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3. Il lavoro e gli assassini seriali

Nella maggior parte degli omicidi seriali, la motivazione principale dell'assassino è quella di

ottenere il controllo del potere, anche in quegli omicidi che, superficialmente, presentano altre

motivazioni. Questa considerazione viene confermata dall'analisi dei mestieri esercitati dagli

assassini seriali: si tratta di individui che, spesso, hanno un titolo di studio basso o, al massimo, di

medio livello e svolgono un lavoro modesto.

Per tutti i serial killer, l'omicidio seriale è un modo per esercitare la loro rivalsa sulla società e per

liberare l'aggressività accumulata a causa delle frustrazioni subite. In generale, gli assassini seriali

tendono a utilizzare le caratteristiche intrinseche del proprio mestiere per la cattura delle vittime o

per l'esecuzione dell'omicidio; ad esempio, i medici e le infermiere possono scegliere di uccidere tra

i pazienti di cui si occupano. Si può dire, quindi, che, in diversi casi di omicidio seriale, la scelta

delle vittime è fatta in base all'opportunità che si presentano all'assassino ed esiste un certo grado di

correlazione con il tipo di lavoro svolto da questo.

Per alcuni assassini seriali, l'omicidio è soltanto l'ultima tappa di un percorso criminale iniziato

molto presto. Generalmente, si tratta di soggetti che provengono da ambienti estremamente

disgregati, cresciuti con l'esempio costante di modelli devianti. Questi individui intraprendono una

vera e propria carriera criminale, nella quale si possono individuare delle tappe ben precise:

1. provengono da una "famiglia multiproblematica"

2. soffrono diversi traumi in età precoce

3. rifiutano di cercare di inserirsi nella vita sociale e lavorativa convenzionale

4. di solito, iniziano compiendo reati contro la proprietà, per poi passare a reati contro la

persona; un percorso alternativo può essere quello che parte da reati di truffa.

Il punto di arrivo comune a tutte queste "carriere criminali" è sempre l'omicidio.

Una categoria di soggetti che presenta un gran numero di serial killer è quella dei vagabondi; si

tratta, spesso, di persone caratterizzate da una personalità irrequieta e incostante. Questi soggetti

sono estremamente difficili da catturare a causa della loro continua mobilità. Spesso, infatti,

passano diversi anni prima che ci si accorga di trovarsi di fronte ad un caso di omicidio seriale,

perché le autorità di polizia dei diversi Stati lavorano su base locale senza comparare casi di

omicidio che avvengono a centinaia di chilometri di distanza.

Gli assassini seriali che hanno un lavoro fisso, invece, svolgono dei mestieri piuttosto modesti, in

linea con il loro grado di scolarizzazione. Alcuni mestieri si riscontrano con maggior frequenza:

1. cameriere/a

2. bracciante, contadino

3. camionista.

Il mestiere di camionista presenta un tipo particolare di correlazione con il comportamento

omicidiario seriale. Questi soggetti sono sempre in viaggio e, quindi, hanno la possibilità di caricare

a bordo degli autostoppisti (soprattutto negli Stati Uniti, molti ragazzi amano viaggiare in questo

modo), e di ucciderli con tutta calma, per poi liberarsi dei cadaveri lungo le autostrade. Sono molto

difficili da catturare, perché possono uccidere le vittime in luoghi anche molto distanti tra loro. La

mobilità di questi assassini è giustificata dal mestiere, per cui, come detto in precedenza, non è

sempre facile correlare omicidi avvenuti in luoghi distanti tra loro. Oltre a ciò, questo è un mestiere

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che consente al serial killer di stare molte ore da solo e di lasciarsi assorbire dal suo mondo di

fantasie mentre guida.

Un'altra categoria particolarmente interessante è quella legata alle professioni sanitarie. Queste

attività possono portare il soggetto a credersi onnipotente, perché sa che dalla sua abilità possono

dipendere le vite di diverse persone. Attraverso l'omicidio seriale, il medico può realizzare l'altro

lato della sua personalità e trovare la soddisfazione più completa.

Analizzando le storie di vita di molti assassini seriali, si nota come molti di loro siano

assolutamente incompatibili con la vita militare. All'inizio, provano una certa attrazione per un

mondo governato da rigide regole di comportamento che, in un certo modo, rispecchia il modello

genitoriale paterno dell'autorità. Spesso, l'assassino seriale, una volta adulto, sente il bisogno di

entrare in un setting strutturato che diriga la sua vita con autorità: questo perché, in generale, si

tratta di soggetti con una bassa autostima ed una capacità comunicativa interpersonale povera.

Alcuni serial killer sono però talmente abituati a vivere destrutturati che, dopo poco tempo,

diventano insofferenti alla vita militare ed iniziano a non rispettare la disciplina o, addirittura,

diventano disertori.

Il mestiere del poliziotto attira molti assassini seriali; per i serial killer questa professione assume

un fascino particolare, in quanto indossare l'uniforme è un modo di rivestire il loro Io debole con

una corazza che li fortifica davanti al mondo esterno. Altre volte, l'assassino seriale sceglie di fare il

poliziotto perché in questo modo può canalizzare la propria aggressività indirizzandola contro dei

soggetti che in ogni caso sono stigmatizzati dalla società. Alcuni serial killer, invece, vedono il

proprio rapporto con la polizia come una partita a scacchi e traggono un grande piacere dal fatto di

battere i poliziotti al loro stesso gioco. Per altri ancora, la paura di essere presi è un afrodisiaco, ciò

spinge taluni assassini seriali a sollecitare l'attenzione delle forze dell'ordine. Infine, alcuni di loro,

possono mantenere dei rapporti indiretti con la polizia; ad esempio, Ed Kemper si recava spesso in

un bar frequentato da poliziotti e diventò amico di alcuni di loro per farsi raccontare a che punto

erano le indagini sui suoi omicidi.

La quasi totalità delle donne serial killer, invece, rientra nella categoria della casalinga; di solito, le

vittime sono scelte nell'ambito familiare o comunque hanno una qualche relazione con l'assassina.

4. La sessualità e gli assassini seriali

Il problema dei rapporti tra sessualità ed omicidio è indubbiamente complesso, in quanto risulta

difficile configurare e circoscrivere la nozione di delitto sessuale, per il fatto che non è neppure

facile definire l'ambito ed i limiti del concetto di "atti sessuali". (15) La sessualità, infatti, ben lungi

dal rispondere a motivazioni solo di ordine fisiologico, riflette una molteplicità di fattori consci ed

inconsci, che coinvolgono funzioni istintuali, erotiche ed affettive, esprimendosi in condotte

complesse che ben difficilmente possono essere delimitate nell'ambito degli atti sessuali e, quindi,

dei reati sessuali.

Il comportamento sessuale dell'uomo, infatti, è un espressione individuale soggetta ad un enorme

molteplicità di variabili, tra cui i fattori fondamentali sono riconducibili all'assetto genetico, alle

influenze ormonali e culturali in momenti critici dello sviluppo psicosessuale, alle esperienze di vita

e ad aspetti transitori dati da modificazioni ormonali, dall'attività ideativa, dallo stato dell'umore e

da eventi esterni. Le relazioni tra questi fattori ed il comportamento sessuale, sono spesso fonte di

confusione e di pregiudizi, tanto che lo stesso atto può assumere caratteristiche penalmente rilevanti

in un certo Stato, mentre può essere ignorato in un altro, o essere considerato malattia a o meno a

seconda della tassonomia psichiatrica in uso. 49

È bene sottolineare che ciascuna delle modalità di attuazione di comportamenti sessuale devianti è

solo l'estremo di un continuum che va dal nessun interesse per lo stimolo sessuale ad

un'impossibilità assoluta di provare una qualsiasi forma di interesse sessuale in assenza dello

stimolo stesso. In psichiatria, questi disturbi, in passato chiamati "deviazioni sessuali", attualmente

sono definiti con il termine di "parafilia": ciò indica che l'anormalità riguarda ciò da cui il soggetto

è attratto. (16) La maggior parte dei serial killer presenta, infatti, dei problemi nella sfera sessuale.

Questo dato è valido anche per quei soggetti i cui delitti non hanno una motivazione principalmente

sessuale.

È proprio la modalità di attuarsi della pulsione sessuale che è importante conoscere ed approfondire

in relazione all'argomento di cui ci occupiamo, perché essa, nelle sue infinite sfaccettature, è ciò che

caratterizza la condotta di molti serial killer. Questi soggetti, spesso, esternano la loro aggressività

nella sfera sessuale, assaltando e stuprando estranei in attacchi brutali o esaltandosi in azioni di

sadismo sessuale sulle loro vittime. In alcuni casi, le componenti sessuali possono rivelarsi con

chiari segni di violenza sessuale o di atti sessuali compiuti dall'omicida sulla vittima, oppure

possono essere denunciate dalla particolare sede e morfologia delle lesioni inferte ad essa, quando

queste consistono in ferite a parti sessuali del corpo o in escissione delle stesse. Vi sono anche

omicidi in cui le componenti sessuali non potrebbero essere sospettate ad un'analisi fenomenica

della scena del delitto o in base all'esame della vittima, in quanto completamente integrate dall'atto

lesivo e/o omicidiario in quanto tale.

In questo ambito, quindi, non si può fare a meno di rilevare che la tipologia fenomenica di tali

delitti può essere differenziata soltanto attraverso un'analisi psicomotivazionale relativa alla qualità,

all'interazione e/o alla commistione tra componenti in senso lato aggressive e componenti sessuali.

4.1. La sessualità infantile ed adolescenziale degli assassini seriali

Gli assassini seriali sono caratterizzati dal fatto di avere una sessualità piuttosto precoce. Spesso, la

precocità è provocata da una condizione di abuso o da una vera e propria violenza sessuale da parte

dei genitori o di altri adulti con i quali il bambino viene a contatto. Nello studio condotto dall'F.B.I.,

il 42% degli assassini seriali esaminati hanno subito un abuso fisico durante il periodo evolutivo.

(17) Suo malgrado, quindi, il futuro assassino seriale viene fatto entrare forzatamente nel mondo

sessuale degli adulti e, da quel momento, i suoi pensieri e le sue azioni saranno permeate dalla

sessualità, così da diventare a sua volta un soggetto che abusa. In molte altre storie di vita di questi

soggetti, se non troviamo la violenza sessuale, troviamo comunque una situazione familiare

altamente promiscua in cui il bambino è obbligato a "respirare" sesso fin dall'infanzia.

Nella sua analisi Ressler evidenzia che il 46% del campione di serial killer da lui studiato proveniva

da famiglie nelle quali c'erano problemi riguardanti la sessualità; in molti casi la madre

dell'assassino seriale è una prostituta e l'odio provato da bambino viene spostato e proiettato su tutte

le donne, che l'assassino vuole punire al posto della madre. (18)

L'ossessione per il sesso del futuro serial killer si può sviluppare anche a causa di un'educazione

troppo repressiva nella quale i genitori descrivono tutto ciò che ha a che fare con la sfera sessuale

come qualcosa di peccaminoso, da condannare. Possiamo concludere affermando che in tutti gli

assassini seriali si nota la presenza di problemi sessuali e di esperienze di violenza nell'infanzia e

nell'adolescenza e la presenza massiccia di numerose fantasie sessuali.

4.2. Le perversioni sessuali negli assassini seriali 50

Le perversioni sessuali (che, con termine più moderno, vengono chiamate parafilie) difficilmente si

riscontrano allo stato puro, mentre è molto più comune che in uno stesso assassino seriale ci sia una

combinazione variabile di perversioni. Sembra che per i serial killer, possa essere valida la teoria di

Glover sulle perversioni. Secondo questo autore le perversioni rappresentano:

Tentativi periodici di proteggerci contro le normali angosce da introiezione e da

proiezione per mezzo di un'esaltazione della libido. Quando alcune forme di angoscia

infantile tornano alla luce nella vita adulta, un mezzo per riuscire ad avere ragione

della crisi, è il rafforzamento dei sistemi primitivi di "libidinizzazione"; e questo dà

luogo al sorgere della perversione. (19)

Gli assassini seriali sono spesso dei disadattati, incapaci di fronteggiare adeguatamente la realtà e le

sue richieste. Quando l'angoscia è troppo forte, ecco che scatta il bisogno di ricorrere alla

perversione, che permette al soggetto di raggiungere una gratificazione, anche se transitoria.

Le esperienze sessuali precoci e traumatiche lasciano un segno indelebile nella psiche del serial

killer e, anche da adulto, il comportamento sessuale sarà orientato verso livelli visuali e di

autoerotismo, con gravi problemi nello stabilire relazioni intime normali e nel raggiungimento

dell'orgasmo in attività sessuali convenzionali. Le due perversioni principali riscontrabili negli

assassini seriali sono il sadismo e la necrofilia, le quali tendono ad escludersi a vicenda. Alcuni

assassini seriali sadici compiono atti sessuali con i cadaveri delle loro vittime, ma per affermare la

loro potenza sessuale e come ulteriore segno dispregiativo nei confronti della vittima. Il necrofilo,

invece, ama il cadavere, fisicamente e psichicamente, e può ricevere piacere solo con un corpo

inanimato. In conclusione dove l'assassino seriale sadico finisce il piacere - con la morte della

vittima - inizia invece la soddisfazione sessuale necrofilo.

Lo psichiatra Robert J. Stoller considera invece la perversione come:

Forma erotica dell'odio, una fantasia, che di solito viene messa in atto ma a volte

rimane a livello di un sogno diurno. È un'aberrazione abituale preferita ad altre forme

di comportamento sessuale, necessaria perché il soggetto provi una piena

soddisfazione ed è motivata primariamente da ostilità. Nella perversione, l'ostilità

prende forma in una fantasia di vendetta celata nelle azioni che costituiscono la

perversione e serve a convertire il trauma dell'infanzia nel trionfo dell'adulto. (20)

Cerchiamo adesso di distinguere e di analizzare le caratteristiche salienti delle parafilie più

importanti, ricordando che, negli assassini seriali, non è quasi mai presente un quadro patologico

univoco, ma spesso ci sono dei "complessi di perversione".

1. Sadismo. Il DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dell'American Psychiatric

Association) definisce il "sadismo sessuale" una "parafilia nella quale il soggetto si eccita

sessualmente mediante la sofferenza psicologica o fisica di una vittima, ed il comportamento

può essere così estremo da portare all'uccisione delle vittime".

Il piacere principale dell'assassino seriale sadico è quello di prolungare il più possibile le

sofferenze delle sue vittime, ritardandone il momento del decesso. Spesso, questo assassino

seriale fa ricorso a strumenti che gli consentono di immobilizzare la vittima per poterne poi

prolungare l'agonia. 51

Il sadismo è collegato all'uso della tortura nella serie omicidiaria e, in questo caso, ci

troviamo di fronte ad un soggetto che può sviluppare l'aggressività come risposta ad un

meccanismo di difesa contro sentimenti di colpa o frustrazioni.

I serial killer di questo tipo preferiscono uccidere le loro vittime mediante strangolamento,

perché possono prolungare a piacere il momento reale del decesso, aumentando e

diminuendo la forza della stretta; l'azione è accompagnata da una vera e propria eccitazione

sessuale che può culminare nell'orgasmo. L'uso del coltello e, in generale, di armi da punta e

da taglio, ha un significato di sostituzione o rafforzamento della funzione del pene. Alcuni

serial killer, infatti, sono completamente impotenti, per questo l'arma sostituisce in toto le

funzioni dell'organo sessuale e viene usata per la penetrazione simbolica del corpo; si nota,

infatti, che diversi assassini seriali concentrano le pugnalate sui seni della donna e intorno

alla regione vaginale, perché vogliono distruggere i simboli della femminilità che tanto li

spaventano.

2. Necrofilia. Mentre i sadici si eccitano alla vista del sangue delle loro vittime, i necrofili

cercano di mantenere intatto il cadavere e, per questo motivo, come mezzo per uccidere,

prediligono lo strangolamento, il soffocamento, l'avvelenamento, cioè quelle tecniche che

lasciano intatti i tessuti corporei.

L'assassino seriale necrofilo, di solito, è stato un bambino chiuso in se stesso, timido e poco

socievole con i coetanei. Il mondo della fantasia occupa un posto centrale nella vita di

questo soggetto, a scapito del mondo reale, con il quale il serial killer necrofilo non ha

molta dimestichezza.

Il sesso con persone vive è qualcosa che incute in questi soggetti paura: il piacere sessuale è

inibito dal timore dell'oggetto. Il cadavere è un oggetto completamente passivo sul quale il

necrofilo può indirizzare la propria sessualità, finalmente libera da inibizioni.

L'assassino seriale necrofilo è un contemplativo, mentre quello sadico preferisce l'azione. Il

necrofilo è un soggetto poco attivo sessualmente e non è particolarmente interessato alla

penetrazione, preferisce la contemplazione dei corpi.

3. Feticismo. Nel caso di questo disturbo, il nucleo dell'attenzione sessuale è, comunemente,

incentrato su qualche parte non genitale del corpo (piede, natiche, seni ecc.). Un certo grado

di feticismo è presente in molti esseri umani ed è una componente accettabile della

sessualità.

Diventa feticismo patologico quando è totalmente assente lo stimolo a realizzare l'amplesso

e l'impulso genitale riguarda esclusivamente le attività sessuali nelle quali è implicato il

feticcio.

La maggior parte degli assassini seriali mostra manifestazioni di feticismo particolarmente

spiccate. Il comportamento feticistico si presenta specialmente nella "fase totemica", cioè

nel momento in cui l'omicidio è già stato effettuato e l'assassino sente il bisogno di rivivere

l'eccitazione dell'azione omicidiaria. Quando i feticci terminano la loro azione di

soddisfazione, l'assassino entra in una "fase depressiva", uscito dal quale si metterà alla

ricerca di un'altra vittima.

Gli assassini seriali presentano diverse forme di feticismo: 52

a. feticismo di una parte del corpo: l'assassino concentra l'interesse sessuale su una o

più parti della vittima; in questo caso, avviene un processo di "parzializzazione", per

cui la vittima acquista importanza in quanto possiede la particolarità che interessa

all'assassino;

b. feticismo per qualità fisiche: in alcuni casi, gli assassini seriali sembrano attratti da

particolari caratteristiche fisiche della vittima, come, ad esempio, la predilezione per

le donne grasse;

c. feticismo del vestiario: è il tipo più facilmente riscontrabile nei serial killer; Krafft

Ebing sostiene che, in questo caso, il fascino non è più spiegato dalla donna in sé, ma

da un determinato capo di vestiario, che si distacca completamente dalla

rappresentazione complessiva della donna. (21)

4. Voyeurismo. È una delle perversioni predilette dagli assassini seriali; in molti casi, si deve

parlare di "voyeurismo obbligato", in quanto il bambino può essere costretto dai propri

genitori ad assistere ad uno o più rapporti sessuali. Ne deriva una situazione profondamente

traumatica per lo sviluppo della psiche del soggetto.

Molti individui, prima di iniziare ad uccidere, si sono dedicati per anni al voyeurismo, di

solito accompagnato dal feticismo, attività che richiedono una forte partecipazione

dell'immaginazione e il ruolo massiccio della fantasia. Molto spesso, si verifica un processo

in base al quale il soggetto non è più in grado di soddisfare la propria eccitazione con

l'attività voyeuristica, per cui ha bisogno di stimoli sempre più forti.

5. Esibizionismo. È un'altra delle tappe obbligate dello sviluppo sessuale degli assassini seriali.

Di solito, i primi arresti per reati sessuali includono l'esibizionismo ed il comportamento

contrario alla moralità pubblica e il buon costume.

6. Stupro seriale. Gli stupratori, spesso, provano impulsi sessuali sovrabbondanti. Le fasi

dell'eccitazione sono regolari, mentre ad essere profondamente disturbata è la fase del

desiderio. Spesso, questi assassini seriali sono dediti alla pornografia e sono feticisti di

biancheria intima femminile. A volte lo stupro si conclude con l'uccisione della vittima, a

volte no (stupratori seriali).

Egger (22) sostiene che le dinamiche motivazionali dell'omicidio seriale sembrano molto

simili a quelle riscontrate nelle ricerche sullo stupro. Il bisogno di esercitare potere è una

componente fondamentale di entrambi i crimini e, spesso, basta che la vittima opponga

maggiore resistenza per trasformare uno stupro violento in un omicidio. La differenza

principale tra i due crimini risiede nella forma e nel grado di controllo che l'aggressore vuole

esercitare sulla vittima e della capacità di dominio delle pulsioni del soggetto.

7. Cannibalismo e vampirismo. Queste due perversioni sessuali non sono affatto rare tra i

serial killer. Nella maggior parte dei casi questi comportamenti sono il risultato di un

disturbo psichiatrico di gravità variabile.

A volte, il cannibalismo è appena accennato e l'assassino seriale si limita a mordere il corpo

delle vittime, senza però mangiarne una parte. Un soggetto che prova degli impulsi

cannibalistici ed omicidiari può essere in uno stato di allucinazione così forte da

autoconvincersi di essere un animale selvaggio. Nella prospettiva del soggetto, il crimine

diventa di proprietà dell'animale, trasferendo su esso la responsabilità dell'atto.

Per alcuni assassini seriali, queste perversioni hanno un chiaro significato simbolico. Questi

atti possono essere praticati dopo che il soggetto ha avuto un rapporto sessuale

insoddisfacente con la vittima ed è una regressione al comportamento animale. Per altri è 53

solo un modo estremo di raggiungere la gratificazione sadica. In ogni caso, i serial killer

cannibali sono sempre uomini. Per gli assassini seriali, il cannibalismo rappresenta un

appagamento degli impulsi omicidiari con una violenza estrema e con eccesso di desiderio.

L'identità altrui viene annientata con l'introiezione di parti del corpo ed i soggetti che

cannibalizzano le vittime sono sempre affetti da gravissime turbe sessuali che risalgono ad

un'infanzia vissuta in un tessuto familiare completamente disgregato.

8. Pedofilia. È una perversione molto comune tra gli assassini seriali: dopo le donne, quella dei

bambini è la categoria vittimologica più frequente.

In questo caso, l'assassino seriale ha una particolare difficoltà a relazionarsi con un soggetto

sessualmente adulto. Il bambino è un soggetto meno impegnativo, per cui non subentra

l'ansia da prova. Il controllo del potere è assoluto, dato che la vittima offre un grado di

resistenza quasi nullo. Quasi sempre i pedofili hanno loro stessi alle spalle un'esperienza di

abuso subita durante l'età evolutiva, per cui sono portati a ripeterla, assumendo però, questa

volta il ruolo dell'aggressore.

Riguardo alle modalità di avvicinamento della vittima, possiamo distinguere due tipologia di

assassini seriali pedofili:

1.pedofilo violento: di questa categoria fanno parte gli stupratori ed i soggetti che, alla

violenza del minore, fanno seguire l'omicidio con modalità particolarmente cruente;

2.pedofilo non violento: utilizza principalmente la modalità della seduzione, riuscendo

ad individuare i minori che hanno gravi carenze affettive; in questi casi, il pedofilo può

rappresentare per loro un mezzo per riempire il vuoto affettivo ed emotivo lasciato dai

genitori. Un esempio di pedofilo non violento è rappresentato da Luigi Chiatti, un

giovane geometra di Foligno che, tra il 1992 ed il 1993, uccise due bambini (vedi cap. 4,

par. 3).

È necessario effettuare un'ulteriore distinzione tra assassini seriali pedofili solitari, che

agiscono individualmente e assassini seriali pedofili organizzati, che agiscono in gruppo e

all'interno del più vasto campo della prostituzione minorile e del turismo sessuale.

4.3. L'influenza della pornografia e delle fantasie sul comportamento omicidiario

seriale

Se è errato affermare che ci sia una correlazione causale tra pornografia e violenza, è senz'altro

giusto dire, invece, che quantità e qualità degli stimoli pornografici possono facilitare il

comportamento violento. È un dato di fatto che molti assassini seriali affermano di fare uso

frequente di materiale pornografico. Va distinta, però, la pornografia normale dalla pornografia

sadomasochista, che sembra quella più direttamente coinvolta nell'omicidio seriale. Gli stimoli

provenienti da questo materiale, non fanno altro che rafforzare le fantasie di dominio già presenti

nella mente del soggetto e dargli, in un certo senso, una giustificazione di essere nel giusto. In

sintesi la pornografia sadomasochista rafforza le fantasie del soggetto, quelle stesse fantasie che

sono alla base dell'omicidio seriale. Persone che sono già predisposte alla violenza possono fare uso

di pornografia violenta, ma ciò non significa che questa crei una predisposizione alla violenza,

anche se può rinforzarla e esacerbarla. Un effetto sicuramente collegato a questo tipo di pornografia

è quello di desensibilizzare il soggetto alle manifestazioni del dolore e alla visione della sofferenza

di vittime reali. 54

Ferracuti evidenza l'esistenza di una assuefazione al materiale pornografico, che egli chiama

"effetto di sazietà", che fa si che, col passare del tempo, il soggetto perda l'interesse per uno stimolo

sempre della stessa intensità e abbia bisogno di materiale che gli dia stimoli più forti per rafforzare

le proprie fantasie. (23)

Proprio la dimensione fantastica è un altro elemento fondamentale del comportamento omicidiario

seriale ed ha una fortissima valenza sessuale. Nella maggior parte degli assassini seriali e in

particolare in quelli sadici, le fantasie sono strettamente collegate al sesso e alla violenza e

rappresentano il motore scatenante dell'omicidio ("fase aurorale" di Norris). Il processo è circolare:

le fantasie, che, col tempo vengono perfezionate sempre di più, diventando piene di dettagli ed

estremamente vivide, aiutano il passaggio all'atto omicidiario e, dopo ogni omicidio, si aggiungono

nuovi elementi che incrementano la dimensione fantastica, proprio perché le fantasie possono

nutrirsi, a questo punto, anche dei ricordi dell'uccisione, diventando così sempre più cruente.

Inoltre, l'omicidio reale non è mai appagante come sa esserlo quello immaginato nella mente del

serial killer, per questo motivo il soggetto ripete più volte l'atto omicidiario alla ricerca della

perfezione che raggiunge soltanto nella sua immaginazione. L'esperienza del ricordo, quindi, è di

fondamentale importanza per ogni assassino seriale, in quanto serve ad alimentare le sue fantasie: a

questo servono i feticci ed i "trofei" che molti soggetti conservano dopo ogni omicidio.

Questo processo avviene in ogni omicidio seriale, anche se la durata dell'elaborazione della fantasia

subisce variazioni molto ampie a seconda del tipo di omicidio. Occorre precisare che tutti i bambini

hanno fantasie, ma quando queste sono sempre orientate verso morte e distruzione, è il segno più

chiaro di un inclinazione patologica che si orienterà verso un futuro comportamento deviante.

5. Il modus operandi e la scelta delle vittime

Manipolazione, dominio, controllo. Secondo John Douglas, agente dell'F.B.I., queste sono le tre

parole chiave per comprendere il modo di agire di un assassino seriale. La ritualità del delitto,

quella sorta di celebrazione di una cerimonia orrida ed oscura, si ripete immutata, a volte anche per

molti anni. Il rituale del serial killer è un po' la sua firma, ciò che gli consente di trarre piacere

dall'atto in sé; di conseguenza, l'assassino seriale lo prolungherà il più possibile perché,

interrompendolo, il piacere potrebbe esaurirsi. Il modus operandi, ossia le modalità e i mezzi

utilizzati dall'assassino seriale per uccidere, è tanto orrendo quanto efficace, soprattutto se, come in

genere avviene, passa molto tempo prima del suo arresto.

Douglas, ritiene che, ai fini del buon esito dell'attività investigativa, occorre in primo luogo

analizzare attentamente il comportamento del serial killer. L'autore in questione, sulla base di una

ricca esperienza sul campo, distingue il modus operandi dalla "firma". (24) L'elaborazione di queste

categorie si deve essenzialmente alla criminologia d'oltreoceano. Il modus operandi è il

"comportamento acquisito", ciò che l'assassino seriale fa nell'esecuzione del crimine. Ha

caratteristiche di dinamicità e può evolversi nel tempo. La "firma", invece, rappresenta ciò che il

soggetto deve fare per raggiungere "l'appagamento". Rimane, pertanto, costante in ogni delitto e

non varia negli anni. In alcuni casi, fra le due categorie esiste soltanto una sottilissima differenza.

Gli investigatori devono stare molto attenti a non confondere i due elementi e concentrarsi

soprattutto sulla ricerca della "firma", non lasciandosi depistare dalle variazioni del comportamento

messo in atto di volta in volta dall'assassino. Delitti con modalità operative differenti possono,

comunque, esser marcati da una medesima firma.

Nell'ambito del modus operandi efferatezza e crudeltà sono gli indicatori più significativi. Gli

agenti dell'F.B.I., riferendosi a crimini di questo genere, parlano di overkilling, vale a dire "eccesso

di omicidio". In esso si cela la volontà di trarre piacere dalla sofferenza altrui, attraverso il 55

cosiddetto "supplizio dei cadaveri", dando così sfogo alla propria "pulsione di morte". Bruno, a tal

proposito, parla di "necromania", intendendo con ciò una sorta di inversione di un istinto

morfobiologico che ci spinge verso la vita e a fuggire la rappresentazione della morte.

Tutto questo depone per il fatto che organizzazione, controllo e pianificazione accompagnano e

seguono il comportamento del serial killer. Cercare di conoscere la misteriosa ossessione che

muove gli omicidi seriali, significa cercare di comprendere i meccanismi psicologici dell'assassino

seriale, il fine del suo uccidere. Chi deve cercare un serial killer, comunque, sa bene che, in assenza

di un movente chiaro, l'unico indizio da sfruttare sono proprio le vittime; osservando queste, si

procede ricostruendo la storia dell'assassino, la sua vita ed, infine, la sua identità. Il serial killer, del

resto, si muove sempre in ambiti ben precisi, che sono quelli entro i quali sceglie la vittima,

l'aggredisce e la uccide. Colpisce, di solito, lo stesso genere di persone, che incarnano certe sue

fantasie ed è reso perciò riconoscibile proprio dalle sue vittime; le considera non come esseri umani,

ma come oggetti, ciò che conta, infatti, non è l'identità del cadavere ma quello che rappresenta per

l'assassino seriale.

Le vittime, quasi sempre, sono persone sconosciute, incontrate casualmente, e se conoscenza c'è

stata, è stata solo superficiale ed estemporanea. A volte, può accadere che si tratti di persone che

passano davanti lo sguardo del serial killer: vicini di casa, ad esempio, che d'improvviso vengono

registrati dalla sua mente come prede. L'assassino seriale sembra avere un fiuto speciale, un sesto

senso che lo avverte della vulnerabilità delle vittime; del resto, queste sono spesso persone deboli o

emarginate, per lo più giovani donne o bambini. Il serial killer riesce, in qualche modo, a creare un

incontro con la vittima; costante è il proposito di evitare in questa sentimenti di sfiducia, paura o

sospetto, se non addirittura di creare un clima di confidenzialità e di intimità. L'assassino seriale può

essere sorridente, affabile, apparentemente affidabile, spesso ha un volto familiare e la sua futura

vittima ha fiducia in lui: nessuno può immaginare che dietro quell'aspetto bonario di persona per

bene, si nasconda un proposito tanto atroce.

Una volta terminata questa fase, l'assassino seriale cerca il contatto fisico con la vittima, con un

repentino e drammatico mutamento dell'atteggiamento: strangolamento, strozzamento, uso di armi

bianche sono i modo più frequenti per infliggere sofferenza e morte. Il piacere sessuale non

coincide con la penetrazione, ma è conseguenza dell'effetto eccitante di poter usare il corpo

dell'altro come cosa, sentirsi potente nel procurare sofferenza e terrore.

Gustavo Charmet, psichiatra e docente di psicologia dinamica a Milano, per descrivere la volontà di

controllo da parte del serial killer, parla di "controllo sadico ed onnipotente attraverso il quale

l'assassino rende cosa un essere e fa di tutto perché non dia segni di vita". Spiega, infatti, che

appena la vittima parla di sé o esprime dolore, lui la mette a tacere perché "nel rigido schema del

"mostro", non c'è spazio per un rapporto affettivo.

A parte i casi di cannibalismo, la vittima viene in qualche modo occultata; nascosta, gettata in

acqua, carbonizzata o altro; se non è fatta sparire, è abbandonata nella posizione dell'abuso. Da ciò

si può dedurre che l'assassino seriale è ben lungi dal provare sentimenti di pietà e di compassione

per le vittime, piuttosto manifesta disprezzo attraverso questi comportamenti; viene a degradare la

vittima alla stregua di una cosa. Il serial killer è sempre molto attento a non lasciare tracce sul luogo

del delitto, quando accade è perché ha raggiunto un tale livello di sicurezza e di impunità da

diventare temerario, fino a sfidare apertamene l'autorità giudiziaria.

6. Il carattere della mostruosità secondo Bruno (25) 56

La ricerca svolta dal noto criminologo italiano Francesco Bruno riguardo all'argomento serial killer,

nasce nel momento in cui il fenomeno in Italia stava diventando assai più frequente che in passato.

Avendo avuto modo di conoscere l'eccezionale lavoro fatto in questo campo dalla sezione di

scienze psichiche e comportamentali dell'F.B.I., Bruno era arrivato a ritenere insufficiente il

modello teorico americano per spiegare, soprattutto dal punto di vista psicopatologico, la realtà che

andava osservando giorno dopo giorno. Bruno, quindi, insieme ad un gruppo di lavoro costituito ad

hoc, ha prima cercato di individuare e delimitare il fenomeno nei suoi aspetti comuni, per poi

passare a quantificarlo ed infine a studiarlo approfonditamente seguendo le ipotesi di ricerca che col

tempo ha cercato di formulare.

Innanzitutto, Bruno e il suo staff, sono partiti dalle categorie già note di serial killer, mass murderer

e spree killer, definite dall'F.B.I. secondo parametri comportamentali: tra le caratteristiche che gli

autori americani privilegiano nelle definizioni di tali assassini si possono ricordare la ripetizione

dell'omicidio, l'assenza di motivazioni evidenti e di relazioni con la vittima, una finalità di tipo

edonistico o di tipo fanatico, un legame più o meno netto con la sessualità ed infine la presenza

frequente, ma non assoluta, di diverse forme di patologia mentale.

Bruno non ha rifiutato a priori tali elementi, ma è andato oltre, giungendo ad individuare

quell'elemento che avrebbe consentito di analizzare fenomeni anche apparentemente diversi; agli

elementi prospettati dall'F.B.I., Bruno aggiunge la categoria della "mostruosità", ritenendola il

comune denominatore degli omicidi seriali. Non a caso l'opinione pubblica di ogni paese, secondo il

criminologo, invariabilmente assegna a questi assassini la qualifica di "mostro", intendendo

evidentemente con ciò riferirsi ad una "sorta di terza classe di soggetti che non sono (solo)

criminali, che non sono folli, ma che appunto sono "mostri", fenomeni rari, eccezionali, che si

ergono al di sopra delle possibilità di comprensione umana e che sono espressione di realtà

innaturali, apparentemente estranee alla natura dell'uomo". (26)

La definizione di serial killer fornita dall'F.B.I., come di un criminale che uccide più di tre persone,

secondo Bruno, dice assai poco: egli pensa che in realtà gli assassini seriali non siano né normali, né

matti; sono esattamente quello che l'opinione pubblica crede: dei mostri. L'autore ritiene, inoltre,

che nell'uomo albergano entrambi i principi, quello del bene e quello del male, e si sa anche che il

male talvolta può prevale, anche se è generalmente controllato dalle strutture superegoiche, fondanti

la moralità.

Tuttavia non è facile definire il bene e il male, si tratta, infatti, di strutture antinomiche e relative; al

contrario, secondo Bruno, la mostruosità può esser più facilmente definibile: vi è una mostruosità

nel bene ed una nel male, entrambe fanno riferimento ad un concetto più semplice da valutare,

quello della sproporzione qualitativa e quantitativa. È come se esistesse un valore limite che la

sensibilità comune riesce a cogliere e che, quando è superato, dà luogo alla mostruosità.

Da un punto di vista operativo, Bruno ritiene che il carattere di mostruosità può essere correlato:

1. al numero particolarmente alto di vittime

2. al fatto che tra le vittime e l'omicida esistessero relazioni parentali tali da costituire tabù per

l'omicidio

3. per la bassa età e l'infantile personalità dell'omicida

4. per la quantità di violenza e di crudeltà mostrata

5. per l'inconsistenza di patologie e motivazioni

6. per il tipo di mezzi omicidiari utilizzati e la sanguinosità degli eventi

7. per il simbolismo e la scenografia legati a questi atti. 57

Una volta presupposto il carattere di mostruosità, che non può essere definito quantitativamente in

modo rigido, ma che tuttavia può essere considerato presente ogni qual volta si possa cogliere uno o

più degli elementi suddetti, Bruno è passato alla seconda fase del programma, che si proponeva di

quantificare in qualche modo il fenomeno. Tenendo conto che, sempre secondo i dati di questa

ricerca, dal 1895 ad oggi nel mondo si sarebbero manifestati almeno 850 serial killer, e, compiute le

dovute proporzioni, si può affermare che, almeno per ora, nel periodo generazionale di circa

vent'anni, nei paesi più industrializzati, si manifesta, in media, un assassino seriale ogni

settecentomila abitanti. In Italia, un calcolo ragionevole, fa stimare almeno un serial killer per ogni

milione di abitanti.

