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si riallaccia alla concezione costitutiva del diritto penale, secondo cui in tale norma il legislatore

2) quindi l’ordine dell’autorità non fa parte della

avrebbe voluto punire una disubbidienza come tale,

fattispecie tipica, essendo un presupposto di fatto (norma penale in bianco, come norma dal precetto

completo);

L’artificiosità emerge in tutta la sua insufficienza con riferimento all’art.650 c.p., la impossibilità,

* qualora si dovesse far esclusivo riferimento alla formulazione legislativa contenente al sanzione, di

individuare le stesse grandi linee della fattispecie del reato di inosservanza dei provvedimenti

dell’autorità, così come delineate da tale articolo, se è vero, come è vero, che né il soggetto agente, né

l’azione, né il bene giuridico tutelato possono essere individuati facendo a meno del contributo che alla

fattispecie tutta riesce a fornire il contenuto del provvedimento richiamato.

L’obbligo di obbedienza sanzionato, il legislatore non ha

* fatto altro che attribuire la sanzione ad un

obbligo del tutto indeterminato.

* Per garantire il principio di tassatività non si può quindi a nostro avviso, violare quello della riserva di

legge: la tassatività della fattispecie penale deve certamente essere garantita, ma deve emergere

direttamente dalla norma dettata dal legislatore.

* Vi è un argomento molto persuasivo che emerge dal complesso delle norme costituzionali, il quale

consente di sostenere l’assunto della assolutezza della riserva di legge dall’art.25/2 della costituzione.

L’art.113 , pur diretto a sancire il principio dell’azionabilità delle pretese del cittadino, concorre altresì

a determinare il valore del principio di legalità. Per rendere effettiva la tutela prevista dall’articolo

medesimo è indispensabile che gli atti amministrativi impugnati siano suscettibili di controllo, tramite

un confronto in concreto tra tali atti e le norme che dettano la loro disciplina. Se la legge non contiene

essa non può essere utilizzabile

elementi idonei a circoscrivere la discrezionalità dell’amministrazione,

in sede giurisdizionale come termine di raffronto per giudicare della legittimità degli atti emanati in

base alle sue previsioni.

La legge, pertanto, in base all’art.113, come è stato esattamente rilevato, “è costituzionalmente

vincolata ad avere un dato contenuto, ossia a disciplinare anche nella sostanza la materia in relazione

alla quale attribuisce poteri agli organi dell’esecutivo, con la conseguenza che sarebbe ora illegittima

l’emanazione di una legge che si limitasse al mero conferimento di un potere, senza porre le norme

relative alla disciplina del medesimo, norme idonee ad essere utilizzate per giudicare della legittimità

degli atti di esercizio del potere conferito”.

all’art.650 può essere definita come una

NUVOLONE - La norma di cui norma a contenuto multiplo e

variabile: si avrà cioè una variazione nel contenuto della norma ogni qualvolta varierà il contenuto del

provvedimento; e tale variazione reagirà, così come è logico, non solo sul precetto, ma su tutta la

fattispecie e, quindi, anche sull’interesse tutelato.-

riserva di legge incorporata nella norma costituzionale dell’art.25 rappresenta per il legislatore

GALLO -la sottrae a quest’ultimo la possibilità di delegare

un vincolo eterolimitativo, ad autorità non legislative

l’emanazione di qualsiasi norma in materia penale.-

MANTOVANI: fuori da apriorismi fuorvianti le norme penali in bianco costituiscono una autonoma

3) categoria di norme, munite di un precetto generico, esaurientesi in una mera enunciazione di un obbligo

di ubbidienza, senza indicare le condotte disubbidienti; in rapporto a tale peculiarità si fonda il

problema della loro costituzionalità con riferimento alla riserva di legge e limitatamente ad atti

normativi futuri.

Secondo la sentenza della Corte Cost. n.26/1966, il precetto amministrativo, integrativo della norma

“determinazioni sufficienti”,

penale, deve trovare nella legge sì da porsi come svolgimento di una

disciplina già tracciata dalla legge.

E’ stata sostenuta da una parte della dottrina, l’assoggetabilità al controllo di costituzionalità della

norma penale integrata, che garantirebbe uno sviluppo ulteriore del del controllo sostanziale sulle fonti

della legge penale. 3

Oltre alle leggi ordinarie(art.70 ss. Cost.) sono fonte di diritto penale

A) le leggi materiali:

decreti legislativi; strumento normativo utilizzato per realizzare riforme di vasta entità quali ad es.

1. novellazione di codici.

2. decreti legge;

[Minoritario] superamento dell’equiparazione formale, ragionando sulla riserva di legge;

[Prevalente] Espressione delle volontà popolare si esprime al momento della conversione in legge del

decreto, inoltre il D.L. è sottoponibile ad un controllo di legittimità costituzionale; reiterazione dei

decreti, introduzione nei decreti di norme di disciplina di carattere generale, violazione frequente dei

requisiti di necessità e urgenza.

le consuetudini.

C) Se la tipicità è la forma indefettibile delle norme penali, quelle consuetudinarie hanno una fisionomia

completamente opposta: il loro maggior pregio consta della flessibilità e mobilità dei significati attribuibili

ai fatti che ne costituiscono la base fondante.

La norma consuetudinaria nasce quindi dalla traduzione che l’interprete attribuisce ai fatti ed è quindi

soggettiva e variabile.

Sbarrato l’accesso di fonti consuetudinarie alle forme fondamentali di quella opera di demarcazione -

creazione dei tipi di reato e delle cause di non punibilità - non le resta altro che una mera funzione

integratrice.

Il senso del contrasto tra la consuetudine e le ragioni della riserva, dal lato delle norme incriminatrici, è

lo stesso che caratterizza il tradizionale divieto di analogia in malam partem.

MARINUCCI - La norma penale può essere scomposta secondo profili funzionali in parte essenziale e

parte accessoria. Esempi di incontrollabile espansione normativa, in caso di ammissibilità della fonte

consuetudinaria nel diritto penale sono gli artt. 40/2 (cagionare mediante omissione) e 43/3 (imputazione a

In quest’ultimo caso all’elemento consuetudinario è attribuito valore di indice o criterio

titolo di colpa).

empirico alla cui stregua avviare un giudizio di “rappresentabilità” ed “evitabilità” di condotte suscettibili

di sfociare in risultati antigiuridici.-

Consuetudine e scriminanti.

MANTOVANI ammette la possibilità dell’esistenza di cause di giustificazione di origine

consuetudinaria in ossequio al favor rei. [cfr. analogia in bonam partem].

* La soggettività applicativa potrebbe variare per ogni giurisdizione e per ogni giudice, ampliando o

restringendo arbitrariamente l’area del penalmente lecito. A tal proposito è riferibile l’es. dell’art.51 c.p.,

che permette infiltrazioni di norme consuetudinarie richiamate da leggi extrapenali.

In uno schema, il rapporto d’influenza tra legge e consuetudine nella genesi della scriminante in parola

è questo: la legge ha inserito nel sistema, e nella legge sta compreso per intero il principio per il quale

“l’esercizio di un diritto esclude la punibilità”: dalla consuetudine per contro derivano, come massimo,

alcuni fra i tanti diritti accordati dall’ordinamento ai suoi soggetti, e al cui esercizio la legge riconnette per

l’appunto la esclusione della punibilità.

* Improprio parlare di consuetudine interpretativa, non essendo fonte del diritto e non vincolando

l’interprete, se non per la sua funzione persuasiva del precedente nell’attribuzione di un significato

(es.: l’onore e il decoro

uniforme in relazione al momento storico, ad elementi normativi extragiuridici

di vilipendio art.410, mezzi di correzione art.571, opere d’arte e le bellezze naturali artt.733-734).

art.594, gli atti 4

Capitolo IV - Il principio di tassatività

A) Il principio di tassatività o di determinatezza presiede alla tecnica di formulazione della legge penale,

evitare l’arbitrio del giudice,

con la primaria finalità di: a) assicurare la certezza della legge per b)

l’eguaglianza giuridica dei

assicurare altresì la frammentarietà del diritto penale [cfr. art.2043 c.c.], c)

cittadini a parità di condotta, d) la possibilità di conoscere chiaramente i comportamenti penalmente vietati al

fine di decidere consapevolmente il proprio comportamento.

Nella costituzione tale principio è desumibile implicitamente dalla ratio dell’art.25, ed era già prescritto

dall’art.1 c.p. attraverso l’avverbio “espressamente”.

Il mezzo di attuazione di tale principio è la tecnica legislativa di tipizzazione degli illeciti penali.

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale, per mancanza di tassatività l’art.603 c.p. “plagio”

(eccessiva genericità della fattispecie incriminatrice: “ Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in

modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito ...”).

L’unico modo corretto di tipizzazione è la tecnica di normazione sintetica, fondata sulla concentrazione

della fattispecie attorno a reali tipologie ontologiche di aggressione a ben individuati oggetti giuridici; la

possibilità di assicurare la determinatezza della fattispecie varia a seconda della natura degli elementi

concettuali che sono utilizzati dal legislatore (rigidi, elastici, vaghi e indeterminati);

Il principio di tassatività è rispettato quando la fattispecie raggiunga il grado di determinatezza necessario

e sufficiente a consentire al giudice di individuare, ad interpretazione compiuta, il tipo di fatto dalla norma

disciplinato.

L’analogia

B) è il procedimento attraverso il quale vengono risolti i casi non previsti dalla legge,

estendendo ad essi la disciplina prevista per i casi simili (analogia legis) , altrimenti, desunta dai principi

generali del diritto (analogia juris).

Nei sistemi penali fondati sulla legalità formale, il divieto dell’analogia è preposto alla tutela del favor

libertatis contro ogni limitazione della legge non espressamente stabilita; la portata di questo divieto va

ricercata sul piano politico-garantista.

Possibili problemi di illegittimità costituzionale si possono presentare alla fattispecie ad elencazione

e l’elemento

sostitutiva quali ad es. 600, 601, 602, nelle quali si fa riferimento al concetto di schiavitù

normativo elastico qual’è la condizione analoga alla schiavitù.

Diversamente vengono ritenute compatibili con la Costituzione le fattispecie ad elencazione esplicativa,

nelle quali il genus delle ipotesi criminose è già definito dalla legge, rif. Artt.710, 711.

Nel diritto penale italiano, le fonti di tale divieto sono contenute:

nell’art.14 disp. prel.

1) (legge interpretata nel senso di legge penale incriminatrice)

2) negli artt.1 e 199 c.p.

nell’art.25 Cost.

3) [interpretazione estensiva]

Le possibilità applicative dell’analogia in bonam partem sottostanno a tre limiti:

deduzione dell’eadem

1) reatio dal diritto scritto;

2) sufficiente grado di determinatezza delle disposizioni a favore del reo, al fine di individuare con sufficiente

precisione e certezza il rapporto di similitudine;

3) divieto generale di analogia delle norme eccezionali (art.14 disp. prel., immunità, cause di estinzione del reato).

Stretta fra i suddetti limiti l’analogia in bonam partem resta circoscritta ad ipotesi marginali, ma altrimenti

non risolvibili in termini corretti. Di principio, non è preclusa rispetto alle norme scriminanti; infatti il

rapporto fra norme incriminatrici e scriminanti non può essere ricondotto ad un problema di regola-eccezione,

le prime si riferiscono a fatti illeciti e le seconde a fatti già ab origine leciti, perciò le scriminanti sono esse

stesse espressione di principi generali. [rif. concezioni tripartita del reato]

L’art.52 è estensibile alla legittima difesa anticipata (bruto che minaccia vittima di stupro e viene ucciso dalla

l’art.54 è estensibile allo (sottoposto che esegue un’ordine

; stato di necessità anticipato

stessa nel sonno) , non a quello extralegale, relativo a beni meramente patrimoniali.

illegittimo insindacabile) 5

Capitolo V - Il principio di irretroattività

Il principio base che regola la successione delle leggi penali nel nostro diritto positivo, non è quello della

irretroattività. L’irretroattività è uno dei corollari di un principio superiore (favor libertatis), il quale, in

omaggio alla libertà del cittadino, gli assicura il trattamento penale più mite tra quello stabilito dalla legge al

momento della commissione del reato e i trattamenti stabiliti da leggi successive.

Nel nostro ordinamento le norme che fanno riferimento a tale principio sono:

a) art.25 Cost.

b) art.11 disp. prel. (principio generale di irretroattività assoluta).

c) art.2 c.p. (sancisce il principio di irretroattività relativa: irretroattività della legge sfavorevole e la

retroattività della legge favorevole al reo).

* La legittimità costituzionale di norme che limitano la retroattività di disposizioni più favorevoli,

derogando al principio generale, è perciò ammessa dalla dottrina con il limite del rispetto del principio

d’uguaglianza.

