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Nella seconda eventualità, a seguito dell’abrogazione della norma che prevedeva l’oltraggio a pubbli-

co ufficiale (341, abrogato dalla legge 205/1999), l’offesa all’onore del pubblico ufficiale viene oggi ri-

condotta alla figura generale dell’ingiuria (594: chiunque offende l'onore o il decoro di una persona

presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516. Alla stessa

pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o di-

segni, diretti alla persona offesa. La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro

1.032, se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato. Le pene sono aumentate

qualora l'offesa sia commessa in presenza di più persone), e la maggior gravità di un’offesa all’onore

recata ad un pubblico ufficiale non come ad un qualunque privato cittadino, ma, secondo quanto reci-

tava il 341, a causa o nell’esercizio delle sue funzioni, potrà essere valorizzata dal giudice in sede di

commisurazione della pena prevista dal 594, nonché applicando la circostanza aggravante del 61 n.

10 c.p. (aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale).

Una più ampia nozione di legge speciale viene proposta da una parte della dottrina, che riferisce il

principio enunciato nel 15 anche alle ipotesi di specialità in concreto od a quelle di specialità reciproca

(o bilaterale).

Con la formula specialità in concreto si allude ad un rapporto tra norme che, pur descrivendo modelli

legali di reato tra i quali non intercorre un rapporto strutturale di specialità, ricomprendono entrambe

un medesimo fatto concreto in ragione delle particolari modalità con le quali quel fatto è stato realizza-

to.

Questo criterio s’espone però ad obiezioni radicali: non ha senso far dipendere da un fatto concreto

l’instaurarsi di un rapporto di genere a specie tra norme; d’altra parte, non sussistendo alcun mezzo

per determinare la norma concretamente speciale, i fautori della specialità in concreto propongono di

individuare la sola norma applicabile sulla base della gravità della sanzione, cioè sulla base di un indi-

ce che non ha nulla a che fare con la specialità.

Altrettanto fallace appare la pretesa di ricondurre alla disciplina del 15 le ipotesi di specialità reciproca,

i casi in cui due norme descrivono fatti di reato che, accanto ad un nucleo di elementi comuni, presen-

tano elementi specifici ed elementi generici rispetto ai corrispondenti elementi dell’altra.

Risulta pressoché impossibile individuare un criterio plausibile per stabilire quale sia la norma speciale

che deve prevalere sull’altra.

Una parte della giurisprudenza interpreta la formula “stessa materia” nel 15 come sinonimo di “stesso

bene giuridico”, limitando così il campo di applicazione del criterio di specialità alle sole ipotesi in cui la

norma speciale tuteli lo stesso bene giuridico protetto dalla norma generale.

A questo orientamento s’obietta in primo luogo che la formula “stessa materia” non evoca minimamen-

te l’idea di un identico bene giuridico tutelato, stando piuttosto ad indicare l’esigenza che uno stesso

fatto sia riconducibile sia alla norma generale sia alla norma speciale; in secondo luogo, si sottolinea

che nessuna ragione di tipo logico si oppone a che si consideri norma speciale una norma che tutela,

accanto al bene tutelato dalla norma generale, anche un bene diverso.

Alla regola della prevalenza della norma speciale potrà derogarsi solo nel senso della congiunta appli-

cabilità di entrambe le norme concorrenti: sia di quella speciale, sia di quella generale.

Si avrà pertanto un concorso formale di reati, e non un concorso apparente di norme.

Con la clausola di riserva apposta al 15, il legislatore anticipa la possibilità che singole norme incrimi-

natrici contemplino, a loro volta, clausole del tipo “ferme restando le sanzioni previste”, “senza pregiu-

dizio per le sanzioni previste” da questo o quel testo normativo, etc.

Il principio di specialità non esaurisce il concorso apparente di norme penali: ulteriori ipotesi possono

individuarsi attraverso il principio di sussidiarietà.

Quando un unico fatto concreto sia riconducibile a due o più norme incriminatrici, v’è concorso appa-

rente di norme, ed è quindi applicabile una sola delle norme concorrenti, anche nei casi in cui fra le

norme sussista un rapporto di rango: la norma di minor rango, come norma sussidiaria, cede il passo

alla norma principale.

E questo rapporto di rango tra le norme concorrenti è reso visibile dalla sanzione più grave comminata

nella norma principale. una norma è dunque sussidiaria rispetto ad un’altra (norma principale),

Per il principio di sussidiarietà

quando quest’ultima tutela, accanto al bene giuridico protetto dalla prima norma, uno o più beni ulte-

riori ovvero reprime un grado di offesa più grave allo stesso bene.

La logica della sussidiarietà guida il legislatore quando inserisce nel testo di una norma incriminatrice

clausole del tipo “qualora il fatto non costituisca un più grave reato”, “se il fatto non è preveduto come

più grave reato da altra disposizione di legge”, etc.: clausole siffatte connotano espressamente la

norma come sussidiaria.

Un rapporto di sussidiarietà sussiste anche quando una norma contenga in sé una clausola del tipo

“fuori del caso indicato nell’art. x”, “fuori dei casi di concorso nel reato x”, etc.: se il fatto concreto, oltre

ad integrare gli estremi del reato descritto dalla norma contenente la clausola di riserva, realizza an-

che gli estremi dell’altro reato, troverà applicazione solo la norma alla quale fa rinvio la clausola di ri-

serva, come norma il cui rango più elevato è messo in evidenza dalla pena più severa ivi comminata.

L’ipotesi della sussidiarietà tacita ricorre quando due norme incriminatrici, alle quali sia contempora-

neamente riconducibile il fatto concreto, si pongano tra loro in un rapporto di rango, individuando due

figure di reato di diversa gravità, delle quali l’una offenda, oltre al bene offeso dall’altra, anche un bene

ulteriore ovvero rappresenti uno stadio di offesa più intensa allo stesso bene giuridico.

In un rapporto di sussidiarietà tacita si pongono ad es. la norma che configura il delitto di strage (422)

ed una serie di norme che configurano altri delitti contro la pubblica incolumità, come l’incendio (423),

l’inondazione, frana o valanga (426), il naufragio o sommersione (428).

La sussidiarietà, in forma espressa o tacita, può delinearsi anche fra norme incriminatrici che descri-

vano stadi diversi di offesa allo stesso bene giuridico, come nei rapporti tra reati di pericolo concreto e

corrispondenti reati di danno.

Parte della dottrina, per descrivere un rapporto fra norme che comporta l’applicazione in via esclusiva

di una di esse, affianca ai criteri della specialità e della sussidiarietà l’ulteriore criterio della consunzio-

ne.

Il criterio della consunzione individua i casi in cui la commissione di un reato è strettamente funzionale

ad un altro e più grave reato, la cui previsione consuma ed assorbe in sé l’intero disvalore del fatto

concreto.

L’idea della consunzione sta alla base della disciplina del reato complesso, delineata nell’84, il quale

dispone che le disposizioni degli articoli precedenti [cioè quelle relative al concorso di reati] non si ap-

plicano quando la legge considera come elementi costitutivi, o come circostanze aggravanti di un solo

reato, fatti che costituirebbero, per se stessi, reato.

La commissione di un reato che sia strettamente funzionale ad un altro e più grave reato comporta

l’assorbimento del primo reato nel reato più grave.

Il principio di consunzione impone in primo luogo una interpretazione restrittiva di quelle figure astratte

di reato che sono costruite dal legislatore come il risultato del combinarsi di più reati: in tanto è inte-

grato il reato complesso, in quanto nel singolo fatto concreto sia presente il nesso strumentale e fun-

zionale che è alla base dell’unificazione legislativa di quei reati.

Il principio di consunzione trova altresì applicazione quando, pur in assenza di una figura astratta di

reato complesso, la commissione di un reato sia in concreto strettamente funzionale alla commissione

di un altro e più grave reato: si tratta delle ipotesi che parte della dottrina designa con la formula reato

eventualmente complesso.

La figura del reato eventualmente complesso, non essendo espressamente prevista dal legislatore, dà

adito inevitabilmente ad incertezze applicative, acuite dalla presenza nell’ordinamento della circostan-

za aggravante comune del nesso teleologico, che ex art. 61 n. 2 c.p. ricorre allorché un reato sia

commesso allo scopo di eseguirne un altro, con la conseguenza che il giudice, quando escluda la

sussistenza di un reato eventualmente complesso (cioè escluda la consunzione del reato-mezzo nel

reato-scopo) ravvisando un concorso di reati, dovrà ritenere il reato-mezzo aggravato ex 61 n. 2).

Di fronte ad un unico fatto concreto riconducibile sotto due o più norme incriminatrici l’alternativa che

si profila è quella dell’applicabilità di tutte le norme incriminatrici (concorso formale di reati) o di una

sola di quelle norme (concorso apparente di norme), che prevale o perché speciale o perché principa-

le o perché è norma che contiene e consuma l’altra o le altre.

L’alternativa fra concorso di reati e concorso apparente di norme si prospetta anche quando vengono

commessi più fatti concreti cronologicamente separati, ciascuno dei quali integra gli estremi di una fi-

gura di reato.

In quest’eventualità, ad escludere il concorso (materiale) di reati e a far propendere per il concorso

apparente di norme non di rado è lo stesso legislatore, sancendo espressamente ora l’inapplicabilità

della norma o delle norme violate coi fatti concreti cronologicamente antecedenti (antefatto non punibi-

le), ora invece l’inapplicabilità della norma o delle norme violate coi fatti concreti cronologicamente po-

steriori (postfatto non punibile).

La logica sottostante alle ipotesi espresse di antefatto non punibile è quella della sussidiarietà: tra più

norme che prevedono stadi e gradi diversi di offesa dello stesso bene giuridico prevale, come norma

principale, e trova applicazione in via esclusiva, la norma che descrive lo stadio più avanzato ed il gra-

do più intenso di offesa al bene, escludendo l’applicabilità della norma sussidiaria (o delle norme sus-

sidiarie) ai fatti concreti antecedenti.

Così, è norma principale quella che incrimina la falsificazione di monete, come forma più intensa e più

grave di offesa alla fiducia pubblica nella genuinità delle monete nazionali o estere, la cui applicabilità

preclude quella delle norme sussidiarie, che puniscono le precedenti condotte della contraffazione di

carta filigranata e della fabbricazione di filigrane.

Accanto alle ipotesi espresse, si possono individuare ipotesi tacite di antefatto non punibile: anche in

questo caso la non punibilità dell’antefatto discende dalla considerazione che si tratta di uno stadio

anteriore e meno grave di offesa allo stesso bene o ad un bene meno importante, ricompreso nel be-

ne offeso dal fatto susseguente.

Previsioni espresse di un postfatto non punibile sono assai numerose: si tratta, in primo luogo, dei casi

in cui il legislatore sancisce la punibilità di questo o quel fatto “fuori dei casi di concorso” in un fatto de-

littuoso antecedente.

Un esempio può trarsi dalle norme sui delitti di favoreggiamento personale (378) e favoreggiamento

reale (379) che, per espressa indicazione legislativa, si applicano fuori dei casi di concorso nel reato

antecedente.

Altre volte il legislatore sancisce la punibilità di un determinato fatto fuori dei casi preveduti dagli arti-

coli precedenti o dall’articolo precedente, e cioè a condizione che l’agente non sia stato autore o par-

tecipe nella realizzazione del fatto o dei fatti preveduti in quell’articolo o in quegli articoli.

Alla base delle norme che sanciscono la non punibilità di questo o quel fatto nei confronti di chi, come

autore o partecipe, abbia realizzato un reato cronologicamente precedente, sta una logica riconducibi-

le all’idea di consunzione: la repressione del fatto antecedente esaurisce infatti il disvalore complessi-

vo e il relativo bisogno di punizione, posto che il fatto successivo rappresenta un normale sviluppo del-

la condotta precedente, attraverso il quale l’agente o consegue i vantaggi perseguiti attraverso il primo

fatto o ne mette al sicuro i risultati.

Le ipotesi di postfatto non punibile non si esauriscono in quelle espressamente individuate dal legisla-

tore; tacitamente le riserve “fuori dei casi di concorso nel reato” antecedente o “fuori dei casi preveduti

nell’articolo o negli articoli precedenti”, che comportano la non punibilità del reato susseguente, ope-

rano tutte le volte in cui quest’ultimo reato rappresenta un normale sviluppo della condotta preceden-

te.

Le norme a più fattispecie: può accadere che una sola disposizione di legge preveda una serie di fatti

ai quali ricollega la stessa pena.

Ci si chiede se in casi del genere la norma preveda un unico reato, realizzabile con diverse modalità

considerate equivalenti, o una pluralità di reati, che possono concorrere fra loro: si parla nel primo ca-

(o di norme miste alternative) e nel secondo caso di disposizioni a più

so di norme a più fattispecie

norme (o norme miste cumulative).

L’interpretazione dovrebbe sempre condurre a ravvisare un unico reato, trattandosi della violazione di

un’unica norma incriminatrice.

I vari fatti descritti all’interno dell’unica disposizione rappresentano, sul piano sostanziale, o altrettanti

gradi di offesa ad uno stesso bene giuridico, o modalità diverse di offesa a quel bene.

La molteplicità dei fatti eventualmente commessi dall’agente non sarà peraltro priva di qualsiasi rile-

vanza: ferma rimanendo l’unicità del reato, il giudice terrà conto del numero o della gravità dei fatti

concreti nella commisurazione della pena all’interno della cornice edittale.

Il concorso di reati. Di fronte ad un comportamento umano che prima facie realizzi gli estremi di più fi-

gure legali di reato, per stabilire che si è in presenza di un concorso di reati non basta escludere che

si tratti di un concorso apparente di norme: bisogna ulteriormente verificare se davvero ci si trova in

presenza di più reati.

Di concorso di reati potrà parlarsi solo quando si sciolga l’alternativa unità-pluralità di reati a favore del

secondo termine; per sciogliere tale alternativa non basta guardare alla presenza o meno di una mol-

teplicità di atti sul piano fenomenico-naturalistico.

La soluzione va cercata, invece, sul terreno normativo.

Può accadere che la figura di reato descritta dalla norma incriminatrice esiga il compimento di più a-

zioni, che dunque daranno vita ad un unico reato.

Vi sono figure legali di reato che non devono, ma possono essere integrate attraverso una pluralità di

atti: con la conseguenza che anche in questo secondo caso si è in presenza di un unico reato: ad es.,

si realizza un unico fatto di corruzione di minorenni (609 quinquies: chiunque compie atti sessuali in

presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da

sei mesi a tre anni) sia che venga compiuto un unico atto sessuale, sia che vengano compiuti più atti

sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere.

Ancora, possono essere integrati con più atti i reati permanenti.

Un unico reato si ha infine nel caso in cui più azioni, ciascuna integrante il modello legale di un mede-

simo reato, vengano poste in essere contestualmente (cioè l’una immediatamente dopo l’altra o co-

munque a breve intervallo di tempo) e con un’unica persona offesa.

Si avrà un unico reato di ingiuria (594) sia nel caso in cui Tizio rivolga a Caio una pesante espressione

lesiva del suo onore, sia che riversi su di lui, in un breve lasso di tempo, una serie di insulti.

È unico il reato di percosse (581: chiunque percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel

corpo o nella mente, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a sei mesi o con

la multa fino a euro 309. Tale disposizione non si applica quando la legge considera la violenza

come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro reato) sia nel caso in cui Tizio

dia uno schiaffo a Caio, sia che lo investa con una serie ininterrotta di schiaffi, pugni e calci.

Per contro, si avrà una pluralità di reati quando manchi o il requisito della contestualità delle azioni o il

requisito dell’unicità della persona offesa.

Acquisito che ci si trova di fronte, nel caso concreto, non ad un unico reato, ma ad una pluralità di rea-

ti, bisogna distinguere – come distingue la legge – a seconda che i reati siano stati commessi con una

sola azione od omissione (81.1) o con più azioni od omissioni (71 ss.): nel primo caso si parla di con-

corso formale di reati, nel secondo di concorso materiale di reati.

Più mite è il trattamento riservato al concorso formale di reati, per il quale il nostro ordinamento adotta

attualmente il cumulo giuridico delle pene ed in particolare prevede che si applichi la pena che do-

vrebbe infliggersi per il reato più grave aumentata sino al triplo (81.1).

Più severo è invece il trattamento sanzionatorio del concorso materiale di reati: secondo lo schema

del cumulo materiale delle pene, di regola si applicano le pene previste per ogni singolo reato somma-

te l’una all’altra (71 ss.).

La commissione di più reati con una sola azione od omissione integra, in base all’81.1, un concorso

formale di reati.

Il concorso formale di reati è omogeneo se quell’unica azione viola più volte la stessa norma, eteroge-

neo se quell’unica azione viola due o più norme incriminatrici.

Un’unica azione può constare, oltre che di un unico atto, anche di una pluralità di atti: in questo caso

ciò che consente di parlare di unica azione è l’unicità del contesto spazio-temporale in cui vengono

compiuti.

Parte della dottrina e della giurisprudenza richiedono l’ulteriore requisito dell’unicità dello scopo che

dovrebbe sorreggere il compimento degli atti.

Questa tesi, però, non persuade: il requisito dell’unico scopo è infatti riferibile ai soli reati dolosi, men-

tre è pacifico che il concorso formale può intercorrere anche tra reati colposi.

Per stabilire se ci si trovi in presenza di un concorso formale omogeneo, e non di un unico reato, il cri-

terio fondamentale è quello della molteplicità delle offese al bene giuridico tutelato (od ai beni giuridici

tutelati) dalla norma incriminatrice.

Se Tizio, nello stesso contesto spaziale e temporale, rivolge una o più contumelie all’indirizzo di varie

persone, commette una pluralità di ingiurie (594) in concorso formale tra loro, avendo realizzato tante

offese quante sono le persone il cui onore è stato messo in pericolo.

è un’unica azione con la quale un sogget-

Ciò che caratterizza il concorso formale eterogeneo di reati

to esegue due (o più) distinte figure di reato.

Se un agente di polizia, abusando delle sue qualità e delle sue funzioni, costringe una prostituta a cor-

rispondergli del denaro in cambio della sua protezione, vi è concorso formale tra il reato di sfruttamen-

to della prostituzione (art. 3 legge 75/1958) e quello di concussione (317: il pubblico ufficiale o l'incari-

cato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce talu-

no a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la re-

clusione da quattro a dodici anni).

L’81 c.p. contempla anche l’ipotesi del concorso formale di reati omissivi: si parla anche infatti di una

sola omissione, con la quale si integra più volte lo stesso reato (concorso formale omogeneo) o si in-

tegrano più reati diversi (concorso formale eterogeneo).

Il presupposto comune ad entrambe le ipotesi di concorso formale è l’unicità del contesto spazio-

temporale nel quale si aveva l’obbligo di compiere le azioni che sono state omesse.

Quanto ai reati omissivi impropri, si profilerà ad es. un concorso formale omogeneo di omicidi colposi

mediante omissione (40 e 589.3 c.p.) se il datore di lavoro ha colposamente omesso di predisporre

misure di sicurezza che, se attuate, avrebbero impedito che due operai cadessero da un’impalcatura

riportando lesioni gravissime, sfociate in tempi diversi nella morte di entrambi.

Si avrà invece un concorso formale eterogeneo fra il delitto di incendio colposo mediante omissione

(449: chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo

titolo, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è raddoppiata se si tratta di disa-

stro ferroviario o di naufragio o di sommersione di una nave adibita a trasporto di persone o di caduta

di un aeromobile adibito a trasporto di persone) e quello di omicidio colposo mediante omissione (589:

chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque

anni. Se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o

di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena è della reclusione da uno a cinque anni.

Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più

persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse au-

mentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni dodici) nel caso di un incendio sviluppatosi

in un deposito di carburanti che sia sfociato nella morte di un operaio: risponderà dei due reati il pre-

posto che abbia omesso per incuria di eseguire i controlli doverosi sul funzionamento di apparati an-

tincendio, che, se efficienti, avrebbero spento sul nascere le fiamme, impedendo sia l’incendio, sia la

morte).

Un concorso formale può profilarsi inoltre tra reati omissivi propri.

Il concorso formale di reati è sottoposto ad un trattamento più mite di quello riservato al concorso ma-

teriale: il giudice deve operare il cumulo giuridico delle pene, individuando il più grave fra i reati in

concorso ed applicando la pena che infliggerebbe per questo reato aumentata fino al triplo. Dispone

infatti l’81.1 che l’autore di più reati in concorso formale tra loro è punito con la pena che dovrebbe in-

fliggersi per la violazione più grave aumentata sino al triplo.

Lo stesso 81.3 stabilisce che nei casi preveduti da questo articolo, la pena non può essere superiore a

quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti, cioè alla pena che sarebbe applicabi-

le in base al cumulo materiale.

È controverso se la violazione più grave debba individuarsi in astratto od in concreto: secondo il primo

orientamento, prevalente in giurisprudenza, violazione più grave sarebbe quel reato per il quale la

legge prevede il massimo di pena più elevato, e, in caso di pene massime identiche, quello per il qua-

le la legge prevede il minimo più elevato; secondo l’altro orientamento, prevalente in dottrina, violazio-

ne più grave sarebbe invece quella per la quale il giudice, alla luce di tutte le circostanze del caso

concreto, infliggerebbe la pena più elevata.

La formula legislativa “violazione più grave” soffre di un così alto grado di ambiguità da esporsi a seri

dubbi di illegittimità costituzionale per violazione del principio di legalità della pena (25.2 Cost.).

Sul piano sistematico, un argomento a favore della determinazione in concreto della violazione più

grave può trarsi dal 187 disp. att. c.p.p., che disciplina l’applicazione del concorso formale di reati e

del reato continuato da parte del giudice dell’esecuzione: regolando espressamente la determinazione

del reato più grave, la norma citata stabilisce che si considera violazione più grave quella per la quale

è stata inflitta la pena più grave.

Una volta individuato il reato più grave e quantificata la relativa pena, che fungerà da pena-base per la

formazione della pena complessiva secondo lo schema del cumulo giuridico, il giudice deve procedere

all’aumento previsto dall’81: a tale scopo dovrà indicare un quantum di pena per ciascuno dei reati

meno gravi (reati-satellite).

L’aumento di pena dev’essere contenuto entro un doppio limite: la pena finale non può superare né il

triplo della pena-base, né, in ogni caso, l’ammontare della pena che verrebbe applicata se si proce-

desse al cumulo materiale.

Si pone il problema se la disciplina del cumulo giuridico sia applicabile anche in caso di concorso fra

reati puniti con pene eterogenee, cioè con pene diverse o per specie (reclusione/arresto, mul-

ta/ammenda) o per genere (pene detentive/pene pecuniarie).

Per la prima ipotesi – pene diverse per specie – sembra ormai definitivamente affermata la soluzione

dell’applicabilità del cumulo giuridico.

Più dibattuto è il quesito relativo ai reati puniti con pene diverse per genere: se si possa procedere al

cumulo giuridico delle pene qualora concorrano ex art. 81.1 due reati puniti l’uno con pena detentiva e

l’altro con pena pecuniaria; la giurisprudenza oggi prevalente accoglie la soluzione affermativa.

Si pone a questo punto un ulteriore interrogativo: come vada operato il cumulo giuridico tra pene di

genere diverso.

La giurisprudenza maggioritaria opta per il cumulo giuridico per assimilazione, ritiene cioè che ai fini

dell’aumento di pena ex 81 si debba infliggere per i reati-satellite, ancorché puniti ex lege con pena

pecuniaria, una quota di pena detentiva, e cioè una pena dello stesso genere di quella prevista per la

violazione più grave; il giudice dovrebbe commutare in pena detentiva la pena pecuniaria prevista per

il reato meno grave, secondo il criterio di ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive fissato dal

135 (trentotto euro = un giorno di reclusione o arresto).

In base ad un diverso orientamento, commutare la pena pecuniaria in pena detentiva significa però vi-

olare l’81.3, infliggendosi una pena qualitativamente più grave di quella che risulterebbe dal cumulo

materiale: secondo questo orientamento, la disciplina dell’81 resta comunque operante: il cumulo giu-

ridico va operato non per assimilazinoe, ma per addizione.

Per determinare la pena complessiva, il giudice deve cioè aggiungere alla pena detentiva quantificata

per il reato più grave una pena pecuniaria per il reato-satellite, la cui misura non potrà superare il limi-

te del triplo della pena-base imposto dall’81.1; al ragguaglio ex 135 il giudice farà ricorso al solo scopo

di verificare il rispetto di tale limite.

Il concorso materiale di reati si caratterizza per la presenza di una pluralità di azioni o di omissioni, e

sotto questo profilo rileva ancora una volta l’esistenza di una cesura temporale tra le plurime violazioni

della stessa norma (concorso materiale omogeneo) o tra le violazioni di diverse disposizioni di legge

(concorso materiale eterogeneo).

Un esempio di concorso materiale di reati commissivi: tizio spara a Caio con l’intenzione di ucciderlo,

ma i colpi vanno a vuoto, ed alcuni giorni dopo gli spara di nuovo, ma ancora senza successo (con-

corso materiale di tentativi di omicidio, ex artt. 56 e 575 c.p.).

Quanto al concorso materiale di reati omissivi, si può pensare al caso di un datore di lavoro che, o-

mettendo per colpa di far riparare un dispositivo di sicurezza di una macchina, cagioni una lesione

personale ad un operaio; quel datore di lavoro seguita a violare il suo dovere di garanzia, cosicché,

nei giorni successivi, altri operai vengono feriti, ed anzi si verifica un incidente mortale: si configurerà

in questo caso un concorso materiale tra delitti di lesioni colpose mediante omissione e di omicidio

colposo mediante omissione.

Il concorso materiale di reati è assoggettato al cumulo materiale delle pene, ancorché temperato ex

78 ss. c.p. dalla fissazione di limiti massimi per ciascuna specie di pena (trent’anni per la reclusione,

sei anni per l’arresto, etc.): in ogni caso, la pena complessiva non può essere superiore al quintuplo

della più grave delle pene concorrenti.

Al responsabile di più reati in concorso materiale fra loro, puniti con pene della stessa specie, il giudi-

ce applicherà di regola la somma aritmetica delle pene stabilite per ciascun reato.

Se si tratta invece di reati puniti con pene di specie diversa (reclusione ed arresto, multa ed ammen-

da) o di genere diverso (reclusione e multa, reclusione ed ammenda, arresto e multa, etc.), le varie

pene si applicano tutte indistintamente e per intero (74.1 e 75.1): pene detentive di specie diversa (re-

clusione ed arresto) concorrenti fra loro non si applicano però per intero se la durata complessiva del-

le varie pene supererebbe gli anni trenta (78.2).

Il cumulo materiale delle pene va eseguito sia nel caso in cui una persona venga condannata per più

reati con una sola sentenza o decreto (71), sia nel caso in cui una persona, dopo una prima condan-

na, venga giudicata e condannata per un altro reato, commesso anteriormente o posteriormente (80

pt. I), sia infine nel caso in cui contro la stessa persona si debbano eseguire più sentenze o più decreti

di condanna (80 pt. II c.p. e 663 c.p.p.).

L’81.2 delinea e disciplina la figura del reato continuato, che si realizza quando taluno con più azioni

od omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette anche in tempi diversi più viola-

zioni della stessa o di diverse disposizioni di legge.

