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Capitolo VII Reati contro l’ordine pubblico

167) Generalità - Il titolo V del libro II del codice contiene i delitti contro l’ordine pubblico. Per ordine pubblico deve

intendersi il regolare andamento della vita sociale e l’armonica coesistenza dei cittadini sotto la sovranità dello stato e

del diritto e quindi un sinonimo di pace pubblica cui corrisponde nei cittadini il senso della tranquillità e della sicurezza.

E’ ovvio che tutti i reati in qualche modo conducono ad un turbamento dell’ordine pubblico ma in questi reati di cui ci

occupiamo l’offesa all’ordine pubblico non è mediata ma diretta in quanto non riguarda un particolare aspetto dell’ordine

stesso 8es. incolumità pubblica, fede pubblica) la l’ordine in sé e quindi in tali reati è difficile riscontrare un pregiudizio

diverso dal turbamento della pace pubblica. Il più delle volte i reati contro l’ordine pubblico costituiscono una minaccia di

futuri reati.

168) Pubblica istigazione a violare le leggi. – In questa categoria raggruppiamo le quattro figure criminose previste dagli

articoli 414 e 415. Carattere comune a queste fattispecie è la pubblicità del comportamento e quindi il fatto deve essere

commesso : a) per mezzo della stampa o altro mezzo di propaganda o b) in luogo aperto al pubblico in presenza di più

persone. La pubblicità costituisce elemento essenziale di questi reati e quindi per la sussistenza del dolo il soggetto,

oltre alla volontà dell’azione, deve avere la consapevolezza di agire in presenza di quelle condizioni da cui dipende la

pubblicità del suo comportamento (es. manca il dolo se qualcuno per esercitarsi all’oratoria fa un discorso incendiario in

un luogo aperto al pubblico pensando di essere solo mentre vi sono persone che lo ascoltano).

1) Istigazione a delinquere – Il primo comma dell’art. 414 punisce chi, per il solo fatto dell’istigazione, pubblicamente

istiga qualcuno a commettere uno o più reati. Tale norma costituisce una deroga al principio generale (art. 115 cp) per

cui l’istigazione a commettere un reato non è punibile se non sia seguita dalla commissione del reato stesso.

L’eccezione si spiega con la minaccia all’ordine pubblico derivante dalla pubblicità del fatto. Il codice distingue, ai fini

della pena, l’istigazione a commettere delitti dall’istigazione a commettere contravvenzioni. L’istigazione implica una

azione sulla psiche di altre persone per spronarle a commettere determinati fatti e la norma non richiede che essa sia

diretta alla folla essendo sufficiente che il fatto sia commesso alla presenza di due o più persone anche se l’istigazione è

rivolta ad una persona sola. Oggetto dell’istigazione deve essere la commissione di uno o più reati, delitti o

contravvenzioni, ma è necessario che si tratti di reati determinati in quanto l’istigazione a commettere reati in genere non

configura la fattispecie in esame ma realizza il reato di cui all’articolo successivo (istigazione a disobbedire alla legge). Ai

fini della consumazione è sufficiente il fatto dell’istigazione in pubblico e quindi si prescinde dal fatto se il reato sia

commesso o meno e quindi se l’istigazione è accolta e il reato viene realizzato l’istigatore risponderà anche di

quest’ultimo reato in qualità di concorrente (sempre che la sua azione abbia recato un contributo causale al verificarsi

del fatto). Il dolo consiste nella volontà di istigare alla commissione di uno o più reati determinati accompagnata dalla

consapevolezza dell’effetto di istigazione e da quella di agire pubblicamente visto che come si è detto la pubblicità è

elemento essenziale del fatto e non condizione di punibilità. Il delitto in esame ha carattere generico e quindi

configurabile solo quando il fatto non sia incriminato da altra norma penale (es. istigazione a commettere reati di

genocidio).

2) Apologia di delitti Il terzo comma dell’art. 414 punisce chiunque pubblicamente fa apologia di uno o più delitti.

L’apologia è una manifestazione di pensiero che consiste nelle’esaltare un fatto o il suo autore con l’intento di

propaganda e quindi allo scopo di spronare gli altri all’imitazione. In sostanza si tratta di una forma di istigazione indiretta

che si concreta nell’esaltazione di una attività delittuosa capace di far sorgere il pericolo di ulteriori reati e di turbare

l’ordine pubblico. Oggetto dell’apologia devono essere uno o più delitti (e quindi le contravvenzioni non sono considerate

dalla norma). Per i modi di esecuzione, il momento consumativo e il dolo vale quanto detto per l’istigazione a delinquere.

3) Istigazione o apologia ai delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità - Il quarto comma dell’art. 414 prevede che se

l’istigazione o l’apologia di cui ai commi precedenti riguarda delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la pena è

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aumentata della metà. Tale creazione di una circostanza aggravante ad effetto speciale si inserisce nelle innovazioni del

cosiddetto decreto Pisanu finalizzata a rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto al terrorismo internazionale.

4) istigazione a disobbedire alle leggi – L’art. 415 punisce chi istiga pubblicamente alla disobbedienza delle leggi di

ordine pubblico. L’incriminazione non mira a prevenire la commissione di determinati reati ma mira invece ad evitare

pericolosi stati d’animo che anche se non portano a delinquere costituiscono un turbamento delle condizioni necessarie

per il mantenimento dell’ordine pubblico. Per leggi di ordine pubblico non devono intendersi le sole leggi penali ma tutte

le norme giuridiche per le quali non è riconosciuta alla volontà dei singoli potestà dispositiva o derogatoria. Se la

disobbedienza riguarda invece un determinato reato previsto da una norma penale per il principio di specialità si applica

la norma che prevede l’istigazione a delinquere. Per quanto riguarda i modi di esecuzione, la consumazione e il dolo

vale quanto detto per l’istigazione a delinquere non essendoci tra i due reati altra differenza che l’oggetto dell’istigazione.

5) Istigazione all’odio tra le classi sociali - Sempre l’art. 415 punisce la pubblica istigazione all’odio tra le classi sociali.

Perché sussista il reato non occorre che il colpevole aizzi una classe contro l’altra né che spinga ad odiare una intera

classe ma è sufficiente che susciti o rafforzi l’odio delle persone cui si rivolge contro individui appartenenti a classi sociali

diverse. Anche in questo caso vale quanto detto per le altre figure criminose analizzate in precedenza.

169) Associazione per delinquere - L’art. 416 punisce il fatto di più persone che si associano per commettere una serie

indeterminata di delitti. L’art. 418 incrimina come reato a sé stante il prestare assistenza agli associati per delinquere.

1) Associazione per delinquere – Per l’art. 416 tale delitto si verifica quando tre o più persone si associano allo scopo di

commettere più delitti. Il codice quindi punisce di per sé il fatto di partecipare all’associazione ed è quindi evidente che

anche in questo caso si ha una deroga all’art. 115 cp giustificata dal fatto che l’esistenza di una associazione per

delinquere di per sé suscita allarme nella popolazione e quindi, indipendentemente dai delitti che possono essere

commessi, costituisce turbamento all’ordine pubblico. Associazione non equivale ad accordo in quanto perché ci sia

associazione è necessario un minimo di organizzazione a carattere stabile anche se non è necessaria una distribuzione

gerarchica delle funzioni. Obiettivo dell’associazione deve essere la commissione di più delitti (e quindi non

contravvenzioni) e quindi si esige che l’associazione abbia come scopo l’attuazione di un programma di delinquenza e

quindi l’esecuzione di una serie indeterminata di delitti. Associarsi per commettere un solo delitto quindi non integra la

fattispecie in esame. L’associazione a delinquere differisce dal concorso di persone nel reato in quanto in quest’ultimo

caso l’accordo tra le persone è circoscritto ad uno o più reati, commessi i quali l’accordo si esaurisce e viene meno il

pericolo per la comunità mentre nell’associazione per delinquere il vincolo permane anche dopo la commissione di pià

reati e quindi persiste il pericolo per l’ordine pubblico che è caratteristica essenziale del reato. Per la configurabilità del

delitto in esame è necessaria la partecipazione di almeno tre persone e il codice distingue, ai fini della pena, i semplici

associati dai promotori, costitutori, organizzatori e capi. Il delitto si perfeziona non appena l’associazione si costituisce

indipendentemente dal fatto se i reati siano commessi o meno. E’ il solo fatto dell’associazione che integra il delitto e

quindi se i partecipanti commettono uno o più reati che formano oggetto dell’associazione ne rispondono

individualmente in concorso con il reato di cui ci stiamo occupando. Trattandosi di un reato permanente la

consumazione si protrae fino alla cessazione dello stato antigiuridico e quindi fino allo scioglimento dell’associazione. Il

dolo consiste nella volontà di entrare a far parte di una associazione allo scopo di commettere delitti e sapendo che in

essa vi sono almeno altre due persone che si propongono lo stesso fine. Si tratta quindi di dolo specifico. Come

l’istigazione a delinquere il delitto in esame ha carattere generico e quindi non si applica quando il fatto di associazione

per delinquere è previsto in modo specifico da altra norma penale. Sono previste due circostanze aggravanti speciali.

La prima si ha quando gli associati percorrono armati le campagne o le pubbliche vie (brigantaggio). Per la

configurazione di tale aggravante non è necessario che vengano attuati programmi di delinquenza ma basta che uno o

più degli associati percorrano armati le pubbliche vie ( e tale aggravante viene applicata a tutti i partecipanti

all’associazione). La seconda aggravante si ha invece quando il numero dei partecipanti è di 10 o più (nel computo

devono essere compresi anche gli incapaci penalmente e quindi non imputabili per minore età o per infermità di mente).

Alla condanna per delitto di associazione per delinquere segue obbligatoriamente l’applicazione di una misura di

sicurezza, generalmente la libertà vigilata a meno che non sia applicabile una misura più grave.

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2) Assistenza agli associati – L’art. 418 punisce come delitto autonomo il fatto di chi, al di fuori dei casi di concorso nel

reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce il vitto, ospitalità, mezzi di trasporto o strumenti di comunicazione a

qualcuna delle persone che partecipano all’associazione. E’ evidente che l’assistenza non deve essere tale da

costituire concorso nell’associazione e quindi non deve andare a favore dell’intera associazione ma deve andare a

favore di singoli membri senza che l’associazione se ne avvantaggi in modo rilevante. E’ evidente anche che non deve

trattarsi di favoreggiamento e quindi di un aiuto prestato dopo l’esaurimento dell’attività criminosa dell’associazione per

eludere le investigazioni o sottrarsi alle ricerche dell’autorità. L’aiuto ai singoli membri quindi per configurare tale figura

criminosa deve consistere nel procurare asilo, ricovero o vitto, ospitalità o mezzi di trasporto. Se l’assistenza è prestata

continuativamente il delitto è aggravato e tale previsione mal si concilia con la ratio della norma che prevede che l’aiuto

abbia carattere occasionale. L’ultimo comma dell’art. prevede una causa speciale di esclusione della pena disponendo

che non è punibile che commette il fatto a favore di un prossimo congiunto.

