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I reati a tutela della vita

conseguente alla condotta dell'agente, il quale risponde per fatto proprio, sia

pure in relazione a un evento più grave di quello effettivamente voluto; e ciò

senza che, conseguentemente, debba accertarsi se l'evento morte fosse

prevedibile secondo il parametro legale dettato per la colpa (negligenza,

imprudenza, imperizia o inosservanza di norme), giacché nell'omicidio

preterintenzionale la prevedibilità dell'evento morte è insita nell'elemento

psicologico del reato contro l'incolumità fisica (percosse o lesioni) che il reo ha

voluto realizzare

la Suprema Corte, con la pronuncia in commento, afferma l’unicità del titolo di

responsabilità in tema di omicidio preterintenzionale, consistente nel solo dolo

del delitto di percosse o lesioni, il quale, a causa dell’omogeneità dell’evento

morte rispetto a quello meno grave del delitto sussidiario, assorbe la

prevedibilità dell’evento più grave.

evidenzia come, nel caso in commento, non venga minimamente in gioco la

“Si

responsabilità oggettiva, men che la colpa, ma solo il dolo dell’evento minore,

in grado di assorbire la prevedibilità dell’evento omogeneo più grave. Di

conseguenza “La ratio dell’art. 584 risulta, insomma, conforme al dettato

costituzionale, in quanto si fonda sul rapporto dell’elemento psicologico di un

delitto preveduto e voluto contro l’incolumità, contro l’evento morte come

conseguenza perciò stesso prevedibile della condotta”.

2) Cass. Sentenza 8 giugno 2006, n. 19611

Si cambia orientamento: da notare che la pronuncia non era decisiva per la

decisione del caso e quindi è stata data in forma di “obiter dictum”.

“Secondo un diverso orientamento dottrinale e giurisprudenziale l’elemento

psicologico del delitto preterintenzionale deve essere ravvisato nel dolo misto a

colpa, riferito il primo al reato meno grave e la seconda all’evento più grave in

concreto realizzatosi, e, ai fini dell’imputazione, si deve verificare, di volta in

volta, la concreta prevedibilità ed evitabilità dell’evento maggiore.

Questo indirizzo, ad avviso del Collegio, appare maggiormente coerente con il

principio di colpevolezza e con i principi fissati dalla sentenza della Corte

costituzionale 368/88, secondo cui deve necessariamente postularsi la colpa

dell’agente almeno in relazione agli “elementi più significativi della

fattispecie”, fra i quali il “complessivo ultimo risultato vietato” se non si vuole

incorrere nel divieto ex articolo 27, commi 1 e 3, Costituzione della

responsabilità oggettiva c.d. pura o propria.

Nel 2007-2008 abbiamo altre sentenze della sezione V che ripercorrono di

nuovo un imputazione di carattere automatico: se sussiste il nesso causale allora

l’evento era di per se prevedibile.

Parte 7° - I reati contro la persona 174

I reati a tutela della vita

“ L’elemento psicologico è data non dal dolo misto a colpa ma semplicemente

dal dolo di lesioni”.

Apriamo ora una parentesi.

MORTE COME CONSEGUENZA DI ALTRO DELITTO

Art. 586 Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto

Quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza

non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le

disposizioni dell'articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono

aumentate.

Art. 83 Evento diverso da quello voluto dall'agente

Fuori dei casi preveduti dall'articolo precedente, se, per errore nell'uso dei

mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra causa, si cagiona un evento

diverso da quello voluto, il colpevole risponde, a titolo di colpa, dell'evento non

voluto, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo. Se il

colpevole ha cagionato altresì l'evento voluto, si applicano le regole sul

concorso dei reati.

L’art. 586 prevede anche qui il caso di morte senza l’intenzione come

conseguenza di un reato che non sia diretto contro l’incolumità fisica.

La funzione del 586 è quella di norma di chiusura, coprendo un area residuale

con l’esclusione di altri reati che prevedono già la morte di una persona come

circostanza aggravante.

N.B. Per le circostanze aggravanti è stato introdotto un criterio soggettivo di

imputazione, tale che esse sono valutate a carico dell'agente solo se da lui

conosciute o ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da

colpa.

Come possiamo vedere la norma contiene un esplicito rinvio al 83 C.P

ipotesi particolare di “aberratio delicti” (per errore nell'uso dei mezzi di

esecuzione del reato, o per un'altra causa) richiamo alle norme sull’omicidio

colposo con pena aumentata (sottinteso fino a 1/3)

Anche qui abbiamo lo stesso dubbio: L’evento morte a che titolo è

imputabile? Parte 7° - I reati contro la persona 175

I reati a tutela della vita

L’art. 83 è stato al centro di un acceso dibattito: che significa “a titolo di

colpa”?

1 Ipotesi richiamo a responsabilità colposa da accertare caso per caso

2 ipotesi si applica semplicemente il nesso causale, applicando le pene

previste per i reati colposi, ma senza accertare in concreto la colpa.

(Cassazione penale, SS.UU., sentenza 29 maggio 2009, n. 22676)

Morte a seguito spaccio di droga.

“Va dunque affermato il principio che, nell’ipotesi di morte verificatasi in

conseguenza dell’assunzione di sostanza stupefacente, la responsabilità penale

dello spacciatore ai sensi dell’art. 586 cod. pen. per l’evento morte non voluto

richiede che sia accertato non solo il nesso di causalità tra cessione e morte,

non interrotto da cause eccezionali sopravvenute, ma anche che la morte sia in

concreto rimproverabile allo spacciatore e che quindi sia accertata in capo

allo stesso la presenza dell’elemento soggettivo della colpa in concreto,

ancorata alla violazione di una regola precauzionale (diversa dalla norma

penale che incrimina il reato base) e ad un coefficiente di prevedibilità ed

evitabilità in concreto del rischio per il bene della vita del soggetto che assume

la sostanza, valutate dal punto di vista di un razionale agente modello che si

trovi nella concreta situazione dell’agente reale ed alla stregua di tutte le

circostanze del caso concreto conosciute o conoscibili dall’agente reale.”

Questa sentenza delle Sezioni Unite potrà avere delle ricadute anche sulla

lettura dell’omicidio preterintenzionale.

Nel caso in esame cosa significa: la colpa sarà esclusa nel caso di cessione di

dose normale a persona normale.

Se il decesso avviene per contemporanea assunzione di alcool o psicofarmaci,

occorrerà valutare in concreto la colpa dello spacciatore, quindi se sapeva o

poteva ragionevolmente prevedere che il tossico abusava anche di alcolici o

psicofarmaci.

In precedenza solo in un altro caso la Cassazione si era orientata nel senso della

colpa da provare in concreto: caso di usura, minacce e suicidio era stato

contestato il 586 perché era stato dimostrato che l’usuraio conosceva lo stato di

profonda prostrazione psicologica del suicida.

Il reato di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto è

procedibile d’ufficio e la competenza è attribuita al tribunale in composizione

monocratica. Parte 7° - I reati contro la persona 176

I reati a tutela della vita che

L’articolo 586 rappresenta una norma di chiusura del sistema

interviene quando non sono applicabili altre disposizioni. E’ evidente come

l’articolo 584, precedentemente esaminato, si configuri come un’ipotesi

speciale di questa norma, nel quale l’elemento specializzante è rappresentato

dalla condotta di lesioni o percosse. Inoltre, la morte come conseguenza non

voluta di altro delitto doloso può apparire, in alcune fattispecie, come elemento

aggravatore del reato base (vedi per esempio il reato di omissione di soccorso,

fattispecie in cui l’evento morte aggrava la fattispecie), restringendo

ulteriormente il campo di operatività del 586. L’articolo 586 interviene, di

conseguenza, in relazione a qualsiasi altro delitto doloso che non preveda nella

sua disciplina la morte come evento aggravatore. Il caso del tossicodipendente

che muore rappresenta l’ipotesi più frequente di applicazione del 586 (anche in

caso di dose ceduta ad un terzo, che poi muore), ma è possibile incontrare anche

altre applicazioni.

L’articolo 586, peraltro, rinvia, per la sua disciplina, all’articolo 83, una

norma di parte generale, rubricata aberratio delicti. Si ripresenta, perciò, il

35

problema sul titolo di responsabilità dell’aberratio delicti .

ARTICOLO 83 CODICE PENALE – Evento diverso da quello

voluto dall’agente

[1] Fuori dei casi preveduti dall’articolo precedente, se , per errore

nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un’altra causa, si cagiona un

evento dannoso diverso da quello voluto, il colpevole risponde, a titolo di colpa,

dell’evento non voluto, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto

colposo.

[2] Se il colpevole ha cagionato altresì l’evento voluto, si applicano le

regole sul concorso dei reati.

Nella classica ipotesi di aberratio delicti, si incontra un soggetto che

vuol commettere un certo reato ed invece ne commette un altro (nel nostro caso,

un omicidio colposo). Di questo diverso reato, recita l’articolo 83, il soggetto

risponde a titolo di colpa. Le interpretazioni possono essere due.

1) Occorre effettivamente riscontrare l’esistenza della colpa in

concreto per poter rispondere dell’evento non voluto;

2) “a titolo di colpa” è indicativo di ciò che può essere definito

“come se fosse colposo”.

Si fa cioè riferimento alle sanzioni previste per i reati colposi, tanto è vero che

l’articolo 83 è applicabile solo se il fatto è previsto dalla legge come delitto

colposo. Quindi, se il fatto è previsto come reato colposo, l’inciso “a titolo di

colpa” serve solo per fare riferimento alla disciplina di quel reato colposo, senza

35 In merito all’aberratio delicti, si veda pag.52-53 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 177

I reati a tutela della vita

dover accertare in concreto la colpa in quanto, in realtà, il titolo di

responsabilità è quello della classica responsabilità oggettiva (fatto che non

stupisce più di tanto in quanto anche in questo caso, come nel caso

dell’omicidio preterintenzionale, si risponde alla logica del “versari in re

illicita”, ossia se già si sta violando una legge penale, si risponderà di tutto

quello che conseguirà sulla base di un addebito di tipo oggettivo, eccezion fatta

per quelle ipotesi in cui operi un fattore interruttivo del nesso causale ex articolo

41 comma 2).

La tesi, secondo cui l’articolo 83 risponde ad un modello di

responsabilità oggettiva dell’evento non voluto, pare sicuramente fondata sul

piano storico e risulta addirittura rafforzata da un elemento logico.

Infatti, se fosse vero che occorre riscontrare effettivamente la colpa in

concreto nei confronti dell’evento diverso ci si troverebbe di fronte ad una

“interpretatio abrogans”, in quanto l’articolo 83 stabilisce che in caso di

aberratio si risponde del delitto diverso qualora sia imputabile a titolo di colpa e

qualora sia previsto come delitto colposo. Secondo questa interpretazione,

già desumibile dai

l’articolo 83 sosterrebbe una cosa assolutamente ovvia,

principi generali degli articoli 42 e 43, senza che sia necessario ribadirlo per il

settore dei reati colposi cagionati dal compimento di un reato doloso. Nell’ottica

del legislatore del 1930, l’articolo 83 rappresentava qualcosa che andava oltre i

principi generali del diritto. E’ chiaro che chi commetteva un reato doloso e per

colpa cagionava anche un reato colposo doveva risponderne, ma con l’articolo

83 era chiamato a risponderne anche in assenza di colpa, con le pene

previste per il reato colposo ma su base oggettiva, cioè sulla base del mero

rapporto di causalità rispetto all’attività illecita precedentemente compiuta

(questo schema è analogo anche a quello valido per l’omicidio

preterintenzionale che infatti era addebitato oggettivamente).

Oggi la responsabilità oggettiva, pur se avvalorata ancora da

qualche sentenza della Cassazione, non è più costituzionalmente compatibile

con quanto stabilito dal primo comma dell’articolo 27 della Costituzione.

Tuttavia, la fattispecie prevista dall’articolo 586 presenta qualche difficoltà

in più rispetto all’ipotesi dell’omicidio preterintenzionale.

Infatti, l’omicidio preterintenzionale, se interpretato in un’ottica di

responsabilità colposa, mantiene un suo significato preciso nel sistema (cioè

indica una disciplina che non sarebbe applicabile in assenza di questa

previsione normativa).

Si potrebbe affermare che l’articolo 83, se interpretato nel senso di

ricercare la colpa in concreto, finisca per non avere più un suo significato. Al

massimo si potrebbe salvare l’articolo 586 nel senso di considerare che,

qualora l’evento colposo sia rappresentato dalla morte o dalle lesioni, il

meccanismo di valutazione subisca un inasprimento (nel senso, cioè, di

considerarlo come norma che calca la mano rispetto alle normali ipotesi di

Parte 7° - I reati contro la persona 178

I reati a tutela della vita

responsabilità per colpa). In questo modo però l’articolo 83 rimarrebbe una

norma assolutamente inutile, in quanto ribadirebbe un’ovvietà assoluta.

Perciò, se ci si pone su un piano di sicura legittimità costituzionale,

si ottiene un’interpretazione abrogatrice dell’articolo 83 ed un

ridimensionamento dell’articolo 586 il quale, però, manterrà una sua

autonomia sul piano sanzionatorio. si ottiene un sistema privo di

Rispettando, invece, la tesi storico logica

falle in quanto l’articolo 83 viene applicato nelle ipotesi in cui non sia

presente colpa (in pratica si applica alle ipotesi di causazione oggettiva di un

evento collegato ad un reato doloso). Ciò spiega anche perché la Cassazione

continui ad essere affezionata a questo tipo di imputazione e recentemente

sia tornata a parlare di responsabilità oggettiva in termini espliciti, dopo aver

praticato per qualche anno con riferimento all’articolo 586 quell’escamotage

che formalmente consentiva di inquadrare il fatto nella responsabilità colposa

(per inosservanza di leggi), celando tuttavia una responsabilità oggettiva. La

Cassazione nel 1996 si è espressa proprio in questa maniera in materia di

36 .

stupefacenti In merito all’elemento soggettivo necessario per l’imputazione

dell’articolo 586, l’alternativa è quindi secca, in quanto o si tratta di una

responsabilità oggettiva (ancorché mascherata dietro il riferimento alla colpa

specifica per inosservanza di leggi) o si tratta di quella colpa generica, basata

sui criteri della diligenza, della prudenza o della perizia che, seppure possa

sembrare complicato pretendere da un soggetto che sta commettendo un reato,

non è tuttavia sbagliato richiedere. Infatti, come accade per qualsiasi soggetto

che sta compiendo un’attività lecita, anche per quanto riguarda il soggetto che

svolge attività illecita il comportamento si può valutare sulla base della

prevedibilità dell’evento (se Tizio va a rapinare una persona, che già sa essere

cardiopatica, non si deve stupire se questa viene colpita da infarto dopo che le è

stata puntata in faccia la pistola) .

Una recente pronuncia della Cassazione ha rispolverato la teoria

dell’imputazione per responsabilità oggettiva della morte nel reato previsto

dall’articolo 586, senza neanche ricorrere al camuffamento basato sulla colpa

37

per inosservanza di leggi . Nel caso in questione, un soggetto aveva effettuato

a danno di un altro prima un’usura e poi un’estorsione collegata all’usura

(aveva primo preteso interessi usurari e poi, accertato che l’altro non pagava, lo

aveva minacciato). Il soggetto minacciato, ad un certo punto, si era

suicidato. A questo punto ci si è chiesti se si potesse applicare, in questo caso,

lo schema dell’articolo 586. Che di per sé il suicidio sia un evento riferibile alla

condotta di un altro soggetto è un fatto che la giurisprudenza non ha mai messo

in discussione. In questo caso però la Cassazione si è trovata in difficoltà,

perché il proscioglimento dei giudici di appello era avvenuto sulla base della

36 Cassazione Penale Sezione IV, 22/07/1996, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag..109.

37 Cassazione Penale Sezione II, 25/06/1996, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag..101.

Parte 7° - I reati contro la persona 179

I reati a tutela della vita

non prevedibilità della morte per suicidio, non risultavano, infatti, presenti

segni premonitori dell’imminente volontà di suicidio da parte del soggetto

minacciato.

La Cassazione, prosciogliendo per gli articoli 586 (morte come

conseguenza di altro delitto) e 589 (omicidio colposo), ha colto l’occasione per

ribadire che la fattispecie di “morte come conseguenza non voluta di altro

delitto” è stabilita in termini di pura e semplice causalità materiale e viene

addebitata all’agente come conseguenza della sua azione od omissione (ai

sensi dell’articolo 42, comma 3). Resasi però conto che in questo caso era forse

eccessivo imputare all’agente la morte del soggetto minacciato, la Cassazione

si è poi avventurata in un ragionamento discutibile, sostenendo che il

suicidio è di per sé un fatto volontario della vittima, idoneo ad

interrompere il rapporto di causalità materiale fra fatto doloso e morte non

voluta. La tesi risulta, per la verità, un po’ azzardata in quanto il suicidio del

minacciato non rappresenta un evento di tale straordinarietà da scardinare il

rapporto causale. La Cassazione ha poi cercato di aggiustare il tiro, sostenendo

che, in certi casi, la volontà suicida viene direttamente determinata dal delitto

doloso, avventurandosi su una rielaborazione del rapporto di causalità che non

sembra corrispondere all’indirizzo normalmente seguito dalla Cassazione stessa

e forse più vicino alla teoria della “condicio sine qua non”. La Cassazione in

questo caso avrebbe avuto meno problemi se avesse accettato la tesi seguita

dalla Corte d’Appello di Genova, in secondo grado, che aveva cercato la

prevedibilità dell’evento morte e non trovandola aveva quindi escluso

l’ipotesi di omicidio colposo. 38

La Cassazione in una pronuncia del 1998 ha ripudiato qualsiasi

forma di responsabilità oggettiva schierandosi a favore della necessità di una

colpa generica, che deve però risultare prevedibile e non astratta.

Con l’articolo 586 si chiude l’analisi dei reati in cui l’evento morte

è elemento costitutivo della fattispecie. In questa sede non si tratterà

dell’omicidio colposo che non ha un’autonomia nella parte speciale, essendo

accompagnato dai problemi classici relativi alla colpa, già affrontati nella parte

39

generale .

PROBLEMATICHE OMICIDIO

PRETERINTENZIONALE

Nel caso di morte a seguito di spaccio di stupefacenti.

