12 : l’assistenza affettiva e

psicologica all’imputato minorenne è assicurata in ogni stato e grado del procedimento dalla

presenza dei genitori, o di altra persona idonea indicata dal minorenne e ammessa dall’autorità

giudiziaria che procede. Ci sono molte situazioni in cui la causa di origine della devianza risiede

proprio nella casa familiare, quindi ci sono delle situazioni in cui non è favorevole la presenza dei

genitori, anzi è addirittura pregiudizievole. Per esempio nei resti di associazione di stampo mafioso

in cui vige l’omertà, il padre può intimare al figlio di esercitare il suo diritto al silenzio, quando

invece il figlio vorrebbe uscire da questo tunnel. Quindi per evitare questi condizionamenti il

legislatore ha previsto una deroga alla regola generale. Il minorenne potrà indicare una persona

alla quale è particolarmente legato alla polizia giudiziaria. Quindi c’è l’assistenza di tipo legale,

quella relazionale fornita dai servizi sociale, e quella molto importante di tipo affettivo. La presenza

dei genitori o di chi ne fa le veci, è garantita in ogni stato e grado del processo con lo strumento

della conoscenza, della informazione. Cioè quando c’è un provvedimento penale in grado di

influire su un soggetto minore di età, deve necessariamente essere portato a conoscenza degli

esercenti la potestà genitoriale. Quindi per garantire la presenza affettiva e psicologica prevista

dall’art 12 in ogni stato e grado del procedimento, il legislatore ha previsto che tutti gli atti destinati

al soggetto minore di età debbano essere formalmente essere portati a conoscenza dei genitori

con lo strumento delle notificazioni. Ai sensi dell’art. 7 del DPR 448/88 l’informazione di garanzia e

il decreto di fissazione di udienza devono essere notificati a pena di nullità anche all’esercente la

potestà dei genitori. Ogni udienza in cui un minorenne viene convocato in giudizio, può essere

un’udienza di convalida se il minore è stato arrestato in flagranza, o un’udienza preliminare, deve

essere notificata anche agli esercenti la potestà dei genitori. Quindi nella stessa causa arriva una

doppia notifica, una per il minore e una per gli esercenti la potestà. Questo vale per tutte le date

delle udienza anche dello stesso procedimento. Se i genitori sono presenti in aula quando

l’udienza viene rinviata, questa viene comunicata oralmente, e questa ha un valore pari a quello

della notificazione, cioè ha uno stato equipollente. L’istituto di garanzia è un istituto disciplinato

dall’art 379 del codice di procedura penale, attraverso il quale la persona sottoposta alle indagini

viene informata fin dal primo atto d’indagine al quale ha diritto di partecipare il difensore, quindi un

atto di indagine in cui sia necessaria come garanzia la presenza fisica del difensore, la persona

sottoposta alle indagini a diritto a ricevere informazione di garanzia. Questa è uno strumento utile a

portare a conoscenza a un soggetto che esiste un procedimento penale a suo carico. Le

informazioni presenti sono innanzitutto legate alle generalità della persona sottoposta alle indagini,

i fatti in ordine ai quali si sta procedendo, le norme di legge che si presumo violate, le indicazioni

riguardanti la persona offesa dal reato, ove nota, e l’invito a nominare di un difensore. Lo scopo è

quello di garantire il diritto di difesa. Subisce diverse critiche soprattutto dalla stampa, perché la si

vede quasi come una condanna, quando invece è un istituto posto a tutela del diritto di difesa, in

più a volte lo si legge prima dai giornali che dalla notificazione personale. Questo non è altro che

uno strumento conoscitivo, informativo, non una condanna anticipata, dato che viviamo in un

regime di presunzione di non colpevolezza. Esiste però, un’altra informazione che non viene

trattata dall’art. 7, che l’informazione sul diritto di difesa prevista dall’art. 379 bis. Quando è stato

introdotto il giusto processo in attuazione dell’art 111 della Cost. con la legge 60/01, è stato

introdotto anche questo istituto che si chiama informazione della persona sottoposta alle indagini

del diritto di difesa. Questo però non è stato introdotto nell’art 7, ma può essere ugualmente

applicato perché esiste l’art. 1 del DPR 448/88 che dice che per tutto quanto non previsto dal DPR

si fa rinvio al codice di procedura penale. il problema è che l’informazione del diritto di difesa non

deve essere notificata solo al minore ma anche ai genitori, al pari del 379. Quindi c’è un vuoto

normativo, anche se prescindere da quanto statuito bisognerebbe comunque applicare l’art 7

anche all’art 379 bis. Il problema però è di tipo sanzionatorio. Quindi se non viene notificata

l’informazione di garanzia, o la data di un udienza anche ai genitori si incorre nella sanzione

penale della nullità, se invece non si notifica l’informazione del diritto di difesa non si incorre nella

nullità, perché le ipotesi di nullità sono tassativamente indicate dalla legge. Questa è una tutela

monca perché l’informazione della persona sottoposta alle indagini del diritto di difesa, è una

garanzia molto importante in relazione alla possibilità di avere una difensore d’ufficio, se non

dispone di altri di propria fiducia, che deve essere pagato, insomma una serie di informazioni che

sono speculari al diritto di difesa.

La presenza dei genitori nell’aula è importante non solo per un conforto affettivo del minore, infatti

quando il ragazzo siede al banco degli imputati i genitori gli sono alle spalle, e accanto al pubblico

ministero siede l’assistente sociale, e dall’altra parte la difesa, ma ha anche altri valori. I genitori

potranno essere ascoltati dal giudice, in base all’art 9 per ricostruire il contesto familiare in cui il

minorenne vive, e per far capire quale sia l’origine della devianza, che può risiedere proprio

nell’ambiente familiare. Essi verranno ascoltati senza formalità, cioè non è necessario

l’interrogatorio formale nei confronti dei genitori, ma basterà ascoltarli. Molti istituti si reggono alla

presenza di genitori, come le misure cautelari, ad esempio le prescrizioni e l’obbligo di

permanenza in casa, che hanno carattere poco affittivo ma possono essere applicate solo nelle

famiglie normo- tipo, ma se si tratta di una famiglia disgregata non in grado di mantenere il

controllo sulle i sre cautelari inflitte si può essere costretti ad applicare altre misure cautelari più

afflittive come la permanenza in comunità. Per esempio è stato verificato che le famiglie in cui

sono presenti entrambi i genitori sono in grado di controllare l’applicazione di tali misure cautelari,

come anche la messa alla prova, mentre le famiglie mono- parentali, dove magari uno dei genitori

è in galera, non lo sono, e quindi per questo limite interno è inibita la possibilità di applicare questi

istituti. L’ultimo comma dell’art 12 fanno riferimento al pubblico ministero e al giudice che possono

portare a compimento atti per i quali è richiesta a partecipazione del minorenne senza la presenza

delle persone indicate dai commi uno e due, nell’interesse del minorenne o quando sussistano

inderogabili esigenze processuali. Se uno dei genitori del minore fanno parte di un’organizzazione

criminale, è negativa la presenza di questi soggetti. Se si deve eseguire un confronto tra il minore

e un’altra persona, o se si deve sentire il minore, paradossalmente la presenza dei genitori

potrebbe essere intimidatoria, quindi il legislatore ha previsto che il pm possa allontanare il

genitore, o anche la persona indicata come sostitutiva dei genitori. Naturalmente questa deroga

tanto può esistere in quanto ci siano delle gravi ragioni processuali, perché si ha sempre come

scopo la rieducazione del minore, come per esempio il padre/ madre implicato in un reato, con dei

procedimenti a carico. Una sentenza emanata nei confronti di un soggetto minore di età potrà

vedere i genitori come titolari del diritto ad impugnare quel provvedimento.

DIRITTO PENALE MINORILE 4 NOVEMBRE 2009

Professoressa Locaputo “L’ASOCOLTO DEL MINORE NEL PROCESSO”

Vi dico due parole su di me. Dirigo il centro di formazione professionale,in particolare dirigo il

centro di formazione professionale dei Salesiani,il “Knos” quello del Redentore .

In qualche modo nella mia crescita professionale ho sempre avuto il pallino dell’educazione dei

giovani quindi in questo contesto mi trovo bene perché da sempre ho investito la mia vita al

servizio dei giovani. Ho cercato di seguire nel mio percoso una strada che mi consentisse di

seguire quelle che erano le mie inclinazioni personali con una prospettiva lavorativa,sono un ibrido

sono un avvocato ma anche un pedagogista. Lavoro con i giovani principalmente fino ai 18 anni

cioè in obbligo scolastico, o diritto-dovere scolastico.

Proprio per questa mia deformazione ho sempre cercato di approfondire quelle tematiche che mi

permettessero di comprendere meglio i miei ragazzi per questo ho sempre curato l’aspetto

dell’ascolto nel minore nel processo; è un tema che da un lato richiama una dimensione di

carattere giuridico:l’ascolto del minore nel processo segue le regole del processo, dall’altro

coinvolge una dimensione psicologica e pedagogica che non dobbiamo tralasciare tutte le volte

che abbiamo a che fare con dei minori,con dei soggetti in formazione.

L’ascolto del minore nel processo: tutte le volte che bisogna sentire un minore nel processo si

pone il problema dello scontro-incontro tra ricerca della verità e bisogno di tutela.

Quali saranno i passaggi che faremo durante questa ora di lezione:

Proveremo a chiederci perché è importante dedicare attenzione a questo tema,perché e in quale

modo questa esigenza di ricercare la verità e di tutelare il minore hanno bisogno di essere prese in

considerazione tutte le volte che un minore passa da un processo. Una premessa in “tutte quelle

volte che un minore passa nel processo”dobbiamo far rientrare tutte quelle ipotesi in cui il minore

non è autore del reato ma deve essere sentito in un processo,civile o penale che sia,perché

testimone…

State studiando il processo penale minorile quindi sapete come l’ordinamento si piega alle

esigenze del minore tutte le volte che il minore è autore del reato,noi invece cercheremo di fare

attenzione a tutte quelle ipotesi in cui il minore non è autore del reato,quindi l’ordinamento non si

piega alle sue esigenze,ma non può prescindere dalle esigenze del minore. Proveremo quindi a

tracciare il rapporto tra il minore e il processo tutte le volte in cui è necessario ascoltare un minore

in un processo.

Nell’ulteriore passaggio proveremo a vedere le regole che presiedono le regole del minore tra

normativa e prassi perché verificheremo che tutto questo settore è caratterizzato da un vuoto

normativo,ci sono pochissime regoe che disciplinano come si ascolta il minore nel processo e

molte lacune sono state colmate dalla prassi, dalla pratica dalla sensibilità di volta in volta del

giudice della polizia.

Ultimo aspetto che lambiremo soltanto è quello della dimensione psicologica dell’ascolto, tutte le

volte che si ascolta un minore si ascolta un soggetto in formazione e quindi ci si pone il problema

di garantire un certa tutela e di non provocare danni da una parte e di capire quanto il minore sia

attendibile,quanto ci si possa fidare,quanto le dichiarazione del minore posso essere travisate o

condizionate dall’altra. Il problema dell’attendibilità del minore è un problema grave, moltissimi

procedimenti finiscono nel nulla perché il minore non è considerato attendibile perché i fatti che

racconta si rivelano falsi o travisati o condizionati.

