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Le decretali raccolte dai Pontefici rappresentarono il nucleo essenziale del diritto canonico

per un periodo di tempo lunghissimo, nel corso del quale le trasformazioni politiche e

sociali della cristianità furono notevoli.

I canonisti (“Decretalisti”) si trovarono a dover affrontare problemi di interpretazione

sempre più difficili; la produzione normativa di questi secoli trovò ricezione in opere

private, come i “Bullaria”, che riportavano gli interventi dei Pontefici e le collezioni di

canoni conciliari, di decisioni della Curia Romana o del Tribunale Apostolico della Rota.

All’inizio del secolo, nel 1909, cominciò ad essere pubblicato un bollettino ufficiale, “Acta

Apostolicae Sedis”, nel quale vengono promulgati gli atti autoritativi dell’ordinamento.

Ponendosi la necessità di una riordinazione sistematica, Pio X istituì il 19 marzo 1904 una

Commissione per operare la riforma legislativa. La Commissione condusse a termine il

lavoro in dodici anni e predispose il “Codex iuris canonici”, che venne promulgato il 27

maggio 1917, con la bulla “Providentissima Mater” da Benedetto XV (era deceduto nel

frattempo Papa Sarto) ed entrò in vigore il 19 maggio dell’anno successivo.

Tale Codex era composto da cinque libri che recepivano la seguente distribuzione delle

materie:

• Liber primus – « Normae generales »

• Liber secundus – « De personis »

• Liber tertius – « De rebus »

• Liber quartus – « De processibus »

• Liber quintus – « De delictis et poenis »

LE FONTI DI COGNIZIONE VIGENTI

a) la seconda codificazione

Il Codex invecchiò piuttosto velocemente, sia per le grandi e rapide trasformazioni del

secolo ventesimo, sia per l’incidenza delle stesse premesse di fondo delle concezioni e

delle teorizzazioni ecclesiali che vennero operate dal concilio.

Le rinnovate necessità di aggiornamento, per quanto era già avvenuto e per quanto stava

per avvenire nella Chiesa, furono colte da Giovanni XXIII, il quale, mentre convocava il

Concilio, annunciava, il 25 gennaio 1959, la volontà di procedere ad una revisione del

Codex del 1917.

Una commissione ad hoc fu insediata il 28 marzo 1963 e ad essa, Paolo VI (il successore

di Giovanni XXIII) aggiunse un certo numero di consultori, nonché il 20 novembre 1965,

quando il Vaticano II era al termine, presiedette una riunione della Commissione stessa

per indicare come il nuovo Codex avrebbe dovuto recepire le “ricchezze dottrinali” del

Concilio.

Il Codex venne promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983, nel giorno

dell’anniversario dell’annuncio della revisione che Giovanni XXIII aveva fatto alla Chiesa e

al mondo ed entrò in vigore il primo giorno dell’Avvento dello stesso anno.

Questo nuovo corpus normativo della Chiesa è suddiviso in Sette Libri:

• Liber primus – « Normae generales »

• Liber secundus – « De Populo Dei »

• Liber tertius – « De Ecclesiae munere docendi »

• Liber quartus – « De Ecclesiae munere sanctificandi»

• Liber quintus – « De bonis Ecclesiae temporalibus »

• Liber sextus – « De sanctionibus in Ecclesia »

• Liber septimus – « De processibus » 13

b) Il Codice per le chiese orientali

Dopo un lunghissimo periodo di preparazione, durato oltre sessant’anni, il I ottobre 1991 è

entrato in vigore il Codex canonum Ecclesiarum orientalium, voluto per salvaguardare il

patrimonio culturale e disciplinare delle Chiese cattoliche orientali. Siffatta codificazione va

considerata nello stretto rapporto di connessione con il Codex del 1983, ma non può

essere considerato un’appendice al medesimo, poiché le due opere normative sono a pari

livello di fonti.

Il Codex canonum orientalium costituisce il diritto comune di tutte le Chiese orientali in

comunione con il romano Pontefice e cioè composte nell’unità dell’ordinamento.