. In particolare, la problematica riguarda la morte del tossicodipendente a

seguito dell’assunzione di stupefacenti. A dire il vero in quest’ambito si

38 Cassazione Penale Sezione I, 22/10/1998, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag..114.

39 In merito alla colpa ed ai suoi profili, si veda pag.37 ss. di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 180

I reati a tutela della vita

richiama, di frequente, la figura criminosa della morte conseguente ad altro

delitto (ex articolo 586), la quale, pur non essendo una fattispecie molto lontana

dall’omicidio preterintenzionale, è punita con la pena prevista per l’omicidio

colposo, anche se aumentata di un terzo. In qualche caso sporadico, tuttavia,

40

la giurisprudenza ha ritenuto applicabile la norma sull’omicidio

preterintenzionale nei confronti del fornitore della sostanza stupefacente che

abbia somministrato direttamente la dose alla persona poi morta per

overdose. La motivazione che emerge dalla pronuncia menzionata in nota

lascia, tuttavia, qualche perplessità. La Cassazione ha, infatti, ritenuto che

l’alterazione fisica e psichica derivante dall’assunzione stupefacenti integri

il concetto di malattia e rappresenti un’attività riconducibile agli atti diretti a

cagionare la lesione. Per questo motivo, a seguito della malattia deriva la

morte dell’assuntore e si può parlare di omicidio preterintenzionale. A dire

il vero casi del genere sono caratterizzati anche da una modalità esecutiva

particolare, ossia il fatto di iniettare direttamente la sostanza alla persona che in

seguito morirà per overdose. Facendo leva su questa modalità esecutiva, sembra

plausibile affermare che bucare la pelle di una persona con una siringa

costituisca lesione (ancorché nella mentalità del somministratore possa

comportare piacere). Nel caso in cui da questa condotta scaturisca la morte, si

potrebbe ritenere accettabile la configurazione del 584, purché vengano

rispettate le consuete condizioni, ossia il non accontentarsi di un semplice nesso

di causalità tra somministrazione della dose e morte della persona ed il valutare

se la morte possa essere ritenuta una conseguenza prevedibile. Facendo, invece,

leva sulla semplice alterazione fisica e mentale, determinata dalla sostanza

stupefacente nel consumatore, si rischia di andare un po’ troppo lontano in

quanto tutti i casi che la giurisprudenza fa usualmente rientrare nel 586 (morte

conseguente ad altro delitto doloso) verrebbero attratti dal 584 e sarebbero

considerate ipotesi di omicidio preterintenzionale. Ragionando in questo modo,

però, non si riuscirebbe a ravvisare alcun tipo di differenza fra il fornire

semplicemente la dose letale ed il praticare materialmente l’iniezione. In realtà,

la giurisprudenza, in tutti i casi in cui l’iniezione non sia effettuata dal

fornitore, non utilizza lo schema dell’omicidio preterintenzionale, ma

quello della morte conseguente ad altro delitto. Un elemento che può

giustificare il ricorso al 584 è il fatto che ci sia un intervento diretto

sull’incolumità del soggetto, infatti un conto è un’iniezione consentita altro è,

invece, un’iniezione imposta alla vittima e praticatale con la forza.

L’alterazione psichica e fisica che consegue alla semplice assunzione di

stupefacenti non sembra perciò equiparabile alla malattia ed il comportamento

consistente nel far assumere sostanze stupefacenti ad una persona non sembra

semplicemente equiparabile agli atti diretti a cagionare lesioni (eccezion fatta

per il caso in cui si utilizzi una sostanza stupefacente volutamente sovradosata o

40 Cassazione Penale Sezione V, 26/06/1986, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag..80.

Parte 7° - I reati contro la persona 181

I reati a tutela della vita

tagliata in maniera scorretta per provocare una malattia nell’assuntore, caso in

cui si configura un omicidio volontario. Negli altri casi la responsabilità dello

spacciatore deve essere ricondotta alla figura minore del 586).

Preterintenzione e “Aberratio ictus”

Art. 82 Offesa di persona diversa da quella alla quale l'offesa era diretta

Quando, per errore nell'uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra

causa, è cagionata offesa a persona diversa da quella alla quale l'offesa era

diretta, il colpevole risponde come se avesse commesso il reato in danno della

persona che voleva offendere, salve, per quanto riguarda le circostanze

aggravanti e attenuanti, le disposizioni dell'articolo 60. Qualora, oltre alla

persona diversa, sia offesa anche quella alla quale l'offesa era diretta, il

colpevole soggiace alla pena stabilita per il reato più grave, aumentata fino

alla metà.

Vediamo il caso dell’errore di mira.

Il dolo dell’omicidio non è il dolo concreto cagionare la morte di una

persona (non di quella persona)

Ma allora per quale motivo abbiamo l’art. 82?

E che differenza c’è dall’art. 60?

Art. 60 Errore sulla persona dell'offeso

Nel caso di errore sulla persona offesa da un reato, non sono poste a carico

dell'agente le circostanze aggravanti, che riguardano le condizioni o qualità

della persona offesa, o i rapporti tra offeso e colpevole. Sono invece valutate a

suo favore le circostanze attenuanti, erroneamente supposte, che concernono le

condizioni, le qualità o i rapporti predetti. Le disposizioni di questo articolo

non si applicano, se si tratta di circostanze che riguardano l'età o altre

condizioni o qualità, fisiche o psichiche, della persona offesa.

Qui manca qualsiasi riferimento all’errore nei mezzi di esecuzione del reato: In

questo caso sbaglio semplicemente persona!

Cass. pen. Sez. V, (ud. 06-07-2006) 22-01-2007, n. 1796

Parte 7° - I reati contro la persona 182

I reati a tutela della vita

“F.C., venditore di schede telefoniche, veniva rapinato da due giovani di una

valigetta contenente proprio le schede telefoniche prepagate mentre

parcheggiava la sua auto.

Riavutosi dalla sorpresa e dalla caduta provocata dall'aggressione dei due

rapinatori, il F. si pose all'inseguimento delle due persone, che si erano date

alla fuga, lungo viale (OMISSIS) adiacente alla villa comunale di (OMISSIS),

impugnando una pistola in suo possesso e intimando ai due di fermarsi.

Durante la corsa il F. esplose quattro colpi di arma da fuoco, sebbene un

carabiniere in borghese, postosi al suo inseguimento, gli avesse intimato di non

sparare.

Uno dei colpi, come sarà accertato successivamente, colpì una giovane donna,

G.D., che si trovava nel viale (OMISSIS) in compagnia del marito, del

figlioletto e di alcuni amici; la donna morì a causa delle lesioni riportate due

giorni dopo”

La linea difensiva sarà quella di invocare l’art. 83, cioè un semplice omicidio

colposo.

Invece la cassazione dice che vanno applicate le regole sulla preterintenzione.

Siamo in presenza di un aberratio ictus, anche se la norma richiede

obbligatoriamente l’omogeneità dell’evento.

Hanno ragione i giudici del merito quando nei fatti hanno ravvisato la

violazione dell'art. 584 c.p. e non quella dell'art. 586 c.p., come richiesto dal

ricorrente. La differenza tra le due ipotesi di reato è molto chiara ed è stata

delineata con precisione dalla Corte di merito.L'art. 584 c.p. prevede una

ipotesi di evento più grave di quello voluto, allorchè si cagiona la morte di un

uomo con atti diretti a commettere il reato di lesioni o quello di percosse,

mentre l'art. 586 c.p., che costituisce una applicazione dell'art. 83 c.p. -

aberratio delicti - prevede l'ipotesi di un evento diverso da quello voluto,

allorchè la morte derivi come conseguenza non voluta da un fatto preveduto

come delitto doloso, che non sia quello di lesioni o percosse (vedi ad es. Cass.

23 marzo 1990, Dannano, in CP 92, 310). E' poi pacifico - la questione non è

stata riproposta dal ricorrente in sede di legittimità - che il delitto

preterintenzionale è compatibile con l'abberatio ictus, nel senso che quando per

Parte 7° - I reati contro la persona 183

I reati a tutela della vita

effetto di lesioni o percosse che si vogliono praticare a Tizio, venga colpito, per

errore nei mezzi di esecuzione del delitto, Caio, è applicabile l'art. 584 c.p.

(Cass. 14 dicembre 1999, Vito)…………

Nel caso di uccisione di persona diversa da quella che si intendeva solo

percuotere o ferire, si configura l'omicidio preterintenzionale. Ciò ai sensi

dell'art. 82 c.p., poiché l'agente deve rispondere a titolo di dolo come se avesse

commesso l'atto di lesioni in danno di persona diversa e quindi - in

applicazione dell'art. 584 c.p. - è chiamato a rispondere dell'evento morte

derivato dall'atto violento.

Attenzione: tutto questo va bene se manco il bersaglio e colpisco un passante.

Se cagiono la lesione e ugualmente colpisco un passante allora avremmo :

Lesioni dolose + omicidio colposo.

ATTIVITA’ MEDICO CHIRURGICA

C) Giurisprudenza

I FASE: Caso Massimo

Una situazione molto particolare riguarda il possibile collegamento tra omicidio

preterintenzionale ed attività medico-chirurgica con esito infausto.

Normalmente, quando ci si pone il problema dell’evento morte, come

conseguenza dell’attività medico chirurgica, si ragiona in termini di omicidio

colposo.

Tuttavia, in contesti molto particolari, l’imputazione per omicidio

preterintenzionale non risulta così fuori luogo come potrebbe apparire a prima

vista. E’ importante, innanzitutto, domandarsi quali siano le condizioni che

possano legittimare un intervento chirurgico su un paziente. E’ ben noto che una

delle condizioni imprescindibili sia l’acquisizione del consenso

dell’interessato (cosiddetto consenso informato). In mancanza di questo

consenso, in caso di morte del paziente dopo un intervento, si apre uno scenario

nel quale può collocarsi l’omicidio preterintenzionale, come emerge da una

41

pronuncia della Corte d’assise di Firenze del 1990 e dai gradi successivi di

42

giudizio .

41 Corte d’assise Firenze, 18/10/1990, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.87.

42 Cassazione Penale Sezione V, 21/04/1992, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag..91.

Parte 7° - I reati contro la persona 184

I reati a tutela della vita

L'orientamento più risalente sul tema dell'omicidio preterintenzionale riferito

alla responsabilità medica è costituito dalla sentenza 21 aprile 1992, della V

sezione; questa decisione è espressione di una concezione particolarmente

rigorosa ed estensiva sulla possibilità di configurare questa ipotesi di reato nel

trattamento medico chirurgico eseguito, con esito infausto, senza il consenso del

paziente e ha ravvisato l'ipotesi dell'omicidio preterintenzionale nel caso di

trattamento chirurgico non consentito.

E' opportuno sottolineare come la sentenza individui anche elementi di colpa nella

condotta del chirurgo evidenziando come l'asportazione di una massa tumorale

benigna potesse avvenire con modalità diverse e meno invalidanti rispetto a

quelle praticate costituite dall'amputazione del retto; modalità comunque

ritenuto troppo rischiose in riferimento alle condizioni generali della paziente.

Peraltro nella sentenza sono stati individuati gli elementi costitutivi della

"ebbe, sotto il

fattispecie dell'omicidio preterintenzionale perché il chirurgo

profilo intellettivo, la rappresentazione dell'evento lesioni e, sotto quello

volitivo, l'intenzione diretta a realizzarlo, ebbe cioè consapevole volontà di

ledere l'altrui integrità personale senza averne diritto e senza che ve ne fosse

necessità".

Insomma la mancanza del consenso rende la condotta del chirurgo

arbitraria e diretta a ledere consapevolmente l'integrità fisica del paziente non

diversamente da colui che cagiona volontariamente a taluno una lesione

personale.

II FASE

Recentemente due pronunce, la prima del 2001 e la seconda del Luglio

2002, hanno ribaltato questo pensiero, mettendo in discussione il punto di

partenza e cioè il dolo della lesione.

Caso Barese

La sentenza 9 marzo 2001, Barese (All. 2), della IV sezione, pone limiti più

ristretti alla possibilità di ipotizzare la fattispecie dell'omicidio

preterintenzionale e, pur non escludendola in assoluto (per es. nei casi in cui la

morte consegua ad una mutilazione procurata in assenza di qualsiasi necessità o

di menomazione inferta per scopi esclusivamente scientifici), richiede, perché

possa ritenersi verificata questa ipotesi, l'accertamento dell'esistenza di un

dolo dell'agente che possa essere qualificato dolo diretto, e non solo

eventuale, e intenzionalmente orientato a provocare la lesione dell'integrità

fisica del paziente; in mancanza il delitto può essere ritenuto colposo ove ne

sussistano i presupposti. Parte 7° - I reati contro la persona 185

I reati a tutela della vita

Caso Volterrani

Ancora diverso è il caso esaminato nella sentenza 29 maggio 2002,

Volterrani della I sezione, che affronta con particolare approfondimento il tema

del consenso del paziente pervenendo, anche in questo caso, a conclusioni

diverse dalla sentenza MASSIMO e confermando l'assoluzione del chirurgo che

aveva eseguito un intervento non consentito dal paziente che era

successivamente deceduto in conseguenza dell'intervento.

Si trattava di un caso nel quale il consenso del paziente era limitato alla

riduzione di un'ernia ombelicale e all'esplorazione della cavità addominale. Nel

corso dell'intervento era stata constatata la presenza di un tumore maligno e il

chirurgo aveva provveduto alla sua asportazione con un intervento di particolare

complessità.

La differenza fondamentale di questo caso con quelli Massimo e Barese è

costituita dalla circostanza che, nel caso Volterrani, i giudici di merito – e la

Corte di Cassazione ha escluso ogni vizio di motivazione nella formulazione di

questo giudizio - hanno escluso ogni elemento di colpa nell'esecuzione

dell'intervento, ritenuto eseguito nella perfetta osservanza delle leges artis, e

hanno ricollegato il decesso a complicanze non prevedibili.

Rispetto alla sentenza Barese la sentenza Volterrani sembra contenere una più

esplicita riaffermazione dell'incompatibilità logico giuridica tra la

volontarietà dell'atto lesivo – su cui si fonda l'ipotesi del delitto

preterintenzionale – e l'intervento del medico che, anche in assenza di

consenso, ma purchè non vi sia un esplicito dissenso, trova comunque una

legittimazione in se stesso che esclude altresì (in questo senso il giudice di

legittimità ha corretto la motivazione della Corte di merito che aveva ravvisato

l'esimente dello stato di necessità) che il fatto possa astrattamente essere

inquadrato in una fattispecie di reato.

Nelle due pronunce si nega la condotta tipica (e non l’elemento soggettivo),

in quanto si nega che ci siano lesioni dolose. La sentenza del 2002 fa

riferimento in primis alla necessità di un consenso in senso negativo, ma non

in senso positivo. Il secondo riferimento è alle problematiche inerenti

all’incolumità personale, in base alle quali il medico è legittimato al trattamento

terapeutico anche in assenza di un esplicito consenso (a meno che non ci sia un

dissenso consapevole ed esente da condizionamenti). L’articolo 584 si

potrebbe perciò configurare solamente per gratuita malvagità del medico,

ipotesi chiaramente romanzesca. In pratica, si prospetta uno stato di necessità

generale e legittimizzato. La sentenza del 2001 fa riferimento, invece, ad un

dolo non caricato di effetti negativi. Una certa dottrina (Pisa) non condivide

queste “letture” in quanto autorizzano il chirurgo ad allargare a dismisura

l’intervento, semplicemente sul presupposto dell’assenza di un dissenso

esplicito. Parte 7° - I reati contro la persona 186

I reati a tutela della vita

Cassazione Sezioni Unite 2437/2009

Problema delle lesioni in caso di intervento diverso da quello consentito il

problema delle lesioni può essere ribaltato di conseguenza sul 584.

“Una condotta "istituzionalmente" rivolta a curare e, dunque, a rimuovere un

male non può essere messa sullo stesso piano di una condotta destinata a

cagionare quel "male".”

Inoltre “Pertanto, ove l'intervento chirurgico sia stato eseguito lege artis, e cioè

come indicato in sede scientifica per contrastare una patologia ed abbia

raggiunto positivamente tale effetto, dall'atto cosi eseguito non potrà dirsi

derivata una malattia, giacchè l'atto, pur se "anatomicamente" lesivo, non

soltanto non ha provocato - nel quadro generale della "salute" del paziente -

una diminuzione funzionale, ma è valso a risolvere la patologia da cui lo stesso

era affetto.”

Esclusa quindi l’ipotesi di lesioni personale, le SS.UU escludono anche, seppur

con fatica, la riconducibilità anche all’art. 610 (violenza privata).

La violenza, infatti, è un connotato essenziale di una condotta che, a sua volta,

deve atteggiarsi alla stregua di mezzo destinato a realizzare un evento

ulteriore: vale a dire la costrizione della vittima a fare, tollerare od omettere

qualche cosa; deve dunque trattarsi di "qualcosa" di diverso dal "fatto" in cui

si esprime la violenza.

Ma poichè, nella specie, la violenza sulla persona non potrebbe che consistere

nella operazione; e poichè l'evento di coazione risiederebbe nel fatto di

"tollerare" l'operazione stessa, se ne deve dedurre che la coincidenza tra

violenza ed evento di "costrizione a tollerare" rende tecnicamente impossibile

la configurabilità del delitto di cui all'art. 610 c.p..

ARTICOLO 589 CODICE PENALE – Omicidio colposo

[1] Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la

reclusione da sei mesi a cinque anni

[2] Se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina

della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul

lavoro la pena è della reclusione da uno a cinque anni.

[3]Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più

persone e di lesioni di una o più persone si applica la pena che dovrebbe

infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo,

ma la pena non può superare gli anni dodici.

Parte 7° - I reati contro la persona 187

I reati a tutela della vita

Il reato di omicidio colposo è procedibile d’ufficio e la competenza è

attribuita al tribunale in composizione monocratica, eccezion fatta per l’ipotesi

di omicidio colposo plurimo che risulta di competenza del tribunale in

composizione collegiale. 43

Attenzione, la Cassazione, in un suo recente intervento , ha

affermato che l’omicidio colposo plurimo non costituisce un reato unico, ma un

concorso formale di più reati, con unificazione unicamente “quoad poenam”.

Per questo motivo il termine di prescrizione deve essere computato con

riferimento a ciascun evento di morte o di lesioni e dal momento in cui ciascuno

di essi si è verificato.

SEZIONE SECONDA - I REATI A TUTELA

DELL’INCOLUMITA’ FISICA

Sommario : 01) Il reato di rissa , 02) Abbandono di persone minori o

incapaci 03) Omissione di soccorso. 04) Percosse e lesioni personali, ,

01) IL REATO DI RISSA

Il sistema penale italiano presenta ulteriori fattispecie che tendono a realizzare

una tutela preventiva nei confronti della vita e dell’incolumità. In quest’ottica si

spiega l’incriminazione per rissa (articolo 588), quella per abbandono di minori

(articolo 591) ed infine quella per omissione di concorso “generica” (articolo

593). E’ in voga l’abitudine di intendere la rissa come una minaccia per la

sicurezza pubblica, immaginando che si svolga in un locale pubblico o per

43 Cassazione Penale Sezione IV, 01/12/2000, n.12472.

Parte 7° - I reati contro la persona 188

I reati a tutela della vita

strada. In realtà, se si guarda con attenzione alla norma, la rissa è punita

ovunque si svolga, quindi, in linea di principio, anche in un’abitazione privata.

La rissa viene incriminata perché si rivela un fatto in sé pericoloso per

l’incolumità dei suoi partecipanti o dei soggetti potenzialmente coinvolgibili.

Deve essere segnalato che l’attuale ampia incriminazione per rissa è una

novità introdotta dal codice del 1930, in quanto il codice Zanardelli del 1889

puniva la rissa solo nel caso in cui qualcuno rimanesse ferito o ucciso.

Nell’attuale disciplina, invece, l’eventuale verificarsi della lesione o morte di un

soggetto, causata dalla rissa, determina un aggravamento di pena, ma non

condiziona la punibilità della rissa in quanto tale.

ARTICOLO 588 CODICE PENALE -Rissa

[1] Chiunque partecipa ad una rissa è punito con la multa fino a 309 euro.