Perché parliamo dell’ascolto del minore? Tutte le volte che un minore viene coinvolto in un

processo penale si pone da un lato l’esigenza di ricercare la verità processuale e dall’altro di

tutelare il minore in quanto soggetto in formazione. Dunque sostanzialmente nel processo

ordinario si scontrano il principio del contradditorio che caratterizza il processo penale e il diritto

alla salute del minore, entrambi diritti costituzionalmente garantiti.

Perché ci si pone il problema di tutelare un minore coinvolto in un processo? Perché

sostanzialmente gli studi di psicologia e di pedagogia hanno evidenziato che il processo,con tutte

le dinamiche legate al processo penale che è governato dalle regole della cross examination cioè

dell’esame incrociato da parte dell’accusa e della difesa, è considerato altamente ansiogeno per il

minore e quindi proprio perché ci troviamo di fronte a persone ancora in divenire, il processo è

sostanzialmente per il minore un trauma che il più possibile la collettività deve preoccuparsi di

evitare; In particolare tutta la dinamica processuale può provocare uno stress emozionale che è

considerato particolarmente grave in quanto capace di inficiare il processo di crescita del

minore,dall’altro lato poiché spesso i minori coinvolti nei processi ordinari sono anche vittime del

reato o testimoni potremmo dire qualificati del rato, pensate ai minori che hanno vissuto

maltrattamenti in famiglia,hanno visto maltrattare la propria madre o sorella o hanno assistito a

violenza sessuale o addirittura l’hanno subita.

Il problema dell’ascolto del minore pone come interrogativo il problema della vittimizzazione

secondaria, cioè il minore nel processo quando è chiamato a rievocare dei fatti a cui ha assistito o

addirittura è stato vittima, possa in qualche modo rivivere questa esperienza e rivivere l’esperienza

per un minore non liberatorio,ma provoca un processo che si dice di “ vittimizzazione secondaria”

cioè il minore nel processo è come se subisse la violenza,il reato,la situazione negativa per la

seconda volta, quindi può subire danni ancora più gravi.

L’ascolto del minore assume importanza anche perché nel processo ci posso essere delle difficoltà

del minore a rievocare il fatto delittuoso pensate all’ipotesi in cui il minore si debba trovare a

raccontare il fatto alla presenza dell’autore, è chiaro che questo può causare nel minore

suggestione,condizionamenti e quindi può inficiare la testimonianza del minore. Per tutte queste

ragioni è necessario procedere all’ascolto del minore con una serie di cautele.

Psicologia pedagogia e psicoanalisi da non molto tempo hanno avvertito la dimensione dell’ascolto

come una dimensione fondamentale del minore; se ci pensate in tutte le scuole o comunque nella

maggior parte ci sono i centri di ascolto,ci sono centri di ascolto nei consultori,esistono centri di

ascolto un po’ ovunque perché in qualche modo l’ascolto il bisogno di esprimere quello che uno

sente è considerato un bisogno primario e tutte le volte che è un minore a esprimersi in un

contesto particolare come quello processuale,il problema non è più se ascoltare il minore ma come

ascoltare il minore cioè quali sono le cautele,le strategie da utilizzare perché questo ascolto sia un

buon ascolto che aiuta il minore anche a superare il trauma subito e non lo fa un cattivo ascolto

che mina alla base la possibilità di recupero del minore; per questo motivo l’ascolto è considerato

un momento importante dalla psicologia.

Cosa significa ascoltare? Voi siete dei giuristi e sapete bene che la parola ha un senso preciso e

nel diritto le parole non vengono usate a caso,le parole sono strumento di interpretazione cioè

servono ad interpretare i fatti. Ascoltare significa udire con attenzione. Diverse norme giuridiche

prevedono la possibilità di sentire il minore sia nel diritto civile che penale.

Rispetto all’udire,l’ascoltare introduce l’attenzione come elemento di specificità. Che significa

ascoltare con attenzione? Significa sostanzialmente farsi parte attiva dell’ascolto cioè coinvolgersi

attivamente nella vita di che si ascolta cioè coinvolgersi attivamente nella vita di chi si ascolta, cioè

assumere un atteggiamento empatico. Proprio perché ci vuole una capacità particolare proprio

perché non è un semplice sentire con le orecchie ma un sentire col cuore,l’ascolto nel processo

non viene posto in essere dal giudice o da una persona qualsiasi ma tendenzialmente si cerca di

affidare l’ascolto del minore a persone competenti che generalmente sono gli psicologi infantili

perché per formazione professionale hanno una maggiore dimestichezza per entrare in sintonia col

bisogno del bambino e quindi in qualche modo di mettersi nei panni del bambino.

Il minore può essere coinvolto per diversi motivi nella dinamica processuale: come semplice

testimone di fatti in cui non è coinvolto anche emotivamente(ha assistito ad un incidente stradale

ed è chiamato semplicemente a dire come sono andati i fatti), come testimone di un grave abuso,

come vittima di un reato o come autore di un reato(quest’ultimo aspetto non è oggetto della nostra

attenzione oggi). Quello che più ci interessa è come si comporta l’ordinamento quando il minore è

testimone di un grave abuso o vittima del reato, cioè quando è coinvolto

emotivamente(maltrattamento della mamma,della sorella).

Il minore quindi può essere coinvolto in un processo di carattere amministrativo (incidente stradale)

e in questi casi l’acquisizione della deposizione del minore è demanda a personale assolutamente

inesperto sul piano psicologico(vigile urbano).

Nel processo civile il minore viene sentito in tutti procedimenti relativi alle adozioni,al

riconoscimento dei figli e soprattutto nelle cause che riguardano la cessazione,lo scioglimento

degli effetti civili nel matrimonio.

Nel processo penale può essere sentito come vittima come autore o come semplice testimone del

reato.

Nel nostro ordinamento nonostante il minore sia titolare del principale interesse in tutti i processi

dinanzi al tribunale per minorenni e il più delle volte anche nei processi dinanzi al tribunale

ordinario il nostro ordinamento prescrive solo in pochi casi che il minore possa essere sentito,vale

a dire che nel nostro ordinamento l’ascolto del minore è rimesso alla discrezionalità del giudice che

vi ricorre,soprattutto che vi ricorreva in passato, molto raramente, perché? Innanzitutto perché il

giudice si riteneva incompetente e in virtù di questa incompetenza soprassedeva; per evitare il

famoso trauma quindi il processo di vittimizzazione secondaria,per evitare suggestioni o perché si

riteneva che il minore non fosse attendibile e quindi la sua deposizione non fosse necessaria ai fini

del processo. Pensate ai giudizi di separazione dei coniugi solo dal 2006 con la legge che ha

introdotto l’articolo 155 septies del codice civile è stato introdotto l’obbligo di sentire il minore,prima

i minori non venivano sentiti.

Da dove è nato il bisogno di sentire il minore? È nato da una serie di input dati dalla normativa

sovrannazionale cioè dalle convenzioni internazionali. Già “le regole minime” di Pechino sulla

amministrazione della giustizia penale minorile,approvate dalle Nazioni Unite nel prevedevano

alcuni diritti del minore in particolare prevedevano per il minore le stesse garanzie processuali

dell’adulto c’è stata poi la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia ratificata in Italia nel

1991 che ha previsto per la prima volta il diritto del minore di essere ascoltato,in particolare ha

previsto che il minore può essere ascoltato premessa la sua capacità di discernimento in tutti i

procedimenti che lo riguardano tenuto conto della sua età e della sua maturità ; la Convenzione

Europea sui diritti del minore resa esecutiva in Italia solo nel2003 ancora di più promuove l’ascolto

del minore prevedendo e arricchendo il quadro dei diritti del minore ad essere ascoltato tutte le

volte che c’è un interesse del minore in ballo.

Tenuto conto di questi input internazionali anche in Italia ha partire dal 2003 si avverte il bisogno di

rendere il minore parte attiva del processo nella ricerca della verità quindi di ascoltarlo e di

sottoporre l’ascolto del minore ad una serie di cautele.

Da una dimensione di protezione del minore si è passati, con la Convenzione Europea dei diritti

dei minore ,ad una dimensione di promozione. Vediamo adesso concretamente come si svolge

l’ascolto del minore nell’ordinamento italiano.

Qualche cenno al processo civile l’audizione del minore può avere due finalità diverse e

agganciate a queste finalità, due significati ben precisi che nella prassi finiscono per sovrapporsi e

confondersi. Può essere necessario ascoltare il minore per verificare le sue esigenze psicologiche

e i suoi bisogni di assistenza, quindi potremmo dire che è una dimensione più educativa,più legata

all’ascolto del bisogno. Oppure l’ascolto del minore può avere come finalità quella di assumerne la

testimonianza e quindi di assumerne elementi che permettono al giudice di giungere prima o più

facilmente alla soluzione della controversia. Nel primo caso il significato è legato alla

comprensione delle dinamiche affettive - educative che sono alla base(procedimenti di

separazione e divorzio: Il giudice è chiamato a comprendere quali sono le relazioni tra il minore e il

genitore e capire qual è il genitore che meglio può favorirne uno sviluppo armonico)o se il minore

viene ascoltato per acquisire elementi rilevanti è una prova testimoniale come le altre,dunque un

mezzo per fornire al processo un approfondimento e un riscontro dei risultati istruttori già presenti

negli atti e di cui è necessario verificarne l‘attendibilità. Capite bene che la persona del minore in

questo caso passa in secondo piano, in passato quando veniva ascoltato il minore prevaleva

questa dimensione piuttosto che la prima.

Quando nel processo civile si ricorre all’ascolto del minore?

1)In materia di riconoscimento dei figli naturali l’art.250 stabilisce che il giudice deve ascoltare,cioè

deve acquisire il consenso del figlio naturale sedicenne; si riconosce al minore che abbia compiuto

i 16 anni una certa capacità di discernimento e di scelta. Il minore che abbia compiuto i 16 anni

deve dare il consenso per essere riconosciuto. L’art.252 secondo comma prevede che per

l’inserimento dei figli naturali riconosciuti è necessario il consenso dei figli legittimi sedicenni.

2)In materia di esercizio della podestà genitoriale, in caso di grave contrasto tra i genitori il giudice

è tenuto ad ascoltare l’infra quattordicenne su questioni relative all’esercizio della podestà.

3)Tutta la legge in materia di adozione prevede l’ascolto del minore che abbia compiuto i 12 anni

per la declaratoria di adottabilità e per l’affidamento predittivo.

4)da ultimo l’art 155 septies novellato dalla legge n.54/06 ha trasformato in regola l’ascolto del

minore che abbia 12 anni o anche più piccolo se ha capacità di discernimento in tutti i procedimenti

di separazione,scioglimento e cessazione degli effetti civili e nullità del matrimonio nonché nei

procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati.