Siamo dunque in presenza di una pluralità di reati, e più precisamente di un concorso materiale di rea-

ti, unificati dal medesimo disegno criminoso.

L’81.2 prevede per il reato continuato il cumulo giuridico delle pene nella stessa forma stabilita

nell’81.1 per il concorso formale di reati: prevede cioè che l’agente soggiaccia alla pena che dovrebbe

infliggersi per la violazione più grave aumentata sino al triplo.

Al centro della struttura del reato continuato sta il disegno criminoso del quale i singoli reati devono

rappresentare l’esecuzione.

Il disegno criminoso è cosa ben diversa dal dolo che deve sorreggere la commissione dei singoli reati:

non si tratta infatti della consapevole decisione di realizzare ogni singolo reato, ma di un programma

che deve formarsi nella mente dell’agente prima dell’inizio dell’esecuzione del primo dei reati in con-

corso.

Si discute sul contenuto di quel programma: se basti la generica prefigurazione di una futura attività

delinquenziale o, magari, all’opposto, se sia necessaria la rappresentazione anticipata non solo dei tipi

di reato che verranno commessi, ma anche delle concrete modalità della loro realizzazione.

L’orientamento prevalente è per una soluzione intermedia: basta cioè la programmazione dei tipi di

reato da commettere, magari lasciandosi aperte eventuali alternative.

Va esclusa l’unicità del disegno criminoso per quei tipi di reato che, non essendo stati preventivati ini-

zialmente, sono il risultato di decisioni assunte solo nel corso dell’esecuzione del programma.

La giurisprudenza tiene giustamente fermo che più reati non possono dirsi commessi in esecuzione di

un unico disegno criminoso solo perché frutto di un medesimo impulso o motivo.

L’unità del disegno criminoso non viene interrotta dall’intervento di una sentenza definitiva di condan-

na in relazione ad una parte dei reati in concorso, dopo la quale l’agente realizza uno o più fra gli altri

reati programmati.

Questa soluzione trova oggi la sua base normativa nel 671 c.p.p., il quale attribuisce anche al giudice

dell’esecuzione l’applicazione della disciplina del reato continuato nel caso dell’intervento di sentenze

irrevocabili di condanna.

Il giudice deve accertare caso per caso se per effetto della precedente sentenza di condanna si sia o

meno verificata l’interruzione dell’originario programma criminoso.

Le difficoltà della prova spiegano la tendenza dei giudici di merito a presumere l’esistenza di un me-

desimo disegno criminoso tutte le volte in cui si procede contro taluno per una pluralità di reati com-

messi in tempi diversi.

L’orientamento della giurisprudenza si ribalta allorché si chiede l’applicazione della disciplina del reato

continuato a reati commessi dopo che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna relativa

ad uno o più dei reati oggetto della programmazione.

La prevalente giurisprudenza esige che il richiedente precisi tutti gli elementi di fatto dai quali possa

desumersi la prova dell’unicità del disegno criminoso.

I reati che formano oggetto del disegno criminoso possono consistere sia in più violazioni della stessa

disposizione di legge, sia nella violazione di diverse disposizioni di legge.

Appare pertanto contra legem il tentativo di una parte della dottrina di far riemergere il vecchio limite

alla configurabilità del reato continuato, affermando che un medesimo disegno criminoso potrebbe

profilarsi solo in relazione a reati omogenei fra loro.

Le disposizioni di legge la cui violazione dà vita al reato continuato devono necessariamente prevede-

re reati dolosi (delitti o contravvenzioni), lo impone il requisito del disegno criminoso, comportando una

rappresentazione preventiva di tutti gli elementi costitutivi dei vari reati, nonché la deliberazione di

commetterli.

Il rato continuato appare dunque incompatibile sia con la colpa, sia con la responsabilità oggettiva.

In passato era controverso se il reato continuato dovesse considerarsi come un unico reato, o se le

singole violazioni conservassero la loro autonomia tranne che per alcuni effetti espressamente disci-

plinati dal legislatore.

Oggi, a seguito della riforma del 1974, il testo dell’81.2 non reca più la formula “le diverse violazioni si

considerano come un solo reato”: da tale soppressione segue che i reati legati dal vincolo della conti-

nuazione devono considerarsi unificati solo ai fini della pena principale, ai fini della decorrenza del

termine per la prescrizione del reato (che, a norma del 158, decorre dal giorno in cui è stato commes-

so l’ultimo dei reati abbracciati dal disegno criminoso), ai fini dell’applicabilità della sospensione condi-

zionale della pena, nonché ad altri limitati effetti (dichiarazione di abitualità nel reato ex artt. 102 ss.

c.p., dichiarazione di professionalità nel reato ex art. 105 c.p.) per i quali la considerazione unitaria del

reato continuato torna a favore dell’agente, secondo la logica propria della continuazione.

Ai fini della determinazione della pena principale, il legislatore ha disposto l’assoggettamento dei vari

reati ad un’unica pena, formata secondo il meccanismo del cumulo giuridico.

Ai fini dell’individuazione del termine dal quale decorre la prescrizione del reato il legislatore ha e-

spressamente unificato i vari reati, stabilendo che la prescrizione decorre dal giorno in cui è cessata la

continuazione.

Il tempo necessario per la prescrizione va determinato avendo riguardo alla pena massima prevista

per ciascun reato, ai sensi degli artt. 157 ss. c.p.

A proposito dei rapporti tra sospensione condizionale della pena e reato continuato, la disciplina della

sospensione condizionale fa espresso riferimento alla pena inflitta in concreto dal giudice, che non

deve superare i limiti massimi fissati dal 163; ne deriva che, essendo unica la pena da infliggersi nelle

ipotesi di continuazione, il giudice deciderà della concedibilità della sospensione condizionale avendo

riguardo alla pena considerata unitariamente.

Questa conclusione è ribadita dal 671.3 c.p.p., il quale prevede che anche il giudice dell’esecuzione

ridetermini la pena quando accerti che tra i vari reati sussiste il vincolo della continuazione e ne so-

spenda condizionalmente l’esecuzione se il suo ammontare rientra nei limiti fissati dalla legge e se

sussistono gli altri presupposti per l’applicazione dell’istituto.

Al di fuori di questa limitata sfera di istituti, i reati uniti dal vincolo della continuazione conservano in-

vece la loro autonomia: si considerano cioè come reati distinti: ciò vale ai fini dell’amnistia, dell’indulto,

delle pene accessorie, delle misure di sicurezza, dell’imputabilità, del concorso di persone nel reato e

delle circostanze del reato.

L’applicabilità dell’amnistia propria (151.1 pt. I c.p.), dell’amnistia impropria (151.1 pt. II c.p.) e

dell’indulto (174) andrà verificata in relazione a ciascun singolo reato.

Anche per determinare le pene accessorie si ha riguardo alle pene principali relative a ciascuno dei

reati in continuazione (pena-base per il reato più grave, quote di pena per ciascuno dei reati-satellite).

Ad es., se viene inflitta una pena complessiva pari a cinque anni di reclusione, ciò non comporterà ex

art. 29.1 l’applicazione dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, posto che ai cinque anni si è giunti

per effetto del cumulo giuridico delle pene: per stabilire se sia applicabile l’interdizione perpetua dai

pubblici uffici si deve tener conto della pena-base inflitta per il reato più grave.

C XII – L

APITOLO E CIRCOSTANZE AGGRAVANTI E ATTENUANTI

Sia nella parte generale, sia nella parte speciale del codice penale, sia nelle leggi speciali il legislatore

italiano ha dato espresso rilievo ad alcune situazioni, inerenti al reato od alla persona del colpevole,

che presuppongono la sussistenza nel caso concreto di una responsabilità penale e comportano solo

una modificazione della pena, aggravandola o attenuandola: si tratta perciò non di elementi costitutivi

del reato, ma di circostanze del reato, cioè di elementi che stanno intorno (circum stant) ad un reato

già perfetto.

Le circostanze del reato si caratterizzano per un triplice ordine di requisiti:

α. non sono elementi costitutivi del reato, come viene esplicitato dal legislatore agli artt. 61 e 62;

β. la figura del reato circostanziato, cioè del reato commesso in presenza di una circostanza aggra-

vante od attenuante, è speciale rispetto alla figura del reato semplice;

χ. l’effetto della circostanza è l’aggravamento o l’attenuazione della pena commisurata dal giudice per

il reato semplice.

Stabilire se una determinata disposizione descriva un elemento costitutivo di una autonoma figura di

reato, speciale rispetto a quella di riferimento, o descriva una mera circostanza aggravante od atte-

nuante comporta una serie di importanti conseguenze.

Mentre la rilevanza degli elementi costitutivi è indefettibile, le circostanze del reato possono scompari-

re nel caso concreto: quando infatti concorrono circostanze eterogenee (cioè aggravanti ed attenuan-

ti), il giudice deve procedere al loro bilanciamento, ex 69 c.p., e tale giudizio può concludersi nel sen-

so della prevalenza delle une sulle altre o nel senso dell’equivalenza.

Quanto ai criteri di imputazione della responsabilità, se si tratta di elemento costitutivo di un’autonoma

figura di delitto doloso, dovrà essere abbracciato dal dolo, al pari di ogni altro elemento costitutivo del

fatto; se invece si tratta di una circostanza aggravante, in base al 59.2 di regola sarà sufficiente la col-

pa.

Ulteriori conseguenze della qualificazione come circostanza o come elemento costitutivo di

un’autonoma figura di reato riguardano il momento consumativo del reato (e quindi la decorrenza del

termine per la prescrizione ex 158.1), il concorso di persone e l’applicabilità della legge penale italia-

na; quanto al primo profilo, il momento consumativo coinciderà o meno col verificarsi della situazione

descritta in una certa norma solo se quella situazione integra un elemento costitutivo del reato, e non

se integra una circostanza; quanto al concorso di persone, quando si qualifichi l’elemento dubbio co-

me circostanza potrà trovare applicazione il 118, che esclude la comunicabilità di alcune circostanze

ai concorrenti nel reato, mentre se vi si ravvisa un elemento costitutivo di un’autonoma figura di reato

troverà applicazione la disciplina generale del concorso di persone in quel diverso reato, ed eventual-

mente la disciplina dettata dagli artt. 116 e 117 c.p.

Se infine l’elemento dubbio si verifica nel territorio dello Stato, mentre gli altri elementi del reato si rea-

lizzano all’estero, la legge italiana può trovare applicazione solo se quella situazione viene inquadrata

come elemento costitutivo, integrando una parte dell’azione o l’evento.

Nel silenzio della legge, incombe sull’interprete il compito di individuare i criteri discretivi tra elementi

costitutivi e circostanze del reato.

Può parlarsi di circostanza del reato solo in presenza di un rapporto di specialità con la figura del reato

semplice; d’altra parte, un rapporto di specialità è perfettamente compatibile anche col carattere di fi-

gura autonoma di reato: il rapporto di specialità è dunque condizione necessaria, ma non sufficiente

per individuare una circostanza del reato.

Un primo criterio formale di identificazione delle circostanze è offerto dall’espressa qualificazione di un

elemento come circostanza del reato operata dal legislatore nella rubrica o nel testo di una disposizio-

ne.

Nel caso in cui la rubrica di una disposizione parli di circostanze, ma descriva ipotesi che non sono

speciali rispetto ad un dato reato semplice, ci si troverà in presenza di un’autonoma figura di reato;

così, ad es., a dispetto della rubrica “circostanze aggravanti” che compare nel 583, parte della dottrina

ritiene che le lesioni gravi e gravissime ivi previste rappresentino figure autonome di reato.

A volte, all’espressa qualificazione di un dato elemento, nel testo d’una norma, come circostanza ag-

gravante od attenuante si accompagna un ulteriore dato formale, rappresentato dal riferimento alla di-

sciplina del giudizio di bilanciamento delle circostanze, operato al fine di apportarvi una deroga.

È il caso, ad es., del 280.5, a norma del quale la gran parte delle circostanze attenuanti concorrenti

con le aggravanti speciali previste nello stesso 280 (Chiunque, per finalità di terrorismo o di eversione

dell'ordine democratico attenta alla vita od alla incolumità di una persona, è punito, nel primo caso,

con la reclusione non inferiore ad anni venti e, nel secondo caso, con la reclusione non inferiore ad

anni sei. Se dall'attentato alla incolumità di una persona deriva una lesione gravissima, si applica

la pena della reclusione non inferiore ad anni diciotto; se ne deriva una lesione grave, si applica la pe-

na della reclusione non inferiore ad anni dodici. Se i fatti previsti nei commi precedenti sono rivolti

contro persone che esercitano funzioni giudiziarie o penitenziarie ovvero di sicurezza pubblica nell'e-

sercizio o a causa delle loro funzioni, le pene sono aumentate di un terzo. Se dai fatti di cui ai

commi precedenti deriva la morte della persona si applicano, nel caso di attentato alla vita, l'ergastolo

e, nel caso di attentato alla incolumità, la reclusione di anni trenta. Le circostanze attenuanti

concorrenti con le circostanze aggravanti previste nel secondo e quarto comma non possono essere

ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste) per il delitto di attentato per finalità terroristiche o di

eversione non possono essere ritenute né prevalenti né equivalenti rispetto alle aggravanti e la dimi-

nuzione di pena per quelle attenuanti andrà operata sulla quantità i pena risultante dall’aumento con-

seguente alle predette aggravanti.

Ancora, parla univocamente nel senso della natura di circostanza, aggravante od attenuante, la pre-

senza nel testo della legge di formule come “la pena è aumentata” o “la pena è diminuita” non accom-

pagnate da ulteriori indicazioni.

Un criterio formale che parla a favore della natura di elemento costitutivo di un’autonoma figura di rea-

to è offerto a volte dalla presenza di un apposito nomen iuris nella rubrica della norma: si pensi al 640

bis, che reca in rubrica “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”: la natura di fi-

gura autonoma di reato emerge sia dal nomen iuris, sia dalla collocazione in un articolo del codice pe-

nale distinto da quello che descrive la truffa comune (640), ove si prevedono, fra l’altro, due aggravan-

ti speciali, espressamente qualificate nel terzo comma come circostanze.

Alcuni problemi si pongono nella sfera dei delitti aggravati dall’evento: spesso è controverso se

l’evento aggravante debba essere considerato circostanza del reato od elemento costitutivo di

un’autonoma figura di reato.

Il sistema del codice sembra orientato in linea di principio nel senso dell’inquadramento dell’evento

come elemento costitutivo di autonome figure delittuose.

I delitti aggravati dall’evento sono caratterizzati da un fatto-base punito per la sua oggettiva pericolosi-

tà nei confronti di un dato bene giuridico, mentre l’evento aggravante esprime la traduzione di quel pe-

ricolo nella lesione dello stesso bene.

Emblematici i delitti nei quali il verificarsi di eventi di lesione o di morte aggrava la pena per i fatti peri-

colosi per l’integrità e per la vita repressi come reati-base: è il caso dell’abuso dei mezzi di correzione

(571: chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla

sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero

per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel

corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi. Se dal fatto deriva una lesione personale, si

applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583, ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica

la reclusione da tre a otto anni), dei maltrattamenti in famiglia (572: chiunque, fuori dei casi indicati

nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una

persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigi-

lanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da uno a

cinque anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a ot-

to anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la

morte, la reclusione da dodici a venti anni), dell’abbandono di persone minori o incapaci (591: chiun-

que abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia

di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la

custodia o debba avere la cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Alla stessa

pena soggiace chi abbandona all'estero un cittadino italiano minore degli anni diciotto, a lui affidato nel

territorio dello Stato per ragioni di lavoro. La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto

deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte. Le pene sono aumen-

tate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dal-

l'adottato), etc.

È diversa invece la normale fisionomia delle circostanze aggravanti, che solo eccezionalmente si rife-

riscono ad un evento, ed in questo caso si tratta dello stesso evento costitutivo del reato-base, del

quale acquista rilievo un particolare connotato di gravità.

Questa differenza strutturale tra delitti aggravati dall’evento e circostanze aggravanti viene calpestata

dal legislatore in alcune sporadiche ipotesi, nelle quali etichetta espressamente od implicitamente co-

me circostanze aggravanti eventi che pure esprimono il tradursi in danno del pericolo immanente al

reato-base: sono i casi, ad es., della condanna conseguente ad alcuni delitti contro l’amministrazione

della giustizia (375, in relazione agli artt. 371 bis, 371 ter, 372, 373 e 374) e delle lesioni o della morte

conseguenti all’omissione di soccorso (593).

Questo ordine sistematico è stato alterato dalla prassi, e da una parte della dottrina, dopo che la ri-

forma del 1974 ha riscritto il 69, abbattendo ogni limite alla possibilità di bilanciare le circostanze ete-

rogenee concorrenti tra loro; in particolare, ha incluso nell’area applicativa del giudizio di bilanciamen-

to anche le circostanze per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella prevista

per il reato-base o determina la misura della pena in modo indipendente da quella del reato-base; e

proprio con l’una o con l’altra di queste tecniche la legge prevede normalmente la pena per i delitti ag-

gravati dall’evento.

A questo punto, qualificare l’evento aggravante come circostanza significava attrarlo nel giudizio di bi-

lanciamento, aprendo la strada alla scomparsa di quell’evento ai fini della pena, ogni volta che il giudi-

ce ritenesse equivalenti o prevalenti le (autentiche) circostanze attenuanti presenti nel caso concreto.

sono quelle previste per un numero indeterminato di reati, cioè per tutti i reati coi

Circostanze comuni

quali non siano incompatibili: sono descritte negli artt. 61, 62 e 62 bis, in alcune leggi speciali e, per il

concorso di persone, negli artt. 111, 112 e 114; circostanze speciali sono quelle previste per uno o più

reati determinati.

Circostanze aggravanti sono quelle che comportano un inasprimento della pena commisurata dal giu-

dice per il reato semplice; circostanze attenuanti sono quelle che comportano una mitigazione della

pena commisurata dal giudice per il reato semplice.

L’aumento o la diminuzione della pena possono essere quantitativi o qualitativi: sono di tipo quantitati-

vo quando, ad es., alla pena inflitta per il reato semplice deve aggiungersi, per effetto della circostan-

za, un quantum di pena della stessa specie (“la pena è aumentata fino ad un terzo”, etc.) o la legge

prevede per il reato circostanziato un’autonoma cornice edittale di pena.

La modificazione di pena è di tipo qualitativo quando per effetto della circostanza cambia la specie

della pena: è il caso, ad es., delle circostanze aggravanti dell’omicidio doloso (575) di cui agli artt. 576

e 577, che comportano il passaggio dalla reclusione all’ergastolo.

Circostanze ad efficacia comune sono, nel linguaggio della dottrina, quelle che comportano un au-

mento od una diminuzione fino ad un terzo della pena che dovrebbe essere inflitta per il reato sempli-

ce.

Quando la legge non precisa l’ammontare dell’aumento di pena per una circostanza aggravante o

quello della diminuzione per un’attenuante, a norma del 64 la pena dev’essere aumentata fino ad un

terzo o, a norma del 65 n. 3, dev’essere diminuita fino ad un terzo.

Circostanze ad efficacia speciale sono:

α. quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa rispetto a quella prevista per il rea-

to semplice, in dottrina si parla di circostanze autonome;

β. quelle per le quali la legge prevede una cornice di pena diversa da quella prevista per il reato sem-

plice, nel linguaggio della dottrina, circostanze indipendenti;

χ. quelle che importano un aumento od una diminuzione della pena superiore ad un terzo, nel lin-

guaggio della dottrina ed in quello del legislatore, circostanze ad effetto speciale.

Per esempio, per la circostanza aggravante della recidiva reiterata (99.4) la legge prevede aumenti di

pena, a seconda dei casi fino alla metà, fino a due terzi, o da un terzo a due terzi.

La categoria delle circostanze ad efficacia speciale ha rilevanza ex lege (63.3, 63.4 e 63.5) ai fini del

concorso omogeneo di circostanze: soggiacciono ad una disciplina ad hoc per il caso in cui il reato sia

corredato in concreto da una pluralità di circostanze, tutte aggravanti o tutte attenuanti, delle quali al-

meno una rientri nella categoria delle circostanze ad efficacia speciale.

(o tipiche) sono quelle i cui elementi costitutivi sono compiutamente descritti dalla

Circostanze definite

legge; circostanze indefinite (o discrezionali) sono invece quelle la cui individuazione, in assenza di

ogni tipizzazione legislativa o comunque di una compiuta tipizzazione legislativa, è rimessa alla di-

screzionalità del giudice.

Quanto alle circostanze attenuanti, è il caso delle attenuanti generiche di cui al 62 bis (designate dal

legislatore con una sorta di formula in bianco, come “altre circostanze diverse” da quelle prevedute nel

62 “che il giudice ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena”).

In base al 70.1 n.1, circostanze oggettive sono quelle che concernono la natura, la specie, i mezzi,

l’oggetto, il tempo, il luogo e ogni altra modalità dell’azione, la gravità del danno o del pericolo, ovvero

le condizioni o le qualità personali dell’offeso: sono circostanze oggettive, per esempio, l’aver adope-

rato sevizie o l’aver agito con crudeltà verso le persone (61 n.4).

Circostanze soggettive sono quelle che concernono la intensità del dolo o il grado della colpa, o le

condizioni e le qualità personali del colpevole, o i rapporti fra il colpevole e l’offeso, ovvero che sono

inerenti alla persona del colpevole (70.1 n. 2); il 70.2 precisa che le circostanze inerenti alla persona

del colpevole riguardano la imputabilità e la recidiva.

Un esempio di circostanza soggettiva è l’aver agito per motivi abbietti o futili (61 n. 1).

La sola rilevanza normativa della disciplina dettata dal 70 riguarda l’univoca inclusione della recidiva

(99) e delle cause che diminuiscono o aumentano l’imputabilità (artt. 89 ss.).

Secondo l’originario dettato del 59, le circostanze sia aggravanti sia attenuanti rilevavano di regola o-

biettivamente, si applicavano cioè anche se non conosciute dall’agente o per errore ritenute inesisten-

ti.

Per effetto della legge 19/1990, nella disciplina dell’imputazione delle circostanze:

α. è rimasta ferma l’irrilevanza delle circostanze aggravanti ed attenuanti erroneamente supposte

dall’agente;

β. è rimasta ferma la rilevanza oggettiva delle circostanze attenuanti;

χ. è mutata la disciplina delle circostanze aggravanti: la loro imputazione è armonizzata col principio

di colpevolezza in modo tale che queste circostanze possono essere poste a carico dell’agente so-

lo se gli si può muovere almeno un rimprovero di colpa, cioè solo se erano da lui conosciute, od i-

gnorate per colpa, o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa.

Peraltro, vi sono alcune circostanze aggravanti che rilevano solo se i dati di fatto che le integrano so-

cioè l’aver

no conosciuti dall’agente, come l’aggravante del nesso teleologico o conseguenziale,

commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a sé o ad

altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro reato (61 n. 2): essa è applicabile

solo se l’agente commette questo o quel reato nella consapevolezza che si tratta di un mezzo per

conseguire uno dei fini indicati dalla norma.

Il 60 introduce alcune deroghe alla disciplina generale dell’imputazione delle circostanze per le ipotesi

di errore sulla persona dell’offeso.

Si tratta in primo luogo delle ipotesi in cui l’agente versi in errore sull’identità della persona offesa, inol-

tre, per effetto del rinvio espresso contenuto nell’82, il 60 è applicabile anche all’aberratio ictus, cioè,

ad es., all’ipotesi in cui Tizio, volendo uccidere Caio, uccida invece Sempronio, suo padre, per un er-

rore di mira determinato da colpa o per non essersi colposamente reso conto del rischio che lungo la

traiettoria del proiettile potesse trovarsi una persona diversa.

Dalla Relazione del Guardasigilli che accompagna il codice penale del 1930 si ricava che il legislatore

storico ha inteso ricomprendere nella disciplina in esame anche le ipotesi in cui l’agente si rappresenti

esattamente l’identità della persona offesa, ma ignori i rapporti che intercorrono tra lui e la vittima: ad

es., Tizio vuole uccidere Caio e lo uccide, e solo dopo viene a sapere che la persona uccisa era suo

padre.

In tutti questi casi, se la legge contempla una o più circostanze aggravanti che riguardano alcune con-

dizioni o qualità della vittima reale, o i suoi rapporti col colpevole, il 60.1 dispone che tali aggravanti

non vengano mai poste a carico dell’agente: esso stabilisce che nel caso di errore sulla persona offe-

sa da un reato, non sono poste a carico dell’agente le circostanze aggravanti, che riguardano le con-

dizioni o qualità della persona offesa o i rapporti tra offeso e colpevole.

L’errore sulla persona dell’offeso, in tutti i casi riconducibili sotto il 60.1, rileva anche se si tratta di er-

rore od ignoranza dovuti a colpa, che potevano essere evitati con la dovuta diligenza.

Il 60.2 contempla l’ipotesi in cui, a seguito di un errore sulla persona offesa, l’agente supponga di tro-

varsi in presenza di una situazione che integrerebbe una circostanza attenuante relativa alle qualità o

condizioni personali dell’offeso ovvero ai rapporti tra colpevole ed offeso: in deroga alla generale irrile-

vanza del putativo nella sfera delle circostanze (59.3), la circostanza attenuante erroneamente suppo-

sta viene valutata a favore del colpevole.

Dalla categoria delle circostanze, attenuanti ed aggravanti, relative alle condizioni o qualità della per-

sona offesa, il 60.3 enuclea le circostanze relative all’età e quelle relative alle condizioni o qualità fisi-

che o psichiche della stessa persona offesa, disponendo che per tali circostanze, in caso di errore sul-

la persona dell’offeso, non opera la disciplina di favore dettata dal primo e dal secondo comma del 60.

Per questo gruppo di circostanze troverà applicazione la disciplina generale dettata dal 59: ai sensi

del 59.1 le attenuanti si applicheranno dunque solo se oggettivamente esistenti, mentre ai sensi del

59.2 le aggravanti potranno essere poste a carico dell’agente a condizione che l’errore in cui è caduto

l’agente sia dovuto a colpa.

Se è presente nel caso concreto una sola circostanza aggravante od attenuante, il 63.1 impone al

giudice di procedere come segue: quando la legge dispone che la pena sia aumentata o diminuita en-

tro limiti determinati, l’aumento o la diminuzione si opera sulla quantità di essa, che il giudice appliche-

rebbe al colpevole, qualora non concorresse la circostanza che la fa aumentare o diminuire.

La determinazione della pena dovrà perciò avvenire con un giudizio bifasico: nella prima fase il giudi-

ce quantificherà la pena per il reato semplice, secondo i criteri di commisurazione indicati dal 133, nel-

la seconda fase procederà all’aumento o alla diminuzione di pena conseguente alla circostanza.

E queste due fasi dovranno emergere nella sentenza, dove dovrà essere indicata sia la pena per il re-

ato semplice, sia la misura dell’aumento o della diminuzione operati per effetto della circostanza, ag-

gravante od attenuante.

All’interno del procedimento bifasico per la determinazione della pena per il reato circostanziato, si

pone il problema dei rapporti tra circostanze del reato e criteri di commisurazione della pena in senso

stretto ex 133.