LA FUNZIONE DELLA GIUSRISPRUDENZA

a) quanto al diritto divino

Nell’ambito delle fonti di cognizione, particolare attenzione va osservata nei confronti

dell’opera svolta dalla giurisprudenza e dagli interventi decisionali posti in essere dal

Tribunale della Romana Rota, il quale partecipa dell’autorità del Pontefice e si pone,

dunque, come espressione dell’autorità di vertice. Quest’opera è stata concretizzata,

soprattutto, nell’intervallo tra le due codificazioni, in tema matrimoniale e sia in ordine ai

disposti di diritto divino sia per quelli di diritto ecclesiastico.

Per quanto riguarda gli interventi autoritativi, ovvero le sentenze, questi debbono essere

considerati vere e proprie fonti di cognizione del diritto naturale.

In sintesi: è possibile asserire che la costante giurisprudenziale del Tribunale Apostolico

costituisce, in materia di diritto naturale, una testimonianza di Verità che è già Magistero

della Chiesa e fonte di cognizione normativa. Codesta testimonianza può essere

considerata in sede di elaborazione di altre pronunce del Magistero autentico e può,

altresì, costituire un punto di riferimento per quelle del Magistero infallibile.

b) quanto al diritto ecclesiastico

La giurisprudenza va considerata anche fonte di cognizione della normativa di origine

ecclesiastica e in relazione al primo Codex, le sentenze della Rota hanno recepito profonde

trasformazioni di tali disposti normativi. A tal proposito è necessario fare una

constatazione: non si può negare come il Tribunale della Rota abbia applicato delle regole

difformi da quelle poste dal legislatore nel Codex del 1917.

LE FONTI DI PRODUZIONE DEL DIRITTO CANONICO

Si tratta degli organi attraverso i quali l’ordinamento provvede in ambito di diritto

ecclesiastico, nonché delle forme attraverso le quali questa parte del diritto canonico

conosce modificazioni ed innovazioni. Spetta al Pontefice la sovranità dell’ordinamento,

essendo primo anche in rapporto al carattere della “apostolicità” della Chiesa. 14

Considerando come specifica la funzione normativa della Chiesa, si dà per certo che

questa si diversifica da altre, quali la funzione amministrativa e quella giudiziaria. Il Codex

disciplina la materia distinguendo tra gli istituti destinati a formalizzare gli atti autoritativi,

le fonti normative dai provvedimenti di amministrazione.

Libro I del Codex:

• Titolo I – « De legibus ecclesiasticis »

• Titolo II – « De consuetudine »

• Titolo III – « De decretis generalibus et de instructionibus »

• Titolo IV – « De actibus administrativis singularibus »

I primi due libri si contrappongono agli altri due.

La legge ecclesiastica

Analizzando le forme di normazione dell’ordinamento, con particolare riferimento al Codex,

leggi ecclesiastiche

vi sono innanzitutto le “ ”.

Attraverso la legge vengono poste le norme ecclesiastiche generali ed astratte, ovvero

quelle che costituiscono la gran parte del complesso ordinamentale canonico. La legge

risulta infatti essere, nell’attuale contesto storico, lo strumento più usato, anzi usuale della

normazione.

La legge, da un punto di vista formale, trova riferimento nella necessità della

“promulgazione” che si attua mediante pubblicazione negli “Acta Apostolicae Sedis”.

Per le leggi universali la vacatio legis è, di regola, pari a tre mesi, mentre è fatta eccezione

leggi particolari

per le , che entrano in vigore dopo un mese dalla promulgazione.

La promulgazione determina la vigenza della legge e risulta chiaro come l’effettività di

questa possa dipendere dalla sua efficacia, nel senso che vi possono essere, di fatto, leggi

che non trovano applicazione nella maggior parte o nella media dei casi.

La consuetudine

E’ una fonte destinata a produrre norme generali ed astratte, non soltanto “praeter legem”

o “secondum legem”, bensì anche “contra legem”.