Prima il minore veniva ascoltato raramente,adesso invece è diventata la regola tant’è vero che

sono stati realizzati dai giudici che si occupano di materia familiare dei protocolli d’azione su come

deve essere condotto l’ascolto del minore nel processo civile e per molti versi potremmo dire che

l’ascolto del minore nel processo civile segue quelle regole che sono tipiche del processo

penale,questo fa notare che è accresciuta la sensibilità del giudice nei confronti del minore.

Passiamo all’ascolto nel processo penale. Il processo penale per sommi capi è strutturato in due

parti: una parte che precede il dibattimento e una parte dibattimentale. Nella parte che precede il

dibattimento l’organo protagonista è l’organo inquirente e c’è il segreto degli atti istruttori e

sostanzialmente non c’è il contradditorio. Nella parte dibattimentale invece vige la regola della

cross examination cioè del contradditorio pieno tra accusa e difesa,piena pubblicità di tutti gli atti e

in particolare la possibilità di procedere sempre all’esame contro esame dell’accusa e della difesa.

Quindi ciò che caratterizza il processo penale è il principio della cross examination che però

caratterizza soprattutto la fase dibattimentale.

Proprio questa caratteristica del processo penale è considerata fortemente ansiogena e

inopportuna nei confronti dei minori che sono soggetti ancora in formazione. Il problema emerge

tutte le volte in cui il minore deve essere ascoltato come testimone o vittima del reato perché la

testimonianza sostituisce nel nostro ordinamento la prova principe del processo cioè lo strumento

probatorio più importante attraverso cui viene accertata la verità processuale, quindi è necessari

che questo strumento venga utilizzato nel modo più opportuno possibile. Il codice penale dedica

una serie di articoli al modo in cui dev’essere gestita la prova testimoniale, quindi l’esame e il

contro esame da parte dell’accusa e della difesa. Tutte le volte che c’è un minore ad essere

ascoltato come testimone o come vittima ci sono delle deroghe parziali a queste regole.

Quali sono le regole generali che presiedono l’ascolto del minore?(ci renderemo subito conto che

sono farraginose e insufficienti)

1)la prima regola è contenuta nell’articolo 498 quarto comma del codice di procedura penale.

Questa norma,che regola il dibattimento,dice che l’esame del minore dev’essere condotto non

dall’accusa e dalla difesa in modo alternato,ma dal presidente sulla base delle domande e delle

contestazioni delle parti. Il presidente può chiedere aiuto ad un familiare del minore o addirittura

può nominare un esperto,uno psicologo infantile che curi direttamente l’ascolto del minore. In via

del tutto eccezionale quando ,sentite le parti, il giudice ritiene che l’esame incrociato non si

dannoso per il minore cioè non possa provocargli nocumento,allora in quel caso il minore può

essere sottoposto all’esame incrociato come un adulto qualsiasi(come fa un giudice a dire che

l’interrogatorio normale non provoca danno al minore se non ha le competenze di carattere

psicologico per dirlo?)

2)altra regola generale è l’art. 472 del codice di procedura penale dispone che tutte le volte in cui

bisogna assumere la testimonianza di un minore il processo si svolge a porte chiuse, quindi niente

pubblicità

3)art.147 quarto comma delle disposizioni di attuazione fa divieto di riprendere o trasmettere

televisivamente le immagini del processo quando ci sia un minore come testimone o come vittima-

persona offesa.

4)ultima regola generale è l’art.114 che vieta la pubblicazione delle generalità e delle immagini del

testimone minorenne fino al raggiungimento della maggiore età

Questo è il quadro generale all’inizio il codice di procedura penale, fino al 1996, prevedeva solo

queste regole quindi capite bene che il quadro della tutela del minore era molto

scarno,sostanzialmente nullo perché si dava la possibilità al giudice di procedere anche secondo

le regole normali dell’interrogatorio, vigendo un potere discrezionale del giudice chi poteva dire se

l’esame potesse o meno minare a crescita del minore? Nessuno, quindi in realtà c’era un’ampia

discrezionalità. Le uniche cautele erano legate ai divieti: divieto di pubblicità, divieto di

trasmissione televisiva ma anche queste sono regole generali.

Questo aver omogeneizzato situazioni differenti,perché il minore può transitare nel processo per

tanti ruoli e tanti motivi ha causato una sere di problemi e ha portato gli operatori del diritto a

interrogarsi su come far si che l’ascolto del minore nel processo non ne mi nasse la crescita,non

provocasse un trauma,uno stress emozionale,un processo di vittimizzazione secondario. Così

poco per volta sono state elaborate nella prassi e sperimentate soluzioni per superare questo

vuoto normativo,questa zona d’ombra fino ad arrivare alla legge 66 /96 che ha introdotto,

modificato e arricchito il ventaglio dei reati in materia sessuale la legge 269/98 che è quella che

riguarda la pornografia la prostituzione minorile e da ultimo c’è una legge nuovissima 38/09 che ad

aprile ha introdotto il reato di stolking di atti persecutori,l’art.612 bis del codice penale. Nel

passaggio dal 1996 al 2009 si è arricchito parecchio il ventaglio delle tutele nei confronti del minore

sia sul piano della prassi che sul piano normativo. Questo quadro normativo ha introdotto una serie

di disposizioni in grado di adeguare maggiormente le modalità di assunzione della prova

testimoniale alle esigenze di protezione del minore e hanno trasformato in legge quella che era

ormai la prassi consolidata degli ultimi anni.

Una prima zona d’ombra riguarda la fase investigativa che è quella che precede le indagini

preliminari, cioè la fase in cui il pm e le forze di polizia assumono informazioni. Ognuno di noi può

essere chiamato dal pm o dalla pg come persona informata sui fatti o persona a conoscenza di

fatti rilevanti in un altro procedimento, quindi chiaramente può essere chiamato anche un minore.

Questo sarebbe il primo contatto che il minore avrebbe con le forze di polizia,perché questo

contatto non dovrebbe essere cautelato? Anche perché generalmente si svolge in caserma o

nell’ufficio del pubblico ministero quindi in ambienti che non sono propriamente adatti ad un minore

ed è svolto generalmente da persone che non hanno la capacità di interagire,di ascoltare in modo

empatico il minore. Questo primo incontro può essere traumatico,quindi in questa fase c’è un vuoto

normativo che ha interrogato e stimolato gli operatori del diritto che hanno colmato questo vuoto

con la prassi,come? Rispetto al passato adesso tutte le procure sono organizzate in pool cioè in

gruppi di magistrati specializzati in determinate materie e se prima erano solo mafia e terrorismo

ora c’è un pool di magistrati specializzati in soggetti deboli,potremmo dire dei magistrati che si

occupano di tutte quelle questioni che riguardano i soggetti deboli(maltrattamento alle

donne,violenza sui minori,violenze sessuali). Questo è stato il primo passo importante perché in

qualche modo si colma quella lacuna di competenza dei magistrati,almeno dei magistrati inquirenti.

Anche le forze dell’ordine hanno avvertito il bisogno di specializzarsi in questo senso e sono stati

costituiti presso le questure della polizia di stato gli “uffici minori” cioè degli uffici ad hoc dedicati

alle fasce debolie ai minori in particolare dove si trova personale specializzato,i poliziotti non sono

poliziotti qualsiasi ma sono poliziotti psicologi.

Ulteriore elemento teso a colmare questa lacuna è costituito da fatto che oggi anche il primo

ascolto del minore quindi nella parte investigativa non avviene più nelle questure o negli uffici del

pm ma avviene dinnanzi personale specializzato e in luoghi specializzai: molti questure hanno

realizzato dei protocolli con i centri antiviolenza per cui il minore già la prima volta viene ascoltato

da personale specializzato cioè dallo psicologo infantile.

Il secondo passaggio riguarda la fase delle indagini preliminari, cioè quella fase in cui gli organi

inquirenti le forze di polizia indagano c’è la segretezza degli atti istruttori e l’unico giudice chiamato

ad intervenire in alcune circostanze è il giudice delle indagini preliminari. Manca in questa fase il

contradditorio,agisce quasi esclusivamente la pubblica accusa. Nella fase delle indagini preliminari

il legislatore ha previsto l’istituto dell’incidente probatorio che è una parentesi dibattimentali nelle

indagini preliminari. Nelle indagini preliminari non esiste contradditorio c’è solo il pm e la polizia

giudiziaria che fa le indagini,chiede l’autorizzazione per le intercettazioni al gip..ma non c’è

l’obbligo di comunicare all’imputato,non esiste formalmente un imputato vero e proprio, esiste

l’indagato. Mancando il contradditorio alcune prove non posso essere assunte perché la prova-

testimonianza nel processo penale si assume solo in dibattimento dove è garantito il

contradditorio; in alcuni momenti però può essere indispensabile assumere una prova senza

aspettare il dibattimento perché magari in dibattimento quella prova non potrà più essere assunta.

In queste ipotesi, che sono dettagliatamente descritte nell’art.392 del codice di procedura penale, è

previsto l’incidente probatorio che potremmo definire come una parentesi dibattimentale in cui si

garantisce il contradditorio tra l’indagato e il pubblico ministero per assumere una prova che non

potrebbe più essere assunta in un secondo momento. Chi gestisce questa fase è il giudice che

presiede le indagini preliminari che valuterà l’esistenza dei presupposti previsti dalla legge.

L’articolo 392 comma 1 bis introdotto proprio dalla novella delle leggi del 1996 ha introdotto

un’ipotesi atipica in sussiste una sorta di presunzione ex legge di ammissibilità dell’ incidente

probatorio e quindi il giudice, verificati una serie di presupposti, è chiamato necessariamente ad

ammettere l’incide probatorio. Recita l’art.392 co 1 bis: nei procedimenti per i delitti di cui(tutti quei

reati che vi ho detto prima sulla prostituzione minorile,pornografia minorile..)il pubblico

ministero,anche su richiesta della persona offesa o della persona sottoposta ad indagini, può

disporre l’incidente probatorio alla assunzione della testimonianza di persona minorenne ovvero

persona offesa maggiorenne anche al di fuori delle ipotesi previste dal comma . quindi quando ci

sono questi reati particolari per la crescita del minore ed è necessario assumere la testimonianza

del minore il giudice la concede automaticamente; questo sia che il minore è vittima del reato sia

se è testimone del reato. Tutte le volte che debba essere ascoltato un minore per reati di quella

gravità dunque opera una presunzione ex lege perché se si rinvia l’assunzione della testimonianza

del minore ad un momento successivo potrebbe essere venuta meno l’attendibilità; pensate ai

minori molto piccoli che abbiano subito una violenza,in psicologia è stato dimostrato che il ricordo

dei bambini si perde nel tempo soprattutto in relazione a eventi particolarmente traumatici. Allora è

sempre necessario quando ci sono minori coinvolti in alcuni tipi di reati assumere la loro

testimonianza nell’immediatezza per evitare che l’attendibilità della prova venga inficiata(perché

ascoltato più volte può essere suggestionato,può lavorare di fantasia..).