[2] Se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesione personale, la pena per

il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della reclusione da tre mesi a

cinque anni. La stessa pena si applica se l’uccisione, o la lesione personale,

avviene immediatamente dopo la rissa e in conseguenza di rissa.

e la competenza per la

Il reato di rissa è sempre procedibile d’ufficio

fattispecie base è attribuita al giudice di pace, mentre la fattispecie aggravata è

di competenza del tribunale in composizione collegiale.

Gli eventi previsti nel secondo comma (lesione o morte) rilevano, ai fini della

determinazione dell’elemento aggravatore, sia che avvengano durante la rissa,

sia che avvengano dopo la rissa, purché in conseguenza della stessa (ad

esempio, Tizio non ha digerito l’esito della rissa, si arma ed uccide). Il

verificarsi di uno degli eventi previsti nel secondo comma aggrava, in linea di

principio, la posizione di tutti i partecipanti alla rissa.

La norma non prevede una definizione di rissa.

1) Lettura di gran parte della giurisprudenza – La rissa, oltre a dovere

essere una generica mischia violenta con passaggio a vie di fatto, deve essere

arricchita dall’elemento ulteriore che i partecipanti allo scontro abbiano agito

con volontà reciproca di sopraffazione.

Si realizza, in pratica, il reato di rissa in presenza di più soggetti

contrapposti che tendano l’uno a prevaricare sull’altro. Detto ciò, bisogna

domandarsi se sia sempre necessario riscontrare questa situazione, problema

che si pone quando in uno scontro fisico fra più persone (convenzionalmente si

ritiene che il numero di persone partecipanti debba essere di almeno tre unità)

un gruppo sia chiaramente identificabile nella veste di aggressore, mentre un

altro gruppo di persone (al limite anche una sola persona) accetti in qualche

cercando di uscirne nel

misura lo scontro, ma soltanto in chiave difensiva,

migliore dei modi possibile e, magari, di allontanarsi il più rapidamente

Parte 7° - I reati contro la persona 189

I reati a tutela della vita

44

possibile. In una pronuncia della Cassazione del 1999, è stato esclusa la

configurabilità del reato di rissa in una situazione in cui un gruppo aveva

aggredito un altro gruppo che si era limitato a difendersi. Questa tesi è

chiaramente discutibile, in quanto la richiesta dell’intento di sopraffazione

reciproca come elemento costitutivo può portare ad un nulla di fatto.

In pratica, non viene imputato per rissa né il gruppo che ha subito

l’attacco, né quello che l’ha posto in essere. Insomma, ragionando in questo

modo il reato di rissa finirebbe con lo scomparire ed il gruppo che ha portato

l’attacco potrebbe tutt’al più rispondere (come minimo) di violenza privata ex

articolo 610 .

2) Lettura della dottrina e di parte della giurisprudenza - In questo caso

la rissa deve essere intesa, in senso più ampio, come una mischia con passaggio

a vie di fatto idonea a creare un pericolo per l’incolumità, senza che sia

necessario l’elemento della reciproca sopraffazione (salvo poi fare un

discorso diverso relativo alla punibilità dei soggetti coinvolti). Definire in

questo modo la rissa non significa che tutti i soggetti coinvolti debbano

necessariamente rispondere. Infatti, quando alcune persone cercano

semplicemente di resistere all’aggressione, usando sì la forza fisica, ma

solamente in chiave difensiva, deve essere loro applicata la scriminante della

legittima difesa. In caso contrario non sarebbe altrimenti possibile difendersi

legittimamente nel corso di una rissa senza esserne considerati partecipanti.

Questa tesi è maggiormente condivisibile della precedente.

Parlare di legittima difesa nell’ambito della rissa può avere un duplice

significato.

1) Se ne può discutere in relazione alla rissa intesa come volontà di

sopraffazione, con i limiti visti nella pronuncia prima citata. Se si accetta questa

teoria le due nozioni risultano in chiara alternativa in quanto la volontà

reciproca di sopraffazione si rivela concettualmente incompatibile con la

legittima difesa, come confermato da una recentissima pronuncia della

45

Cassazione in cui si afferma che la legittima difesa rimane esclusa nell’ipotesi

in cui lo scontro tra due soggetti si inserisca nel contesto di una rissa, nella

quale ciascuno dei contendenti è animato da volontà aggressiva nei confronti

dell’altro e non può invocare la necessità di difesa, avendo contribuito a

determinare la situazione di pericolo, accettandone i rischi (in realtà, l’ultimo

passaggio è opinabile in quanto l’ineluttibilità della reazione e l’involontarietà

della situazione di pericolo non sono espressamente richieste dalla norma sulla

legittima difesa, ma tutt’al più dalla norma sullo stato di necessità di cui

risultano indispensabili per l’applicazione).

44 Cassazione Penale Sezione V, 12/01/1989, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.136.

45 Cassazione Penale Sezione I, 23/07/2002, n.28425. Parte 7° - I reati contro la persona 190

I reati a tutela della vita

2) Se ne può discutere anche in relazione alla seconda teoria in base alla

quale non c’è nessuna difficoltà a scriminare chi partecipi materialmente alla

rissa, ma soltanto in chiave difensiva. Quello della legittima difesa nell’ambito

della rissa è un problema che ha senso porsi solo nel caso in cui si accetti la

nozione più ampia di generica mischia violenta con passaggio a vie di fatto, in

cui ci possa essere qualcuno che prende parte allo scontro soltanto allo scopo di

difendersi.

Un problema, da non confondere con quello appena enunciato, risulta

l’eventuale invocazione della legittima difesa per reati commessi in occasione

della rissa, in relazione a determinati rischi superiori a quelli preventivati. Un

esempio potrebbe essere quello della rissa tra due persone apparentemente non

particolarmente pericolose, durante la quale una delle due estrae una pistola per

usarla nei confronti del rivale.

Ci sono affermazioni drastiche secondo cui, una volta accettata la sfida,

insita nel concetto di rissa, non si possa invocare la legittima difesa. La

stessa giurisprudenza, autrice di queste affermazioni, ammette, però,

eccezionalmente, che, qualora si profili un pericolo imprevedibile all’interno

della rissa, si possa reagire per legittima difesa (se Tizio vuole uccidere Caio

per reazione ad una banale scazzottatura non si vede perché Caio non possa

intervenire in maniera proporzionale per neutralizzarlo).

Quindi, quando si parla di legittima difesa nell’ambito di una rissa, pare

opportuno accertare se non ci si riferisca al reato di rissa oppure a reati

commessi in occasione del reato di rissa (com’è appunto la lesione inferta in

stato di legittima difesa contro chi aveva intenzione di sparare). Riassumendo:

c) quando un gruppo di persone è attaccato da un altro gruppo e prende parte

allo scontro solo per difendersi senza oltrepassare i limiti della legittima difesa,

può usufruire della scriminante della legittima difesa in relazione al reato di

rissa. In questo caso rispondono del reato di rissa i membri del gruppo che ha

portato l’attacco;

d) quando un gruppo di persone, impegnato in una scazzottatura con un altro

gruppo di persone rivali, che durante lo scontro si armano di bastoni, si difende

in maniera proporzionale per neutralizzare l’inaspettato attacco, può usufruire

della scriminante della legittima difesa per il reato commesso nel corso

della rissa. In questo caso entrambi i gruppi rispondono comunque del reato del

rissa.

A) L’aggravante del secondo comma

Il comma 2 dell’articolo 588 aggrava la posizione di tutti i partecipanti quando

dalla rissa (o dopo la rissa, ma in conseguenza di essa) scaturisce la morte o una

lesione personale, ferma restando la pena singolarmente prevista per questi reati

(ciò significa che dell’evento morte o lesioni si risponde in base ai rispettivi

titoli di reati e per colui che ha materialmente commesso gli eventi ulteriori si

Parte 7° - I reati contro la persona 191

I reati a tutela della vita

delinea un concorso formale del reato di rissa aggravata con i reati di omicidio e

lesioni). Si tratta di un delitto aggravato dall’evento in cui risulta indifferente

che l’elemento aggravatore sia voluto o non voluto dal soggetto in quanto anche

se l’evento è voluto dal soggetto non muta il titolo del reato per cui deve

46

rispondere (il partecipante alla rissa che durante lo scontro ha volontariamente

ferito un avversario risponde di rissa aggravata in concorso formale con il reato

di lesioni).

Ciò premesso, è opportuno chiedersi se in presenza dell’evento morte o

lesione personale si debba rispondere sempre dell’aggravamento di pena.

Secondo alcuni si è in presenza di un caso di responsabilità oggettiva,

programmaticamente delineata dal legislatore, il quale afferma che la pena, per

il solo fatto della partecipazione alla rissa è aumentata (reclusione da tre mesi a

cinque anni). Occorre ricordare che il legislatore del 1930 non si era posto il

problema in quanto l’elemento aggravatore rappresentava un caso di tipica

responsabilità oggettiva comunque si volesse inquadrare la vicenda. Per altri, la

previsione di una pena più alta per il solo fatto di partecipare alla rissa voleva

semplicemente mettere sull’avviso che si rispondeva dell’evento aggravatore

quando si era autori dolosi o preterintenzionali degli eventi.

La Corte Costituzionale il 17/02/1971 con la pronuncia n.21 ha dichiarato

non fondata con riferimento all’articolo 27, comma 1 della Costituzione, una

questione di legittimità sull’articolo 588, comma 2

Oggi, dopo la riforma del 1990, l’inquadramento della rissa nella categoria dei

reati aggravati dall’evento elimina ogni dubbio in quanto è cambiato il modello

di imputazione delle circostanze aggravanti.

Attualmente, il dibattito relativo ai delitti aggravanti dall’evento ha perso un po’

di peso almeno sotto il profilo concernente il tipo d’imputazione. Infatti, prima

del 1990, chi sosteneva l’autonomia dei delitti aggravati dall’evento lo faceva,

cercando di sottrarre la categoria al meccanismo della responsabilità oggettiva.

Tuttavia, dopo aver cambiato il meccanismo di imputazione delle

circostanze aggravanti, non è più necessario compiere interpretazioni tortuose in

quanto le circostanze aggravanti vengono imputate a titolo di colpa, fatto da

cui si evince che anche gli eventi aggravatori debbano essere imputati a

titolo di colpa.

Certo è che in reati come quello di rissa non è facile sfuggire all’imputazione a

titolo di colpa, perché quanto meno le lesioni sono facilmente prevedibili.

Forse, però, nei casi in cui l’elemento aggravatore è costituito dalla morte di

uno dei partecipanti, è più plausibile porsi il problema della prevedibilità o

meno di quest’evento, perché è possibile che all’inizio non fosse chiaro che ci

potesse essere un rischio di questo genere (magari perché gli avversari erano

persone apparentemente normali e non malavitosi).

Naturalmente, parlare di circostanze aggravanti, significa anche introdurre

il discorso del bilanciamento, con l’eventuale vanificazione di un’aggravante da

46 In merito ai delitti aggravati dall’evento, si veda pag.49 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 192

I reati a tutela della vita

parte di un’attenuante, ma questa è una conseguenza normale per chi deve

applicare il bilanciamento così come oggi è previsto.

03) ABBANDONO DI PERSONE MINORI O INCAPACI

Sempre nel panorama della tutela anticipata dei beni della vita e dell’incolumità

fisica, si colloca il reato di abbandono del minore o incapace, che, nella sua

forma base, prevede una pena piuttosto consistente (reclusione da sei mesi a

cinque anni). Questa norma deve essere posta in relazione al reato di omissione

di soccorso, ma è comunque una fattispecie che presenta una sua autonomia.

L’articolo 591 prevede l’incriminazione di chi abbandona una persona minore

degli anni quattordici o una persona incapace di provvedere a sé stessa e della

quale si ha un obbligo di cura o di custodia.

ARTICOLO 591 CODICE PENALE – Abbandono di persone minori o

incapaci

[1] Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero

una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per

altra causa, di provvedere a sé stessa, e della quale abbia la custodia o debba

avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

[2] Alla stessa pena soggiace chi abbandona all’estero un cittadino italiano

minore degli anni diciotto a lui affidato nello Stato per ragioni di lavoro.

[3] La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione

personale, ed è da tre ad otto anni se ne deriva la morte.

[4] Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal

tutore o dal coniuge, ovvero dall’adottante o dall’adottato.

Appare evidente a prima vista come non tutti i soggetti possano essere

abbandonati e che non tutti possano abbandonare certi soggetti, perché la

norma fa riferimento a persone gravate da un obbligo di cura e di custodia verso

il soggetto abbandonato.

Mentre è indiscutibile che il presupposto per l’abbandono dell’incapace

sia la preesistenza di un obbligo di cura e di custodia, qualche dubbio è sorto in

relazione ai soggetti minori di anni 14. Secondo un’interpretazione, che è

rimasta nettamente minoritaria in dottrina, ma che ha avuto qualche rilievo in

giurisprudenza (con il rischio del classico effetto trascinamento), nei confronti

del soggetto minore di anni quattordici non occorrerebbe un preesistente

obbligo giuridico di cura e custodia, essendo sufficiente anche un semplice

rapporto di mero fatto.

Cioè, si risponde ai sensi del 591 anche per l’abbandono di un minore di anni

14, con cui prima non c’era nessun rapporto, né alcun obbligo di cura e di

Parte 7° - I reati contro la persona 193

I reati a tutela della vita 47

custodia. In questo senso si era espressa nel 1968 la Cassazione , ma come

detto questa interpretazione ha avuto scarso seguito. Nel caso in questione, una

ragazza madre aveva lasciato il bambino, ritrovato poi da passanti, fuori dalla

porta d’ingresso della famiglia del padre, che non si era curata della presenza ed

era poi stata incriminata per abbandono.

La Cassazione in questa situazione ha sostenuto che il preesistente obbligo di

cura e di custodia fosse valido per gli incapaci, ma non per i minori, per i

quali è sufficiente un rapporto di puro fatto (aver trovato il bambino fuori

dalla porta di casa ed averlo lasciato fuori).

Partendo da un punto di vista strettamente letterale, l’interpretazione della

Cassazione può stare in piedi. Infatti, la norma prima parla del minore di anni

14 e poi fa riferimento all’incapace nei confronti del quale deve sussistere un

obbligo di cura o di custodia. Questa lettura però non regge sul piano

sistematico.

Per fugare eventuali perplessità è opportuno tirare in ballo la norma

sull’omissione di soccorso, articolo 593, che sanziona, nel primo comma, la

condotta di chi, trovando abbandonato o smarrito un minore degli anni 10 se ne

disinteressa, o omette di darne immediato avviso all’autorità. La sanzione

(multa da euro 258 ad euro 2582) è notevolmente inferiore a quella prevista

dall’articolo 591.

A) Il significato di abbandono e le sue applicazioni

La condotta rilevante, prevista dall’articolo 591, non coincide pienamente con il

significato corrente del termine, sotto due diversi punti di vista.

1) In primis, a differenza del linguaggio quotidiano, nel linguaggio giuridico

non si attribuisce al reato di abbandono una connotazione di

definitività, anzi, in casi limite, può non verificarsi alcun distacco tra il

soggetto abbandonato e l’autore del reato. Anche in situazioni in cui non sia

presente nessuna volontà di abbandonare definitivamente il minore, può

verificarsi una condotta penalmente rilevante ai sensi del 591, come può

avvenire nel caso in cui un bambino venga lasciato, per un limitato lasso di

tempo, in una situazione pericolosa (si pensi al classico abbandono per

qualche ora nell’automobile chiusa in una calda giornata estiva, con rischio

di disidratazione).

2) In secondo luogo, non qualsiasi distacco può essere considerato

abbandono. Infatti, in ambito giuridico, si deve considerare la ratio della

norma e la sua collocazione nell’ambito della tutela anticipata della vita e

dell’incolumità fisica. E’ opinione pressoché unanime che l’abbandono

penalmente rilevante si verifichi quando dalla condotta del soggetto

agente derivi (o permanga) una situazione di pericolo per la vita o

l’incolumità fisica del soggetto abbandonato. In alcuni casi, infatti, quello

che nel linguaggio corrente viene considerato un abbandono, nel linguaggio

47 Cassazione Penale Sezione I, 12/01/1968, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.140.

Parte 7° - I reati contro la persona 194

I reati a tutela della vita

giuridico non rappresenta un reato ai sensi dell’articolo 591, ma configura

eventualmente una fattispecie diversa (ad esempio, un genitore che vuole

disfarsi di un bambino piccolo e lo lascia all’interno di una struttura

ospedaliera per bambini non esegue una condotta penalmente rilevante ai

sensi dell’articolo 591. La condotta, infatti, non costituisce abbandono,

perché il minore, in siffatta situazione, verrebbe subito accudito dal

personale, non subendo alcun rischio per la propria vita o incolumità fisica.

Tutt’al più, anche se l’intenzione del genitore è quella di disfarsi

definitivamente del bambino, si può applicare l’articolo 570, violazione

degli obblighi di assistenza familiare).

Quindi, quello che rileva in un’ottica di configurazione della condotta, ex

articolo 591, non è tanto la prospettiva a lungo termine o l’intenzione di disfarsi

o meno di una persona, ma l’aver creato una situazione di pericolo, purché

apprezzabile, per la vita e l’incolumità fisica.

Se dalla condotta di abbandono scaturisce una lesione personale o la morte

dell’abbandonato, scatta l’aggravante prevista dal terzo comma dell’articolo

591. Naturalmente, anche in questo caso è necessario prestare attenzione al fatto

che l’abbandono non divenga una modalità di esecuzione dell’omicidio, in

quanto l’abbandono, aggravato dall’evento morte, presuppone che l’evento

morte non sia né voluto né previsto (cioè non sia coperto né da dolo diretto, né

da dolo eventuale); se ciò avvenisse scatterebbe una diversa imputazione in base

48

all’articolo 575 . Dal punto di vista della condotta, che crea un pericolo per la

vita o per l’incolumità fisica, l’abbandono può presentarsi, e di frequente si

presenta, con le connotazioni di un reato permanente, anche se la permanenza

può non avere un’estensione particolarmente ampia (dopo qualche ora,

49

normalmente il soggetto viene trovato) .

Alcune applicazioni del reato di abbandono, effettuate nell’ultimo

50 .

quindicennio, si discostano dalla classica ottica del legame di tipo familiare

Secondo queste interpretazioni la norma diviene una disposizione che consente

di sanzionare l’inosservanza dei doveri di assistenza e di cura, naturalmente

sempre che quest’inosservanza sfoci in una situazione di pericolo per la vita o

per l’incolumità fisica. Non bisogna stupirsi, perciò, di fronte ad applicazioni

del 591 nei confronti, per esempio, di responsabili o operatori all’interno di

strutture sanitarie di assistenza, di case di riposo, ospedali psichiatrici,

ecc… Anche in questo caso, comunque, l’accertamento deve avvenire in

relazione non ad un generico disinteresse (e quindi alla violazione del puro

obbligo assistenziale), ma in relazione alla determinazione di pericolo per la

vita o l’incolumità fisica dei pazienti.

48 In merito ai delitti aggravati dall’evento, si veda pag.49 di parte generale.

49 Per la nozione di reato permanente, si veda pag.9 di parte generale.

50 Cassazione Penale Sezione V, 20/03/1990, in Pisa P. “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.146.

Parte 7° - I reati contro la persona 195

I reati a tutela della vita

04) OMISSIONE DI SOCCORSO

La competenza per il reato di omissione di soccorso in forma semplice è

attribuita al giudice di pace.

