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capo a genitori di figli minorenni una posizione di garanzia di questo tipo: i genitori devono impedire

azioni lesive nei confronti della vita del figlio minorenne)

 Obblighi di controllo, da cui derivano posizioni di controllo. Il soggetto è chiamato a controllare una spe-

cifica fonte di pericolo per una pluralità di beni giuridici (ad esempio, il proprietario di un immobile ha

l’obbligo di assicurarsi che questo non sia idoneo a cagionare danni ad altri beni giuridici)

Accanto agli obblighi di protezione e controllo abbiamo anche l’obbligo di sorveglianza, da cui derivano po-

sizioni di sorveglianza, in base al quale il soggetto pur avendo l’obbligo di vigilare su un bene giuridico non

gode degli strumenti necessari per prevenire il verificarsi di eventi dannosi. In realtà gli obblighi di sorve-

glianza non sono considerati posizioni di garanzia in quanto non si posso avere doveri impeditivi senza poteri

di intervento per evitare il verificarsi dell’evento.

Altro aspetto da considerare in relazioni alle posizioni di garanzia, come già accennato, riguarda la loro fonte.

In generale, fonte di obblighi di garanzia è la legge ma obblighi di garanzia possono derivare anche da un

contratto.

Per completare l’analisi degli elementi della tipicità, bisogna analizzare altre fattispecie.

Il presupposto della condotta è un elemento presente nella fattispecie del fatto tipico che preesiste rispetto alla

condotta, ma che è fondamentale affinché questa si verifichi.

C’è poi l’oggetto materiale del reato ossia ciò su cui cade la condotta del soggetto agente.

Analizziamo ora alcune tipologie di reato. In particolare, distinguiamo un reato permanente dal reato istanta-

neo. Il primo non attiene agli effetti dell’azione ma riguarda il fatto che la consumazione del reato permane

per un periodo di tempo (ad esempio, l’art. 605 c.p. relativo al reato del sequestro di persona: la condotta

punibile permane fintanto che il soggetto non viene liberato). Nel reato istantaneo si può individuare precisa-

mente il momento in cui il reato si consuma. L’individuazione del momento in cui si consuma il reato è rile-

vante nel diritto penale per due ragioni:

a) Serve per individuare l’autorità competente

b) Dal momento in cui inizia la consumazione del reato, inizia a trascorrere il periodo della prescrizione.

Diverso dal reato permanente è il reato abituale che è il reato in cui la ripetizione della stessa condotta ha

rilevanza penale; solo per il fatto che un soggetto tenga più volte lo stesso comportamento dà vita alla fattispe-

cie descritta dalla norma. Ad esempio, consideriamo l’art. 621-bis c.p. che stabilisce che:

è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o mole-

sta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura […]

In questo caso, la condotta deve essere necessariamente abituale affinché si sostanzia la fattispecie di reato ma

ci sono anche reati solo eventualmente abituali, come, ad esempio, l’art. 348 c.p.:

Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello

Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da centotre euro a cinque centosedici

euro.

Questo è un reato eventualmente abituale in quanto si configura un fatto tipico anche qualora un soggetto

esercitasse anche una sola volta una professione per la quale fosse richiesta una speciale abilitazione.

Altra importante definizione in relazione alla tipicità di un reato è quella di reato continuato. Mentre il reato

permanente e quello abituale attengono alla tipicità del fatto, il reato continuato ha a che fare con plurimi reati:

sarebbe più opportuno parlare di continuazione di reati; il riferimento nel codice penale è all’art. 81. Possiamo

dire che si configura un reato continuato se chiunque, con azioni od omissioni esecutive dello stesso disegno

criminoso, commette anche in tempi diversi la violazione della stessa o di diverse disposizioni di legge. La

somma delle pene comminate per la commissione di questi reati, non può essere superiore al triplo della pena

prevista per il reato più grave.

Se la fattispecie tipica è stata integrata (ossia si è verificata nei suoi elementi integrali) occorre verificare il

secondo elemento costitutivo di un reato, ossia l’anti-giuridicità.

Un fatto tipico è antigiuridico se l’ordinamento non trova nessuna giustificazione al comportamento tenuto dal

soggetto. Per comprendere l’elemento dell’anti-giuridicità occorre fare riferimento al concetto delle cause di

giustificazione, ossia quelle cause che rendo un fatto tipico lecito: queste sono rintracciabili dagli artt. 50 ss.

c.p. Cause di giustificazione sono ad esempio la legittima difesa oppure il soggetto che si trova nella fattispecie

descritta dall’art. 50 c.p., che recita:

Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente

disporne.

Se l’ordinamento ravvisa delle cause di giustificazione significa che in quale modo giustifica il comportamento

tenuto dal soggetto anche se questo costituisce un fatto tipico.

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Se non sono individuate cause di giustificazione, il fatto è tipico e antigiuridico: il giudice dovrà verificare il

terzo elemento costitutivo del reato, ossia la colpevolezza.

Terzo elemento costitutivo del reato è la colpevolezza del fatto. Per verificare la colpevolezza occorre consi-

derare i suoi elementi costitutivi:

1) Imputabilità dell’agente: occorre verificare se il soggetto è imputabile nel momento in cui commette il

reato

2) Se il soggetto ha agito con dolo o con colpa

3) Conoscibilità: occorre verificare se il soggetto abbia agito potendo conoscere l’esistenza della norma pe-

nale violata

4) Non devono ricorre cause scusanti (ossia situazioni giuridiche che escludono la colpevolezza)

La rilevanza di questo elemento deriva direttamente dall’art. 27 Cost. che stabilendo che la responsabilità

penale è personale sancisce che per ritenere un fatto colpevole questo deve poter essere rimproverato a chi lo

ha causato.

Primo elemento costitutivo della colpevolezza è l’imputabilità dell’agente: è imputabile il soggetto capace di

intendere e di volere. Potremmo definire la capacità di intendere come la capacità di comprendere il compor-

tamento che si sta tenendo, mentre potremmo definire capacità di volere come la capacità di trasformare l’agire

in una decisione. Un soggetto è non imputabile se minore di 14 anni (in questo caso opera una presunzione

assoluta di incapacità) e se ultra 18enne ma in alcune determinate situazioni stabilite dalla legge. Per i soggetti

nella fascia d’età ricompresa tra i 14 e i 18 anni, sarà compito del giudice (Tribunale dei Minorenni) verificare,

nel caso concreto, la capacità di intendere e di volere dell’individuo. Le situazioni che possono incidere sulla

capacità di intendere e di volere di un ultra 18enne sono, ad esempio, problemi psico/fisici come il vizio totale

di mente, che esclude l’imputabilità, e il vizio parziale di mente, che non esclude l’imputabilità ma comporta

delle riduzioni di pena.

Secondo elemento costitutivo della colpevolezza è l’agire con dolo o con colpa da parte del soggetto.

Il delitto può essere, dal punto di vista psicologico di chi lo commette, doloso, colposo e preterintenzionale.

La definizione di queste tre componenti psicologiche del reato è contenuta nell’art. 43 c.p.

Un delitto è preterintenzionale (oltre l’intenzione) quando le conseguenze del comportamento del soggetto

sono ulteriori rispetto a quelle che si voleva realizzare.

Un delitto è doloso è, o secondo l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell'azione

od omissione e da cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è dall'agente preveduto e voluto come con-

seguenza della propria azione od omissione. Prevenzione e volizione sono quindi gli elementi costitutivi

dell’dolo. Il dolo può essere distinto in base alla sua intensità in:

 Dolo intenzionale: quando l’evento conseguito risponde a quello voluto e rappresentatosi dall’agente (rap-

presenta la forma più intensa di dolo)

 Dolo diretto: quando l’evento costituisce un effetto secondario ma altamente probabile della volontà di

azione dell’autore

 Dolo eventuale (o indiretto): quando l’agente prevede come possibile il verificarsi di un evento che egli

non vuole realizzare, ma pone in atto egualmente la condotta accettando il rischio che esso si verifichi

Quando nella descrizione della fattispecie tipica non è chiaro, o non è chiaramente definito, quale tipo di dolo

sia necessario per integrare la fattispecie di reato, la regola prevede che vada bene qualsiasi tipo di dolo. Im-

portante è sottolineare, però, che alcuni reati richiesto forme di dolo specifiche.

Il dolo può essere distinto anche in relazione all’ampiezza del suo contenuto, distinguiamo quindi:

a) Dolo generico, ossia reati nei quali qualunque finalità è ammessa per l’integrazione del reato

b) Dolo specifico, ossia reati nei quali è previsto che il soggetto debba agire con una determinata finalità

affinché si possa integrare il reato (ad esempio, reato di sequestro di persone e reato di sequestro di persona

a scopo di estorsione: nel secondo caso il dolo richiesto dalla norma è dolo specifico). Ovviamente il dolo

specifico è richiesto per integrare il reato, quindi il reato si verifica anche se il risultato a cui l’agente

puntava non si è verificato (nel caso di sequestro di persona a scopo di estorsione, il reato è perfezionato

anche se l’agente non ha ottenuto una ricompensa).

È importante sottolineare che il concetto di dolo è un concetto diverso da quello di movente; il movente è il

motivo per cui il soggetto ha provocato l'evento e rileva in termini di commisurazione della pena (ad esempio,

in caso di futili motivi, ci sarà un’aggravante della pena) ma non ai fini del reato.

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Un delitto è colposo, o contro l'intenzione, quando l'evento, anche se preveduto, non è voluto dall'agente e si

verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini

o discipline. La colpa riguarda la realizzazione di fatti contro l’intenzione e può essere distinta in:

 Colpa cosciente e colpa incosciente

 Colpa generica e colpa specifica

La distinzione tra colpa cosciente e colpa incosciente ha a che fare con l’elemento rappresentativo della colpa,

ossia la previsione del reato. Se il soggetto agente si era rappresentato il possibile reato e lo ha voluto, il

soggetto ha agito con dolo, se non lo ha voluto ha agito con colpa cosciente (ossia, colpa con previsione di

reato: il soggetto ha previsto la possibilità del reato ma ha escluso che si potesse verificare). Se il soggetto non

si era rappresentato il reato, ma questo era comunque prevedibile, il soggetto avrà agito con colpa incosciente.

La distinzione tra colpa generica e colpa specifica attiene, invece, alla tipologia di regola cautelare violata:

 Colpa specifica, viene violata una regola cautelare normativa come:

- Violazione di norma di legge (es. violazione del codice della strada)

- Violazione di regolamenti

- Violazione di ordini (es. ordine di evacuazione)

- Violazione di discipline (es. violazione di discipline dell’OIC)

 Colpa generica, le regole cautelari violate non sono normative ma rispondo a regole di tipo sociale. In

questo caso, la regola cautelare non è scritta e per valutare il comportamento i parametri sono la diligenza,

la prudenza e la perizia che però sono parametri relativi. La perizia fa riferimento alla colpa in attività

professionali: le regole di perizia sono dunque le regole cautelari tipiche di un determinato sapere tecnico;

la prudenza è la categoria che si presenta quando si ha a che fare con attività pericolose; la diligenza è la

caratteristica più generale che fa riferimento al livello di accortezza normalmente diffuso in un determinato

contesto sociale. Per valutare il comportamento di un soggetto bisogna fare riferimento al concetto di

agente modello: quando un soggetto tiene una certa condotta per capire se questa è o meno addebitabile

all’agente, il giudice deve verificare come si sarebbe comportato un agente modello, ossia un soggetto che

svolge professionalmente l’attività che il soggetto ha messo in atto.

Terzo elemento della colpevolezza è la conoscibilità. L’art. 5 c.p. stabilisce che nessuno può invocare a propria

scusa l’ignoranza della legge penale. La Sentenza della Corte Costituzionale 364/1988 ha sancito che l’art. 5

c.p. contrasta con l’art. 27 Cost. nella parte in cui non prevede alcuna eccezione alla regola: a seguito di questa

sentenza è stabilito che l’ignoranza inevitabile può essere portata come scusa. L’ignoranza inevitabile si ha

nel caso di assoluta oscurità del testo legislativo (non si comprende il significato e le previsioni della norma)

e quando il soggetto si sia trovato nella concreta impossibilità di conoscere la norma.

Ultimo elemento della colpevolezza riguarda le cause scusanti ossia le cause che fanno venir meno la colpe-

volezza di un reato tipico, antigiuridico, imputabile, con dolo e colpa. Le cause scusanti si verificano quanto il

comportamento rispettoso della norma penale è inesigibile per il soggetto agente. Le cause scusanti sono defi-

nite in generale dall’art. 54 c.p., che stabilisce che:

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri

dal pericolo attuale di un danno grave alla persona ecc.

L’ordinamento non approva il comportamento: il fatto resta illecito e antigiuridico ma manca una rimprovera-

bilità tale da ammettere un giudizio.

Se non sussistono cause scusanti, il fatto tipico e antigiuridico è anche colpevole. Occorrerà verificare un altro

elemento costitutivo del reato, l’ultimo, ossia la punibilità.

Della punibilità esaminiamo solo due aspetti, ossia:

a) Cause che escludono la punibilità in senso stretto, ossia situazioni nelle quali la punibilità è esclusa anche

se il fatto è tipico, antigiuridico e colpevole. Un esempio di causa scusante è l’art. 649 c.p. ossia quello

relativo ai reati contro il patrimonio in ambito familiare.

b) Condizioni oggettive di punibilità: queste prevedono la punibilità solo al verificarsi di una condizione. Nel

momento in cui la condizione prevista dalla norma si verifica, la punibilità è oggettiva.

Adesso dobbiamo verificare come si accerta la realizzazione di un reato, ossia il procedimento penale. Il pro-

cedimento penale ha inizio con la notizia di reato: i principali mezzi con cui il pubblico ministero viene a

conoscenza di un possibile reato sono:

 Denuncia con cui ciascun cittadino può portare all’attenzione dell’autorità giudiziaria una notizia di reato

 Referto: notizia di reato data da un soggetto nello svolgimento della propria attività (es. medico)

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 D’ufficio: il Pubblico Ministero procede all’iscrizione della notizia di reato d’ufficio

La denuncia è diversa dalla querela (dichiarazione di volontà): questa è una condizione di procedibilità ossia

una condizione necessaria per attivare il procedimento penale con ad oggetto un determinato fatto. Per alcune

tipologie di reato sarà il soggetto offeso che dovrà decidere se attivare un procedimento penale: senza questa

decisione (che è appunto la querela), il Pubblico Ministero non potrà procedere per perseguire quel fatto. Si

distingue infatti tra procedibilità a querela e procedibilità d’ufficio.

Quando arriva la notizia di reato il PM iscrive il procedimento penale, ossia assegna un numero alla notizia di

reato nel c.d. RGNR (Registro Generale delle Notizie di Reato). Quando il PM riceve una notizia di reato ha

l’obbligo di procedere all’iscrizione della stessa.

Dopo l’avvenuta iscrizione si avvia la fase delle indagini preliminari queste sono volte a verificare la reale

sussistenza di un reato. Se a seguito delle indagini preliminari, si evince che il fatto non è un reato il PM

chiederà l’archiviazione del procedimento.

A seconda del grado di dettaglio della notizia di reato, il PM avrà a disposizione diversi elementi per la valu-

tazione del reato. Svolgerà le indagini direttamente oppure le delegherà alle forze di polizia nella veste di

polizia giudiziaria, allo scopo di individuare gli elementi per verificare la notizia di reato. La tipologia di reato

(che deve essere particolarmente grave) oggetto delle indagini può richiedere tecniche investigative partico-

lare, dette mezzi di ricerca della prova (come ad esempio le intercettazioni telefoniche); in questo caso, il PM

non potrà agire in autonomia ma dovrà chiedere l’autorizzazione ad un giudice detto giudice delle indagini

preliminari (GIP) che dovrà pronunciarsi circa l’adozione di questi mezzi. Il GIP è chiamato in causa anche

quando il PM dovrà richiedere l’applicazione delle c.d. misure cautelari: il PM chiederà, per i reati particolar-

mente gravi, l’applicazione di misure restrittive delle libertà del cittadino come, ad esempio, il divieto/obbligo

di soggiorno nel territorio di un Comune, arresti domiciliari o custodia cautelare in carcere ecc. Per l’applica-

zione delle misure cautelari occorre che vi siano gravi indizi di colpevolezza e che ricorra almeno una delle

seguenti condizioni:

 Pericolo di reiterazione del reato

 Pericolo di fuga

 Pericolo di inquinamento delle prove

Un altro momento nella fase delle indagini preliminari in cui il GIP è chiamato in causa è il c.d. incidente

probatorio. Questo consiste in una parentesi processuale in contradditorio tra le parti richiesta in particolari

situazioni (ad esempio, un testimone oculare si trova in gravi condizioni di salute e non è sicuro che possa

arrivare al processo: per acquisire la sua testimonianza come prova viene richiesto un incidente probatorio.

La fase delle indagini preliminari dura in genere 6 mesi. Al termine di questa fase, se il PM ha fondati motivi

per sostenere che il reato si sia in concreto verificato, avviserà l’indagato (senza misure cautelari o incidente

probatorio, l’indagato non avrà conoscenza delle indagini a suo carico fino alla chiusura delle indagini preli-

minari, queste infatti sono segrete) dell’indagine a suo carico con un avviso di chiusura delle indagini preli-

minari. Da questo momento, l’indagato avrà 20 giorni per chiedere di essere interrogato o presentare docu-

mentazione atta a respingere le accuse mosse dal PM.

Dalla conclusione delle indagini preliminari, l’ordinamento prevede che il procedimento penale possa proce-

dere in diversi modi. Abbiamo quindi in rito ordinario, il rito abbreviato, il rito immediato, il rito per diret-

tissima e il patteggiamento.

Il rito ordinario è quello previsto per i reati più gravi. Passati 20 giorni dalla chiusura delle indagini preliminari,

il PM eserciterà l’azione penale richiedendo che venga celebrato il processo ad un giudice che prende il nome

di giudice dell’udienza preliminare (GUP). Il GUP non è chiamato a giudicare sulla responsabilità dell’impu-

tato (il soggetto non è più indagato, ma dal momento dell’azione penale viene detto imputato) ma deve decidere

se il materiale a disposizione del PM sia idoneo a sostenere l’accusa in giudizio. Questo passaggio preliminare

al processo penale serve, in sostanza, per evitare la celebrazione di processi inutili in cui l’accusa non dispone

degli elementi necessari per poter accusare il soggetto indagato. Se il giudizio del GUP risulta positivo, avrà

inizio il processo penale davanti al giudice di I grado. La regola prevede che il giudice di I grado sia il Tribu-

nale che è chiamato a giudicare in due “formazioni” diverse:

- Composizione collegiale, composta da 3 magistrati

- Composizione monocratica

Esistono due eccezioni a questa regola. La prima è quella che vede come giudice di I grado la Corte di Assise

composta da 8 giudici (2 magistrati togati e 6 giudici popolari), chiamati a giudicare per i reati più gravi, e il

giudice di pace chiamato in causa per i reati meno gravi.

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Davanti al giudice di I grado si svolgerà il dibattimento dove accusa e difesa saranno chiamate ad esporre le

loro ipotesi circa il fatto oggetto di giudizio. Il giudice è quindi chiamato a giudicare sulla base di quanto

esposto dalle parti nel corso del processo e se giudica l’imputato colpevole lo condannerà con sentenza, se

invece riterrà l’imputato non colpevole, pronuncerà una sentenza di assoluzione e enuncerà le cause di asso-

luzione nel dispositivo. Vi sono infatti varie formule (o ragioni) di assoluzione come, ad esempio:

- Il fatto non sussiste (non è integrata la fattispecie di reato)

- Il fatto non costituisce reato (manca il fattore psicologico richiesto dalla fattispecie, manca l’elemento

della colpevolezza)

- L’imputato non ha commesso il fatto

- Il reato è stato commesso da persona non imputabile (persona senza la capacità di intendere e di volere)

- Il fatto è stato commesso in presenza di cause di giustificazione o cause personali di non punibilità

La sentenza di I grado è pronunciata nel dispositivo. Inoltre, il giudice dovrà spiegare i motivi della sentenza;

i tempi previsti per il deposito delle motivazioni sono variabili e rilevano per l’impugnazione della sentenza:

dalla data di deposito delle motivazioni, concorrono i tempi per l’impugnazione.

Se una delle due parti decide di impugnare la sentenza di I primo grado, si passerà al II grado di giudizio o

corte d’appello. Se giudice di I grado è stato il Tribunale, giudice d’appello sarà la Corte d’Appello (composto

da 3 magistrati); se giudice di I grado è stata la Corte d’Appello, giudice d’appello sarà la Corte d’assise

d’appello (composta da 2 magistrati togati e 6 giudici popolari). Davanti al giudice d’appello, la parte che ha

impugnato la sentenza di I grado dovrà spiegarne i motivi: in questa sede, non si rifarà il processo ma verranno

assunti le prove e i materiali utilizzati nel corso del I grado, al fine di verificare i vizi che hanno giustificato

l’impugnazione della sentenza. Il giudice d’appello, valutato il materiale utilizzato nel corso del I grado, potrà

emettere due tipologie di giudizio: confermare la sentenza di I grado oppure riformare la sentenza di I grado.

