Che materia stai cercando?

Riassunto esame Diritto, prof. Campus, libro consigliato Diritto penale per operatori sociali, Flora

Riassunto per l'esame di Istituzioni di diritto penale e legislazione minorile , basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Diritto penale per operatori sociali". Con analisi dei seguenti temi: la legge penale, il principio di legalità, riserva di legge, abrogazione leggi, il principio di territorialità, immunità,... Vedi di più

Esame di Istituzioni di diritto penale e legislazione minorile docente Prof. V. Campus

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

La concessione dell'estradizione, l'estensione dell'estradizione già concessa e la

Art. 699 c.p.p.: “

riestradizione sono sempre subordinate alla condizione espressa che, per un fatto anteriore alla consegna

diverso da quello per il quale l'estradizione è stata concessa o estesa ovvero da quello per il quale la

riestradizione è stata concessa, l'estradato non venga sottoposto a restrizione della libertà personale in

esecuzione di una pena o misura di sicurezza né assoggettato ad altra misura restrittiva della libertà

personale né consegnato ad altro Stato.

La disposizione del comma 1 non si applica quando l'estradato, avendone avuta la

possibilità, non ha lasciato il territorio dello Stato al quale è stato consegnato trascorsi quarantacinque

giorni dalla sua definitiva liberazione ovvero, avendolo lasciato, vi ha fatto volontariamente ritorno.

Il ministro può inoltre subordinare la concessione dell'estradizione ad altre condizioni che

ritiene opportune.

Il ministro verifica l'osservanza della condizione di specialità e delle altre condizioni

eventualmente apposte.”

Art 701 co 4 c.p.p.: “L'estradizione di un imputato o di un condannato all'estero non può essere concessa

senza la decisione favorevole della corte di appello.

Tuttavia, non si fa luogo al giudizio della corte di appello quando l'imputato o il

condannato all'estero acconsente all'estradizione richiesta. L'eventuale consenso deve essere espresso alla

presenza del difensore e di esso è fatta menzione nel verbale.

La decisione favorevole della corte di appello e il consenso della persona non rendono

obbligatoria l'estradizione.

La competenza a decidere appartiene, nell'ordine, alla corte di appello nel cui distretto

l'imputato o il condannato ha la residenza, la dimora o il domicilio nel momento in cui la domanda di

estradizione perviene al ministro di grazia e giustizia ovvero alla corte di appello che ha ordinato

l'arresto provvisorio previsto dall'articolo 715 o alla corte di appello il cui presidente ha provveduto alla

convalida dell'arresto previsto dall'articolo 716. Se la competenza non può essere determinata nei modi

così indicati, è competente la corte di appello di Roma ”.

Art 721 c.p.p. La persona estradata non può essere sottoposta a restrizione della libertà personale in

: “

esecuzione di una pena o misura di sicurezza né assoggettata ad altra misura restrittiva della libertà

personale per un fatto anteriore alla consegna diverso da quello per il quale l'estradizione è stata

concessa, salvo che vi sia l'espresso consenso dello Stato estero o che l'estradato, avendone avuta la

possibilità, non abbia lasciato il territorio dello Stato trascorsi quarantacinque giorni dalla sua definitiva

liberazione ovvero che, dopo averlo lasciato, vi abbia fatto volontariamente ritorno. ”

CAP II: L’ANALISI DEL REATO: CENNI INTRODUTTIVI

il reato come fatto illecito .

1.

Il reato è un fatto vietato dalla legge sotto minaccia dell’inflizione di una sanzione che si chiama pena.

Il reato è, dunque, un fatto illecito. Esso si distingue da tutti gli altri fatti illeciti perché la conseguenza è

l’inflizione di una sanzione più severa: la sanzione penale.

Questa può avere carattere pecuniario, ossia l’imposizione del pagamento di una somma di denaro, o

detentiva, consistente nella privazione della libertà personale.

Le sanzioni con cui sono puniti i reati possono dunque essere solo l’ammenda e l’arresto (per le

contravvenzioni) oppure la multa, la reclusione o l’ergastolo (per i delitti).

La sanzione penale ha la caratteristica di comportare una limitazione della libertà personale. Ciò appare

in modo evidente nella pena detentiva (ergastolo, reclusione, arresto), ma è vero anche per la pena

pecuniaria della multa e dell’ammenda. Infatti, se il condannato non può pagarla, la pena pecuniaria si

converte in una limitazione della libertà personale.

La “libertà controllata” comporta la sospensione della patente di guida e l’irrogazioni di prescrizioni quali

il divieto di allontanarsi dal comune di residenza.

Se il condannato non osserva le prescrizioni, la parte di libertà controllata non ancora eseguita si

converte in egual periodo di reclusione o arresto.

Dato che si va a toccare la libertà personale, la Costituzione detta alcuni principi che garantiscono i

diritti dell’uomo:

a) principio di riserva di legge (art 25 co 2 Cost.), in base al quale solo la legge statale può essere

fonte di diritto penale, stabilisce quali sono i fatti che costituiscono reato e quali sono le sanzioni

applicabili.

b) Principio di tassatività (art 25 co 2 Cost.), in base al quale la legge deve stabilire chiaramente qual

è il fatto vietato e costituisce reato solo il fatto previsto dalla legge come tale.

c) Principio di irretroattività (art 25 co 2 Cost.) in base al quale possono essere puniti solo i fatti

commessi dal momento della sua entrata in vigore e non quelli commessi anteriormente.

d) Principio di personalità della responsabilità penale (art 27 co 1 Cost.) in base al quale non si può

punire un soggetto solo per l’aver commesso il fatto , ma occorre punirlo anche per averlo voluto

compiere o per non averlo evitato pur potendo.

Elementi necessari (costitutivi) ed elementi accidentali (circostanze).

La legge deve indicare qual è il fatto che costituisce reato. Nel fare ciò deve limitarsi a descrivere i tratti

essenziali, i caratteri fondamentali che un accadimento della vita deve presentare perché sia meritevole

di pena.

Ad esempio, nel descrivere il reato di omicidio doloso (art 575 c.p.) la legge fa riferimento al fatto di

“chiunque cagiona la morte di un uomo”: ciò che è essenziale è che un oggetto tenga una condotta capace

di produrre come risultato la morte di un essere umano.

Accanto ad elementi la cui presenza è necessaria per l’esistenza del reato, la legge può prevederne altri

che non ne influenzano l’esistenza o meno, ma incidono solo sulla sua maggiore o minore gravità. Detti

aggravanti”,

elementi si chiamano “circostanze” (o “elementi accidentali”) e possono essere “ se

comportano un aggravamento della pena prevista per il reato, ad es: la premeditazione, oppure

“attenuanti” se comportano una diminuzione della pena, ad es: rilascio dell’ostaggio nel sequestro di

persona a scopo di estorsione.

Particolare rilievo assumono nella pratica giudiziaria le c.d. attenuanti comuni “generiche” (art 62 bis

c.p.) consistenti in qualunque circostanza, diversa da quelle indicate nell’art 62 c.p. , che il giudice può

considerare qualora la ritenga tale da giustificare una diminuzione di pena (ad es: lo stato di

incensuratezza e il buon comportamento processuale).

Elementi costitutivi del singolo reato e del reato in genere.

La legge indica, per ogni figura di reato, quali sono gli elementi essenziali.

sempre soggetto soggetto attivo

Il legislatore indica un autore dell’illecito che prende il nome di ed una

condotta cagionare

(il la morte nell’omicidio; l’offendere l’onore nell’ingiuria), accompagnato talvolta dal

presupposti

riferimento a della stessa o a cose che ne costituiscono per così dire l’oggetto e che

oggetto materiale

tecnicamente prendono il nome di della condotta.

Molto spesso risultato

indica anche un della condotta (es.: la morte di un uomo nell’omicidio) che

evento;

tecnicamente prende il nome di un rapporto di causa ed effetto tra questo evento e la condotta

rapporto di causalità; soggetto

che tecnicamente prende il nome di un cui fa capo l’interesse che la

soggetto

norma penale tenta di proteggere minacciando la pena che tecnicamente prende il nome di

passivo.

Riassumendo si può concludere che gli elementi costitutivi del reato di carattere generale sono: il

soggetto attivo, la condotta, i presupposti e l’oggetto materiale della stessa, l’evento, il rapporto di

causalità tra condotta ed evento ed il soggetto passivo. Non possono mai mancare il soggetto attivo e la

condotta.

Elementi costitutivi del reato in generale: elemento oggettivo ed elemento soggettivo.

Non può esservi reato se il soggetto non è rimproverabile per aver voluto il fatto, o quanto meno, per

non averlo evitato agendo con la necessaria prudenza o diligenza.

Leggendo le norme penali che descrivono i singoli reati, solo raramente troveremo l’indicazione

dell’atteggiamento psicologico che la legge richiede per la sua esistenza. Più precisamente troveremo

delitti, colpa preterintenzione.

riferimenti, unicamente per i alla o alla

Questo è spiegato perché esiste una regola generale, stabilita dall’art 42 c.p., che riguarda proprio

delitti

l’aspetto psicologico del soggetto attivo. In base ad essa tutti i sono punibili solo se commessi con

dolo, i casi espressamente previsti con colpa

salvo di delitti punibili anche se commessi o

preterintenzionalmente.

Quando ci si trova in presenza di un delitto e la norma non dice nulla circa l’atteggiamento della volontà

necessario per la sua esistenza, si deve intendere che è necessario il dolo.

indifferentemente punibili sia se commesse con dolo sia se commesse con colpa

Le contravvenzioni sono ,

almeno con colpa.

purché il soggetto attivo abbia agito

Il quadro degli elementi del reato (oggettivi) va integrato con gli elementi che attengono

all’atteggiamento psicologico dell’agente: dolo, colpa, preterintenzione. Questi ultimi consistono nella

descrizione di fatti psichici del soggetto attivo del reato e possono pertanto accomunarsi sotto la

elemento soggettivo del reato. l’elemento

denominazione di Tutti gli altri ricordati costituiscono

oggettivo del reato.