ARTICOLO 593 CODICE PENALE – Omissione di soccorso

[1] Chiunque trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni

dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a sé stessa, per malattia di

mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato

avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa

fino a 2.500 euro. che sia o sembri

[2] Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano

inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di

prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’autorità.

[3] Se da siffatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, le pena è

aumentata; se ne deriva la morte la pena è raddoppiata.

Da quanto è stato già esposto risulta chiaro il diverso ambito di operatività del

reato di omissione di soccorso. L’omissione di soccorso riguarda un rapporto

causale tra un soggetto ed un altro, non legati da alcun pregresso rapporto

giuridico rilevante. E’ indubbio che qualche volta il reato di omissione di

soccorso è stato applicato nell’ambito dell’attività medica, ma al riguardo è

opportuno porre alcune puntualizzazioni. Il venire meno a doveri di intervento

da parte di un sanitario, inserito in una struttura pubblica o convenzionata, può

assumere la veste di omissione di atti d’ufficio (articolo 328). I casi di

applicazione della norma sull’omissione di soccorso a soggetti esercenti la

professione sanitaria attengono, invece, rapporti del tutto casuali o legati a

contatti di tipo libero - professionale (classica richiesta di intervento ad un

medico che non vuole intervenire).

In questo stesso ambito, deve essere segnalato il problema interpretativo

relativo al presupposto che fa sorgere il dovere di soccorso. Si è già illustrato

come debba trattarsi di una situazione non legata ad obblighi preesistenti di cura

e di custodia, ci si deve però domandare se il termine “trovando”, utilizzato dal

legislatore, implichi un contatto sensoriale diretto con la persona da soccorrere,

o se la norma possa avere una più ampia interpretazione.

51 ha definito il termine “trovare” come “l’imbattersi o il

Nel 1978 la Cassazione

venire in presenza di ed implica un contatto materiale diretto, attraverso gli

organi sensoriali, con l’oggetto del ritrovamento”.

La difesa in questa pronuncia si era basata sul fatto che il soggetto in questione

non si era imbattuto in alcuna situazione di pericolo, ma era stato solamente

avvertito che, a chilometri di distanza, e su un convoglio in arrivo, era presente

51 Cassazione Penale Sezione V, 24/05/1978, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.149.

Parte 7° - I reati contro la persona 196

I reati a tutela della vita

una persona bisognosa di soccorso. In questo caso la Cassazione ha avvallato la

tesi difensiva.

In un altro caso, pressoché contemporaneo con quello precedente, si è ragionato

52

in termini differenti . Nel caso in questione si era verificato un contatto

telefonico tra la famiglia di un soggetto in gravi condizioni ed un medico, in un

periodo in cui non esisteva ancora un servizio di guarda medica notturna. La

Cassazione ha interpretato il termine trovarsi in maniera piuttosto ampia,

definendolo come “il trovarsi nelle immediate vicinanze, sempre che l’agente

fosse informato da altri della presenza di una persona bisognosa di assistenza

urgente”.

In effetti, queste situazioni possono ricorrere con frequenza; infatti, può

accadere che una persona, che si trovi in casa, venga avvertita della presenza nei

paraggi di un soggetto bisognoso di soccorso. Il problema consiste nel capire se

sussista l’obbligo di soccorso soltanto nell’ipotesi in cui si veda concretamente

la persona ferita o perlomeno se ne sentano i lamenti, oppure se sia sufficiente

essere avvertiti da terzi della presenza di una situazione di pericolo.

La giurisprudenza prevalente si è espressa a favore di un’interpretazione ampia

del presupposto anche se non mancano casi in cui si preferisce l’interpretazione

restrittiva. Senza dubbio, è complicato comprendere cosa intendesse il

legislatore con l’utilizzazione, non certo felicissima, dell’accezione

“trovando”.

Tra le altre cose, si è dovuta anche superare la possibile obiezione capziosa

seconda cui colui che s’imbatte in una situazione di pericolo fin dall’inizio non

“trova” letteralmente la persona in pericolo, ma semmai vede crescere il

pericolo a danno della persona in questione. Anche da questo punto di vista si è

ragionevolmente affermato che il termine non deve essere inteso in maniera

letterale, ma nel senso di un contatto con la situazione di pericolo, poco importa

che un soggetto sopraggiunga un momento dopo il verificarsi del pericolo

oppure sia presente nel momento in cui la situazione si manifesti. E’ chiaro che

l’obbligo di soccorso scatta in entrambi i casi.

L’interpretazione più ampia della norma, sembra la più plausibile, anche se

occorre qualche precisazione per ricondurre in una dimensione più ragionevole

l’obbligo di soccorso. Se la logica è quella di attivare il soggetto qualificato a

prestare, nei limiti della sua possibilità, un soccorso a colui che si trovi in

pericolo, non si può formalisticamente consentire al soggetto di trincerarsi

dietro al fatto che non abbia direttamente visto chi si trovava in pericolo. E’

infatti sufficiente che appaia attendibile la segnalazione dell’esistenza del

pericolo, perciò anche la cosiddetta percezione indiretta del pericolo fa scattare

l’obbligo di soccorso. Bisogna, comunque, tenere in considerazione che la

richiesta di intervento, indirizzata ad un soggetto non presente sul luogo di

pericolo (e magari nemmeno nelle vicinanze), ha un suo significato soltanto se

questo soggetto si possa presentare con mezzi o strumenti più adeguati per

52 Cassazione Penale Sezione V, 20/04/1978, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.153.

Parte 7° - I reati contro la persona 197

I reati a tutela della vita

recare soccorso o disponga di una capacità e professionalità, idonee a garantire

un migliore intervento di soccorso. In casi differenti, non avrebbe alcun

significato trasferire l’obbligo di soccorso ad altre persone. Ragionando in

questi termini, può essere ragionevole ritenere che il presupposto dell’omissione

di soccorso possa consistere anche con la percezione indiretta del pericolo. E’

però necessario che l’intervento richiesto abbia un coefficiente di

ragionevolezza in termini di efficacia per la rimozione del pericolo stesso.

Talvolta, come emerge dal secondo comma dell’articolo 593, il dovere di

soccorso può presentarsi realmente in alternativa con il semplice obbligo di dare

preavviso all’autorità. In verità, malgrado la norma stabilisca apparentemente

una sorta di indifferenza tra le sue condotte (in quanto si può essere incriminati

sia se si omette di prestare soccorso sia nel caso in cui non si avvisi l’Autorità),

è chiaro che in primis è obbligatorio prestare l’assistenza occorrente. Nei

casi, invece, in cui risulti impossibile prestare l’assistenza occorrente si deve

dare avviso all’autorità (un esempio potrebbe essere quello dell’alpinista che

vede precipitare un altro alpinista). Analogamente, in determinati casi (ad

esempio incidenti stradali con soggetti che potrebbero presentare delle fratture),

è opportuno non recare immediatamente soccorso, ma attendere l’intervento di

personale qualificato, idoneo a trattare il soggetto leso secondo i canoni richiesti

dalla situazione specifica. In ogni caso, tutto il discorso deve essere collocato in

un’ottica di bilanciamento in quanto, in determinate situazioni, non è possibile

restare inerti per ore ad aspettare un soccorso proveniente da un posto lontano,

lasciando il soggetto leso in una situazione di pericolo.

Rimane sullo sfondo il limite al dovere di soccorso che proviene

dall’esposizione ad un pericolo particolarmente vistoso per il soccorritore

stesso.

A) L’omissione di soccorso nel codice della strada

L’articolo 593 del codice penale, in materia di omissione di soccorso, risulta

una norma di carattere generale. Esiste, ed è probabilmente più rilevante sul

piano pratico, una disposizione speciale nel nuovo codice della strada del 1992.

L’articolo 189 del codice della strada non si rivolge però a qualsiasi soggetto,

ma fa riferimento all’utente della strada che abbia determinato o influito sul

verificarsi dell’incidente stesso.

ARTICOLO 189 CODICE DELLA STRADA – Comportamento in caso

di infortunio

[1] L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo

comportamento, ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a

coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona.

[6] Chiunque nelle condizioni di cui al comma uno, in caso di incidente con

danno alle persone, non ottempera all’obbligo di fermarsi è punito con la

reclusione fino a quattro mesi. Il conducente che si sia dato alla fuga è in ogni

Parte 7° - I reati contro la persona 198

I reati a tutela della vita

caso passibile di arresto. Si applica la sanzione amministrativa accessoria

della sospensione della patente di guida da tre mesi ad un anno, ai sensi del

capo II, sezione II, titolo V.

[7] Chiunque nelle condizioni di cui al comma uno non ottempera all’obbligo

di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite è punito con la reclusione

fino a dodici mesi e con la mula fino a lire due milioni.

[8] Il conducente che si fermi e, occorrendo, presti assistenza a coloro che

hanno subito danni alla persona, mettendosi immediatamente a disposizione

degli organi di polizia giudiziaria, quando dall’incidente derivi il delitto di

omicidio colposo o di lesioni colpose, non è soggetto all’arresto stabilito per il

caso di flagranza di reato.

L’articolo 189 si apre con la delimitazione dell’obbligo, poi sanzionato nei

commi successivi. L’utente della strada, in caso di incidente ricollegabile al suo

comportamento (quindi non necessariamente provocato da un suo

comportamento, ad esempio se Tizio perde il controllo della sua autovettura

per evitare lo scontro con Caio e finisce contro un albero, Caio è un utente

destinato a soccorrere Tizio), ha l’obbligo di fermarsi e prestare l’assistenza

necessaria a chi abbia subito un danno alla persona. In caso contrario, il sesto

comma dell’articolo 189 prevede la sanzione della reclusione fino a quattro

mesi e, inoltre, la possibilità dell’arresto per il conducente che si sia dato alla

fuga.

L’articolo 189 del codice della strada è una norma speciale che, però, non si

applica a tutti i soggetti presenti sul luogo dell’incidente. Per fare un esempio, il

passeggero dell’autoveicolo, che ha provocato l’incidente, pur avendo

anch’egli un dovere di soccorso, non è tenuto al dovere di soccorso sanzionato

dal codice della strada, ma a quello previsto dall’articolo 593 cod.pen. Lo

stesso discorso è valido per gli altri automobilisti sopraggiunti sul luogo

successivamente all’incidente.

B) Obbligo di soccorso per l’autore di un reato doloso

Ci si è domandati se l’obbligo di soccorso, previsto dagli articoli 593 cod.pen e

189 del codice della strada., sussista anche nei confronti dell’autore di un reato

doloso. In pratica, ci si domanda se una persona che aggredisce un’altro

soggetto, lasciandolo ferito sul posto dove è avvenuto il fattaccio, si possa

vedere imputata anche l’omissione di soccorso (oppure un’automobilista che

volontariamente sperona un altro automobilista mandandolo fuori strada). A

dire il vero, almeno in giurisprudenza, è presente qualche incertezza, tanto è

vero che in alcune pronuncia (per la verità sporadiche) si è sostenuto che

l’autore doloso debba in un certo senso attivarsi per facilitare il soccorso della

vittima, salvo vedersi imputare oltre al resto anche l’omissione di soccorso. Una

siffatta interpretazione risulta difficilmente sostenibile in presenza di reati

dolosi contro la vita o l’incolumità fisica. Infatti, se si cerca di uccidere una

Parte 7° - I reati contro la persona 199

I reati a tutela della vita

persona, ma la si ferisce solamente, abbandonandola in situazione di pericolo,

sarebbe un contro senso pensare, avendo agito per ledere l’incolumità, che ci si

debba attivare per rimuovere le conseguenza del reato. Ha, invece, un

significato ben preciso riferire l’obbligo di soccorso a chi ha cagionato

colposamente una situazione di pericolo. In questo caso l’agente non vuole

pregiudicare l’incolumità fisica del soggetto, motivo plausibile per sollecitarlo a

tenere un comportamento volto a rimuovere la situazione di pericolo

involontariamente creata. Al contrario, quando ci si pone in maniera dolosa

contro l’ordinamento, si vuole attentare ad un certo tipo di interesse e non

avrebbe alcun significato tenere un comportamento diametralmente opposto

(sarebbe un po’ come dire al ladro che se non restituirà la refurtiva sarà

incriminato per un ulteriore reato oltre quello commesso).

Un discorso differente può essere fatto nel caso in cui, magari con impeto, si

ferisce una persona e poi ripensandoci si cerca di attenuare le conseguenze del

fatto. In questa ipotesi la persona si attiva non tanto per adempiere ad un

inesistente obbligo di soccorso ed evitare un’altra sanzione penale, ma tutt’al

più per avvantaggiarsi con il riconoscimento di una sorta di attenuante per aver

contribuito a risolvere la situazione pericolosa.

Perciò, nonostante alcuni sporadici interventi della Cassazione, l’autore doloso

di un reato contro la vita (per i reati che attentano alla vita il discorso è valido

solo per il tentativo, perché la consumazione risulta omicidio) o l’incolumità

fisica, quale che ne sia l’esito, risulta l’unico soggetto, per ragioni logiche, a

non essere gravato dell’obbligo di soccorso penalmente sanzionato.

01) PERCOSSE E LESIONI PERSONALI

Nella sua dimensione base la tutela dell’incolumità è articolata sui reati

di percosse e lesioni personali. Per quanto riguarda il reato di percosse, è

prevista un’unica figura di reato, peraltro nella forma dolosa, mentre in tema di

lesioni la disciplina è più articolata. Le lesioni dolose sono regolamentate dagli

articoli 582, 583 e 585 (circostanze aggravanti), le lesioni colpose sono

disciplinate nell’articolo 590.

ARTICOLO 581 CODICE PENALE - Percosse

[1] Chiunque percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel

corpo o nella mente, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione

fino a sei mesi o con la multa fino a euro 309.

[2] Tale disposizione non si applica quando la legge considera la

violenza come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro

reato. Parte 7° - I reati contro la persona 200

I reati a tutela della vita

Il reato di percosse deve essere analizzato parallelamente all’articolo

582 rubricato lesione personale in quanto il confine delle due norme viene a

combaciare, anche se per certi versi rimane incerto. La norma sulle percosse

delinea un reato di pura condotta, descritto tautologicamente dal legislatore, che

incrimina colui che percuote l’altra persona anche se la stessa norma afferma

che non deve conseguirne una malattia perché altrimenti si scivolerebbe nel

reato di lesioni.

ARTICOLO 582 CODICE PENALE - Lesione personale

[1] Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale

deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre

mesi a tre anni.

[2] Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non

concorre alcuna delle circostanze aggravanti prevedute dagli articoli 583 e

585, ad eccezione di quelle indicate nel numero 1 e nell’ultima parte

dell’articlo 577, il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Il reato di lesione personale, nella sua dimensione base, è delineato nel

comma 1 dell’articolo 582, in forma leggermente sovrabbondante. Si ha, infatti,

reato di lesione personale quando un soggetto cagiona ad un altro una lesione

da cui derivi una malattia.

In realtà, si potrebbe semplificare e sostenere che il reato di lesione

personale consiste nel cagionare ad un soggetto una malattia nel corpo o nella

mente. Abbiamo quindi inequivocabilmente un reato di evento a forma

libera. A) La nozione di malattia

E’ fondamentale individuare il significato in concreto dell’accezione

malattia, che rappresenta lo spartiacque tra il reato di percosse e quello di

lesione personale. Al riguardo, deve essere rimarcato che esiste un notevole

scarto interpretativo tra l’orientamento dottrinale prevalente, supportato

soprattutto da studiosi di medicina legale, che sposa una definizione restrittiva

di malattia, e l’interpretazione giurisprudenziale prevalente, che invece è

allineata su una nozione molto più ampia. E’ perciò intuibile che, nel momento

in cui viene dilatata la nozione di malattia, si restringe l’area di competenza

della norma sulle percosse.

Per chiarire la situazione si possono esaminare tre situazioni che si

pongono al limite graffia un altro individuo provocandogli un arrossamento e

1) se un soggetto

una crosta ematica, non è certo che si possa parlare di malattia;

Parte 7° - I reati contro la persona 201

I reati a tutela della vita

2) se un soggetto dà un forte schiaffo ad un altro, che si ritrova con un

versamento ematico ed ecchimosi, si può discutere se ci si trovi o meno nel

campo della malattia;

3) lo svenimento determinato ad un soggetto, senza ulteriori conseguenze, con

recupero magari nell’arco di pochi secondi, è dubbio se possa costituire

malattia.

Questa problematica, come accennato in precedenza, nasce dalla

contrapposizione di due filoni interpretativi.

a. Il primo indirizzo, supportato soprattutto dalla dottrina e dagli

studiosi di medicina legale, ritiene che il concetto di malattia debba essere

anche che vi

correlato ad un’apprezzabile alterazione anatomica, ma occorre

sia un pregiudizio di almeno qualche funzione del soggetto.

b. Il secondo indirizzo, prevalentemente giurisprudenziale, sostiene

perché, pur non

che anche un semplice ematoma costituisca una lesione

rappresentando un’alterazione funzionale, rappresenta un’alterazione

53

anatomica. Secondo questo indirizzo , risulta sufficiente, per integrare il

concetto di malattia, qualsiasi alterazione anatomica o funzionale

dell’organismo (quindi non si richiede l’accoppiata, ma ci si accontenta di una

mera alterazione anatomica), anche di lieve entità e non influente sulle

condizioni organiche generali, quali ematomi, ecchimosi e contusioni

conseguenti a traumi provenienti dall’esterni, che cagioni malattia e cioè

comporti la necessità di un processo di reintegrazione, sia pure di breve durata,

indipendentemente dalla necessità di cure mediche.

Se si opta per la seconda teoria, ci si deve domandare quale possa

essere la sfera d’azione del reato di percosse. Senza dubbio, il fatto di colpire

una persona senza provocarle nulla, se non una leggera sensazione dolorosa,

rappresenta un’ipotesi di percossa. Lo stesso discorso è valido per quegli atti

che fanno parte dell’interpretazione ampia del reato di percosse, come, ad

esempio, la spinta (sempre che ad essa non consegua una caduta rovinosa). Per

chi aderisce al secondo indirizzo l’ambito di applicazione del reato di percosse

risulta in re ipsa più ristretto a fronte di una dilatazione dell’ambito delle

lesioni. Per chi, invece, aderisce alla prima interpretazione rimane più dilatata

l’area delle percosse a discapito di un’interpretazione più restrittiva delle

lesioni. 54

La Cassazione, con un recente intervento , ha precisato che il reato

di percosse si configura quando la violenza fisica esercitata dall’agente abbia

53 Cassazione Penale Sezione V, 17/11/2002, n. 11767; Cassazione Penale Sezione VI, 13/11/2001, n.40351.

54 Cassazione Penale Sezione VI, 13/11/2001, n.40351.

Parte 7° - I reati contro la persona 202

I reati a tutela della vita

prodotto al soggetto passivo soltanto una sensazione dolorosa fisicamente

apprezzabile, senza però che si determinino conseguenze patologiche di alcun

genere, anche se di modesta entità e durata, rientrando i postumi nella sfera

della malattia, con la conseguente configurabilità del reato di lesioni personali.

B) Elemento soggettivo

Un’ulteriore anomalia della giurisprudenza, su cui è facile dissentire,

riguarda l’elemento soggettivo.