Quindi è possibile procedere all’incidente probatorio quando è necessario assumere la

testimonianza di persona minorenne ovvero anche adesso con la legge sullo stalking persona

offesa maggiorenne e tutte le volte in cui ci sono reati in materia sessuale. In queste situazioni c’è

sempre una sorta di presunzione iuri et de iure del rischi di dispersione o di inquinamento della

prova. In linea di principio si procede all’incidente probatorio quando c’è il rischio ad esempio che il

testimone muoia oppure ritengo che sia sottoposto a minaccia o offerta di danaro perciò tra un

anno non mi renderà quella testimonianza. Per procedere all’incidente probatorio è necessario

verificare i presupposti, quando però il soggetto è un minore la verifica dei presupposti non va fatta

e opera un presunzione iuris et de iure di non rinviabilità.

Questa norma nella misura in cui è limitata solo ai reati sessuali non copre tutte le fattispecie in cui

un minore può essere chiamato in un processo penale per cui per colmare questa lacuna la prassi

giudiziaria ha ammesso l’incidente probatorio quasi tutte le volte che debba essere ascoltato un

minore ritenendo che tutte le volte che debba essere ascoltato un minore sostanzialmente

ricorrano le ipotesi di cui all’art 392 1co. Si ritiene quindi che il minore proprio perché personalità in

formazione debba essere sentito immediatamente perché altrimenti la sua testimonianza non potrà

essere esaminata in dibattimento per infermità o altro grave impedimento. Dunque oggi l’incidente

probatorio non avviene solo nei casi previsti dagli artt. 600-609 ma anche in tutti gli altri casi. È

stata data un’interpretazione estensiva dell’art391 comma 1 a del codice di procedura penale.

Sostanzialmente rispetto al principio della centralità del dibattimento e del contradditorio prevale il

principio di genuinità e non dispersione della prova.

Nella fase del dibattimento vige la regola generale della cross examination cioè l’esame e il

controesame della accusa e della difesa. Di fronte a questa regola è necessario prevenire possibili

traumi del minore dovuti all’applicazione di questo principio, per fare l’art.498(come già detto)

attribuisce al presidente il compito di condurre l’esame del minore con l’aiuto dello psicologo

infantile facendo lui le domande o chiedendo allo psicologo infantile di farle. Questa è la garanzia

più grande che viene data.

In alcuni casi,lì dove si ritiene che non sia sufficiente questa piccola cautela per tutelare la salute

psicofisica del minore,la legge ammette il ricorso all’audizione protetta. Cos’è l’audizione protetta?

È l’ascolto del minore in una forma ulteriormente cautelativa,protetta; sostanzialmente l’ascolto che

avviene nei centri antiviolenza cioè nei locali specializzati con una stanza con un vetro a

specchio,un impianto citofonico e visivo. Da un lato viene messo il minore con lo psicologo infantile

,dall’altro lato il giudice con le parti. Il giudice trasmette le domande allo psicologo infantile e

questo le fa al minore senza che il minore veda gli organi giudiziari e il contesto giudiziario. Ci sono

queste cautele quando si ritiene che il contesto giudiziario possa nuocere al minore ; l’audizione

protetta è disciplinata in maniera abbastanza puntuale nell’articolo 398 comma 5 bis del codice di

procedura penale, cioè è disciplinata nella fase dell’incidente probatorio ma l’articolo 498 rinvia

all’articolo 398 tutte le volte in cui si ritiene necessario procedere all’audizione protetta del minore.

È possibile procedere all’audizione protetta senza limiti di carattere oggettivo, cioè è possibile

procede all’audizione protetta in tutti i procedimenti in cui sia parte un minore vedete il

controsenso, l’incidente probatorio era previsto solo nelle ipotesi degli artt 600-609 poi in sede

dibattimentale l’audizione protetta può avvenire per qualunque tipo di reato. In alcuni casi,quando

c’è rischio di infermità o si suppone che l’incontro con il loro persecutore violentatore possa

provocare un ulteriore trauma, anche i soggetti maggiori di età posso essere ascoltati in audizione

protetta.

La previsione del vetro a specchio è prevista solo per reati sessuali e se il minore è

vittima(audizione protetta completa)ma la prassi l’ha estesa a tutti i casi in cui sia parte il minore

nel processo.

L’ultimo elemento è l’articolo 190 bis che prevede che tutte le volte in cui la testimonianza del

minore sia stata assunta in sede di incidente probatorio non dev’essere nuovamente sentito in

sede dibattimentale salvo che non sia necessario sentirlo per circostanze nuove e diverse.

LEZIONE DI PENALE MINORILE DEL 9 NOVEMBRE

Allora oggi affronteremo due argomenti, parleremo dell’art 13 per completare le disposizioni

generali, analizziamo questa norma che è un pò difficile e poi vi farò uno schema legato a come

funziona la dinamica del procedimento penale minorile.

Allora guardiamo l’art 13: è una norma abbastanza chiacchierata il cui titolo p divieto di

pubblicazione e divulgazione di informazioni o immagini che hanno ad oggetto il minorenne a

qualsiasi titolo considerato, persona sottoposta alle indagini, minore imputato, minore persona

offesa dal reato, minore testimone del reato. Questa norma è piuttosto chiacchierata in quanto

benché sancisce al primo comma un divieto e al secondo comma sancisce l’eccezione, è una

norma piuttosto scarna eppure tutela un diritto fondamentale che è il diritto alla riservatezza e alla

privacy del minorenne.

Cosa c’è dietro questo diritto e questa garanzia fondamentale? C’è in buona sostanza un diritto

fondamentale cioè quello di eliminare l’etichettamento negativo del minore. È una normma che ha

un buon intento ma che non lo garantisce pienamente, tende a tutelare la privacy, la riservatezza

non solo sul piano personale delle cose che lo riguardano, la sua identità ma secondo me

l’obbiettivo è evitare la stigmatizzazione penale del minorenne, l’etichettamento negativo.

È una norma piuttosto scarna perché è di appena quattro righe, al primo comma sancisce la regola

e al secondo l’eccezione, il limite di questa norma è che non prevede la sanzione applicabile in

seguito alla violazione di questo divieto, voi sapete come principio generale, come la garanzia di

un diritto è tanto più salvaguardata tanto più gravi sono le conseguenze derivate dalla violazione di

un determinato divieto,cioè per garantire questo diritto alla riservatezza, alla privacy, il legislatore

doveva prevedere una sanzione molto grave in seguito alla violazione di tale disposizione perché il

principio generale del diritto vuole che la garanzia di un determinato diritto è tanto più

salvaguardata quanto più gravi sono gravi le conseguenze derivanti dalla violazione di quel diritto.

Lettura dell’art.13 : questa norma in realtà dà attuazione ad un principio previsto nell’ambito della

legge delega, precisamente all’art. 3 lettera c della legge delega, dove si dice: la disciplina della

esclusione della pubblicità delle udienze penali dinnanzi agli organi della magistratura minorile,

divieto di pubblicazione e divulgazione con qualsiasi mezzo di notizie o immagini idonee a

consentire il l’identificazione della persona nei cui confronti sono svolte le indagini imputata o

condannata. Il legislatore cosa ha fatto? Ha preso la norma di principio e la trasfusa direttamente

nel decreto che avrebbe dovuto essere di attuazione di questo principio, non lo ha svisceratati

individuando precisamente il divieto ma ha genericamente, è un limite di questa norma, cioè che

pur prevedendo un divieto pecca di genericità e non prescrive la sanzione corrispondente al

divieto, questo significa che l’interprete deve andare a ricercare nella maglie del codice penale o di

procedura penale qualche norma che consente di salvaguardare questo divieto; dal punto di vista

della genesi di questa norma, diciamo, il legislatore si è limitato a prendere la legge delega e a

trasfonderla nella norma che invece sarebbe dovuta essere di attuazione più dettagliata di questo

divieto dal momento che va a salvaguardare un diritto importantissimo, vitale, infatti la ratio dell’art

13 è quella di tutelare la persona del minorenne comunque coinvolto nel procedimento, cioè la

tutela della persona del minore deve essere una tutela a 360°, deve riguardare il soggetto minore

di età a qualsiasi titolo considerato, sia come persona sottoposta alle indagini, sia come imputato,

sia come persona offesa dal reato, come vittima, sia come testimone di un reato; non solo la

norma dice “nel procedimento”, non dice nel processo, cioè sin dal momento iniziale e durante tt il

corso del procedimento la tutela della immagine e di tutto quanto riguardino la identificazione della

persona del minore sottoposta alle indagini devono rimanere inibite ( se apriamo stamattina un

giornale troveremmo almeno 10 violazioni di questo divieto), basterebbe solo indicare le iniziali del

nome o la scuola dove va, il quartiere dove abita, qualsiasi elemento conoscitivo, indicativo utile a

consentire la identificazione del minorenne di regola è vietato. L’oggetto del divieto prescritto

dall’art’ 13 del DPR 488 dell’88 è divieto di pubblicazione e divulgazione, qual è la caratteristica di

questa pubblicazione e divulgazione? La caratteristica è che per definizione sia la pubblicazione

che la divulgazione sono destinate ad un numero illimitato di persone, quindi le condotte vietate

sono quelle di pubblicazione e divulgazione con qualsiasi strumento e qualsiasi mezzo di notizie o

immagini idonee a consentire la identificazione del minorenne nel procedimento penale a qualsiasi

titolo. La tutela che il legislatore a prima vista si era proposto di garantire è una tutela ampia, nel

senso che qualsiasi informazione idonea,utile a permettere di risalire alla persona del minore deve

essere coperta dalla tutela di divulgazione e pubblicazione cioè qualsiasi informazione che

permetta di dare un volto al minore, di identificarlo ( pensate quando dice, frequenta la scuola x, ha

meno di x anni, indossa questo cappello, es. delle rapine nelle farmacie dove abbiamo visto le

immagini, gli investigatori hanno fatto una chiara definizione: si tratta espressamente di una

violazione della norma ma non sanzionata in quanto la violazione di questa norma non prevede la

sanzione corrispondente di quel divieto)

L’oggetto del divieto di pubblicazione e divulgazione sono le informazioni che riguardano le

generalità del minorenne che non possono essere note ma anche filmati e fotografie, cioè tutti

quelli elementi che permettono in qualche modo di identificare il minorenne, anche uno

pseudonimo; rimane invece, secondo questa norma ,priva di tutela la privacy del minorenne, una

volta che è venuto fuori il nome del minore, una volta che è stato identificato quel minorenne non

c’è più il divieto perché il divieto è già stato violato, quindi un giornale che ripete la notizia

riguardante la persona già identificata in realtà non commette una violazione in quanto è già stato

palesato: la norma è stata già violata e non c’è più nessun divieto. Se ci pensate bene la privacy

viene salvaguardata quando è ancora tutelata ma una volta che il divieto viene violata non è più

tutelata in quanto è già noto il nome della persona e da questo punto di vista non c’è una sanzione

nei confronti dei giornalisti che commettono questa sanzione, se dei giornalisti riprendendo una

informazione nota per altre vie che riporta le informazioni che permettono di identificare la persona

del minore non commette nessuna violazione, l’unico strumento di stigmatizzazione o sanzione è

previsto a livello di codice deontologico dei giornalisti dalla Carte di Treviso, in materia minorile i

giornalisti hanno firmato la Carta di Treviso il 5 ottobre del 90 che è stata approvata dalla