In conclusione, al termine di questa esposizione, possiamo riassumere alcuni dati che sembrano

rilevanti: innanzitutto, risulta evidente che il fenomeno è ormai largamente presente in Italia,

almeno al pari degli altri paesi industrializzati (ad eccezione degli Stati Uniti), e che, negli anni '90,

il fenomeno appare in crescita quantitativa e qualitativa. Le caratteristiche degli omicidi seriali

riscontrati nel nostro paese rispecchiano abbastanza fedelmente quelle già notate dalla letteratura

internazionale, si può quindi che il fenomeno stesso sia espressione di fatti sociali e culturali simili

nei paesi in cui si ha la massima incidenza e di fatti psicologici e psicopatologici individuali che

attengono alla struttura della persona.

7. La psicodinamica del "mostro": un tentativo di

interpretazione.

John Douglas ha guidato per quindici anni il Behavioral Science Unit di Quantico (Virginia), la

centrale da cui si dipana la ricerca dei colpevoli di crimini violenti e, soprattutto, dei serial killer. È

stato lui, il celebre investigatore, che ha seguito i casi più clamorosi ed efferati della storia recente

del crimine seriale negli Stati Uniti e non solo (è stato chiamato anche ad esprimere il proprio

parere sul "mostro di Firenze"): ha fatto prendere Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee, il

necrofilo Ed Kemper, l'astutissimo Ted Bundy.

L'unico modo per prendere i serial killer, secondo Douglas, è imparare a pensare come loro; il

comportamento riflette la personalità, quindi ritiene che: "se vuoi comprendere l'artista, devi

guardare il quadro; se vuoi conoscere il colpevole, devi guardare il crimine; un assassino seriale

pianifica il suo "lavoro" con la stessa cura con cui un pittore elabora il soggetto e l'esecuzione di

una tela". (27) Così Douglas ha ricostruito degli indizi un volto, un nome, una personalità,

un'ossessione; non c'è altro modo di agire se il delitto non ha apparentemente un movente. Quando

l'assassino è il figlio che vuole ereditare, il socio che vuol tenersi tutti i soldi, il coniuge tradito, le

indagini sono semplici, perché dal movente si risale al colpevole. Ma il serial killer, spesso, non ha

interessi economici, non conosce le sue vittime, non approfitta dei suoi delitti.

L'arma del delitto, secondo Douglas, non è il coltello, non è la pistola, ma è la mente: è lì che

bisogna scavare per catturarli. Perciò è necessaria l'analisi psicologica per identificare un assassino

seriale: bisogna capire quali sono i gusti, le abitudini, le fantasie; comprendere le motivazioni più

recondite e i fantasmi che, di solito, si traducono in un rituale elaborato, al momento dell'esecuzione

del delitto o subito dopo. L'importanza fondamentale è proprio il ruolo della fantasia; ci sono vari

gradini nella fantasia di un serial killer, spesso in principio c'è la pornografia o giochi crudeli con

gli animali: sono rivalse per i maltrattamenti subiti o per i complessi dell'infanzia.

Soltanto agendo in questo modo è possibile, secondo Douglas, riuscire a catturare un assassino

seriale, soprattutto nell'ipotesi di serial killer organizzati, i quali prestano particolare attenzione ad

58

ogni particolare dell'atto omicidiario, non consentendo alle forze dell'ordine di sviluppare le proprie

indagini da tracce più o meno evidenti lasciate dall'assassino sulla scena del crimine.

8. Vittimologia allargata: i parenti "sopravvissuti" e le

reazioni della comunità

Essere genitore di un serial killer, scoprire che il proprio figlio viene definito "mostro" è

un'esperienza così traumatica che non è assimilabile a nessun'altra. La testimonianza diretta di

Lionel Dahmer, il padre del famigerato "mostro di Milwaukee", ci aiuta a comprendere meglio

questo particolare stato d'animo:

Se la polizia mi avesse detto che mio figlio era morto, i miei pensieri su di lui

sarebbero stati diversi. Se mi avessero detto che uno strano uomo lo aveva attirato in

un appartamento e, pochi minuti, dopo, lo aveva drogato, strangolato, e poi violentato

e mutilato il suo cadavere- in breve, se avessero riferito a me quelle cose che avevano

dovuto comunicare ad altri padri e madri- avrei fatto anch'io quello che hanno fatto

loro. Avrei pianto mio figlio e avrei preteso che l'uomo che lo aveva ucciso venisse

duramente punito: se non giustiziato, almeno separato per sempre dal resto

dell'umanità. Ma a me non fu detto quello che fu detto agli altri padri, che il loro

figlio era morto per mano di un assassino. No, a me fu detto che mio figlio era quello

che aveva assassinato i loro figli [...]. Come potevo sapere che il ragazzo che sedeva

di fronte a me, con gli occhi completamente spenti, se ne stesse in un mondo di incubi

e di inimmaginabili fantasie che, con il passare degli anni, l'avrebbero sopraffatto?

Non l'ho mai sentito parlare del futuro. Ora capisco che sin da allora immaginava che

non ne avrebbe avuto uno. (28)

È probabilmente per questo motivo che, quando chiesero a Dahmer senior se, dopo la condanna a

novecentocinquantasette anni di carcere, avesse perdonato il figlio, lui semplicemente rispose: "sì,

l'ho perdonato, ma lui avrà perdonato me?".

Un genitore che scopre che il proprio figlio è uno spietato serial killer attraversa delle fasi emotive

ben definite:

1. incredulità e negazione dell'evento: il meccanismo difensivo della negazione è quello

predominante in questa fase;

2. accettazione dell'evento e spostamento della responsabilità su terzi: si continua a negare che

il figlio abbia commesso certe azioni di sua spontanea volontà, facendo ricorso al

"meccanismo dello spostamento". Qualcuno avrebbe esercitato un influsso negativo su di

lui, che non sapeva quello che faceva;

3. accettazione della responsabilità del soggetto e spostamento della colpa su se stessi: le prove

della colpevolezza del figlio diventano schiaccianti e non è più possibile spostare la colpa su

terzi, quindi, sempre mediante spostamento, la colpa viene direzionata su se stessi;

4. senso di fallimento ed incapacità di elaborare il "lutto virtuale": il genitore percepisce di

aver fallito come tale, perché non è stato in grado di indirizzare il figlio verso una strada

corretta e il fallimento diventa quello dell'essere umano in generale; questa situazione si

accompagna all'esperienza di un "lutto virtuale": il figlio non è veramente morto, per cui non

ci può essere neanche il conforto del ricordo. Il genitore deve imparare a convivere con

l'evidenza che suo figlio è un "mostro" e questo per molte persone è qualcosa di

insopportabile. 59

Per quanto riguarda i parenti delle vittime, invece, si dimentica completamente che avrebbero

bisogno di un trattamento mirato alla gestione del dolore, che spesso è insopportabile. Nei congiunti

delle vittime è frequente che si manifestino dei sintomi tipici del "Disturbo post-traumatico da

stress" (PTSD), con lo sviluppo di ansia e sintomi dissociativi conseguenti al fatto di rivivere

continuamente la morte della persona cara. I membri della famiglia della vittima vanno incontro ad

una riduzione della reattività emozionale che porta alla difficoltà di provare piacere in attività

precedentemente considerate piacevoli e spesso si sentono persino in colpa per il fatto di svolgere le

faccende abituali della vita.

Mentre lo studio della personalità dei singoli assassini seriali sono infiniti, i lavori che prendono in

considerazione i processi psicologici e comportamentali che avvengono nella comunità in cui

operano questi soggetti sono rarissimi. Lo studio più interessante e approfondito è quello di Norvell,

che esamina le risposte emozionali in risposta ad un caso di omicidio seriale avvenuto nella

cittadina di Gainesville in Florida. (29) L'esame si concentra sul cambiamento dei fattori psicologici

nella comunità dopo il verificarsi di una serie di omicidi. L'analisi ha evidenziato una condizione di

depressione notevolmente maggiore nel gruppo testato dopo gli omicidi. La depressione è appunto

la reazione affettiva più sviluppata dopo un caso di omicidio seriale, che, soprattutto se l'assassino

continua ad uccidere per un periodo prolungato senza essere catturato, viene vissuta come un

trauma continuato. Lo stato di depressione porta invariabilmente a scegliere delle strategie di

adattamento inadeguate, improntate all'evitamento e alla passività.

Fisher fa notare che, quando in una comunità un serial killer rimane in libertà a lungo, la gente

inizia a credere che chiunque possa essere l'assassino. Il sospetto e la sfiducia nei confronti

dell'altro, visto come potenziale nemico, sono gli elementi caratterizzanti le interazioni sociali.

Paura, ansietà e, in alcune circostanze, panico, sono le risposte emozionali principali all'omicidio

seriale. (30) Quando un assassino seriale viene arrestato, da una parte si ha una reazione di sollievo

per il cessato pericolo, dall'altra parte subentra una reazione di incredulità, perché, spesso,

l'assassino è il "bravo vicino della porta accanto". Quando il serial killer, invece, non viene

catturato e il caso rimane irrisolto, ad un certo punto la comunità riprende la vita di tutti i giorni, ma

nell'inconscio collettivo rimane sempre la paura nascosta che possa, prima o poi, tornare a colpire.

9. Serial killer e mass media

L'interesse generalizzato e, per certi versi morboso, verso questo fenomeno, ha indotto i mass media

ad occuparsi costantemente dell'argomento serial killer, rilevandolo ad ogni sua manifestazione,

spesso ricercando le opinioni di studiosi del campo specifico, ma anche, soprattutto negli Stati

Uniti, procedendo ad una spettacolarizzazione di un fenomeno così brutale. In Italia, c'è stato un

bisogno di conoscenza e di risposta agli interrogativi aperti e posti dai grandi processi del 1994,

come il processo nei confronti di Pacciani, il presunto "mostro di Firenze", e il processo Chiatti, per

le gesta del "mostro di Foligno".

Che il mistero, dunque il fascino, degli omicidi a catena fosse sfruttabile era scontato. Quel che

stupisce, tuttavia, è il sereno cinismo impiegato ad alimentare il mito di questi nuovi divi del male,

anche da parte di individui o riviste all'apparenza alieni da morbosità. In fondo i serial killer,

psicotici o psicopatici che siano, o ipernormali, come definiti da alcuni, possiedono quasi tutti

un'altissima opinione di sé. E finiscono, piaccia o no, per prendersi la scena. Secondo molti hanno

perfettamente colto un messaggio comune a tutto il mondo occidentale: ci si ricorda solo dei

vincitori. Essere ricordati o dimenticati, diventare star a livello nazionale oppure restare comparse.

Così, quasi tutti i serial killer sognano di finire sui giornali o in televisione e quindi di diventare

famosi. E per assecondare la loro sete di gloria si servono anche del crimine. "Se fate a pezzi delle

60

persone per mangiarle, tutti parleranno di voi. Ambire alla pena di morte, da parte loro, fa parte del

clamoroso boom che sperano di scatenare attraverso i mass media", chiosa lo psichiatra Donald T.

Lunde, docente a Palo Alto.

Il criminologo Francesco Bruno la vede così:

Il grande interesse per i serial killer c'è perché, di fronte a loro, noi abbiamo la

sensazione che la più pura espressione del male si stia palesando. Il male privo di

qualsiasi giustificazione. Qualsiasi motivazione appare, in un certo senso, liberatoria.

In più, a sollecitare l'interesse, c'è l'innocenza della vittima, che, di solito, è debole ed

indifesa. In quell'innocenza ci s'identifica tutti. Una scena dove il male sta tutto da

una parte e il bene dall'altra, insieme al terrore, beh non è cosa trascurabile. (31)

Quando un caso di questo tipo occupa lo schermo della televisione o le pagine della stampa, in una

prima fase, le reazioni emotive, la compassione, i sentimenti di solidarietà sono tutti in favore della

vittima. Nel momento in cui, dopo un po', il colpevole compare dinanzi ad un tribunale, incomincia

a verificarsi un viraggio e l'interesse emozionale della gente muta di oggetto: lo sdegno diviene

meno violento, l'imputato viene posto sotto le luci della ribalta; è lui a diventare il primo attore. La

figura della vittima perde rilievo e il nucleo dell'attenzione pubblica si va concentrando

sull'imputato: la sua storia di vita, la sua personalità, i suoi problemi sono quello che ora

maggiormente interessa. Allorché il colpevole, una volta condannato, sarà posto in carcere, si

verifica un ulteriore viraggio: è passato del tempo ed egli, per l'opinione pubblica non è più tanto il

reo che sta espiando il male che ha fatto, quanto un uomo che sta soffrendo la pena.

Un altro ambito fortemente connesso al fenomeno dei serial killer è quello legato ad Internet, già

molto utilizzata da chi commette crimini e soprattutto da organizzazioni pedofile. È estremamente

probabile che, in un futuro prossimo, con la sempre maggiore diffusione della rete, gli assassini

seriali possano far ricorso a questo strumento per selezionare le loro vittime. Avendo l'assassino

seriale, spesso, problemi relazionali con il sesso femminile, Internet è lo strumento ideale per

permettergli di comunicare in forma anonima.

Ancor più preoccupante è lo sviluppo della "pedofilia telematica" che, tra le numerose attività

illegali svolte attraverso il sistema telematico, è quella che meno rispetta i confini geografici. I siti

per pedofili sono limitati, ma hanno potenzialità criminose infinite. Fino a qualche anno fa, questi

siti venivano aperti quasi esclusivamente in Asia, mentre oggi l'epicentro si è spostato in Russia e

nell'Europa orientale. Un caso di pedofilia organizzata e omicidio seriale riguardante anche Internet

è stato scoperto di recente grazie ad un'operazione di polizia congiunta in Italia e in Russia.

Il pedofilo, in Internet, può agire la sua perversione in maniera nascosta e quindi più sicura, può

utilizzare l'abbondante materiale pornografico presente in rete, alimentando le proprie fantasie

erotiche. Il vantaggio principale insito nel mezzo telematico è rappresentato dalla possibilità, da

parte dell'adescatore, di evitare il contatto rapidamente in caso di difficoltà, nascondendosi

nell'anonimato garantito dalla rete, molto più sicura rispetto alle strategie non digitali. Il successo di

questa tecnica di avvicinamento è legata essenzialmente alla possibilità o meno che il minore non

informi nessuno del contatto avvenuto o che la segnalazione sia considerata poco importante. 61

Capitolo 3

Tecniche di investigazione relativamente a casi

di omicidio seriale

1. Trappole per mostri: identificazione del caso e dell'assassino

Quando ci si trova ad investigare su un caso di omicidio, per scoprire il colpevole è necessario

disporre di almeno uno dei seguenti fattori:

1. una confessione

2. un testimone

3. una prova materiale

Per cercare testimoni e prove, gli investigatori seguono un percorso che comprende lo studio delle

caratteristiche della vittima e l'analisi della scena del crimine, ma, nei casi di omicidio seriale,

spesso, la mancanza di qualsiasi tipo di relazione precedente al delitto fra assassino e vittima, li

rende molto difficili da risolvere. In questi casi, bisogna prestare particolare attenzione allo studio

delle vittime, che possono fornire numerose informazioni utili per comprendere la psicologia

dell'assassino.

La maggior parte degli omicidi viene commessa per un movente che possiamo definire "classico"

(gelosia, vendetta, interesse economico) e, che, quindi, salta subito all'occhio dell'investigatore e lo

orienta nelle indagini verso qualcuno che ha un qualche tipo di relazione con la vittima. In un caso

di omicidio seriale, ci troviamo di fronte ad un tipo di motivazione interna al soggetto che uccide,

un piacere psicologico che non si traduce in tracce materiali evidenti da repertare sulla scena del

crimine, per cui si deve affrontare un tipo di investigazione che presenta dei problemi specifici e

nella quale è necessario l'impiego di tecniche di investigazione particolari.

Al fine di indirizzare le indagini verso la giusta direzione, occorre procedere ad un'attenta analisi

della scena del crimine attraverso il sopralluogo. In questa attività potrà essere utile disporre di

tecniche di riproduzione fotografica mediante supporti analogici o digitali, per documentare ogni

particolare della scena del crimine. In Italia, ad esempio, questa viene analizzata e studiata mediante

l'impiego di "sistemi esperti" quali il "Sistema Automatico per i Rilievi Tecnici" (SART) o

ricorrendo alle tecniche stereoscopiche della fotogrammetria, memorizzando poi l'intera

documentazione multimediale nel Sistema Centrale Informativo della Polizia Scientifica, che

permette l'archiviazione digitale delle immagini ed un confronto delle stesse in funzione di alcune

chiavi primarie di ricerca.

Altre tecniche di investigazione indispensabili per risolvere casi di questo tipo sono il "profilo

psicologico" ed il "profilo geografico" di cui parleremo in seguito.

1.1. Problemi investigativi in un caso di omicidio seriale

Come abbiamo detto, un caso di omicidio seriale presenta dei problemi peculiari rispetto ai casi

tradizionali di omicidio di cui bisogna tenere conto nell'investigazione. Uno dei problemi principali

riguarda la corretta valutazione della cosiddetta "reciprocità letale" (o interrelazione), cioè

l'inquadramento, nel suo significato reale, di ogni elemento isolato nella scena del crimine, dei

movimenti dell'assassino e della vittima, di cosa abbia potuto collegare vittima e carnefice, del 62

motivo per cui il serial killer ha ucciso proprio quella persona, per collegarlo ed interpretarlo in

base all'analisi degli elementi riscontrabili.

L'investigazione in un caso di omicidio seriale inizia soltanto quando gli investigatori identificano

una probabile serie di omicidi correlati tra loro. Il riconoscimento della serie avviene se si verifica

almeno una delle seguenti condizioni: (1)

1. l'investigazione sull'omicidio seriale può iniziare come estensione dell'investigazione di un

assassinio singolo, quando un secondo omicidio insoluto o una serie di omicidi vengono

collegati al caso originario. Il collegamento può essere fatto attraverso similitudini fra le

vittime, le scene del crimine, il modus operandi;

2. un organismo diverso da quelli di controllo (ad esempio, i mezzi di informazione) può far

nascere il sospetto che diverse vittime siano state uccise da un'unica mano, creando una forte

pressione sulla polizia, che è costretta a prendere in considerazione l'ipotesi e ad avviare

un'indagine formale;

3. la scoperta di un caso di omicidio seriale spesso avviene in maniera casuale, quando un

soggetto viene fermato per un qualsiasi reato o anche per una semplice infrazione e si scopre

che si tratta di un serial killer;

4. a volte è lo stesso assassino seriale ad avvertire in modo anonimo la polizia di aver

compiuto una serie di omicidi, mentre gli investigatori sono convinti di essere alle prese con

un caso di omicidio singolo.

In ogni modo, l'investigazione su un caso di omicidio seriale comporta numerosi altri problemi,

aggravati dalla necessità di collaborazione tra agenzie di controllo diverse, in tutti quei casi in cui

l'assassino seriale si sposta nel commettere i diversi omicidi della serie. Il problema maggiore è

senz'altro la "cecità da collegamento", cioè l'incapacità di individuare l'esistenza di uno stesso

progetto strategico ed esecutivo in più casi di omicidio e la mancanza di una corretta comunicazione

tra le diverse agenzie di controllo. La "cecità da collegamento" è la difficoltà principale che

impedisce in molti casi di affrontare adeguatamente e tempestivamente un caso di omicidio seriale,

mentre sarebbe di fondamentale importanza riuscire ad identificare immediatamente il pattern

esecutivo dell'assassino, dato che all'inizio è ancora in fase di sperimentazione e, quindi, è più facile

che possa commettere degli errori e lasciare indizi sulla scena del crimine.

1.2. Profilo psicologico. Applicazione del profilo psicologico all'omicidio seriale

Il profilo psicologico può esser definito come l'elaborazione delle principali caratteristiche

comportamentali e di personalità di un individuo, ottenibili dall'analisi dei crimini che il soggetto

stesso ha compiuto. R.H. Holmes preferisce chiamarlo profilo socio-psicologico, dato che non si

limita ad ipotizzare tratti della personalità, ma deve includere anche informazioni socio-

demografiche come età, sesso, razza, occupazione, istruzione ed altri fattori simili. (2) La

costruzione di un profilo si basa sulla premessa fondamentale che una corretta interpretazione della

scena del delitto può indicare il tipo di personalità del soggetto che ha compiuto il crimine.

Il profilo psicologico è nato negli Stati Uniti negli anni '60 e, negli anni successivi, è stato

sviluppato e perfezionato dall'F.B.I. e ormai viene utilizzato abitualmente nei casi di crimini

violenti in cui le tecniche di indagine tradizionali non sono particolarmente efficaci. Come sostiene

John Douglas (3), agente speciale dell'F.B.I. ed esperto di profili psicologici, non si tratta né di

magia né di telepatia, ma semplicemente di una tecnica in cui si applicano i modelli

comportamentali all'analisi dei reati, osservando attentamente la scena del crimine, i rapporti di

polizia, le dichiarazioni dei testimoni e i risultati dell'autopsia. 63

L'omicidio in cui è presente una motivazione sessuale è uno dei crimini più difficili da risolvere,

dato che, in questo caso, il tipo di relazione estraneo/estraneo tra assassino e vittima, rende poco

efficaci i tradizionali metodi d'indagine, perché l'opportunità riveste un ruolo più importante rispetto

al movente. Quando si affronta un caso di omicidio a matrice sessuale, bisogna sempre tenere

presente che quell'assassinio potrebbe far parte di una serie ed è necessario procedere partendo dagli

unici elementi a disposizione: la vittima e la scena del crimine. Entrambi questi aspetti possono

fornire informazioni utili sulla personalità dell'assassino e l'analisi investigativa criminale (cioè

l'esame psicologico del crimine) aiuta a comprendere la relazione esistente tra la vittima, il

colpevole e la scena del crimine.

Al fine di indirizzare le indagini verso la giusta direzione, è importante realizzare un profilo

psicologico del potenziale autore del delitto. Per stilare un "profilo psico-comportamentale" efficace

è indispensabile considerare diversi elementi specifici dell'omicidio seriale, in particolare di quello

con connotazione sessuale. Questi elementi sono:

1. valutazione della vittima; studiare la tipologia della vittima e le modalità di entrata in

contatto con essa;

2. individuazione dei luoghi e del percorso del crimine; definire se il luogo di ritrovamento del

cadavere è lo stesso dove la vittima è stata uccisa;

3. mezzo omicidiario; valutare il tipo di arma e collegarla al motivo per cui l'assassino usa

proprio quella;

4. il cammino e il destino dell'arma; valutare se l'arma è stata condotta sulla scena

(organizzazione), se c'era già ed è stata portata via (semiorganizzazione), o lasciata sul luogo

(disorganizzazione);

5. valutazione dell'aggressione; verificare l'attacco contro la vittima, le lesioni inflitte; definire

se queste sono state inferte prima, durante o dopo la morte e quali. Le ferite sul viso e sugli

occhi possono, ad esempio, indicare che la vittima e l'assassino si conoscevano e, quindi, un

tentativo di "depersonalizzazione" della prima;

6. attività sulla vittima; verificare:

a. eventuali segni sulla vittima, come morsi, atti di vampirismo o di cannibalismo e

classificarli come staging (messa in scena), overkilling, atti sadici, atti simbolici, ecc.

b. se sulla vittima vi sono tracce di mezzi di tortura, di costrizione, di dominio, di

possesso, di sadismo

c. la disposizione del corpo

d. se ci si trova di fronte ad un cadavere che sta all'aperto o in luoghi isolati e se non si

rende pubblico il ritrovamento, l'assassino potrebbe tornare per controllare, quindi è

buona prassi sorvegliare la zona

e. i dati a disposizione, se i resti del cadavere sono esposti, ostentati, posizionati;

7. la carriera del serial killer; se si nota un cambiamento del modus operandi, ma i crimini

sono sempre chiaramente commessi dalla stessa mano, si devono considerare alcune ipotesi:

a. aumento della sofisticazione del metodo; può darsi che l'assassino l'abbia

perfezionato solo tecnicamente o per quanto riguarda l'organizzazione e

l'autosicurezza;

b. aumento della violenza sulle vittime; valutare in quale stadio avviene (prima, durante

o dopo la morte) e se sia una modifica qualitativa o quantitativa.

È importante tenere sempre presente che il profilo psicologico ha natura probabilistica e non dà

assolutamente una certezza totale. Per ciò che riguarda l'accuratezza e l'affidabilità del profilo una

ricerca dell'F.B.I. su 192 casi di omicidio relativi all'anno 1994 nei quali, durante le indagini, è stata

adoperata questa tecnica, ha dato i seguenti risultati: (4) 64

1. nel 72% dei casi, il profilo ha indirizzato le indagini

2. nel 20% dei casi, è stato utile per stilare una lista di sospetti

3. nel 17% dei casi, ha contribuito direttamente alla cattura del soggetto.

Il procedimento tipico per costruire il profilo psicologico si suddivide in cinque fasi:

a. fase degli input, ovverosia la procedura di immissione degli elementi raccolti sulla scena del

crimine, per cui ogni prova viene descritta, repertata ed inserita in un elaboratore dati. Si

procede poi all'analisi della vittima; si aggiungono le informazioni medico-legali e le quelle

di polizia. Per ultimo viene raccolto il materiale fotografico;

b. la seconda fase riguarda il decision making; è la fase in cui si organizza e classifica il

materiale raccolto. Per prima cosa, si valuta l'intento primario dell'aggressore; poi vengono

stilati dei fattori di rischio di vittimizzazione; la stima dei fattori in questione, permette la

valutazione del pericolo che l'aggressore è disposto a correre per commettere il crimine; la

analisi del delitto permette, inoltre, di stimare il potenziale grado di escalation del

comportamento violento dell'aggressore. Infine vengono considerate le informazioni circa

l'ora e luogo dell'omicidio per verificare certe ipotesi di profilo (stile di vita del sospetto,

tipo di occupazione, grado di mobilità, ecc.);

c. la terza fase è caratterizzata dalla valutazione globale dell'evento delittuoso, che viene

catalogato secondo i criteri del sistema di valutazione dell'F.B.I. (sulla base del già citato

Crime Classification Manual). Dalla classificazione dell'omicidio si passa a delineare il tipo

di personalità omicida;

d. fase di stesura del profilo criminale. Si tratta del momento centrale, in cui vengono elencate

le caratteristiche socio-demografiche, fisiche e comportamentali, più altri elementi,

dell'autore di reato;

e. fase dell'investigazione. Basandosi sulle conclusioni del profilo, la polizia è in grado di

orientare le indagini. Una volta che viene catturato un sospetto, si raffronta il profilo con le

caratteristiche reali del soggetto per correggere, perfezionare e valutare ulteriori elementi

investigativi.

Holmes elenca alcuni dei presupposti fondamentali del profilo psicologico: (5)

1. la scena del delitto riflette la personalità dell'autore. L'analisi globale della scena del crimine

serve per formarsi un immagine mentale della personalità del criminale;

2. la modalità del delitto tende a restare immutata nel tempo;

3. la "firma" rimane sempre la stessa. A differenza del modus operandi, che tende a restare

uguale, ma può anche cambiare, la "firma" rimane invariabilmente identica in tutta la serie e

rappresenta l'elemento simbolico più importante per il criminale;

4. la personalità dell'autore tende a rimanere sostanzialmente la stessa nel tempo.

Il criminologo americano David Canter (6) propone un modello di profilo psicologico alternativo a

quello dell'F.B.I. Una delle differenze fondamentali fra il modello di profilo psicologico proposto

dall'F.B.I. e quello elaborato da Canter è che quest'ultimo viene costruito partendo da una base

empirica sulla quale lavorare, mentre quello dell'F.B.I. è basato quasi interamente sulle intuizioni

del profiler. L'F.B.I., inoltre, non dedica particolare attenzione alla vittima, mentre Canter considera

le informazioni su di essa di vitale importanza per lo sviluppo del profilo investigativo.

Questo profilo è costruito su cinque aspetti fondamentali del rapporto tra aggressore e vittima:

1. coerenza interpersonale; questo fattore evidenzia i criteri di selezione delle vittime ed il tipo

di relazione stabilita con essa; 65

2. significato del tempo e del luogo; lo spazio fisico e temporale in cui è collocato il crimine

fornisce informazioni fondamentali sul modo in cui il criminale concettualizza le relazioni

spaziali e temporali e ciò indica il suo grado di mobilità;

3. caratteristiche del criminale; ciò consente di individuare sia la natura del crimine che il

modo in cui viene commesso;

4. carriera criminale; l'analisi dello sviluppo del comportamento delinquenziale consente di

tracciare la sua possibile carriera delinquenziale per prevedere ed anticipare le sue

successive mosse;

5. consapevolezza forensica; questo termine indica tutti quegli elementi che fanno ritenere che

il criminale abbia tentato di mascherare o di occultare indizi fisici del reato. In questo caso, è

probabile che l'assassino abbia avuto un contatto precedente con la polizia e conosca

parzialmente le procedure di analisi criminalistica, per cui è un soggetto con una carriera

criminale alle spalle.

Per quanto riguarda l'applicazione del profilo psicologico all'omicidio seriale, occorre innanzitutto

precisare che in tutti gli atti di violenza, la fantasia riveste un ruolo importante e, per gli atti del

serial killer, questo è particolarmente vero. Nell'apprestarsi ad eseguire il profilo psicologico, è

indispensabile considerare questo aspetto. La fantasia fa parte di tutto il processo omicidiario e

continua a rivestire un ruolo fondamentale fino alla disposizione del cadavere. Dal punto di vista

del profilo, il trasporto del cadavere, ad esempio, indica un processo di pianificazione anticipata,

quindi la presenza di un soggetto organizzato, per cui devono essere considerati gli indizi in

entrambi i luoghi (scena del crimine e luogo di disposizione del cadavere). Nel caso in cui i due

luoghi coincidano, probabilmente si ha a che fare con un soggetto che vive nelle vicinanze e che ha

caratteristiche di personalità del tipo asociale disorganizzato.

Ogni azione del serial killer ha un significato simbolico ben più importante di quello concreto che

risulta evidente a prima vista, ed il compito del profiler è quello di trovare tale significato. Un

elemento ricorrente in molti omicidi seriali è l'applicazione di bendaggi sul volto della vittima. La

motivazione più evidente è il fatto di impedire alla vittima di vedere l'identità del serial killer; una

motivazione simbolica, invece, è quella di depersonalizzare ulteriormente la vittima. La presenza di

un fenomeno di overkilling concentrato sul volto della vittima sta, invece, a significare proprio una

volontà estrema di depersonalizazione; simbolicamente, l'aggressione si concentra nella zona degli

occhi, perché lo sguardo della vittima è l'elemento principale che fa ricordare all'assassino di avere

una persona di fronte.

Nel modo in cui viene disposto il cadavere è importante l'intenzione dell'assassino di farlo scoprire

oppure nasconderlo il più a lungo possibile. La messa in scena (staging) si verifica quando

l'assassino altera deliberatamente la scena del crimine prima dell'arrivo della polizia e, di solito, è

indicativa di un assassino organizzato, perché è necessaria una certa abilità mentale per capire quali

elementi è meglio modificare. Douglas (7) differenzia la "messa in scena" dalla "messa in posa"; la

prima compare nei crimini in cui il soggetto cerca di depistare le indagini, inducendo la polizia a

farsi un'idea dell'accaduto non rispondente al vero; si tratta quindi di un aspetto del modus operandi.

La "messa in posa", invece, costituisce la "firma".

I metodi utilizzati dai serial killer per catturare le vittime non sempre rimangono inalterati nel

tempo, ma spesso diventano più sofisticati e pianificati, man mano che aumenta l'età del soggetto.

L'età di un assassino seriale è uno degli elementi più difficili da determinare, perché l'età

emozionale ed esperenziale non sempre coincide con quella cronologica. Generalmente, gli

assassini che mostrano un grado di sadismo più elevato e quelli che pianificano maggiormente il

delitto sono meno giovani. Talvolta i serial killer sono soliti raccogliere feticci sulla scena del

crimine. La ragione principale per cui un assassino seriale decide di prendere uno o più feticci dalla

66

scena del delitto è quella di avere qualcosa che lo aiuti a ricordare ciò che è successo. Il feticcio,

essendo qualcosa che è appartenuto alla vittima, contribuisce ad aumentare la gratificazione

psicologica ottenuta durante l'omicidio, perché fa rivivere all'assassino le fasi di quest'ultimo.

In alcuni casi, l'assassino seriale raccoglie trofei. La differenza principale con il feticcio è che,

mentre questo rappresenta soltanto un simbolo che aiuta il soggetto a ricordare qualcosa di

piacevole, il trofeo è uno stimolo visivo forte che ha funzione afrodisiache e spesso si tratta di una

parte del corpo della vittima. Il feticcio ed il trofeo aiutano il soggetto a prolungare il ricordo del

delitto commesso, per cui analizzare attentamente quello che manca tra gli effetti personali della

vittima può fornire elementi utili sulla personalità dell'assassino. Infatti, tra un crimine e l'altro, il

serial killer si mette ad osservare i suoi trofei per rivivere nella mente tutte le fasi dell'omicidio

precedente. A volte, l'assassino, dopo aver preso un feticcio dalla vittima, soprattutto se si tratta di

un gioiello, può decidere di presentarsi a casa dei parenti della persone uccisa per consegnarlo ad un

familiare, con la scusa di averlo trovato per strada; ciò serve ad entrare direttamente nel mondo

della vittima e ad alimentare le proprie fantasie; oppure può accadere che lo regali alla moglie o alla

sua ragazza, anche se è proprio la donna all'origine della sua angoscia ed ostilità.

Non tutti gli assassini seriali portano via dei feticci. È possibile, però, che il serial killer decida di

tornare sulla scena del crimine per alimentare le proprie fantasie. I soggetti più organizzati fanno in

modo di partecipare alle ricerche oppure osservare molto da vicino le indagini della polizia, sia per

capire come procedono le stesse che per rivivere continuamente, a livello fantastico, il crimine. La

collezione di ritagli di giornali che parlano di lui e delle sue imprese hanno la stessa funzione.

Alcuni, sempre allo scopo di rinnovare le proprie fantasie, sono soliti andare a visitare le tombe

delle loro vittime.

1.3. Italia: la "Unità per l'Analisi del Crimine Violento" (U.A.C.V.) e il "Sistema

per l'Analisi della Scena del Crimine" (S.A.S.C.) (8)

La tecnica del profilo psicologico viene utilizzata nel nostro paese da un settore specifico della

polizia che si occupa dello studio del comportamento criminale e, in particolare, degli omicidi

seriali. La "Unità per l'Analisi del Crimine Violento" nasce nel dicembre del 1995, emulando la

"Behavioural Science Unit" (B.S.U.) dell'F.B.I., ed ha lo scopo di supportare gli organismi

investigativi e l'autorità giudiziaria in casi di omicidio senza movente apparente, omicidi a carattere

seriale o di particolare crudeltà e nel caso di violenze sessuali riconducibili ad un unico autore

(stupro seriale).

Per questo l'U.A.C.V. utilizza in modo armonico e complementare tutte le tecniche e le metodologie

della criminalistica, della medicina legale, della psichiatria forense e della psicologia

comportamentale. Nell'U.A.C.V. sono presenti le seguenti figure professionali della Polizia di

Stato:

1. investigatori con comprovata esperienza nel settore del crimine violento provenienti da

squadre mobili o dalla Criminalpol

2. funzionari medico-legali esperti in psichiatria forense

3. psicologi esperti in scienze del comportamento criminale

4. funzionari specializzati nell'esame della scena del crimine.

A queste quattro figure professionali, che costituiscono il nucleo istitutivo di base, si aggiungono

quelle degli esperti nelle varie discipline della criminalistica, che, a seconda del caso, sono messi a

disposizione dell'U.A.C.V. Di supporto all'attività dell'U.A.C.V. oltre che, naturalmente, delle

squadre investigative, può essere utile l'impiego degli esperti nel settore della sorveglianza. Del 67

resto, l'assassino "per sadismo", il cosiddetto "lust murder", prova eccitazione all'idea di ritornare

sulla scena del delitto o, addirittura, nel luogo dove la vittima è stata sepolta. Una volta messi questi

luoghi sotto controllo, è possibile utilizzare il sistema per il riconoscimento antropometrico dei

volti, per confrontare le immagini ottenute attraverso l'attività di sorveglianza con le fotografie di

individui sospettati di crimini analoghi e precedentemente memorizzate.

L'Unità è divisa in quattro strutture.

1. Esame della Scena del Crimine (E.S.C.); questo settore si occupa di tutti gli atti relativi al

sopralluogo tecnico e, anche in momenti successivi all'evento criminoso, è possibile

applicare metodologie d'indagine finalizzate alla ricostruzione virtuale della scena del

crimine e della dinamica dell'evento, attraverso tecnologie multimediali basate su

programmi di grafica tridimensionale.

2. Analisi della Scena del Crimine (A.S.C.); questa sezione svolge un compito di studio, sia di

tipo diretto sul luogo dell'omicidio, che attraverso l'elaborazione di immagini e fotografie

riprese durante la fase del sopralluogo. L'A.S.C. compie un'attività critica e soggettiva,

svincolata dalla sequenza rigida del sopralluogo, analizzando dettagli e registrando

sensazioni, e ricercando le cosiddette "tracce caratteristiche identificative della scena". A tal

fine vengono utilizzate tecniche di elaborazione computerizzata delle immagini che

consentono la messa a fuoco e l'ingrandimento di particolari, anche ridotti o rovinati delle

fotografie originali, che possono essere ingrandite fino a 15-20 volte senza perdita di

definizione. Nel caso, ad esempio, di fotografie che si riferiscono alla vittima di

un'aggressione, queste particolari tecniche digitali consentono ai medici legali di analizzare

la tipologia e la morfologia delle ferite, in particolare i quadri lesivi esterni, valutandone la

compatibilità con i mezzi di offesa ipotizzati e permettendo di ricostruire la dinamica

dell'aggressione.