Il vigente Codex ha dato ampio spazio alla consuetudine prevedendo un’approvazione

preventiva che rende eccezionale la resistenza a questa fonte delle norme di derivazione

legislativa. Difatti il legislatore ha stabilito come la consuetudine abbia forza di legge, in

qualsivoglia materia, al verificarsi delle seguenti condizioni:

a) la consuetudine non deve essere contraria al diritto divino;

b) deve essere “rationabilis”, cioè non risultare espressamente riprovata dal legislatore;

c) deve provenire da una comunità sufficientemente ampia;

d) deve essere introdotta “cum animo iuris inducendi”;

e) se praeter o contra legem deve essere osservata per trent’anni, continui e completi.

A tutto ciò fanno eccezione due ipotesi:

consuetudine con diuturnitas inferiore ai trent’anni , che può essere

1. Quella della

approvata dal legislatore;

consuetudine “centenaria aut immemorabilis”

2. Quella della , che diviene fonte del diritto

anche se irrazionale, cioè se espressamente riprovata dalla legge.

L’«animus inducendi iuris» della consuetudine 15

Si potrebbe sollevare qualche perplessità a proposito dell’operatività dell’istituto della

consuetudine canonica. Questo per la necessità di annoverare, tra le componenti della

’«animus inducendi iuris»

fonte, l . La consuetudine è una fonte fatto, in quanto non va

correlata alla somma degli atti posti in essere dagli appartenenti ad una comunità, bensì al

comportamento sostanziale di questa nel suo complesso. Tale comportamento si

distinguerebbe dal semplice uso per la determinate “circostanza” secondo la quale “il

corpo sociale interessato da una consuetudine avverte la giuridica rilevanza dell’uso in

questione, ossia l’attitudine di esso a far parte integrante dell’ordinamento giuridico”.

Il considerato animus andrà inteso come adeguatezza del comportamento sociale

all’opinione diffusa, alla mentalità corrente, che esigono adeguamenti normativi.

Gli atti amministrativi

Il Codex disciplina le fonti normative accanto agli atti di amministrazione presupponendo,

non solo implicitamente, che gli stessi provengano da autorità diversa da quella

competente per la legislazione. Sembra presupporre, il Codex, che gli atti normativi e

quelli amministrativi canonici abbiano diverse caratteristiche e, in particolare, che i secondi

trovino essenziale qualificazione nel vincolo di subordinazione alla legge.

ecreti generali

Hanno carattere di novità nell’ordinamento canonico i “d ”, che

corrispondono, in linea di massima, ad interventi autoritativi di legislazione delegata.

decreti generali esecutivi ”, che possiamo

Questi decreti generali si distinguono dai “

accostare ai regolamenti e che hanno la funzione di rendere più precise e operative le

disposizioni legislative, alle quali resta condizionata e subordinata la loro validità.

istruzioni

Ai decreti esecutivi vanno accostate le “ ” che sono poste ad uso di chi deve

provvedere all’applicazione delle leggi. statuti

Hanno natura di atti amministrativi anche gli “ ”, cioè il complesso di disposti,

conforme a norme di legge, destinato a regolare le finalità, la costruzione, l’organizzazione

e le modalità d’azione giuridica delle universitates di persone e di cose. Tuttavia se

« vi potestatis legislativae »,

vengono promulgati gli statuti non hanno la natura degli atti

amministrativi, ma sono in tutto equiparati alle leggi.

atti amministrativi singolari

Infine, il Codex disciplina gli “ ”, dettando disposizioni comuni e

regole attinenti alla considerazione particolare dei “decreti”, dei “precetti particolari” e dei

“rescritti”, che sono forme peculiari attraverso le quali può essere posto in essere, nella

diversità delle esigenze e delle competenze, il provvedimento di amministrazione.

privilegi dispense

Per quanto riguarda i “ ” e le “ ”, questi costituiscono l’oggetto di atti

autoritativi rivolti a singole persone, ma anche a cose, che possono avere la forma più

privilegio-

svariata ed essere contenuti in un rescritto. Nell’ordinamento canonico esiste il

norma privilegio-provvedimento

e il : il primo è tale perché destinato ad operare senza

alcun tipo di vincolo fissato da un’altra disposizione autoritativa, mentre il secondo trova la

sua diversificazione in tal genere di subordinazione e quindi nel suo essere correlato da

una causa.

