Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

che confermerà la colpa cosciente ovvero quella colpa aggravata dalla rappresentazione del fatto.

Questo evento era stato previsto, in quanto lo sviluppo di piccoli incendi non era un evento raro, si trattava

però sempre di incendi di proporzioni limitate, sempre domati con i dispositivi antincendio presenti in

reparto. L'atteggiamento psicologico che emerge nei confronti della direzione dell'azienda è un

atteggiamento di negligenza, si sono prefigurati la possibilità di uno sviluppo di un incendio di dimensioni

estese, ma ritenendo e sbagliando che l'incendio sarebbe stato domato con gli strumenti antincendio

disponibili in azienda. Essi non hanno agito anche a costo di uccidere, ma vi è semplicemente stata una grave

negligenza.

Esempio 3: Caso Martarusso

I due protagonisti chiaramente non agiscono con l'intento di colpire la studentessa, e non si rappresentano la

possibilità di uccidere una persona. Infatti il soggetto esclude il verificarsi dell'evento, sopravvalutando le

proprie capacità di tiratore.

Si tratta quindi di colpa cosciente. Naturalmente se si riesce a dare prova che il soggetto ha accettato, dopo

aver preveduto, l'evento morte allora vii può essere il dolo eventuale.

Esempio 4: Contagio da HIV.

Il primo caso di questo tipo venne risolto con una condanna del soggetto per omicidio con colpa cosciente.

Gli altri vennero risolti con dolo eventuale. Vediamo i motivi delle diverse sentenze.

Nel primo caso si accertò che il protagonista aveva dato vita ad una sostanziale rimozione psicologica

dell'essere infetto. Il soggetto non era a conoscenza della malattia in quanto poco istruito e non aveva avuto

per parecchi anni alcun sintomo di malessere. Il soggetto aveva escluso, sbagliando, di essere fonte di

contagio. Il fatto di poter causare la morte della moglie non era mai neanche stato preso in considerazione

dal soggetto che quindi non poteva aver agito anche a costo di realizzare il fatto.

In contesti di diverso tipo, invece, è stata riconosciuta una responsabilità a titolo di dolo eventuale. Il

soggetto che conosce il suo stato di malattia, nonostante una chiara rappresentazione della situazione,

dimostrandosi noncurante delle conseguenze, agendo a costo di infettare qualcuno ricade nell'elemento

soggettivo di dolo eventuale.

c) Verifica della conoscibilità della norma penale violata.

Abbiamo già citato l'art. 5 del codice penale: "nessuno può invocare a propria scusa l'ignoranza della legge

penale". Il legislatore infatti si aspetta dal cittadino che si documenti , fa parte delle regole comuni del vivere

di una comunità civile.

Tuttavia la corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l'art. 5 considerandolo incompatibile con l'art.

27 della costituzione. Ci sono infatti delle situazioni in cui il soggetto ignora norme penali non per colpa sua,

avendo fatto di tutto per verificare la liceità dell'azione, e avendo ricevuto informazioni errate.

La corte costituzionale ha stabilito alcuni casi in cui vi è l'oggettiva oscurità del comando imposto

dall'ordinamento. In questi casi l'eventuale violazione non può essere imputata e rimproverata al soggetto.

Naturalmente l'ignoranza della legge deve risultare inevitabile.

Allora come conseguenza della dichiarazione di incostituzionalità, di quella parte dell'art.5 che non esclude

dall'inescusabilità dell'ignoranza della legge penale l'ignoranza inevitabile, possiamo riconsiderare l'art.. 5

nel seguente modo: "nessuno può invocare a propria scusa l'ignoranza della legge penale, salvo i casi di

ignoranza inevitabile della legge penale".

Un esempio che possiamo fare è: un venditore che vende carabine ad aria compressa a San Marino, dove

sono permesse, che decide di vendere un carico in Italia dove sono invece vietate a sua insaputa.

d) Assenza di cause scusanti.

Le cause scusanti sono situazioni nelle quali l'ordinamento non approva il comportamento del soggetto (se lo

approvasse si tratterebbe di causa di giustificazione), ma l'ordinamento si immedesima nel vissuto

psicologico della gente, nella difficoltà soggettiva di osservare la legge in quello specifico caso, e scusa la

violazione della norma. La legge ritiene non esigibile dal soggetto un comportamento osservante della

norma.

Facciamo un esempio: art. 378 "chiunque aiuta qualcuno ad eludere le investigazioni delle autorità o a

sottrarsi alle ricerche di questa, è punito con la reclusione fino a 4 anni".

Facciamo l'esempio che io voglia nascondere mio fratello che è braccato dalle forze dell'ordine, L'art. 384

del codice penale ci dice che: "Nei casi previsti dagli articoli 361, 362, 363, 364, 365, 366, 369, 371bis,

(1),

371ter 372, 373, 374 e 378, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla

(2)

necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto [307] da un grave e inevitabile nocumento

nella libertà o nell'onore". Quindi l'ordinamento si immedesima nel passato psicologico del soggetto, sa che

non può pretendere un determinato comportamento dallo stesso.

Il fatto risulta allora tipico, antigiuridico ma non colpevole.

Questo dal punto di vista del diritto penale, infatti qualora il comportamento tenuto dal soggetto crei dei 13

danni, dal punto di vista civile il soggetto sarà tenuto al risarcimento dei danni.

4) Punibilità

Vi sono delle situazioni previste dall'ordinamento che escludono la punibilità di un fatto tipico, antigiuridico

e colpevole.

Queste sono le cause di non punibilità in senso stretto che fanno venir meno la pena pur in presenza di un

fatto tipico, antigiuridico e colpevole.

Vi sono infatti dei casi in cui il legislatore per mera opportunità rinuncia alla punibilità.

Esempi sono: - l'immunità riconosciuta agli ambasciatori di cui abbiamo già parlato

- art. 649 che abbiamo visto in precedenza e che tratta i reati contro il patrimonio non violenti all'interno

della famiglia.

Vi è poi la presenza in alcuni reati di elementi che fondano l'opportunità di punire un certo fatto tipico

antigiuridico e colpevole queste sono le condizioni obiettive di punibilità previste dall'art. 44 del codice

penale: "quando, per la punibilità del reato, la legge richiede il verificarsi di una condizione, il colpevole

risponde del reato, anche se l'evento da cui dipende il verificarsi della condizione non è da lui voluto".

La condizione di punibilità è oggettiva in quanto non è necessario che sia voluta dal soggetto.

Facciamo un esempio: art 564: incesto: "chiunque, in modo che ne derivi pubblico scandalo, commette

incesto con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, ovvero con una sorella o fratello, è

punito con la reclusione da uno a cinque anni".

Quindi il legislatore stabilisce che l'incesto è vietato a prescindere, ma per ragioni di opportunità esso

stabilisce di punire la colpevolezza solo se si verifica un pubblico scandalo (condizione oggettiva di

punibilità).

Per il legislatore infatti la tranquillità della comunità è da ricercare, e dato che l'apertura di un procedimento

per punire i protagonisti di un incesto creerebbe scandalo portando a conoscenza di tutti l'incesto, ha stabilito

di punire solo quei casi in cui lo scandalo sia già avvenuto e l'apertura di un processo non creerebbe altra

confusione.

DIRITTO PROCESSUALE PENALE

Un procedimento penale inizia con la notizia di reato che attivi le investigazioni dell'autorità pubblica.

Vediamo quali possono essere i veicoli che portano la notizia all'autorità:

Querela: nel nostro ordinamento non tutte le notizie di reato possono essere investigate dall'autorità

• giudiziaria in assenza di una specifica manifestazione di volontà da parte della persona offesa.

Questi reati si chiamano reati procedibili a querela di parte. La querela esprime la volontà di chi ha subito il

reato di intraprendere il procedimento penale.

L'ordinamento ha stabilito l'esistenza di questi reati non procedibili d'ufficio per motivi di protezione della

persona offesa, infatti la persona già segnata dal reato subito non sempre è disposta ad andare in tribunale per

testimoniare subendo altri stress emotivi. Si dice che l'ordinamento da all'offeso il diritto di scelta. Esempi di

questi reati procedibili a querela di parte sono la truffa e la violenza subita.

Vi sono poi dei reati procedibili d'ufficio, la notizia di reato può arrivare con qualsiasi tipologia:

Denuncia: atto con cui un pubblico privato annuncia alla pubblica autorità un determinato fatto.

• Referto: è un documento emesso da un medico. Infatti chi presta assistenza sanitaria deve segnalare

• all'autorità pubblica quei casi in cui l'assistenza da lui prestata può essere ricondotta ad un reato. Il

sanitario in questi casi ha l'obbligo di trasmettere una relazione all'autorità giudiziaria.

L'ordinamento impone, invece, di non dare il referto all'autorità qualora lo stesso referto

provocherebbe un'investigazione nei confronti del soggetto curato. Questo per il semplice motivo

che una persona per non essere denunciata all'autorità giudiziaria non andrebbe a curarsi con un

grave pregiudizio per la propria salute, diritto fondamentale della costituzione.

Rapporto: è quel documento che viene emesso dagli organi di polizia giudiziaria al primo ministero.

• D'ufficio da parte del pubblico ministero.

• 14

Quando una notizia di reato viene a conoscenza del P.M. comincia l'iter penale, ovvero vi è l'apertura di un

fascicolo a cui è assegnato un numero progressivo in base ai fascicoli aperti da inizio anno. Il fascicolo ha

iscrizione RGNR "registro generale delle notizie di reato".

In questo fascicolo vengono introdotti tutti gli aspetti e documenti che riguarderanno il caso.

A questo punto il P.M. avvia il procedimento penale.

Attenzione: è importante non confondere il procedimento penale con il processo penale. Infatti il processo

penale è solo una parte del procedimento penale, è quella fase che si svolge davanti al giudice nel

contraddittorio tra le parti.

In questo momento il soggetto nei cui confronti si svolge il procedimento penale si chiama ancora indagato e

non imputato.

In questa fase, affidata al P.M. hanno luogo le indagini preliminari che precedono il processo e che sono

volte a stabilire se la notizia di reato è fondata e quindi dare inizio al processo oppure se la notizia non è

fondata e quindi lasciare cadere il procedimento.

La fase delle indagini preliminari è dominata da 2 soggetti:

- P.M. che è il magistrato che coordina le indagini.

- Polizia giudiziaria: che è lo strumento investigativo coordinato dal P.M.

Il compito del P.M. è quello di verificare la fondatezza della notizia di reato, e di cercare di individuare

l'autore del fatto tipico.

In questa fase il P.M. non raccoglie le prove, in quanto questa attività si svolgerà davanti al giudice durante il

processo penale, le prove possono essere documentali o dichiarative (ad ex. testimonianza),.

Ma il P.M. raccoglie soltanto sommarie informazioni per verificare la sussistenza del fatto, in questa fase

non vi è infatti contraddittorio tra l'accusa e la difesa, anzi l'attività potrebbe anche essere segreta e nel caso

in cui si dimostri negativa il soggetto indagato potrebbe non sapere mai che è stata svolta un'attività

investigativa nei suoi confronti.

A questo punto entra in gioco un altro magistrato il GIP (giudice per le indagini preliminari).

Il GIP si occupa di sovraintendere tutte quelle attività che durante la fase delle indagini preliminari non

possono essere decise in autonomia da PM o polizia giudiziaria. In altre parole per alcune attività c'è bisogno

del premesso del GIP.

Vediamo le attività per le quali è richiesto il permesso del GIP:

a) Intercettazioni telefoniche: qualora il PM ritenga necessario disporre particolari mezzi di ricerca

della prova quali le intercettazioni telefoniche deve far domanda al GIP. Il motivo del permesso è

dato dal fatto che tramite le intercettazioni si invade un diritto del cittadino: il diritto alla riservatezza

delle proprie comunicazioni che viene preso in massima considerazione dall'ordinamento.

Il GIP emetterà un decreto che autorizzi l'utilizzo di questo strumento naturalmente stabilendo anche i modi e

soprattutto i tempi dell'utilizzo, in modo da garantire che il diritto di libertà del cittadino non venga

compromesso oltre il bisogno effettivo.

Comprendiamo quindi come nel diritto penale vi sia sempre un gioco di interessi tra il diritto di libertà del

cittadino e il potere dello stato di punire.

Si attribuisce al GIP il potere di decidere, in base agli indizi già trovati se limitare o no il diritto del cittadino.

Queste forme di intercettazione possono essere usate solo per reati più gravi.

Per reati più gravi si intende quei reati che abbiano una pena massima almeno maggiore a 6 anni.

b) Misure cautelari: il PM può ricorrere al giudice anche quando l'attività investigativa renda

indispensabili misure di limitazione della libertà di movimento del soggetto. Queste misure cautelari

sono misure volte a prevenire un rischio.

Le misure cautelari più famose sono le detentive: la custodia cautelare in carcere e gli arresti domiciliari.

Attenzione a non confondere gli arresti domiciliari con la detenzione domiciliare, che è la pena alternativa

alla detenzione, e inoltre non bisogna neanche confondere gli arresti domiciliari con l'arresto che è la pena

per la contravvenzione. Infatti gli arresti domiciliari vi sono quando il soggetto non è ancora stato processato

e quindi non è ancora giudicato colpevole.

Le condizioni perché si possa richiedere una misura cautelare sono:

- la presenza di reati che consentano misure cautelari,

- la presenza di gravi indizi di colpevolezza, quindi il PM deve portare un quadro indiziario connotato da

gravità,

- il fatto di dover fronteggiare almeno una di queste tre esigenze cautelari che impongono la misura

preventiva: → pericolo di fuga (motivo fondato e non teorico)

→ pericolo di reiterazione del reato, anche in questo caso deve essere un pericolo fondato e concreto

→ pericolo di inquinamento probatorio. Il soggetto in questione potrebbe infatti tentare di alterare le prove

testimoniali o anche documentali. 15

c) Incidente probatorio: L'ultimo caso in cui il PM si rivolge al giudice è l'incidente probatorio.

Questa è una parentesi di acquisizione delle prove anticipata nella fase delle indagini, anticipa a questa fase

l'attività tipica della fase successiva che avviene nel contraddittorio tra le parti.

L'incidente probatorio è richiesto in quei casi in cui la genuinità della prova è destinata a non mantenersi nel

futuro. Un esempio di richiesta di incidente probatorio può avvenire nel caso in cui via sia un testimone in

condizioni precarie e la sua testimonianza venga considerata utile al fine delle indagini e della fase

successiva.

Il PM può allora chiedere al GIP di assumere la testimonianza in incidente probatorio. Naturalmente

l'indagato viene avvisato e viene invitato a partecipare all'incidente probatorio che vedrà come giudice a

dirimerlo il GIP.

A questo punto si chiudono le indagini investigative e si aprono due scenari:

- PM ha trovato abbastanza materiale per portare avanti l'accusa

- PM non ritiene di aver trovato abbastanza materiale per portare avanti l'accusa e formula una richiesta di

archiviazione.

Il GIP allora procede alla valutazione dell'attività di indagine, se e d'accordo archivia l'indagine, se invece

non è d'accordo può restituire il fascicolo al ministero indicandogli le nuove indagini da effettuare. Ma il GIP

può anche ritenere che il PM si sia sbagliato a ritenere le indagini non sufficienti e allora ordina

l'imputazione coatta.

In questo caso è il GIP che formula l'imputazione, tuttavia l'imputazione può anche essere formulata

ordinariamente quando il PM ritiene d'aver raccolto sufficiente materiale.

Vediamo allora quando l'indagato può venire a conoscenza dell'indagine svolta nei suoi confronti:

- può non apprenderlo mai,

- può comprenderlo quando la polizia giudiziaria effettua una misura cautelare

- può comprenderlo quando si effettua un incidente probatorio

- può comprenderlo ordinariamente quando finiscono le indagini preliminari.

Quindi quando finiscono le indagini preliminari il PM da avviso all'indagato di conclusione delle indagini

preliminari, questo avrà 20 giorni di tempo per fornire prove tali da riuscire a difendersi dalle accuse e a far

cambiare idea al PM. Trascorso questo intervallo di tempo se il PM non ha cambiato idea chiede il rinvio a

giudizio al GUP (giudice dell'udienza preliminare).

Ora in realtà GIP e GUP sono le stesse persone, in realtà il codice prevede una incompatibilità di funzione,

quindi se in un procedimento una persona è già stata GIP non può essere anche GUP, ma il compito spetterà

ad un soggetto diverso dello stesso ufficio.

Al GUP nel processo ordinario spetta il compito di valutare se l'ipotesi accusatoria costruita dal PM e il

materiale raccolto sono sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio. Il GUP svolge quindi una funzione di

filtro nei confronti del materiale raccolto dal PM.

Nei rari casi in cui il GUP dovesse valutare che il materiale raccolto dal PM non sia sufficiente a sostenere

l'accusa davanti al giudice, esprime una sentenza di non luogo a procedere, qualora invece, come nella

maggior parte dei casi, il GUP considera il materiale sufficiente emette un decreto che dispone il giudizio.

Il soggetto a questo punto passa da indagato a imputato.

Vediamo ora quali sono i giudici che possono svolgere un processo di 1° grado:

Giudice di pace: il giudice di pace non è un magistrato togato, ovvero non è un magistrato che ha

• vinto un concorso e per questo è chiamato a dirimere casi più semplici. Il giudice di pace si occupa

quindi solo di alcune materie che essendo più semplici non richiedono neanche lo svolgimento dei

passaggi precedenti e quindi l'intervento del GUP.

Per taluni reati molto gravi, il nostro ordinamento ha voluto dare un significato al principio

• costituzionale dell'amministrazione della giustizia in nome del popolo.

In questo caso il giudice prende il nome di corte d'assise. La corte d'assise è un giudice di primo grado misto

composto da 8 membri: 2 magistrati togati e 6 giudici popolari. I requisiti per fare il giudice popolare sono la

terza media.

La corte d'assise era stata pensata dal legislatore per casi in cui era più importante l'accertamento di fatto che

non il dirimere questioni giuridiche.

Il terzo giudice che può svolgere un processo di 1° grado è il tribunale. Il tribunale sta al centro tra le

• precedenti due figure, ovvero svolge il processo per tutte quelle materie che non giudicano il giudice

di pace e la corte d'assise.