La circostanza aggravante od attenuante, in ragione del rapporto di specialità che intercorre col corri-

spondente criterio di commisurazione della pena ex 133, mette fuori gioco tale criterio: nel senso che

quel criterio potrà essere applicato solo per aspetti diversi da quelli isolati dal legislatore ed assunti ad

oggetto della circostanza: ad es., tra le modalità dell’azione nella bigamia, il giudice potrà tener conto

ex 133 solo di modalità diverse dall’induzione in errore.

Il giudice non potrà fare una doppia valutazione dello stesso elemento, sia nella determinazione della

pena-base (cioè della pena che applicherebbe per il reato semplice), sia ai fini dell’aumento o della

diminuzione di quella pena.

Nel caso in cui la norma di legge che prevede la singola circostanza non specifichi la misura

dell’aumento o della diminuzione di pena, la pena per il reato semplice dovrà essere aumentata o di-

minuita fino ad un terzo (64.1 e 65 n. 3): si parla in questo caso di circostanza ad efficacia comune.

Per determinare in concreto la misura dell’aumento o della diminuzione da apportarsi alla pena per il

reato semplice, il giudice deve scomporre la fattispecie astratta della circostanza aggravante od atte-

nuante in una scala continua di sottofattispecie, individuando una serie di ipotesi tutte riconducibili a

quella circostanza, graduate secondo la loro gravità se si tratta di circostanza aggravante o secondo

la loro tenuità se si tratta di circostanza attenuante: all’interno di tale scala il giudice collocherà la cir-

costanza del caso concreto, per stabilire il suo grado di intensità.

La pena della reclusione da applicarsi per effetto dell’aumento determinato da una sola circostanza

aggravante ha un limite massimo: non può superare gli anni trenta (64.2); nel caso di una sola circo-

stanza attenuante, alla pena dell’ergastolo è sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni (65 n.

2).

Quando sia presente nel caso concreto una sola circostanza per la quale la legge preveda un aumen-

to o una diminuzione della pena superiore ad un terzo (circostanza ad effetto speciale), quel maggior

aumento o quella maggiore diminuzione verranno calcolati a partire dalla pena-base fissata dal giudi-

ce per il reato semplice, secondo l’accennato criterio dell’intensità della circostanza.

Quando la circostanza presente nel caso concreto sia una circostanza autonoma (per la quale cioè la

legge prevede una pena di specie diversa da quella prevista per il reato semplice, individuando

un’apposita cornice di pena) o una circostanza indipendente (per la quale la legge prevede una corni-

ce di pena diversa da quella prevista per il reato semplice), il giudice sceglierà la pena all’interno del

nuovo spazio edittale usando i criteri generali di commisurazione della pena fissati dal 133.

Se vi è concorso omogeneo di circostanze, e cioè se concorrono più circostanze tutte aggravanti o tut-

te attenuanti, e per ciascuna di esse è previsto un aumento od una diminuzione di pena fino ad un ter-

zo, l’aumento o la diminuzione di pena si opera sulla quantità di essa risultante dall’aumento o dalla

diminuzione precedente (63.2); in altre parole, una volta calcolato l’aumento o la diminuzione di pena

per una sola circostanza, sulla pena così determinata il giudice effettuerà l’ulteriore aumento o

l’ulteriore diminuzione, e così via.

La pena risultante dagli aumenti o dalle diminuzioni conseguenti al concorso di più circostanze aggra-

vanti o di più circostanze attenuanti ad efficacia comune soggiace ad una serie di limiti fissati rispetti-

vamente agli artt. 66 e 67.

L’applicazione degli aumenti o delle diminuzioni di pena in caso di concorso omogeneo di circostanze

alcune delle quali ad efficacia speciale (circostanze autonome, circostanze indipendenti e circostanze

ad effetto speciale) è disciplinata rispettivamente nel 63.3 (concorso di una circostanza ad efficacia

speciale con una o più circostanze ad efficacia speciale) e 63 commi 4 e 5 (concorso di più circostan-

ze ad efficacia speciale).

Il 63.3 non fa espresso riferimento a tutte e tre le classi di circostanze che abbiamo inquadrato tra le

circostanze ad efficacia speciale, ma menziona le sole circostanze autonome e quelle ad effetto spe-

ciale: secondo l’opinione più accreditata, la disciplina del 63.3, 63.4 e 63.5 è tuttavia riferibile, nel si-

lenzio della legge, anche alle circostanze indipendenti, ricomprendendo in definitiva tutte le circostan-

ze ad efficacia speciale.

Nel caso in cui una circostanza ad efficacia speciale concorra con una o più circostanze ad efficacia

comune (tutte aggravanti o tutte attenuanti), ai sensi del 63.3, il giudice applicherà per prima la circo-

stanza ad efficacia speciale; dapprima determinerà cioè la pena che applicherebbe se il reato fosse

corredato dalla sola circostanza ad efficacia speciale (cioè la pena di specie diversa prevista per la

circostanza autonoma, la pena scelta all’interno dell’apposita cornice edittale prevista per la circostan-

za indipendente o la pena aumentata o diminuita in misura anche superiore ad un terzo per la circo-

stanza ad effetto speciale): sulla pena così determinata, il giudice procederà successivamente

all’aumento od alla diminuzione fino ad un terzo per la circostanza ad efficacia comune.

Nel 63.4 e 63.5 il legislatore disciplina l’ipotesi in cui concorrano tra loro più circostanze ad efficacia

speciale, tutte aggravanti o tutte attenuanti: in tale ipotesi vige il principio di sussidiarietà: se si tratta di

circostanze aggravanti si applica solo la pena stabilita per la circostanza più grave, se invece si tratta

di circostanze attenuanti, si applica solo la pena meno grave stabilita per le predette circostanze.

In altri termini, tra più circostanze aggravanti ad efficacia speciale se ne applica una sola, e cioè quella

che comporta la pena più grave.

Non si tratta però di un assorbimento totale, perché la legge attribuisce al giudice la facoltà, caso per

caso, di aumentare fino ad un terzo la pena così determinata (63.4 e 64).

Analogamente, tra più circostanze attenuanti ad efficacia speciale s’applica solo quella che comporta

la pena meno grave; e la pena così determinata può essere ulteriormente diminuita fino ad un terzo

(63.5).

Si parla di concorso eterogeneo di circostanze quando un reato sia corredato, in concreto, da due o

più circostanze, una od alcune delle quali aggravanti e l’altra, o le altre, attenuanti.

In tal caso il giudice deve procedere al bilanciamento delle circostanze concorrenti (69), che può ave-

re un triplice esito: la prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti, la prevalenza delle aggravanti sulle

attenuanti, l’equivalenza delle une con le altre.

Se il giudice ritiene prevalenti le attenuanti, applica solo le relative diminuzioni di pena, non tenendo

conto delle aggravanti: se ritiene prevalenti le aggravanti, non tiene conto delle attenuanti ed opera gli

aumenti di pena per le aggravanti; se ritiene equivalenti aggravanti ed attenuanti, applicherà la pena

che avrebbe inflitto se non fosse stata presente alcuna circostanza.

Al giudizio di bilanciamento partecipano tutte le circostanze aggravanti ed attenuanti.

Il nuovo 69.4 stabilisce che le disposizioni precedenti [relative ai giudizi di prevalenza e di equivalen-

za] si applicano anche alle circostanze inerenti alla persona del colpevole ed a qualsiasi altra circo-

stanza per la quale la legge stabilisca una pena di specie diversa o determini la misura della pena in

modo indipendente da quella ordinaria del reato.

La legge non fornisce nessun criterio per orientare il giudice nella valutazione comparativa delle circo-

stanze concorrenti; tale criterio non può essere fornito dal numero delle circostanze da bilanciare, le

circostanze in concorso non vanno contate ma pesate.

Sembra del tutto estranea al giudizio di bilanciamento una valutazione complessiva della gravità del

reato semplice e della capacità a delinquere dell’agente: il bilanciamento va operato solo fra le circo-

stanze aggravanti ed attenuanti.

La totale eterogeneità delle circostanze rende per lo più impraticabile una comparazione diretta: piut-

tosto, in dottrina, s’è proposto di far riferimento alla loro intensità da accertarsi in concreto: se, ad es.,

una circostanza aggravante è presente nel caso concreto così da meritare l’aumento di pena nella mi-

sura massima, tale circostanza prevarrà su una attenuante che di per sé meriterebbe una diminuzione

nella misura minima od in misura prossima al minimo.

Di regola, il giudizio di bilanciamento risulta affidato alla libera ed incontrollata discrezionalità del giu-

dice, o, come ha detto il Guardasigilli nella Relazione al Re (n. 46), alla sua “capacità di intuizione”.

Gli effetti del giudizio di bilanciamento delle circostanze si producono, oltre che sulla misura della pe-

na da infliggere in concreto, anche su altri istituti la cui applicabilità è correlata alla misura della pena

inflitta: è il caso, ad es., dell’amnistia impropria o dell’indulto, concessi per reati puniti in concreto con

una pena non superiore ad un certo limite, nonché delle pene accessorie, quando la loro applicazione

sia collegata alla pena principale irrogata in concreto.

Il giudizio di bilanciamento rileva inoltre, per espressa disposizione di legge (157.3), ai fini del computo

del tempo necessario per la prescrizione del reato: il bilanciamento delle circostanze non influisce su

istituti che non si ricollegano al quantum di pena inflitta.

Così, la perseguibilità d’ufficio stabilita dalla legge per l’ipotesi aggravata di un determinato delitto, re-

sta ferma anche se tale circostanza aggravante viene elisa nel giudizio di bilanciamento, per la preva-

lenza o l’equivalenza riconosciuta ad un’attenuante.

Ancora, nei casi in cui la legge ricolleghi una pena accessoria alla condanna per i delitti commessi in

presenza di una determinata circostanza aggravante, quella pena accessoria si applicherà al condan-

nato anche se la circostanza aggravante è stata elisa nel giudizio di bilanciamento.

Quando una determinata situazione è riconducibile sotto più norme che prevedono circostanze del re-

ato, può profilarsi o un concorso effettivo di circostanze, omogeneo od eterogeneo, o un concorso ap-

parente delle norme che prevedono quelle circostanze, con la conseguenza che applicabile sarà una

sola di tali norme.

Quest’ultima eventualità è disciplinata dal 68, il quale individua un concorso apparente di circostanze

in due distinte ipotesi.

La prima è quella in cui una data circostanza è in rapporto di specialità rispetto ad un’altra: ad es., la

circostanza aggravante dell’aver agito in seguito ad intelligenze col nemico prevista per i delitti di di-

sfattismo politico (265.3) e di disfattismo economico (267.3), è speciale rispetto all’aggravante relativa

agli stessi reati dell’aver agito in seguito ad intelligenze con lo straniero (265.2 n. 2 e 267.2).

In casi di questo tipo, il giudice applicherà la sola circostanza speciale, secondo la regola del 15.

La seconda ipotesi è quella i cui, non sussistendo tra le due norme un rapporto di specialità, una cir-

costanza aggravante od attenuante comprende in sé un’altra aggravante od un’altra attenuante; si

pensi, ad es., alla circostanza aggravante del 577.1 n. 1 (l’aver commesso un fatto di omicidio doloso

“contro l’ascendente o il discendente”) e a quella dell’art. 61 n. 11 (l’aver commesso il fatto con abuso

di relazioni domestiche o con abuso di relazioni di coabitazione).

In tal caso la presenza di una situazione che integra la seconda circostanza è in concreto strettamente

funzionale all’uccisione dell’ascendente o del discendente: l’aggravante del 577.1 n. 1 è dunque, nel

linguaggio della dottrina e della Relazione del Guardasigilli, “circostanza eventualmente complessa”

rispetto all’aggravante comune del 61 n. 11, o, nel linguaggio della legge, è una circostanza che “com-

prende in sé” quest’ultima aggravante.

Secondo quanto dispone il 68.1, in casi di questo tipo s’applica solo la circostanza che importa il mag-

gior aumento di pena, se si tratta di circostanza aggravante, o solo la circostanza che importa la mag-

gior diminuzione di pena, se si tratta di circostanza attenuante; se poi le diverse circostanze importano

tutte il medesimo aumento o la medesima diminuzione di pena, s’applica un solo aumento od una sola

diminuzione (68.2).

Al 61 il codice penale prevede un elenco di circostanze aggravanti comuni, cioè di circostanze aggra-

vanti che possono accompagnarsi ad un numero indeterminato di reati, ossia a tutti i reati coi quali

non siano incompatibili; si tratta di undici circostanze:

1. l’avere agito per motivi abietti o futili: per motivo si intende la causa psichica della condotta, cioè

l’impulso che induce il soggetto ad agire o ad omettere di agire.

Il carattere abietto o futile del motivo va accertato secondo le valutazioni medie della collettività in

un certo momento storico.

Quest’aggravante non è applicabile a chi sia affetto da vizio parziale di mente, se l’impulso ad agi-

re trova la propria origine nell’anomalia psichica del soggetto.

Trattandosi d’una circostanza soggettiva concernente i motivi a delinquere, nel quadro del concor-

so di persone è applicabile, ai sensi del 118, solo alla persona animata da quel motivo;

2. l’avere commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicura-

re a sé o ad altri il profitto o il prezzo, ovvero l’impunità di un altro reato: la norma individua tre di-

stinte circostanze aggravanti: la prima ricorre quando un reato viene posto in essere come mezzo

per la commissione di un successivo reato (reato-fine), ed in dottrina si parla di aggravante teleo-

logica, mentre con riguardo alla seconda e terza aggravante si parla di aggravanti consequenziali.

Per la sussistenza di ognuna di queste aggravanti è necessario e sufficiente che l’agente commet-

ta il reato per uno degli scopi suddetti, non rileva che poi l’agente non commetta il reato-fine o non

consegua lo scopo che s’è prefisso.

Le aggravanti consequenziali presuppongono la commissione d’un precedente reato; l’aggravante

è configurabile anche nel caso in cui il reato presupposto sia, per una qualunque causa, estinto: in

questo senso dispone il 170.

È controverso se si debba tener conto delle aggravanti del 61 n. 2 nel quadro del reato continuato;

3. l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento: questa circostanza aggravan-

te, che dà rilievo alla colpa cosciente, si configura quando l’agente si rappresenta come seriamen-

te possibile il verificarsi di un evento, ma ritiene per colpa che quell’evento non si realizzerà nel

caso concreto, e ciò in quanto, per leggerezza, sottovaluta la probabilità del suo verificarsi o so-

pravvaluta le proprie o altrui capacità di evitarlo.

In base al tenore letterale della disposizione, la circostanza è applicabile solo ai delitti: quanto alle

contravvenzioni, della colpa cosciente il giudice terrà contro sotto il profilo del grado della colpa, ai

sensi del 133.1 n. 3, nel commisurare la pena all’interno della cornice edittale.

A norma del 118, trattandosi di circostanza soggettiva concernente il grado della colpa, nel con-

corso di persone è valutata solo nei confronti della persona a cui si riferisce;

4. l’avere adoperato sevizie, o l’avere agito con crudeltà verso le persone: sevizia è ogni sofferenza

fisica inferta alla vittima che non è necessaria per la commissione del reato; agisce con crudeltà

verso le persone chi infligge alla vittima o ad un terzo una sofferenza morale, rivelatrice di man-

canza di umanità: anche in questo caso deve trattarsi di una sofferenza non necessaria per la

commissione del reato;

5. l’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o la

privata difesa;

6. l’avere il colpevole commesso il reato durante il tempo in cui si è sottratto volontariamente alla e-

secuzione di un mandato o di un ordine di arresto o di cattura o di carcerazione, spedito per un

precedente reato: l’aggravante risulta applicabile solo se l’agente sia a conoscenza di essere ri-

cercato;

7. l’avere, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, ovvero nei delitti

determinati da motivi di lucro, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di ri-

levante gravita: la rilevante gravità del danno patrimoniale (comprensivo sia del danno emergente

che del lucro cessante) dev’essere valutata secondo un criterio oggettivo, offerto dal valore della

cosa, e poi secondo un criterio soggettivo, correlato alle condizioni economiche della vittima:

quest’ultimo criterio entra in gioco solo in via sussidiaria, nei casi in cui il danno patrimoniale non

sia in sé elevatissimo, ma comporti effetti di grande momento proprio in ragione delle modeste

condizioni economiche della vittima.

La giurisprudenza prevalente ritiene applicabile l’aggravante anche al delitto tentato, nel caso in

cui se il reato fosse giunto a consumazione avrebbe prodotto un danno patrimoniale di rilevante

gravità.

Questa soluzione urta però contro la legge, che richiede un danno di rilevante gravità cagionato al-

la persona offesa dal reato: non lascia spazio per una considerazione del danno potenziale;

8. l’avere aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso: questa circostanza

aggravante presuppone la commissione di un qualsiasi delitto, doloso o colposo, consumato o ten-

tato, e consiste in una condotta successiva con la quale l’agente volontariamente aggravi o cerchi

di aggravare le conseguenze del precedente delitto;

9. l’avere commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica

funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto: non basta che il reato

venga commesso da chi possiede una di quelle qualità, è invece necessario l’abuso dei poteri o la

violazione dei doveri inerenti a quella qualifica.

Occorre poi che tra la commissione del reato e l’abuso dei poteri o la violazione dei doveri esista

almeno un nesso occasionale, nel senso che l’esecuzione del reato dev’essere stata resa possibi-

le o quanto meno agevolata dalle attribuzioni dell’agente.

Sia l’abuso dei poteri, sia la violazione dei doveri devono essere realizzati consapevolmente: que-

sta circostanza rappresenta perciò una deroga alla disciplina generale dell’imputazione delle cir-

costanze aggravanti ex 59.2.

La circostanza aggravante non è applicabile a quei reati nei quali l’abuso dei poteri o la violazione

dei doveri inerenti ad una pubblica funzione, ad un pubblico servizio od alla qualità di ministro di

culto è elemento costitutivo del fatto: è il caso, ad es., per il pubblico ufficiale o per l’incaricato di

un pubblico servizio, del delitto di concussione (317);

10. l’avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servi-

zio, o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero

contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa dell’adempimento

delle funzioni o del servizio: la giurisprudenza sottolinea che quest’aggravante esige, in deroga al

59.2, la consapevolezza da parte dell’agente della qualità personale del soggetto passivo.

Per l’applicabilità della circostanza l’aggressione a uno dei soggetti in questione non dev’essere

elemento costitutivo di un’autonoma figura di reato, come nel caso della violenza ad un pubblico

ufficiale (336) o dell’oltraggio ad un magistrato in udienza (343);

11. l’avere commesso il fatto con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di re-

lazioni d’ufficio, di prestazioni d’opera, di coabitazione o di ospitalità: l’aggravante dà rilievo a si-

tuazioni di particolare vulnerabilità del bene giuridico, derivanti da relazioni interpersonali che pos-

sono facilitare la commissione del reato.

L’abuso di autorità evoca lo sfruttamento di una situazione di preminenza, nell’ambito di un rappor-

to privatistico; “relazioni domestiche” sono quelle interne alla famiglia in senso lato, anche in as-

senso di un rapporto di parentela (ad es. la convivente) o di coabitazione (ad es. la domestica ad

ore); di “relazioni d’ufficio” può parlarsi a proposito dei rapporti che intercorrono tra chi opera in

uno stesso ambiente di lavoro, pubblico o privato; “relazioni di prestazione d’opera” sono, per boc-

ca della Corte di Cassazione, non solo l’ipotesi del rapporto o contratto di lavoro, ma tutti quei rap-

porti giuridici che, in una più vasta e larga accezione, comportano l’obbligo di un facere; il concetto

di “coabitazione” ricomprende qualsiasi forma di permanenza non momentanea di più persone in

uno stesso luogo; il concetto di “ospitalità” abbraccia tutte le ipotesi di permanenza occasionale di

breve durata in un determinato luogo col consenso del proprietario o del possessore.

In tempi diversi, per fronteggiare gravi fenomeni di criminalità, il legislatore ha previsto per tutti i reati,

salvo il limite dell’incompatibilità, altri tre gruppi di circostanze aggravanti comuni: in primo luogo, l’art.

1 della legge 15/1980 (“Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica”)

stabilisce che per i reati commessi per le finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico,

punibili con pena diversa dall’ergastolo, la pena è aumentata della metà, salvo che la circostanza sia

elemento costitutivo del reato.

In secondo luogo, l’art. 7 della legge 203/1991 (“Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità

organizzata e di trasparenza e buon andamento della attività amministrativa”) prevede che per i delitti

punibili con pena diversa dall’ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dal 416 bis

c.p. ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, la pena è au-

mentata da un terzo alla metà.

In terzo luogo, l’art. 3 della legge 205/1993 (“Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, et-

nica o religiosa”) prevede che per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi

per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevola-

re l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime

finalità, la pena è aumentata fino alla metà.

Si tratta in tutti i casi di circostanze ad effetto speciale, escluse dal giudizio di bilanciamento ex 69.

Il 62 elenca sei circostanze attenuanti comuni:

1. l’avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale: i primi sono quei motivi che ricevono

un apprezzamento pienamente positivo nell’intero gruppo sociale o in una parte di esso, i motivi di

particolare valore sociale sono invece i motivi rispondenti, in un certo momento storico, agli obiettivi

propri della società nel suo insieme: non deve trattarsi necessariamente di obiettivi valutati positi-

vamente da tutti i consociati in quel momento storico, il metro unificante di giudizio va invece indivi-

duato nei principi e nei valori sociali accolti e cristallizzati nella Costituzione.

Trattandosi di una circostanza soggettiva concernente i motivi a delinquere, nel quadro del concor-

so di persone è applicabile, ai sensi del 118, solo alla persona animata da quel motivo;

2. l’avere reagito in stato d’ira, determinato da un fatto ingiusto altrui: ai sensi del 118 la circostanza

non si comunica ai concorrenti nel reato; in quest’attenuante possono individuarsi tre elementi: il

primo è rappresentato da un fatto ingiusto altrui, e potrà trattarsi di comportamenti in contrasto sia

con norme giuridiche, di qualsiasi fonte e causa, sia con regole elementari della convivenza socia-

le, il secondo è integrato da uno stato d’ira, cioè da un’emozione che genera impulsi aggressivi non

contenibili coi normali freni inibitori e compatibile con un preesistente stato di risentimento, di ranco-

re o di odio, purché vi si innesti un autonomo e nuovo fatto ingiusto come fattore scatenante

dell’esplosione d’ira, quale terzo elemento viene in considerazione il rapporto di causalità che deve

intercorrere tra lo stato d’ira e la commissione del reato: questo rapporto di causalità non sussiste

quando il fatto ingiusto altrui è stato un pretesto di cui l’agente ha approfittato per dare sfogo alle

proprie prepotenze, violenze etc.

È inaccettabile l’idea che il fatto di reato debba essere in un rapporto di proporzione col fatto ingiu-

sto che ha prodotto lo stato d’ira; non è necessario che la commissione del reato segua immedia-

tamente al fatto ingiusto altrui (la legge lo richiede quando la provocazione opera come scusante, e

non come mera attenuante, nei delitti contro l’onore).

La giurisprudenza sottolinea che l’attenuante in esame può sussistere anche nel caso di una serie

di comportamenti ingiusti, di scarsa entità se considerati uno ad uno, ma che nel loro insieme pro-

vochino, per accumulo, lo scoppio dell’ira.

Dell’attenuante può giovarsi anche una persona diversa da colui che ha subito il torto, purché quel

torto abbia cagionato in lui una reazione d’ira, sfociata nella commissione del reato.

È difficile pensare che l’attenuante possa trovare applicazione nel caso in cui il reato venga com-

messo nei confronti di persona diversa dall’autore del fatto ingiusto, essendo inammissibile che so-

pravviva una sorta di responsabilità collettiva (fondata sull’appartenenza allo stesso nucleo familia-

re, alla stessa razza, etc.);

3. l’avere agito per suggestione di una folla in tumulto, quando non si tratta di riunioni o assembra-

menti vietati dalla legge o dall’Autorità, e il colpevole non è delinquente o contravventore abituale o

professionale, o delinquente per tendenza: l’influenza emotiva esercitata dalla folla in tumulto, in-

debolendo i processi volitivi che hanno portato alla commissione del fatto si traduce in una minore

intensità del dolo, perciò, ai sensi del 118, la circostanza non si comunica ai concorrenti nel reato.

Per l’applicabilità dell’attenuante è necessario che la commissione del reato sia conseguenza della

suggestione della folla in tumulto, perciò l’attenuante non ricorre quando l’agente si sia determinato

a commettere il reato già prima di entrare in contatto con la folla.

L’influenza causale della folla in tumulto può sussistere anche nei confronti di chi si inserisca per

sua scelta in un assembramento di persone già in tumulto, a condizione che la decisione di com-

mettere il reato si sia formata successivamente.

La legge impone un duplice limite all’applicabilità della circostanza: un primo limite è ispirato

all’esigenza di non riconoscere un’attenuazione di pena a chi agisca all’interno di una situazione di

illegalità: la riunione (presenza previamente organizzata di più persone nello stesso luogo) o

l’assembramento (riunirsi accidentale od improvviso) non devono essere vietati dalla legge o

dall’autorità; il secondo limite riflette una logica di prevenzione speciale, nei confronti di chi, già in-

cline a delinquere, può trovare ulteriori spinte criminogene nella folla in tumulto;

4. l’avere, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, cagionato alla per-

sona offesa dal reato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ovvero, nei delitti determinati da

motivi di lucro, l’avere agito per conseguire o l’avere comunque conseguito un lucro di speciale te-

nuità, quando anche l’evento dannoso o pericoloso sia di speciale tenuità: la speciale tenuità

dev’essere valutata con gli stessi criteri esposti per la valutazione della rilevante gravità del danno

patrimoniale di cui all’art. 61 n. 7.

La giurisprudenza maggioritaria ritiene applicabile l’attenuante del danno patrimoniale di speciale

tenuità anche alle ipotesi di delitto tentato, nei casi cioè in cui, se il delitto fosse giunto a consuma-

zione, avrebbe cagionato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ma si tratta di una soluzione

contra legem: il tenore letterale del 61 n. 4 esige che un danno di speciale tenuità sia stato “cagio-

nato”.

Il tenore letterale della disposizione, dove fa riferimento all’aver comunque conseguito un lucro di

speciale tenuità, autorizza l’applicazione dell’attenuante anche a chi abbia commesso un delitto per

conseguire un lucro rilevante, ma in concreto ne abbia ottenuto solo uno di speciale tenuità;

5. l’essere concorso a determinare l’evento, insieme con l’azione o l’omissione del colpevole, il fatto

doloso della persona offesa: benché la legge parli di evento, si ritiene che l’attenuante sia applicabi-

le anche ai reati di mera condotta; anche la formula “doloso” non può esser presa alla lettera: il dolo

è un criterio di attribuzione della responsabilità e l’oggetto del dolo è l’intero fatto, mentre ciò a cui

la legge fa riferimento in questo caso è solo il carattere volontario della condotta della vittima.

L’attenuante in esame non è compatibile con quelle figure di reato nelle quali una condotta volonta-

ria della vittima sia elemento costitutivo del fatto, come l’omicidio del consenziente (579) e, tra i rea-

ti di mera condotta, degli atti sessuali con minorenne (609 quater), dell’usura (644) e della cessione

di sostanze stupefacenti (73.1 d.P.R. 309/1990).

