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Diritto penale - Codice

Appunti di Codice di Diritto penale e processuale penale dell’Unione Europea. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: 1. L’evoluzione della cooperazione giudiziaria penale nei rapporti tra gli Stati parti della Comunità e dell’Unione, 2. L’attuale quadro istituzionale della cooperazione... Vedi di più

Esame di Diritto penale docente Prof. M. Colamussi

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Codice di diritto penale e processuale penale dell’unione europea

A) INTRODUZIONE GENERALE di Gabriella Carella

1. L’evoluzione della cooperazione giudiziaria penale nei rapporti tra gli Stati parti della

Comunità e dell’Unione

L’insieme di norme contenute nel codice in esame riguarda la materia della COOPERAZIONE

GIUDIZIARIA PENALE nell’ambito dell’Unione Europea.

Per cooperazione giudiziaria penale si intende “il complesso degli istituti che si risolvono in un aiuto dato da

uno Stato ad uno Stato straniero ai fini del compimento o del migliore svolgimento di determinate attività

inerenti alla funzione giurisdizionale di quest’ultimo”. Rientrano pertanto in quest’ambito l’assistenza

giudiziaria, l’estradizione, il trasferimento dei processi e il trasferimento dell’esecuzione delle sentenze.

Tale disciplina va a coordinare due prerogative fondamentali degli Stati: la sovranità territoriale dello Stato,

che non tollera l’esercizio di poteri coercitivi da parte di altri Stati all’interno del proprio ambito, e la

necessità di esercitare la funzione giurisdizionale da parte dello Stato richiedente. Ciò comporta che per

determinare la disciplina della cooperazione giudiziaria penale occorre o un’autolimitazione della sovranità

o un accordo internazionale tra gli Stati (l’uno richiedente e l’altro richiesto).

Col passare del tempo, inoltre, la semplice cooperazione giudiziaria si è trasformata in INTEGRAZIONE

delle competenze penali degli Stati membri (delineata nel Trattato di Lisbona). Occorre, quindi, analizzare

storicamente come questo passaggio è avvenuto.

In una prima fase (dalla costituzione della Comunità economica europea sino al Consiglio Europeo di

Bruxelles del 1987) la cooperazione penale tra gli Stati membri è identica alla cooperazione internazionale

generale e si forma tramite accordi multilaterali tra i vari Paesi, promossi dal Consiglio di Europa (esempio:

Convenzione europea di estradizione del 1957).

Nella seconda fase, che va dal 1987 al Trattato di Amsterdam del 1997, incomincia a sorgere l’idea di una

cooperazione penale internazionale SPECIALE tra gli Stati comunitari, speciale sia per i contenuti che per

gli obiettivi. Già nel 1977, il presidente del Consiglio Europeo Giscard d’Estaing aveva formulato l’idea di

uno “SPAZIO GIUDIZIARIO EUROPEO”, anche per garantire meglio il rispetto di uno dei principi cardini

comunitari, quello inerente la “libertà di circolazione”. Il progetto, in realtà, non ebbe successo, ma sulla

falsa riga di questo nacquero diverse convenzioni mirate proprio a garantire lo spazio giudiziario europeo di

cui parlava d’Estaing (esempio: Accordo sul trasferimento dei procedimenti penali del 1990). Con l’Accordo

di Schengen del 19 giugno 1990, inoltre, viene compiuto un ulteriore passo avanti: essa contempla la

cooperazione penale proprio come una misura compensativa della libera circolazione, proprio per evitare

che quest’ultima comporti, oltre che lo spostamento di liberi cittadini per motivi legittimi, anche lo

spostamento di criminali al fine di allargare i propri ambiti d’attività. Inoltre l’Accordo di Schengen introduce

nuovi istituti, quali l’applicazione del principio “ne bis in idem”.