Il giudice può giudicare:

- In composizione collegiale con la presenza di tre magistrati togati 16

- In composizione monocratica e quindi con la presenza di un solo magistrato togato.

Il codice procedurale penale stabilisce i casi in cui il tribunale giudicherà con una composizione che rispetto

ad un'altra.

A questo punto il processo si svolge e si dà luogo alla fase istruttoria della raccolta delle prove che si svolge

durante una o più udienze. Finita l'attività di acquisizione delle prove il giudice chiede alle parti le loro

richieste. Prima parla il PM che fa la requisitoria ponendo le sue richieste, solitamente le sue richieste sono

di condanna e prevedono anche la quantità di pena richiesta, talvolta però può capitare che le richieste siano

di assoluzione nei casi in cui le prove di difesa siano talmente evidenti da far cambiare idea al PM.

Per ultima invece parla la difesa che espone la cosiddetta arringa difensiva spiegando il perché il proprio

assistito non debba essere condannato.

è previsto un giro di repliche, con l'ultima parola che comunque spetta sempre alla difesa.

Il processo termina e il giudice si ritira in camera di consiglio e pronuncia la sentenza che può essere di

condanna o di assoluzione.

La sentenza di assoluzione può essere di due tipi: la sentenza di assoluzione con la quale il giudice entra nel

merito e la sentenza di proscioglimento ovvero la sentenza che non entra nel merito.

Ad esempio una sentenza di proscioglimento può essere proclamata per un reato che è caduto in

prescrizione, quindi si è prosciolti non assolti, il reato potremmo averlo commesso lo stesso ma non siamo

punibili.

Alla fine della scala del percorso che il giudice deve seguire c'è la sentenza di condanna.

In particolare la sentenza di condanna può essere diversa in base al gradino della scala su cui il giudice si è

fermato.

L'art. 530 del codice di procedura penale tratta la sentenza di assoluzione: "Se il fatto non sussiste, se

l'imputato non l'ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero

se il reato è stato commesso da persona imputabile o non punibile per un'altra ragione, il giudice pronuncia

sentenza di assoluzione indicandone la causa nel dispositivo."

Poi l'art. continua al comma 3: "se vi è la prova che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di

giustificazione o di una causa personale di non punibilità ovvero vi è dubbio sull'esistenza delle stesse, il

giudice pronuncia sentenza di assoluzione a norma del comma 1".

Vediamo quindi i casi di assoluzione rapportandoli con i relativi gradini della scala:

- insussistenza del fatto → manca la tipicità del fatto,

- fatto non commesso → tipicità del fatto in quanto manca tra i fatti commessi dal soggetto,

- fatto non costituisce reato o non è riconosciuto dalla legge come reato → colpevolezza, si usa questa

espressione che tende a confondere quanto il fatto è tipico, è antigiuridico ma difetta l'elemento psicologico

che la norma richiedeva che è diverso da quello che aveva il soggetto. Un esempio può essere il

danneggiamento, questo ha bisogno dell'elemento psicologico del dolo in quanto il danneggiamento non

voluto è penalmente irrilevante.

- commesso da persona non imputabile o punibile per un'altra ragione → difetta ancora la colpevolezza.

Art. 533 Condanna dell'imputato: "Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole

del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio. Con la sentenza il giudice applica la pena e le

eventuali misure di sicurezza".

Le sentenze devono essere motivate per iscritto, a quel punto le parti non soddisfatte hanno un termine per

impugnare la sentenza davanti ad un giudice di grado superiore, spiegando quali norme non sono state

applicate bene.

Il giudizio di 2° grado è giudicato in base a chi ha giudicato in 1° grado, se in 1° grado ha giudicato:

-tribunale allora ci si dovrà rivolgere alla corte d'appello,

- corte d'assise allora ci si dovrà rivolgere alla corte d'assise d'appello, che ah differenza della corte d'assise

presente in ogni città ha una competenza territoriale più grande e per esempio quella di Milano comprende

anche le città limitrofe. Va inoltre detto che per fare il giudice popolare nella corte d'assise d'appello bisogna

avere almeno una licenza di scuola secondaria di 1° grado.

- giudice di pace allora ci si dovrà rivolgere al tribunale, che si trova quindi ad avere una doppia competenza

in termini di giudizio.

In 2° grado, non si risvolge quello che è stato il processo in 1° grado, ma si decide sulla fondatezza o meno

dei motivi presentati dalle parti.

Il giudice di 2° grado può confermare la sentenza di 1° grado o riformare la sentenza di 1° grado con una

sentenza più corretta. La sentenza deve essere motivata.

A questo punto la sentenza di secondo grado può essere impugnata nuovamente solo per errori di

applicazione di diritto (motivi di legittimità). 17

Questa sentenza di 2° grado può essere impugnata di fronte ad un unico giudice: la suprema corte di

cassazione. La corte di cassazione si occupa solo di profili interpretativi delle norme.

Le parti possono impugnare la sentenza di 2° grado solo per eventuali errori già impugnati presso il giudice

di 2° grado. In altre parole la parte della sentenza di 1° grado non impugnata in 2° grado, non può essere

impugnata presso la corte di cassazione e si considera certa.

La corte di cassazione può confermare la sentenza, tramite l'ordine esecutivo della pena, e in questo modo la

sentenza di merito diventa definitiva.

Oppure può annullare la sentenza in due modi: -senza rinvio sostituendola con una propria decisione

definitiva.

- con rinvio qualora vi fosse bisogno di un altro accertamento che esula il profilo d'intervento della corte di

cassazione. In questo caso si occuperà del caso un'altra sezione della corte di appello chiamata giudice del

rinvio. Questa nuova sentenza può essere di nuovo impugnata davanti alla cassazione.

Quello descritto fino ad ora è il rito ordinario, esistono tuttavia nel nostro ordinamento tre riti varianti:

1. Rito abbreviato: questo rito prevede lo stesso iter del rito ordinario fino all'arrivo davanti al GUP. A

questo punto l'imputato ha il diritto di chiedere il rito abbreviato. Il rito abbreviato prevede che il

GUP si trasformi in giudice di 1° grado diventando così un giudice di merito.

A questo punto sulla base di quello che il giudice ha, senza quindi effettuare nuove istruttorie giudica

l'imputato ed emette la sentenza. La sentenza emessa dal GUP diventa a tutti gli effetti una sentenza di 1°

grado.

Lo stato concede a chi richiede il rito abbreviato uno sconto di 1/3 della pena, in caso la pena fosse

l'ergastolo diventa la reclusione per 30 anni.

2. Rito immediato: Se le indagini sono state svolte in tempi ristretti e se il GIP ravvisa gravi indizi di

colpevolezza, si salta la fase davanti al GUP. In questo caso è quindi l'accusa che richiede

l'accorciamento del procedimento penale.

Esiste poi anche il cosiddetto processo per direttissima: quando un soggetto è colto in flagranza di reato,

entro 48 ore viene giudicato in primo grado.

3. Patteggiamento: è un rito preliminare con il quale PM e imputato si accordano per non celebrare il

processo. Le parti stabiliscono infatti di applicare una pena per cui sono d'accordo. In questo modo si

da vita ad una riduzione della pena fino ad 1/3 della pena stessa.

Sono tuttavia patteggiabili solo quei reati per cui è prevista una pena massima di 5 anni tolte le riduzioni

previste.

RESPONSABILITà AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI AI SENSI DEL D. LGS

231 DEL 2001.

Inizialmente il nostro ordinamento ha sempre considerato i reati necessariamente commessi solo da persona

fisiche.

Tantè che per molti secoli il nostro ordinamento ha sempre considerato la frase latina: "societas delinquere

non potest". Il reato è una faccenda di persona fisica.

Se nonché in epoca di sviluppo della civilizzazione e sviluppo della tecnologia l'espressione ha cominciato

ha destare perplessità. Vi sono dei casi in cui la realizzazione di fatti di reato non è riconducibile al singolo

ma è qualcosa che riguarda l'organizzazione.

Ad esempio i reati di inquinamento per i quali si sta svolgendo un procedimento penale. Questi fatti di

inquinamento sono riconducibili all'attività di un'industria.

Un altro esempio può essere un'indagine svolta dalla procura di Milano circa l'esistenza o meno di una

stabile organizzazione (tassabile) in Italia di una società con sede in Irlanda (google).

Per fatti di questo tipo accanto alla responsabilità delle persone fisiche, esiste ed è opportuno che venga

colpita una responsabilità diretta degli enti o delle società o no?

Il rischio della riserva di sanzione penale alle sole persone fisiche è quello di non riuscire a colpire in pieno il

fenomeno criminoso. Infatti basta che la società cambi il management invischiato nel procedimento penale e

poi continui la sua politica di violazione delle leggi.

Ad esempio nei reati di corruzione: un privato offre e da delle utilità non dovute ad un soggetto della

pubblica amministrazione affinché il soggetto della pubblica amministrazione effettui un comportamento in

contrasto dei propri doveri. Il contesto è quindi il rapporto tra la società e la P.A. Facendo un esempio: nel

caso di reato nella concessione di appalto il reato viene certamente commesso da due persone fisiche, ma

negli interessi della società, la società deve quindi risponderne? Il privato corrompe non a titolo personale,

18

per un'utilità diretta, ma in nome dell'ente che rappresenta. La pena non si può esaurire colpendo solo i due

soggetti privati.

Per questo il nostro ordinamento ha iniziato sull'inizio degli anni 2000 a dare un risposta con un

provvedimento legislativo (su legge parlamentare di delega). Si è costruita una nuova forma di responsabilità

che si aggiunge a quella della persona fisica e che riguarda direttamente l'ente. Questa responsabilità è

qualificata espressamente come amministrativa dal testo legislativo, tuttavia i contenuti sono dei contenuti

intrinsecamente penali. Il legislatore non ha usato il termine penale in quanto l'art. 27 comma 1 legislazione

"la responsabilità penale è personale" potesse condurre ad un pericolo di dichiarazione di incostituzionalità

di questa norma che estende la responsabilità penale oltre la persona fisica.

Si parla di responsabilità degli enti nascenti da reato in modo da non qualificarla ne come penale ne come

amministrativa.

Ad esempio normalmente della responsabilità amministrativa se ne occupa il giudice amministrativo (TAR) e

poi successivamente ad un giudice amministrativo di grado superiore.

Della responsabilità amministrativa degli enti se ne occupa il giudice penale, la indagini vengono svolte

dalla procura della repubblica e la sentenza la emette il giudice penale competente a giudicare sul reato

presupposto della responsabilità amministrativa dell'ente.

La responsabilità dell'ente è quindi un vagone del treno dei reati, taluni reati portano dietro con se l'illecito

penale della persona giuridica.

Vediamo cosa tratteremo nelle prossime lezioni:

- come funziona la responsabilità di questo reato.

- i soggetti che impegnano la responsabilità degli enti (quali enti e quali reati).

- che approccio ha utilizzato il legislatore: la scommessa non è quella di agire esclusivamente sull'apparato

sanzionatorio, ma di promuovere nelle imprese una cultura della legalità. Assicurarsi che le procedure interne

assicurino il corretto svolgimento delle attività interne della società. Il legislatore ha quindi previsto un ruolo

proattivo dell'ente, il legislatore sprona l'ente in modo da evitare che le persone fisiche che lo rappresentano

evitino di commettere reati. (tramite incentivi, si spinge l'ente a raggiungere una strada di organizzazione al

fine di soddisfare standard soddisfacenti di legalità. Art. 6/7.

Si parte dalla repressione della corruzione su istanza sovranazionale.

L'Italia sigla una serie di convenzioni volte alla lotta alla corruzione e alla protezione degli interessi

finanziari dell'unione europea. E queste convenzioni, tra le altre cose, prevedono un obbligo per l'Italia di

dotarsi di un sistema di sanzioni efficaci e dissuasive rispetto ai fatti di corruzione commessi anche in ambito

sovranazionale.

Nel dare attuazione a queste, nel 2000 il legislatore delega il governo ad adottare uno o più decreti legislativi,

per i reati di corruzione e per tutta una serie di altri reati non ancora previsti per il fatto che una parte della

delega sia stata lasciata cadere, ad esempio i reati fiscali ancora non sono esistenti nel nostro ordinamento.

Il decreto Lgs. 231 sancisce il superamento del principio "societas delinquere non potet" e rappresenta la

cornice di riferimento per qualunque tipo di illecito rimproverabile direttamente all'ente.

Il decreto inoltre, prevede che la responsabilità colpisca imprese che si avvalgono di strumenti illeciti

(commissione di reati) per ottenere risultati economici leciti. Non è uno strumento per colpire attività

economiche strutturalmente attività illecite.

Esempio Wolswagen: sanzione che colpisce un ente che attraverso uno strumento illecito (reato) realizza

un'attività svolta lecita: vendita autovetture. Non serve per colpire ad esempio il clan dei Casalesi (attività

strutturalmente illecita). Esistono altri tipi di responsabilità.

Cosa caratterizza questa responsabilità:

- si tratta di una responsabilità che non è oggettiva (di posizione): richiede che sia sempre dimostrata la

colpevolezza dell'ente e quindi la rimproverabilità. L'ente non risponde in automatico. Non c'è nel nostro

ordinamento l'accoglimento della teoria (USA) dell'immedesimazione organica: per cui l'ente si immedesima

con i suoi organi gestori, l'ente risponde in automatico di tutti i reati commessi dagli amministratori.

In Italia il reato delle persone fisiche non fa irrimediabilmente scattare la responsabilità dell'ente, è come un

presupposto per la responsabilità dell'ente: "la realizzazione di un reato da parte di un rappresentante

dell'ente è una condizione necessaria ma non sufficiente perché l'ente abbia commesso un reato".

- nasce da un reato, se ne occupa prima il PM in fase di indagine e poi il giudice penale chiamato a decidere

sulla sussistenza del reato, e si tratta di una responsabilità che si aggiunge a quella delle persone fisiche, non

la sostituisce. 19

A quale condizione l'ente può essere chiamato a rispondere: a condizione che il reato sia stato realizzato

nell'interesse o nel vantaggio dell'ente.

Giudice: - accertare commissione reato,

- accertare che reato rientri in quelli previsti dal decreto 231,

- accertare che il reato sia stato commesso nell'interesse o vantaggio dell'ente da parte di un soggetto che

appartenga all'organizzazione dell'ente (attività riferibile all'ente).

Ma quali sono gli enti soggetti a questa responsabilità?

Questo decreto non si applica solamente alle persone giuridiche (società di capitali) dotati di autonoma

personalità giuridica, ma si applica anche a società ed associazioni sprovviste di personalità giuridica (società

di persone o associazioni non riconosciute), nonché agli enti pubblici di tipo economico che agiscano allo

stesso modo in cui agisce un soggetto privato.

Non vi è alcuna distinzione che attenga alla direzione dell'ente.

Si è riusciti a creare un apparato sanzionatorio tale da essere applicato nello stesso modo ad una grande

multinazionale o ad una piccola azienda. Ma come cucire un sistema sanzionatorio adeguato a realtà così

diverse?

I soggetti a cui non si applica questo decreto sono: lo stato, gli enti pubblici territoriali, la pubblica

amministrazione e gli enti pubblici di tipo non economico previsti nel nostro ordinamento.

Chi può impegnare, all'interno dell'ente, la responsabilità?, chi con il suo reato può mettere nei guai anche

l'ente?

Il decreto individua due soggetti:

- soggetti apicali

- soggetti subordinati ai soggetti apicali, la cui attività è quindi subordinata a quella dei soggetti apicali.

Non vi è un elenco di chi appartenga alle due categorie, ma si ha un criterio di tipo elastico, individua infatti

come criterio di apicalità l'esercizio di funzioni di rappresentanza dell'ente, di amministrazione dell'ente e di

direzione dell'ente. Proprio per l'ottica di tipo oggettivo funzionale che il legislatore ha adottato non conta il

ruolo che formalmente un soggetto ricopre, ma conta ciò che il soggetto effettivamente fa all'interno

dell'ente. Amministrazione direzione e rappresentanza dell'ente o di una sua unità organizzativa dotata di

autonomia finanziaria o funzionale.

Ad esempio amministratore stabilimento Fiat, non è AD della fiat ma semplicemente direttore dello

stabilimento e quindi ha una posizione apicale.

Ma per quale ragione si distingue tra soggetti apicali e soggetti subordinati visto che tutti e due possono

impegnare la responsabilità dell'ente? il legislatore mantiene questa distinzione per ragioni di colpevolezza,

la rimproverabilità dell'ente per non aver saputo evitare il reato muta a seconda dei soggetti che lo hanno

effettuato.

Non rientrano tra i soggetti apicali i sindaci (soggetti del collegio sindacale) in quanto l'attività affidata al

sindaco non è espressiva di un potere gestorio, quindi il sindaco può impegnare la responsabilità dell'ente ma

non come soggetto apicale.

Non è importante quindi la forma di governance che l'ente ha deciso di adottare (consiglio di

amministrazione, consiglio di gestione e organo amministrativo).

I soggetti subordinati sono tutti coloro che non sono apicali, compresi i collaboratori esterni all'impresa, tutte

le volte in cui svolge incarichi nell'interesse dell'ente e i cui risultati sono direttamente riferibili all'ente in

quanto si riferiscono alla sua sfera di rapporti soggettivi.

La responsabilità dell'ente è una responsabilità autonoma da quella dell'ente. Per la prima volta in una

vicenda svoltasi a Milano e che riguarda alcuni intermediari finanziari sono state applicate sanzioni del D.

Lgs 231 previste dall'art. 8 che sancisce che la responsabilità degli enti è autonoma.

Quindi la responsabilità dell’ente non si somma a quella della persona fisica, ma è autonoma a tal punto che

l’art. 8 ha stabilito che possa essere chiamato a rispondere l’ente anche nel caso in cui il soggetto autore del

reato non sia stato identificato o risulti non imputabile o anche nell’ipotesi che il reato sottostante si estingua

per una causa diversa dall’amnistia. In particolare per la prescrizione.

L’ente risponde anche se non è stato possibile individuare il soggetto responsabile del reato. Nonostante la

responsabilità dell’ente sia derivante dal reato stesso.

Qui interviene l’autonomia della responsabilità dell’ente.

Esempio: io so che il pubblico ufficiale è stato corrotto da qualcuno dell’ente, ma il processo non ha

individuato se il corruttore sia stato tizio o Caio. Questo non vuol dire però che l’ente non sia chiamato a

rispondere.