L’area applicativa di questa circostanza attenuante sembra circoscritta ai reati che offendono beni

giuridici individuali (vita, integrità fisica, libertà personale, patrimonio etc.), laddove siano in gioco

beni collettivi non c’è una persona offesa dal reato che con la propria condotta volontaria possa

contribuire a cagionare il fatto penalmente rilevante;

6. l’avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno, mediante il risarcimento di esso, e, quan-

do sia possibile, mediante le restituzioni; o l’essersi, prima del giudizio e fuori del caso preveduto

dall’ultimo capoverso dell’art. 56, adoperato spontaneamente ed efficacemente per elidere o atte-

nuare le conseguenze dannose o pericolose del reato: secondo la Corte Costituzionale,

l’attenuante va letta in chiave oggettiva, cioè come espressione dell’esigenza di incentivare la rein-

tegrazione del patrimonio del danneggiato dal reato, a condizione che l’intervento risarcitorio sia a

qualsiasi titolo riferibile all’imputato.

La riparazione dev’essere integrale, ciò comporta l’irrilevanza di un risarcimento parziale o della

promessa di un risarcimento futuro; in caso di rifiuto della parte lesa, il risarcimento può essere ef-

fettuato nella forma dell’offerta reale ai sensi del 1209 c.c. (Se l’obbligazione ha per oggetto dana-

ro, titoli di credito, ovvero cose mobili da consegnare al domicilio del creditore, l’offerta deve essere

reale. Se si tratta invece di cose mobili da consegnare in luogo diverso, l’offerta consiste nel-

l'intimazione al creditore di riceverle, fatta mediante atto a lui notificato nelle forme prescritte per gli

atti di citazione).

Sia il risarcimento, sia le restituzioni devono avvenire prima del giudizio, cioè prima dell’apertura del

dibattimento.

La giurisprudenza ritiene che un aiuto offerto dal colpevole alle indagini di polizia od a quelle

dell’autorità giudiziaria, così da agevolare la scoperta di complici, non sia sufficiente ad integrare la

circostanza attenuante: la soluzione potrebbe essere diversa se, per effetto della collaborazione, si

sia ottenuto il risultato, ad es., di far cessare del tutto l’attività delittuosa di un’associazione per de-

linquere.

La clausola “fuori del caso preveduto dall’ultimo capoverso dell’art. 56” preclude che questa circo-

stanza attenuante possa cumularsi con quella del volontario impedimento dell’evento prevista nel

56.4 (se [colui che compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto] volonta-

riamente impedisce l'evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo

alla metà).

Il 62 bis dice che il giudice, indipendentemente dalle circostanze prevedute dall’art. 62, può prendere

in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della

pena. Esse sono considerate, in ogni caso, ai fini della applicazione di questo capo, come una sola

circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate nel predetto art.

62.

Quest’attenuante, presenze nel codice Zanardelli ed esclusa dal codice del 1930, è stata reintrodotta

nel 1944; viene comunemente designata sia in dottrina sia in giurisprudenza con la formula circostan-

ze attenuanti generiche.

Quanto al contenuto delle attenuanti generiche, il legislatore rinuncia totalmente ad individuarli: il 62

bis individua solo un duplice limite al campo di applicazione delle attenuanti generiche.

In primo luogo, il giudice non potrà tener conto di situazioni che già integrano una circostanza atte-

nuante tipica; inoltre, non potrà considerare come attenuanti generiche situazioni che siano incompati-

bili col tenore di una norma che prevede una circostanza attenuante tipica.

L’individuazione in positivo del contenuto delle circostanze attenuanti generiche è rimessa alla discre-

zionalità del giudice, che però non è libera ma vincolata al rispetto dei criteri desumibili

dall’ordinamento.

Per lo più il giudice farà riferimento ai criteri elencati nel 133.

La concessione delle attenuanti generiche deve considerarsi del tutto svincolata da una valutazione

complessiva della gravità del reato e della capacità a delinquere dell’agente.

Oltre che sui criteri del 133, il giudice può fondare la concessione delle attenuanti generiche su situa-

zioni che realizzino parzialmente il modello legale d’una circostanza attenuante tipica.

Le attenuanti generiche sono assoggettate alla disciplina che la legge detta in genere per le circostan-

ze del reato ed in particolare per le circostanze attenuanti; così, come ogni altra circostanza del reato,

le attenuanti generiche dovranno essere applicate secondo lo schema del giudizio bifasico imposto

dal 63.1.

Sempre in ragione della loro natura di vere e proprie circostanze del reato, le attenuanti generiche in-

cidono sulla determinazione del tempo necessario per la prescrizione del reato ai sensi del 157.2 e

157.3 e, in caso di concorso con circostanze aggravanti, entrano nel giudizio di bilanciamento delle

circostanze eterogenee di cui al 69.

La recidiva, che viene inquadrata dal legislatore tra le circostanze inerenti alla persona del colpevole

(70), consta di due elementi: il primo elemento è rappresentato dalla commissione di un reato dopo

che il soggetto è stato condannato con sentenza definitiva per un precedente reato (99.1).

È necessario che la commissione del primo reato sia stata accertata con una sentenza di condanna

passata in giudicato, ed il giudicato si dev’essere formato prima della commissione del nuovo reato.

È irrilevante che alla condanna sia seguita l’esecuzione, totale o parziale, della pena.

Il nuovo reato deve, in secondo luogo, denotare insensibilità all’ammonimento derivante dalla prece-

dente condanna ed un’accentuata capacità a delinquere, il che non si verifica, secondo la Cassazione,

quando il nuovo reato tragga origine da situazioni contingenti ed eccezionali, o sia stato commesso

dopo un lungo intervallo di tempo dal reato precedente, od abbia natura radicalmente diversa da

quest’ultimo.

Perché la commissione del nuovo reato possa denotare insensibilità all’ammonimento, è necessario,

in deroga alla disciplina generale dell’imputazione delle circostanze aggravanti (59.2), che l’agente sia

a conoscenza di quella condanna.

L’accertamento del secondo elemento della recidiva è affidato alla discrezionalità del giudice: in que-

sto senso si parla comunemente di facoltatività della recidiva.

Per univoca indicazione legislativa (70.1 n. 2 e 70.2) la recidiva è una circostanza aggravante sogget-

tiva del reato, inerente alla persona del colpevole; come ogni altra circostanza, la recidiva partecipa al

giudizio di bilanciamento: lo sottolinea il 69.4 pt. I.

Ai sensi del 118 la recidiva è una di quelle circostanze soggettive che non si comunicano ai concor-

renti nel reato.

In relazione alle diverse forme di recidiva previste dal 99, la dottrina parla di recidiva semplice, recidi-

va aggravata e recidiva reiterata.

(99.1) si ha quando, dopo aver riportato condanna per un reato, l’agente ne com-

La recidiva semplice

mette un altro, di qualsiasi specie e gravità, ad oltre cinque anni dalla condanna precedente: in tal ca-

so il giudice, qualora ravvisi nel caso concreto il secondo requisito della recidiva, sulla pena che inflig-

gerebbe per il reato semplice opera un aumento fino ad un sesto.

Si parla di recidiva aggravata (99.2), ed essa comporta l’aumento fino ad un terzo della pena che il

giudice infliggerebbe per il reato semplice, in tre ipotesi:

α. se il nuovo reato è della stessa indole di quello precedente (recidiva specifica);

β. se il nuovo reato è stato commesso nei cinque anni dalla condanna precedente (recidiva infraquin-

quennale);

χ. se il nuovo reato è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, o durante il tempo in

cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena.

Ove concorrano più circostanze fra quelle ora enunciate, l’aumento di pena può essere fino alla metà.

A norma del 101, reati della stessa indole sono non soltanto quelli che violano una stessa disposizio-

ne di legge, ma anche quelli che, pure essendo preveduti da disposizioni diverse […], nondimeno, per

la natura dei fatti che li costituiscono o dei motivi che li determinano, presentano, nei casi concreti, ca-

ratteri fondamentali comuni.

Spesso la giurisprudenza considera reati della stessa indole quelli che sono sorretti dallo stesso moti-

vo e in concreto ledono o pongono in pericolo beni giuridici omogenei.

Anche la recidiva aggravata, in tutte le sue ipotesi, ha carattere facoltativo, nel senso che il giudice

deve sempre accertare nel caso concreto la sussistenza di un’accentuata colpevolezza e capacità a

delinquere.

Può aversi la recidiva reiterata (anche in questa forma la recidiva è facoltativa) quando chi è già reci-

divo commetta un nuovo reato (99.4); non basta che il soggetto potesse essere considerato recidivo,

se non lo è stato in concreto.

Ai fini della recidiva reiterata rileva anche una precedente condanna nella quale l’aumento di pena di-

sposto dal giudice per la recidiva sia stato in concreto neutralizzato nell’ambito del giudizio di bilan-

ciamento delle circostanze.

La misura dell’aumento di pena per la recidiva reiterata varia a seconda della forma di recidiva ritenuta

nella prima condanna: se si tratta di recidiva semplice, l’aumento può essere fino alla metà; se di reci-

diva specifica o di recidiva infraquinquennale, l’aumento può essere fino a due terzi; se si tratta di re-

cidiva correlata all’esecuzione della pena (ex 99.2 n. 3), l’aumento può essere da un terzo a due terzi.

L’aumento di pena è sottoposto ad un limite massimo, segnato dal cumulo delle pene risultante dalle

condanne precedenti alla commissione del nuovo reato (99.5).

Ulteriori effetti della recidiva – circoscritti alla recidiva aggravata ed a quella reiterata – riguardano al-

cune cause estintive del reato e della pena.

In caso di recidiva aggravata o reiterata non s’applicano l’amnistia (151.5), l’indulto (174.3) e la pre-

scrizione della pena (172.7), mentre la liberazione condizionale (176.2) e la riabilitazione (179.2) sono

sottoposte a condizioni più restrittive di quelle ordinarie.

In caso di recidiva reiterata, infine, non è ammessa l’oblazione discrezionale (162 bis comma 3).

Altre circostanze inerenti alla persona del colpevole sono quelle che riguardano l’imputabilità (70.2): si

tratta sia di circostanze attenuanti, sia di circostanze aggravanti, e tutte ad efficacia comune, compor-

tando rispettivamente una diminuzione od un aumento fino ad un terzo della pena che dovrebbe esse-

re inflitta per il reato semplice.

Al pari di ogni altra circostanza, anche quelle che riguardano l’imputabilità partecipano al giudizio di bi-

lanciamento ai sensi del 69.

È prevista una circostanza attenuante per chi, nel momento in cui ha commesso il fatto:

α. era affetto da vizio parziale di mente (89);

β. era affetto da sordomutismo, quando il sordomutismo comporti una capacità di intendere o di volere

grandemente scemata (96),

χ. aveva un’età compresa fra quattordici e diciotto anni, ed è stato riconosciuto imputabile (98.1);

δ. si trovava in stato di ubriachezza o sotto l’azione di sostanze stupefacenti derivate da caso fortuito

o da forza maggiore, e tali da scemare grandemente la capacità di intendere o di volere (91.2 e 93);

ε. era affetto da cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti tali da scemare grande-

mente la capacità di intendere o di volere (95 ed 89).

È prevista una circostanza aggravante per chi, nel momento in cui ha commesso il fatto:

α. si trovava in stato di ubriachezza o sotto l’azione di stupefacenti preordinate al fine di commettere il

reato o di prepararsi una scusa (92.2 e 93);

β. si trovava in stato di ubriachezza abituale (94.1 e 94.2) od era dedito all’uso di sostanze stupefa-

centi (94.3). XIII – L : , , ,

C

APITOLO E PENE TIPOLOGIA COMMISURAZIONE ESECUZIONE ESTINZIONE

All’interno della categoria delle pene, nella legislazione italiana – dentro e fuori il codice penale – si

possono individuare quattro sottocategorie: pene principali; pene sostitutive delle pene detentive; pe-

ne derivanti dalla conversione delle pene pecuniarie; pene accessorie.

A queste classi di pene s’aggiunge una serie di altre conseguenze giuridiche della condanna, che il

legislatore designa non come pene, ma come effetti penali della condanna.

Pene principali sono l’ergastolo, la reclusione, la multa, l’arresto e l’ammenda (17), alle quali si ag-

giungeva la pena di morte, eliminata anche nel diritto penale militare di guerra nel 1994; ulteriori pene

principali sono, per i reati militari, la reclusione militare (22 c.p.m.p.) e, per i reati attribuiti alla compe-

tenza del giudice di pace, la permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità (art. 52 d.lgs.

274/2000).

Una spinta verso l’abolizione della pena di morte negli ordinamenti dei Paesi europei è venuta dal VI

Protocollo alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo (1983, ratificato dall’Italia nel 1989), che pre-

vedeva la possibilità di conservare la pena di morte nel solo tempo di guerra o di imminente pericolo di

guerra, nonché, da ultimo, dal XIII Protocollo alla stessa Convenzione, sottoscritto a Vilnius il 3-5-2002

dai ministri degli esteri degli Stati membri del Consiglio d’Europa, che si impegnano – una volta ratifi-

cato il documento – ad abolire totalmente la pena di morte.

Cesare Beccaria, contestando l’utilità (cioè l’efficacia generalpreventiva) della pena di morte, osserva-

va che meglio di una pena terribile ma istantanea agisce come deterrente una pena che duri nel tem-

po (e sottolineava che l’uomo tende a rimuovere l’idea della morte come cosa che riguarda solo gli al-

tri”); metteva in evidenza come la morte possa suscitare – anziché salutare terrore – compassione per

il condannato, e facilmente generi la percezione d’una giustizia ingiusta, crudele e dispotica; aggiun-

geva che la minaccia della pena di morte, lungi dal sensibilizzare al rispetto del bene della vita, lo sva-

luta, per l’intrinseca contraddizione che intercorre tra il divieto d’uccidere e la minaccia della pena di

morte; infine, metteva in guardia contro il pericolo che la pena di morte – pena irreparabile per eccel-

lenza – venisse inflitta nei confronti di un innocente.

Le pene principali si caratterizzano per essere inflitte dal giudice con la sentenza di condanna (20);

esse, ad eccezione di quelle previste per i reati di competenza del giudice di pace, assolvono alla fun-

zione di identificare i reati, distinguendoli da ogni altra categoria di illeciti.

Descrivendo la tipologia delle pene principali, il legislatore fornisce il criterio per distinguere tra delitti e

contravvenzioni (17 e 39): l’ergastolo, la reclusione e la multa sono le pene principali per i delitti,

l’arresto e l’ammenda per le contravvenzioni.

Quanto al bene sul quale incidono – libertà personale o patrimonio – si distingue tra pene detentive o

restrittive della libertà personale (ergastolo, reclusione, arresto e reclusione militare) e pene pecunia-

rie (multa ed ammenda): questa classificazione, per le pene previste dal codice penale, sta nel 18.

Sul bene “libertà personale” incidono anche le nuove pene principali della permanenza domiciliare e

del lavoro di pubblica utilità: sono pene solo limitative, e non privative, della libertà personale.

L’ergastolo è previsto per alcuni delitti contro la personalità dello Stato, contro l’incolumità pubblica e

contro la vita; il suo ambito di applicazione s’è dilatato per effetto della progressiva sostituzione alla

pena di morte.

In caso di concorso di reati, ex art. 73.2, l’ergastolo si applica anche quando concorrono più delitti, per

ciascuno dei quali deve infliggersi la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni.

Secondo il disposto del 22, la pena dell’ergastolo è perpetua.

Il 176.3 prevede per il condannato all’ergastolo la possibilità di essere ammesso alla liberazione con-

dizionale quando abbia scontato almeno ventisei anni di pena, ma questo termine può essere ulte-

riormente abbreviato per effetto delle riduzioni di pena (quarantacinque giorni per ogni semestre di

pena scontata) previste dal 54 ord. penit. quale riconoscimento della partecipazione prestata dal con-

dannato all’opera di rieducazione.

La riforma penitenziaria del 1986 ha consentito che il condannato all’ergastolo possa essere ammes-

so, dopo l’espiazione di almeno dieci anni di pena, ai permessi premio, nonché, dopo vent’anni, alla

semilibertà.

Anche nel computo di questi termini si terrà conto, ex 54.4 ord. penit., delle eventuali riduzioni di pena.

Per quanto riguarda il lavoro da prestarsi da parte del condannato all’ergastolo, il 22 ne sottolinea in-

nanzitutto il carattere obbligatorio.

Quanto al lavoro all’esterno (lavoro che si svolge fuori dell’istituto di pena, alle dipendenze di imprese

pubbliche o private, o nell’ambito di attività organizzate dalla stessa amministrazione penitenziaria, od

anche sotto forma di lavoro autonomo), il condannato all’ergastolo vi può essere ammesso solo dopo

che abbia scontato almeno dieci anni di pena (21.1 ord. penit.).

Dopo la riforma penitenziaria del 1975, gli stabilimenti destinati all’esecuzione della pena, ai quali fa ri-

ferimento il 22, non sono più gli “ergastoli”, ma le “case di reclusione”.

L’ergastolo è da tempo oggetto di seri dubbi di legittimità costituzionale: identificandosi il concetto co-

stituzionale di rieducazione con la restituzione al condannato dell’idoneità a vivere nell’ambiente so-

ciale, una pena che, per il suo carattere di perpetuità, escluderebbe a priori il ritorno del condannato

nella società sembra urtare contro il principio sancito nel 27.3 Cost.

La Corte Costituzionale ha però ripetutamente respinto questioni di legittimità di questo tenore, sulla

base di un duplice ordine di considerazioni: da un lato, negando che funzione e fine della pena sia il

solo riadattamento dei delinquenti, dall’altro rilevando che l’istituto della liberazione condizionale con-

sente il reinserimento dell’ergastolano nel consorzio civile.

Reclusione (23) ed arresto (25) sono le pene detentive temporanee, previste rispettivamente per i de-

litti e per le contravvenzioni.

Vige il principio della separazione dei condannati alla reclusione dai condannati all’arresto, sancito nel

23.2 e 25.1 c.p. e nel 14.3 ord. penit.: in attuazione di questo principio il 61 ord. penit. distingue gli isti-

tuti per l’esecuzione delle pene in case di arresto e case di reclusione, ma questa differenza si annulla

nella realtà, poiché le due pene, a causa del sovraffollamento, si scontano negli stessi stabilimenti.

Le pene della reclusione e dell’arresto, secondo il 23.1 ed il 25.1 c.p., hanno limiti minimi e massimi

diversi: la reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni, l’arresto si estende da cinque

giorni a tre anni; questi minimi e massimi non vincolano il legislatore, che rimane libero di prevedere

minimi più bassi o massimi più elevati per singole figure di reato (la comminatoria della reclusione in

misura superiore a ventiquattro anni non è rara nella legislazione dell’emergenza, emanata tra gli anni

’70 ed ’80 per fronteggiare gravi forme di criminalità comune e politica).

La previsione di limiti minimi e massimi per la reclusione e per l’arresto ha la funzione di integrare le

comminatorie indeterminate di pena contenute nelle norme incriminatrici.

Gli artt. 23.1 e 25.1 fissano poi dei limiti invalicabili dal giudice in sede di commisurazione della pena

(se non in presenza di una deroga espressa stabilita dallo stesso legislatore: 132.2).

Nei casi espressamente determinati dalla legge (132.2), in cui, in deroga al 23, è consentito al giudice

superare il massimo di ventiquattro anni, la reclusione non può comunque eccedere i trent’anni; nei

casi in cui è esplicitamente consentito al giudice superare il limite massimo di tre anni, l’arresto può ar-

rivare fino a cinque anni – per concorso di più aggravanti – (66.1 n. 2), o fino a sei anni – nelle ipotesi

di concorso di reati – (78.1 n. 2).

Nel 2000 il legislatore (d.lgs. 274/2000) ha attribuito al giudice di pace al competenza relativa ad una

serie di reati previsti nel codice penale od in leggi speciali: tra l’altro, la guida in stato di ebbrezza, le

percosse, le lesioni dolose lievi, alcune ipotesi di lesioni colpose lievi, l’omissione di soccorso sempli-

ce, l’ingiuria, la diffamazione (purché non commessa col mezzo della stampa), la minaccia semplice

ed il danneggiamento.

Al catalogo contenuto nel 17 vanno aggiunge le nuove pene principali della permanenza domiciliare e

del lavoro di pubblica utilità: esse sono applicabili indifferentemente ai delitti ed alle contravvenzioni.

La pena della permanenza domiciliare (art. 53 d.lgs. 274/2000) comporta l’obbligo di rimanere presso

la propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in un luogo di cura, assistenza o acco-

glienza; è una pena che si esegue normalmente nei giorni di sabato e domenica, ma su richiesta del

condannato può essere scontata continuativamente ed ha una durata compresa fra sei e quarantacin-

que giorni; all’obbligo di rimanere presso l’abitazione può aggiungersi il divieto di accedere a specifici

luoghi nei giorni in cui il condannato non è obbligato alla permanenza domiciliare.

Il lavoro di pubblica utilità (art. 54 d.lgs. 274/2000) consiste nella prestazione di attività non retribuita a

favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o or-

ganizzazioni di assistenza sociale e di volontariato; è applicabile esclusivamente su richiesta

dell’imputato.

Quando l’imputato chiede che gli venga applicato il lavoro di pubblica utilità, si instaura un processo di

irrogazione della pena bifasico, che comporta per il giudice di pace, oltre alle funzioni proprie del giu-

dice di cognizione, anche ampi poteri in tema di modalità esecutive della sanzione, all’interno di previ-

sioni dettate dal Ministro della giustizia.

La norma, in base al suo tenore letterale (“se ritiene di poter applicare”), conferisce al giudice un pote-

re discrezionale.

Multa (24) ed ammenda (26) sono i due nomi coi quali il legislatore indica la sanzione penale pecunia-

ria, distinguendola dalla sanzione amministrativa di analogo contenuto.

La sfera di applicazione della multa e dell’ammenda s’è ridotta a favore della sanzione pecuniaria

cioè della trasformazione in illeciti am-

amministrativa, soprattutto per effetto della depenalizzazione,

ministrativi, di una gamma sempre più vasta di delitti e di contravvenzioni.

Se la pena pecuniaria è inidonea a risocializzare il condannato, appare però in grado di propiziare la

rieducazione, nella forma dell’intimidazione-ammonimento; il 133 bis comma 2 prevede che il giudice

possa aumentare la multa o l’ammenda stabilite dalla legge sino al triplo […] quando, per le condizioni

economiche del reo, ritenga che la misura massima sia inefficace.

A norma del 17 la multa è la pena pecuniaria per i delitti, l’ammenda è la pena pecuniaria per le con-

travvenzioni: la presenza nell’ordinamento di due tipi di pena pecuniaria, di identico contenuto, serve

solo a qualificare l’illecito come delitto o come contravvenzione.

A norma del 24.1, la multa può spaziare da un minimo di 5 euro ad un massimo di 5.164 euro, mentre

il 26.1 prevede per l’ammenda un minimo di 2 euro ed un massimo di 1.032 euro.

Al pari delle corrispondenti disposizioni relative alla reclusione ed all’arresto (23.1 e 25.1), le disposi-

zioni degli artt. 24.1 e 26.1 valgono ad integrare eventuali comminatorie indeterminate nel minimo o

nel massimo, nonché comminatorie indeterminate nel minimo e nel massimo; impongono poi al giudi-

ce limiti invalicabili in sede di commisurazione della pena.

Il minimo ed il massimo stabiliti dagli artt. 24.1 e 26.1 possono essere derogati dal giudice, a norma

del 132.2, nei soli casi espressamente determinati dalla legge.

I limiti minimi e massimi fissati dal codice penale per la multa e per l’ammenda non vincolano il legisla-

tore.

Il 24.2 dispone che per i delitti determinati da motivi di lucro, se la legge stabilisce soltanto la pena del-

la reclusione, il giudice può aggiungere la multa da euro 5 a euro 2.065.

Secondo l’opinione prevalente in dottrina, i motivi di lucro ex 24.2 al pari delle condizioni economiche

di cui al 133 bis comma 2 – non integrano una vera e propria circostanza aggravante, e di conse-

guenza non partecipano al giudizio di bilanciamento ex 69, né devono essere contestati in giudizio.

La multa e l’ammenda possono essere pagate in rate mensili, e questa facilitazione può essere ac-

cordata dal giudice in relazione alle condizioni economiche del condannato (133 ter).

Il rateizzo della pena pecuniaria potrà essere accordato sia a chi si trovi in temporanee difficoltà di pa-

gamento – anche all’abbiente in temporanea crisi di liquidità a fronte di una pena pecuniaria partico-

larmente elevata – sia al non abbiente.

Il provvedimento può essere adottato non solo in situazioni di totale impossibilità di pagare in un’unica

soluzione, ma anche in situazioni in cui il mancato frazionamento renderebbe la pena eccessivamente

gravosa.

Per espressa indicazione legislativa, le rate hanno cadenza mensile, il loro numero dev’essere com-

preso fra tre e trenta e l’ammontare di ciascuna rata non può essere inferiore a quindici euro.

Nel caso in cui l’ammontare della multa o dell’ammenda sia inferiore a quarantacinque euro, il 133 ter

comma 1 pt. II (ciascuna rata […] non può essere inferiore a euro quindici), combinandosi col disposto

della prima parte della stessa norma, che non consente un numero di rate inferiore a tre, esclude la

possibilità di rateizzare la pena pecuniaria.

In ogni tempo il condannato può estinguere la pena con un unico pagamento (133 ter comma 2).

Sono presenti nell’ordinamento anche pene pecuniarie fisse e pene pecuniarie proporzionali: pene

pecuniarie fisse sono quelle indicate dalla legge, nella singola norma incriminatrice, in una misura uni-

ca, espressa in termini puntuali; le pene pecuniarie proporzionali si dividono in due sottotipi:

α. si parla di pene proporzionali proprie (o a proporzionalità costante) ogni volta che il legislatore sta-

bilisce un coefficiente fisso od articolato fra un minimo ed un massimo, edittalmente prefissato (es.:

“il doppio”);

β. (o pene a proporzionalità progressiva, od eventual-

si indicano come pene proporzionali improprie

mente proporzionali) le sanzioni caratterizzate da uno schema nel quale la base del calcolo di pro-

porzionalità è fissa, o determinabile dal giudice tra un minimo ed un massimo prefissati ex lege,

mentre la fattispecie concreta ha la funzione di individuare il coefficiente di moltiplicazione della pe-

na-base stabilita dalla legge.

A norma del 27, le pene pecuniarie fisse e proporzionali non soggiacciono ai limiti massimi generali,

individuati negli artt. 24 e 26.

Problema connaturato alla pena pecuniaria è quello dell’insolvibilità del condannato; per risolvere que-

sto problema l’ordinamento italiano prevede l’istituto della conversione della pena pecuniaria, il codice

del 1930 (art. 136) prevedeva che la pena pecuniaria ineseguita per insolvibilità del condannato si

convertisse nella pena detentiva della specie corrispondente (reclusione od arresto).

A partire dal 1981 pene da conversione della pena pecuniaria sono non più la reclusione e l’arresto,

ma la libertà controllata ed il lavoro sostitutivo; a norma dell’art. 102 della legge 689/1981, venticinque

euro di pena pecuniaria si convertono, su richiesta del condannato, in un giorno di lavoro sostitutivo,

mentre trentotto euro di pena pecuniaria si convertono in un giorno di libertà controllata.