170) Associazione di tipo mafioso – L’art. 416 bis (introdotto nel 1982) incrimina chiunque fa parte di una associazione di

tipo mafioso formata da tre o più persone. La norma chiarisce che i connotati di tale associazione sono: la particolare

forza intimidatrice del vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, fattori di cui si

avvalgono i componenti per commettere delitti ma anche per acquisire il controllo di attività economiche o per realizzare

profitti o vantaggi ingiusti per sé ed altri o al fine di impedire o ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a

sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Di particolare rilievo sono gli effetti della condanna che importa

sempre la confisca delle cose che servirono a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto o il

profitto o ne costituiscono l’impiego. Questo delitto presenta notevoli affinità con quello di associazione per delinquere di

cui all’art. 416 in quanto identica è la ratio, uguale il numero minimo di associati, analogo l’aumento della pena per capi

e organizzatori anche se tutte le sanzioni sono accresciute. Come per l’associazione per delinquere il reato in questione

ha natura permanente perché vi è uno stabile vincolo associativo ma a differenza del primo viene meno l’indispensabilità

della prova di realizzare più o specifici delitti, cosa che in passato aveva reso poco agevole ricondurre le associazioni

mafiose agli schemi dell’art. 416. Per l’esistenza del reato non è sufficiente l’accordo in quanto occorre una struttura

organizzativa che però l’articolo in esame non definisce, probabilmente per il fatto che le organizzazioni mafiose hanno

caratteri complessi cosa che ha portato a porre l'’attenzione sulle manifestazioni esterne e sul modus operandi piuttosto

che sulla natura interna di tali organizzazioni. Ciò però ha anche condotto a notevoli difficoltà di accertamento mettendo

in luce come la risposta dell’ordinamento al fenomeno mafioso sia ancora allo stato attuale del tutto inadeguata.

Rispetto all’associazione per delinquere l’associazione di tipo mafioso presenta la figura, abbastanza controversa, del

concorrente esterno. Un primo punto fermo per chiarire la figura era stato offerto dalla sentenza Demitry delle Sezioni

Unite che aveva chiarito la differenza di ruoli tra chi partecipa all’associazione e chi ne è concorrente esterno. Il primo è

colui che fornisce apporto continuativo all’associazione agendo nella vita quotidiana e corrente dell’associazione esterna

mentre il secondo è colui che non vuole far parte dell’associazione ma al quale essa si rivolge per colmare temporanei

vuoti in un certo ruolo o quando l’associazione attraversa una fase patologica che per essere superata esige l’apporto

temporaneo di un esterno. Si deduceva pertanto che solo chi era in grado di fornire un contributo causalmente idoneo a

consentire all’associazione di colmare eventuali vuoti in un ruolo in periodi di emergenza poteva porre in essere una

condotta penalmente rilevante. Tuttavia tale sentenza lasciava in parte irrisolto il problema della necessità dell’apporto

dell’esterno come condotta effettivamente idonea a rafforzare l’associazione e l’effettivo verificarsi del rafforzamento

dell’associazione stessa. Per colmare tale lacuna la giurisprudenza aveva proposto l’utilizzazione di un criterio di tipo

prognostico secondo il quale fornisce un apporto causalmente efficiente alla realizzazione del reato chi pone in essere

una condotta che appaia ex ante idonea a facilitare la commissione del reato stesso aumentandone la probabilità.

Tuttavia tale criterio era criticato dalla dottrina in quanto accusato di trasformare l’istituto del concorso di persone in una

fattispecie a consumazione anticipata sanzionando il mero pericolo per l’ordine pubblico riconducendo peraltro l’istituto

in esame alla categoria del concorso morale. Successivamente la sentenza Carnevale delle Sezioni Unite ha stabilito

che concorrente esterno è colui che non è stabilmente inserito nell’organizzazione ma fornisce un contributo concreto,

specifico e volontario a carattere occasionale o continuativo. Tale contributo deve avere una effettiva rilevanza causale

ai fini del rafforzamento e della conservazione dell’associazione e l’agente deve rappresentarsi, come dolo diretto,

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l’utilità per la realizzazione del programma criminoso. L’idoneità del contributo del concorrente doveva essere valutata

sulla base di un giudizio effettuato ex ante. Se la sentenza Carnevale ha avuto il merito di riconoscere in via definitiva il

contributo del concorrente esterno è stata comunque sottoposta alla critica circa la difficoltà di individuare in concreto

l’apporto minimo del concorrente soprattutto nella ipotesi di evidente sproporzione tra l’apporto del concorrente

(soprattutto in caso di concorso morale) e l’evento ad esso correlato. Allo scopo di eliminare queste incertezze è

intervenuta la sentenza Mannino delle Sezioni Unite il cui merito è stato di definire i contorni del contributo del

concorrente, definito ora come colui che fornisce un apporto che abbia avuto reale efficienza causale che sia stato

condizione necessaria per la realizzazione del fatto criminoso collettivo e per la produzione dell’evento lesivo al bene

giuridico protetto. La rilevanza del contributo del concorrente esterno quindi non è più valutata ex ante e quindi

considerata idonea in astratto ad aumentare il rischio di realizzazione del reato ma in base ad un giudizio ex post e

quindi sulla verifica se, eliminata quella particolare condotta, l’evento si sarebbe ugualmente prodotto. Tale approccio

ha quindi consentito di escludere quei contributi dei concorrenti che si siano dimostrato controproducenti o comunque

ininfluenti ai fini della verificazione del reato e quindi ha stabilito la necessità di una verifica ex post della effettiva

incidenza del contributo al mantenimento in vita o al rafforzamento dell’associazione. Il delitto ha carattere permanente

e quindi si consuma con l’ingresso dell’associazione e la consumazione si protrae finche non interviene lo scioglimento o

l’abbandono da parte del soggetto. Il dolo consiste nella volontà di essere associato e nella coscienza delle finalità

dell’associazione. Costituiscono aggravanti speciali l’aver promosso, diretto o organizzato l’associazione, la disponibilità

di armi o materie esplodenti e il finanziamento di attività economiche con il prezzo, il prodotto o il profitto dei delitti.

171) Scambio elettorale politico-mafioso – L’art. 416 ter (introdotto nel 1992) chiarisce che la pena stabilita nell’art. 416

bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dall’articolo stesso in cambio di denaro. Abbiamo visto che

tra le finalità dell’associazione mafiosa c’è anche quella di impedire o ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare

voti a sé o ad altri. Peraltro la sanzione a questo tipo di comportamento era comunque subordinata all’appartenenza

all’associazione mafiosa. Con l’art. 416 ter invece è stato creato un nuovo reato volto a perseguire chi, pur al di fuori

dell’organizzazione, compra la promessa di voto erogando denaro. Tuttavia l’art. 416 ter si richiama espressamente alla

promessa di voti prevista dall’art. 416 bis e pertanto in tal modo esige, se non la partecipazione all’associazione,

comunque un collegamento con essa e con i metodi mafiosi e quindi occorre che l’acquisto di voti sia accompagnato

dalla forza persuasiva di chi acquista e dalla condizione di assoggettamento in ambiente di omertà di chi riceve il

denaro che è tipica degli ambienti dove le associazioni mafiose esercitano il loro potere. Il delitto si consuma con la

promessa indipendentemente dalla effettiva prestazione del voto. Se il soggetto attivo è un associato il reato in esame

concorre con quello associativo di cui all’art. 416 bis. Il dolo richiede la volontà di richiedere la promessa e di ottenerla

con la coscienza della condizioni ambientali in cui essa viene prestata. Non è invece contemplata sanzione per chi

promette in quanto la legge suppone che egli, pur ricevendo denaro, agisca per effetto di una situazione di

assoggettamento e quindi in sostanza resti una vittima anche se viene pagato.

172) Devastazione e saccheggio – L’art. 419 punisce chiunque fuori dai casi previsti dall’art. 285 commette fatti di

devastazione o di saccheggio. La norma ha quindi carattere sussidiario in quanto può essere applicata solo se i fatti non

sono commessi allo scopo di attentare alla sicurezza dello stato (art. 285). Devastare significa danneggiare mentre

saccheggiare significa depredare e sottrarre ma per la configurazione dei rispettivi reati è necessario che il

danneggiamento o la sottrazione oltre a ledere interessi privati patrimoniali offendano l’ordine pubblico determinando

cioè un turbamento della sicurezza e tranquillità dei cittadini. Questo risultato che distingue i reati in esame dal

danneggiamento e dal furto si ha quando per le circostanze di tempo e di luogo in cui si svolge il fatto (normalmente in

occasione di calamità pubbliche) si determina nell’ambiente un particolare allarme sociale. A tale scopo non basta un

solo fatto in quanto la legge parla di fatti di devastazione o saccheggio e inoltre i danni arrecati devono essere rilevanti. Il

delitto si consuma nel momento in cui i danneggiamenti e i furti assumono il profilo della devastazione e del saccheggio

ossia quando vengono a costituire una minaccia dell’ordine pubblico. Per quanto riguarda l’elemento soggettivo la

dottrina prevalente ritiene che sia sufficiente la volontà di porre in essere fatti di devastazione o saccheggio ma la corte

suprema ha talora asserito che occorre anche la previsione e la volontà di turbare l’ordine pubblico. Poiché l’art. 419

tratta devastazione e saccheggio come due fattispecie alternative e penalmente equivalenti non dovrebbe essere

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ammissibile il concorso di reati se entrambe sono realizzate in una unica azione. La continuazione del delitto è invece

configurabile quando ad es. i fatti di saccheggio o devastazione vengono compiuti in momenti diversi ma in esecuzione

ad un unico disegno criminoso (es. attuazione del piano di saccheggiare le case sinistrate durante un terremoto).

Occorre anche ritenere che restino assorbiti nel reato in questione i danneggiamenti e i furti dato che essi vi sono

contenuti non essendo concepibile un saccheggio senza furto o una devastazione senza saccheggio. Tutti gli altri reati

commessi durante la devastazione e il saccheggio concorrono invece con il delitto in esame.

173) Pubblica intimidazione – Sono le due ipotesi previste dagli art. 420 e 421

1) Attentato ad impianti di pubblica utilità- L’art. 420 punisce chiunque commette un fatto diretto a danneggiare o

distruggere impianti di pubblica utilità, nonché chi commette un fatto diretto a distruggere sistemi telematici o informatici

di pubblica utilità o i programmi in essi contenuti. Il reato si consuma con il solo fatto di porre in essere l’azione volta al

danneggiamento o alla distruzione. L’esigenza di distinguere il reato in esame da quello di danneggiamento induce a

ritenere che non basta per il dolo la volontà di danneggiare o distruggere ma che occorra anche la coscienza di porre in

essere un fatto capace di porre in pericolo l’ordine pubblico.

2) Pubblica intimidazione tramite minaccia. L’art. 421 punisce chiunque minaccia di commettere delitti contro la pubblica

incolumità o fatti di devastazione o saccheggio in modo da incutere pubblico timore. A differenza dal reato precedente

questo reato si concreta con la semplice minaccia, minaccia che deve avere per oggetto uno dei delitti previsti nel titolo

VI del codice (strage, incendio, disastro ferroviario,ecc) o il delitto previsto dall’art. 419 (devastazione e saccheggio).

174) Contravvenzioni concernenti l’ordine pubblico – Nel libro III del codice sono riportate varie norme contravvenzionali

dirette a rafforzare la tutela dell’ordine pubblico.