In ogni caso, anche per il giudice d’appello è previsto il deposito delle motivazioni, a decorre del quale ci sarà

la possibilità di impugnare nuovamente la sentenza. In questo caso, l’impugnazione potrà essere fatta solo per

motivi di legittimità e non per giudizi di merito. Il III grado di giudizio avverrà davanti alla Corte Suprema di

Cassazione che svolge una funzione di uniformazione interpretativa del diritto. Se la Corte valuterò negativa-

mente i motivi di legittimità dell’impugnazione, la sentenza diventerà definitiva. In caso contrario, vi saranno

due possibili scenari:

1) Annullamento secco della sentenza

2) Annullamento con rinvio: dovrà essere rivalutato il merito del giudizio e si tornerà quindi in appello.

Come anticipato, il nostro ordinamento prevede riti alternativi:

 Rito abbreviato: si verifica quando l’imputato decide di cambiare il ruolo del GUP. Questo non sarà più

chiamato a valutare il materiale a disposizione del PM, ma dovrà giudicare il merito sulla base degli atti

messi a disposizione dal PM. Nel caso in cui l’imputato decida per il rito abbreviato, avrà diritto, se giu-

dicato colpevole, ad uno sconto di 1/3 della pena o a 30 anni di reclusione, se la pena prevista fosse stata

l’ergastolo

 Rito immediato: viene saltata l’udienza preliminare di fronte al GUP. Se il PM ritiene la responsabilità

dell’imputato evidente ed ha rispettato alcune condizioni potrà richiedere il rito immediato. In questo caso

non vi è alcuno sconto di pena per l’imputato

 Rito per direttissima: vi sarà questo rito nel caso in cui il soggetto sia stato colto in flagranza di reato;

questo verrà sottoposto a giudizio entro 48 ore e saranno saltate sia la fase delle indagini preliminari che

quella dell’udienza preliminare

 Patteggiamento: non valido per tutti i tipi di reato ma solo per quelli che prevedono, come pena massima,

la reclusione fino a 5 anni. Il patteggiamento è un accordo tra PM e imputato che dovrà essere presentato

e convalidato da un giudice. Se si opta per questo rito, all’imputato sarà riconosciuta una riduzione della

pena fino ad 1/3. 9

Diritto penale dell’economia

Ogni forma di devianza in ambito economico deve essere combattuta energicamente con la sanzione più rigo-

rosa, cioè con la pena criminale: e ciò perché le conseguenze della criminalità economica sono spesso identi-

ficabili sotto forma di danni esorbitanti, provocati da pochi, ma dei quali alla fine molti subiscono ripercus-

sioni. In Italia non è presente una tradizione culturale e giuridica del diritto penale dell’economia. Nel nostro

ordinamento la materia in questione è sempre stata ricondotta nell’ambito del diritto penale commerciale, nel

quale venivano trattati i due pilastri storici del diritto penale societario (artt. 2621-2640 c.c.) e del diritto

penale fallimentare (artt. 216-241 R.D. 267/1942); soltanto dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo

scorso nella dottrina italiana è andata finalmente affermandosi lo studio specialistico del diritto penale dell’eco-

nomia.

Il diritto penale dell’economia è una branca del diritto penale. È un settore sempre più importante della c.d.

parte speciale del diritto penale, che ricomprende gli illeciti che hanno per oggetto condotte di aggressione a

beni economici, ritenuti dall’ordinamento meritevoli di una tutala energica. Rientrano nell’ambito del diritto

penale dell’economia i reati tributari, i reati societari e tutti quei reati che attengono, oggettivamente e sog-

gettivamente, a fatti ed interessi economici.

Un tentativo di definizione della locuzione diritto penale dell’economia non può non prendere le mosse dalla

fortunata espressione di white collar crime, formulata nel 1949 da Sutherland per indicare un reato commesso

da una persona rispettabile, nel quadro della sua professione. Tale qualificazione mantiene un valore soltanto

sotto il profilo criminologico ma non offre alcun ausilio per l’individuazione di quali fatti possano essere ri-

compresi nel concetto di diritto penale dell’economia. Il concetto di diritto penale dell’economia e di delitto

economico assumono un significato diverso a seconda degli ordinamenti giuridici nei quali vengono coniati.

La caratteristica del diritto penale economico sembra quindi risiedere soprattutto nella connessione con l’eser-

cizio di un’attività economica. È questa un’analisi fondata su una prospettiva essenzialmente sociologica, ma

che non affronta la questione relativa al criterio dell’oggettività giuridica. Parte della dottrina ha orientato il

criterio definitorio verso gli effetti secondo il classico approccio ancorato al concetto di bene giuridico. Un

delitto può qualificarsi economico quando, a causa dei suoi effetti, sia in grado di turbare o porre in pericolo

la vita economica o l’ordine che la stessa esprime e pregiudicare anche interessi individuali. Non più quindi

reati commessi necessariamente in occasione dell’esercizio di un’impresa, ma reato che possono essere com-

messi anche da soggetti estranei al mondo imprenditoriale, le cui azioni possono però apportare nocumento

all’ordine economico. Tale opzione definitoria fondata sugli effetti risente di un vizio di fondo, costituto dalla

scarsa afferrabilità del concetto di base, determinato anche dalla diversità degli interessi che fanno capo alla

sfera economica. Classificare un illecito tra i delitti contro l’ordine economico non serve a chiarire del tutto

l’effettivo contenuto lesivo della singola figura criminosa.

L’espressione diritto penale dell’economia è assunta sempre più come mera formula di riferimento per ricom-

prendere assieme quelle figure criminose che attengono a fatti ed interessi economici, ma non può essere intesa

come indice di un’oggettività giuridica. Possono essere ricondotti nell’alveo del diritto penale dell’economia

il diritto penale societario, il diritto penale fallimentare, il diritto penale tributario, il diritto penale del mer-

cato finanziario, il diritto penale del lavoro, il diritto penale industriale, il diritto penale dell’ambiente ecc.

Può oggi parlarsi, nel nostro ordinamento, di un sistema organico e coerente riguardo al diritto penale dell’eco-

nomia? Dagli anni ’90 del secolo scorso il legislatore ha intrapreso la c.d. politica dei testi unici: provvedimenti

legislativi che racchiudono la disciplina di un intero settore, ivi compresa la disciplina penale. È il caso del

testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (D.Lgs. 385/1993) o del testo unico in materia di mercati

finanziari (D.Lgs. 58/1998). Ancora il legislatore è intervenuto con provvedimenti di riordino e razionalizza-

zione di intere materie: è quanto si è verificato ad esempio con il riciclaggio (D.Lgs. 231/2007). Il legislatore

è altresì intervenuto in altri compartimenti vitali del diritto penale dell’economia, sostituendo la disciplina di

interi settori come ad esempio quello relativo al diritto penale tributario. Da ultimo il legislatore è intervenuto

a disciplinare ex novo un aspetto fondamentale del diritto penale dell’economia quale quello dei della respon-

sabilità degli enti (D.Lgs. 231/2001). Ma il diritto penale dell’economia è destinato ad un continuo divenire

non soltanto in virtù degli interventi del legislatore nazionale ma anche in quanto la materia in questione è tra

quelle più esposte all’influenza della legislazione di matrice europea e sovranazionale.

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I soggetti responsabili

Una delle tematiche classiche del diritto penale dell’economia riguarda l’individuazione dei soggetti respon-

sabili di reati commessi nell’esercizio dell’attività d’impresa.

La questione è di massimo rilievo, anche sotto il profilo pratico, in quanto coinvolge il rispetto dei principi

costituzionali, in particolare quello della personalità della responsabilità penale ma anche quello di colpevo-

lezza. La difficoltà maggiore concernente tale problema scaturisce dal fatto che non sempre è possibile indivi-

duare con facilità il soggetto al quale ascrivere la condotta illecita, a causa delle caratteristiche intrinseche di

ogni attività imprenditoriale, per lo più caratterizzata da una marcata spersonalizzazione. Peraltro, i reati affe-

renti al diritto penale dell’economia sono reati propri, cioè reati che possono essere commessi solo da coloro

che rivestono una determinata qualifica: ciò perché, in considerazione dei particolari beni giuridici tutelati

dalle norme di diritto penale dell’economia, il legislatore ha preferito ancorare la realizzazione di tali reati a

coloro che possiedono la qualifica formale dalla quale discendono poteri ed obblighi. In altri termini, proprio

per il fatto che gli attori del diritto penale dell’economia sono in un particolare rapporto di vicinanza con il

bene giuridico protetto, il legislatore ha ritenuto che le lesioni del bene possano essere più agevoli proprio ad

opera di tali soggetti. Da tale modello scaturiscono fondamentali effetti di disciplina, in particolar modo relativi

all’oggetto del dolo e al concorso di persone nel reato. Il rischio più insidioso è quello che nell’attribuzione

delle responsabilità ci si arresti alle qualifiche formali, tralasciando di individuare con precisione l’autore del

fatto illecito: la questione dell’ascrivibilità del fatto di reato ad un determinato soggetto, pertanto è uno dei

problemi più ardui di tutto il diritto penale dell’economia.

La tematica dei soggetti attivi nell’ambito del diritto penale dell’economia presenta anche aspetti particolari,

riferibili a specifici settori. In particolare, per quanto riguarda l’individuazione dei soggetti attivi nelle realtà

industriali complesse, il problema si pone soprattutto con riferimento ai reati in materia di sicurezza sul lavoro

e ai reati ambientali e può essere affrontato secondo due opposte prospettive: valorizzando il dato formale,

scaturente dalla specifica qualifica rivestita dal soggetto; oppure privilegiando la funzione svolta in concreto.

Secondo la prima prospettiva, è sufficiente, per l’individuazione del soggetto agente, fare riferimento alla qua-

lifica legale rivestita formalmente dal soggetto (c.d. teoria formale). L’individuazione del soggetto attivo di

un reato può però avvenire anche in maniera diversa, facendo riferimento alle concrete funzioni svolte da un

singolo soggetto. Una riflessione meditata, alla luce dei principi costituzionali, in particolare espressi dagli

artt. 27 e 41 Cost. non può non indurre a ritenere che sia necessario far uso di entrambe le prospettive illustrate.

Infatti, l’organizzazione degli enti complessi e la loro attività non sono mai compiutamente riconducibili al

mero fattuale esercizio delle mansioni, o alla pura realtà regolamentare. Occorre quindi prendere le mosse dal

dato formale ricavato dall’apparato normativo, per poi analizzare le concrete funzioni esercitate dal soggetto

e quindi accertare se il fatto posto in essere configura ex se gli estremi del fatto punibile o se concretizza le

caratteristiche di un contributo concorsuale.

Accade sovente nella realtà d’impresa che funzioni normalmente ricollegate al possesso di una qualifica for-

male siano svolte, in concreto, da soggetti privi di tale qualifica. In tali contesti si pone il problema di accertare

se eventuali reati propri, commessi nell’esercizio dell’impresa da chi sia sprovvisto della qualifica formale

necessaria per la configurazione del tipo, siano ugualmente contestabili a chi effettivamente ha posto in essere

la condotta illecita. La dottrina maggioritaria e la giurisprudenza, in virtù del principio di effettività, danno la

prevalenza al dato effettuale su quello formale. Anche in assenza di nomina si ritiene che un soggetto debba

rispondere di un reato proprio se si è, in concreto, realizzato l’esercizio effettivo delle funzioni. Tale situazione

dà luogo alla figura del soggetto di fatto.

Solitamente la tematica in questione è riferita all’amministratore di fatto, ma in realtà è applicabile ad ogni

qualifica rilevante nell’ambito del diritto penale dell’economia. Le figure del soggetto di fatto sono pertanto

figure di creazione giurisprudenziale. Quindi il soggetto che in concreto esercita le prerogative tipiche ricon-

ducibili ad una delle funzioni delineate dal diritto positivo risponderà direttamente del reato proprio e non

quale concorrente con il soggetto qualificato. Si pone l’ulteriore problema della eventuale responsabilità, a

titolo di concorso, dell’amministratore di diritto. L’ordinamento e la giurisprudenza è alquanto univoco nel

ritenere sussistente il concorso mediante omissione, secondo lo schema dell’art. 40 c.p. («Non impedire un

evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo»). L’obbligo giuridico viene ravvisato

nella posizione di garanzia ricoperta dall’amministratore di diritto. Resta il problema di stabilire se può rite-

nersi responsabile il soggetto solo in base ad una generica consapevolezza che l’amministratore di fatto ponga

in essere condotte penalmente illecite, oppure se sia invece necessario che l’amministratore di diritto possieda

11

una specifica consapevolezza dei singoli atti illeciti. La prevalente giurisprudenza ritiene sufficiente una con-

sapevolezza di tipo generico. È bene precisare che in tema di elemento soggettivo riferito al reato omissivo è

sempre necessario verificare la rappresentazione dell’evento illecito da impedire e la consapevolezza dei pre-

supposti di fatto che rendono attuale ed esigibile il dovere di attivarsi da parte del soggetto formalmente ob-

bligato. Punto debole delle qualifiche di fatto è che le stesse sono di creazione giurisprudenziale e pertanto

elevato è il rischio di un deficit di tassatività che la prassi determina nelle figure di reato. Deve essere condiviso

lo sforzo del legislatore, che nell’ambito della riforma del diritto penale societario del 2002 ha introdotto l’art.

1

2639 c.c. , ove sono descritti i requisiti per l’attribuzione delle diverse qualifiche ai soggetti che di fatto eser-

citano le diverse funzioni. L’art. 2639 c.c., nella prima parte del 1° comma, prevede l’equiparazione alle tra-

dizionali qualifiche del diritto societario di tutte quelle diverse qualificazioni soggettive scaturite dalla nuova

disciplina civilistico-societaria, entrata in vigore successivamente alla disciplina penale societaria. Nella se-

conda parte l’art. 2639, 1° comma, c.c. precisa invece i requisiti che debbono caratterizzare l’attività di un

soggetto, per poterlo ascrivere alla categoria dei soggetti di fatto. Detti requisiti vengono individuati nella

continuità e nella significatività dei poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione. È necessario che il

soggetto svolga le funzioni in maniera sistematica, nel senso che lo stesso deve agire autonomamente, in modo

abituale e ponendo in essere atti importanti e fondamentali nella gestione della società. Nonostante la defini-

zione di soggetti di fatto sia contenuta nell’art. 2639 c.c. e si riferisca espressamente ai reati societari, la pre-

detta norma ha affermato un principio di carattere generale che può essere applicato anche ai reati fallimentari

e ai reati tributari.

Poiché i reati che prevedono fattispecie di diritto penale dell’economia configurano prevalentemente reati pro-

pri, si pone il problema di stabilire la disciplina nel caso in cui un soggetto extraneus si trovi a concorrere nella

commissione di un reato proprio. La situazione trova la sua disciplina nella norma generale che punisce il

2

concorso di persone nel reato, cioè l’art. 110 c.p. . In virtù dei principi generali di quest’ultima disposizione,

deve ritenersi che anche un soggetto non qualificato possa concorrere in un reato proprio, sempre che il c.d.

extranues possieda la consapevolezza della qualifica soggettiva dell’intraneus. Deve ora distinguersi per

quanto riguarda le diverse forme di partecipazione al reato: mentre non vi sono ostacoli di alcuna natura a

considerare commesso in regime di concorso di persone il reato tributario, diversi problemi si pongono qualora

l’attività dell’extraneus si limiti al concorso morale, cioè a semplici suggerimenti e indicazioni di natura teo-

rica. La giurisprudenza riconosce pacificamente la predetta situazione di concorso. Tali situazioni dovranno

essere considerate attentamente, sia sotto il profilo della causalità, sia sotto il profilo della colpevolezza. Per

quanto riguarda il nesso causale, dovrà farsi particolare attenzione alla capacità effettivamente rafforzativa

espletata dall’attività del concorrente, nel senso che occorrerà accertare se l’opera svolta dall’extraneus ha

effettivamente influito o no sulla condotta dell’intraneus. Per quanto attiene al profilo dell’elemento psicolo-

gico del concorrente extraneus sarà necessario accertare la consapevolezza di partecipare ad un reato.

È frequente che gli organi di gestione e controllo siano composti da una pluralità di persone riunite in collegio.

In tali situazioni spesso si perde di vista che la formazione delle decisioni sovente è il frutto di istruttorie, di

pareri e di consulenze. È quindi importante esaminare il criterio di attribuzione della responsabilità penale

nell’ipotesi in cui venga commesso un reato nell’ambito dei predetti organi. Allorché ci si riferisce ad un reato

commesso in seno ad un organo pluripersonale non si fa riferimento all’ipotesi in cui tutti i membri del collegio

siano accordati per commettere il reato, oppure al caso in cui un comportamento penalmente rilevante posto

in essere dagli amministratori sia stato consapevolmente e tacitamente assecondato dai componenti dell’organo

di controllo. In casi del genere, è indubbio che ciascun soggetto risponderà del reato commesso in regime di

concorso di persone. La situazione diviene particolarmente complessa nel caso in cui taluno degli appartenenti

all’organo collegiale non abbia partecipato alla discussione che ha preceduto la deliberazione, oppure nel caso

1 Art. 2639 c.c. - Estensione delle qualifiche soggettive: Per i reati previsti dal presente titolo al soggetto formalmente

investito della qualifica o titolare della funzione prevista dalla legge civile è equiparato sia chi è tenuto a svolgere la

stessa funzione, diversamente qualificata, sia chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla

qualifica o alla funzione.

Fuori dei casi di applicazione delle norme riguardanti i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione,

le disposizioni sanzionatorie relative agli amministratori si applicano anche a coloro che sono legalmente incaricati

dall'autorità giudiziaria o dall'autorità pubblica di vigilanza di amministrare la società o i beni alla stessa posseduti o

gestiti per conto di terzi.

2 Art 110 c.p. - Pena per coloro che concorrono nel reato: Quando più persone concorrono nel medesimo reato, cia-

scuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti.

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in cui un soggetto non si sia reso conto di prender parte ad una delibera, i contenuti della quale configuravano

un’ipotesi di reato. Non va sottaciuto infatti che la collegialità effettiva è prassi in realtà non infrequente. Vi

fu un autore che per inquadrare la situazione in argomento elaborò la categoria del c.d. reato collegiale, definito

come quel reato commesso non da persone che si uniscono allo scopo di commettere uno o più reati ma da

persone già costituite per legge in collegio per compiere atti giuridici leciti, anzi doverosi, le quali persone,

nell’esercizio delle loro funzioni, commettono uno o più reati. Funzione di tale costruzione dogmatica avrebbe

dovuto essere quella di creare una sorta di responsabilità penale diffusa. Anche in relazione agli organi gestori

delle società costituite in collegio è pertanto necessario riferirsi ai normali criteri d’imputazione del diritto

penale allorché si discute della responsabilità di più persone. È necessario pertanto individuare la norma che

fondano la posizione di garanzia di amministratori e sindaci.

Per quanto riguarda gli amministratori occorre riferirsi all’art. 2380-bis c.c. che indica genericamente il con-

tenuto dell’incarico gravante sugli stessi: gli amministratori devono compiere le operazioni necessarie per l’at-

tuazione dell’oggetto sociale. L’art. 2392 c.c. precisa inoltre come gli amministratori debbano compiere l’in-

carico. Il contenuto della predetta norma pone quindi a carico degli amministratori obblighi particolarmente

stringenti occorrendo la diligenza del buon amministratore.

Deve però evidenziarsi come l’art. 2392 c.c. costituisca la norma di riferimento per la configurazione della

responsabilità civile nei confronti degli amministratori; sarebbe improprio, nel caso di commissione di un

reato, far scaturire da tale norma una responsabilità penale generalizzata di natura omissiva per tutti i compo-

nenti dell’organo gestorio. Ruolo dell’art. 2392 c.c. nell’esame della responsabilità per concorso degli ammi-

nistratori nel reato è quindi soltanto quella di costituire il punto di riferimento per l’imputazione oggettiva del

reato. Per configurare correttamente la responsabilità penale dei componenti l’organo collegiale di gestione è

indispensabile accertare scrupolosamente anche l’aspetto soggettivo: l’individuazione del dolo concorsuale.

Si può addebitare la responsabilità solo se si dia prova che il singolo componente dell’organo collegiale era

consapevole della situazione e non ha fatto alcunché per impedirla: non può essere ritenuto corresponsabile

chi non ha avuto la rappresentazione del fatto pregiudizievole. La questione ruota attorno al problema dell’ac-

certamento dell’elemento soggettivo e, in particolare, al problema del grado di consapevolezza, che talvolta

può addirittura prescindere dalla presenza fisica.