L’articolo 103 della stessa legge fissa limiti massimi di durata per le sanzioni da conversione: la durata

della libertà controllata non può eccedere un anno e sei mesi, se la pena convertita è quella della mul-

ta, né può eccedere i nove mesi se la pena convertita è quella dell’ammenda; la durata del lavoro so-

stitutivo non può superare in ogni caso i sessanta giorni.

Il provvedimento di conversione della pena pecuniaria è adottato, a sensi del 660, dal magistrato di

sorveglianza.

In caso di violazione delle prescrizioni inerenti alla libertà controllata od al lavoro sostitutivo, la parte

residua di tali pene si converte ulteriormente (conversione di secondo grado) in un eguale periodo di

reclusione od arresto (art. 108 della stessa legge).

A norma dell’art. 105 della legge 689/1981, il lavoro sostitutivo consiste nella prestazione di un’attività

non retribuita, a favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, o

presso enti, organizzazioni o corpi di assistenza, di istruzione, di protezione civile e di tutela

dell’ambiente naturale o di incremento del patrimonio forestale, previa stipulazione, ove occorre, di

speciali convenzioni da parte del Ministero della giustizia, che può delegare il magistrato di sorve-

glianza. Tale attività si svolge nell’ambito della provincia in cui il condannato ha la residenza, per una

giornata lavorativa per settimana, salvo che il condannato chieda di essere ammesso ad una maggio-

re frequenza settimanale.

La gratuità assicura al lavoro sostitutivo la massima omogeneità con la pena pecuniaria originaria-

mente inflitta; stabilendo che il lavoro debba svolgersi nella provincia in cui il condannato ha la resi-

denza e, almeno di regola, per un giorno alla settimana (normalmente un giorno festivo, trattandosi di

soggetti occupati), il legislatore si è preoccupato di contenere il più possibile gli effetti di desocializza-

zione nei confronti del condannato.

Per i reati di competenza del giudice di pace, la conversione della pena pecuniaria è oggetto di una

disciplina peculiare; in primo luogo, accanto al lavoro sostitutivo, come pena da conversione è prevista

la permanenza domiciliare.

Se in sede di conversione della pena pecuniaria viene applicato il lavoro sostitutivo ed il condannato

non ottempera ai relativi obblighi, la parte residua di lavoro sostitutivo si converte in permanenza do-

miciliare (conversione di secondo grado ex 55.4 d.lgs. 274/2000).

La violazione degli obblighi inerenti alla permanenza domiciliare integra un’autonoma figura di delitto,

punito con la pena della reclusione (56.1 d.lgs. 274/2000).

Competente a disporre la conversione non è il magistrato di sorveglianza, ma lo stesso giudice di pa-

ce.

A norma del 135, quando, per qualsiasi effetto giuridico, si deve eseguire un ragguaglio fra pene pe-

cuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando trentotto euro, o frazione di trentotto euro, di

pena pecuniaria per un giorno di pena detentiva.

Nel 1979 è stato soppresso l’istituto della conversione della pena pecuniaria in pena detentiva; è stato

poi introdotto un istituto simmetrico alla conversione della pena pecuniaria in pena detentiva: la sosti-

tuzione della pena detentiva con la pena pecuniaria.

Rinvii espressi al 135 sono contenuti negli artt. 163 e 175.2, in tema di sospensione condizionale della

pena e di non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale: per decidere

dell’applicabilità dei due istituti in caso di condanna alla multa o all’ammenda, si deve procedere al

ragguaglio ex 135, sia quando la pena pecuniaria venga inflitta congiuntamente alla pena detentiva,

sia quando venga inflitta da sola.

Casi ulteriori in cui deve eseguirsi un ragguaglio ai sensi di quella norma fra pena pecuniaria e pena

detentiva sono poi delineati nel 37 (quando, essendo inflitta come pena principale una multa od

un’ammenda, si debba quantificare una pena accessoria temporanea la cui durata non sia espressa-

mente determinata dalla legge) e nel 137 (quando, pronunciandosi condanna a pena pecuniaria, si

debba detrarre un periodo di custodia cautelare sofferta dal soggetto).

Rientrano poi nella sfera di applicazione del 135 il concorso formale di reati ed il reato continuato.

Almeno dalla fine dell’800 si ha consapevolezza degli effetti criminogeni delle pene detentive brevi.

S’è attribuita al giudice la facoltà di sospendere per un certo lasso di tempo l’esecuzione della pena in-

flitta senza sottoporre il condannato ad obblighi o divieti né a controlli di sorta (nel nostro ordinamento

si tratta dell’istituto della sospensione condizionale della pena, introdotto nel 1904); in tempi diversi

sono stati creati istituti sospensivi dell’esecuzione della pena detentiva breve accompagnati da forme

più o meno intense di controllo in libertà.

Nell’ordinamento italiano questo modello s’è tradotto, con la riforma penitenziaria del 1975, nell’istituto

dell’affidamento in prova al servizio sociale, al quale sono state affiancate altre tipologie di misure al-

ternative alla detenzione (detenzione domiciliare e semilibertà).

In terzo luogo, i legislatori di vari paesi hanno previsto una più o meno ampia facoltà per il giudice di

sostituire la pena detentiva comminata nelle norme incriminatrici con una pena pecuniaria; la peculiari-

tà del nostro ordinamento consiste nell’aver previsto una più ampia gamma di pene sostitutive, affian-

cando alla pena pecuniaria due tipi di pena sconosciuti al panorama internazionale: la semidetenzione

e la libertà controllata.

La categoria delle pene sostitutive delle pene detentive fa la sua comparsa nel nostro ordinamento

con la legge 689/1981: a norma del suo art. 53, il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna,

quando ritiene di dover determinare la durata della pena detentiva entro il limite di due anni, può sosti-

tuire tale pena con quella della semidetenzione; quando ritiene di doverla determinare entro il limite di

un anno, può sostituirla anche con la libertà controllata; quando ritiene di doverla determinare entro il

limite di sei mesi, può sostituirla altresì con la pena pecuniaria della specie corrispondente.

Pene sostitutive delle pene detentive brevi sono dunque, accanto alla multa ed all’ammenda (sostituti-

ve delle pene detentive fino a sei mesi), la libertà controllata e la semidetenzione (sostitutive, rispetti-

vamente, della pena detentiva fino ad un anno e fino a due anni).

Diversi limiti di pena concreta per la sostituzione sono previsti in relazione alle ipotesi di concorso di

reati; si ricava dal 53.4 della legge 689/1981 che nei casi di concorso formale di reati e di reato conti-

nuato i limiti previsti nel primo comma sono triplicati: la pena pecuniaria potrà sostituire pene detentive

fino ad un anno e mezzo, la libertà controllata pene detentive fino a tre anni e la semidetenzione pene

detentive fino a sei anni; l’unica condizione perché possa procedersi alla sostituzione è che la pena

che il giudice ritiene di dover infliggere per il reato più grave rientri nei limiti previsti nell’art. 53 della

legge 689/1981.

Sullodata legge all’art. 59 prevede alcuni limiti soggettivi all’applicabilità delle pene sostitutive: esclude

dalla sostituzione chi è stato condannato ad oltre tre anni di reclusione nei cinque anni precedenti alla

nuova condanna.

Nel processo minorile, il giudice, quando ritiene di dover applicare una pena detentiva non superiore a

due anni, può sostituirla con la sanzione della semidetenzione o della libertà controllata, tenuto conto

della personalità e delle esigenze di lavoro o di studio del minorenne nonché delle sue condizioni fa-

miliari, sociali e ambientali (art. 30 d.P.R. 448/1988).

La semidetenzione si configura come una misura privativa pro tempore della libertà personale: com-

porta in ogni caso l’obbligo di trascorrere almeno dieci ore al giorno in un apposito istituto penitenzia-

rio.

A questo nucleo s’aggiungono alcune componenti accessorie: la sospensione della patente di guida, il

ritiro del passaporto e la sospensione della validità degli altri documenti utilizzabili per l’espatrio, il di-

vieto assoluto di detenere armi, munizioni ed esplosivi, l’obbligo di conservare e si esibire a richiesta

della polizia l’ordinanza che determina le modalità di esecuzione della pena.

L’essenza della libertà controllata (art. 56 legge 689/1981) risiede invece in una limitazione della liber-

tà di circolazione del soggetto: tale sanzione comporta infatti in ogni caso – oltre agli stessi obblighi e

divieti ricompresi anche tra le componenti accessorie della semidetenzione – il divieto di allontanarsi

dal comune di residenza e l’obbligo di presentarsi almeno una volta al giorno […] presso il locale uffi-

cio di pubblica sicurezza.

A norma del 57.1 e 57.2 della legge 689/1981, per ogni effetto giuridico la semidetenzione e la libertà

controllata si considerano come pena detentiva della specie corrispondente a quella della pena sosti-

tuita. La pena pecuniaria si considera sempre come tale, anche se sostitutiva della pena detentiva.

Dai due articoli si ricava anche la sospendibilità (ex 163 ss.) delle pene sostitutive sia applicate

d’ufficio sia applicate su richiesta delle parti a norma del 444 c.p.p., nell’ambito del patteggiamento.

La tipologia delle pene sostitutive è stata ampliata ad opera del d.lgs. 286/1988, che, all’art. 16, ha

previsto quale sanzione sostitutiva della detenzione l’espulsione dello straniero; questa forma di e-

spulsione coesiste nel sistema delle sanzioni penali con quella contemplata nel codice penale quale

misura di sicurezza personale non detentiva (215.3 n. 4 e 235).

Le pene sostitutive, al pari delle pene principali, sono inflitte dal giudice nella sentenza di condanna (o

nella sentenza di patteggiamento, equiparata alla pronuncia di condanna ai sensi del 445.1 c.p.p.).

A proposito del potere discrezionale del giudice nella sostituzione della pena detentiva, il 58.1 della

legge 689/1981 dispone che il giudice, nei limiti fissati dalla legge e tenuto conto dei criteri indicati

nell’articolo 133 del codice penale, può sostituire la pena detentiva e tra le pene sostitutive sceglie

quella più idonea al reinserimento sociale del condannato.

Quando il giudice ritenga di dover determinare la pena detentiva entro il limite di sei mesi, può sosti-

tuirla sia con la pena pecuniaria, sia con la libertà controllata, sia con la semidetenzione; quando il

giudice ritenga di dover determinare la pena detentiva entro il limite di un anno, può sostituirla sia con

la libertà controllata, sia con la semidetenzione; solo nell’ipotesi in cui la pena detentiva, in concreto,

abbia un ammontare compreso fra un anno e un giorno e due anni, la sostituzione dovrà essere ope-

rata con la semidetenzione.

Tra i criteri sui quali il giudice può fondarsi nell’esercizio della discrezionalità ex art. 58 della legge

689/1981 non possono annoverarsi considerazioni di prevenzione generale.

Il secondo comma dello stesso articolo preclude al giudice la sostituzione della pena detentiva quando

vi sia motivo di ritenere che le prescrizioni inerenti alla sanzione sostitutiva rimarrebbero inadempiute.

L’ultimo comma del considerato articolo dice che il giudice deve in ogni caso specificamente indicare i

motivi che giustificano la scelta del tipo di pena erogata.

Quanto ai criteri di ragguaglio tra pene detentive e pene sostitutive, un giorno di reclusione o di arresto

equivale a un giorno di semidetenzione o a due giorni di libertà controllata; quando invece la pena de-

tentiva venga sostituita con la pena pecuniaria, il giudice deve in primo luogo determinare la somma

giornaliera, compresa fra un minimo di 38 euro ed un massimo di 380, il cui pagamento può essere

imposto all’imputato, tenendo conto della condizione economica complessiva di quest’ultimo e del suo

nucleo familiare; in secondo luogo, tale somma dev’essere moltiplicata per il numero dei giorni di pena

detentiva inflitta.

Nei casi in cui la pena detentiva sia stata sostituita con la semidetenzione o con la libertà controllata,

la sostituzione è soggetta a revoca, con conversione della parte residua di pena nell’originaria pena

detentiva sostituita.

La revoca può essere disposta quando siano state violate una o più prescrizioni inerenti alla pena so-

stitutiva, nonché in una serie di casi in cui sopravvenga una nuova condanna a pena detentiva per un

altro reato, commesso prima o dopo la condanna con la quale è stata applicata la pena sostitutiva.

Quando la pena detentiva sia stata sostituita con la pena pecuniaria, il mancato pagamento della

somma dovuta per insolvibilità del condannato comporta non il ritorno alla pena detentiva sostituita,

bensì la conversione della pena pecuniaria in libertà controllata od in lavoro sostitutivo, ai sensi del

136.

Un presidio ad hoc è predisposto per i casi in cui la sostituzione della pena detentiva (con qualsiasi ti-

po di pena sostitutiva) venga disposta in sede di patteggiamento (444 ss. c.p.p.): colui che viola gli

obblighi inerenti alla pena sostitutiva integra un’autonoma figura di delitto, punito con la reclusione da

sei mesi a tre anni.

Le pene accessorie si caratterizzano per potersi applicare solo in aggiunta ad una pena principale:

non possono che accedere ad una pena principale.

Un elenco di pene accessorie è fornito dal 19, dove si distingue tra pene accessorie per i delitti

(l’interdizione dai pubblici uffici; l’interdizione da una professione o da un’arte; l’interdizione legale;

l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese; l’incapacità di contrattare con

la pubblica amministrazione; l’estinzione del rapporto di impiego o di lavoro; la decadenza o la so-

spensione dall’esercizio della potestà dei genitori), pene accessorie per le contravvenzioni (la sospen-

sione dall’esercizio di una professione o di un’arte e la sospensione dagli uffici direttivi delle persone

giuridiche e delle imprese) ed un’unica specie di pena accessoria comune ai delitti ed alle contravven-

zioni (la pubblicazione della sentenza penale di condanna); tale elenco non ha carattere tassativo: di-

verse pene accessorie sono contemplate nella legislazione speciale e nello stesso codice penale.

La maggioranza delle pene accessorie ha contenuto interdittivo: comportano il divieto di svolgere de-

terminate attività, di rivestire determinati uffici, di esercitare facoltà o diritti, o, ancora, comportano la

cessazione di alcuni rapporti.

Quanto alle modalità di applicazione, le pene accessorie di regola conseguono di diritto alla condanna

(20), senza che sia necessaria un’espressa dichiarazione in sentenza.

Oltre che ad una sentenza di condanna, le pene accessorie possono conseguire anche ad una sen-

tenza di patteggiamento (444 c.p.p.), purché la pena principale irrogata sia una pena detentiva supe-

riore a due anni; al di sotto di tale limite, la sentenza di patteggiamento non comporta l’applicazione di

pene accessorie (445.1 c.p.p.).

Esistono alcune pene accessorie che comportano un margine di discrezionalità per il giudice in rela-

zione: all’applicazione stessa della pena accessoria, alla sua durata ed alle sue modalità esecutive.

Quando la pena accessoria sia integralmente predeterminata dalla legge, in mancanza di una statui-

zione espressa nella sentenza di condanna può essere applicata dal giudice dell’esecuzione, su ri-

chiesta del p.m. (183 disp. att. c.p.p.).

Nel caso in cui con la sentenza di condanna o con la sentenza di patteggiamento sia applicata la so-

spensione condizionale della pena, oltre all’esecuzione della pena principale è sospesa anche

l’esecuzione della pena accessoria (166.1).

Le pene accessorie possono essere perpetue o temporanee: in quest’ultimo caso la loro durata può

essere espressamente determinata dalla legge o, se la legge tace, pari a quella della pena principale

inflitta, secondo il principio di equivalenza (37).

Ove la pena principale inflitta sia la multa o l’ammenda, la durata della pena accessoria si determina

ragguagliando la pena pecuniaria alla corrispondente pena detentiva secondo i criteri di cui al 135 (38

euro di pena pecuniaria equivalgono ad un giorno di pena detentiva).

In ogni caso la durata della pena accessoria temporanea determinata secondo il principio di equiva-

lenza non può superare i limiti minimo e massimo stabiliti dalla legge per ogni tipo di pena accessoria.

In base al 139, nel computo delle pene accessorie temporanee non si tien conto del tempo in cui il

condannato sconta la pena detentiva, o è sottoposto a misura di sicurezza detentiva, né del tempo in

cui egli si è sottratto volontariamente all’esecuzione della pena o della misura di sicurezza.

Questa regola conosce alcune eccezioni: è il caso dell’interdizione legale e quello della sospensione

dall’esercizio della potestà dei genitori, che si eseguono durante l’esecuzione della pena principale

(32.3).

Nel caso di concorso di reati dai quali conseguano pene accessorie temporanee, la legge (79) fissa

dei limiti massimi di durata per alcune di queste pene: dieci anni per l’interdizione dai pubblici uffici e

per l’interdizione da una professione o da un’arte, cinque anni per la sospensione dall’esercizio di una

professione o di un’arte.

Per garantire effettività agli obblighi ed ai divieti che ineriscono alle pene accessorie, il legislatore ha

creato l’autonoma figura delittuosa dell’inosservanza di pene accessorie, punendo con la reclusione

da due a sei mesi chi viola quegli obblighi o quei divieti (389).

Un quesito dibattuto in dottrina ed in giurisprudenza verte sull’applicabilità delle pene accessorie –

quando siano previste con riferimento ad un determinato titolo di reato – anche in caso di condanna

per delitto tentato.

Secondo la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, le pene accessorie possono consegui-

re sia alla condanna per delitto consumato, sia alla condanna per delitto tentato.

Singole pene accessorie ex 19:

l’interdizione dai pubblici uffici priva il condannato del diritto di elettorato attivo e passivo e di ogni al-

a. tro diritto politico, degli uffici ricoperti a seguito di nomina od incarico da parte dello Stato od altro en-

te pubblico e della relativa qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio, degli incari-

chi di tutela di minori od interdetti, di curatela di minori emancipati e di inabilitati, dei gradi e delle di-

gnità accademiche dei titoli cavallereschi, delle decorazioni e delle altre pubbliche insegne onorifi-

che; l’interdizione può essere perpetua o temporanea (nel qual caso non può avere durata inferiore

ad un anno e superiore a cinque); l’interdizione perpetua consegue alla condanna all’ergastolo od al-

la reclusione non inferiore a cinque anni, nonché alla dichiarazione di abitualità o professionalità nel

delitto o di tendenza a delinquere: l’interdizione temporanea consegue alla condanna alla reclusione

non inferiore a tre anni, nel qual caso dura cinque anni, nonché alla condanna per un delitto realiz-

zato con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o ad un pub-

blico servizio;

l’interdizione da una professione o da un’arte priva il condannato della capacità d’esercitare, durante

b. l’interdizione, una professione, arte, industria o commercio o mestiere per cui è richiesto uno specia-

le permesso, abilitazione, autorizzazione o licenza dell’autorità.

Questa pena accessoria consegue alla condanna per delitti commessi con abuso dei poteri o viola-

zione dei doveri inerenti all’esercizio di una professione, arte, industria, commercio o mestiere; di re-

gola, la sua durata non può essere inferiore ad un mese né superiore a cinque anni;

la sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte comporta la temporanea incapacità di

c. esercitare la professione, arte etc. al cui esercizio il condannato era stato autorizzato, o gli preclude

la possibilità di ottenere il titolo che lo legittimerebbe ad esercitare quell’attività; a differenza

dell’interdizione professionale, non comporta la decadenza dal titolo.

Presupposto di questa pena accessoria è la condanna per una contravvenzione commessa con a-

buso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla professione, arte etc.; la pena inflitta non

dev’essere inferiore ad un anno di arresto e la durata della sospensione dev’essere compresa fra i

quindici giorni e i due anni;

l’interdizione legale priva il condannato della capacità di agire limitatamente ai diritti patrimoniali: il

d. soggetto può esercitare tali diritti solo con un tutore; questa pena accessoria consegue di diritto alla

condanna all’ergastolo od alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni pronunciata per

un delitto non colposo; l’interdizione legale si esegue contemporaneamente alla pena principale e ne

ha uguale durata;

l’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese comporta la

e. perdita temporanea della capacità di esercitare uffici direttivi o di rappresentanza delle persone giu-

ridiche e delle imprese; presupposto per l’applicazione di questa pena accessoria è la condanna alla

reclusione non inferiore a sei mesi per delitti commessi con abuso dei poteri o violazione dei doveri

inerenti all’ufficio; è applicabile anche al condannato per delitto colposo e la sua durata si determina

in base al principio di equivalenza, senza previsione di minimi o massimi; comporta la

la sospensione dall’esercizio degli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese

f. sospensione dall’esercizio degli stessi uffici direttivi o di rappresentanza delle persone giuridiche e

delle imprese di cui al 32 bis; questa pena accessoria consegue alla condanna all’arresto per con-

travvenzioni commesse con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti all’ufficio, la durata si

determina in base al principio di equivalenza;

l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione priva temporaneamente il condannato

g. della capacità di stipulare con la P.A. contratti sia di diritto privato sia di diritto pubblico; l’incapacità

non s’estende ai contratti che abbiano per oggetto la prestazione di un pubblico servizio.

Presupposto per l’applicazione di questa pena accessoria è la condanna per uno dei delitti compre-

so in un elenco tassativo fornito dal 32 quater; il delitto dev’essere stato commesso in danno o in

vantaggio di un’attività imprenditoriale o comunque in relazione ad essa, destinatario della sanzione

può essere sia chi esercita un’attività imprenditoriale, sia il pubblico funzionario; la durata si determi-

na in base al principio di equivalenza;

l’estinzione del rapporto di lavoro o di impiego produce la cessazione del rapporto nei confronti del

h. dipendente di amministrazioni od enti pubblici o di enti a prevalente partecipazione pubblica; pre-

suppone la condanna alla reclusione non inferiore a tre anni per i delitti di peculato, concussione o

corruzione;

la decadenza dalla potestà dei genitori comporta la perdita definitiva dei poteri conferiti dalla legge ai

i. genitori nei confronti dei figli; essa consegue alla condanna all’ergastolo ed alla condanna per alcuni

delitti espressamente individuati dalla legge al 34.1; ha carattere perpetuo;

la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori comporta la perdita temporanea della capaci-

j. tà di esercitare le stesse facoltà e diritti; essa consegue alla condanna alla reclusione per un tempo

non inferiore a cinque anni (nel qual caso dura quanto la pena principale), nonché alla condanna per

un qualsiasi delitto commesso con abuso della potestà dei genitori (ed ha durata doppia a quella

della pena principale);

la pubblicazione della sentenza di condanna s’esegue d’ufficio a spese del condannato e per una

k. sola volta – in uno o più giornali designati dal giudice; quando si tratti di sentenza di condanna

all’ergastolo, la pena accessoria comporta anche la pubblicazione mediante affissione all’albo del

comune in cui è stata pronunciata, in quello in cui il delitto fu commesso ed in quello in cui il con-

dannato aveva l’ultima residenza; è una pena accessoria comune a delitti e contravvenzioni e con-

segue alla condanna all’ergastolo ed alla condanna per alcuni specifici titoli di reato.

Accanto alle pene, il codice penale fa espresso riferimento agli effetti penali della condanna, come ul-

teriori conseguenze sanzionatorie che si ricollegano alla pronuncia di una sentenza di condanna: essi

sono un genus nel quale s’inquadrano, come species, le pene accessorie; carattere comune all’intera

categoria degli effetti penali è il loro prodursi come conseguenze automatiche della condanna.

Rimane aperto il problema della distinzione tra pene accessorie ed altri effetti penali della condanna;

non si tratta solo di questioni nominalistiche: gli effetti penali hanno una resistenza superiore alle cau-

se estintive della pena rispetto a quella delle pene accessorie.

Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione a Sezioni unite, gli effetti penali della condanna

si caratterizzano per essere conseguenza soltanto di una sentenza irrevocabile di condanna: per es-

sere conseguenza che deriva direttamente, ope legis, dalla sentenza di condanna e non da provvedi-

menti discrezionali della pubblica amministrazione, ancorché aventi la condanna come necessario

presupposto.

Quanto ai rapporti tra pene accessorie ed effetti penali della condanna, sembra di poter dire che le

pene accessorie conseguono alla condanna in modo certo ed indefettibile, mentre gli effetti penali

danno vita ad uno status che si tradurrà in un effettivo pregiudizio per il condannato solo in via even-

tuale, a condizione che nei suoi confronti si apra un nuovo procedimento penale, per un altro reato.

Effetti penali della condanna sono conseguenze sanzionatorie automatiche di una sentenza definitiva

di condanna, incidenti sulla sfera giuridico-penale del condannato, e la cui operatività è subordinata al-

la commissione di un nuovo reato da parte del condannato e all’instaurarsi di un nuovo procedimento

penale.

È del tutto eccezionale nel nostro ordinamento la previsione di pene fisse, integralmente predetermi-

nate dalla legge nella specie e nell’ammontare: di regola esse sono comminate tra un minimo ed un

massimo, che individuano la cornice edittale di pena.

Alla pena finale si arriva attraverso un processo che vede protagonista il giudice: il processo si chiama

e si distingue tra commisurazione in senso stretto, che riguarda la de-

di commisurazione della pena,

terminazione della specie e dell’ammontare della pena all’interno della cornice edittale, e commisura-

zione in senso lato, che abbraccia tutti gli ulteriori momenti in cui il potere discrezionale del giudice

concorre a determinare la pena da eseguirsi in concreto.

La disciplina della commisurazione della pena in senso stretto è contenuta nel codice penale agli artt.

132 e 133, che interessano sia le pene detentive, sia le pene pecuniarie; quanto a queste ultime, la

disciplina della commisurazione si completa con la disposizione del 133 bis.

Sia nel testo sia nella rubrica del 132.1 pt. I il legislatore qualifica come discrezionali i poteri del giudi-

ce nella commisurazione della pena.

In caso di comminatorie alternative di pena, il giudice applicherà la pena pecuniaria quando il fatto

concreto si collochi al di sotto di una soglia media di gravità (ed il suo autore appaia dotato di scarsa

capacità a delinquere); all’interno della cornice edittale di pena, punto di partenza per la commisura-

zione della pena dovrebbe essere il medio edittale, dal quale discostarsi solo in quanto la fattispecie

presenti particolari connotazioni, positive o negative.

La tendenza giurisprudenziale a svuotare di contenuti l’obbligo di motivazione sulla misura della pena

si manifesta soprattutto nell’uso da parte dei giudici di merito di formule come “pena congrua”, “pena

adeguata”, “pena equa”, od in motivazioni che s’esauriscono in un generico ed apodittico richiamo ai

criteri del 133.

La Corte di Cassazione considera spesso affermazioni di questo tenore sufficienti a soddisfare

l’obbligo posto dal 132.

Secondo la giurisprudenza, l’obbligo di motivazione diventa più incisivo nel giudizio d’appello se

l’appellante indica espressamente tra gli elementi non esposti in motivazione, quelli che a suo avviso

dovevano portare all’irrogazione di una pena diversa o minore.

La Corte di Cassazione spesso attribuisce contenuti diversi all’obbligo di motivazione ex 132, a se-

conda dell’entità della pena inflitta in concreto.

Quando la pena viene applicata nel minimo od in misura prossima al minimo, la Corte di Cassazione

non solo considera sufficienti le tradizionali formule sintetiche “appare congruo o equo o adeguato”,

ma a volte afferma il venir meno dello stesso obbligo di motivazione; quando, invece, il giudice supera

in modo vistoso il minimo edittale, è tenuto, secondo la Cassazione, a motivare esplicitamente sulle

ragioni che lo hanno determinato a tale conclusione.