Quindi, il reato si compone di due requisiti essenziali: l’elemento oggettivo (soggetto attivo, condotta con

eventuali presupposti della stessa, evento, rapporto di causalità, soggetto passivo) e l’elemento soggettivo

(dolo, colpa, preterintenzione).

Van fatte due precisazioni ulteriori, una a proposito dell’elemento soggettivo, l’altra a proposito

dell’elemento oggettivo.

a. per la sussistenza del reato non basta il fatto materiale; occorre anche il legame soggettivo tra il

fatto e l’autore, in modo che la pena venga irrogata solo se è possibile muovere un rimprovero

all’autore per l’atteggiamento psicologico tenuto nei confronti del fatto. Quindi, ciò che legittima

l’irrogazione della pena è un atteggiamento o di disprezzo o di indifferenza verso il bene-

interesse protetto dalla norma. Affinché l’autore possa tenere questo atteggiamento deve rendersi

conto che la sua condotta in qualche modo compromette un bene-interesse degno di essere

protetto. L’elemento soggettivo del reato va integrato con il requisito della conoscenza o

conoscibilità della norma penale.

Vi sono situazioni in presenza delle quali il fatto, pur possedendo tutti i requisiti richiesti da una

b. norma incriminatrice, non è considerato dalla legge come reato; è un fatto lecito. (es. legittima

oggettivamente giustificato.

difesa, art. 52 c.p.): il codice lo considera un fatto Ciò vale per tutte

“scriminanti”)

le altre cause di giustificazione (dette anche previste dagli artt. 50 (consenso

dell’avente diritto), 51 (esercizio di diritto-adempimento di dovere), 53 (uso legittimo delle

armi), 54 (stato di necessità) c.p.

Quindi, perché esista oggettivamente reato occorre che esso sia compiuto in assenza di cause di

giustificazione.

Schema riassuntivo.

Articoli citati:

art. 25 Cost. : “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.

Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del

fato commesso.

Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.”

art. 27 Cost. : “La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono

tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.”

Art. 42 c.p. : (

responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva).

Nessuno può essere punito per una azione od omissione preveduta dalla legge come reato,

se non l’ha commessa con coscienza e volontà.

Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha

commesso con dolo, salvi i casi di delitto preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla

legge (art. 27 Cost.).

La legge determina i casi nei quali l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente come

conseguenza della sua azione od omissione.

Nelle contravvenzioni ognuno risponde della propria azione od omissione cosciente e

volontaria, sia essa dolosa o colposa.

Art. 50 c.p. : ( ).

consenso dell’avente diritto

Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può

validamente disporne (579; 5 c.c.).

Art. 51 c.p. : ( ).

esercizio di un diritto o adempimento di un dovere

L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da

un ordine legittimo della pubblica Autorità, esclude la punibilità.

Se un fatto costituente reato è commesso per ordine della Autorità, del reato risponde

sempre il pubblico ufficiale (357) che ha dato l’ordine.

Risponde del reato altresì chi ha eseguito l’ordine, salvo che, per errore di fatto (47,59³),

abbia ritenuto di obbedire a un ordine legittimo.

Non è punibile che esegue l’ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun

sindacato sulla legittimità dell’ordine (55).

Art. 52 c.p. : ( ).

difesa legittima

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di

difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la

difesa sia proporzionata all’offesa (55, 59; 2044 c.c.; 42 c.p.m.p.).

Nei casi previsti dall’articolo 614 primo e secondo comma, sussiste il rapporto di

proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei

luoghi ivi indicato usa un’arma legittima detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria

incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza o pericolo d’aggressione.(1)

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia

avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o

imprenditoriale.(1)

(1) comma aggiunto dall’art 1 della L 13 febbraio 2006, n 59.

Art. 53 c.p. : ( ).

uso legittimo delle armi

Ferme le disposizioni contenute nei due articoli precedenti, non è punibile il pubblico

ufficiale che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi

o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere una violenza o

di vincere una resistenza all’Autorità (158 T.U di P.S.) e comunque di impedire la consumazione dei

delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario,

rapina a mano armata e sequestro di persona.

La stessa disposizione si applica a qualsiasi persona che, legalmente richiesta dal pubblico

ufficiale, gli resti assistenza.

La legge determina gli altri casi, nei quali è autorizzato l’uso delle armi (585²) o di un altro

mezzo di coazione fisica (55;41 c.p.m.p.).

Art. 54 c.p. : ( ).

stato di necessità

Non è punibile che ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare

sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Pericolo da lui non volontariamente

causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo (384).

Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico ad esporsi al

pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica se lo stato di necessità è

determinato dall’altrui minaccia; ma, in tal caso, del fato commesso dalla persona minacciata risponde

chi l’ha costretta a commetterlo (55,59,111,611;2045 c.c.;44 c.p.m.p.).

Art. 62 c.p. : ( ).

circostanze attenuanti comuni

Attenuano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze attenuanti speciali

(63³), le circostanze seguenti:

1) l’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale;

2) l’aver reagito in stato d’ira, determinato da un fatto ingiusto altrui (599);

3) l’aver agito per suggestione di una folla in tumulto, quando non si tratta di riunioni o

assembramenti vietati dalla legge o dall’Autorità, e il colpevole non è delinquente o

contravventore abituale (102-104) o professionale (105), o delinquente per tendenza (108);

4) l’avere, nei delitti contro il patrimonio (624 ss.,1135 ss. C.n.), o che comunque offendono il

patrimonio, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di speciale tenuità,

ovvero, nei delitto determinati da motivi di lucro, l’avere agito per conseguire o l’avere

comunque conseguito un lucro di speciale tenuità, quando l’evento dannoso o pericoloso non sia

di speciale tenuità;

5) l’ essere concorso a determinare l’evento, insieme con l’azione o l’omissione del colpevole, il fatto

doloso della persona offesa;

6) l’avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno, mediante il risarcimento di esso, e,

quando sia possibile, mediante le restituzioni (185); o l’essersi, prima del giudizio e fuori del caso

preveduto nell’ultimo capoverso dell’art. 56, adoperato spontaneamente per elidere o attenuare

le conseguenze dannose o pericolose del reato.

art. 62 bis c.p. : ( ).

circostanze attenuanti generiche

Il giudice, indipendentemente dalle circostanze previste dall’art 62, può prendere in

considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della

pena. Esse sono considerate n ogni caso, ai fini dell’applicazione di questo capo, come una sola

circostanza, la quale può concorrere con una o più delle circostanze nel predetto articolo 62.

Ai fini dell’applicazione del primo comma non si tiene conto dei criteri di cui all’articolo

133, primo comma, numero 3, e secondo comma, nei casi previsti dall’articolo 99, quarto comma, in

relazione ai delitti previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale, nel caso

in cui siano puniti con la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni.

CAP III: L’ELEMENTO OGGETTIVO DEL REATO

Il soggetto attivo soggetto attivo

Nel nostro sistema attuale il è la persona umana (“persona fisica”) che la norma indica

quale possibile autore della condotta incriminata, cioè colui che realizza il fatto tipico descritto dalla

fattispecie. Al contrario di quanto accade in altri ordinamenti (vedi Inghilterra, Olanda e, con il codice

del 1994, in Francia) non è contemplata, se non per limitatissime ipotesi, la responsabilità penale diretta

delle persone giuridiche.

Il soggetto attivo è spesso indicato con termini diversi nelle varie fattispecie incriminatici.

“chiunque”

Il più delle volte egli viene indicato come (es. art. 575 c.p.).

In varie ipotesi il reato non è commissibile da “chiunque”, ma soltanto da particolari categorie di soggetti

indicati dalla stessa norma: la condotta descritta dalla fattispecie è penalmente rilevante soltanto se

compiuta da parte di un soggetto che rivesta la particolare qualifica soggettiva richiesta (es. “il pubblico

uff.le o l’incaricato di pubblico servizio” nell’art 323 c.p.; la “donna” nell’art 19 co. 2 e 4 L. 194/1978…).

reati comuni, reati propri,

Si deve distinguere tra commissibili da “chiunque”, e realizzabili solo dai

soggetti che rivestono la particolare qualificazione indicata dalla norma.

La condotta

il nostro ordinamento è improntato sul principio di materialità: ne consegue che, perché sia compiuto un

reato occorre che venga commesso un fatto materiale vietato da una norma penale.

Requisito essenziale, quindi, è la commissione di un fatto, cioè di un’azione o di un’omissione che siano

manifestate esteriormente.

Sotto il profilo naturalistico l’azione consiste in una serie di movimenti corporei compiuti dal soggetto

agente, mentre l’omissione consiste in un comportamento inattivo.

Sotto il profilo normativo, l’azione consiste nel fare ciò che è vietato (c.d. reato d’azione); l’omissione

consiste nel non compiere l’azione che la norma impone come doverosa; essa, cioè, consiste nel non fare

ciò che deve essere fatto (c.d. reato d’omissione).

Alcune norme penali descrivono in maniera particolareggiata la condotta vietata (es. art 640 c.p.); altre

invece non la descrivono affatto, limitandosi ad enunciare l’evento che non si vuole venga realizzato (es.

art. 575 c.p.). condotta vincolata condotta libera.

Si distinguono così i reati c.d. a da quelli a

Secondo l’art. 40 co. 2 c.p. “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a

cagionarlo”.