1) Formazione di corpi armati non diretti a commettere reati - L’art. 653 punisce chiunque, senza autorizzazione, forma

un corpo armato non diretto a commettere reati. La formazione del corpo deve quindi avvenire senza l’autorizzazione

dell’autorità di PS e inoltre non deve essere diretto a commettere reati altrimenti sarebbero applicabili gli art. 416(

associazione per delinquere) o 306 (banda armata).

2) Grida e manifestazioni sediziose – Tale contravvenzione prevista dall’art. 654 è stata trasformata in illecito

amministrativo e punisce chiunque in una riunione non privata o in luogo pubblico o aperto al pubblico compie

manifestazioni o emette grida sediziose qualora il fatto non costituisca reato. Per qualificare come sediziose grida o

manifestazioni (es. scritte sui muri) è necessario un comportamento che offenda la pubblica autorità o crei un pericolo

per l’ordine pubblico (es. alcune manifestazioni negli stadi in occasione di partite di calcio).

3) Radunata sediziosa . L’art. 655 punisce chi fa parte di una radunata sediziosa di dieci o più persone. Affinchè la

radunata sia sediziosa occorre che rappresenti un pericolo per l’ordine pubblico e di tale carattere si devono rendere

conto i partecipanti per cui non incorre nella contravvenzione chi si avvicina alla folla per curiosità.

4) Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico . L’art. 656 punisce

chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico

sempre che il fatto non costituisca reato.

5) Grida o notizie atte a turbare la tranquillità pubblica o privata – L’art. 657 (ora abrogato) puniva colui che allo scopo di

smerciare o distribuire scritti o disegni in luogo pubblico o aperto al pubblico annunciava o gridava notizie dalle quali

potesse essere turbata la tranquillità pubblica o privata.

6) Procurato allarme presso l’autorità – L’art. 458 punisce chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti,

suscita allarme presso l’autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio (es. chiamata ai pompieri

con il falso annuncio di un incendio).

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7) Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone . L’art. 659 punisce a) chi mediante schiamazzi o rumori, o

abusando di strumenti sonori o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone b) il

caso di chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni di legge o le prescrizioni dell’autorità.

8) Molestia o disturbo alle persone . L’art. 660 punisce chi in un luogo pubblico o aperto al pubblico o tramite telefono,

per petulanza o altro motivo biasimevole, reca a taluno molestia o disturbo. (es. importunare una donna con eccessive

proposte amorose, chiamare qualcuno senza scopo al telefono o al citofono specialmente in ore notturne). Per la

sussistenza della contravvenzione occorre il dolo in quanto il fatto deve essere commesso per petulanza (e quindi con

arroganza o sfacciataggine) o per altro motivo biasimevole (es. per fare dispetto).

9) Abuso della credulità popolare – L’art. 661 punisce chi pubblicamente cerca con qualsiasi impostura, anche

gratuitamente, di abusare della credulità popolare se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico. Rientra

nella previsione l’attività dei maghi, streghe e veggenti. Il fatto deve essere commesso pubblicamente e deve poter

determinare un turbamento dell’ordine pubblico anche se non è necessario che l’ordine pubblico sia effettivamente

turbato. La contravvenzione come la precedente esige il dolo.

Parte III Reati contro lo stato

Capitolo I – Reati contro la pubblica amministrazione

Sezione I .- I reati contro la pubblica amministrazione in generale

175) Contenuto della classe – Il titolo II del secondo libro del codice contempla i delitti contro la pubblica

amministrazione, intendendosi con questo termine tutta l’attività dello stato e degli enti pubblici e quindi non solo l’attività

amministrativa in senso stretto ma anche quella legislativa e giudiziaria. I delitti in esame sono distinti nel codice in due

classi: i delitti dei pubblici ufficiali contro la p.a. e i delitti dei privati contro la p.a. Occorre dire che nella prima classe

rientrano anche i delitti commessi da incaricati di pubblico servizio o dagli esercenti un servizio di pubblica necessità. La

distinzione tra le due classi sta nel fatto che nella prima l’offesa implica una violazione di doveri funzionali da parte di

persone che esercitano mansioni pubbliche mentre nella seconda il turbamento è arrecato da individui che sono estranei

all’attività funzionale colpita dall’azione criminosa. Si può dire che nella prima classe l’offesa agli interessi dello stato

proviene dall’interno dell’amministrazione mentre nella seconda proviene dall’esterno. Oggetto della tutela penale è

quindi il regolare funzionamento e il prestigio degli enti pubblici.

176) I soggetti investiti di mansioni di interesse pubblico - Prima di esaminare i reati contro la p.a. occorre individuare i

soggetti che esercitano mansioni di interesse pubblico. Il codice vigente distingue a tale proposito tre figure giuridiche: il

pubblico ufficiale, l’incaricato di pubblico servizio e l’esercente un servizio di pubblica necessità. Prima della riforma

intervenuta nel 1990 il codice penale definiva come pubblici ufficiali a) gli impiegati dello stato o di altri enti pubblici che

esercitano, permanentemente o temporaneamente, una pubblica funzione amministrativa, legislativa o giudiziaria b)

ogni altra persona che esercita permanentemente o temporaneamente, volontariamente o per obbligo, gratuitamente o

con retribuzione, una pubblica funzione amministrativa, legislativa o giudiziaria. Il codice penale definiva invece come

incaricati di pubblico servizio a) gli impiegati dello stato o di altro ente pubblico che prestano, temporaneamente o

permanentemente un pubblico servizio b) ogni altra persona che presta permanentemente o temporaneamente,

gratuitamente o con retribuzione , volontariamente o per obbligo un pubblico servizio. Infine il codice definiva come

persone che esercitano un servizio di pubblica necessità: a) i privati che esercitano professioni forensi o sanitarie o altre

professione per la quale è necessaria una abilitazione statale, quando il pubblico sia obbligato per legge ad avvalersi di

essi b) i privati che non esercitando una pubblica funzione o un pubblico servizio adempiono ad un servizio dichiarato di

pubblica necessità da parte della p.a. L’interpretazione di tali norme diede luogo a gravissime incertezze e ad una serie

di casi controversi e le difficoltà furono accresciute dal continuo sorgere di nuovi enti pubblici con una fisionomia di

difficile interpretazione nonché dal fatto che con leggi speciali veniva riconosciuta la qualità di pubblici ufficiali ad intere

categorie di persone, come gli addetti alle ferrovie dello stato. Stando così le cose era necessario mettere ordine nella

materia e quindi fu varata nel 1990 (con successive modifiche nel 1992) una legge che forniva nuove definizioni

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legislative delle qualifiche di pubblico ufficiale e di incaricato di pubblico servizio. La nuova legge stabiliva all’art.17 “agli

effetti della legge penale sono pubblici ufficiali coloro che esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o

amministrativa. E’pubblica la funzione amministrativa caratterizzata dalla manifestazione di volontà della p.a. e dal suo

svolgersi mediante poteri autoritativi o certificativi. L’art. 18 invece stabiliva “agli effetti della legge penale sono incaricati

di pubblico servizio coloro che prestano,a qualunque titolo, un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi

una attività disciplinata nello stesso modo della pubblica funzione ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di

quest’ultima con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni d’ordine e delle attività puramente materiali.

177) Pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio - Riservandoci di parlare in seguito della terza categoria (esercenti

un servizio di pubblica necessità) esaminiamo le prime due che sono le più importanti e controverse- Dal testo degli art.

17 e 18 si evince che le due qualifiche non presuppongono necessariamente un rapporto di impiego tra l’ente e la

persona e che quindi sia il pubblico ufficiale che il pubblico esercizio possono essere esercitati da pubblici impiegati o da

semplici privati. Quanto alla distinzione tra le due figure è altrettanto evidente che la legge considera solo la natura della

mansione che la persona svolge e quindi è pubblico ufficiale colui che esercita una funzione pubblica e incaricato di

pubblico servizio chi esercita un servizio pubblico. La differenza tra le due figure sta quindi nella distinzione tra pubblica

funzione e pubblico servizio. Le principali proposte per distinguere tra le due figure sono sostanzialmente tre : a)

secondo alcuni scrittori caratteristica della pubblica funzione sarebbe il potere di formare la volontà dell’ente e di

rappresentare tale volontà dell’ente all’esterno. Pertanto pubblico servizio sarebbe ogni pubblica mansione che non ha

tale carattere a meno che non rientri nel servizio di pubblica necessità. Tale teoria non è però convincente in quanto

non comprende alcune persone i quali sono necessariamente pubblici ufficiali quali i testimoni, i periti e i notai. B) altri

scrittori sostengono che la pubblica funzione è l’attività della p,.a diretta al raggiungimento di fini essenziali dello stato

mentre pubblico servizio sarebbe l’attività della p.a. diretta al raggiungimento di fini sociali, ossia solo utili per la

collettività. Anche tale teoria non è convincente in quanto non si può negare che la qualifica di pubblici ufficiali debba

essere riconosciuta a persone che si muovono nell’ambito dell’attività sociale della p.a. (es. direttore di un istituto di

pubblica assistenza) mentre nello stesso tempo si deve negare tale qualifica a persone che si muovono nell’ambito

dell’attività necessaria dello stato (es. impiegati d’ordine che lavorano negli uffici che provvedono a bisogni fondamentali

dello stato come la difesa militare o la giustizia). 3) altri scrittori ritengono che la pubblica funzione comporti una volontà

di comando che si esterna in un potere giuridicamente superiore a quello dei cittadini mentre il pubblico servizio

comporta una attività pubblica priva di tale carattere. Anche a tale teoria si può formulare una obiezione e precisamente

il fatto che tale caratteristica manca nelle persone che esercitano un potere di certificazione e che sono sicuramente

pubblici ufficiali quali i notai o i cancellieri giudiziari. La teoria di Antolisei parte dal fatto che la legge attribuisce a tale

distinzione una importanza fondamentale per il fatto che il pubblico ufficiale è punito in modo più grave rispetto

all’incaricato di pubblico servizio se viene meno ai suoi obblighi e nello stesso tempo è punito più gravemente il privato

che lo offende. Da tale fatto scaturisce, secondo Antolisei, la conseguenza che la qualifica di pubblico ufficiale deve

essere riconosciuta necessariamente a coloro che che formano o concorrono a formare la volontà dell’ente e lo

rappresentano all’esterno. ( e quindi alle persone che svolgono funzioni direttive, a tutti i funzionari di concetto e quindi

non agli impiegati d’ordine a meno che non siano direttamente a contatto con il pubblico). Accanto a tale categoria di

persone la qualifica di pubblico ufficiale deve essere riconosciuta a : a) coloro che sono muniti di poteri autoritativi,

particolarmente coloro che possono effettuare arresti o comminare contravvenzioni (agenti della forza pubblica, guardie

giurate che esercitano funzioni di polizia, gli stessi privati che procedono all’arresto in flagranza di reato, ecc) b) coloro

che sono muniti di poteri di certificazione e quindi che possono rilasciare documenti che nel nostro ordinamento hanno

efficacia probatoria (notai, agenti di cambio) e le persone che nei processi fanno attestazioni destinate alla prova

(testimoni, periti, interpreti). Tutte le altre persone che svolgono mansioni di interesse pubblico e non appartengono alla

categoria degli esercenti un servizio di pubblica necessità (di cui parleremo dopo) vanno considerate secondo Antolisei

come incaricati di un pubblico servizio.