Alla luce dei predetti criteri possono pertanto risolversi i casi più frequenti, relativi alla responsabilità del c.d.

amministratore virtuale, cioè di colui che, per mancanza di conoscenze specifiche, non si rende conto che la

delibera adottata dal consiglio configura un’ipotesi di reato. In tali casi l’amministratore virtuale rende più

facile la commissione di un reato, ma la condotta di agevolazione colposa, a prescindere dalle conseguenze

che genera in punto di responsabilità civile, non è idonea a fondare una responsabilità penale dolosa.

Un’altra ipotesi frequente nella prassi societaria è quella del c.d. amministratore privo di delega. Si pone il

problema se la delega conferita ad un solo soggetto (c.d. amministratore delegato) influisca sulla responsabilità

penale degli altri componenti del consiglio nel caso di reato commesso dal solo delegato. L’amministratore

delegato deve attenersi al criterio dell’agire informato, che comporta la correlativamente anche l’obbligo di

ragguaglio informativo agli amministratori privi di delega. Anche l’amministratore non operativo ha l’obbligo

di agire in modo informato e tale obbligo corrisponde al diritto di chiedere che siano fornite informazioni

relative alla gestione della società, ma a fronte di tali evenienze è comunque necessario porsi il problema della

conoscenza di un reato realizzato dall’amministratore delegato in itinere. Ed è verosimile ritenere che gli am-

ministratori operativi non sempre siano propensi a rivelare di aver commesso un reato. La prassi giurispruden-

ziale tende ad aggirare il problema attraverso lo strumento del dolo eventuale: l’atteggiamento degli ammini-

stratori privi di delega viene qualificato di inerzia colpevole e, sul presupposto che gli stessi avrebbero dovuto

percepire eventi o segnali preoccupanti, la circostanza di non aver agito per impedire l’evento costituisce

quell’accettazione del rischio che caratterizza il dolo eventuale. Ma pur volendo prescindere dal rilevare che

la ricostruzione della giurisprudenza in alcune ipotesi qualifica come dolo eventuale ciò che tutt’al più è colpa

cosciente, tali argomentazioni sono divenute oggi ben difficilmente sostenibili. Il principio di carattere gene-

rale è che l’amministratore è penalmente responsabile per la commissione dell’evento che ebbe a conoscere e

che, pur potendo non scongiurò. La prova della ricorrenza della rappresentazione dell’evento deve aversi

nell’ottica del c.d. dolo eventuale, nella dimostrata percezione dei segnali d’allarme da parte di chi è tenuto ad

uno specifico dovere ma è necessario che via sia la prova che gli stessi siano stati debitamente informati,

oppure che vi sia stata la presenza di segnali peculiari in relazione all’evento illecito. Quindi in tanto si può

discutere di dolo, per l’amministratore privo di delega, in quanto egli sia concretamente venuto a conoscenza

di dati da cui potesse desumersi un evento pregiudizievole ed abbia volontariamente omesso di attivarsi per

scongiurarlo. 13

Per quanto riguarda invece i sindaci e, in generale, i componenti dell’organo di controllo, le norme di riferi-

mento sono l’art. 2403 c.c., che individua i doveri del collegio sindacale, e l’art. 2407 c.c. che specifica la

responsabilità dei sindaci, commisurandola alla professionalità e alla diligenza richieste dalla natura dell’inca-

rico; per le società quotate la norma di riferimento è l’art. 149 del D.Lgs. 58/1998. Anche per i componenti gli

organi di controllo il meccanismo di ascrizione della responsabilità a titolo di concorso si fonda solitamente

sull’art. 40 c.p. Il problema più rilevante rimane però quello di individuare in modo analitico e non generico

quali siano le attività che in concreto i sindaci devono attuare per impedire eventuali azioni delittuose degli

amministratori. La giurisprudenza più recente ha stabilito un limite importante: benché ai sindaci sia fatto

obbligo di effettuare controlli di legalità sugli atti e sui documenti amministrativi, non è in alcun modo previsto

che ai sindaci competano poteri di amministrazione attiva. Non sono riconosciuti ai componenti gli organi di

controllo poteri per imporre agli amministratori comportamenti corretti. Eliminato ogni potere di tipo sostitu-

tivo, la giurisprudenza oscilla facendo riferimento o a non meglio specificate azioni impeditive, o alla mera

denuncia. Per quanto riguarda le azioni impeditive si può parlare di omesso impedimento dell’evento soltanto

se il soggetto destinatario dell’obbligo era dotato di reali poteri impeditivi. Può parlarsi di poteri impeditivi

soltanto quando l’esercizio del potere determina un effetto giuridico vincolante nei confronti del soggetto ob-

bligato. Dall’analisi dei poteri concessi ai sindaci non emerge alcun potere realmente impeditivo in capo ai

sindaci. Esiste un reale potere impeditivo in capo al consiglio di sorveglianza che può revocare i componenti

del consiglio di gestione, provocando in tal caso la paralisi dell’eventuale attività criminosa posta in essere da

questi ultimi. Quanto ad un eventuale obbligo di denuncia al Tribunale, deve rilevarsi come tale possibilità sia

stata estesa anche ai sindaci ma questo non può automaticamente trasformarsi in obblio per i sindaci.

Il problema concernente l’individuazione dei soggetti responsabili di reati in un’attività complessa quale l’eser-

cizio di un’impresa assume contorni ancor più accidentati nell’ipotesi di delega di funzioni. La questione della

delega di funzioni si inserisce nell’ambito di quei doveri di garanzia che sono riferibili alla gestione tecnica ed

operativa dell’impresa. La delega di funzioni si giustifica proprio in relazione alla caratterizzazione modulare

ed alle articolazioni che presenta oggi la struttura dell’impresa e alle conseguenti responsabilità orizzontali. La

giurisprudenza si dirige oramai verso un criterio di effettività, volto a superare la stessa necessità della delega

di funzioni.

Prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 81/2008 anche la tematica della delega di funzioni si era sviluppata

solo a livello di prassi imprenditoriale e giurisprudenziale. Il dilemma sottostante consisteva nel difficile equi-

librio da ricercare tra l’esigenza di responsabilità colpevole e personale e l’esigenza di evitare che una pratica

della delega in termini disinvolti potesse trasformarsi in una comoda via d’uscita per esonerare da responsabi-

lità. Prima di analizzare come risulta ora disciplinata la delega di funzioni dall’art. 16 del D.Lgs. 81/2008,

occorre precisare se la delega sia idonea a trasferire totalmente la responsabilità penale dal delegante al dele-

gato, oppure soltanto parzialmente e occorre stabilire i requisiti di validità della delega. A fronte di coloro che

sostengono l’intrasferibilità di una posizione di garanzia mediante un atto tra privati, si pongono coloro che

attribuiscono alla delega di funzioni la capacità di configurare un nuovo soggetto penalmente responsabile. In

una posizione che invece è maggiormente rispettosa dell’inderogabilità del precetto penale si pone quell’ordi-

namento che attribuisce alla delega la sola capacità di mutare il contenuto dei predetti obblighi, trasformandoli

in obblighi di controllo sull’operato del soggetto delegato. La delega di funzioni nelle imprese realizza un atto

di organizzazione e pertanto non può divenire mero strumento di sgravio per il garante originario, ma rappre-

senta un mezzo per apprestare una tutela più efficace nei confronti di beni di terzi. Motivo per cui la giurispru-

denza prudenzialmente subordinava l’efficacia liberatoria della delega a una serie di requisiti, la cui prova

veniva peraltro richiesta all’imputato. La delega di funzioni è un istituto a carattere normativo in quanto pre-

vista all’art. 16, D. Lgs. 81/2008. Premessa la sussistenza di obblighi non delegabili, il legislatore prevede ora

i seguenti requisiti di efficacia della delega: sotto il profilo formale che essa risulti da atto scritto avente data

certa e venga accettata per iscritto; che sia conferita a soggetto dotato di tutti i requisiti di professionalità ed

esperienza richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate; che vengano attribuiti al delegato tutti i poteri

di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate nonché l’autono-

mia di spesa necessaria. Il secondo comma dell’art. 16 prevede inoltre che alla delega venga data adeguata e

tempestiva pubblicità onde scoraggiare il ricorso a deleghe implicite o presunte. Al terzo comma si impone al

delegante di vigilare sul corretto svolgimento delle funzioni trasferite, stabilendosi un rinvio ai modelli di

organizzazione e di gestione di cui all’art. 300 del D.Lgs. 81/2008. È quindi lo stesso legislatore a certificare

la trasformazione dell’originario obbligo di garanzia in un succedaneo obbligo di controllo che assume ormai

una connotazione essenzialmente organizzativa. Non essendo prevista alcuna sanzione ad hoc per la violazione

14

di tale obbligo la stessa risulta tuttora integrare una forma di agevolazione colposa o comunque di concorso

per omissione nel reato commesso dal delegato, con un sostanziale svuotamento dell’efficacia della delega dal

punto di vista oggettivo. 15

La responsabilità degli enti

La responsabilità delle persone giuridiche rappresenta da quasi cinquant’anni una delle questioni più contro-

verse nell’ambito della dogmatica penalistica.

La realtà criminologica ha già da tempo messo in evidenza che l’evoluzione del sistema economico e sociale

ha determinato una notevole espansione della c.d. aggressività criminale delle imprese. Processi produttivi

altamente inquinanti e perciò dannosi per l’ambiente e per i lavoratori, politiche d’impresa ferocemente im-

prontate alla massimizzazione dei profitti, società create appositamente per commettere fatti di illecita capta-

zione di risorse pubbliche sono soltanto alcuni esempi di situazioni che richiedono una diversa tecnica di con-

trollo. Contro tali tipi di aggressione criminale il diritto penale tradizionale, incentrato sulle persone fisiche,

non può essere efficace. La gravità dei comportamenti delle imprese non poteva consentire che si continuasse

a tollerare che la reazione dell’ordinamento si appuntasse soltanto nei confronti della persona fisica. Senza

contare che proprio il principio di personalità della responsabilità penale e il principio di colpevolezza vengono

posti continuamente in forte tensione allorché si procede alla punizione della sola persona fisica per fatti che

invece sono riconducibili alle politiche dell’impresa.

Tradizionalmente il nostro ordinamento giuridico si è sempre mostrato refrattario ad una responsabilità penale

nei confronti delle persone giuridiche. L’espressione societas delinquere non potest non risale al diritto ro-

mano: nell’esperienza giuridica romana l’incapacità delle persone giuridiche rappresentava un dato pacifico.

Soltanto nel pensiero giuridico medievale inizia farsi strada l’idea di una responsabilità delle persone giuridi-

che, ma le opinioni sul punto sono contrastanti. La situazione cambiò nuovamente con la Rivoluzione francese,

che determinò l’eliminazione delle persone giuridiche sul presupposto che nelle stesse fossero sorti i privilegi

delle classi dominanti. Per quanto riguarda poi il profilo logico-concettuale, l’avversità al riconoscimento di

una responsabilità penale delle persone giuridiche viene fatta risalire alla nota teoria di von Savigny, secondo

la quale le persone giuridiche non sarebbero solo entità fittizie, che in tanto possono avere un ruolo nell’ordi-

namento giuridico soltanto nella misura in cui vengono dallo stesso ordinamento riconosciute. Ma l’ordina-

mento riconosce le persone giuridiche soltanto per il compimento di atti leciti. Lo stesso diritto positivo pos-

siede indubbiamente un’impronta individualista e antropomorfica: tutto il sistema penale tradizionale è infatti

concepito attorno al modello di responsabilità penale a carico della sola persona fisica autore del reato. Gli

stessi fondamentali concetti di azione, colpevolezza, dolo e colpa sono pensati ed elaborati con riferimento al

fatto posto in essere da una persona fisica.

Una indiretta conferma che il codice penale del 1930 aveva inteso escludere del tutto una responsabilità penale

diretta delle persone giuridiche si riscontra nell’art. 197 c.p., che configura una forma di responsabilità even-

tuale e sussidiaria nei confronti della persona giuridica. L’ordinamento prevede che, nel caso di condanna della

persona fisica ad una pena pecuniaria per un reato commesso da chi abbia la rappresentanza o sia dipendente

di una persona giuridica, o commesso nell’interesse della persona giuridica, questa può essere obbligata, in

caso di insolvibilità del condannato, al pagamento di una somma di denaro pari all’ammontare della pena

pecuniaria inflitta. Deve rilevarsi come l’obbligazione civile per la pena pecuniaria si pone in contrasto con un

serio e coerente disegno di politica criminale, nel senso che in concreto rendo il soggetto persona fisica autore

del rato di fatto sostanzialmente impermeabile alle conseguenze della sanzione pecuniaria, determinando per-

ciò una diminuzione del potere deterrente della sanzione penale.

Per avvalorare l’estraneità al sistema della responsabilità penale delle persone giuridiche, autorevole dottrina

ricorre alle norme costituzionali in materia penale, facendo riferimento soprattutto al dettato dell’art. 27 Cost.

Secondo il predetto ordinamento, pur volendo interpretare il dettato del 1° comma (“La responsabilità penale

è personale”) in chiave minimalista, sarebbe impossibile ipotizzare la possibilità che una persona giuridica

possa commettere un reato senza violare il predetto principio, in quanto il reato sarebbe pur sempre commesso

da una persona diversa dalla società. Ma la incompatibilità con i principi costituzionali diviene ancor più evi-

dente se si pone mente al combinato disposto del 1° e 3° comma dell’art. 27 Cost., che ha fornito una lettura

delle norme costituzionali nel senso di richiedere la necessità di un fatto personale e colpevole: dove è proprio

questo ulteriore profilo della capacità di colpevolezza a rendere non configurabile una responsabilità penale

nei confronti delle persone giuridiche, poste che non è possibile per l’ente alcuna forma giuridica compatibile

con il dolo o la colpa.

Un ulteriore ostacolo alla configurabilità di una responsabilità penale per le persone giuridiche lo si ravvisa

altresì nell’incapacità della persona giuridica ad essere suscettibile di quella rieducazione che invece rappre-

senta il portato più caratteristico del principio di colpevolezza.

16

Ulteriore profilo di disagio nella configurazione di una responsabilità penale delle persone giuridiche è quello

delle sanzioni: il nostro ordinamento non prevedeva, al di fuori della pena pecuniaria altri tipi di sanzione

compatibili con la struttura degli enti.

La presenza delle norme costituzionali e una certa ritrosia del mondo imprenditoriale avevano congelato la

questione relativa alla responsabilità penale delle persone giuridiche, fin quando non è intervenuta l’UE. A

partire dal 1995 l’Italia ha sottoscritto una serie di trattati internazionali che prendevano atto della situazione

riguardante il dilagare della criminalità soprattutto in materia economico-finanziaria e che ponevano, tra i ri-

medi per arginare tali forme di criminalità, anche quello di introdurre una responsabilità per le persone giuri-

diche. Tali accordi sono stati ratificati dal nostro ordinamento con la L. 300/2000. L’art. 11 di tale legge ha

previsto una delega al Governo per introdurre e disciplinare una forma di responsabilità amministrativa per le

persone giuridiche. Il Governo ha emanato il D.Lgs. 231/2001, contenente la disciplina della responsabilità

amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica.

Il D.Lgs. 231/2001 segna la nascita, per il nostro ordinamento, di una forma di responsabilità punitiva diretta

per gli enti collettivi e costituisce una delle innovazioni più significative e coraggiose del diritto penale mo-

derno italiano. Il predetto provvedimento legislativo ha introdotto una responsabilità per gli enti derivante da

reato, ricollegata al fatto della commissione di un illecito penale da parte di una persona fisica, nell’interesse

o a vantaggio della società. Non si tratta di una responsabilità sostitutiva della responsabilità del soggetto-

persona fisica, né di una responsabilità sostitutiva della responsabilità civile dell’ente, bensì di una vera e

propria responsabilità aggiuntiva (definita anche responsabilità accessoria o concorrente) finalizzata alla pre-

venzione del rischio penale d’impresa.

Alla responsabilità del soggetto persona fisica, che ha agito come organo della società, si affianca un ulteriore

profilo di responsabilità in capo all’ente a vantaggio o nell’interesse del quale è stato commesso il reato. In

altri termini, dallo stesso fatto storico discendono due diverse forme di responsabilità: quella tradizionale, ei

confronti del soggetto persona fisica e quella amministrativa nei confronti dell’ente. La condotta è unitaria e

l’eventuale ascrivibilità della stessa anche alla persona giuridica è frutto di una responsabilità da posizione.

L’accertamento di entrambi i citati profili di responsabilità compete al giudice.

Sia la legge delega sia il decreto legislativo fanno riferimento espressamente ad una responsabilità ammini-

strativa. Bisogna chiedersi se si tratti di autentica responsabilità amministrativa, oppure se si tratti di una forma

surrettizia di responsabilità penale, qualificata amministrativa per superare l’ostacolo insormontabile dell’art.

27 Cost. Occorre precisare che gli strumenti normativi internazionali non ponevano alcun vincolo alla natura

della responsabilità. Quindi non possono nutrirsi dubbi sul fatto che la definizione di amministrativa è il frutto

di una scelta deliberata del legislatore italiano, sulla quale verosimilmente hanno pesato considerazioni di or-

dine costituzionale. La relazione al D.Lgs. 231/2001 afferma che la qualificazione di amministrativa attribuita

alla responsabilità per gli enti collettivi rappresenta in realtà un tertium genus di sanzione punitiva, che si

affianca da un lato alla responsabilità penale e dall’altro a quella amministrativa stricto sensu. Una responsa-

bilità quindi che non è propriamente amministrativa perché scaturisce comunque dalla commissione di un reato

ed è soggetta a gran parte delle garanzie del processo penale, ma che non può definirsi penale stante l’impos-

sibilità di riconoscere nell’ente collettivo un soggetto capace di essere rieducato.

Altra dottrina ritiene che la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche configuri una particolare

forma di responsabilità criminale, che si pone quale terzo binario, oltre la pena e la misura di sicurezza. Par-

tendo dalla constatazione che nel nostro ordinamento un fatto di reato può essere commesso anche da un sog-

getto non imputabile quale, se ritenuto socialmente pericoloso, viene applicata come conseguenza sanzionato-

ria una misura di sicurezza, è del tutto naturale che all’illecito commesso dalla persona giuridica faccia seguito

una sanzione punitiva intesa a realizzare la prevenzione dei reati per il tramite delle componenti più superficiali

della prevenzione generale e speciale. La realtà è che l’analisi del dato normativo non consente una classifica-

zione certa e precisa.

Resta il fatto che il legislatore ha saldamente legato la responsabilità delle persone giuridiche alle modalità di

accertamento del rato: la sanzione amministrativa viene applicata all’ente collettivo dal giudice penale, attra-

verso lo strumento del processo penale, con le garanzie proprie dell’accertamento giurisdizionale, nell’osser-

vanza delle norme del codice di procedura penale.

La predetta soluzione viene però contestata da chi avrebbe preferito una soluzione più forte: tale orientamento

ritiene infatti che anche le persone giuridiche possiedano un’identità ben definita all’interno della collettività

in cui operano, cosicché è proprio in tale contesto che gli enti possono soffrire della condanna morale.

17

Per quanto riguarda l’ambito di operatività di tale innovativa forma di responsabilità punitiva occorre far rife-

rimento, ai soggetti destinatari della stessa e ai reati che danno vita alla predetta responsabilità aggiuntiva.

I soggetti destinatari della nuova disciplina sono indicati all’art. 1 che stabilisce che la stessa si applica agli

enti forniti di personalità giuridica, alle società, alle associazioni o enti privi di personalità giuridica, che non

svolgono funzioni di rilievo costituzionale, eccettuati lo Stato, gli enti pubblici territoriali e gli altri enti pub-

blici. L’ambito di operatività è coincidente con gli enti. La responsabilità ex D.Lgs. 231/2001 si estende quindi

alle società commerciali (di capitali e di persone), lucrative e cooperative, alle associazioni (riconosciute e

non) e agli enti forniti di personalità giuridica (fondazioni e comitati riconosciuti).

Non rientrano nell’ambito dei soggetti destinatari gli imprenditori individuali per carenza del carattere della

collettività che costituisce la ragion d’essere di tale nuova forma di responsabilità.

Il legislatore ha invece espressamente escluso dalla responsabilità da reato lo Stato, gli enti pubblici territoriali

e gli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale (partiti politici e sindacati). Più complesso stabilire le

ragioni in base alle quali il legislatore ha esteso la disciplina del D.Lgs. 231/2001 ai soli enti pubblici econo-

mici, escludendo gli enti pubblici non economici. Deve osservarsi che la distinzione ente pubblico econo-

mico/ente pubblico non economico appare intrinsecamente indeterminata; nell’area del diritto amministrativo

non esistono formule definitorie chiare, che aiutano a delimitare l’area coperta da ciascuna delle due categorie.