3. Analisi delle Informazioni (A.I.); si tratta di un settore che sintetizza e approfondisce

ulteriormente i risultati dei riscontri effettuati dall'E.S.C. e dall'A.S.C. Questa sezione

predispone una relazione tecnico-investigativa che comprende:

a. il quadro riassuntivo di tutte le informazioni analizzate

b. le tavole sinottiche delle correlazioni individuate all'interno del caso o che

consentono di collegare tra loro casi diversi

c. le ipotesi investigative proprie e di conferma di quelle precedenti.

4. Analisi del Comportamento (A.C.); l'ultimo settore ha la funzione principale di realizzare il

profilo dell'autore del crimine, partendo dall'esame della relazione tecnica dell'A.I. La

sezione Analisi del Comportamento può anche intervenire a supporto dell'investigatore e del

magistrato durante l'interrogatorio del testimone o dell'indagato. Le variabili principali che

gli esperti dell'A.C. cercano di individuare per tracciare il profilo dell'aggressore sono:

a. le caratteristiche generali fisiche

b. la razza

c. l'età presumibile

d. lo stato civile

e. il possibile impiego

f. il grado di inserimento nella società

g. le possibili devianze sessuali

h. il quoziente intellettivo

i. il livello di istruzione

j. lo status sociale

k. l'eventuale appartenenza a sette religiose

l. il più probabile modo di vestire. 68

Il Sistema per l'Analisi della Scena del Crimine (9) (S.A.S.C.) è uno strumento creato dalla

"Sezione Indagini Speciali", allo scopo di supportare le attività dei settori A.I. e A.C., che devono

analizzare una considerevole quantità di informazioni, cercando di individuare eventuali

collegamenti o correlazioni all'interno del singolo caso o fra episodi distinti, ed è in grado di gestire

in forma multimediale tutte le informazioni sottoposte all'esame dell'U.A.C.V.

Il S.A.S.C. ha la funzione di integrare i dati oggettivi che si ricavano dall'esame della scena del

crimine durante il sopralluogo con altri provenienti da fonti diverse. Tra le numerose voci, ce ne

sono molte inserite nel formulario del V.I.C.A.P. (Violent Crime Apprehension Program), creato

dall'F.B.I., e del nuovo V.I.C.L.A.S. (Violent Crime Linkage Analysis System), prodotto dalla

"Royal Canadian Mounted Police", ovviamente modificate ed adattate alla realtà italiana.

1.4. Il rapporto informativo ed il profilo geografico

Il rapporto informativo è stato pensato per consentire, anche in assenza del supporto informatico,

l'acquisizione capillare delle informazioni che devono essere memorizzate nel S.A.S.C. in occasione

di un crimine violento di competenza dell'U.A.C.V.

Esso si rivolge, in particolare, ai Gabinetti provinciali di Polizia Scientifica e deve essere compilato

nelle diverse fasi che accompagnano le indagini, a partire, comunque, dal momento del sopralluogo

tecnico, per poi essere trasmesso al Gabinetto regionale di competenza, che, dopo averlo completato

e memorizzato tramite il terminale S.A.S.C., lo sottopone per l'analisi alla Sezione Indagini Speciali

del Servizio di Polizia Scientifica. I risultati dell'attività di analisi svolta, riassunti in una relazione

tecnica conclusiva, saranno, quindi, trasmessi agli organismi investigativi e all'Autorità Giudiziaria,

che hanno richiesto l'intervento dell'U.A.C.V.

Per rendere più comprensibile la compilazione di un rapporto informativo S.A.S.C., possiamo dire

che ogni argomento trattato è suddiviso in varie tabelle ognuna delle quali è identificata con una

categoria, dal codice generale di categoria, dalle singole voci che la descrivono e, infine, dal codice

specifico di categoria. L'operatore che compila il rapporto dovrà scegliere una o più voci tra quelle

che specificano la categoria, per quanto riguarda le notizie sulla vittima, giusto per fare un esempio,

si tratterà di analizzare i seguenti dati:

1. generalità della vittima

2. stile di vita

3. descrizione del cadavere

4. connotati fisici della vittima

5. connotati cromatici della vittima

6. segni particolari

7. eventuali costrizioni sulla vittima

8. violenze sessuali subite

9. causa di morte

10. mutilazioni subite.

Ricordiamo, infine, che le notizie contenute nel rapporto informativo, sono assunte dall'operatore di

Polizia Scientifica nell'ambito delle attività di sopralluogo tecnico e di iniziativa della polizia

giudiziaria e sono, pertanto, tutelate a norma di legge.

Il profilo geografico è, invece, un metodo di localizzazione degli autori di crimini seriali che è stato

elaborato presso la "Unità di profilo geografico" del Dipartimento di Psicologia Investigativa di 69

Liverpool, diretto dal prof. David Canter. Questo profilo può essere costruito solo rispettando

alcune condizioni:

1. si deve trattare di crimini che possono, con una certa ragionevolezza, essere collegati tra

loro, cioè commessi da un unico aggressore;

2. devono esserci almeno cinque delitti nella serie, perché, effettuando analisi geografiche con

un numero inferiore, la probabilità di localizzazione decresce;

3. ogni informazione geografica, di sopralluogo e relativa alle caratteristiche della vittima

dev'essere tenuta in considerazione.

Rossmo elenca i fattori più importanti per la costruzione del profilo geografico: (10)

1. dislocazione del crimine

2. strade ed autostrade di collegamento

3. limitazioni fisiche e psicologiche

4. conoscenza del territorio

5. composizione demo-sociografica del quartiere

6. attività abituali delle vittime

7. disposizione dei cadaveri.

Collegando questi vari elementi, si ottiene un profilo geografico standard, composto dai seguenti

passaggi:

1. esame approfondito di tutto il fascicolo riguardante il caso

2. esame dettagliato della scena del crimine e delle fotografie della zona

3. intervista agli investigatori responsabili delle indagini e agli analisti che si occupano del

crimine

4. analisi dei dati demografici e delle statistiche criminali del quartiere

5. studio della rete stradale, conoscenza del territorio e delle zone d'accesso

6. analisi computerizzata

7. compilazione del rapporto finale.

Per la localizzazione dell'area di residenza del soggetto che compie omicidi seriali, Canter e Larkin

utilizzano il concetto di "sfera criminale" e dividono gli aggressori in due tipologie: (11)

a. residenti: utilizzano la propria area abitativa come "fuoco" attorno al quale si sviluppa

l'attività predatoria; quindi si applica il "modello della sfera criminale", secondo cui il

soggetto si muove dalla sua base per compiere delitti e poi vi ritorna, agendo in direzioni

differenti nei diversi episodi della serie. Per questi autori, nell'85% dei casi, l'area di

residenza dell'aggressore è localizzabile dentro il cerchio definito dai reati;

b. pendolari: commettono delitti fuori dal luogo di residenza e quindi non c'è una relazione

geografica tra il luogo di vita abituale e la zona in cui il soggetto compie i reati.

Il profilo geografico si affianca a quello psicologico ed è composto da due componenti principali;

una oggettiva (procedure statistiche e quantitative per stabilire zone di maggior probabilità di

localizzazione dell'aggressore); una soggettiva (ricostruzione ed interpretazione della "mappa

mentale" dell'aggressore, con interazione delle informazioni provenienti dal profilo psicologico).

La percezione della distanza, invece, varia da soggetto a soggetto e dipende da diversi elementi. In

generale, vale il principio del "minimo sforzo", per cui, a parità di altre condizioni, se un soggetto

ha diverse possibilità di azione, tenderà a scegliere quella che richiede il minimo quantitativo di 70

sforzo, quindi l'assassino sceglierà come luogo di azione quello più vicino al suo punto di partenza.

Di solito, il serial killer decide di spostarsi nella ricerca di una vittima in base ai seguenti parametri:

1. mezzo di trasporto: se il soggetto dispone di un mezzo autonomo, sarà indubbiamente più

propenso a effettuare spostamenti più lunghi;

2. appetibilità delle zone d'origine, della destinazione e delle vie per effettuare lo spostamento;

3. familiarità con strade e d autostrade;

4. presenza e quantità di barriere: gli ostacoli geografici possono ostacolare pesantemente la

scelta del "terreno di caccia" dell'assassino seriale;

5. presenza di strade alternative;

6. distanza effettiva: un luogo può sembrare molto vicino sulla carta, ma se poi i collegamenti

sono difficoltosi, l'assassino potrà optare per altri luoghi.

La scelta della zona operativa del serial killer dipende anche dalla sua "mappa mentale"; con questo

termine si intendono le immagini cognitive dell'ambiente che ci circonda e che ogni individuo si

crea, con un suo schema, in base alle esperienze quotidiane.

Altri elementi importanti nella scelta del luogo di azione sono la presenza di vie d'accesso e di fuga,

l'esistenza o meno di barriere naturali e le caratteristiche del luogo; ad esempio, nel caso in cui le

vittime scelte siano prostitute, l'assassino dovrà considerare se, nel territorio prescelto, esiste

"un'area della prostituzione". Nella maggior parte dei casi, il serial killer inizierà l'attività

omicidiaria in luoghi che gli sono abbastanza familiari, quindi nelle vicinanze di qualche punto di

riferimento facente parte della sua "mappa mentale". Procedendo nella serie, il soggetto diventa

sempre più sicuro di sé, si convince che non verrà mai catturato e allarga i confini della sua "mappa

mentale", agendo in zone che non conosce abbastanza, anche per procurarsi un'eccitazione ulteriore.

Nell'analisi di un caso di omicidio seriale, quindi, è particolarmente importante considerare i luoghi

nei quali vengono commessi i primi reati, perché sono quelli che possono fornire informazioni più

utili per la cattura del soggetto.

Il più completo modello spaziale di selezione del bersaglio criminale è quello di Brantingham. (12)

Questo sistema sta alla base dell'applicazione del profilo geografico in un'investigazione su un caso

di omicidio seriale. L'autore in questione sostiene che la maggior parte dei criminali non sceglie

completamente a caso i luoghi del suo obiettivo. Mentre ogni singola vittima può essere scelta

casualmente, l'intero processo di selezione è, invece, strutturato, sia che il soggetto ne sia

consapevole sia che non lo sia. Brantingham sostiene che esiste una "zona cuscinetto", situata

intorno al luogo di residenza del criminale. All'interno di questa i bersagli sono considerati poco

attraenti, perché viene percepito un livello di rischio molto elevato, in connessione al fatto di agire

troppo nelle vicinanze della propria abitazione. Per crimini in cui la componente emozionale è più

forte di quella strumentale, la "zona cuscinetto" non ha, invece, un influsso molto forte sulle scelte

del soggetto.

1.5. Tecniche di cattura utilizzate dagli assassini seriali

L'analisi del modo in cui le vittime vengono catturate in un caso di omicidio seriale fornisce

elementi utili per integrare il profilo psicologico, connotando il grado di organizzazione

dell'assassino, così come, nel profilo geografico, ci rivela il grado di mobilità del soggetto.

Fondamentalmente ci sono quattro tecniche che l'assassino seriale può impiegare per catturare le

sue vittime:

1. tecnica dello squalo; l'assassino si aggira, preferibilmente in macchina o in un piccolo

furgone, finché non trova la vittima ideale. Quando l'ha trovata, la cattura velocemente e la

71

uccide, o nello stesso luogo, oppure in un posto isolato dove possa agire indisturbato, ma,

comunque, non la porta mai nel luogo in cui vive;

2. tecnica dell'aquila; è sempre l'assassino seriale a spostarsi, ma, questa volta, dopo aver

individuato e catturato la vittima, la porta a casa sua e, prima di ucciderla, la sottopone ad

una serie di torture e di sevizie di ogni genere. Spesso, fa delle fotografie della vittima

(come Stevanin, vedi cap. 4, par. 1), che hanno per lui un valore feticistico e può anche

riprenderne l'agonia con una telecamera.;

3. tecnica del ragno; è quella più usata dalle donne, anche se non mancano esempi di uomini

che vi hanno fatto ricorso. L'assassino attira la vittima sul proprio terreno con uno

stratagemma e, una volta che è in suo potere, la uccide comodamente. Si tratta della tecnica

più economica, che richiede il minor dispendio di energie da parte dell'assassino;

4. tecnica del camaleonte; questa modalità d'azione è tipica dell'assassino seriale che va a

caccia della "preda" mimetizzandosi e confondendosi all'interno dell'ambiente della vittima.

1.6. Relazioni internazionali con il National Center for the Analysis of Violent

Crime (N.C.A.V.C.)

Nel 1981, l'F.B.I. ricevette mandato di studiare quali risorse sarebbe stato possibile impiegare

rafforzare la lotta al crimine. Nel 1984, il presidente Reagan annunciava la nascita del National

Center for the Analysis of Violent Crime, allo scopo di individuare i serial killer attraverso la

realizzazione del profilo psicologico-comportamentale dell'assassino, quello che dagli esperti

dell'F.B.I. veniva chiamato P.O.P. (Psycological Offender Profile).

Nel 1996 la B.S.U. (Behavioral Science Unit), un'unità del N.C.A.V.C. viene suddivisa in due

ulteriori settori: il primo dedicato all'istruzione, alla ricerca, alla didattica; il secondo al supporto

investigativo, cioè alla stesura dei profili psicologici dei serial killer. Il centro analisi dei crimini

violenti dell'F.B.I. (N.C.A.V.C.), con sede a Quantico in Virginia, dispone di due programmi per la

cattura degli assassini seriali.

Uno è il V.I.C.A.P. (Violent Crime Apprehension Program), un sistema computerizzato che

raccoglie dati su delitti non risolti, tentati omicidi senza movente apparente o a sfondo sessuale,

delitti che si suppone appartengano ad una serie; ed ancora, persone scomparse probabili vittime di

un crimine, cadaveri non identificati di vittime di omicidi. L'intenzione è di includervi in futuro

anche i casi di violenza carnale, di abuso sessuale verso i minori, di piromania. L'investigatore

locale che vuol fare ricorso al V.I.C.A.P. redige un rapporto, il Crime Analysis Report, che

comprende 189 domande che coprono tutti gli aspetti del delitto, dalla vittimologia ai risultati delle

analisi. Appena questo documento arriva all'F.B.I. viene trasmesso all'elaboratore centrale che lo

confronta immediatamente con tutti i casi inclusi nel sistema (attualmente 5846); dopodiché il

computer segnala i dieci omicidi che hanno il maggior numero di analogie con il caso in questione.

A questo punto dell'inchiesta interviene l'attività di un esperto che studia il caso in questione,

mettendolo in relazione ad altri fatti analizzati ed archiviati, determinando se e in quale modo

possano essere collegati. Le informazioni ottenute attraverso il V.I.C.A.P., in seguito all'analisi,

vengono poi trasmesse alle unità di polizia locali affinché possano accordarsi e procedere alla

conduzione di un'inchiesta alla quale partecipano diversi stati, cosa che diventa particolarmente

utile in caso di serial killer nomadi.

Un'analisi del profilo psicologico del criminale completa il rapporto del V.I.C.A.P.: è qui che entra

in gioco la B.S.U., che viene usata non solo per gli assassini seriali, ma anche per analizzare il

vocabolario di sequestratori, piromani e stupratori seriali. Il P.O.P. (Psychological Offender

Profile), è ciò che spesso consente la cattura di un assassino senza apparente motivi, appunto di un

serial killer. 72

1.7. Applicazione investigativa del "Modello S.I.R." e il "Gruppo Osservatorio di

Ricerca, Intervento e Studio sulla Criminalità" (G.O.R.I.S.C.)

Il "Modello S.I.R." è un modello di matrice sistemico-relazionale che spiega l'omicidio seriale come

risultante di tre fattori che s'intrecciano tra loro, con peso variabile a seconda del tipo di omicidio

considerato. Le classificazioni in cui viene suddiviso l'omicidio seriale sono quattro:

1. motivazionale (il movente che sta alla base degli omicidi)

2. operativa (il numero dei soggetti che compiono l'omicidio)

3. vittimologica (il tipo di vittima selezionato)

4. modale (la modalità di esecuzione degli omicidi).

Per ogni categoria viene attribuita una sigla, in modo da rendere possibile indicare, durante

l'investigazione, che tipo di omicidio seriale ci si trova a dover esaminare. Questo sistema di

siglatura è molto utile per classificare i casi di omicidio seriale e per inserirli nell'E.S.KI.DA.B.

2000, la Banca Dati Europea, ed avere dei parametri immediati sui quali confrontare un nuovo caso

che si sospetta abbia matrice seriale. La "Banca Dati Europea dei Serial Killer" è il principale

strumento operativo del G.O.R.I.S.C., il cui obiettivo principale è quello di proporsi come unità di

specialisti per consulenze investigative nelle sei aree di competenza:

a. omicidio seriale

b. pedofilia e crimini sessuali

c. sette sataniche e pseudoreligiose

d. criminalità organizzata

e. terrorismo

f. criminalità informatica.

Il G.O.R.I.S.C. è composto da un numero di soggetti variabile, suddivisi nelle diverse aree nelle

quali approfondiscono delle tematiche particolari.

2. Aspetti giuridici connessi al fenomeno dell'omicidio seriale

L'arresto di un presunto assassino seriale, pur portando sollievo nella società, è soltanto l'atto

iniziale di un lungo percorso investigativo che dovrà condurre ad un processo ed al relativo

verdetto. L'intervento dello psicologo e del criminologo, che risulta determinante al momento di

tracciare il profilo psicologico del criminale, quando cioè non si conosce ancora l'identità del serial

killer, non è invece sufficiente quando si debba ottenere una condanna penale, perché in questo caso

servono prove concrete da presentare ad una giuria. Un banale errore procedurale, purtroppo, può

essere sufficiente per rimettere in libertà un pericoloso assassino che tornerà, immancabilmente, ad

uccidere.

Negli Stati Uniti, c'è anche il grosso problema delle competenze giurisdizionali nell'affrontare un

caso di omicidio seriale, perché spesso ci si trova alle prese con un soggetto che ha ucciso

spostandosi da uno stato all'altro. Un'altra questione spinosa, in casi di questo genere, è quella

connessa all'imputabilità del serial killer, in quanto diversi assassini seriali tendono a simulare la

presenza di una malattia mentale, che permetta loro di esser dichiarati incapaci di intendere e di

volere, totalmente o almeno parzialmente; nella maggior parte dei casi, comunque, non riescono nel

loro intento. Newton infatti stima che, negli Stati Uniti, solo il 3,6% degli assassini seriali

identificati in questo secolo siano stati dichiarati infermi di mente. (13) 73

Negli Stati Uniti, la sentenza più comune è la pena di morte, dove è ammessa, oppure la condanna

all'ergastolo, anche se poi, negli anni passati, con l'utilizzo dell'istituto giuridico della "parole" (la

concessione della libertà sulla parola), molti assassini sono stati rimessi in libertà dopo aver

scontato pochi anni di carcere ed hanno ricominciato ad uccidere. In taluni Stati, gli assassini seriali

ricevono pene particolarmente leggere se rapportate alla gravità dei loro crimini. È il caso della

Danimarca, del quale Siciliano ha analizzato il materiale casistico degli omicidi volontari avvenuti

tra il 1961 ed il 1995: un esempio emblematico di questo lassismo è quello di un operaio

responsabile dell'omicidio di due prostitute venne condannato a soli sedici anni di carcere. (14) In

alcuni paesi del mondo, soprattutto quelli con un regime totalitario, c'è invece la tendenza ad

effettuare un'esecuzione veloce, senza processo o a seguito di un giudizio sommario, per dare una

risposta forte delle capacità repressiva del governo di fronte a crimini aventi un forte impatto

sull'opinione pubblica.

Nell'ambito della punibilità, recentemente in Italia si è acceso un dibattito particolarmente acceso

sulla possibilità di abolire l'ergastolo. Se ciò avvenisse, ne trarrebbero beneficio anche i condannati

in primo e secondo grado e, addirittura, gli ergastolani definitivi. Presupponendo l'irrecuperabilità

sociale dell'assassino seriale, come sostengono diversi autori ed in particolare lo psicologo

americano Joel Norris, la diminuzione del tetto massimo di pena, potrebbe far sì che un serial killer

arrestato molto giovane possa ritrovarsi in libertà ancora nella condizioni idonee per commettere

nuovi delitti, se non sottoposto ad una forma di trattamento veramente adeguata. Tra i soggetti che,

quindi, un giorno potrebbero esser rimessi in libertà c'è Gianfranco Stevanin (vedi cap. 4, par. 1).

L'abolizione della pena dell'ergastolo dovrebbe, a mio modo di vedere, procedere parallelamente

alla certezza della pena, in modo da evitare che certi criminali siano rimessi in libertà nonostante la

loro pericolosità sociale.

2.1. Aspetti connessi all'imputabilità dei serial killer

La domanda fondamentale da affrontare in questa sede è: quale collegamento esiste fra gli orrori

commessi da un serial killer e la follia che sembrerebbe esprimersi da una condotta così perversa e

distruttiva?

Occorre a mio modo di vedere aprire una parentesi su quello che la normativa italiana stabilisce in

materia. In Italia, ai sensi dell'art. 42 del codice penale, "nessuno può essere punito per un'azione

preveduta dalla legge come reato, se non l'ha commessa con coscienza e con volontà ... ". Secondo

questa norma la responsabilità penale dell'autore del reato s'identifica quindi nel possesso della

generica capacità di coscienza e di volontà.

Il concetto di imputabilità è indicato dall'art. 85 del codice penale, che recita: "nessuno può essere

punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era

imputabile. È imputabile chi ha capacità di intendere e di volere". Secondo la ormai consolidata

giurisprudenza di merito, la "capacità di intendere" s'identifica con l'idoneità psichica del soggetto a

conoscere, comprendere e discernere le proprie azioni od omissioni ed i motivi della propria

condotta, in altre parole a rendersi conto delle proprie azioni. La capacità di volere è, invece,

identificata nell'attitudine della persona a determinarsi in modo autonomo, con la possibilità di

optare per la condotta che appare più ragionevole e, quindi, di resistere agli stimoli degli

avvenimenti esterni e, più brevemente, di volere ciò che si giudica doversi fare.

Nell'art. 88 del codice penale, specificamente dedicato alla fattispecie della esclusione

dell'imputabilità, si afferma: "non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era,

per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere". L'art. 89 74

prevede invece che la rilevante, ma non completa, limitazione delle stesse capacità di cui all'art.88,

non escluda totalmente l'imputabilità.

Effettuata questa doverosa premessa sulle norme generali vigenti in Italia in tema di imputabilità,

torniamo al nostro argomento centrale: il rapporto tra serial killer e quest'ultima. Possono persone

che si macchiano di crimini così atroci, al di là di ogni comprensione, essere considerati "normali"?

Gli assassini seriali conoscono l'imperativo divieto della legge; comprendono, quando si accingono

ad uccidere, quel che ciò significa; sanno scegliere il momento per uccidere. Compiono i delitti con

lucidità, usano cautele per sfuggire alla legge, sanno indirizzare i sospetti della polizia verso false

piste. Ma allora perché dubitare della loro responsabilità? La risposta a questo quesito può essere la

seguente: perché i loro delitti "mostruosi" lasciano tutti pieni di perplessità. In questi casi, quindi, i

periti psichiatrici hanno un forte impatto processuale. Questi servono a discriminare, chi è folle da

chi non lo è, o se l'indagato finge magari di esserlo solo per non pagare il dazio. Se vogliamo

riconoscere alla psichiatria una utilità scientifica, dobbiamo considerare proprio quel principio

cardine della nostra cultura giuridica, per il quale chi non è sano di mente e non è imputabile non

deve esser chiamato a rendere conto alla giustizia della sua condotta, non deve esser sottoposto alla

pena: ma deve semmai essere isolato e curato. Del resto, oggi, la presenza di un disturbo mentale

non si accompagna più con la generalizzata presunzione di irresponsabilità e di pericolosità.

2.1.1. Folli o sani di mente: evoluzione storica; la psichiatria in aiuto della legge

Già nelle leggi che hanno generato le nostre norme, cioè nel diritto romano, il principio base

dell'imputabilità era chiaro, anche se, ovviamente, i termini erano diversi rispetto a quelli utilizzati

ai giorni nostri; il furiosus (15), se compiva un delitto in stato di furor, non era punito; poteva

semmai essere custodito in vinculis. Nella cultura medievale, invece, si affaccia la distinzione tra il

folle e l'indemoniato, e solo il primo sarà esente da pena, mentre il secondo sarà ritenuto

responsabile, così come lo è il peccatore per aver ceduto al demonio. In questo ambito culturale,

ogni azione umana poteva essere influenzata dal volere divino o da quello satanico; avevamo quindi

la possessione diabolica del folle-invasato o la punizione divina per il folle-peccatore. Di

conseguenza, anche la reazione popolare nei confronti del folle era diversa, ora veniva identificato

come il trasgressore dei sacri dogmi e quindi colpevole del suo disagio psichico, ora vittima

innocente delle forze occulte.

Più avanti nel tempo, là dove sorsero le prime Università (Bologna, Parigi, Padova, Oxford), fecero

la loro comparsa anche i "medici giurati", chiamati a fornire il loro sapere ai giudici anche in tema

di follia: furono i primi periti psichiatrici. La psichiatria entra, quindi, nelle aule dei tribunali con gli

inizi del 1800, non senza contrasti e polemiche. Fin da allora viene posto il problema di stabilire chi

erano i folli da prosciogliere come incapaci. Gli psichiatri del secolo scorso avevano subito

individuato due ambiti, fra gli autori dei delitti, per i quali si presentava il problema

dell'imputabilità. Da un lato, vi erano dei malati per i quali non si prospettavano dubbi, tutti

concordavano nel giudicarli pazzi, perché le manifestazioni della follia erano palesi agli occhi di

tutti. Se un individuo era così povero di intelligenza da essere ciò che oggi chiamiamo un

handicappato mentale, non si poneva alcuna questione. Se un malato si esprimeva in modo

sconclusionato, se parlava da solo per strada senza che si potesse capire cosa dicesse, se vedeva ciò

che non c'era, se era incapace di comprendere la realtà, non si presentavano problemi, perché vi era

in lui un grave stato morboso, a quel tempo denominato pazzia e che oggi chiamiamo psicosi. In

questi casi è non era, come non lo è tuttora, difficoltoso per lo psichiatra effettuare una precisa

diagnosi. Infatti, quando si tratta di valutare l'imputabilità di uno psicotico, di cerebropatico, di uno

schizofrenico, problemi non ce ne sono: c'è di mezzo una malattia sulla cui presenza non possono

75

esservi dubbi, e il giudicare delle capacità di chi ne è sofferente non suscitava, come non suscita

oggi, grosse difficoltà.

Ma vi è anche un altro tipo di individui: persone che hanno vissuto per anni normalmente,

lavorando, facendosi una famiglia, comportandosi come tutti gli altri: poi compaiono ad un certo

momento alla ribalta proprio perché compiono un delitto gravissimo, senza comprensibili ragioni o

con violenza inaudita. Sono quelle persone che vengono comunemente denominate "mostri".

Proprio in questi casi diventa più problematico stabilire se sono folli oppure no, laddove l'eventuale

follia non si rivela dalle manifestazioni psichiche morbose, ma di morboso c'è solo il delitto. Il

compito del perito, in questo caso, era più arduo, perché egli non poteva limitarsi a descrivere la

personalità, ma doveva esprimere anche un giudizio sulla responsabilità di quell'individuo, sulla sua

libertà di scelta, sulla capacità di intendere e di volere (il momento valutativo della perizia

psichiatrica).

Cinquanta o sessanta anni la scienza psichiatrica parlava ancora genericamente di "pazzia" ed i

soggetti da essa affetti erano relegati in manicomi. I pazzi, quindi, erano coloro che soffrivano di

malattie mentali per le quali l'unica cura consisteva nel rinchiuderli in quegli istituti, perché

presuntivamente incapaci, irresponsabili e pericolosi, per sé e per gli altri. Negli ultimi

cinquant'anni, le cose sono cambiate, gli psichiatri hanno cancellato dai loro trattati la parola

"pazzia", proprio perché si ricollega a quel modo di percepire la malattia mentale. Oggi, l'essere

sofferente di un disturbo psichico non si accompagna più con l'eventuale presunzione di

irresponsabilità e di pericolosità; addirittura per definire i malati di mente si è arrivati a preferire

l'uso di eufemismi come "sofferenti psichici", "disabili psichici", "psicolabili".

2.1.2. L'aspetto giuridico e le classificazioni legali della capacità di intendere e di volere

Le classificazioni legali della capacità di intendere e di volere sono state considerate dalla Nuova

difesa sociale in contrasto con la scienza, superflue; per contro essa propugnava,

l'individualizzazione della sanzione in rapporto alla concreta personalità del singolo individuo, da

verificare caso per caso al di fuori dei tipi legali d'autore.

Il nostro codice penale, comunque, nel prendere in considerazione ai fini delle conseguenze penali

non solo il fatto delittuoso ma anche il delinquente, riconosce varie categorie di delinquenti, che

trovano un loro incontrastabile fondamento nelle scienze antropologiche: (16)

1. delinquenti responsabili, per i quali è prevista come sanzione la pena stabilita dalle singole

fattispecie di reato. Sono quei soggetti ritenuti responsabili dei propri atti perché liberi di

comportarsi in modo conforme al diritto. È questo il senso dell'art. 85 del codice penale, che

stabilisce che "nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, se al

momento in cui l'ha commesso, non era imputabile". È imputabile chi ha capacità di

intendere e di volere, cioè è capace di comprendere il valore positivo o negativo degli atti

che compie e di autodeterminarsi. La capacità di intendere e di volere richiede altresì

l'assenza di alterazioni morbose dell'affettività;

2. delinquenti irresponsabili, che come tali, non possono essere sottoposti a pena. Per alcuni

indirizzi psicologici o psichiatrici, non sarebbe accettabile la distinzione comune ai codici

penali, tra soggetti imputabili e non imputabili, perché non esisterebbe alcun preciso confine

tra normalità e anormalità psichica, ma soltanto una serie di passaggi tra la "normalità" e la

"follia". Per esigenze pratiche del diritto, è necessario distinguere tra soggetti normali e

soggetti anormali dal punto di vista medico-psichiatrico, concedendo a tale impostazione

scientifica la graduazione intermedia dei semimputabili. 76

La cause di esclusione o diminuzione dell'imputabilità, previste dal codice penale (artt. 88-

96), appartengono a due categorie:

a. delle alterazioni patologiche, dovute all'infermità di mente o all'azione di alcool o

stupefacenti;

b. delle immaturità fisiologica o parafisiologica, dipendenti rispettivamente dalla

minore età o dal sordomutismo;

3. delinquenti pericolosi, che sono gli autori di reati o quasi reati, non imputabili o anche

imputabili, rispetto ai quali è prevedibile come probabile che commettano nuovi reati, e che,

come tali, sono assoggettabili a misure di sicurezza. Il nostro codice prevede, altresì, le

particolari figure del delinquente abituale, professionale, per tendenza;

4. delinquenti recidivi, che sono coloro che hanno precedenti penali giudizialmente accertati e

che pressoché tutti i codici distinguono dai delinquenti primari.

Per la legge italiana, quindi, chi ha un'età inferiore ai quattordici anni non è imputabile, nella

presunzione che prima di allora non sia capace di intendere e di volere; così come non sono

imputabili i "folli". Precisa il nostro codice, che non utilizza però la parola follia o pazzia, che non

sono imputabili i soggetti che, per infermità, hanno abolita la capacità di intendere e di volere.

Esiste, poi, la via intermedia del vizio parziale di mente, che riguarda coloro che, sempre per

infermità, hanno la capacità di intendere o di volere grandemente scemata, ma la questione non

cambia: esiste sempre la necessità che la compromissione o l'abolizione della capacità derivi da

causa morbosa. Recita, infatti, il codice penale: (17)

Vizio totale di mente. Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per

infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere (art. 88).

Vizio parziale di mente. Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale

stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere o di volere,

risponde del reato commesso. Ma la pena è diminuita.

Ma quali sono queste infermità? Si è cercata una soluzione compromissoria da parte della

psichiatria forense e della giurisprudenza, distinguendo innanzi tutto le anomalie dalle malattie (la

legge preferisce chiamarle infermità). Le infermità sono quelle condizioni non equivoche nelle quali

si osservano certi sintomi che consentono, senza perplessità alcuna, di fare una precisa diagnosi

(schizofrenia, paranoia, cerebropatia, insufficienza intellettiva, demenza e così via). Le anomalie

psichiche riguardano quei casi in cui non si notano quei segni inequivocabili della malattia mentale;

riguardano, però, quelle persone in cui le irregolarità comportamentali sono così accentuate da

ingenerare sofferenza a sé e, più spesso, al prossimo.Le anomalie sono, dunque, qualcosa più delle

semplici, infinite, varietà del carattere, della condotta o dei costumi sessuali che differenziano gli

individui: sono quei disturbi che si riverberano sul funzionamento sociale, che rimane più o meno

compromesso. Si parla, così, di "disturbi della personalità o del controllo degli impulsi" o di

"parafilie" (18) (esibizionismo, feticismo, voyeurismo, pedofilia), se l'anomalia riguarda la condotta

sessuale. Orbene, il diritto e la giurisprudenza hanno stabilito che i disturbi del carattere, i disturbi

della personalità, le perversioni, il sadismo e tutte le altre anomalie psichiche, non sono da

considerarsi infermità, ma semplici "variabili abnormi dell'essere psichico" (19) e, come tali, non

idonee ad abolire o ridurre la capacità di intendere e di volere.

Di fronte a questo rigido sistema di giudizio, lo psichiatra non può fare molto; cerca allora, con i

mezzi di cui dispone, di comprendere in modo più penetrante quella persona che viene affidata al

suo esame. È a questo punto che prende in considerazione i fattori ambientali e sociali ed i fattori

psicologici che possono ridurre lo "spazio di libertà" di cui ognuno è dotato, ma che varia da 77

persona a persona. Se un individuo è sollecitato dal bisogno, può più facilmente lasciare liberi gli

impulsi ed infrangere la legge; chi si trova a crescere in una famiglia dissestata o con genitori

violenti o senza principi, sarà facilitato a far propri principi antisociali e la sua libertà di scelta sarà

ristretta. Lo stesso è se una persona è in preda all'ira, alla paura, alla provocazione e non è in grado

di controllarle; sarà, infatti, in questi casi che, anche se non verrà posta in discussione l'imputabilità,

il giudice potrà tener conto di questi handicap ambientali e psicologici, considerandoli delle

attenuanti e, di conseguenza, ridurre la pena.

2.1.3. Profili comparatistici: l'imputabilità nella giustizia Inglese e in quella Americana

È inevitabile, quindi, chiedersi se i serial killer siano imputabili o meno. Le statistiche dimostrano

che la maggior parte di loro sono imputabili, perfettamente capaci di intendere e di volere e, quindi,

liberi di autodeterminarsi in relazione agli impulsi che motivano l'azione. Nei diversi paesi vengono

utilizzate espressioni eterogenee per indicare chi è privo dell'idoneità psichica per essere processato,

e se risulterà colpevole, per subire la pena. Per alcuni codici non imputabili sono coloro che hanno

agito sotto la spinta di "impulsi irresistibili"; altri parlano di "assoluta imbecillità, pazzia o morboso

furore"; in altri paesi non è punibile chi è "privo di discernimento o affetto da demenza", e via

discorrendo: cambiano le formule, ma la sostanza non cambia.

In questi casi, in Italia, soltanto i disturbi della personalità che presentano "reazioni abnormi" hanno

valore di malattia e potrebbero configurare un vizio parziale o totale di mente. Secondo Fornari (20)

le reazioni psicogene abnormi, per poter soddisfare tale criterio, devono presentare un interruzione

di continuità con il precedente stile di vita del soggetto, presentarsi come atti di sproporzione

evidente del rapporto causa-effetto dell'evento, associarsi ad una possibile compromissione dello

stato di coscienza e possibile presenza di disturbi dispercettivi o idee di riferimento, oltre ad essere

di una durata relativamente breve. Ossia deve venire a mancare quella capacità di volere che,

secondo la Corte di Cassazione, indica "l'attitudine del soggetto ad autodeterminarsi in relazione ad

i normali impulsi che motivano l'azione" (Cass.12 febbraio 1982). Il soggetto con disturbo di

personalità, in assenza di segni di una "reazione abnorme" (interpretabile come "decompensazione

psicotica"), sarebbe perciò imputabile in quanto consapevole del proprio atto e con una normale

autonomia volitiva.

Va ricordato che per la legge anglosassone la condizione di seminfermità mentale è presente solo in

una minoranza di Stati. È applicabile, inoltre, unicamente all'omicidio e non a reati meno gravi. Il

soggetto giudicato parzialmente incapace non viene processato per omicidio volontario (primo

grado) ma per manslaughter, omicidio di secondo grado, cioè senza premeditazione. (21)

Negli U.S.A., come da orientamento ormai generalizzato, in più Stati, si è sancito che non è soltanto

la presenza o l'assenza della malattia mentale a produrre la possibilità di essere imputato, ma,

piuttosto, lo stato mentale al momento del crimine. La malattia o i difetti mentali non sono, di per

sé, sufficienti per la non imputabilità. Bisogna, comunque, valutare anche l'intenzionalità e la

consapevolezza delle conseguenze. Solo di recente, negli Stati Uniti, si è prospettata una nuova,

interessante e probabilmente equa possibilità: l'essere "Colpevole ma Mentalmente Malato".

L'American Psychiatric Association è disposta ad appoggiare questa posizione solo se l'imputato

potrà essere messo nella condizione di ricevere un trattamento mentale adeguato, come

conseguenza di esser stato riconosciuto malato di mente. (22)

2.2. Altri aspetti giuridici: il reato continuato

Un altro aspetto giuridico sovente analizzato in sede processuale quando ci si trova di fronte ad un

caso di omicidi "in serie" è quello del reato continuato. Come vedremo meglio al momento di 78

parlare della vicenda riguardante Donato Bilancia, questo istituto giuridico viene spesso chiamato in

causa, in special modo da parte del collegio difensivo dell'imputato presunto serial killer, al fine di

ottenere un trattamento sanzionatorio più mite.