La rimproverabilità rispetto al fatto dovrà essere per l’ente diversa da quella della persona fisica. 20

L’art. 5 dice che l’ente risponde della commissione del reato (commesso sia da soggetto apicale che da

soggetto subordinato) quando il reato sia stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente. Si è posta

immediatamente una problematica interpretativa.

Interesse e vantaggio sono la stessa cosa o sono due requisiti differenti?

Gli interpreti si sono concentrati sulla seconda tesi che vede nell’interesse o nel vantaggio due elementi

diversi in quanto la norma utilizza la lettera: “o”.

L’interesse è un elemento di valutazione in un’ottica ex-ante rispetto alla commissione del reato, attiene alla

idoneità della condotta di apportare un beneficio all’ente. La proiezione finalistica era volta a far avere un

beneficio all’ente. Il giudice deve accertare una risposta positiva.

Il vantaggio rappresenta il resoconto consuntivo, ex-post, l’ente ne ha tratto un vantaggio oppure no. Se la

risposta è si allora l’ente può essere chiamato a risponderne.

Naturalmente l’ente può ottenere un vantaggio anche attraverso la commissione di un reato che inizialmente

non veniva posto nel suo interesse. L’ente può ottenere un vantaggio oggettivo o vi può essere un interesse

soggettivo e questi essendo posti in alternativa dalla norma sono sufficienti a far scattare la pena per l’ente

anche singolarmente. Il giudice deve accertare quindi in un’ottica ex ante o ex post che il reato sia stato

commesso nell’interesse dell’ente.

Tanté che il decreto 231 prevede che l’ente sia sanzionato lo stesso anche se il reato commesso nel suo

interesse non abbia cagionato alcun vantaggio per l’ente. L’assenza del vantaggio per l’ente non rappresenta

una irresponsabilità per lo stesso, ma il legislatore la vede solo come una attenuante delle sanzioni che

colpiscono l’ente.

L’ente può sfuggire alla sanzione se dimostra che la commissione del reato non può essere rimproverata

all’ente stesso.

La dimostrazione la si da in due modi differenti a seconda che il reato sia stato commesso da una persona

fisica appartenente alla cerchia degli apicali oppure da una persona fisica appartenente alla cerchia dei

soggetti subordinati.

- Apicale: la assenza di rimporoverabilità dell’ente segue certe regole più rigorose.

- Subordinato: la assenza di responsabilità dell’ente segue un percorso più abordabile per l’ente.

Questo perché se i soggetti apicali commettono reato allora anche tutta la struttura che sta al di sotto è più

facile che sia malata.

Se il reato è commesso da una figura periferica, allora è più facile che l’azione commessa dal soggetto non

rappresenti la volontà dell’ente.

All’art. 6 vediamo quali sono gli elementi a cui bisogna dar prova per far si che non sia sanzionato l’ente in

presenza di un reato commesso da un soggetto apicale:

l’ente dovrà dare la prova (onere sull’ente) di:

• avere adottato ed efficacemente attuato prima della commissione del reato un modello organizzativo

idoneo a prevenire la commissione della tipologia di reati successivamente commessi. (ad esempio

se voglio ridurre il rischio di corruzione, intanto posso ridurre il più possibile l’utilizzo del contante e

rendere tracciabili le transazioni. Oppure nei rapporti con i fornitori per evitare i reati evito che la

stessa persona che dia la commessa ai fornitori sia la stessa che abbia rapporti con la stessa).

• Sulla adozione ed efficace attuazione del modello organizzativo sia chiamato a vigilare un organismo

di vigilanza indipendente ed autonomo. Per evitare la responsabilità l’ente deve dimostrare che

l’organismo ha agito correttamente e che il reato è stato possibile perché l’autore del reato ha eluso

fraudolentemente il modello organizzativo. Nonostante tutti i presidi messi in campo il soggetto è

riuscito lo stesso a commettere il reato.

All’art. 7 vediamo invece il caso in cui il reato è commesso da un soggetto subordinato, ovvero da un

soggetto sottoposto alla vigilanza di un soggetto apicale. In questo caso, l’ente non sarà colpito da

responsabilità se non si sia in presenza di un difetto nell’attività di coordinamento e vigilanza.

L’onere della prova spetta all’accusa. Infatti all’ente basta dimostrare di essersi dotato di un sistema

organizzativo, spetterà poi all’accusa dimostrare l’eventuale inadeguatezza di questo sistema organizzativo.

Vediamo ora cosa deve fare l’ente al fine di evitare la propria responsabilità. L’ente deve applicare le

procedure di risk management e risk assessment.

1. Mappatura dei rischi: si svolge un’analisi del contesto aziendale mediante l’utilizzo di

questionari ed interviste alle funzioni aziendali, al fine di evidenziare in quali aree o settori e con

quali modalità si possono verificare dei reati ai sensi del D. 231. Si mette in campo quindi un

elenco dei rischi potenziali.

2. Analisi del sistema di controllo preesistente. 21

3. Valutazione dei rischi residui.

A questo punto svolgo le procedure di assessment, ovvero devo valutare se il sistema messo in camp a livello

organizzativo è sufficiente a ridurre il rischio ad un buon livello. Una volta individuato il rischio questo va

gestito (risk management) tramite la costruzione di procedure tali da non essere aggirabili se non

fraudolentemente.

In un caso del 2004 (richiesta di misura cautelare nei confronti di un ente) il GIP doveva valutare se il

modello messo in piedi era adeguato o no. In questa sentenza il Gip individua una serie di punti che

rappresentano gli elementi di un sistema organizzativo efficiente. I modelli organizzativi devono rispondere

alle seguenti esigenze:

- Individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati. (mappare il rischio).

- Prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni

dell’ente in relazione ai reati da prevenire.

- Individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei

reati.

- Prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul

funzionamento e l’osservanza dei modelli. Bottom to up. Nonché flussi up to down al fine di

informare su quali procedure seguire.

- Introdurre un sistema disciplinare interno idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure

indicate nel modello.

Se il modello organizzativo rispondono adeguatamente a tali esigenze, allora l’ente è esente da responsabilità

sia nel caso di reato commesso da posizione apicale che da posizione subordinata.

A tal proposito le linee guida elaborate da alcune associazioni rappresentative di enti suggeriscono la

separazione di compiti fra coloro che svolgono fasi cruciali nell’ambito di un processo a rischio,

l’attribuzione di poteri autorizzativi e di firma coerenti con le responsabilità organizzative e gestionali,

l’esistenza di un sistema di monitoraggio idoneo a segnalare situazioni di criticità.

L’organo di vigilanza deve essere composto da soggetti che godano dei requisiti di: autonomia, indipendenza

e professionalità.

Non vi è un modello predefinito che gli enti possono adottare ma ciascun ente può costruire il suo come

meglio crede. Le società più grandi hanno optato per sistemi organizzativi misti, con un collegio sindacale a

numero dispari di solito 3 sindaci e con una componente interna e una componente maggiore di sindaci

esterni più autonomi.

È inoltre importante un ulteriore aspetto: quando il giudice è chiamato a valutare l’idoneità di un modello

organizzativo deve evitare di prendere decisioni entrando nel meccanismo del “senno di poi”.

Ovvero in quella situazione per la quale quando guardiamo una cosa dopo che sia accaduto un fatto tutto

sembra più lineare e chiaro di non prima che sia avvenuto il fatto. In effetti il giudice è chiamato a valutare

proprio quando è avvenuto il fatto. Il giudice potrebbe trarre la conclusione che nessun modello è idoneo se

non ha prevenuto il reato. Ma se fosse così nessuna società è più incentivata ad investire in prevenzione e in

modelli organizzativi. Ecco quindi che il giudice deve evitare di cadere nella trappola, il reato pone il

problema dell’idoneità del modello, non la risolve. L’idoneità del modello va studiata in prospettiva e non

guardando il passato.

Il catalogo dei reati che fanno scattare la responsabilità dell’ente, è un catalogo chiuso. L’ente può essere

chiamato a rispondere esclusivamente per i reati indicati dal D. Lgs. 231.

Tali reati si definiscono reati presupposto: la realizzazione di una di tali fattispecie costituisce, infatti, uno dei

presupposti per l’applicabilità della disciplina dettata dal D. Lgs. 231.

Il catalogo dei reati presupposto è in continuo aumento ed è suscettibile di essere ulteriormente ampliato in

futuro.

Vediamo quello che è l’attuale catalogo.

- Art. 24 e 25: illecito nascente da reati commessi nei rapporti con la pubblica amministrazione.

(truffa, frode, indebita percezione di erogazioni, concussione, induzione indebita etc.).

- Art. 25-bis (2001): reati di falsità in monete, in carte di pubblico credito e in valori di bollo.

- Art. 25-ter (2002): reati societari.

- Art. 25-quater (2003): delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico

previsti dal codice penale e dalle leggi speciali e delitti posti in essere in violazione di quanto

previsto dall’articolo 2 della convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del

terrorismo fatta a New York.

- Art. 25-quater.1 (2006): pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (infibulazione):

responsabilità dell’ente che offra clandestinamente lo svolgimento di un’operazione di questo tipo. 22

- Art. 25-quinquies (2005): delitti contro la personalità individuale. (ad ex. Riduzione in schiavitù).

- Art. 25-sexies (2005): abusi di mercato. Ovvero qualora si realizzino comportamenti di insider

trading o di manipolazione del mercato e siano nell’interesse dell’ente.

- Legge 146 (2006): reati transnazionali.

- Art. 25-septies (2008): reati colposi da infortunio sul lavoro. Si affianca alla responsabilità dell’ente

per reati dolosi anche la responsabilità per reati colposi rendendo ancora più difficile la costruzione

di un modello organizzativo idoneo. Per identificare un reato colposo bisogna capire se l’ente aveva

un interesse/vantaggio non tanto nell’evento omicidio ma più che altro nel non avere rispettato le

norme di creazione di un modello organizzativo.

- Art. 25-octies (2014): ricettazione, riciclaggio, impiego di beni, denaro, utilità di provenienza

illecita, nonché autoriciclaggio.

- Art. 24-bis: (2008) reati informatici.

- Art. 24-ter: (2009) delitti di criminalità organizzata.

- Art. 25-bis (2009) delitti contro l’industria e il commercio.

- Art. 25-novies (2009): delitti in materia di violazione del diritto d’autore.

- Art. 25-decies (2009): induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci

all’autorità giudiziaria.

- Art. 25-undecies (2011): reati ambientali.

- Art. 25-duodecies (2012): impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.

- Art. 26: delitti tentati.

La società ritenuta responsabile per la commissione di uno dei reati presupposto, può essere condannata a

vari tipi di sanzioni, diverse per presupposti e per modalità di esecuzione.

Le sanzioni emesse contro la società non si sostituiscono a quelle che il giudice può attribuire al singolo

autore del reato.

Vi sono 4 livelli di sanzioni: sanzione pecuniaria, sanzioni interdittive, confisca e pubblicazione sentenza di

condanna.

1. Sanzione pecuniaria: questo tipo di sanzione si applica per qualunque illecito amministrativo

dipendente da reato.

Prevede un meccanismo bifasico e quindi con due step diversi.

La sanzione pecuniaria viene applicata per quote in un numero non inferiore a cento né superiore a

mille. Le quote sono stabilite in base alla gravità dell’illecito amministrativo.

L’importo di una quota va da un minimo di 258 euro a un massimo di 1.549 euro. Il giudice applica

ad ogni quota un valore dentro l’intervallo in base alle dimensioni economiche e patrimoniali

dell’ente. In questo modo si riesce ad ottenere un sistema efficiente ed efficace sia per enti di piccole

dimensioni che per enti di grandi dimensioni.

La sanzione pecuniaria è ridotta da un terzo alla metà se prima della dichiarazione di apertura del

dibattimento di primo grado l’ente:

- Ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato

ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso.

- È stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di

quello verificatosi.

1. Le sanzioni interdittive, dalla più grave alla meno grave sono:

- L’interdizione dall’esercizio dell’attività,

- La sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione

dell’illecito,

- Il divieto di contrattare con la P.A., salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio,

- L’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già

concessi,

- Il divieto di pubblicizzare beni o servizi.

Per applicare una sanzione interdittiva deve ricorrere almeno una delle seguenti condizioni:

- L’ente ha tratto un reale profitto di rilevante entità,

- Il reato è stato commesso da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in questo caso, la

commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative,

- In caso di reiterazione degli illeciti.

Le sanzioni interdittive non si applicano quando, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento

di primo grado, concorrono le seguenti condizioni:

- L’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del 23

reato ovvero si è comunque adoperato in tal senso.

- L’ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mantenendo l’adozione e

l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

- L’ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca.

REATI SOCIETARI

I reati societari sono disciplinati nel libro V del codice civile che tratta il lavoro e l’impresa al titolo VI

dedicato alle disposizioni penali in materia di società e consorzi.

Questi articoli presenti nella prima versione del codice civile del 1942, sono stati riformati in blocco nel

2002 tramite un decreto legislativo, sono poi stati ritoccati nel 2005 e infine si è vista una riscrizione delle

norme in materia di false comunicazioni sociali nel 2015.

Viste queste numerose modifiche diventa fondamentale studiare la norma finale considerando le norme

precedenti e le varie modifiche apportate negli anni.

I reati societari sono strutturati in modo tale da predisporre una risposta penale a fronte di condotte che

offendono i beni giuridici. Suddivideremo l’ordine in tema di bene giuridico oggetto di tutela.

Il primo articolo che andiamo a trattare è il 2621 che tratta il reato delle false comunicazioni sociali, il

cosiddetto falso in bilancio.

Art. 2621: “false comunicazioni sociali”

Il reato di falsità in bilancio, viene definito anche reato sentinella, ed è un reato che serve ad indiziare la

presenza di altri reati.

Facendo un esempio, una società che decide di corrompere un pubblico ufficiale deve procurarsi delle risorse

e lo fa truccando il bilancio. La presenza di un falso in bilancio quindi è prodromica alla possibilità

dell’esistenza di altri reati.

Il falso in bilancio è un reato a tutela anticipata, ovvero un reato di pericolo. Non mi interessa se il reato ha

cagionato a qualcuno un danno, ma la falsità va punita in quanto tale. Il reato di falso in bilancio mette in

pericolo la veridicità dell’informazione societaria. È importante sanzionare la non veridicità

dell’informazione societaria anche dal punto di vista penale.

• Versione del 1942: “sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire

diecimila a centomila: i promotori, i soci fondatori, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e

i liquidatori, i quali nelle relazioni, nei bilanci o in altre comunicazioni sociali fraudolentemente

espongono fatti non rispondenti al vero sulla costituzione o sulle condizioni economiche della

società o nascondono in tutto o in parte fatti concernenti le condizioni medesime”.

Il reato è un reato di mera condotta. Questa tipologia di reato vede un significativo aumento della

casistica negli anni ’90, con un aumento delle contestazioni per via di tangentopoli, accanto alla

contestazione di corruzione del pubblico ufficiale si accompagnava la contestazione di un falso in

bilancio della società.

• Nella versione del 2002 il legislatore cambia prospettiva. Da una tutela della trasparenza della

informazione societaria, si passa ad una tutela del patrimonio della società e dei soci. Nel 2002 la

tutela tranne che per le società quotate girava attorno ai osci che rischiavano il proprio capitale, la

tutela si sposta verso il patrimonio dei soci.

Vediamo le principali linee portanti di questo nuovo articolo:

innanzitutto il legislatore sdoppia la fattispecie di falso in bilancio nell’articolo 2621 ipotesi di falso

in bilancio senza danno per i soci, per la società o per i creditori, con una tutela più orientata come

l’articolo precedentemente in vigore verso l’informativa societaria e nell’articolo 2622: false

comunicazioni sociali in danno delle società, dei soci e dei creditori.

La prima fattispecie mantiene la struttura di reato di mera condotta, mentre la seconda fattispecie

diventa un reato di evento e scatta solo se si dimostra che da quella determinata condotta è

conseguito un evento lesivo del patrimonio, e fra condotta ed evento lesivo sussiste un nesso causale.

È inoltre importante dire che la prima fattispecie viene disciplinata come contravvenzione, mentre la

fattispecie con danno ai soci alla società e ai creditori viene disciplinata come un reato.

Essendo quindi l’art. 2621 disciplinato come fosse una contravvenzione, bastano solo 4 anni per 24

estinguere questo reato per prescrizione. Una tempistica molto breve in quanto per valutare la falsità

di bilancio ci vogliono anni prima di accorgersi che una o più poste di bilancio erano non veritiere.

Risulta quindi praticamente impossibile risolvere tutti i gradi di giudizio in un tempo così ristretto,

impossibilità tale che la possibilità di incisione di questa fattispecie nella realtà veniva considerata

nulla. Ne risulta che la repressione penale scatta praticamente soltanto quando vi è danno verso i

soci.

Inoltre è stato posto un vincolo all’applicabilità dell’art. 2622, l’amministratore per tutelare il

patrimonio dei soci ha stabilito che l’articolo sia procedibile solo a querela di parte. Il pubblico

ministero non può intervenire d’ufficio. Questo aspetto ha visto che molte volte il danneggiante e il

danneggiato si mettessero d’accordo per un risarcimento senza dover ricorrere al giudice.

Riducendo così ancora di più l’ambito di applicazione di questa disciplina.

Il fallimento di questo tipo di tutela è inoltre stato evidenziato ancora di più dalle pene applicate:

in caso di contravvenzione si applica la pena dell’arresto fino ad 1 anno e 6 mesi che poi verrà

aumentato nel 2005 con l’arresto fino a 2 anni. La pena minima che può essere applicata è di soli 5

giorni, in quanto il codice penale prevede come minimo per le contravvenzioni di pena appunto 5

giorni.

Il delitto è invece punito con reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Per le spa è invece prevista la procedibilità d’ufficio.

Nella norma del 2002 vi è anche l’introduzione di una serie di soglie di rilevanza economica e

patrimoniale della falsità valide sia per la contravvenzione che per il delitto.

Il legislatore introduce delle soglie di rilevanza effettiva:

il comma 2: la punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la

rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al

quale essa appartiene.