In giurisprudenza, è stato teorizzato, per la verità non sempre con

chiarezza, che sul piano del dolo le percosse e le lesioni non si differenziano.

In questi reati l’elemento soggettivo risulta identificato con la volontà di

manomettere l’altrui persona. Si tratterebbe quindi di un generico dolo di

aggressione all’incolumità del soggetto.

In questo caso si può muovere l’obiezione che il reato di percosse

rappresenti un reato di mera condotta, per cui sia sufficiente qualunque condotta

diretta a percuotere l’altrui persona, mentre il reato di lesioni presenti un

evento naturalistico, costituito dalla malattia. Detto ciò, risulta difficile

sostenere che la malattia possa restare al di fuori dell’oggetto del dolo in

quanto, per rispetto dei principi generali dell’ordinamento, si dovrebbe imputare

di lesioni dolose solo quel soggetto che abbia agito con un atteggiamento

psicologico riconducibile al dolo (magari eventuale) anche nei confronti

dell’evento malattia. Non si può, invece, affermare, come avviene in qualche

pronuncia, che quando si verifica una lesione questa sarà necessariamente

dolosa, mentre in assenza di lesione si rimarrà nel campo delle percosse.

Pare più coerente sostenere che una volta realizzata la lesione,

anche se il soggetto voleva solamente percuotere, è stato evidentemente

accettato il rischio di cagionare la lesione ed è quindi presente quantomeno dolo

eventuale. In pratica, se Tizio dà uno schiaffo con tutta la sua forza a Caio, non

ci si può stupire se Caio si ritrova con un dente rotto; se, invece, Tizio dà una

spintarella a Caio, provocando una caduta con conseguente rottura del braccio,

sembra eccessivo ed alquanto semplicistico sostenere che debba rispondere di

lesioni dolose 55

Secondo i principi i generali , d’altra parte, se si realizza un

evento malattia, questo evento deve rientrare nel fuoco del dolo,

quantomeno sotto il profilo del dolo eventuale e non è possibile ricorrere a

semplificazioni probatorie (quali la teoria giurisprudenziale illustrata) per non

discutere troppo se si abbia a che fare con il dolo di lesioni o di percosse. Nella

prassi, la giurisprudenza ricorre ad una semplificazione probabilmente perché il

reato di lesione personale nella forma più lieve è punito con una pena piuttosto

blanda (da tre mesi a tre anni); tuttavia, almeno sul piano concettuale, la ragione

55 In merito ai principi generali in materia di dolo, si veda pag.35 ss. di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 203

I reati a tutela della vita

è dalla parte di coloro che sostengono che il dolo dei reati di lesioni non

coincida con il dolo del reato di percosse.

D) Il problema dell’imputazione in caso di trasmissione del virus hiv

Un problema emerso di recente riguarda la possibilità di considerare

malattia la trasmissione del virus hiv. E’ evidente che la sindrome da

immunodeficienza acquisita rappresenti di per sé una malattia, peraltro, riuscire

a dimostrare che la malattia conclamata, una volta sviluppatasi, sia

riconducibile ad un comportamento umano specifico risulta un’operazione non

facile, perché, avendo un lungo periodo di latenza, lo sviluppo può verificarsi

anche a distanza di anni rispetto ai fattori realmente scatenanti. E’ chiaro,

quindi, che in campo penale risulta piuttosto difficile riuscire ad incriminare un

soggetto per trasmissione volontaria o colposa della malattia (sviluppata),

perché si rivelano a volte insormontabili i problemi probatori in merito al

rapporto di causalità, in quanto, nell’arco di tempo in cui la malattia è rimasta

latente possono essersi inseriti vari fattori causali, o comunque, in ogni caso,

non può essere raggiunta chiaramente la prova che un determinato

comportamento, tenuto tempo addietro, abbia avuto efficienza causale in

relazione alla malattia.

Questo discorso è valido anche per casi più banali come quello del

partner che tiene nascosta la sieropositività al compagno, che successivamente

si scopre infetto. In casi del genere, una linea difensiva smaliziata potrebbe

seminare forti dubbi sul fatto che in quel periodo di tempo si siano verificati

altri fattori, idonei a sviluppare la presenza del virus hiv e quindi la malattia.

Risulta senza dubbio più abbordabile il tema della pura e semplice

trasmissione del virus hiv, che rappresenta una nuova ipotesi collocabile

nell’area di applicazione delle lesioni. In questo caso si è rivelato complicato

rimanere nell’ambito della nozione più restrittiva di malattia, comunque non

condivisa (come visto nel paragrafo A) dalla prevalente giurisprudenza.

56

Il tribunale di Roma nel 1992 si è espresso in conformità con l’ampia

lettura data dalla Cassazione riguardo alla malattia. La pronuncia in esame ha

affrontato, per la prima volta, la questione relativa alla trasmissione del virus

hiv. L’incriminazione è stata, inizialmente, per tentato omicidio. In seguito il

fatto è stato però affrontato in un’ottica differente in quanto l’unico elemento

che si è potuto contestare con sicurezza al soggetto è risultato il fatto di riuscire

a trasmettere il virus in questione, mentre la possibilità di sviluppo del virus e

l’idoneità a determinare la morte del soggetto sono rimasti eventi sullo sfondo,

motivo per cui è risultato difficile configurare un’imputazione per tentato

omicidio. Comunque, il rischio di trasmissione (possibilità di contagio) è

stato ritenuto dal tribunale di Roma idoneo ad integrare il concetto di

malattia. Il tribunale quindi ha configurato un tentativo di lesione gravissima,

cioè di un’infezione che potrebbe non guarire con le normali cure. Ciò che è

importante segnalare è che, pur non rappresentando la trasmissione del virus

56 Tribunale di Roma, 13/11/1992, in Pisa P., “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag..123.

Parte 7° - I reati contro la persona 204

I reati a tutela della vita

hiv, almeno in una fase iniziale, un processo che implichi alterazioni funzionali

(il soggetto può, infatti rimanere sieropositivo, ma senza che per lungo tempo si

verifichi uno sviluppo della malattia intesa in senso classico, cioè come attacco

ad organi importanti dell’organismo), la semplice presenza del virus implica

un’alterazione dello stato di salute del soggetto, da inquadrarsi nel concetto di

malattia. In realtà, un altro problema irrisolto, in questa pronuncia, è la

configurabilità di un tentativo di lesione gravissima piuttosto che grave o

semplice. In un altro caso uno spacciatore, affetto da virus hiv, nel

momento in cui era stato posto in stato di fermo aveva sputato saliva mista a

sangue in direzione di due agenti, colpendone uno dei due al volto. In questo

caso il comportamento è stato inquadrato nel tentativo di omicidio, in

quanto la Cassazione ha concluso che lo spacciatore voleva contagiare le

parti offese. La sostanza ematica una volta sputata aveva raggiunto bocca ed

occhi dell’agente leso, parti idonee a favorire il contagio. In pratica, si è

individuato un tentativo di omicidio in quanto la condotta è stata ritenuta idonea

a trasmettere il virus hiv, anticamera all’Aids, malattia che, al momento attuale,

risulta mortale.

E) Lesioni lievi, lesioni comuni

Lesioni lievissime (malattia < 20 giorni procedibili a querela)

Ai sensi del comma 2 dell’articolo 582, quando la malattia è inferiore ai

20 giorni, per comodità espositiva le lesioni possono essere definite lievissime,

unica ipotesi di lesione procedibile a querela. Infatti, questa forma di lesione

non si differenzia da quella prevista nel primo comma dell’articolo 582 per la

cornice sanzionatoria, ma per la diversa procedibilità. In base al Decreto

Legislativo 274 del 2000, la competenza per le lesioni lievissime e per le

percosse è passata nelle mani del giudice di pace, che può utilizzare tre

tipologie di pene: la sanzione pecuniaria, la permanenza domiciliare ed il lavoro

57 .

di pubblica utilità

Lesioni comuni (malattia 20<giorni> 40 procedura d’ufficio)

Ai sensi del comma 1 dell’articolo 582, quando la malattia è di durata

compresa tra ventuno e quaranta giorni le lesioni possono essere definite

57 In merito alle misure alternative davanti al giudice di pace si veda, pag.125-126 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 205

I reati a tutela della vita

comuni, ipotesi che, pur essendo sanzionata con la stessa pena delle lesioni

lievi, è procedibile d’ufficio e la competenza è attribuita al tribunale in

composizione monocratica.

Lesioni gravi (malattia > 40 giorni pena più grave)

Ai sensi del comma 1dell’articolo 583, quando la malattia è di durata

superiore ai 40 giorni la lesione è grave e risulta, a maggior ragione,

procedibile d’ufficio e la competenza è attribuita al tribunale in composizone

monocratica.

Lesioni gravissime (sfregio, perdita arto, malattia insanabile)

Ai sensi del comma 2 dell’articolo 583, quando la malattia è certamente, e

probabilmente, insanabile le lesioni risultano gravissime.

ARTICOLO 583 CODICE PENALE – Circostanze aggravanti

[1] La lesione personale è grave e si applica la reclusione da tre a sette

anni: 1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della

persona offesa, ovvero una malattia o un’incapacità di attendere alle ordinarie

occupazioni per un tempo superiore ai 40 giorni;

2) se il fatto produce l’indebolimento permanente di un senso o di un

organo.

[2] La lesione personale è gravissima, e si applica la reclusione da sei

a dodici anni, se dal fatto deriva:

1) una malattia certamente e probabilmente insanabile;

2) la perdita di un senso;

3) la perdita di un arto, o una mutilazione che renda l’arto inservibile,

ovvero la perdita di un organo e della capacità di procreare, ovvero una

permanente e grave difficoltà della favella;

4) la deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso;

Art. 585.

Circostanze aggravanti.

Nei casi preveduti dagli articoli 582, 583 e 584, la pena è aumentata da un

terzo alla metà, se concorre alcuna delle circostanze aggravanti prevedute

dall'articolo 576; ed è aumentata fino a un terzo, se concorre alcuna delle

circostanze aggravanti prevedute dall'articolo 577, ovvero se il fatto è

commesso con armi o con sostanze corrosive.

Parte 7° - I reati contro la persona 206

I reati a tutela della vita

Agli effetti della legge penale, per armi s'intendono:

1. quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l'offesa alla

persona;

2. tutti gli strumenti atti ad offendere, dei quali è dalla legge vietato il porto in

modo assoluto, ovvero senza giustificato motivo.

Sono assimilate alle armi le materie esplodenti e i gas asfissianti o accecanti.

Rispetto alla disciplina delle lesioni colpose, contenuta nell’articolo 590,

la disciplina delle lesioni dolose è specularmene inversa. Le lesioni colpose, in

ancorché gravi o gravissime. Le lesioni

genere, sono procedibili a querela,

colpose che derivano dalla violazione di norme sull’igiene e sulla sicurezza

del lavoro risultano, invece, procedibili d’ufficio. Infatti, quando la malattia

ha una durata superiore ai venti giorni e riguarda fatti commessi con violazione

delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del

lavoro si procede d’ufficio (è necessario che però dal fatto scaturisca una

malattia professionale). La ratio di questa presa di posizione va ricercata nella

volontà del legislatore di non penalizzare il lavoratore che si trova chiaramente

in posizione contrattuale debole nei confronti del datore di lavoro e per paura di

eventuali ritorsioni potrebbe decidere di non denunciare l’infortunio subito.

Quindi, se da un lato le lesioni dolose risultano, eccezion fatta per le lesioni

lievissime, sempre procedibili d’ufficio, dall’altro, per quanto riguarda le

lesioni colpose, la regola è la procedibilità a querela, tranne nel settore

particolare della sicurezza sul lavoro, in cui si procede d’ufficio. Le lesioni

colpose, ex articolo 590, si contraddistinguono dalle lesioni dolose, oltre che per

una cornice edittale per ovvi motivi più blanda, per una diversa procedibilità.

Generalmente, ai sensi dell’articolo, si risponde sempre a querela della persona

offesa anche se sono previste alcune eccezioni inerenti un settore che si ritiene

delicato per la particolarità del rapporto che intercorre tra la persona lesa ed il

soggetto che deve rispondere del reato di lesioni.

Art. 590.

Lesioni personali colpose

Chiunque cagiona ad altri per colpa una lesione personale è punito con la reclusione

fino a tre mesi o con la multa fino a euro 309.

Se la lesione è grave la pena è della reclusione da uno a sei mesi o della multa da

euro 123 a euro 619, se è gravissima, della reclusione da tre mesi a due anni o della

multa da euro 309 a euro 1.239.

Parte 7° - I reati contro la persona 207

I reati a tutela della vita

Se i fatti di cui al secondo comma sono commessi con violazione delle norme sulla

disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni

sul lavoro la pena per le lesioni gravi è della reclusione da tre mesi a un anno o della

multa da euro 500 a euro 2.000 e la pena per le lesioni gravissime è della reclusione

da uno a tre anni. Nei casi di violazione delle norme sulla circolazione stradale, se il

fatto e' commesso da soggetto in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell'articolo 186,

comma 2, lettera c), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive

modificazioni, ovvero da soggetto sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope,

la pena per le lesioni gravi e' della reclusione da sei mesi a due anni e la pena per le

1

lesioni gravissime e' della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni. ( )

Nel caso di lesioni di più persone si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la

più grave delle violazioni commesse, aumentata fino al triplo; ma la pena della

reclusione non può superare gli anni cinque.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo nei casi previsti nel primo e

secondo capoverso, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la

prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano

determinato una malattia professionale.

Riassumendo:

3) per quanto riguarda le percosse e le lesioni dolose lievi la

competenza è attribuita al giudice di pace e si procede a querela della persona

offesa; 4) per quanto riguarda le lesioni, ex articolo 582 comma 1, le lesioni

gravi e le lesioni gravissime la competenza è attribuita al tribunale monocratico

e si procede d’ufficio;

5) per quanto riguarda le lesioni colpose che abbiano determinato una

malattia professionale superiore ai venti giorni, scaturite da fatti commessi in

violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la competenza

è attribuita al tribunale monocratico e si procede d’ufficio

6) per quanto riguarda tutte le altre lesioni colpose (comprese quella

scaturite da infortuni sul lavoro da cui derivi una malattia professionale

inferiore ai venti giorni) la competenza è attribuita al giudice di pace e si

procede a querela della persona offesa

F) Lesioni lievissime: reato autonomo o reato circostanziato?

Per quanto riguarda il binomio lesioni lievissime - lesioni comuni deve

essere chiarito il rapporto che intercorre tra le due fattispecie. Le lesioni comuni

vengono introdotte nel secondo comma dell’articolo 582 con un chiaro richiamo

alla figura delineata nel primo comma. La norma prevede a tal proposito che

“se la malattia ha durata non superiore ai venti giorni (e non comporta una

Parte 7° - I reati contro la persona 208

I reati a tutela della vita

delle circostanze aggravanti indicate negli articoli 583 e 585) si procede a

Questa fattispecie sembrerebbe una variante dell’ipotesi del primo

querela”.

comma e quindi potrebbe essere considerata una circostanza attenuante. Il fatto

che non incida sulla sanzione edittale, prevista per il reato, di per sé potrebbe

essere un elemento non decisivo in quanto è vero che normalmente, nel definire

le circostanze, si sottolinea che esse determinino un aggravamento o una

diminuzione di pena, però non si può escludere che il legislatore consideri

58

significativo l’effetto di una circostanza solo in merito alla procedibilità .

Infatti, rappresenta indubbiamente una disciplina di favore il fatto che sia

prevista la procedibilità a querela piuttosto che la procedibilità d’ufficio, anzi

dal punto di vista di chi ha commesso il reato è molto più rilevante la

procedibilità a querela piuttosto che soltanto una diminuzione di pena fino ad un

terzo in quanto nell’ipotesi in cui una persona offesa non presenti querela il

soggetto che ha commesso il fatto non potrà essere punito.

In effetti, il richiamo sintetico, per relationem, operato dal secondo

comma, è tipico della natura circostanziale. In realtà, il problema è tutt’altro che

classificatorio, fatto di cui ci si può rendere conto affrontando la questione del

tentativo, riguardo alla quale è fondamentale risolvere il problema inerente la

natura circostanziale piuttosto che di reato autonomo del comma 2 dell’articolo

59

582 . Infatti, se non è diversamente stabilito dalla norma, il tentativo si

modella sul reato base, non sulla fattispecie circostanziata (almeno secondo

l’opinione prevalente). Non stupisce perciò se in qualche pronuncia si è ritenuto

che in presenza di un tentativo di lesione lievissima, la procedibilità fosse

comunque d’ufficio, perché il tentativo andava correlato con l’ipotesi base del

primo comma dell’articolo 582, rappresentando l’altra ipotesi una circostanza

attenuante. La dottrina (Antolisei), attraverso un ragionamento di buon senso,

ha ritenuto discutibile questa conclusione. E’ stato fatto notare, a titolo

esemplificativo, che se un soggetto riesce a ferire una persona, procurandole

una prognosi di 15 giorni, può fruire della procedibilità a querela (e perciò

potrebbe anche non rispondere per la sua condotta), mentre se non riesce a

ferire la vittima nella stessa situazione, fruisce sì di una pena minore, ma il reato

risulta procedibile d’ufficio. In sostanza un fatto meno grave sarebbe

procedibile d’ufficio, mentre uno più grave sarebbe procedibile a querela.

G) Lesioni gravi e lesioni gravissime: reati autonomi o reati

circostanziati?

Risulta ben più complicata e probabilmente irrisolta la vicenda relativa

alla natura, autonoma o circostanziata, delle lesioni gravi o gravissime. Il

dilemma se classificare queste fattispecie come reati autonomi oppure come

reati circostanziati (in questo caso il reato base sarebbe chiaramente l’articolo

582, comma 1) rappresenta uno dei classici esempi, richiamato anche in parte

58 In merito alle circostanze che modificano la procedibilità, si veda pag.57 di parte generale.

59 In merito al tentativo di delitto circostanziato, si veda pag.73-74 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 209

I reati a tutela della vita

generale, per chiarire la problematica di come si possa riconoscere una

fattispecie circostanziata da un reato autonomo.

60

In parte generale si è sostenuto che una fattispecie risulta

circostanziata in presenza di formule riconducibili agli articoli 61 e 62, oppure

quando il legislatore di seguito ad una fattispecie base ne aggiunga un’altra con

l’inciso “la pena è aumentata” o “la pena è diminuita” (ipotesi in cui, in base gli

articoli 64 e 65, l’aumento o la diminuzione, salvo diversa indicazione, risultano

fino ad un terzo della pena).

La questione classificatoria, in realtà, non sempre si presenta così

semplice. Proprio nell’articolo 583 si legge “la lesione personale è grave e si

applica la reclusione da tre a sette anni”. In questo caso la pena è fortemente

sganciata dall’ipotesi del primo comma del 582, visto che il minimo è salito da

tre mesi a tre anni ed il massimo da tre anni è scattato a sette (aumenti analoghi

61 . In

sono previsti anche nel secondo comma, relativo alle lesioni gravissime)

virtù della differenza di pena, si potrebbe legittimamente ritenere che il 583

sia un reato autonomo, anche se l’articolo è rubricato circostanze

aggravanti. E’ opportuno domandarsi a questo punto se la rubrica rappresenti

realmente un argomento decisivo. La rubrica della norma (nomen iuris),

secondo quanto prevalentemente si ritiene, non risulta un’indicazione

vincolante soprattutto quando l’indicazione stessa non sia stata apposta

direttamente dal legislatore in senso tecnico, ma sia, invece, opera di una

redazione successiva (infatti, le rubriche del codice del 1930 sono state

aggiunte successivamente, nel corso di un lavoro tecnico di limatura e di

coordinamento). Si deve perciò ritenere che le rubriche del codice penale non

siano vincolanti. Secondo alcuni le rubriche non sarebbero mai vincolanti ma, in

realtà, è sempre meglio essere prudenti soprattutto quando, come è avvenuto

nella legislazione più recente, è il legislatore stesso ad attribuire una rubrica

specifica alle norme.