CAPITOLO 5 – POTESTA’ PONTIFICIA E APOSTOLICITA’

Gli insegnamenti ecclesiastici pongono “al centro della struttura ecclesiale” “la comune

partecipazione di tutti i battezzati all’ufficio sacerdotale, profetico e regale del Cristo”. La

realtà e la funzione della Chiesa fondata dal Cristo si articola attorno ai tria munera:

praedicatio Evangelii

a) la “ ”, ovvero il munus docendi; 16

munus santificandi

b) il “ ”, quello di fornire ai fedeli quegli insostituibili mezzi di grazia

che sono i sacramenti;

munus regendi

c) il “ ”, considerato in riferimento alla potestas Ecclesiae, cioè la vera e

propria potestà di governo attorno alla quale l’ordinamento risulta organizzato.

Distinzione tra potestas ordinis e potestas iurisdictionis : siffatta distinzione permette “di

offrire il divino sacrificio e di distribuire ai fedeli i mezzi di grazia”. Le due potestates

vengono esercitate secondo regole che operano gestioni di autorità e vincoli di

hierarchia

subordinazione riconducibili alla normativa divina, nella quale si identifica una

iurisdictionis hierarchia ordinis

ed una .

Per quanto riguarda la prima, trova fondamento nel diritto divino solo il primato di Pietro e

l’officio dei successori degli Apostoli, singolarmente intesi. Appartengono alla gerarchia di

giurisdizione ecclesiastica altri organi della costituzione (non sostanziale) della Chiesa,

come il Collegio Cardinalizio, le diverse componenti della Curia Romana e l’officio

parrocchiale.

La potestà di giurisdizione diventa effettiva in quanto l’indicata abilità ad esercitarla degli

ordinati nel sacro venga ad avere contenuto concreto in ragione della missione canonica;

questo significa investitura in un officio ecclesiastico o attribuzioni di competenze, senza

ordinaria

questa investitura, ad una persona. Nel primo caso si parla di investitura “ ”,

delegata

perché è annessa all’ufficio, mentre nel secondo di “ ”, in quanto “affidata, con

speciale atto del titolare di tale potestà, ad altra persona, sia in quanto tale, sia in quanto

investita di un determinato ufficio, oppure sempre ad una persona direttamente dalla

propria vicaria

legge. La potestà ordinaria può essere “ ” o “ ”, a seconda che sia esercitata

dal titolare dell’ufficio, nomine proprio o alieno, cioè in rappresentanza di altro ufficio. La

potestà di giurisdizione è poi distinta in legislativa, giudiziale ed esecutiva. La prima può

essere delegata soltanto nelle ipotesi normativamente previste, la potestà giudiziale non

può essere delegata, mentre la potestà esecutiva può avere valenza personale o

territoriale.

Ripartizione dei poteri

: la suprema “potestà pontificia”, cui spetta la sovranità

dell’ordinamento, non si vale, quando viene esercitata, né del potere legislativo, né di

quello amministrativo e nemmeno del giudiziario, ma usufruisce della plenitudo potestatis,

ovvero di quel potere assoluto e illimitato in cui questi tre poteri si fondono senza

possibilità di distinzione. Difatti la plenitudo potestatis impedisce non solo di qualificare in

senso legislativo, amministrativo e giudiziario gli atti specifici posti dal Pontefice in prima

persona, bensì anche di riferire la stessa qualificazione a qualsivoglia atto canonico del

potere ecclesiale, anche, cioè, a quelli che provengono da autorità od organi diversi dal

Pontefice.

Risulta allora evidente come il Pontefice possa manifestare la propria volontà per mezzo di

qualunque forma, senza la necessità di rispettare vincoli predeterminati.