L’irretroattività concerne l’applicazione “in concreto”,

della nuova legge penale a qualsiasi

comportamento che in precedenza era penalmente lecito, essa vale sia quando venga istituito un nuovo titolo

di reato, sia quando un mutamento degli elementi costitutivi di fattispecie criminose preesistenti renda

punibili fatti che prima non lo erano.

Abolitio criminis.

La decriminalizzazione successiva al fatto per il 2° co. ha un’efficacia che è stata definita

*

iperretroattiva, travolgendo anche il giudicato ed i suoi effetti penali. [cfr. modifica della legge più

favorevole al reo e irrefragabilità del giudicato].

Tale fenomeno giuridico si ha non solo nei casi di totale abrogazione di un titolo di reato, ma ogni volta

che una nuova configurazione della fattispecie escluda la rilevanza penale di fatti che in precedenza

costituivano reato.

L’abolitio criminis fa cessare ogni effetto penale della condanna (pene accessorie, recidiva, ecc.).

L’ambito di applicazione del

* 3° co. comprende tutte le modifiche della disciplina quali ad es. pena,

sospensione condizionale, prescrizione, querela, mutamento del titolo di reato, nuova circostanza attenuante.

L’individuazione della legge più favorevole va fatta non in astratto ma in concreto sulla base delle

risultanze di un giudizio basato sul caso concreto.

Le leggi eccezionali, temporanee e le leggi finanziarie costituiscono un’eccezione al principio di

retroattività della legge favorevole al reo.

Da rilevare che per le leggi finanziarie che susseguano ad una legge comune, con disposizioni più favorevoli, la

suddetta eccezione non opera. (rara ipotesi) (vedi L.1929/4)

Decreti-legge non convertiti e leggi dichiarate incostituzionali.

Nei casi sopra menzionati, tali atti cessano di avere efficacia ex tunc, con reviviscenza o riespansione

retroattiva della legge sospesa in tutto o in parte dal decreto-legge e di quella abrogata o limitata dalla legge

incostituzionale.

Entrambi i casi non danno luogo ad un fenomeno di successione di leggi.

1) I fatti pregressi sottostanno alla legge vigente al momento della loro commissione. (Corte Cost. 51/85

con rif. ai soli fatti anteriori) 6

2) I fatti concomitanti:

 Se sottostavano ad un trattamento più sfavorevole, a seguito della mancata conversione del decreto o della

declaratoria di incostituzionalità, rientrano nel campo di applicazione della legge più favorevole

preesistente, che ha ripreso vigore, travolgendo l’eventuale giudicato penale di condanna.

 Se sottostavano ad un trattamento più favorevole, è da ritenere che trovi applicazione il principio

dell’art.25/2 Cost., per cui vanno applicati il suddetto decreto e la suddetta legge.

In tale ipotesi ci troviamo di fronte ad un conflitto tra le opposte esigenze costituzionali espresse:

a) dagli artt.77 e 136 Cost. favorevoli alla retroattività della legge previgente;

b) dall’art.25/2 favorevoli alla irretroattività della legge previgente, altrimenti si avrebbe l’applicazione

di una disciplina penale che non era effettivamente vigente al momento del fatto.

[rif. attrito fra favor rei e certezza giuridica]

In caso di conversione del decreto con emendamenti, se questi consistono nella mancata conversione

di una o più norme, vale quanto sopra detto. Se essi consistono nella sola modifica di una o più norme,

trattasi di un normale caso di successione di leggi, sottoposto alle regole generali.

Tempus commissi delicti.

[reato permanente], [reato abituale] 7

Parte II - IL REATO

L’analisi del reato

Capitolo I -

Nell’analisi del reato, ci riferiremo alla concezione analitica, optando per la teoria bipartita del reato.

La concezione analitica ha dato luogo, a due teorie:

a) Teoria della tripartizione.

Il reato si compone di tre elementi:

il fatto tipico, inteso come fatto materiale comprensivo dei soli requisiti oggettivi;

1) l’antigiuridicità obiettiva, tesa all’analisi dell’assenza o meno di cause di giustificazione;

2) la colpevolezza, intesa nelle sue due forme del dolo e della colpa.

3)

b) Teoria della bipartizione.

Il reato si compone di due elementi:

l’elemento oggettivo,

1) cioè il fatto materiale in tutti i suoi elementi costitutivi;

l’elemento soggettivo,

2) cioè il diverso atteggiarsi della volontà nelle forme del dolo e della

colpa.

La differenza tra tripartitismo e bipartitismo sta nel modo di considerare le scriminanti come elementi

negativi del fatto o della antigiuridicità.

Seguendo la tesi tripartita, il fatto scriminato, in virtù del principio di non contraddizione

dell’ordinamento, diviene lecito per l’intero ordinamento. In tale ottica il giudizio di antigiuridicità

esorbita dal solo diritto penale coinvolgendo l’intero ordinamento, ed elevando le scriminanti a rango di

norme extrapenali.

Da tale presupposto derivano importanti conseguenze:

a) le scriminanti sono passibili di estensione analogica;

b) per le scriminanti non vale la riserva di legge stabilita in materia penale, perciò è ammissibile che

l’esercizio di un diritto(art.51) trovi la sua fonte anche nella consuetudine.

La teoria tripartita trova la sua ragione storica nell’ambito degli ordinamenti come quello tedesco, che

per la disciplina dell’errore sulla esistenza di

nel codice penale previgente era privo di una norma ad hoc

scriminanti, nel codice italiano vigente tale caso è espressamente disciplinato dall’art.59.

La Costituzione italiana accoglie una concezione di antigiuridicità formale-sostanziale, per cui

antigiuridico è il fatto che contrasta con la legge penale conforme alla Costituzione.

Se si muove dalla teoria bipartita bisognerebbe negare l’interpretazione analogica delle scriminanti.

MANTOVANI ritiene tale posizione non indefettibile, esso ritiene che l’applicabilità per analogia possa

essere ammissibile per le cause di giustificazione in quanto norme di favore. Altri ritengono si tratti di

norme eccezionali non estendibili per analogia ex art.14 preleggi.

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IL PRINCIPIO DI MATERIALITA’ (Nullum

Capitolo II - crimen sine actione)

Uno dei principi cardine del diritto penale del fatto, esercita la funzione di delimitazione dell’illecito

penale. Con la massima: “Nullum si vuole esprimere il principio secondo cui, per il

crimen sine actione”,

nostro ordinamento può essere reato solo il comportamento umano materialmente estrinsecantesi nel

mondo esteriore e, perciò suscettibile di percezione sensoria e, quindi munito di una sua corporeità.

Tale principio è rinvenibile nell’art.25/2 Cost. nell’espressione “fatto commesso”, inoltre si desume, a

fortiori, dal principio costituzionale della offensività del fatto, essendo la materialità il supporto della

offensività del fatto stesso.

Nella sua materialità il fatto di reato è costituito da un insieme di componenti che danno luogo al c.d.

elemento oggettivo; nel fatto oggettivamente inteso vanno compresi:

gli elementi positivi (che debbono esistere) rappresentati:

1) dalla condotta e ove richiesto,

1.1 dall’evento,

1.2 dal rapporto di causalità tra la prima ed il secondo,

1.3 dall’offesa

1.4

2) gli elementi negativi (che debbono mancare) rappresentati dalla assenza di cause di giustificazione.

Sezione I: La condotta consistere in un’azione ovvero in un omissione.

La condotta(rif. 1.1) può

Secondo GRISPIGNI la condotta può essere definita come “il comportamento o contegno di un

soggetto nei confronti del mondo esterno”. L’azione consiste nel movimento del corpo idoneo ad

offendere l’interesse protetto dalla norma o l’interesse statuale perseguito dal legislatore attraverso

l’incriminazione.

L’omissione non è percepibile come essenza fisica ma normativa, consistendo essa appunto nel non

compiere l’azione possibile, che il soggetto ha il dovere di compiere.

Si sono succedute nel tempo diverse teorie volte a ricercare un concetto pregiuridico unitario di

condotta che svolga ad un tempo la triplice funzione: a) dogmatico-applicativa b) classificatoria c)

limitativa o negativa.

l’originaria “volontà che

Superata è concezione dei giuristi tedeschi che definivano la condotta come

A) si realizza”, comprensiva tanto del movimento corporeo quanto delle sue conseguenze, tagliando così

e l’omissione.

completamente fuori dal concetto di condotta il fatto colposo, il tentativo

La concezione naturalistica o causale, sorta alla fine del secolo scorso definisce la condotta come

B) “movimento corporeo cagionato dalla volontà”, quindi una modificazione del mondo esterno causata

da influsso della volontà, recepibile con i sensi.

Critica:

* Tale teoria pur ricomprendendo la condotta colposa (in quanto il contenuto del volere rileverebbe in

sede di colpevolezza), non consente di comprendere la condotta omissiva e i reati di mera condotta

colposi. dell’azione, sviluppatasi in Germania, dopo il secondo conflitto mondiale, sulla base

Teoria finalistica

C) del postulato filosofico che nella realtà pregiuridica sussistono strutture ontologiche, vincolanti per il

sua essenza finalistica, si concepisce l’azione

legislatore, tra le quali vi è la condotta umana con la

“attività finalisticamente rivolta alla realizzazione dell’evento tipico”.

penalmente rilevante come

Critica:

* Tale teoria è stata elaborata sulla base del reato commissivo/omissivo doloso, mancando di

i reati colposi, nei quali è postulata l’assenza di volontà per l’evento tipico.

giustificare

* Mentre l’azione dolosa è certamente finalistica, quella colposa è stata definita, in una prima

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formulazione, come “potenzialmente” finalistica; poi si è precisato che l’azione non è finalistica

rispetto all’evento tipico, ma soltanto rispetto ad un altro evento.

Il concetto di condotta, come viene rilevato:

a) quanto alla funzione dogmatico-applicativa, può consentire di ritagliare, nella serie ininterrotta di

L’idoneità

movimenti corporei del soggetto, la singola condotta nella sua unità ed individualità.

consente di individuare già sul piano materiale “l’unità minima” della condotta nella pluralità

offensiva

frammentaria dei singoli movimenti muscolari in sé insignificanti e irrilevanti.

* Mentre il finalismo soggettivo è proprio soltanto del reato doloso, il finalismo oggettivo della

condotta caratterizza ogni tipo di condotta.

[frammentarietà]

b) quanto alla funzione classificatoria, consente di assumere una funzione categoriale di comportamenti

ontologicamente diversi (attivi ed omissivi, dolosi e colposi), postulando tutte una estrinsecazione

dell’uomo nel mondo sociale, che fa dello specifico umano il loro referente comune ed il centro del

diritto penale. Da rilevare le differenze fra reati omissivi e commissivi con riferimento alla causalità,

dolo, tentativo, concorso di persone ecc.)

c) quanto alla funzione limitativa del penalmente rilevante, appare escludere le estrinsecazioni umane

non coscienti, non volontarie, non espressive della personalità del soggetto non imputabile.

[suitas della condotta]

L’azione.(n.48)

Classificazione:

Reati a forma vincolata: reati patrimoniali (rif. truffa e furto) [frammentarietà]

1) Reati a forma libera: reati contro beni personalissimi quali vita, incolumità individuale e collettiva,

2) onore.

[Problema dell’unità o della pluralità dell’azione.]

L’omissione.(n.49)

La tendenza espansiva dei reati omissivi è una caratteristica del passaggio dallo Stato liberale allo Stato

sociale di diritto o solidaristico, il quale, addossandosi nuovi compiti in ampie sfere, impone ai cittadini

l’obbligo di determinate azioni volte al raggiungimento di alcune finalità che esso assume come proprie,

quali anzitutto l’adempimento dei doveri di solidarietà del corpo sociale in vista di una omogeneizzazione

(come prevede l’art.2 Cost.) con conseguente ampliamento dell’omissione

economico-politico-sociale

penalizzata (es.: in materia tributaria, di rapporti di lavoro, di assistenza familiare, di istruzione e

mantenimento dei figli, assicurativa, economica, industriale, commerciale, urbanistica, edilizia, ecc.) Il

ricorso a fattispecie omissive risponde, inoltre, ad una esigenza imposta dalla sempre maggiore

complessità della vita di relazione, causata anche dai progressi tecnologici e dalla sempre più complicata

meccanizzazione, che comportano la emanazione di un sempre maggior numero di norme cautelari di

condotta, la cui violazione consiste sovente in atteggiamenti omissivi (es.: legislazione in materia di

circolazione stradale, di sicurezza del lavoro).

* Una serie di teorie riguardano l’individuazione dell’essenza dell’omissione: naturalistica o

normativa?

Omissione intesa come azione interna (nihil facere).

A) Critica: i reati omissivi colposi hanno un vuoto psicologico per definizione, quindi sono esclusi da tale

teoria, inoltre non si distinguerebbe dalla mera inerzia.