Federazione nazionale della stampa, non è un codice che prevede sanzioni penali ma è un codice

deontologico interno che è stato sottoscritto dalla Federazione nazionale della stampa e dall’ordine

dei giornalisti e che è stato anche recentemente modificato il 30 marzo 2006 dal consiglio

nazionale dell’ordine dei giornalisti, cioè attraverso questa carta si sancisce il divieto di

intromettersi nelle notizie che riguardano la privacy del minorenne ma essendo un codice

deontologico il procedimento disciplinare e le sanzioni disciplinari possono essere applicate dai

giornalisti che aderiscono allo stesso, non è una cosa che prevede una tutela forte da parte dello

stato, tenete presente che questo divieto leggendo attentamente l’art 13 cosa ha ad oggetto? Non

i fatti ma la persona, infatti non è vietato riferire che un minorenne è entrato nella farmacia,che la

rapina è stata commessa da minorenni, il divieto non ha ad oggetto i fatti penalmente rilevanti

perché lì che una garanzia di pubblicità che nasce come un diritto all’informazione che peraltro l’art

15 della Costituzione salvaguardia, qui il divieto riguardante la pubblicazione e divulgazione delle

immagini ha ad oggetto la persona del minore e non i fatti. Il problema rimane la garanzia dal

punto di vista sanzionatorio di questo divieto: se ci pensate bene vi ho detto che pubblicazione e

divulgazione sono condotte generiche piuttosto ampie nella loro rappresentazione la cui

caratteristica si può identificare nella indeterminatezza dei destinatari a cui queste immagini sono

rivolte, non s’incorre nella violazione del divieto se l’informazione viene data al maestro della

scuola o al prete della parrocchia, per avere delle informazioni ,durante l’attività d’indagine, sul

ragazzo stesso perché una persona determinata il destinatario mentre quando parliamo di

condotte di pubblicazione e divulgazione di cui all’art’13 è la indeterminatezza dei destinatari a cui

l’informazione è rivolta , questa norma è molto generica soprattutto se viene messa a confronto

con l’art 615 bis del codice penale che poteva essere una norma di ispirazione per poter

sanzionare questa condotta se noi leggiamo il primo comma noteremo come essa è molto più

puntuale nella descrizione della condotta antigiuridica che viola la persona nel suo diritto alla

privacy e alla riservatezza specie se consideriamo qual è la ratio dell’art 13 cioè tutelare la persona

del minorenne ed evitare l’eticchettamento negativo. Guardiamo il 615 bis del c.p. interferenze

illecite nella vita privata:” chiunque mediante l’uso di strumenti visivi o sonori si procura

indebitamente notizie o immagini…..è punito con la reclusione…”guardate:”chi si procura

indebitamente” la condotta è molto più puntuale rispetto a quella prevista dall’art 13, la norma dirà

poi “rivelate” poi “diffondere”, i verbi utilizzati sono idonei a individuare una condotta antigiuridica

più puntuale di quella generica, quella generica era nell’intento del legislatore quella di creare una

più ampia tutela ma in assenza di una sanzione quella tutela non si è creata in realtà è priva di

senso, perché oggi il nostro problema è quello di andare a cercare delle norme nel codice penale

delle condotte antigiuridiche affini e non dimentichiamoci che esiste un principio di legalità per cui

non possiamo incorporare il generale nel particolare altrimenti corriamo il rischio di violare il

principio di legalità, non ci possiamo inventare una condotta antigiuridica che non esiste altrimenti

incorriamo nella violazione del divieto di cui all’art 1 “nessuno può essere punito per un fatto non

previsto dalla legge come reato”. Quindi non va bene il 615 bis, lo dobbiamo escludere; la tutela di

cui all’art 13 è una tutela che nell’intento del legislatore doveva essere una tutela a 360 ° , ad

ampio raggio, non solo in riferimento allo status del minorenne” a vario titolo considerato” ma

anche con riferimento a tutto il procedimento infatti la norma non parla di processo ma di

procedimento partendo dall’idea che il procedimento ha inizio dal momento in cui la notizia di reato

viene acquisita e che conserva questa definizione in ogni stato e grado (il processo inizia quando

viene esercitata l’azione penale, dopo i primi sei mesi dallo svolgimento delle indagini preliminari,

tuttavia tutto l’iter si può sempre definire procedimento fino a quando non interviene un giudicato,

una sentenza finale che si cristallizza, che pone un punti nell’esistente giuridico)ricordiamo che

nell’intento del legislatore l’art 13 doveva salvaguardare le immagini e le informazioni che

riguardanti la identificazione della persona del minorenne sempre durante tutti l’iter procedurale, se

questa è la regola, il secondo comma dell’art 13 è l’eccezione e ci permette un rinvio laddove ci

dice che :”le disposizioni del primo comma non si applicano dopo l’inizio del dibattimento se il

tribunale procede in udienza pubblica; l’udienza dinnanzi al tribunale quella dibattimentale

disciplinata dall’art 33 del DPR 448 dell’88, come quella preliminare, di regola si deve svolgere a

porte chiuse , è una udienza che deroga al principio della pubblicità, questa regola soffre di una

eccezione infatti se leggiamo il primo comma dell’art 13 dice la regola mentre il secondo comma

dice l’eccezione, quindi l’art 13 al primo comma prevede la regola mentre al secondo comma

prevede l’eccezione, la regola è divieto di pubblicazione, il secondo comma prevede l’eccezione

cioè si può derogare a questo divieto di pubblicazione nei casi in cui si può derogare al divieto di

pubblicità dell’udienza, questa è l’analogia, quindi noi per poter risalire alla eccezione di cui all’art

13 secondo comma dobbiamo leggere l’art 33 che disciplina l’udienza dibattimentale ma lo

leggeremo soltanto per la parte che ci interessa per la deroga del divieto di pubblicità dell’udienza:

il primo comma dell’art 33 prevede che l’udienza non sia pubblica come l’udienza preliminare, il

secondo comma prevede l’eccezione, quando si può derogare al principio di pubblicità? La norma

dice:” l’imputato che abbia compiuto 16 anni può chiedere che l’udienza sia pubblica (primo

requisito: il minore che abbia compiuto 16 anni può chiedere al giudice che l’udienza si svolga

pubblicamente) poi altro requisito: che non vi siano altri coimputati che abbiano meno di 16 anni

ovvero che non consentano che l’udienza avvenga pubblicamente pur avendo compiuto 16 anni.

Difatti la norma dice che :” il tribunale……nell’esclusivo interesse dell’imputato, terza condizione: a

chi spetta la decisone finale? Spetta sempre al giudice, non è sufficiente che vi sia la richiesta da

parte di minori che abbiamo più di anni 16, che non vi siamo coimputati di anni 16 che non si

oppongono ma rimane pur sempre la garanzia giurisdizionale secondo la quale il giudice deve

valutare nell’interesse educativo del minore la possibilità che l’udienza si svolga pubblicamente, la

regola è che l’udienza si svolge a porte chiuse e lo dice l’art 33 primo comma, l’eccezione prevede

che un minore che abbai compiuto 16 anni possa formulare la richiesta di svolgere l’udienza a

porte aperte ma rispettando tutti i suddetti criteri, la decisione finale spetta comunque al giudice

che valuterà quella richiesta nell’interesse educativo del minore. Perché abbiamo dovuto leggere

questa eccezione? Perché in questo stessi casi , nel momento in cui processualmente parlando si

rende la necessità di celebrare pubblicamente l’udienza cade il divieto di pubblicazione e

divulgazione di atti e fatti che riguardano il minore perché è lo stesso minore che le ha autorizzate,

è chiaro il collegamento, per capire quando viene meno quel divieto di pubblicazione previsto dal

primo comma dell’art 13 , siccome il secondo comma fa rinvio alla stessa disciplina prevista in

ordine alla pubblicità delle udienze, perché se ci pensate bene è un profilo la pubblicità delle

udienze, nel momento in cui viene meno questa udienza celebrata, svolta in maniera privata,

automaticamente cade il sipario ache sul divieto di pubblicazione delle immagini e delle

informazioni…è chiaro

La logica è questa: nel momento in cui leggiamo l’art 13 al secondo comma laddove fa riferimento

alla deroga al primo comma,che senso avrebbe poi una volta che lo stesso minorenne ha

avanzato la richiesta, la quale poi è stata accolta dal giudice, che senso avrebbe mantenere il

divieto di cui all’art 33? Diventa illogico, quindi nel momento in cui l’udienza si svolge

pubblicamente perché sussistono quei requisiti previsti dall’art 33 comma 2, automaticamente

viene meno la vigenza del divieto di cui all’art 13 comma 1, naturalmente tenete presente che la

richiesta di celebrare il processo pubblicamente è un diritto personalissimo dell’imputato cioè non

può essere esercitato da persona diversa dall’imputato, solo il minore che abbia compiuto 16 anni,

non potranno chiederla i genitori e tanto meno il difensore, perché un diritto personalissimo, ed è

un diritto che può essere esercitato soltanto nella fase dibattimentale perché solo nel dibattimento

si può derogare al principio di pubblicità previsto dal primo comma dell’art 33. Ma torniamo al

punto di prima : individuare delle norme del codice penale o di procedura penale che ci

consentano di sanzionare, altrimenti questa norma rimarrebbe privo di ogni tutela, infatti che senso

ha una norma che non prevede una sanzione, potrebbe essere tranquillamente violata senza

nessuna sanzione corrispondente, in effetti manca un sistema sanzionatorio ad hoc in seguito alla

violazione di questa norma, è la norma più chiacchierata del DPR, in realtà l’intento è positivo,

tutelare le persona ma non è garantita perché manca una sanzione corrispondente. Un'altra norma

del codice penale alla quale possiamo fare riferimento per verificare se può essere idonea ad

apprestare questa tutela della diffusione di immagini che riguardano minori, potrebbe essere l’art

684 del codice penale: pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, già nel titolo c’è

una incongruenza “di atti di un procedimento penale”: già non c’entra più nell’ambito della tutela

che voleva apprestare, parla di atti del procedimento penale circoscrivendo la stigmatizzazione

delle condotta antigiuridica.

Lettura della norma: in realtà anche questo articolo non è idoneo ad apprestare una giusta tutela

all’art 13 perché in realtà lascia prive di sanzione non solo le condotte di mera divulgazione perché

fa riferimento soltanto alla pubblicazione e siccome l’art 13 fa riferimento sia alla pubblicazione che

alla divulgazione, rimarrebbero fuori tutte le condotte di divulgazione, ma rimarrebbero prive di

tutela tutte quelle notizie o immagini che permettono l’identificazione del minorenne ma che non

siano contenute in atti del procedimento penale, dovete entrare nell’esegesi della norma, dovete

cercare di interpretare le norme per verificare se una determinata condotta antigiuridica è

sussumibile da una determinata fattispecie, noi qui adesso stiamo facendo una indagine per

verificare se esiste un sistema sanzionatorio utile a garantire il minorenne per il divieto di cui all’art

13, stiamo facendo una indagine esplorativa, logica, per individuare una forma di tutela.