Dall’Accordo di Schengen si arriva presto al Trattato di Maastricht del 1992: nel Trattato istitutivo

dell’Unione, infatti, viene inserita la creazione del TERZO PILASTRO, inerente proprio la Cooperazione nel

settore della Giustizia e degli Affari Interni (CGAI), strumento ideato appositamente per garantire una

cooperazione penali tra i vari Paesi membri. Tuttavia viene mantenuta, all’interno del Trattato, una

cooperazione intergovernativa, in cui il potere degli organi governativi degli Stati membri resta l’unico a

poter disciplinare la materia. Inoltre il mancato coinvolgimento delle istituzioni europee quali il Parlamento,

la Commissione e la Corte di Giustizia, fanno in modo che l’unico strumento utilizzabile resti quello delle

Convenzioni, pur sempre ispirato ad un metodo internazionalistico.

Col Trattato di Amsterdam inizia il la terza fase, che va dal Trattato di Amsterdam a quello di Lisbona, si

incomincia a delineare il passaggio dalla cooperazione all’integrazione, benché esso riguardi solo i FINI e

non ancora i MEZZI. Viene introdotto il concetto di SPAZIO DI LIBERTA’, SICUREZZA E GIUSTIZIA che

consente di risolvere i conflitti di giurisdizione e ravvicinare le legislazioni degli Stati membri, introducendo il

MUTUO RICONOSCIMENTO DELLE DECISIONI PENALI, che sostituisce la semplice armonizzazione tra

le norme penali dei vari Paesi: solo in tal modo si passa dal concetto di cooperazione a quello

d’integrazione, in quanto le decisioni dei vari giudici nazionali vengono considerate come se fossero

emanate all’interno di uno stesso ordinamento e l’integrazione non è vista più come una misura

compensativa della libertà di circolazione, ma come una misura funzionale ad essa, in quanto tesa a

garantire il rispetto dei diritti dei cittadini comunitari. Tuttavia a tale evoluzione non segue una perfetta

struttura d’integrazione (il problema dei mezzi di cui parlavamo sopra): benché venga migliorato il sistema

delle fonti e vengano conferiti poteri anche alle altre istituzioni, permane il ruolo centrale del Consiglio, in

1

cui prevale pur sempre il metodo intergovernativo, caratterizzato da decisioni unanimi e da atti normativi

privi di effetti diretti.

Con il Trattato di Lisbona potrebbe delinearsi la quarta fase, all’interno della quale l’eliminazione della

struttura a tre pilastri e la previsione secondo cui la materia dell’ex terzo pilastro debba essere

assoggettata al metodo comunitario, potrebbero avviare un vero e proprio SISTEMA D’INTEGRAZIONE

SPECIALE. Usiamo il condizionale nonostante l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ha conferito

anche poteri in tale materia al Parlamento, alla Commissione ed alla Corte, in quanto permane pur sempre

un ruolo fondamentale del Consiglio, il quale può porre il veto sugli atti delle altre istituzioni e conserva

ancora il potere di impulso sulla materia, il che potrebbe rendere vano lo sforzo fatto dallo stesso trattato.

2. L’attuale quadro istituzionale della cooperazione giudiziaria penale dell’Unione

Dopo esserci dedicati ad una ricostruzione storica degli eventi che hanno portato ad una sempre crescente

cooperazione penale, analizziamo adesso il quadro istituzionale delineatosi col tempo.

Primo aspetto da analizzare è quello dell’ATTRIBUZIONE DI COMPETENZE ad un settore/pilastro

autonomo dell’Unione Europea avvenuta con il TUE del 1992: la struttura a tempio greco ha previsto,

accanto al pilastro comunitario, anche i pilastri PESC e GAI, quest’ultimo inerente proprio la cooperazione

di polizia e giudiziaria in materia penale, insieme ad altre discipline quali quella dell’immigrazione e degli

asili, dei visti e della cooperazione giudiziaria civile. Queste ultime quattro, con il Trattato di Amsterdam,

sono state totalmente comunitarizzate e quindi escluse dal terzo per essere inglobate nel primo pilastro.

Nel terzo pilastro è rimasta la sola cooperazione penale.