Permane una realtà naturalistica, estrinsecantesi in un’azione

Omissione intesa come aliud facere.

B) alternativa a quella doverosa. 10

Critica: ammesso che sia

(Es.: casellante che si addormenta non azionando lo scambio per passaggio a livello)

sostenibile che il soggetto, nel dormire stesse compiendo un’altra attività, l’azione diversa è, comunque,

l’esistenza del reato, bastando appurare che il soggetto pur potendolo, non ha

del tutto irrilevante, per

tenuto il comportamento dovuto.

La dottrina oggi concorda nel riconoscere alla omissione una essenza non fisica ma normativa,

C) consistendo essa appunto nel non compiere l’azione possibile, che il soggetto ha il dovere di compiere.

L’omissione sul piano naturalistico può tradursi anche in un facere, ma difficilmente può essere compresa

senza il riferimento ad una norma. L’omissione, infatti, non consiste in un non facere, ma in un non facere

quod debetur.

Caratteri costitutivi dell’omissione:

a) dovere giuridico di fare;

b) possibilità materiale di adempiere;

Date le differenze strutturali, fondamentale è la bipartizione dei reati omissivi tra:

consistenti nel mancato compimento dell’azione comandata, ne sono elementi

Reati omissivi propri,

1) costitutivi oggettivi: a) i presupposti (rif. art.593 c.p.), b) la condotta omissiva c) il termine entro cui

l’obbligo deve essere adempiuto. In tale tipologia di reato manca elemento naturalistico.

Il reato si considera consumato nel momento in cui viene a scadere il termine prescritto per il

compimento dell’azione dovuta, ne consegue che non è configurabile il tentativo.

MANTOVANI ritiene possibile il tentativo per i reati di omissivi propri plurisussistenti a condotta

frazionata.

NUVOLONE

“Problemi particolari del reato omissivo:

-

l’evento e il dolo nei reati omissivi propri, i rapporti tra la violazione dell’obbligo giuridico di impedire

l’evento e il principio di legalità nei reati omissivi impropri, la causalità dell’omissione, la

compartecipazione criminosa in tema di omissione.”-

CADOPPI: teorizzò l’esistenza accanto a dei comandi di azione, di altri comandi detti di evento,

-“Grispigni

costituenti il substrato materiale per la commissione di reati di omissione di evento. Ne sono esempio

l’omessa denunzia di reato (artt. 361, 362 c.p.), l’omissione di referto (art. 365), l’omissione di soccorso

(art.593).

Ponendo una distinzione dei reati omissivi propri, a) taluni di essi non sono altro che reati omissivi

impropri “a tutela anticipata”, pensiamo all’omissione di soccorso, o all’omesso riparo di edifici

minaccianti rovina (art. 677 c.p.), essi possono essere denominati reati omissivi “quasi impropri” e sono

caratterizzati dal fatto che non possono per natura, atteggiarsi ad illeciti di danno; b) la seconda classe è

costituita da norme dirette a tutelare la realizzazione di un evento (naturalistico) positivo, socialmente

“menomato” o “distrutto”; al contrario, il mero

utile. Il bene giuridico ledibile non abbisogna di essere

“mancato arricchimento”, la “mancata alimentazione” di un simile interesse è sufficiente ad offenderlo.

(artt. 355, 731 c.p.).

Il reato di pura omissione costituisce una categoria a sé nel mondo dei reati: unico reato senza evento, ed

anzi produttivo del “non-evento” ed offensivo di interessi relativi o positivi la cui mancata alimentazione è

il “sostrato” (non fattuale ma normativo) che funge da indice dell’offesa”.-

Reati omissivi impropri, che consistono nel mancato impedimento di un evento materiale.

2) In tale ambito vanno ulteriormente distinti:

reati espressamente previsti dalla parte speciale (es.: art.659 c.p. “mancato impedimento di strepiti

a) di animali); della clausola generale dell’art.40/2

b) reati risultanti dalla combinazione con la norma di parte

speciale, configurante un reato commissivo (art.575 c.p.); l’art.40/2 si innesta su fattispecie

commissive convertibili in fattispecie ommissive improprie: cioè i reati commissivi di evento

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causalmente orientate. I reati di evento perché solo rispetto ad essi è configurabile la causalità e,

quindi l’assimilazione del non impedire al causare. E causalmente orientati, perché, concentrando

causazione dell’evento, consentono

essi il loro disvalore sulla causazione e non sulle modalità di

quella equiparazione che l’art.40/2 limita, appunto, alla sola causazione.

Non convertibili sono, invece, i reati a condotta vincolata, partecipando al disvalore anche le modalità

di causazione.

Non è configurabile un reato richiedente una condotta necessariamente attiva, tramite una omissione

generica (art.640 c.p.).

Presupposti della condotta sono gli antecedenti logici della stessa (es.: stato di gravidanza per

procurato aborto, precedente matrimonio per bigamia, altrui detenzione della cosa nel furto). La categoria

dei presupposti acquista rilevanza pratica sotto il profilo dell’elemento soggettivo.

L’oggetto materiale della condotta consiste nella entità su cui cade la condotta tipica: cosa

inanimata(es.: art.427), animale(es.: art.727), corpo umano vivente(es.:art.575), cadavere(es.: art.410).

Sezione II: L’evento evento è “quella parte delle modificazioni del mondo esterno prodotte

Dal punto di vista giuridico-penale,

o non impedite da una condotta, alle quali il diritto oggettivo ricongiunge conseguenze giuridico-penali”.

Sul significato di tale espressione e sul legame che deve intercorrere tra condotta ed evento si scontrano

due concezioni: l’effetto naturale della condotta

a) Per la concezione naturalistica, maggiormente seguita, evento è

umana, penalmente rilevante. In base a tale concezione l’evento non può essere elemento costante di tutti i

reati, poiché certe fattispecie prescindono da ogni modificazione del mondo esteriore (reati di pura condotta

ad es. i reati omissivi propri, delitti come l’evasione, la maggior parte delle

quali contravvenzioni).

l’evento è, l’effetto offensivo della condotta, e cioè la lesione o messa in

b) Per la concezione giuridica

dell’interesse tutelato dalla norma,

pericolo ad essa legata logicamente da un nesso di causalità.

Il nesso causale viene concepito in termini di derivazione logica, perciò non necessariamente di successione

temporale, e poiché il reato sarebbe, per definizione, offesa dell’interesse protetto, l’evento in senso giuridico

esisterebbe in tutti i reati, anche in quelli di pura condotta, essendo ravvisabile un nesso logico di causalità tra

condotta ed offesa all’interesse protetto anche senza alcun evento naturale.

Critica: tale dottrina ha una componente aprioristica, postulando una offesa anche nei reati di mero scopo e

pretendendo di dare un contenuto offensivo a fattispecie che ne sono prive.

[Principio di Offensività]

“evento non offensivo” l’istigazione a commettere reati (artt.302, 303

Sono reati con c.p.), cospirazione

politica mediante accordo (art.304), calunnia (art.368), falso giuramento (art.371), falsa testimonianza

(art.372), ingiuria (art.594), diffamazione (art.595), e in genere tutti i reati in cui la condotta consiste in

parole, le quali è bensì necessario che siano udite, ma che il giudice accerti che esse hanno prodotto un danno

oppure un pericolo. solo quando la legge richiede che si accerti che l’evento presenti tale carattere.

Può parlarsi di pericolo

Solo nei reati di danno che non ammettono il tentativo (es. omicidio colposo) il pericolo è irrilevante.

GRISPIGNI:

“I reati con evento offensivo possono essere di due tipi: di

- danno o di pericolo.

Il pericolo è quella situazione nella quale esiste una rilevante possibilità di un evento dannoso. Il

giudizio è dato dopo che il fatto si è verificato senza aver prodotto l’evento di danno, e per dare tale

giudizio bisogna riferirsi al momento del fatto stesso; cosicché si tratta di prognosi postuma.

Nella distinzione tra pericolo concreto e pericolo astratto o presunto, si avrebbe il secondo quando non

è necessario accertarne l’esistenza nel singolo caso concreto. Tale distinzione deriva da un equivoco, e

12

cioè si confonde il momento legislativo con quello giudiziale e dommatico. La non necessarietà

dell’accertamento per il verificarsi del pericolo, giuridicamente parlando esclude il riferimento ad alcun

“.-

evento di pericolo, ed è appropriato parlare di reati di mera condotta

Quando l’evento è assunto come circostanza aggravante si hanno i cosiddetti delitti qualificati dall’evento.

Sezione III: Il rapporto di causalità

Il nesso causale fa parte dei requisiti oggettivi del reato.

L’evento è sempre la conseguenza di un insieme di condizioni contingentemente indispensabili, ciò è

basilare principio enunciato dall’art.40/1 e ribadito nella prescrizione dell’art.41/1, relativa alla

statuito nel per l’imputazione causale dell’evento è (necessario) e sufficiente che l’agente,

equivalenza delle condizioni: condizione contingentemente necessaria [necessaria solo nell’ambito

con la sua condotta, abbia realizzato una

di un determinato contesto di condizioni].

L’imputazione di una conseguenza concreta ad una circostanza concreta, viene effettuato tramite la

formulazione di un giudizio controfattuale, cioè di un giudizio compiuto pensando assente (=contro i fatti)

una determinata condizione e chiedendosi se, nella situazione così mutata sarebbe “stata da aspettarsi”,

oppure no, la medesima conseguenza.

Il problema eziologico va considerato sotto il duplice profilo: 1) della causalità della azione; 2) della

causalità della omissione.

Per proporre una risoluzione al problema giuridico della causalità(collegamento dell’evento alla condotta),

quattro sono le teorie che si contendono il campo:

(detta anche teoria dell’equivalenza causale ovvero t. condizionalistica);

Teoria della causalità naturale

A) Teoria della causalità adeguata;

B) Teoria della causalità umana (ANTOLISEI);

C) Teoria della causalità scientifica.

D) Le ultime tre possono essere considerate correttivi della teoria della causalità naturale.

A) Teoria della causalità naturale.

Enunciata nel secolo scorso da un criminalista tedesco von Buri, concepisce la causalità in termini logico-

naturalistici, considerando causa dell’evento la condotta umana che sia condicio sine qua non del verificarsi

dell’evento, valutata secondo un giudizio causale ex post, ad evento avvenuto. La condotta è accertabile

come causa necessaria quando, utilizzando il procedimento dell’eliminazione l’evento verrebbe

mentale,

meno.

Critica:

 Tale teoria porta a considerare causa dell’evento la condotta umana indispensabile, anche quando vi sia

stato il concorso di condizioni estranee del tutto eccezionali.

 Consente il regresso all’infinito da condizione a condizione, portando a considerare causa dell’evento un

numero indefinito di condotte umane, fino agli antecedenti più remoti.

 Il dolo specifico permette di correggere l’eccessiva ampiezza del concetto di causa, limitando sul piano

oggettivo la causalità, considerando che nel nostro ordinamento esistono ancora ipotesi residuali di

responsabilità oggettiva(rif. art.571 c.p. “Abuso di mezzi di correzione”).

 Il procedimento di eliminazione mentale risulta impraticabile qualora manchi la previa conoscenza delle

leggi causali esprimenti la regolarità tra fenomeni.[casi del talidomide, malformazioni al feto e sostanze

medicinali assunte durante la gestazione e caso delle macchie blu, fabbrica di alluminio e patologie

dell’epidermide]

B) Teoria della causalità adeguata.

Teoria sorta alla fine del secolo scorso, per ovviare al rigorismo della causalità naturale, considera causa la

condotta umana che, oltre ad essere condicio sine qua non, risulta altresì - secondo un giudizio ex ante,

rapportato al momento della condotta stessa - adeguata secondo criteri della scienza ed esperienza

comune, fondati su giudizi di probabilità propri della vita sociale.

13

Critica:

 Teoria che pecca per difetto, in quanto espelle dal campo della causalità giuridica tutti quegli eventi che,

anche se in generale debbono ritenersi conseguenza non probabile, straordinaria di quel certo tipo di

condotta, tuttavia rispetto alla specificità della situazione concreta e alla specifica scienza dell’agente,

possono essere preventivamente calcolati come del tutto probabili o pressoché certi (chimico, nuova

sostanza mortale, omicidio).

 Rilievo codicistico: il nostro codice nella formulazione degli artt.40, 41 non racchiude nessun riferimento

alla idoneità o adeguatezza “in generale” di un tipo di condizione rispetto ad un tipo di evento. Antolisei

aveva rilevato l’incompatibilità tra la suddetta teoria dell’adeguatezza e il nostro ordinamento dalla

formula “sono da sole sufficienti”, usata dall’art.41/2, la quale testimonia che il nostro codice implica

state

un giudizio a posteriori.