Comma 3: la punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato

economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio

netto non superiore all’1 per cento. Questa scelta ha apportato tantissime critiche al legislatore. Il

mancato superamento di una delle due soglie determina un’escludibilità della punizione. Posso

essere punito solo se supero entrambe le soglie. Aspetto che contribuisce a ridurre l’applicabilità

della norma.

Comma 4: in ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che,

singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Per stabilire se il mio conto economico e il mio patrimonio netto si discostano di più di quanto

previsto, non bisogna tener conto di quelle scorrettezze di valutazione che si mantengono entro il

10% da quella corretta.

La norma è stata definita una norma sostanzialmente abrogatrice del falso in bilancio, infatti

innanzitutto i margini di correzione diventano molto ampie, in quanto fino al 10% tutte le

scorrettezze valutative non valgono e poi qualora superassimo tutte e 2 le poste bisognerebbe

comunque dimostrare il dolo eventuale e il dolo specifico.

• Nel 2005 si cerca di rimediare alla situazione che si era venuta a creare introducendo delle ulteriori

specifiche ipotesi che nel 2002 non erano state coperte.

In particolare il legislatore vuole in un certo modo sanzionare anche quei fatti che, rimanendo entro

le soglie nel 2002 venivano considerati leciti.

Infondo alla norma si introduce allora un ulteriore pezzo: “nei casi previsti dai commi terzo e quarto,

ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e

l’interdizione dagli uffici direttivi delle presone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni,

dall’esercizio dell’ufficio di amministrazione, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente

preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di

rappresentanza della persona giuridica e dell’impresa”.

Tuttavia questo ulteriore comma è come se non esistesse in quanto queste sanzioni sono

strutturalmente inapplicabili perché:

- La sanzione pecuniaria è prevista in quote, tuttavia la cornice delle quote era prevista per gli enti

all’interno del decreto legislativo n. 231 mentre queste sanzioni sono previste per le persone fisiche

all’interno del codice civile. Non posso applicare queste quote perché se lo facessi starei applicando

l’analogia. In quanto sto colmando la lacuna presente in una norma con quanto previsto da un’altra

norma in un caso simile. Ma l’analogia è vietata in diritto penale dalla costituzione.

- L’interdizione: in questo caso la sanzione è ben definita in un determinato lasso di tempo, però in

questo caso manca l’autorità competente ad applicarla. 25

Per quanto riguarda la fattispecie con danno, invece, l’art. 2622 ci dice che il legislatore ha previsto

un aumento della pena da due a sei anni di reclusione quando il fatto ha cagionato un grave

nocumento ai risparmiatori. Il comma 5 ci dice cosa si intende per grave nocumento: “il nocumento

si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0.1 per mille

della popolazione risultante dall’ultimo censimento Istat, ovvero se sia consistito nella distruzione o

riduzione dei valori di titoli di entità complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno

lordo.

Tuttavia questi parametri non possiamo considerarli come attendibili, lo 0,1 per mille del PIL sono

circa 5.800 risparmiatori, innanzitutto con questa misura si considerano solo gli investitori italiani e

non anche quelli esteri che possono benissimo investire in Italia, ma tralasciando questo fatto, il

parametro è sconclusionato in quanto viene fissato il parametro numerico e non del valore degli

eventuali investimenti persi. Facendo un esempio con questo parametro viene considerato più grave

un nocumento a 1000 risparmiatori del valore di 100 euro piuttosto che un nocumento a 10

risparmiatori del valore di 10.000 euro.

Anche il secondo parametro non è attendibile, infatti il PIL è una misura stimata in base a dei

parametri. Ma il giudice ha bisogno di valori certi da utilizzare come parametri. Nonostante la

riforma del 2005 le norme risultano comunque inapplicabili.

• Con la riforma del 2015 si introduce un nuovo pacchetto di norme.

Nell’iniziale disegno del legislatore del 2002, erano presenti gli articoli 2621, 2622, 2623 e 2624.

Che sono in ordine: falsa comunicazione sociale senza danno, falsa comunicazione sociale con

danno verso soci, società e creditori, falso in prospetto e falsità commessa dai revisori.

Con la riforma del 2015 gli articoli 2621 e 2622 vengono riscritti e gli viene aggiunto i commi bis e

ter. L’articolo 2623 viene abolito e il contenuto della norma viene spostato all’interno del testo unico

della finanza. In quanto i prospetti vengono fatti solo dalle società quotate o all’ammissione della

quotazione.

L’articolo 2624 viene spostato e rappresenta ora una norma specifica nell’ambito del decreto

legislativo n° 39 del 2010 che ha disciplinato l’attività del revisore. Il legislatore ha preso tutti i

riferimenti ai revisori e gli ha eliminati inserendoli successivamente tutti in una norma unica: il D.

Lgs. N° 39.

Per quanto riguarda gli articoli 2621 e 2622 quello che cambia è il criterio distintivo tra le due

fattispecie. La distinzione riguarda l’ambito applicativo rispetto alla natura della società. Inoltre il

legislatore elimina la forma della contravvenzione e disciplina tutte e due le fattispecie nella forma

del delitto come reati di mera condotta.

L’art. 2621 aggiornato, è stato così pensato dal legislatore:

- “Salvo quanto previsto dall’art. 2622”. Si applica quindi fuori dai casi previsti dall’articolo 2622.

- “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili

societari, i sindaci e i liquidatori” rappresentano i soggetti passivi del reato, si tratta di un reato

proprio, non può essere commesso da chiunque. Qua possiamo innanzitutto trovare una prima

imprecisione nella norma: la categoria dei dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili

societari non ha ragione di esistere in quanto nell’articolo 2621 si hanno solo società non quotate.

Invece la categoria dei dirigenti preposti alla tenuta delle scritture contabili societarie era stata

introdotta con la riforma del 2005 per le SPA al fine di avere un dirigente che assicurasse la

veridicità dei dati contabili.

- “i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un

ingiusto profitto” questo è un cosiddetto dolo specifico, il legislatore punisce il soggetto solo se

dimostra che vi sia stato questo scopo.

- “nei bilanci, nelle relazioni, o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico previste

dalla legge” le relazioni costituiscono l’oggetto materiale del reato. La rilevanza penale scatta solo in

relazione a comunicazioni sociali che la legge disciplina, quindi non scatta in presenza di

comunicazioni sociali volontarie.

- Vediamo l’elemento effettivo del fatto tipico: “consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti

non rispondenti al vero” questa è la forma commissiva del reato: come possiamo vedere rispetto alla

precedente formula viene aggiunto l’aggettivo: rilevanti e viene eliminato l’inciso: ancorché oggetto

di valutazione. L’aggettivo rilevanti viene introdotto in quanto contemporaneamente viene eliminato

il sistema delle soglie e si ritorna ad un sistema aperto dal punto di vista della tipicità oggettiva.

È compito del giudice stabilire quanto incide sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria

del gruppo la falsità inserita nel bilancio. La punibilità scatta in caso di fatti rilevanti e quindi di fatti

significativi difformi dal vero. 26

L’eliminazione invece dell’inciso da vita ad un grosso contrasto interpretativo. Secondo un primo

orientamento che si viene a creare il fatto che il legislatore non abbia riproposto l’inciso non

modifica i confini del falso in bilancio in quanto lo stesso non aggiungeva niente di più di quanto già

detto nella norma. Nel 2002 infatti era stato introdotto l’inciso al fine di evitare equivoci e con il

valore di specificazione di quanto già detto in precedenza.

Una seconda interpretazione sosteneva invece che tutti gli errori riguardanti valutazioni e non fatti

materiali rilevanti non dovessero rientrare nella norma. Questa tesi ha trovato accoglimento nella

pronuncia di una sentenza della corte di cassazione che ha dato luogo a molteplici critiche in quanto

eliminando la fattispecie delle valutazioni e mantenendo solo quella dei fatti materiali si andava a

restringere enormemente il campo di applicazione della norma rendendo facile la falsificazione delle

poste valutative senza alcuna conseguenza penale.

In una sentenza successiva la corte di cassazione dice esattamente l’opposto, l’eliminazione

dell’inciso non comporta alcun effetto.

A questo punto si è ritenuto di dover risolvere il contrasto tramite la corte di cassazione a sezioni

unite (caso Passerelli), che stabilisce definitivamente che: “l’eliminazione dell’inciso non elimina la

falsità delle valutazioni”. Anche le valutazioni non rispondenti al vero integrano la fattispecie di

falsità in bilancio.

- “omettono fatti rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica,

patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo

concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a

cinque anni”. Questo è il cosiddetto reato omissivo.

Il giudice è inoltre chiamato ad accertare che il reato sia un reato di pericolo concreto, deve accertare

in concreto se quell’attività e condotta di falsità poteva trarre in danno chi avesse letto il bilancio. La

falsità deve riguardare fatti significativi, che un investitore ragionevole metterebbe nel bagaglio delle

ipotesi sulla base delle quali basare le proprie scelte di investimento.

Le condotte di commissione e di omissione devono inoltre essere realizzate consapevolmente in

quanto essendo la fattispecie disciplinata secondo i delitti, questa viene colpita solo a titolo di dolo.

L’avverbio consapevolmente aggiunge qualcosa dal punto di vista dell’intensità della volizione. Il

dolo deve essere diretto non basta un dolo eventuale.

Nel 2002 era invece richiesto il dolo intenzionale: “con l’intenzione di ingannare i soci”.

Abbiamo fino ad ora detto che vi è la pena della reclusione se si espongono consapevolmente fatti materiali

rilevanti non rispondenti al vero: che comprendono tutte le forme significative di falsità del bilancio e quindi

falsi valutativi e falsi non valutativi (materiali) ma anche falsi qualitativi di cui parleremo fra poco.

Abbiamo detto che le soglie che vi erano in precedenza, introdotte con la riforma del 2002, sono state abolite

nel 2015, e in particolare sono state abolite per il problema del falso qualitativo. Si era infatti posto il

seguente interrogativo: se il bilancio è corretto quanto a numeri ma non è corretto quanto a causali di quei

numeri, si realizza o no il reato? Si ha il falso qualitativo tutte quelle volte in cui si indicano causali differenti

dal vero per determinate voci di bilancio.

Ad ex. Faccio risultare delle uscite sotto la forma di incarichi di consulenza per coprire in realtà altri tipi di

uscite che però ci sono state effettivamente. Come le tangenti. Questo falso non incide sui numeri finali del

bilancio, ma la situazione risulta rappresentata diversa da quella reale.

Una prima interpretazione da parte di alcuni autori riteneva che il fatto non era penalmente rilevante perché

le falsità qualitative non incidono sui valori numerici del bilancio, la premessa è che i numeri finali siano

corretti.

Oggi che le soglie patrimoniali ed economiche non esistono più anche i falsi qualitativi rientrano nella

categoria dei fatti materiali non rispondenti al vero esposti in bilancio. (azione commissiva).

Vi è poi anche una condotta di tipo omissivo: ovvero omettere fatti materiali rilevanti da comunicare

obbligatoriamente per la legge che riguardino la situazione patrimoniale economica o finanziaria della

società o del gruppo, e questa condotta deve essere connotata da una particolare idoneità decettiva. Ovvero

quell’idoneità a trarre in inganno un terzo destinatario della comunicazione.

È prevista la punibilità con la stessa pena anche se il falso riguarda beni posseduti o amministrati dalla

società per conto di terzi. (comma 2).

Con la riforma del 2015 quindi i confini di possibile applicazione di questa fattispecie sono ritornati ad

essere quelli precedenti alla riforma del 2002.

Il legislatore da questo punto di vista, anche in quanto la legge è stata frutto di molti compromessi dovuti alle

spinte che premevano sul legislatore: confindustria che puntava a mantenere limitato il controllo dell’autorità

giudiziaria penale sui bilanci delle società, ha introdotto due ipotesi agli art. 2621 bis e ter, nuove che non 27

erano previste nella legislazione precedente che puntano a consentire al giudice di applicare una disciplina

più favorevole al reo in relazione a fatti di lieve entità e a fatti di particolare tenuità.

L’art. 2621 – bis dice: “salvo che costituiscano più grave reato, si applica la pena da sei mesi a tre anni di

reclusione se i fatti di cui all’art. 2621 sono di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della

società e delle modalità o degli effetti della condotta”.

Il giudice non orienta in maniera efficace l’azione applicativa del giudice, infatti, innanzitutto per natura

della società cosa si intende? Si fa riferimento alla natura giuridica (spa srl etc.) oppure si fa riferimento al

tipo di attività svolta (soc. finanziaria o industriale) ma a senso distinguere la lieve entità del falso sul tipo di

attività che svolge la società stessa?

E per quanto riguarda la dimensione della società? Noi potremmo essere portati a pensare che i fatti di lieve

entità possano verificarsi nelle società piccole, ma anche questo tentativo di interpretazione viene messo in

crisi dalla previsione del comma successivo: “salvo che costituiscano più grave reato, si applica altresì la

stessa pena cui al precedente comma quando i fatti di cui all’art. 2621 riguardano società che non superano i

limiti indicati dal secondo comma dell’art. 1 della legge fallimentare”. Cioè quelle società non fallibili, non

assoggettabili a fallimento in quanto piccole imprese.

Ma allora se le piccole imprese sono già disciplinate nel secondo comma, cosa si intende nel comma

precedente per dimensioni? Vi è quindi una sovrapposizione tra la previsione del comma 1° e il comma 2°.

Per quanto riguarda gli effetti della condotta si ha un problema logico strutturale, in quanto, prima della

riforma del 2015 la disciplina distingueva tra ipotesi di false comunicazioni sociali senza danno come reato

di mera condotta (contravvenzione) dall’ipotesi con danno (forma del delitto di evento). Nel 2015 il

legislatore ha eliminato la duplicità creando una sola fattispecie di mera condotta strutturata secondo la

forma di reato di pericolo concreto. Ma essendo così le conseguenze della condotta restano per definizione

strutturalmente al di fuori della sfera di conoscenza del giudice in quando il legislatore vuole punire

comportamenti prescindendo dalle loro conseguenze e quindi valorizzare ai fini di una attenuazione della

pena gli effetti della condotta è un controsenso. Il giudice se ne deve disinteressare degli effetti oppure li

deve valutare.

La ratio del legislatore era quella di evitare un grosso numero di contestazioni data l’abolizione delle soglie

quantitative, e si è voluto quindi creare una sorta di via di fuga con il riconoscimento di questa attenuante per

ipotesi meno gravi.

Inoltre, completando il comma 2, la norma ci dice che per le società non assoggettabili a fallimento il delitto

diventa procedibile solo a querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della

comunicazione sociale. (non procedibile d’ufficio). Si introduce quindi un nuovo paletto in quanto la querela

è sottoposta a determinati termini: va esercitata entro 90 giorni da quando le persone offese sono entrate a

conoscenza del fatto e soprattutto la querela può sempre successivamente essere rimessa, trovando un

accordo transattivo tra chi è indagato e chi ha posto la querela imponendo la rimessione della stessa e la non

procedibilità del processo.

Art. 2621- ter: (non punibilità per particolare tenuità). Fattispecie che prevede fatti di ancor minore gravità

dell’art. 2621 e 2621-bis. La soluzione che il legislatore offre è una non punibilità del soggetto.

Facciamo un attimo riferimento ad un articolo del diritto penale introdotto l’anno scorso, l’art. 131 -bis che è

una figura (appunto la non punibilità per particolare tenuità) che si può applicare a tutti i reati minori che si

mantengono in certe cornici edittali di pena quando il giudice valuta che (per una serie di ragioni come la

carriera militare del soggetto o la tenuità del fatto) via sia la possibilità per una sola volta di usufruire di

questa forma di non punibilità.

Il soggetto dovrà comunque risarcire i danni e di questa non punibilità che si è applicata ne rimarrà traccia

nel casellario penale del cittadino in maniera tale che non si possa usufruire di questo bonus più di una volta.

Il falso in bilancio è un reato a cui questo istituto si può applicare, e per applicarlo il giudice valuta in modo

prevalente l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società ai soci o ai creditori.

Possiamo notare come ci veniamo a trovare anche in questa occasione in un controsenso, se il reato dell’art.

2621 non prevede tra gli elementi costitutivi il cagionare un danno in quanto reato di pericolo, non ha senso

ancorare in modo prevalente la valutazione della non punibilità alla entità del danno cagionato.

Infatti io mi aspetterei che per valutare la particolare tenuità di una ipotesi di falso in bilancio, il giudice sia

chiamato a valutare la particolare tenuità degli elementi costitutivi del falso in bilancio, non un elemento

eccentrico e diverso come quello del danno cagionato a terzi che non fa parte della tipicità della fattispecie.

Art. 2622: la distinzione fra i due articoli non è più fra un’ipotesi di falsa comunicazione sociale senza danno

e una ipotesi di falsa comunicazione sociale con danno ma i rapporti fra le due norme sono cambiati: il fatto

descritto è sostanzialmente lo stesso, ma nel primo caso riguarda società quotate e nell’art. 2622 riguarda le

società quotate. 28

I soggetti attivi sono gli stessi ma sono di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in

un mercato regolamentato italiano o di un altro paese dell’Unione Europea.

In questo caso la pena è la reclusione da tre a otto anni.

Vediamo una piccola differenza con la fattispecie descritta dall’art. 2621 che nella sostanza non ha grande

significato: nella condotta commissiva si fa riferimento alla esposizione di fatti materiali non rispondenti al

vero, nell’art. 2621 si parla di esposizione di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero, l’aggettivo

rilevanti non è riproposto dal legislatore per le società quotate. Il legislatore ci dice che quando si tratta di

società quotate che fanno appello al pubblico risparmio il giudice nel valutare la falsità nell’ambito delle spa,

deve utilizzare un metodo valutativo a maglie più strette, ci vuole più attenzione.

Nelle società quotate non sono previste ipotesi di tenuità del reato.

La norma in questione non si applica solo alle società già quotate, ma anche a quelle che hanno fatto

richiesta di ammissione alla negoziazione. Sono assoggettate alla stessa disciplina le società che emettono

strumenti finanziari negoziati in un sistema multilaterale (mtf). Nonché rispondono anche gli amministratori

e gli altri soggetti di società che controllano società quotate.

Vi sono poi due ipotesi diverse di falsità:

art. 2623 Falso in prospetto. Questa norma non era stata prevista originariamente nel 1942, tanto che si era

posto il seguente problema.