Ciò si verifica allorché un soggetto abbia, in virtù di una disposizione di legge o di un atto di autonomia

privata, un dovere giuridico di attivarsi affinché l’evento incriminato non si verifichi. (es. madre che ha

il dovere di allattare figlio- art 30 cost. e 147 c.c. -omette di allattarlo; da tale omissione deriva la morte

del piccolo).

reato omissivo improprio “commissivo mediante omissione” reato

Si parla di o in contrapposizione al

omissivo proprio la cui realizzazione consiste non già nell’aver impedito l’evento che si doveva impedire,

ma nel non aver tenuto il comportamento dovuto.

L’evento

Poiché una stessa condotta è suscettibile di causare un numero indefinito di effetti, va considerato solo

l’evento tipico, cioè quello richiesto dalla fattispecie per la sussistenza del reato o di una sua circostanza.

reati di mera condotta reati d’evento.

Si possono distinguere, quindi, i dai Nei primi la fattispecie non

contiene alcun riferimento ai possibili effetti che possono essere derivati dalla azione umana, ma il suo

verificarsi costituisce, di per se, oggetto di incriminazione da parte del legislatore. Nei secondi la

particolare modificazione del mondo esterno (e solo quella) prevista dalla norma è essenziale affinché si

possano considerare integrati tutti gli estremi della fattispecie.

Il rapporto di causalità rapporto di causalità.

Occorre che “condotta” ed “evento” siano collegati da un Il principio è contenuto

nell’art. 40 co. 1 c.p.

Quando la condotta umana può essere definita “causa” di esso?

Secondo il primo comma dell’art. 41 c.p. “il concorso di cause preesistente o simultanee o sopravvenute,

anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra

teoria della condizione

l’azione od omissione e l’evento”. Si colloca tale definizione all’interno della c.d.

necessaria condizionalistica).

(definita anche teoria

Affinché esista il rapporto di causalità basta che l’uomo abbia posto in essere uno degli antecedenti

indispensabili per il verificarsi dell’evento.

Per accertare tale nesso di condizionamento si ricorre ad un procedimento di eliminazione mentale che è

diverso a seconda che si tratti di causalità nei reati attivi, o di casualità nei reati omissivi.

In relazione ai reati attivi si immagini di eliminare dalla catena causale il fattore costituito dalla condotta

umana considerata: se si conclude che l’evento si sarebbe ugualmente verificato, la condotta non è

“condizione necessaria”; mentre lo è il caso contrario ( es. T prepara alla moglie un risotto con funghi velenosi;

la moglie senza avvertire alcun sintomo si sdraia per il consueto riposino pomeridiano; per una scossa di terremoto

non

il lampadario cade sulla testa della moglie. La condotta di T è condizione necessaria alla morte della moglie.

Viceversa, se la moglie si fosse sdraiata sul letto in seguito ai disturbi seguiti all’ingestione del risotto avvelenato, ed

).

ivi avesse trovato la morte nelle medesime circostanze, la condotta dovrebbe tenersi condizione dell’evento

In relazione ai reati omissivi, si procede nell’inserire idealmente nella catena causale la condotta

doverosa non tenuta chiedendosi se tale condotta avrebbe impedito l’evento: se la risposta è “si”

l’omissione è condizione dell’evento; in caso contrario non lo è.

Da ciò deriva che il concorso di casualità non viene escluso dal concorso di altre condizioni, di qualsiasi

genere, estranee all’agente, siano essi preesistenti (anomalie fisica che renda letale una ferita di per se

lieve), siano concomitanti o sopravvenute (come l’azione di una terza persona che getti liquido

infiammabile in un edificio a cui è stato appiccato un modesto incendio).

Nel tentativo di rimuovere il rigorismo della teoria condizionalistica, il legislatore ha inserito nell’art 41

c.p. il 2 co, per il quale “le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da

sole sufficienti a determinare l’evento. In tal caso, se l’azione od omissione precedentemente commessa

costituisce per sé un reato, si applica la pena stabilita”.

L’effetto di tale disposizione è di escludere l’esistenza del rapporto di causalità fra azione od omissione ed

sopravvenire di un avvenimento eccezionale

evento, quando quest’ultimo è dovuto al .

eccezionalità dell’evento?

Ma quando si può parlare di

Per stabilire se un determinato accadimento deve essere considerato come conseguenza di un

determinato antecedente, occorrerà fare riferimento sempre e soltanto alla migliore scienza ed

esperienza del momento storico (c.d. causalità scientifica)

Nondimeno, per determinare il grado di successione tra azione ed evento, è necessario adottare il criterio

della probabilità, da intendersi quale rilevante grado di possibilità.

Siccome un certo evento può dirsi causato da una determinata condotta umana solo in quanto era

prevedibile che quello si sarebbe verificato come probabile conseguenza di questa, occorre veder quali

siano i giudizi di prevedibilità e di probabilità sulla base dei quali si potrà determinare se un determinato

evento sia o meno eccezionale rispetto alla condotta; cioè se sia o no una sua conseguenza.

Per quanto riguarda la prevedibilità, essa è diretta conseguenza del grado di conoscenza umana del

momento storico nel quale deve essere effettuato il giudizio.

Per quanto riguarda la probabilità che un determinato evento consegua ad una certa condotta, occorre

considerare quale ne sia il grado di accadibilità.

Il criterio da adottare, quindi, è quello della probabilità, da intendersi sotto il profilo della

“verosimiglianza”, cioè come rilevante grado di possibilità.

In sintesi, dunque, un evento può essere ritenuto “causato” dalla condotta quando quest’ultima ne

costituisce un presupposto essenziale senza il quale l’evento non si sarebbe verificato (“condizione

necessaria”), e quando esso, secondo la migliore scienza ed esperienza del momento storico, era

prevedibile come verosimile conseguenza di essa (appariva, cioè, come un effetto “probabile”

dell’azione).

Secondo quanto esposto, da un lato si può affermare che non è neppure ipotizzabile un problema di

causalità tutte le volte che la condotta non è una condizione necessaria dell’evento; dall’altro lato che la

condotta non è causa dell’evento, anche se ne costituisce condizione necessaria, quando quest’ultimo non

era prevedibile come conseguenza verosimile di essa, cioè quando l’evento si pone come eccezionale

rispetto alla condotta.

Il caso fortuito e la forza maggiore

Da quanto si è detto, un soggetto non può essere considerato responsabile di un evento che si sia

verificato casualmente, in modo assolutamente imprevedibile.

Il principio è formulato nell’art. 45 c.p., il quale sancisce che “non è punibile che ha commesso il fatto

l’accadimento naturale non prevedibile, assolutamente eccezionale

per caso fortuito”. E’ caso fortuito e,

conseguenza, non verosimile o comunque inspiegabile.

di

Il caso fortuito provoca una deviazione di fattori causali che intervengono nel regolare sviluppo degli

effetti della condotta, modificando tale sviluppo in maniera del tutto imprevedibile ed inverosimile.

L’interruzione del nesso causale fra condotta ed evento dovuta all’ingresso di fattori eccezionale

sopravvenuti alla condotta umana che ne sia condizione necessaria trova fondamento nell’ art. 41 c.p.;

l’analoga interruzione, dovuta però all’intervento di fattori eccezionali concomitanti o preesistenti, trova

fondamento normativo nell’art. 45 c.p. (caso fortuito)

Il soggetto passivo

soggetto passivo persona offesa

E’ del reato (definito anche del reato) il titolare dell’interesse protetto

dalla norma incriminatrice, che risulta essere stata violata.

La persona danneggiata dal reato e la persona offesa da esso coincidono ma tale correlazione non è né

costante né necessaria.

Possono essere soggetto passivo sia le persone fisiche sia le persone giuridiche, nonchè la stessa

collettività.

La figura del soggetto passivo, nell’ordinamento penale, può assumere rilievo notevole qualificandosi,

elemento costitutivo,

talvolta, come e quindi essenziale, del fatto ( la corruzione di minore prevista dall’art

609-quinquies c.p. è commissibile solo contro una persona che non abbia ancora compiuto il quattordicesimo anno

elemento circostanziale

); ovvero come del fatto (

di età l’aver commesso un reato contro un ministro del culto

limite

.); altre volte quale

o un pubblico ufficiale è circostanza aggravante comune prevista nell’art 61 n 10 c.p

alla punibilità (

art. 649 c.p. il reato di natura patrimoniale commesso contro il coniuge non legalmente separato

); infine, quale parametro per radicare la titolarità del diritto di querela.

non è punibile

Articoli citati:

art. 30 cost. : “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal

matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.

La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale,

compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Art. 147 c.c. : – il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere,

doveri verso i figli

istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’ inclinazione naturale e delle aspirazioni

dei figli.

Art. 40 c.p. : ( ).

rapporto di causalità

Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento

dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od

omissione. Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

Arti 41 c.p. : ( ).

concorso in cause

Il concorso in cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti

dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione od omissione e

l’evento (62, n. 5, 110, 113).

Le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole

sufficienti a determinare l’evento. In tal caso, se l’azione od omissione precedentemente commessa

costituisce per se un reato, si applica la pena per questo stabilita.

Le disposizioni precedenti si applicano anche quando la causa preesistente o simultanea o

sopravvenuta consiste nel fatto illecito altrui.

Art. 45 c.p. : ( ).

caso fortuito o forza maggiore

Non è punibile che ha commesso il fatto per caso fortuito o forza maggiore.

Art 61 c.p. : )

(circostanze aggravanti comuni

Aggravano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti

speciali, le circostanze seguenti:

…..

10) l’aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di pubblico

servizio, o rivestite della qualità di ministro di culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero

contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa dell’adempimento delle

funzioni o del servizio.