Teoria della causalità umana.

C) per la quale la condotta umana è causa dell’evento quando ne costituisce

Teoria formulata dall’Antolisei,

e l’evento non sia dovuto all’intervento di

condicio sine qua non fattori eccezionali. Solo i risultati che

rientrano nella sfera di controllo del soggetto possono considerarsi da lui causati; a differenza della causalità

adeguata, sfuggono al controllo umano non tutti gli effetti atipici, ma soltanto gli effetti che hanno una

probabilità minima, di verificarsi: gli eventi eccezionali, fuori della dominabilità dell’uomo.

Critica:

 L’eccezionalità dell’evento non può che avere un carattere relazionale rispetto ad una regolarità nella

successione di eventi, enunciata da una legge universale o statistica. Tale caratterizzazione presenta

inevitabilmente un aspetto soggettivo, nel senso che non si può prescindere dal punto di vista dal quale,

ex ante, il giudizio viene effettuato.

 Si verifica una contaminazione fra nesso di causalità e colpevolezza, col far dipendere il nesso di causalità

da una ambigua prevedibilità, dominabilità.

 Lo stesso Antolisei riconosce la necessarietà di un giudizio ex ante formulato dal punto di vista

dell’agente e dell’uomo ossequiente alle leggi. Ciò sembra un riproponimento della causalità adeguata.

 [concorso di persone art.116]

Teoria della causalità scientifica.

D) La condotta è causa dell’evento se tramite un giudizio ex post, ad evento avvenuto, seguendo il

dell’eliminazione mentale,

procedimento secondo la migliore scienza ed esperienza del momento storico

(cioè secondo il “metodo scientifico causale”), l’evento è conseguenza, certa o altamente probabile,

dell’azione, in quanto senza di essa l’evento non si sarebbe, con certezza o con alto grado di probabilità,

verificato.

La causalità scientifica, nella logica dell’accertamento giudiziale costituisce il momento primario,

passando all’accertamento della colpevolezza solo dopo aver accertato il nesso causale.

Il metodo scientifico, consiste nella sussunzione del caso sotto le leggi scientifiche di copertura.

Le leggi scientifiche sono rinvenibili nelle c.d. leggi universali e le leggi statistiche.

La distinzione presenta una tendenziale rilevanza giuridica, inoltre ai fini del diritto penale non si può

prescindere dalle leggi statistiche; ciò sia per la inadeguatezza del ristretto numero delle c.d. leggi universali,

conosciute, sia perché molte spiegazioni scientifiche hanno una base probabilistica.

Richiamandoci a particolari ipotesi, condizione necessaria è la condotta nei casi della c.d. causalità

quando cioè l’evento, cagionato dall’agente, si sarebbe, pur sempre verificato per altra

alternativa ipotetica,

causa pressoché contestuale.

L’evento rispetto al quale si pone la causalità della condotta è quello concreto e non astratto. (es.:

distruzione con esplosivo della casa, che sarebbe stata egualmente distrutta dal vasto incendio scoppiato nelle vicinanze;

uccisione con arma da fuoco di soggetto che sarebbe egualmente morto perché precedentemente avvelenato).

cioè l’evento

Condizione necessaria è altresì la condotta nei casi della c.d. causalità addizionale, quando

è cagionato dal concorso di più condotte ad efficacia simultanea, ciascuna però sufficiente a produrlo. (es.: A e

B, indipendentemente l’uno dall’altro, incendiano contemporaneamente la casa che sarebbe andata parimenti distrutta se

uno solo dei due avesse agito). 14

dell’evento dipende, di regola, dal concorso di fattori eccezionali

La eccezionalità sopravvenuti, cioè

successivi alla condotta, nonché dal concorso di fattori preesistenti o simultanei alla condotta.

La causalità nel codice. (n.56)

L’art.41/2 “..sono state da sole sufficienti..” fa riferimento ad una serie causale autonoma, indipendente

che escluderebbe il nesso di causalità tra l’evento generatosi e la condotta dell’agente.

l’interpretatio abrogans come duplicato dell’art.40. Il codice Rocco

Non accoglibile della disposizione

contiene molte disposizioni descrittive che ribadiscono principi già enunciati altrove. Trattasi di tecnica

legislativa perfino raccomandabile quella di spiegare, rienunciandolo in modo diverso, un principio basilare

dell’ordinamento che è quello della necessità di un nesso di condizionamento. Principio ribadito dall’art.41

anche nel primo e terzo comma.

Rubrica fuorviante che parla di “concorso di cause”, l’art.41/2 si riferisce alle cause sopravvenute. La

riconduzione della serie causale autonoma al concorso di cause non potrebbe essere considerata impropria:

“concorso” il fenomeno che si verifica allorché, dopo una causa che

si può considerare una specie del genus

rimane ipotetica (non operante), interviene una causa autonoma ed effettivamente operante.

Usando le parole della Corte di Cassazione: “in tema di rapporto di causalità, per causa sopravvenuta, da

sola sufficiente alla produzione dell’evento, deve ritenersi quella del tutto indipendente dal fatto del reo,

avulsa dalla sua condotta, operante con assoluta autonomia...”.

Il fatto che l’art.41/2 includa solo “Le cause sopravvenute” crea una ingiustificabile disparità di

trattamento con le altre cause citate nell’art.41/1. Antolisei propose di estendere la disciplina delle cause

sopravvenute a quelle concomitanti o preesistenti tramite un procedimento analogico in bonam partem (rif.

Analogia).

Più fondatamente si è invece fatto ricorso al combinato disposto dell’art.41 e dell’art.45.

Approfondimenti:

Concorso di cause, Studium Juris, pag. 1089, 1997

Art.45 c.p.

Il caso fortuito è generalmente associato all’imprevedibilità. In giurisprudenza è definito come “un quid

imponderabile, improvviso ed imprevedibile che s’inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto

soverchiando ogni possibilità di resistenza o di contrasto si da rendere fatale il compiersi dell’evento cui

l’agente viene a dare, quindi, un contributo meramente fisico”.

 La divergenza d’inquadramento del caso fortuito è stata spiegata come uso del medesimo termine

“fortuito” con significati diversi: da un lato, assimilazione alle cause sopravvenute che interrompono il

nesso di causalità, dall’altro, riduzione al limite negativo della colpevolezza, o della colpa in senso stretto.

 Assunto tradizionale in dottrina è che il fortuito esclude la colpevolezza e non la causalità. L’espressione

“ha commesso il fatto”, usata dal codice, dimostrerebbe appunto che il fortuito viene in considerazione

solo quando esiste un rapporto di causalità tra azione umana ed evento.

 La riconduzione del problema del fortuito al problema dell’imputazione per colpa è implicita nella

limitazione dell’esimente del fortuito alle sole azioni lecite, sull’assunto della compatibilità del fortuito

con la responsabilità indiretta da aberratio delicti.

 Nel caso di forza maggiore, la dottrina pone l’accento sulla inevitabilità e secondo una ampia accezione

volontà dell’individuo, nella cui sfera di attività accade

trattasi di f.m. quando una energia estranea alla

l’evento, impedisca allo stesso di esplicare quella ordinaria diligenza, che sarebbe sufficiente per adeguarsi

al precetto penale.

[suitas della condotta]

Approfondimenti: 15

Caso fortuito e Forza maggiore. Studium Juris, pag.12, 1997.

La causalità dell’omissione. (n.58)

Il nesso di condizionamento è terreno d’indagine per i soli reati con evento naturalistico, e tale giudizio

d’imputazione si fonda sul criterio di equivalenza normativa dell’art. 40/2 secondo cui il non impedire è come

causare. Tale disposizione ha efficacia nei soli casi in cui vi sia un obbligo giuridico di attivazione per

evitare l’evento ovvero sul soggetto persista un obbligo di garanzia verso determinati beni giuridici.

L’equivalenza normativa dell’omissione non impeditiva all’agire causale non riguarda i reati a condotta

vincolata, per i quali siano richieste modalità tali da risultare incompatibili con una realizzazione omissiva.

“Il dominio naturale e (salvo il caso di concorso di persone) esclusivo dell’art.40/2 è quello delle

fattispecie causalmente orientate”.

La causalità nell’omissione si fonda su un giudizio ipotetico di evitabilità dell’evento previsto nella

fattispecie incriminatrice tramite un comportamento attivo.

Perché l’omissione dell’azione impeditiva dell’evento possa essere equiparata alla causa umana

dell’evento occorre, innanzitutto, che tramite un giudizio ex post, ad evento avvenuto, seguendo il

dell’eliminazione mentale,

procedimento secondo la migliore scienza ed esperienza del momento storico

(cioè secondo il “metodo scientifico causale”), l’evento è conseguenza, certa o altamente probabile, di detta

omissione, in quanto l’azione suddetta l’avrebbe, con certezza o con alto grado di probabilità, impedito.

 A differenza dell’accertamento della causalità attiva, nella causalità omissiva esso assumerebbe un valore

su come l’eventuale compimento dell’azione omessa avrebbe potuto modificare il

ipotetico e prognostico,

corso degli avvenimenti impedendo l’evento.

 In una moderna visione le entità che entrano nella relazione di causa ed effetto sono processi od eventi, e

bisogna includere fra queste entità anche i processi che sono statici.

 L’omissione non è condizione necessaria nei casi di inutilità del comportamento attivo, quando cioè

l’evento si sarebbe verificato anche tenendo questo; né lo è pur essendo condicio sine qua non, quando

l’evento è conseguenza non probabile dell’omissione, secondo la miglior scienza ed esperienza: quando

l’evento è eccezionale.

cioè

 Problemi di riserva di legge e tassatività nella determinazione degli obblighi di garanzia.

In merito all’individuazione delle fonti dell’obbligo di garanzia, sono riscontrabili due alternativi

orientamenti:

A) Concezione formale. Il dovere di agire va rilevato da fonti formali che prevedono certi obblighi di azione.

Critica:

 Le fonti che vengono considerate si estendono dalla legge, al contratto, estendendosi alla consuetudine e

alla negotiorum gestio; tali fonti dilatano eccessivamente il concetto di obbligo giuridico di attivarsi, che

nel diritto penale è arginato nell’autentico obbligo di garanzia, più ristretto rispetto alle esigenze di tutela

degli altri rami del diritto. Perciò il problema delle fonti si riverbera sulla eterointegrazione delle norme

penali, che richiama al principio di legalità e di tassatività.

 Nell’ipotesi dell’autonomia privata generatrice dell’obbligo di garanzia, porterebbe a negare l’obbligo

stesso nei casi di invalidità del contratto. Sviluppatasi in Germania negli anni ’50. Essa si incentra sulla

B) Concezione sostanzialistico-funzionale.

fattuale “posizione di garanzia” di certi soggetti rispetto a certi beni, che viene individuata in base non

tanto agli obblighi formali di attivarsi, quanto alla funzione della responsabilità penale per non

impedimento.

Decisivi sarebbero il fine di prevenzione della norma ed i criteri della rappresentabilità e prevenibilità

16

dell’evento.

Critica:

 Mentre da un

lato urta contro la riserva di legge, dall’altro non ha soddisfatto pienamente l’esigenza di tassatività, non

consentendo di circoscrivere la responsabilità omissiva entro confini sempre ben precisi.

C) Nel nostro ordinamento si impone quella integrazione tra teoria formale e teoria funzionale

dell’obbligo di impedire, quale mezzo per soddisfare:

a) Riserva di legge, tramite la delimitazione delle fonti del dovere giuridico alle sole fonti formali, quali

sono: 1) la legge penale o extrapenale, il contratto che pur sempre fonda la sua forza vincolante nella

l’assunzione volontaria dell’obbligo, che viene ricondotta sotto l’istituto

legge (art.1372 c.c.), 2)

della negotiorum gestio (art.2028 c.c.); vengono escluse le fonti sublegislative, le quali possono

intervenire soltanto per specificare elementi di un obbligo già posto dalla legge.

b) Tassatività,

attraverso la determinazione degli elementi tipici del reato omissivo improprio.

i. Posizione di garanzia, avente la natura di obbligo giuridico del soggetto, fornito dei necessari

poteri, di impedire l’evento offensivo di beni, affidati alla sua tutela.

obbligo di impedire l’evento,

ii. Tale è previsto dalle fonti formali sopraindicate, ma selezionato tra i

molteplici obblighi giuridici di attivarsi e delimitato nella sua portata in rapporto alla funzione della

responsabilità omissiva.

iii. situazione di pericolo per il bene da proteggere.

dall’azione impeditiva, idonea e possibile.

iv. astensione

v. evento non impedito, che è quello naturalistico, previsto dal reato commissivo (es.: art.575).