La figura del reato continuato sorse ad opera dei Pratici, che la introdussero per mitigare l'eccessiva

severità delle legislazioni dell'epoca sul concorso di reati. Ancor oggi, la funzione dell'istituto è

quella di introdurre un trattamento penale più mite, che trova però la sua ratio nel fatto che nel reato

continuato la riprovevolezza complessiva dell'agente viene ritenuta minore che nei normali casi di

concorso. (23) L'art. 81, comma due, del codice penale nella sua originaria formulazione, statuì

infatti la non applicabilità delle disposizioni sul cumulo materiale delle pene a chi "con più azioni

od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette, anche in tempi diversi, più

violazioni della stessa disposizione di legge, anche se di diversa gravità". Il D.L. n. 99/1974, ha

ampliato la portata dell'articolo ammettendo la continuazione anche nei casi di "più violazioni della

stessa o di diverse disposizioni di legge": cioè oltre al reato continuato omogeneo, anche quello

eterogeneo.

Tre sono i requisiti del reato continuato:

1. medesimo disegno criminoso. È il coefficiente psicologico che cementa i diversi episodi

criminosi e contraddistingue, ontologicamente, il reato continuato dal concorso di reati. Per

aversi il medesimo disegno criminoso è necessario e sufficiente l'iniziale e generica

programmazione di compiere una pluralità di reati, in vista del conseguimento di un unico

fine prefissato, sufficientemente specifico. Protesi verso un unico fine prestabilito, i singoli

atti di volontà, corrispondenti ai singoli disegni criminosi, perdono la loro individualità e

costituiscono la proiezione di un unico atteggiamento antidoveroso iniziale;

2. più violazioni di legge. Esiste una stretta interdipendenza tra il medesimo disegno criminoso

e una certa omogeneità funzionale di violazioni. Perciò è configurabile un disegno

criminoso unitario in quanto le violazioni, pur se di leggi diverse, si presentano tutte come

mezzi per conseguire il fine ultimo, cui tende il soggetto;

3. pluralità di azioni od omissioni.

Il reato continuato è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave,

aumentata fino al triplo. Tale pena non può, comunque, superare quella che sarebbe applicabile in

base al cumulo materiale.

2.3. L'impulso a confessare

Il serial killer che rinuncia alla difesa lo fa essenzialmente perché non vuole affrontare le

lungaggini procedurali e, in molti casi, chiede addirittura direttamente la pena di morte; si tratta di

un soggetto che, quando viene arrestato, confessa i suoi omicidi per scaricarsi finalmente da una

tensione che non è più in grado di sopportare; la sua vita non ha più uno scopo, per cui la morte

viene vista come una liberazione.

La confessione può alleviare un senso di colpa molto pressante all'interno del soggetto che si

macchia di così efferati crimini, ma può anche soddisfare un piacere masochistico di soffrire e di

torturarsi nel Superio, allo scopo di appagare il bisogno di punizione per l'Io, dato che le

dichiarazioni rese durante l'interrogatorio possono avere una funzione di autodanneggiamento in

sede processuale, nel caso in cui emergano altri reati o la contestazione di aggravanti. La

confessione, poi, permette la ripetizione verbale degli omicidi, consentendo al soggetto che

confessa di rivivere momentaneamente quel particolare piacere provato in precedenza. Non è un

caso, infatti, che gli assassini seriali che confessano lo facciano con estrema dovizia di particolari.

79

La confessione aiuta il serial killer a dare un immagine dei sé pubblica che gli permette di

continuare a manipolare chi gli sta intorno.

Altri assassini, invece, si rifiutano di confessare i crimini, anche se messi di fronte a prove

schiaccianti della loro colpevolezza e possono essere suddivisi in due gruppi:

1. i serial killer che si divertono a tenere sulla corda gli investigatori e non confessano subito i

loro delitti, cercando di creare una sorta di sfida intellettuale con la polizia. Così facendo,

possono continuare a tenere sotto controllo la situazione, come facevano quando

uccidevano, sentendosi così al centro dell'attenzione.

2. gli assassini seriali che mettono in atto un meccanismo di difesa psichico, per cui dichiarano

di non ricordarsi il momento preciso degli omicidi. È il caso di Gianfranco Stevanin (vedi

cap. 4, par.1), che sostiene di non rammentare affatto di aver ucciso sei donne e, per questo,

non si sente responsabile della loro morte; si ricorda perfettamente tutto quello che

succedeva prima con le vittime, ma non gli omicidi. Per questo tipo di serial killer, la

negazione della realtà è l'unico sistema per non mandare in pezzi l'equilibrio precario del

proprio sistema psichico.

In molti casi, per ottenere la confessione, è indispensabile che gli investigatori mostrino una

particolare abilità nella conduzione dell'interrogatorio. Stabilire un buon rapporto con il soggetto

che si ha di fronte, è la chiave per raggiungere il successo, considerarlo non un "mostro", ma un

essere umano con enormi difficoltà, cercando di capire il suo mondo interno. Nell'interrogare un

assassino seriale, a volte può essere utile cercare di stimolare la vanità e l'egocentrismo del

soggetto, facendogli notare l'importanza della sua confessione per dare una certezza ai familiari

delle vittime scomparse. In casi estremi, può risultare efficace un approccio obliquo condotto in

terza persona, che permetta all'assassino di descrivere gli omicidi in maniera impersonale, come se

fossero commessi da un'altra persona, evitando così di accettare una responsabilità personale. (24)

Quando un serial killer si decide di confessare, la autorità si trovano a dover affrontare un altro

problema, in quanto molti di loro sostengono di aver ucciso un numero maggiore di vittime, senza

prove concrete a supportare le loro dichiarazioni. Chiaramente può succedere anche il contrario: un

assassino seriale può aver commesso molti più omicidi di quelli confessati.

Comunque, il comportamento di un assassino seriale dopo la cattura spesso può rivelare il suo

livello di coscienza. Gli autentici sociopatici non confessano quasi mai quando vengono arrestati,

continuando a professare la loro innocenza, sperando di farla franca. Mentre i veri sociopatici sono

incapaci di provare rimorso, gli assassini seriali psicotici spesso confessano quando vengono

arrestati, in quanto, dopo l'arresto, sono costretti ad affrontare la disturbante realtà che hanno ucciso

degli esseri umani; a quel punto, le vittime riacquistano tutte le prerogative umane ai loro occhi ed i

serial killer possono essere sopraffatti dalle colpe e confessare spontaneamente.

2.4. La vita in carcere

Gli assassini seriali, ugualmente a tutti gli altri criminali, reagiscono in modi diversi alla pena

detentiva. Alcuni diventano detenuti modello, seguendo le regole alla lettera e frequentando sedute

terapeutiche. Possiamo indicare due quadri ben distinti per spiegare questa modalità di

comportamento: (25)

1. il serial killer si integra nella vita del carcere e si trova a suo agio. Proprio la rigidità degli

orari e la fissità degli schemi, sempre uguali nel tempo, sono elementi di adattamento

positivo, dato che, spesso, si tratta di soggetti con un mondo interno estremamente 80

disgregato e frammentario che hanno bisogno di un setting, di un contenitore fortemente

strutturato che impedisca al loro equilibrio interiore di andare a pezzi. Questo tipo di

assassino seriale può provare un forte carico di angoscia all'idea di esser rilasciato, perché,

spesso, il carcere rappresenta la prima realtà strutturata con la quale il soggetto entra in

contatto e sa di non essere in grado di controllare le sue pulsioni nell'ambiente esterno, dove

la sua unica strada sarà quella di ricominciare ad uccidere.

2. l'assassino seriale, abituato da sempre ad essere manipolatore, finge di essere un detenuto

modello anche per periodi di tempo molto lunghi, mostrandosi collaborativo soprattutto con

gli operatori che devono valutare il suo grado di pericolosità, al solo scopo di ottenere degli

sconti di pena che gli permettano di uscire prima. Questo serial killer, una volta uscito dal

carcere, invariabilmente, riprenderà ad uccidere.

Molti assassini seriali, invece, non riescono a adattarsi alla vita in prigione e, tra questi, ci sono in

primo luogo quelli che si suicidano in carcere. È probabile che, per questi soggetti, il peso dei loro

crimini sia talmente insopportabile da rendere impossibile l'idea di affrontare degli interrogatori e di

rispondere alle domande al processo, che farebbero rivivere loro gli omicidi. (26)

Gli assassini seriali sessuali, soprattutto i pedofili, sono talmente disprezzati dagli altri detenuti che,

spesso, devono essere messi in isolamento per evitare che vengano aggrediti ripetutamente e,

addirittura, uccisi. Molti altri serial killer, invece, diventano delle vere e proprie celebrità all'interno

del carcere e incutono timore e soggezione; spesso, ricevono centinaia di lettere e le loro produzioni

artistiche, che, in circostanze normali, sarebbero appena discrete, vengono invece vendute a prezzi

spropositati e sono ambiti pezzi da collezione. (27) Nella maggior parte dei casi, gli assassini seriali

continuano a manifestare comportamenti aggressivi in carcere e sfogano la loro violenza su altri

detenuti, arrivando anche ad ucciderli. Molti di loro sono artisti dell'evasione e, durante la fuga, se

non vengono catturati immediatamente, possono uccidere di nuovo. (28)

Certamente, la vita in carcere, senza un adeguato intervento rieducativo e riabilitativo, non

riconsegna alla società un individuo guarito e, soprattutto nel caso in cui il soggetto entri a far parte

di un istituzione sociale da molto giovane, può uscirne definitivamente rovinato.

3. Diagnosi e trattamento degli assassini seriali

Quando gli assassini psicopatici entrano in contatto con il moderno sistema psichiatrico (e una

notevole percentuale di assassini seriali sono psicopatici o, per usare una categoria del DSM IV, il

Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali, soffrono di un disturbo antisociale della

personalità), spesso non vengono valutati con attenzione e, in particolare, viene sottovalutata la loro

pericolosità sociale e non è raro che gli operatori incaricati della loro osservazione emettano

diagnosi sbagliate e superficiali. Il serial killer impara a manipolare i dottori che lo visitano e a dare

risposte false ai test, mostrando una "maschera di sanità" in grado di fuorviare i terapeuti e gli

operatori del settore, allo scopo di ottenere al più presto la libertà, per ricominciare ad uccidere. La

capacità manipolatoria di tali soggetti può raggiungere, infatti, livelli assolutamente impensabili.

Analizzando la recente letteratura scientifica, sia italiana che straniera, si evidenziano

fondamentalmente due approcci contrastanti riguardo al problema del trattamento:

a. in alcuni paesi (Canada, Scandinavia, Germania, Inghilterra), si considera possibile un

trattamento e un reinserimento degli assassini seriali nella società;

b. negli Stati Uniti, si sta imponendo un approccio pessimistico che considera impossibile

un'eventuale risocializzazione di questi soggetti. 81

Le diagnosi utilizzate nei confronti degli assassini seriali sono essenzialmente due:

1. psicopatia

2. schizofrenia paranoide.

Nella prima, rientra la maggior parte degli assassini seriali, quelli più pericolosi per la società, i

manipolatori capaci di nascondersi per anni e anni in mezzo agli altri, mostrando un atteggiamento

inoffensivo. Gli psicopatici in generale sono molto difficili curare; i coniugi McCord, psichiatri,

sostengono che il trattamento dello psicopatico adulto ha speranze di riuscita molto basse e che

quindi gli sforzi andrebbero orientati al trattamento della psicopatia infantile. In particolare, la

psicoterapia presenta scarse possibilità di successo con gli psicopatici per una serie di ragioni: (29)

a. la tipica personalità psicopatica appare particolarmente resistente ai cambiamenti;

b. poiché il rapporto empatico è fondamentale per tutta la psicoterapia, la mancanze dello

psicopatico in questo campo rappresentano un serio ostacolo per il processo terapeutico;

c. lo psicopatico tipico prova scarso senso di colpa e quindi non prova pentimento per il fatto

di mancare agli appuntamenti, di aggredire il terapeuta o di interrompere bruscamente il

trattamento. (30)

Non sempre è possibile effettuare una diagnosi precisa scegliendo fra le categorie di psicopatia e

schizofrenia paranoide, perché il disturbo dell'assassino seriale sembra qualcosa di più complesso.

Giannangelo, psichiatra, non essendo soddisfatto delle definizioni tradizionali di "psicopatico",

"sociopatico" e "disturbo antisociale della personalità", propone una nuova diagnosi per il

comportamento del serial killer da inserire nel D.S.M. Si tratterebbe di un "disturbo da modello

omicidiario" che andrebbe inserito nella sezione dei "disturbi del controllo degli impulsi non

altrimenti classificati" e le cui caratteristiche sono le seguenti:

1. omicidio deliberato e motivato o tentativi di omicidi di sconosciuti in più di un'occasione;

2. tensione o aumento dell'emozionalità qualche tempo prima dell'azione;

3. piacere, sollievo o gratificazione nella commissione dell'atto omicidiario;

4. presenza di tratti della personalità compatibili con la diagnosi di almeno un disturbo di

personalità;

5. comprensione da parte del soggetto dell'illegalità delle sue azioni e tentativo di evitare la

cattura;

6. gli omicidi non sono motivati da un guadagno economico, non devono coprire un altro

crimine, esprimere rabbia o vendetta, essere la conseguenza di illusioni o allucinazioni, il

risultato di un'incapacità mentale. (31)

Negli Stati Uniti, sono stati tentati diversi approcci terapeutici con gli assassini seriali, senza nessun

risultato positivo. Vediamoli nel dettaglio. In primo luogo Egger sostiene, in linea con il "ritorno al

biologico" delle ultime teorie, che non esiste una soluzione per fermare lo psicopatico omicida e che

la causa ultima del comportamento omicidiario seriale sia un'anomalia cerebrale, dando sempre

meno importanza alla scarsa socializzazione, impotenza sessuale, emarginazione, povertà e traumi

d'infanzia. (32)

Neppure la terapia psicanalitica sembra avere maggiori possibilità di successo con gli assassini

seriali. Yochelson fa notare che gli assassini seriali, anche dopo molti anni di terapia nei quali

raggiungono numerosi insights, continuano ad uccidere come prima, con la differenza che i delitti

sono più sofisticati e gli insight vengono utilizzati per dare una giustificazione al loro

comportamento. (33) Generalmente, gli psichiatri e gli psicologi che vengono a contatto con un

serial killer, più che preoccuparsi per un possibile trattamento, sono impegnati a cercare di 82

formulare una diagnosi e, soprattutto, cercano di capire la mentalità del soggetto che hanno di

fronte. Grant nelle sue ricerche verifica che dei terapeuti maturi e con un approccio più flessibile

possono attenere risultati migliori con dei criminali relativamente maturi, mentre un approccio

strettamente rigido sembra essere migliore per i delinquenti con una personalità immatura. Questo è

il primo studio a mostrare come l'interazione tra personalità del criminale e quella del terapeuta sia

importante per l'esito del trattamento. (34)

L'utilizzo dell'ipnosi con gli assassini seriali non ha una funzione terapeutica, ma viene adoperata su

quei soggetti che lamentano un Disturbo di Personalità Multipla (D.P.M.). L'ipnosi permette allo

psichiatra di provocare uno stato di regressione nel serial killer allo scopo di verificare se esista o

meno un disturbo di questo tipo. Il trattamento è, invece, soprattutto farmacologico, almeno

all'inizio, per quegli assassini seriali che vengono diagnosticati come schizofrenici, al fine di

eliminare le allucinazioni che impediscono il contatto con la realtà da parte del soggetto; è bene

precisare comunque che questa terapia non è in grado di interrompere il comportamento omicidiario

seriale.

Secondo lo psicologo americano Joel Norris, il serial killer è un malato e soffre di una sindrome

particolare; per cercare di guarirlo egli sostiene che sia necessario impostare un trattamento che

tenga conto non soltanto della riabilitazione psicologica, ma anche dei problemi fisici propri degli

assassini seriali. Norris afferma che il comportamento dell'assassino seriale è determinato da un

amalgama di cause tra le quali sono molto importanti quelle fisiche; nel modello di terapia da lui

proposto, ad esempio, è molto importante la somministrazione di una dieta appropriata, che

favorisca il ripristino dell'equilibrio ormonale e metabolico che, in molti serial killer è gravemente

alterato; in condizioni di squilibrio ormonale, infatti, è estremamente facile che l'assassino seriale si

lasci andare ad esplosioni di rabbia incontrollate, disordini comportamentali di vario grado e scarsa

tolleranza alle stimolazioni ambientali. (35) Kraus sostiene che, soprattutto per combattere

situazioni di stress all'interno del carcere che possono provocare delle esplosioni incontrollate di

violenza, è necessario somministrare uno o più farmaci in combinazione, come neurolettici,

anticonvulsivi, farmaci betabloccanti, antidepressivi e litio; il trattamento farmacologico, secondo

l'autore in questione, deve essere sempre affiancato dal trattamento psicoterapeutico. (36)

Neppure l'utilizzo di farmaci antiandrogeni appare in grado di modificare le disfunzioni cognitive e

i nuclei ossessivi dei criminali sessuali, e quindi, non è provata la loro efficacia nei confronti degli

assassini seriali; anche la castrazione chirurgica, utilizzata in passato su alcuni serial killer, non ha

fatto registrare risultati pienamente soddisfacenti. Secondo i pediatri italiani, la terapia androgena

può funzionare soltanto sul pedofilo che non abbia delle pulsioni omicide e consiste nella

somministrazione di farmaci che riducono la libido e l'aggressività solamente durante la terapia, che

andrebbe affiancata da un intervento mirato a educare e riabilitare il soggetto.

Nel nostro paese si tende ancora a sottostimare l'entità del fenomeno degli omicidi seriali, cosicché

è molto difficile che si pensi al trattamento dei serial killer. La preoccupazione principale degli

psicologi e degli psichiatri italiani è quella di effettuare una diagnosi allo scopo di "etichettare" il

soggetto. Fino ad oggi, comunque, non sembra che siano stati studiati dei programmi di trattamento

specifici per gli assassini seriali neanche negli Stati Uniti, dove, data la loro numerosità, il problema

è più sentito.

Nelle carceri, invece, l'approccio utilizzato maggiormente con gli assassini seriali è sempre stato

quello della terapia comportamentale, perché l'obiettivo principale del sistema penale è quello di

rinforzare il comportamento accettabile, penalizzando quello antisociale, nel nome di una gestione il

più possibile tranquilla e senza conflitti della vita carceraria. Questo approccio, pur mostrandosi

efficace con i pazienti normali, non è adatto per i criminali e in particolare per gli assassini seriali,

83

in quanto crea una compliance (un'aderenza alle regole terapeutiche) solo a breve durata, mentre

non sembra in grado di provocare cambiamenti stabili nella personalità del soggetto o un

consistente aumento del comportamento responsabile.

Le cause di insuccesso nel trattamento degli assassini seriali sono molte ed è Newton ad indicarle

dettagliatamente: (37)

a. le prigioni sono sovraffollate e ciò fa sì che il detenuto si trovi in una situazione di stress

continuo. Ciò è ancora più vero per l'assassino seriale che ha al suo interno un coacervo di

pulsioni che lo spingono ad agire aggressivamente. In un serial killer inserito in un carcere

gli effetti positivi di un'eventuale terapia sono spesso annullati dalle pressioni che egli riceve

dall'ambiente esterno;

b. quando un individuo entra in carcere, anche se deve scontare condanne lunghe, può

ragionevolmente sperare di uscire dopo alcuni anni: sono numerosi i casi di assassini seriali

imprigionati dopo un primo omicidio e rilasciati dopo un certo periodo di tempo, perché non

giudicati "pericolosi socialmente" e tutti hanno ricominciato invariabilmente ad uccidere;

c. gli ospedali psichiatrici e gli istituti preposti alla cura delle malattie mentali non hanno

abbastanza fondi per impostare un trattamento terapeutico adeguato e personalizzato per

ogni paziente; l'operatore che sottopone l'assassino seriale ad un trattamento può

commettere l'errore di giudicarlo guarito e, di conseguenza, esprimere parere favorevole alla

commissione che esamina le istanze di liberazione anticipata. Dobbiamo però ripetere che i

serial killer sono degli eccellenti manipolatori, capaci di mantenere un'aria mite e

inoffensiva per lunghi periodi di tempo, salvo poi ricominciare ad uccidere alla prima

occasione che viene loro concessa;

d. strettamente collegata alla precedente, è la presenza di operatori con una scarsa esperienza

all'interno delle prigioni e degli ospedali psichiatrici giudiziari, in particolar modo nel

campo della psicologia criminale: se uno psichiatra o uno psicologo cerca di adoperare lo

stesso trattamento utilizzato per un paziente normale con un assassino seriale, è destinato

invariabilmente a fallire. Come detto, il serial killer è un abile manipolatore di menti umane

e se capisce che l'operatore che gli sta di fronte è manovrabile, cercherà di avere un

atteggiamento tale da volgere il comportamento dell'operatore a suo favore.

Tenere un serial killer in carcere senza sottoporlo a nessun tipo di terapia è estremamente

pericoloso, perché, anche se condannato all'ergastolo, prima o poi potrebbe uscire per qualche

beneficio legislativo; d'altra parte è bene precisare che neppure le terapie tradizionali servono a

nulla, perché la patologia di cui soffre l'assassino seriale è del tutto particolare. Sembrano, quindi,

ancora lunghi i tempi per parlare di soluzioni realmente efficaci nel trattamento degli assassini

seriali.

4. Lineamenti preventivi del comportamento omicidiario

seriale.

Se le possibilità di riuscita positiva di un trattamento sugli assassini seriali sono piuttosto esigue,

sembra invece più facile intervenire prima che il soggetto metta in atto le fantasie omicidiarie, in

quella che Norris chiama "fase aurorale". (38) Esistono diversi elementi indicatori di processi

cognitivi estremamente negativi nel bambino e nell'adolescente, che possono far pensare

all'insorgenza futura di un comportamento omicidiario seriale. Questi elementi negativi dovrebbero

essere notati, attentamente valutati e segnalati dai genitori, dagli insegnanti, dalle altre figure

educative con le quali il bambino viene a contatto. 84

Chiaramente questa collaborazione a trecentosessanta gradi è una pura utopia. La prevenzione del

comportamento omicidiario seriale con la perfetta interazione dei tre sistemi (famiglia, scuola,

istituzioni del territorio) che, più di tutti, si trovano a contatto con il bambino, è molto difficile se

manca il consenso e la partecipazione attiva di tutti i soggetti interessati. I genitori, infatti, non sono

quasi mai disposti ad ammettere di avere un "figlio problematico" e, anche se lo fanno, tendono

sempre a minimizzare gli eventuali comportamenti irregolari o devianti ed a giustificarli. D'altro

canto, l'obiettivo principale degli insegnanti è quello di mantenere la disciplina della classe e di

completare il programma didattico e non c'è molto tempo per dedicarsi in maniera individualizzata

a qualche alunno più difficile. Gli operatori che lavorano nel campo del servizio sociale o che

vengono a contatto con bambini e adolescenti che presentano problematiche particolari, non

pensano affatto di potersi trovare di fronte a un potenziale serial killer, perché non esiste una

cultura specifica sull'argomento, né l'abitudine di poter pensare di potersene trovare uno di fronte

(anche la psicologa che aveva in terapia Luigi Chiatti non fu minimamente sfiorata dall'idea che il

suo paziente potesse essere responsabile di due omicidi a Foligno).

Con questo discorso, non si deve voler dire che chiunque abbia un certo tipo di problema o un certo

tipo di fantasie durante il periodo evolutivo, diventerà per forza un assassino seriale, ma è senz'altro

un soggetto da tenere sotto controllo, perché c'è la possibilità che comunque, in futuro, possa

sviluppare un qualche tipo di patologia criminale.

Una proposta di prevenzione molto interessante è quella proposta da Katiuscia Mari, maestra di

scuola elementare. (39) Innanzitutto richiede una formazione adeguata da parte degli insegnanti. In

quest'ottica di "azione pedagogica arricchita", il compito principale dell'educatore sarebbe quello di

cercare di comprendere in profondità il bambino. Una volta individuata la natura dei suoi problemi,

il passo successivo dovrebbe essere quello di cercare una modificazione del suo comportamento

mediante l'impiego di varie metodiche cognitivo-comportamentali, che si possono raggruppare in

due categorie generali:

1. tecniche di prevenzione: aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; sono

usate per rinforzare e sviluppare i comportamenti positivi.

2. tecniche di intervento: riducono la probabilità di emissione di un comportamento; sono usate

per attenuare e eliminare i comportamenti negativi.

Una seconda proposta di prevenzione è quella elaborata dalla dottoressa Sara Mascolo, psicologa,

che ritiene indispensabile la creazione di quella che chiama "società creativogenetica", cioè un

ambiente che permetta all'individuo di sviluppare le sue capacità creative. (40) Il serial killer,

infatti, possiede una creatività distorta, indirizzata a generare la sofferenza di altre persone

attraverso l'omicidio. Quello che bisogna tentare, secondo questa esperta, è di promuovere e

orientare la capacità creativa del bambino in una direzione costruttiva in senso sociale, cercando di

far sviluppare quelle abilità di cui è dotato ogni soggetto e che gli consentano di affrontare

positivamente la vita quotidiana, in modo da evitare che, alla prima sconfitta, l'individuo si ritiri in

un suo mondo popolato di fantasie distruttive.

Paolo De Pasquali, psichiatra, propone, invece, una proposta preventiva imperniata su tre livelli e

basata su un parallelismo con la prevenzione in medicina: (41)

1. prevenzione primaria. È quella che si applica su un soggetto che non ha ancora ucciso

nessuno e richiede un intervento sul soggetto e sull'ambiente, in modo da creare condizioni

di vita che non favoriscano lo sviluppo di un comportamento violento. In effetti, la maggior

parte dei serial killer ha avuto un'infanzia e un'adolescenza costellata da ripetuti traumi; 85

2. prevenzione secondaria. Il secondo livello è quello che si mette in atto su un soggetto che ha

già dato segni del disturbo, attraverso comportamenti violenti tipici, più o meno gravi,

spesso a sfondo sessuale. Scopo di questo tipo di prevenzione è il contenimento della

progressione del comportamento violento per evitare che si arrivi all'omicidio. Anche in

questo caso la diagnosi precoce è fondamentale per intervenire a vari livelli non appena

individuate le caratteristiche prodromiche del serial killer;

3. prevenzione terziaria. In questo caso, il soggetto è già abbondantemente entrato nel circuito

omicidiario seriale e, dal punto di vista clinico, le ipotesi di trattamento psicologico sono

chiaramente inutili. L'obiettivo è soltanto il controllo del comportamento per non farlo

nuocere più e l'unico modo è il regime detentivo continuato. Affinché si verifichi questa

condizione, è necessario che il perito dichiari la "pericolosità sociale perenne" degli

assassini seriali e che venga emessa una sentenza di detenzione a vita (in carcere o in

Ospedale psichiatrico giudiziario).

Queste sono le principali ipotesi di prevenzione del comportamento omicidiario seriale, anche se è

auspicabile, nel prossimo futuro, il formarsi di altre proposte che considerino maggiormente la

dignità del detenuto e la sua necessità di essere sottoposto a trattamenti adeguati, pur non

tralasciando le imprescindibili istanze di difesa sociale.

Capitolo 4

Serial killer in Italia; tre casi eclatanti:

Gianfranco Stevanin, Donato Bilancia, Luigi

Chiatti

Sui dolci colli di Firenze, tra cipressi e olivi, tra vigne e ginestre, il "mostro di Firenze" ha ucciso

non solo quattordici (o sedici) ragazzi, ma anche la serena certezza che l'Italia fosse immune dal

fenomeno dell'omicidio seriale. È difficile spiegare perché, fino all'inizio degli anni '80, ci

ritenessimo immuni da questa forma di patologia criminale. Eppure, anche prima di questi fatti, la

cronaca aveva parlato più volte di crimini seriali. Queste informazioni erano rimaste però sepolte

nelle pagine della cronaca locale. Del resto, le autorità ribadivano che in Italia (non considerando la

criminalità organizzata) si uccideva essenzialmente per due sole ragioni: denaro e passione.

Culturalmente, sostenevano, ci era estraneo il fenomeno dell'omicidio per piacere. Purtroppo, il

"mostro di Firenze" ci ha violentemente risvegliato da questa illusione.

L'idea stessa di assassino seriale era così lontana dalla nostra cultura che, ancor oggi, nella lingua

italiana, non esiste una parola adatta a denominarlo. Abbiamo dovuto mutuare il termine

anglosassone serial killer, l'unico in grado di rendere chiaramente il concetto. In italiano è stato

usato, e tuttora si usa, l'appellativo "mostro". Definizione incompleta e anche fuorviante nel suo

significato di fenomeno eccezionale, contronatura. Oggi, quando sentiamo parlare dell'esistenza di

un "mostro", intuiamo subito che si tratta di un serial killer.

A questo punto è possibile fare un altro tipo di riflessione; quasi tutte le vicende di omicidi in serie

avvenute sembrano ricalcare quella che ha visto protagonista Pacciani: omicidi misteriosi senza

colpevole, smentite ufficiali sull'ipotesi dell'assassino seriale, difficoltà a collegare i vari casi tra

loro, inadeguatezza investigativa, panico nell'opinione pubblica, processi sommari. E questo perché,

con ogni probabilità, si cerca di non vedere il fenomeno nella sua originalità, si continua a 86

rimuoverlo, a tacerlo, a sottovalutarlo e, contemporaneamente, a considerarlo un fenomeno

eccezionale. E tanti funerali continuano ad essere fatti a causa di questo silenzio.

Come per il resto del mondo, l'omicidio seriale in Italia trova riscontro soprattutto nel XX secolo,

mentre i casi storici registrati sono pochi. Nel XIX secolo (oltre al già citato Vincenzo Verzeni, cap.

1, par. 1) troviamo due casi interessanti. Il primo riguarda Antonio Boggia che, nello spazio di dieci

anni, uccise diverse persone, senza curarsi del sesso delle vittime, soprattutto commercianti e

uomini d'affari. L'altro caso riguarda Callisto Grandi, conosciuto come "l'ammazzabambini" proprio

perché sceglieva questo tipo di vittime a Incisa Valdarno (Firenze). De Pasquali ha considerato

quelle che lui definisce le "psicobiografie criminali" di 43 assassini seriali che hanno ucciso dal

1850 ad oggi. Gli elementi principali di questa analisi sono i seguenti: (1)

1. elementi anamnestici pregressi alla serie omicidiaria.

Più della metà degli assassini seriali sono nati al nord (56%), il 16% al centro ed altrettanti

al sud, mentre il 7% è nato nelle isole e il 4% all'estero. Il 44% di loro ha vissuto l'infanzia

in una famiglia povera di affetti e il 35% in famiglie povere e "spezzate". Il 14% ha passato

diversi anni in un orfanotrofio. Nel 21% dei casi considerati, i familiari erano soggetti aventi

tare psichiche e quasi tutti i serial killer avevano già commesso altri reati prima dei delitti

seriali, sia contro la proprietà che contro la persona.

In più del 40% dei casi, prima dei delitti, si sono verificati eventi traumatici fisici ma

soprattutto psichici, anche se quasi mai c'è un rapporto diretto di causa-effetto tra evento

stressante e inizio della serie omicidiaria;

2. dati psicobiografici inerenti al periodo del primo omicidio.

Il 63% dei serial killer ha un inserimento sociale scarso o nullo. Il 26% degli assassini

seriali sono disoccupati, il 14% ha un'attività illegale, il 38% svolge un lavoro non

qualificato e soltanto il 7% ha un lavoro qualificato. Il 58% soffre di disturbi psichiatrici che

non sempre, però, sono la causa dei delitti. L'età media in cui viene commesso il primo

omicidio è trenta anni, mentre l'ultimo viene commesso a trentaquattro anni e gli omicidi

vengono compiuti soprattutto al nord (70%), seguito dal centro (17%), mentre l'8% viene

commesso al sud.

Come armi utilizzate, abbiamo le armi da fuoco (37%), armi bianche (16%), strangolamento

(17%), corpi contundenti (12%) o veleni (4%). Il 70% degli assassini seriali italiani è di tipo

organizzato, il 20% disorganizzato, il 10% a pianificazione parziale;

3. relazione col corpo della vittima.

Il 10% degli assassini seriali ha avuto rapporti sessuali con le vittime prima di ucciderle e,

nel 6% dei casi, ha praticato sevizie. Dopo l'uccisione, nel 60% dei casi, il cadavere viene

lasciato sul posto e, soltanto in un 10%, viene trasportato altrove. Comportamenti

necromanici si riscontrano in circa il 30% degli omicidi;

4. comportamento post-omicidiario.

Soltanto l'1% degli assassini seriali si costituisce e una percentuale analoga tenta il suicidio.

La metà di loro si allontana dal luogo dell'omicidio subito dopo aver sottratto soldi,

documenti oppure oggetti (25%) e aver cancellato le tracce (30%). I soggetti che restano sul

87

luogo del delitto lo fanno per affermare ancora di più il controllo totale sulla scena e sul

cadavere. Il 10% lancia messaggi di sfida alle forze dell'ordine;

5. comportamento all'arresto.

Più o meno tutti i serial killer si comportano allo stesso modo: all'inizio non confessano,

preferendo negare ogni colpa, poi cominciano ad ammettere qualcosa, adducendo però

numerose giustificazioni. Dopo interrogatori abbastanza serrati, confessano prima qualche

delitto, poi tutti, mentre una minoranza addirittura si attribuisce un numero di omicidi

superiore a quelli realmente effettuati;

6. comportamento al processo.

La maggior parte degli assassini seriali non si pente, rimane freddo, distaccato o manifesta

atteggiamenti arroganti. Soltanto il 2% chiede perdono e il 14% dichiara che, se e quando

tornerà in libertà, ricomincerà ad uccidere.

Musci, Scarso e Tavella, scremando l'esteso bacino degli omicidi volontari di autore ignoto, sono

pervenuti a definire "l'area della probabilità". (2) Questa categoria deve essere intesa come

"l'insieme dei delitti impuniti a carattere mostruoso" rilevati a livello nazionale che, in base ad

analogie, similitudini, connessioni reciproche, può essere scomposta in serie omicidiarie omogenee.

Ogni serie, che comprende omicidi accaduti in una stessa zona o in zone limitrofe, costituisce uno

specifico oggetto analitico da sottoporre ad osservazione. Sul piano operativo, lo sviluppo di questa

ricerca è avvenuto in base al seguente schema:

a. censimento dei delitti impuniti a livello nazionale

b. selezione di omicidi con carattere di mostruosità e privi di un movente apparente

c. enucleazione delle serie omicidiarie omogenee

d. analisi delle singole serie e valutazione del "tasso di probabilità serial killer" ("fattore SK")

per ciascuna di esse

e. elaborazione dell'identikit o del profilo psicologico del probabile serial killer.

A conclusione di questa analisi, gli autori in questione parlano di "Piemonte zona a rischio",

considerando soprattutto la tipologia delle vittime e la frequenza temporale degli omicidi. Dal 1988

al 1996, diverse serie delittuose con prostitute in qualità di vittime hanno avuto origine e sviluppo,

intrecciandosi tra loro fino quasi a confondersi ed interessare vaste zone della regione.

Considerando la distribuzione dei cadaveri, risulta che gli assassini hanno agito in buona parte

lungo l'asse Torino-Alessandria. Anche altre provincie risultano interessate tant'è che si parla di

"quadrilatero della morte", che occuperebbe il cuore del Piemonte (Torino-Ivrea-Novara-

Alessandria), per indicare lo spazio operativo dei serial killer.

L'omicidio seriale in Italia viene commesso soprattutto da "predatori solitari", similmente a quanto

avviene negli altri paesi industrializzati. A differenza, però, di quanto avviene nel resto del mondo

e, soprattutto negli Stati Uniti, gli assassini seriali italiani agiscono soprattutto in provincia e nelle

piccole città. Nella maggior parte dei casi, le vittime sono donne e, subito dopo, la categoria

vittimologica più presente è quella dei bambini ed anche qui si conferma la tendenza generale

dell'omicidio seriale. Nove casi presentano una vittimologia mista e ciò è indicativo del fatto che

per l'assassino è prioritaria l'azione omicidiaria, mentre la vittima è scelta in base all'opportunità. In

due casi (De Martino e Businelli), abbiamo degli infermieri che uccidono dei pazienti anziani in

ospedale. Singolare il caso di Antonio Cianci, un ragazzo che uccide esclusivamente dei carabinieri.

88

Gli omicidi seriali di prostitute sono tra i più comuni anche in Italia e, soltanto nel 1995, sono stati

catturati tre assassini seriali uccisori di prostitute, Matteucci, Stevanin, Schrott.

I serial killer italiani non presentano particolarità che li differenziano da quelli degli altri paesi. Si

nota in tutti la "sindrome dell'alienazione", i problemi di relazione con il prossimo, la difficoltà ad

inserirsi nel mondo reale, la predominanza delle fantasie.

In alcuni casi, le donne uccise sono le mogli, le amanti o, comunque, le donne con le quali

l'assassino seriale ha un rapporto sentimentale, e, in questi casi, abbiamo la cosiddetta "sindrome di

Barbablù". Un dato interessante da notare sull'omicidio seriale in Italia è che sono rarissimi i casi di

donne serial killer e l'unico caso storico è quello che ha visto coinvolta la Cianciulli, anche se in

generale va notato che, quello dell'omicidio seriale commesso da donne, è un fenomeno soprattutto

americano.