Innanzitutto dobbiamo specificare che per prospetti si intendevano quei prospetti richiesti ai fini della

sollecitazione all’investimento. Il problema che era sorto riguardava il fatto di comprendere o no questi

prospetti all’interno delle comunicazioni sociali, viso che normalmente questi prospetti vengono

normalmente mandati alla consob per la valutazione e approvazione, e solo in un secondo momento vengono

aperti al pubblico. Solo dopo una complessa opera di interpretazione estensiva la giurisprudenza era giunta

ad una risposta positiva.

Per risolvere questo problema di imperio, allora il legislatore, giunge con la riforma del 2002 a scrivere l’art.

2623.

L’art. è strutturato riproponendo nei due commi lo stesso schema che per le falsità nelle comunicazioni

sociali proponevano gli articoli 2621 e 2622, cioè una fattispecie di mera condotta avente natura

contravvenzionale e una fattispecie delittuosa di danno.

Con il risultato che la fattispecie contravvenzionale per le ragioni già dette non aveva di fatto alcun margine

di effettiva praticabilità processuale e la fattispecie delittuosa era di assai complessa realizzazione in quanto

la falsità veicolata in un prospetto non cagiona mai direttamente un danno. È l’investimento che il

sottoscrittore realizza che poi va male, non vi è un nesso causale diretto tra falsità e danno.

Il legislatore interviene allora con una modifica normativa con la quale abolisce l’art. 2623 (nel 2005),

perché tutta la disciplina dei falsi in prospetti (emessi da spa) è stata allocata nel testo unico della finanza

all’art. 173 – bis. La norma è stata poi modificata nel 2007.

Il legislatore prevede un’unica fattispecie di condotta come delitto.

La riforma ha anticipato quanto accaduto nel 2015 nel falso in bilancio.

Il soggetto attivo è chiunque, ma si tratta lo stesso di un reato proprio, infatti può essere commesso solo dai

soggetti titolari dei poteri per emettere i prospetti: amministratori, ma anche sponsor e altre figure limitate.

Il dolo è un dolo specifico di profitto (allo scopo di conseguire per se o per altri un ingiusto profitto).

Ma vi è anche un dolo intenzionale (con l’intenzione di ingannare i destinatari del prospetto), per realizzare il

reato è dunque necessario un dolo intenzionale e non bastano un dolo eventuale o un dolo diretto.

I prospetti la cui falsità fa scattare la reclusione da 1 a 5 anni sono i prospetti che vengono elaborati nelle

offerte pubbliche di scambio (OPA e OPS), quando una società lancia una offerta pubblica di acquisto su

un’altra società definita target, OPA se si offre denaro in cambio delle azioni o OPS se in cambio delle azioni

vengono offerti titoli di partecipazione al capitale della società acquirente.

Le offerte vengono definite pubbliche in quanto per garantire le prerogative dei soci di minoranza, chi vuole

comprare e assumere una posizione di controllo oltre una certa quota del capitale sociale di una società

quotata, deve offrirsi di comprare tutte le azioni da parte di tutti gli azionisti. Gli altri prospetti sono i

prospetti di IPO, quelli con cui una società viene quotata sul mercato finanziario regolamentato, oppure i

prospetti con i quali si offrono al pubblico strumenti finanziari (ad esempio prestito obbligazionario).

La reclusione è quindi da uno a cinque anni se in questo prospetto sono incluse false informazioni, o se sono

occultate dati e notizie.

Tanto la condotta commissiva che la condotta omissiva non devono necessariamente causare danni a

qualcuno, in quanto non si tratta di reato di danno, ma è un reato di pericolo astratto, perché la norma punisce

quelle falsità o quelle reticenze che siano idonee ad indurre in errore i destinatari del prospetto. Da valutare

ex-ante, il giudice deve accertare se vi era una falsità idonea a trarre in inganno i destinatari, la norma è più

29

restringente per le società quotate.

Art. 2624, ora inserito nell’art.27 D. Lgs. 39/2010: “falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni dei

responsabili della revisione legale”.

La recente riforma di luglio 2016, entrata in vigore il 5 agosto 2016, ha riscritto alcuni aspetti della disciplina

dell’attività del revisore, in particolare per legge, adesso, il loro approccio alla materia deve essere

improntato allo scetticismo professionale.

L’art. 27 è la norma nella quale è confluito l’originario art. 2624 del codice civile.

Originariamente c’era una norma che puniva la falsità nelle relazioni o comunicazioni sociali delle società di

revisione all’interno del testo unico sulla finanza (art. 175 d. lgs. 58/1998) di società quotate. Nel 2002 il

legislatore elimina questa fattispecie, e approva l’art. 2624 del codice civile, prevedendo una ipotesi generale

di falsità nelle relazione e nelle comunicazioni delle società di revisione strutturata secondo lo stesso schema

previsto per le false comunicazioni sociali e per il falso in prospetto, e quindi schema strutturato con una

fattispecie di mera condotta avente natura contravvenzionale (comma 1 punito con l’arresto fino ad un anno)

e un’ipotesi delittuosa di danno (al secondo comma punito con la reclusione da 1 a 5 anni). Accanto a

quest’ipotesi di falsità commessa dai responsabili della revisione, era prevista nell’ambito delle società

quotate (art. 174- bis del testo unico della finanza) una norma dedicata ai responsabili della revisione delle

società quotate, per i quali la condotta di falsità era direttamente punita con la reclusione da 1 a 5 anni

(fattispecie di mera condotta, di pericolo).

Era poi prevista un’ipotesi in cui la falsità dei revisori fosse commessa per denaro o per altra utilità data o

promessa: il revisore attesta il falso per denaro o per altra utilità, la punibilità era prevista con la stessa pena a

chi da o promette utilità in concorso con il revisore stesso.

Nel 2010, il decreto 39 unifica in un unico teso normativo la disciplina della responsabilità dei revisori, tutte

le norme che riguardano le sanzioni penali a carico dei revisori, vengono abolite e trasferite nel decreto.

L’art. 27 ci dice che: “i responsabili della revisione legale i quali, al fine di conseguire per se o per altri un

ingiusto profitto, nelle relazioni o in altre comunicazioni, con la consapevolezza della falsità e l’intenzione di

ingannare i destinatari delle comunicazioni, attestano il falso od occultano informazioni concernenti la

situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società, ente o soggetto sottoposto a revisione, in

modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti se la condotta non ha

cagionato un danno patrimoniale con l’arresto fino ad un anno”.

Il comma 1 presenta quindi il reato come contravvenzione, e sotto forma di reato proprio. Si può avere una

duplice condotta del legislatore: attestano il falso od occultano informazioni, possiamo vedere come si

utilizzi il termine attestare e non il termine espongono utilizzato per i reati nelle false comunicazioni sociali

per gli amministratori. Questa differenza è dovuta all’attività tipica del legislatore.

Inoltre la condotta deve essere idonea a trarre in errore i destinatari e questa idoneità è presentata dal

legislatore come idoneità astratta. Il giudice deve verificare la possibilità di trarre in inganno i destinatari.

Il dolo è presentato come dolo specifico di profitto.

Inoltre ne comma 1, si può vedere come sia richiesta la consapevolezza della falsità e con l’intenzione di

ingannare i destinatari. Ora essendo una contravvenzione punita con arresto fino ad un anno, secondo le

regole generali la punibilità soggettiva dal punto di vista dell’elemento psicologico della contravvenzione si

può avere sia con dolo che con colpa, il legislatore tuttavia introduce una deroga in quanto vuole fare

un’eccezione, e scrive esplicitamente che vi deve essere la volontà e quindi una contravvenzione

esclusivamente dolosa, la contravvenzione non è punibile a titolo di colpa. L’intenzione poi di ingannare i

destinatari che deve essere accertata dal giudice, ci dice che il dolo è un dolo intenzionale, devo avere come

obbiettivo ultimo quello di ingannare i destinatari. Talvolta, il revisore può essere chiamato a rispondere

anche per dolo eventuale, si fa riferimento al caso del revisore connivente, che agisce in concorso con gli

altri revisori e che non è quindi da confondere con la figura precedente di reato proprio.

“se la condotta di cui al comma 1 ha cagionato un danno patrimoniale ai destinatari delle comunicazioni, la

pena è della reclusione da uno a quattro anni”.

Il reato è un reato di mera condotta avente natura contravvenzionale nel primo comma e un reato avente

natura delittuosa nel secondo comma.

(questo per quanto riguarda gli enti non di interesse pubblico).

La nuova riforma del decreto avvenuta nel 2016 ha cambiato in parte il decreto legislativo 39/2010, fra cui,

mentre prima vi era la suddivisione fra la revisione di enti di interesse pubblico e la revisione di enti non di

interesse pubblico, ora la modifica ha previsto che il revisore deve essere obbligatoriamente sotto forma di

società se deve revisionare un EIP.

Ma quello che è cambiato è che l’elenco degli EIP che era previsto nel 2010, oggi si è ridotto perché accanto

30

a quest’elenco, sono previsti enti sottoposti a regime intermedio, ovvero una categoria intermedia fra gli EIP

e i non EIP.

Gli EIP sono: le società quotate, le banche, le imprese di assicurazione e le imprese di riassicurazione.

Per i responsabili della revisione degli EIP, bisogna invece fare riferimento ai commi successivi, il comma 3

dice infatti: “se il fatto previsto dal comma 1 è commesso dal responsabile della revisione legale di un ente di

interesse pubblico, la pena è della reclusione da uno a cinque anni”.

Il terzo comma, ha quindi previsto una fattispecie di mera condotta, mentre i primi due commi ripercorrono

la disciplina prevista dall’art. 2624 per le società non quotate, oggi le chiamiamo enti non di interesse

pubblico, il terzo comma riproduce il vecchio comma 1 dell’art. 174 bis del TUF che era dedicato ai revisori

delle società quotate, che oggi chiamiamo revisori degli enti di interesse pubblico. Per costoro la semplice

realizzazione di una attestazione falsa, anche se non si verificano danni patrimoniali, è delitto ed è delitto

punito più gravemente da uno a cinque anni rispetto all’ipotesi delittuosa per le società non quotate, punita

da uno a quattro anni. Il delitto si perfeziona solo con la condotta, se vi fosse un danno, se ne terrà conto per

aggravare la pena ulteriormente.

I commi 4 e 5 ripropongono le previsioni dei commi 2° e 3° dell’art. 174 bis, ovvero prevedono un

inasprimento sanzionatorio se il fatto è commesso dal responsabile della revisione per denaro o altra utilità

data o promessa ed è prevista l’applicazione della stessa pena a chi dà o promette l’utilità.

Quindi nel 2016 è stata introdotta la nuova categoria degli enti sottoposti a regime intermedio tra EIP e non

EIP. Per questi enti sono previsti diversi obblighi per il revisore e diversi profili di responsabilità

amministrativi, dal punto di vista penale, invece, per entrambe le categorie ho la stessa area coperta per il

periodo antecedente la riforma.

Il comma 4 ci dice: “se il fatto previsto dal comma 1 è commesso dal responsabile della revisione legale di

un ente di interesse pubblico per denaro a altra utilità data o promessa, ovvero in concorso con gli

amministratori, i direttori generali o i sindaci della società assoggettata a revisione, la pena di cui al comma 3

è aumentata fino alla metà”.

Questa ipotesi aggravata si applica o al revisore connivente (concorso di persone nel reato di revisione) o

quando il revisore accetti denaro o altre utilità, attenzione però che per far scattare questa ipotesi più grave, è

sufficiente la sola promessa di denaro o altra utilità e questa attività può avvenire da chiunque e non per forza

soggetti interni alla società revisionata. Ad esempio scatta il reato per il revisore anche nel caso in cui accetti

denaro o la promessa di denaro da parte di un concorrente della società revisionata per effettuare quello che è

un giudizio negativo sulla società oggetto di revisione.

Il comma 5 ci dice che: “la pena prevista dai commi 3 e 4 si applica a chi dà o promette l’utilità nonché ai

direttori generali e ai componenti dell’organo di amministrazione e dell’organo di controllo dell’ente di

interesse pubblico assoggettato a revisione legale, che abbiano concorso a commettere il fatto”.

Questa norma è stata messa dal legislatore a presidio del corretto funzionamento dei controlli esterni e interni

previsti e finalizzati alla tutela della veridicità delle informazioni societarie. I sindaci, i soci e i revisori

svolgono funzioni di presidio di controllo dell’operato degli amministratori e possono essere chiamati a

rispondere se venendo meno ai loro doveri non impediscono eventi delittuosi da parte degli amministratori

che avevano l’obbligo giuridico di impedire. Ma vediamo ora cosa succede qualora gli amministratori

cerchino di ostacolare l’azione di controllo dei sindaci dei soci o dei revisori.

Per garantire effettività al ruolo svolto dai controllori, il legislatore ha introdotto delle norme che assicurano

ai sindaci e ai revisori dei poteri ispettivi, di interrogazione e di denuncia, ma ha previsto inoltre un presidio

penale laddove l’attività di controllo sia impedita e ostacolata. Le norme sono l’articolo 2625 del codice

civile e l’art. 29 del decreto 39/2010. Intitolate: impedito controllo.

Fino al 2010 avevo solo l’articolo del codice civile, ed era l’unica norma in quanto si occupava anche dei

revisori, poi con decreto 39/2010 si è riordinata la disciplina della revisione legale e si è trasferita in essa

tutte le norme riguardanti il revisore tra cui anche l’impedito controllo previsto dall’art. 29.

L’art. 2625 è frutto della riforma del 2002, prima l’impedito controllo era previsto in base all’articolo 2623

del codice civile intitolato violazione di obblighi incombenti agli amministratori che prevedeva una multa e

la reclusione da sei mesi a tre anni per gli amministratori che impedivano appunto il controllo.

Nel 2002, seguendo l’ideologia della riforma, si opera con l’intento di ridurre in maniera incisiva il perimetro

di controllo che viene considerato come un ostacolo all’evoluzione della società. Infatti l’ipotesi più lieve di

impedito controllo, viene depenalizzata non rappresentando più illecito penale.

Comma 1: “gli amministratori che, occultando documenti o con altri idonei artifici, impediscono o 31

comunque ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo o di revisione legalmente attribuite ai soci,

agli altri organi sociali o alla società di revisione sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a

10329 euro”. Il reato non è più penale e ha naturalmente le cadenze del reato proprio.

La formula: occultano documenti o altri idonei raggiri, mi dice che il fatto tipico descritto è ostacolare

l’attività di controllo e non impedire, creando una difformità nel titolo, infatti ostacolare è una fase

antecedente all’impedimento. Il legislatore poi specifica che la condotta deve avvenire in un certo modo

andando quindi a definire il reato come un reato a forma vincolata, il reato scatta solo si realizza attraverso

l’occultamento di documenti o altri idonei artifici. Restano quindi fuori da questa fattispecie che quindi non

vengono punite con questa norma, come ad esempio le condotte violente, per le quali si risponderà di un

altro reato. Con questa norma, si colpiscono principalmente quelle forme di inganno.

Il comma 2 ci dice che: “se la condotta ha cagionato un danno ai soci, si applica la reclusione fino ad un anno

e si procede a querela della persona offesa”. Quindi laddove la condotta abbia cagionato un danno si ha il

reato disciplinato sotto forma di contravvenzione, e per di più procedibile solo a querela di parte. Questo

comporta un forte arretramento dei presidi di controllo penale sulle attività degli amministratori in

opposizione al controllo dei revisori.

Nel 2005, per via degli scandali che scoppiano nel periodo, si aggiunge un terzo comma: “la pena è

raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri stati dell’unione

europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante”. Rimane il dubbio però sull’ambito di applicazione di

questo terzo comma, il raddoppio della pena si applica ad entrambi i commi? Per una questione formale, il

terzo comma si applica solo al 2°, infatti si parla di raddoppio della pena, riferendosi appunto alla pena del 2°

comma e non alla sanzione amministrativa del 1°.

Nel 2010 come abbiamo detto, si scorpora la disciplina inerente al revisore dall’art. 2625.

Da illecito amministrativo, il reato ritorna nell’ambito penale sotto forma di contravvenzione, mutando

quindi la natura giuridica. Cambia la natura giuridica anche nel secondo comma in quanto, se la condotta

cagiona danno si applica un’ammenda e l’arresto, è prevista quindi una contravvenzione con la pena

congiunta detentiva e pecuniaria. Il legislatore riserva come abbiamo visto invece la reclusione (delitto) per

l’ambito diverso da quello della revisione. In caso di EIP o regime intermedio ho il raddoppio delle pene e ho

la procedibilità d’ufficio.

Tuttavia ad inizio 2016 vi è l’emissione dei decreti legislativi 7 e 8 che prevedono in un’ottica completa, lo

scopo di depenalizzare e demandare al giudice civile reati penali minori.

In particolare il decreto 8, prevede la depenalizzazione delle contravvenzioni punite con la sola ammenda

fino a 75.000 che diventano illeciti amministrativi. Essendo una norma a carattere generale, queste modifiche

vanno a coinvolgere anche i revisori. Ora lo scopo del decreto era quello di innalzare le sanzioni che

solitamente con la previsione dell’ammenda erano abbastanza blande, tuttavia in questo caso si ottiene

l’effetto contrario: l’ammenda prevista in questo caso aveva un tetto massimo di 75.000 euro, la sanzione

amministrativa viene prevista invece con ammontare che va da 10.000 a 50.000 euro. Ho una riduzione del

massimo edittale previsto.

Si è posto però un problema non ancora risolto dalla dottrina: il decreto 8 del 2016 non ha modificato il testo

dell’art. 29 del D. Lgs. 39/2010, in quanto nel testo normativo ho un’ammenda ma so che poi nel 2016 ho la

norma depenalizzante a sanzione amministrativa. Ad agosto 2016 è però stato introdotto un nuovo decreto, il

135 che mi riproduce l’articolo 29 così come era indicando espressamente l’ammenda.

Devo quindi considerare l’impedito controllo senza danno un illecito penale o amministrativo?

Seguendo la regola della successione delle leggi nel tempo, dovrei ritenere che sia ritornato un illecito penale

in quanto secondo questa regola si applica l’ultima legge in ordine temporale. Tuttavia la relazione di

accompagnamento sostiene che non era intenzione del legislatore cambiare nulla. L’interpretazione fino ad

ora fatta è di considerare quindi la sanzione amministrativa.

