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quanto consiste nel fatto di impossessarsi, nel secondo invece l’agente ha già il possesso

consistendo nell’assunzione di poteri riservati al proprietario.

La nozione di possesso è vista in modo diverso da due correnti di pensiero: la corrente privatistica

sostiene che il possesso nel diritto penale coincide con quello del codice civile; la corrente

autonomista invece ritiene che il possesso nel diritto penale abbia una portata particolare.

Per l’esistenza del possesso occorrono 2 elementi:

- POTERE DI FATTO

- ANIMUS: animo di comportarsi come titolari del diritto reale sulla cosa

La presenza dell’animus è determinante perché colui che esercita solo un potere di fatto senza avere

l’animus è un semplice detentore.

Se dovessimo applicare la teoria della corrente privatistica dovremmo considerare come detentori (e

non possessori) soggetti come il locatario o il depositario che esplicano il potere di fatto sulla cosa

senza l’animus, cosicché mancando in essi un possesso potrebbero incorrere solo nel reato di furto e

non per il reato di appropriazione indebita (per il quale è necessario il possesso dell’agente); ma tale

conclusione contrasta con le applicazioni che giurisprudenza e dottrina fanno, secondo le quali in

tali casi di deve parlare di appropriazione indebita e non di furto!

E’ evidente che la nozione di possesso nel diritto penale ha una portata diversa da quella del

possesso nel diritto privato: Nel diritto penale il possesso ha portata più ampia e comprende

tutti i casi in cui il potere di fatto sulla cosa di esercita in modo autonomo e cioè fuori dalla

sorveglianza della persona che su di essa abbia un potere giuridico maggiore.

Di conseguenza la detenzione nel diritto penale si riduce alle ipotesi in cui il potere di fatto

sulla cosa si esplica entro la sfera di sorveglianza del possessore.

L’animus che sorregge il possessore inoltre non è quello di comportarsi come titolare del diritto

reale sulla cosa come nel diritto privato, ma è semplicemente l’animo di tenere la cosa presso di

sé.

1) FURTO

Il furto, consiste nel togliere ad altri una cosa mobile ed impossessarsene, così l’ ART 624 cp

“Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene al fine di trarne

profitto per sé o per altri…”. Scopo della norma incriminatrice è la tutela del possesso, soggetto

passivo è il possessore.

La “cosa” oggetto materiale del furto può avere valore economico oppure anche solo un valore

affettivo, purché sia mobile e altrui.

L’azione nel furto consiste nell’impossessamento, purché senza uso di violenza o minaccia

altrimenti il fatto non è più furto ma rapina. Nella disposizione oltre che di impossessamento si

parla di sottrazione:

- SOTTRAZIONE è la privazione dell’altrui possesso, quindi presupposto del furto è la

mancanza di possesso da parte dell’agente.

- IMPOSSESSAMENTO: se possesso è disponibilità autonoma della cosa,

l’impossessamento consisterà nell’ottenere tale disponibilità, ma non basta la sottrazione di

essa per ottenere il possesso, occorre che l’agente acquisti un potere autonomo sulla cosa.

Per aversi dolo nel furto è necessaria la coscienza e volontà nell’impossessarsi di una cosa altrui. La

finalità del profitto (che può avere natura economica o morale) lo qualifica come dolo specifico ma

non è necessario il suo effettivo conseguimento per la consumazione del reato stesso.

L’agente inoltre deve rappresentarsi l’altruità della cosa, nel caso di errore su tale elemento valgono

le regole dell’art 47 III co cp.

Per il furto sono previste una serie di circostanze aggravanti speciali, che non escludono

l’applicazione di quelle comuni (artt 61 e 112):

- Se l’agente per commettere il fatto si introduce o trattiene in un edificio o abitazione

- Se l’agente usa violenza sulle cose o usa un mezzo fraudolento

- Se l’agente porta in dosso armi o narcotici, senza farne uso (altrimenti sarebbe rapina o

estorsione)

- Se il fatto è commesso con destrezza

2) APPROPRIAZIONE INDEBITA

ART 646 cp “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria di denaro o

cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo il possesso…”

Emergono le differenze con il furto: in questo infatti l’agente non è possessore ma tutt’al più

detentore e mira a procurarsi il possesso della cosa; nell’appropriazione indebita invece l’agente ha

già il possesso della cosa e abusa di questa posizione disponendone come fosse proprietario di essa.

Come nel furto oggetto materiale è una cosa mobile altrui, con la specificazione del denaro in

quanto si vuole disapplicare il principio civilistico secondo cui le cose fungibili diventano di

proprietà della persona a cui vengono consegnate.

E’ necessario che il possessore non sia anche proprietario e che non sia semplice detentore, nel

primo caso non potrebbe il proprietario appropriarsi indebitamente di una cosa sua; nel secondo

caso invece non sarebbe appropriazione indebita ma furto.

L’azione consiste nell’APPROPRIARSI, e deve essere intesa come “comportarsi come se la cosa

fosse propria”, cioè compiere su essa atti di disposizione a cui il possessore non è autorizzato, tale

momento segna la consumazione del reato.

Si ha dolo quando l’agente di rappresenta il possesso e l’altruità della cosa, e non rileva la sua

intenzione a volerla restituire; se però si tratta di denaro e l’agente è convinto di poterlo restituire

subito in quanto dispone dell’equivalente, non si parla di appropriazione indebita.

Per tale reato è prevista un’aggravante speciale nel caso venga commesso su cose possedute a titolo

di deposito necessario, vale a dire il deposito costituito a causa di necessità, senza scelta.

3) TRUFFA

ART 640 cp “Chiunque con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un

ingiusto profitto con altrui danno…”

Nucleo essenziale è l’inganno col quale viene indotta una persona a compiere atti di disposizione

del suo patrimonio con profitto dell’agente o di altri; questo consenso della vittima ottenuto

fraudolentemente distingue la truffa dal furto e dall’appropriazione indebita, nei quali la vittima è

dissenziente. La truffa ha molti punti comuni con l’estorsione, ma mentre nella prima la volontà

della vittima è viziata dall’errore, nella seconda è viziata dalla violenza o minaccia.

Scopo della norma è la tutela del patrimonio ma anche della libertà del consenso.

Elementi oggettivi della truffa:

- Artifizi o raggiri: l’artifizio è una trasfigurazione del vero, il raggiro è un avvolgimento

ingegnoso di parole atto a convincere; entrambi sono espressione di astuzia.

- Errore che conduce a una disposizione patrimoniale: l’agente deve aver ingannato la

vittima inducendolo in errore o anche approfittato del fatto che la vittima fosse già in errore.

Tale errore deve aver indotto poi la vittima a compiere atti di disposizione patrimoniale.

- Danno e profitto: la disposizione patrimoniale deve aver cagionato un danno al patrimonio

stesso cosicché la vittima è anche artefice materiale del danno stesso. Al nocumento deve

corrispondere un ingiusto profitto per l’agente o per altri; il suo conseguimento segna la

consumazione del reato.


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AUTORE

flaviael

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trapani Mario.

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