179) Persone esercenti un servizio di pubblica necessità – Come risulta dal codice penale questa categoria comprende

due gruppi di persone . Il primo gruppo è costituito dai privati che esercitano professioni per le quali è necessaria una

pubblica abilitazione da parte dello stato sempre che il pubblico sia per legge obbligato ad avvalersi di loro. (es.

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avvocato, procuratore notaio, medico, farmacista. ecc). E’ ovvio che in questa categoria si può anche verificare

l’esercizio di pubbliche funzioni e quindi la qualifica di pubblico ufficiale quando ne ricorrano le caratteristiche (e.s sono

pubblici ufficiali l’avvocato e il procuratore quando esercitano il potere di certificazione). Il secondo gruppo comprende i

privati che, senza esercitare una pubblica funzione o prestare un pubblico servizio, adempiono ad un servizio dichiarato

di pubblica necessità mediante un atto della p.a. A tale proposito sorge una incertezza in quanto un atto della p.a. è

richiesto anche per i servizi pubblici esercitati da privati. Si può risolvere la difficoltà considerando pubblici servizi quelli

che richiedono una vera e propria concessione amministrativa e servizi di pubblica necessità quelli il cui esercizio

richiede una semplice autorizzazione.

180) Rapporto tra la qualifica e il fatto delittuoso - Per la configurazione dei reati che possono essere realizzati solo da

persone rivestite di mansioni di interesse pubblico (pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio, esercenti servizi di

pubblica necessità) è necessario talvolta che il fatto sia commesso durante l’esercizio di tale funzione (es. peculato

mediante profitto dell’errore altrui). In altri casi invece l’esercizio delle mansioni è elemento determinante nel senso che il

fatto deve verificarsi proprio a causa delle funzioni o dei servizi. In altri casi infine deve esserci un nesso finalistico tra il

fatto e le mansioni (es. art. 318 – il pubblico ufficiale si lascia corrompere per compiere un atto del suo ufficio).

Importanti sono anche gli effetti della cessazione della qualifica. Il codice a tale proposito stabilisce all’art. 360 “ quando

la legge considera la qualifica di pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio o esercente di un servizio di pubblica

necessità) come elemento costitutivo o circostanza aggravante di un reato, la cessazione di tale qualità nel momento in

cui il reato è stato commesso non esclude l’esistenza del reato stesso se il fatto si riferisce alla funzione esercitata (es.

un funzionario in pensione rivela un segreto di ufficio appreso mentre era in attività di servizio e per questo risponde del

reato di cui all’art. 326).

Sezione II I delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione

181) Peculato – Il peculato è una appropriazione indebita commessa da un pubblico funzionario. Prima della riforma

intervenuta nel 1990 il codice distingueva tre distinte figure: peculato in senso stretto, malversazione a danno di privati e

peculato mediante profitto dell’errore altrui, Dopo la riforma è stato abrogato il delitto di malversazione e quindi restano

le altre due figure di peculato, cui il legislatore ha aggiunto una nuova figura, quella del peculato d’uso.

1) Peculato (art. 314 1^ comma). Il peculato consiste nel fatto del pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio)

cconshe avendo per ragioni di ufficio il possesso o la disponibilità di denaro o altra cosa mobile altrui se ne appropria.

Scopo della norma è quello di tutelare l’interesse statale alla correttezza dei pubblici ufficiali ma anche i beni patrimoniali

delle cose loro affidate a chiunque esse appartengano. Presupposto del delitto è che il pubblico ufficiale (o incaricato di

pubblico servizio) abbia il possesso o la disponibilità della cosa mobile o del denaro. Il riconoscimento del possesso ai

fini del peculato deve intendersi, a differenza di ciò che avviene nel diritto privato, non solo come accertamento di puro

fatto ma anche come accertamento di diritto nel senso che il possesso può dipendere dalla funzione gerarchica del

pubblico ufficiale in base alla quale egli possa procurarsi la disponibilità della cosa. Il possesso di cui all’art. 314 quindi

consiste nella possibilità di disporre, al di fuori della altrui sfera di vigilanza, della cosa sia in virtù di una situazione di

fatto sia in conseguenza della funzione esplicata dal soggetto nell’ambito dell’amministrazione. Pertanto potrà

rispondere del delitto di peculato non solo il funzionario che è custode della cosa ma anche il funzionario che, pur non

avendo la disponibilità materiale della cosa, occupi una funzione tale che gli permetta di potersela procurare senza

essere ostacolato dai suoi dipendenti. La cosa o il denaro devono essere altrui nel senso che possono appartenere alla

p.a. o a qualsiasi soggetto privato. Anche il concetto di proprietà ha nel codice penale un significato diverso da quello

che ha nel diritto privato in quanto nel concetto vanno compresi tutti quei rapporti che implicano un diritto di disposizione

o di godimento autonomo della cosa o di una parte di essa. Il fatto materiale consiste nell’appropriarsi del denaro o della

cosa altrui posseduta per ragioni di ufficio o di servizio. Appropriarsi di una cosa significa esercitare sulla cosa stessa un

dominio incontrastato ma nel concetto rientra anche l’ipotesi di destinare le somme di denaro o la cosa ad uno scopo

diverso da quello fissato dalla legge o dai regolamenti (cosiddetta distrazione). Occorre ritenere quindi che

l’appropriazione debba essere ritenuta esistente ogniqualvolta il soggetto, deviando la cosa da una finalità ad un’altra

non appartenente alla pubblica amministrazione, agisca in sostanza sulla cosa come ne sia il proprietario. Il reato si

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consuma nel momento in cui si realizzano gli atti di appropriazione senza che sia necessario il verificarsi di un danno

patrimoniale. L’elemento soggettivo consiste nella coscienza e volontà di porre in essere un comportamento di

appropriazione al fine di ricavarne un profitto per sé o per altri. Il semplice proposito e la pura speranza di restituire la

cosa non escludono il dolo.

2) Peculato d’uso . L’art- 314 al secondo comma stabilisce una pena più mite qualora il colpevole abbia agito al solo

scopo di fare uso momentaneo della cosa e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata restituita. Il secondo comma

disegna sicuramente un reato autonomo e non una circostanza attenuante del delitto previsto al primo comma. Per

quanto riguarda l’identificazione del soggetto e la condotta rilevante si rimanda a quanto detto per il peculato con la

precisazione (che giustifica la pena minore) che il colpevole in questo caso agisce al solo scopo di fare uso

momentaneo della cosa restituendola poi immediatamente (in maniera analoga al furto d’uso). La cosa usata

naturalmente deve essere di tale natura da non perdere consistenza economica o identità per l’uso e la durata maggiore

o minore dell’uso (che non deve essere comunque prolungato) può incidere solo sulla pena e non sull’esistenza del

reato. Qualora manchi il requisito della restituibilità del bene di cui è stato fatto uso momentaneo dovrebbe ritenersi

sussistente il peculato ordinario. Il tentativo è difficilmente ipotizzabile ma non se ne può escludere la configurabilità. Il

dolo consiste nella volontà di fare uso momentaneo della cosa.

3) Peculato mediante profitto dell’errore altrui (art. 316) – Secondo l’art. 316 commette questo reato il pubblico ufficiale

(o incaricato di pubblico servizio) che nell’esercizio della funzione o del servizio, giovandosi dell’errore altrui riceve o

ritiene indebitamente per se o per un terzo denaro o pubblica utilità (con questo termine deve intendersi comunque una

cosa mobile). E’ infatti dovere del pubblico ufficiale non accettare cose che gli siano consegnate per errore e restituirle

dopo essersi accorto dell’errore stesso se le ha ricevute in buona fede. La violazione di tale dovere costituisce l’essenza

del reato. L’ipotesi descritta dall’art. 316 deve ritenersi una forma attenuata di peculato dal quale si distingue in quanto

non richiede il previo possesso della cosa. Per quanto riguarda l’elemento oggettivo ricevere significa accettare una

cosa mentre ritenere significa non restituire la cosa ricevuta non appena ci si è accorti dell’errore. L’errore di cui si

avvantaggia il funzionario infedele può essere di un privato ma anche della p.a. e in ogni caso non deve essere

commesso dolosamente altrimenti si configurerebbe il reato di concussione (art. 317). Il dolo esige la consapevolezza

dell’errore altrui e la volontà di ricevere la cosa o di ritenerla indebitamente dopo la scoperta dell’errore.

4) Malversazione a danno di privati (art. 315). Tale articolo, abrogato come abbiamo detto dalla legge del 1990, puniva il

pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio) che si appropria o comunque distrae a profitto proprio o di un terzo,

denaro o altra cosa mobile non appartenente alla p.a. di cui egli ha il possesso per ragione del suo ufficio o servizio.

Tale ipotesi quindi attualmente rientra nel reato di peculato di cui all’art. 314 primo comma.

182) Malversazione a danno dello stato - L’art. 316 bis introdotto dalla legge del 1990 punisce chiunque, estraneo alla

p.a., avendo ottenuto dallo stato, o da ente pubblico o dalla comunità europea, contributi, sovvenzioni o finanziamenti

destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere o attività di pubblico interesse, non li destina alle predette

finalità. Occorre dire che è abbastanza anomala la collocazione di tale norma nel titolo relativo ai reati commessi dai

pubblici ufficiali in quanto essa descrive un reato necessariamente comune dal momento che si richiede che l’agente sia

estraneo alla pubblica amministrazione. Con questo reato si intende tutelare l’interesse dello stato a far sì che gli

interventi economici a sostegno di attività di pubblico interesse (interventi che costituiscono un onere per l’ente pubblico

che li concede) siano nullificati o indeboliti per colpa dei beneficiari. Qualora invece il fatto sia commesso da persona

non estranea alla p.a. saranno configurabili altri più gravi reati quali il peculato o l’abuso di uffici. La condotta consiste

nella mancata destinazione (in tutto o in parte) dei benefici economici ottenuti alle opere o attività per le quali essi sono

stati concessi. Trattandosi di un comportamento omissivo sorge di frequente il problema del momento consumativo del

reato. Se il provvedimento che autorizza l’erogazione specifica anche il termine massimo di adempimento dovrà farsi

riferimento anche a questo termine. In caso contrario se il termine, sia pur non indicato espressamente, non può essre

desunto in altro modo sarà il magistrato che dovrà accertare se il contributo non sia stato destinato ad una opera diversa

( e in tal caso non è rilevante che anche tale opera possa essere a pubblico vantaggio). Se invece la sovvenzione

ottenuta non viene utilizzata è sempre compito del giudice ricercare il momento consumativo chiedendo all’ente

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erogante di precisare i limiti di tempo per l’impiego del finanziamento. Quando prima della scadenza del termine il

soggetto compie atti diretti in modo univoco ad escludere la destinazione del finanziamento allo scopo per cui è stato

erogato sarà configurabile il tentativo. Se il finanziamento è stato ottenuto con artifizi o raggiri che hanno indotto in

errore l’ente pubblico e successivamente l’opera non è stata compiuta sarà configurabile il concorso tra il reato in esame

e quello previsto dall’art. 640 bis. E’ quindi diversa la sfera di efficacia tra le due norme in quanto l’art. 640 bis guarda al

momento dell’ottenimento dell’erogazione mentre l’art. 316 bis al momento del mancato adempimento dell’opera o

attività cui l’erogazione era finalizzata. Il dolo è generico e consiste nella volontà dell’omessa destinazione

dell’erogazione all’opera o attività di pubblico interesse prevista.