Si è posto poi il problema della delimitazione dei confini di competenza tra Comunità ed Unione: una

stessa fattispecie, infatti, poteva rientrare nel campo di operatività sia comunitario, che del terzo pilastro,

creando uno scontro su chi dovesse applicare la disciplina ed in quale modo. Inizialmente si è optato per

una netta “separazione di competenze”, che ha creato non pochi problemi, sostituita in un secondo

momento, grazie all’operato della Corte ed alle sue decisione, da un regime del tutto diverso: la Corte ha

stabilito che la Comunità abbia competenza in materia penale solo e solamente quando si tratta di

sanzionare discipline comunitarie sostanziale, MENTRE l’Unione deve determinare il tipo e le modalità

della sanzione: vengono, quindi, del tutto distinte le incriminazioni dalle sanzioni, facendo in modo che la

Comunità sia competente in materia solo nel caso in cui venga violata una norma effettivamente

comunitaria.

Altro aspetto del quadro istituzionale è quello dell’INDIVIDUAZIONE DEGLI ORGANI COMPETENTI. La

creazione di un terzo pilastro, in realtà, mirava semplicemente a poter applicare una disciplina

intergovernativa servendosi di organi comunitari, escludendo da tale disciplina il Parlamento, che non

partecipava al procedimento legislativo né veniva consultato, la Commissione, privata del proprio potere

d’iniziativa, e la Corte, che non risultava competente all’interno della materia GAI. Il Trattato di Amsterdam

ha avvicinato il quadro strutturale del terzo pilastro a quello comunitario, seppur persistano caratteri

intergovernativi. Alla Commissione è stato attribuito un potere d’iniziativa, seppur condiviso con gli Stati

membri, mentre il Parlamento deve essere consultato nell’emanazione di convenzioni, di decisioni e di

decisioni-quadro, sebbene tale ruolo resti molto distante da quello previsto, tramite la procedura di

codecisione, all’interno del pilastro comunitario. Anche alla Corte di Giustizia è stato attribuito un certo

potere, ma anche in questo caso attenuato dal fatto che manchi la possibilità di un ricorso per infrazione,

essendo pertanto impossibile un ricorso contro l’inosservanza degli Stati membri di atti vincolanti

comunitari. Solo nel caso in cui vi sia una controversia tra Paesi membri o tra Stato e Commissione è

possibile questo tipo di accertamento. Il ricorso per annullamento, invece, sia che si tratti di quello

pregiudiziale che di quello principale, è stato esteso anche al terzo pilastro, ma con limitazioni inerenti i

soggetti abilitati a promuoverlo, essendo esclusi il Parlamento e persone fisiche e giuridiche. Il rinvio

pregiudiziale, inoltre, può essere effettuato dai giudici nazionali solo se lo Stato di appartenenza abbia

prestato un consenso apposito. Nonostante le limitazioni imposte alla Corte, la stessa è riuscita ad

estendere anche al terzo pilastro, principi cardini del pilastro comunitario, quali quello della leale

collaborazione tra i Paesi membri e quello dell’obbligo di interpretazione del diritto interno in base alle

direttive inattuate.

3. Le fonti della cooperazione giudiziaria penale

Per quanto concerne le fonti della cooperazione giudiziaria penale, all’interno del TUE del 1992 nel suo

testo originario, erano previste tre tipologie di fonti: le POSIZIONI COMUNI, le AZIONI COMUNI e le

CONVENZIONI. Mentre la prima e la terza tipologia sono state conservate anche nel Trattato di

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Amsterdam, in esso sono sparite le azioni comuni: esse prevedevano che, nella materie in questione, si

procedesse con una disciplina scaturita NON da singole azioni degli stati membri, ma da azioni collettive

(comuni). Questo strumento è risultato valido, nel periodo di vigenza del Trattato di Maastricht, per la

notevole flessibilità che presentava: era possibile, infatti, perseguire scopi non previsti dal Trattato,

essendo sufficiente un’ampia cooperazione comune tra i Paesi dell’UE. L’art.34 TUE è stato modificato,

come abbiamo detto, dal Trattato di Amsterdam che ha previsto come fonti le POSIZIONI COMUNI, le