Per ente pubblico economico si deve intendere qualsiasi ente dotato di soggettività pubblica, che agisce iure

privatorum e che deve assicurare la propria autosufficienza mediante la compensazione dei costi con i profitti.

Enti cioè che rientrano nel più ampio concetto di impresa pubblica. La categoria degli enti pubblici non eco-

nomici non è definibile direttamente e possono considerarsi tali gli enti pubblici associativi, gli enti pubblici

associativi c.d. istituzionali e gli enti pubblici che erogano un servizio pubblico. Sono enti pubblici non eco-

nomici quegli enti che, pur dotati sempre di soggettività pubblica, perseguono scopi non lucrativi. La giuri-

sprudenza è orientata verso un’interpretazione di tipo restrittivo, nel senso che è sufficiente che un ente perse-

gua un fine lucrativo per considerarlo ente pubblico economico e quindi rientrare nel novero di quelli assog-

gettati alla disciplina del D.Lgs. 231/2001.

Tale nuova forma di responsabilità diretta delle persone giuridiche non è estesa indistintamente a qualsiasi

reato ma bisogna considerare i reati presupposto. L’art. 11 della legge delega aveva previsto che tale nuova

forma di responsabilità dovesse limitarsi esclusivamente ai casi di realizzazione di un nutrito numero di reati,

e precisamente: malversazione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato,

concussione, corruzione propria, impropria e in atti giudiziari, istigazione alla corruzione, truffa aggravata ai

danni dello Stato, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode informativa ai danni dello Stato,

reati relativi alla tutela dell’incolumità pubblica, omicidio e lesioni colpose commessi con violazione delle

norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, reati in materia di tutela dell’ambiente e del territorio. Nel

corso dei lavori per l’esecuzione della delega la questione dei reati ai quali collegare tale nuova forma di

responsabilità per gli enti fu al centro di aspro dibattito politico. Il Governo optò per una soluzione di compro-

messo, riducendo fortemente il numero originario di reati.

La versione originari del D.Lgs. 231/2001 limitava la responsabilità delle persone giuridiche solo a quei reati,

la realizzazione dei quali poteva ledere o porre in pericolo gli interessi finanziari dell’UE: quindi malversa-

zione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, truffa commessa a danno

dello Stato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode informatica ai danni dello

Stato, nonché ai reati di concussione e corruzione.

A seguito del D.Lgs. 231/2001 societas delinquere potest. E tale evento rappresenta, per il diritto penale, una

vera e propria rivoluzione culturale. Il legislatore ha progressivamente ampliato, dal 2001 in poi, l’ambito dei

reati che prevedono una responsabilità per gli enti collettivi.

Si indicano di seguito gli interventi legislativi che hanno progressivamente ampliato l’ambito dei reati-presup-

posto:

- 2001: è stato introdotto l’art. 25-bis che estende la responsabilità amministrativa nel caso dei reati di falso

nummario

- 2002: è stato aggiunto l’art. 25-ter, che ha esteso la responsabilità delle persone giuridiche anche alla

maggior parte dei reati societari (come falso in bilancio, falsità nelle comunicazioni sociali, impedito

controllo ecc.)

- 2003: è stato inserito l’art. 25-quater, che ha esteso la responsabilità degli enti ai delitti aventi finalità di

terrorismo o di eversione all’ordine democratico; è stato poi inserito l’art. 25-quinquies che ha ampliato

l’ambito della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche anche ai delitti contro la personalità

individuale (come riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile ecc.)

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- 2005: è stato introdotto l’art. 25-sexies, che ha esteso la responsabilità per gli enti anche ai reati di abuso

di informazioni privilegiate e di manipolazione del mercato

- 2006: è stato introdotto l’art. 25-quater .1, che prevede la responsabilità per gli enti in ordine al reato di

pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili

- 2007: la disciplina della responsabilità degli enti stata estesa anche ai reati di omicidio colposo e lesioni

personali colpose gravi, allorché gli stessi siano commessi con violazione delle norme antinfortunistiche

e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro (art. 25-septies); il D.Lgs. 231/2007 nel riformulare l’in-

tera materia del riciclaggio ha incluso i reati di ricettazione, riciclaggio e impiego di capitali illeciti, anche

quando non assurgono a reati transnazionali, quali reati presupposto per la responsabilità degli enti (art.

25-octies)

- 2008: sono stati introdotti tra i reati-presupposto i reati di accesso abusivo, intercettazione illecita di co-

municazioni informatiche e telematiche, installazione di apparecchiature atte a intercettare, interrompere

o impedire comunicazioni telegrafiche o telematiche, danneggiamento di informazioni, dati o programmi

informatici, frode informatica ecc. (art. 24-bis)

- 2009: con la L. 94/2009 ha previsto la responsabilità amministrativa degli enti anche con riferimento ai

reati di associazione per delinquere (anche di tipo mafioso), sequestro di persona a scopo di estorsione,

scambio elettorale politico mafioso (art. 24-ter); la L. 99/2009 ha esteso la responsabilità degli enti ai reati

di turbata libertà di commercio, frode in commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine e vendita

di prodotti industriali con segni mendaci ecc. (art. 25-bis 1), nonché i reati in materia di violazione del

diritto d’autore (art. 25-novies)

- 2011: il D.Lgs. 121/2011 ha previsto per la prima volta alcuni reati ambientali quali reati-presupposto per

la responsabilità degli enti (art. 25-undecies)

- 2012: il D.Lgs. 109/2012 ha inserito tra i reati presupposto quello di utilizzo di cittadini di paesi terzi il

cui soggiorno è irregolare (art. 25-duodecies); la L.190/2012 ha inserito il nuovo reato di corruzione tra

privati tra quelli che generano una responsabilità per gli enti (art. 25-bis, comma 1)

- 2014: la L. 186/2014, che ha introdotto nell’ordinamento penale il delitto di auto-riciclaggio, ha inserito

tale nuova figura criminosa tra i reati presupposto

- 2015: la L. 68/2015 ha aggiunto tra i reati presupposto le nuove figure criminose di inquinamento ambien-

tale, disastro ambientale, delitti colposi contro l’ambiente; la L. 69/2015, ha riformulato le previsioni per

la nuova fattispecie di false comunicazioni sociali

- 2016: la L. 199/2016, che ha introdotto nuove norme per sconfiggere il fenomeno del lavoro nero e del

c.d. caporalato, ha previsto che la responsabilità dell’ente discenda anche dal reato previsto dall’art. 603-

bis c.p., inserito nell’art. 25-quinquies.

La persona giuridica è determinata dall’attività degli individui che la compongono. Quindi perché la persona

giuridica opera attraverso i suoi organi, il legislatore ha fatto uso, per consentire l’attribuzione di responsabilità

all’ente, della teoria organica. È necessario che il reato, posto in essere da una persona fisica, sia commesso

nell’interesse e a vantaggio dell’ente. Il legislatore ha voluto mettere in evidenza la necessaria connessione che

deve sussistere tre il reato e gli obiettivi dell’ente, individuando un vero e proprio criterio oggettivo di ascri-

zione della responsabilità. L’espressione di cui all’art. 5 si caratterizza per il fatto di utilizzare la disgiuntiva

“o” tra i concetti di interesse e vantaggio: la giurisprudenza ha sancito la sufficienza dell’una o dell’altra fina-

lità.

Per interesse deve intendersi che il fatto posto in essere dalla persona fisica deve essere commesso perché la

persona giuridica ha instradato l’agente a commettere quel reato. La presenza di un interesse prevalente di tipo

individuale non elimina la rilevanza dell’illecito per l’ente, ma consente l’attuazione della sanzione pecuniaria.

Per vantaggio deve intendersi il profitto o comunque l’arricchimento economico che l’ente ricava direttamente

dal reato commesso dalla persona fisica. Detto sistema è chiaramente modellato sulla forma di responsabilità

individuale dolosa: i concetti stessi di interesse e vantaggio richiamano la volontà di commettere un fatto. Ma

a fronte dell’inserimento tra i reati che generano una responsabilità amministrativa degli enti, di reati colposi,

quali l’omicidio e le lesioni personali colpose a seguito di infortunio sul lavoro, il meccanismo formulato dal

legislatore sembra destinato ad entrare in crisi. In tale situazioni, i concetti di interesse e vantaggio vanno

interpretati in modo costituzionalmente orientato, riferendoli alla condotta e non all’esito giuridico e devono

essere letti nella prospettiva patrimoniale dell’ente, come risparmio di risorse economiche conseguente alla

mancata predisposizione dello strumento di sicurezza.

La norma individua le categorie di soggetti agenti per la persona giuridica, raggruppandole in due tipologie:

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a) Coloro che rivestono funzioni di vertice, nonché coloro che esercitano, anche di fatto, il controllo e la

gestione dello stesso

b) Coloro che ricoprono mansioni esecutive, ossia soggetti sottoposti alla direzione e alla vigilanza di uno

dei soggetti di cui al punto a)

Le predette qualifiche sono necessarie, poiché in loro assenza mai un reato potrebbe ricondursi all’ente. Le

qualifiche funzionali e la necessità che il fatto sia commesso a vantaggio e nell’interesse dell’ente stanno a

soddisfare l’esigenza che il fatto di reato sia proprio della persona giuridica.

Se all’art. 5 sono previsti i criteri oggettivi di ascrizione della responsabilità degli enti, agli artt. 6 e 7 sono

tipizzati i criteri di imputazione soggettiva. Il legislatore esige che il reato della persona fisica sia espressione

della politica aziendale e derivi comunque da un difetto organizzativo dell’ente (c.d. colpevolezza di organiz-

zazione), che di fatto contribuisce a rendere più agevole la commissione del fatto di reato da parte della persona.

La colpa dell’ente deriva dalle concrete condizioni in cui l’ente lascia operare i dirigenti e sottoposti che nel

suo interesse o a suo vantaggio abbiano commesso dei reati.

Il legislatore ha diversificato i criteri di attribuzione soggettiva della responsabilità sulla base della diversa

categoria di appartenenza degli autori individuali. Nel caso di reati commessi dai soggetti che rivestono (anche

di fatto) posizioni apicali, il legislatore ha individuato la colpevolezza dell’ente nelle scelte di politica dell’im-

presa. In altri termini, il legislatore presume appartenere quel reato all’organizzazione stessa dell’impresa.

L’art. 6 afferma che l’ente non risponde se prova che:

a) Sono stati adottati ed applicati efficaci protocolli destinati ad impedire i reati

b) Allo scopo di garantire la massima efficienza dei modelli organizzativi è stato istituito uno specifico orga-

nismo di controllo

c) I vertici hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i protocolli preventivi

d) Non vi sono state omissioni o negligenze nell’operato dell’organo di controllo

Di conseguenze, la responsabilità della persona giuridica non è automatica, ma consegue soltanto se la società

non aveva predisposto un modello organizzativo idoneo ed efficace per evitare quel tipo di reato. Il modello

organizzativo non è altro che un vero e proprio sistema procedimentale della società, finalizzato a prevenire

ed evitare la commissione dei reati di quel genere. Ogni società deve verificare, a seconda della propria attività,

i cc.dd. rischi-reato e catalogare tutti quei reati che potrebbero verificarsi nel corso dell’attività svolta. È per

tale ragione che il legislatore non ha previsto uno specifico schema di modello organizzativo valevole per ogni

realtà imprenditoriale, posto che lo stesso dovrà essere plasmato sul tipo di società al quale si riferisce. In altre

parole, l’imprenditore deve preventivamente operare un monitoraggio dei rischi-reato e, dopo averli indivi-

duati, deve creare un modello organizzativo (cioè una sorta di organizzazione intera) che riduca al massimo i

predetti. La svolta storica rappresentata dal “sistema 231” è ravvisabile nell’aver coinvolto l’ente in un disegno

volto non solo a prevenire la commissione di reati, ma a rimuovere tutti quei fattori di rischio che, guardando

alla storia dell’ente, hanno già occasionato o favorito la commissione del reato. Ciò rappresenta chiaramente

il risultato di una presa d’atto da parte del legislatore, il quale si è reso conto che lo Stato non avrebbe avuto la

possibilità di prevenire in modo efficace la criminalità d’impresa; di conseguenza ha coinvolto l’attore princi-

pale nel compito di contribuire a prevenire in prima persona tale forma di criminalità.

Nell’ambito della predisposizione del modello organizzativo il legislatore ha previsto l’istituzione di un organo

interno che abbia autonomia d’intervento e sia destinato a controllare l’efficacia del modello organizzativo.

L’organo interno di controllo è previsto dall’art. 6 e rappresenta una delle condizioni l’esistenza delle quali

scusa il comportamento della persona giuridica. Due sono i compiti ascrivibili a detto organo:

- Il controllo continuo sull’adeguatezza del modello organizzativo ai reali rischi-reato

- Il monitoraggio permanente e continuo del modello stesso, al fine di verificarne la continua efficienza

L’organismo in questione deve essere istituito dal vertice dell’ente al quale si riferisce e deve essere configu-

rato come una vera e propria struttura interna della società. Deve escludersi che in capo a predetto organo

possa instaurarsi un obbligo di impedire l’evento in quanto non competono all’organismo in questione funzioni

operative effettive alle quali possano ricollegarsi poteri di intervento tali da fondare una posizione di garanzia.

Nei reati commessi da soggetti che sono in posizione subordinata l’art. 7 richiede una vera e propria colta di

organizzazione. La responsabilità dell’ente è esclusa se l’ente ha adottato un efficace modello di organizza-

zione, gestione e controllo.

L’adozione dei modelli organizzativi non sempre costituisce un obbligo per la società. Il legislatore ha diffe-

renziato le situazioni, ritenendo obbligatoria per i soggetti che ricoprono posizioni apicali la predisposizione

20

di modelli organizzativi idonei a prevenire il reato dei sottoposti. Per quanto riguarda i reati commessi dai

soggetti che ricoprono posizioni apicali, l’adozione di modelli preventivi non costituisce obbligo, ma solo una

facoltà.

I modelli organizzativi svolgono il ruolo di veri e propri sistemi operativi, che operano quali sensori dei rischi-

reato. La presenza dei predetti modelli organizzativi è comunque determinante a far sì che nella struttura e

nella vita dell’azienda si affermi in modo inequivoco un’autentica cultura del controllo.

La disciplina introdotta dal D.Lgs. 231/2001 costituisce inevitabilmente un aggravio notevole per gli enti. Il

legislatore ha previsto, per agevolare la predisposizione dei modelli organizzativi, che gli stessi possano essere

adottati sulla base dei codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti stessi. Sem-

pre allo scopo di semplificare l’applicazione pratica della legge, l’art. 6 ha previsto anche che negli enti di

piccole dimensioni i compiti dell’organismo di controllo possano essere svolti direttamente dall’organo diri-

gente. Resta però da stabilire quali siano gli enti di piccole dimensioni.

Uno degli aspetti peculiari della nuova disciplina introdotta dal D.Lgs. 231/2001 è quello delle sanzioni. L’in-

tero apparato sanzionatorio previsto dalla 231 presenta un indubbio interesse, in quanto è fondato pressoché

interamente su sanzioni che guardano al profitto; una sanzione che va ad incidere sul patrimonio dell’impresa

è una sanzione che incide su un bene fondamentale dell’ente, com’è la libertà personale per il soggetto-persona

fisica. La filosofia alla quale il predetto apparato è ispirato è quello del “bastone e carota”, che costituisce la

tecnica da previlegiare per la prevenzione dei reati d’impresa. Tale tecnica è attuta dal D.Lgs. 231 attraverso

la minaccia di pene gravose per la persona giuridica, ma anche istituti premiali.

Il D.Lgs. 231/2001 ha pertanto riservato un ampio spazio alla disciplina delle sanzioni. Le stesse sono elencate

all’art. 9, che afferma: “le sanzioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono:

- Sanzione pecuniaria

- Sanzione interdittiva

- Confisca

- Pubblicazione della sentenza

Quanto alle sanzioni interdittive, le stesse vengono specificate al 2° comma e sono:

- Interdizione dall’esercizio dell’attività

- Sospensione o revoca di autorizzazioni, licenze e concessioni

- Divieto di contrattare con la pubblica amministrazione

- Esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi

- Divieto di pubblicizzare beni o servizi

La pena usuale nei confronti degli enti è la sanzione pecuniaria che si applica nella normalità dei casi. La

sanzione pecuniaria è previsto che si applichi attraverso il meccanismo delle quote, descritto dall’art. 10. La

quota non è altro che l’unità di misura della sanzione pecuniaria. Il giudice, secondo un meccanismo bifasico,

stabilisce prima la pena in concreto (ossia il numero delle quote, da un minimo di 100 ad un massimo di 1000),

basandosi sulla gravità del fatto, sul grado di responsabilità dell’ente e sull’attività svolta per eliminare o atte-

nuare le conseguenze del fatto; successivamente dovrà determinare il valore di ciascuna quota (da un minimo

di 258 € ad un massimo di 1549€), in base alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente.

Le sanzioni interdittive non si applicano indistintamente in conseguenza di tutti i reati per i quali è prevista la

responsabilità, ma soltanto nei casi espressamente previsti (ad esempio, per i reati societari non è prevista

l’applicazione di sanzioni interdittive). Le sanzioni interdittive hanno normalmente durata temporanea (non

inferiore a 3 mesi e non superiore a due anni), ma in alcuni casi determinati possono essere applicate in via

definitiva. Le sanzioni interdittive possono essere applicate anche quali misure cautelari.

Le sanzioni interdittive rappresentano lo strumento più incisivo in tema di responsabilità degli enti, in quanto

la loro irrogazione può determinare gravose limitazioni nell’attività della società. La funzione di queste è di

prevenzione speciale, in quanto attraverso la loro applicazione si mirano ad ottenere risultati utili per la tutela

dei beni protetti. In considerazione delle gravi conseguenze che possono discendere dall’applicazione delle

sanzioni interdittive, il legislatore ha previsto un meccanismo correttivo, quale la possibilità di nominare un

commissario giudiziale. La nomina del commissario è possibile nel caso in cui l’applicazione della sanzione

interdittiva determini l’interruzione dell’attività dell’ente. L’attività del commissario non è finalizzata unica-

mente al proseguimento dell’operatività della persona giuridica, ma possiede anche finalità di prevenzione

speciale e non manca un profilo sanzionatorio: il profitto derivante dall’attività svolta sotto la guida del com-

missario deve essere confiscato. 21

Un aspetto particolare, non trattato specificatamente dal D.Lgs. 231/2001, riguarda l’attribuzione di eventuali

responsabilità allorché il reato è commesso nell’ambito di un gruppo di imprese. Occorre evidenziare che il

problema si pone con riferimento alla responsabilità di una società per reati commessi nell’interesse di un’altra:

è il caso in cui le società x e y, facenti parte del gruppo Alfa, pongono in essere una serie di corruzioni. La

giurisprudenza è orientata a ritenere sussistente la responsabilità della holding in forza di una generica nozione

di interesse di gruppo. Al fine di verificare la responsabilità di una società del gruppo per reati commessi a

suo vantaggio ad opera di un’altra società occorrerà accertare se le persone fisiche rappresentanti delle due

società hanno agito o no in una situazione di concorso di persone.

Accanto alla responsabilità che agli enti discende in seguito della commissione di un reato da parte di una

persona fisica il legislatore ha di recente introdotto un’ulteriore forma di responsabilità per gli enti, dipendente

però dalla realizzazione di un illecito amministrativo. Si tratta di una forma di responsabilità amministrativa

pura, originata dalla commissione di un illecito amministrativo.

La responsabilità amministrativa degli enti disciplinata dal D.Lgs. 231/2001 non deve essere confusa con

quella che viene definita responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsability, CSR). La respon-

sabilità sociale è il frutto dell’interazione di diverse scienze quali l’etica, l’economia, la sociologia e il diritto

e scaturisce dall’esigenza di correggere i tradizionali modelli di azione imprenditoriale imperanti nel capitali-

smo anglosassone: la CSR consiste nell’estendere la missione dell’impresa al perseguimento anche di istanze

sociali. Le imprese hanno preso atto della necessità di creare nuovi modelli di governance, che tengano conto

anche di tematiche sociali, ambientali e legate al concetto di sviluppo sostenibile. Ma tale forma di responsa-

bilità non deve limitarsi ad essere un’operazione di marketing: l’adozione di modelli di CSR deve essere vista

come il momento finale di un processo di eticizzazione che coinvolge tutti gli operatori della singola impresa.

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Diritto penale societario

La materia dei reati societari costituisce tradizionalmente uno dei pilastri del diritto penale dell’economia.

Con l’espressione reati societari non si intendono tutti quei reati che possono configurarsi nell’esercizio di

un’attività economica attraverso una società: in tal caso sarebbe più appropriata la qualifica reati d’impresa.