I casi di omicidio seriale in coppia sono pochi e sicuramente quello che ha visto coinvolti Wolfgang

Abel e Mario Furlan è il più interessante. Firmandosi "Ludwig", commettono una serie di omicidi

che hanno come obiettivi dichiarati quelli che per loro sono i "rifiuti della società", omosessuali,

prostitute, vagabondi. Il motore della coppia era Abel, che credeva ciecamente nelle virtù del

nazismo; entrambi professavano la religione della "razza pura" e, dopo ogni omicidio, inviavano dei

volantini di rivendicazione. Del tutto anomalo anche il gruppo composto da sei carabinieri e noto

come la "banda della uno bianca" che, in sette anni, ha ucciso ventiquattro persone, ferendone

centodue. Si tratta di un gruppo criminale dedito alle rapine, però, a volte, gli omicidi appaiono del

tutto immotivati, eseguiti soltanto per soddisfare un sadico piacere personale: in questo senso

rientrano pienamente nella logica dell'omicidio seriale.

In generale, gli assassini seriali italiani sembrano manifestare un complesso di perversioni meno

estremo rispetto ai loro corrispettivi di paesi come gli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, dove, ad

esempio, i casi di cannibalismo legati all'omicidio seriale sono molteplici.

1. Gianfranco Stevanin: il "mostro di Terrazzo"

Il primo caso analizzato riguarda appunto Gianfranco Stevanin, l'agricoltore di Terrazzo (Verona),

uno dei serial killer che ha destato maggiormente l'attenzione dell'opinione pubblica e che sembra

uscire direttamente da un serial killer dell'F.B.I.

Partendo dall'arresto e dallo svolgimento dei fatti, passando attraverso le tappe fondamentali della

vita di questo assassino seriale, verranno ripercorse tutte le vicende giudiziarie che hanno portato

poi alla condanna definitiva all'ergastolo sancita dalla Corte di Cassazione.

1.1. L'arresto, le indagini, il rinvio a giudizio

Il "caso Stevanin" nasce a Vicenza la sera del 16 novembre 1994: l'agricoltore di Terrazzo viene

arrestato al casello di Vicenza Ovest, dopo che una prostituta austriaca, Gabriele Musger, si lancia

dalla Lancia Dedra Blu, targata VE A28260, di proprietà dello Stevanin, dirigendosi verso una

volante della polizia, che si trovava nei pressi del casello chiedendo aiuto. Gli agenti identificavano

l'uomo in Stevanin Gianfranco e procedevano alla perquisizione del veicolo, rinvenendo e

sequestrando una pistola giocattolo priva di tappo rosso.

La donna, in sede di denuncia, rendeva dichiarazioni accusatorie nei confronti dello Stevanin,

raccontava di essere stata avvicinata dall'uomo, mentre era in attesa di clienti, il quale le domandava

89

il prezzo per poter scattare delle fotografie. Pattuito questo per un milione di lire, specificato che

non voleva farsi ritrarre il viso, saliva in auto per dirigersi verso l'abitazione del cliente. La Musger

ha raccontato per ore cosa era successo in quell'abitazione: rapporti violenti, giochi erotici, foto

porno. Agli agenti ha anche spiegato di aver cercato di fuggire dalla finestra del bagno, in cui era

chiusa, ma il tentativo era fallito proprio per l'intervento violento di Stevanin, che aveva forzato la

porta.

Ma era nel momento in cui la donna si rifiutava di farsi legare nuda al tavolo, di schiena, con una

benda sugli occhi per ulteriori fotografie, che Stevanin, infuriato, la minacciava con una pistola ed

un taglierino. Allora la prostituta gli offriva 25 milioni di lire per esser lasciata andare e lui le

spiegava che erano pochi per il tipo di foto scattate, quindi la costringeva a salire in camera da letto,

obbligandola ad avere un altro rapporto sessuale, ma assicurandole che, dopo, l'avrebbe

accompagnata a casa per farsi dare i soldi. Così faceva, subito dopo, e, al vicino casello, la donna

notava la pattuglia di Polizia, che provvedeva a bloccare Stevanin. La Musger dichiara

immediatamente di voler denunciare il cliente per la violenza subita.

Immediatamente iniziano le perquisizioni nelle case dell'agricoltore, la villetta di via Torrano 41 ed

il vecchio casolare di via Brazzetto, nelle quali gli investigatori sequestrano centinaia di riviste e

fotografie pornografiche e peli pubici. Ma sequestrano, soprattutto, i documenti di due donne,

Biljana Pavlovic, cameriera serba di 25 anni, residente ad Arzignano (Vicenza), della quale non si

hanno notizie dall'agosto del 1994, e di Claudia Pulejo, 29 anni, tossicodipendente di Legnano

(Verona) scomparsa il 15 gennaio dello stesso anno. Mentre gli inquirenti avviano le indagini sui

probabili rapporti tra le scomparse e Stevanin, questi viene condannato a tre anni per la violenza

sessuale subita dalla Musger, per sequestro di persona e di tentata estorsione di 25 milioni, ritenuto

il reato più grave perché commesso con l'uso di un'arma. Nella motivazione della sentenza (3), si

specifica che non assume alcun rilievo in senso contrario il fatto che i referti medici non abbiano

riscontrato segni di violenza sul corpo della stessa, giacché, secondo il disposto dell'ex art. 519 del

codice penale (abrogato dalla legge 66/1996, ora art. 609 bis), la violenza sessuale può essere

realizzata anche con il ricorso alla semplice minaccia.

Intanto, all'ospedale di Borgo Trento, muore il padre di Stevanin, a causa di un cancro polmonare; è

la madre a portargli la notizia in carcere. Nel frattempo continuano le perquisizioni della polizia,

bloccata dal passaggio burocratico degli atti da Vicenza, dove è avvenuto l'arresto, a Verona, nel cui

territorio è avvenuto lo stupro e dove, quindi, è radicata la competenza del caso giudiziario.

Vengono trovate lettere indirizzate a fidanzate e compagne di giochi erotici, schede di ragazze con

indicate misure e prestazioni, riviste pornografiche mescolate a santini di Padre Pio. Tra queste c'è

anche la scheda di Claudia Pulejo, una tossicomane scomparsa.

Il 3 Luglio 1995, a Terrazzo, a poco distanza dalla casa di Stevanin, un agricoltore trova in un

fosso, in disuso da tempo, un sacco contenente un cadavere, che il medico legale, il Dottor Zanardi,

stabilisce essere umano. Il fato o la Provvidenza, per chi è cristiano, ha fatto scoprire da una

possibile scarcerazione il primo dei cadaveri di cui Gianfranco Stevanin, oltre un anno dopo,

ammetterà di essersi sbarazzato. (4) Le indagini, a questo punto, vengono condotte dai carabinieri,

che per primi sono intervenuti sul luogo del ritrovamento, e da un nuovo magistrato, Maria Grazia

Omboni: tre giorni dopo, Stevanin, indagato per omicidio volontario ed occultamento di cadavere,

viene trasferito nel carcere di massima sicurezza di Montorio, e a Terrazzo arrivano le ruspe.

12 Novembre 1995. Viene trovato il cadavere di una giovane donna, piegato in due, avvolto in un

ampio telone blu del tipo usato in agricoltura, ad un'ottantina di centimetri di profondità. A

differenza di quello ritrovato il 3 Luglio, questa volta il ritrovamento non è casuale e, soprattutto,

non è in un luogo qualsiasi. Il cadavere (che dopo le prove del Dna e la ricostruzione dei lineamenti

90

del volto risulterà essere quello di Biljana Pavlovic) era stato sotterrato in un podere della famiglia

di Gianfranco Stevanin. (5)

1 Dicembre 1995: viene disseppellito un terzo cadavere, anche questo avvolto in un bozzolo di

pellicola trasparente; si tratta di Claudia Pulejo. Diventano così sempre più inquietanti i risvolti

della vicenda, che inizialmente sembrava solo uno stupro ai danni di una prostituta, la Musger, che

ha fatto arrestare Stevanin per violenza carnale, dando il via all'indagine sulla storia di

un'ossessione, quella del "mostro di Terrazzo".

Dicembre 1995-Giugno 1996. Inizia la battaglia di nervi tra la Omboni e Stevanin: dalle foto

sequestrate si scopre che vi sono riprese almeno altre due vittime. Stevanin, pertanto, viene accusato

della sparizione della prostituta austriaca Roswita Adlassnig e della morte di una donna, mai

identificata, ritratta, apparentemente priva di vita, in una pratica erotica estrema; ed ancora, si

indaga per la morte di una ragazza dell'est, il cui corpo era stato recuperato nell'Adige a Piacenza

d'Este (Padova). Gli omicidi contestati a Stevanin diventano cinque: tre con cadavere ritrovato, due

solo supposti.

Intanto il Giudice per le indagini preliminari, Carmine Pagliuca affida la perizia psichiatrica a due

periti, due esperti di serial killer: Ugo Fornari, professore di psicopatologia forense presso

l'Università di Torino, e Ivan Galliani, ordinario di criminologia presso l'Università di Modena; si

affiancano a loro due periti di parte Mario Marigo e Giovani Battista Traverso; ed infine Marco

Lagazzi, consulente per il P.M. Continua, nel frattempo, il serrato interrogatorio del pubblico

ministero Omboni: Stevanin nega di essere la causa della morte di quelle donne, ma inizia ad avere

dei flash di memoria e riferisce di come si sia sbarazzato dei corpi. L'agricoltore spiega che i suoi

avvocati (Dal Maso e Acebbi), insistendo con le domande, cercano di fargli rivivere il passato e

qualcosa gli ritorna in mente, ma, racconta, "è come se fosse un ricordo che io sogno", quindi

spiega meglio, "cioè può essere una cosa che io avevo vissuto realmente ma che avevo cancellato".

(6)

19 Luglio-23 Agosto 1996. A modo suo, Stevanin "confessa" quattro delitti: quattro ragazze gli

sono morte tra le braccia, tre durante rapporti sessuali spinti all'estremo, una, la Pulejo, per overdose

da eroina. Ci sono voluti tre interrogatori per delineare meglio la vicenda della terza vittima (una

studentessa universitaria, conosciuta a Verona ed incontrata tre o quattro volte; la prima parte la

racconta il 23 giugno, come un sogno fin troppo lucido e ricco di dettagli macabri; la seconda il 23

agosto, il giorno del crollo, quando il sogno diventa realtà; la terza il 20 settembre prima del

sopralluogo sul fiume). Oltre a ciò, Stevanin racconta, sotto forma di deduzioni o presunzioni, di

aver sezionato il cadavere al fine di occultarlo, di aver tagliato prima gli arti, le gambe, poi le

braccia, ricavando due pezzi per ogni arto, che la ragazza era abbastanza giovane con dei lunghi

capelli biondi. Ricorda anche di aver vomitato una volta durante il sezionamento, di aver visto

molto sangue; egli sostiene che "il ricordo più forte che ho è appunto del sangue". Afferma di avere

come dei flash in cui si trova di notte sulla sponda di un ampio canale, in due punti, dove avrebbe

potuto gettare i cadaveri. Sostiene di non aver alcun ricordo del volto ("è come se io vedessi un

volto sfocato al massimo"); riferisce, poi, di un secondo momento, di aver rinvenuto nella stanza

della cascina un rotolo avvolto nel nylon trasparente, che lasciava trasparire al suo interno una

massa scura, che "poteva essere di una pecora, ma anche il corpo di una persona piegata in due", ma

più volte ribadisce che "quello probabilmente era una corpo umano, sono io che vorrei che fosse

qualcos'altro". (7)

Settembre 1996. Vengono sequestrate cinque lettere, con minacce di morte, inviate alla giornalista

Alessandra Vaccari dal detenuto Giuliano Baratella. Si tratta di lettere scritte da Stevanin e fatte

copiare dal compagno di detenzione, in cui Baratella si autoaccusa di essere il colpevole dei delitti

91

"ingiustamente" attribuiti all'indagato. Relativamente alle domande fatte dal P.M. sull'argomento,

Stevanin dichiara di avvalersi della facoltà di non rispondere. Intanto (24 Settembre 1996), viene

ritrovato un altro cadavere; si tratta di una giovane donna sconosciuta, trovata priva di capelli e in

avanzato stato di decomposizione lungo le rive dell'Adige.

Ottobre 1996. I periti Fornari, Galliani e Lagazzi dichiarano Stevanin processabile.

5 Novembre 1996. Il P.M. Omboni chiede il rinvio a giudizio per omicidio volontario e premeditato

di Claudia Pulejo e Biljana Pavlovic. All'udienza preliminare, i parenti delle vittime si costituiscono

parte civile; non c'è il rito abbreviato, perché sono state contestate molte aggravanti da ergastolo:

oltre alla premeditazione, l'assassinio durante la violenza sessuale, la crudeltà, i motivi abietti, l'aver

approfittato di vittime rese inermi; per l'occultamento di cadavere, sono indagate altre persone, tra

cui la madre, ma per loro si procede separatamente. Il Gip, Carmine Pagliuca, accoglie la richiesta

di rinvio a giudizio per duplice omicidio volontario, premeditato e con le aggravanti della violenza

sessuale. Su Stevanin, sospettato di essere un sadico serial killer, sono ufficialmente aperte altre

cinque inchieste per omicidio.

6 Ottobre 1997. Questa è la data in cui Gianfranco Stevanin comparirà davanti ai giudici della Corte

d'Assise.

1.2. La storia della sua vita

I dati a nostra disposizione sono quelli raccolti dalla sua viva voce durante i numerosi colloqui che i

periti, Fornari e Galliani, hanno avuto con lui presso il carcere di Verona Montorio: Stevanin, a

quanto riferiscono i periti, a parlato il maniera spontanea, sciolta, cercando di fornire loro tutti i

chiarimenti che gli venivano richiesti. Gli elementi riguardanti la vita di Stevanin dedotti da altri

ambiti sono indicati in nota.

Anamnesi familiare. Il padre Giuseppe è deceduto il 17 novembre del 1994, per cancro polmonare

all'età di settantadue anni, due giorni dopo l'arresto del figlio. L'agricoltore racconta di aver sofferto

molto per la sua malattia. Aggiunge di avere un ottimo ricordo di lui: "c'era un rapporto più da

amici che da padre e figlio, ci si intendeva molto bene con papà, specie nel campo del lavoro". La

madre Noemi Miola, è una donna vivente e sofferente di artrosi, vive con una sorella; Stevanin

dichiara, in un primo momento di avere un buon rapporto con lei, "anche se non è così aperto come

tra un genitore e un figlio". Afferma esplicitamente, di appartenere ad una famiglia

economicamente agiata, ma ricorda di essere cresciuto in un ambiente anche troppo protettivo: "i

miei, forse per iperprotettività, intervenivano sempre; in poche parole, se volevo fare qualcosa senza

sottostare al loro occhio inquisitore, dovevo tenerla nascosta". Poi, aggiunge che tutto questo gli

dava fastidio all'inizio, perché i suoi non lo consideravano un adulto in proporzione all'età che

aveva; dopo però, ha iniziato a decidere con la sua testa e diceva loro solo l'indispensabile.

Anamnesi personale. Gianfranco Stevanin nasce a Montagnana (Padova), il 2/10/1960; i primi

quattro anni della sua vita li trascorre in campagna; proviene da una famiglia di agricoltori, ma era il

padre, come egli ammette, che si occupava di uccidere le bestie per mangiarle, in quanto a lui dava

fastidio uccidere galline o vacche.

Infanzia. A 4-5 anni viene messo in collegio, in quanto la madre ha problemi con la gravidanza (poi

sfociata in un aborto); quando ritorna in famiglia, frequenta regolarmente le scuole elementari del

paese, ma, dice "tra la seconda e la terza classe, usando un attrezzo agricolo, caddi e picchiai la testa

sul timone di questo; rischiai grosso ma me la cavai con 3-4 punti di sutura. Questo fatto è

importante perché i miei, per evitare che mi cacciassi in situazioni di rischio, mi affidarono ad un

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istituto di suore. Da quel momento mi venne a mancare la presenza di figure importanti ed è per

questo che iniziai a far affidamento solo su me stesso". (8) Questa situazione richiama alla mente

quella che Mazer chiama "famiglia problematica" (vedi cap. 2, par.1.1), in cui la famiglia, pur se

spezzata, sussiste ancora e vi è mancanza di continuità nello svolgimento dei ruoli. Nel collegio

rimane per tutte le scuole medie e per il primo anno delle superiori; di queste ha un ricordo neutrale,

anche se, spiega, si è ambientato bene col tempo. Tornato a casa, continua gli studi presso la scuola

statale di Legnano, ma deve interromperla a causa di un incidente stradale.

L'incidente stradale. Il 21 novembre 1976, a seguito di un incidente stradale con la moto, picchia

violentemente il capo e riporta una frattura frontale ed un grave trauma cranico; dopo un mese,

viene sottoposto ad un intervento di "plastica del pavimento della fossa cranica anteriore destra e

ricostruzione del margine orbitario". (9) Le conseguenze furono gravi: lesione bilaterale dei lobi

frontali e delle vie nervose collegate al sistema limbico; l'atrofia successiva ha provocato un

focolaio epilettico. Il grave danno neurologico, come egli racconta, ha indotto numerosi

cambiamenti nella vita, nella sfera sessuale, nei comportamenti, nei rapporti con le persone. Un

lento ma evidente mutamento del carattere osservato da tutti: parenti, amici, fidanzata.

Lo stesso Stevanin dice che quel volo dalla motocicletta gli ha stravolto l'esistenza: "dopo il trauma

sono cambiato, ho dovuto cambiare. Tornato dall'ospedale, mi sono trovato senza amici, senza

compagnie. Non potevo neanche fare il motocross, il mio sport preferito. Rispetto a prima ero

diventato più tranquillo, misuravo sia le parole che i fatti. Mia madre, a quell'epoca, è diventata

ancor più iperprotettiva, ero sempre sotto una cappa". Come detto, dopo le dimissioni dall'ospedale,

iniziano le crisi epilettiche e, in seguito, Stevanin fu costretto a lasciare la scuola perché "non

riuscivo più a rimanere concentrato a lungo ed avevo forti emicranie". (10)

Precedenti giudiziari. Risulta che Stevanin sia stato processato e condannato per reati commessi tra

il 1978 ed il 1979; simulazione di reato ("ho fatto finta di essere stato rapito, telefonavo a casa

fingendo di essere il rapinatore e chiedevo il riscatto"); violenza privata ("ho fatto finta di avere una

pistola in tasca e ho chiesto ad una ragazza di venire con me ad una fiera lì vicina"); rapina

("sempre fingendo di avere un'arma, ho chiesto ad una donna di darmi una spilla attaccata al

bavero"). Nel marzo del 1983 è responsabile di un incidente stradale in cui muore una donna e

viene condannato per omicidio colposo; qui emerge ancora il carattere iperprotettivo della madre

che lo rassicura: "non ti preoccupare, ti comprerò una macchina nuova". Infine, nel luglio del 1989,

sequestra e violenta Maria Luisa Mezzari, prostituta di Verona; dopo nove anni, Stevanin viene

riconosciuto colpevole anche di questo reato.

I rapporti con i coetanei. Ammette, quantomeno fino all'incidente stradale, di aver sempre avuto

molti amici, non aveva difficoltà a farsene; i primi ricordi risalgono ai compagni del collegio:

"quando scappavamo dal collegio, avevamo una sensazione di libertà".

La sessualità. "La mia sessualità è un po' complicata"; esordisce così e racconta di averla scoperta

intorno ai dodici anni; a tredici anni ha avuto due rapporti con una ragazza di 24-25 anni, sposata,

"lei mi ha usato e non mi è dispiaciuto, in questo modo ho conosciuto il sesso in prima persona". I

suoi genitori erano molto religiosi, perciò ha avuto un'educazione molto rigida; a quattordici anni

gli avevano regalato un libretto sulla sessualità, ma apertamente in casa non se ne è mai parlato; da

solo, sostiene, ha, però, appreso informazioni utili e corrette da alcune "buone letture sulla

sessualità, non porno, ma educazione sessuale vera e propria". I libri, ammette, li leggeva in

biblioteca, le riviste porno a casa; sua madre ha fatto delle scenate, poi le acque si sono calmate; in

quel periodo, sostiene, "giravano in casa mia foto che facevo di donne nude, prima ci furono

battibecchi con mia madre, poi più niente". Andava a confessarsi, "però cercavo di fare andare alla

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svelta la confessione in quel punto"; il sesso in se stesso, Stevanin, non lo considerava peccato,

visto che si trattava di qualcosa che completava la relazione affettiva tra due persone.

In uno dei primi colloqui con i periti, dice che dopo il rapporto si sentiva come un dio, come se

avesse riportato una grande vittoria, ma in quelli successivi nega di averlo mai detto; e precisa "mi

sentivo piacevolmente disteso e, assieme alla mia partner, vivevo momenti di meraviglioso oblio, in

cui problemi e preoccupazioni sparivano". Nega di aver mai avuto rapporti omosessuali, anche se

non li condanna, né rapporti violenti: "le uniche cose che non sopporto (riguardo al sesso) sono la

violenza, l'egoismo e quanto legato alla psicopatologia". Quando i periti gli chiedono di dare un

valore alla sessualità, lui risponde: "sinceramente, non mi sento di valutarla senza considerare il

sentimento; assieme al sentimento vale un buon 50%, forse qualcosa di più; per me, la sessualità

insieme al sentimento è molto forte, è una cosa quasi indispensabile". Ammette che le esperienze di

sesso estremo sono incominciate nel 1993, quando ha avuto l'occasione di prenderne conoscenza su

alcuni libri. Quando i periti gli chiedono quale sia il suo concetto di perversione, egli afferma: "per

me la perversione inizia quando, per avere piacere o per trarre piacere si debba dare dolore", quindi,

per lui, sadismo e costrizione psichica sono considerate "tecniche raffinate". Gli incontri fatti sul

marciapiede, dice, "si possono contare sulle dita di una mano, le ragazze le incontravo per strada,

alcune erano prostitute ma io non lo sapevo". Fino a 18 anni dice di aver cercato solo il sesso fine a

se stesso, poi si è interessato al sentimento, che alla fine ha prevalso, fino a che non è diventato

fondamentale con Maria Amelia.

La relazione più significativa. Il rapporto più lungo è stato tra i 20 ed i 25 anni (1980-'85), con una

sua coetanea, Maria Amelia; "è stato il rapporto più importante in assoluto, c'era l'amore, quello con

la A maiuscola". Ammette di aver fatto dei progetti di vita insieme a lei, ma il matrimonio era molto

lontano; poi, quando la ragazza si è ammalata, i genitori gli hanno sconsigliato di continuare a

frequentarla, i rapporti con i suoi cominciano a deteriorarsi e, quindi, decidono di lasciarsi. Stevanin

sostiene che "finì per colpa dei miei genitori. Hanno fatto di tutto perché la lasciassi. Forse per

iperprotettività, intervenivano sempre; non mi consideravano un adulto". (11) Quando lui ritorna a

cercarla, lei si è rifatta una vita sentimentale e Stevanin ne soffre molto. Confessa ai periti: "dopo

quella donna, ho avuto altri rapporti sentimentali, che si sono sempre interrotti, perché io cercavo la

sua sosia e non la trovavo; prima, la mia, era una solitudine piena, poi è diventata una solitudine

vuota". (12) Dopo la fine della storia con Amelia, nel 1985, sono diventati frequenti i rapporti di

una notte: il sesso è aumentato, ma in Stevanin è aumentata anche l'insoddisfazione di fronte a

prestazioni erotiche fini a se stesse; "l'affetto è rimasto legato ad Amelia, il sesso, un po' per volta,

se ne andato per la sua strada".

Le fantasie. Stevanin sostiene che le sua fantasie sono sempre state fervide: fino ai diciotto anni

sono rimaste tali; dopo sono diventate realtà, ma "passando a realtà, si esaurivano nel

comportamento; la miglior cosa per le fantasie sarebbe che rimanessero tali, una volta messe in atto

non erano più fantasie; diventate realtà non mi eccitavano più". Importante è un episodio avvenuto

nel novembre 1994, quando incomincia a cercare donne per strada; l'ultima quando è di ritorno

dall'ospedale dove è ricoverato il padre morente; quella sera avviene, probabilmente, la giunzione

tra sesso e morte; la fantasia di morte del padre si congiunge perversamente con quella del sesso a

pagamento.

1.3. Il materiale sequestrato nell'abitazione di Stevanin

Durante le perquisizioni nella casa di Stevanin, i carabinieri rinvengono del materiale che viene

messo sotto sequestro: (13) un taglierino, due pistole giocattolo, indumenti intimi, capi

d'abbigliamento femminile, borsette da donna ed i documenti di cinque ragazze. Poi ancora, circa

150 contenitori di foto, per un totale di oltre settemila fotografie, negativi non ancora sviluppati, 94

decine di videocassette porno, una capigliatura bionda, contenitori con peli pubici; inoltre, giornali

pornografici, lettere ad amanti e fidanzate, santini ed immagini di libri sacri, riviste, romanzi,

enciclopedie di medicina, atlanti di anatomia, volumi sull'uso della macchina fotografica e, infine,

le famose "schede" sulle prestazioni di alcune donne.

Relativamente ai capelli ed ai peli, Stevanin, in un primo momento, informa che sono di tre o

quattro donne, successivamente dice di averne rasate parecchie, non ricorda però il numero preciso:

"provavo piacere a vedere una ragazza adulta come una ragazzina; mi piaceva sentire la pelle liscia,

senza peli". Per quanto riguarda i capelli, continua a spiegare di non ricordare, ma in seguito

precisa: "io tenevo i peli pubici e i capelli perché pensavo di farmi l'imbottitura di un piccolo

cuscino; già c'erano i peli pubici, mi sono detto: perché non mettere anche dei capelli?". (14)

I Libri. Dei libri sequestrati molti erano a carattere erotico o sadico. Al di là dei temi, i periti

spiegano che colpisce il fatto la maggioranza di questi si collocano, come anni di pubblicazione, tra

il 1985 ed il 1989, quasi a testimoniare, come l'interesse per questioni inerenti la sessualità si fosse

concentrato in quell'arco temporale, per poi scemare nettamente. Ma è lo stesso Stevanin a

precisare, di fronte al dubbio dei periti, che "semplicemente, non hanno trovato quelli di prima; ce

n'erano molti di più che poi ho eliminato, perché non avevano niente a che vedere con il sentimento

applicato al sesso". (15) I consulenti delle parti processuali, successivamente, hanno preso visione

di tutta la documentazione cartacea e fotografica, analizzandone approfonditamente il contenuto,

ritenuto estremamente importante per la ricostruzione del profilo psicologico del periziando.

Emerge chiaramente da essa che Stevanin leggeva e, poi, modificava quanto appreso, arricchendo e

variando le tecniche erotiche sulla scorta di esperienze e fantasie personali; inoltre, il giovane di

Terrazzo, copia alcune parti di libri e riviste, trascrivendoli in parte a mano, in parte a macchina, e

spiegando egli stesso che "servivano per sé oppure per darli a persone che, in quel momento, lo

interessavano". (16)

Particolarmente importante, secondo il periti, risulta essere il libro Facile da uccidere (17), per una

parte del suo contenuto e, soprattutto, perché, in copertina, è raffigurata una donna bionda, seduta di

spalle su di una sedia, nuda, legata con la tecnica del bondage (immobilizzazione), con appesa una

macchina fotografica; a specifica domanda, Stevanin liquida la questione affermando di non aver

ancora letto il libro. Si tratta di un romanzo di letteratura poliziesca, in cui si descrivono le ultime

ore di vita di un serial killer, narrando, da un lato, il rapporto con la vittima tenuta sotto sequestro,

dall'altro, la biografia del protagonista, interpretata in chiave psichiatrica. Particolarmente

suggestivi risultano alcuni passi, se confrontati con la storia e le vicende di Stevanin; infatti, gli

psichiatri hanno sottolineato, nella loro perizia, le analogie di comportamento tra il periziando e

Douglas Jeffers, il protagonista del romanzo. I due esperti, Fornari e Galliani, sostengono che

Stevanin, suggestionato dal romanzo, potrebbe aver voluto emulare, almeno in parte, le gesta del

suo "eroe": un fotoreporter che ama fotografare le proprie vittime appena uccise, tra cui donne

tagliate a pezzi, prostitute assassinate e sepolte nei terreni vicini alla casa dell'infanzia, donne legate

e seviziate con il rasoio. Scrivono i periti nel loro commento: "se confrontato con quanto è noto

della sessualità dello Stevanin, dei suoi hobbies, del suo modus operandi nell'approccio sessuale e

nella successione degli omicidi, dei reperti rinvenuti nella sua auto e in casa e di come si è svolto

l'episodio con la Musger, il libro appare estremamente suggestivo, tanto da poter far sorgere

l'ipotesi che il personaggio del libro sia stato assunto come modello". (18)

In data 25 settembre 1996, Stevanin consegna ai periti un foglio scritto di proprio pugno e copiato

da una rivista pornografica trovata in carcere. In questa pagina descrive "come mi riconosco":

"elegante, raffinato, sempre con un accenno di quel buon profumo e perfettamente rasato. In lui e da

lui ogni cosa è al suo posto, tutto in ordine. E sempre con quella piccola perversione: a lui la donna

piace "nature", in minigonna, senza slip né collant e depilata. In questo modo, infatti, il piacere 95

inizia quando esco dalla porta di casa e termina solo quando rientro in casa". (19) A questo punto

Stevanin precisa che la pornografia non ha niente a che fare con l'oscenità. Secondo i periti, queste

poche righe ritraggono Stevanin in un modo che coincide perfettamente con il profilo psicologico

da loro effettuato.

Le Schede. Tra le altre cose, sono state sequestrate numerose "schede di fotomodelle",

accompagnate da alcuni facsimile di scheda tipo, con molte voci inerenti alle misure del corpo delle

ragazze. Recano tutte la voce "esperienze"; in seguito Stevanin precisa che la dizione indica

"esperienze fotografiche": contengono generalità della modella, dati descrittivi quali misure

corporee (altezza, peso, giro seno, fianchi, ecc.) e colore dei capelli, tipo di servizio fotografico per

il quale la ragazza è disponibile.

Il serial killer rivela, inoltre, ai periti la sua intenzione di fare il fotografo e non più l'agricoltore.

Ammette che le foto venivano fatte solo per suo piacere e che furono scattate in un arco temporale

piuttosto ampio (1981-1994); tutte le ragazze che sono inserite nelle schede, sostiene di averle

conosciute e che nessuna è inventata; viene, invece, appurato in seguito che solo alcune di quelle

donne sono realmente esistenti. Allegati alle schede, vengono trovati dei fogli che inducono gli

inquirenti a ritenere che la finalità di esse fosse legata all'intenzione di svolgere servizi fotografici

pornografici ed avere delle credenziali da presentare ad eventuali clienti e nuove candidate. In

alcune cartelle, sono presenti scritte che fanno riferimento allo Stevanin come fotografo (es.

modella n.2: "unico fotografo, sviluppatore e stampatore della mie fotografie sarà Stevanin

Gianfranco"). Fare qualche foto, diceva, lo aiutava a creare un clima di confidenza e di complicità;

del resto Stevanin affermava che "le foto mi servono per ricordare o per fantasticare".

Le Lettere. Numerose missive trovate nell'abitazione dell'agricoltore sono indirizzate alla sua ex

fidanzata e, ovviamente, l'argomento principale di esse è il sesso. In molte di queste egli cerca di

convincere le ragazze a spingersi oltre quanto abbiano già sperimentato sul piano delle esperienze

sessuali. Vi è anche un foglio in cui Stevanin scrive un pensiero al suo grande amore: "ti voglio

tanto bene. Franco al suo amore, l'Amelia, l'anima gemella per l'eternità". (20) Poche sono le lettere

che esulano dall'argomento sesso; in una di queste il serial killer parla di una ragazza che apprezza

per la sua semplicità e sensibilità: "vedi, mi ha molto colpito di te la semplicità e la franchezza con

le quali ti sei confidata con me; e, visto che le persone capaci di aprirsi e di fidarsi del prossimo

sono poche, troppo poche, tu rientri in quella cerchia di persone con le quali vale veramente la pena

aprirsi, donare il tutto per tutto, donare tutto se stesso". (21) Poi continua scrivendo: "e visto che

quando posso aiutare qualcuno mi sento veramente realizzato, tu mi hai dato molto, non credi? Di

questo non finirò mai di ringraziarti. Sono le persone come te che mi rendono felice. Felice di

sentirmi utile, di fare qualcosa di utile, felice di vivere". (22)

1.4. Esame delle perizie

Sono state molte le volte che i periti hanno incontrato Gianfranco Stevanin, così come lo sono state

le ore di colloquio; di conseguenza, lunghe e dettagliate sono state le relazioni psichiatrico-forensi

sulle condizioni di mente del periziando, presentate durante l'incidente probatorio.

1.4.1. Le perizie d'ufficio

I periti d'ufficio, Ugo Fornari e Ivan Galliani, nominati dal Gip del tribunale di Verona, Carmine

Pagliuca, hanno ricevuto l'incarico ben due volte, una in data 13 aprile 1996, l'altra in data 21

settembre dello stesso anno. I risultati dei test effettuati sono i seguenti: (23) 96

scala di intelligenza Wais, Q.I.=114; si tratta di un soggetto con buona dotazione originaria,

• con armonico sviluppo delle funzioni psichiche.

test di Behn-Rorschach; mette in evidenza un'affettività "guardinga", un adattamento

• affettivo con poca libertà e flessibilità, mediato dal calcolo e dal ragionamento; si può,

quindi, desumere l'esistenza di meccanismi di ipercontrollo rigido.

test di Rosenzweig; rivela la presenza di un elevato numero di risposte extrapunitive, indice

• di vulnerabilità dell'Io.

M.M.P.I.; il profilo che ne deriva, rivela una preoccupazione del soggetto di fornire

• un'immagine di sé convenzionale, verosimilmente al fine di evitare presunti giudizi negativi.

IPAT (ASQ); rivela il livello d'ansia; il risultato ottenuto si riscontra, di solito, in soggetti

• eccessivamente rilassati, sicuri.

TAT e ORT; mostra una buona capacità di identificazione nelle situazioni, nei personaggi e

• nell'atmosfera emotiva.

Al termine dei test, i periti commentano con Stevanin i profili ed i risultati di essi, affermando che è

ben dotato intellettivamente, non emergono difetti di memoria, non ci sono dei grossi indici di

dispersione; di fondo, non è una persona ansiosa e neppure depressa; risulta essere un soggetto

sospettoso e cauto; emerge anche una certa aggressività, il bisogno di tenere tutto sotto controllo

(elemento tipico dei serial killer) e l'incapacità di lasciarsi andare alle emozioni.

La madre. Durante i colloqui con i periti, Stevanin parla a lungo della madre, con la quale dice di

aver avuto sempre un buonissimo rapporto. Spiega, però, di non essere mai riuscito ad avere una

relazione duratura con le ragazze (fatta eccezione per Maria Amelia), perché lei si intrometteva

sempre; afferma: "mia madre era peggio di uno 007, era praticamente impossibile depistarla, era

peggio di un segugio, praticamente mi faceva dire quello che in realtà io le volevo tenere segreto".

(24) Da un certo momento in poi, Stevanin esclude i suo genitori dalle sue storie personali facendo

di testa sua; tutto questo rivela, secondo i periti una rapporto molto conflittuale ed oppositivo con la

figura materna. Sua madre, comunque, ha avuto una grande importanza per lui, specie nei primi

quattro anni della sua vita. Tanto che, alla fine, ammette che potrebbe aver influito molto

l'allontanamento dalla famiglia e la chiusura in collegio, dove si sentiva oppresso e non amato; tutto

questo lo ha fatto soffrire perché non è più stato oggetto delle cure e dell'attenzione della madre.

Afferma, infatti, che "l'affetto della madre è un affetto unico; più nessuno nella vita dà quello che la

madre ha dato ad ognuno di noi quando eravamo bambini; mia madre, senz'altro, mi dava tutto il

possibile"; (25) questo è il suo convincimento, cioè che la madre fosse sempre dalla sua parte,

nonostante l'avesse mandato in collegio ed avesse per questo motivo patito un senso d'abbandono.

Infatti, quando scappa dall'istituto, ha il suo primo rapporto sessuale con una donna sposata, proprio

perché in lei cerca, per i periti, più l'affetto che non la libertà e quella donna rappresenta per lui

l'immagine materna.

Secondo Fornari e Galliani, la madre ha sempre considerato Gianfranco Stevanin come un bambino,

non lo ha lasciato crescere; addirittura quando in un incidente provoca la morte di una persona, la

madre lo tranquillizza e lui stesso disse che lei aggiunse: "ti comprerò una macchina nuova". È

nell'infanzia, dicono i periti, che si è costruita una figura fonte inesauribile di gratificazioni, poi la

frustrazione di un bisogno e la delusione di un'attesa gli può aver causato un trauma. Si ha "un

involuzione del sentimento", fino al suo spegnimento, con la progressiva prevalenza dell'erotismo,

fino al trionfo assoluto di questo. La constatazione: "la donna non mi può dare spontaneamente e

disinteressatamente quello che mi dava mia madre", esprime la sua profonda delusione; quindi

l'amore originario si è un po' per volta trasformato in odio per la donna, pur continuando a cercare

nella figura femminile la fonte della gratificazione primaria; costatando però la vanità di questa

ricerca, ripiega su condotte di compensazione. 97

La figura della donna. Dal quel momento in avanti, la donna non è stata più vissuta da lui come

buona e tutte le esperienze che ha avuto hanno consolidato in lui quest'idea. A livello inconscio,

spiegano i periti, Stevanin si è convinto che non sarebbe mai cresciuto, che non sarebbe mai stato in

grado di stabilire una relazione paritaria con la donna e ciò per colpa della figura femminile stessa.