183) Indebita percezione di erogazioni a danno dello stato – L’art. 316 ter introdotto da legge del 2000 incrimina

chiunque, al di fuori delle ipotesi previste dall’art. 640 bis, mediante l’utilizzo di documenti falsi o attestanti cose non vere

o mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente per sé o per altri contributi, finanziamenti, mutui

agevolati o altre erogazioni simili, concesse dallo stato, da altri enti pubblici o dalla comunità europea. Occorre in primo

luogo ricordare che l’art 640 bis (Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche) stabilisce una pena

maggiore se il fatto di cui all’art. 640 (Truffa – chiunque con artifizi o raggiri, inducendo qualcuno in errore procura a sé o

ad altri un ingiusto profitto con altrui danno) riguarda contributi, mutui agevolati o altre erogazioni concesse dallo stato,

da altri enti pubblici o dalla comunità europea. In primo luogo quindi l’art. 316 ter ha carattere sussidiario e residuale

rispetto all’art. 640 bis in quanto può essere applicato solo al di fuori della ipotesi prevista dall’art. 640 bis stesso. In

secondo luogo occorre chiederci quale sia la linea di confine tra le due ipotesi e a tale domanda si può rispondere che la

differenza sta tra le false dichiarazioni o omesse informazioni da un lato (art. 316 ter) e gli artifizi/raggiri dall’altro (art.

640 bis) interpretati come modalità più grave e quindi puniti più severamente. L’art. 316 ter risulterebbe quindi

applicabile solo nel caso in cui le false dichiarazioni o le omesse informazioni non raggiungano il grado richiesto per

essere qualificabili come artifizi o raggiri. In caso contrario si applicherà invece, data la clausola di riserva contenuta

nell’art. 316 ter, la più grave fattispecie di truffa aggravata ex art. 640 bis. Si può dire pertanto che il legislatore, varando

l’art. 316 ter, abbia inteso coprire condotte che, altrimenti sarebbero risultate impunite. L’indebito conseguimento di

contributi e simili può avvenire, ai sensi dell’art. 316 ter, con una azione (utilizzo di documenti falsi o non attestanti il

ostrdeve conseguire l’ottenimento indebito di erogazioni e quindi per integrare il reato occorre l’illecita percezione dei

contributi stessi ed è sufficiente il solo dolo generico. Poiché la procedura per realizzare l’indebito beneficio richiede una

serie di atti il tentativo è configurabile.

184) Concussione - L’art. 317 del codice stabilisce che si ha concussione quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di

pubblico servizio, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce qualcuno a dare o promettere

indebitamente a lui o a un terzo denaro o altre utilità. In questa figura quindi il soggetto attivo si avvale illegittimamente

della sua posizione per procurarsi, da persone che hanno rapporti con l’amministrazione, vantaggi a lui non spettanti.

Ratio della norma è quindi quella di tutelare l’interesse della p.a. alla imparzialità e correttezza dei pubblici ufficiali e nello

stesso tempo di impedire che gli estranei subiscano sopraffazioni o danni per gli abusi di potere dei funzionari stessi e

pertanto si deve concludere che la concussione è un reato plurioffensivo. Soggetto attivo può essere quindi solo il

pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio mentre soggetto passivo, oltre alla p.a., è la persona che subisce il

danno (persona fisica, ente, o anche persone investite di mansioni di interesse pubblico). Per costituire la fattispecie

oggettiva è necessario che l’agente abusi della sua qualità o dei suoi poteri. Perché vi sia abuso è necessario che

l’agente eserciti i suoi poteri al di fuori dei limiti stabiliti dalla legge o dai regolamenti e quindi illegittimamente ma l’abuso

può sussistere anche quando l’agente fa uso di un potere che gli spetta e con le forme dovute ma lo adopera per

conseguire un fine illecito (es. il p.u che avendo accertato a carico di un individuo una violazione di legge gli estorce una

somma di denaro con la minaccia di denuncia o arresto). L’abuso deve inoltre avere come oggetto il costringimento o

l’induziione del soggetto alla dazione o promessa a cui tende il funzionario. Nel primo caso si parlerà di concussione

esplicita, nel secondo di concussione implicita. Costringere significa esercitare con violenza o minaccia una pressione

su una persona in modo da determinare la persona stessa ad un comportamento che non avrebbe compiuto senza la

violenza o minaccia stessa. Il significato di induzione è invece più ampio comprendendo ogni comportamento che abbia

il risultato di determinare il soggetto ad una data condotta. Rientra nel concetto sicuramente l’inganno (es. indurre una

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persona a pagare una tassa affermando che è dovuta) ma possono bastare anche l’esortazione e il consiglio purchè

nell’accettazione abbia giocato un ruolo determinante la posizione di superiorità del funzionario. Possiamo dire (anche

se una parte della dottrina non è d’accordo) che l’induzione possa avvenire anche tramite omissione (inerzia) o

addirittura con il silenzio. Possiamo infatti ravvisare il reato di concussione nel comportamento del funzionario che con

un comportamento ostruzionistico spinga il privato a dargli la somma per ottenere un atto a cui ha diritto (es. un

passaporto o una licenza). Non è quindi essenziale per il delitto in esame l’iniziativa del pubblico ufficiale e quindi si

deve dare rilevanza alla cosiddetta concussione ambientale (concernente il funzionario che trae giovamento illecito da

uno stato di soggezione da lui non volontariamente causato). Si ritiene generalmente che elemento essenziale della

concussione sia il timore della pubblica autorità (metus pubblicae potestatis) ma tale tesi non può essere accolta sia

perché la legge non richiede espressamente tale requisito sia perché talvolta il reato si configura perché il privato agisce

non per timore del pubblico ufficiale ma per evitare danni peggiori o semplicemente per non avere noie. Ciò

naturalmente rende poco agevole nei singoli casi determinare il confine con il reato di corruzione (di cui parleremo). Il

costringimento o l’induzione devono avere per effetto una dazione o una promessa indebita. Oggetto della dazione o

della promessa può essere tanto il denaro quanto altra utilità. Parte della dottrina ritiene che per altra utilità debba

intendersi solo un bene che rappresenti un interesse giuridicamente valutabile per il pubblico ufficiale. Ciò non è

accettabile in quanto sarebbero esclusi i profitti di altro genere e quindi ad. Esempio le prestazioni sessuali (il pubblico

ufficiale ad esempio induca la donna, che reclama un provvedimento dell’autorità amministrativa, a concedergli i suoi

favori) e quindi sarebbero privi di sanzione abusi assai riprovevoli. Si deve quindi ritenere che con l’espressione altra

utilità debba intendersi qualsiasi cosa che rappresenti un vantaggio per l’agente. La prestazione inoltre deve essere

indebita e quindi non dovuta (in tutto o in parte) per legge o per consuetudine né al pubblico ufficiale né alla pubblica

amministrazione. Se il funzionario abusando dei suoi poteri ottiene una prestazione (es. esecuzione di lavori nella sua

casa) il fatto che egli corrisponda un compenso non esclude il delitto. Infatti l’essere ricorso all’abuso per ottenere la

prestazione dimostra che essa è per lui un vantaggio superiore rispetto alla somma sborsata. La concussione sussiste

anche se il pubblico ufficiale abusa dei suoi poteri per costringere o indurre qualcuno ad corrispondergli una somma che

gli è dovuta come privato in quanto egli per soddisfare il suo credito deve avvalersi dei mezzi ordinari forniti dalla legge a

tutti i cittadini e non avvalersi invece della sua posizione in quanto in tal modo si procurerebbe un vantaggio ilecito.

Invece deve escludersi il delitto quando la prestazione sia dovuta alla p,.a, Il funzionario che la ottenga con abuso dei

suoi poteri risponderà di peculato se la converte in un suo profitto ma se non ne trae alcun vantaggio personale potrà

incorrere in sanzioni disciplinari non potendosi ravvisare nel suo comportamento né il delitto di concussione né quello di

abuso di ufficio (art. 323) specialmente se esso è dovuto ad eccesso di zelo. Il reato si consuma quando ha luogo la

dazione o la promessa, mentre se vi è promessa non è necessaria la dazione in quanto il reato si è già consumato. Per

quanto riguarda l’elemento psicologico è necessario che l’agente sia a conoscenza del carattere indebito della dazione

o promessa e quindi se egli in buona fede ritiene che essa sia dovuta il dolo è escluso.

185) La corruzione in generale – In senso generale la corruzione consiste in un accordo tra un pubblico ufficiale ed un

privato in base al quale il primo accetta dal secondo, per un atto relativo all’esercizio delle sue attribuzioni, un compenso

che non gli è dovuto. Tale comportamento ovviamente nuoce fortemente alla imparzialità e al buon andamento della

pubblica amministrazione e pertanto lo stato lo vieta assoggettando a punizione sia il funzionario che si lascia

corrompere che il privato che lo corrompe. I comportamenti dei due soggetti sono ovviamente collegati tra di loro e

quindi ci troviamo di fronte ad un tipico reato plurisoggettivo. Parte della dottrina ritiene che nella corruzione si

configurino due distinti reati: l’uno commesso dal funzionario (corruzione passiva) e l’altro commesso dal privato

(corruzione attiva). Tale tesi non è accettabile. In primo luogo essa non tiene conto del fatto che per alcune fattispecie

criminose è richiesto il concorso necessario ossia la presenza di una pluralità di agenti e la corruzione rientra in queste

fattispecie in quanto il privato che corrompe non è che un compartecipe del funzionario che si lascia corrompere. In

secondo luogo tale tesi non si concilia con il nostro ordinamento in quanto il considerare il fatto del corruttore come un

titolo autonomo di reato è in contrasto con lo stesso articolo 321 (che contempla la corruzione) che si limita ad estendere

a chi promette il compenso le pene stabilite per il funzionario che lo accetta. In terzo luogo la tesi non tiene conto che

l’art. 322 contempla il caso che l’offerta fatta dal privato non sia accettata dal funzionario (istigazione alla corruzione).

Ciò dimostra che per i legislatore l’azione del privato costituisce una compartecipazione all’azione del funzionario in

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quanto se invece costituisse un reato a sé non sarebbe necessario l’art. 322 in quanto la punibilità del fatto stesso

potrebbe derivare dalla disposizione che regola il delitto tentato (art. 56). L’art.322 invece si spiega agevolmente se nella

corruzione si ravvisa un delitto unico (a concorso necessario). Si deve ritenere pertanto che non si può ravvisare nella

corruzione attiva e passiva due distinti reati ma che invece essi costituiscono due aspetti di un fatto criminoso unico. Il

nostro codice articola la corruzione in diverse figure, la corruzione propria e la corruzione impropria e all’interno di esse

la corruzione antecedente e la corruzione susseguente. Prima di analizzare le varie figure occorre illustrare le differenze

che sussistono tra il reato di corruzione e quello di concussione perché a tale proposito la dottrina non è d’accordo.

Secondo una corrente che nel passato ha dominato nella dottrina e nella giurisprudenza la differenza starebbe nel fatto

che nella corruzione l’iniziativa parte dal privato mentre nella seconda parte dal funzionario. Pertanto si avrebbe

corruzione quando il funzionario accetta un compenso offerto da un privato e concussione quando il funzionario chiede

ad un privato una utilità a lui non dovuta prendendo lui stesso l’iniziativa. Questa tesi è stata giustamente criticata in

quanto non tiene conto del fatto che la concussione può essere realizzata anche senza una vera e propria richiesta del

funzionario (es. comportamento volutamente ostruzionistico del funzionario che spinge il privato a versargli una somma).