Art. 570 c.p. : ( )

violazione degli obblighi di assistenza familiare

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta

contraria all’ordine o alle morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti la potestà

dei genitori, [alla tutela legale (1)], o alla qualità di coniuge (143 c.c.), è punito con la reclusione fino a

un anno o con la multa da 103 € a 1032 €.

Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge;

2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti (570; 75 c.c.) di età minore, ovvero inabili a

lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa (150-151

c.c.). Il delitto è punibile a querela della persona offesa (120; 336 c.p.p.) salvo i casi previsti dal

numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave

reato da un’altra disposizione di legge.

Art. 575 c.p. : ( ).

omicidio

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni

ventuno (276,295,301,306,576,577,579; 116 att. c.p.p.; 1150 c.n.).

Art. 580 c.p. : ( ).

istigazione o aiuto al suicidio

Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne

agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a

dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal

tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. (583).

Le pene sono aumentate (64) se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle

condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’art precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore

degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere (85), si applicano le

disposizioni relative all’omicidio (572,575 ss,586,589).

Art. 609 c.p. : ( ).

quinquies corruzione di minorenne

Chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici,

al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

(truffa).

Art. 640 c.p. : Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un

ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 51 €

a 1.032 €.

Art 649 c.p. : ( ).

non punibilità e querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti

Non è punibile che ha commesso alcuno dei fatti preveduti da questo titolo (624 ss.) in

danno:

1) del coniuge non legalmente separato (150 c.c.);

2) di un ascendente o discendente (540; 75 c.c.) o di un affine in linea retta (78 c.c.), ovvero

dall’adottante o dell’adottato (291 c.c.);

3) di un fratello o di una sorella che con lui convivono.

I fatti preveduto da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa (120; 336

c.p.p.), se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non

convivano con l’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado (78 c.c.) con

lui conviventi.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli artt. 628,629 e

630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

CAP IV: L’ELEMENTO SOGGETTIVO DEL REATO

La colpevolezza

Perché un soggetto possa essere punito, o perché si possa dire sussistente il reato, non è sufficiente che

egli lo abbia materialmente commesso, ma è altresì necessario che egli possa essere rimproverato o per

averlo voluto compiere o, almeno, per non averlo evitato, pur potendolo evitare con la dovuta diligenza

o prudenza.

Tale esigenza trova riscontro nell’art 27 Cost. , in base al quale “la responsabilità penale è personale”. Il

che significa non solo che vi deve essere identità tra il soggetto che realizza il fatto e il soggetto che ne

subisce la pena, ma anche che il soggetto abbia posto in essere il fatto accompagnandolo con un

atteggiamento mentale rimproverabile e quindi colpevole. Abbia agito cioè con “colpevolezza”.

Per colpevolezza si intende un atteggiamento antidoveroso della volontà che ha dato origine al fatto

costituente reato.

Esso presenta 2 aspetti:

1) consiste nell’atteggiamento verso la norma penale incriminata che può identificarsi nell’aver

agito nonostante la conoscenza della norma o nell’ignoranza della stessa.

2) Consiste nell’atteggiamento psicologico nei confronti del fatto realizzato e che si distingue in

dolo, preterintenzione e colpa.

Il codice fa riferimento, inoltre, ad una forma di responsabilità senza colpevolezza, la responsabilità

oggettiva, sancita nell’art. 42 co 3 c.p. e fondata sul mero nesso di causalità tra condotta ed evento.

Il dolo

Costituisce la prima e fondamentale forma della responsabilità penale. Tale concetto trova riscontro

anche a livello normativo nell’art. 42 co 2 c.p., secondo il quale “nessuno può essere punito per un fato

preveduto dalla legge come delitto, se non lo ha commesso con dolo, salvo i casi di delitto

preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla legge”

Per quanto riguarda la definizione di dolo, essa si ricava dall’art 43 co 1 c.p., secondo il quale “il delitto: è

doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso (…) è dall’agente preveduto e

voluto come conseguenza della propria azione od omissione”.

Da ciò si ricava che gli elementi strutturali del dolo sono due: la previsione e la volontà, che devono

avere ad oggetto la condotta, la sua capacità di causare l’evento e l’evento stesso quale conseguenza della

condotta.

Le forme del dolo. Si fanno diverse distinzioni:

dolo generico o specifico: si dice dolo generico quando la norma incriminatrice richiede che

1) oggetto della coscienza e volontà dell’agente siano tutti e solo gli elementi costitutivi del fatto

materiale, a nella rilevando i motivi per i quali il soggetto agisce o il fine che egli cerca di

raggiungere attraverso la realizzazione del reato. Invece, si dice specifico quando la norma

incriminatrice, oltre alla coscienza e volontà della condotta e dell’evento, richiede che il soggetto

attivo abbia posto in essere tale condotta per un fine particolare, fine che è visto come elemento

costitutivo della fattispecie legale e che sta oltre il fatto materiale previsto dalla norma.

Dolo d’impeto e dolo di proposito: il dolo è d’impeto quando la decisione criminosa è improvvisa

2) ed immediatamente eseguita, esplodendo nell’atto delittuoso; è di proposito quando tra la

risoluzione criminosa e l’atto esecutivo di essa intercorre un certo lasso di tempo.

Dolo diretto e dolo eventuale: si ha dolo diretto quando la volontà del soggetto attivo ha avuto

3) direttamente di mira l’evento tipico, è orientata proprio alla realizzazione di esso; è eventuale

quando la volontà non è rivolta direttamente verso l’evento, ma il soggetto attivo accetta

consapevolmente il rischio che tale evento si verifichi. In questo caso il soggetto agisce avendo

coscienza e volontà della condotta e, tuttavia, non desiste dalla medesima, né esclude

mentalmente che la possibilità dell’evento si verifichi.

La colpa

L’art 43 co 2 c.p. prosegue: “(il delitto)..è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se

preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia, ovvero

per inosservanza delle leggi, regolamenti, ordini o discipline”.

Questa disposizione va integrata con quella che disciplina l’errore sul fatto (art 47 c.p.), in base al quale

l’errore su uno degli elementi costitutivi esclude il dolo ma, quando l’errore sia colpevole, può lasciar

residuare una responsabilità a titolo di colpa. Ciò significa che l’assenza di cono scienza (di “previsione”)

caratterizzante la colpa può riguardare non solo l’evento ma anche uno qualsiasi degli elementi essenziali

del reato.

Si ricavano gli elementi costitutivi caratteristici della colpa: mancanza di volontà del fatto materiale

tipico, inosservanza di regole cautelari dirette a prevenire lesioni a beni protetti dalla legge.

La colpa è, quindi, caratterizzata da un profilo negativo (la non volontà di realizzare il fatto) e da un

profilo positivo (l’inosservanza di regole cautelari la cui osservanza ben si poteva pretendere dal

soggetto).

Sotto il primo profilo emerge la netta differenza tra dolo e colpa: là è necessaria la coscienza e volontà del

fatto tipico, qua è necessaria la “non volontà” di tale fatto.

Affinché si possa rispondere a titolo di colpa, occorre che la volontà del soggetto sia in piena antitesi con

l’evento, il che equivale a dire che il soggetto deve avere almeno rifiutato mentalmente la possibilità che

l’evento stesso, pur essendo stato previsto, si verifichi, o addirittura non deve averlo nemmeno previsto

come conseguenza possibile della propria azione od omissione.

Occorre, inoltre, che l’evento si sia verificato per l’inosservanza di regole cautelari, che la legge stessa

illustra: regole cautelari non scritte (diligenza, prudenza, perizia) e scritte (leggi, regolamenti, ordini,

discipline).

Le prime sono regole di esperienza che ciascuno è tenuto a rispettare per evitare danni involontari; le

seconde sono regole scritte, cioè cristallizzate in leggi, regolamenti, discipline, ordini.

Le regole cautelari ci dicono qual è il comportamento da tenere per evitare che una certa condotta

provochi offese involontarie a altrui interessi.

Le forme della colpa. Le principale figure di colpa sono:

colpa generica specifica:

o è generica quando consiste in negligenza, imprudenza o imperizia,

1) cioè in violazione delle regole cautelari generiche, nel senso di regole di convivenza che debbono

essere da tutti osservate; è specifica quando l’evento si verifica a causa dell’inosservanza di leggi,

regolamenti, ordini o discipline, cioè di regole cautelari specificamente dettate per la

prevenzione di specifici eventi lesivi. Nel caso in cui ci si trovi in una situazione di colpa

generica è necessario operare un giudizio di prevedibilità ed evitabilità dell’evento, in modo

conforme alla condotta che si assume doverosa. Il parametro sul quale si svolge tale valutazione è

quella dell’uomo giudizioso per quel particolare tipo di professione o attività.

incosciente, cosciente, con previsione:

Colpa è incosciente quando il soggetto attivo non si rende

2) conto di trasgredire la regola cautelare e di conseguenza, non prevede, né si figura come

possibile, che l’evento si verifichi a seguito della sua condotta. È il caso ordinario di colpa; è

cosciente quando il soggetto attivo trasgredisca consapevolmente la norma cautelare ( es:

automobilista che pur consapevole di superare il limite max di velocità, non si immagina di poter trovare,

è con previsione quando il soggetto attivo, pur

dietro una curva, un pedone che attraversa la strada);

avendo previsto la possibilità che l’evento si sarebbe potuto verificare a seguito della sua

condotta, tuttavia aveva il preciso convincimento che ciò non sarebbe accaduto ritenendo,

erroneamente, di poterlo evitare.

La colpa con previsione costituisce un’ipotesi aggravata di colpa: l’avere agito in un delitto colposo

nonostante si fosse previsto l’evento, è una circostanza aggravante, prevista dall’art. 61, n 3 c.p..

La preterintenzione

Art. 43 co 1 c.p. “ ( il delitto )... è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando all’azione od omissione

deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”.