Tutte le attese sono state deluse e Stevanin "chiude la partita degli affetti, perché convinto che le

donne lo obbligassero a chiudere questa partita", (26) non perché egli non avesse il desiderio di dare

affetto; si sente amareggiato perché le donne lo hanno "fregato pesantemente", iniziando dalla

madre.

Secondo Fornari e Galliani, sacrificare l'affettività è stata la sua sconfitta; nel rapporto di coppia,

egli si ritiene un perdente, un vinto e di questo ritiene responsabile la donna. Cercano di capire, i

periti, cosa possa essere successo dentro di lui per arrivare ad uccidere quattro donne; ma egli stesso

non sa spiegarlo; si cela dietro molti "non ricordo" e afferma che "la nostra memoria, nel decidere

quali ricordi lasciare vivi e quali lasciar andare, opera una selezione. In base ad essa potrebbero

mancare particolari importanti; è probabile che si cancellino i ricordi di poca importanza e quelli

brutti". (27) Ha dei flash, rievoca qualcosa e "le uniche che seppellisce (la Pulejo e la Pavlovic),

sono quelle che ricorda con affetto; delle altre due dice di non rammentare neanche il nome; del

resto con queste ultime, non c'era legame alcuno"; (28) infine aggiunge che "se mi dicessero che ci

sono altre vittime oltre a quelle quattro, non saprei cosa dire". Da queste risposte, spiegano i periti,

non si riesce ad approfondire la psicodinamica dei suoi reati, né a comprendere appieno i suoi

vissuti; il suo atteggiamento rimane bloccato e chiuso, non tradisce emozione alcuna.

L'attenzione di Stevanin, però, è altissima, è turbato, soprattutto vuol sapere se tutto il discorso fatto

lo può portare al riconoscimento di una patologia che potrebbe averlo indotto a compiere i delitti;

vuol sapere inoltre se e come interrompere questa potenziale patologia, sostiene infatti che "se gli

argini posso metterli io, praticamente la pericolosità non ci sarebbe più". (29) Attraverso queste

parole, affermano i periti, appare chiaro l'obiettivo perseguito da Stevanin e la sua strategia

difensiva; del resto, dai colloqui effettuati non emergono sensi di colpa o rimorso verso le vittime

ed i loro parenti.

I temi psicologici dominanti. Emergono alcuni elementi ricorrenti in molti momenti della sua vita,

considerati dai periti di straordinaria importanza:

a. l'abbandono, che non scatena soltanto la solitudine, ma spinge anche alla ricerca compulsiva

di qualche forma di riempimento.

b. il vuoto, che è "la negazione del sentimento"; Stevanin associa tristezza-solitudine-freddo; la

mancanza totale di sentimento coincide, per lui, con la solitudine; "ho sentito la vera

solitudine", ripete più volte, "soprattutto dopo la fine della storia con Amelia"; di contro, si

collocano i vissuti legati all'amore e al sentimento, termini che associa a trasporto-amore-

famiglia-fisicità-intimità.

I ricordi. Sono i periti, ma anche gli avvocati difensori che, in ogni incontro, sollecitano Stevanin a

ricordare il più possibile dei momenti cruciali degli incontri con le vittime, quelli in cui è avvenuta

la morte. Sono soltanto i racconti riguardo alla Pulejo e alla Pavlovic ad essere fluenti, proprio

perché, come detto, sono quelle a cui Stevanin era in qualche modo legato; relativamente alle altre

vicende le memorie sono bloccate, per queste ha dei flash; spiega che "non c'è una visione che mi

porta da qui fino alla fine, vado spezzettato". Tutti i suoi ricordi, afferma di "riviverli come se

rivivessi un sogno, non come di qualcosa che è veramente successo". (30) Ed è così che, nelle

lunghe rievocazioni ricche di "presumo di ricordare", "potrebbe essere", "non ricordo", "pensandoci

bene", racconta di aver fatto a pezzi i corpi di alcune ragazze e che a quelle reminiscenze collega

due flash di zone vicine a dei canali, dove potrebbe aver buttato i corpi o parti di essi. Sottolinea che

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nessuno di questi ricordi gli fa pensare ad un omicidio, precisando, però, che "questo lo dico per la

mia coscienza, non per voi"; anzi ammette di essere raccapricciato all'idea di aver fatto qualcosa del

genere e non sa darsi una spiegazione di come possa essere arrivato a tanto.

Nonostante i numerosi inviti dei periti, al fine di rinunciare ai suoi "non ricordo" ed incoraggiandolo

in un clima estremamente comprensivo, Stevanin afferma: "io continuerò a sforzarmi, anche se mi

costa; indipendentemente da quello che mi costa, se per caso dovessi ricordare parlerò; non è mica

simpatico dover ricordare cose simili". (31) Nessuna rassicurazione da parte di Fornari e Galliani,

quindi, è riuscita a smuoverlo più di tanto; tutto questo, secondo i periti, indica la natura tutt'altro

che psicogena delle sue amnesie; infatti, la caratteristica propria del suo modo di non ricordare

documenta in maniera quanto mai chiara che egli può ricordare tutto perfettamente, altrimenti non

gli sarebbe possibile, a tratti, ricordare in modo così dettagliato.

Considerazioni conclusive. In primo luogo, Fornari e Galliani, sottolineano che Stevanin si è

sempre presentato ai numerosi incontri avuti presso il carcere di Verona Montorio; si è dimostrato

lucido, cosciente, perfettamente orientato nel tempo, nello spazio, nei confronti della propria

persona e della situazione di esame. Hanno valutato la modalità di esposizione, osservando che è

completamente aderente alla realtà processuale e alle sue esigenze, nonostante non abbia seguito un

filo logico nella ricostruzione degli eventi. Stevanin è apparso, come detto, molto dotato sul piano

intellettivo, attento, preciso, pignolo fino all'eccesso; una coerente e costante freddezza ha

accompagnato ogni suo dire.

Affermano i periti che "Stevanin ha invocato improvvisi black-out della coscienza e rievocazioni

del tipo dream-state, per quello che riguarda gli eventi più vicini ai delitti"; ma il modo in cui ha

ricordato i fatti "è assolutamente incompatibile con un disturbo dello stato di coscienza, quale il

soggetto vorrebbe far intendere esser stato presente in lui". (32) Nel fornire le proprie ammissioni,

aggiungono, è molto attento alle esigenze processuali, ma anche a quelle di "immagine", allo scopo

di apparire agli altri come una persona dedita a pratiche di sesso estremo, ma non come un sadico o

un violentatore; è evidente la precisa intenzionalità di "ammettere quanto non può più essere

ragionevolmente negato". I comportamenti sessuali, pur rivestendo carattere di abnormità e di

perversione, non possono assumere valore di malattia; quindi non acquisiscono rilevanza alcuna

agli effetti della valutazione dell'imputabilità. Non corrisponde ad alcuna "entità clinica e/o

psicopatologica l'atmosfera di sogno e di irrealtà in cui il periziando ha cercato di ammantare le

prime ammissioni"; (33) è evidente che Stevanin ha utilizzato questa modalità espositiva in modo

intenzionale: "accampa dei ricordi in forma di flash e delle lacune amnesiche che vengono poi

facilmente recuperate con ricordi dettagliati dell'ambiente in cui si sono svolti i fatti, degli oggetti,

dei comportamenti, di ciò che è avvenuto dopo" (34).

Quindi i periti sostengono con sicurezza che questi dati non sono assimilabili a quegli "stati

crepuscolari" tipici della personalità multipla. Affermano, altresì, che la capacità di giudizio, di

analisi, di critica, sono perfettamente conservate e che Stevanin presenta una "cronica incapacità di

dire il vero, un'eccessiva fiducia nelle sue capacità ed abilità, un temerario piacere a sfidare gli altri,

una consumata abilità a presentarsi come vittima-carnefice, un freddo controllo della situazione

peritale, una struttura narcisistica ed egodistonica, un mal dissimulato disprezzo per la donna". (35)

Questi tratti sadici, perversi e narcisistici sono comuni alla maggioranza degli assassini seriali, per

cui possiamo considerare Stevanin un serial killer tipico.

"In questi soggetti", continuano i periti, "il deterioramento dell'esperienza affettiva è espresso nella

loro insofferenza per qualsiasi accrescimento di angoscia; nella loro incapacità di deprimersi

provando un dolore che riguarda la loro persona; nella loro impossibilità di innamorarsi e di provare

tenerezza nelle relazioni sessuali". (36) 99

In conclusione, dal complesso delle loro indagini, dalle cartelle cliniche analizzate, dalla condotta

avuta, Fornari e Galliani affermano che, al momento dei fatti per i quali è sotto processo,

Gianfranco Stevanin non era affetto da alcuna infermità tale da costituire vizio parziale o totale di

mente.

1.4.2. Le perizie dell'accusa

Lo psichiatra Marco Lagazzi ha partecipato, in qualità di consulente del pubblico ministero Maria

Grazia Omboni, alle operazioni peritali condotte dai periti Fornari e Galliani sulla persona di

Gianfranco Stevanin ed ha ritenuto necessario trarre alcune osservazioni di carattere clinico e

psichiatrico-forense, riguardanti i seguenti aspetti della condizione clinica e comportamentale del

periziando:

a. la definitiva valutazione circa la sussistenza o meno di patologie somatiche, neurologiche o

psichiatriche, in atto al momento dei fatti.

b. lo studio del comportamento del periziando nella vicenda processuale e peritale.

c. la coerenza tra la personalità del periziando, messa in luce dalle protratte indagini peritali, e

le caratteristiche proprie dei serial killer.

a. In merito al primo aspetto, Lagazzi ha rilevato che, come documentato dalla sua stessa storia

clinica e dal diario clinico della casa circondariale, Stevanin "non risulta essere affetto da

nessuna patologia somatica o psichiatrica di rilievo". (37) Al contrario risulta, sempre

secondo Lagazzi, che il periziando ha mantenuto sempre una costante vita sociale e di

relazione; la stessa meticolosità del soggetto nella descrizione delle pratiche sessuali, la

capacità di ricordarne la frequenza, la durata delle stesse, consente di chiarire come, in ogni

momento delle sue attività, Stevanin sia stato "pienamente edotto di quanto faceva" e come

"conservi un adeguato ricordo di quanto vissuto e realizzato". (38) Per quanto riguarda il

tema dei "non ricordo", attraverso i quali Stevanin ha articolato il suo dialogo con i periti, il

consulente dell'accusa sostiene che essi non corrispondano ad alcuna possibile

manifestazione amnesica di carattere psicopatologico o deficitario. Oltre a ciò, rileva che

non risulta documentato alcun ricovero ospedaliero in ambito psichiatrico, mentre risulta

allegato solamente un trattamento psicologico, limitato nel tempo, risalente a molti anni

addietro (a causa del trauma cranico riportato nell'incidente stradale del 1976). Quindi,

Lagazzi, esclude con certezza ogni possibile dubbio circa la piena imputabilità del

periziando.

b. Circa questo aspetto delle indagini peritali e della situazione processuale, Lagazzi è

perfettamente d'accordo con i suoi colleghi Fornari e Galliani, in particolare sul

mantenimento del contatto con la realtà da parte di Stevanin. Afferma, infatti, che il

periziando, in ogni momento delle indagini, ha sempre mostrato una costante attenzione per

gli elementi che emergevano, un'eccezionale capacità di concentrazione e di gestione del

dialogo; in questo modo esprime un'immagine di sé coerente con i suoi fini e con la sua

strategia difensiva. Lagazzi nota, inoltre, un'attenta consapevolezza delle notizie che

emergevano attraverso la stampa ed una meticolosità nel proporre un'immagine di sé il più

possibile positiva. Il perito definisce Gianfranco Stevanin "ben agganciato alla realtà",

quindi del tutto adeguato rispetto all'esercizio dei propri diritti difensivi.

c. Anche Lagazzi, come i periti nominati dalla Corte, è d'accordo nel sostenere la piena

coerenza tra le caratteristiche di Stevanin e quelle proprie della maggioranza dei serial killer

descritti nella letteratura e nella cronaca. Particolarmente importante, a questo proposito, è

"l'eccessiva fiducia nelle sue capacità e quel temerario piacere di sfidare gli altri". (39)

Proprio questo, infatti, è uno degli elementi tipici degli assassini seriali; la tesi della difesa,

invece, è che questo è un sintomo di una ridotta capacità di intendere e di volere. Secondo

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Lagazzi, se questa teoria venisse accolta, nessun autore di omicidi premeditati potrebbe

sottostare a processo. Come abbiamo analizzato in precedenza, ognuno di questi assassini

ritiene di essere più capace degli inquirenti e di farla franca; spesso, accade che sia proprio

lo stesso assassino seriale a decidere la propria strategia difensiva, anche al di là dei

suggerimenti dei propri difensori; proprio perché è convinto di saper gestire meglio il

complesso gioco di menzogne, ammissioni e verità che intende proporre agli investigatori.

In alcuni serial killer, spiega Lagazzi, questa tendenza a rifiutare la delega a terzi della

propria difesa è molto evidente. Quindi non condivide, anzi considera addirittura fantasioso,

voler qualificare questa scelta oggettiva come una "automatica diminuente della capacità

processuale del periziando", come, invece, sostengono i consulenti della difesa.

Il perito del P.M. termina la sua relazione affermando che "nulla consente di identificare in

Gianfranco Stevanin un minus habens, ma, al contrario, è un individuo la cui personalità e le cui

risorse sono del tutto compatibili con i molti delitti realizzati e con l'impunità che, se non si fossero

verificati il caso Musger ed i casuale ritrovamento dei reperti, forse ancor oggi lo

caratterizzerebbe". (40) In conclusione, Lagazzi, ritiene di poter solo confermare le "chiare ed

incontrovertibili valutazioni" alle quali sono giunti i periti Fornari e Galliani. Con questo riafferma

la piena capacità processuale del periziando, attestando, con piena serenità e al di fuori di qualsiasi

dubbio, l'assenza di elementi psicopatologici tali da integrare una condizione di infermità di mente;

quindi ritiene necessario consegnare Stevanin al giudizio che lo attende, per i gravi e ripugnanti

delitti da lui compiuti.

1.4.3. Le perizie della difesa

Gli avvocati Accebbi, Dal Maso e Roetta, difensori di Stevanin, nominano i periti Francesco Pinto e

Giovanni Battista Traverso, per dare una valutazione del caso in chiave psichiatrico-forense e,

quindi, per valutare la presenza, al momento dei fatti per i quali si procede, di un'infermità che ne

limitasse grandemente o ne escludesse la capacità di intendere e di volere. I due esperti incentrano

la valutazione dell'imputabilità su un episodio ritenuto da entrambe la parti processuali

fondamentale per lo sviluppo della personalità di Gianfranco Stevanin: l'incidente del 1976.

I periti di parte spiegano che Stevanin è affetto da una "complessa sindrome psicopatologica su base

organica di origine post-traumatica, ben dimostrabile sul piano strutturale e funzionale (esami TAC

e RMN), che interessa entrambi i lobi frontali, il lobo temporale destro ed alcune strutture profonde

del sistema limbico, sede degli istinti, dell'aggressività e della memoria"; (41) ciò ha determinato

una grave forma di epilessia temporale post-traumatica.

Stevanin viene più volte ricoverato prima all'ospedale di Legnano e successivamente trasferito nel

reparto neurochirurgico dell'Ospedale Civile Maggiore di Verona, dove i medici intervengono

chirurgicamente per ricostruire il margine orbitario destro. Dopo due anni dall'incidente viene

nuovamente ricoverato a causa della comparsa di "crisi di perdita di coscienza generalizzante".

Nonostante la terapia, le crisi epilettiche continuarono a comparire, tanto che nel 1980 si assiste ad

un nuovo ricovero per "crisi comiziali". I periti di parte sostengono che il lobo frontale "sovrintende

a quei fenomeni di controllo, critica ed inibizione che consentono valutazioni e scelte adeguate,

soprattutto quando si tratta di scelte comportamentali o, comunque, correlate a problematiche

eticamente rilevanti". (42) Le alterazioni del sistema limbico, poi, spiegano la presenza di "carenza

critica e di disturbi della memoria di fissazione".

Pinto e Traverso sono concordi nel sostenere che le suddette anomalie cerebrali sono state

responsabili di gravi e significativi cambiamenti comportamentali, riconosciuti da tutti, ed hanno

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avuto un "ruolo centrale nella strutturazione di alterazioni della personalità di tipo patologico";

queste alterazioni riguardano sia la personalità generale del periziando, ma soprattutto la sfera della

psicosessualità, determinando vere e proprie parafilie, che, abbiamo visto, sono disturbi psichiatrici

codificati nel Manuale Diagnostico e Statistico (D.M.S. IV) dell'American Psychiatric Association.

Tutte queste alterazioni patologiche a carico del sistema nervoso centrale, secondo i consulenti

tecnici della difesa, hanno pesantemente condizionato non solo la commissione dei reati per i quali

si procede, ma anche tutti i reati precedentemente commessi. Naturalmente, i periti hanno accostato

a queste anomalie altri elementi significativi, quali esperienze nell'infanzia e nell'adolescenza, le

alterate relazioni parentali, il contesto socioculturale, l'utilizzazione di materiale pornografico,

l'intervento di fattori situazionali.

Sul piano affettivo-volitivo, Stevanin appare, a loro dire, appiattito, instabile, labile, "portato a

reagire in modo acritico agli stimoli interni ed esterni. Incapace di scelte ponderate, in quanto facile

preda di spinte incontrollate e di episodici momenti di discontrollo, nei quali, verosimilmente, la

patologia complessa di cui soffre si rinforza, annullandosi le difese a livello superiore e comparendo

strutture psicotiche, che emergono nei momenti in cui alle fantasie perverse si sostituisce la

perversione agita; a questo punto la sostituzione di un'intenzionalità con un'altra diviene

estremamente difficile, permettendo la concretizzazione dell'evento delittuoso". (43) I consulenti

tecnici della difesa precisano, inoltre, che nell'interpretazione dei test non si sono limitati ad

un'analisi formale dei protocolli, come, invece, sostengono abbiano fatto i periti d'ufficio;

dichiarano di aver considerato "il discorso del paziente nella sua interezza" (44), riscontrando una

patologia neuropsichiatrica grave, che costituisce infermità ai sensi di legge; ritengono, quindi, che

Stevanin abbia commesso i reati "in uno stato di mente tale da escludere sia la sua capacità di

intendere, vale a dire la capacità di comprendere il vero significato delle sue azioni e le loro

conseguenze sul piano giuridico, sia la sua capacità di volere, cioè la libera scelta di

autodeterminarsi secondo i motivi". (45) Data la gravità della situazione patologica sofferta dal

periziando, ritengono che egli debba considerarsi, dal punto di vista clinico-criminologico, persona

socialmente pericolosa.

1.5. Il processo davanti la Corte d'Assise

"È processabile. Gianfranco Stevanin è sano di mente". Sulla base delle perizie psichiatriche, il 5

novembre del 1996 viene rinviato a giudizio. Un anno dopo, lunedì 6 ottobre 1997, in Corte

d'Assise si apre il dibattimento. Diciannove udienze, centoquattordici giorni in aula, novanta

testimoni che sfilano davanti ad una giuria popolare quasi interamente composta da donne: quattro

giovani ragazze, più o meno della stessa età delle vittime e due uomini. Anche il pubblico

ministero, come detto, è una donna: Maria Grazia Omboni ha esposto i fatti alla Corte, presieduta

da Mario Sannite e con Mario Resta come giudice a latere.

Soltanto per la lettura dei capi d'imputazione, il cancelliere ha impiegato diciassette minuti: una

serie di articoli del codice penale per crimini atroci che neppure l'asettica formulazione giuridica

riesce ad attenuare. Nell'aula parole sconvolgenti richiamano una carrellata di immagini da brivido:

"sesso estremo", "mutilazioni di parti intime", "deturpamenti di cadavere", "sadismo", "brutalità". Il

sostituto procuratore punta il dito su "la criminosa attività sessuale, che era la principale

occupazione di Stevanin". Il magistrato inizia con un racconto che va indietro nel tempo, quando

una sera del 1989 l'imputato fu fermato dalle forze dell'ordine; in macchina aveva un campionario

di attrezzi erotici, cacciaviti, un coltello e una pistola scacciacani. Maria Grazia Omboni ripercorre,

poi, i tre anni di attività investigativa alla ricerca di persone scomparse e dei loro corpi sepolti:

l'austriaca Roswita Adlassnig (mai trovata), Claudia Pulejo, Blazenka Smojo, Biljana Pavlovic. E

ancora: il mistero del tronco non identificato (forse quello di una prostituta di origine tailandese) e il

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giallo dell'omicidio in fotografia, l'altra donna senza nome. Riassume le caratteristiche dell'inchiesta

sviluppata soprattutto sulle sconvolgenti dichiarazioni di Stevanin durante gli interrogatori in

carcere. Confessioni, secondo l'accusa, rilasciate dall'agricoltore nella speranza di barattarle con la

possibilità di esser riconosciuto incapace di intendere e volere.

Alla prima udienza l'aula è strapiena. Il "mostro di Terrazzo" non tradisce nemmeno un attimo di

turbamento, è un blocco di ghiaccio, non batte ciglio davanti ai parenti delle vittime che un

implacabile regista sembra aver voluto collocare a pochi metri dalla gabbia. L'imputato ottiene

subito di stare fuori da questa e siede tra i suoi avvocati. Attento, impassibile, non perde una parola,

prende appunti come uno studente diligente. Ha anche cambiato fisionomia: si è tagliato la barba e

rasato completamente i capelli, forse un coupé de theatre orchestrato dai suoi difensori, affinché

giudici e giurati possano vedere la cicatrice semicircolare che il loro assistito porta sulla tempia

destra, conseguenza del noto incidente del 1976. Agli psichiatri viene data la parola già alla seconda

udienza, precedenza chiesta dal P.M. ma osteggiata dai difensori.

Il professor Ugo Fornari dipinge dell'imputato un ritratto a tinte fosche: "è un serial killer che mi ha

affascinato; dopo i colloqui con lui ero stanchissimo, perché sgusciava via come un'anguilla.

Giocava come il gatto fa con il topo, ma in questo gioco il topolino ero io". Per il perito d'ufficio, le

confessioni non sarebbero altro che "le rivelazioni di ciò che lui stesso non poteva più nascondere".

(46) Stevanin, insomma, è uno stratega abilissimo, intelligente e dotato di un certo carisma.

"Assaggiava le reazioni facendo ipotesi; a seconda delle nostre reazioni faceva marcia indietro o

andava avanti". (47) L'esperto in questione respinge con forza l'ipotesi di trovarsi davanti un malato

oppure ad un soggetto affetto da sdoppiamento della personalità, afferma, infatti, che i tanti "non

ricordo" pronunciati da Stevanin contrastano con altri minimi, a volte inutili, particolari raccontati

dall'agricoltore. Il suo comportamento sarebbe frutto di una "ipoaffettività e conseguenza di una

disfunzione sessuale". Ma sapeva quello che faceva fino all'ultimo momento. Secondo Fornari è un

bambino mai cresciuto, a causa della madre che non l'ha mai lasciato crescere, lo ha sempre

giustificato, impedendogli così di provare rimorso o pentimento per le uccisioni delle donne. Tant'è

che "le donne che si ribellavano erano quelle che si salvavano"; insomma, Stevanin al comando

"no" ubbidisce; riemerge in lui il bambino che teme la madre, che l'ascolta quando lei gli impone di

fare qualcosa.

Il perito della difesa, Traverso, sostiene, invece, che Gianfranco Stevanin è una persona malata, che

la parte destra del suo cervello è stata danneggiata a seguito dell'incidente. "C'è una carenza di

materia grigia nel cervello dell'agricoltore. Sono l'esito di lesioni che hanno colpito in profondità la

sfera degli istinti e, quindi, dell'aggressività, della sessualità, della memoria". (48) Sostiene, inoltre,

che Stevanin, a causa di questo, non ha avuto una vita normale, ha abbandonato gli studi ed il suo

comportamento è stato radicalmente stravolto.

Il processo procede a tappe serrate; passo dopo passo, con la minuzia e la pignoleria che ha

contraddistinto tutta l'indagine, il pubblico ministero Omboni ha cercato di ricostruire le prove e gli

indizi a carico dell'imputato. Vengono ascoltate le madri delle vittime, che raccontano storie che si

assomigliano. Poi tocca ad altri testimoni, ancora donne, alcune sono amiche delle vittime, altre

sono le sue ex "fidanzate"; il loro contributo è importante, in quanto si apprendono le abitudini

sessuali del presunto serial killer: la disponibilità ad accogliere le perversioni sessuali (fotografarle

nude, rasarle il pube, fornirle indumenti intimi) è sempre proposta con delicatezza e educazione.

Tutto questo, per la difesa, significa che Stevanin non praticava abitualmente sesso violento spinto

fino al sadismo; per l'accusa e le parti civili, invece, dimostra chiaramente che l'imputato, non solo è

capace di intendere, ma anche e soprattutto di volere, perciò in grado di assumere atteggiamenti

diversi con le proprie partner, delle quali sono alcune rimangono vittime dei suoi giochi erotici. 10

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Testimonia anche la Musger, a porte chiuse, la donna che lo ha fatto incastrare nel novembre 1996,

dando l'avvio all'indagine su questa terribile storia.

Poi arriva anche il momento del "primo amore", Maria Amelia, il rapporto più importante in

assoluto, come aveva detto Stevanin agli psichiatri. C'è voluta un'ordinanza della Corte per portarla

davanti alla giuria; si è sposata, ha dei figli e un'altra vita; le viene concesso di essere sentita a porte

chiuse. Stevanin si è presentato in aula con il vestito delle feste, un gessato grigio scuro, mocassini

neri, calze intonate alla camicia azzurra; manca solo la cravatta, ma quella è vietata dai regolamenti

carcerari; lei, per oltre mezz'ora, racconta la storia di quell'amore che, finendo male, ha forse

scatenato la furia omicida di Gianfranco Stevanin, e lo descrive come un ragazzo mite, tranquillo,

gentile, ma anche come un uomo che non riusciva a diventare adulto.

Al processo, arriva anche il momento della madre dell'imputato, Noemi Miola, e del cugino,

Antonio De Togni, entrambi accusati di concorso in occultamento di cadavere; questi ultimi sono

stati chiamati in causa da un compagno di detenzione di Stevanin, il quale gli avrebbe riferito che,

la sera della morte della Pulejo, arrivò la madre che rassicuro l'agricoltore e chiamò il cugino per

farsi aiutare ad avvolgere il corpo e a sotterrarlo nel luogo in cui fu poi ritrovato. Parla il cugino che

riversa sulla madre di Gianfranco Stevanin un mare di sospetti: "non poteva non sapere" afferma;

alcuni giorni prima di arare il campo, dove fu poi ritrovato il cadavere della Pavlovic, la donna si

era raccomandata di non effettuare lavori in quell'area e che ci avrebbe pensato suo figlio, una volta

uscito dal carcere; in seguito, quando fu ritrovato il "pacco", come lo chiama, corre ad avvertire la

zia, la quale gli suggerisce di non avvertire i carabinieri, ma di parlare prima con gli avvocati. Non

solo, il cugino parla anche di indumenti, scarpe e bigiotteria femminile che la donna gli diede da

gettare via. È Stevanin, però, a proteggere la madre, tanto da arrivare a proporre al presidente della

Corte di ripetere l'esperimento dell'avvolgimento del cadavere, per dimostrare che riusciva a farlo

da solo; era, forse, la disperata mossa del figlio per tenere la madre lontana da ogni responsabilità.

È il momento delle domande degli avvocati. L'avvocato Guarienti, di fronte al perché Stevanin sia

diventato un serial killer, afferma che egli è sicuramente sano di mente, come ha dimostrato il suo

comportamento nel corso del processo, e che la causa dei delitti vada ricercata nel problematico

rapporto con la madre, un personaggio che incombe sul processo anche se assente, "l'unica figura

femminile con cui rapportarsi, con un sentimento di odio/amore"; e, citando le parole del cugino

dell'imputato, afferma: "bisogna essere stati in quella famiglia; lì, apparire è sempre stato più

importante che essere". (49)

L'avvocato Bastianello lo descrive come un "assatanato che uccide solo per soddisfare il suo piacere

sessuale"; mentre l'avvocato Cazzola esordisce dicendo: "mancano in quest'aula le persone che

dovrebbero gridare assassino a Stevanin, le vittime" (50), affermando, poi, di essere di fronte ad un

serial killer che sembra essere uscito dai profili psicologici dell'F.B.I.

Ai difensori dell'imputato spetta una missione disperata: dimostrare l'infermità mentale del loro

assistito, data la lucidità con cui Stevanin ha risposto sotto i loro occhi ad ogni domanda. La tesi

dell'avvocato Acebbi è ardita: in conseguenza del trauma cranico e delle lesioni al cervello riportate

nell'incidente stradale del '76, Gianfranco Stevanin è totalmente incapace di intendere e volere

quando uccide; non lo è, invece, quando occulta i cadaveri; insomma, "un malato che va curato e

che, dopo avergli dato il minimo della pena per le incriminazioni minori, va recluso in un ospedale

giudiziario". (51) L'avvocato Roetta, asserisce che: "è difficile difenderlo", perché non aiuta loro

nella difesa; ritiene che l'ergastolo non possa risolvere il problema, perché Stevanin è "una persona

sola, un malato che non è mai stato curato. Adesso è il momento di farlo". (52) 10

4

L'avvocato Acebbi, invece, punto il dito sulla madre che, forse, era consapevole della pericolosità

del figlio, sicuramente era preoccupata "più della vergogna che della colpa"; la malattia del figlio

era, per lei, una vergogna, quindi andava tenuta in casa con un "cordone sanitario". L'avvocato Dal

Maso è l'uomo che più è stato vicino a Stevanin negli ultimi tre anni della sua vita; d'altra parte è

stato lo stesso imputato, al momento di parlare dei suoi rapporti di amicizia a metterlo al primo

posto; anche il legale ammette di sentire per lui sentimenti di affetto; chiede alla Corte

l'assoluzione, perché il suo cliente è una persona incapace di intendere e di volere, in quanto "le sue

azioni incongrue sono indice di una mente assolutamente disturbata". Conclude affermando di aver

capito, dopo tutto il tempo passato con Stevanin che "l'umana miseria è compatibile con la malattia

e che, comunque, c'era un uomo che mi chiedeva aiuto". (53)

Il legale conclude la replica, il presidente della Corte d'Assise, Mario Sannite, porge l'ultima

domanda di rito all'imputato: "Cosa si aspetta dai giudici?". Lui si alza: "Sono probabilmente

malato ...adesso però bisogna vedere quale idea ogni giurato si è fatto di me". (54)

1.5.1. Anche Stevanin sale sul banco dei testimoni

Cinque udienze, trenta ore di interrogatorio durante il quale l'imputato rimane sempre lucido, con

quel sorriso indecifrabile, che qualcuno considera tonto ed altri furbissimo; le braccia conserte, gli

occhi fissi su un punto lontano, la voce ferma, sempre con lo stesso tono monocorde. Parla per ore,

ha una risposta logica per ogni contestazione che gli viene mossa; rimescola le carte, scambia gli

anni, sovrappone vicende, donne, cadaveri; si sofferma minuziosamente su dettagli insignificanti e

poi si rifugia dietro comodi "non ricordo" quando gli viene chiesto di precisare i momenti chiave

del suo racconto.

Viene messo sotto torchio dal pubblico ministero, dagli avvocati di parte civile, persino dai suoi

legali, passa momenti difficili, ma non dà mai quell'impressione di incapacità di intendere e volere.

Quando il presidente Sannite gli chiede se avverte sensi di colpa, egli risponde: "ero qui che ci stavo

pensando, non saprei rispondere. Non saprei fino a che punto io possa essermi sentito colpevole di

queste situazioni"; (55) i congiuntivi ci sono, i sentimenti, ancora una volta, no. Nel momento in cui

gli avvocati di parte civile contestano a Stevanin che, nel suo caso, compaiono tutti i tratti tipici di

un serial killer, lui risponde di aver l'impressione che certe cose siano loro a volerle mettere assieme

a tutti i costi. Un momento importante, che mette l'imputato in difficoltà, arriva quando l'avvocato

Cazzola gli pone dei problemi esistenziali, sui quali l'assassino seriale non ha preparato alcuna

risposta; tergiversa, prende tempo, la sua imperturbabilità sembra, per la prima volta, vacillare.

Ecco il contraddittorio tra il legale e l'imputato. (56)

Volevo capire se per il signor Stevanin esiste un concetto di bene e di male.

Caspita ... si rende conto che per rispondere a questa domanda ci vorrebbe tutta la

giornata?

Non credo...

Il concetto di bene e di male certo che ce l'ho

Possiamo conoscerlo? Qui stiamo parlando di vita e di morte. Di persone che c'erano

e non ci sono più.

Male è ovviamente quello che va contro la salute e la vita di una persona. E anche

contro la moralità, se vogliamo. In generale ...bene è l'opposto, per farla breve. 10

5

E per farla lunga?

Avete da battere record?

Interviene il presidente Sannite a richiamare Stevanin a risposte più adeguate. Passano

quasi tre minuti prima della risposta.

Bene è tutto ciò che favorisce il benessere dell'uomo.

Segue un'altra lunghissima pausa.

Male, invece, è ... stimolo agli atti negativi della vita, porta a valenze negative.

Lei si è sempre ispirato al concetto di bene?

Ho cercato di farlo.

E c'è riuscito?

Spesse volte si, qualche volta no.

Su quali aspetti?

A volte non sono riuscito a capire bene le persone e, pur volendo far del bene,

inconsciamente ho fatto del male, perché non riuscivo a comprendere i problemi di

una persona ...non so se rendo l'idea.

Esiste un concetto di normalità e di non normalità per lei?

La normalità esiste si, solo che è un concetto molto soggettivo.

Ma esiste una distinzione tra questi due concetti?

La stessa distinzione che ho fatto prima. Cambia solo la vetrina.

Esiste un limite ai propri desideri, al proprio volere, al proprio piacere?

I limiti ci devono essere.

Quali sono?

I limiti sono quelli stabiliti ...da ciò che è bene e male. Un limite da non oltrepassare

è quello che può provocare del male, tanto per dire.

Ha mai oltrepassato questi limiti?

Devo ammettere che li avevo già passati inconsapevolmente.

Quanto vale per lei la vita umana?

Che io sappia nessuno può dare un valore alla vita umana. 10

6

Per qualcuno può valere molto poco ...

Il valore è incalcolabile.

Considera la carcerazione un giusta punizione?

Almeno una parte di colpa, per aver nascosto i cadaveri c'è ... la carcerazione per

quella parte di colpa che so di avere, la vivo serenamente, perché so che sono lì per

espiare una colpa. Ma se dovessi essere incarcerato per altri reati, ben più gravi,

direi che è ingiusta. [...].

Non le sembra che ci sia una progressione nella sua condotta? Lei inizia conservando

un cadavere e arriva, nella fase finale, al sezionamento del cadavere. Non le sembra

una forma di perfezionamento di un certo stile?

Se avessi avuto il controllo della situazione no ci sarebbe stato nessun decesso,

probabilmente.

Bisogna vedere quale era stata la sua volontà effettiva ...

Adesso mi sembra che stia esagerando.

Si è mai eccitato nel tagliare un cadavere?

Una sensazione che ho avuto ...

C'è una forma di piacere a veder morire una persona?

Direi proprio di no.

Che sensazione ha provato lei?

Un po' di panico ...

Un atteggiamento diverso, Stevanin, assume subito dopo con il suo avvocato, "l'unico

amico rimastogli". Voce suadente, tono basso, ammiccante, confidenziale. Deve

dimostrare ai giudici che il serial killer che si trovano di fronte è un essere totalmente

privo di coscienza, ossia della capacità di comprendere ciò che ha fatto.

Gianfranco di donne te ne sono morte tante sei sfortunato o cosa?

Molto fortunato no.

Hai mai collezionato peli pubici?

Collezionato ... avevo iniziato qualcosa del genere ...

Che volevi farne?

L'imbottitura di un piccolo cuscino. 10

7

Ma un cuscino del genere rientra dalla parte del bene o da quella del male?

Non ci vedo nulla di male.

Hai mai mangiato carne umana?

Oh Dio ...se dovessi risponderti, ti direi di no ...certo che, con i vuoti di memoria che

mi ritrovo, non posso esserne certo.

Se tu l'avessi mangiata, rientrerebbe nel concetto di bene o di male?

Rimanendo nella normalità ...se una persona è normale non credo ...

Tu sei anormale?

Non lo posso sapere. Deve essere qualcun altro a spiegarmelo.

Di queste morti, di queste disgrazie che ti sono capitate, ti eri preoccupato?

Forse troppo e ...ma poi sono capitate quando mio padre stava male e quindi mia

madre poteva salvarmi fino a un certo punto.

Dicevi, la prima può andare, la seconda vabbé, alla terza cominci a preoccuparti ...

Perché la prima non basta a preoccuparsi?

Ma un campanello d'allarme t'è suonato?

Per la prima (la Pulejo), sai che non posso avere qualche responsabilità.

E con la Smoljo?

Non so cosa pensare ...

Ma ti preoccupi? Dici "io con le donne non voglio averci più niente a che fare"?

È una soluzione troppo radicale. Non era colpa mia, quindi ...

Sempre le donne, di cui non può fare a meno, che rappresentano il centro dei suoi desideri, dei suoi

pensieri. Ma poi, spiega, che nella sua vita c'è una sola donna che rappresenta "il massimo di

femmina, di donna"; non dice il suo nome, ma tutti sanno che parla di lei, di Maria Amelia. Di

certo, l'andrebbe a trovare "se uscisse dalla galera domattina", ma è consapevole di non essere più

accettato, "visto il castello messo in piedi dai mass media", eppure, riprende, "un tentativo lo farei,

visto che il mio ideale era di formarmi una famiglia". (57) Continua a parlare il difensore Dal Maso.