Inoltre non può parlarsi di concussione ma deve parlarsi invece di corruzione nel caso in cui l’iniziativa parte dal

funzionario ma l’atto cui si riferisce costituisce anche per il privato un vantaggio illecito a danno della p.a. La dottrina e

la giurisprudenza hanno quindi adottato un diverso criterio individuando l’elemento essenziale della corruzione in un

libero accordo tra funzionario e privato che quindi sono su un piano di parità mentre la concussione sarebbe

caratterizzata dalla superiorità del funzionario rispetto al privato. Questo secondo criterio appare più esatto anche se

sono necessarie alcune integrazioni. Infatti anche quando la posizione del funzionario e del privato non è paritaria

sussiste corruzione e non concussione se il privato tende a conseguire un vantaggio illecito a danno della p,a, evitando

un provvedimento per lui pregiudizievole o conseguendo un utile che non gli compete. In tal caso infatti non si può

parlare di concussione in quanto il privato non è una vittima del funzionario ma coopera con lui in una azione ai danni

della p.a. Per tentare di arginare i sempre più frequenti fenomeni di corruzione è stata varata la legge del 1990 n. 96

che ha portato alcune modifiche, tra cui le maggiori sono le seguenti : a) previsione di corruzione per atti giudiziari b)

equiparazione dal punto di vista della sanzione tra corruzione propria antecedente e susseguente c) eliminazione di tutte

le sanzioni pecuniarie d) individuazione di una figura di istigazione commessa dal pubblico ufficiale (o incaricato di

pubblico servizio) con pene uguali a quelle comminate per l’istigazione commessa dal privato.

186) Le varie figure di corruzione - 1) Corruzione impropria – Articoli 318 320 e 321 – L’art. 318 punisce il pubblico

ufficiale che : a) per compiere un atto del suo ufficio riceve per sé o per un terzo in denaro o altra utilità una retribuzione

che non gli è dovuta o ne accetta la promessa (corruzione impropria antecedente). 2) riceve la retribuzione per un atto

del suo ufficio da lui già compiuto (corruzione impropria susseguente). L’art. 320 stabilisce che si applicano le

disposizioni dell’art. 318 anche all’incaricato di pubblico servizio purchè rivesta la qualità di pubblico impiegato. L’art.

321 stabilisce infine che le pene previste al primo comma dell’art. 318(solo corruzione propria antecedente) si applicano

anche a chi da o promette al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio (pubblico impiegato) denaro o altre

utilità. Dall’esame di tali norme si rileva che la corruzione impropria è punibile anche quando è commessa da incaricato

di pubblico servizio purchè rivesta la qualifica di pubblico impiegato e che le pene possono essere estese anche al

corruttore solo nel caso di corruzione impropria antecedente. Scopo delle norme citate quello di evitare alla p.a. il

danno derivante dalla venalità dei pubblici ufficiali alla dignità e prestigio della amministrazione stessa. L’atto di ufficio

che è oggetto dell’accordo criminoso deve essere legittimo ossia compiuto nell’esercizio della pubblica mansione e

quindi nella sfera di competenza del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. Il compenso deve consistere

in denaro o altra utilità che deve avere il carattere di corrispettivo per l’atto di ufficio compiuto dal funzionario.

Ovviamente non deve esserci sproporzione manifesta tra le due prestazioni e quindi non si può parlare di corruzione nel

caso di piccolo donativo (es. modesti omaggi di cortesia). La legge richiede inoltre che la retribuzione non sia dovuta e

ciò si verifica non solo quando essa è espressamente vietata dalla legge ma anche quando non è espressamente

consentita dalla legge stessa. Per quanto riguarda l’elemento oggettivo occorre dire che poiché la corruzione è reato

plurisoggettivo con condotte eterogenee diverso è il comportamento tipico del funzionario e del privato. Il primo consiste

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nel ricevere per sé o per un terzo una retribuzione non dovuta, il secondo nel dare o promettere la retribuzione stessa. Il

delitto si consuma nel momento in cui il funzionario accetta la retribuzione o la promessa di essa e comunque per la

corruzione impropria antecedente non è necessario per la perfezione del reato che l’atto di ufficio venga poi

effettivamente compiuto. Il dolo del funzionario è costituito dalla coscienza e volontà di ricevere una retribuzione non

dovuta con la consapevolezza che essa viene prestata per ottenere il compimento di un atto di ufficio (nella corruzione

antecedente) o per un atto di ufficio già compiuto (corruzione susseguente). Il privato invece come abbiamo detto è

punibile solo in caso di corruzione impropria antecedente e il dolo in questo caso implica la coscienza e volontà di dare o

promettere al funzionario perché questi compia un atto del suo ufficio. 2) Corruzione propria -. Articoli 319,320, 321.

L’art. 319 punisce il pubblico ufficiale che per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio o

per compiere o aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio riceve per sé o per un terzo denaro o altra utilità o ne

accetta la promessa. L’art. 320 stabilisce invece che le disposizioni di cui all’art. 319 si applicano anche all’incaricato di

pubblico servizio. L’art. 321 sancisce infine l’applicazione delle pene stabilite negli art. 319 e 320 anche al corruttore.

Dall’esame di tali norme si rileva che, contrariamente alla corruzione impropria, del reato di corruzione propria possono

essere accusati tutti gli incaricati di pubblico servizio (anche se non rivestono la qualifica di pubblico impiegato) e che il

privato è punito sia in caso di corruzione propria antecedente che susseguente. Oggetto delle norme è l’interesse della

p.a. al regolare funzionamento che sarebbe offeso dal comportamento del pubblico ufficiale di tradimento del suo dovere

di fedeltà all’amministrazione stessa. Ovviamente il pregiudizio insito in questo reato è maggiore di quello del reato di

corruzione impropria in quanto il fatto del funzionario non solo nuoce alla dignità della p.a. ma ne mette in pericolo il

funzionamento concretandosi in atti che nell’interesse della p.a. stessa non dovevano essere compiuti. Perché ricorra il

reato di corruzione propria è necessario che il compenso sia dato per uno di questi due scopi a) omettere o ostacolare

un atto di ufficio 2) compiere un atto contrario ai doveri di ufficio. (intendendosi per questi qualunque atto che sia in

contrasto con norme o istruzioni di servizio o al buon uso del potere discrezionale che non corrisponda allo scopo per

cui il potere stesso è conferito. In ordine al momento oggettivo e al momento consumativo può valere quanto detto per

la corruzione impropria. Va ribadito che non è richiesto il verificarsi effettivo di un danno per la p.a. e per quanto

riguarda il dolo l’unica differenza consiste nella necessità che il soggetto sappia che il compenso viene dato o promesso

per omettere o ritardare un atto di ufficio o per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio. 3) Corruzione in atti

giudiziari – Art. 319 ter - L’art. 319 ter introdotto con riforma del 1990 stabilisce : se i fatti indicati negli art, 318 e 319

sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo ciivle, penale o amministrativo, si applica la pena

della reclusione da tre a otto anni, Nel secondo capoverso l’art. 319 ter stabilisce : se dal fatto deriva l’ingiusta condanna

di qualcuno alla reclusione non superiore ai cinque anni si applica la pena della reclusione da quattro a dodici anni, se

deriva l’ingiusta condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all’ergastolo, la pena è della reclusione da sei a

venti anni. L’art. 319 ter designa quindi una circostanza aggravante. Mentre prima della riforma l’aggravante era

applicata solo se dal reato base era derivato il favore o il danno di una parte, ora per l’applicazione dell’aggravante basta

una condotta volta a favorire o danneggiare indipendentemente dal risultato, Per quanto riguarda la previsione del

secondo comma dell’art. 319 ter una parte della dottrina sostiene che la condanna deve ritenersi ingiusta non solo

quando sia condannato un innocente ma anche quando venga inflitta una pena maggiore di quella meritata. Dalla lettura

della norma invece deve evincersi che la circostanza aggravante debba applicarsi solo per la condanna di un innocente

mentre nel caso di ingiusta pena maggiore sarà operante la previsione del primo comma. 4) Istigazione alla corruzione

Art 322 - L’art. 322 introdotto dalla riforma del 1990 prevede le seguenti ipotesi: a) offerta o promessa di denaro o altra

utilità ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio che riveste la qualità di pubblico impiegato per

indurlo a compiere un atto del suo ufficio qualora l’offerta o la promessa non sia accettato (istigazione alla corruzione

impropria). B) offerta o promessa fatta per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio per omettere o

ritardare un atto del suo ufficio o per fare un atto contrario ai propri doveri qualora l’offerta o la promessa non siano

accettate (istigazione alla corruzione propria). C) richiesta di promessa o dazione di denaro o altra utilità fatta ad un

privato per compiere un atto del proprio ufficio da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che

riveste la qualità di pubblico impiegato d) analoga richiesta da parte di un pubblico ufficiale o di un incaricato di pubblico

servizio per omettere o ritardare un atto di ufficio per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio. Occorre dire che le

ipotesi di cui ai punti c) e d) anche se inserite sotto la voce istigazione sono atti di iniziativa dello stesso pubblico ufficiale

o dell’incaricato di pubblico servizio volti a porre in essere atti di corruzione che però non sono portati a termine per il

  13  

rifiuto del privato. Naturalmente se la condotta del soggetto attivo determina uno stato di soggezione sarà ravvisabile il

tentativo di concussione. Per quanto riguarda le ipotesi di cui ai punti a) e b) il legislatore ha creato autonome figure di

reato necessarie perché altrimenti il fatto (in quanto istigazione non accolta) sarebbe rimasto impunito per il principio

sancito dall’art. 115. 5) Peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione di membri della comunità

europea e di funzionari della comunità europea o di stati esteri – Art 322 bis - L’art. 322 bis estende le disposizioni

relative al peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione anche ai membri degli organi, ai funzionari

della comunità europea, a coloro che nell’ambito di altri stati membri della comunità europea o di stati esteri. svolgano

funzioni corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio. 6) Confisca - La riforma del

1990 oltre ad introdurre l’art. 322 bis ha esteso la confisca obbligatoria ai reati contro la pubblica amministrazione, e tale

strumento nelle intenzioni del legislatore deve assumere un ruolo importante nella lotta contro la criminalità organizzata.

Pertanto in caso di condanna per uno dei delitti previsti dagli art. da 319 a 321 è sempre ordinata la confisca deibeni che

ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, o quando, non è possibile, la

confisca dei beni di cui il reo ha disponibilità per un valore corrispondente a tale prezzo.