DECISIONI, le DECISIONI-QUADRO e le CONVENZIONI. Esse possono essere utilizzate liberamente per

perseguire i vari obiettivi della cooperazione penale, salvo per quanto concerne le decisioni, le quali non

possono avere come scopo il ravvicinamento delle legislazioni. Il principio seguito in merito a tali fonti non è

quello della tipizzazione delle stesse, secondo cui ogni tipologia dovrebbe seguire un determinato scopo,

ma è quello dell’EFFICACIA E DELL’EFFETTIVITA’ DEL DIRITTO DELL’UNIONE, essendo quindi

possibile per il Consiglio scegliere, di volta in volta, quale sia l’atto più confacente al risultato perseguito. Se

per scegliere le fonti da utilizzare è stato, quindi, sancito il principio di efficacia, per individuare l’atto, grazie

all’operato della Corte, è necessario non prendere in considerazione il nomen iuris, bensì il contenuto e gli

effetti dell’atto in questione. E’ stato, inoltre, esteso dalla stessa Corte il principio della leale collaborazione,

secondo cui gli Stati membri devono attuare tutte le misure utili perché venga garantito il rispetto del diritto

comunitario.

Esaminiamo ora i vari atti.

Le POSIZIONI COMUNI costituiscono l’atto maggiormente intergovernativo in materia di cooperazione

giudiziaria penale: ad esse non partecipa né il Parlamento, né tanto meno sulle stesse ha competenza la

Corte. Tuttavia, figurando le posizioni comuni anche come atto in ambito PESC, esse sono state più volte

sfruttate come ATTI INTERPILASTRO, ossia contenenti disposizioni relative alla politica estera ed al

TITOLO VI TUE (cooperazione giudiziaria materia penale). In tal modo la Corte ha avuto l’occasione di

pronunciarsi anche su tali posizioni.

Le posizioni comuni, secondo quanto dispone l’art.34 TUE, devono DEFINIRE L’ORIENTAMENTO

DELL’UNIONE IN MERITO AD UNA SITUAZIONE SPECIFICA, mentre l’art.37 TUE prevede che esse

servano ad indicare agli Stati membri gli orientamenti da assumere all’interno di organizzazioni

internazionali cui prendono parte. La dottrina è divisa, invece, sul riconoscere alle posizioni comuni un

effetto vincolante, non vincolante o vincolante solo in talune occasioni.

Le CONVENZIONI era già previste all’interno del Trattato di Maastricht. A differenza delle decisioni e delle

decisioni-quadro, esse non sono produttive di effetti dopo la firma del Consiglio, il quale approva solo il

testo delle stesse, ma lo sono dopo la RATIFICA da parte dei Paesi membri. Un tempo era richiesta la

ratifica di tutti gli Stati, mentre in seguito, data la mancata entrata in vigore di diverse convenzioni a seguito

della mancata ratifica di pochi Stati membri, si è stabilito che esse entrassero in vigore con la ratifica di

ALMENO LA META’ dei Paesi UE. In caso di adesione di nuovi Stati membri, occorre la ratifica anche degli

stessi.

Le DECISIONI e le DECISIONI-QUADRO, invece, sono nuove fonti introdotte dal Trattato di Amsterdam.

Esse somigliano molto alle fonti in ambito comunitario, specie per ciò che riguarda le decisioni-quadro, le

quali, al pari delle direttive CE, vincolano gli Stati quanto al risultato da ottenere, lasciando ampio spazio

nella scelta dei mezzi e delle forme. Tuttavia è del tutto ESCLUSA l’EFFICACIA DIRETTA di tali decisioni, il

che comporta l’obbligatorietà di una normativa nazionale a riguardo per poter applicare la decisione

all’interno degli Stati membri, nonostante la Corte di Giustizia abbia esteso alle decisioni-quadro non

attuate l’obbligo per gli stessi Paesi di interpretare il diritto interno in maniera conforme alle stesse: è

esclusa, quindi, una interpretazione in malam partem o contra legem della decisione-quadro. La differenza

che esiste tra INTERPRETAZIONE CONFORME ed EFFICACIA DIRETTA è la seguente: la prima fa in

modo che venga attuata una NORMA INTERNA NAZIONALE in conformità alla decisione, mentre la

seconda fa in modo che venga attuata la stessa DECISIONE. E’ possibile, inoltre, che la decisione

inattuata dia spunto a norme generiche interne: in tal caso si parla d’interpretazione integrativa, ossia

senza quella particolare decisione-quadro non si sarebbe mai potuto attuare una norma generica interna.