La qualifica di reati societari è attribuita a quegli illeciti previsti dal codice civile, precisamente dal libro V

(Del lavoro), sotto il titolo XI, che reca l’intitolazione “Disposizioni penali in materia di società, di consorzi e

di altri enti privati”. I reati societari riguardano l’aspetto patologico che colpisce l’organizzazione e la gestione

della società. In altri termini, i reati societari consistono in fatti particolarmente rilevanti, che scaturiscono da

patologie dell’impresa particolarmente gravi, tali da richiedere l’intervento della sanzione criminale.

Nell’ambito del codice civile i reati societari sono previsti dalle norme ricomprese tra l’art. 2321 e l’art. 2640,

all’interno del titolo XI del Libro V.

La materia dei reati societari non si è però distinta tra quelle più frequentate dalla giurisprudenza. Diverse le

ragioni di tale fenomeno, qualificato come depenalizzazione di fatto, riconducibile alla particolare configura-

zione data dal legislatore alle predette norme e ad una sorta di sostanziale immunità della quale godevano gli

imprenditori.

Le norme del diritto penale societario esistevano in forma organica nel nostro ordinamento fin dal 1942. Per

quale motivo l’applicazione delle stessa ha subito un sostanziale incremento a partire dal 1974-75, per poi

giungere all’applicazione pervasiva degli anni ’90?

Deve evidenziarsi come un ruolo non indifferente sia stato rivestito dal mutato atteggiamento ideologico di

quel periodo: è proprio di quegli anni la presa di coscienza della necessita di un più pressante controllo dell’at-

tività imprenditoriale. Non può essere trascurato l’accentuarsi del fenomeno della c.d. funzione promozionale

del diritto penale: il diritto penale non era più considerato un’estrema ratio, ma veniva inquadrato in un’ottica

interventistica, in virtù della quale la pena aveva lo scopo di purificare ogni settore della vita sociale. Ricolle-

gato a tale situazione è il c.d. fenomeno della panpenalizzazione, in virtù del quale ci si illudeva di poter

risolvere qualunque problema con la sanzione penale.

Agli inizi del 2000 le norme del codice civile sono state oggetto di diverse riforme. È intervenuto, in primo

luogo, il D.Lgs. 61/2002, che ha in concreto operato una vera e propria depenalizzazione di fatto e una sostan-

ziale marginalizzazione del ruolo della sanzione penale del diritto societario. Successivamente, quasi con una

funzione di porre rimedio ai danni provocati dalla riforma del 2002 è intervenuta la c.d. legge sulla tutela del

risparmio (L. 262/2005) che ha ulteriormente modificato alcune norme di diritto penale economico, riscrivendo

le norme incriminatrici di false comunicazioni sociali, ma aumentando lievemente le pene ed introducendo

improbabili ipotesi di illecito amministrativo. Tale sistema è rimasto in vigore, con efficacia pressoché nulla,

fino all’entrata in vigore della L. 69/2015 allorché sono stati completamente riformulati e riscritti gli artt. 2621

2622 c.c. in materia di false comunicazioni sociali.

Attualmente nel sistema dei reati societari il blocco dei reati di false comunicazioni sociali è il frutto della

riforma del 2015, i reati di infedeltà rappresentano la cosmesi operata prima dalla legge Severino del 2012 e

poi dal D.Lgs. 38/2017, ma il resto delle figure criminose sono rimaste quelle introdotte dalla riforma del 2002.

Il D.Lgs. 61/2002 ha effettuato la riforma del diritto penale societario seguendo 4 direttrici:

a) Diminuzione delle figure di reato ed incremento delle ipotesi di illecito amministrativo. Il legislatore della

riforma, operando una drastica riduzione del numero dei reati, ha centrato l’esigenza di razionalizzazione

che veniva invocata a gran voce dalla dottrina. L’opera di razionalizzazione ha agito sui diversi livelli di

tutela afferenti al diritto penale societario, sia di quelli che erano già presenti nel codice civile, sia di quelli

che si sono venuti a creare a seguito dell’evoluzione legislativa: per quanto riguarda i primi, la riforma ha

operato anzitutto accorpando norme diverse; in secondo luogo eliminando le numerose sovrapposizioni e

duplicazioni di norme che si erano venute a creare nei diversi rami dell’ordinamento; infine eliminando le

ipotesi che si è constatato non rivestissero alcuna autonomia tale da giustificarne l’esistenza. Per quanto

riguarda gli interessi esterni al codice civile, la riforma ha finalmente unificato in una sola previsione

criminosa tutti gli illeciti di ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza.

Un giudizio negativo deve essere espresso sulla qualifica di contravvenzioni attribuita con la riforma del

2002 a numerosi reati societari. Si tratta di un messaggio inviato alla comunità economica, di marginaliz-

zazione degli interessi generali alla veridicità e completezza dell’informazione societaria; senza contare

che la configurazione contravvenzionale influisce direttamente sui tempi della prescrizione che è di 4 anni.

Tenuto conto dei tempi che caratterizzano l’attuale procedimento penale, ma tenuto altresì conto della

23

intrinseca complessità delle indagini che caratterizzano l’accertamento della maggior parte dei reati socie-

tari, non può nascondersi che l’attuale configurazione di molti reati societari come contravvenzioni sia del

tutto inopportuna e scarsamente giustificabile.

b) Diverse tecnica legislativa di formulazione delle norme, più rispettosa dei canoni di tassatività e determi-

natezza della fattispecie. Nell’originario impianto del codice del 1942 molte norme erano polverizzate in

una moltitudine di disposizioni isolate. Dal punto di vista della tecnica di redazione, molte norme era

costruite con la tecnica del rinvio: per la descrizione del fatto punibile si faceva riferimento alla disciplina

civilistica. Ciò comportava una difficoltà nella percezione del valore e del significato delle norme da parte

dei destinatari, oltre a rendere intrinsecamente difficile l’applicazione delle stesse. La riforma formulando

le diverse fattispecie in via autonoma, senza alcun rinvio a disposizioni di matrice civilistica comporta il

recupero del principio di tassatività.

c) Introduzione di nuove ipotesi incriminatrici. Il D.Lgs. 61/2002 ha introdotto nel sistema codicistico rela-

tivo ai reati societari due nuove figure di illecito: l’infedeltà patrimoniale (art. 2634 c.c.) e la corruzione

tra privati (art. 2635 c.c.).

d) Diverse selezione dei beni giuridici rilevanti. Il legislatore del 2002 ha determinato un diritto penale so-

cietario minimo, incentrato sulla tutela ristretta di beni giuridici tradizionali, che però non sempre riflettono

le esigenze di tutela necessarie per una protezione effettiva. La protezione offerta dalle nuove norme del

diritto penale societario è limitata all’ambito interno delle vicende societarie, avendo abbandonato qual-

siasi preoccupazione di tutela beni sopraindividuali. L’attuale sistema del diritto penale societario è in gran

parte calibrato su profili privatistici, evidenziati altresì da elementi quali la perseguibilità a querela di parte

e l’introduzione di cause di estinzione del reato ricollegate a fatti di restituzione post delictum.

La querela di parte viene solitamente ricollegata a tre diverse ragioni per giustificarne la previsione, quali:

la tenuità dell’interesse sociale al quale si riferisce l’incriminazione; una ragione di opportunità, che si

ravvisa nel caso in cui si dia rilievo ai rapporti tra colpevole e soggetto passivo del reato; la tutela della

vittima di un reato. L’introduzione su larga scala dello strumento della querela di parte rappresenta un

aspetto fortemente criticabile della riforma, soprattutto ove si tenga conto che nei reati economici vi è

sempre un interesse sottostante di carattere generale perché spesso il capitale che viene impiegato è capitale

del pubblico e quindi quella di subordinare l’azione penale all’iniziativa di un privato appare una tecnica

fortemente contraddittoria.

Costituiscono una novità assoluta per il diritto penale societario alcuni meccanismi post factum di reinte-

grazione dell’offesa e di risarcimento del danno, ai quali il legislatore ha collegato l’estinzione del reato.

Si tratta del secondo intervento di riforma che nel 2002 ha operato sul versante della punibilità e lo stesso

deve inquadrarsi nell’ambito del c.d. processo di modernizzazione del diritto penale. L’obiezione che viene

mossa alle pratiche di risarcimento del danno alle quali viene ricollegata l’estinzione del reato consiste nel

rilevare che in tal modo si consentirebbe di monetizzare il rischio di reato, assicurandosi un vantaggio

certo, che in caso di scoperta verrebbe comunque mantenuto a fronte del pagamento di un prezzo. Il legi-

slatore ha cercato di valorizzare comportamenti successivi alla commissione di taluni reati, in modo che

risultasse eliminata o grandemente attenuta la lesione del bene protetto.

A distanza di un decennio dalla riforma del 2002, l’intervento della L. 190/2012 ha nuovamente innovato la

materia dei reati societari, andando a modificare l’originario delitto di infedeltà patrimoniale a seguito di da-

zione o promessi di denaro o altra utilità (art. 2635 c.c.) senza che però questa trovasse applicazione. È quindi

sopraggiunta la L. 69/2015 che ha proceduto alla completa riscrittura delle norme in tema di false comunica-

zioni sociali. L’iter riformatore si è poi concluso che la radicale riforma del delitto di corruzione tra privati

modificato con il D.Lgs. 38/2017. 24

Tutela della veridicità e trasparenza dell’informazione societaria

I reati di false comunicazioni sociali (o falso in bilancio) rappresentano una costante in tutti gli ordinamenti

giuridici. Non v’è dubbio che le false comunicazioni nell’ambito di una società commerciale non configurino

altro se non una forma di mendacio, di solito punita più gravemente dell’ipotesi prevista nel codice penale, in

considerazione degli interessi coinvolti. A seguito della riforma del 2015, il nostro ordinamento prevede due

distinte figure di false comunicazioni sociali, configurate come reati di pericolo concreto, la prima delle quali

è descritta nell’art. 2621 c.c. e riguarda le società non quotate, mentre la seconda, descritta dall’art. 2622, è

punita più gravemente e riguarda le società quotate ed una serie di altre società.

Art. 2621 c.c. – False comunicazioni sociali

Fuori dai casi previsti dall’art. 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla

redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé

o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai

soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispon-

denti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla

situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appar-

tiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione

da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati

dalla società per conto di terzi.

Partiamo analizzano l’art. 2621 c.c.

Questo articolo è il punto di arrivo di una serie di riforme che si sono susseguite a partire dal 1942; sono infatti

rintracciabili 4 diverse versioni di questo articolo, quali quella del 1942, del 2002, del 2005 e la versione attuale

risalente al 2015.

La versione (intitolata: False comunicazioni sociali ed illegale ripartizione di utili o di acconti sui dividendi)

in vigore dal 1942 fino al 2002 era la seguente:

Salvo che il fatto costituisca reato più grave, sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni e con

la multa da lire due milioni a venti milioni:

1) i promotori, i soci fondatori, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali,

nelle relazioni, nei bilanci o in altre comunicazioni sociali, fraudolentemente espongono fatti non ri-

spondenti al vero sulla costituzione o sulle condizioni economiche della società o nascondono in tutto

o in parte fatti concernenti le condizioni medesime;

2) (pagamento utili fittizi o non distribuibili);

3) (distribuzione illecita acconti sui dividendi)

Questa norma puniva i soggetti i quali, nei bilanci e nelle altre comunicazioni sociali, fraudolentemente falsi-

ficavano le informazioni. Rappresentava un reato di mera condotta in quanto non era necessario che dalla

falsificazione derivasse un danno.

Nel 2002 viene superata questa visione del reato: la pena per questo reato viene ridotta (diventa una contrav-

venzione) e viene ristretta la rilevanza penale delle comunicazioni sociali.

La versione del 2002 e quella del 2005 differiscono solo in alcuni dettagli, di conseguenza in seguito verrà

inserito l’art. scaturito dalla riforma del 2005 con le evidenziazioni in rosso delle modifiche operate rispetto

alla riforma del 2002:

1. Salvo quanto previsto dall’art. 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla

redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingan-

nare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle

relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono

fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettono informazioni,

la cui comunicazione è imposta dalla legge, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della

25

società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla

predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni (fino ad una anno e sei mesi).

2. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardano beni posseduti o amministrati

dalla società per conto di terzi.

3. La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione

della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appar-

tiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del

risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del pa-

trimonio netto non superiore all’1%.

4. In ogni caso, il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente con-

siderate, differiscono in misura non superiore al 10% da quella corretta.

5. Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione

amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e

delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore,

direttore generale, dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni

altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.

In questa norma sono presenti più fattispecie che integrano la tipicità. È previsto il dolo intenzionale (“con

l’intenzione di ingannare i soci”) e il dolo specifico (“al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto pro-

fitto”).

Ai commi 3° e 4° sono previste soglie quantitative di rilevanza del falso: sotto queste soglie è esclusa la puni-

bilità del fatto tipico e antigiuridico. Queste soglie hanno reso la norma di difficile applicazione e soprattutto

sembrano concedere spazi di manovra legittimi alla falsificazione del bilancio.

Inoltre, la riforma del 2005 ha previsto un ulteriore 5° comma in cui erano previste delle sanzioni amministra-

tive pecuniarie e delle sanzioni interdittive nei confronti di quei soggetti che commettevano il reato di falso

ma che non venivano puniti a norma del 1° in quanto rientranti nelle soglie previste dai commi 3° e 4°. Le

sanzioni previste dal questo comma aggiuntivo risulta però totalmente inapplicabili per due ragioni fondamen-

tali:

1) Le quote non sono convertibili in denaro (esiste un sistema di quote che fa riferimento alla sanzione pecu-

niaria nei confronti degli enti, ma che ovviamente non è applicabile se i soggetti che commettono il reato

sono persone fisiche)

2) Non è possibile individuare l’autorità competente per l’applicazione della sanzione interdittiva

Analizziamo ora l’art. 2621 c.c. come risultante dall’ultima riforma del 2015 ad opera della L.69/2015. L’og-

getto di tutela rappresenta uno dei profili che hanno subito un profondo mutamento rispetto alle norme prece-

dentemente vigenti. Attualmente, l’interesse tutelato da entrambe le norme è di natura istituzionale e si incentra

sulla tutela dell’informazione societaria. Il legislatore ha previsto tali norme affinché l’informazione societaria

sia trasparente, completa e veridica. Deve rilevarsi però che la configurazione quali reati di pericolo concreto

colora la tutale dell’informazione in chiave funzionale, quindi mirata a proteggere gli interessi patrimoniali dei

soci, dei creditori e del pubblico.

I reati di falso in bilancio sono reati propri, cioè che possono essere commessi solo da chi riveste una deter-

minata qualifica giuridica. La riforma del 2015 non ha mutato l’ambito dei soggettivi attivi che sono: gli am-

ministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci

e i liquidatori, mentre sarebbe stato senz’altro più opportuno che il legislatore tenesse conto delle nuove forme

degli organi gestionali e di controllo. Tra l’altro l’art. 2621 prevede erroneamente la figura del dirigente pre-

posto alla redazione dei documenti contabili societari, figura introdotta nel 2005, ma riservata alle società

quotate emittenti strumenti finanziari. Il novero dei soggetti attivi non si limita soltanto a quelli elencati nell’in-

cipit delle rispettive norme. In virtù dell’art. 2639, 1° comma, c.c. rientrano tra i soggetti attivi sia coloro che

esercitano in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione, pur in

assenza di una nomina ufficiale, sia quei soggetti che sono tenuti a svolgere le stesse funzioni dei soggetti

richiamati.

Pur trattandosi di un reato proprio, anche il reato di false comunicazioni sociali può essere realizzato anche da

un extraneus in concorso con un soggetto qualificato.

I reati di false comunicazioni sociali previsti dagli artt. 2621 e 2622 c.c. rientrano nell’ambito di quegli illeciti

penali che possono dar vita, in forza dell’art. 25-ter D.lgs. 231/2001, a una responsabilità amministrativa degli

enti. 26

Il fatto tipico è strutturato secondo il paradigma del falso ideologico in scrittura privata. Deve però rilevarsi

che il fatto descritto dagli artt. 2621 e 2622 c.c. attualmente vigenti ha assunto una struttura molto più snella,

essendo state eliminate le famigerate soglie di rilevanza in termini quantitativi. La condotta si articola in due

modalità:

- Esporre fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero

- Omettere fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge.

Affinché le predette modalità si realizzino sono necessari alcuni mezzi, che il legislatore individua nei bilanci,

nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali diretta ai soci o al pubblico.

I bilanci rappresentano nel tempo stesso il principale veicolo di propalazione del falso e la condotta più peri-

colosa; il bilancio possiede una duplice finalità: la prima è quella di fissare la misura del reddito da distribuire

ai soci; la seconda è quella di rispondere a un bisogno di informazione sulla situazione patrimoniale, finanziaria

ed economica dell’impresa. Costituisce lo strumento base per ogni necessaria riflessione sulle convenienze di

sviluppare o conservare o chiudere l’impresa, sia per i terzi che per il mercato. Poiché il bilancio non possiede

valenza univoca, compito del penalista è quello di stabilire quali tra i diversi tipi di bilancio possano essere

ricondotti alla formula normativa utilizzata dal legislatore. Nel termine bilanci è ricompreso il bilancio d’eser-

cizio, in tutti gli elementi che lo compongono: è sufficiente la falsità di uno solo di tali elementi per configurare

il reato di false comunicazioni sociali. Vi sono poi i bilanci straordinari, che devono anch’essi ricomprendersi

nell’espressione “bilanci” utilizzata dalle norme incriminatrici. Il problema più delicato concerne il bilancio

consolidato che è lo strumento attraverso il quale viene offerta un’informativa completa di un soggetto econo-

mico (gruppo) che è strutturato in società separate. La falsità del bilancio consolidato è sussumibile allo schema

degli artt. 2621 e 2622 c.c., ma si pone il problema della ripartizione delle responsabilità nell’ipotesi di falsità

del bilancio consolidato. Nulla quaestio se la falsità è posta in essere autonomamente, da parte degli ammini-

stratori o dai membri del consiglio di sorveglianza della società capogruppo (c.d. falsità originaria): in tal

caso, saranno chiamati a rispondere soltanto gli amministratori della holding. Diversa è la situazione che si

verifica allorché il bilancio consolidato è falso in quanto sono falsi i dati trasmessi da una delle società del

gruppo (c.d. falsità derivata). In questa situazione, si realizza l’uso inconsapevole di dati falsi da parte dell’am-

ministratore della controllante: da ciò non può scaturire una responsabilità penale nei confronti dello stesso,

che si sostanzierebbe in una mera responsabilità da posizione. Autore della falsificazione del bilancio conso-

lidato dovrà essere l’amministratore della società controllata che in virtù dell’art. 48 c.p. (Errore determinato

dall’altrui inganno), risponderà del falso in bilancio consolidato. Di tale reato dovrà rispondere anche l’ammi-

nistratore della capogruppo, allorché questi era consapevole dell’alterazione del bilancio della controllata. Nes-

suna rilevanza assume ai fini penali il c.d. bilancio tipo, consistente in un mero prospetto contabile, non pre-

visto da alcuna disposizione legislativa, utilizzato come una sorta di bilancio di previsione.

Le relazioni sono rapporti informativi che provengono da soggetti qualificati dall’interno della società; hanno

forma scritta e la legge li prevede come obbligatori in certi momenti.

Le altre comunicazioni sociali rappresentano il più controverso dei veicoli di trasmissione del falso, perché

mentre la disciplina dell’originario art. 2621 c.c. si riferiva genericamente alle “altre comunicazioni sociali”,

l’attuale disciplina utilizza l’espressione “comunicazioni sociali dirette ai soci e al pubblico”, prevedendo che,

solo per l’art. 2621 c.c., dette comunicazioni siano “previste dalla legge”. Tutto ruota attorno al concetto di

comunicazione sociale che, ai fini dell’art. 2621 c.c., deve essere tipica e diretta ai soci e al pubblico. La

comunicazione costituisce l’essenza dell’informazione societaria, cioè il flusso di notizie che sempre deve

scorrere tra la società e l’esterno e che a volte è contenuto in documenti ufficiali, mentre a volte può rinvenirsi

in dichiarazioni di contenuto rilevate effettuate da organi della società. In virtù dell’attuale formulazione legi-

slativa, si deve trattare di comunicazioni tipiche, cioè previste dal codice civile o da altre disposizioni di legge.

Le comunicazioni sociali, oltre ad essere previste dalla legge devono essere “dirette ai soci o al pubblico”.

L’introduzione di tale limitazione è stata effettuata per circoscrivere le possibilità interpretative alle quali la

giurisprudenza era pervenuta.