Valutando rubrica e cornice sanzionatoria, a seconda dell’elemento

cui si preferisce attribuire maggiore peso, le fattispecie reato contenute

nell’articolo 583 potrebbero apparire indifferentemente reati autonomi o reati

circostanziati. Risolvere il dilemma è importante in quanto, sul piano della

disciplina sanzionatoria, affermare che le lesioni gravi o gravissime siano reati

autonomi piuttosto che circostanze aggravanti comporta notevole differenze

quanto a:

1) Bilanciamento - Se si ritiene che la lesione grave o gravissima sia una

circostanza aggravante, qualora si trovi a concorrere con circostanze

attenuanti, si dovrà operare il cosiddetto “bilanciamento delle

circostanze eterogenee”, cui non si dovrà ricorrere se il reato verrà

considerato autonomo.

60 In merito ai criteri distintivi tra reati autonomi e reati circostanziati, si veda pag.61-63 di parte generale.

61 Cfr pag.58 parte generale, si potrebbe trattare di circostanze ad efficacia speciale indipendenti.

Parte 7° - I reati contro la persona 210

I reati a tutela della vita

2) Tentativo - Circa il rapporto tra tentativo e circostanze deve essere

subito precisato che il tentativo di una circostanza non è di per sé

configurabile in quanto il tentativo deve essere riferito ad un reato

autonomo. Tuttavia, l’ordinamento prevede il tentativo di un delitto che

presenti già delle circostanze, cosiddetto “delitto tentato

circostanziato” (al riguardo l’esempio classico è il tentato omicidio del

62 . Si verifica delitto tentato circostanziato quando, pur non

padre)

essendosi perfezionato il delitto, la circostanza si è concretamente

realizzata.

In dottrina qualcuno ha provato a teorizzare un tentativo di un delitto

che si presenterebbe circostanziato se arrivasse a consumazione,

cosiddetto tentativo di delitto circostanziato. In questo caso la

circostanza non viene realizzata, ma rientra nel proposito criminoso

dell’agente e gli atti compiuti risultano comunque idonei e diretti in

modo non equivoco a commettere il delitto circostanziato.

Relativamente alle lesioni, si pone il problema di una circostanza che

ancora non si è realizzata, ma che se il soggetto fosse riuscito a

completare l’ipotesi reato si sarebbe compiuta. Se le lesioni gravi o

gravissime fossero circostanze, potrebbero concretizzarsi solo in caso di

consumazione del reato (se, per esempio, la vittima viene colpita, può

subire una malattia di durata superiore a quaranta giorni, una malattia

insanabile o la perdita di un organo), ma, nel caso in cui il reato non

venisse consumato, queste situazioni rimarrebbero sullo sfondo, in

quanto solo potenziali.

In un sistema come il nostro, imperniato sul principio di legalità, sembra

difficile ammettere il tentativo di una fattispecie, che risulterebbe

circostanziata solo se arrivata alla consumazione.

Concludendo, molto semplicisticamente è meglio sostenere che se le

lesioni gravi e gravissime risultano fattispecie autonome possono rientrare

nella disciplina del tentativo, al contrario se risultano fattispecie

circostanziate in caso di tentativo si deve fare riferimento alla lesione

base, ex articolo 582, comma 1.

3) Elemento soggettivo - In un reato doloso tutti gli elementi devono

essere coperti dal dolo e l’evento di cagionare una malattia di durata

superiore a quaranta giorni o l’indebolimento permanente di un senso

deve risultare chiaramente doloso. Se si ragiona in termini di reato

autonomo si risponderà del reato di lesioni gravi o gravissime in

presenza di dolo intenzionale, diretto o, quanto meno, eventuale

(cosiddetta “ accettazione del rischio”). Se si ragiona, invece, in termini

di circostanza è possibile accontentarsi di qualcosa di meno, in

quanto è sufficiente dimostrare la prevedibilità del fatto (le circostanze,

62 In merito al delitto tentato circostanziato si veda pag.73-74 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 211

I reati a tutela della vita 63

infatti, si addebitano anche solo per colpa) . Se, per fare un esempio,

in seguito ad un’esplosione un soggetto subisce un calo dell’udito,

l’autore dell’esplosione è imputabile, in base al 583 concepito come

circostanza aggravante anche solo a titolo di colpa, se, invece, si

considera la fattispecie prevista dall’articolo 583 reato autonomo è

necessario provare il dolo, anche nella forma minore di dolo eventuale.

4) Momento consumativo – Il momento consumativo coincide,

se si reputa la fattispecie circostanziata, con la realizzazione del reato

base, cioè con il momento in cui è sorta la malattia. Se si ritiene, invece,

il reato fattispecie autonoma, il momento consumativo è segnato dal

momento in cui si è verificato l’evento, perché solo in quel momento si

completa l’ipotesi prevista dal 583 (ad esempio con lo scoccare del 41°

giorno di malattia). Se si sostiene che l’articolo 583 contenga

circostanze aggravanti, si deve ritenere il reato già consumato con la

realizzazione della fattispecie base e proprio da questo momento partono

i termini di decorso della prescrizione.

A questo punto pare opportuno domandarsi perché sia stata

intrapresa questa discussione quando la rubrica del 583 parla di

circostanze aggravanti, fatto che dovrebbe essere sufficiente per

risolvere il problema.

Alcuni autori (Antolisei) hanno sottolineato un profilo relativo al

rapporto tra fattispecie base e fattispecie presunta circostanziata.

Infatti, presupponendo che fra le due disposizioni sussista un

rapporto specie-genere e dovendo la fattispecie circostanziata di norma

essere una fattispecie base con in più un elemento specializzante, è stato

evidenziato che nel testo dell’articolo 583 è esplicitamente prevista

un’ipotesi in cui questo rapporto viene meno. Il numero 1) del primo

comma dell’articolo 583 pone in alternativa fra loro la malattia o

un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo

superiore a 40 giorni. Le due ipotesi sono, pertanto, non in rapporto

di specificazione, ma di esclusione reciproca (tra loro e con le lesioni

previste dall’articolo 582). Forte di questo argomento, Antolisei ha

sostenuto l’autonomia delle ipotesi previste dal numero 1), comma 1

dell’articolo 583 in quanto anziché comparire l’elemento malattia,

costitutivo del reato di lesioni, è presente un evento diverso, ossia

l’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni. Per una sorta di

effetto trascinamento, di conseguenza, tutte le ipotesi previste nei due

commi del 583 dovrebbero essere ritenute fattispecie autonome.

Una certa dottrina ha aggiunto qualche elemento a favore di questa

tesi, sostenendo che il fatto che nel seguente articolo 585 siano

previste circostanzi aggravanti, esplicitamente riferite non solo

63 In merito all’imputabilità delle circostanze, si veda pag.63 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 212

I reati a tutela della vita

all’articolo 582 ma anche al 583, farebbe pensare che le lesioni gravi

e gravissime rappresentino reati autonomi, in quanto sarebbe

complicato sostenere la configurazione di un’aggravante di

un’aggravante. Questo fatto risulta vero solo fin ad un certo punto in

quanto, se si colloca il problema nel suo momento storico (1930!), la

previsione di un ulteriore aumento di pena alle ipotesi previste dal 583

non rappresentava operazione scandalosa. Infatti, le pene previste, dal

legislatore del 1930, per le lesioni gravi e gravissime rappresentavano

un punto di partenza indefettibile e si prevedeva semplicemente un

particolare innesto di un’ulteriore aggravante su una fattispecie la cui

cornice edittale era in ogni caso ridisegnata a tutti gli effetti dall’articolo

583. per un

La tesi del reato autonomo desta, tuttavia, perplessità

paio di aspetti:

1) Il primo problema riguardo l’identificabilità in concreto di un’ipotesi

di lesioni gravi e gravissime differente dalle lesioni gravi costituite da una

malattia. Bisogna, infatti, chiedersi quali possano essere le situazioni concrete

in cui un soggetto possa cagionare ad un altro individuo un’incapacità di

attendere alle ordinarie occupazioni che non abbia nulla a che vedere con

l’evento malattia. E’, peraltro, vero che la maggior parte delle situazioni in cui

si verifica anche una transitoria incapacità di andare al lavoro difficilmente può

essere immaginata diversa dalle lesioni. Rimane, quindi, il dubbio circa

l’esistenza di un fatto che procuri un’incapacità di attendere alle ordinarie

occupazioni e sia utilizzabile sul piano argomentativo come una situazione

differente dalle lesioni.

2) In secondo luogo, anche ammesso che si riescano ad individuare

situazioni in cui possa essere cagionata ad un soggetto, senza procurargli una

malattia, un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni quale logica

potrebbe mai avere un sistema che prende in considerazione siffatto evento

quando la durata supera i 40 giorni e non lo prende in considerazione sotto

i 40 giorni?

Testo normativo alla mano, il legislatore sembra, da un lato, prendere in

considerazione la malattia scandendola secondo la durata (fino a 20 giorni, tra

21 e 40, oltre 40) e, dall’altro, prendere in considerazione un evento per

definizione differente dalla malattia conferendogli autonomia soltanto

nell’ipotesi in cui superi i 40 giorni di durata (se, per esempio, non viene

superato il 40° giorno si resta nel campo dell’irrilevanza penale).

A fronte di queste considerazioni, sorge il dubbio che la norma debba essere

letta in maniera diversa. Il legislatore, con tutta probabilità, ricorrendo alla

nozione di incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni, intendeva fare

riferimento ad una situazione differente dalla malattia, ma generata dalla

malattia. Il soggetto, in pratica, ha subito una lesione ed ha subito un processo

morboso, ma, pur essendo guarito da un punto di vista strettamente clinico,

Parte 7° - I reati contro la persona 213

I reati a tutela della vita

le conseguenze delle lesioni gli impediscono la piena ripresa dell’attività

(Convalescenza)

A questo punto, la valutazione della durata dell’intero evento, cominciato come

malattia e proseguito come incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni,

deve essere calcolata in maniera complessiva. Se un soggetto, per fare un

esempio, ha subito una lesione, sfociata da un punto di vista strettamente clinico

in una malattia della durata di 35 giorni, e trascorso questo periodo non risulta

ancora in grado di riprendere le ordinarie occupazioni oltrepassando il limite dei

40 giorni, si configura una lesione grave nel senso inteso dall’articolo 583

comma 1, numero 1). Perciò la “malattia o incapacità” deve essere intesa come

“malattia e comunque incapacità ad attendere alle ordinarie occupazioni

complessivamente superiore a 40 giorni”. Solo a questo punto la lesione potrà

essere considerata grave, fatto che non sarebbe stato possibile valutando in

senso restrittivo la malattia.

Deve comunque essere sottolineato, per dovere di cronaca, che ai tempi di

Antolisei, la tesi del reato autonomo era più importante perché rappresentava

l’opzione per mantenere le ipotesi di lesioni gravi o gravissime nell’ambito dei

principi generali del sistema. Infatti, non deve essere dimenticato che fino al

1990 le aggravanti si imputavano oggettivamente e considerare autonome le

fattispecie previste dal 583 significava evitare che si verificasse un’imputazione

meramente oggettiva di eventi in grado di spostare notevolmente la cornice

edittale.

ALTRI REATI CONCERNENTI LESIONI

Art. 583-bis.

Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili.

Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli

organi genitali femminili è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. Ai

fini del presente articolo, si intendono come pratiche di mutilazione degli

organi genitali femminili la clitoridectomia, l'escissione e l'infibulazione e

qualsiasi altra pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.

Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, provoca, al fine di menomare le

funzioni sessuali, lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle

indicate al primo comma, da cui derivi una malattia nel corpo o nella mente, è

punito con la reclusione da tre a sette anni. La pena è diminuita fino a due terzi

se la lesione è di lieve entità.

La pena è aumentata di un terzo quando le pratiche di cui al primo e al secondo

comma sono commesse a danno di un minore ovvero se il fatto è commesso per

Parte 7° - I reati contro la persona 214

I reati a tutela della vita

fini di lucro.

Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è

commesso all'estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia,

ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. In tal

caso, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia.

Prima di questo articolo naturalmente queste pratiche risultavano già coperte

penalmente dal reato di lesioni.

Con questo intervento è diventato un reato autonomo (e non un’aggravante) : le

attenuanti NON neutralizzano le sanzioni.

Art. 583-quater.

Lesioni personali gravi o gravissime a un pubblico ufficiale in servizio di

ordine pubblico in occasione di manifestazioni sportive.

Nell'ipotesi di lesioni personali cagionate a un pubblico ufficiale in servizio di

ordine pubblico in occasione di manifestazioni sportive, le lesioni gravi sono

punite con la reclusione da quattro a dieci anni; le lesioni gravissime, con la

reclusione da otto a sedici anni.

Articolo introdotto a seguito dell’omicidio Raciti.

Anche qui occorre verificare se siamo di fronte a un delitto autonomo oppure ad

una circostanza aggravante.

Tecnica di redazione legislativa non contiene una descrizione della

fattispecie, ma un semplice rinvio al reato di lesioni.

Se fosse stata una circostanza aggravante si sarebbe potuta

Nomen juris

mettere di seguito alle altre aggravanti

Il senso di questa norma era quello di rafforzare la risposta sanzionatoria .

Se noi prendiamo il reato base e gli applichiamo l’aggravante di cui all’art. 61

(10. l'avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona

incaricata di un pubblico servizi) arriviamo più o meno alle pene dell’art. 583-

quater, salvo che a causa del bilanciamento, spariscano le aggravanti.

E allora arriviamo alla soluzione che il 583-quater è un reato autonomo

costituito dalla somma di due aggravanti.

Dopo l’introduzione di questo articolo vengono allargate le situazioni cui viene

applicato.

Fra le aggravanti dell’omicidio è prevista anche al 576 il 5-bis) contro un

ufficiale o agente di polizia giudiziaria, ovvero un ufficiale o agente di pubblica

Parte 7° - I reati contro la persona 215

I reati a tutela della vita

sicurezza, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio.

Ma l’art. 585 richiama le aggravanti del 576.

Quindi possiamo concludere che:

a) Il 583 quater è un reato autonomo

b) Fuori dal 583 quater abbiamo comunque l’aggravante del 576 – 5 bis.

SEZIONE QUARTA – LA TUTELA DELLA LIBERTA’

INDIVDUALE

Sommario: 01) La tutela dello status libertatis, 02) La tutela della libertà di

collocazione nello spazio, 03) Tutela della libertà morale o

autodeterminazione.

01) LA TUTELA DELLO STATUS LIBERTATIS

Il nostro ordinamento imposta la disciplina della tutela della libertà di un

soggetto sotto diversi profili:

1) tutela dello status libertatis (norme in materia di schiavitù)

2) tutela della libertà personale come libertà di collocazione nello spazio

(norme in materia di sequestro di persona)

3) tutela della libertà morale o di autodeterminazione

Con la tutela dello status libertatis si vuole evitare che un individuo sia

radicalmente privato della libertà personale, venendo ridotto in stato di schiavitù

da qualche altro soggetto. Art. 600.

Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù.

Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di

proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di

soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali

ovvero all'accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo

sfruttamento, è punito con la reclusione da otto a venti anni.

La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la

condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o

approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una

Parte 7° - I reati contro la persona 216

I reati a tutela della vita

situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di

denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona.

La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono

commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento

della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di

organi.

Le norme relative alla schiavitù, contenute negli articoli che vanno dal 600 al

602, per parecchi decenni, non hanno avuto concreta applicazione e sono state

considerate dalla manualistica una semplice testimonianza di un impegno verso

vicende che avevano avuto un certo peso nel passato, ma sostanzialmente prive

di una dimensione operativa attuale. Antolisei affermava che le norme in

questione rendevano la schiavitù un istituto giuridico.

Con schiavitù si intende il ridurre una persona a semplice oggetto di proprietà

(cosiddetta “servitus” dei tempi dei romani). Le convenzioni in materia, a

partire dalla fondamentale Convenzione di Ginevra del 1926, contengono una

definizione di schiavitù in termini di stato o condizione di un individuo nei

confronti del quale un altro soggetto esercita tutti o alcuni degli attributi del

diritto di proprietà. Da ciò si evinceva che, visto e considerato che nel nostro

ordinamento e nella stragrande maggioranza degli ordinamenti la schiavitù non

era riconosciuta, la normativa del codice in materia di schiavitù fosse un

cimelio, una sorta di ricordo di un passato lontano in cui la schiavitù era un

istituto riconosciuto, superato, in ultimo, con grande dispendio di vite (vedi la

guerra di secessione americana). L’interpretazione che andava per la maggiore

era quindi quella della mancanza di un campo di applicazione per le norme in

materia di schiavitù.

Questo tipo d’interpretazione ribadiva, tra le altre cose, quanto previsto

nei lavori preparatori del codice penale. Infatti, la relazione al progetto

definitivo di codice penale si soffermava sul fatto che, mentre le disposizioni

contenute negli articoli 600/601/602 erano indirizzate a colpire la cosiddetta

schiavitù di diritto, l’articolo 603, poi abrogato dalla Corte Costituzionale,

concernente il plagio, era diretto a colpire la cosiddetta schiavitù di fatto. In

virtù della relazione del guardasigilli, che contrapponeva il concetto di schiavitù

di diritto a quello di schiavitù di fatto, la dottrina aveva ritenuto che le norme

inerenti alla schiavitù di diritto non potessero avere una concreta applicazione.

Nessuno aveva però tenuto presente che il testo delle norme inerenti alla

cosiddetta schiavitù di diritto conteneva l’inciso “condizioni analoghe alla

schiavitù”. Inoltre, non si era tenuto conto che oltre alla Convenzione di

Ginevra del 1926, che in effetti si occupava principalmente della schiavitù come

istituto giuridico già riconosciuto dall’ordinamento, era in vigore dal 1956 la

Convenzione Supplementare di Ginevra, che prendeva in considerazione la

cosiddetta condizione analoga alla schiavitù, delineando alcune situazioni,

Parte 7° - I reati contro la persona 217

I reati a tutela della vita

chiaramente definite di fatto, non agganciate ad istituti giuridici riconosciuti

dagli ordinamenti. Se tuttavia, il guardasigilli e la prima dottrina non avrebbero

potuto prendere in considerazione la Convenzione del 1956, un discorso diverso

riguarda l’interpretazione della dottrina degli anni sessanta e settanta che

avrebbe potuto richiamare, nell’interpretazione della norma, la Convenzione

Supplementare.