L’art. 2636 del codice civile tratta: L’illecita influenza sull’assemblea.

Il legislatore ha ritoccato la norma principale scritta nel 1942 con una modifica solo nel 2002, da allora in poi

il testo è rimasto uguale. La norma è una delle poche per cui con la riforma del 2002 non se ne è ridotta la

cornice edittale di pena, infatti ho ancora la reclusione di egual durata e non ho più la multa in quanto è stata

eliminata del tutto. Lo scopo di questa norma è quello di creare un presidio penale incisivo per l’assemblea,

in quanto vi partecipano i soci, ovvero coloro che rischiano capitale investito.

L’art. ci dice che è prevista la pena della reclusione da sei mesi a tre anni per chiunque con atti simulati o

fraudolenti, determina la maggioranza in assemblea, allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto 32

profitto.

Anche in questo caso possiamo notare che si tratta di un reato a forma vincolata che non include condotte

minacciose o violente ma include solo atti dotati di artificiosità.

Anche in questo caso ho il disallineamento tra titolo e contenuto della norma. Il delitto scatta quando il

soggetto determina la maggioranza in assemblea, mentre il titolo parla di illecita influenza. L’illecita

influenza può avvenire anche in un caso in cui per i più svariati motivi il voto influenzato non sia tale da

essere decisivo ai fini della delibera assembleare approvata. Il giudice infatti deve accertare che il voto

determinato dall’azione fraudolenta sia stato decisivo per l’adozione della delibera. Questo prende il nome

di: “prova di resistenza della delibera assembleare”.

Ci si chiede se togliendo i voti inquinati la delibera sarebbe stata approvata ugualmente, se la risposta è

negativa non ho reato. Non influiscono quelle condotte che alterano semplicemente il contenuto ma solo

quelle che modificano il provvedimento nel merito.

REATI A TUTELA DELL’INTEGRITà DEL CAPITALE SOCIALE.

Questi reati sono sei e si trovano all’interno del codice civile, vengono disciplinati sotto la forma giuridica

del delitto. Il codice civile divide il titolo XI (disposizioni penali in materia di società e di consorzi) in capi

che mescolano tra loro la tutela di beni giuridici molto diversi. Il capo I è dedicato alle falsità e si chiude con

l’art. 2625 sull’impedito controllo. Il capo II che va dall’art. 2626 all’art. 2629 tratta degli illeciti commessi

dagli amministratori, il capo III tratta gli illeciti commessi mediante omissione, il capo IV tratta di

disposizioni generali.

La tutela del capitale sociale parte dall’art. 2623 (falso in prospetto) e arriva all’art. 2632 (formazione fittizia

del capitale). Noi seguiremo un’analisi in base a quella che è la vita della società e quindi non in base alla

numerazione degli articoli.

Innanzitutto cerchiamo di capire come mai tutelare anche penalmente l’integrità del capitale sociale. Perché

punire le manovre che lo mettono in pericolo?

Innanzitutto perché il capitale è la prima garanzia per i creditori. In particolare per le società di capitali che

avendo una personalità giuridica hanno anche una loro autonoma consistenza patrimoniale. Questa parte di

capitale non è nella disponibilità della società e non può essere intaccato. Qualora lo fosse sono previsti

rimedi tempestivi dalla legge.

Si mira allora a punire quelle manovre atte ad intaccare questa garanzia.

In questo caso le date che prenderemo in considerazione sono tre: la norma iniziale del 1942, la riforma del

2002 e le eventuali modifiche avvenute nel 2003.

Cominciamo con il primo articolo che riguarda la formazione fittizia del capitale (ART. 2632).

Questo reato tutela la società e i creditori da manovre artificiose di gonfiaggio del capitale sociale.

La norma punisce gli amministratori e i soci conferenti con la reclusione fino ad un anno che, anche in parte,

formano od aumentano fittiziamente il capitale sociale mediante:

• attribuzioni di azioni o quote in misura superiore all’ammontare del capitale sociale. Innanzitutto

bisogna dire che la norma si riferisce a qualunque momento di inserimento di capitale sociale, e

quindi anche più avanti lungo la vita della società. Prima della modifica intervenuta nel 2003 che ha

riscritto il testo così come presentato ora, la norma diceva: “attribuzioni di azioni o quote sociali per

somma inferiore al loro valore nominale”.

Si è superata questa dicitura perché il legislatore non ha seguito un ordine opportuno che sarebbe

stato quello di riformare prima la parte civilistica e poi quella penale, ma ha fatto il contrario. Le

società dopo la riforma delle società, possono emettere titoli privi di valore nominale, per

ricomprendere anche questa ipotesi si è corretta la norma. I titoli distribuiti abbiano o no valore

nominale risulta capitale sociale più elevato, allora si crea un disallineamento tra il capitale sociale

reale e il capitale sociale nominale.

• Sottoscrizione reciproca di azioni o quote. Vediamo come può avvenire: vi sono due società: £ e $

che sottoscrivono reciprocamente degli aumenti di capitale. Innanzitutto dobbiamo accennare della

differenza tra sottoscrizione e acquisto di azioni, quando sottoscrivo le azioni queste mi vengono

date dalla società, mentre se acquisto le azioni queste me le dà il socio.

Ipotizziamo che le due società abbiano un capitale sociale di 100.000 euro.

£ promuove un aumento di capitale sociale da 100.000 a 200.000. $ versa ad £ 100.000 per avere in

cambio le sue azioni. A sua volta $ promuove un aumento di capitale sociale per 100.000 che viene

33

sottoscritto da £. In questo modo £ e $ valgono entrambe il doppio di prima, ma si tratta di un

capitale sociale apparente in quanto i soldi disponibili sono gli stessi di prima.

Si dice che questa è una manovra di watering del capitale sociale.

• Sopravvalutazione rilevante dei conferimenti di beni in natura o di crediti. Per determinare il valore

dei beni e dei crediti conferiti bisogna effettuare una stima, se io sovrastimassi in maniera elevata

avrei il rischio di creare un disallineamento tra risorse disponibili nella società e capitale che risulta.

Il legislatore prende in considerazione questa ipotesi nella creazione del capitale sociale o nei

conferimenti, ma anche nell’ipotesi in cui ad essere oggetto di valutazione non è il conferimento ma

è l’intero patrimonio della società perché la società sta mutando forma giuridica.

• Ovvero del patrimonio della società in caso di trasformazione. Bisogna distinguere tra

trasformazioni progressive (da società di persone a società di capitali) e trasformazioni regressive

(da società di capitali a società di persone). Mentre nel passaggio a società di persone il socio

aggiunge garanzie al credito dato dal capitale sociale visto che risponderà anche lui illimitatamente

tramite il suo patrimonio, nelle progressive e quindi nel passaggio a società di capitali ho invece

meno garanzie, vado infatti a ridurre il patrimonio aggredibile dai creditori. Per l’art. 2632 è quindi

rilevante la trasformazione progressiva.

Nell’ipotesi della valutazione di conferimenti in crediti o in beni e nell’ipotesi di trasformazione, bisogna

effettuare delle relazioni di stima, del conferimento o del patrimonio della società.

Tra i soggetti attivi, abbiamo detto che vi sono anche i soci conferenti in quanto soggetti che

contribuiscono alla fase di formazione del capitale sociale, il codice civile prevede delle regole che

presidiano questo momento. In questo caso accade che gli amministratori devono entro 180 giorni

dal conferimento controllare la congruità della perizia che deve essere predisposta da un esperto che

deve chiarire i criteri seguiti per la stima del conferimento. L’esperto redige una perizia che

accompagna il conferimento, gli amministratori sono chiamati a verificare la congruità della perizia,

devono valutare se il valore corrisponde alla verità.

Ma cosa si intende per sopravvalutazione rilevante?

Andiamo innanzitutto a vedere cosa prevede la disciplina civilistica e in che misura ci può aiutare a capire

qual è il concetto di sopravvalutazione rilevante in grado di far scattare questo concetto di cui stiamo

parlando. La normativa civilistica di riferimento prevede all’articolo 2343 che se si osserva uno

sbilanciamento tra il valore stimato dall’esperto e il valore che è stato attribuito al conferimento gli

amministratori devono intervenire se questo scostamento supera il valore di 1/5 del conferimento. Ovvero se

vi è un disallineamento superiore al 20%.

Se accade una cosa di questo tipo, gli amministratori hanno due alternative:

- Il socio completa il suo conferimento colmando la differenza.

- Se il socio non provvede alla ricapitalizzazione del proprio conferimento, gli amministratori devono

richiamare e annullare un n. di azioni proporzionali allo scostamento.

Se invece lo scostamento si mantiene nel limite del 20% l’obbligo nei confronti degli amministratori non

scatta.

Per il principio di elementare progressività delle sanzioni, uno scostamento che si mantenga entro una soglia

tale da non fare scattare neppure i rimedi civilistici, non può assurgere al ruolo di sopravvalutazione rilevante

ai sensi dell’art. 2632. La disciplina ci dice in negativo che non è penalmente rilevante quello scostamento

minore del 20% rispetto al valore totale del conferimento.

Ma se superiamo la soglia del 20%, scatta per forza la rilevanza penale? no, l’intersezione tra le due

normative ci dice cosa non è sopravvalutazione rilevante senza dubbio, ma al di sopra del 20% sarà il giudice

che dovrà stabilire di volta in volta lo scostamento rilevante in relazione alle dimensioni complessive del

capitale sociale, e all’incidenza che quel conferimento ha rispetto alla società.

Comunque uno scostamento del 20% è abbastanza significativo e il giudice lo prenderà in considerazione.

Questa norma ci pone due quesiti:

a. Le manovre di formazione fittizia del capitale sociale possono anche convergere tra di loro.

Cosa succede se un soggetto realizza più condotte tra quelle previste nella norma. Realizza

un solo reato oppure realizza due ipotesi di formazione fittizia di capitale sociale in concorso

tra loro.

Esistono in diritto penale fattispecie che sono costruite attraverso la previsione di una

pluralità di comportamenti, in questi casi il giudice si deve chiedere se si dia vita ad un unico

reato o ad una pluralità di reati. In relazione alla nostra fattispecie, la categoria che gli

esperti ritengono più corretta è quella della cosiddetta fattispecie mista cumulativa. L’altra 34

categoria è la fattispecie mista alternativa. Se un reato è strutturato come fattispecie mista

alternativa, la realizzazione di una o più condotte tra quelle descritte nella fattispecie dà vita

sempre ad un solo reato. Le condotte sono in alternativa tra di loro.

Viceversa nella fattispecie mista cumulativa, ogni singola condotta ha una sua autonomia,

quindi se il soggetto ne realizza più di una cumula le proprie responsabilità.

In questo caso siamo in questa situazione perché se il soggetto tiene le condotte tipizzate

dall’art. 2632, lede il bene giuridico in diversi modi, le offese al capitale sociale sono diverse

tra di loro, ed ognuna tale da essere punita.

b. Il secondo problema riguarda una figura particolare: l’esperto estimatore chiamato a dire

quanto vale il bene in natura o il credito. Di cosa risponde questo soggetto?

L’art. 2343 che fissa la procedura di stima dei conferimenti, ci dice che l’esperto risponde

dei danni causati alla società, ai soci o ai terzi, e che all’esperto si applicano le disposizioni

previste dall’art. 64 del codice di procedura civile. L’art. 64 dice che: il perito nel processo

civile o il consulente tecnico d’ufficio nel processo civile (a cui per espressa dichiarazione di

legge è parificato l’esperto stimatore) sono equiparati dal punto di vista del trattamento

giuridico alla figura del perito nel processo penale. (norma ponte).

Questo gioco di rimandi si conclude con la norma (art. 373 C.P.) che prevede il delitto di

falsa perizia. Questa norma punisce il perito che afferma fatti non conformi al vero e lo

sanziona con la pena della reclusione da 2 a 6 anni.

Si pone allora un grosso problema, le possibili alternative sono:

Ipotesi 1. Il perito stimatore risponde ai sensi dell’art. 373, l’amministratore e il socio

o conferente rispondono invece ai sensi dell’art. 2632. Soluzione non molto persuasiva, non ha

senso punire così tanto l’esperto stimatore quando i benefici finiscono tutti a giovare ad

amministratore e socio conferente.

Ipotesi 2. L’art. 2632 rappresenta una sorta di norma speciale, se l’esperto concorre con

o l’amministratore e socio, allora anche per lui si applicherà solo questa fattispecie più lieve e

non l’art. 373. Per questa tipologia di perizie si applica questa responsabilità più soft. Anche

questa tesi non funziona: intanto la norma non cita l’esperto tra i soggetti, se la perizia è

oggettivamente falsa sulla base di un accordo anche con il perito allora i beni giuridici

coinvolti da questa vicenda non riguardano più la sola integrità del capitale sociale, ma

hanno a che fare anche con la affidabilità delle perizie.

La soluzione più corretta può essere la seguente: siccome i due reati proteggono beni

o giuridici diversi la sopravvalutazione rilevante del capitale sociale, qualora sia partecipe del

reato anche l’esperto stimatore, integra entrambi i reati per tutti i concorrenti. La tesi porta a

ravvisare un concorso di reati.

La norma successiva che prendiamo in considerazione è l’art. 2627: “illegale ripartizione degli utili e delle

riserve”

“salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori che ripartiscono utili o acconti su utili non

effettivamente conseguiti o destinati per legge a riserva, ovvero che ripartiscono riserve, anche non costituite

con utili, che non possono per legge essere distribuite, sono puniti con l’arresto fino ad un anno.

La restituzione degli utili o la ricostituzione delle riserve prima del termine previsto per l’approvazione del

bilancio estingue il reato”.

In passato il fatto tipico era punito con la reclusione da uno a cinque anni e con una multa, oggi è previsto

l’arresto fino ad un anno. Quindi è stata significativamente ridotta la cornice di pena ed è cambia la forma

giuridica del reato da delitto a contravvenzione.

Rimane la natura di norma sussidiaria. Ovvero questo reato si apre con una clausola di sussidiarietà espressa,

la norma dichiara di essere applicabile solo se il fatto non integra un reato più grave. Se il medesimo fatto

costituisce un reato più grave, si applicherà solo il reato più grave.

Da notare come rispetto a prima sia stata introdotta nella clausola di salvaguardia il termine non, ma in

questo caso la particella negativa non cambia il significato della frase.

Tuttavia anche se non cambia a clausola, mentre prima del 2002 la norma veniva applicata se non vi fosse un

reato più grave e quindi un reato superiore a cinque anni di reclusione, e un conto è applicare la norma

quando la pena prevista è l’arresto fino ad un anno. L’aver mutato la cornice sanzionatoria della pena sposta

il punto della classifica della gravità dei reati nei quali si colloca la fattispecie.

Oggi essendo una sanzione infima prevista dal legislatore, di fatto questa norma cede il passo a qualunque

altra norma incriminatrice. Allora questa norma non si applica mai? 35

In realtà un ambito applicativo questa norma lo può avere, ed è l’ambito dei comportamenti realizzati con

colpa. Questa fattispecie oggi è disciplinata come contravvenzione e l’elemento psicologico che sorregge le

contravvenzioni è indifferentemente il dolo o la colpa. Si è quindi estesa la punibilità anche a reati prima non

punibili. Ma queste ipotesi sono ipotesi compatibili anche con la colpa o sono realizzabili solo con dolo?

Non c’è nessun elemento normativo tale da imporre che questa contravvenzione sia esclusivamente dolosa.

Questa contravvenzione può essere realizzata anche come colpa.

Vediamo due ulteriori osservazioni sul comma 1°. Cosa si intende con il concetto di utile e di riserve che non

possono essere distribuite? L’utile lo possiamo distinguere in utile di esercizio e utile di bilancio. L’utile di

esercizio è il risultato della gestione corrente della società, l’utile di bilancio, deriva non solo dalla gestione

ordinaria corrente ma da tutto ciò che deriva dalle voci dell’attivo. Ad esempio riporto a nuovo utili

conseguiti negli esercizi precedenti, oppure in caso di sopravvenienza attiva.

In questo caso il legislatore punta a proteggere l’utile di bilancio (concetto più esteso). La società può

distribuire utili solo dopo aver costituito delle riserve dette appunto riserve legali (previste dalla legge). Da

notare come solo le riserve legali non siano distribuibili sotto forma di utili, delle altre riserve costituite la

società ne può disporre come meglio crede e in qualunque momento senza che si integri responsabilità

penale.

Il comma 2 prevede che la restituzione degli utili o la ricostituzione delle riserve prima dell’approvazione del

bilancio estingue il reato. Ora più che causa di estinzione del reato (che abbiamo visto in precedenza) che fa

venire meno un reato previsto già perfetto in tutti i suoi elementi, ci troviamo di fronte davanti ad una causa

di non punibilità sopravvenuta. Per ragioni di opportunità il legislatore rinuncia a sanzionare un fatto tipico

antigiuridico e colpevole: in questo caso l’opportunità è quella di dare all’amministratore un incentivo a

ricostituire il capitale sociale prima dell’approvazione del bilancio sapendo che così non sarà punito.

Sulla correttezza di questa scelta di opportunità del legislatore c’è molto da essere perplessi, in quanto

sembra quasi favorire i comportamenti spericolati degli amministratori, visto che il messaggio del legislatore

non è tanto: “non mettete le mani nella cassa perché se lo fate verrete puniti”, ma è fatelo pure basta che poi

rimettete le cose a posto prima del bilancio. L’amministratore se si trova in difficoltà è tentato da andare ad

attingere nel capitale sociale, perché tanto sa di avere un margine di tempo per poter sistemare le cose.

Articolo 2628: “illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società controllante”

Gli amministratori che, fuori dei casi consentiti dalla legge, acquistano o sottoscrivono azioni o quote sociali,

cagionando una lesione all’integrità del capitale sociale o delle riserve non distribuibili per legge, sono puniti

con la reclusione fino ad un anno.

La stessa pena si applica agli amministratori che, fuori dei casi consentiti dalla legge, acquistano o

sottoscrivono azioni o quote emesse dalla società controllante, cagionando una lesione del capitale sociale o

delle riserve non distribuibili per legge.