In tal caso, quindi, abbiamo un’interpretazione data dall’unione tra la decisione ed un principio generale

nazionale. Ovviamente ciò vale solo per i casi in cui ad un soggetto venga riconosciuto un diritto e non per

il caso in cui ciò comporti una maggiore responsabilità dello stesso. 3

L’applicazione nell’ordinamento interno degli atti del Terzo Pilastro richiede sempre un intervento del

legislatore nazionale: ad esempio per le Convenzioni è richiesto un ORDINE DI ESECUZIONE, mentre

negli altri casi supplisce a ciò la LEGGE COMUNITARIA.

Gli atti del terzo pilastro, tuttavia, non godono dello stesso PRIMATO attribuito al diritto comunitario,

sebbene la Corte di Giustizia, prevedendo l’interpretazione conforme delle decisioni inattuate, abbia fatto

intendere che a ciò si potrebbe giungere.

Rispetto alla nostra Costituzione, il diritto scaturente dagli atti del terzo pilastro incontra il solo limite dei

principi fondamentali dell’ordinamento italiano e dei diritti inalienabili della persona umana, in quanto la

Corte Costituzionale italiana ha esteso la garanzia costituzionale al diritto comunitario privo di efficacia

diretta.

Il quadro delle fonti della cooperazione penale, tra l’altro, non si esaurisce con gli atti suddetti, essendo

possibile emanare anche delle DIRETTIVE comunitarie nel caso in cui esse pongano obblighi

d’incriminazione e di sanzione necessari a garantire il rispetto del diritto comunitario. Sono fonti, inoltre,

anche i principi fondamentali del diritto comunitario, primi fra tutti i diritti fondamentali previsti dalle

TRADIZIONI DEGLI STATI MEMBRI o quelli contenuti all’interno della Convenzione Europea dei Diritti

dell’Uomo del 1950.

4. Il coordinamento delle giurisdizioni penali

Sempre più spesso, dato il carattere transazionale dei reati penali scaturito dalla libera circolazione, si

verificano CONFLITTI POSITIVI DI GIURISDIZIONE, quando due giudici di diversi Stati membri si

ritengono competenti a giudicare su un reato, creando in tal modo un notevole conflitto che porta a non

garantire un giusto processo ed un’efficace diritto di difesa, o CONFLITTI NEGATIVI, quando invece due

giudici di diversi Stati membri ritengono che non ricada nella propria competenza giudicare un reato,

lasciando così impunito il soggetto che l’ha commesso. Il problema, inoltre, è aggravato sia dall’assenza di

un rispetto transazionale del principio del NE BIS IN IDEM, principio che prevede che non ci si possa

esprimere due volte per un medesimo reato, sia da un’applicazione internista di tale principio, ossia gli

Stati la applicano all’interno, ma non nei rapporti internazionali con gli altri Stati.

In un primo momento la cooperazione giudiziaria in materia penale si è concentrata per lo più per evitare

conflitti negativi ed eventuali impunità dei soggetti, consentendo agli Stati membri di applicare criteri di

extraterritorialità.

Unico contributo dato, almeno inizialmente, al problema dei conflitti positivi si è avuto con l’applicazione

transnazionale del principio del ne bis in idem, ma ciò non ha risolto comunque il problema. A tentare di

trovare una soluzione ci ha provato il Trattato di Amsterdam tramite l’introduzione dello Spazio di libertà,

sicurezza e giustizia, prevedendo all’art.31 una prevenzione dei conflitti di giurisdizione, individuando, in

base a determinati criteri, quale sia lo Stato competente ad intraprendere un’azione penale. In realtà

l’art.31, però, non ha risolto il problema della LITISPENDENZA, problema che si viene a creare quando più

Stati abbiano GIA’ intrapreso un’azione penale nei confronti di un medesimo soggetto per lo stesso reato.