Una configurazione dell’obbligo di motivazione ex 132.1 pt. II a seconda del livello sanzionatorio pre-

scelto dal giudice non trova nessun fondamento nella legge.

Il 133 enumera una serie di criteri fattuali di commisurazione, raggruppati all’interno delle categorie

generali “gravità del reato” e “capacità a delinquere del colpevole”; tace invece sui criteri finalistici, va-

le a dire sui fini della pena nel momento dell’irrogazione.

Secondo il disposto del 133.1, ai fini della commisurazione della pena, in primo luogo, il giudice deve

tener conto della gravità del reato, desunta:

1. dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall'oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità del-

l'azione;

2. dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;

3. dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.

Quanto alla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato,la formula legisla-

tiva si riferisce alla gravità dell’offesa (danno o pericolo) prodotta al bene giuridico protetto dalla norma

incriminatrice, e non all’entità del danno in senso civilistico.

Richiamandosi all’intensità del dolo, il 133.1 n. 3 implicitamente invita il giudice a prendere in conside-

razione:

α. il grado di complessità della deliberazione che ha portato alla condotta illecita, valutato in primo

luogo in base al lasso di tempo in cui si è perfezionato il processo volitivo;

β. il ruolo che la rappresentazione dell’evento ha avuto nella determinazione ad agire o ad omettere.

Il giudizio sul grado della colpa verterà invece sulla misura in cui il soggetto si è discostato dal modello

di comportamento richiesto in generale dall’ordinamento per quel determinato tipo di attività, e si dovrà

considerare se una determinata posizione sociale o professionale, od altre caratteristiche individuali,

valgano ad indiziare nell’agente particolari capacità, rispetto ad un soggetto medio, nel prevedere e

prevenire eventi del tipo verificatosi.

Il 133.2 soggiunge che il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole,

desunta:

1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;

2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al rea-

to;

3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;

4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

Il concetto di capacità a delinquere è al centro di un dibattito: secondo alcuni, esso si proietterebbe nel

passato, esprimerebbe l’attitudine del soggetto al fatto commesso, mentre secondo altri si proiettereb-

be nel futuro, esprimendo l’attitudine del soggetto a commettere nuovi reati.

Ai fini del giudizio prognostico di capacità a delinquere, vengono in considerazione i motivi ed il carat-

tere del reo: i motivi a delinquere dovranno essere analizzati sotto il profilo dell’intensità, dell’idoneità a

permanere nel tempo, nonché del valore etico-sociale (distinguendosi a seconda che il motivo produ-

ca di regola comportamenti socialmente apprezzabili o riprovevoli).

Attraverso il richiamo al carattere del reo, il 133.2 n. 1 invita il giudice ad una valutazione complessiva

della personalità dell’agente.

I fattori socio-ambientali di criminogenesi hanno invece ingresso nella commisurazione della pena, e

più precisamente nella valutazione della capacità a delinquere, attraverso il criterio delle condizioni di

vita individuale, familiare e sociale del reo, di cui al 133.2 n. 4.

Tra le condotte susseguenti al reato, l’attenzione di dottrina e giurisprudenza si concentra in particola-

re sul comportamento processuale dell’imputato.

Il criterio della condotta contemporanea al reato, infine, attribuisce rilevanza a qualsiasi comportamen-

to, diverso dalla condotta tipica, tenuto dal soggetto nel periodo che intercorre fra l’inizio

dell’esecuzione e la consumazione del reato, od anche, nei reati permanenti, durante il periodo con-

sumativo.

Nel silenzio della legge, parte della dottrina e la giurisprudenza prevalente ritengono che la pena as-

solva contemporaneamente, nello stadio dell’irrogazione da parte del giudice, ad una serie di funzioni:

retribuzione, prevenzione speciale e prevenzione generale.

L’ordinamento contiene indicazioni vincolanti per il giudice; tali indicazioni si ricavano dalla Costituzio-

ne, in particolare dagli artt. 27.3 (le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato), 27.1

(la responsabilità penale è personale) e 3.1 (tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali da-

vanti alla legge).

Segue da tali principi che il giudice deve assumere la rieducazione come criterio finalistico di commi-

surazione della pena, entro i limiti della colpevolezza per il singolo fatto concreto, nel rispetto della di-

gnità della persona del condannato e del divieto della responsabilità per fatto altrui.

Poiché il 27.3 Cost. fa spazio alla rieducazione tra i fini della pena anche nello stadio dell’irrogazione

giudiziale, tra le possibili interpretazioni della formula codicistica dovrà prevalere quella che, riferendo

al futuro il giudizio sulla capacità a delinquere, in attuazione del principio costituzionale chiami il giudi-

ce a prendere in considerazione le esigenze di intimidazione-ammonimento del reo, nonché

l’opportunità di evitargli inutili rischi di desocializzazione e di aprirgli prospettive di reinserimento nella

società.

Un problema tradizionale riguarda i rapporti fra il I ed il II comma del 133, e più in generale la possibili-

tà di individuare un principio d’ordine tra i criteri fattuali di commisurazione della pena indicati dal 133.

Il principio costituzionale di colpevolezza attribuisce una posizione preminente, fra gli indici di gravità

del reato, a quelli attinenti la colpevolezza.

La gravità del reato dovrebbe essere valutata dal giudice all’interno dei limiti segnati dalla colpevolez-

za.

Dal 27.3 Cost. può trarsi un’indicazione a favore dell’esclusiva rilevanza in bonam partem delle consi-

derazioni di prevenzione speciale: considerazioni relative alla capacità a delinquere del reo non po-

trebbero fondare l’applicazione di pene eccedenti la misura corrispondente alla gravità del fatto colpe-

vole, ma potrebbero solo suggerire l’applicazione di pene inferiori.

Un ulteriore interrogativo verte sulla legittimità di includere la prevenzione generale fra i criteri finalistici

di commisurazione della pena.

Accogliendo la tesi della legittimità di considerazioni di prevenzione generale, la Corte ha confermato

una motivazione nella quale si faceva riferimento alla necessità di porre un argine all’impressionante

ripetersi di alcuni tipi di reato; ha ritenuto sufficiente a legittimare l’applicazione di una pena alquanto

superiore al minimo il rilievo che si trattava di reati gravi, compiuti in una forma di delinquenza asso-

ciata che aveva messo in allarme la popolazione della zona.

Dal principio della dignità dell’uomo (3.1 Cost.) e dal divieto della responsabilità penale per fatto altrui

(27.1 Cost.) discende il divieto di ridurre l’uomo a semplice mezzo per il perseguimento di finalità poli-

tico-criminali.

Lo stesso divieto di qualsiasi forma di responsabilità per fatto altrui sarebbe violato da un inasprimento

di pena ispirato a considerazioni generalpreventive: così procedendo, infatti, il giudice chiamerebbe il

condannato a rispondere della circostanza che altri soggetti abbiano commesso reati dello stesso tipo

in numero particolarmente elevato.

Inoltre, non solo la liceità, ma anche l’utilità di una strategia generalpreventiva nella commisurazione

della pena è quanto meno dubbia.

Il 133 bis, in aggiunta ai generali criteri della gravità del reato e della capacità a delinquere dell’agente,

fa spazio alle condizioni economiche del reo tra i criteri fattuali di commisurazione.

Il 133 bis interessa la commisurazione della multa e dell’ammenda comminate dalla legge come pene

principali, e non anche la commisurazione delle pene pecuniarie sostitutive della pena detentiva: per

queste ultime, dispone invece il 53.2 della legge 689/1981, nella versione della legge 134/2003, che

ha modellato la pena pecuniaria sostitutiva secondo lo schema dei tassi giornalieri.

Nella prassi giurisprudenziale l’adeguamento della pena pecuniaria alle condizioni economiche è ri-

masto lettera morta, o s’è realizzato in ipotesi marginali.

Il 133 bis non fornisce alcuna definizione delle condizioni economiche del reo, rinunciando ad indivi-

duare gli elementi che concorrono a costituirle.

Nessun dubbio che il giudice debba innanzitutto riferirsi al reddito del soggetto al tempo della condan-

na, prendere in considerazione il patrimonio del reo: in questo senso s’è pronunciata anche la Cassa-

zione.

Tra le componenti passive delle condizioni economiche del reo, il giudice dovrà tener conto delle ob-

bligazioni pecuniarie gravanti sul soggetto, in particolare degli obblighi derivanti da reato, degli obbli-

ghi di alimenti nei confronti dei famigliari, dei debiti d’imposta e dei debiti che il soggetto abbia assunto

per esigenze essenziali, proprie o del suo nucleo famigliare.

Vi sono poi problemi che riguardano l’accertamento di tali condizioni.

Quanto ai controlli sulle dichiarazioni rese dall’imputato, saranno relativamente agevoli nei confronti

dei lavoratori dipendenti e dei soggetti a reddito fisso, mentre per altre categorie ci si potrebbe basare

su valutazioni a stima da parte del giudice.

Per quanto riguarda invece le obbligazioni pecuniarie gravanti sul soggetto, l’onere sostanziale di pro-

varne l’esistenza incomberà comunque sull’imputato.

Il 133 bis comma 2 dispone che il giudice può aumentare la multa o l'ammenda stabilita dalla legge si-

no al triplo o diminuirle sino ad un terzo quando, per le condizioni economiche del reo, ritenga che la

misura massima sia inefficace ovvero che la misura minima sia eccessivamente gravosa.

Dovrà considerarsi inefficace una pena che non comporterebbe un apprezzabile sacrificio per il sog-

getto, ed eccessivamente gravosa una sanzione che comporterebbe un sacrificio intollerabile, e sa-

rebbe quindi avvertita come ingiusta e vessatoria; secondo la Cassazione, perché la pena pecuniaria

possa considerarsi eccessivamente gravosa deve ricorrere una situazione di vera e propria impossibi-

lità o di estrema difficoltà a darvi esecuzione.

Si pone il problema se, in applicazione del 133 bis, le condizioni economiche del reo possano rilevare

una prima volta nella commisurazione della pena all’interno della cornice edittale ed una seconda vol-

ta in sede di aumento o diminuzione a norma del secondo comma: il quesito andrebbe risolto in senso

negativo: il giudice può tener conto una sola volta delle condizioni economiche del reo.

Per ottenere la riduzione della pena pecuniaria, correlata ad una disagiata situazione economica, la

Corte ritiene che gravi sull’imputato l’onere di allegare la relativa documentazione; ai fini della triplica-

zione del massimo, accolla invece all’accusa l’onere di fornire la prova della consistenza patrimoniale

del reo.

A proposito della natura giuridica degli aumenti e delle diminuzioni di pena previsti dal 133 bis comma

2, ci si chiede se la modificazione della pena collegata alle condizioni economiche del reo configuri

una circostanza in senso tecnico.

Il problema viene risolto in senso negativo dalla giurisprudenza della Cassazione: ne segue

l’estraneità delle condizioni economiche del soggetto al giudizio di bilanciamento delle circostanze, a

norma del 69.

Anche secondo la prevalente dottrina le condizioni economiche del reo non integrano una circostanza

in senso tecnico, ma rappresentano il criterio per un atipico adeguamento della pena a situazioni par-

ticolari in cui il soggetto venga a trovarsi al momento dell’inflizione della multa o dell’ammenda.

Il legislatore esalta a parole il dibattimento come luogo di formazione della prova, ma al tempo stesso

predispone congegni atti ad evitarlo, poiché la sua applicazione su larga scala finirebbe per soffocare

il funzionamento pratico della nuova giustizia penale.

Il più vistoso stravolgimento dei meccanismi di commisurazione della pena si verifica nell’applicazione

444 ss. c.p.p.); due i problemi che vanno esami-

della pena su richiesta delle parti (il patteggiamento,

nati: la sfera di applicabilità di questo procedimento penale ed il ruolo riservato al giudice rispetto

all’accordo sulla pena intervenuto fra le parti.

Quanto alla sfera di applicabilità dell’istituto, essa ricomprende, in primo luogo, tutti i procedimenti nei

quali potrebbe essere applicata ex officio una pena sostitutiva: la pena pecuniaria, la libertà controllata

od anche la semidetenzione, nel rispetto di tutti (e soli) i limiti fissati dalla legge 689/1981 agli artt. 53

e 59: limiti oggettivi – di pena concreta – e soggettivi.

Inoltre, il patteggiamento può applicarsi ai reati punibili in concreto con una pena pecuniaria, di qual-

siasi ammontare.

La richiesta delle parti può infine avere per oggetto l’applicazione di una pena detentiva; per tale ipo-

tesi è previsto un limite quantitativo, il cui rispetto deve verificarsi attraverso il seguente procedimento:

su un ammontare di pena prescelto all’interno della cornice edittale si operano gli aumenti o le diminu-

zioni derivanti dalle eventuali circostanze aggravanti od attenuanti; la pena così determinata

dev’essere ulteriormente diminuita fino ad un terzo, secondo il dettato del 444.1 c.p.p.

La Cassazione, con una pronuncia a Sezioni unite, ha chiarito che la formula pena […] diminuita fino

ad un terzo va riferita alla quantità di pena che può essere detratta, e non al risultato dell’operazione.

Quanto al ruolo del giudice di fronte alla richiesta presentata dalle parti, egli deve vagliare se non deb-

ba pronunciare una sentenza di proscioglimento, sulla base degli atti (444.2); non ricorrendo tale si-

tuazione, il giudice verificherà la correttezza della qualificazione giuridica del fatto, dell’applicazione

delle circostanze e della loro comparazione.

Inoltre, ove sia stata richiesta la sospensione condizionale della pena, vaglierà se tale istituto sia ap-

plicabile nel caso concreto.

Il giudice potrà rigettare la richiesta formulata dalle parti in quanto ritenga scorretta l’applicazione

ch’esse hanno operato di circostanze a struttura discrezionale, od in quanto non condivida le conclu-

sioni tratte in sede di bilanciamento delle circostanze, od ancora in quanto non ritenga di poter formu-

lare sull’imputato la prognosi favorevole alla quale il 164.1 subordina l’applicabilità della sospensione

condizionale della pena.

Il giudice, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale 313/1990, dovrà valutare la congruità

della pena indicata dalle parti, rigettando la richiesta in ipotesi di sfavorevole valutazione.

Quando l’accordo tra l’imputato ed il p.m. abbia portato ad un trattamento sanzionatorio incoerente ri-

spetto agli scopi che la Costituzione attribuisce alla pena, il giudice potrà rigettare la richiesta avanza-

ta dalle parti e disporre che si proceda secondo il rito ordinario.

La riduzione di pena fino ad un terzo, prevista dal 444.1 c.p.p. quale corrispettivo per il consenso da

parte dell’imputato ad un rito più rapido e meno garantito di quello ordinario, non cessa di esporsi a

censure radicali sul piano politico-legislativo: si tratta di un prezzo che il diritto penale sostanziale deve

pagare ad esigenze di funzionalità del processo, e non di una scelta razionalizzabile sul piano dei fini

della pena.

Anche il procedimento speciale del giudizio abbreviato (438 ss. c.p.p.) prevede una riduzione di pena,

nella misura fissa di un terzo (442.2 c.p.p.).

Nel procedimento per decreto (459 ss. c.p.p.), riservato ai reati punibili in concreto con pena pecunia-

ria (anche se in sostituzione di una pena detentiva), su richiesta del p.m. la pena può essere diminuita

fino alla metà del minimo edittale: l’an ed il quantum sono affidati alla discrezionalità del p.m.

Il giudice può o accogliere in toto o rigettare la richiesta: se il giudice la accoglie, pronuncia decreto di

condanna col quale applica la pena nella misura indicata dal p.m.

La Costituzione del 1948 impegna il legislatore ad orientare la pena verso una finalità di rieducazione

del condannato (27.3 Cost.), cioè verso l’obiettivo del suo reinserimento nella società.

La legge sull’ordinamento penitenziario (354/1975), nonché il relativo regolamento di esecuzione

(d.P.R. 431/1976) si preoccupano di arginare l’azione desocializzante del carcere, risparmiando a chi

vi faccia ingresso brutali effetti di annientamento della personalità e rovinose forme di contagio crimi-

nale: si prevede tra l’altro che il detenuto sia dotato di abiti propri, possa acquistare cibo, possa prov-

vedere all’igiene personale e fruire di una sfera di riservatezza.

Il legislatore ha cercato di salvaguardare alcuni rapporti tra il condannato e la società, aprendo il car-

cere verso l’esterno durante l’esecuzione attraverso colloqui telefonici, contatti riservati coi parenti,

accesso a giornali, radio e televisione.

Negli istituti dell’affidamento in prova e della semilibertà, se non si realizza un pieno superamento del-

la pena carceraria, si sposta il tradizionale punto di equilibrio fra esigenze di neutralizzazione ed istan-

ze di non desocializzazione.

Una nuova tappa nell’evoluzione dei contenuti della pena detentiva è segnata dalla legge Gozzini

(663/1986), recante “modifiche alla legge sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misu-

re privative e limitative della libertà”: tra le altre cose, introduce la nuova misura della detenzione do-

miciliare e disciplina alcuni profili del lavoro.

La legge sull’ordinamento penitenziario, dopo la riforma Gozzini, contempla due forme di permessi:

quelli ispirati ad esigenze di umanizzazione della pena, che possono essere accordati nel caso di im-

minente pericolo di vita di un famigliare o di un convivente, od eccezionalmente per altri eventi fami-

gliari di particolare gravità, ed i permessi premio, finalizzati sia a scongiurare gli effetti desocializzanti

del carcere, sia a garantire ordine e disciplina al suo interno, che vengono concessi per consentire di

coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro ai condannati che hanno tenuto regolare condotta e che

non risultano socialmente pericolosi.

La legge Simeone (165/1988) riforma la disciplina delle misure alternative: introduce la sospensione

dell’esecuzione delle pene detentive fino a tre anni (fino a quattro quando si tratti di pena inflitta per

reati commessi in relazione ad uno stato di tossicodipendenza), prevede una generale estensione alle

pene residue dei limiti previsti dalla legge con riferimento alle pene inflitte, ai fini dell’ammissione alle

misure alternative (656.3 c.p.p.) e prevede la possibilità di applicare l’affidamento in prova prescin-

dendo dall’osservazione della personalità in istituto nei confronti di tutti i condannati (art. 47.3 ord. pe-

nit.).

Le riforme succedutesi a partire dal 1998 ampliano l’ambito applicativo delle misure alternative, senza

però rafforzare gli organi di polizia e del servizio sociale deputati al controllo ed al sostegno del con-

dannato.

Il legislatore nel 2000 varò un nuovo regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle

misure privative e limitative della libertà (d.P.R. 230/2000); tra gli elementi di novità si segnalano alcu-

ne disposizioni concernenti il trattamento dei detenuti stranieri, a proposito dei quali si prevede che si

tenga conto delle difficoltà linguistiche e delle differenze culturali.

La legge Smuraglia (193/2992) promuove il ricorso al lavoro penitenziario anche attraverso la previ-

sione di agevolazioni fiscali e contributive in favore delle cooperative sociali e delle imprese che as-

sumano persone detenute, internate, ammesse alle misure alternative alla detenzione ed ammesse al

lavoro all’esterno ex 21 ord. penit.

Tra gli istituti introdotti nel nostro ordinamento per combattere gli effetti dannosi delle pene detentive

brevi si annoverano le misure alternative alla detenzione, contemplate agli artt. 47 ss. ord. penit., e

cioè l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà.

Queste misure sono non tipi autonomi di pena, ma modalità di esecuzione della pena detentiva: par-

lano in questo senso il fatto che l’applicazione delle misure alternative non è disposta dal giudice di

cognizione che pronuncia la condanna ed infligge la pena (come è caratteristica delle pene principali),

ma dal tribunale di sorveglianza, in un momento successivo alla condanna, ed il fatto che

l’applicazione delle misure alternative presuppone, di regola, l’inizio dell’esecuzione della pena deten-

tiva (anche se sono state introdotte sempre più eccezioni).

L’accesso alle misure alternative è precluso agli autori di una serie di reati di particolare gravità, che

mantengano collegamenti con la criminalità organizzata od eversiva.

L’affidamento in prova al servizio sociale (47 ord. penit.) comporta che il condannato venga sottoposto

ad un periodo di prova di durata pari a quella della pena detentiva da scontare: durante questo perio-

do egli soggiace ad una serie di obblighi e divieti e nel contempo è affidato, fuori dell’istituto peniten-

ziario, al servizio sociale, che svolge funzioni di controllo e di aiuto.

Se la prova ha esito positivo, si estingue la pena e viene meno ogni effetto penale della condanna.

All’atto dell’affidamento, il tribunale di sorveglianza può dettare prescrizioni relative ai rapporti del con-

dannato col servizio sociale, al lavoro, alla libertà di locomozione, ed in particolare alla dimora, al sog-

giorno in un determinato luogo, alla frequentazione di determinati locali o persone: questa gamma di

obblighi e divieti non ha carattere né vincolante né tassativo: al condannato può essere imposta qual-

siasi prescrizione che gli impedisca di svolgere attività o di avere rapporti personali che possono por-

tare al compimento di altri reati (47.6 ord. penit.).

Il tribunale di sorveglianza è tenuto a disporre che l’affidato si adoperi in quanto possibile in favore del-

la vittima del suo reato ed adempia puntualmente agli obblighi di assistenza familiare (47.7 ord. pe-

nit.).

L’ambito applicativo dell’affidamento in prova parrebbe circoscritto ai condannati ad una pena detenti-

va non superiore a tre anni (47.1 ord. penit.), ma il legislatore ha detto che per “pena inflitta” si deve

intendere “pena da espiare in concreto”.

Per poter concedere l’affidamento in prova il tribunale di sorveglianza deve ritenere che il provvedi-

mento contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzioni del pericolo che egli commetta

altri reati; un comportamento del condannato contrario alla legge o alle prescrizioni che gli sono state

imposte può comportare la revoca, ma non produce necessariamente questo effetto: la revoca dovrà

essere disposta se la violazione commessa dal condannato appaia incompatibile con la prosecuzione

della prova: in questo caso, disse la Corte Costituzionale (343/1987), spetta al tribunale di sorveglian-

za determinare la residua pena detentiva da espiare, tenuto conto della durata delle limitazioni patite

dal condannato e del suo comportamento durante il trascorso periodo di affidamento in prova.

Forme speciali di affidamento in prova sono previste per i soggetti da AIDS conclamata o da grave de-

ficienza immunitaria, e per i tossicodipendenti e gli alcooldipendenti.

La detenzione domiciliare (47 ter ord. penit.) comporta l’espiazione della pena detentiva

nell’abitazione del condannato, od in altro luogo di privata dimora od in luogo pubblico di cura, assi-

stenza od accoglienza.

Il condannato è sottoposto a prescrizioni fissate dal tribunale di sorveglianza: in particolare, il condan-

nato non deve allontanarsi dal luogo in cui espia la pena (tranne casi eccezionali: 284.3 c.p.p.) e, ove

il giudice lo ritenga necessario, non deve comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabi-

tano o che lo assistono.

Se si allontana, il condannato in regime di detenzione domiciliare risponde di una nuova forma di eva-

sione, punibile ai sensi del 385 c.p., e la condanna per questo delitto comporta anche la revoca del

regime di detenzione domiciliare.

La legge prevede che si faccia ricorso, per il controllo sul condannato, a mezzi elettronici od altri stru-

menti tecnici, alla duplice condizione che le autorità preposte al controllo abbiano la disponibilità di

quei mezzi e che il condannato accetti di essere sorvegliato elettronicamente.

Campo di applicazione:

α. detenzione domiciliare umanitaria: riguarda la donna incinta o madre di prole di età inferiore ad anni

dieci, con lei convivente; il padre di minore di anni dieci, con lui convivente, quando la madre sia

deceduta od impossibilitata ad assistere il minore; la persona gravemente inferma, che necessiti di

costanti contatti coi presidi sanitari territoriali; l’ultrasessantenne, inabile anche parzialmente; il mi-

nore di anni ventuno, che abbia comprovate esigenze di studio, lavoro o famiglia.

La detenzione domiciliare in questi casi può essere disposta se la pena da espiare, trattandosi di

reclusione, non superi i quattro anni, mentre non sono previsti limiti se si tratta di arresto;

β. i casi in cui gli artt. 146 e 147 c.p. prevedono il rinvio dell’esecuzione della pena detentiva, qualun-

que sia l’ammontare della pena;

χ. i casi dei condannati che debbano scontare una pena detentiva non superiore a due anni, anche se

costituente parte residua di maggior pena, quando non ricorrano i presupposti per l’affidamento in

prova e sempre che la detenzione domiciliare sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato

commetta nuovi reati;

δ. i casi dei soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria che hanno in corso

o intendono intraprendere un programma di cura ed assistenza;

ε. detenzione domiciliare speciale: è riservata alle madri di prole di età non superiore ad anni dieci,

condannate ad una pena eccedente i quattro anni, che abbiano espiato almeno un terzo della pe-

na, o quindici anni nel caso di condanna all’ergastolo: alle stesse condizioni la misura può essere

concessa al padre detenuto, se la madre è deceduta od impossibilitata.

Durante la semilibertà (48 ss. ord. penit.) il condannato trascorre la maggior parte della giornata

all’interno di un istituto di pena, salvo uscirne il tempo necessario per partecipare ad attività lavorative,

istruttive o comunque utili al reinserimento sociale.

Per il passaggio dall’esecuzione chiusa della pena detentiva alla semilibertà la legge richiede che il

condannato alla reclusione in misura superiore a sei mesi abbia espiato almeno metà della pena,

mentre per il condannato all’ergastolo richiede l’espiazione di almeno vent’anni; l’espiazione di metà

pena non è richiesta per i condannati alla reclusione fino a tre anni, quando essi abbiano chiesto

l’affidamento in prova al servizio sociale, ed il tribunale di sorveglianza ritenga di non accogliere quella

richiesta, ma di poter ammettere il condannato al regime di semilibertà.

Può esservi revoca quando il soggetto non si appalesi idoneo al trattamento (50.1 ord. penit.).

Il condannato che senza giustificato motivo non rientri in istituto e l’assenza si protrae più al lungo di

dodici ore, risponde di una nuova forma di evasione, punibile ai sensi del 385 c.p.

La legge sull’ordinamento penitenziario, al 54, prevede tra le misure alternative anche la liberazione

anticipata: questo istituto comporta una detrazione di quarantacinque giorni per ogni semestre di pena

scontata a beneficio del condannato a pena detentiva che abbia dato prova di partecipazione all’opera

di rieducazione; codesto istituto riduce poi i tempi previsti dalla legge per poter usufruire dei permessi

premio, della semilibertà e della liberazione condizionale.

L’accesso alle misure alternative (fatta eccezione per la liberazione anticipata), al lavoro, all’esterno

ed ai permessi-premio risulta precluso ai detenuti od internati per alcuni reati di particolare gravità a

meno che siano collaboratori di giustizia o ricorrano altri elementi che escludano l’attualità di collega-

menti con la criminalità organizzata, ai detenuti od internati per altri gravi reati quando vi siano ele-

menti tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata od eversiva, ai

detenuti od internati per delitti dolosi quando il Procuratore nazionale antimafia od il procuratore di-

strettuale comunica l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata (e ciò preclude anche

l’accesso alla liberazione anticipata).