Se il capitale sociale o le riserve sono ricostituiti prima del termine previsto per l’approvazione del bilancio

relativo all’esercizio in relazione al quale è stata posta in essere la condotta, il reato è estinto.

Queste operazioni prendono il nome di operazioni buy-back: acquisto di azioni proprie. La società effettua

l’acquisto di azioni proprie rivolgendosi ai soci, ma se la società dà le azioni ai soci al momento della

costituzione del capitale sociale a fronte del loro contributo in termini di conferimento, bisogna poi evitare

che la società utilizzi quei denari per comprare dai soci le stesse azioni. Perché se così fosse il capitale

sociale iniziale risulterebbe inferiore e composto da azioni proprie riducendo quindi la garanzia per i

creditori. L’acquisto di azioni proprie però non è completamente vietato, (la sottoscrizione di azioni proprie è

sempre vietata in quanto meccanismo di creazione fittizia di capitale sociale) può avere tante buone ragioni.

Ad esempio una società che è in crescita e che produce utili eccedenti da investire può puntare su se stessa

come investimento. Non va a intaccare il capitale sociale.

Inoltre vi possono essere delle situazioni in cui l’acquisto di azioni proprie potrebbe essere uno strumento per

contrastare manovre speculative al ribasso del mio titolo.

L’approccio del legislatore è quindi un approccio pragmatico, vi sono dei casi in cui il riacquisto delle

proprie azioni è possibile.

Vi sono naturalmente delle condizioni da rispettare, ovvero le azioni proprie acquistate dalla società, perdono

il diritto di voto in assemblea, perché altrimenti la società potrebbe diventare soggetto autoreferenziale

rispetto alla nomina degli amministratori che non risponderebbero più ai soci ma alla società stessa.

la reclusione prevista in precedenza era da 6 mesi a 3 anni + la multa, ora reclusione fino ad un anno.

Gli amministratori vengono puniti se fuori dai casi previsti dalla legge, acquistano o sottoscrivono azioni o

quote sociali cagionando una lesione all’equity, si tratta dunque di un reato di evento che prevede la prova da

36

parte del PM del fatto che siano state intaccate le risorse di capitale sociale e di riserve legale poste a

garanzia dei creditori. (in precedenza reato di mera condotta).

Il comma 2° ci parla di quello che accade quando una situazione di acquisto di azioni non si verifica

nell’ambito della medesima società ma all’interno di un gruppo. La struttura del reato è sempre la stessa, ma

l’acquisto e la sottoscrizione non riguardano più le azioni proprie ma riguardano le azioni o quote della

controllante. Ovvero abbiamo soci o amministratori della controllata che intaccano il capitale sociale della

controllata per acquistare azioni della controllante.

Ma cosa succede se la vicenda si svolge al contrario? Ovvero l’amministratore della controllante acquista

azioni della controllata intaccando il proprio capitale sociale. La norma può essere applicata anche in questo

caso? Naturalmente in questo caso le azioni devono essere acquistate dagli altri soci della controllata, non si

può avere il controllo totalitario.

In questo caso la norma non può essere applicata per il divieto di analogia, il caso è diverso anche se simile

(necessiterebbe della stessa norma) l’interprete dovrebbe per forza ricorrere all’analogia che è vietata in

materia penale dall’art. 25 della costituzione.

Il comma 3° prevede la stessa clausola di non punibilità vista nell’art. 2627. Anche in questo caso la norma

così fatta ha più influenza dal punto di vista riparatorio che non da quello di disincentivo preventivo di

comportamenti illegittimi.

Articolo 2629. “operazioni in pregiudizio ai creditori”.

Gli amministratori che, in violazione delle disposizioni di legge a tutela dei creditori, effettuano riduzioni del

capitale sociale o fusioni con altre società o scissioni, cagionando un danno ai creditori, sono puniti, a

querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Il risarcimento del danno ai creditori prima del giudizio estingue il reato.

Questa norma fa riferimento al momento delle operazioni straordinarie delle società.

Rispetto alla norma precedente (art. 2631 n° 1 cod. civ.) vi è una significativa differenza strutturale. La

cornice edittale si riduce solo per via della multa, la pena rimane la stessa. Cambia tuttavia la tipologia di

illecito, i fatti disciplinati sono molto diversi, in quanto la norma precedente puniva gli amministratori che

avessero eseguito una riduzione di capitale o una fusione o una scissione (reati posti a tutela del corretto

svolgimento della procedura di queste operazioni straordinarie) e in particolare la violazione delle norme

degli art. 2306, 2445 e 2503 ovvero le norme civilistiche che ne regolano gli aspetti e prevedono diverse

procedure.

Ad ex l’art. 2306 del cod. civ. stabilisce che la delibera di riduzione del capitale sociale è efficace solo dopo

tre mesi che la stessa è adottata in modo da dare ai creditori modo di opporsi. Questa opposizione alla

delibera può essere posta davanti al tribunale. Se questa procedura era violata scattava l’illecito penale

immediatamente. (naturalmente per il creditore l’operazione di fusione ad ex può essere lesiva qualora fosse

effettuata con un’altra società con maggiori debiti, in modo che la società che ne risultasse sia meno sicura.

Nel tempo per di più è capitato che si dessero luogo a delle scissioni, ovvero società che si scindevano per

dare luogo ad operazioni di trasformazione societaria, dividendo tra bad company e good company, magari

anche per avere maggiori chances per essere finanziati da nuovi creditori. Operazioni di questo tipo

evidentemente pregiudicano le garanzie dei creditori. L’art. 503 prevede quindi una procedura che fissa dei

tempi: le operazioni di fusione e scissione possono essere effettuate solo dopo un periodo dall’iscrizione

delle delibere che le dispongono all’interno del registro delle imprese. Se questi termini non vengono

rispettati o se magari le operazioni non sono accompagnate dalla relazione dell’esperto (obbligatoria) che

attesti una serie di dati sulla solidità economico finanziaria delle società, prima del 2002 erano sufficienti a

far scattare la sanzione penale nei confronti degli amministratori.

Ora, tutte queste discipline che il legislatore ha previsto per queste operazioni, sono sottoposte a due pilastri

che il legislatore individua per tutelare i creditori: l’informativa e la sospensione dell’efficacia delle delibere

vista prima.

Oggi la violazione delle norme procedurali è sempre necessaria ma è soltanto un pezzo del fatto tipico,

perché la violazione delle disposizioni di legge a tutela dei creditori nell’ambito delle operazioni

straordinarie rileva solo se cagiona un danno ai creditori, diventa un reato di evento. Evento lesivo del

patrimonio del creditore. Quindi pur essendo rimasta intatta la cornice edittale è cambiato l’ambito di

applicazione della norma.

Questo delitto è inoltre un reato procedibile a querela. Il giudice anche se vi è la presenza del danno non può

agire fino a che il creditore danneggiato non abbia proposto querela. E come sappiamo c’è il termine di

decadenza del diritto di querela dopo 90 giorni. 37

Al 2° comma, il legislatore ha voluto sovrapporre le sfere di operatività dell’illecito civile e dell’illecito

penale. Normalmente se risarcisco la persona colpita dal reato, il reato non si estingue, si tratta infatti di due

profili distinti, l’illecito penale e l’illecito civile.

In questo caso il legislatore prevede invece una sovrapposizione: se hai risolto la pendenza civilistica il reato

si estingue. Vi è il termine di risarcimento fissato al momento prima dell’apertura del procedimento di primo

grado. La fase che instaura il giudizio di primo grado si apre prima con una serie di questioni definite

preliminari svolte dallo stesso giudice. Possono riguardare ad esempio la competenza giudiziaria di una

determinata autorità. Dopo che queste questioni vengo risolte, il giudice dichiara aperto il provvedimento.

Fino a quel momento si può risarcire il reato in pregiudizio ai creditori con effetto estintivo del reato stesso.

Ma in un contesto di un diritto procedibile a querela di parte, questo secondo comma ha senso o non ha

senso? Infatti in un reato procedibile a querela, se io risarcisco e risolvo la pendenza con chi a posto la

querela, e costui ritira la querela, il reato è improcedibile. Anche se improcedibilità del reato e estinzione del

reato sono cose diverse (nel primo caso il reato c’è ma non viene posto all’attenzione del giudice, mentre nel

secondo caso il reato non esiste più) gli effetti pratici sono gli stessi. Questo comma 2° è quindi superfluo o

aggiunge qualcosa?

Una prima interpretazione aveva provato ad interpretare il comma 2 in un senso autonomo rispetto alla

remissione della querela: “siccome il comma 2 fa riferimento al risarcimento del danno ai creditori, questa

espressione intende che il soggetto possa estinguere il reato solo se risarcisce tutti i creditori danneggiati e

non solo quelli che hanno proposto querela”. Ma come mai un soggetto deve risarcire tutti i creditori quando

potrebbe ottenere lo stesso effetto risarcendo solo quelli che hanno proposto la querela rendendo il reato

improcedibile? Ma c’è poi in realtà anche un altro fatto: come faccio a sapere a quanti creditori ho procurato

dei danni, dovrei cercare i creditori danneggiati, che fra l’altro non si sentono tali in quanto non hanno

proposto querela.

La realtà è che questa previsione del 2° comma unita a quella della improcedibilità della querela non ha più

molto senso.

Art. 2626 “indebita restituzione dei conferimenti”.

Gli amministratori che fuori dei casi di legittima riduzione del capitale sociale, restituiscono, anche

simulatamente, i conferimenti ai soci o li liberano dall’obbligo di eseguirli, sono puniti con la reclusione

fino ad un anno.

Questa è una norma di chiusura, che ha carattere residuale. Punta ad intercettare quei fatti che altre norme

che abbiamo visto in precedenza non sono riusciti ad intercettare.

In questo caso vi è una grossa riduzione della cornice edittale che da 6 mesi e 3 anni passa ad 1 anno senza

multa.

La norma è una norma di chiusura del sistema, perché, prendendo per esempio il caso di riduzione degli utili,

un amministratore che restituisce degli utili non conseguiti, se intacca il capitale sociale di fatto sta

La norma prevede due condotte:

- Restituzione anche simulata dei conferimenti ai soci;

- Liberazione dei soci dall’obbligo di eseguirli.

La normativa civilistica in materia prevede che quando il socio in sede di aumento di capitale si impegna al

conferimento, deve versare il 25% del conferimento promesso. La liberazione dall’obbligo di effettuare i

conferimenti riguarda quindi la liberazione del socio dal suo obbligo di conferimento per cui si è impegnato.

La prima condotta deve naturalmente essere effettuata obbligatoriamente in maniera commissiva.

La seconda condotta? L’inerzia dell’amministratore può essere rilevante ai fini di questa condotta?

No le due condotte richiedono la forma commissiva, liberare dall’obbligo il socio, vuol dire che il suo

obbligo di pagare il credito viene meno, l’inerzia dell’amministratore non libera il soggetto, il diritto di

credito permane. La condotta di liberazione richiede necessariamente una condotta che faccia venire meno il

dovere del socio.

Il socio risponde del reato in concorso con l’amministratore o no?

Dipende da quanto ha fatto il socio: si è limitato passivamente a ricevere quanto gli ha restituito

l’amministratore oppure ha insistito e chiesto la restituzione del conferimento?

Senza dubbio in questa seconda ipotesi il socio risponderà a titolo di concorso morale nel reato. Concorso di

tipi psicologico, il soggetto ha istigato l’amministratore a commettere il delitto.

Nel caso invece della prima ipotesi soltanto l’amministratore dovrà rispondere di questo reato.

Art. 2633 “indebita ripartizione dei beni sociali da parte dei liquidatori”. 38

I liquidatori che, ripartendo i beni sociali tra i soci prima del pagamento dei creditori sociali o

dell’accantonamento delle somme necessarie a soddisfarli, cagionano un danno ai creditori, sono puniti, a

querela della persona offesa, con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Il risarcimento del danno ai creditori prima del giudizio estingue il reato.

Il contesto è il momento conclusivo della società, allo scioglimento del contratto sociale. Quando i soci sono

d’accordo sul fatto che la società non ha più ragione di esistere si procede alla liquidazione della società

nominando il liquidatore. Il liquidatore ha il compito di realizzare l’attivo, soddisfare i creditori e infine

distribuire tra i soci l’avanzo in ragione delle quote di partecipazione alla società.

Possiamo notare come la norma richiama la struttura della norma in pregiudizio dei creditori.

La pena è la stessa, anche se leggermente più bassa in quanto la cornice edittale ha visto il minimo

leggermente più basso rispetto a prima del 2002. Ma cornice che fa riferimento ad un fatto dai confini assai

più limitati rispetto al passato. In quanto prima della riforma i liquidatori venivano puniti esclusivamente se

violavano l’ordine di soddisfacimento sull’attivo dei creditori e soci.

Il legislatore del 2002 ha modificato in base anche all’ottica patrimonialistica della riforma. La condotta del

liquidatore che ha violato l’ordine di soddisfacimento, viene punita solo se né è derivato un danno per i

creditori. Il delitto da mera condotta diventa un reato di evento.

Anche in questo caso vi è la previsione della procedibilità solo a querela della persona offesa.

Per il 2° comma vale quanto detto per l’art. 2629.

Ci occuperemo ora di norme che hanno a che fare con i rapporti interni tra i diversi organi della società e la

tutela del patrimonio della stessa.

Illeciti omissivi e tutela del patrimonio.

All’interno del codice civile vi sono 2 articoli: 2630 e 2631 che costituiscono capo a sé che il legislatore ha

intitolato degli illeciti commessi mediante omissione. Essi si intitolano “omessa esecuzione di denunce,

comunicazioni, depositi” e “omessa convocazione assemblea”. Noi non ci occuperemo di questi due articoli,

in quanto sono stati depenalizzati dopo la riforma del 2002 riducendoli a illeciti amministrativi.

L’art. 2629 – bis è stato introdotto dopo la riforma del 2002 e ha a che fare con “l’omessa comunicazione del

conflitto d’interesse”. Questa norma non riguarda chiaramente una tutela del patrimonio della società, ma

riguarda solo alcune tipologie di società: quelle quotate sui mercati regolamentati.

L’art. 2634 ha degli spazi di intersezione con l’art. 2629 – bis, andremo quindi ad analizzarlo

antecedentemente e poi tratteremo il 2629 – bis.

L’art. 2634 è intitolato “infedeltà patrimoniale”. Il nostro ordinamento sentiva da tempo la mancanza di una

norma di questo genere, ovvero di una norma che punisse l’amministratore di una società che fa il proprio

interesse e non gli interessi sociali.

Prima dell’introduzione di questa norma, il nostro ordinamento non prevedeva sanzioni specifiche, poteva

applicarsi, se ne ricorressero gli estremi, le norme comuni del codice civile. Si poteva applicare in particolare

la norma che sanziona il delitto di appropriazione indebita: ovvero l’amministratore che prende cose non sue

per sé art 646 del codice penale.

Il legislatore del 2002 allora decide di intervenire sul punto stabilendo una norma che però risponde solo in

parte alla domanda di tutela che si sollevava dall’assenza di una norma specifica volta a tutelare l’interesse

della società rispetto ad un amministratore infedele. Lo capiamo anche dal titolo della norma: infedeltà

patrimoniale e non solo infedeltà come ad esempio l’ordinamento tedesco. Qui il nostro legislatore ci dice

che l’infedeltà deve essere patrimoniale, le conseguenze le vediamo leggendo l’art:

gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della

società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a

deliberare atti di disposizione di beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno

patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Innanzitutto i soggetti attivi sono gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori cioè tutti i soggetti che

nelle diverse fasi della vita della società hanno il potere gestorio, infatti fra questi soggetti non compaiono i

sindaci in quanto essi non hanno poteri gestori ma solo di controllo.

Gli elementi costitutivi della fattispecie sono:

- La condotta del reato è compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali.

- Il dolo è specifico: al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio.

- Il dolo intenzionale: “intenzionalmente”.

- È un reato di evento: cagionando alla società un danno patrimoniale.

- Presupposto della condotta: vi deve essere la condizione preesistente dell’interesse in conflitto con 39

quello della società.

La norma è quindi molto ricca di elementi costitutivi del reato, è una norma che non punisce

l’amministratore che fa il proprio interesse a discapito della società (non ha confini così estesi), ma è una

norma che ha confini più specifici.

Ad esempio se un amministratore realizza il proprio interesse, ma non causa un danno alla propria società

allora non sarà applicabile questa norma. Un lucro cessante, mancata opportunità di ricavo per la società non

è equiparabile ad un danno per la società, e quindi non causa questa fattispecie.

In Italia quindi è punibile solo una infedeltà che va a colpire il patrimonio dell’ente, sono punibili solo atti di

disposizione dei beni del patrimonio della società.

Il soggetto quindi pregiudica il patrimonio della società che è chiamato ad amministrare, e lo deve fare

avendo a monte un interesse in conflitto con la società e al fine di procurare a se o ad altri un ingiusto

profitto o vantaggio. In più è richiesto che l’evento di danno cagionato sia sorretto da dolo intenzionale.

Ovvero non sono punibili i fatti realizzati con altre forme di dolo. Ad esempio se ho agito accettando la

possibilità di creare un danno alla società, non sono punibile, in quanto si tratta solo di dolo eventuale, e non

sono punibile anche se ho la certezza che derivi un danno per la società ma non era questo il mio fine ultimo.

Con questa norma viene quindi punito l’amministratore che si attiva per fale del male alla società, per

pregiudicarne il patrimonio. Ad esempio una società immobiliare di cui sono amministratore ha un cespite di

cui è titolare e lo vendo a metà del suo prezzo ad un’altra società nella quale sono socio. Poi l’immobile lo

rivendo ad un altro venditore in modo che al posto di effettuare la transazione con la società alfa ricavo una

plusvalenza dalla società beta. Un amministratore di questo genere è un amministratore deplorevole.

All’ultimo comma l’art. 2634 prevede che il fatto sia punibile soltanto a querela della persona offesa. La

persona offesa del reato chi è? Chi può porre querela?