L’esposizione di fatti rilevanti non corrispondenti al vero altro non è che una forma di falsità ideologica in

scrittura privata. È quindi necessario che attraverso i veicoli previsti dalla norma i soggetti attivi del reato

manifestino all’esterno “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”. L’espressione prevista dal legislatore

del 2002 era stata introdotta per fugare ogni dubbio su cosa potesse essere oggetto di falso. Il problema era

quello di stabilire se potessero essere falsificate anche le mere valutazioni. Il legislatore del 2002 aveva utiliz-

zato nella norma incriminatrice in questione la contorta formula di “fatti materiali non rispondenti al vero,

ancorché oggetto di valutazione” per dirimere un contrasto interpretativo sorto sotto la vigenza della formula-

zione originaria del 1942, laddove si discuteva se nel termine “fatti” dovessero o no ricomprendervi anche le

valutazioni. La riforma del 2002 ha inciso su tale problema, posto che la rilevanza delle valutazioni è stata

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pacificamente acquisita dal legislatore non solo inserendo la specificazione che i fatti devono essere sì mate-

riali, “ancorché oggetto di valutazione”, ma è addirittura giunto a prevedere una disposizione volta a stabilire

l’irrilevanza delle valutazioni, ove queste non differissero in misura superiore al 10% rispetto al valore corretto.

Oggi la formulazione appare meno contorta ma non per questo più chiara nella sua portata. Nei primi periodi

di vigenza della nuova norma (versione 2015) la giurisprudenza si è manifestata in tutta la sua oscillante di-

screzionalità. A una prima serie di pronunce che inizialmente hanno avallato la tesi restrittiva dell’interpreta-

zione letterale e pertanto hanno escluso le valutazioni, ha fatto riscontro un diverso orientamento, che invece

ha reagito con energia, specificando che il riferimento ai fatti materiali oggetto di falsa rappresentazione non

vale ad escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi. Infatti, anche gli enunciati valutativi sono ido-

nei ad assolvere una funziona informativa e possono dirsi veri o falsi. Le sezioni unite della Cassazione hanno

deciso in senso conforme a quello che l’ordinamento prevalente ha intesto il volere del legislatore: e quindi

ciò che rileva è l’intenzione del legislatore, correlata all’assetto societario sul quale la formula normativa andrà

ad operare. La sentenza delle sezioni unite ha privilegiato il ricorso al ragionamento sistematico, in virtù del

quale se il bilancio altro non è se non un insieme di valutazioni e se tali valutazioni sono assoggettate a criteri

stringenti, previsti per legge, escludere la possibilità che le valutazioni possano essere l’oggetto del falso equi-

varrebbe ad abrogare l’intero reato. In conclusione, per quanto riguarda le valutazioni di bilancio, le stesse

possono essere oggetto di falsità se non si limitano a rimanere nel campo delle mere supposizioni ma sono

quantificabili in virtù di norme di legge. I fatti materiali devono essere poi “rilevanti”: il concetto di rilevanza

ha origine dalla normativa comunitaria e si riferisce al fatto che un’informazione rilevate è tale quanto la sua

omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla

base del bilancio dell’impresa. Il termine utilizzato dalla norma va quindi ricondotto al principio della rile-

vanza, richiamato nella direttiva 2013/34/UE.

Tale configurazione delle norme rende quindi nuovamente punibili i casi di c.d. falso qualitativo che, in pre-

cedenza, non potevano entrare nell’area di punibilità della norma. La forma di falso che viene correntemente

definito falso qualitativo si realizza allorché la violazione delle norme relative alla redazione del bilancio non

determina modificazioni quantitative del risultato economico o del patrimonio netto.

Per stabilire l’esatta portata dell’espressione “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero” deve premettersi

che è necessario non perdere di vista sia la pratica contabile sia i metodi e i procedimenti di valutazione degli

elementi del patrimonio sociale. Il concetto di non rispondenza al vero assume una colorazione diversa allorché

si riferisce a fatti materiali oppure alla valutazione che il redattore del bilancio effettua di taluni fatti. Per

quanto riguarda il primo tipo di falsità, l’individuazione del significato è agevole; non v’è dubbio che qualun-

que scostamento dalla realtà, purché rilevante sia non rispondente al vero. Per stabilire quando una valutazione

sia non rispondente al vero deve evidenziarsi come siano stata prospettati in dottrina diversi procedimenti,

mentre la giurisprudenza non ha mai assunto una posizione univoca. I principali orientamenti che prima della

riforma sono stati elaborati sono i seguenti:

a) Un primo orientamento, definibile del vero legale, stabilisce che una valutazione è falsa quanto per la sua

quantificazione si sono violati i criteri fissati dalla legge (o meglio, dal codice civile). Punto debole di

predetto ordinamento è la mancanza di criteri rigidi e certi e soprattutto la frequente inadeguatezza degli

stessi a comprendere al proprio interno la complessità delle previsioni future

b) Proprio per ovviare alle eccessive rigidità del criterio del vero legale, si è quindi elaborato un diverso

orientamento, che si ispira al rispetto dei principi contabili: devono considerarsi non rispondenti al vero

tutte quelle valutazioni che, non rispettando i principi dettati dalla professione contabile, superano altresì

il limite della ragionevolezza. Tale orientamento si scontra però con le esigenze di determinatezza, proprie

del diritto penale

c) Il terzo orientamento trae origine da un filone giurisprudenziale civile seguito dalla Corte di cassazione;

questo criterio prevede che la falsità di una valutazione sia nella divergenza tra i criteri indicati nella nota

integrativa e i criteri effettivamente utilizzati.

In alternativa alla condotta di esposizione di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero, il legislatore pre-

vede la condotta di omissione di fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge. Questa

espressione configura un reato di azione caratterizzato negativamente. Per quanto concerne l’oggetto

dell’omissione, la riforma del 2015 ha sostituito al termine “informazione”, l’espressione “fatti materiali rile-

vanti”, la cui comunicazione è imposta dalla legge. Tale modifica non determina alcuna conseguenza di rilievo.

Occorre operare una distinzione tra le diverse forme di comunicazioni sociali, posto che a seconda del tipo di

veicolo interessato l’omissione assume una configurazione particolare. Per quanto riguarda i bilanci, stabilire

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quando si realizzi l’omissione dei fatti materiali rilevanti è questione semplice: si realizza un’omissione allor-

ché vengano omessi dati e/o notizie che il codice civile prevede come obbligatori. Maggiori problemi si pon-

gono con riferimento alle relazioni e alle comunicazioni sociali e ciò perché il contenuto informativo di tali

veicoli non è previsto in modo analitico. Si potrà parlare di omissione in questi casi soltanto se le informazioni

non riferite sono significative ed essenziali.

Nessuna rilevanza potrà avere l’omissione di fatti nell’ambito delle comunicazioni sociali spontanee.

Il legislatore del 2002 ha delimitato la punibilità al solo falso insidioso. La riforma del 2015 è intervenuta sul

punto, lasciando inalterata l’esigenza della idoneità ingannatoria della condotta, introducendo un requisito di

concretezza: la falsità deve essere tale da indurre concretamente in errore altri. La necessaria capacità decettiva

delle comunicazioni costituisce un salutare elemento di natura oggettiva, che aggiunge determinatezza alla

condotta di un reato di pericolo concreto. La valutazione dell’idoneità ad ingannare dovrà essere fatta caso per

caso, in relazione ai soggetti destinatari della singola comunicazione sociale. Di conseguenza, una comunica-

zione diretta ai soci avrà un livello di idoneità ingannatoria più alto rispetto alla comunicazione destinata al

pubblico indistinto.

L’informazione societarie rilevante ai fini della configurabilità del tipo previsto dagli artt. 2621 e 2622 c.c.

deve avere sempre un oggetto specifico ben delimitato. A tale scopo è finalizzata la precisazione che le infor-

mazioni che si palesano attraverso i veicoli o che vengono omesse debbono riguardare la “situazione economia,

patrimoniale, finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene”. La predetta espressione con-

cerne l’oggetto dell’informazione, nel senso che, ai fini della configurabilità dell’illecito, rileva non qualsiasi

falsa informazione, ma soltanto quelle che riguardano la situazione economica, patrimoniale o finanziaria della

società. Per informazione societaria deve considerarsi non soltanto quella riguardante la società, ma anche

quella relativa al gruppo al quale appartiene.

Il 2° comma dell’art. 2621 c.c. (e l’ultimo comma dell’art. 2622) prevede altresì che: “la stessa pena si applica

se le falsità e le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi”. La falsità

può riguardare anche beni posseduti fiduciariamente della società o comunque denaro che le imprese gesti-

scono nell’interesse dei clienti.

I reati di false comunicazioni sociali prevedono il medesimo elemento soggetti: in entrambe le figure è infatti

richiesto il dolo. Il legislatore del 2015 ha operato secondo un’ottica apparentemente semplificatoria, preve-

dendo la necessità del dolo specifico (“al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto”), accompa-

gnata dalla consapevolezza del falso.

Per la configurabilità dei reati è quindi richiesto il dolo generico, consistente nella rappresentazione del fatto,

cioè di aver esposto fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero o di aver omesso fatti materiali rilevanti.

Accanto al dolo generico è previsto anche il dolo specifico, necessario per evidenziare l’esigenza di un mo-

mento connotativo-finalistico consistente nel “fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto”. Il profitto deve

essere ingiusto e l’ingiustizia deve consistere in una contrarietà rispetto al sistema normativo: il profitto è

ingiusto quando non si rapporta ad un diritto o quando viene raggiunto uno strumento antigiuridico o con uno

strumento legale, ma avente uno scopo tipico diverso.

Accanto al dolo specifico, il legislatore del 2015 ha introdotto una caratterizzazione del livello minimo di

adesione psicologica che deve avere l’autore rispetto alle condotte criminose, e ciò ha fatto con l’avverbio

consapevolmente. Si è voluto sostituire la previgente costruzione del dolo intenzionale di inganno introdotta

nel 2002 con la necessaria consapevolezza della concreta idoneità decettiva del falso.

Art. 2622 c.c. – False comunicazioni sociali delle società quotate

1. Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili

societari, i sindaci e i liquidatori di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in

un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea, i quali, al fine di conseguire

per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali

dirette ai soci o al pubblico consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero

omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione econo-

mica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo con-

cretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da tre a otto anni.

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2. Ai fini del comma precedente, alle società indicate sono equiparate: a) le società emittenti strumenti

finanziari per i quali è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato

regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea; b) le società emittenti strumenti finanziari

ammessi alla negoziazione in un sistema multilaterale di negoziazione italiano; c) le società che con-

trollano società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato

italiano o di altro Paese dell’Unione europea; d) le società che fanno appello al pubblico risparmio o

che comunque lo gestiscono.

3. Quanto previsto dai commi precedenti si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni

posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

L’art. in questione venne introdotto nel 2002 con la rubrica di “False comunicazione sociali in danno dei soci

e dei creditori” e modificato sia nel titolo (“False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci e dei

creditori”) e nei contenuti dalla L.262/2005. La versione post 2005 riportava la stessa fattispecie tipica dell’art.

2621 c.c. post 2005 e prevedeva sempre il dolo intenzionale (“con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico

“) e il dolo specifico (“al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto”) ma veniva trasformato in

un delitto a procedibilità a querela, ad eccezione del fatto commesso in ambito di società quotate nel quale la

procedibilità era d’ufficio (comma 3°). Inoltre, nei commi 7 e 8 sono previste le soglie quantitative di non

punibilità già previste dalla vecchia versione dell’art. 2621 c.c. Da ultimo è da segnalare che il legislatore del

2005 aggiunse due commi aggiuntivi (4 e 5), per aggravare le sanzioni a seguito di danni cagionati ai rispar-

miatori.

La riforma del 2015 ha previsto, con riferimento alle società quotate, una specifica ipotesi di falso in bilancio

collocandola nell’art. 2622 c.c., differenziandola dalla figura base in primo luogo per il maggiore rigore san-

zionatorio e operando poi una serie di cambiamenti di alcuni elementi di fattispecie. Lo schema al quale si

ispira l’art. 2622 c.c. è del tutto identico a quello della c.d. norma base: si tratta del tradizionale schema di

falso ideologico in scrittura privata.

Anche i soggetti attivi del reato sono gli stessi, a patto che afferiscano ad una società emittente strumenti

finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese UE. A tale tipologia

di società la norma equipara anche altri tipi di società, quali le società emittenti strumenti finanziari per i quali

è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione ed eventuali società controllanti delle stesse.

L’aver previsto una specifica figura di reato per i casi di false comunicazioni sociali nell’ambito delle società

collegate al pubblico risparmio si tutela in modo molto energico l’informazione societaria in quanto questa è

strumentale ad una tutela del risparmio pubblico e privato.

Nell’art. 2622 c.c. le “altre comunicazioni sociali” non devono necessariamente essere previste dalla legge.

Tale modifica, che amplia la qualificazione del principale veicolo del falso, è del tutto condivisibile in relazione

alla diversa coloritura dell’oggetto della tutela offerta dalla norma.

L’altra difformità rispetto all’art. 2621 c.c. là si rileva nella qualificazione della sola condotta attiva, senza

ripetere la qualificazione di “rilevanti”. Si ritiene che il mancato richiamo dell’attributo rilevanti debba ricol-

legarsi all’obiettivo di maggiore rigore perseguito dal legislatore quando entrano in gioco gli interessi dei ri-

sparmiatori. Ad aver rilievo saranno anche qui fatti materiali falsi che, pur non rilevanti, ma pur sempre insi-

diosi e concretamente offensivi, vengono comunque esposti in bilancio, nelle relazioni o nelle comunicazioni

sociali dirette ai soci o al pubblico. Non c’è dubbio infatti che, pur senza il riferimento alla rilevanza, i fatti

materiali falsi debbano comunque superare quel vaglio di concreta idoneità a indurre in errore. Resta da esa-

minare l’ultima questione, relativamente alla condotta omissiva, nella quale invece è stato mantenuto il ri-

chiamo ai fatti materiali rilevanti. Deve osservarsi come non vi siano ragioni plausibili per il mantenimento di

tale attributo, se non quello che è più frequente che in tali contesti possano verificarsi errori umani, malfun-

zionamenti nelle procedure e non perfetto funzionamento dei sistemi di compliance; di conseguenza, proprio

al fine di eliminare la rilevanza penale di omissioni dovute a tali cause, il legislatore ha mantenuto il requisito

della rilevanza. Art. 2621-bis c.c. – Fatti di lieve entità

1. Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la pena da sei mesi a tre anni di reclusione se i

fatti di cui all’articolo 2621 sono di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della

società e delle modalità o degli effetti della condotta.

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2. Salvo che costituiscano più grave reato, si applica altresì la stessa pena cui al precedente comma

quando i fatti di cui all’articolo 2621 riguardano società che non superano i limiti indicati dal secondo

comma dell’articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. In tale caso, il delitto è procedibile a

querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale.

La riforma del 2015 non si è limitata a ridisegnare le norme incriminatrici in materia di “falso in bilancio”, ma

è intervenuta in maniera estesa, dando vita a quello che può definirsi un vero e proprio microsistema delle false

comunicazioni sociali. È proprio in quest’ottica che va esaminata la disposizione inserita nell’art. 2621-bis c.c.

La norma in questione fa rinvio in toto a i fatti di cui all’art. 2621, prevedendo l’applicazione della pena della

reclusione da 6 mesi a 3 anni se gli stessi sono di lieve entità. La giurisprudenza ha qualificato della ipotesi

come reato autonomo e ciò si evince dal fatto che vi è una clausola iniziale dalla quale si ricava che i fatti

possono costituire altro diverso reato. Qualificata l’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 2621-bis c.c. quale

fattispecie autonoma di reato, occorre passare all’analisi dei requisiti richiesti dalla norma in questione per

poter qualificare le false comunicazioni sociali quali fatti di lieve entità.

La norma indica quali elementi da considerare la natura e le dimensioni della società, per poi prendere in

considerazione le modalità della condotta o gli effetti della stessa. Tali indicazione del legislatore sono total-

mente indeterminate, posto che lasciano al giudice ampio margine di discrezionalità.

Il secondo comma dell’art. 2621-bis prevede un trattamento più favorevole se le false comunicazioni sociali

avvengono nell’ambito di quelle società che, in base all’art. 1 della legge fallimentare (R.D. 267/1942), sono

sottratte alla disciplina del fallimento. Sono le società che nei 3 anni precedenti hanno avuto un attivo patri-

moniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000€, che nello stesso periodo hanno realizzato

ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000€ e hanno un ammontare di debiti

non superiore a 500.000€. Al verificarsi congiunto di tutte le predette situazioni, il reato di false comunicazioni

sociali, oltre a prevedere la pena ridotta è punibile a querela di parte.

Art. 2621-ter c.c. – Non punibilità per particolare tenuità

Ai fini della non punibilità per particolare tenuità di cui all’articolo 131-bis del codice penale, il giudice

valuta, in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori

conseguente ai fatti di cui agli articoli 2621 e 2621- bis.

L’art. 2621-ter costituisce un aspetto davvero singolare nell’ambito del microsistema delineato dal legislatore,

in quanto è stato introdotto allo scopo di coordinare la disciplina prevista dall’art. 131-bis c.p. in tema di non

punibilità per particolare tenuità. Il legislatore ha espressamente previsto che, ai fini dell’eventuale applica-

zione dell’art. 131-bis c.p. al reato di false comunicazioni sociali, ciò di cui deve maggiormente tenersi in

considerazione è l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori. A fronte di un falso

in bilancio tipico, antigiuridico e colpevole, che però presenta un basso livello di offensività, il giudice dovrà

attribuire maggiore rilevanza nella formulazione del giudizio di esiguità al danno eventualmente cagionato alla

società, ai soci o ai creditori.

Art. 173-bis D.lgs. 58/1998 – Falso in prospetto

Chiunque, allo scopo di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei prospetti richiesti per la

offerta al pubblico di prodotti finanziari o l’ammissione alla quotazione nei mercati regolamentati, ov-

vero nei documenti da pubblicare in occasione delle offerte pubbliche di acquisto o di scambio, con

l’intenzione di ingannare i destinatari del prospetto, espone false informazioni od occulta dati o notizie

in modo idoneo ad indurre in errore i suddetti destinatari è punito con la reclusione da uno a cinque

anni.

L’art. in questione era originariamente inserito nel codice civile all’art. 2623. Al primo comma prevedeva una

contravvenzione di mera condotta mentre al secondo un delitto di evento. Nel 2005 la norma ha trovato posto

nel TUF (D.Lgs. 58/1998) e nel 2007, a seguito del D.Lgs. 51/2007, è stato modificato come sopra. Ora la

norma in questione prevede un delitto di mera condotta.

31

La fattispecie tipica prevede l’esposizione di false informazioni o l’occultazione di dati o notizie che sono

idonei (a giudizio del giudice) a trarre in errore i destinatari. Anche se è configurato come un reato comune

(“Chiunque”), in realtà è un reato proprio in quanto solo alcuni soggetti saranno in grado di commettere questa

tipologia di illecito. Soggetti attivi possono quindi essere gli organi societari, come gli amministratori o i sin-

daci, il garante e lo sponsor, ossia soggetti previsti dal TUF per poter dar vita al prospetto a cui fa riferimento

la norma.

Il dolo previsto dalla fattispecie è dolo intenzionale (“con l’intenzione di ingannare i destinatari”) e il dolo

specifico (“, allo scopo di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto”).

Art. 192-bis D.lgs. 58/1998 – Informazioni sul governo societario

Salvo che il fatto costituisca reato, gli amministratori, i componenti degli organi di controllo e i direttori

generali di società quotate nei mercati regolamentati i quali omettono le comunicazioni prescritte

dall’articolo 123bis, comma 2 lett. A) sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da dieci-

mila a trecentomila euro. Il provvedimento sanzionatorio è pubblicato, a spese degli stessi, su almeno

due quotidiani, di cui uno economico, aventi diffusione nazionale.

Art. 2625 c.c. – Impedito controllo

1. Gli amministratori che, occultando documenti o con altri idonei artifici, impediscono o comunque

ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo (o di revisione legalmente attribuite ai soci), agli

altri organi sociali (o alla società di revisione) sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria

fino a 10.329 euro.

2. Se la condotta ha cagionato un danno ai soci, si applica la reclusione fino ad un anno e si procede a

querela della persona offesa.