Dunque, vi è la volontà di un evento minore, che ne rappresenta la base dolosa, e la “non volontà” di un

evento più grave, che è pur sempre conseguenza della condotta del soggetto attivo e ne costituisce, per

così dire, lo sviluppo offensivo (es. nell’omicidio preterintenzionale le percosse o lesioni “trasmodano”

nella morte).

Il problema centrale che si pone è di stabilire se questo evento ulteriore deve essere posto a carico del

soggetto attivo sulla sola base del rapporto di causalità (responsabilità oggettiva), oppure se anche esso

debba essere caratterizzato da un profilo di colpevolezza.

La dottrina prevalente ritiene che l’evento più grave vada attribuito al soggetto attivo a titolo di colpa:

esso, quindi, pur non voluto, doveva essere da lui prevedibile.

La struttura della predeterminazione, in base a ciò, consiste in una forma mista di dolo e colpa: dolo per

l’evento meno grave, colpa per l’evento più grave.

I delitti aggravati dall’evento

Una categoria che presenta analogie con quella del delitto preterintenzionale è rappresentata dai quei

delitti aggravati dall’evento

c.d. nei quali l’evento aggravatore non deve essere voluto.

Alcuni es.: delitti aggravati dall’evento dell’art. 571 c.p. (abuso di mezzi di correzione o disciplina), e

l’art. 572 c.p. (maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli) seguiti da lesione o morte della persona

offesa.

Si nota come l’analogia strutturale dei fatti materiali descritti con i delitti preterintenzionali è innegabile:

c’è il dolo per il reato meno grave, dal quale si deriva, sulla base di un rapporto di causalità, l’evento più

grave che si presenta come una sorta di sviluppo offensivo dello stesso.

Poiché si possa ritenere che detti reati aggravati dall’evento costituiscano forme di preterintenzione,

occorre considerarli come reati autonomi e non come mere forme circostanziate del reato doloso base.

L’errore nel momento formativo della volontà

L’errore può essere definito come la coscienza inesatta di un oggetto del mondo esterno: tale oggetto non

è conosciuto come realmente.

L’errore può riguardare momenti diversi della realizzazione del reato. formazione della

Importante e necessario è tracciare una distinzione preliminare tra: l’errore nella

volontà, nei mezzi di esecuzione

cioè nel momento ideativi del fatto; e l’errore del reato, cioè nel

momento in cui la volontà si traduce in atto.

Quando l’errore interviene nel momento formativo della volontà, quest’ultima nasce viziata da una falsa

rappresentazione della realtà. La falsa rappresentazione stimola la sfera affettiva ed opera quale motivo

della decisione volontaria. Se il soggetto non fosse incorso nell’errore, l’esatta rappresentazione avrebbe

inibito il comportamento costituente il reato.

l’ignoranza,

Affine all’errore è che consiste in una mancata rappresentazione che, se fosse esistita,

avrebbe inibito il comportamento costituente reato.

L’errore, o ignoranza, può avere ad oggetto il fatto materiale costitutivo del reato, ovvero la norma

incriminatrice o il suo significato.

Nel primo caso si parla di errore sul fatto; nel secondo di errore sul precetto.

A) l’errore (o ignoranza) sul fatto può essere determinato o da un errore in senso percettivo o da

errore su legge diversa da quella incriminatrice che ha falsato l’esatta rappresentazione del fatto

materiale.

Esso dunque esclude il dolo quando riguarda un elemento essenziale della fattispecie incriminatrice. Il

dolo esiste infatti quando tutti gli elementi del fatto vietato sono conosciuti e voluti.

B) l’errore sul precetto può derivare o da errore in senso percettivo (erronea lettura sulla G.U. di

una norma incriminatrice che mi fa ritenere lecita una condotta invece penalmente vietata), o da

errore che investe direttamente l’esistenza o l’interpretazione della fattispecie incriminatrice.

Questo tipo di errore ha una rilevanza scusante molto limitata.

Originariamente tale rilevanza era addirittura esclusa, in quanto per l’art. 5 c.p. ‹‹nessuno (poteva)

invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale››. La Corte Costituzionale è intervenuta

mitigandone la severità e sancendo la scusabilità dell’ignoranza della legge penale, quando tale ignoranza

è inevitabile, a comunque incolpevole (sentenza C. Cost. n 364 del 1988).

Se l’errore (o ignoranza) su fatti storici essenziali per la fattispecie incriminatrice deriva da colpa, e la

legge prevede il fatto come fatto colposo, si risponde a questo titolo (art. 47 co 1 c.p.).

Ai sensi dell’art 47 co 2 c.p. l’errore sul fatto non esclude la responsabilità per un reato diverso.

Occorre segnalare che nei delitti contro la libertà personale previsti dagli artt. 609-bis, ter, quater,

quinquies e octies, c.p. (norme contro la violenza sessuale) l’errore ( o ignoranza) sull’età della persona

offesa, quando questa è inferiore ai 14 anni, non ha alcuna rilevanza: nonostante l’errore ( o l’ignoranza)

sull’età, chi compie atti sessuali col minore di anni 14, oppure in presenza dello stesso al fine di farlo

assistere, risponde rispettivamente di violenza sessuale o corruzione di minorenne, senza poter mai

dimostrare di aver ignorato l’età della persona offesa. Questa deroga alle regole generali in tema di errore

sul fatto si giustifica in base a quella esigenza di protezione nei riguardi del minore, che trova il suo

fondamento nell’ art. 30 Cost., ma che sicuramente può suscitare qualche perplessità per la violazione del

principio di personalità della responsabilità penale (art. 27 Cost.).

L’errore nei mezzi di esecuzione del reato.

Il nostro codice prevede due ipotesi di errore nei mezzi di esecuzione: reato commesso verso persona

diversa da quella che si voleva offendere; reato diverso da quello che si voleva compiere.

A) colui che agisce realizza l’offesa voluta, ma per errore la procura non al soggetto che voleva

colpire, bensì ad una persona diversa. In base all’art. 82 co 1 c.p., il colpevole risponde comunque del

reato che ha voluto e realizzato, a nulla rilevando che la vittima effettiva sia diversa da quella designata.

Tale disciplina sarebbe pienamente conforme alle regole generali del dolo, per le quali esso è coscienza e

volontà di realizzare tutti gli elementi essenziali del fatto, e quando l’ “identità” del soggetto passivo non

è essenziale per la sussistenza di un determinato reato il suddetto errore non fa venir meno il dolo perché

che agisce ha pur sempre coscienza e volontà di realizzare un fatto che ha tutti i requisiti essenziali

previsti dalla legge per la sua esistenza.

Se poi, oltre alla persona diversa, sia offesa anche quella contro cui la condotta era diretta, il colpevole

soggiace alla pena stabilita per il reato più grave, aumentata fino alla metà.

B) colui che agisce, per un errore, cagiona un fatto diverso da quello voluto. Le conseguenze sono

molto lineari ( art. 83 co 1 c.p.): dell’evento non voluto il soggetto risponde a titolo di colpa,

qualora il fatto sia preveduto dalla legge come delitto anche colposo.

Il danneggiamento è punito soltanto se compiuto con dolo (art. 635 c.p.).

Tuttavia, in base al co 2 art. 83 c.p. il colpevole risponde anche del fatto voluto, quando questo si

sia verificato in aggiunta al fatto non voluto (Tizio riesce anche ad uccidere Caio); e perfino

quando il reato voluto non si sia compiuto interamente, ma si sia verificato un tentativo punibile

( Tizio ha mancato Caio, che voleva uccidere, e quindi risponde di omicidio tentato).

Articoli citati:

(elemento psicologico del reato).

art. 43 c.p.: Il delitto:

è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato

dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e

voluto come conseguenza della propria azione od omissione;

è preterintenzionale, o oltre la intenzione, quando dall’azione od omissione deriva un evento

dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente (584):

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto

dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi,

regolamenti, ordini o discipline (259, 326², 335,350,355³,387,391²449,450,451,500²,527²,589,590).

La distinzione tra reato doloso e reato colposo, stabilita da questo articolo per i delitti, si

applica altresì alle contravvenzioni, ogni qualvolta per queste la legge penale faccia dipendere da tale

distinzione un qualsiasi effetto giuridico (99 n. 1, 101, 104, 133 n. 3).

(errore di fatto).

Art. 47 c.p.: L’errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno, se si

tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa quando il fatto è preveduto dalla legge

come delitto colposo (43).

L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato

diverso. L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagionato

un errore sul fatto che costituisce il reato (5, 48, 49, 59, 60, 82).

(circostanze aggravanti comuni).

Art. 61 c.p.: Aggravano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti

speciali, le circostanze seguenti:

1) l’avere agito per motivi abbietti o futili;

2) l’aver commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o

assicurare a se o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro

reato (170³);

3) l’avere, nei delitti colposi (43), agito nonostante la previsione dell’evento;

4) l’avere adoperato sevizie, o l’aver agito con crudeltà verso le persone;

5) l’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la

pubblica o privata difesa;

6) l’avere il colpevole commesso il reato durante il tempo, in cui si è sottratto

volontariamente alla esecuzione di un mandato o di un ordine di arresto o di cattura o di

carcerazione, spedito per un precedente reato (576², 296 c.p.p.);

7) l’avere, nei delitti contro il patrimonio (624 ss; 1135 ss. c.n.), o che comunque offendano

il patrimonio, ovvero nei delitti determinati da motivi di lucro, cagionato alla persona offesa

dal reato un danno patrimoniale di rilevante gravità;

8) l’avere aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso;

9) l’avere commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti ad

una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto;

10) l’avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale (357) o una persona incaricata di

un pubblico servizio (358), o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un

culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente diplomatico o consolare di uno stato

estero, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio;

11) l’avere commesso il fato con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con

abuso di relazioni d’ufficio, di prestazione di opera, di coabitazione, o di ospitalità.