Il codice penale prevede tassativamente delle ipotesi in cui il tribunale di sorveglianza deve rinviare

l’esecuzione della pena (rinvio obbligatorio), o può rinviarla (rinvio facoltativo).

Le ipotesi di rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena, a norma del 146, riguardano la donna in-

cinta, senza limiti inerenti al periodo di gestazione, la madre di infante di età inferiore ad un anno, e la

persona affetta da AIDS conclamata, da grave deficienza immunitaria o da altra malattia grave.

Il rinvio obbligatorio è precluso, o, se già concesso, revocato, nel caso in cui la gravidanza si inter-

rompa, la madre decada dalla potestà sul figlio, il figlio muoia, venga abbandonato, o sia affidato ad

altri che alla madre.

Il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena è previsto dal 147 nelle ipotesi in cui è stata presentata

domanda di grazia, la pena detentiva dev’essere eseguita contro chi si trova in condizioni di grave in-

fermità fisica (alla duplice condizione, per bocca della Cassazione, che si tratti di gravità oggettiva e

che il condannato possa fruire, in stato di libertà, di cure e trattamenti sostanzialmente diversi e più ef-

ficaci di quelli che possono essere prestati in regime di detenzione), o la pena detentiva dev’essere

eseguita nei confronti della madre di prole di età inferiore a tre anni.

Il provvedimento di rinvio non può essere adottato, e se adottato dev’essere revocato, quando sussi-

sta il concreto pericolo della commissione di delitti.

In tutti i casi in cui può essere disposto il rinvio dell’esecuzione della pena ex 146 od ex 147, il tribuna-

le di sorveglianza può ammettere il condannato alla detenzione domiciliare (47 ter ord. penit.).

Un’ulteriore ipotesi di rinvio o di sospensione dell’esecuzione della pena detentiva è prevista nel 148, il

quale dice che se, prima dell'esecuzione di una pena restrittiva della libertà personale o durante

l’esecuzione, sopravviene al condannato una infermità psichica, il giudice, qualora ritenga che

l’infermità sia tale da impedire l'esecuzione della pena, ordina che questa sia differita o sospesa e che

il condannato sia ricoverato in un manicomio giudiziario, ovvero in una casa di cura e di custodia. Il

giudice può disporre che il condannato, invece che in un manicomio giudiziario, sia ricoverato in un

manicomio comune se la pena inflittagli sia inferiore a tre anni di reclusione o di arresto, e non si tratti

di delinquente o contravventore abituale, o professionale, o di delinquente per tendenza. [La di-

sposizione precedente si applica anche nel caso in cui, per infermità psichica sopravvenuta, il con-

dannato alla pena di morte deve essere ricoverato in un manicomio giudiziario.] Il provvedimento di ri-

covero è revocato, e il condannato è sottoposto alla esecuzione della pena, quando sono venute me-

no le ragioni che hanno determinato tale provvedimento.

La Corte Costituzionale, con sentenza 146/1975, ha dichiarato l’illegittimità di questo articolo nella par-

te in cui prevede che il giudice, nel disporre il ricovero in manicomio giudiziario del condannato caduto

in stato di infermità psichica durante l'esecuzione di pena restrittiva della libertà personale, ordini che

la pena medesima sia sospesa; ha dichiarato altresì l’illegittimità nella parte in cui prevede che il giu-

dice ordini la sospensione della pena anche nel caso in cui il condannato sia ricoverato in una casa di

cura e di custodia ovvero in un manicomio comune: questo per evitare disparità di trattamento tra il

condannato e l’imputato colpito da infermità mentale sopravvenuta: la Corte ha imposto lo scomputo

del periodi di internamento, per cui oggi il 148 non prevede più un rinvio (od esecuzione) della pena.

La Cassazione ha detto che il 147.1 n. 2 ed il 148 stanno tra loro in un rapporto di reciproca esclusio-

ne.

Col nome di cause di estinzione della pena il legislatore italiano indica una serie di istituti che, interve-

nendo dopo la pronuncia della condanna e l’inflizione delle pene, ne impediscono in tutto od in parte

l’esecuzione o precludono il prodursi di tutti gli effetti penali della condanna o di una parte di essi.

Può creare problemi una situazione di concorso di cause estintive, che intervengano contemporane-

amente od in momenti diversi: nel primo caso opera la causa più favorevole, e le eventuali sanzioni

residue potranno essere estinte dalle altre cause in concorso (183.4), nel secondo caso si applica la

causa estintiva intervenuta per prima, e poi le successive per far cessare l’esecuzione delle pene non

ancora estinte.

Vi è poi il problema dell’applicabilità al delitto tentato delle esclusioni di alcuni tipi di reato dal campo

d’applicazione di cause di estinzione come l’amnistia impropria e l’indulto.

Le esclusioni abbracciano anche il delitto tentato, perché il tentativo non è un tipo a sé, ma una parti-

colare forma di manifestazione di una figura di reato, e poi la ratio politico criminale dell’esclusione di

un determinato tipo di reato dal campo applicativo di una causa in estinzione risiede nel peculiare di-

svalore di quel tipo di reato, che è qualitativamente invariato, consumato o tentato ch’esso sia.

Ci si chiede inoltre se l’esclusione di un’ipotesi aggravata di reato dall’area applicativa di cause di e-

stinzione come l’amnistia propria o l’indulto venga meno quando la circostanza aggravante risulti elisa

nel giudizio di bilanciamento con una o più circostanze attenuanti ai sensi del 69: la giurisprudenza ri-

sponde negativamente, perché fondamento dell’esclusione è l’oggettiva gravità dell’ipotesi.

L’amnistia impropria (151.1 pt. II) ha i caratteri dell’amnistia propria, ma interviene dopo la sentenza

definitiva di condanna.

L’amnistia impropria fa cessare l’esecuzione delle pene principali e delle pene accessorie, mentre non

estingue gli effetti penali della condanna.

Come accade a proposito dell’amnistia propria, anche le figure di reato interessate dall’amnistia im-

propria vengono di regola individuate dalla legge con riferimento al massimo della pena edittale.

Possono essere previste esclusioni per tipi di reato; salvo diversa previsione, il provvedimento non si

applica ai casi di recidiva reiterata od aggravata, né ai delinquenti abituali, professionali o per tenden-

za.

I limiti temporali dell’amnistia impropria sono gli stessi dell’amnistia propria.

L’amnistia impropria, come l’indulto, è applicata dal giudice dell’esecuzione (672 c.p.p.) e può essere

sottoposta a condizioni od obblighi: se si tratta di condizioni sospensive, il giudice dell’esecuzione de-

ve sospendere l’applicazione dell’amnistia fino al verificarsi della condizione imposta, se si tratta di

condizioni risolutive, al verificarsi della condizione il giudice dovrà revocare il provvedimento col quale

ha applicato l’amnistia.

La morte del reo avvenuta dopo la condanna, in ossequio al principio di personalità della responsabili-

tà penale (27.1 Cost.), estingue la pena principale, le pene accessorie ed ogni effetto penale della

condanna: l’unica sanzione penale di cui può continuare l’esecuzione è la confisca, trattandosi di una

misura di sicurezza che colpisce le cose e non la persona del condannato.

La morte del reo non comporta l’estinzione delle obbligazioni civili da reato (198 c.p.), tranne le obbli-

gazioni inerenti alle spese di mantenimento in carcere del condannato e l’obbligo di rimborsare le spe-

se del processo penale.

Col decorso di un certo lasso di tempo dalla condanna irrevocabile si ha prescrizione della pena: si e-

stinguono tutte le pene principali, tranne l’ergastolo, mentre non si estinguono le pene accessorie e gli

effetti penali della condanna.

Nel caso in cui sia iniziata l’esecuzione della pena ed essa si interrompa per un fatto volontario del

condannato, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno successivo a quello in cui il condannato s’è

volontariamente sottratto all’esecuzione.

La pena della reclusione si estingue in un tempo pari al doppio della pena inflitta, entro i limiti minimo

e massimo di dieci e trent’anni; la pena della multa si estingue in dieci anni; se la multa è inflitta con la

reclusione, la prescrizione matura per entrambe le pene nel tempo stabilita per la reclusione.

Per pena inflitta, ai sensi del 172.1 e 172.3, s’intende la pena da scontare in concreto.

In caso di concorso di reati e di reato continuato, si deve far riferimento alla pena inflitta per i singoli

reati.

L’arresto e l’ammenda si prescrivono in cinque anni, anche nell’ipotesi in cui siano applicate insieme.

Una disciplina speciale è prevista per i recidivi aggravati o reiterati e per i delinquenti abituali, profes-

sionali o per tendenza: nei loro confronti sono imprescrittibili le pene della reclusione e della multa,

mentre l’arresto e l’ammenda si prescrivono in un tempo doppio rispetto a quello ordinario; le pene

della reclusione e della multa sono imprescrittibili se il condannato, durante il tempo necessario per

l’estinzione della pena, riporta una condanna alla reclusione per un delitto della stessa indole.

L’indulto, come l’amnistia, è un provvedimento di carattere generale, riservato a partire dal 1992 in via

esclusiva al Parlamento, che lo concede con legge approvata a maggioranza dei due terzi dei compo-

nenti di ogni Camera (79.1 Cost.); l’indulto non può essere applicato ai reati commessi dopo la pre-

sentazione del disegno di legge.

L’effetto dell’indulto è di condonare in tutto od in parte la pena principale inflitta con la sentenza di

condanna, o commutarla, cioè sostituirla con un’altra meno grave.

L’indulto non estingue gli effetti penali della condanna.

Come ogni altra causa di estinzione della pena, l’indulto impedisce che vengano disposte misure di si-

curezza (tranne la confisca o le altre misure che possono essere ordinate in ogni tempo)

L’indulto è applicato dal giudice dell’esecuzione (indulto proprio), se viene applicato dal giudice di co-

gnizione al momento di pronuncia della condanna (indulto improprio), gli effetti estintivi si verificano

solo al momento del passaggio in giudicato della sentenza.

Nel caso di concorso di reati l’indulto si applica una volta sola sulla pena cumulata.

Il 174.3, rinviando alle disposizioni relative all’amnistia, fissa per l’applicabilità dell’indulto una serie di

preclusioni soggettive, che riguardano il recidivo aggravato o reiterato e chi sia stato dichiarato delin-

quente abituale, professionale o per tendenza; anche l’indulto può essere revocato se la legge che lo

concede prevede condizioni risolutive: se invece è sottoposto a condizioni sospensive, il giudice

dell’esecuzione sospende l’applicazione dell’indulto finché la condizione non sia stata adempiuta entro

il termine fissato dalla legge.

La grazia, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, è un provvedimento di clemenza individuale, la cui

concessione è riservata, ai sensi dell’87 Cost., al Presidente della Repubblica: essa può essere da lui

concessa anche in assenza di domanda, mentre è discusso se la controfirma del Ministro della Giusti-

zia, necessaria per la validità dell’atto, valga a subordinare la concessione della grazia all’assenso del

Ministro.

Come l’indulto, l’effetto estintivo della grazia può consistere nel condono totale o parziale della pena

inflitta, o nella commutazione in altra e meno grave specie di pena.

La grazia non estingue gli effetti penali della condanna.

La grazia può essere sottoposta a condizione risolutiva.

Se la domanda di grazia non è stata presentata dall’interessato, questi non può rifiutare il condono o

la commutazione della pena concessa col provvedimento di grazia: il condannato infatti ha l’obbligo,

non il diritto di scontare la pena.

Il casellario giudiziale consente di ricostruire la storia personale del condannato nei suoi rapporti con

la giustizia penale, ma grazie all’istituto della non menzione della condanna nel certificato del casella-

rio giudiziale spedito a richiesta dei privati si evita che la condanna venga resa nota.

La non menzione può essere disposta dal giudice in presenza di alcuni requisiti:

α. la pena inflitta non dev’essere superiore a due anni, sia che si tratti di pena detentiva, sia che si

tratti di pena pecuniaria, ragguagliata a pena detentiva a norma del 135; la non menzione può es-

sere concessa anche in caso di condanna alla multa o all’ammenda pari a 27.740 euro; la non

menzione della condanna può essere concessa anche quando siano inflitte congiuntamente una

pena detentiva non superiore a due anni ed una pecuniaria che, ragguagliata a norma del 135 e

cumulata alla pena detentiva, priverebbe il condannato della libertà personale per un tempo non

superiore a trenta mesi (175.2);

β. deve trattarsi di una prima condanna (175.1 pt. I); a seguito di una sentenza della Corte Costituzio-

nale la non menzione può essere concessa anche dal giudice che pronuncia condanne per reati

commessi anteriormente alla prima condanna, se la pena inflitta, cumulata con quelle precedente-

mente irrogate, non supera i limiti quantitativi descritti prima.

La non menzione della condanna è soggetta a revoca: ciò accade quando il condannato commette un

nuovo delitto (non contravvenzione) di qualsiasi specie o gravità.

La liberazione condizionale si applica alle sole pene di lunga durata: si riserva l’ammissione alla libe-

razione condizionale a chi ha scontato almeno trenta mesi e comunque almeno metà della pena inflit-

tagli ex 176.1.

La liberazione condizionale è una causa estintiva della pena, e più precisamente una causa sospensi-

va dell’esecuzione di una parte della pena principale inflitta, cui segue l’estinzione nel caso in cui il li-

berato condizionalmente superi la prova alla quale è sottoposto: nel periodo corrispondente alla dura-

ta della pena residua, od entro cinque anni dal provvedimento di liberazione condizionale se condan-

nato all’ergastolo, non commette un nuovo delitto, né una contravvenzione della stessa indole, né vio-

la gli obblighi inerenti alla libertà vigilata.

Le condizioni necessarie per accedere alla liberazione condizionale riguardano l’ammontare della pe-

na già scontata: per l’ergastolo, venticinque anni, per la reclusione o l’arresto, trenta mesi e comunque

almeno della metà della pena inflitta.

Se si tratta di recidivo aggravato o reiterato le condizioni per l’ammissione alla liberazione condiziona-

le sono di quattro anni di pena e non meno di tre quarti della pena inflitta (176.2).

Una seconda condizione che limita il campo applicativo della liberazione condizionale nei confronti del

condannato a pena detentiva temporanea riguarda l’ammontare della pena residua, che non deve su-

perare i cinque anni (176.1).

I limiti temporali non operano nei confronti di chi, al momento della commissione del reato, non abbia

compiuto i diciotto anni: nei confronti del minore la liberazione condizionale può essere ordinata in

qualsiasi momento dell’esecuzione della pena, qualunque sia l’entità della pena inflittagli.

Terza condizione per poter fruire della liberazione condizionale è l’aver adempiuto alle obbligazioni ci-

vili derivanti dal reato (restituzioni, risarcimento del danno, rimborso delle spese del procedimento,

delle spese di mantenimento in carcere e spese per la pubblicazione della sentenza, 176.4).

Questa condizione non vige quando il condannato dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierla.

Quarta ed ultima condizione è che il condannato, durante il tempo di esecuzione della pena, abbia te-

nuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento.

A norma del 230.1 n. 2, alla concessione della liberazione condizionale consegue automaticamente

l’applicazione della libertà vigilata (228).

Una volta che il tribunale di sorveglianza abbia disposto la liberazione condizionale, si aprono per il

condannato due possibilità: la prima è quella dell’estinzione della pena, che può prodursi dopo un arco

di tempo pari alla durata della pena residua o dopo cinque anni dalla data del provvedimento nei con-

fronti del condannato all’ergastolo (in questo caso sono anche revocate le misure di sicurezza perso-

nali che fossero state ordinate), la seconda è quella della revoca della liberazione condizionale, che

viene disposta dal tribunale di sorveglianza (682 c.p.p.) se la persona liberata commette un delitto o

una contravvenzione della stessa indole, ovvero trasgredisce agli obblighi inerenti alla libertà vigilata

(177.1): in questo caso, viene disposta l’esecuzione di tutta o parte della pena residua.

La sospensione condizionale della pena sospende l’esecuzione delle pene principali ed accessorie:

l’effetto estintivo è solo condizionato ed eventuale, producendosi nel caso in cui il condannato superi

la prova alla quale viene sottoposto nel periodo fissato dalla legge (cinque anni se si tratta di condan-

na per delitto, e due anni per la contravvenzione).

Appare improprio l’inquadramento di questo istituto, da parte del legislatore, tra le cause estintive del

reato: a differenza delle vere cause, la sospensione condizionale è disposta nella sentenza di con-

danna presupponendo l’accertamento della responsabilità e l’inflizione della pena, inoltre propriamen-

te la sospensione condizionale non è nemmeno una causa di estinzione della pena, perché ciò che

produce l’estinzione è il superamento della prova alla quale il condannato è sottoposto durante il pe-

riodo di sospensione dell’esecuzione.

L’applicabilità della sospensione condizionale della pena è subordinata alla presenza di una serie di

presupposti che riguardano il tipo e l’ammontare della pena inflitta, i precedenti penali del condannato

e la previsione dei suoi futuri comportamenti.

Quanto alla pena inflitta, può trattarsi della pena della reclusione o dell’arresto non superiore a due

anni; ove il condannato non avesse compiuto i diciotto anni al momento del fatto, la pena detentiva

può raggiungere i tre anni; nel caso in cui il reo fosse maggiore di diciotto anni ed inferiore agli anni

ventuno od abbia compiuto gli anni settanta, la pena detentiva soggiace al limite massimo di due anni

e sei mesi (163).

La sospensione condizionale può anche applicarsi in caso di condanna alla multa od all’ammenda,

applicata da sola o con la pena detentiva: in questo caso, il rispetto degli indicati limiti andrà verificato

ragguagliando la pena pecuniaria alla pena detentiva secondo il criterio fissato dal 133.

La sospensione condizionale della pena può essere disposta anche nel caso in cui la pena detentiva

inflitta sia stata sostituita in sede di condanna con una qualsiasi pena sostitutiva: la semidetenzione, la

libertà controllata o la pena pecuniaria: in tal caso, ciò che il giudice può sospendere è l’esecuzione

della pena sostitutiva.

Non sono sospendibili invece le pene irrogate dal giudice di pace.

Il 164 ai commi 2 e 4 individua alcune preclusioni soggettive all’applicabilità della sospensione condi-

zionale della pena, che riguardano:

α. chi ha riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto (a meno che la pena da in-

fliggere, cumulata con quella irrogata con la precedente condanna, rientri nei limiti del 163);

β. chi è stato dichiarato delinquente o contravventore abituale o professionale;

χ. chi ha già fruito della sospensione condizionale della pena, a meno che la pena inflitta in occasione

della nuova condanna, cumulata con quella precedentemente inflitta, rientri nei limiti fissati dal 163;

in ogni caso, la sospensione condizionale della pena non può essere concessa più di due volte.

La sospensione condizionale della pena presuppone che il giudice formuli una prognosi favorevole sul

futuro comportamento del reo, ritenendo che s’asterrà dal commettere ulteriori reati (164.1), tenendo

conto dei criteri relativi alla capacità a delinquere indicati nel 133.

La sospensione condizionale della pena può essere subordinata all’adempimento di uno o più obbli-

ghi: restituzioni, pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno, pubblicazione

della sentenza a titolo di riparazione del danno, eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose

del reato con le modalità indicate dal giudice nella sentenza di condanna.

In caso di seconda concessione, la sospensione condizionale della pena dev’essere subordinata

all’adempimento di almeno uno di questi obblighi, a meno che ciò sia impossibile.

Il termine per l’adempimento dev’essere fissato dal giudice nella sentenza di condanna (165.3).

La sospensione condizionale è soggetta a revoca, obbligatoria in quattro casi: se entro cinque anni dal

passaggio in giudicato della sentenza di condanna che ha disposto la sospensione condizionale, trat-

tandosi di condanna per delitto, od entro due anni, trattandosi di condanna per contravvenzione, il

condannato:

α. non adempie gli obblighi che gli sono stati imposti a norma del 165;

β. commette un delitto;

χ. commette una contravvenzione della stessa indole (a norma del 101);

δ. riporta una nuova condanna per un reato commesso prima del passaggio in giudicato della senten-

za che ha disposto la sospensione condizionale della pena.

Nelle ultime tre ipotesi, la revoca è obbligatoria solo se la pena applicata per il nuovo reato, cumulata

con quella sospesa, supera i limiti fissati dal 163: se questi limiti non vengono superati, la revoca è fa-

coltativa.

È aperta la questione che riguarda la rilevanza delle sentenze di patteggiamento (ex 444 c.p.p.) ai fini

della revoca della sospensione condizionale: ci si chiede se la sentenza di patteggiamento contenga o

meno un accertamento di responsabilità: solo chi risponda negativamente a questa domanda può e-

scludere che una sentenza pronunciata ex 444 possa comportare la revoca d’una sospensione condi-

zionale precedentemente applicata.

Se nei termini fissati dal 163.1 non intervengono cause di revoca, può affermarsi che la prova alla

quale è sottoposto il condannato ha avuto esito positivo, e si produce l’effetto estintivo previsto dal

167: s’estinguono le pene principali e le pene accessorie, ma permangono gli effetti penali della con-

danna.

La riabilitazione produce un effetto estintivo che interessa le pene accessorie ed ogni altro effetto pe-

nale della condanna, a meno che la legge disponga altrimenti; è discusso se la riabilitazione estingua

anche quel particolare effetto penale che consiste nel divieto di fruire, in occasione di un’ulteriore con-

danna, del beneficio della non menzione nel certificato del casellario giudiziale richiesto dai privati.

Il provvedimento di riabilitazione non ha effetto retroattivo (il pubblico impiegato destituito in conse-

guenza dell’interdizione dai pubblici uffici non ha, con la riabilitazione, il diritto ad essere reintegrato

nell’impiego perduto).

Dal giorno del passaggio in giudicato della sentenza che concede la riabilitazione le pene accessorie

e gli effetti penali della condanna non sono ancora estinti, ma sospesi: si estinguono una volta decor-

so il tempo in cui sarebbe potuta intervenire la revoca.

Il provvedimento di riabilitazione può essere adottato solo a seguito di un’espressa richiesta

dell’interessato (683 c.p.p.), e decide il Tribunale di sorveglianza (666 c.p.p.).

La riabilitazione presuppone che siano decorsi cinque anni dal giorno in cui la pena principale sia sta-

ta eseguita o si sia in altro modo estinta (179.1), il termine invece è di dieci anni nei casi di recidiva

aggravata o reiterata (179.2), o nei confronti del delinquente abituale, professionista o per tendenza

(179.3): in questi ultimi casi i dieci anni decorrono dal giorno in cui è stato revocato l’ordine di asse-

gnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro.

A norma del 179.1 pt. II è necessario che il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona

condotta: si tratta dell’accertamento di un dato di fatto, e non di una prognosi su futuri comportamenti

del soggetto.

Il 179.4 individua due condizioni ostative alla concessione della riabilitazione: la prima risiede nella

sottoposizione a misure di sicurezza: nei confronti del condannato non dev’essere stata disposta al-

cuna misura, o, se disposta, la misura dev’essere stata revocata.

In deroga a questa regola può però accedere alla riabilitazione il condannato che sia sottoposto alla

misura di sicurezza personale dell’espulsione, trattandosi di straniero (235) od alla misura di sicurezza

patrimoniale della confisca (240).

La seconda condizione ostativa è rappresentata dall’inadempimento delle obbligazioni civili derivanti

dal reato (185 ss.): la riabilitazione può essere concessa se il riabilitando dimostra di trovarsi

nell’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili.

Il provvedimento di riabilitazione è soggetto a revoca, con conseguente reviviscenza delle pene ac-

cessorie e degli effetti penali interessati dalla riabilitazione.

Presupposto della revoca è la commissione di un delitto non colposo entro cinque anni dalla sentenza

definitiva che ha disposto la riabilitazione, purché per il nuovo reato venga inflitta la reclusione non in-

feriore a tre anni o l’ergastolo (180).

La revoca è disposta dallo stesso giudice che pronuncia la condanna per il nuovo reato, o dal Tribuna-

le di sorveglianza: si tratta di un provvedimento di diritto, è escluso ogni potere discrezionale del giudi-

ce. XIV – L

C

APITOLO E MISURE DI SICUREZZA

Le misure di sicurezza sono un’ulteriore categoria di sanzioni penali.

incidono sulla libertà personale e si rivolgono sia a soggetti imputabili

Le misure di sicurezza personali

o semimputabili pericolosi (in tal caso la misura di sicurezza si cumula con la pena), sia a soggetti non

imputabili pericolosi (in tal caso la misura s’applica in via esclusiva).

Ai sensi del 215 le misure di sicurezza personali si distinguono a loro volta in misure personali detenti-

ve (assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro, assegnazione ad una casa di cura

e di custodia, ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, ricovero in un riformatorio giudiziario) e

non detentive (libertà vigilata, divieto di soggiorno in uno o più comuni od in una o più province, divieto

di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcooliche, espulsione dello straniero dallo Stato).

Il 215.4 disciplina i casi in cui la legge prevede una misura di sicurezza senza indicarne la specie: in

questo caso il giudice disporrà la libertà vigilata, a meno che, trattandosi di un condannato per delitto,

ritenga di disporne l’assegnazione ad una colonia agricola od una casa di lavoro.

Le misure di sicurezza patrimoniali, che incidono invece sul patrimonio, sono la cauzione di buona

condotta e la confisca.

Le misure di sicurezza detentive riservate agli imputabili hanno assunto nella prassi i connotati di

un’ulteriore pena detentiva, che si cumula con la reclusione o con l’arresto: si parla di sistema del dop-

pio binario e frode delle etichette.

La Costituzione sottopone le misure di sicurezza al principio di legalità, riservando al solo legislatore

l’individuazione dei casi nei quali può essere applicata una misura di sicurezza (25.3 Cost.: nessuno

può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge).

La previsione di misure di sicurezza detentive risulta incompatibile con la Costituzione, essendo una

variante solo nominalistica della pena.

A norma del 202.1 le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone socialmente

pericolose, che abbiano commesso un fatto preveduto dalla legge come reato; il 202.2 soggiunge che

la legge penale determina i casi nei quali a persone socialmente pericolose possono essere applicate

misure di sicurezza per un fatto non preveduto dalla legge come reato: i presupposti delle misure di

sicurezza personali si possono così compendiare: reato (o quasi reato) + pericolosità sociale.

Ove si tratti di una misura di sicurezza da applicarsi ad un soggetto imputabile o semimputabile, il

quale dev’essere stato sottoposto ad una pena, la formula legislativa evoca tutti gli elementi costitutivi

del reato: si discute se quest’interpretazione valga anche per il caso in cui si tratti di una misura di si-

curezza da applicarsi ad un non imputabile.

Che non debba esser presente in tutti i suoi elementi la colpevolezza, è incontestabile perché in questi

casi è assente, per definizione, l’imputabilità: il vero oggetto di controversia è relativo al dolo.

Le misure di sicurezza dell’ospedale psichiatrico giudiziario e del riformatorio giudiziario richiedono in-

fatti che sia stato commesso un delitto doloso, ma è dubbio se il dolo che deve sorreggere la realizza-

zione del fatto abbia, in questi casi, una struttura coincidente con quella del dolo dell’imputabile.

La giurisprudenza maggioritaria risponde affermativamente a questo quesito.

Si può ritenere che il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario od in un riformatorio giudiziario

possa essere disposto solo in presenza d’un fatto tipico, antigiuridico e punibile, commesso con dolo

da parte di chi versi in una delle situazioni patologiche indicate dal 222 o da un minore non imputabile,

tale ex lege (97) od in base ad una valutazione in concreto del giudice (98).