Ad un certo punto, alcuni magistrati, una volta analizzate attentamente le

ipotesi delineate dalla Convenzione del 1956, si sono resi conto di poter

attribuire un’interpretazione diversa alle norme sulla schiavitù di diritto

contenute nel codice penale. L’operazione consisteva nell’applicare le ipotesi

contenute nella Convenzione Supplementare di Ginevra anche in un

ordinamento che riconosceva la schiavitù come istituto giuridico.

64

Nel 1989, la Cassazione si è pronunciata in merito alla cosiddetta “vicenda

argati” (termine di origine slava, relativo ai minori coinvolti nella vicenda). Nel

caso in questione, alcuni minori erano stati prelevati dalle famiglie d’origine, le

quali con tutta probabilità erano state anche pagate, per essere affidati a soggetti

che li impiegavano per svolgere attività criminose alla loro dipendenza. I

minori venivano, in pratica, considerati oggetti di proprietà del padrone,

che li aveva noleggiati dalla famiglia per commettere furti, situazione che

corrispondeva a quanto previsto dall’articolo 1, lett. d) della Convenzione

supplementare di Ginevra nel 1956. Questa norma fa, infatti, riferimento ad

ogni istituzione (nel nostro gergo giuridico si direbbe istituto) o pratica, in forza

della quale un fanciullo o un adolescente minore degli anni diciotto viene

consegnato dai suoi genitori o dal tutore ad un terzo, previo pagamento oppure

no, in vista dello sfruttamento della sua persona e del suo lavoro. Quindi,

rinviando alla norma della Convenzione Supplementare, si è ritenuta

integrata la cosiddetta condizione analoga alla schiavitù (articolo 600), che

nel caso in questione finiva con il prevedere conseguenze sanzionatorie più forti

della somma degli altri reati commessi.

Da ultimo, la Suprema Corte è giunta non solo a convalidare

l’inquadramento operato da queste prime pronunce, ma ha ritenuto addirittura

che l’elencazione contenuta nella Convenzione di Ginevra fosse meramente

esemplificativa e non esaustiva. Riguardo questa interpretazione delle Sezioni

65

Unite , è legittimo porsi qualche dubbio in quanto si rischia di offrire una

lettura dell’articolo 600 e seguenti in conflitto con il principio di tassatività

della legge penale. Infatti, il considerare l’elenco previsto nella Convenzione

Supplementare semplicemente esemplificativo ed aperto ad eventuali

applicazioni caso per caso, attraverso una procedura che richiamerebbe

66

l’analogia, rappresenterebbe un’ ipotesi di analogia in malam partem in chiave

incriminatrice, che lascerebbe molti dubbi sul rispetto del secondo comma

64 in Pisa P . “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.236.

65 Cassazione Sezioni Unite, 16/01/1997, in Pisa P . “Giurisprudenza commentata di diritto penale”, vol.I, Cedam, Padova, 1999, pag.243.

66 In merito all’analogia, si veda pag.11-12 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 218

I reati a tutela della vita

dell’articolo 25 della Costituzione. Quindi, pur condividendo la buona

intenzione delle Sezioni Unite nel colpire un certo genere di fenomeni con

durezza, teorizzare che la riduzione in condizione analoga alla schiavitù sia

applicabile potenzialmente a qualsiasi situazione, anche non preventivamente

contemplata dagli strumenti internazionali, che a volte hanno rappresentato la

base per l’introduzione delle stesse norme nel codice penale italiano, risulta

operazione discutibile.

Naturalmente, a meno che non si aderisca all’orientamento più recente

secondo cui l’elencazione della Convenzione di Ginevra del 1956 non debba

ritenersi esaustiva, non tutte le situazioni in cui qualcuno si trova in balia di un

altro soggetto e non tutti i settori di riduzione della libertà di un soggetto sono

riconducibili alle norme sulla riduzione in schiavitù. Per fare un esempio, si è

ritenuto che l’assoggettamento di una persona a fini di prostituzione non

costituisca automaticamente una riduzione in schiavitù. Se per quanto riguarda i

minorenni questo problema è stato risolto grazie alla legge 269 del 1998, per

quello che concerne i maggiorenni la situazione è tuttora controversa, in quanto

in alcune sedi sono stati riconosciuti gli estremi della riduzione in schiavitù, in

altre, vedi Genova, no. La Cassazione nel 2002 ha inquadrato nell’ambito

dell’articolo 600 un caso in cui la persona offesa, dopo essere stata venduta

all’imputata, era stata da questa costretta a riscattare la propria libertà con i

proventi dell’attività di meretricio, cui veniva indotta con violenza, consistita in

percosse, maltrattamenti, sevizie e lesioni, nonché minacce, costituite dalla

sottoposizione a riti di magia nera.

Riassumendo quanto illustrato è possibile incontrare due posizioni:

5) secondo la dottrina prevalente le condizioni analoghe alla schiavitù

possono essere identificate con le ipotesi previste dalla Convenzione

Supplementare di Ginevra del 1957 e devono comunque trovare un preciso

riferimento in disposizioni di legge;

6) secondo un diverso orientamento, per lo più giurisprudenziale, sarebbero

da annoverare tra le condizioni analoghe alla schiavitù tutte le situazioni di fatto

da cui discenda un risultato analogo alla riduzione in schiavitù, come la

soggezione esclusiva ad un altrui potere di disposizione corrispondente

all’esercizio di uno o dell’insieme dei poteri inerenti il diritto di proprietà

(definizione contenuta nello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale,

firmato a Roma il 17 Luglio 1998 e ratificato con legge 12 Luglio 1999, n.232).

Comunque adesso il nuovo assetto normativo dell’art. 600 è il seguente:

Stati:

1) Esercizio del diritto di proprietà

2) Oppure in alternativa stato di soggezione continuativa collegato a

determinate finalità : prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio

o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento

Parte 7° - I reati contro la persona 219

I reati a tutela della vita

Modalità:

a) Violenza

b) minaccia

c) inganno,

d) abuso di autorità

e) approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una

situazione di necessità,

f) promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha

autorità sulla persona

Attenzione però: se lo stato di soggezione comporta anche la limitazione della

libertà personale allora si potrà avere il concorso con il sequestro di persona.

Ma consideriamo ora un'altra fattispecie : lo sfruttamento endofamiliare.

Questa forma di sfruttamento non era stata presa in considerazione dalla

Convenzione di Ginevra.

Normativa del 2009.

Articolo 600-octies. (Impiego di minori nell'accattonaggio). minori 14

anni

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque si avvale per mendicare

di una persona minore degli anni quattordici o, comunque, non imputabile,

ovvero permette che tale persona, ove sottoposta alla sua autorità o affidata

alla sua custodia o vigilanza, mendichi, o che altri se ne avvalga per

mendicare, è punito con la reclusione fino a tre anni»;

Allora chiariamo subito: se all’accattonaggio vengono adibiti dei maggiorenni

allora dovremmo applicare senz’altro l’art. 600, se ne ricorrono i presupposti.

Esisteva nel passato una contravvenzione (ora abrogata) e il reato poteva

compiersi solo da chi esercitava un potere sul minore.

Leggendo la norma abbiamo:

1) una clausola di sussidiarietà (salvo che il fatto…….) quindi occorre

escludere preventivamente l’art. 600 prima di applicare il 600 octies

; il 600 al contrario comprende una

2) sono comprese le condotte occasionali

fattispecie in qualche modo continua nel tempo (stato di soggezione

continuativa)

3) due articolazioni del reato

a) avvalersi questa articolazione costituisce un reato proprio, che

b) Consentire:

può essere compiuto solo dall’affidatario in custodia o vigilanza

Parte 7° - I reati contro la persona 220

I reati a tutela della vita

Questo nuovo reato riguarda chi sfrutta il minore a prescindere da particolari

modalità.

Colpisce anche i rapporti più o meno familiari; infatti consentire o permettere

non significa sfruttare: basta anche il dolo eventuale (la conoscenza

dell’accattonaggio).

Visto che siamo in presenza di minori infraquattordicenni abbiamo un caso in

qcui la tutela giuridica del bene è anticipata rispetto a situazioni che non

configurano ancora l’art. 600.

Nei confronti dei maltrattamenti in famiglia abbiamo un altro tipo di rapporto: è

vero che l’induzione all’accattonaggio spesso è caratterizzata anche da condotte

familiari di vessazione fisica e psicologica, ma è altrettanto vero che

l’accattonaggio non presuppone obbligatoriamente anche i maltrattamenti, di cui

bisognerà provare la presenza.

Il 600 octies spezza l’unitarietà delle norme che storicamente punivano le

situazioni di schiavitù. Art. 601.

Tratta di persone.

Chiunque commette tratta di persona che si trova nelle condizioni di cui

all'articolo 600 ovvero, al fine di commettere i delitti di cui al primo comma del

medesimo articolo, la induce mediante inganno o la costringe mediante

violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di

inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante

promessa o dazione di somme di denaro o di altri vantaggi alla persona che su

di essa ha autorità, a fare ingresso o a soggiornare o a uscire dal territorio

dello Stato o a trasferirsi al suo interno, è punito con la reclusione da otto a

venti anni.

La pena è aumentata da un terzo alla metà se i delitti di cui al presente articolo

sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo

sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al

prelievo di organi.--> ma non pornografia minorile

Il reato parla di tratta di persone di cui all’art. 600.

Dall’approfondimento della norma si capisce il significato che si è voluto dare

alla parola tratta.

In genere le organizzazioni criminali offrono un “pacchetto completo”, e

realizzano in loco una situazione di stato di soggezione continua, trasportando

attraverso numerose tappe le persone alla loro destinazione finale.

Questa norma però consente di incriminare anche il trasportatore di una singola

tratta del viaggio, che magari non ha nulla a che fare con lo stato di soggezione

Parte 7° - I reati contro la persona 221

I reati a tutela della vita

continua, ma che si presta a trasportare delle persone di cui sa benissimo la

situazione pietosa.

La norma, inoltre, persegue anche chi trasporta in uscita dal nostro paese, nelle

situazioni in cui lo stato italiano viene utilizzato come transito.

Art. 602.

Acquisto e alienazione di schiavi.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo 601, acquista o aliena o cede una

persona che si trova in una delle condizioni di cui all'articolo 600 è punito con

la reclusione da otto a venti anni.

La pena è aumentata da un terzo alla metà se la persona offesa è minore degli

anni diciotto ovvero se i fatti di cui al primo comma sono diretti allo

sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al

prelievo di organi.

L’art. 602 ha una clausola di sussidiarietà nei confronti del 601.

Infatti se vi è una riduzione in schiavitù e poi una cessione avremmo il 600 e il

602 in concorso.

Ma anche se avviene il contrario: se compro uno schiavo è ovvio che lo faccio

per continuare a tenerlo in schiavitù.

Il 602 in teoria colpisce l’acquirente che non ha ancora esercitato il potere sulla

persona.

Il concorso tra 601 e 602 è invece escluso dal rapporto di sussidiarietà che

sussiste fra le due norme.

REATI CONCERNENTI LA PROSTITUZIONE MINORILE

SEZIONE QUINTA - LEGGE 3 AGOSTO 1998, N.269

Sommario: 01) La prostituzione minorile, 02) La pornografia minorile,

01) LA PROSTITUZIONE MINORILE

67

La legge 03/08/1998, n.269 , “norme contro lo sfruttamento della prostituzione,

della pornografia, del turismo sessuale, in danno di minori, quali nuove forme di

67 In Gazzetta Ufficiale, 10/08/199, n.185. Parte 7° - I reati contro la persona 222

I reati a tutela della vita

riduzione in schiavitù”, ha introdotto quelle che sono definite disposizioni

contro la pedofilia, ma, in realtà, il discorso risulta più complesso.

Il titolo della legge definisce lo “sfruttamento della prostituzione, della

pornografia e del turismo sessuale in danno di minori” come “nuove forme di

riduzione in schiavitù”, così si spiega l’inserimento delle norme di questa legge

subito dopo l’articolo 600, utilizzando la numerazione latina.

La legge numero 269 contiene norme a tutela dei minori, come

evidenziato dall’articolo 1, che richiama esplicitamente la Convenzione sui

diritti del fanciullo di New York del 1989, ratificata in Italia nel 1991, e la

dichiarazione finale della Conferenza mondiale di Stoccolma del 1996, che

venne convocata sull’onda di gravi fatti compiuti a danno di minori soprattutto

in Belgio.

La legge in esame interviene sui versanti della prostituzione minorile,

della pornografia riguardante i minori e del cosiddetto “turismo sessuale”

concernente minori.

A) Le condotte previste dall’articolo 600 bis comma 1

Il reato di induzione, favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione

minorile è procedibile d’ufficio e la competenza spetta al tribunale in

composizione collegiale.

ARTICOLO 600 BIS COMMA 1 CODICE PENALE – Prostituzione

minorile

[1] Chiunque induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni

diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione è punito con la reclusione

da sei a dodici anni e con la multa da euro 25822 a 258228.

Il primo comma dell’articolo 600 bis prevede tre condotte differenti:

a) l’induzione alla prostituzione (minorile);

b) il favoreggiamento della prostituzione (minorile);

c) lo sfruttamento della prostituzione (minorile).

Queste condotte non sono sconosciute nel nostro sistema in quanto sono già

state prese in considerazione dal legislatore, in occasione della normativa

concernente la prostituzione tout court, la legge “Merlin” del 1958. In questa

legge si puniscono (attenzione questa legge mantiene tuttora pieno vigore per

quanto riguarda la prostituzione di soggetti di maggiore età), all’articolo 3,

insieme ad altre condotte, l’induzione, il favoreggiamento e lo sfruttamento. E’

chiaro che, per l’interpretazione della nuova fattispecie incriminatrice, devono

essere necessariamente utilizzate le acquisizioni a cui si è giunti in relazione

all’articolo 3 della legge Merlin. Nell’articolo 4 della legge Merlin era prevista

un’aggravante (in quanto tale soggetta a bilanciamento), qualora la persona

Parte 7° - I reati contro la persona 223

I reati a tutela della vita

sfruttata si fosse rivelata un minore, ma la legge del 1998 ha espressamente

abrogato questa disposizione a tutela dei minorenni.

- Su un piano puramente descrittivo si può affermare che il concetto di

induzione risulti abbastanza ampio; si fa, infatti, riferimento a comportamenti,

che si possono collocare anche al di fuori di un interesse personale, volti a

convincere un soggetto (nel caso della legge del 1998, un minore degli anni

diciotto) a svolgere attività concernenti la prostituzione. Si realizza una tipica

condotta di induzione anche quando si convince un soggetto a non abbandonare

l’attività già intrapresa. Si considera induzione non solo il comportamento del

soggetto che fa sorgere l’intenzione di svolgere l’attività di prostituta, ma anche

di colui che cerca di evitare, attraverso il ricorso a mezzi persuasivi non violenti

(perché se si utilizza violenza subentrano altre norme), che la prostituta

abbandoni l’attività. Si tratta chiaramente di un reato di pericolo, anche se risulta

in concreto difficile che venga incriminato un comportamento di semplice

induzione non seguito da fatti concreti, mentre è facile che, una volta scoperta

un’attività di prostituzione, si risalga in seguito a soggetti che hanno svolto

l’attività di induzione.

- Nel caso di favoreggiamento alla prostituzione, si colpisce qualsiasi forma di

aiuto allo svolgimento dell’attività di prostituzione. Recentemente, il problema è

riemerso prepotentemente ed una delle trovate, escogitate per scoraggiare

l’utenza della prostituzione, è stata quella di incriminare per favoreggiamento il

cliente che riconduca la prostituta sul luogo di lavoro. In effetti, una delle

condotte tipiche del favoreggiamento è proprio quella di prestare un aiuto

materiale (classico si rivela l’esempio dello sfruttatore, che non solo sfrutta la

prostituzione, ma anche la agevola, accompagnando la prostituta sul luogo

dell’attività) ed il fatto che alcuni tribunali abbiano ritenuto applicabile la norma

sullo sfruttamento anche al cliente, che, dopo aver consumato, riaccompagnava

la prostituta sul luogo dell’attività, agevolandole l’esercizio della professione e

facendole perdere meno tempo, non fa una grinza. Tuttavia, la Cassazione sia

per quello che riguarda questa ipotesi, sia per quanto riguarda il caso del

cameriere, adibito ad aprire la porta al cliente, si è espressa per la non

configurabilità del favoreggiamento. In ogni caso, il concetto di

favoreggiamento rimane molto ampio.

- Molto ampia è anche la condotta di sfruttamento. Si verifica sfruttamento

quando un soggetto ricava risultati concreti, economicamente valutabili, dalla

prostituzione altrui. Caso classico risulta quello del protettore che si fa

consegnare i guadagni della prostituta. Commette una condotta di sfruttamento

della prostituzione il soggetto che, per esempio, riceve regali da chi svolge

attività di prostituzione e chi vive insieme (ma alle spalle) a chi svolge attività di

prostituzione. Quindi, anche la convivenza di un nulla facente con chi svolge

attività di prostituzione può essere considerata una forma di sfruttamento.

Bisogna guardarsi, quindi, dal rischio di interpretazioni troppo restrittive in

quanto diventerebbe fin troppo facile camuffare la corresponsione di vantaggi

ben precisi sotto forma, per esempio, di regali (ad esempio un soggetto potrebbe

Parte 7° - I reati contro la persona 224

I reati a tutela della vita

farsi consegnare, anziché denaro, preziosi gioielli, che poi potrebbe impegnare o

rivendere).

Le tre condotte evidenziate, malgrado abbiano un’ampia applicazione, si

prestano a discussioni non marginali sui loro reali confini. Senz’altro non si

discute in merito al concetto di prostituzione che consiste nell’offerta sessuale

dietro compenso (che deve essere economicamente valutabile). Non è invece

prostituzione avere una pluralità di rapporti con più individui per puro piacere

personale.

B) Due questioni irrisolte in merito all’articolo 600 bis, comma 1

Oltre al problema interpretativo inerente le singole condotte illustrate, il primo

comma dell’articolo 600 bis porta con sé due questioni rimaste irrisolte in quello

che rappresenta il modello legislativo di riferimento, cioè la legge Merlin del

1958, e che puntualmente si ripropongono nell’interpretazione della nuova

normativa.

A) Ci si è domandati se le tre condotte delineate siano indicative di reati a

struttura semplice, oppure se all’interno di esse vi sia qualche ipotesi di reato

abituale, fatto che varrebbe, in particolare, per lo sfruttamento. Mentre non pare

in discussione il fatto che l’induzione ed il favoreggiamento possano esaurirsi

come comportamenti circoscritti e specifici, ben collocabili anche nel tempo, ci

si è chiesti se la condotta di sfruttamento non possa implicare una pluralità di

reati. Insomma è opportuno chiarire se si tratti di una pluralità di reati o di una

68

reato abituale , in cui non è sufficiente un singolo comportamento, ma occorre

la reiterazione di condotte identiche o simili, peraltro da considerare

unitariamente come unica fattispecie criminosa.

Tornando allo sfruttamento della prostituzione, ci si domanda se si tratti di un

reato abituale (che richiede cioè la reiterazione), oppure solo eventualmente

abituale, oppure non abituale. La questione è importante per la sua portata

pratica, in quanto se si ritiene che lo sfruttamento sia un reato necessariamente

abituale, non è sufficiente un singolo episodio accertato (ad esempio,

nell’ambito di un controllo si ferma una prostituta mentre sta consegnando

denaro ad una persona che si presume evidentemente il protettore), ma si

dovranno provare altri casi uguali, fatto che può complicare le indagini. Nel

caso lo si consideri un reato solo eventualmente abituale è sufficiente una sola

condotta per configurare il reato, mentre se lo si reputa non abituale più condotte

di favoreggiamento equivalgono ad una pluralità di reati.