(offesa di persona diversa da quella alla quale l’offesa era diretta

Art. 82 c.p.: )

Quando, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra

causa, è cagionata offesa a persona diversa da quella alla quale l’offesa era diretta, il

colpevole risponde come se avesse commesso il reato in danno della persona che voleva

offendere, salve, per quanto riguarda le circostanze aggravanti e attenuanti, le disposizioni

dell’articolo 60.

Qualora, oltre alla persona diversa, sia offesa anche quella alla quale l’offesa era

diretta, il colpevole soggiace alla pena stabilita per il reato più grave, aumentata fino alla

metà.

CAP V: LE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE.

Nozioni generali

Le cause di giustificazione (dette anche “scriminanti”) sono situazioni in presenza delle quali un fatto,

pur possedendo tutti i requisiti richiesti da una norma incriminatrice, non è considerato dalla legge come

reato: è un fatto lecito.

Es: una persona previene l’aggressione alla propria vita uccidendo l’aggressore.

Colui, che si difende uccidendo, ha “volontariamente cagionato la morte di un uomo” (art. 575 c.p.); ma

in base alla norma che prevede la legittima difesa (art. 52 c.p.) non è punibile perché il fatto è

oggettivamente giustificato: il fatto è lecito per l’intero ordinamento giuridico (penale, civile,

amministrativo).

Sono denominate “comuni” le cause di giustificazione che sono previste nella parte generale del codice

penale per tutti i reati. Esse sono:

il consenso dell’avente diritto (art 50);

1) l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere (art. 51);

2) la legittima difesa (art. 52);

3) l’uso legittimo delle armi (art 53);

4) lo stato di necessità (art. 54).

5)

Sono denominate “speciali” le cause di giustificazione che sono previste soltanto per determinati reati; ad

esempio la reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale (art. 4 D. lg. lgt. 14 settembre 1944 n. 288).

Il fondamento sostanziale delle cause di giustificazione deve essere individuato nel criterio del

bilanciamento degli interessi.

Infatti, no è più tutelato il bene della vita dell’aggressore poiché l’ordinamento deve tutelare quello

dell’aggredito; o meglio, deve consentire che l’aggredito possa difendersi da se.

Secondo la tradizionale dottrina italiana, dal punto di vista della tecnica normativa, le cause di

elementi negativi

giustificazione costituiscono gli della fattispecie incriminatrice ; e cioè, esse devono

mancare perché il reato esista.

Secondo altra tesi, le scriminanti farebbero venire meno l’antigiuridicità, vista come ulteriore elemento

accanto al fatto materiale ed alla colpevolezza.

oggettivamente,

Le cause di giustificazione operano e cioè per il solo fatto della loro materiale esistenza,

anche se non sono conosciute dall’autore del reato (art 59 co 1 c.p.).

erroneamente supposte,

Inoltre, anche se operano nonostante che i loro requisiti essenziali non siano

esistiti nella realtà storica, ma siano stati ritenuti esistenti dall’autore del reato (art. 59 co 4 c.p.). la legge

esclude il reato perché il soggetto è convinto di agire in una situazione giustificante e, quindi, il fatto non

gli può essere attribuito a titolo doloso. Tuttavia, se l’erronea supposizione della causa di giustificazione è

dovuta a colpa, il soggetto è punito a tale titolo quando (e soltanto quando) il fatto è previsto dalla legge

come colposo.

La legge prevede anche una diversa situazione, che è l’eccesso nelle cause di giustificazione. In tal caso la

scriminante esiste nella realtà (e non soltanto nella mente del soggetto); tuttavia, questi oltrepassa i limiti

che sono stabiliti dalla legge. L’eccesso è doloso, colposo od incolpevole a seconda che il soggetto ecceda i

limiti stabiliti dalla legge rispettivamente con consapevole volontà oppure per colpa o senza colpa alcuna.

L’eccesso doloso da luogo a responsabilità per il reato commesso. L’eccesso colposo da luogo a

responsabilità colposa, se il fatto è preveduto come reato colposo (art 55 c.p.). se non vi è colpa

nell’eccedere i limiti stabiliti dalla legge, l’eccesso non è punibile.

La legittima difesa

Agisce in condizione di legittima difesa che commette il fatto “per esservi stato costretto dalla necessità

di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la

difesa sia proporzionata all’offesa” (art. 52 c.p.).

Aggressione ingiusta.

A) Oggetto dell’aggressione può essere un qualsiasi diritto o facoltà, propria od

altrui. Il diritto altrui può appartenere a persone fisiche o giuridiche. “Diritto” è ogni interesse

giuridicamente (e non solo penalmente) protetto.

ingiusta,

L’aggressione deve essere e cioè obbiettivamente contraria ad un precetto dell’ordinamento

giuridico rivolto all’autore dell’aggressione stessa; o comunque ingiustificata, cioè arrecata al di fuori di

qualsiasi norma che la imponga o la autorizzi. Anche l’aggressione commessa da soggetto non imputabile

(minorenne o infermo di mente) è ingiusta.

Anche se provocata l’aggressione rimane ingiusta. È ingiusta altresì la reazione difensiva eccessiva.

pericolo attuale.

L’aggressione deve aver creato un pericolo per il diritto preso di mira e tale deve essere

Viceversa, il pericolo futuro non legittima ancora la difesa. Esso legittima soltanto a preparare la difesa.

L’attualità del pericolo deve essere valutata secondo il criterio di una persona ragionevole tenendo conto

delle circostanze del caso e della situazione generale del momento. Attuale è pertanto sia il pericolo

incombente, scaturente da una situazione che, se non è interrotta, sfocerebbe nella lesione del diritto, sia

perdurante

il pericolo che si ha quando la lesione è in corso e possono esserne evitati gli ulteriori

sviluppi, oppure non si è ancora consolidata, non essendosi ancora passati dal pericolo al danno effettivo.

Il pericolo passato non legittima la difesa. Il pericolo è passato nel caso in cui l’attuazione dell’offesa sia

ormai esclusa, oppure l’offesa sia stata interamente attuata.

Reazione legittima.

B) La reazione per essere legittima, deve innanzitutto cadere sull’aggressore. Essa

necessaria

deve essere, altresì, per salvare il diritto minacciato. È necessaria quando chi si difende ha

soltanto la possibilità di scelta fra il subire (o lasciare subire) l’offesa senza reagire, e il mettere in atto la

reazione difensiva. La possibilità di evitare l’offesa con la fuga esclude di regola la necessità; non la

esclude se la fuga pregiudica l’offeso moralmente o materialmente. Il pericolo contro il quale ci si difende

inevitabile altrimenti:

deve essere il soggetto che si difende non può evitare il pericolo se non attraverso

quel fatto offensivo e non con un’offesa meno grave.

proporzionata

La “difesa” deve essere alla “offesa”. La proporzione deve sussistere tra il bene messo in

pericolo dall’aggressione ingiusta (offesa) ed il bene colpito dalla reazione difensiva (difesa). Nel giudizio

sulla proporzione si deve, però, tenere conto che la reazione difensiva, per quanto leda o metta in

positivo valore sociale,

pericolo un bene, presenta un o quanto meno, non presenta un valore così

negativo come quello dell’aggressione.

La difesa può essere necessaria; ma se sussiste sproporzione tra il bene aggredito e il bene offeso mediante

la reazione, la difesa stessa non è più legittima.

l’unico mezzo difensivo

Questa regola vale anche nel caso in cui disponibile da parte dell’aggredito sia

tale da offendere un bene di gran lunga superiore.

beni di terzi

La reazione difensiva necessaria può cadere su quando l’aggressore si è servito di questi per

mettere in pericolo il diritto altrui.

Lo stato di necessità

Agisce in stato di necessità chi commette il fatto per esservi “costretto dalla necessità di salvare sé od altri

dal pericolo attuale di un danno grave alla persona,pericolo da lui non volontariamente causato né

altrimenti evitabile,sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo” (art. 54, co 1 c.p.).

danno grave alla persona persona

Oggetto del pericolo deve essere un propria o di altri. Il danno alla

comprende ogni pregiudizio fisico,psichico,o morale(vita,integrità fisica,libertà individuale,onore,libertà

sessuale). grave.

Il danno deve essere La gravità del danno deve essere valutata con il criterio oggettivo dell’uomo

socialmente adattato,con riguardo,però,al titolare del bene protetto.

Il danno può minacciare lo stesso soggetto che reagisce od un terzo che necessita di soccorso.

ingiusto uomo.

Il danno deve essere se proviene da un altro Il danno può peraltro derivare anche da un

fatto della natura e in questo caso,non si richiede che sia ingiusto.

pericolo attuale. non causata volontariamente

Il deve essere La situazione di pericolo deve essere stata da

chi deve salvarsi. Il pericolo è volontariamente causato quando l’agente ha voluto realizzare la situazione

pericolosa,ovvero ha voluto porre in essere la causa del pericolo prevedendo l’insorgere di questo,sia

accettando tale eventualità sia sperando che essa non si verificasse.

Il pericolo non è volontariamente causato quando interviene nell’esercizio di attività riconosciute dalla

legge o dal costume.

La scriminante dello stato di necessità non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al

pericolo(art. 54 co. 2 c.p.). il dovere di esporsi al pericolo può derivare dalla legge o da contratto.

necessario

Il fatto deve essere per salvarsi dal pericolo. Il fatto non è necessario quando il pericolo poteva

essere evitato altrimenti.

proporzionata

L’offesa deve essere al pericolo. Poiché l’offesa si rivolge contro un terzo

innocente,occorre che il male causato a sé o altri non sia più grave di quello temuto.