(normativa) tra l’omissione e l’evento.

vi. nesso di causalità

 Negativa valutazione d’insieme “o la posizione di garanzia, che è elemento costitutivo dei reati omissivi

impropri, non è prevista dalla legge, e allora è violato il principio della riserva di legge, o è invece prevista,

e allora è violato il principio di determinatezza”. La disciplina

ma con scarsamente tollerabile genericità,

predisposta dall’art.40/2 non può essere condivisa perché rappresenta uno dei casi più clamorosi di

creazione giudiziale delle fattispecie penali.

Gli obblighi di garanzia sono classificabili in:

a) obblighi di

protezione di determinati beni contro tutte le fonti di pericolo.

b) obblighi di

controllo di determinate fonti di pericolo per tutti i beni ad esse esposti.

c) obblighi di

garanzia originari.

d) obblighi di

garanzia derivati.

Approfondimenti:

Omissione, Studium Juris, pag.40, 1995 17

IL PRINCIPIO DI OFFENSIVITA’

Capitolo III - (Nullum crimen sine iniuria)

Il Principio di Offensività svolge una funzione di delimitazione dell’illecito penale, presupponendo ed

integrando il principio di materialità del fatto, infatti in virtù di tale principio il reato è il fatto offensivo

tipizzato.

Il principio di offensività svolge la sua funzione nel duplice momento della formulazione e della

applicazione della norma penale.

La costituzionalizzazione di tale principio viene desunta dagli artt.13 (libertà personale), 25 e 27

(differenza funzionale di pena e misura di sicurezza), 25/2(fatto inteso come evento offensivo),

27/3(rieducazione).

A fini generalpreventivi sono possibili deroghe a tale principio, per assicurare una adeguata protezione a

quei beni primari, individuali e istituzionali, non più adeguatamente protetti contro le nuove forme di

aggressione dalle tradizionali forme di tutela; tali deroghe trovano espressione nei reati di pericolo non

concreto, ostativi, a tutela di funzioni, di attentato.

· L’interpretazione prevalente in dottrina anticiperebbe in forma negativa, con l’espressione “azione

inidonea”, la disciplina apprestata dall’art.56 per il tentativo con la locuzione “atti idonei”. L’inidoneità

dell’azione viene intesa come inidoneità concreta da valutarsi ex ante. Considerato il contesto degli elementi

conoscibili ex ante da una persona avveduta nonché degli elementi conosciuti in più dall’agente, risulti

l’assenza di significativa possibilità di consumazione.

Il coordinamento fra art.49 e 56 induce a delimitare l’ambito dei reati impossibili ai soli delitti.

La commissione di un reato impossibile costituisce il presupposto per l’applicazione di una misura di

sicurezza (c.d. quasi reato).

· Secondo un recente orientamento facente perno sulle differenze tra le parole “azione” dell’art.49/2 e “atti”

dell’art.56, viene assegnata alla parola “azione” il significato di e all’aggettivo

fatto conforme al tipo,

“inidonea” il In caso di fatto conforme al tipo, l’inidoneità

significato di non lesiva degli interessi tutelati. volto a constatare se realmente l’azione abbia

offensiva andrebbe accertata con giudizio in concreto ex post,

determinato la lesione dell’interesse predetto.

Critica:

Un fatto conforme al tipo è sempre, per definizione un fatto lesivo dell’interesse tutelato; pena l’infrazione

i) del principio di legalità dovuto all’individuazione dell’offesa tramite criteri di valutazione extralegislativi.

di scarto fra tipicità ed offesa sono, in realtà, ipotesi di fatti lesivi dell’interesse protetto oppure

ii) Le ipotesi

-come nel caso del falso grossolano o innocuo, della calunnia paradossale o incredibile - ipotesi di fatti

la stessa interpretazione teleologica a segnalare l’assenza di

non punibili perché non conformi al tipo. E’

tipicità. L’art.49

iii) funzionerebbe da limite esterno scriminante, assimilabile alle clausole dei sistemi penali sostanzialistici

del fatto tipico non socialmente pericoloso.

Chi pone in essere solo alcuni atti inidonei, compie un fatto penalmente irrilevante, non un reato

impossibile, per il quale occorre che l’intera condotta sia stata posta in essere, ma sia inidonea ad offendere il

bene protetto.

L’art.49 ribadisce a livello di legge ordinaria il principio costituzionale della offensività del reato.

18

L’oggetto giuridico e l’offesa

Sezione I -

Il supporto del principio di offensività, è l’oggetto giuridico, cioè il bene o interesse, individuale o

sovrindividuale (collettivo, pubblico-istituzionale) che è tutelato dalla norma e offeso dal reato.

Dominante resta la tradizionale tesi tradizionale seguita anche dalla Corte Cost., che considera tutelabili

penalmente i beni costituzionalmente significativi (o al più non incompatibili con la Costituzione); infatti

eccessivamente restrittivo è l’insieme dei beni costituzionalmente rilevanti, essendo individuabili beni

“impliciti” (es.: sicurezza stradale rispetto alla incolumità dei consociati, fede pubblica rispetto al patrimonio,

giustizia) e “strumentali” alla tutela di beni costituzionali (es.. tutela ambientale, riservatezza

economia,

personale, patrimonio urbanistico, faunistico e floristico).

Il bene giuridico deve essere considerato un prius rispetto alla norma penale, potendo costituire un vincolo

alla attività legislativa. (rif. Concezione normativa di evento).

La distinzione tra “interessi costituzionalmente significativi” e “interessi costituzionalmente non

incompatibili resta un criterio di politica legislativa per delimitare, almeno in termini di prevalenza, gli

ambiti dell’illecito penale” e dell’”illecito amministrativo”.

[Delitti e Contravvenzioni, circolare della Pres. Consiglio Ministri 1985]

Il bene giuridico è parametro di proporzione nella species e nel quantum della pena dei diversi reati in

relazione al rango dei beni tutelati e al diverso grado e quantità dell’offesa.

Nella teoria generale del reato l’oggetto giuridico assolve alle funzioni:

A) politico-garantista;

Occorre operare una distinzione fra oggetto giuridico del reato e scopo della norma; identificandosi

l’intera fattispecie, lo scopo della norma si differenzia dall’oggetto giuridico poiché questo, anche

con

nei reati dove esiste, è soltanto un elemento della fattispecie.

La distinzione è fondamentale per comprendere la contrapposizione dialettica e storica tra: a)

concezione metapositivistica del bene giuridico, come entità ontologicamente preesistente al diritto

positivo, che la norma trova e non crea; b) concezione giuspositivistica del bene giuridico, che è tutto

ciò che il legislatore tutela.

Perché il bene giuridico possa assolvere a questa funzione, deve essere ontologicamente preesistente

alla norma penale e vincolante per il legislatore penale.

B) dommatico-interpretativa;

L’oggetto giuridico può essere assunto come principum individuationis delle varie figure criminose

e come strumento interpretativo e classificatorio delle singole norme penali. Prima si individua

l’oggetto giuridico specifico della figura criminosa, il quale serve poi come elemento “illuminante”

dell’intera fattispecie, come base per risolvere le questioni che sorgono nell’interpretazione della

norma.

L’oggetto giuridico rappresenta il criterio per determinare il soggetto passivo del reato e, perciò,

e l’istanza, e il soggetto titolare del consenso scriminante.

legittimato a proporre la querela

C) sistematico-classificatoria.

Gli oggetti giuridici, fondano la base per la classificazione dei reati e la sistematica della parte

speciale, tali oggettività vanno espresse nelle rubriche dei Titoli ed ulteriormente specificate in quelle

dei Capi e Sezioni.

L’offesa al bene giuridico può consistere:

i) in una lesione, che si concreta in un nocumento effettivo del bene protetto, ii) in una messa in pericolo,

che si concreta in un nocumento potenziale del bene protetto;

I reati di offesa abbracciano pertanto: 19

1) i reati di danno, per la sussistenza dei quali è necessario che il bene tutelato sia distrutto o diminuito;

minacciato, in tal caso l’ordinamento

2) i reati di pericolo, per i quali è sufficiente che il bene sia stato

ritiene che ai fini della conservazione del bene, sia opportuna una tutela anticipata, con conseguente

arretramento della soglia di punibilità (Figura generale di tale reato può considerarsi il tentativo di

delitto ex art.56, figure specifiche, i delitti di attentato ad es.:artt.276, 295 e comunque molti delitti

contro la personalità dello Stato, l’incolumità pubblica, la salute pubblica, nonché quasi tutte le

contravvenzioni).

Rilievi particolari si hanno nella teoria generale del reato sotto diversi profili: causalità adeguata o

umana, scriminanti, tentativo, colpa, soglia di tutela del bene giuridico.

Il giudizio di pericolo si risolve, in una prognosi di un accadimento futuro, che si effettua ex ante, cioè

da tutto ciò che si è avverato in un momento successivo alla realizzazione dell’ultimo dato

prescindendo

oggettivo che la norma consente di valutare, mediante il ricorso a regole di esperienza.

Nell’ambito dei reati di pericolo è necessario effettuare la tripartizione tra:

per la sussistenza dei quali, è necessario in ciascun caso l’accertamento

a) Reati di pericolo concreto,

giudiziale della sua concreta esistenza.

Tale tipologia di reati si distingue ulteriormente in:

1) reati di pericolo diretto, nei quali si punisce il provocato pericolo di lesione del bene giuridico (es.:

artt.423/2, 428/3, “...se dal fatto deriva pericolo per l’incolumità pubblica ..”);

2) reati di pericolo indiretto, nei quali si punisce il pericolo di un evento pericoloso per il bene protetto

(es.: artt.424, 427, 429 “...se dal fatto sorge il pericolo di un incendio/frana/naufragio...”).

il pericolo è implicito, derivando l’incriminazione dalla semplice conformità

b) Reati di pericolo astratto

della condotta al fatto tipico; che si traducono in reati di mera condotta.

* In definitiva la norma comprende ipotesi non concretamente e immediatamente offensive; nella

norma sono incluse le caratteristiche qualitative e quantitative proprie dei fenomeni dello stesso genere che

secondo l’esperienza hanno prodotto pericolo per le persone (il pericolo è presunto in modo assoluto sulla

base della comune realtà sperimentale).

Ne sono esempio i reati, ora decriminalizzati di sorpasso su dosso, in curva e di atti osceni in luogo

pubblico.

* A volte il pericolo è tipizzato in relazione ad un accadimento che non comprende in sé il danno

all’incolumità pubblica ma ne costituisce in astratto un (supposto) antecedente causale: pericolo di

incendio, pericolo di frana etc.” (art. 426, 428)

e ss. Relative a fattispecie di disastro e pericolo per l’incolumità pubblica.

* Titolo VI capo I art.422

c) Reati di pericolo presunto, nei quali il pericolo non è implicito nella stessa condotta, ma non è ammessa

prova contraria della sua concreta inesistenza (art.423/1).

Mentre nei reati di pericolo astratto vi è una potenzialità lesiva generica, i reati di pericolo presunto

ammettono una assenza totale di rischio (a livello di formulazione della fattispecie).

dell’offesa, occorre

Per comprendere la funzione politico-garantista innanzitutto distinguere:

in cui l’offesa è elemento tipico del reato;

i reati di offesa,

1) in cui non si incrimina un’offesa ad un bene giuridico, che qui è addirittura assente, bensì

i reati di scopo,

2) da scopo dell’incriminazione.

un mero interesse statuale, il quale funge

I reati di scopo assumono, sempre più spesso, come propria finalità la tutela di una funzione, cioè del

soluzione di un conflitto d’interessi;

modo, affidato dalla legge alla pubblica amministrazione, di

(così ad es.: la legge incriminatrice degli scarichi inquinanti non come tali, ma in difetto di autorizzazione della

p.a., limitandosi perciò a punire una condotta prescindendo dalla sua intrinseca offensività.)

Rif. proposte per soddisfare il principio di offensività, nel quadro della legalità pg. 229.

Il Principio di Offensività è vulnerato dai [reati senza bene giuridico] e dai reati senza offesa.

20

·Particolari problematiche pongono le categorie dei reati di pericolo astratto o presunto, di dolo

specifico, di sospetto, di ostacolo, di attentato, che hanno posto il problema del grado legittimo di

anticipazione della tutela del bene giuridico.

· [rif. Delitti senza vittime, ovvero reati a fondo esclusivamente etico]

Con riguardo ai reati di pericolo astratto o presunto, la tendenza odierna è per il superamento di ogni

A) pregiudiziale avversione, dovendosi guardare piuttosto ai beni tutelabili e alle tecniche di tipizzazione.

Si è assistito, da un lato, ad un netto ridimensionamento del netto favore dei reati di pericolo concreto,

dall’altro ad una rivalutazione dei reati di pericolo presunto, maggiormente rispettosi del principio di

tassatività e strumenti obbligati di tutela, pur se limitati ai beni primari. Per quanto riguarda i reati di

pericolo non concreto è necessario rilevare la dicotomia fra reati di pericolo astratto e reati di pericolo

presunto, questi ultimi sollevano sospetti di incostituzionalità (artt. 435, 437, 678, 697).