187) Abusi di ufficio .- Sotto questa denominazione sono comprese le seguenti figure criminose : 1) Abuso di ufficio –

art. 323 - Tale reato era previsto all’art. 323 codice penale riformato dalla legge introdotta nel 1990 che incriminava,

salvo che il fatto non costituisse reato più grave, il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che al fine di

procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio non patrimoniale o per arrecare ad altri un danno ingiusto avesse abusato

del suo ufficio. L’art. 323 prevedeva anche un aumento di pena se il fatto fosse stato commesso per procurare a sé o ad

altri un ingiusto vantaggio patrimoniale. Il legislatore del 1997 ha successivamente modificato il testo dell’art 323 che

attualmente prevede: salvo che il fatto non costituisca un più grave reato il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico

servizio che nello svolgimento delle funzioni, in violazione di norma di legge o regolamento o omettendo di astenersi in

presenza di un interesse proprio o di un proprio congiunto intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio

patrimoniale o arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La pena è aumentata

se il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità. Andando ora all’analisi del testo attuale rileviamo quanto

segue. Rimane il fatto che la norma è applicabile solo se il fatto non costituisce un reato più grave. La ratio della norma

rimane quella di tutelare il buon andamento e l’imparzialità della p,a. Soggetto attivo rimane sia il pubblico ufficiale che

l’incaricato di pubblico servizio. Cambia invece l’elemento oggettivo in quanto prima dell’ultima riforma consisteva nel

compiere un fatto qualsiasi che avesse provocato un abuso di ufficio. La genericità della formula normativa ovviamente

conduceva a difficoltà nell’individuare i rapporti e le sfere di competenza tra amministrazione e giudice penale creando

divergenze su una serie di problemi per cui di fronte a tali perplessità il legislatore ha preferito eliminare l’ambiguo

concetto di abuso e nel contempo ha inserito l’espresso riferimento all’obbligo di astensione nei casi di conflitto di

interessi o quanto comunque essa è imposta dall’ordinamento. La specificazione dei contenuti della condotta

antigiuridica quindi esprime, meglio che nel passato, le esigenze di tipicità e determinatezza che devono caratterizzare

le norme incriminatrici. La nuova norma inoltre abbandona la distinzione, che prevedeva una diversa sanzione, tra il fine

della sanzione che ora prevede la reclusione da sei mesi a tre anni. Il reato si consuma con la realizzazione dell’evento

sia dell’ingiusto vantaggio patrimoniale o dell’’ingiusto danno anche per effetto di un comportamento omissivo. Deve

inoltre ritenersi configurabile il tentativo (nonostante parte della dottrina sia contraria) in quanto il fatto abusivo può

essere frazionabile in più atti. Il dolo, oltre alla volontà di porre in essere l’azione, richiede la consapevolezza

dell’esercizio di una pubblica funzione o servizio con violazione di norme di legge o regolamenti (ivi compreso l’obbligo di

astensione in presenza di un interesse proprio o di un congiunto), insieme alla volontà di procurare a sé o ad altri un

ingiusto vantaggio patrimoniale o di arrecare ad altri un ingiusto danno. Non ha quindi rilievo il dolo indiretto. La riforma

del 1997 ha inoltre introdotto l’aggravante ordinaria del danno o vantaggio con carattere di rilevante gravità.

2) Interesse privato in atti di ufficio . Art. 324 ora abrogato - Il delitto prevedeva il fatto del pubblico ufficiale che

direttamente o per interposta persona avesse preso un interesse privato in un atto della p..a presso la quale esercitava il

proprio ufficio. Questa norma aveva dato adito a parecchie critiche soprattutto per la difficoltà di determinare con

esattezza i limiti del prendere un interesse privato e di qui la decisione di abrogarla, cosa che è avvenuta nel 1990.

  14  

3) Rivelazione e utilizzazione dei segreti di ufficio – Art. 326 - Commette il delitto di rivelazione il pubblico ufficiale o

l’incaricato di pubblico servizio che violando i doveri del suo ufficio o comunque abusando della sua qualità rivela notizie

di ufficio che devono rimanere segrete o ne agevola in qualunque modo la conoscenza. Il terzo comma dell’art. 326

introdotto dalla legge del 1990, punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che per procurare a sé o ad

altri un indebito profitto patrimoniale si avvale illegittimamente di notizie di ufficio che devono rimanere segrete. Una

pena minore è prevista se il fatto è commesso al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto non patrimoniale o di

cagionare ad altri un danno ingiusto. Il secondo comma invece contempla l’agevolazione colposa del delitto del primo

comma. Tale ipotesi si verifica quanto la conoscenza del segreto di ufficio da parte dell’estraneo non avviene per

volontà del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio ma a causa della sua imprudenza o negligenza come

nel caso in cui egli lasci incustodito un importante documento riservato. Occorre notare che la minore pena sanzionata

per la realizzazione di un profitto non patrimoniale non deve essere considerata una circostanza attenuante ma un reato

autonomo in quanto vi è diversità in un elemento essenziale, quello del dolo dell’autore. Per la consumazione dei reati

non è necessario che dal comportamento dell’agente derivi un danno per la p.a. e in particolare per l’utilizzazione della

notizia non è richiesto che gli scopi che si prefigge l’agente siano conseguiti.

4) Utilizzazione di invenzioni o scoperte conosciute per ragioni di ufficio – Art- 325 – Punisce il pubblico ufficiale o

l’incaricato di pubblico servizio il quale impiega, a proprio o altrui profitto, invenzioni o scoperte scientifiche che conosce

per ragioni di ufficio e che devono rimanere segrete. La differenza tra tale norma e quella di cui al terzo comma dell’art.

326 sta essenzialmente nell’oggetto del reato in quanto qui è rilevante non qualsiasi notizia ma solo alcuni tipi di notizia.

Altra differenza sta nel richiamo al profitto che nell’art. 325 è generico comprendendo quindi anche vantaggi non

patrimoniali. Il reato si consuma nel momento in cui avviene l’utilizzazione. Non è necessario che il profitto venga

conseguito ma se il soggetto non riesce ad utilizzare in nessun modo il segreto può ricorrere il tentativo. Per l’esistenza

del dolo oltre alla volontà di impiegare l’invenzione a proprio o altrui profitto occorre anche la consapevolezza che la

notizia deve rimanere segreta.

5) Violazione di doveri inerenti alla custodia di cose sequestrate – Art. 334 e 335 - L’art. 334 punisce il particolare abuso

che si ha con il sottrarre, sopprimere, distruggere, disperdere o deteriorare cose sottoposte a sequestro, prevedendo tre

ipotesi a seconda che il fatto sia commesso: a) dal custode per favorire il proprietario della cosa b) dal proprietario che

ha la custodia della cosa stessa c) dal proprietario della cosa sottoposta a sequestro che non ne sia custode. Solo nel

primo caso il soggetto attivo riveste la qualità di pubblico ufficiale. Il sequestro cui si riferiscono gli articoli in esame è

quello disposto nel corso del procedimento e quello ammesso dalle leggi amministrative. Il dolo è generico tranne che

nella prima ipotesi nella quale si richiede il fine specifico di favorire il proprietario della cosa sottoposta a sequestro.

L’art. 335 prevede invece una forma colposa del delitto in esame che si ha quando il custode, proprietario o non

proprietario, per negligenza o imperizia provoca la distruzione o la dispersione (ma non il deterioramento ) della cosa

sequestrata o ne agevola la sottrazione o la soppressione.

6) Eccitamento al dispregio e vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell’autorità – Art. 327 ora abrogato -

Commetteva questo reato ora abrogato il pubblico ufficiale, il pubblico impiegato incaricato di un pubblico servizio e il

ministro di un culto ammesso dallo stato che nell’esercizio delle sue mansioni a) incita al disprezzo delle istituzioni o

all’inosservanza delle leggi o dei doveri inerenti al pubblico ufficio o servizio b) fa apologia di fatti contrari alla legge, alle

disposizioni dell’autorità o ai doveri predetti.

188) Omissioni dolose di doveri funzionali - Il codice punisce i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio che

non per semplice trascuratezza (in tal caso sarebbero passibili di sanzioni amministrative) ma intenzionalmente vengono

meno ai loro doveri. Si prevedono due figure criminose di cui la seconda appare una specializzazione della prima.

1) Omissione o rifiuto di atti di ufficio – L’art. 328, nel testo modificato dal legge del1988, punisce il pubblico ufficiale o

incaricato di pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia, sicurezza

pubblica, ordine pubblico, igiene o sanità deve essere compiuto senza ritardo. Nel secondo capoverso la norma

specifica che una pena minore viene comminata al pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che entro trenta

  15  

giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse, non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del

ritardo. Il testo precedente della norma prevedeva un ulteriore comma che riguardava l’omissione o il ritardo compiuto da

un magistrato specificando che si aveva omissione o ritardo quando concorrevano le condizioni richieste dalla legge per

presentare contro di essi azione civile. Tale comma è stato abrogato e la materia è regolato dalla legge 1988 n. 117 che

stabilisce che se il pubblico ufficiale è un magistrato vi è omissione o ritardo quando siano decorsi i tempi previsti dalla

legge per configurare il diniego di giustizia. Il motivo che ha spinto il legislatore alla modifica dell’art. 328 è dato dalle

critiche fatte al testo precedente a cui si rimproverava di lasciare eccessivi poteri al giudice nei confronti della p.a. e

inoltre di non fissare i termini di adempimento permettendo così al funzionario di procurarsi una facile immunità. La

nuova norma fissa un termine ma la preoccupazione del legislatore per l’eccessiva ingerenza del giudice lascia

comunque facili vie di uscita al funzionario infedele. SI prevede quindi che il legislatore dovrà nuovamente intervenire

nella materia. In primo luogo rispetto al testo precedente alla riforma il legislatore ha drasticamente limitato la tutela

restringendola agli atti urgenti e attinenti a ragioni di giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico, igiene e sanità. Il

secondo capoverso della norma riguarda invece la tutela di chi abbia interesse ad un atto di ufficio e abbia presentato a

tale scopo una richiesta scritta rivolta al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio. In questo caso non vi sono

restrizioni di materia e il termine è fissato in trenta giorni dalla ricezione della richiesta. Per altro il funzionario per

rispondere del reato non deve limitarsi a non rispondere ma deve anche non motivare le ragioni del ritardo. Si può dire

quindi che per la legge non sembra contare l’interesse al buon andamento della p.a. in quanto essa non richiede

neanche una motivazione ragionevole e ciò è tanto più deplorevole in quanto l’unico vantaggio lasciato al privato nel

caso di motivazione irragionevole è il ricorso alla giurisdizione amministrativa (anche se la necessità della definitività

dell’atto crea non pochi problemi). Risulta quindi chiara la volontà del legislatore di impedire l’ingerenza del giudice

ordinario nell’azione amministrativa. Il dolo richiesto è generico. Esso nella prima ipotesi è escluso sia dall’errore di fatto

che dall’errore di diritto (cosiddetta buona fede) e per la sua esistenza è richiesto anche che il funzionario abbia

coscienza dell’illiceità del suo comportamento.

2) Rifiuto o ritardo di obbedienza commesso da militare o da agente della forza pubblica – Art. 329 – L’art. 329 punisce il

militare o l’agente della forza pubblica che rifiuta o ritarda indebitamente di eseguire una richiesta fattagli dall’autorità

competente nelle forme stabilite dalla legge. Questa ipotesi appare come una sottospecie di quella precedente con la

differenza che il soggetto attivo deve essere solo un militare o un agente della forza pubblica e che l’oggetto non

prevede limiti inerenti alle ragioni di giustizia, sicurezza, ordine pubblico, igiene e sanità.