In alcuni casi, in via d’eccezione, la legge deroga alla regola fissata nel 202.1 secondo la quale la mi-

sura di sicurezza è applicabile solo se è stato commesso un fatto preveduto come reato; questi casi

sono quelli in cui è stato commesso un quasi reato.

Attualmente, si tratta del reato impossibile ex 49.2 e 49.4, dell’accordo per commettere un delitto che

poi non viene commesso (115.1 e 115.2), dell’istigazione a commettere un reato, se l’istigazione viene

accolta ma il reato non viene commesso (115.3), dell’istigazione a commettere un delitto, se

l’istigazione non viene accolta (115.4).

L’autore di un quasi reato non viene punito, ma se socialmente pericoloso può essere assoggettato al-

la misura di sicurezza della libertà vigilata.

Che la punibilità sia un elemento la cui presenza è indefettibile per l’applicazione delle misure di sicu-

rezza sia agli imputabili che ai non imputabili trova conferma nel 210, dove si stabilisce che

l’estinzione del reato impedisce l’applicazione delle misure di sicurezza.

stabilendo che agli effetti della legge penale, è

Il 203.1 fornisce una definizione di pericolosità sociale,

socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, la quale ha commesso ta-

luno dei fatti indicati nell’articolo precedente, quando è probabile che commetta nuovi fatti preveduti

dalla legge come reati.

La pericolosità sociale è dunque la probabilità, e non la mera possibilità, che il soggetto commetta in

futuro nuovi reati, o, nell’ipotesi di quasi reato, che commetta reati.

Il pericolo può riguardare qualsiasi reato, e non solo reati della stessa indole di quello già commesso.

Tutte le misure di sicurezza personali sono ordinate previo accertamento che colui che ha commesso

il fatto è persona socialmente pericolosa.

Il 679 c.p.p. ha chiarito che va accertata sia l’esistenza della pericolosità sociale al momento del giudi-

zio di cognizione, sia la sua persistenza al momento in cui la misura dev’essere eseguita: il primo ac-

certamento spetta al giudice di cognizione, che ordina la misura, il secondo è invece di competenza

del magistrato di sorveglianza.

Il 69 ord. penit. ha stabilito che il magistrato di sorveglianza, nel provvedere al riesame della pericolo-

sità, può revocare la misura di sicurezza anche prima che sia decorsa la sua durata minima, quando

accerti il venir meno della pericolosità.

Il giudizio di pericolosità sociale si articola in due momenti: il primo dedicato all’analisi della personalità

del soggetto, il secondo alla prognosi criminale, che dev’essere formulata sulla base di quanto accer-

tato nel primo momento.

La pericolosità sociale dev’essere valutata in relazione non al momento della commissione del fatto,

ma al momento dell’applicazione della misura, quando il giudizio viene operato dal giudice di cogni-

zione, ed al momento dell’esecuzione, quando viene operato dal magistrato di sorveglianza.

Quanto ai criteri in base ai quali va stabilita la pericolosità sociale, il 203.2 stabilisce che la qualità di

persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanze indicate nell’art.133.

Il giudice deve provvedere di regola da solo, senza l’assistenza di un perito: di un perito il giudice può

avvalersi solo per stabilire se il soggetto è incapace di intendere o di volere per cause patologiche

(220.2 c.p.p.), nel qual caso può porre l’ulteriore quesito se la persona sia socialmente pericolosa.

Le misure di sicurezza sono regolate dalla legge in vigore al tempo della loro applicazione: se la legge

del tempo in cui deve eseguirsi la misura di sicurezza è diversa, si applica la legge in vigore al tempo

dell’esecuzione (200).

Le misure di sicurezza si applicano anche agli stranieri che si trovano nel territorio dello Stato; al solo

straniero si indirizza del resto la misura di sicurezza dell’espulsione.

Nel caso di riconoscimento di una sentenza penale straniera che secondo la legge penale italiana

comporterebbe l’applicazione di una misura di sicurezza personale ai sensi del 12.1 n. 3, si può appli-

care quella misura di sicurezza subordinatamente all’accertamento che la persona sia socialmente pe-

ricolosa (201.2).

Le misure di sicurezza personali sono applicate di regola dal giudice di cognizione, nella sentenza di

condanna o di proscioglimento (205.1); misure di sicurezza personali e patrimoniali possono anche

essere applicate nell’ambito di una sentenza di patteggiamento (444 c.p.p.), quando sia inflitta una

pena detentiva superiore a due anni, sola o congiunta a pena pecuniaria; al di sotto di tale limite, è

applicabile solo la misura di sicurezza patrimoniale della confisca (445.1 c.p.p.).

In alcuni casi le misure possono essere ordinate dal magistrato di sorveglianza: dopo una sentenza di

condanna, mentre sia in corso l’esecuzione della pena, o mentre il condannato si sottrae volontaria-

mente all’esecuzione della pena, etc.

Quando una persona ha commesso più fatti di reato, per i quali siano applicabili più misure di sicurez-

za della stessa specie, è ordinata una sola misura di sicurezza; se invece le misure di sicurezza sono

di specie diversa, il giudice applicherà una sola misura o più misure a seconda della minore o maggio-

re pericolosità della persona (209.2).

Queste regole operano anche nel caso in cui il giudice od i giudici di cognizione abbiano disposto, in

procedimenti separati, più misure di sicurezza nei confronti dello stesso soggetto: in tal caso il magi-

strato di sorveglianza provvederà all’unificazione delle misure.

Per alcune misure di sicurezza detentive la legge prevede la possibilità dell’applicazione provvisoria a

delle condizioni: deve trattarsi di reati per i quali quelle misure potrebbero essere applicate in via defi-

nitiva; devono esistere gravi indizi di commissione del reato; il fatto non dev’essere stato commesso in

presenza di una causa di giustificazione, di una scusante, di una causa di non punibilità o di una cau-

sa d’estinzione della pena; dev’essere accertata in concreto la pericolosità sociale dell’indagato.

Al venir meno della pericolosità sociale, l’ordine d’applicazione provvisoria della misura di sicurezza

dev’essere revocato.

Nel caso in cui, dopo che sia stata applicata provvisoriamente una misura di sicurezza, il soggetto

venga condannato ad una pena detentiva, senza che nei suoi confronti venga disposta in via definitiva

la misura di sicurezza, il periodo trascorso in esecuzione provvisoria della misura dev’essere detratto

dalla pena (657.1 c.p.p.). bisogna distinguere a seconda

Per quanto riguarda l’esecuzione delle misure di sicurezza personali,

che vengano disposte con sentenza di condanna o con sentenza di proscioglimento.

Nel primo caso, se la misura di sicurezza è aggiunta ad una pena detentiva, la legge stabilisce che la

misura vada eseguita dopo che la pena è stata scontata o altrimenti estinta (211.1).

Il 212.1 stabilisce che l’esecuzione di una misura di sicurezza applicata a persona imputabile è sospe-

sa se questa deve scontare una pena detentiva, e riprende il suo corso dopo l’esecuzione della pena;

è prevista un’eccezione per il caso in cui la misura da applicare sia la casa di cura e di custodia: a

norma del 220.2, il giudice, tenuto conto delle particolari condizioni di infermità psichica del condanna-

to, può disporre che il ricovero venga eseguito prima che sia iniziata o abbia termine la esecuzione

della pena restrittiva della libertà personale.

Se invece la misura di sicurezza personale s’aggiunge ad una pena non detentiva, la misura andrà

eseguita non appena la sentenza di condanna sia divenuta definitiva (211.2).

Quanto alle misure di sicurezza personali disposte con sentenza di proscioglimento, nel silenzio del

211, si ritiene che la loro esecuzione debba avvenire una volta che la sentenza sia passata in giudica-

to, a meno che, trattandosi di una delle misure contemplate nel 206.1, non venga disposta

l’applicazione provvisoria della misura.

Può accadere che nei confronti dello stesso soggetto siano disposte una misura di sicurezza detentiva

ed una temporanea non detentiva: si eseguirà prima la misura di sicurezza detentiva (211.3).

In ogni caso l’effettiva esecuzione è subordinata ad un nuovo accertamento della pericolosità da parte

del magistrato di sorveglianza (679 c.p.p.).

Il 212 disciplina le ipotesi in cui nel corso dell’esecuzione di una misura personale o della cauzione di

buona condotta sopravvenga un’infermità psichica.

Se la misura di sicurezza in corso è una misura detentiva, il magistrato di sorveglianza, se ritiene che

l’infermità psichica sia ulteriore fonte di pericolo sociale, deve sostituire alla misura precedentemente

disposta quella dell’ospedale psichiatrico o della casa di cura e di custodia; cessata l’infermità psichi-

ca, quando il magistrato di sorveglianza ritenga ancora l’internato socialmente pericoloso, applica la

misura della colonia agricola o casa di lavoro, o, se si tratta di un minore, quella del riformatorio giudi-

ziario: sempre che non ritenga sufficiente, in entrambi i casi, disporre la libertà vigilata.

Quando la misura di sicurezza in corso d’esecuzione sia invece una misura personale non detentiva o

la cauzione di buona condotta, al sopravvenire di un’infermità psichica l’esecuzione della misura ces-

sa: in questo caso, il soggetto viene ricoverato in un ospedale civile, dove verrà sottoposto a tratta-

mento sanitario obbligatorio (T.S.O.) per malati mentali; venuta meno l’infermità, quando la misura ori-

ginariamente applicata fosse una misura personale, il giudice procederà ad un nuovo esame della pe-

ricolosità, disponendo eventualmente, ove la pericolosità persista, una misura personale non detentiva

(212.4).

Il 211 bis estende alle misure di sicurezza personali la disciplina dettata dagli artt. 146 e 147 in tema

di rinvio dell’esecuzione della pena.

Se la persona nei confronti della quale è stata disposta la misura di sicurezza la cui esecuzione viene

rinviata ha commesso un delitto con violenza alle persone o con uso di armi e v’è concreto pericolo

che commetta nuovamente un delitto con le stesse caratteristiche, il giudice può ordinare che quel

soggetto venga ricoverato in un luogo di cura adeguato alla sua patologia o situazione.

Il legislatore lascia colpevolmente nel vago quali siano i luoghi di cura in cui il soggetto può essere co-

attivamente ricoverato, e quale sia la natura di tale provvedimento.

La legge assegna alle cause di estinzione della pena l’effetto di impedire, di regola, sia l’applicazione,

sia l’esecuzione delle misure di sicurezza personali.

La durata delle misure di sicurezza personali (tranne l’espulsione dello straniero), mentre non soggia-

ce ad alcun limite massimo, dovendosi protrarre finché permanga la pericolosità sociale del soggetto è

sottoposta ad un limite minimo: trascorso tale periodo, il giudice deve riesaminare la pericolosità: se la

ritiene cessata, dispone la revoca della misura di sicurezza, altrimenti fissa un nuovo termine per un

ulteriore riesame.

Il 69.4 ord. penit. attribuisce al magistrato di sorveglianza un potere di revoca anticipata della misura: il

potere di revocarla anche prima che sia decorso il periodo minimo di durata.

Nei casi in cui l’internato si sottragga volontariamente all’esecuzione delle misure di sicurezza della

colonia agricola o casa di lavoro o del riformatorio giudiziario, come sanzione ricomincia a decorrere il

periodo minimo di durata della misura di sicurezza a partire dal giorno in cui a questa è data nuova-

mente esecuzione, a condizione che il magistrato di sorveglianza accerti ancora la pericolosità socia-

le.

Non sono previste sanzioni, in considerazione delle patologie di cui soffrono tali soggetti, per chi si

sottragga volontariamente all’esecuzione delle misure dell’ospedale psichiatrico giudiziario o della ca-

sa di cura e di custodia.

Riservata a soggetti imputabili condannati a pena detentiva, la colonia agricola o casa di lavoro è

un’unica misura di sicurezza con differenti modalità esecutive.

La distinzione tra i due istituti – colonia agricola e casa di lavoro – è rimasta sulla carta: essi rappre-

sentano un prolungamento della pena detentiva.

Destinatari di questa misura di sicurezza, ai sensi del 216, sono coloro che sono stati dichiarati delin-

quenti abituali, professionali o per tendenza; coloro che, essendo stati dichiarati delinquenti abituali,

professionali o per tendenza, e non essendo più sottoposti ad una misura di sicurezza, commettono

un nuovo delitto non colposo, che sia ulteriore manifestazione della abitualità, della professionalità o

della tendenza a delinquere, le persone condannate o prosciolte negli altri casi indicati espressamente

dalla legge.

A norma degli artt. 102 e 103, la dichiarazione di abitualità nel delitto presuppone la presenza in capo

al soggetto di alcune precedenti condanne: ex 102, la condanna alla reclusione complessivamente

superiore a cinque anni per tre delitti non colposi della stessa indole, commessi non contestualmente

ed entro dieci anni; ex 103, la condanna per due delitti non colposi.

In occasione della condanna per un nuovo delitto (che dev’essere non colposo), il giudice deve accer-

tare se, tenuto conto della specie e della gravità dei reati del tempo entro il quale sono stati commessi,

della condotta e del genere di vita del colpevole e delle altre circostanze indicate nel capoverso

dell’art. 133, il colpevole sia dedito al delitto.

Quanto alla professionalità nel delitto, la relativa dichiarazione può essere pronunciata nei confronti di

chi, trovandosi nelle condizioni richieste per la dichiarazione di abitualità, riporta condanna per un altro

reato, quando, avuto riguardo alla natura dei reati, alla condotta e al genere di vita del colpevole e alle

altre circostanze indicate nel capoverso dell’art. 133, debba ritenersi che egli viva abitualmente, anche

in parte soltanto, dei proventi del reato.

A norma del 108, può essere dichiarato delinquente per tendenza chi commette un delitto non colposo

contro la vita o l’incolumità individuale, quando, per la gravità oggettiva e soggettiva del reato com-

messo ed alla luce delle circostanze indicate nel 133.2, egli riveli una speciale inclinazione al delitto,

che trovi sua causa nell’indole particolarmente malvagia del colpevole.

Per espressa indicazione legislativa, l’inclinazione al delitto non dev’essere originata da un vizio di

mente, totale o parziale, ai sensi degli artt. 88 ed 89, né da una cronica intossicazione da alcool o da

sostanze stupefacenti.

Il 69.4 ord. penit. stabilisce che il magistrato di sorveglianza, quando accerti il venir meno della perico-

losità durante l’esecuzione della misura di sicurezza, deve revocare non solo questa misura, ma an-

che la dichiarazione di delinquenza abituale, professionale o per tendenza, facendo venir meno anche

gli effetti penali evocati dal 109.

La colonia agricola o casa di lavoro può esser applicata a coloro che già in passato erano stati dichia-

rati delinquenti abituali, professionali o per tendenza (e come tali sottoposti a questa misura di sicu-

rezza, successivamente revocata sull’assunto che fosse venuta meno la pericolosità sociale): la misu-

ra viene disposta di nuovo se il soggetto commette un ulteriore delitto non colposo nel quale il giudice

ravvisi una nuova espressione della pericolosità dell’agente (216 n. 2).

In questo caso non è necessaria una nuova dichiarazione di abitualità, professionalità o tendenza a

delinquere.

La misura di sicurezza in esame viene applicata anche alla persona sottoposta a misura di sicurezza

detentiva che sia stata colpita da infermità psichica, quando, al momento della cessazione

dell’infermità, sia ancora socialmente pericolosa; al minore sottoposto al ricovero in riformatorio giudi-

ziario, quando la misura deve applicarsi od eseguirsi dopo che il soggetto ha raggiunto i diciotto anni

d’età e non viene considerata sufficiente la libertà vigilata; al minore delinquente abituale, professiona-

le o per tendenza che abbia raggiunto i diciotto anni d’età dopo che sia stata applicata od eseguita la

misura del riformatorio giudiziario; a colui che, sottoposto a libertà vigilata, abbia commesso gravi o ri-

petute trasgressioni degli obblighi inerenti a quella misura.

La durata minima della colonia agricola o casa di lavoro (217) è di due anni per i delinquenti abituali,

tre anni per i delinquenti professionali e quattro anni per i delinquenti per tendenza; per le altre ipotesi

la durata minima è di un anno.

L’istituzione della casa di cura e di custodia non è mai avvenuta: si tratta di fatto di una mera sezione,

o reparto, degli ospedali psichiatrici giudiziari; i primi destinatari della casa di cura e di custodia sono i

soggetti semimputabili, cioè soggetti la cui capacità di intendere o di volere al momento del fatto era

grandemente scemata: il condannato per delitto non colposo ad una pena diminuita per cagione di: in-

fermità psichica; cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti; sordomutismo.

Parlando di infermità psichica il 219.1 esclude l’applicabilità di questa misura ai disturbi mentali di ca-

rattere occasionale e transitorio determinati da infermità fisica.

Richiedendo, per l’applicabilità della misura di sicurezza, che l’autore del reato sia stato condannato

ad una pena diminuita per una delle situazioni patologiche indicate nel 219.1, la legge esclude che la

misura possa essere disposta quando, concorrendo con l’attenuante relativa alla semimputabilità

dell’agente una o più circostanze aggravanti, il giudice, in sede di giudizio di bilanciamento ex 69, ri-

tenga l’aggravante o le aggravanti prevalenti od equivalenti rispetto all’attenuante, col risultato che il

soggetto non viene condannato ad una pena diminuita.

La misura della casa di cura e di custodia non può essere applicata nei confronti dei minori d’età com-

presa fra 14 e 18 anni, che al momento del fatto si trovino in una delle situazioni descritte dal 219.1.

La legge prevede come durata minima del ricovero in una casa di cura e di custodia: un anno, quando

la pena stabilita dalla legge non è inferiore nel minimo a cinque anni di reclusione; tre anni, quando la

pena è quella dell’ergastolo o quella della reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni; sei mesi, se

si tratta di un altro reato punito con pena detentiva: i quest’ultimo caso il giudice può sostituire alla mi-

sura del ricovero in casa di cura e di custodia la misura della libertà vigilata.

Destinatari della casa di cura e di custodia sono anche gli ubriachi abituali e le persone dedite all’uso

di sostanze stupefacenti, condannate alla reclusione per un delitto commesso in stato di ubriachezza

o sotto l’azione di una sostanza stupefacente.

Il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, disciplinato dal 222, mira al trattamento della perico-

losità sociale ed alla cura delle infermità di chi,a vendo commesso un fatto preveduto dalla legge co-

me delitto doloso, punito in astratto con la reclusione superiore nel massimo a due anni, sia stato pro-

sciolto per vizio totale di mente determinato da infermità psichica, o per intossicazione cronica da al-

cool o da sostanze stupefacenti, o per sordomutismo: è inoltre necessario che il soggetto sia stato ri-

tenuto socialmente pericoloso.

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.222 nella parte in cui non con-

sente al giudice, nei casi ivi previsti, di adottare, in luogo del ricovero in un ospedale psichiatrico giudi-

ziario, una diversa misura di sicurezza, prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure

dell’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale.

Quanto ai destinatari dell’ospedale giudiziario, deve trattarsi di soggetti la cui capacità di intendere o di

volere era totalmente esclusa al momento della commissione del fatto.

Il dolo che deve sorreggere la realizzazione del fatto compiuto dal soggetto verso cui la misura si indi-

rizza, ha una struttura coincidente con quella del dolo dell’imputabile.

L’ospedale psichiatrico giudiziario. non s’applica quando sia stato commesso un fatto preveduto dalla

legge come delitto doloso punito con la reclusione non superiore nel massimo a 2 anni o punito con la

sola pena della multa, od un fatto preveduto dalla legge come delitto colposo o come contravvenzio-

ne.

Quanto alla pericolosità sociale dell’infermo di mente e degli altri soggetti nei cui confronti può essere

applicata questa misura di sicurezza, il legislatore ha richiesto per tutte le misure di sicurezza

l’accertamento dell’esistenza e della persistenza nel caso concreto della probabilità che il soggetto

commetta nuovi reati.

La durata minima del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario è di regola pari a due anni: è di cin-

que anni, se si tratta di delitto doloso punito con la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni; è

di dieci anni, nel caso di fatti delittuosi puniti con la pena dell’ergastolo.

Il ricovero dei minori in un riformatorio giudiziario s’è rivelato del tutto incapace di educare il minore; la

misura si esegue ora attraverso l’affidamento coattivo del minore ad una comunità educativa; al mino-

re possono essere imposte prescrizioni inerenti allo studio, al lavoro o ad altre attività utili per la sua

rieducazione.

Destinatari di questa misura sono, in quanto riconosciuti in concreto pericolosi, i minori degli anni 14

(ex lege non imputabili, 97) ed i minori degli anni 18 ritenuti dal giudice non imputabili ex 98; i minori

d’età compresa fra i 14 ed i 18 anni, riconosciuti imputabili al giudice e condannati a pena diminuita ai

sensi del 98.1 pt. II; i minori degli anni 18 dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

La misura di sicurezza del riformatorio giudiziario è applicata soltanto in relazione ad una ristrettissima

gamma di gravi delitti dolosi, altrimenti nei confronti del minore ritenuto socialmente pericoloso è ap-

plicabile la misura di sicurezza non detentiva della libertà vigilata.

La riforma del 1988 opera una ridefinizione della pericolosità sociale del minore, imponendo al giudice

di ritenere sussistente la pericolosità sociale del minore solo quando, per le specifiche modalità e cir-

costanze del fatto e per la personalità dell’imputato, sussiste il concreto pericolo che questi commetta

delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro la sicurezza collettiva o

l’ordine costituzionale ovvero gravi delitti di criminalità organizzata.

La durata minima della misura di sicurezza del riformatorio giudiziario è pari ad un anno.

La libertà vigilata è una misura di sicurezza personale non detentiva che comporta sia l’imposizione di

una serie di prescrizioni limitative della libertà personale (es.: il divieto di trasferire la propria residenza

o dimora in un comune diverso senza autorizzazione del magistrato di sorveglianza), sul cui rispetto

vigila l’autorità di pubblica sicurezza, sia interventi di sostegno e d’assistenza affidati al servizio socia-

le.

Il codice penale distingue tra casi in cui può essere ordinata la libertà vigilata ed i casi in cui essa deve

essere ordinata, richiedendo solo nei primi l’accertamento in concreto della pericolosità sociale del

soggetto, che oggi però va accertato anche nelle ipotesi di cui al 230.

Accanto ai condannati alla reclusione la legge individua una vasta gamma di ulteriori potenziali desti-

natari della libertà vigilata (come l’autore di uno dei quasi reati).

La durata minima della misura è di regola di un anno.

In caso di violazione degli obblighi inerenti alla libertà vigilata, il 231.1 prevede che il giudice possa

aggiungere alla libertà vigilata la misura di sicurezza patrimoniale della cauzione di buona condotta.

Se la violazione è particolarmente grave o ripetuta, o non venga prestata la cauzione, il giudice può

sostituire la libertà vigilata con l’assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro o, se si

tratta di minori, il ricovero in un riformatorio giudiziario (231.2).

Il divieto di soggiorno in uno o più comuni o in una o più province è una misura di sicurezza personale

non detentiva, per “soggiornare” s’intende il fermarsi o trattenersi in quei luoghi anche per un brevis-

simo lasso di tempo ed anche occasionalmente.

Destinatari sono i condannati per alcune categorie di delitti tassativamente indicati dalla legge contro

la personalità dello stato o l’ordine pubblico, od occasionati da particolari condizioni sociali o morali e-

sistenti in un determinato luogo.

La misura può essere applicata qualunque sia l’entità della pena inflitta ed ha durata minima d’un an-

no.

Il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcooliche vieta il recarsi sistematicamen-

te, e non solo sporadicamente, in quei luoghi; destinatario di questa misura, se ritenuto socialmente

pericoloso, è chi venga condannato per un reato commesso in stato d’ubriachezza, ove si tratti

d’ubriachezza abituale.

La durata minima della misura è di un anno.

L’espulsione dello straniero dallo Stato avviene, di regola, con l’accompagnamento alla frontiera, una

volta che sia stata eseguita la pena detentiva; la misura è prevista anche in forma di misura ammini-

strativa, disposta dal Ministro dell’Interno o dal Prefetto.

La misura è applicabile, accertata la pericolosità sociale del soggetto, quando lo straniero sia condan-

nato alla reclusione per un tempo non inferiore a dieci anni o condannato per un delitto in materia di

sostanze stupefacenti.

Destinatari sono gli straneri, e la relativa definizione si ricava a contrario dalla definizione di cittadino

dettata dal 4: non può dunque trattarsi di un apolide residente nello Stato, né di un italiano non appar-

tenente alla Repubblica, né di chi, avendo perduto la cittadinanza italiana, venga ancora considerato

cittadino ai fini dei delitti contro la personalità dello Stato.

La misura non ha carattere temporaneo.

La trasgressione all’ordine di espulsione configura un autonomo reato contravvenzionale, punito con

l’arresto da due a sei mesi: scontata la pena, lo straniero verrà nuovamente espulso dallo Stato.

Le misure di sicurezza patrimoniali si caratterizzano per la loro incidenza sul patrimonio; il codice pe-

nale prevede la cauzione di buona condotta e la confisca.

Tratti in comune con le misure di sicurezza personali: sono sottoposte al principio di legalità, sono re-

golate dalla legge in vigore al tempo della loro applicazione, sono applicabili ai fatti commessi

all’estero alle condizioni di cui al 201.1, sono ordinate dal giudice di cognizione nella sentenza di con-

danna o di proscioglimento e possono essere disposte successivamente nei casi stabiliti dalla legge.

La cauzione di buona condotta si esegue mediante il deposito d’una somma di denaro presso la Cas-

sa delle ammende, o mediante la prestazione di una garanzia ipotecaria o di una fideiussione solidale

avente ad oggetto una somma equivalente.

La somma di denaro dev’essere restituita, l’ipoteca cancellata e la fideiussione s’estingue se, durante

l’esecuzione della misura di sicurezza, il soggetto non commette delitto alcuno, né contravvenzioni

punite con l’arresto, in caso contrario la somma è incamerata dallo Stato.

Destinatari di questa misura sono coloro che, assegnati ad una colonia agricola o casa di lavoro, ven-

gano dimessi da tale istituto; coloro che, sottoposti alla libertà vigilata, abbiano violato gli obblighi che

sono stati loro imposti; coloro che abbiano trasgredito il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci

di bevande alcooliche; coloro che abbiano riportato condanna per esercizio di gioco d’azzardo, a con-

dizione che si tratti di contravventore abituale o professionale.

La durata minima è di un anno, quella massima di cinque anni; se non viene depositata la somma, o

prestate le garanzie, il giudice sostituisce alla cauzione la libertà vigilata.

La confisca consiste nell’espropriazione ad opera dello Stato di cose attinenti ad un reato o di per sé

criminose; presupposto della confisca è la pericolosità della cosa, da intendersi come probabilità che,

ove lasciata nella disponibilità del reo, la cosa costituisca per lui un incentivo alla commissione di ulte-

riori illeciti.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di Diritto Penale, Marinucci, Dolcini. Gli argomenti trattati sono: le tre teorie della pena (teoria retributiva, teoria specialpreventiva, teoria generalpreventiva, il principio di sussidiarietà, il principio di colpevolezza, il principio di proporzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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