La persona offesa da questo reato è la società (la lesione dei soci è soltanto una lesione mediata), che vede il

suo patrimonio ridotto. Tuttavia la società è amministrata dagli amministratori che però ne sono anche i

soggetti attivi che non segnaleranno mai situazioni del genere. Allora gli interpreti hanno dato una lettura che

preveda la possibilità anche per i soci di proporre querela sia in relazione all’ipotesi del primo comma che

quella del secondo comma: la stessa pena si applica se il fatto è commesso in relazione ai beni posseduti o

amministrati dalla società per conto di terzi, cagionando a questi ultimi un danno patrimoniale. In questo

caso quindi il danno è cagionato nei confronti dei terzi che danno in amministrazione i propri beni alla

società. Come abbiamo detto ci troviamo quindi di fronte ad una norma dai confini molto selettivi.

Il 3° comma dice: in ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato

da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al

gruppo.

Il legislatore cala il fatto di infedeltà patrimoniale all’interno della dimensione del gruppo di società. Cosa

succede se la situazione descritta in precedenza avviene all’interno di un gruppo. Prendendo l’esempio di

prima, immaginiamo che vi sia una società alfa con l’immobile, una società beta che ha bisogno di risorse

finanziarie per promuovere la produzione di un nuovo materiale innovativo, esse sono separate ma

controllate entrambe da una società gamma. Alfa vende il suo immobile di pregio per 10 e beta lo rivende per

20 in modo che beta abbia le risorse necessarie. In questo caso sono punibili o no gli amministratori di alfa?

Ma c’è in questo esempio la ragione economica di gruppo tale da non rendere il profitto ingiusto? Questa tesi

prende il nome di teoria dell’interesse del gruppo. Non c’è l’infedeltà patrimoniale nei gruppi quando

l’interesse di gruppo che prevale su quello della singola società giustifica l’operazione. Il fatto non sarebbe

punibile. (teoria molecolare)

Ma se noi pensiamo ai soci di minoranza della società alfa, loro non hanno partecipazioni in beta e neanche

in gamma, non ottengono quindi nessun vantaggio da questa operazione.

Quindi si è sviluppata un’altra tesi interpretativa rispetto a questa tematica diametralmente opposta a quella

precedente: non prevale l’interesse del gruppo, ma deve sempre prevalere l’interesse della società singola.

Bisogna tutelare tutti i soci. (teoria atomistica).

Il legislatore in questo caso ha optato per una via intermedia: ha scolpito con il comma terzo la teoria dei

vantaggi compensativi: il legislatore ha valorizzato in un’ottica di dare e avere vantaggi e svantaggi che

derivano dall’appartenenza al gruppo. Ha stabilito che il danno che viene cagionato nei confronti di una

società che fanno parte del gruppo, non fa scattare l’ipotesi di infedeltà patrimoniale se in ragione

dell’appartenenza al gruppo la società ha ottenuto o è fondatamente prevedibile che otterrà in futuro vantaggi

di entità sovrapponibile al danno che ha dovuto sopportare con quella operazione specifica.

L’interesse del gruppo può legittimamente portare ad un pregiudizio per una società appartenente al gruppo

se l’appartenenza del gruppo porta alla società stessa altri benefici pari al sacrificio o maggiori.

Qualora la società alfa non ottenga benefici di alcun genere dalla operazione, risponderanno allora di

infedeltà patrimoniale gli amministratori della società e con loro in concorso chi ha partecipato 40

all’operazione intenzionalmente.

Veniamo ora all’altro articolo: art. 2629 – bis introdotto con la riforma del 2005: “omessa comunicazione del

conflitto di interessi”.

L’amministratore o il componente del consiglio di gestione di una società con titoli quotati in mercati

regolamentati italiani o di altro Stato dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai

sensi del testo unico della finanza o del testo unico bancario che viola gli obblighi previsti dall’articolo

2391 codice civile è punito con la reclusione da uno a tre anni, se dalla violazione siano derivati danni alla

società o a terzi.

Il legislatore quindi ritorna ad utilizzare la tecnica del rinvio, tecnica non particolarmente consigliabile per il

legislatore penale che deve sempre assicurare le esigenze di determinatezza e tassatività.

L’art. 2391 “interessi degli amministratori” dice che l’amministratore ha l’obbligo di comunicare qualunque

interesse di cui sia portatore rispetto ad una determinata deliberazione del consiglio. Obbligo comunicativo

fissato in capo agli amministratori (ogni interesse che hanno in una certa operazione sociale). Per ogni

interesse si intende che gli amministratori non devono comunicare solo gli interessi in contrasto con quello

della società, ma gli obblighi hanno un contenuto più ampio da quello previsto nel titolo, in quanto

l’amministratore deve comunicare qualunque interesse abbia in una operazione sociale. Anche un interesse

convergente con quello della società.

Nelle società quotate o nelle banche la violazione di questo obbligo comunicativo determina la punizione

dell’amministratore con la reclusione da uno a tre anni se dalla violazione sono derivati danni alla società o a

terzi.

Il reato è un reato omissivo proprio in quanto reato di omessa dichiarazione, ma la parte della norma: (se

dalla violazione deriva un danno) è una condizione oggettiva di punibilità, cioè un elemento necessario

affinché il soggetto possa essere punito, ma che in quanto disciplinato come condizione oggettiva non è

necessario che il soggetto si rappresenti e voglia, non deve essere coperta da dolo. Il danno non è elemento

costitutivo del reato ma una condizione oggettiva di punibilità.

L’art. 2629- bis abbiamo detto che si applica solo alle società quotate e regolate dal tuf, mentre l’art. 2634 si

applica a tutte le società senza distinzione. Ma dal punto di vista criminologico è più grave il comportamento

dell’art. 2629 – bis o il comportamento dell’amministratore dell’art. 2634?

Ovviamente è più grave il 2634, però il 2634 è punito più lievemente (da 6 mesi a 3 anni) mentre l’art. 2629

– bis con la reclusione da un anno a tre anni come mai?

Sembrerebbe che il legislatore dica all’amministratore di non limitarsi a non dichiarare gli interessi in

conflitto con la società ma anche di disporre del patrimonio cagionando danno alla società in modo da poter

scontare una pena diversa. Ma è possibile?

Senza dubbio l’art. 2634 è una norma più dettagliata rispetto all’art. 2629 – bis, e in materia penale la norma

speciale deroga della norma generale, e quindi io obbligatoriamente devo applicare una pena minore mentre

in diritto penale la norma speciale ha sempre una pena prevista maggiore della norma generale.

L’interprete per non incorrere in questo paradosso ha allora adottato la via interpretativa (unica possibile) che

l’amministratore infedele nelle società quotate risponde di entrambi i reati. Gli articoli concorrono tra loro: la

stessa condotta del soggetto può realizzare due reati perché i beni giuridici che le due norme puntano a

tutelare sono beni giuridici tra loro diversi. Mentre l’art. 2634 protegge l’integrità del patrimonio della

società, l’art. 2629 – bis tutela la trasparenza e la completezza informativa dell’organo gestorio (la

consapevolezza che i componenti del cda devono avere al momento di una delibera).

Un altro aspetto fondamentale che il legislatore tratta è la corruzione tra privati. Questo è l’ultimo dei delitti

introdotti in materia societaria visto che la denominazione viene data nel 2012 con la legge 190/2012 (legge

Severino). Questa legislazione ha modificato l’art. 2635 del codice penale che si intitolava: “infedeltà a

seguito di dazione o promessa di utilità”.

Nel 1942, nella legislazione originaria, non vi era una regolamentazione penale di questi fatti.

Il tema all’interno del nostro ordinamento viene introdotto nel 2002: “infedeltà a seguito di dazione o

promessa di utilità”. Fattispecie che risulta il logico completamento dell’art. 2634 “infedeltà patrimoniale”,

in quanto risulta un’altra forma di infedeltà.

Questa norma introdotta nel 2002 ha avuto due vicende di riforma ulteriore prima di quella del 2012.

- Nel 2005 “legge sul risparmio”, il legislatore introduce un 3° comma che prevede un raddoppio della

sanzione per i fatti di infedeltà realizzati nell’ambito di società quotate.

- Nel 2010 il D. Lgs. N° 39/2010, come avvenuto in tutte le altre fattispecie che riguardavano i

revisori, ha scorporato dall’art. 2635 il tema dell’infedeltà trasportandola all’interno del D. Lgs. 41

39/2010.

- L’art. 2635 viene poi da ultimo riformato come abbiamo detto nel 2012, con una modifica

riscontrabile già nell’intitolazione: si parla di corruzione fra privati.

Il tema della corruzione nella maggior parte degli ordinamenti mondiali è un tema di grande impatto, che

risulta fortemente attuale e di grande rilievo.

Ci sono alcuni ordinamenti (paesi scandinavi) che prevedono la corruzione come reato comune: chiunque lo

può commettere.

Ad ex se offro un’utilità illecita ad un soggetto che la accetta, questo accordo illecito è punibile come

corruzione a qualunque titolo. Ad esempio se corrompo il tecnico della Tv.

In Italia, tutte le forme di reati di corruzione classica, sono nel nostro ordinamento disciplinate come reati

contro la pubblica amministrazione. Cioè reati che hanno bisogno che il soggetto sia un soggetto pubblico

che stia svolgendo un pubblico servizio.

Se non c’è questa qualifica soggettiva di uno dei protagonisti dell’accordo illecito, allora non c’è corruzione.

I reati di corruzione, infatti, all’interno del nostro ordinamento sono disciplinati come reati che offendono

l’andamento della pubblica amministrazione. Ad ex. Corruzione del medico del servizio sanitario nazionale

(pubblico ufficiale).

Le forme di corruzione non pubblicistica sono rare nel nostro ordinamento, per esempio una forma al confine

riguarda un reato detto comparaggio. Il comparaggio è quell’illecito che si realizza quando un esercente una

professione sanitaria accetta denari o altre utilità per descrivere ai propri pazienti determinati farmaci al di là

di quello che dovrebbe prescrivere in scienza e coscienza.

Un altro profilo di illecito corruttivo in ambito privato è quello che riguarda la corruzione dei revisori. (Art.

28).

In ambito privato, come abbiamo detto, fino al 2002 non avevamo nulla.

Facendo un esempio: sono il responsabile dell’ufficio legale di una società e devo selezionare i professionisti

esterni ai quali affidare i mandati. Immaginiamo che il soggetto selezioni i soggetti non in base al merito ma

in base a chi è disponibile a dare una quota di parcella pagata dall’ente allo stesso responsabile d’ufficio.

Mentre negli altri ordinamenti tale fatto rappresenta corruzione (reato comune), in Italia tale fatto non

costituisce corruzione, non si tratta di pubblico ufficiale.

Comunque negli altri ordinamenti si distingue tra corruzione pubblica e corruzione privata, ma tutte due

vengono presidiate con pene magari meno gravi.

L’Italia nonostante si fosse impegnata sul tema della corruzione nelle convenzioni internazionali, non è

riuscita ad avere una norma anche in ambito di corruzione.

Nel 2002 allora il legislatore pensa ad una norma che nelle intenzioni originali si chiamava corruzione

privata, se nonché alla fine del percorso questa norma viene arricchita di elementi ulteriori che rendono

obbligatoria la modifica del titolo dell’articolo che viene chiamato infedeltà a seguito di dazione o promessa

di utilità. Ma come mai si è resa necessaria la modifica del titolo? Cosa cambia dal reato di corruzione?

Il comma 1 stabiliva che gli amministratori, i direttori generali, i sindaci i liquidatori e i responsabili della

revisione i quali a seguito della dazione o della promessa di utilità compiono o omettono atti in violazione

degli obblighi inerenti al loro ufficio cagionando nocumento alla società sono puniti con la reclusione fino a

tre anni.

Cosa differenzia tale reato dal reato di corruzione?

Le corruzioni a tutte le latitudini puniscono accordi illeciti, sono reati accordo a struttura bilaterale fra le

parti. La corruzione per essere perfetta ha bisogno semplicemente dell’accordo fra le parti. Il reato è già

consumato quando l’accordo si perfeziona. Che poi l’accordo venga eseguito non è strettamente necessario

per perfezionare il reato. Se l’accordo viene anche eseguito, il momento consumativo del reato e quindi

l’inizio del decorso della prescrizione si sposta dal momento dell’accordo al momento dell’esecuzione

dell’accordo.

Ma perché l’art. 2635 non può essere un reato di corruzione? Gli intrusi sono due:

- Cagionando nocumento alla società: prevede che l’accordo si deve essere perfezionato, vi deve

essere un evento di danno. Si deve guardare le conseguenze dell’accordo. Non si tratta di reato di

mera condotta come per le corruzioni ma di reato di evento.

- Anche il compimento o l’omissione di atti in violazione di obblighi è un intruso, in quanto prevede

che l’accordo venga compiuto.

L’articolo previsto in parlamento fa un passo in più rispetto alla corruzione, l’evento di danno muta il DNA

di questa fattispecie, facendola diventare un’infedeltà, in quanto l’aspetto principale diventa il nocumento

senza il quale il fatto è penalmente irrilevante, mentre per far sorgere il reato di corruzione basta l’accordo.

Il nocumento è una versione più ampia di danno, il danno deve essere una lesione del patrimonio esistente, 42

mentre il nocumento è una versione più ampia ad esempio copre anche il danno di lucro cessante.

Bisogna accertare il nesso causale tra la condotta e il nocumento causato alla società, inteso anche come

possibilità di mancato guadagno.

Vediamo ora cosa dice oggi l’art. 2635 così come è stato presentato dal legislatore del 2012:

salvo che il fatto costituisca più grave reato, (rapporto di sussidiarietà tra la corruzione tra privati e altri

possibili illeciti) amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili

societari, i sindaci e i liquidatori (dal punto di vista dei soggetti attivi non vi sono solo i titolari del potere

gestorio come nell’art. 2634, ma ci sono anche i sindaci, coloro che devono controllare in quanto nell’art.

2634 c’è bisogno di un soggetto che possa disporre dei beni sociali, l’art. 2635 prevede una forma di

comportamento compatibile anche con il venir meno del proprio dovere anche con gli organi deputati al

controllo) a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità per se o per altri (inserito nel

2012 ma senza grossi effetti) compiono o omettono atti o obblighi di fedeltà cagionando nocumento alla

società (evento di danno) sono puniti con la reclusione da uno a tre anni (anziché un minimo di 15 giorni di

reclusione la reclusione è stata innalzata nel minimo ad un anno).

Siccome la norma sull’infedeltà patrimoniale si era attirata un sacco di critiche, aveva bisogno di troppi

elementi… il governo aveva costruito la norma come corruzione tra privati, non era presente il nocumento.

Vi era una formula che richiedeva la realizzazione dei fatti ma almeno già puniva la condotta, tuttavia nella

discussione parlamentare il nocumento ritorna all’interno della norma.

Viene inoltre meno la modifica del titolo, in quanto rimane l’intitolazione: corruzione fra privati.

Per questo gli organismi europei di monitoraggio sulla lotta alla corruzione, segnala immediatamente che la

norma non disciplina affatto la corruzione in quanto punisce l’evento lesivo della società, un’infedeltà

contrabbandata come corruzione.

La norma ha più significative modifiche nei commi successivi rispetto alla versione del primo comma.

Comma 2: si applica la pena della reclusione da 15 giorni ad un anno e sei mesi se il fatto è commesso da

chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di un soggetto indicato al primo comma.

La corruzione non riguarda più solo chi fa parte degli organi della società, ma chiunque all’interno della

società, in quanto all’interno della società tutti se non sono soggetti che fanno parte degli organi, sono

sottoposti alla loro vigilanza. (estensione dell’ambito dell’applicabilità).

Comma 3: Chi dà o promette denaro o altra utilità è punito con le pene previste al primo o al secondo

comma.

Viene confermata la novità introdotta con la legge sul risparmio al comma 3: la pena viene raddoppiata sia

nell’ipotesi della infedeltà dei membri degli organi sociali sia nell’ipotesi di membro sottoposto alla

vigilanza di queste persone se il fatto è realizzato nell’ambito delle società quotate.

La norma originaria prevedeva la procedibilità a querela della persona offesa. (un’altra faccenda che

testimonia la natura di reato contro il patrimonio della società). Normalmente la procedibilità a querela non

viene attivata oppure successivamente rimossa.

Comma 5: si procede a querela della persona offesa, ma non nei casi in cui dal fatto derivi una distorsione

della concorrenza nell’acquisizione dei beni o servizi.

Questo perché la corruzione tra privati, non è grave in quanto mette in pericolo il patrimonio della società,

ma è grave perché turba la capacità di concorrenza tra gli operatori sul mercato. Con la corruzione la

competizione economica è truccata, vince il più furbo.

Ecco perché la corruzione tra privati dovrebbe essere inquadrata come un reato che offende un bene

pubblicistico, perché danneggia gli interessi di tutti i cittadini.

Il legislatore quindi come abbiamo visto introduce la concorrenza solo nell’ultimo comma, che risulta solo

fumo negli occhi, in quanto questa distorsione della concorrenza che autorizza il pubblico ministero ad agire

d’ufficio e in assenza della querela deve essere provata dal pubblico ministero, ma come si fa a provare?

Cosa si intende per concorrenza, siamo ai livelli addirittura alle norme della legge antitrust? Non si sa.

E dunque in realtà il reato continua ad essere un reato di infedeltà.

Gli elementi costitutivi sono il dolo generico con qualsiasi forma di intensità ed è necessario l’evento di

danno.

Abbiamo detto che dall’art. 2635, col il D. 39/2010 vengono scorporati i responsabili della revisione.

In precedenza vi era già una forma di corruzione dei revisori: l’art. 174 - ter del TUF introdotto dalla legge

sul risparmio del 2005. (dedicata ai revisori delle società quotate).

Nel 2010 con l’introduzione dell’art. 28 del D. Lgs. N° 39 viene abolito il riferimento ai responsabili della

revisione e viene abolito anche l’art. 174 – ter del TUF, in quanto tutte le norme riguardanti i revisori

vengono accorpate nel 39/2010. Poi modificato con il D. 35/2016.

Comma 1: i responsabili della revisione legale i quali a seguito della dazione o della promessa di utilità per

43


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

69

PESO

173.87 KB

AUTORE

Lucaf_94

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e legislazione d'impresa (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucaf_94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof D'Alessandro Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto penale commerciale

Riassunto esame Diritto penale commerciale, prof. F. D'Alessandro, libro consigliato "Diritto penale dell'impresa" di Ambrosetti (2012)
Appunto
Appunti Diritto penale commerciale
Appunto
Penale commerciale
Appunto
Diritto Penale Commerciale
Appunto