In tali casi si ha un semplice INVITO AL COORDINAMENTO. Ciò è derivato dalla volontà degli Stati

membri di non rinunciare alla propria sovranità in materia penale, centralizzando l’esercizio della

giurisdizione penale.

5. Il ravvicinamento delle norme interne in ambito penale

La giurisprudenza della Corte di Giustizia ed il riconoscimento del primato del diritto comunitario sul diritto

degli Stati membri avevano già auspicato un ravvicinamento delle legislazioni degli Stati. Nel Trattato

costitutivo dell’Unione Europea del 1992 il ravvicinamento diventa oggetto di normativa europea:

inizialmente riguardava solo la tutela degli interessi finanziari, ma in seguito si comprende che bisogna

estendere il ravvicinamento anche a reati di un certo tipo (tratta di essere umani, razzismo, xenofobia,

sfruttamento sessuali dei bambini). Il Trattato di Amsterdam, in seguito, si occupa di fissare alcuni elementi

minimi per un ravvicinamento delle norme interne in ambito penale, fissando però solo gli elementi

costitutivi dei reati e delle sanzioni, ma evitando di preoccuparsi dell’armonizzazione delle norme

procedurali. Inoltre lo strumento specifico per il ravvicinamento, individuato nelle decisioni-quadro, lascia

ampio spazio di manovra agli Stati membri che introducono, nell’applicazione delle decisioni, diversità

notevoli, oppure tardano ad attuare la disciplina delle decisioni. Inoltre, dedicandosi agli elementi della

parte speciale del diritto penale (elementi costitutivi dei reati e delle sanzioni), il Trattato non fissa gli

elementi generali del diritto penale, inerenti le definizioni di reato, di reo, di pena, il che si ripercuote sulla

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parte speciale. Inoltre una dichiarazione allegata al Trattato prevede che NON ci sia l’obbligo di adozione di

pene minime, escludendo così, prendendo in considerazione un’interpretazione restrittiva, l’obbligatorietà di

introdurre ex novo un reato all’interno degli ordinamenti nazionali, qualora esso manchi nel diritto penale

dello Stato membro.

Per quanto riguarda gli ambiti del ravvicinamento, non sono stati compiuti grandi passi dalla normativa

europee. Per quanto concerne l’ARMONIZAZZIONE DELLE NORME PROCEDURALI, essa non è

contemplata all’interno del Trattato UE ed una sola decisione-quadro ha ravvicinato il concetto di posizione

della vittima nel procedimento penale.

Riguardo all’ARMONIZZAZIONE DELLE SANZIONI, ben poco è stato fatto, in quanto i sistemi sanzionatori

dei vari Stati presentano notevoli differenze inerenti la natura della sanzione (penale, amministrativa), il tipo

ed il contenuto della stessa (sanzione detentiva, pecuniaria, interdittiva), i criteri di individualizzazione della

pena (in base al grado di colpevolezza del loro autore, alle proprie capacità economiche, al comportamento

di questi successivamente alla condanna), le differenze relative alle forme di esecuzione della pena.

Quanto alla armonizzazione delle incriminazioni, essa ha la limitata funzione di porre norme minime, nel

senso che le disposizioni incriminatici dell’Unione non possono rendere meno severa una norma interna

che abbia un contenuto più ampio, mentre possono integrare una norma interna incriminando

comportamenti precedentemente da essa non previsti. È da escludere pertanto che dalla esecuzione di

norme dell’Unione possa derivare l’abrogazione di elementi costitutivi di una norma interna perché non

menzionati nella norma dell’Unione.

6. Il mutuo riconoscimento delle decisioni

Il PRINCIPIO DEL MUTUO RICONOSCIMENTO DELLE DECISIONI è stato introdotto nel 1999 per una

migliore attuazione dello Spazio di libertà, sicurezza e giustizia, data l’assenza del principio all’interno dei

Trattati di Maastricht, Amsterdam ed addirittura Nizza. Il Consiglio di Tampere del 1999 lo definì come la

PIETRA ANGOLARE DELLA COOPERAZIONE GIUDIZIARIA, sia civile che penale.