3. La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di

altri Stati dell’Unione Europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’art. 116 del

testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

Nell’ambito delle società commerciali la condotta degli amministratori viene sottoposta a verifica per evitare

che dalla stessa possano scaturire danni per il patrimonio della società. Il legislatore ha previso una fitta serie

di controlli interni ed esterni. Quando si parla di controllo ci si riferisce genericamente a tutto il complesso

delle attività di vigilanza, che hanno come obiettivo di verificare il corretto andamento degli affari e delle

decisioni che hanno determinato la loro conclusione. Per controllo interno deve intendersi quel controllo che

viene esercitato normalmente dai soci, dai sindaci e dal collegio sindacale, nonché dal comitato di controllo o

dal consiglio di sorveglianza. Si ha controllo esterno nei casi in cui il controllo è esercitato dai revisori e dalle

autorità di settore. L’illecito amministrativo in questione possiede un ruolo fondamentale: ogni attività di con-

trollo esercitata da organi interni ed esterni è tutela dall’art. 2625 c.c.

La norma è articolata su due diversi commi: al primo comma è punita, a titolo di illecito amministrativo, ogni

condotta ostruzionistica dell’attività di controllo o di revisione; al secondo comma è prevista un’ipotesi di

delitto se la predetta attività ostruzionistica ha determinato un danno ai soci.

L’illecito amministrativo di cui al comma 1° si incentra su una tutela di tipo funzionale-istituzionale: tutela

l’attività di controllo che la legge attribuisce agli organi interni e esteri di natura privatistica. A prescindere

dalla natura del destinatario dell’impedimento, la norma tutela l’attività di controllo in funzione del corretto

funzionamento della società, cioè anche della trasparenza gestionale della stessa. Completamente diverso il

discorso per il delitto di cui al 2° comma: viene punita la condotta di impedito controllo se da questa scaturisce

un danno ai soci. Si tratta di un delitto che tutela il patrimonio dei soci.

L’illecito di cui al 1° comma può essere realizzato soltanto dagli amministratori della società, compresi i com-

ponenti del consiglio di gestione e quelle del consiglio di amministrazione per le società che optano per il

modello dualistico o monistico. Non può rendersi autore dell’illecito l’amministratore di fatto. Nessun pro-

blema invece alla configurabilità del delitto di cui al 2° comma (che configura un reato proprio) nei confronti

anche dell’amministratore di fatto. 32

Ai sensi dell’art. 25-ter, D.lgs. 231/2001, il delitto di impedito controllo genera una responsabilità a carico

della società nel cui interesse o a vantaggio della quale viene commesso il reato in questione.

Si tratta di un illecito di mera condotta: è sufficiente per la consumazione dell’illecito il verificarsi di un sem-

plice ostacolo, che comunque deve costituire una perturbazione non facilmente superabile dagli organi deputati

al controllo. La condotta deve altresì essere realizzata attraverso precise note modali, quali l’occultamento di

documentazione riguardante la società o altri idonei artifici. Si è quindi in presenza di un illecito a forma

vincolata, nel senso che il legislatore ha specificato le modalità della condotta.

La prima ipotesi concerne l’occultamento di documenti e costituisce la condotta-tipo. La seconda ipotesi è

quella di altri idonei artifici. In tale modalità sono destinati ad essere ricompresi tutti quei comportamenti,

diversi dall’occultamento dei documenti, finalizzati a distogliere con frode l’attenzione dei soggetti preposti

al controllo. Sono rimaste fuori dall’ambito di applicazione della norma tutte quelle condotte effettivamente

ostruzionistiche, diverse dall’occultamento di documenti che non presentano connotati fraudolenti.

Nel secondo comma dell’art. 2625 c.c. viene prevista un’ipotesi di reato se l’attività ostruzionistica o impedi-

tiva del controllo da parte degli amministratori ha determinato un danno ai soci. Il legislatore ha così voluto

differenziare la risposta sanzionatoria, ancorandola alla causazione di un danno, che segna anche il momento

consumativo del reato. Uno dei problemi più ardui che pone il reato in questione riguarda l’individuazione del

nesso causale tra condotta ed evento di danno: non v’è dubbio che l’utilizzazione del verbo “cagionare” esige

la sussistenza di un preciso rapporto di derivazione causale tra condotta ed evento. Il più delle volte l’ostruzio-

nismo nei confronti di un controllo potrà rallentare l’adozione di specifiche contromisure da parte dei soci, ma

non realizzare direttamente un danno agli stessi. Quand’anche si volesse ipotizzare come possibile un danno

al patrimonio, questo sarebbe di difficile accertamento processuale.

Per quanto concerne l’illecito amministrativo previsto al 1° comma lo stesso potrebbe essere commesso per

dolo o per colpa. La peculiarità della condotta orienta verso una configurazione esclusivamente dolosa dell’il-

lecito: le due condotte di impedimento o di ostacolo devono essere realizzare attraverso un occultamento o

attraverso altri idonei artifici. Ed entrambe le predette note modali rilevano la necessità di una precisa volontà

di impedire o creare ostacoli al controllo.

Nessun problema si pone invece per il reato previsto al 2° comma: trattandosi di un delitto e non essendo

menzionata espressamente la punibilità per colpa, lo stesso può essere configurato solo se accompagnato da

dolo.

A seguito dell’art. 39, L. 262/2005, è stata aggiunta una circostanza aggravante che determina il raddoppio

della pena prevista per il delitto nell’ipotesi in cui l’impedimento e il conseguente danno patrimoniale si sia

verificato nell’ambito di una società quotata o con titoli diffusi tra il pubblico in maniera rilevante.

Art. 2636 c.c. – Illecita influenza sull’assemblea

1. Chiunque, con atti simulati o fraudolenti, determina la maggioranza in assemblea, allo scopo di

procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Proprio per il valore che assume una delibera assembleare è facile comprendere l’importanza del regolare

funzionamento di ogni momento della procedura: è per tale ragione che il legislatore ha previsto anche ipotesi

punitive volte alla salvaguardia della regolarità del funzionamento dell’assemblea. Il codice prevede due sole

ipotesi sanzionatorie: quella prevista dall’art. 2631 c.c., configurante un illecito penale-amministrativo, rela-

tiva all’omessa convocazione dell’assemblea; e quella dell’art. 2632 c.c., unica norma penale volta a tutelare

che la maggioranza assembleare non sia il frutto di manovre artificiose.

Il delitto in questione tutela un interesse di tipo istituzionale, ravvisabile nell’esigenza che l’assemblea fun-

ziona regolarmente e che venga rispettata all’interno della stessa la regola della maggioranza per le delibere.

L’attuale delitto di illecita influenza sull’assemblea è configurato come un reato comune. L’attuale struttura

risponde certamente in modo appropriato alle esigenze di tutela perseguite dalla norma in argomento, in con-

siderazione del fatto che è proprio nell’assemblea che possono prendere corpo le insidie più pericolose per una

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corretta formazione della maggioranza. Gli amministratori sono i soggetti che più agevolmente possono inter-

venire sulla formazione della maggioranza; ma ritenere che soltanto gli amministratori potessero avere inte-

resse in termini di esclusività ad influenzare il procedimento di corretta formazione della maggioranza corri-

sponde ad una visione della società del tutto distante dalla realtà. L’attuale configurazione di reato comune

consente la punibilità anche di soggetti esterni, i quali potrebbero aver interesse ad influire sulla formazione

della maggioranza assembleare di una società diversa.

L’incriminazione è strutturata come un reato di evento, caratterizzato dall’effettiva formazione di una mag-

gioranza diversa da quella che si sarebbe raggiunta ove fossero mancate le attività di illecita influenza. Tale

risultato non può conseguirsi con qualsiasi condotta, ma deve essere realizzato esclusivamente attraverso atti

simulati o fraudolenti. Il legislatore ha quindi strutturato il reato come reato a condotta vincolata. Per atti

simulati devono intendersi quelli che fanno apparire una realtà diversa da quella effettiva; per atti fraudolenti

devono invece ritenersi quelli finalizzati all’inganno con pregiudizio altrui. Il rilievo dato dal legislatore agli

atti simulati o fraudolenti esclude che possano essere ricondotti al delitto in esame i c.d. sindacati di voto e le

condotte di violenza e minaccia (che però potrebbero rilevare ai sensi dell’art. 610 c.p. – Violenza privata).

Non potranno configurare il reato previsto dall’art. 2636 c.c. le semplici pressioni o una studiata assenza in

assemblea. Rileva la necessità che l’evento sia ricollegabile casualmente al comportamento dell’autore. Per

quanto concerne l’accertamento del nesso causale è utilizzabile la c.d. prova di resistenza: si tratta di verificare

se la delibera presa con i voti frutto di atti simulati o fraudolenti resiste dopo la depurazione da tali voti. Se

eliminando i predetti voti la delibera non possiede la maggioranza è evidente che la stessa è stata causalmente

determinata proprio da quei voti. Viceversa, non potrà dirsi realizzato il reato, in quanto il semplice rafforza-

mento della maggioranza non costituisce reato.

Il delitto di illecita influenza sull’assemblea prevede un elemento psicologico doloso. La realizzazione dello

stesso richiede il dolo generico, ossia la coscienza e la volontà di determinare la maggioranza assembleare

utilizzando atti simulati o fraudolenti; in secondo luogo, è necessaria la connotazione soggettiva della condotta

(dopo specifico), che deve essere finalizzata a conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto.

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Tutela penale del capitale sociale

Nel diritto penale societario le norme poste a tutela del capitale sociale hanno sempre occupato un ruolo di

primo piano. Ciò perché il capitale costituisce quella parte del patrimonio della società formata dal valore dei

conferimenti promessi o eseguiti dai soci, necessaria per assicurare il soddisfacimento dei creditori. Ragione

della tutela penale del capitale sociale è che il legislatore vuole evitare, in un’ottica di extrema ratio e in

ossequio ai principi di effettività e di integrità, che ai creditori della società venga offerta una garanzia sola-

mente virtuale, illusoria. La tutela che il diritto penale appresta nei confronti del capitale sociale è una tutale

che copre cronologicamente l’intera esistenza del capitale: dalla fase della formazione, alla fase del funziona-

mento e fino alla fase della liquidazione della società.

Art. 2632 c.c. – Formazione fittizia del capitale

1. Gli amministratori e i soci conferenti che, anche in parte, formano od aumentano fittiziamente il

capitale della società mediante attribuzione di azioni o quote in misura complessivamente superiore

all’ammontare del capitale sociale, sottoscrizione reciproca di azioni o quote, sopravvalutazione rile-

vante dei conferimenti di beni in natura o di crediti ovvero del patrimonio della società nel caso di

trasformazione, sono puniti con la reclusione fino ad un anno.

Le condotte criminose previste da questa norma non rappresentano una novità, in quanto erano già previste nel

codice del 1942. Tutte le condotte sono accumunate dal fatto di essere tese ad evitare una diluizione del capitale

sociale, dal momento che ciascuna delle ipotesi previste cagiona la formazione o l’aumento in modo fittizio

del capitale. Si tratta di una fattispecie di reato a forma vincolata: rileva non ogni condotta che genericamente

intacca l’effettività del capitale, bensì rilevano le sole condotte di attribuzione di quote o azioni in misura

complessivamente superiore al capitale sociale o di sottoscrizione reciproca di azioni; di sopravvalutazione

rilevante dei conferimenti di beni in natura e di crediti o di sopravvalutazione del patrimonio.

Il bene tutelato dalla norma è il capitale sociale, da intendersi in senso restrittivo. Ciò che si vuole evitare

attraverso le citate condotte è che venga a determinarsi un capitale che è tale soltanto in apparenza. La tutela

si incentra sul profilo dell’effettività del capitale sociale, ossia l’esigenza di corrispondenza tra il capitale no-

minale e la somma dei conferimenti operati dai soci. Ove venissero attribuite azioni o quote per una somma

inferiore al capitale nominale questo rappresenterebbe una garanzia illusoria per i creditori; analogamente, in

caso di sottoscrizione reciproca di azioni si ha il fenomeno di due società che sono contemporaneamente l’una

socia dell’altra, con la conseguenza che tale situazione determina un’elisione della garanzia patrimoniale

dall’uno e dall’altro lato; allo stesso modo, la sopravvalutazione dei conferimenti in misura non minima deter-

mina una dimensione soltanto apparente del capitale sociale.

Il delitto in questione è un reato a soggettività ristretta: autori del reato possono essere gli amministratori e i

soci conferenti. Mentre gli amministratori possono realizzare indifferentemente qualsiasi ipotesi tra quelle pre-

viste dall’art. 2632 c.c., i soci conferenti possono rendersi autori unicamente dell’ipotesi di formazione fittizia

del capitale attuata attraverso la sopravvalutazione rilevante dei conferimenti di beni in natura o di crediti. Una

responsabilità per i soci, a titolo di concorso, può ravvisarsi nel caso di specie solo se la delibera illecita sia

stata preparata e consapevolmente approvata dall’assemblea.

Allorché il delitto di formazione fittizia del capitale viene commesso nell’interesse o a vantaggio della società,

è prevista la responsabilità amministrativa degli enti.

La condotta incriminata consiste nel formare o aumentare fittiziamente il capitale di una società attraverso

specifiche condotto, le quali possono anche concorrere tra loro.

L’attribuzione di azioni o quote in misura complessivamente superiore all’ammontare del capitale sociale è

una condotta caratterizzata dalla circostanza di creare un capitale fittizio attraverso l’attribuzione ai soci di

azioni o quote che, in misura complessiva del loro valore nominale, superi il valore del capitale nominale. Il

fatto si perfeziona con la semplice attribuzione di quote o azioni: non è richiesta quindi l’emissione.

La sottoscrizione reciproca di azioni o quote riguarda la problematica delle c.d. partecipazioni incrociate, che

si verificano allorché con una stessa somma di denaro si costituiscono due società o si effettui un aumento di

capitale mediante sottoscrizione reciproca di azioni. Chiara la ratio del divieto: attraverso l’utilizzazione delle

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medesime risorse finanziarie per costituire o aumentare il capitale di due società viene a determinarsi una

sostanziale neutralizzazione dei conferimenti.

Le condotte di sopravvalutazione sono di due tipologie: una può verificarsi nella fase costitutiva della società

o in quella di aumento di capitale, consistente in una rilevante sopravvalutazione dei conferimenti; l’altra,

riguarda la fase di trasformazione della società e attiene alla sopravvalutazione del patrimonio. Entrambe le

ipotesi sono ispirate alla medesima ratio: evitare che un’attività di sopravvalutazione determini un capitale

sociale gonfiato. Il legislatore esige che debba trattarsi di sopravvalutazione rilevante: è necessario perciò che

la condotta vada ad intaccare seriamente la copertura del capitale sociale. Questa qualificazione non rispetta i

canoni della precisione ed inoltre non elimina le incertezze e le perplessità circa l’esatto significato da attri-

buirsi all’espressione sopravvalutazione rilevante. Sotto la normativa abrogata, la dottrina si era attestata su

due posizioni: secondo un primo orientamento poteva configurarsi una valutazione esagerata dei conferimenti

ogni qual volta la valutazione di un bene in natura o di un credito andava oltre ogni ragionevolezza; secondo

un diverso orientamento, poteva aversi una esagerata valutazione soltanto ove fosse stato superato il quinto del

valore reale del bene, facendo pertanto applicazione al criterio dell’art. 26343 c.c., in tema di stima dei confe-

rimenti consistenti in beni in natura e in crediti. Poiché anche nel nuovo diritto societario, l’art. 2343 c.c. è

rimasto inalterato, si ripropone anche con riferimento all’attuale norma incriminatrice il problema se fare uso

del criterio civilistico del quinto, oppure optare per una definizione del concetto di rilevanza svincolato dalla

disciplina civilistica. Nell’attuale conteso normativo l’opzione interpretativa preferibile è quella di una solu-

zione autonoma: l’interprete dovrà verificare nel caso concreto se la sopravvalutazione è stata sensibile e spro-

porzionata rispetto alle reali dimensioni del capitale della società, tenendo presente il criterio espresso dalla

norma civilistica. La condotta di sopravvalutazione rilevante dei conferimenti costituiti da beni in natura o da

crediti non necessità di alcuna specificazione. La condotta di sopravvalutazione del patrimonio in caso di

trasformazione della società si verifica appunto all’atto della trasformazione che è una modifica dell’atto co-

stitutivo, mediante la quale si realizza il mutamento del tipo di società e l’adeguamento della struttura orga-

nizzativa alle esigenze dell’impresa e dei soci. La condotta in questione concerne esclusivamente i casi di

trasformazione di società di persone in società di capitali e di trasformazione di società di capitali in altro tipo

di società di capitali. Chiara la ragione della norma incriminatrice: poiché il patrimonio della società che si

trasforma confluisce nel capitale della nuova società, è di tutta evidenza come una sopravvalutazione del pa-

trimonio darebbe vita ad un capitale della nuova società fittizio.

Nel caso di trasformazione di una società di persona e in una società di capitali, l’art. 2500-ter dispone impe-

rativamente che sia redatta una relazione di stima ad opera di un esperto. La questione che si pone è quella di

stabilire, nel caso in cui l’esperto rediga una falsa relazione di stima, di quali reati lo stesso potrà essere chia-

mato a rispondere, fermo restando che, ove l’esperto commetta il falso in accordo con gli amministratori, lo

stesso potrà rispondere anche del reato di cui all’art. 2632 c.c. Deve escludersi che l’esperto del presidente del

tribunale possa rispondere di un reato proprio di un agente pubblico. Parimenti l’esperto non potrebbe punirsi

direttamente ai sensi dell’art. 373 c.p. (falsa perizia o interpretazione), poste che detta norma prevede quali

soggettivi attivi soltanto il perito o l’interprete. Il legislatore ha previsto, in virtù dell’art. 2343 c.c. e dell’art.

2465 c.c., che all’esperto possa farsi applicazione della disciplina dell’art. 34 c.p.c., secondo il quale si appli-

cano al consulente le disposizioni del codice civile relative ai periti; di conseguenza, in caso di falsa relazione

di stima, potrà applicarsi all’esperto la norma incriminatrice della falsa perizia (a parere del professore, tutti i

soggetti coinvolti dovrebbero concorrere per tutti e due i reati, in quanto proteggono beni giuridici distinti).

Per configurare ciascuna delle condotte previste dall’art. 2632 c.c. è sufficiente il dolo generico, che si sostan-

zia nella coscienza e volontà di formare o aumentare fittiziamente il capitale sociale attraverso specifiche mo-

dalità. Art. 2627 c.c. – Illegale ripartizione di utili e riserve

1. Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, gli amministratori che ripartiscono utili o acconti

su utili non effettivamente conseguiti o destinati per legge a riserva, ovvero che ripartiscono riserve,

anche non costituite con utili, che non possono per legge essere distribuite, sono puniti con l’arresto

fino ad un anno.

2. La restituzione degli utili o la ricostituzione delle riserve prima del termine previsto per l’approva-

zione del bilancio estingue il reato. 36

La norma incriminatrice è finalizzata ad evitare che attraverso la distribuzione di utili mai conseguiti o di

acconti su utili non conseguiti si determini una lesione del capitale sociale o delle riserve, a scapito dei credi-

tori. Questa è la norma più importante tra quelle destinate a tutelare l’intangibilità del capitale sociale e delle

riserve. A fronte dell’importanza della norma si pone la completa inefficacia della stessa: la norma è configu-

rata come una contravvenzione, con una pena massima di un anno di arresto. La qualifica contravvenzionale

dell’illecito si pone in stridente contrasto con la natura del bene tutelato, che mal si presta ad essere protetto in

maniera così fragile.

La norma in questione estende la sua tutela non solo al capitale sociale, ma anche alle riserve obbligatorie per

legge, cioè a quella quota di utili netti rispetto ai quali l’ordinamento ne esclude la distribuibilità.

La contravvenzione in esame configura un reato proprio, potendo essere realizzato soltanto dagli amministra-

tori, posto che soltanto costoro hanno il potere gestorio di distribuzione degli utili. Nulla la norma prevede

riguardo ai soci che hanno percepito gli utili distribuiti illegalmente. Parte della dottrina ritiene che la contrav-

venzione in argomento configuri un reato a concorso necessario. Tale qualifica non costituisce però una co-

stante, posto che è possibile una ripartizione degli utili senza che i soci abbiano partecipato alla delibera o

abbiano istigato gli amministratori a procedere alla distribuzione illegale. Ove invece sia ravvisabile un con-

corso dei soci percipienti non v’è dubbio che gli stessi possano rispondere della contravvenzione in concorso

con gli amministratori. Il reato di illegale ripartizione degli utili e delle riserve può dar luogo, in virtù dell’art.

25-ter, D.lgs. 231/2001, anche alla responsabilità amministrativa nei confronti degli enti.