Si suole distinguere l’attività amministrativa dalla giudiziale e dalla legislativa per il suo

carattere di immediatezza nella realizzazione dell’interesse dell’ordinamento, cioè nel

secundaria et

perseguire il fine della Chiesa. L’attività giudiziaria si presenta come “

substitutiva primaria

”, diversamente da quella amministrativa, che, per l’ordinamento, è “

et in causa propria L’atto amministrativo e quello giudiziario sono sub lege,

”.

mentre l’atto pontificio ha comunque fonte nella volontà che pone la legge

; per

quanto riguarda le norme-privilegio, cioè le norme che non hanno le caratteristiche di

quelle poste dalla legge, compete all’autorità la loro produzione.

La qualificazione in senso legislativo, giudiziario e amministrativo degli atti comporta la

necessità di definirne la reciprocità dei condizionamenti giuridici, nonché come le

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manifestazioni di volontà che tali atti esprimono siano riconducibili alla plenitudo potestatis

di un’unica persona, il Romano Pontefice. Tali atti si caratterizzano per una diversa

intensità, la quale deriva dal fatto che una certa realizzazione della volontà statuale è

posta in essere da uno o altro organo, in modo che la forza e le capacità d’espansione e di

resistenza di un atto derivano dall’organo, cioè dalla sua funzione costituzionale. La

considerata diversa qualificazione degli atti statali finisce quindi per risolversi nella

contestata teoria della ripartizione di competenze tra organi.

Tuttavia, nell’ambito dell’ordinamento della Chiesa e con riguardo agli atti del Pontefice è

necessario ragionare diversamente.

Il Pontefice in ogni suo intervento rappresenta la volontà della Chiesa: egli è titolare della

plenitudo potestatis e ne fa uso in qualsivoglia espressione di volontà autoritativa, può

volere che questa sua volontà abbia diversa forza e può dare diversa intensità al suo

volere.

Esclusa la possibilità di individuare entro l’ordinamento della Chiesa una branca di norme

volte a definire specificatamente una funzione conforme ai poteri dello Stato di diritto, si

la plenitudo potestatis del Pontefice può attribuire una

deve ammettere che

diversa qualificazione agli atti da essa promanati

.

Vacanza della Sede Apostolica

: mancando il Pontefice per le ipotesi di morte e per quella

di rinuncia, il sistema continua nella sua esistenza, ma risulta come paralizzato per quanto

riguarda il suo governo, in particolare, per quanto riguarda l’attività degli organi, in primis

la Curia Romana.

La costituzione “Universi dominici gregis” riconduce alla sola ordinaria amministrazione la

competenza degli Uffici e dei Dicasteri Apostolici, con eccezione degli organi che

esercitano la giurisdizione in senso stretto, e cioè il Supremo Tribunale della Segnatura

Apostolica e della Romana Rota, i quali “continuano a trattare le cause secondo la legge”.

Il Collegio dei Cardinali è l’organo cui spetta di provvedere alla successione del Pontefice;

ad esso è “affidato il governo della Chiesa solamente per il disbrigo degli affari ordinari e

di quelli indilazionabili”, fermo restando che “non ha nessuna potestà o giurisdizione sulle

questioni spettanti al Sommo Pontefice mentre questo era in vita”.

L’elezione del Pontefice

La normativa canonica inerente all’organo costituzionale pontificio trova fondamento

giuridico nella volontà di Cristo: solo da Lui, non dalla Chiesa o da qualsivoglia organo

della stessa, procede l’attribuzione della relativa potestas. Quest’ultima risulta incorporata

nella persona del Pontefice e non ritorna, né risulta trasferita ad atri dopo la sua morte o

rinuncia ma nuovamente e originariamente si incorpora, sempre, per derivazione da Cristo,

nella persona del suo successore. Universi dominici gregis

Di fondamentale importanza è la costituzione apostolica “ ”, che ha

modificato le regole sulla “vacanza della Sede Apostolica”, previste dalla precedente

Romano Pontifici eligendo

“ ” di Paolo VI. La costituzione ribadisce il principio relativo alla

competenza del Collegio Cardinalizio. A tal proposito il Collegio provvede a riunirsi in

“Conclave”.