Il tentativo di individuare come norma incriminatrice l’art 684 fallisce perché questo fa riferimento

alla pubblicazione e non anche alla condotta di divulgazione e questo è un primo limite, perché l’art

fa riferimento ad atti del procedimento, atti che siano stati formati, elaborati all’interno del

procedimento penale, tutte le immagini che sono al di fuori del processo penale o le notizie o le

informazioni o le immagini che consentono la identificazione del minorenne al di fuori di quel

procedimento, nn rientrano nell’ambito della tutela dell’art 684 che comunque è una norma

incriminatrice che comunque pone una bella sanzione in seguito alla violazione che pure poteva a

prima vista utile a salvaguardare il divieto.

C’è ancora un'altra norma alla quale possiamo fare riferimento e qui dobbiamo fare appello al

codice di procedura penale ed è l’art 115 c.p.p.

Lettura dell’articolo: in realtà si possono esprimere anche delle riserve in ordine alla possibilità di

utilizzare l’art 115 al primo comma per poter individuare la tutela dell’art 13, perchè il titolo è :

violazione del divieto di pubblicazione ma il contenuto della norma ci porta subito fuori strada

perché è ampliamente ristretto il campo d’azione; l’art 115 tutela il divieto di pubblicazione degli atti

prodotti nel corso delle indagini preliminari infatti la norma richiama sia all’art 114 che è il divieto di

pubblicazioni di atti ed immagini, sia all’art 329 cioè l’attività delle indagini preliminari che è coperta

dal segreto fino a quando,ex art 329,non vengono concluse le indagini preliminari.

Quindi anche questo articolo non è idoneo perché restringe ampliamente il campo d’azione e tutela

soltanto atti e immagini delle indagini preliminari punendo da 6 mesi a 3 anni. Perché facciamo

riferimento a questa norma? Perché è l’unica norma che permette di apprestare una forma di tutela

verso condotte molto simili a quelle stigmatizzate dall’art 13, infatti si fa riferimento al termine

“rivelazione” ovvero agevolare la conoscenza di una serie di indicazioni che nel caso di specie

sono informazioni che permettono la identificazione del minore di età, che di regola ai sensi dell’art

13 sono coperte dal segreto, attenzione si tratta di una norma che ha una applicazione piuttosto

limitata, cioè questo è un reato che può essere commesso da pubblici ufficiali o incaricati di

pubblico servizio, come si fa con il giornalista? In realtà il giornalista può essere sanzionato

penalmente ai sensi dell’art 326 come concorrente nel medesimo reato, io giornalista che va dal

pubblico ufficiale e tenta di estorcere delle informazioni che riguardano il minorenne, con quel

pubblico ufficiale che avrebbe dovuto mantenete il segreto, concorre nel medesimo reato, quindi

l’unica forma, sia ben chiaro che si tratta di una interpretazione alla quale siamo arrivati, l’unica

norma con la quale si può sanzionare il giornalista e a titolo di concorso è ai sensi dell’art 326;

attenzione questo per quanto riguarda il sistema penale; l’altra sanzione che non una sanzione

penale, è quella legato alla Carta di Treviso, al codice deontologico , che è una sanzione

disciplinare e che è rimessa alla discrezione e decisone delle categoria, non è una tutela vera,

controllata dallo stato quindi lascia lo spazio che trova.

Oggi quindi abbiamo cercato di individuare nel panorama penale e di procedura penale una

garanzia a quel famoso diritto di tutela della persona del minore e ci siamo resi conto che non

esiste nel panorama penale né tanto meno in quello di procedura una norma ad hoc, come non c’è

nemmeno nell’art 13 che avrebbe dovuto puntualmente delineare la il divieto e la corrispondente

sanzione da applicare in seguito alla violazione si quel divieto.

Ora parliamo del processo penale minorile in relazione a quello ordinario.

Come funziona il processo penale minorile: quando inizia un procedimento?

Inizia con una notizia di reato che può essere una denuncia o una querela che si dice notizia

qualificata di reato perché viene data nelle forme previste dal codice di procedura penale, quando

subite una offesa andate dai carabinieri che sono la polizia giudiziaria e fate da denuncia, questa

notizia di reato da avvio ad un procedimento, nel momento in cui la polizia acquisisce la notizia di

reato la deve trasmettere al pubblico ministero il quale provvede a scrivere questa notizia di reato

nel registro generale delle notizie , da questo momento ha inizio il procedimento penale, abbiamo

una prima fase procedimentale che ha una durata molto lunga di reato la quale da avvio alle

indagini preliminari cioè tutta una attività investigativa svolta attraverso il coordinamento del

pubblico ministero che è l’organo dell’accusa che con l’ausilio della polizia giudiziaria svolge una

attività tesa a verificare la fondatezza di questa notizia di reato,a verificare se esistono gli elementi

probatori in grado da sostenere l’accusa nel giudizio, durante questa fase delle indagini preliminari

il soggetto a carico del quale vengono svolte le indagini preliminari si chiama “persona sottoposta

alle indagini”(no indagato), non dimenticate che nel nostro ordinamento vige il “principio di

presunzione di non colpevolezza” che vige in ogni stato e grado del procedimento, noi stiamo

parlando di una prima fase; durante questa fase delle indagini preliminari, parallelamente alle

indagini svolte dal pm con l’ausilio della polizia giudiziaria, il difensore svolge delle investigazioni

difensive, sono coordinate dal difensore che è il dominus dell’attività investigativa che si avvale di

un consulente, di un investigatore privato per individuare tutti gli elementi per supportare la sua

azione difensiva, tutto questo avviene nella fase procedimentale, queste indagini e queste

investigazioni vengono controllate da un giudice che si chiama GIP: giudice per le indagini

preliminari il quale sovrintende le indagini preliminari, rimane terzo estraneo, si dice che è un

Giudice ad acta, cioè che interviene solo se e solo quando viene interpellato dal pm, dalla polizia

giudiziaria o dal difensore, egli svolge una triplice funzione: di controllo, di garanzia e di decisione.

Es. se un minorenne viene arrestato in fragranza e sottoposto quindi ad una misura cautelare,

l’iniziativa in ordine all’arresto in fragranza, cioè nell’atto di commettere il reato, è della polizia

giudiziaria la quale però deve comunicare al pm, il quale pm a sua volta deve chiedere la convalida

al GIP che in quel momento svolge la funzione di garanzia della tutela della liberà personale e di

decisione perché deve decidere se lasciarlo in carcere o se farlo uscire. Per la procedura ordinaria

questa funzione del GIP vale non solo per l’arresto in fragranza di reato ma per es a tutto i mezzi di

ricerca della prova come le intercettazioni telefoniche le quelli devono essere autorizzate dal GIP, il

pm non può svegliarsi la mattina e mettere dei telefoni sotto controllo.

A conclusione delle indagini preliminari che rappresentano la fase procedimentale, il pm che ha

svolto le indagini preliminari deve formulare una richiesta, ai sensi dell’art 50 del c.p.p. il pm chiede

l’archiviazione del caso cioè una richiesta di non esercizio dell’azione penale cioè un cestinare la

notizia di reato quando il pm quando si rende conto che non ci sono elementi per supportare

l’accusa in giudizio, al contrario esercita l’azione penale, ricordate che ai sensi dell’art 112 della

costituzione c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, questo non significa che il pm deve a tutti i costi

esercitare l’azione penale, per ogni notizia di reato, ma intanto questo obbligo dell’azione penale

esiste quando vi siano i presupposti sul piano probatorio che permettano di supportare l’accusa in

giudizio e per esercitare i quali il pm deve esercitare l’azione penale, l’azione penale si esercita di

regola attraverso la “richiesta di rinvio a giudizio” formulata a conclusione delle indagini preliminari;

il legislatore disciplina ed esprime il principio del favor rei nel momento in cui mette in prima linea

la richiesta di archiviazione sempre a causa del principio di non colpevolezza che vige nel nostro

ordinamento, quindi in primis tiene conto dell’archiviazione in alternativa abbiamo la richiesta di

rinvio a giudizio che è uno dei modi attraverso i quali il pm esercita l’azione penale, il soggetto non

si chiama più persona sottoposta alle indagini ma si chiama “imputato” perché per la prima volta

viene formulata una imputazione nei confronti di una determinato soggetto; che cos’è una

imputazione? È un fatto storico che si è quindi verificato realmente nelle realtà storica al quale

viene data la qualificazione di fatto penalmente rilevante sussumibile in una fattispecie criminosa

che viene attribuita ad un determinato soggetto, poi naturalmente bisogna verificare la fondatezza

di tutto questo; la richiesta di rinvio a giudizio comporta la fissazione dell’udienza preliminare che è

presieduta dal GUP cioè giudice dell’udienza preliminare che è un organo diverso dal GIP perché

si vuole evitare che il GIP apporti il suo bagaglio conoscitivo dell’esito delle indagini preliminari al

GUP che deve verificare la fondatezza, deve essere una persona diversa per garantire una

indipendenza e autonomia della funzione giurisdizionale. Udienza preliminare nel procedimento

ordinario è uni spartiacque, nel senso che è una udienza di rito e non di merito, nel senso che non

si ha l’accertamento delle prove, il GUP deve verificare che gli elementi fino a quel tempo acquisiti

nella richiesta di rinvio a giudizio possano essere idonei a supportare l’accusa in giudizio che poi

però dovrà essere elaborata nella parte successiva oppure se deve essere cestinata perché il fatto

non sussiste, perché l’imputato non lo ha commesso ecc.., quando parliamo di processo penale

minorile questa piccola udienza si dilata assumendo una importanza fondamentale perché nel

processo penale minorile la centralità del minore e l’esigenza che il processo abbia una finalità

educativa, che miri alla minima offensività , che miri alla rapida fuoriuscita quando, lo abbiamo

detto, è un processo inutile, cioè quando si poteva evitare di celebrarlo in quanto in quanto di

avere come effetto il recupero si ha un effetto destabilizzante del minorenne: in buona sostanza a

differenza del procedimento ordinario, nel processo minorile l’udienza preliminare è una udienza

centrale, è fondamentale, è una udienza presieduta dal GUP che è un organo collegiale formato

cioè da 3 giudici, a differenza del GUP del procedimento ordinario in cui è un organo monocratico,

cioè formato da un solo giudice, nell’udienza preliminare minorile,lo scopo dell’udienza è anche

quello eventuale di definizione dell’intero procedimento specie per garantire quel principio di

minima offensività del processo, di rapida definizione del processo, processo che è iniziato con

l’azione penale indetta dal pm, l’udienza preliminare nel processo penale minorile acquista un

ruolo centralissimo perché all’interni della stessa si incardinano una serie di decisioni che possono

portare alla definizione dell’intero rito in questa sede; non a caso nell’udienza preliminare minorile

a differenza dell’udienza preliminare ordinaria, uno degli epiloghi, può essere una sentenza di

condanna.a conclusione dell’udienza preliminare, nel procedimento ordinario l’udienza preliminare

ha solo due modi di definizione, o la sentenza di non luogo a procedere ex art 425 del c.p.p

quando il giudice dice che nn si può andare avanti perché è acclarata la non colpevolezza del