Ti consideri una brava persona?

Vorrei evitare di fare apprezzamenti su di me, potrebbero essere fraintesi dalla

stampa.

Voglio sapere da te se ti consideri una brava persona. 10

8

Io si. Mi considero discretamente.

Ti consideri un soggetto pericoloso?

Assolutamente no. Anzi, ho sempre cercato soluzioni ai problemi con diplomazia,

senza alzare la voce.

Tu sei un soggetto pericoloso ...

Più che pericoloso, direi che forse sono un soggetto che ha bisogno di cure.

Vuoi chiedere pietà a qualcuno?

Come minimo ai parenti delle vittime.

Lo fai sinceramente o è una cosa che fai perché devi farlo?

Non è un pro forma. Per pro forma non faccio niente.

Ti faccio un esempio: "cari signori, io ho commesso questi reati, devo chiedere scusa

ai genitori e alle famiglie delle vittime, sono una persona che ha bisogno di cure, vi

chiedo la massima accortezza nel giudicarmi. Sono pentito di quello che ho fatto".

Prova a dirlo con le stesse parole cosa senti.

Vedi, adesso in quattro e quattr'otto, sicuramente ...

No, quando si arriva al dunque, tu parti sempre con il quattro e quattr'otto. Dopo tre

anni hai tutto il tempo per esprimere un concetto di pentimento o di quello che senti.

Puoi farlo? Ce l'hai questo sentimento? Fai tu, esprimi qualcosa. Non possiamo

chiedere noi per te. Prova.

L'unica cosa che posso dire è che c'è il rischio di dire banalità.

Di banalità ne hai dette tante. Siamo al dunque, esprimi un tuo sentimento riguardo a

queste vittime, riguardo a quello che è successo. Lascia stare le banalità, non sono

banalità.

Non mi sento ancora di spiegare io stesso perché siano successi certi fatti ...e

nonostante questo sono molto amareggiato, per quello che è successo, veramente

molto amareggiato, perché erano tutte persone per le quali c'era, più o meno, un

certo sentimento. Farei di tutto per far tornare in vita queste persone, ma so che

questo non è possibile ...in ogni caso se mi dovesse ricapitare mi comporterei,

immagino, in modo diverso.

E cioè, se avessi un'altra donna tra le braccia cosa faresti?

Andrei al Pronto Soccorso, dai carabinieri, insomma farei quello che va fatto e non

ho fatto perché preso dal panico, chiamiamolo così ...

Questo sarebbe il tuo messaggio di pentimento? 10

9

Capisco di non rendere l'idea di pentimento, ma caspita è difficile esprimere

qualsiasi sentimento d'altronde.

Unico risultato finale: Stevanin appare alla giuria come un soggetto incapace di provare emozioni.

Un anaffettivo. Ma a noi, interessa conoscere l'unico giudizio che conta, quello che ha espresso la

giuria.

1.5.2. Il pubblico ministero chiede il massimo della pena

"Ergastolo". Alle 17.37 la parola cade inesorabile nel silenzio dell'aula. Scivola su uno Stevanin

immobile al suo posto. Dopo cinque ore e quaranta minuti di requisitoria il pubblico ministero

Maria Grazia Omboni ha pronunciato la sua richiesta, con tutte le aggravanti: nella ricostruzione dei

sei omicidi e della violenza carnale non c'è posto per nessuna attenuante. Gli assassini, per il P.M.,

sono stati tutti volontari e legati da un unico filo conduttore, non ce n'è uno più grave degli altri,

vista l'efferatezza con cui sono stati compiuti. Merita il massimo previsto dal codice penale: il

carcere a vita più tre anni di isolamento diurno.

Stevanin si aspettava questa richiesta, per due anni i suoi legali lo avevano messo in guardia.

Mentre il magistrato lo descrive come il più spietato degli assassini, l'imputato risponde ai cronisti

mandando bigliettini: "dico chiaro e tondo che il P.M. sta esagerando alcuni fatti, minimizzandone

altri e in generale sta stravolgendo il senso dei fatti in questione pur di dare l'immagine più negativa

possibile e arrivare a un ovvio risultato. Sta tracciando un'immagine che mi rende adatto a una piena

imputabilità. Scontato che, se questa viene accolta, non mi posso che aspettare il massimo della

pena. (Ma ciò non significa che sia la mia vera immagine e, la conseguente, giusta pena)". (58)

Maria Grazia Omboni procede nella sua requisitoria, precisa, nitida, senza nulla concedere a effetti

speciali e chiude il cerchio dei crimini. Parte dalle due violenze sessuali: quella commessa nei

confronti di Maria Luisa Mezzari nel lontano 1989 e di Gabriele Musger il 16 gennaio 1994. Dentro

il cerchio scorre la cronologia degli omicidi: Roswita Adlassnig (giovane prostituta, incantata dal

fotografo in cerca di modelle. Muore ai primi di maggio del 1993; il suo corpo non viene mai

trovato); Caludia Pulejo (tossicodipendente, soffocata il 15 gennaio e sepolta a ridosso di un muro

del casolare); Blazenka Smoljo (prostituta soprannominata "Fatina", strangolata il 5 luglio 1994 e

gettata nell'Adige); Bilijana Pavlovic (cameriera slava illusa dalle promesse di una lavoro e

soffocata con un sacchetto di plastica il 18 settembre 1994); due sconosciute: una tagliata a pezzi,

l'altra ritratta in una foto, orribilmente mutilata nelle parti intime.

Ricomposto il puzzle, il magistrato inquadra la personalità dell'imputato e le cause della sua

criminosa attività sessuale. Azioni provocate da "risentimento per non essere apprezzato e

considerato quanto lui avrebbe voluto essere e quanto lui riteneva di meritare. Ha avuto molte

relazioni con donne ma, alla fine, tutte hanno deciso di interrompere i rapporti. Perché era bugiardo,

inaffidabile, noioso, in ogni caso non suscitava più il loro interesse. Questi aspetti della personalità

lo hanno portato a collezionare una serie di insuccessi. E gli insuccessi non fanno piacere a nessuno,

però a Stevanin sono risultati particolarmente pesanti. Così, ha coltivato dentro di sé rancore e

risentimento e ha maturato il desiderio di rivalersi e di riaffermare, anche con la violenza, se stesso

sulle donne. Poi il suo bisogno di sentimento, rimasto insoddisfatto, ha lasciato spazio alla ricerca

del sesso e la difficoltà di colmare anche questo lo ha condotto a pratiche sempre più spinte e letali

per le compagne occasionali. Considerate come oggetti usati per il soddisfacimento dei propri

bisogni e poi da gettare e distruggere nel momento in cui non servivano più, dimostrando il

massimo disprezzo per il bene supremo della vita umana". (59) Gli avvocati dei parenti delle

vittime calcano la mano, gli tolgono l'ultimo spiraglio: l'incapacità di intendere e di volere al

momento dei fatti. 11

0

Spetta all'avvocato dal Maso giocare l'ultima carta. Afferma: "punirlo anziché curarlo sarà difficile,

non si capisce chi si debba punire, se il ginecologo, il fotografo, il serial killer, il ragazzo perbene.

Vi chiedo di assolverlo perché i fatti sono stati commessi da una persona incapace di intendere e di

volere". (60)

Sono le 10.55. La Corte si ritira in camera di consiglio.

1.5.3. La sentenza della Corte d'Assise

È il 28 gennaio 1998, la Corte, il presidente Sannite, il giudice togato Resta ed i sei giudici popolari,

entrano in camera di consiglio per uscire meno di sei ore dopo. Dopo 114 giorni e 19 udienze, il

presidente della Corte scandisce: "responsabile di tutti i reati". Stevanin si irrigidisce appena. I

muscoli del viso un po' contratti. "Ergastolo". L'espressione del serial killer si fa di pietra. Fermo,

immobile ascolta le altre pene che gli piovono addosso.

Quindi, la giuria accoglie in pieno la tesi e le richieste dell'accusa; hanno riconosciuto Stevanin

colpevole di tutti i reati ascrittigli in un capo di imputazione interminabile, tra cui sei omicidi

volontari, mutilazioni e occultamento di cadavere, stupri e sequestro di persona. L'idea di tutti i

giurati è stata quella di una persona pienamente consapevole di quello che ha fatto e non di un

malato di mente, come avevano, invece cercato di dimostrare fino all'ultimo i suoi legali.

Da qui, la condanna all'ergastolo, tre anni di isolamento diurno appena sarà esecutiva; la pena

accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici, il risarcimento alle parti civili per oltre un

miliardo, 150 milioni per ogni genitore e alla figlia minore di Roswita Adlassnig, 50 milioni per

ogni fratello, sorelle e figli delle vittime, più le spese degli avvocati di parte civile e quelle

processuali. E, onde evitare che successive lungaggini nella definizione del giudizio consentano a

Stevanin di uscire dal carcere per decorrenza dei termini, ecco anche l'ordinanza di custodia

cautelare per gli ultimi quattro omicidi che gli sono stati contestati e per i quali, ora, è stato

condannato.

Omicidi volontari, crudeli e agghiaccianti, tutti egualmente gravi, sottolinea la sentenza, frutto di

una mente lucida, capace di distinguere il bene dal male e di scegliere se lasciar vivere o morire le

donne conosciute. Gianfranco Stevanin è colpevole anche di una lontana violenza carnale del luglio

1989, ai danni di una prostituta veronese. Importante perché, vincolandola ai sei delitti con la

continuazione, dimostra la correttezza della ricostruzione accusatoria del P.M. Omboni, per la

quale, l'agricoltore avrebbe iniziato la propria carriera di assassino seriale in quella ormai remota

estate del 1989 e l'ha continuata imperterrito e impunito fino all'arresto, quando, a seguito della

violenza sessuale ai danni della Musger, viene scoperto. E quale era il suo ritmo? Nel maggio

del'93, sparisce la Adlassnig, nel gennaio del '94, la Pulejo, poi un crescendo; luglio dello stesso

anno, la Smoljo, settembre la Pavlovic, ottobre la "studentessa", novembre la Musger. Per tre di

loro, almeno, adesso ci sarà la pace di un sepolcro, per le altre no; si può solo sperare che Stevanin

restituisca, magari "ricordando un altro poco", anche a queste sue vittime la possibilità di una degna

sepoltura.

Gianfranco Stevanin, trentasette anni, possidente terriero che nella sua vita aveva fatto più nulla che

poco, aveva una sola passione: il sesso. Una passione che ha condotto alla morte sei giovani donne,

anche se per lui, sembra essere stata colpa della morte il fatto che non siano sopravvissute. "Non mi

hanno capito", è l'unico commento che fa in tempo a dire al suo legale Dal Maso, prima di venire

bruscamente portato via dall'aula. Stevanin esce di scena, se ne va solo, come solo è stato per tutto il

processo, senza il conforto di una presenza amica o di un parente. Anche questa è la sua tragedia.

11

1

1.6. Il processo davanti la Corte d'Assise d'Appello

Il 22 marzo 1999 prende il via, presso la Corte d'Assise d'Appello do Venezia, il processo di

secondo grado per i delitti attribuibili al "mostro di Terrazzo". Gianfranco Stevanin non è comparso

davanti ai giudici. Ha preferito rimanere nel carcere di Brescia, dov'è detenuto. Non ha quindi

ascoltato, nell'aula semideserta, i particolari agghiaccianti dei delitti, così come li ha evocati il

giudice a latere Antonio De Nicolo nella relazione preliminare del processo d'appello. È la scarsa

presenza di mass media e di semplici curiosi a impressionare maggiormente nel secondo grado

processuale; si ha una situazione completamente opposta a quella verificatasi in Corte d'Assise.

Il primo momento importante dell'udienza si ha quando il presidente della Corte, accogliendo la

richiesta dei difensori di Stevanin, ha disposto una nuova perizia neurologica, che dovrà stabilire se

le lesioni al cervello subite nell'incidente stradale del 1976, hanno determinato una diminuzione o

addirittura l'annullamento della capacità di intendere e di volere dell'agricoltore. L'incarico formale

sarà affidato ai professori Gianfranco Denes, Giuliano Avanzini e Mario Tantalo. L'organo

giudicante, presieduto da Silvio Giorgio, ha riaperto, quindi, la questione preliminare

dell'imputabilità del serial killer. La presenza, accanto ai due neurologi, di uno psicopatologo

forense, lascia presumere che sarà chiesto, un parere sul piano neurologico e non solamente su

quello psichiatrico previsto dall'incarico. Questa soluzione è importante, perché i periti d'ufficio del

Gip e i periti dell'accusa in primo grado, non erano neurologi, mentre questa specializzazione aveva

il professor Pinto, che, nei risultati delle analisi da lui svolte, aveva svelato un "buco nero" nel

cervello del periziando.

I difensori di Gianfranco Stevanin hanno riportato altri due parziali successi nella prima udienza. Il

primo è stato quando la Corte ha disposto l'acquisizione del verbale in lingua originale (tedesco)

dell'interrogatorio di Barbara Adlassnig, sorella di una delle sei vittime, Roswita, scomparsa dopo

un incontro con l'agricoltore nel maggio del 1993. Era stato uno dei punti controversi del

dibattimento di primo grado, perché conteneva un'indicazione temporale dell'ultima telefonata ai

familiari da parte della prostituta austriaca, che poteva scagionare Stevanin per uno dei sei delitti.

Infatti, Barbara Adlassnig, parlava del settembre 1993, quindi, quattro mesi più tardi dell'incontro

con il serial killer. Un supplemento di indagine dei carabinieri aveva portato la Corte di Verona a

ritenere che la donna si fosse confusa e a considerare prevalente il riferimento ad una fiera che si

tiene a Graz (città dove risiedeva) a maggio, in occasione della quale Roswita aveva promesso di

tornare a casa con dei regali per i due figli. La Corte veneziana si era riservata anche di decidere

anche sulle cause della morte della Pulejo. Dal Maso, infatti, ha rilanciato l'ipotesi del decesso per

overdose, contro quella per soffocamento della tossicodipendente, che era stata, invece, accolta da

giudici di primo grado.

Le parti civili, invece, hanno presentato la propria rinuncia a costituirsi in appello, visto che poche

settimane prima erano state risarcite grazie alla vendita dei poderi in via del Brazzetto e via

Torrano, dove Stevanin aveva seppellito alcuni dei cadaveri delle proprie vittime. E, così come era

stato profilato da alcuni, si ha un clamoroso rovesciamento delle conclusioni della Corte d'Assise di

Verona. I periti, infatti, hanno stabilito che, quando Stevanin uccideva, anche se lo ha fatto più

volte, era incapace di volere, perciò non punibile. Giuliano Avanzini, Gianfranco Denes e Mario

Tantalo hanno decretato che, al momento di compiere gli omicidi di cui l'agricoltore è stato

accusato, aveva una "capacità di intendere grandemente scemata, mentre era esclusa la capacità di

volere".

I periti della Corte d'Assise d'Appello hanno, perciò, privilegiato gli aspetti neurologici rispetto a

quelli psichiatrici e hanno riscontrato in Gianfranco Stevanin una forma di epilessia causata da una

lesione cerebrale frontale destra, provocata dall'incidente motociclistico, e lesioni atrofico- 11

2

degenerative di entrambi i lobi frontali del cervello. E proprio questi danni avrebbero influito sulla

sua volontà nel momento di uccidere. Stevanin, invece, sarebbe stato pienamente consapevole sia

nel compiere atti di violenza sessuale, sia nell'occultare i cadaveri delle sue vittime. La loro

conclusione è stata tuttavia concorde nel definire socialmente pericoloso il periziando.

Di fronte ad una perizia d'ufficio di questo tipo, pochi spazi sono rimasti per l'accusa. Il procuratore

generale Augusto Nepi, al termine della requisitoria, chiede perciò 13 anni di reclusione per

l'occultamento e la distruzione dei cadaveri e l'assoluzione per i reati di omicidio. Alla richiesta di

condanna ha poi aggiunto anche l'applicazione della misura di sicurezza di dieci anni a causa della

pericolosità sociale dell'imputato. Il P.G., pur condividendone le conclusioni, ha sottolineato

l'esistenza di "contraddizioni e lacune" nel lavoro dei periti, da cui non emergerebbero con

chiarezza i "fattori scatenanti degli atti omicidiari, che non possono essere giustificati da lesioni

craniche". (61) Per il calcolo complessivo della pena, il magistrato ha chiesto il massimo previsto

per il reato di vilipendio di cadavere, sette anni, per l'episodio più grave, più quattro per gli altri

episodi legati agli omicidi contestati per i quali non è punibile. Infine due anni di reclusione per

l'episodio di tentata violenza sessuale a Maria Luisa Mezzari.

Il procuratore generale aveva "scontato" a Stevanin anche l'accusa di omicidio nei confronti di una

donna di cui rimangono alcune fotografie che la ritraggono con lesioni conseguenti a pratiche di

"sesso estremo". A detta di Nepi, infatti, non si può presumere che la donna ritratta fosse priva di

vita. I legali di Gianfranco Stevanin, invece, hanno insistito sulla completa non punibilità del loro

assistito chiedendone l'assoluzione. Le reazioni delle parti, come prevedibile, erano del tutto

contrastanti.

I difensori dell'imputato cantano vittoria, anche se ritengono più giusto tenerlo sotto osservazione

per un lungo periodo di osservazione, data la sua pericolosità. L'avvocato Bastianello, che

rappresentava la madre di Biljana Pavlovic nel primo processo, si dichiara "esterrefatto", trovando

la valutazione psichiatrica dei periti anomala; ritiene, infatti, che, interpretando a segmenti la

personalità dell'imputato, non ne sia stata valutata appieno la personalità.

L'avvocato Guarienti, difensore della madre della Pulejo in primo grado, commentando la sentenza,

sostiene invece che il discorso dell'incapacità di volere poteva esser valido solo per il primo

omicidio, non quando si hanno uccisioni ripetute. "Il processo lo stanno facendo le perizie, non i

giudici", afferma Giampaolo Cazzola, che assisteva i fratelli della Pulejo; a Verona, sostiene, i

giurati avevano avuto la possibilità di avere Stevanin sotto gli occhi per molti giorni e di valutarne il

comportamento. A Venezia questo non è avvenuto. Continua affermando che: "la svolta processuale

dimostra quanto sia stata azzeccata la decisione di chiudere l'accordo per i risarcimenti prima

dell'Appello. Almeno i parenti delle vittime hanno avuto qualcosa, altrimenti, oggi, non potrebbero

accampare nessuna pretesa". (62)

Spetta a questo punto ai giudici di Venezia emettere la sentenza.

1.6.1. La sentenza della Corte d'Assise d'Appello

Il 7 luglio 1999 la Corte d'Assise d'Appello, la Corte, presieduta da Silvio Giorgio, emette

finalmente il verdetto. Il giudizio è ancor più mite di quanto chiesto dal pubblico ministero: 10 anni

e sei mesi. Stevanin, quindi, è stato ritenuto incapace di intendere e di volere al momento in cui

violentava e uccideva le sue vittime e lo hanno, di conseguenza, assolto per tutti gli omicidi e le

violenze sessuali per i quali era stato condannato in primo grado all'ergastolo. 11

3

"Folle", invece, Stevanin non era, secondo i giudici veneziani, quando mutilava orribilmente i

cadaveri delle donne che aveva ucciso, quando li faceva a pezzi, quando ne disossava alcune parti e

li occultava nei propri poderi o se ne sbarazzava nei corsi d'acqua della zona. E solo per questo (e

per una tentata violenza sessuale del 1989), lo hanno condannato a dieci anni e sei mesi di carcere.

Insomma, la Corte ha accolto in pieno le tesi degli ultimi tre periti che hanno studiato i meandri del

pensiero e del comportamento di Gianfranco Stevanin: Giuliano Avanzini, Gianfranco Denes,

Mario Tantalo. Tre esperti che, a leggere la perizia, hanno studiato più il cervello in senso materiale,

che la mente del periziando. E infatti, sulla base del quesito posto dalla Corte, hanno analizzato a

fondo soprattutto le conseguenze del "buco nero" nella mente di Stevanin, a causa del grave

incidente stradale del 1976. Due lesioni profonde ai lobi frontali che non hanno intaccato né la

capacità di comunicare, né quella di muoversi, ma che, secondo i periti, ha inibito la capacità di

autocontrollo davanti a certi stimoli. E anche le amnesie, limitate ai momenti cruciali degli omicidi,

sono credibili, mentre per Fornari e Galliani, erano invece, finte e strumentali.

Su una cosa tutti i periti sono stati d'accordo: la pericolosità sociale di Stevanin e il rischio che, se

rimesso in libertà, possa uccidere di nuovo. La Corte, recependo anche le richieste del P.G. Nepi, ha

previsto l'applicazione della misura di sicurezza della permanenza, per almeno dieci anni, in un

Ospedale psichiatrico giudiziario. E, proprio perché ritenuto pericolosissimo, la Corte d'Assise

d'Appello, alle prese con il problema della scarcerazione del serial killer, in quanto la sentenza

rendeva di fatto nulli tutti i termini di custodia cautelare, ha disposto, da un lato, la "liberazione"

dell'imputato, dall'altro, il suo immediato internamento provvisorio in una struttura psichiatrica

criminale, per la "prevedibile reiterazione di gravi reati e per l'irreversibilità e l'immodificabilità, se

non in senso peggiorativo della sua condizione". (63)

Una sentenza clamorosa, che fa discutere. Una sentenza che nasce senza che quelli che erano

delegati a pronunciarla abbiano mai visto né sentito Stevanin. Il procuratore Nepi, che aveva accolto

in toto la perizia della difesa chiedendo 13 anni di reclusione, i sei giudici popolari, il presidente

Giorgio e il giudice togato De Nicolo, hanno preso la loro decisioni solamente sulla base della

lettura di documenti processuali e perizie medico-legali. Risulta, da questo punto di vista,

apprezzabile la strategia difensiva dei legali di Stevanin, nel sottrarre il loro assistito al dibattimento

in aula. Un esame diretto che ha che, in primo grado, aveva contribuito in maniera determinante alla

formazione della convinzione della capacità di intendere e di volere dell'imputato.

Il legale di Stevanin afferma: "i giudici hanno capito che l'imputato è una persona malata e che è più

giusto curarlo, anche se rimane un criminale. Solo un difetto mentale di origine organica poteva

spiegare il perché di tanta violenza in Gianfranco Stevanin". (64) Di tutt'altro avviso è l'avvocato

Guarienti che sostiene che: "le conclusioni della Corte andrebbero bene se fossimo di fronte ad un

unico episodio, ma qui gli omicidi sono almeno sei. Anche ritenendo accidentale la prima morte,

Stevanin sapeva benissimo che, ripetendo certe situazioni, la conseguenza sarebbe stata il decesso

della donna che stava con lui". (65)

Come detto, la perizia in base alla quale Gianfranco Stevanin è stato ritenuto incapace di intendere e

di volere è stata più neurologica che psichiatrica in senso stretto. I periti hanno, di conseguenza,

compiuto un'indagine "neuropsicologica". E definiscono la neuropsicologia "lo studio, attraverso il

metodo sperimentale, delle relazioni intercorrenti tra il sistema nervoso centrale e la vita mentale",

ritenendo che questa sia la branca delle neuroscienze che "negli ultimi anni ha avuto il maggiore

sviluppo grazie all'affinarsi delle tecniche di indagine radiologica, di misurazione delle variazioni

del flusso ematico o del metabolismo cerebrale e all'applicazione di sofisticati modelli teorici delle

funzioni cognitive". (66) Il tipo di lesioni presente in Stevanin può provocare infatti "a

cambiamenti, talora drammatici, della personalità e del controllo delle emozioni che si manifestano

o sotto forma di impulsività e comportamento inadeguato sulla base di un mancato controllo degli

11

4

impulsi inibitori, o come restringimento del campo degli interessi e di indifferenza emotiva". (67)

Uno dei nodi irrisolti rimane quello "dell'amnesia a scacchiera", ossia del mancato ricorso dei

momenti cruciali di alcuni dei "decessi accidentali" delle donne che facevano sesso con Stevanin.

Tirando le conclusioni, i tre periti dell'appello formulano una prima diagnosi di "epilessia con crisi

parziali secondariamente generalizzate", che non hanno però "alcun ruolo nell'ambito

dell'imputabilità di Stevanin", non incide cioè sulla capacità di intendere e di volere. Diverso è il

caso delle lesioni encefaliche. I danni ad alcune aree del cervello possono "compromettere

meccanismi inibitori che scattano normalmente alla visione del dolore altrui, una sorta di

indifferenza alla sofferenza". (68) Soprattutto, però, possono dar luogo alla cosiddetta "sindrome

frontale", in particolare tre incapacità: "di modulare il proprio giudizio in conformità con le

situazioni vissute, per cui egli non appare in grado di distinguere tra una trasgressione morale e una

convenzionale, di appendere dalle situazioni svantaggiose e di inibizione dell'aggressività". (69) Su

queste componenti organiche deteriorate si è innestato un come un detonatore "l'estrinsecazione di

una sessualità vissuta come un percorso erotico ad alto rischio".

Nella motivazione della sentenza si afferma anche che: "il solo epilogo pronosticabile per Stevanin

è la segregazione in ospedale psichiatrico giudiziario a vita". Da questo passo, si denota lo

scetticismo di giudici, data la natura organica della malattia di Gianfranco Stevanin, sulle possibilità

di miglioramento che potrebbero, in futuro, rimetterlo in libertà. I legali dell'agricoltore, sono

parzialmente d'accordo, in quanto sostengono che: "è certo che non potrà mai guarire, ma credo che,

col tempo, potrà esser tenuto sotto controllo, anche perché la pulsioni sessuali decadono con l'età".

(70) Stevanin viene in seguito, trasferito nell'O.P.G. di Castiglione delle Stiviere. Nel frattempo,

l'avvocato dell'agricoltore annuncia di voler ricorrere in Cassazione per ottenere un'assoluzione

piena. La medesima intenzione viene denunciata dal procuratore generale. Come prevedibile, la

Sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia ha provocato molteplici reazioni per lo

più orientate verso lo sdegno.

Emblematica, a tale proposito appare il commento di Gian Guido Zurli, uno dei maggiori esperti

italiani di serial killer. Egli, in primo luogo definisce "vergognosa" la sentenza, avendo seguito da

vicino il processo e ritenendo che Stevanin sia pienamente normale, come ha dimostrato la lucidità

mantenuta durante tutto il dibattimento di primo grado. Ritiene, inoltre, incontestabili le perizie

effettuate da Fornari e Lagazzi, ritenuti i migliori in questo campo e asserisce che i periti d'ufficio

che si sono pronunciati in secondo grado sono soltanto "psichiatri di sperdute università di

provincia in cerca di notorietà". Afferma che la soluzione adottata (incapacità quando uccideva,

capacità quando occultava i cadaveri) sia esclusivamente una situazione di comodo. Conclude

affermando che chi ci rimette sono "le vittime e i loro parenti, che non hanno ottenuto giustizia e il

Popolo Italiano, che non è assolutamente d'accordo con questa sentenza, anche se pronunciata in

suo nome". (71)

1.6.2. La revisione del processo d'Appello

Una nuova svolta nel processo che vede imputato l'agricoltore di Terrazzo per la morte di sei donne

tra i 1993 ed il 1994, avviene quando il P.G. Augusto Nepi presenta ricorso alla Corte di

Cassazione.

Il motivo del ricorso è basato sulla presunta carenza e illogicità della motivazione sui risultati delle

perizie. Alla stregua dell'art. 606 del codice di procedura penale, che consente il ricorso per

Cassazione in caso di "mancanza o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal

testo del provvedimento impugnato", il P.G. contesta la sentenza emessa dai giudici di Venezia. "La

motivazione", spiega il procuratore generale, "aderisce incondizionatamente alle conclusioni dei 11

5

periti e dei consulenti tecnici di parte, pur in presenza di opposte conclusioni dei periti di primo

grado, ma non analizza o trascura alcune lacune argomentative e trasforma in certezze diagnostiche

quelle che sono meri enunciati ed ipotesi scientifiche". "La sentenza", continua, "ignora alcune

lacune ed incongruenze in modo illogico e non può quindi sottrarsi all'annullamento". (72) In

particolar modo viene criticato l'approccio metodologico nella trattazione del tema. Del resto,

afferma lo stesso procuratore generale, "è del tutto infondato e immotivato che l'imputato fosse

consapevole e determinato nell'intraprendere il rapporto sessuale a rischio, ma altrettanto non fosse

per l'evento conclusivo della morte della partner e non si espone perché sia disattesa l'ipotesi

opposta, che fosse proprio l'evento omicidiario quello perseguito e attuato attraverso il percorso

erotico". (73) La Cassazione, con un provvedimento preso il 24 maggio 2000, annulla la sentenza

emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia il 7 luglio 1999 e, ai sensi dell'art. 623 del codice

di procedura penale, rinvia il processo ad un'altra sezione della stessa Corte.

Il 30 novembre del 2000 inizia, perciò, il processo d'Appello-bis nei confronti di Gianfranco

Stevanin, che al momento sta scontando la pena nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo

Fiorentino. La prima udienza del processo, privo dell'imputato, forse memore del risultato ottenuto

in secondo grado dai sui legali, inizia con la richiesta da parte del P.G. di una nuova perizia

psichiatrica sull'agricoltore. Gli incarichi sono affidati ai dottori Gaetano De Leo, Francesco De

Fazio, Luigi Rossi e Giovanni Mancardi. Nella scelta dei consulenti, il collegio si è premurato di far

scandagliare tutte la possibili angolature della personalità dell'imputato, nominando un medico

legale, uno psichiatra, un criminologo e un neuropsichiatra. Nei precedenti gradi di giudizio

qualcuna di queste figure era assente, causando lacune che, tra l'altro, avevano portato

all'annullamento della prima sentenza d'Appello.

I giudici sono, perciò, chiamati nuovamente a decidere sulla capacità di intendere e di volere di

Stevanin al momento dei delitti e sulla loro premeditazione: è questo, infatti, il punto debole della

motivazione del primo appello annullata dalla Cassazione. In questa prima udienza, i legali

dell'imputato presentano istanza per la concessione del rito abbreviato, che viene accolta dalla

Corte. Anche in questo caso, il processo di svolge essenzialmente sulla base dei risultati degli esami

effettuati dai periti sulla persona di Gianfranco Stevanin. Per quanto riguarda le richieste effettuate

dalle parti, come era prevedibile, si ha una netta contrapposizione tra il P.G., che chiede l'ergastolo,

ed i legali di Stevanin, la non punibilità del loro assistito per incapacità di intendere e di volere.

Il 23 maggio 2001, la Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Luigi Lanza, dopo cinque ore di

camera di consiglio, emette la propria sentenza: è ancora ergastolo. La Corte d'Assise d'Appello,

accogliendo in pieno le richieste del procuratore generale, non ha concesso all'imputato la

prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. La Corte ha, inoltre,

emesso un ordine di cattura nei confronti di Stevanin e ne ha disposto il trasferimento immediato in

un istituto penitenziario. L'agricoltore è stato, invece, assolto in via definitiva per un sesto delitto,

quello della donna di cui era stata trovata una fotografia che la ritraeva con lesioni causate da

rapporti sessuali estremi. "Sadico, ma non pazzo, affetto da un disturbo mentale, ma non tale da non

poter capire che doveva fermarsi prima di infierire sulle vittime della sua foga sessuale. E i suoi

delitti hanno la causa esclusivamente nel soddisfacimento della propria libido". (74) È in questo

passaggio, pronunciato da uno dei quattro periti d'ufficio, il crinale che ha portato alla condanna

all'ergastolo per l'agricoltore veronese. L'esito della perizia non ha dato scampo a Stevanin: se per

un solo delitto si sarebbe potuta invocare la non imputabilità, ciò non è possibile quando gli omicidi

si sommano.

Le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia affermano anche

che il "mostro di Terrazzo" possedeva "mezzi intellettivi e culturali per evitare siffatti crimini e,

comunque, per non ripeterne il percorso dopo la prima volta". Quanto alle condizioni mentali, la 11

6

Corte sottolinea che "né il trauma cranico, né l'epilessia, né la relazione con la madre assumono

ruoli causali". (75) Secondo l'organo giudicante, inoltre, nei delitti assumono un ruolo aggravante la

sua condotta sempre lucida e l'atteggiamento processuale mai rivelatore di un barlume di

pentimento, ma attento ad adeguarsi di volta in volta a una nuova emergenza probatoria. A

Gianfranco Stevanin resta il lumicino della Cassazione, ma è una speranza flebile, vista in fondo ad

un tunnel lungo quanto può esserlo l'ergastolo.

È, infine, la Suprema Corte a mettere la parola fine sulla tormentata vicenda giudiziaria iniziata nel

1994 e che vede come protagonista assoluto l'agricoltore di Terrazzo. Il 7 febbraio 2002, la

Cassazione, infatti, conferma la Sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Venezia che ha inflitto a

Gianfranco Stevanin l'ergastolo. Si chiude così la clamorosa vicenda, iniziata quasi casualmente nel

novembre del 1994, con la denuncia della prostituta austriaca Gabriele Musger, sfuggita a Stevanin

nei pressi del casello autostradale di Vicenza Ovest e che ha coinvolto l'opinione pubblica

nazionale. Dopo un iter processuale tormentato e ricco di colpi di scena, cala finalmente il silenzio

sulla vicenda che vede coinvolto il serial killer più sadico della nostra storia.

1.7. Stevanin e la città di Verona

È terminata da poco la vicenda di Gianfranco Stevanin e la città di Verona è ancora sotto choc.

Amarezza, paura e rabbia non si sono certo attenuate, si respirano ancora nell'aria. Attorno al caso

ed alla figura di Stevanin in particolare, l'interesse dell'opinione pubblica era stato subito molto

forte, con tratti anche morbosi. Dopo i giorni del dolore, sono arrivati i giorni della rabbia, dello

sdegno; cronisti e studiosi, in tutti questi mesi, avevano indagato sul paese di Terrazzo e l'opinione

pubblica voleva sapere: curiosità, interesse scientifico, morbosità o autentico bisogno di capire.

Cos'è successo a Terrazzo? Cos'è accaduto non tanto in quelle due case dell'orrore, ma a

quell'agricoltore all'apparenza docile e tranquillo ed a quel piccolo paese nel suo insieme?

Dobbiamo avvertire che, quella zona, la provincia di Verona, non è nuova a episodi efferati e

clamorosi: dalle imprese del gruppo neonazista denominato "Ludwig", uno dei pochi casi italiani di

assassini seriali che agiscono in coppia, alla vicenda di Pietro Maso, che massacra per soldi i

genitori. "Questa terra partorisce un altro orrore?" Si sono domandati in molti quando hanno saputo

della vicenda dell'agricoltore di Terrazzo. Sembra quasi che, tutti quegli eventi passati, avessero

voluto presagire questa nuova orrenda vicenda, rivelando un carattere violento, nascosto nella

mitezza verdeggiante del paesaggio e nella vita scarna e taciturna degli abitanti, votati al lavoro, alla

famiglia, alla chiesa, secondo una tradizionale e diffusa convinzione. Si intuisce che, nella vita di

tanti paesi e paesini del profondo Veneto, insieme alla vitalità e alla produttività, si stava

manifestando un disagio nuovo e crescente; "un microcosmo egoista, gretto, chiuso", definiva il

professor Vittorino Andreoli, con toni durissimi, l'intera provincia veronese all'epoca del caso

Maso; "una società improntata all'apparenza, incapace di risolvere nuovi problemi, apparentemente

pacifica e accondiscendente, in realtà aggressiva o, ancor peggio, vittimista". E aggiunge: "Qui vale

di più un maiale o un paio di buoi che una moglie". (76)

Il serial killer "contadino", come lo definisce il giornalista de L'Arena Giancarlo Bendrame, usa

pratiche e strumenti del mondo contadino, per sezionare il corpo delle vittime e anche per seppellire

il cadavere, ma, sempre e soltanto, nel suo territorio, perché il possesso nei contadini veronesi è

sentito in modo estremo. E le pratiche ed i segreti del suo mestiere, di un mestiere che però non ha

mai svolto, dimostra di conoscerli bene; soprattutto quando sceglie di adoperare rotoli di nylon per

avvolgere i corpi, evitando in questo modo la fuoriuscita di gas dal cadavere in decomposizione,

che, mineralizzando il terreno, avrebbero fatto crescere piante più alte in quell'area. 11

7

Stevanin, sempre secondo Bendrame, rappresenta il "lato oscuro della ricca provincia veronese, che

sotto la placida e talora paciosa immagine superficiale nasconde inquietanti tensioni, che di tanto in

tanto magmaticamente esplodono, portando a galla orrori inenarrabili". (77) Si è parlato, addirittura,

di "sindrome veronese", offrendo un'immagine, ancora una volta, cinica e negativa della provincia.

Ma per gli abitanti di Terrazzo, per chi ha conosciuto Gianfranco Stevanin sin da piccolo, per coloro

che lo incontravano al bar, chi è Stevanin, qual è l'immagine che si sono fatti di lui? È ancora una

volta Bendrame che tratta di questo argomento, sostenendo che, a Terrazzo, all'indomani dell'arresto

del giovane figlio di agricoltori, ma che mai era stato visto lavorare in campagna, nessuno ha

dubitato della sua colpevolezza. Il male di Gianfranco Stevanin è stato, secondo il giornalista, la

solitudine, aggiungendo che la sua deve essere stata una vita assai magra dal punto di vista

affettivo.