Il mutuo riconoscimento non fa altro che trasformare la semplice COOPERAZIONE in INTEGRAZIONE: per

molte decisioni, infatti, occorreva l’intervento degli esecutivi, oggi sostituito dal riconoscimento dell’operato

e delle decisioni che altri giudici nazionali hanno preso in altri Stati membri: se, per esempio, prima c’era

bisogno di un’estradizione fondata sulla richiesta tramite esecutivi, adesso il mandato d’arresto emesso in

un Paese membro viene riconosciuto anche dagli altri Paesi.

Sappiamo, inoltre, che una decisione penale può comportare tanto effetti positivi, quanto negativi. Il mutuo

riconoscimento vale solo per i primi, siano essi diretti o indiretti, nel senso che gli effetti positivi di una

decisione giudiziaria si ripercuotono anche in altri ordinamenti, come se si trattasse di un ordinamento

unico. Per quanto concerne, invece, gli effetti negativi vige pur sempre il principio del ne bis in idem.

Per quanto concerne l’oggetto, il principio del mutuo riconoscimento si può applicare a qualsiasi fase di un

procedimento, ivi incluso il mandato d’arresto per persone indagate.

Per quel che riguarda, invece, le autorità che emanano il provvedimento, esse possono essere anche

autorità amministrative, essendo riconosciuto, sempre più frequentemente, il loro potere di applicare

sanzioni sostanzialmente penali.

Il mutuo riconoscimento, inoltre, può essere funzionale sia a fini REPRESSIVI, come nei casi di mandato

d’arresto europeo, di mandato europeo di ricerca delle prove, di confisca, di sequestro probatorio, sia a fini

PROTETTIVI, ed è questo il caso di tutte quelle misure che mirano a reintegrare il reo consentendogli di

mantenere i legami linguistici, familiari e culturali.

Il principio del mutuo riconoscimento delle decisioni è molto spesso confuso con il principio, che porta lo

stesso nome, elaborato in ambito economico per facilitare la libera circolazione dei beni, ma in realtà non si

riscontrano l’esecuzione e l’efficacia della decisione indipendentemente da ogni controllo di essa, in quanto

la stessa deve essere oggetto di valutazione, sebbene facilitata. Tutto ciò avviene per un semplice motivo:

nella decisione presa all’interno di un diverso Stato membro, che deve essere riconosciuta in un altro Stato,

potrebbero essere stati violati alcuni diritti fondamentali dell’uomo.

7. Le innovazioni del Trattato di Lisbona

Il Trattato di Lisbona è stato firmato il 13 ottobre 2007, dopo il fallimento del Trattato costituzionale ed ha

introdotto notevoli modifiche, sia direttamente sul piano della cooperazione giudiziaria, sia su molti altri

fattori che indirettamente incidono sulla stessa (per esempio è stato affermato il primato del diritto

dell’Unione sul diritto degli Stati membri). La cooperazione penale, venendo meno la struttura a pilastri, è

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stata comunitarizzata, ossia sottoposta, sebbene con piccole differenze, alla medesima disciplina prevista

per le materie un tempo considerate come comunitarie.

E’ stato anzitutto potenziato il ruolo della Commissione, aumentandone il potere d’iniziativa, non più sullo

stesso piano dell’iniziativa degli Stati membri: adesso l’iniziativa dei Paesi deve provenire da almeno 1/4

degli stessi. L’adozione degli atti tramite la neonata PROCEDURA LEGISLATIVA (simile a quella di

codecisione) prevede che il Consiglio ed il Parlamento siano sullo stesso piano e che il Consiglio deliberi a

maggioranza, sebbene resti l’opportunità di ogni singolo Stato di porre il veto e l’opportunità di realizzare

una cooperazione rafforzata da parte di almeno 9 Stati.

Anche la Corte di Giustizia ha assunto, grazie al Trattato di Lisbona, un ruolo di rilievo. Essa è ora

competente per quanto riguarda l’intero settore della cooperazione giudiziaria in materia penale e pertanto

è ammesso anche il ricorso per infrazione per l’accertamento giurisdizionale delle inadempienze statali. Il

rinvio pregiudiziale, tra l’altro, non è più soggetto alla volontà degli Stati, ma opera automaticamente.