L’offesa può essere rivolta contro la stessa persona che si salva,ma,in questo caso,deve essere minore di

quella temuta. dall’altrui minaccia.

Lo stato di necessità può essere determinato In tal caso,del fatto commesso dalla

persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo (art. 54 co. 3 c.p.). si ha “minaccia” quando

un soggetto prospetta un male futuro,il cui avverarsi dipende dalla sua volontà,se la vittima non esegue la

condotta imposta. Il minacciato deve scegliere fra il pericolo di subire il male prospettatogli e l’attuare il

comportamento da lui non voluto. Perché operi quale stato di necessità, la minaccia deve essere diretta a

far commettere il fatto necessitato.

Il fatto commesso in stato di necessità, pur essendo penalmente giustificato, comporta tuttavia, sotto il

profilo civilistico, l’obbligo a carico dell’aggressore di dare alla persona danneggiata una “indennità,la cui

misura è rimessa all’ equo apprezzamento del giudice” (art. 2045 c.c.).

Il terzo, contro il quale si rivolge il fatto commesso in stato di necessità, può a sua volta venirsi a trovare

stato legittima difesa.

in di

Il consenso dell’avente diritto

“non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente

disporne” (art. 50 c.p.). il c.p. riconosce l’efficacia scriminante del consenso che abbia le seguenti

caratteristiche: specifica offesa

riguardi la prevista dalla norma incriminatrice: consente all’offesa colui che vuole

a) l’offesa stessa. Pertanto il consenso deve avere come oggetto la lesione o la messa in pericolo di

un diritto e,quindi,la sua offesa, con le modalità che la norma incriminatrice stabilisce come

essenziali per l’esistenza del reato commesso. Non è sufficiente il consenso a un fare o a un non

fatti naturali,senza la consapevolezza dell’offesa

fare,quali che essi portano con se o provocano.

specifica

L’offesa alla quale si consente deve essere quella prevista dalla norma incriminatrice. Il

consenso ad un offesa non si estende alle offese analoghe.

diritto disponibile:

Abbia ad oggetto un perché sussista la scriminante, occorre che sia disponibile

b) diritti patrimoniali; indisponibili

il diritto all’offesa del quale si consente. Sono disponibili i sono

parzialmente disponibili

i diritti della collettività, ed alcuno beni personalissimi (la vita); sono

l’integrità fisica, la libertà personale. Con la precisazione, tuttavia, che il consenso non può

comunque avere ad oggetto un atto che lede la dignità della persona umana. I diritti relativi

all’integrità fisica sono disponibili fin quando la loro offesa non cagioni una diminuzione

permanente della integrità fisica stessa (art. 5 c.c. ). La natura di “diminuzione permanente” va

valutata in base al progredire della scienza medica (si può consentire al prelievo di sangue o di

lembi di pelle). Una “diminuzione permanente” della integrità fisica può essere dichiarata

disponibile da un’ espressa disposizione di legge (es. prelievo del rene da donatore vivente, l. 26

disponibili,

giugno 1967, n. 458). Sono di regola i diritti relativi a beni la cui offesa è perseguibile

soltanto a querela di parte, quale l’onore personale, libertà individuale, il patrimonio (es. artt.

594,605,635 c.p.). il fatto che la querela sia irrevocabile non esclude la disponibilità del diritto. I

indisponibili

diritti sono in ogni caso quando il consenso alla loro offesa sia contrario alla

legge,all’ordine pubblico od al buon costume. validamente

Provenga da un soggetto che abbia la capacità di disporre del diritto: il diritto di

c) titolare

consentire spetta al del bene giuridico protetto mediante l’incriminazione del fatto.

Perché il consenso operi quale scriminante è necessario che il titolare del diritto sia “persona che

validamente disporne”

può (art. 50 c.p.) e cioè abbia la capacità di consentire. Hanno la capacità

di consentire i soggetti capaci di agire secondo il diritto civile e di soggetto capaci di intendere e

di volere. Inoltre hanno capacità di consentire i soggetti che sarebbero capaci di agire secondo il

comprendere il valore

diritto civile, i quali però dimostrano di del bene giuridico protetto e della

rinuncia alla relativa protezione. Quindi, il consenso è valido se il minorenne ha una sufficiente

maturità in rapporto all’offesa alla quale acconsente. Il fatto che il consenziente non ha superato

l’età indicata dalle norme incriminatrici per la configurazione di taluni reati esclude per legge la

sua capacità di consentire. Se il titolare del diritto non ha la capacità di consentire, il consenso

potrà essere prestato dal suo rappresentante legale. Oggetto di tale consenso può essere ogni

nell’interesse

diritto disponibile. Il rappresentante legale, peraltro, è tenuto ad agire

dell’incapace; e, quindi, il suo consenso è valido soltanto in quanto realizzi tale interesse. Se il

titolare del diritto ha la capacità di consentire ma non ha la capacità di agire (es. è minorenne), il

suo rappresentante legale non ha il potere di sostituirsi ad esso nel prestare il consenso all’offesa

di un di lui diritto. Nel caso di contrasto fra la volontà del titolare del diritto e la volontà del

rappresentante, il giudice tutelare è chiamato a decidere solamente in ordine alla capacità di

consentire del titolare del diritto (art. 344 c.c.)

volontario attuale;

Sia ed il consenso deve essere: volontario,non espresso per scherzo,

d) simulazione, riserva mentale; libero, non viziato da violenza, errore, dolo e, quando è richiesto,

anche spontaneo ed informato; attuale, esistente al momento del fatto e perdurante per la durata

di questo. Volere un offesa significa desiderare che essa si verifichi, o, quantomeno, accettarne la

volontario.

verificazione. Ciò vuol dire che il consenso deve essere Vuole l’offesa chi ravvisa in

essa un bene (es. masochista che si fa frustare), ovvero un male minore, necessario per evitare un

male maggiore (es. la vittima di un incidente acconsente all’amputazione di un arto, per evitare

una cancrena gassosa). La minaccia o l’inganno eliminano il consenso dell’avente diritto se hanno

costituito la ragione esclusiva o principale di esso. Il consenso deve esistere nel momento in cui il

soggetto compie il fatto incriminato. Il consenso, prestato dopo l’inizio della condotta che

costituisce reato, scrimina per gli altri contemporanei e successivi alla sua prestazione. Gli atti

precedenti non sono scriminanti. Il consenso all’offesa di un bene pienamente protetto è

revocabile in ogni momento dal titolare in modo espresso o tacito. La revoca è lecita anche

quando l’altra persona abbia già iniziato l’esecuzione del fatto consentito. La preventiva rinuncia

del diritto di revoca del consenso è nulla (es. consenso della meretrice a congiungersi

carnalmente dietro consenso e sua revoca dopo il percepimento anticipato della somma). Ma

l’errore di fatto sull’esistenza del consenso può configurare un consenso putativo (art. 59 co. 4

c.p.). il consenso è sempre revocabile eccetto i casi in cui l’attività consentita, per le sue

caratteristiche, non possa essere interrotta se non ad esaurimento e salva,al più, la responsabilità

per eventuali danni che vi saranno. Il consenso deve esistere effettivamente quale fatto psichico

interiore dell’avente diritto; inoltre deve essere manifesto, e cioè risultare da scritti o parole

(consenso espresso) consenso tacito)

ovvero da un comportamento inequivocabile ( che la

rendano riconoscibile ai terzi.

presumibile.

Il consenso può essere In questo caso il consenso non esiste quale fatto psichico dell’avente

diritto, ma si presume che, se questi fosse stato a conoscenza dei fatti avrebbe consentito all’offesa. Il

consenso presumibile opera nel caso in cui manchi il consenso espresso e, quindi, a natura sussidiaria del

medesimo.

L’esercizio del diritto

Ai sensi dell’art. 51 c.p. , l’esercizio di un diritto esclude la punibilità. L’esercizio del diritto ha efficacia

scriminante per la semplice ragione che l’ordinamento giuridico riconosce ad una persona un

determinato potere o facoltà, significa che ha riconosciuto che il correlativo interesse ha prevalenza sugli

interessi contrari. È evidente che un azione non può essere contemporaneamente consentita e vietata.

Il “diritto” che scrimina è soltanto quello positivamente riconosciuto dall’ordinamento giuridico. Le

mere facoltà ammesse in quanto non vietate non autorizzano a compiere fatti necessari al loro esercizio e

che altrimenti costituirebbero reato. Tale facoltà possono soltanto essere oggetto di legittima difesa

contro un ingiusta aggressione altrui.

Un “diritto soggettivo” sussiste quando la norma giuridica permette ad una persona determinati

comportamenti. Sotto questo profilo, il diritto scrimina nei limiti in cui è giuridicamente riconosciuto.

Tuttavia l’ordinamento giuridico può riconoscere come diritto quello determinato da norme

extragiuridiche. È necessario ricordare che non basta che l’ordinamento giuridico attribuisca un diritto,

perché il fatto commesso allo scopo di esercitarlo non sia punibile: occorre che la legge consenta di

esercitarlo mediante quella determinata azione che rientra al tempo stesso in una fattispecie

incriminatrice.

Per quanto concerne i diritti previsti dalla legge ordinaria, i limiti si deducono sia dalla fonte normativa

da cui il diritto promana, sia dall’ intero ordinamento giuridico, cioè da altre norme della legge

penale,civile o amministrativa. Ad esempio, se un determinato diritto è contestato, gli art. 392 e 393 c.p.

escludono che titolare di tale diritto possa farsi giustizia da se mediante violenza sulle persone o sulle

cose.