soggetto allora il processo viene definito in quella sede con una sentenza di non luogo a

procedere,questa è una sentenza di rito e non di merito ovvero “con il decreto che dispone il

giudizio”quando si deve accertate ulteriormente la responsabilità penale di quel soggetto nella fase

successiva del dibattimento (quando il GUP non è molto sicuro della non colpevolezza

dell’imputato) allora il GUP emanerà un “decreto che dispone il giudizio”(decreto perché non è

motivato perché se fosse motivato il giudice del dibattimento potrebbe essere condizionato); nel

procedimento minorile c’è una terza via per garantire la minima offensività e la funzione educativa

del processo cioè “la sentenza di condanna” che consente di definire in quella sede tutto il

procedimento; il “decreto che dispone il giudizio”apre l’altra fase che è la fase del giudizio, il

giudizio è presieduta dal tribunale per i minorenni che è un organo collegiale formato da 4 giudici e

che vede il momento centrale nel dibattimento nel quale le parti accusa e difesa avranno uno

scontro dialettico il cosiddetto contraddittorio che permetterà alle stesse di acquisire le prove e di

formare il convincimento del giudice sulla base di una piattaforma probatoria, il cuore della fase del

giudizio è il dibattimento , il dibattimento è la sede dove si acquisiscono le prove nel contraddittorio

tra le parti ,nella dialettica di posizioni tra le parti a cui spetta un diritto alla prova, le prove

dell’accusa sono le prove a carico, le prove della difesa sono le prove a discarico che devono

essere acquisite proprio nel confronto dialettico tra le parti, a conclusione della fase del giudizio si

ha una sentenza che è una decisone finale una “sentenza”che potrà essere di assoluzione, di

condanna o di proscioglimento cioè di non dover procedere , la sentenza emanata dal tribunale per

i minorenni a conclusione del giudizio, potrà essere impugnata e sottoposta ad appello, cioè una

richiesta di rivisitazione di quella decisione da parte della corte di appello che è un organo

superiore, abbiamo detto che esiste una sezione specializzata della corte d’appello per i minorenni

che ha in sé le componenti private, l’appello è un mezzo di impugnazione ordinario che segue alla

fase del giudizio e che riguarda le sentenze emanate dal tribunale che sono suscettibili di essere

appellate, dal pm se al pm non gli piace la sentenza che ha avuto o che non ha avuto dal giudice

di primo grado, o dall’imputato se ha ricevuto una condanna che non gli è piaciuta e quindi ha

interesse ad impugnare la sentenza del tribunale in appello, infine abbiamo il “ricorso per

cassazione” voi sapete che per principio costituzionale noi abbiamo il doppio grado di giurisdizioni

che permette il controllo di legittimità da parte della suprema corte, in Italia esiste solo una sede

della corte si Cassazione che è a Roma che è un giudice di legittimità e non di merito dove

arrivano tutte le pronunce o a seguiti della sentenza di appello o addirittura si può fare un salto, il

percorso misto-medio, si va direttamente dalla decisone emanata dal giudice alla cassazione.

Lo stato di imputato rimane in ogni stato e grado del procedimento, fino al tribunale è il primo

grado, il secondo grado è l’appello, il terzo grado è la cassazione; una volta che decorrono i termini

per impugnare le sentenza, diversa è quella straordinaria che si chiama “ Revisione” ,quella

sentenza non potrà più essere impugnata e diventa GIUDICATO , il giudicato significa che c’è un

punto nell’esistenete giuridico che è irrevocabile, che non può più essere cambiata e la sentenza

esplica i suoi effetti: se è una sentenza di condanna il minorenne va nel penitenziario, se è una

sentenza di assoluzione il minorenne viene definitivamente assolto, adesso il soggetto che prima

era l’imputato, adesso diventa o condannato o assolto definitivamente.

Nel procedimento penale minorile sono ammessi alcuni riti: riti alternatici che semplificano l’iter

procedurale saltando alcune fase, nel procedimento penale minorile è ammesso il giudizio

abbreviato che s’incardina nella fase dell’udienza preliminare mentre non è ammesso

patteggiamento che invece nel procedimento ordinario è ammesso e s’incardina sempre nella fase

dell’udienza preliminare; come pure non è ammesso “il procedimento per decreto” nel

procedimento penale minorile che si installa alla fine delle indagini preliminari attraverso una

condanna direttamente senza processo, nel procedimento minorile sono ammessi il “giudizio

direttissimo” che salta anche le indagini preliminari e si va direttamente nella fase dibattimentale e

si instaura quando il minorenne viene trovato in flagranza di reato e il “giudizio immediato”, la cui

caratteristica è quella di saltare l’udienza preliminare, si va dalle indagini preliminari alla fase

dibattimentale.

LEZIONE PENALE MINORILE DEL 11 NOVEMBREN 09

Oggi ci occupiamo di incasellare tutti gli istituti nello schema che abbiamo fatto la volta precedente,

quella circa il procedimento penale minorile. Oggi parleremo delle “misure cautelari” che sono

“l’arresto in flagranza” e “il fermo”. ( è fondamentale capire la disciplina che si applica in quanto è

la stessa che poi studierete a procedura soltanto che c’è quel criterio di adattamento alle esigenze

educative del minore).

Per poter parlare di misure precautelari noi dobbiamo risalire al principio fondamentale che tutela

“l’inviolabilità della libertà personale” contemplato dall’art 13 della Cost., l’art 13 della Cost prima

enuncia il principio fondamentale in base al quale la libertà personale è inviolabile, dopo di che

individua le eccezioni, le deroghe a questo principio, le deroghe ci consentono di esaminare dal

punto di vista attuativo una doppia disciplina, cioè sia quella che riguarda le misure precautelari e

sia le misure cautelari, oggi esamineremo le misure precautelari.

Se leggiamo l’art 13 della Cost. comma 3 dove si individuano le prime eccezioni si dice che :” in

casi eccezionali, di necessità e di urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità……che

devono essere comunicati entro 48 ore….effetto”; questa è la norma di principio, la cui attuazione

ci consente di esaminare l’arresto in flagranza e il fermo che rappresentano due forme di misure

precautelari.

Quali sono le caratteristiche essenziali che si desumono da questo 3° comma dell’art 13:

-casi di necessità ed urgenza, cioè casi eccezionali

-tassatività autorità giudiziaria: cioè ufficiali e agenti di polizia giudiziaria i quali possono assumere

provvedimenti di natura provvisoria cioè che hanno una efficacia limitata e circoscritta nel tempo

perché è l’autorità giudiziaria che li assume e quindi necessitano proprio a causa della loro natura

di una “convalida” vale a dire di un riconoscimento (convalidare significa verificare la correttezza, la

conformità alla legge del provvedimento assunto dalla polizia giudiziaria), di una verifica, di un

controllo di legittimità che deve necessariamente avvenire da parte del giudice, il giudice deve

controllare attraverso la convalida la legittimità del provvedimento cioè se è stato assunto nei soli

casi di urgenza e necessità tassativamente indicati dalla legge. E quale tempo? Entro 48 ore: la

libertà personale può essere repressa per un tempo che non supera mai le 96 ore. Il presupposto

perché si possano applicare le misure precautelari è la necessità ed urgenza, il secondo

presupposto è che si deve trattare di casi tassativamente previsti dalla legge, intanto è possibile

applicare le misure cautelari nei soli casi tassativamente previsti dalla legge.

Nel codice di procedura penale la disciplina dell’arresto in flagranza e del fermo, quindi la disciplina

per esteso alla quale bisogna fare riferimento per tutto quanto non espressamente previsto dal

DPR 448 dell’88 cioè la disciplina che riguarda specificatamente i minorenni, la disciplina del fermo

e dell’arresto in flagranza è contenuto agli negli art. 379 e seguenti; questa è la disciplina generale

alla quale facciamo riferimento per il principio di sussidiarietà per tutto quanto non previsto dal

DPR.

La prima nota di differenza tra la disciplina ordinaria e quella per i minorenni consiste nel fatto che

mentre per gli adulti si prevedono alcune ipotesi casi tassativi per i quali è obbligatorio l’arresto in

flagranza, nell’elenco tassativo indicato dalla legge all’art 380 e dei casi per i quali è facoltativo ex

art. 381; il criterio per vedere quando l’arresto è obbligatorio e quando è facoltativo si evince

dall’art.380 e 381; il criterio generale si dice che è un criterio misto perché è un criterio “ quod

penam e quod delictum” cioè è un criterio che fa riferimento per individuare i reati per i quali

l’arresto è obbligatorio, è un criterio che fa riferimento alla gravità cioè di natura quantitativa quod

delictum cioè con riferimento nomen iuris del reato, se vedete l’art 380 noterete come il legislatore

dice: “l’arresto è obbligatorio per tutti queli delitti….” e questo è un criterio di natura quantitativa

perché fa riferimento al limite di pena poi c’è il secondo criterio qualitativo che fa riferimento al

nome del reato , al titolo del reato :l’arresto è obbligatorio per tutti i delitti di strage, di associazione

di stampo mafioso ecc”, c’è tutta una elencazione riportata all’art 380 per tutti quei reati per cui è

previsto l’arresto obbligatorio.

L’art 381 riporta sempre con un criterio parallelo a questo cioè quod penam e quad delictum,

quantitativo e qualitativo, le ipotesi in cui l’arresto in flagranza è facoltativo cioè mentre nelle ipotesi

di reato contemplate nell’art 380 la polizia giudiziaria deve sempre procedere all’arresto della

persona che venga cola nella flagranza del reato ( che significa flagranza: lo stato di flagranza è

descritto dall’art 382 , si ha quando il soggetto viene colto nell’atto di commettere il reato: con le

mani nel sacco oppure subito dopo aver commesso il reato , inseguito dalla polizia giudiziaria,

dalla persona offesa o da altre persone, nel senso che conserva ancora le tracce o gli effetti

materiali del reato che ci fanno capire che egli ha commesso il reato immediatamente prima, si

parla di uno stato di quasi flagranza) quindi ai sensi dell’art 380 se il soggetto viene colto in

flagranza, la polizia giudiziaria DEVE obbligatoriamente procedere all’arresto, quando invece ha la

facoltà di procedere all’arresto?, nell’ambito di tutte quelle fattispecie di reato elencate dall’art 381

il cui titolo della norma è : arresto facoltativo; perché è facoltativo l’arresto? Perchè i presupposti

che devono ricorrere sono diversi, oltre a verificarsi una delle ipotesi di reato indicate dall’art 381,

la polizia giudiziaria prima di arrestare deve fare delle valutazioni che nell’arresto obbligatorio non

deve dare perché deve arrestare in quanto si sono verificate delle ipotesi gravissime contemplate

nell’art 380 in questo caso invece è chiamato a fare queste valutazioni però non è un libero arbitrio

, il legislatore fissa dei criteri e stabilisce ai sensi dell’art 381, quarto comma; la facoltatività , la

valutazione che la polizia giudiziaria deve fare se arrestare o non arrestare un soggetto è legata

innanzitutto al fatto che si sia verificata una ipotesi di reato indicata ai sensi dell’art 381 e qui i

criteri che consentono di esercitare tale facoltà , poi il poliziotto deve anche nell’immediatezza del

fatto perché stiamo parlando della flagranza, le circostanze in cui quel fatto si è verificato, la

personalità di quel soggetto perché può essere un soggetto pericoloso ed ancora la gravità del

fatto, verificare che oltre a trattarsi di una ipotesi, fattispecie di reato elencata nel 381, quel reato

abbia prodotto delle gravi conseguenze, come vedete la differenza è che mentre nel caso di

arresto obbligatorio la polizia per il solo fatto che si tratta di reato gravissimo deve procedere

all’arresto obbligatoriamente, fa una valutazione di gravità allora la polizia giudiziaria deve

procedere all’arresto; nel 381 considera la gravità del reato attraverso l’elenco tassativo ma

aggiunge e rimette alla discrezionalità della polizia giudiziaria la valutazione della personalità,le

circostanze e la gravità del fatto.