Il termine “Conclave” significa “luogo chiuso a chiave” ed indica come per l’elezione del

Pontefice si debba garantire e proteggere, nel migliore dei modi possibili, impedendo

ingerenze esterne, la libertà degli elettori, i quali perciò devono restare isolati.

I Cardinali non possono essere avvicinati da nessuno né è loro permesso comunicare con

persone estranee al Conclave. A tutela della libertà dell’elezione è prevista la scomunica

latae sententiae per i Cardinali che si facciano tramite di veti o interferenze dell’autorità

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secolare, nonché per quelli che concretizzano patteggiamenti, accordi o promesse aventi

ad oggetto il loro voto. Cardinale Decano

Il Conclave viene convocato dal “ ” o da altro a suo nome, per la data

decisa dalle “Congregazioni generali preparatorie” che sono riunioni quotidiane di Cardinali

presiedute dal Decano; comunque tale data deve essere ricompresa tra il quindicesimo ed

il ventesimo giorno successivi alla vacanza della Sede Apostolica che si determina con la

morte o con la rinuncia del Pontefice.

Collegio Cardinalizio

Per “ ” qui si intende l’assemblea dei Cardinali, creati e pubblicati in

Concistoro che non abbiano compiuto l’ottantesimo anno di età prima della vacanza, che

non siano stati canonicamente deposti o non abbiano operato rinuncia, accettata dal

Pontefice, alla “dignità cardinalizia”.

L’elezione del Pontefice si concretizza nel rispetto della forma prevista della costituzione:

tramite una votazione (per scrutinio) segreta, che deve raggiungere la maggioranza dei

due terzi dei votanti.

L’iter delle operazioni elettorali può raggiungere un numero massimo di 34 scrutini, dopo i

quali, se non si è avuta l’elezione, i Cardinali dovranno decidere, a maggioranza assoluta,

come ulteriormente procedere. Ma questa scelta è vincolata all’alternativa tra un’elezione a

maggioranza assoluta dei voti ed un’eventuale ballottaggio, sempre a maggioranza

assoluta, sui due nomi che nello scrutinio immediatamente precedente abbiano ottenuto il

maggior numero di voti.

L’elezione costituisce il presupposto necessario per attribuire la sovranità dell’ordinamento,

ma a questa deve aggiungersi l’accettazione dell’eletto, cui fa seguito la scelta del nome

che questi vorrà usare nel corso del pontificato.

Elettorato passivo

: la persona del Pontefice deve essere di sesso maschile (riferimenti

diretti sono contenuti nella costituzione apostolica sopra citata) ed è necessario che abbia

ricevuto il battesimo.

La costituzione esclude, invece, che l’eligendo debba essere Vescovo, difatti precedenti

hanno riguardato l’elevazione al pontificato di semplici presbiteri; allo stesso modo non

rientra tra i requisiti dell’elettorato passivo l’ordinazione sacerdotale, poiché non raramente

è risultato essere stato eletto Pontefice un semplice diacono.

Rinuncia del Pontefice al “munus”

: la Sede apostolica diviene vacante alla morte del

Pontefice o nel caso in cui il medesimo rinunci all’ufficio. Si tratta di due principi

che per l’ordinamento sono supremi e inderogabili. La plenitudo potestatis del Pontefice

deriva direttamente dal Cristo e dunque non risulta revocabile da alcuna umana potestà.

L’assunzione del munus si concretizza al momento ed in ragione della sua accettazione,

ovvero dipende dalla volontà di chi è eletto in Conclave.