Non verificabilità empirica nei reati giganti degli artt. 499, 514 e 264.

Difficile tutela penale preventiva di beni primari come la salute collettiva o i beni ambientali /artt. 440,

441). nei quali un certo fenomeno psichico (l’intenzione di qualcosa) costituisce

I reati a dolo specifico

B) elemento espressamente contemplato nel tipo di parte speciale, possono porre problemi di offensività,

limitatamente alle fattispecie nelle quali l’elemento psichico non è semplice movente, ma ha una qualche

relazione con il bene giuridico inespresso ed è indice rivelatore di esso.

In tali ipotesi, l’oggetto dell’intenzione, costituirebbe se realizzato l’offesa del bene giuridico tutelato;

ma per l’integrazione della fattispecie non è necessaria tale realizzazione dello scopo, d’altra parte il dolo

specifico di per sé solo, in quanto mero fatto psichico, non può incidere sul bene protetto.

Per ricondurre tali fattispecie nei termini di offensività è necessario porre in risalto precipuo il fatto

tipico che è accompagnato dal dolo specifico, analizzando lo stesso fatto base e verificando se esso

possieda in sé medesimo senza ulteriori atti esecutivi un qualche contenuto di idoneità astratta nei

confronti dell’oggetto dell’intenzione. ove l’offesa è prevista come risultato

Problemi si pongono per i reati a dolo specifico di offesa,

meramente intenzionale, di condotte di per sé inidonee alla causazione di eventi offensivi (artt. 504, 505,

507).

Implicati sono pure i reati a dolo specifici differenziale perché si fa dipendere la diversità di sanzione da

una mera intenzione offensiva (artt. 289-bis, 605, 630, prima della riforma del 1996 gli artt.522, 523).

[dolo specifico]

Delitti di attentato. Trattasi di reati contro la Personalità dello Stato nel Libro II, Titolo I del codice

C) Rocco. Il titolo I si caratterizza per alcune peculiari caratteristiche strutturali delle fattispecie. Anzitutto

attraverso l’attribuzione di rilevanza ad attività

per una anticipazione della soglia della punibilità

meramente preparatorie con una conseguente accentuazione del ruolo delle componenti soggettive

dell’illecito penale.

legislatore del 1930 il delitto d’attentato doveva avere sicuramente una sfera di applicazione più

Nel

ampia di quella derivante dall’innesto dello schema del tentativo sulle singole figure di parte speciale, così

da assicurare a determinati beni giuridici una tutela penale contro forme minime di pericolo, insuscettibili

di acquistare rilievo ex art.56.

Alla stessa tendenza sono da ricondurre anche le figure di istigazione e di cospirazione (302-305 c.p.)

che spostano il baricentro della punibilità verso forme di attività preparatorie normalmente non sottoposte

a sanzione (cfr. art.115).

La tecnica di costruzione che investe tutte le figure del titolo è costituita dal crescente ricorso a

quali l’attività antinazionale del cittadino all’estero, il disfattismo politico, la

concetti indeterminati

propaganda sovversiva e le figure associative degli artt.270-271 e 273-274.

[elementi normativi e tassatività].

Tali delitti sono usati come strumento di repressione delle manifestazione di dissenso al regime,

inasprimento sanzionatorio.

Dottrina e giurisprudenza più recenti adottano una interpretazione oggettivistica, che riconduce la

21

tipologia dei reati suddetti alla struttura del tentativo ed esige, comunque, la messa in pericolo del bene

protetto. Richiamo all’art.49 c.p.

[Delitti Politici e Territorialità della legge penale]

s’intendono quei comportamenti, nella loro essenza, né lesivi né pericolosi di alcun

D) Per reati di sospetto

interesse, ma che lasciano presumere l’avvenuta commissione non accertata o la futura commissione di

reati. Tale fatto viene punito come indiziante, anche in connessione con determinate condizioni personali,

di reati non accertati o da compiere.

Art.708 “essere non giustificato di valori”, art.707 ”chiavi false o grimaldelli”, art.260

colto in possesso

n.3 “documenti concernenti la sicurezza dello Stato”.

Essi rappresentano una plurianomalia, perché investono i principi costituzionali non solo di

offensività, ma della presunzione di non colpevolezza e della difesa(diritto al silenzio e alla non

collaborazione).

[Condizioni Obiettive di punibilità]

appartengono al reato della mera prevenzione, tramite “incriminazioni arretrate che

E) I reati ostativi

tendono a prevenire il realizzarsi di azioni effettivamente lesive o pericolose, mediante la punizione di atti

che sono la premessa idonea per la commissione di altri reati (es.: possesso non autorizzato di armi o di

esplosivi o di sostanze stupefacenti)...Essi coprono una sfera di atti anteriori allo stesso tentativo punibile,

potendo sfociare in vari delitti, ma anche in fatti del tutto irrilevanti”.

poiché in sé equivoci,

Essenziale è che i reati siano descritti nel rispetto del Principio d Tassatività; incriminino fatti che siano

la “premessa idonea” per la commissione di reati offensivi di interessi costituzionalmente rilevanti (quali

quelli primari della vita, incolumità, beni dei cittadini, e delle istituzioni democratiche) e siano quindi

sempre funzionali a tali interessi.

A differenza dei reati di sospetto sono puniti di per se stessi e non come supposte intenzioni di

commettere reati. I reati di ostacolo rientrano nel genus dei cosiddetti reati di scopo quali ipotesi più

significative.

Essenziale, ai fini del rispetto del principio di offensività, è che tali reati siano descritti nel rispetto del

principio di tassatività; che incriminino fatti che siano la premessa idonea per la commissione di reati

offensivi di interessi costituzionalmente rilevanti e quindi siano sempre funzionali a tali interessi.

Tempus commissi delicti.

[Rif. n. 38 irretroattività della legge penale], [Rif. n. 126 reati permanenti e abituali]

Sezione III: LE SCRIMINANTI

Le cause di giustificazione sono definibili come situazioni in presenza delle quali una azione, che

altrimenti sarebbe punibile, diviene lecita perché una norma la consente o impone: il giudizio diretto ad

accertare l’esistenza di una circostanza giustificante va effettuato alla stregua dell’intero ordinamento

giuridico; ne consegue che al fatto assistito da una causa di giustificazione non è di regola ricollegabile

alcuna sanzione né penale né extrapenale.

·Dal punto di vista logico-giuridico le scriminanti obbediscono al principio di non contraddizione: cioè

uno stesso ordinamento non può, senza contraddirsi, vietare e a un tempo consentire il medesimo fatto. La

dottrina dominante adotta un modello esplicativo “pluralistico”, in base al quale le scriminanti vengono

rispettivamente ricondotte ai criteri dell’interesse dell’interesse o dell’interesse

prevalente, mancante

equivalente.

·Il fondamento tecnico-dommatico consiste nella assenza di tipicità del fatto scriminato.

[cfr. concezione tripartita e antigiuridicità]

Le scriminanti vengono distinte in comuni, quelle previste dalla parte generale del codice, e in speciali,

speciale o in leggi speciali, è’ inoltre rilevabile la dicotomia tra scriminanti

quelle previste dalla parte

codificate(artt.50-54 c.p.) e tacite. 22

Art.51 c.p. Esercizio di un diritto.

I. Fondamento

della scriminante.

Principio di non contraddizione dell’ordinamento.

II. Criteri di

determinazione della prevalenza della norma scriminante.

Si tratta di un caso di prevalenza della norma scriminante nell’ambito di una convergenza di norme in

conflitto (n.142).

Es. reato di danneggiamento(635) e taglio delle radici provenienti da un fondo limitrofo(art.896 c.c.).

Né il principio di non contraddizione, né l’art.51 offrono un criterio per la risoluzione di tale problema.

Utilizzabili i principi di gerarchia, cronologico, di specialità.

Es. incendio di cosa propria con pericolo per la incolumità pubblica(art.423) e diritto di disporre della

cosa.

III. Concetto di

diritto.

Secondo MANTOVANI: tutte le attività giuridicamente autorizzate, facoltà giuridiche e funzioni

giuridiche.

IV. Fonti del

diritto.

[riserva relativa o assoluta nell’ambito delle norme penali di favore, Consuetudine]

V. Limiti

all’esercizio del diritto.

Limite comune ai diritto contestabili è fissato dagli artt.392 e 393 c.p.

Rispetto ai diritti costituzionalmente riconosciuti, si esclude che essi possano essere limitati nel loro

esercizio da norme di rango inferiore: “i limiti vanno desunti al livello costituzionale e non dalla norma

penale, che può tradurre in illeciti solo limiti già costituzionalmente ammessi”.

I limiti ai diritti costituzionalmente riconosciuti possono essere interni(ratio del diritto) ed esterni(in

relazione ad altri interessi costituzionali tutelati e preminenti).

Sono paradigmatici: a) diritto di cronaca giornalistica, b) diritto di sciopero c) jus corrigendi.

VI. Offendicula.

Gli offendicoli sono i mezzi predisposti a difesa della proprietà (cocci di vetro sui muri di cinta, filo

spinato ecc.): in proposito si sottolinea, tuttavia, che deve pur sempre sussistere un rapporto di

fra l’offendiculum

proporzione ed il bene che si intende salvaguardare.

atti emulativi, prevale l’opinione che li considera illeciti non in generale ma quando siano

Quanto agli

espressamente imposti come limite al singolo diritto scriminante (art.833 c.c.) o costituiscano addirittura

reato (artt. 659, 660). è un aggressore, proporzione, eccesso colposo]

[rif. legittima difesa se l’offeso

Art.51 c.p. Adempimento di un dovere.

I. Dovere

imposto da una norma giuridica.

La risposta al problema se sia ammissibile che il dovere possa scaturire, oltre che dalla legge formale o

materiale, anche da altre fonti di grado inferiore, dipende dal valore assoluto o relativo che in atto si

intende attribuire in materia di scriminanti alla riserva di legge.

[Principio di non contraddizione dell’ordinamento giuridico]

II. Dovere

imposto da un ordine dell’autorità.

a) concetto;

L’ordine per esercitare efficacia scriminante, presuppone un rapporto di subordinazione(non

necessariamente gerarchica) che trovi fondamento nel diritto pubblico.

legittimità dell’ordine;

b) Secondo l’orientamento più tradizionale , al subordinato si può consentire il sindacato della sola

23

legalità esteriore consistente nella triplice verifica: a) se l’ordine sia stato emanato nella forma prescritta;

b) se il superiore sia competente ad emanare l’ordine c) se lo stesso inferiore sia competente ad eseguirlo.

Secondo l’orientamento in atto dominante il sindacato deve estendersi alla legittimità sostanziale

dell’ordine, al subordinato è consentito di verificare l’esistenza dei presupposti stabiliti dalla legge per

l’emanazione dell’ordine (tranne il caso dell’art.51/4).

c) ordine illegittimo vincolante;

Opera una distinzione fra Stato di diritto e Stato totalitario.

poiché l’ordine manifestamente criminoso è sostanzialmente illegittimo anche

Nello Stato di diritto

per il diritto interno, lo Stato ne punisce non la mancata esecuzione ma la avvenuta esecuzione.

al fine di non rendere l’ordine vincolante un indiscriminato schermo protettivo,

Nello Stato totalitario,

va nettamente distinto a seconda che l’esecutore:

i) si sia posto

volontariamente nella condizione di essere obbligato a commettere dei delitti, onde egli ne dovrà

rispondere anche se, al momento di commetterli, non aveva più la libertà di scelta.

[rif. Actiones liberae in causa n.179].

ii) non si sia

posto volontariamente in tale condizione, in tal caso ci si può riferire alla esimente per aver agito in stato

di necessità anticipato.

III. Adempimento

di un dovere putativo.

Ai sensi dell’art.59/3 l’esimente è efficace quando l’agente abbia ritenuto per errore sussistente la

situazione di fatto, dalla quale il dovere può derivare, non quando egli abbia errato sulla sua efficacia

obbligatoria o sulla sussistenza di una norma giuridica, perché in tal caso l’errore si risolve in ignoranza

della legge penale che non scusa (art. 47).

E’ invece da ritenere che assuma efficacia scriminante anche l’errore vertente sulla noma extrapenale

dalla quale l’ordine scaturisce (art. 47/3).

Art. 50 Il consenso dell’avente diritto.

I. Fondamento e

ambito di operatività della scriminante.

dell’interesse a punire.