Anche per quanto riguarda gli atti adottabili in materia di cooperazione giudiziaria penale c’è un notevole

cambiamento: essi sono i medesimi previsti nel TCE, ossia DIRETTIVE, REGOLAMENTI E DECISIONI e

pertanto sono dotati, così come gli atti comunitari, di EFFICACIA DIRETTA, finora negata dalla Corte di

Giustizia a decisioni e decisioni-quadro. Tuttavia, se ciò è vero in senso teorico, non lo è totalmente in

senso pratico, in quanto è impossibile per una direttiva inattuata produrre direttamente effetti nel momento

in cui il suo contenuto è chiaro e completo. Infatti ciò può avvenire solo se si tratta di direttive di

ravvicinamento delle disposizioni procedurali a tutela dell’imputato o della vittima, ma non per quanto

riguarda le direttive che contengono un ravvicinamento delle incriminazioni e delle sanzioni, in quanto esse,

inasprendo le pene, comporterebbero effetti negativi per gli imputati, mentre la Corte ha stabilito che dalle

direttive possono scaturire SOLO obblighi per gli Stati, non per i soggetti comunitari.

Quanto agli obiettivi, sono espressamente previsti quello del mutuo riconoscimento, del coordinamento

delle giurisdizioni, sia per prevenire che per risolvere i conflitti, del rafforzamento, tramite coordinamento,

della cooperazione e dell’armonizzazione che è estesa anche alle norme procedurali. È stabilita altresì una

priorità di

obiettivi che vede il principio del mutuo riconoscimento posto in posizione di preminenza rispetto

all’armonizzazione. Invece l’armonizzazione è limitata a determinate materie (art. 83 TFUE) e, per quanto

attiene al ravvicinamento delle norme procedurali, è ammessa solo se funzionale allo sviluppo del

reciproco riconoscimento.

Con riguardo ai conflitti di giurisdizione, è stabilita la competenza dell’UE a disciplinarli, mediante atti

adottati dal Parlamento europeo e dal Consiglio secondo la procedura ordinaria, sia al fine di prevenirli, che

di risolverli; tuttavia, tuttora manca la previsione di un meccanismo per una soluzione centralizzata di tali

conflitti in quanto la competenza di Eurojust in materia è rinviata ad una normativa futura da adottarsi

all’unanimità dal Consiglio.

In realtà, quindi, il Trattato di Lisbona è riuscito solo e solamente a codificare quello che era già il diritto

derivato del Terzo Pilastro, mentre ha introdotto ben poche innovazioni (Procura europea e competenze di

Eurojust), rendendone tra l’altro difficile la realizzazione.

B) CORRUZIONE di Gabriella Carella

1) L’internazionalizzazione della lotta alla corruzione

La corruzione è oggi, molto più che in passato, un fenomeno transnazionale: l’apertura dei mercati, la libera

circolazione di persone e capitali, lo sviluppo di relazioni economiche internazionali hanno fatto in modo

che la corruzione si ponesse all’attenzione del legislatore comunitario come un problema non più solo dei

singoli Stati, ma dell’intera Unione Europea.

La mancanza di una previsione, all’interno dei singoli ordinamenti, della perseguibilità di condotte di

corruzione poste in essere all’estero ha fatto in modo che la cooperazione in materia penale fosse un

ostacolo difficile da superare. Gli atti comunitari hanno dettato gli elementi costitutivi generali del reato di

corruzione ed hanno ampliato l’ambito soggettivo di applicazione esteso a funzionari di altri ordinamenti.

Atti determinanti in tal senso sono stati:

Convenzione OCSE del 1997 sulla lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali nelle transazioni

 economiche internazionali; 6


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Sara F

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Appunti di Codice di Diritto penale e processuale penale dell’Unione Europea. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: 1. L’evoluzione della cooperazione giudiziaria penale nei rapporti tra gli Stati parti della Comunità e dell’Unione, 2. L’attuale quadro istituzionale della cooperazione giudiziaria penale dell’Unione, ecc.


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Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Colamussi Marilena.

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