Per quanto concerne i diritti riconosciuti dalla Costituzione, i limiti devono essere desunti

dall’interpretazione della norma costituzionale, che a sua volta costituisce una fonte di grado superiore

alla legge ordinaria. Così, se una legge penale prevede un fatto tipico,che è completamente ricompreso

dal diritto tutelato dalla Costituzione, la norma penale è illegittima ed il fatto è scriminato; infatti la

Corte costituzionale (sentenza n. 29 del 1960) ha dichiarato l’illegittimità dell’ art. 502 del c.p. del 1930,

che prevedeva come reato lo sciopero per fini meramente contrattuali.

Il diritto di manifestazione del pensiero è scriminato ( e costituisce “esercizio del diritto”) se rispetta i

interni

limiti interni ed esterni che sono desumibili dalla Costituzione. Rispetta i limiti quando:

a) la notizia rivelata ha una rilevanza pubblico-sociale;

b) la notizia rispetta la verità storica del fatto

c) la notizia è riferita in un linguaggio di per sé non offensivo.

Al contrario, la manifestazione del pensiero non rispetta tali limiti quando il linguaggio è di per sé

offensivo o il fatto addebitato ad un soggetto è falso, o infine il fatto non ha una rilevanza pubblico-

sociale. esterni

Il diritto di manifestazione del pensiero deve altresì rispettare i limiti (volti a salvaguardare

interessi di rilevanza costituzionale) quali il segreto di Stato, ovvero il segreto a tutela del corretto

svolgimento del processo penale.

L’adempimento del dovere

“l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica

lecita

autorità, esclude la punibilità” (art. 51 c.p.). l’azione doverosa, essendo giuridicamente ed

obbligatoria, non può contemporaneamente costituire un illecito.

L’esistenza di un “dovere” attribuisce al soggetto il diritto di compiere l’azione doverosa ma, a differenza

del “diritto”, gli preclude la facoltà di scelta fra il compierla e il non compierla e lo obbliga

all’adempimento. norma giuridica.

Il dovere può essere direttamente imposto al singolo da una pubblica autorità”.

Il dovere può essere imposto al singolo da un “ordine legittimo della L’ordine che

scrimina presuppone che esista un rapporto di subordinazione di diritto pubblico; non è sufficiente un

rapporto di subordinazione di diritto privato.

legittimo

L’ordine che scrimina deve essere sia formalmente, sia sostanzialmente. È legittimo

formalmente quando esistono i presupposti di competenza e di forma. E cioè, quando il superiore è

competente ad emanarlo ed il subordinato è competente ad eseguirlo; e inoltre, quando l’ordine è

emanato nella forma prescritta dalla legge. sostanzialmente, manifestamente

L’ordine che scrimina deve essere legittimo e cioè deve essere non

criminoso. L’ordine è manifestamente criminoso quando viene dato dal superiore benché difettino

certo

palesemente i suoi presupposti e tale difetto sia conosciuto come dal subordinato. In questo caso

rispondono del reato commesso sia che ha dato l’ordine sia chi l’ha eseguito ( art. 51 co. 3 c.p.).

(vedi es pag 65).

L’ordine legittimo è vincolante per il subordinato; questi non può rifiutarne l’esecuzione senza venir

meno ai suoi doveri. Se non lo esegue, subirà le conseguenti sanzioni disciplinari o penali.

formalmente illegittimo,

Vi sono alcune ipotesi, nelle quali l’ordine del superiore, benché possa apparire

vincolante

è ugualmente per il subordinato, che pertanto non risponde della sua esecuzione. Ciò avviene

formale

quando la legge impedisce al subordinato di controllare la legittimità dell’ordine (art. 51 co 4

c.p.). manifestamente criminoso.

L’ordine, anche se formalmente illegittimo, non deve comunque essere

L’uso legittimo delle armi

Esso è previsto dall’ art. 53 co. 1 c.p..

Gli altri casi nei quali la legge autorizza, entro certi limiti, l’uso delle armi o di altri mezzi di coazione

fisica sono quelli previsti per impedire: i passaggi abusivi delle frontiere, le evasioni dei detenuti o la

violenza fra i medesimi; nonché per reprimere il contrabbando e per l’espletamento del servizio delle

sentinelle nel servizio militare.

La scriminante ha carattere autonomo e sussidiario, in quanto estende la liceita’ dell’uso delle armi e dei

mezzi di coazione fisica da parte del pubblico ufficiale oltre ai casi che sono già giustificati sulla base

dell’adempimento del dovere e della legittima difesa.

La scriminante è propria dei pubblici ufficiali, perché ammessa solo a loro favore e non degli incaricati di

pubblico servizio. L’art. 53, co. 2 c.p., equipara altresì al pubblico ufficiale la persona che, legalmente

richiesta dal pubblico ufficiale, gli presti assistenza.

Scopo dell’ art. 53 c.p. è assicurare l’adempimento dei pubblici doveri riconosciuto dalla Costituzione

(art. 97). Il pubblico ufficiale deve usare od ordinare di usare le armi al fine di adempiere un dovere del

proprio ufficio: l’uso delle armi deve essere strumentale alla eliminazione di ostacoli che si frappongono

fra il pubblico ufficiale e il dovere da adempiere. Egli deve trovarsi nello svolgimento di un attività

doverosa e non meramente facoltizzata.

L’uso legittimo delle armi si incentra su 2 poli:

1) della situazione impediente l’adempimento del dovere (violenza o resistenza): non però di

qualsiasi tipo. Ma concretatesi in una violenza in senso lato, comprendente la violenza fisica e

quella psichica od in una resistenza dell’Autorità. La violenza deve essere attuale. Si ritiene che

basti una resistenza passiva e non occorra una resistenza attiva;

2) della reazione eliminante la violenza o la resistenza, impedienti l’adempimento del dovere.

Devono sussistere: la necessità di fare uso delle armi al fine di respingere una violenza o vincere

una resistenza; l’inevitabilità altrimenti del fatto; la proporzione fra il bene leso e quello che

l’adempimento del dovere del proprio ufficio tende a soddisfare, proporzione che sussiste quando

l’uso delle armi non lede un interesse avente maggior valore di quello soddisfatto con

l’adempimento del dovere, che si voleva impedire.

L’attività medico-chirurgica

In materia vengono in rilievo due problematiche. La prima riguarda i limiti entro i quali l’attività

medico-chirurgica è scriminata; il secondo riguarda i criteri di valutazione della responsabilità del

medico che abbia superato tali limiti.

Sotto il primo profilo alcuni studiosi ritengono che l’attività medica sia da considerare una scriminante

tacita e cioè non prevista dalla legge penale; altri tendono a ricondurla ad una delle scriminanti

codificate, e in particolare all’esercizio del diritto (art. 51, c.p.)

Questo comporta la liceità di tutte quelle attività che sono autorizzate dall’ordinamento e, tra di esse, di

quelle che consistono nell’esercitare una professione sanitaria.

a) fondamento di liceità dell’attività medico-chirurgica e suoi limiti

L’art. 32 della Costituzione, che tutela “la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse

politico sostanziale

della collettività”, sancisce la liceità del trattamento terapeutico. Se il fondamento

utilità per l’uomo, il fondamento tecnico

della liceità del trattamento terapeutico va ricercato nella sua

formale scriminante dell’esercizio del diritto

della liceità stessa va ricercato nella ed in taluni casi

nell’adempimento di un dovere.

La concezione personalistica dell’uomo importa come conseguenza l’indisponibilità della persona umana

carattere oggettivo

“per mano altrui”; da ciò un primo limite fondamentale di dell’attività medico-

salvaguardia della vita, dell’integrità fisica e della salute del soggetto

chirurgica, dato dal principio della consenso del soggetto che subisce il

(art. 32 Cost. e 5 c.c.), ed un secondo, soggettivo, dato dal

trattamento, presupposto questo di liceità dell’autorizzazione legislativa a tale attività.

Classificazione dei vari tipi di attività medico-chirurgica:

l’attività terapeutica, svolta cioè nel precipuo interesse del paziente con mezzi collaudati

1) dell’esperienza;

l’attività terapeutica sperimentale, praticata sempre nell’interesse del paziente, ma con mezzi non

2) ancora sufficientemente collaudati, di cui sono incerti i possibili danni;

l’attività sperimentale pura esercitata per finalità di progresso scientifico, di cui non sono ancora

3) noti i benefici ed i danni;

l’attività estetica pura diretta a soddisfare un interesse di mera vanità del paziente.

4)

Limiti oggettivi

Il principio della salvaguardia della vita, della integrità fisica e della salute del soggetto, comporta: la

terapeutico e terapeutico sperimentale,

liceità del trattamento quest’ultimo nei limiti di un rapporto di

proporzione tra i benefici ed i danni con esso arrecati, e ciò anche alla luce della trattabilità o meno della

sperimentale puro,

malattia con terapie collaudate; la liceità del trattamento che non sia contrario

all’ordine pubblico o al buon costume e dal quale non derivi un danno permanente all’integrità fisica,

estetica pura

art. 5 c.c.; la liceità dell’attività nei limiti dell’ art. 5 c.c.

rispetto delle regole cautelari della

Ulteriori corollari del principio della salvaguardia della vita sono il

specifica materia della idoneità tecnica del luogo e del personale, l’utilità e la serietà

(leges artis),

scientifica della sperimentazione.

Limite soggettivo


ACQUISTATO

39 volte

PAGINE

53

PESO

605.78 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Istituzioni di diritto penale e legislazione minorile , basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Diritto penale per operatori sociali". Con analisi dei seguenti temi: la legge penale, il principio di legalità, riserva di legge, abrogazione leggi, il principio di territorialità, immunità, l'analisi del reato, il rapporto di causalità, accertamento giudiziale dell'imputabilità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale ad indirizzo europeo
SSD:
Università: Sassari - Uniss
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto penale e legislazione minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sassari - Uniss o del prof Campus Vittorio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!