Carenza

II. Natura

giuridica del consenso. giuridico, l’orientamento

Mentre la dottrina meno recente attribuiva al consenso la natura di negozio

dottrinale maggioritario configura oggi il consenso come un mero atto giuridico che non crea alcun

vincolo obbligatorio a carico dell’avente diritto e non trasferisce alcun diritto in capo al soggetto che

realizza l’azione: onde, esso è sempre con la sola limitazione per il caso che l’attività

revocabile,

consentita, per le sue caratteristiche, non possa essere arrestata se non ad esaurimento.

III. Requisiti di

validità del consenso. Volontà immune da vizi.

E’ valido il consenso dato da chi ne è legittimato ed ha la capacità d’agire, a tal proposito vale il

principio relativistico dell’età variabile a seconda dell’oggetto dell’atto dispositivo.

E’ soltanto necessario che la volontà sia riconoscibile dall’esterno senza vincolo di forma. Il consenso

scrimina nei limiti in cui è concesso.[rif. eccesso colposo].

IV. Limiti di

efficacia al consenso: diritti disponibili.

Oggetto dell’efficacia del consenso può essere la lesione o messa in pericolo di un diritto disponibile:

in assenza di indicazioni legislative , il criterio della disponibilità del diritto si fa discendere dall’intero

ordinamento giuridico e dalla stessa consuetudine.

Unanimemente considerati disponibili sono i diritti patrimoniali. In linea di massima gli attributi

della personalità: onore, libertà morale e personale, libertà sessuale, libertà di domicilio; è da rilevare che

dei limiti di disponibilità è influenzata dall’evoluzione dei valori socio-culturali.

la determinazione

Quanto al bene dell’integrità personale, è ormai largamente riconosciuto che la portata del consenso

24

va desunta dall’art.5 c.c. Nell’ambito degli atti dispositivi a vantaggio di terzi, è senz’altro efficace il

consenso prestato al prelievo di tessuti o di sangue, ma non di un organo doppio come occhio, polmone,

unica eccezione il rene. l’omicidio del

Assolutamente indisponibile è la vita come si evince dagli artt.579 e 580 che puniscono

consenziente e l’istigazione al suicidio.

V. Consenso

putativo e consenso presunto.

Condizionatamente efficace ex art.59/3.

VI. Consenso e

attività rischiose.

Una parte della dottrina tende a ravvisare la liceità dell’attività medico chirurgica proprio nel

consenso prestato dal paziente, senza considerare che la sola scriminante del consenso non sia in grado di

coprire tutti gli aspetti della liceità del trattamento.

Donde, o il ricorso ad una combinazione di scriminanti, che affianca al consenso ora lo stato di

necessità, ora l’esercizio di un diritto, o l’adempimento di un dovere ovvero la qualificazione del potere

d’intervento del medico come attività giuridicamente autorizzata riconducibile al paradigma dell’art.51.

L’urgente necessità terapeutica può rilevare come scriminante, ma soltanto per sostituire al consenso

reale del malato, in stato di incoscienza, il consenso presunto all’intervento terapeutico a suo beneficio,

che è pur sempre, espressione del principio personalistico del consenso.

Purché l’attività medico-chirurgica sia terapeuticamente orientata, e purché vi sia proporzione tra il

prevedibile vantaggio e il prevedibile danno derivante dall’intervento, il consenso del paziente non va

incontro ai limiti di cui all’art.5 c.c.

Riguardo alle attività sportive violente, la possibile efficacia esimente del consenso è ammessa da una

larga parte della dottrina, a condizione che si svolga nel rispetto delle regole del giuoco riconducibili a

fortiori nella scriminante dell’art.51 esercizio di un diritto.

Art. 52 Legittima difesa.

I. Fondamento

della scriminante.

La dottrina dominante ravvisa la ratio della legittima difesa nella prevalenza accordata dallo Stato

all’interesse di chi sia stato ingiustamente aggredito.

II. Necessità

“commodus discessus”.

della difesa: fuga e

MANTOVANI tramite il concetto di “necessità-inevitabilità” tende restrittivamente a circoscrivere

l’ambito delle condotte che non sono sostituibili da altre meno dannose ugualmente idonee ad assicurare la

tutela dell’aggredito.

Circa la configurabilità dell’esimente quando l’aggredito possa salvarsi con la fuga, non esiste

uniformità di vedute. Parte della dottrina distinguono la fuga dal commodus discessus: in questo senso la

ritirata si impone soltanto quando può essere effettuata con modalità tali da non far apparire vile

l’aggredito.

In particolare qualche Autore ricorre al criterio del bilanciamento degli interessi: il soggetto non è

tenuto a fuggire quando con la fuga esporrebbe sé od altri ad un probabile danno eguale o superiore a

quello che arreca all’aggressore difendendosi.

III. Pericolo

attuale.

Secondo la dottrina dominante, la formula di “pericolo attuale” di un’offesa ingiusta coincide con il

rischio incombente al momento del fatto, nel senso che la reazione difensiva non può essere né

anticipata né posticipata.

Vengono rimesse alla disciplina dell’art.59 le ipotesi in cui il pericolo appreso ex ante risulti

erroneamente supposto, o di consistenza maggiore di quello reale.

Sotto il profilo dell’attualità del pericolo va affrontato il problema del legittimo utilizzo di offendicula,

la cui efficacia scriminante presuppone che siano destinati a provocare un’offesa proporzionata alle

25

necessità difensive e al valore del bene protetto nonché che essi operino concretamente al momento

dell’effettiva verificazione del rischio.

IV. Involontarietà

del pericolo.

La giurisprudenza ritiene inapplicabile l’art.52 nel caso di agente provocatore, lo diventa

eccezionalmente qualora la reazione dell’avversario risulti “assolutamente imprevedibile e del tutto

sproporzionata”.

V. Offesa

ingiusta.

E’ ingiusta l’offesa arrecata al di fuori di qualsiasi norma che la imponga o la autorizzi.

Ne deriva che è ingiusta l’offesa provocata in stato di necessità.

L’art.52 prevede l’efficacia dell’esimente per la difesa da una aggressione di un soggetto passivo terzo

(c.d. soccorso difensivo).

Il soccorso di persona è facoltativo ex art.52 quando esista una aggressione in atto che può tradursi in

un pericolo anche per il soccorritore. Il soccorso è doveroso ex art.593.

[rif. omissione, obbligo giuridico di garanzia]

VI. Proporzione

tra difesa ed offesa.

L’orientamento dominante nella moderna dottrina, pone l’accento sia sulla congruità dei mezzi

difensivi rispetto a quelli offensivi, sia sul rapporto di valore tra i beni o interessi in conflitto.

Il raffronto tra i beni in conflitto va operato tenuto conto del rispettivo grado di messa in pericolo o di

lesione cui sono esposti i beni dinamicamente confliggenti nella situazione concreta.

Circa i criteri di valutazione da adottare per procedere alla comparazione tra beni eterogenei, in un

ordinamento fondato sulla legalità formale, essa va determinata sulla base della gerarchia di valori espressa

dallo stesso ordinamento a partire dalla Costituzione.

La necessità, la inevitabilità e la proporzione vanno valutate nella reale situazione concreta, attraverso un

giudizio ex ante, che deve essere non meccanico-quantitativo, ma relativistico e qualitativo. Nel reato

permanente il pericolo va accertato ex post in base a tutte le obiettive circostanze del caso concreto, anche se

conosciute successivamente. nella legittima difesa, l’agente risponderà di reato colposo, se è ravvisabile

Nel caso di aberratio ictus

nel suo agire una “colpa speciale”, trovandoci in presenza di una attività difensiva giuridicamente

autorizzata ex art.52 c.p.

VII. Legittima

difesa putativa.

L’erroneo convincimento dell’azione difensiva dell’agente deve basarsi su un criterio obiettivo, deve

trovare riscontro in elementi di fatto che, malamente interpretati, abbia fatto sorgere le ragionevole

opinione della necessità di difendersi.

Art.53 Uso legittimo delle armi.

Art.54 Stato di necessità

I. Fondamento

dell’esimente.

La dottrina oggi dominante ritiene che il fondamento della scriminante risieda nel criterio oggettivo del

bilanciamento degli interessi: posto cioè che nella situazione data un bene è comunque destinato a

soccombere, l’ordinamento giuridico non ha interesse a far prevalere l’uno o l’altro dei beni in conflitto se

si tratta di beni equivalenti, mentre privilegia quello maggiore se essi sono di diverso valore.

cfr art.52. Il diritto leso non è quello di un aggressore; limite della minacciata lesione di beni personali con

conseguenza dell’onere dell’”equo indennizzo” al

pericolo di danno grave e non volontariamente causato;

soggetto pregiudicato ex art.2045 c.c. 26

II. Pericolo

attuale...;

III. ...non

volontariamente causato;

IV. ...non

altrimenti evitabile.

V. Danno grave

alla persona.

Da intendersi secondo MANTOVANI in un danno alla libertà fisica e morale, a libertà sessuale, il

pudore e l’onore e non soltanto la vita e l’integrità fisica.

VI. Soccorso di

necessità. e presuppone l’assenza

La scriminante è ammessa anche per chi salva il diritto altrui; esso è facoltativo

dell’obbligo di soccorso di cui all’art.593.

VII. Dovere

giuridico di esporsi al pericolo.

Inteso come limite all’invocazione della esimente.

VIII. Stato di

necessità determinato dall’altrui minaccia.

L’ipotesi preveduta dall’art.54/3 va sotto il nome di coazione morale o costringimento psichico; pur

nel silenzio della legge, il requisito della gravità della minaccia deve ritenersi implicito, come pure devono

sussistere tutti gli altri requisiti dello stato di necessità sopra menzionati.

IX. Stato di

necessità putativo.

Deve trattarsi di errore logicamente scusabile

[rif. legittima difesa, cfr. errore di fatto e di diritto]

Disciplina delle scriminanti.

In dottrina generalmente si afferma che l’art.59/1 pone come regola il criterio della rilevanza puramente

obiettiva delle scriminanti, nel senso che queste operano indipendentemente dalla conoscenza che ne abbia il

soggetto agente.

L’art.59/1 attribuisce rilevanza alla scriminante putativa, di chi crede erroneamente esistente la causa

giustificante sulla base di un errore di fatto o su legge extrapenale. Ciò non toglie la responsabilità

dell’agente qualora l’errore sia dovuto a colpa ed il reato commesso sia presente anche nella forma colposa.

Nonostante l’art.59/1 parli soltanto di “delitto colposo” si deve propendere per l’applicazione di tale

disciplina anche alle contravvenzioni.

Si ha eccesso colposo nelle scriminanti ex art.55, quando l’agente trovandosi in una condizione di

applicazione delle esimenti si esponga ad un comportamento che travalicai limiti ammessi dalla legge.

L’eccesso è pure configurabile rispetto al “consenso dell’avente diritto” anche se non richiamato. Tale

disciplina è applicabile alle scriminanti putative.

[cfr. art.47/1 errore di fatto]

[rif. Analogia, Consuetudine]

Approfondimenti:

Applicazione analogica delle scriminanti. Studium Juris n.2, pag. 182, anno 1995

Consenso dell’avente diritto. Studium Juris n.11, pag. 1229, anno 1996

Eccesso colposo nella legittima difesa. Studium Juris n.4, pag. 435, 1998/ n.5, pag.496, 1998

Lesioni personali conseguenti a legittima difesa. Studium Juris n.5, pag.543, 1998

27

IL PRINCIPIO DI SOGGETTIVITA’

Capitolo IV- (Nullum crimen sine culpa)

Sezione I: LA COLPEVOLEZZA

La colpevolezza assume un duplice significato di elemento costitutivo del reato e principio fondante il

nostro sistema penale.

L’evoluzione della responsabilità penale:

[per fatto altrui]

[oggettiva]

[colpevole]

Oltre al mero nesso di causalità è necessario, ai fini dell’imputazione soggettiva dell’evento penalmente

che esso sia riconducibile alla sfera soggettiva di signoria dell’agente sul proprio comportamento.

sanzionato,

Gli istituti che disciplinano tale rapporto sono generalmente ricondotti al principio di colpevolezza (artt. 42-

48 c.p., art.27 Cost.).

Particolare rilievo viene dato, soprattutto dal punto di vista storico, alla contrapposizione fra concezione

psicologica(I) e normativa(II):

I. Domina la seconda metà del XIX secolo, e si limita a definire la colpevolezza come il nesso psichico tra

l’agente e il fatto. E’ una concezione egualitaria che rappresenta la più caratteristica utopia illuministica. Il

nesso psichico si contraddistingue per essere astratto, fisso ed eguale in tutti i casi, perciò non graduabile,

che fonda ed esclude, ma non gradua la responsabilità.

La pena ha la funzione di retribuzione per il fatto oggettivo.

Limiti:

(i) Fallimento dello sforzo dommatico di costruire la colpevolezza come concetto di genere, astraendo gli

elementi comuni del dolo e della colpa, trattandosi dal punto di vista psicologico di due realtà

irriducibili: il dolo è un’entità psicologica reale (coscienza e volontà) e la colpa una entità psicologica

potenziale (prevedibilità).