Mentre la dottrina prevalente era dell’idea che lo sfruttamento, nell’ambito della

legge Merlin, fosse da considerare un reato abituale, la giurisprudenza ha

pressoché all’unanimità sempre sostenuto la natura non abituale del reato, per

cui è sufficiente un singolo episodio di sfruttamento per realizzare la

condotta tipica. Naturalmente, se questo ragionamento deve ritenersi valido per

68 In merito al concetto di reato abituale, si veda pag.9 di parte generale.

Parte 7° - I reati contro la persona 225

I reati a tutela della vita

l’articolo 3 della legge Merlin, non ci si deve stupire se viene applicato anche al

600 bis in relazione alla prostituzione minorile.

B) Un secondo problema che è necessario porsi riguarda le tre diverse condotte

evidenziate dall’articolo 600 bis. Ci si domanda, infatti, se le tre condotte,

seppur commesse in tempi diversi, possano dare luogo ad una pluralità di reati

oppure se si tratti di condotte rientranti nel concetto di “norme a più fattispecie”,

in cui è indifferente la realizzazione di una o più condotte diverse in quanto in

ogni caso ci si troverebbe al cospetto di un unico reato. In mancanza di

riferimenti tecnici, che consentano di affermare che si tratti di una norma a più

fattispecie oppure di una pluralità di reati autonomi, è difficile risolvere la

situazione.

L’induzione è una condotta che si pone spesso a monte, può avere una sua

autonomia e non implica necessariamente il favoreggiamento e meno che mai lo

sfruttamento, anche se potrebbe capitare che un soggetto induca alla

prostituzione e ne agevoli lo svolgimento proprio in funzione della riscossione

finale.

In ogni caso, quando si realizza una pluralità di condotte, la giurisprudenza,

come avvenuto per le norme dell’articolo 3 della legge Merlin, ha stabilito che si

tratti di una pluralità di reati. Quindi colui che induca (magari all’estero, ma con

la punibilità prevista dall’articolo 604) una persona a dedicarsi alla

prostituzione, ne favorisca l’esercizio (trovandole, per esempio, una

sistemazione in Italia) e poi la sfrutti con il prelievo di parte dei guadagni, può

vedersi contestare tre reati. La continuazione medica molte cose, però, in

teoria, si realizzano comunque tre reati, con un minimo di pena sbarrato a sei

anni di reclusione (concorso materiale di reati).

C) La responsabilità penale per chi compie atti sessuali con un minore di età

compresa tra i 14 ed i 18 anni

Il secondo comma dell’articolo 600 bis costituisce una novità assoluta per

quanto riguarda il nostro ordinamento. Per la prima volta si punisce il cliente

della prostituta ( minorenne)

ARTICOLO 600 BIS COMMA 2 CODICE PENALE – Prostituzione

minorile

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un

minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di

altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la

multa non inferiore a euro 5.164.

Nel caso in cui il fatto di cui al secondo comma sia commesso nei confronti di

persona che non abbia compiuto gli anni sedici, si applica la pena della reclusione

da due a cinque anni. Parte 7° - I reati contro la persona 226

I reati a tutela della vita

Se l'autore del fatto di cui al secondo comma è persona minore di anni diciotto si

applica la pena della reclusione o della multa, ridotta da un terzo a due terzi.

Le maggiori perplessità per quanto concerne l’articolo 600 bis riguardano

la cornice edittale. Il legislatore, infatti, nello stabilire la pena detentiva ha posto

uno sbarramento verso il minimo (ed il limite minimo possibile per la reclusione

69 . A questo punto sorge spontaneo il dubbio sul perché se il fatto

è di 15 giorni)

possa scalare, come previsto dalla norma, alla pena della multa, la pena

detentiva minima sia stata fissata a sei mesi. In genere, quando si pone

l’alternativa tra pena detentiva e pena pecuniaria non si sbarra verso il minimo la

pena detentiva in quanto non è logico e significa che i fatti possono essere anche

bagatellari. In questo caso la scelta avrebbe dovuto essere più drastica; infatti, o

si stabilisce che il reato sia grave e si applica la sola pena detentiva, oppure lo si

considera non grave, pur volendo dare un segnale preciso, e si prevede la sola

pena pecuniaria. In questo caso, invece, formalmente sullo sfondo si trova la

pena detentiva, ma un soggetto coinvolto, conoscendo la prassi in queste

situazioni, non si lascerà spaventare e si renderà subito conto che è sufficiente

pagare per uscirne fuori.

A dire il vero, l’ipotesi che attualmente va per la maggiore sostiene che

l’alternativa tra pena detentiva e pena pecuniaria sia figlia di un errore tecnico

commesso dal legislatore. Malgrado tutto la norma è culturalmente interessante

anche se è priva, in virtù della lieve cornice edittale, di un forte effetto

deterrente.

D) Il problema dell’ignoranza dell’età

In ultimo, per evitare equivoci, deve essere ricordato che l’articolo 609 sexies

prevede che nell’ambito dei reati sessuali (nei quali conta molto l’età, perché

sotto i 14 anni non c’è consenso che tenga) non si possa invocare a propria

discolpa l’ignoranza dell’età della persona offesa.

ARTICOLO 609 SEXIES CODICE PENALE –Ignoranza dell’età della

persona offesa

[1] Quando i delitti previsti negli articoli 609 bis, 609 ter, 609 quater e 609

octies, sono commessi in danno di persona minore di anni quattordici, nonché

nel caso del delitto di cui all’articolo 609 quinquies, il colpevole non può

invocare a propria scusa, l’ignoranza dell’età della persona offesa non vale

per la prostituzione minorile

69 In merito ai limiti massimi e minimi per ogni pena, si veda pag.108-109 di parte generale

Parte 7° - I reati contro la persona 227

I reati a tutela della vita

Sarebbe bastato estendere questa norma anche al settore della prostituzione

minorile. Non avendolo fatto, il rischio è che si possa invocare, in questi reati,

l’errore sull’età e quindi l’errore sull’esistenza della norma incriminatrice.

Naturalmente in determinate situazioni non basterà affermare che ci si sia

sbagliati, ma in altri casi (ad esempio quando il minore dimostra più anni della

sua reale età) si possono aprire spazi per invocare l’articolo 47 del codice penale

(errore di fatto), che, invece, in un settore limitrofo a quello della prostituzione

minorile, come quello dei reati sessuali, non trova cittadinanza.

E) La tratta di minori

A completamento dell’analisi della legge 269/1998 deve essere segnalato

l’inserimento nell’articolo 601del codice penale di un secondo comma

(introdotto ai sensi dell’articolo 9 della legge 269/1998), che si viene a

modellare sul primo comma. E’ bene segnalare subito questa disposizione

perché si pone a completamento dell’articolo 600 bis. Il secondo comma

dell’articolo 601 incrimina, infatti, la tratta o il commercio di minori solo se

condotte finalizzate alla prostituzione e non se finalizzate alla pornografia

minorile

ARTICOLO 601 CODICE PENALE – Tratta e commercio di schiavi

Chiunque commette tratta di persona che si trova nelle condizioni di cui

all'articolo 600 ovvero, al fine di commettere i delitti di cui al primo comma del

medesimo articolo, la induce mediante inganno o la costringe mediante

violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di

inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante

promessa o dazione di somme di denaro o di altri vantaggi alla persona che su

di essa ha autorità, a fare ingresso o a soggiornare o a uscire dal territorio

dello Stato o a trasferirsi al suo interno, è punito con la reclusione da otto a

venti anni.

[La pena è aumentata da un terzo alla metà se i delitti di cui al presente articolo

sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo

sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al

prelievo di organi.

Il reato è procedibile d’ufficio e la competenza è attribuita alla Corte d’Assise.

Il secondo comma dell’articolo 601 pone alcuni problemi di comprensione.

Innanzitutto il concetto di tratta non è normalmente usato dal legislatore e si

rivela un concetto affermatosi, nel linguaggio corrente, proprio in relazione alla

schiavitù. La stessa Convenzione di Ginevra del 1926, in materia di schiavitù, ha

definito la tratta come “ogni atto di cattura, acquisto o cessione di un individuo

al fine di ridurlo a schiavitù”. Peraltro, il fatto che la tratta si debba definire

esattamente in questi termini pare cosa dubbia in quanto nel primo comma

dell’articolo 601, accanto alla tratta, compare anche il commercio e quindi si

deve ritenere che tra queste due condotte debba essere posto qualche elemento di

Parte 7° - I reati contro la persona 228

I reati a tutela della vita

differenziazione. Perciò secondo i commentatori non qualsiasi acquisto o

cessione può considerarsi tratta, ma solo una condotta che:

a) abbia qualche carattere di specificità, presupponga un minimo di

organizzazione e, quindi, non possa normalmente riguardare un singolo

individuo;

b) presenti, ma questo fatto può essere discusso, il carattere di reato abituale

(non si deve, in pratica, esaurire in unica spedizione).

E’ difficile stabilire se questa interpretazione, molto restrittiva, risulti

assolutamente indiscutibile. Peraltro, si è giustamente rilevato che non è

possibile che il legislatore abbia concepito la tratta in termini assolutamente

analoghi al commercio in quanto allora si avrebbe a che fare con una

duplicazione di termini incomprensibile. La tratta, d’altra parte, non dovrebbe

neppure esaurirsi nel semplice fatto di indurre un soggetto alla prostituzione

(trasferendolo magari all’estero) perché un fatto del genere sarebbe già

compreso nell’ipotesi prevista dall’articolo 600 bis. Il commercio, perciò, riveste

una natura residuale rispetto alla tratta, implicando (quanto meno) un’attività

che non necessiti di una particolare organizzazione complessa, dal momento che

consiste nella compravendita (è implicita l’onerosità dell’operazione) di minori

al fine di avviarli alla prostituzione. Per la verità, anche in questo caso, rimane il

dubbio se la condotta debba essere relazionata ad una pluralità di fatti (o

comunque di soggetti) o se un singolo episodio sia sufficiente ad incriminare un

soggetto quanto meno ai fini del commercio. E’ necessario, inoltre, verificare se,

in sede applicativa, venga richiesta la prova della reiterazione del

comportamento, problema interpretativo che certamente può emergere.

L’unica questione su cui si può concordare è che tra una condotta di

commercio ed una condotta di tratta sia presente una divergenza almeno di tipo

quantitativo in quanto la tratta, sul piano dell’organizzazione, richiede qualcosa

di più, salvo che non ci si appelli strettamente alla definizione data dalla

Convenzione di Ginevra del 1926.

Parte 7° - I reati contro la persona 229

I reati a tutela della vita

SEQUESTRO DI PERSONA

Art. 605.

Sequestro di persona

Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi

a otto anni.

La pena è della reclusione da uno a dieci anni, se il fatto è commesso:

1. in danno di un ascendente, di un discendente, o del coniuge;

2. da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni.

Se il fatto di cui al primo comma è commesso in danno di un minore, si applica la

pena della reclusione da 3 a 12 anni. Se il fatto è commesso in presenza di talune

delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di un minore di anni

quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la

pena della reclusione da 3 a 15 anni.

Se il colpevole cagiona la morte del minore sequestrato si applica la pena

dell’ergastolo.

Le pene previste dal terzo comma sono altresì diminuite fino alla metà nei confronti

dell’imputato che si adopera concretamente:

1) affinchè il minore riacquisti la propria libertà

2) per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori,

aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella

raccolta di elementi di prova decisivi per la ricostruzione dei fatti e per

l’individuazione della cattura di uno o più autori di reati

3) Per evitare la commissione di ulteriori fatti di sequestro di minori

Quello dell’art. 605 è il reato base che però, essendo configurate altre

fattispecie di reato più gravi, risulta essere la fattispecie residuale.

Parte 7° - I reati contro la persona 230

I reati a tutela della vita

Art. 630.

Sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione.

Chiunque sequestra una persona allo scopo di conseguire, per sé o per altri, un

ingiusto profitto come prezzo della liberazione, è punito con la reclusione da

venticinque a trenta anni.

Se dal sequestro deriva comunque la morte, quale conseguenza non voluta dal reo,

della persona sequestrata, il colpevole è punito con la reclusione di anni trenta.

Se il colpevole cagiona la morte del sequestrato si applica la pena dell'ergastolo.

Al concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il soggetto

passivo riacquisti la libertà, senza che tale risultato sia conseguenza del prezzo della

liberazione, si applicano le pene previste dall'articolo 605. Se tuttavia il soggetto

passivo muore, in conseguenza del sequestro, dopo la liberazione, la pena è della

reclusione da sei a quindici anni.

Nei confronti del concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera, al di fuori

del caso previsto dal comma precedente, per evitare che l'attività delittuosa sia

portata a conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente l'autorità di polizia o

l'autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l'individuazione o la cattura

dei concorrenti, la pena dell'ergastolo è sostituita da quella della reclusione da

dodici a venti anni e le altre pene sono diminuite da un terzo a due terzi.

Quando ricorre una circostanza attenuante, alla pena prevista dal secondo comma è

sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni; alla pena prevista dal terzo

comma è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni. Se concorrono più

circostanze attenuanti, la pena da applicare per effetto delle diminuzioni non può

essere inferiore a dieci anni, nell'ipotesi prevista dal secondo comma, ed a quindici

anni, nell'ipotesi prevista dal terzo comma.

I limiti di pena preveduti nel comma precedente possono essere superati allorché

ricorrono le circostanze attenuanti di cui al quinto comma del presente articolo.

Art. 289-bis.

Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione.

Chiunque, per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico sequestra

una persona è punito con la reclusione da venticinque a trenta anni.

Se dal sequestro deriva comunque la morte, quale conseguenza non voluta dal reo,

della persona sequestrata, il colpevole è punito con la reclusione di anni trenta.

Se il colpevole cagiona la morte del sequestrato si applica la pena dell'ergastolo.

Il concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il soggetto

Parte 7° - I reati contro la persona 231

I reati a tutela della vita

passivo riacquisti la libertà è punito con la reclusione da due a otto anni; se il

soggetto passivo muore, in conseguenza del sequestro, dopo la liberazione, la pena è

della reclusione da otto a diciotto anni.

Quando ricorre una circostanza attenuante, alla pena prevista dal secondo comma è

sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni; alla pena prevista dal terzo

comma è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni. Se concorrono più

circostanze attenuanti, la pena da applicare per effetto delle diminuzioni non può

essere inferiore a dieci anni, nell'ipotesi prevista dal secondo comma, ed a quindici

anni, nell'ipotesi prevista dal terzo comma.

Accanto a queste ipotesi previste dal codice c’è n’è anche un'altra prevista da una

legge speciale “La presa di ostaggi” (legge 718/85) che si colloca, come gravità, fra il

reato base dell’art. 605 e quelli più gravi del 630 e 289 bis.

Questa legge nasce da una convenzione ONU dopo i fatti riguardanti gli ostaggi

dell’ambasciata USA a Teheran, e considerava una nuova forma di limitazione della

libertà personale con connotati di internazionalità.

Nella versione italiana queste norme hanno perso la loro connotazione di

internazionalità e quindi è potenzialmente applicabile a qualsiasi situazione in cui

sono presi ostaggi.

ART. 3.

CHIUNQUE, FUORI DEI CASI INDICATI NEGLI ARTICOLI 289-BIS E 630 DEL

CODICE PENALE, SEQUESTRA UNA PERSONA O LA TIENE IN SUO POTERE

MINACCIANDO DI UCCIDERLA, DI FERIRLA O DI CONTINUARE A TENERLA

SEQUESTRATA AL FINE DI COSTRINGERE UN TERZO, SIA QUESTI UNO

STATO, UNA ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE TRA PIÙ GOVERNI, UNA

PERSONA FISICA O GIURIDICA OD UNA COLLETTIVITÀ DI PERSONE

FISICHE, A COMPIERE UN QUALSIASI ATTO O AD ASTENERSENE,

SUBORDINANDO LA LIBERAZIONE DELLA PERSONA SEQUESTRATA A TALE

AZIONE OD OMISSIONE, È PUNITO CON LA RECLUSIONE DA VENTICINQUE

A TRENTA ANNI.

SI APPLICANO I COMMI SECONDO, TERZO, QUARTO E QUINTO

DELL'ARTICOLO 289-BIS DEL CODICE PENALE.

SE IL FATTO È DI LIEVE ENTITÀ SI APPLICANO LE PENE PREVISTE

DALL’ARTICOLO 605 DEL CODICE PENALE AUMENTATE DALLA METÀ A

DUE TERZI. Parte 7° - I reati contro la persona 232

I reati a tutela della vita

Il reato base punisce la condotta di chi priva qualcuno della libertà personale, che è

qui intesa come libertà in senso fisico (libertà di locomozione).

Abbiamo visto che la privazione dello stato di libertà in senso lato è punita dall’art.

600 (stato di soggezione continuativa).

SOGGETTI PASSIVI.

Si è posto in dottrina il problema se possano essere soggetti passivi del reato anche

individui che, di per sé, non hanno la libertà di movimento (neonati, potenzialmente

soggetti con handicap, detenuti).

si sostiene che comunque non si tratta di soggetti

Per quanto riguarda i detenuti

privati completamente della libertà personale, per cui può benissimo configurarsi un

sequestro di persona nei confronti di un detenuto rapito con il proposito, magari, di

farlo tacere per sempre.

Per quanto riguarda i neonati abbiamo alcune sentenze che dicono che la sottrazione

di minore prevale in questi casi sul sequestro di persona.

A questo proposito abbiamo una rilettura della norma che considera la libertà del

minore di essere collocato nello spazio secondo il suo bene tutelato dai suoi genitori.

E poi se limitiamo, in queste ipotesi, l’operatività del reato base, allora i soggetti non

sarebbero tutelati nemmeno nella grave ipotesi del 630 (rapire un neonato o un gatto

chiedendo un riscatto sarebbe un semplice caso di estorsione).

Alla luce di questa rilettura il problema dovrebbe essere superato.

Anche per gli handicappati abbiamo una possibilità di collocarsi nello spazio

attraverso ausili e persone a loro dedicato.

Quindi soggetto passivo del reato può, in conclusione, essere qualsiasi persona.

Il reato base è configurato come reato a dolo generico; quindi non occorrono

particolari finalità: basta rendersi conto di limitare la libertà di una persona.

In questi casi anche un genitore che lega o chiude a chiave un figlio

tossicodipendente per impedirgli di delinquere o di procacciarsi la dose quotidiana

commette sequestro di persona.

Il bene giuridico della libertà personale, tutelato in via esclusiva dalla norma

concernente il sequestro di persona, è leso da qualsiasi apprezzabile limitazione

della libertà fisica, intesa quale possibilità di movimento nello spazio secondo la

libera scelta di ciascuno; a tal riguardo, il reato di cui all'art. 605 c.p. non implica

necessariamente che la condizione limitativa imposta alla libertà di movimento sia

Parte 7° - I reati contro la persona 233


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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Docente: Pisa Paolo
Università: Genova - Unige
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Pisa Paolo.

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