189) Sciopero o ostruzionismo in uffici pubblici e in servizi pubblici o di pubblica necessità- Art. 330,331,332 333 - Gli

articoli 330,331,332 e 333 prevedono lo sciopero e l’ostruzionismo e a’è da dire che la costituzione stabilisce all’art. 40

che il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano. Tuttavia la legge in questione è intervenuta

solo nel 1990 (con successive integrazioni nel 2000) e oltretutto non ha risolto tutti i problemi relativi alla materia. La

legge, dopo aver elencato i servizi pubblici ritenuti essenziali pone limiti al diritto di sciopero allo scopo di garantire un

minimo di funzionalità a questi ultimi 1) Abbandono collettivo di pubblici uffici, impieghi, servizi o lavori . L’art. 330 (ora

abrogato dalla legge del 1990) puniva i pubblici ufficiali, incaricati di pubblico sevizio aventi la qualifica di impiegati, i

privati che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità, i dipendenti di imprese di servizi pubblici o di pubblica

necessità i quali in numero di tre o più abbandonano collettivamente il lavoro o lo prestano in modo da turbarne la

regolarità- 2) Interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità Art. 331 –L’art. 331 punisce chi, esercitando

imprese di servizio pubblico o di pubblica necessità sospende il lavoro nei suoi uffici in modo da turbare la regolarità del

servizio.. 3) Omissione di doveri di ufficio in occasione di abbandono di un pubblico ufficio o di interruzione di pubblico

servizio – L’art. 332 ora abrogato puniva il pubblico ufficiale o il dirigente di un servizio pubblico o di pubblica necessità il

quale in occasione dei delitti previsti agli articoli precedenti ai quali non aveva preso parte , rifiuta o omette di adoperarsi

per la ripresa del servizio. 4) Abbandono individuale di un pubblico ufficio, servizio, o lavoro . L’art. 333 ora abrogato

puniva l’ipotesi di cui al punti 1) commessa non collettivamente ma da un solo soggetto.

  16  

190) Disposizioni patrimoniali – A conclusione del titolo dedicato ai delitti dei pubblici ufficiali contro la p.a è posto l’art.

335 bis che prevede che per i delitti previsti nel titolo stesso è comunque ordinata la confisca. Tale confisca

obbligatoria opera in presenza di una sentenza di condanna definitiva.

Sezione III Delitti dei privati contro la pubblica amministrazione

191) Violenza e resistenza all’autorità.- In questo gruppo rientrano le seguenti figure criminose:

1) Violenza e resistenza all’autorità – L’art. 336 prevede due distinte ipotesi a) il fatto di chi usa violenza o minaccia ad

un pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio per costringerlo a fare un atto contrario ai suoi doveri o ad

omettere un atto di ufficio b) il fatto di chi usa violenza o minaccia per costringere una delle persone descritte al punto a)

a compiere un atto del proprio ufficio o per influire su di esso. La ratio di tali incriminazioni (molto affini al delitto di

violenza privata) sta nella necessità di tutelare la libera formazione della volontà della p.a. evitando che essa sia limitata

da pressioni violente o minacciose esercitate da privati. L’elemento oggettivo per entrambe le ipotesi sta nell’uso della

violenza o della minaccia, che deve essere effettuata su pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio e quindi non

su l’esercente di un servizio di pubblica necessità. Poiché ciò che caratterizza tale delitto è quello di influire su una

attività futura del soggetto passivo non è necessario che quest’ultimo sia, al momento del fatto, nell’esercizio delle sue

mansioni e neanche che sia presente. Nella seconda ipotesi, che viene considerata meno grave, l’azione del soggetto

attivo deve essere diretta a costringere il soggetto passivo a compiere un atto del suo ufficio. Tale ipotesi si verifica

quando si mira ad ottenere il compimento di un atto che il soggetto passivo si rifiuta, senza plausibile motivo, di fare o

quando si vuole anticipare l’esecuzione di un atto che il soggetto passivo avrebbe compiuto in un altro momento. Il

reato si perfeziona con l’uso della violenza o della minaccia e quindi a differenza di ciò che avviene nella violenza

privata, per il perfezionarsi del reato non si richiede il compimento del risultato cui mirava l’agente. Il tentativo è

configurabile. Il dolo consiste nella coscienza e volontà di usare violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale o ad un

incaricato di pubblico servizio al fine di costringerlo a fare una atto contrario al suo dovere o un atto del suo ufficio.

L’espressione costringere mette in luce che l’attività che il soggetto attivo vuole determinare deve essere futura e quindi

non deve essere già in atto. Qualora tale attività sia già in atto e il colpevole miri ad opporvisi con violenza o minaccia si

configurerebbe non il reato di cui stiamo parlando ma quello di resistenza che esamineremo adesso.

2) Resistenza ad un pubblico ufficiale – Art. 337 - L’art. 337 punisce chi usa violenza o minaccia per opporsi ad un

pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio mentre compie un atto del suo ufficio o a chi, richiesto, gli presta

assistenza. Diversamente dalla norma precedente che tutela la libera formazione della volontà della p.a. questa norma

tutela invece contro le ingerenze minacciose o violenze l’esecuzione dell’attività a cui l’amministrazione è liberamente

determinata. Pertanto il delitto di resistenza si configura solo allorchè si stia già svolgendo l’attività relativa all’atto in

quanto mancando tale contemporaneità tra la condotta del soggetto attivo e quella del pubblico ufficiale non potrebbe

realizzarsi il delitto di resistenza ma un altro reato. L’elemento oggettivo consiste nell’uso di violenza o minaccia

esercitata mentre il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio compie un atto del suo ufficio. Il reato quindi non

si configura nei casi di semplice resistenza passiva ma non richiede che la violenza sia esercitata contro il pubblico

ufficiale essendo sufficiente anche la cosiddetta violenza impropria esercitata sulle cose sempre che si prefigga lo scopo

previsto dalla norma (es. si distrugge un oggetto per impedirne la confisca da parte del rappresentante dell’autorità)-

Soggetto passivo può essere un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio o chiunque, richiesto, gli presti

assistenza. Il delitto si consuma al momento della violenza o minaccia indipendentemente dall’esito di questa e il

tentativo si deve ritenere configurabile (es. qualcuno che all’atto dell’arresto cerchi di disarmare l’agente di p,s.). Il dolo

esige la coscienza e volontà di usare violenza o minaccia al fine di opporsi ad un atto di ufficio o di servizio. Si ritiene

infine che il reato assorba le percosse ma non le lesioni che pertanto concorrono con l’aggravante della connessione

teleologica.

3) Occultamento, custodia o alterazione di mezzi di trasporto – Art. 337 bis - L’art. 337 bis introdotto con legge del 2001

punisce chiunque occulta o custodisce mezzi di trasporto di qualunque tipo che presentano alterazioni o modifiche tali

da costituire pericolo per l’incolumità fisica degli operatori di polizia. La norma punisce anche chi altera mezzi di

  17  

trasporto apportando modifiche tecniche in modo da costituire pericolo per l’incolumità degli operatori di polizia. La

norma è stata introdotta nell’ambito della legislazione di emergenza al fine di contrastare l’introduzione clandestina di

tabacco estero e droga colpendo chi nasconde, custodisce o altera i veicoli utilizzati dai contrabbandieri come strumenti

di aggressione contro le forze dell’ordine. I contrabbandieri infatti si avvalgono di mezzi di trasporto corazzati capaci di

travolgere i mezzi della guardia di finanza infrangendo i posti di blocco e gli sbarramenti. Anche se si tratta di un reato di

mera condotta è ipotizzabile il tentativo ed è sufficiente il dolo generico diretto o indiretto.

4) Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario – Art. 338 - L’art. 338 punisce chi usa violenza

o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi

pubblica autorità costituita in collegio, al fine di impedirne o turbarne l’attività. La norma punisce anche chi usa violenza

o minaccia per influire su deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità

qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l’organizzazione o l’esecuzione dei servizi stessi. E’ evidente la differenza

di ratio tra questa norma e quelle previste dagli artt. 336 e 337. Queste seconde infatti mirano a tutelare la libertà di

determinazione e di azione dei singoli pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio individualmente considerati mentre

la norma in esame mira a tutelare il funzionamento degli organi pubblici o di enti di interesse pubblico mettendoli a riparo

da qualunque perturbazione violenta o minacciosa.

5) Circostanze aggravanti - Per i delitti di cui ci stiamo occupando ((violenza e resistenza all’autorità) l’art. 339 prevede

due gruppi di aggravanti. Il primo gruppo di circostanze aggravanti contempla i casi in cui la violenza o minaccia è

commessa con armi o da persona travestita, o da più persone riunite o con scritto anonimo, o in modo simbolico o

avvalendosi della forza intimidatrice derivante da associazioni segrete- Queste circostanze sono oggettive e quindi si

applicano agli eventuali concorrenti. Il secondo gruppo di circostanze contempla due casi: il primo prevede la violenza o

minaccia compiuta da più di cinque persone con l’uso di armi anche da parte di una sola di esse, e il secondo prevede la

violenza o minaccia compiuta da più di dieci persone anche senza uso di armi. Anche in questo caso si tratta di

circostanze oggettive che determinano un aumento della pena in misura indipendente dalla pena ordinaria del delitto.

192) Delitti di oltraggio : - Sono i seguenti:

1) Oltraggio a pubblico ufficiale o a pubblico impiegato (artt. 341 e 344 ora abrogati). Gli articoli 341 e 344 incriminavano

chi offende l’onore o il prestigio di un pubblico ufficiale (art. 341) o di un pubblico impiegato (art. 344) in presenza di lui e

a causa o nell’esercizio delle sue funzioni Scopo delle incriminazioni era quello di garantire il rispetto dovuto alle

persone fisiche che rappresentano la pubblica amministrazione.. Le disposizioni sono state abrogate nel 1999 in quanto

il legislatore ha ritenuto che per la tutela dell’onore e del prestigio dei pubblici ufficiali o impiegati sia sufficiente l’art 594

del codice penale.

2) Oltraggio ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario . L’art. 342 punisce chi offende l’onore o il prestigio di un

corpo politico, amministrativo o giudiziario o di una rappresentanza di esso o di una pubblica autorità costituita in

collegio al cospetto del corpo, della rappresentanza o del collegio. L’incriminazione è estesa anche al fatto commesso

mediante comunicazione telegrafica, con scritto o con disegno diretti al corpo, alla rappresentanza o al collegio a causa

delle sue funzioni. L’art. 342 prevede quindi una forma di oltraggio diversa rispetto agli art. 341 e 344 (ora abrogati) in

quanto in questo caso la p,a. risulta offesa nella sua personalità di ente collegiale invece che di un singolo funzionario.

3) Oltraggio ad un magistrato in udienza – Art. 343 L’art. 343 punisce chi offende l’onore o il prestigio di un magistrato in

udienza. La rilevanza penale che l’ordinamento riconosce a questa specifica forma di oltraggio si spiega con la

particolare importanza della funzione giudiziaria.

4) Offesa all’autorità mediante danneggiamento di affissioni L’art. 345 punisce chi per disprezzo verso l’autorità

rimuove, lacera o rende inservibili o illeggibili disegni o scritti affissi o esposti al pubblico per ordine dell’autorità. Tale

reato è stato trasformato in illecito amministrativo.

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Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Delitti contro l'ordine pubblico, Antolisei. con analisi dei seguenti temi : reati contro l’ordine pubblico, reati contro lo Stato, reati contro la Pubblica Amministrazione, delitti contro l’amministrazione della giustizia, illegittima tutela di interessi privati.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tacopina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Fiorella Antonio.

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