(ii) Non consente

una reale graduazione della colpevolezza ,imposta dalla insopprimibile esigenza di commisurare la

responsabilità penale anche ai motivi dell’agire.

II. Elaborata agli

inizi del ‘900 considera la colpevolezza come il giudizio di rimproverabilità per l’atteggiamento

antidoveroso della volontà che era possibile non assumere.

La C. è un concetto normativo che esprime il rapporto di contraddizione tra la volontà del soggetto e la

norma. Rinunciando a costruire la C. come il genus, astraendo gli elementi comuni del dolo e della colpa,

la presente teoria si sforza di costruire un concetto unitario di colpevolezza, incentrato sulla comune

essenza, cioè sull’atteggiamento antidoveroso della volontà che qualifica sia il dolo che la colpa.

Tale concezione offre un modello graduabile di colpevolezza secondo criteri di valore che ne permettono

la individualizzazione.

Funzioni politico-sostanziali assunte dalla colpevolezza:

(i) funzione fondante del potere punitivo, secondo la [concezione retributiva della pena]

(ii) funzione

politico-garantista di limite al potere punitivo, alla misura della pena [commisurazione giudiziale della

pena], secondo le dominanti [concezioni utilitaristiche generalpreventive e specialpreventive].

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La dimensione costituzionale del principio di colpevolezza. un punto di riferimento nell’art.27/1 Cost.: ”La

La problematica della C. nel nostro ordinamento ha trovato

Contenuto minimale di tale disposizione è il divieto di responsabilità per

responsabilità penale è personale”.

fatto altrui; tale significato appare “banalizzante” e sminuisce la portata innovativa della disposizione.

Ulteriore argomento a favore della costituzionalizzazione del principio di C. è stato tratto dalla

connessione fra il 1° e il 3° comma dell’art.27: “la funzione rieducativa della pena sarebbe a priori

inconcepibile di fronte a fatti non psichicamente riportabili, almeno nella forma della colpa, al soggetto da

rieducare.

Una svolta nella giurisprudenza costituzionale è rappresentata dalla sent.88/364 che per la prima volta ha

dichiarato l’illegittimità costituzionale di una disposizione di legge (l’art.5 c.p.) per contrasto con l’art. 27/1

Cost. La sentenza ribadisce l’orientamento della Corte in merito al non tassativo divieto di responsabilità

oggettiva dell’art.27 limitandola però ad un ambito di legittimità residuale degli elementi della fattispecie

“meno significativi”. In merito alla “significatività” , la resp. oggettiva è stata bandita per tutti gli elementi

che attengono all’offesa quale nucleo centrale del reato, ovvero che determinano la misura della pena o una

variazione significativa della misura della pena.

La risposta prevalente in dottrina è nel senso che punto di riferimento dell’imputazione soggettiva (nelle

forme del dolo o della colpa) debbono essere gli elementi costitutivi intrinseci del reato, che attengono cioè

del bene protetto e accentrano in sé l’offensività del fatto.

alla sfera

Es. ill. Cost. dell’art.626 c.p. nella parte in cui esclude la configurabilità del reato meno grave di furto

d’uso nell’ipotesi di mancata restituzione dovuta a caso fortuito o forza maggiore.

[Condizioni Obiettive di Punibilità]

Proseguendo l’analisi della colpevolezza secondo la al fine dell’esigenza di dare

concezione normativa,

conto alla complessità e graduabilità del giudizio di colpevolezza, vengono individuati una pluralità di

presupposti:

la normalità psichica dell’agente (imputabilità);

i.

ii. una attuale o potenziale relazione psicologica col fatto (dolo o colpa);

iii. la conoscenza o conoscibilità del precetto penale;

l’assenza di cause di esclusione della colpevolezza [errore,

iv. aberratio].

·L’autonomia della questione dell’elemento soggettivo da quella dell’imputabilità -con applicazione

di principio degli art. 42 e s.- è chiaramente affermata dalla giurisprudenza e della dottrina prevalente con la

precisazione che nell’inimputabile “pseudodolo”

si tratterebbe non di dolo o di colpa bensì di e di

“pseudocolpa”.

Seguendo la concezione normativa sul piano del diritto positivo vengono considerati non decisivi i disposti

in quanto OVE L’IMPUTABILITA’ MANCHI, POTRA’ AVERSI SOLO

degli artt. 222 e 224,

NON COLPEVOLEZZA. Simile il rinvio dell’art.203 all’art.133, dove la valutazione del

PERICOLOSITA’,

dolo o della colpa verrà limitata ai soli soggetti imputabili.

I risvolti della concezione psicologica sono quelli di ammettere la configurabilità di un reato nei confronti

dell’agente imputabile, in quanto secondo la stessa la colpevolezza prescinde dalla imputabilità.

Essa rivela il suo punto critico nel caso dell’errore patologico(n.108) nei casi di infermità mentale o di

totale sfacelo della psiche (psicosi alcoliche).

Il non imputabile è sottoponibile a misura di sicurezza secondo il codice Rocco, in quanto il suo status non

fa venire meno il reato, ma costituisce semplicemente una causa personale di esenzione da pena. Infatti il

Rocco agli artt. 86, 111, 648 qualifica come “reato” o “delitto” anche il fatto commesso dal non

codice

imputabile. Al fine dell’adozione di una misura di sicurezza è necessario che il fatto sia espressione della

personalità anormale del soggetto.

si puo’ affermare che

in conclusione elemento soggettivo essenziale del reato non è la colpevolezza, ma

la appartenenza psichica del fatto all’agente. 29

[Conoscenza del disvalore del fatto], [dolo], [ignorantia legis colposa], [ignoranza incolpevole]

Sezione II: LA SUITAS DELLA CONDOTTA.

coscienza e volontà, richiesta dall’art.42/1,

La non è un inutile duplicato della capacità di intendere e di

volere, richiesta dall’art.85 per l’imputabilità. Mentre la capacità d’intendere e di volere è uno status

personale, coscienza e volontà riguardano il rapporto specifico tra volontà del soggetto ed un determinato atto.

Prova ne è il fatto che l’individuo può essere imputabile e, cionondimeno, compiere una azione senza

coscienza e volontà, come nei casi di sonnambulismo, forza maggiore, ecc. Senza la prima manca la capacità

alla pena, senza la seconda la capacità ad ogni conseguenza penale.

Coscienza e volontà sono attributi della condotta criminosa, esprimendo le condizioni minime richieste

dall’ordinamento perché un comportamento dell’uomo, modellato su un’astratta fattispecie penale, gli possa

essere “normalmente” riferito, sia cioè “proprio” di costui.

che caratterizza l’azione, secondo la formula dell’art.42 non è ristretta al semplice “impulso

La volontà

volontario” essendo comprensiva anche di quegli atti automatici che non si svolgono nel campo della

coscienza: atti riflessi, istintivi ed abituali. Tale genus di atti non privi di valore rappresentativo per la

personalità umana sono quelli fra i movimenti automatici che possano essere impediti dalla volontà col suo

potere d’arresto, le omissioni inconsapevoli che possano essere impedite con uno sforzo del volere.

Il minimo richiesto per l’esistenza del reato dovrebbe meglio definirsi come dipendenza dal volere:

comprendente tutti gli atti dovuti ad uno sforzo cosciente, in cui la volontà si manifesta come potere

d’impulso o d’inibizione; nonché le condotte incoscienti o colpose potenzialmente evitabili con uno sforzo

intellettivo inbitore.

Nella costruzione separata delle fattispecie attive e omissive, dolose e colpose la coscienza e volontà

ricondotta alla problematica dell’imputazione delle diverse categorie di reati.

viene

Nelle fattispecie dolose l’art.42/1 non giocherebbe alcun ruolo autonomo, mentre avrebbe rilievo (al pari

degli artt. 45 e 46) nell’ambito della colpa: la formula della mancanza di coscienza e volontà sarebbe

espressione riassuntiva di tutte le circostanze anormali (diverse da quelle tipizzate da altre disposizioni:

costringimento fisico, caso fortuito, forza maggiore) la cui presenza possegga la riconosciuta attitudine a

precludere o perlomeno a rendere più difficile, anche all’agente tipo, il potenziale intervento regolatore della

coscienza e volontà.

[art.45 forza maggiore], [causalità],

[art.46 costringimento fisico], [art. 54 costringimento psichico], [scriminanti]

Sezione III: IL DOLO.

Il dolo è un elemento soggettivo del reato e costituisce la forma più grave di colpevolezza.

criterio fondamentale dell’imputazione

La funzione del dolo - di costituire il soggettiva (art.42/2 c.p.)-

trova nell’identità fra fatto voluto e fatto previsto dalla legge come reato il collegamento della volontà della

legge con la volontà individuale, condizione indispensabile perché la legge possa imporre la sua forza

inibitoria.

I casi di divergenza fra il voluto e il realizzato sono disciplinati negli artt. 59, 60, 82, 83, 116, 586.

La definizione di dolo dell’art.43/1, con riferimento all’intenzione alla causazione dell’evento, presenta

alcune carenze definitorie i) essendo modellata su fattispecie causalmente orientate e non includendo la forma

del dolo eventuale; ii) difetta inoltre nei reati di mera condotta, non riconducibili alla disposizione se non

tramite il ricorso al concetto di evento giuridico; iii) non viene neppure tracciato il confine fra dolo e colpa

essendo ammissibile la coesistenza della rappresentazione dell’evento del fatto tipico con lo stato soggettivo

di colpa cosciente (più corretto sarebbe un riferimento al fatto che costituisce reato).

Per una nozione più esauriente di dolo è necessario guardare al complesso di disposizioni che, in via

positiva o negativa, disciplinano la rilevanza od irrilevanza della rappresentazione e volizione di dati elementi

(artt. 5, 44, 47, 59). 30

Il dolo richiede rappresentazione e volontà del fatto materiale tipico.

Nel fatto materiale tipico convergono tutti gli elementi obiettivi della fattispecie criminosa, escludendo

quelli la cui rilevanza è esclusa ai fini dell’imputazione (condizioni obiettive di punibilità, circostanze).

La rappresentazione del fatto tipico è compatibile con la colpa cosciente.

1. Struttura del dolo.

Sull’essenza del dolo si sono succedute diverse teorie:

La ne ravvisava l’essenza nella volontà diretta a cagionare l’evento,

teoria della intenzione come fine

ultimo o come mezzo necessario per il suo conseguimento.

Tale teoria peccò per difetto, non comprendendo nella definizione di dolo i casi in cui, pur mancando

l’intenzione, la coscienza giuridica riteneva trattarsi di reati dolosi (dolo eventuale).

La teoria della rappresentazione ritenne che il dolo consistesse nella volontà della condotta e nella

previsione dell’evento. dilatando eccessivamente l’ambito del dolo fino a ricomprendervi le

Tale teoria pecca per eccesso,

attuali ipotesi di “colpa con previsione dell’evento”(art. 61, n.3).

Oggi si è approdati alla più soddisfacente teoria della volontà facente rientrare nel fuoco della volontà

ma anche l’accettazione della causazione dell’evento.

non solo la intenzione, del rischio

2. Oggetto del dolo.

Fanno parte dell’oggetto del dolo, riflettendosi secondo la loro peculiare struttura nel processo psicologico,

l’evento

la condotta tipica, naturalistico, le circostanze antecedenti o concomitanti tipizzate dalla legge.

· Sul piano analitico, si distinguono elementi che possono e debbono essere oggetto di volizione (la

condotta materiale dell’agente) ed altri (in genere gli elementi del fatto tipico indipendenti dalla condotta

dell’agente) che, isolatamente considerati, non possono che essere oggetto di rappresentazione.

· Oggetto di rappresentazione:

i) tutti gli elementi positivi naturalistici, precedenti e concomitanti, alla condotta: i presupposti, gli

strumenti e i mezzi, il luogo e il tempo della condotta, l’oggetto materiale, le qualifiche del soggetto

passivo (art.47/1). (art.59/4 “scriminante putativa”).

ii) gli elementi negativi del fatto

iii) [elementi

normativi, qualifiche del soggetto attivo, errore sulla legge extrapenale]

· Oggetto di rappresentazione e volizione.

i) condotta

ii) evento

naturalistico quale conseguenza della condotta. 31


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunti per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Penale, Mantovani. Il file contiene la sintesi dei concetti più importanti del testo, tra i quali: i quattro principi del diritto penale moderno (principio di legalità, di materialità, di offensività e di soggettività), leggi ordinarie e decreti legge, il principio di tassatività, i fatti concomitanti, l’analisi del reato (teoria della tripartizione, teoria della bipartizione), le cause di esclusione della consapevolezza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Mantovani Marco Orlando.

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