Quando parliamo di processo penale minorile non esiste mai la obbligatorietà ma solo a

facoltatività dell’arresto in flagranza; che significa questo? Che la polizia giudiziaria prima di

arrestare anche in flagranza di reato dovrà tener conto non solo dei criteri che abbiamo appena

esposto ai sensi dell’art 381 comma 3 ma dovrà tener conto anche dei criteri indicati dall’art 16 del

DPR 448 del 88: lettura dell’art 16 che è molto scarna perché fa delle integrazioni alla disciplina

ordinaria…come facciamo a capire per quali reati il minorenne può essere arrestato in flagranza?

Qual è il criterio delineato dal legislatore? Lo dice l’art 16 al primo comma facendo un rinvio a tutte

le ipotesi per le quali è possibile applicare la misura cautelare del carcere, utilizza lo stesso criterio

quantitativo, un criterio quod penam, rinviando all’art 23 , se noi leggiamo l’art 23 noteremo che per

la misura cautelare si procede per delitti non colposi per i quali la legge stabilisca la pena

dell’ergastolo o la pena non inferiore nel massimo a 9 anni; allora, l’arresto in flagranza nn è mai

obbligatorio nel caso di minorenni ma sempre facoltativo, primo criterio che ci permette di

individuare la gravità del reato per il quale la polizia giudiziaria, sia agenti che ufficiali della polizia

giudiziaria potranno procedere all’arresto in flagranza riguarda quei reati per i quali sia prevista la

pena dell’ergastolo ovvero la reclusione non inferiore nel massimo a 9 anni, cioè sono reati

gravissimi, è un criterio quod penam.

( quando si fa riferimento all’ergastolo in tutte le norme del DPR 448 del 88 si fa riferimento come

limite finale di pena, infatti se noi pensiamo al codice penale il quale dice che il reato di srage è

punito con la pena da..a …fino all’ergastolo, quindi ci serve come parametro, faccio questa

precisazione perché la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la pena

dell’ergastolo nei confronti dei soggetti minori di età, mi riferisco alla sentenza numero 168 del 94

con la quale la corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la pena

dell’ergastolo per i soggetti minori di età perchè non ha una funzione educativa e di

recupero,perché come sappiamo il minorenne è una personalità in fieri e non avrebbe senso

applicare l’ergastolo, però per un fatto di coerenza interna noi troveremo il riferimento all’ergastolo,

lo ritroveremo anche nella messa alla prova, che serve solo come parametro di riferimento al limite

vitale di pena, diremo per es. che la messa alla prova può essere applicata a tutti i reati anche a

quelli che risultano punibili con la pena dell’ergastolo, il che significa che diventa un parametro di

riferimento della gravità del reato come limite vitale massimo di pena che nella realtà non sarà mai

applicato ad un soggetto minore di età. L’atra volta in tribunale abbiamo visto che un minore era

stato condannato a 14 anni di reclusione perché era stato imputato per associazione di stampo

mafioso ex art 316 bis e per tentato omicidio, ed era una pena gravissima e per altro questo

ragazzo lo abbiamo visto per un altro problema perché era stato accusato di oltraggio a pubblico

ufficiale e questo ragazzo aveva, lo dico a titolo di cronaca, aveva un atteggiamento spavaldo

tipico di mafiosità mentre molti altri avevano un atteggiamento di sottomissione, di vergogna,

questo invece aveva anche un modo di esprimere piuttosto spavaldo e lo stesso giudice che lo

aveva condannato a 14 anni chiese se era stato fatto ricorso al giudizio di appello, quel ragazzo

sicuramente non si farà 14 anni ma 10 sicuro! Nell’ordine dell’udienza i primi casi che vengono

affrontati sono quelli con i detenuti proprio per liberare le scorte che accompagnano il minore).

Quindi ai sensi dell’art 16 è consentito l’arresto in flagranza dei soggetti minori di età per tutti quei

reati per i quali è previsto la custodia cautelare in carcere cioè delitti non colposi per i quali è

prevista la pena dell’ergastolo ovvero detenzione nel massimo non inferiore a 9 anni, questo è il

criterio dal punto di vista della gravità del reato e della logica della tassatività.

Il 3 comma dell’art 16 fissa un ulteriore criterio di natura facoltativa, inerente alle valutazioni che la

polizia giudiziaria in seguito all’arresto deve fare, deve valutare se è opportuno o non è opportuno

procedere all’arresto in flagranza,“ nell’avvalersi della facoltà e non del dovere…....devono tener

conto della gravità…ecc” come vedete l’esercizio di questa facoltatività cioè procedo o non

procedo all’arresto dovrà essere valutato non solo rispetto alla gravità, rispetto cioè a parametri

che sono fissi, ma dovrà tener conto l’età del minorenne, è diverso cogliere in flagranza di reato un

minore di 14 e un minore di 17, perché il minore di 17 ha una personalità già strutturata e si rende

conto di quello che ha fatto se ruba una macchina rispetto al miniore di anni 14; quindi deve tener

conto dell’età, della personalità se è radicata la coscienza criminale o meno, e poi della gravità del

fatto cioè delle modalità con cui è stato compiuto, delle circostanze, se è stato un gioco, i parametri

della facoltatività che consentono alla polizia giudiziaria di valutare se arrestare o meno sono legati

a questi criteri.

Diciamo subito che cos’è il “ fermo” per distinguerlo dall’ “arresto in flagranza”: qual è la differenza,

l’arresto in flagranza si ha nel momento in cui il soggetto viene colto nell’atto della flagranza,

nell’atto di commettere il reato, il fermo se noi leggiamo l’art 384 la norma dice: “anche al di fuori

dei casi di flagranza” cioè che non rileva che il soggetto venga colto nella flagranza del reato, nel

senso che il reato può averlo commesso anche dieci giorni prima, anche un mese prima, però

devono ricorrere i presupposti indicati dall’art 384: cioè indipendentemente dal fatto che il soggetto

venga colto nell’atto di commettere il reato la norma dice: “…quando sussistono specifici

elementi….” Primo presupposto quando c’è motivo di ritenere che benché il soggetto non è stato

colto in flagranza di reato c’è il pericolo che possa darsi alla fuga, primo presupposto del fermo:

pericolo di fuga, secondo presupposto: sussistenza di gravi indizi di verità cioè se ci sono una serie

di indizi probatori, la cassazione ha detto:” altamente probabile” cioè vi sono una serie di elementi

probatori tali da ritenere con elevata probabilità che quel soggetto abbia posto in essere quel

determinato reato, in presenza di un determinato soggetto, terzo presupposto del fermo: la gravità

del reato, come si evince la gravità del reato? Si evince dal limite vitale di pena, il pm dispone il

fermo della persona gravemente indiziata per il quale la legge dispone la pena dell’ergastolo o

della detenzione non inferiore al minimo di 2 anni e al massimo a 6 anni e questo è un criterio

quantitativo, poi c’è un riferimento alla gravità del reato che fa riferimento all’utilizzo di armi da

guerra e di esplosivi ovvero di un delitto commesso per finalità di terrorismo anche a livello

internazionale o per sovversione dell’ordine democratico e in questo caso il criterio è qualitativo.

Altra differenza, il fermo di regola viene disposto con un provvedimento del pm , cioè il pm emana

un ordine di fermo che deve essere eseguito dalla polizia giudiziaria, questa è la regola;

l’eccezione ai sensi del3° comma dell’art 384 anche la polizia giudiziaria può procedere di sua

iniziativa al fermo tutte le volte che c’è necessità e urgenza (sono le stesse parole adottate dall’art

13 della Cost) quando ancora il pm non ha assunto la direzione delle indagini.

Quindi se vogliamo incasellare l’arresto in flagranza nella tabella fatta la scorsa volta, poniamo

questo istituto nelle indagini preliminari quando abbiamo una persona sottoposta alle indagini ed

un pm che coordina le indagini e c’è una polizia giudiziaria che lo coadiuva, tenete presente che

anche dal punto di vista sistematico la disciplina dell’arresto in flagranza e del fermo è sottoposto

alla disciplina contemplata nel libro V di procedura penale che è intitolata: delle indagini preliminari

e udienza preliminare.

La prossima volta vedremo le misure cautelari contemplate in un libro a parte che è il libro IV del

codice di procedura che è dedicato alle misure cautelari mentre le misure precautelari sono

disciplinate nell’ambito delle indagini preliminari, non è un caso.

Ora guardiamo l’aspetto più complesso : che cosa succede subito dopo che il minorenne viene

arrestato in flagranza o viene fermato? Vi sono una serie di formalità che devono essere

rigorosamente osservate il rigore di queste formalità e il rigore si evince dal fatto che se non

vengono osservate il provvedimento perde efficacia, si caduca.

Subito dopo che una persona viene arrestata in flagranza o fermata, la polizia giudiziaria deve

seguire una serie di formalità che riguardano soprattutto la tutela della persona arrestata e dunque

una serie di avvertimenti che alla stessa devono essere rivolti, primo fra tutti è la facoltà di

nominare un difensore , se la persona non vuole indicare un difensore di fiducia la polizia

provvede a nominare uno d’ufficio, quindi garantire il diritto fondamentale di difesa, poi la facoltà di

avvisare un parente, poi la polizia giudiziaria nel momento in cui arresta in flagranza o sottopone a

fermo la persona deve immediatamente comunicare con il mezzo più rapidi al pm di turno l’arresto

e deve provvedere a trasferire nella casa circondariale più vicina la persona arrestata o fermata

affinché venga messa a disposizione del pm, nelle 24 ora successive all’arresto la polizia

giudiziaria deve mettere a disposizione del pm la persona e vede redigere un verbale di arresto in

flagranza, un verbale in cui spiega le motivazioni dell’arresto o del fermo in ordine alla gravità del

reato, alla flagranza, alle persone che erano presenti ecc. questo verbale servirà al pm perché il

pm nella 48 ore successive all’avvenuto arresto deve chiedere al GIP la convalida del

provvedimento perché se diventano 49 l’arresto perde efficacia,questi sono i termini

costituzionalmente garantiti a tutela della libertà personale tanto è vero che il mancato rispetto di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto penale minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Colamussi Marilena.

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