Il legislatore ha configurato la contravvenzione in esame con reato di evento a forma vincolata ed ha accorpato

in un’unica norma le due previsione di illegale ripartizione di utili e di illegale ripartizione di acconti. La

condotta prevista dall’art. 2627 c.c. consiste nella ripartizione di utili o acconti su utili non effettivamente

conseguiti o destinati a riserva legale, oppure, nella ripartizione di riserve non distribuibili. Comune ad en-

trambe le previsioni è la condotta di ripartizione, che deve essere intesa nel senso di effettivo pagamento, in

qualsiasi maniera, del corrispettivo. Parte della dottrina ritiene che non possano ricondursi al concetto di ripar-

tizione di cui all’art. 2627 c.c. quelle effettuate in forme simulate, sul presupposto che l’inciso “sotto qualunque

forma” non è stato ribadito nella formulazione attuale. Il legislatore ha eliminato qualsiasi presupposto della

condotta, come invece si verificava nella disciplina abrogata: non ha rilievo alcune che la ripartizione degli

utili avvenga o no a seguito di una delibera assembleare; oppure che la distribuzione degli acconti sui dividendi

sia disposta in base ad un bilancio falso oppure violando la disciplina civilistica. Oggetto materiale della con-

dotta possono essere utili o acconti su utili non effettivamente conseguiti o destinati per legge a riserva, oppure

riserve anche non costituite con utili, che non possono per legge essere distribuite.

Il concetto di utile non effettivamente conseguito equivale a quello di utile non realmente acquisito dalla so-

cietà. Per integrare la reale acquisizione dell’utile non deve necessariamente essere liquido, mentre deve essere

effettivo, cioè deve rappresentare una reale eccedenza di patrimonio netto rispetto al valore del capitale nomi-

nale. L’illegalità della condotta di ripartizione non si limita però agli utili non effettivamente conseguiti, esten-

dendosi anche agli utili che per legge sono destinati a riserva. Vi sono infatti dei vincoli, che non consento di

distribuire l’intera parte del patrimonio netto che supera l’entità del capitale nominale, ossia le riserve. La

norma incriminatrice limita la tipicità del fatto solo alle condotte di ripartizione degli utili destinati per legge

a riserva. Sono escluse quindi le riserve statutarie e quelle facoltative, mentre rilevano sia la riserva legale, sia

la c.d. riserva da rivalutazione.

La parte iniziale della norma prevede una clausola di riserva espressa “salvo che il fatto non costituisca più

grave reato. Avendo il legislatore configurato l’illegale ripartizione degli utili e delle riserve come illecito di

natura contravvenzionale, è evidente che saranno molto più frequenti le occasioni di operatività di detta clau-

sola. A prescindere dalle ben più gravi ipotesi di reati fallimentari, i casi più frequenti potranno essere quelli

relativi al reato di appropriazione indebita aggravata ad opera degli amministratori o a quello di infedeltà pa-

trimoniale.

Trattandosi di una contravvenzione si pone il problema di stabilire se ad integrare il reato sia indifferente la

presenza di dolo o colpa. Sebbene il legislatore abbia precisato che l’illecito in questione configura una con-

travvenzione che appare strutturalmente dolosa, non sembra di poter aderire a tale indirizzo.

37

Nessun elemento è presente nella struttura dell’art. 2627 c.c., che possa indurre a parlare di una contravven-

zione realizzabile esclusivamente a titolo di dolo: di conseguenza si ritiene che il reato di cui all’art. 2627 c.c.

possa essere realizzato anche attraverso un comportamento colposo.

Il 2° comma prevede che la condotta di restituzione degli utili o quella di ricostituzione delle riserve prima del

termine previsto per l’approvazione del bilancio estinguano il reato.

Si tratta di una causa oggettiva di estinzione del reato che il legislatore ha introdotto ex novo. Affinché la

condotta possa aver efficacia estintiva sono necessarie due condizioni, una riguardante l’entità della restitu-

zione, l’altra concernente il limite temporale entro il quale porre in essere il comportamento in oggetto. Per

quanto riguarda la prima condizione, è necessario che la restituzione degli utili e delle riserve sia integrale. Le

predette condotte avranno efficacia solo se poste in essere prima del termine previsto per l’approvazione del

bilancio.

Art. 2628 c.c. – Illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società con-

trollante

1. Gli amministratori che, fuori dei casi consentiti dalla legge, acquistano o sottoscrivono azioni o quote

sociali, cagionando una lesione all’integrità del capitale sociale o delle riserve non distribuibili per

legge, sono puniti con la reclusione fino ad un anno.

2. La stessa pena si applica agli amministratori che, fuori dei casi consentiti dalla legge, acquistano o

sottoscrivono azioni o quote emesse dalla società controllante, cagionando una lesione del capitale

sociale o delle riserve non distribuibili per legge.

3. Se il capitale sociale o le riserve sono ricostituiti prima del termine previsto per l’approvazione del

bilancio relativo all’esercizio in relazione al quale è stata posta in essere la condotta, il reato è estinto.

La norma è strutturata su due diversi commi: il 1° comma incrimina la condotta di acquisto o sottoscrizione di

azioni o quote sociali; il 2° comma prende invece in considerazione la condotta di acquisto o sottoscrizione di

azioni o quote della società controllante. Al 3° comma il legislatore ha introdotto una speciale ipotesi estintiva

della punibilità, sulla falsariga di quella prevista per la contravvenzione di illegale ripartizione degli utili.

L’acquisto di azioni proprie configura un aspetto fisiologico della gestione sociale e ha luogo soprattutto

quando le azioni sono diffuse sul mercato e può rispondere a diverse esigenze. Si tratta di una politica d’im-

presa che viene eseguita in talune situazioni.

Se è quindi normale che una società decida di acquisire azioni proprie, la qual cosa è ricollegabile alla sperso-

nalizzazione delle partecipazioni azionarie, deve però osservarsi chele predette operazioni possono creare pro-

blemi soprattutto sotto il profilo patrimoniale: l’acquisto di azioni proprie in portafoglio rischia di rendere più

fragile la tutela offerta ai terzi dal capitale sociale. Per ciò che riguarda invece la sottoscrizione di azioni pro-

prie, la stessa può verificarsi quando la società offre in sottoscrizione azioni di nuova emissione; anche la

sottoscrizione di azioni proprie crea pericoli per l’integrità del capitale.

Per evitare questi problemi il legislatore ha fissato notevoli limiti:

a) Le società per azioni possono acquistare solo azioni interamente liberate e solo nei limiti degli utili distri-

buibili e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio regolarmente approvato

b) Le società cooperativa possono acquisire azioni proprie se nell’atto costitutivo esiste autorizzazione in tal

senso favorevole agli amministratori, ma devono sussistere le condizioni previste dall’art. 2545-quinquies

c.c.

c) Alle società a responsabilità limitata in nessun caso è consentito l’acquisto di partecipazioni proprie poiché

le quote societarie non sono negoziabili sul mercato

d) Per quanto riguarda la sottoscrizione di azioni proprie il legislatore vieta tale modalità, ad eccezione

dell’ipotesi in cui l’assemblea autorizzi gli amministratori ad esercitare il diritto di opzione spettante alle

azioni proprie in portafoglio.

La disciplina è riferita alle società non quotate. Per le società quotate analoga disciplina è prevista nel D.lgs.

58/1998, che all’art. 172 prevede altresì una norma incriminatrice specifica.

Nel caso di acquisto di azioni della società controllante da parte della controllata l’ordinamento prevede una

disciplina di salvaguardia, applicabile quanto tra le due società sussista un rapporto di controllo. Non è vi

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alcun limite fino a quando nessuna delle due società controlli l’altra: il limite sussiste quando la controllata

acquisti azioni o quote della controllante.

È necessario chiarire quando una società controlla un’altra. È indispensabile riferirsi al disposto dell’art. 2359

c.c., che stabilisce il concetto di controllo, differenziandolo in tre forme:

a) Controllo di diritto, che si realizza quando una società dispone in un’altra società della maggioranza dei

voti esercitabili in assemblea

b) Controllo di fatto interno, che si configura quando una società dispone nell’altra dei voti sufficienti per

esercitare un’influenza dominante sull’assemblea ordinaria

c) Controllo di fatto esterno, che si ha quando una società espleta sull’altra un’influenza dominante in virtù

di particolari vincoli contrattuali

Attraverso le due incriminazioni contenute nell’art. 2628 c.c. il legislatore ha inteso tutelare l’integrità e l’ef-

fettività del capitale sociale e delle riserve indisponibili. Per ciò che riguarda l’incriminazione di cui al 1°

comma, è di tutta evidenza che se le predette operazioni sono effettuate al di fuori dei limiti posti dal legislatore

vanno inevitabilmente ad annacquare il capitale sociale. Per quanto riguarda la sottoscrizione di azioni proprie,

la tutela del capitale sociale è modulata sul profilo della effettiva formazione dello stesso. Il delitto di illecito

acquisto di azioni o quote della società controllante tutela la regolare formazione del capitale della controllante:

anche in questa ipotesi si vogliono evitare operazioni di annacquamento e conseguente neutralizzazione del

capitale sociale.

Le incriminazioni previste dall’art. 2628 c.c. configurano reati propri, in quanto possono essere realizzate

soltanto dagli amministratori. In relazione al reato previsto dal 2° comma è bene precisare che soggetti attivi

potranno essere soltanto gli amministratori della società controllata. Nelle società che hanno optato per il si-

stema di governance di tipo dualistico soggetti attivi potranno essere i componenti del consiglio di gestione.

Anche in relazione di questo art. si pone la questione circa l’incriminabilità a titolo di concorso di soci alienanti

o degli amministratori della controllante. Deve ribadirsi come sia necessario, per configurare il concorso, ac-

certare la sussistenza di un rilevante contributo causale posto in essere dal socio o dagli amministratori della

controllante. In virtù dell’art. 25-ter, D.lgs. 231/2001, i reati previsti dall’art. 2628 c.c. rientrano tra quelli che

possono dar luogo anche a una responsabilità amministrativa per le persone giuridiche.

Le predette condotte rilevano allorché sono effettuate fuori dai casi consentiti dalla legge e se cagionano una

lesione all’integrità del capitale sociale o delle riserve non distribuibili per legge. Si tratta quindi di un reato

di evento a forma vincolata, nel senso che assumono rilevanza, ai fini della tipicità del reato, non ogni lesione

al capitale sociale o alle riserve indisponibili, ma soltanto quelle condotte lesive realizzate attraverso l’acquisto

o la sottoscrizione di azioni o quote proprie effettuati in violazione delle disposizioni civilistiche.

Per quanto riguarda la condotta di acquisto la stessa deve essere intesa in senso ampio, fino a ricomprendervi

ogni forma contrattuale che abbia come risultato il trasferimento alla società delle azioni o delle quote proprie.

La condotta alternativa di sottoscrizione di azioni o quote ha come disciplina di riferimento l’art. 2357-quater

c.c.

Entrambe le disposizioni incriminatrici dell’art. 2628 c.c. prevedono un evento di danno, caratterizzato dalla

lesione all’integrità del capitale sociale e delle riserve indisponibili. Tale lesione deve essere necessariamente

in nesso causale con una delle condotte previste.

Entrambi i delitti previsti dall’art. 2628 c.c. richiedono il dolo generico. Per l’ipotesi del 1° comma è necessaria

la volontà di acquisto di azioni proprie nella consapevolezza di operare in una situazione vietata dalla disciplina

civilistica e rappresentazione che tale condotta provochi una lesione al capitale sociale e alle riserve.

Il delitto previsto dal 2° comma richiede la rappresentazione e la volontà di effettuare l’acquisto di azioni della

società controllante, nella consapevolezza della situazione di controllo di quest’ultima con la rappresentazione

che ciò provocherà la lesione del capitale sociale o delle riserve indisponibili.

Il 3° comma dell’art. 2628 c.c. prevede che se il capitale sociale e le riserve sono ricostituiti prima del termine

previsto per l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio in relazione al quale è stato posta in essere la

condotta, il reato è estinto. Si tratta di una causa di estinzione del reato che intende praticare la via della

premialità per quelle condotte riparatorie, che ripristinano la funzione del capitale sociale o delle riserve. Il

legislatore ha operato uno sbarramento temporale entro il quale porre in essere la condotta riparatoria.

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Art. 2629 c.c. – Operazioni in pregiudizio ai creditori

1. Gli amministratori che, in violazione delle disposizioni di legge a tutela dei creditori, effettuano ri-

duzioni del capitale sociale o fusioni con altra società o scissioni, cagionando danno ai creditori, sono

puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.

2. Il risarcimento del danno ai creditori prima del giudizio estingue il reato.

La norma incriminatrice fa parte del nucleo più risalente del diritto penale societario e mira ad evitare che si

cagioni un danno alla garanzia dei creditori. La riforma ha strutturato questa norma come un reato di evento e

ha formulato la fattispecie autonomamente, senza ricorrere alla tecnica del rinvio alla normativa di riferimento.

Oggetto della tutela penale è il capitale sociale. Il capitale sociale è tutelato nella misura in cui lo stesso espleta

direttamente una funzione di garanzia dei creditori: quindi ad essere tutelato è il capitale sociale nella sua

dimensione più squisitamente patrimoniale, riferito ai soci. Tale configurazione della tutale si evince sia dal

regime di procedibilità a querela di parte, sia dalla circostanza che la norma richiede essenzialmente che ad

essere violate siano le disposizioni civilistiche a tutela dei creditori, la violazione delle quali produce agli stessi

un danno.

La norma in esame configura un reato proprio, potendo lo stesso essere realizzato soltanto dagli amministra-

tori, in quanto garanti del capitale sociale. Non ha alcun rilievo scriminante la circostanza dell’esistenza di una

delibera assembleare che decide un’irregolare riduzione del capitale sociale o un’irregolare scissione. Il delitto

di operazioni in pregiudizio dei creditori è altresì ricompreso nell’ambito di quegli illeciti che l’art. 25-ter,

D.lgs. 231/2001, prevede possano dar luogo alla responsabilità amministrativa degli enti.

La condotta è solo in apparenza descritta autonomamente, mentre in realtà è tuttora presente un nesso con la

disciplina civilistica. Il fatto tipico prevede che siano punite le ipotesi di riduzione del capitale sociale o le

fusioni e scissioni che avvengano in violazione delle disposizioni di legge a tutela dei creditori. Quindi per la

determinazione del fatto tipico è necessario fare riferimento alle specifiche disposizioni che disciplinano le

predette modifiche al contratto sociale.

La riduzione del capitale sociale ha un presupposto legittimo: può essere ridotto dai soci sia per le perdite

subite dalla società sia per altre ragioni. Fino a quando la riduzione del capitale nominale non superi quella

della perdita essa non determina alcuna diminuzione del patrimonio netto. Se invece il capitale nominale viene

ridotto in assenza di perdite o comunque viene ridotto in misura superiore a quella che si verifica necessaria-

mente lo svincolo di una parte del patrimonio netto dalla disciplina del capitale.

Con la fusione si realizza un’aggregazione di organizzazioni societarie. Per disciplinare la fusione il legislatore

ha previsto un procedimento molto complesso, articolato in diverse fasi ciascuna delle quali risulta caratteriz-

zata da tempi precisi e soprattutto assoggettata a rigorose prescrizioni di pubblicità e di forma, a salvaguardia

di molteplici interessi coinvolti dall’operazione. Per ciò che riguarda gli interessi dei creditori, è previsto che,

nei due mesi successivi è sorto anteriormente alla iscrizione del progetto di fusione esercitare il diritto di op-

posizione. Potranno configurarsi quali condotte penalmente rilevanti ai sensi dell’art. 2629 c.c. quelle fusioni

societarie senza predisposizioni del progetto di fusione; oppure, senza il rispetto del termine per consentire

l’opposizione dei creditori.

Attraverso la scissione si realizza una ri-organizzazione di una società in senso opposto alla fusione. L’orga-

nismo societario si disaggrega, nel senso che una o più parti dell’organizzazione si automatizzano. Anche nella

scissione è presente il problema di tutela dei creditori, i quali prima sono garantiti da tutti i benefici facenti

capo alla società, ma dopo la scissione saranno garantiti solo in via parziale, stante la separazione patrimoniale

verificatasi.

La norma esige che la condotta determini un evento dannoso proprio a quei creditori che sono titolari del bene

protetto: pertanto il danno rappresenta l’evento del reato. È necessario accertare il nesso di causalità tra con-

dotta ed evento.

Il reato previsto dall’art. 2629 c.c. richiede la sussistenza del dolo generico. È quindi necessaria la consapevo-

lezza di violare le norme civilistiche a tutela dei creditori e la rappresentazione che tale condotta provocherà

con certezza o con un’elevata probabilità un danno patrimoniale.

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Il 2° comma del delitto in esame prevede che il risarcimento del danno ai creditori estingua il reato. Il legisla-

tore ricollega l’estinzione del reato al risarcimento del danno ai creditori. Attraverso l’istituto del risarcimento

il legislatore ha quindi affidato del tutto la possibilità di estinzione del reato ad un accordo tra privati, che

evidenzia in modo ancor più deciso la privatizzazione della tutela realizzata con la riforma. Per ottenere l’estin-

zione del reato sono necessarie due condizioni: è necessario che il risarcimento venga effettuato prima del

giudizio, cioè primo dello svolgimento delle formalità di apertura del dibattimento di primo grado; in secondo

luogo deve trattarsi di un risarcimento integrale, che riguardi sia il capitale sia le riserve, comprensivo degli

interessi e rivalutazione e che concerna tutti i creditori, indipendentemente da colo che hanno sporto querela.

Il delitto di operazione in pregiudizio ai creditori fa parte della schiera di reati che la riforma del 2002 ha reso

punibili a querela di parte. Ragione di tale forma di procedibilità è la caratterizzazione patrimoniale dell’ille-

cito. Art. 2626 c.c. – Indebita restituzione dei conferimenti

Gli amministratori che, fuori dei casi di legittima riduzione del capitale sociale, restituiscono, anche

simulatamente, i conferimenti ai soci o li liberano dall’obbligo di eseguirli, sono puniti con la reclusione

fino ad un anno.

La norma dell’art. 2626 c.c. è la prima che il legislatore riserva alla tutela del capitale sociale ed è finalizzata

a punire gli amministratori che arbitrariamente, al di fuori dei casi di legittima riduzione del capitale previsti

dalla legge, restituiscono, anche in forme simulate, i conferimenti ai soci o liberino gli stessi dall’obbligo di

eseguire i conferimenti ai quali sono tenuti. In realtà la norma svolge una funzione di chiusura del sistema

posto a tutela del capitale sociale, in quanto vi sono altre norme incriminatrici che sono comunque finalizzate

ad evitare ipotesi mascherate di restituzione dei conferimenti. Trattandosi di norma a tutela del capitale sociale,

le società semplici restano estranee alla disciplina da essa prevista; analogamente, il delitto di cui all’art. 2626

c.c. non è applicabile ai consorzi, posto che in tali realtà non si parla di capitale sociale, bensì di fondo consor-

tile.

L’oggettività giuridica della norma va individuata nell’integrità del capitale in senso stretto: esula infatti dalla

tutela qualsiasi riferimento alle riserve. La tutela del capitale sociale è estesa, dal punto di vista temporale, sia

alla fase costitutiva sia alla fase del normale esercizio della società.

Si tratta di un reato proprio, che opportunamente vede come soggetti attivi soltanto gli amministratori, in

quanto garanti dell’integrità del capitale sociale. Vanno assimilati agli amministratori anche i componenti del

consiglio di gestione e i componenti del consiglio di amministrazione, nonché gli amministratori giudiziari e i

commissari governativi.

Per quanto concerne la responsabilità del socio che ha percepito i conferimenti indebitamente restituitigli, lo

stesso potrà essere punito quale concorrente eventuale nel reato commesso dall’amministratore, sempre che

nella condotta del socio percipiente vengano riscontrati gli elementi necessari del concorso di persone.

In forza dell’art. 25-ter, D.lgs. 231/2001, il delitto di indebita restituzione dei conferimenti rientra nel novero

di quei reati che possono dar luogo anche alla responsabilità amministrativa nei confronti delle persone giuri-

diche.

Il legislatore ha articolato il fatto punibile facendo riferimento a due condotte, che possono essere realizzate in

via alternativa: la prima consiste nel restituire, anche simulatamente, i conferimenti ai soci; la seconda consiste

nel liberare i soci dall’obbligo di eseguire i conferimenti. Si tratta di reati di danno a rilevanza implicita in

quanto la restituzione di un conferimento o la liberazione dall’obbligo di eseguirlo cagionano automaticamente

un danno al capitale sociale. Entrambe le predette condotte sono punibili se realizzate al di fuori dei casi di

legittima riduzione del capitale sociale, che costituisce il vero e proprio presupposto di tale reato. Si ritiene che

ci si riferisca al solo caso di riduzione del capitale per esuberanza, così come disciplinato dagli artt. 2306, 2445

e 2482 c.c. Entrambe le condotte sono tipiche anche se vengono realizzate simulatamente.

La condotta di restituzione dei conferimenti si realizza con la restituzione ai soci di un quid, bene o denaro,

che provoca la diminuzione del patrimonio della società che incide sul capitale sociale, depauperandolo. La

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e legislazione d'impresa (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesco.galafassi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof D'Alessandro Francesco.

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