Al termine della vicenda parla il sindaco del paese, intervistato dal giornalista de L'Arena, che

afferma: "quello che desidera il paese è dimenticare", e continua asserendo che ciò che è accaduto

poteva succedere ovunque e che di pubblicità ne hanno ricevuta abbastanza; ora vorrebbe che

Terrazzo ritornasse ad esser ricordata per le mele e per il ponte sull'Adige. Ma qualcuno rimpiange

già la notorietà perduta.

2. Donato Bilancia: il serial killer più atipico e prolifico della

storia italiana

Passiamo ora a parlare di Donato Bilancia, l'assassino seriale che, nella zona di Genova, ha

seminato tra il 1997 e il 1998 panico e terrore. Cercheremo di analizzare gli elementi caratteristici,

la storia di vita, l'attività omicidiaria e la sequenza processuale di questo serial killer, sicuramente

atipico tenuto conto dei canoni tradizionali rispetto alle caratteristiche ricorrenti negli omicidi seriali

per la letteratura criminalistico-investigativa.

2.1. I fatti.

Dall'ottobre 1997 all'aprile 1998, Donato Bilancia ha ucciso diciassette volte. La prima vittima è

"l'amico" Giorgio Centanaro, soffocato il 16 ottobre 1997 nella sua abitazione genovese con del

nastro adesivo, la cui morte viene inizialmente rubricata come "decesso per cause naturali" (si parlò

d'infarto), prima che Bilancia confessasse di averlo ucciso per vendetta. Sempre per questo motivo,

il 24 ottobre, uccide altre due vittime nel loro appartamento, i coniugi Maurizio Parenti e Carla

Scotto. Dalla loro cassaforte vengono sottratti 5 orologi Rolex, di cui Parenti faceva collezione, ed

una grossa somma di denaro. Bilancia racconta che Centanaro e Parenti l'avevano coinvolto in una

bisca genovese dove aveva perso circa 400 milioni di vecchie lire.

Il 27 ottobre, uccide (sempre con la stessa arma, una pistola calibro 38) i coniugi Bruno Solari e

Maria Luigia Pitto, orefici, nella loro casa di Genova. Anche in questo caso il movente sembra

essere la rapina, dal momento che dall'appartamento mancano alcuni gioielli. Il 13 novembre, a

Ventimiglia, uccide e rapina il cambiavalute Luciano Marro e, dopo una pausa di più di due mesi, il

25 gennaio 1998 uccide il metronotte Giangiorgio Canu, giustiziandolo nell'ascensore di un

caseggiato genovese. Anche in questo caso il portafogli della vittima non viene recuperato dagli

inquirenti. Fino a questo punto, gli inquirenti non pensano minimamente a collegare gli omicidi tra

di loro.

Il 9 marzo, Bilancia inizia a uccidere le prostitute, Stela Truya a Varazze; l'esecuzione avviene con

un solo colpo di pistola alla nuca e non vi è evidenza di alcun segno di stupro o di maltrattamenti

fisici. Il 18 marzo è il turno di Ljudmyla Zubkova a Pietra Ligure, uccisa con le stesse modalità 11

8

della precedente; anche in questo caso, la borsetta della vittima non è presente sul luogo del delitto

al momento del ritrovamento del cadavere.

La decima vittima è il cambiavalute Enzo Gorni, ucciso il 20 marzo a Ventimiglia. Il 24 marzo, alla

Barbellotta (Novi Ligure), Bilancia, a bordo della sua Mercedes scura, mentre si trova in intimità

col viado Lorena, uccide due metronotte, Candido Randò e Massimino Gualillo; il transessuale

viene ferito e, grazie alle sue dichiarazioni, viene tracciato il primo identikit del misterioso

assassino. Lorena afferma anche che: "quel pazzo vuole uccidere ancora ...è sicuramente lui che ha

ucciso le altre ragazze". (78) Il 29 marzo, a Cogoleto, Bilancia toglie la vita alla prostituta nigeriana

Terry Asodo, mentre il 12 aprile, in un bagno dell'intercity La Spezia-Milano, spara a Elisabetta

Zoppetti, giovane infermiera milanese. Giunti a questo punto, "l'allarme serial killer" non è più solo

un ipotesi dal macabro fascino al vaglio degli inquirenti. Gli ultimi omicidi: i 14 aprile, a Pietra

Ligure, la prostituta albanese Kristina Walla; il 18 aprile, sul treno Genova-Ventimiglia, Maria

Angela Rubino, colf e baby-sitter di Ventimiglia; il 21 aprile, a Arna di Taggia, il benzinaio

Giuseppe Mileto.

Uno degli elementi determinanti a far individuare Bilancia sono state le dichiarazioni dell'uomo che

gli cedette la Mercedes, l'automobile vista nei luoghi di diversi omicidi. Il 6 maggio del 1998,

Donato Bilancia viene arrestato dai carabinieri di Genova e la sua piena confessione inizia il 14

maggio. Il 13 maggio 1999 è iniziato il processo al serial killer italiano con il più alto numero di

vittime.

2.2. La storia della sua vita. Vicende biografico-giudiziarie.

Donato Bilancia nasce a Potenza, il 10 luglio del 1951. Nel 1955 la famiglia Bilancia (composta da

4 membri in totale) si trasferisce prima nel piemontese, poi a Genova. Nel 1966, ancora minorenne,

ruba una vespa 50. Viene arrestato e rilasciato poco dopo perché, data la sua giovane età, viene

considerato incapace di intendere e di volere. L'esordio delinquenziale nel mondo della

microcriminalità avviene nel 1971, quando ruba un furgone carico di panettoni, che tenta poi di

rivendere davanti ad un supermarket. Anche in questa occasione viene segnalato ed arrestato, ma in

seguito assolto perché, ancora minorenne, viene dichiarato incapace di intendere e di volere.

Nel 1974, viene nuovamente arrestato a Como, per detenzione abusiva di armi da fuoco e viene

condannato. Nel 1978, tenta di fuggire in pigiama dal reparto psichiatrico dell'Ospedale San

Martino di Genova. Viene ripreso subito dopo e finisce di scontare in carcere la condanna a 18 mesi

per rapina impropria. Nello stesso anno, viene arrestato in Francia, insieme ad un suo complice, per

una serie di furti ai danni di diversi studi dentistici. Viene dunque condannato ad una pena detentiva

di 2 anni e sei mesi. È, poi, rilasciato prima della scadenza del termine (circa sei mesi) per buona

condotta.

Nel 1981, viene arrestato, insieme a due complici, per rapina e sequestro di persona ai danni di due

coniugi nell'entroterra genovese. Viene condannato a due anni e quattro mesi. Finirà di scontare la

condanna nel gennaio del 1994. L'11 novembre 1987, avviene un episodio che, secondo quanto

afferma Bilancia sconvolge la sua vita. Il fratello maggiore Michele, muore suicida gettandosi sotto

un treno nei pressi della stazione di Genova-Pegli, trascinando con sé il figlioletto Davide, di

appena quattro anni. Nel 1990, viene denunciato da una prostituta per atti di libidine violenta e

sequestro di persona. Nel 1994, viene incriminato per reiterate molestie sessuali ai danni di una

delle commesse del negozio di intimo femminile che gestiva a Genova.

Il 15 ottobre 1997, inizia la serie di delitti. Come risulta da questa lunga sfilza di precedenti penali,

Donato Bilancia non era una persona sconosciuta alle forze dell'ordine. Possiamo notare, nella sua

11

9

biografia, una progressione dell'iter criminale; si parte nel 1966, con una serie di reati contro il

patrimonio, cui succedono furti, per poi, nel 1981, passare a reati contro la persona, che poi

sfociano nei brutali omicidi degli ultimi anni. Secondo le testimonianze delle persone che meglio

conoscono Donato Bilancia, egli viene descritto come uno "spaccone" e un incallito giocatore

d'azzardo che frequentava spesso bische e casinò. Aveva seri problemi sessuali, al punto che era

arrivato a chiedere dei pareri medici: soffriva di impotenza e faceva molta fatica ad avere rapporti

con le donne. Gli piaceva guardare le coppiette in macchina e, a una donna con cui usciva, disse che

"tutte le donne dovrebbero essere ammazzate dovrebbero inginocchiarsi perché io sono il re". (79)

2.3. Caratteristiche delle vittime e modus operandi dell'aggressore

La prima vittima fu Giorgio Centanaro, ex imprenditore e legato al mondo delle bische clandestine.

Secondo quanto afferma Bilancia, il motivo dell'uccisione va ricercato proprio all'interno di questo

ambiente; era stato Centanaro, definito da Bilancia "un viscido", insieme a Maurizio Parenti, ad

introdurre il serial killer in una bisca genovese, dove aveva perso quattrocento milioni; l'assassino

era convinto che fosse un piano architettato dai due per truffarlo, ascoltando, per caso, nel giugno

1997, un dialogo tra i due all'interno della bisca stessa.

Stando a quanto afferma Bilancia, la vittima fu uccisa intorno alle 2-3 del mattino nel proprio

appartamento a Genova; successivamente l'assassino sottrasse diversi orologi di valore dalla

cassaforte e diversi milioni di lire in contanti, per simulare una rapina. Bilancia afferma: "lo

conoscevo bene. L'ho seguito alla sua abitazione dopo aver preso il numero di targa per vedere dove

andava (sembra che Bilancia si fosse recato all'A.C.I. di Genova pochi mesi prima, per risalire, dal

numero di targa dell'auto del Centanaro, al suo indirizzo). Una sera l'ho aspettato quando stava per

rientrare a casa, l'ho seguito a breve distanza e sono entrato, quando lui stava per chiudere la porta.

Avevo con me la pistola, quella che mi è stata sequestrata, ma non l'ho usata perché l'ambiente era

piccolo e temevo di far troppo rumore. Lo volevo ammazzare, non c'erano altri scopi nella mia

visita. L'ho soffocato dopo averlo immobilizzato con del nastro adesivo. Ho lasciato il cadavere

davanti la porta a pancia in giù ...volevo che si sapesse che era stato ammazzato". (80) È l'unico

omicidio di Bilancia avvenuto con queste modalità, infatti, gli altri sono tutti avvenuti con l'utilizzo

di armi da fuco.

Nei giorni successivi, Bilancia scopre dai giornali che la morte di Centanaro è stata archiviata per

decesso per cause naturali (infarto). Il 23 gennaio del 1998, il pubblico ministero Canepa, riceve

una telefonata anonima da un uomo che, con pesante accento siciliano contraffatto, afferma che la

morte del Centanaro era dovuta a soffocamento, non a infarto. Il P.M. verificò, subito dopo, al

centralino l'origine della chiamata. Risultò che aveva appena chiesto di parlare con lui un uomo

dall'accento genovese. Questa stesso circostanza era stata rivelata dal Bilancia nel corso della sua

confessione.

Il secondo evento omicidiario si verifica il 24 ottobre dello stesso anno. Le vittime, come detto,

sono Maurizio Parenti, installatore di videopoker, legato anch'egli al mondo delle bische

clandestine, e Carla Scotto, commessa in un negozio di abbigliamento. Anche i due giovani sposi

vengono uccisi nel loro appartamento di Genova. La loro abitazione, a causa dell'efferatezza del

duplice omicidio, viene ribattezzata dai mass media "la casa del boia". L'aggressione omicida è

avvenuta intorno alle 4 e mezza di notte. Anche in questo caso Bilancia sottrae oggetti di valore per

depistare le indagini.

Il serial killer, nella sua confessione, si dichiara dispiaciuto soltanto della morte della donna, uccisa

perché insieme al marito; dell'uomo dice invece che "non me ne frega niente e neanche dei suoi

genitori; non sono intenzionato a chiedere perdono, me ne frega meno di niente". Continua 12

0

"conoscevo bene anche loro. Il Parenti era sempre scortato. Da qualche sera lo aspettavo nei pressi

della sua abitazione. Ho atteso che la scorta andasse via e l'ho avvicinato nel portone. Ho detto che

dovevo fargli vedere qualcosa, appena ha chiuso gli ho puntato la pistola e l'ho ammanettato. Entrati

in casa gli ho detto che doveva darmi del denaro e mi ha detto che era in cassaforte. Essendosi

svegliata la moglie mi sono fatto dare la combinazione da lei. Li ho fatti sedere sul divano, ho

aperto la cassaforte e ho prelevato una scatoletta che conteneva alcuni orologi Rolex. Gli ho detto

cosa pensavo di lui. L'ho anche colpito alla mascella con il calcio della pistola poi gli ho sparato in

fronte. La moglie invece l'ho colpita sul petto. Prima l'avevo legata braccia e gambe con il nastro".

(81) Sappiamo poi che Bilancia si recò all'obitorio ed alla veglia funebre per dare "l'ultimo saluto"

alla coppia.

Continua la serie di omicidi: Bilancia, sentendosi sicuro per il fatto che la polizia non sospetta che

gli omicidi siano collegati, uccide una coppia di anziani orefici, sospettati di avere legami con il

mondo della ricettazione genovese, Bruno Solari e Maria Luigia Pitto. Anche questa volta l'assalto

avviene nell'appartamento delle vittime e con la stessa arma, una pistola calibro 38 ed è il tragico

epilogo di una fallita rapina. Cambia soltanto l'ora, stavolta la "mattanza" avviene nel tardo

pomeriggio. Dell'omicidio di Solari e della moglie Bilancia confessa che non aveva previsto di

ucciderli, in quanto lo scopo dell'assassino seriale era, in questo caso, solo quello di rapinarli. Dei

due dice che erano spaventatissimi e che è stato costretto ad ucciderli.

Luciano Marro, cambiavalute viene, invece, ucciso nel suo ufficio, in una delle strade più trafficate

di Ventimiglia intorno alle 19/19.30, orario di chiusura serale. L'arma è ancora una calibro 38.

L'omicidio, come nel precedente caso, è a scopo di rapina, a riprova delle difficoltà economiche in

cui, all'epoca, doveva dibattersi Bilancia. L'assassino, con la scusa di dover cambiare dei franchi

francesi, si introduce nell'ufficio della vittima e, avendo notato che la cassaforte dove teneva la

valuta era aperta, decide di sottrarre il denaro; ma, a causa della reazione della vittima, Bilancia

decide di ucciderlo. Per quanto riguarda questo omicidio, vediamo come si riscontri nella modalità

di azione di Bilancia una condotta tipica del serial killer organizzato; infatti, l'assassino ha per

giorni studiato attentamente le abitudini della vittima ed ha individuato il momento migliore per

agire.

Il 25 gennaio del 1998, è il turno di Giangiorgio Canu, metronotte. Viene freddato nell'ascensore di

un palazzo della zona in cui la vittima era di guardia. L'aggressione ha avuto luogo intorno alle due

del mattino. È questo il più atipico tra gli episodi delittuosi della serie, nel senso che Bilancia non

ha chiarito quale ne sia stato il movente. Pur essendo, nella motivazione della sentenza della Corte

d'Assise, inserito tra gli omicidi a scopo di rapina, in realtà, Bilancia non trasse alcun vantaggio

economico dall'atto delittuoso, per cui si può affermare che il motivo dell'assassinio vada forse

ricercato nella sete di vendetta verso questa categoria di lavoratori che una volta lo colse sul fatto a

seguito di un furto per il quale fu condannato e che questa brutale esecuzione fosse causata

esclusivamente dal bisogno compulsivo del serial killer di uccidere.

Il 15 marzo del 1998 inizia la serie di omicidi ai danni di prostitute. La prima a farne le spese è

Stela Truja, 25 anni, albanese. Viene assassinata sulle alture di Varazze, intorno alle 3 di notte.

Questo omicidio, dal punto di vista della qualificazione giuridica è sicuramente aggravato dalla

premeditazione dato che, in precedenza, Bilancia si era recato sul luogo del delitto per verificarne la

compatibilità con il suo disegno criminoso. Afferma il serial killer: "l'ho fatta salire in macchina

prelevandola a Genova, in zona Foce, le avevo offerto una grossa somma di denaro per una

prestazione in casa. Poi l'ho portata in una località isolata sulle alture di Varazze e l'ho fatta

spogliare. Subito dopo l'ho fatta scendere. Lei non voleva, così l'ho presa per i capelli e l'ho

trascinata fuori io. Subito dopo l'ho fatta inginocchiare e le ho sparato un colpo di pistola alla testa.

12

1

Poi l'ho lasciata lì e sono andato via". (82) Cinque giorni dopo la stessa sorte tocca a Lyudmyla

Zubkova, anch'essa prostituta, assassinata con modalità pressoché identiche alla precedente vittima.

La decima vittima è Enzo Gorni, cambiavalute di Ventimiglia; la modalità sono identiche a quelle

relative all'omicidio di Luciano Marro. Afferma Bilancia: "anche qui quando ho studiato l'obiettivo,

dovevo fare attenzione che il blindato fosse aperto ...è andata come nell'omicidio del primo

cambiavalute. Ho aspettato il momento più opportuno, quando la vittima era più vulnerabile, sono

entrato, l'ho minacciato con la pistola, gli ho ordinato di aprire la cassaforte e di darmi il danaro. Poi

ha tentato una reazione ed io gli ho scaricato il caricatore addosso". (83) Quella stessa sera Bilancia

si reca al casinò di Sanremo ed un croupier, all'udienza del 16 luglio 1999, dichiarò di ricordare

precisamente che in quella circostanza l'imputato aveva un'insolita disponibilità di denaro in

contanti. Quella sera, dunque, Bilancia aveva giocato ad uno dei molti tavoli verdi con il destino di

un uomo.

Il 24 marzo, Bilancia incappa nel primo serio "incidente di percorso", in quanto la vittima designata

sfugge alla sua furia omicida e fornisce i primi elementi utili per la realizzazione dell'identikit.

Bilancia si introduce in una villa, al momento deserta, con il transessuale Lorena per consumare un

rapporto sessuale. All'improvviso giungono sul posto due metronotte, Candido Randò e Massimino

Gualillo, che si erano insospettiti per la presenza dell'autovettura di Bilancia e che, dopo che

l'aggressore afferma, smentito dal transessuale, di essere il proprietario della villa, decidono di

chiamare la centrale; questa mossa scatena l'ira del serial killer che spara una raffica di colpi di

arma da fuoco uccidendo i metronotte e ferendo il transessuale. Come per gli altri omicidi ai danni

di prostitute, Bilancia non ha saputo dare una motivazione plausibile del gesto criminale. Si deve

ritenere perciò che egli abbia agito per dare sfogo ai propri istinti criminali. Diversa la situazione

per i due metronotte, uccisi soltanto in conseguenza del loro intervento.

Il 29 marzo dello stesso anno, è ancora una prostituta, la nigeriana Terry Asodo, la vittima della

"follia" di Donato Bilancia. Fatto sta che il serial killer, facendo tesoro dei propri timori circa il

rischio della possibile individuazione, da parte degli inquirenti, della sua Mercedes, si tutela

cambiando auto e utilizzando una Opel Kadett rubata. Bilancia narra in questo modo l'accaduto:

"dopo aver consumato un rapporto sessuale, l'ho trascinata fuori dall'auto con la forza, ma lei ha

tentato di reagire scappando. È partito il primo colpo e lei si è accasciata, poi l'ho colpita con altri

due colpi alla testa e sono andato via". (84)

Il 10 aprile del 1998 il serial killer aggredisce una prostituta Luisa Ciminiello, 51 anni e la rapina;

le punta una pistola alla testa per ucciderla, ma grazie all'arrivo di un altro cliente riesce a scampare

alla furia omicida di Bilancia. La donna sostiene di esser stata graziata dall'assassino perché, per

impietosirlo, gli fece vedere una foto di bambino di due anni, dicendogli che era suo figlio. È

importante sottolineare che Bilancia non parla di questo episodio in nessuna occasione. È la stessa

prostituta a denunciare l'avvenuta rapina ed il tentato omicidio quando nota la straordinaria

somiglianza tra l'uomo che l'aveva aggredita nel suo appartamento sanremese e l'identikit

dell'assassino seriale pubblicato da tutti i quotidiani.

Il giorno di Pasqua del 1998, domenica 12 aprile, inizia la serie degli omicidi sui treni. La prima

vittima è Elisabetta Zoppetti, infermiera di Milano. L'omicidio avviene sull'intercity La Spezia-

Milano, intorno alle 15. È la serie di omicidi che hanno maggiormente allarmato l'opinione

pubblica, sfuggendo a qualsiasi valutazione logica o di "ambiente". Una volta atteso che la donna si

sia recata in bagno, Bilancia la segue ed apre la porta dello stesso con una chiave "tripla". La

Zoppetti si mette ad urlare e il serial killer, dopo averle messo una giacca in testa, le spara un colpo

di pistola a bruciapelo. Poi attende che il treno si fermi alla successiva stazione per uscire dal

bagno. Bilancia riguardo a questo omicidio dichiara: "sono salito sul treno con quell'intenzione. 12

2

Doveva essere necessariamente una donna, anche se non l'ho nemmeno toccata dal punto di vista

sessuale. Credo che sia stata la consecuzione di un oggetto, di un programma che è scattato in me

dopo i delitti Centanaro-Parenti ...". (85)

Due giorni dopo, l'assalto a Kristina Walla, prostituta albanese di 22 anni; l'aggressione avviene nei

pressi dell'uscita autostradale di Pietra Ligure. Per quanto riguarda la modalità dell'omicidio, è del

tutto identica alle altre uccisioni di prostitute. È importante sottolineare che l'unico criterio

utilizzato da Bilancia nella scelta delle prostitute era legato alla nazionalità: voleva uccidere

lucciole di nazionalità sempre diversa. Per prima cosa chiedeva da quale nazione provenivano; se

aveva già ucciso qualche ragazza di questa nazionalità, non la faceva neppure salire.

Il 18 aprile un nuovo omicidio su un treno: la vittima è Maria Angela Rubino, 32 anni, sul treno

Genova-Ventimiglia tra le 22.30 e le 23. Il serial killer dice "ho visto una donna all'interno dello

scompartimento ed ho provato l'impulso di uccidere". La modalità è analoga alla precedente, ma il

comportamento è ancora più sprezzante, in quanto Bilancia, dopo averla uccisa, si trattiene nel

bagno e si masturba, forse come egli stesso afferma "per una forma di disprezzo verso quella donna

che non avevo mai visto prima". (86)

Due giorni dopo, a seguito di una rapina, Bilancia uccide, ad Arma di Taggio, il cinquantunenne

benzinaio Giuseppe Mileto. L'aggressione avviene nel piccolo ufficio della stazione AGIP dove la

vittima stava prestando servizio. In questo caso la furia omicida dell'assassino seriale è dovuta al

rifiuto del benzinaio di fare credito al Bilancia. A questo punto il serial killer decide di rapinare il

benzinaio, ma arriva un altro cliente, cui la vittima fa dei segnali per fargli comprendere la

situazione di pericolo. È a questo punto che Bilancia, dopo aver atteso che l'altro cliente andasse

via, fredda la vittima con cinque colpi di pistola.

In conclusione, possiamo affermare che il rituale esecutivo dell'assassino è scarno, rapido e spietato

(e nel caso degli omicidi sui treni i tempi dell'esecuzione sembrano ridursi ancor più). Non vi è

alcun segno di infierimento specifico sui vari cadaveri (overkilling) e tutti i colpi sparati sono

mortali, esplosi cioè con l'intento di uccidere nel più breve tempo possibile la vittima che, una volta

esanime, viene abbandonata a se stessa nel luogo in cui è avvenuto il delitto. In tutti gli omicidi, a

cominciare dal duplice omicidio Scotto/Parenti, l'arma usata è sempre una Smith & Wesson calibro

38 special. L'emissione acustica causata dal munizionamento di questo tipo di arma è decisamente

poco intensa e, piuttosto verosimilmente è questa la ragione per cui, per quanto riguarda i due delitti

avvenuti sui treni, il rumore dello sparo non è stato avvertito da nessun altro passeggero.

Ci sono alcuni fattori che Bilancia prende maggiormente in considerazione nell'esecuzione del suo

piano criminale. In primo luogo, cerca di rendere impossibile la via di fuga alla potenziale vittima;

era solito, infatti, parcheggiare l'automobile con il lato del passeggero quasi attaccato ad un muro, in

modo che la vittima non potesse uscire. Al contrario, per garantirsi egli stesso una rapida fuga,

visionava precedentemente i luoghi dell'aggressione, in modo da individuare il percorso migliore

per fuggire. Un altro elemento fondamentale del suo modus operandi è quello di disseminare le

vittime, estremamente eterogenee dal punto di vista tipologico, in luoghi apparentemente non

collegati tra loro, in modo da rendere molto difficile l'identificazione di una stessa mano omicida

dietro la serie di delitti.

2.4. La confessione

Pochi giorni dopo l'arresto, avvenuto il 6 maggio 1998, Bilancia decide di fare una lunga

confessione in cui spiega tutte le motivazioni che lo hanno spinto a commettere degli omicidi 12

3

apparentemente così diversi tra loro. Tredici ore di interrogatorio, in cui spiega minuziosamente,

con tono calmo e distaccato, i suoi delitti.

La definizione che dà di se stesso è quella di un serial killer "da bar", gentile, ironico, ladro

gentiluomo, giocatore incallito, ma affidabile, pronto però ad uccidere per uno "sgarro". (87) Già da

queste parole si notano le contraddizioni della sua personalità nella quale coesistono aspetti del tutto

opposti. Secondo la sua versione, è proprio lo "sgarro" subito dall'amico Maurizio Parenti e da

Giorgio Centanaro, le sue prime vittime, a farlo diventare un assassino seriale:

Quando nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono

riuscito ad agganciare Walter" (così era chiamato Bilancia dagli amici), nella mia

testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li debbo uccidere

...sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto a niente. Ma credevo

nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio per l'ennesima volta mi sono

sentito pugnalato alla schiena ...Mi dispiace solo di aver ucciso Carla. Centanaro

invece è sempre stato un viscido e lo trattavo come tale. Questo è stato il motivo che

ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto

tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento

all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: "va bé, oggi mi cerco un'arma e

vado ad ammazzare qui e là". (88)

Dopo aver ucciso Centanaro, Bilancia racconta di aver telefonato al magistrato che si occupava del

caso Parenti/Scotto perché "volevo che si sapesse che era morto ucciso", elemento, questo, tipico

degli assassini seriali, i quali tengono particolarmente ad affermare la paternità dei propri delitti.

L'uccisione dei coniugi orefici Solari/Pitto, inizia, invece, con l'intenzione di fare una rapina, "poi

però non ho più controllato la situazione". I delitti dei due metronotte e del transessuale vengono

commentati ironicamente da Bilancia: "da tiratore esperto ho sparato dieci colpi per fare due morti e

un ferito". (89)

Per quanto riguarda gli omicidi ai danni delle prostitute Bilancia afferma che "dovevano

appartenere per forza a nazionalità diverse" e che le modalità di azione erano pressoché analoghe:

"le dicevo "scendi un attimo, guarda il mare", senza farle capire quello che avrei fatto. Poi sparavo e

me ne andavo". (90) Il programma del serial killer prevedeva, dopo tanti omicidi, di "lasciar

riposare Genova perché era una città un po' scossa", anche se conferma che, in seguito, avrebbe

ripreso ad uccidere ma cambiando bersaglio: "in seguito sarebbe stato il turno di tutti questi pseudo

malandrini conduttori di bische". (91)

Come molti altri assassini seriali, accanto alla volontà di continuare ad uccidere, c'è una parte che

vuole essere fermata e che, anzi aspira al suicidio. Bilancia racconta di quale fosse la sua speranza

"che la cosa finisse al più presto, magari a seguito di una sparatoria con la polizia; è per questo che

porto sempre la pistola con me" e, al pubblico ministero, dice di aver accarezzato spesso l'idea di

suicidarsi: "non sa quante volte, centinaia, mi sono puntato la pistola alla testa, ma non ho mai

avuto il coraggio". (92) Aveva anche progettato di suicidarsi con il cianuro, ma chi gli vendette le

capsule lo truffò rifilandogli delle vitamine al posto del veleno.

Le modalità dell'omicidio delle due donne sui treni sono, come detto, state analoghe e Bilancia le

racconta dettagliatamente; per quanto riguarda l'omicidio di Elisabetta Zoppetti dichiara: "ho preso

il treno a Genova, in uno scompartimento c'era una donna. Ho aspettato che si recasse in bagno.

Aveva la borsa con lei. Ho aperto la porta con una chiave falsa e lei si è messa ad urlare. Le ho

posto la sua giacca sulla testa ed ho sparato. Lo faccio perché non voglio vedere la faccia. Ho

ripreso la borsa e mi sono appropriato del biglietto che spuntava, perché non ce l'avevo. Ma non ho

12

4

toccato nient'altro". (93) Nel secondo delitto sul treno, Bilancia rimane chiuso nel bagno e, come

detto, si masturba davanti al cadavere di Maria Angela Rubino.

2.5. Il processo in Corte d'Assise

Il 13 maggio 1999 il presidente della Corte d'Assise di Genova, Loris Pirozzi ed il giudice a latere

Massimo Cusatti, danno inizio al processo al serial killer più prolifico della storia d'Italia. Ventisei i

capi d'imputazione a carico di Bilancia: 17 omicidi, due tentati omicidi, detenzione e ricettazione

della pistola calibro 38, sei rapine, porto d'armi abusivo, atti osceni e vilipendio di cadavere.

Durante la prima udienza, viene notificata la costituzione delle parti civili. Bilancia è assente, come

accadrà per tutta la durata del procedimento; pochi giorni prima dell'inizio del processo è lo stesso

imputato ad inviare una lettera al presidente della Corte d'Assise, in cui si scusa per la sua

decisione, sottolineando che non c'è alcun pregiudizio nei confronti dei giudici togati e popolari, ma

ribadisce che è una scelta processuale. È proprio questa assenza, unita al fatto che la confessione è

già stata resa dall'assassino, a togliere parte dell'interesse sul processo; in effetti, a differenza del

processo in Corte d'Assise nei confronti di Gianfranco Stevanin, in cui tutti gli occhi erano

indirizzati sulla figura del serial killer, qui manca l'oggetto di tanta morbosa curiosità. Oltre a ciò, il

pilastro fondamentale del processo è costituito proprio dalla piena confessione resa dall'imputato

dopo la cattura, senza la quale uno degli omicidi, quello del Centanaro, non sarebbe mai stato

considerato tale e buona parte degli altri sarebbero forse rimasti a lungo irrisolti.

Il 20 maggio ha inizio l'istruttoria dibattimentale articolata dal pubblico ministero, Enrico Zucca,

sulla base dei singoli episodi criminosi. Il P.M. inizia affermando che quelli in questione "sono

delitti orribili che non vorremmo mai aver visto e temiamo di vedere. Quando ancora non erano

collegati tra loro hanno causato allarme sociale di enorme rilevanza". (94) L'accusa procede poi a

descrivere uno ad uno tutti gli omicidi della serie, non tralasciando il minimo dettaglio

nell'esposizione delle brutali aggressioni terminate con la morte di diciassette persone. Secondo il

magistrato Bilancia agì sempre da solo e la sua confessione può considerarsi veritiera.

In seguito, al fine di confermare l'idoneità delle dichiarazioni rese dall'imputato ad integrare, alla

luce degli elementi di riscontro acquisiti, la piena prova della sua colpevolezza, sono stati esaminati

i consulenti tecnici del pubblico ministero, tutti appartenenti al Reparto Investigazioni Scientifiche

dei Carabinieri; questi hanno consegnato gli esiti degli esami da loro effettuati in riferimento agli

accertamenti biologici, chimici, tecnici, merceologici, balistici e grafologici sul materiale

sequestrato nel corso delle indagini e riconducibile alla persona di Bilancia, all'autovettura ed alla

pistola che in quel periodo erano nella sua disponibilità. In particolare dagli esami eseguiti risulta

che il Dna dell'imputato è riscontrabile, con certezza scientifica, in seguito ai numerosi esami

autoptici, in numerose tracce biologiche rilevate sui corpi e sugli indumenti delle vittime, in

particolare su quelli di alcune prostitute e di Maria Angela Rubino, la seconda donna uccisa su un

treno. Secondo Zucca ad accusare l'imputato ci sono anche la saliva sul mozzicone di sigaretta

trovata nell'appartamento dove furono uccisi Maurizio Parenti e Carla Scotto e le tracce ematiche

riscontrate nell'auto sulla quale il serial killer trasportò la prostituta nigeriana Tessy Asodo. Il

comandante del R.I.S., Luciano Garofalo, ha sottolineato, invece, l'importanza della parte balistica

per indirizzare verso una sola mano omicida, in quanto i proiettili usati erano inusuali, sia dal punto

di vista commerciale che criminale, difficilmente reperibili da persone diverse. Garofalo afferma,

infine, che le tracce degli pneumatici rinvenute nei luoghi dei delitti erano del tutto compatibili con

quelle dell'automobile di Bilancia.

È importante sottolineare che non sono mancate nel dibattimento sollecitazioni e suggestioni ad

affrontare temi estranei al thema decidendum, come quello della possibile esistenza di mandanti o di

12

5

concorrenti nell'esecuzione del piano criminale messo materialmente in atto da Bilancia, circostanze

poi smentite in pieno dalla sentenza della Corte.

Dall'udienza del 15 luglio inizia la lunga processione di potenziali testimoni di alcuni omicidi (in

particolare quelli di Enzo Gorni e Luciano Marro) e di conoscenti di Bilancia, circa duecento, che

aiutano a fornire un quadro complessivo della personalità, delle abitudini, delle tendenze e dello

stile di vita del serial killer; egli viene descritto come una persona solitaria, gran bevitore e

fumatore e giocatore d'azzardo compulsivo; e ancora emerge il ritratto di una persona che detesta

tutte le donne, probabilmente a causa della sua incapacità sessuale; frequentava esclusivamente

prostitute, in quanto quest'ambiente era l'unico in cui riusciva a procurarsi, sempre con

l'onnipresente denaro, un po' di attenzione da parte dell'altro sesso; avido di soldi, una sensibilità

esasperata rispetto al tema del credito, che pretendeva di riscuotere, per la sua puntualità nei

pagamenti anche presso gli sconosciuti e, dunque, correlativamente, un'avversione estrema per

l'altrui sfiducia, che non a caso l'ultima vittima, il benzinaio Giuseppe Mileto, ha pagato con la

morte.

Particolarmente importante è la deposizione del viado Lorena, che racconta i dettagli

dell'aggressione: "vidi il calcio della pistola che sporgeva da una tasca della portiera della Mercedes

ed allora capii quali erano le sue intenzioni. Cercai di prendere tempo intrattenendolo il più

possibile, per trovare una soluzione e potermi salvare. Poi vidi le luci dei fari e poi ancora un'altra

macchina, [ ...] dopo che sparò ai due metronotte fuggii, ma sentii il suo fiato dietro di me; mi disse:

"dove credi di scappare?". A quel punto ingaggiammo una colluttazione, poi Bilancia mi sparò un

colpo al ventre e, credendo di avermi ucciso, fuggì dalla villa". (95)

Testimonianza di enorme interesse è stata, inoltre, quella del maggiore dei Carabinieri Filippo

Ricciarelli, artefice dell'arresto del serial killer, che ha ripercorso i giorni precedenti la cattura di

Donato Bilancia e quella di Mario Toto, cognato del cambiavalute Enzo Gorni, che ricorda: "ho

visto sparare due colpi seguiti da una fiammata e mio cognato sparire sotto il balcone. In quel

momento ho pensato solo a dare l'allarme, a chiamare un'ambulanza". Toto afferma anche di aver

aspettato che l'assassino uscisse dal negozio: "ci siamo affrontati con lo sguardo, ma quando ha

messo la mano in tasca come per estrarre nuovamente la pistola, mi sono spaventato ed ho cercato

rifugio dentro il negozio vicino di generi alimentari ed ho dato l'allarme". (96)

In apertura dell'udienza del 21 ottobre, la Corte, sciogliendo la precedente riserva, dispone una

perizia psichiatrica per accertare se Bilancia, al momento dei fatti, versasse in stato di incapacità di

intendere e di volere; è questo il nodo centrale di tutto il processo: il problema dell'imputabilità di

Bilancia. Il compito di effettuare la perizia psichiatrica sul serial killer è affidato a Romolo Rossi,

Marco Lagazzi e Francesco De Fazio (consulenti del P.M.), Pierluigi Ponti, Ugo Fornari e Giacomo

Mongodi (consulenti della Corte), Elio Di Marco e Giacomo Canepa (consulenti della difesa). È

questa l'unica possibilità del difensore di Bilancia, Umberto Garaventa, nominato d'ufficio dal

pubblico ministero Enrico Zucca dopo la rinuncia degli avvocati Enrico Franchini e Patrizia Franco

prima, di Nino Marazzita poi, di evitare l'ergastolo al suo assistito.

Nell'udienza dell'otto novembre, constatata l'assenza dell'imputato ed il suo implicito rifiuto di

sottoporsi all'esame richiesto dalle parti, sono stati acquisiti tutti i verbali delle dichiarazioni dal

medesimo rese nel corso delle indagini preliminari; in quella stessa data, su istanza del pubblico

ministero e con il consenso delle altre parti, è stata altresì disposta la riproduzione fonografica in

aula delle registrazioni di tutti gli interrogatori resi da Bilancia.

L'udienza del 17 febbraio 2000 è stata dedicata all'esposizione delle conclusioni rassegnate dai

periti, e dell'udienza successiva, gli stessi sono stati esaminati dalle parti. Come era prevedibile, i

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luca d.

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Appunti di Diritto penale riguardanti le criminologia e il serial killer. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la figura del serial killer tra diritto e criminologia, fenomenologia del serial killer e dell'omicidio seriale, la ricostruzione del profilo psicologico-comportamentale del serial killer, tecniche di investigazione relativamente a casi di omicidio seriale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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