E’ sufficiente che l’atto della rinuncia sia recepito, in linea di principio da chiunque, come

espressione di volontà autentica, per cui la manifestazione non richiede particolare forma

e pubblicità. L’efficacia dell’atto va quindi ricondotta alla ricezione e l’atto stesso risulta

irrevocabile, poiché chi lo concretizza si spoglia di ogni potere inerente al munus. Bisogna

dire, tuttavia, che potrebbero verificarsi situazioni di incertezza sull’effettiva vacanza della

Santa Sede, anche perché non è previsto alcun organo deputato all’eventuale

accertamento. La volontà del Pontefice potrebbe stabilire l’immediata efficacia della

rinuncia o la sua operatività per un tempo successivo, in particolare, potrebbe avvenire

che il Pontefice riferisca la rinuncia ad un termine (es. compimento di una certa età), o ad

un fatto dedotto in condizione (es. difficoltà di salute). 19

Sede impedita

: le difficoltà della situazione che si determinerebbe nel considerato caso di

pieno impedimento non sembrano trovare soluzioni interpretative adeguate. Va, in

particolare, respinta ogni possibilità di equiparazione della fattispecie a quella della Sede

vacante.

Il Collegio dei Cardinali

: da secoli esiste nell’organizzazione di vertice della Chiesa il

Collegio dei Cardinali cui compete la fondamentale funzione relativa all’elezione del

Pontefice. Ricordando le parole di Benedetto XVI, il Collegio dei Cardinali costituisce il

Senato del Romano Pontefice

“ ” (apparato di governo del Papa).

Il Codex resta fedele alle antiche radici del cardinalato e prevede ancora tre ordini: quello

episcopale , dei Cardinali che ottengano dal Papa il titolo di una Chiesa suburbicaria o che

presbiteriale diaconale

siano Patriarchi Orientali, quello e quello . La promozione a

Cardinale viene liberamente effettuata dal Pontefice il quale sceglie tra persone degne che

abbiano almeno l’ordinazione sacerdotale e che subito dopo la nomina debbono ricevere,

sempre che non l’abbiano già, la consacrazione episcopale.

Il Pontefice crea i Cardinali con decreto pubblicato davanti il Collegio cardinalizio e da quel

momento essi godono dei diritti e sono vincolati ai doveri che la dignità comporta.

Tuttavia, per ragioni di opportunità, il Pontefice può tenere segreto il nome di uno o più

Cardinali. Decanus ”, cui spetta il titolo della Diocesi

Nel Collegio vi è un primis inter pares, ovvero il “

di Ostia; comunque nelle riunioni formali la presidenza compete al Pontefice.

Principalmente, il collegio presta l’opera di aiuto nel governo della Chiesa quando venga

convocato dal Pontefice nel “Concistoro”, il quale può essere ordinario o straordinario. Per

il primo vengono convocati tutti i Cardinali, o almeno quelli residenti a Roma, per la

trattazione di affari gravi o per atti di grande solennità; può essere anche pubblico, se vi

celebrino particolari solennità. Nel secondo caso, il Concistoro è convocato per l’urgenza di

peculiari necessità o per la trattazione di questioni molto gravi e, di conseguenza,

comporta la convocazione di tutti i Cardinali.

Tutti i Cardinali che si trovino fuori da Roma e dalla propria Diocesi sono in tutto esenti

dalla potestà di governo del Vescovo diocesano.

LA CURIA ROMANA

a) fonti normative

I Pontefici hanno sempre provveduto ad articolare gli interventi della loro potestas

distribuendo compiti e competenze a collaboratori che poi sono divenuti l’espressione di

organi normativamente strutturati nell’ambito della “Curia Romana”.

La Curia Romana svolge, “in nome e con l’autorità del sommo Pontefice”, l’attività di

Segreteria di Stato o Papale Congregazioni Tribunali

governo tramite la “ ”, le “ ”, i “ ” e altri

Istituti

“ ”.

b) I « Dicasteri »

Segreteria di Stato o Papale: ad essa competono principalmente i rapporti con i Vescovi,

con i legati della Santa Sede, con i governi civili. E’ presieduta dal Cardinale Segretario di

Stato ed è divisa in due Sezioni.

Congregazioni: costituiscono gli strumenti attraverso i quali il Pontefice esercita la propria

plenitudo potestatis sulla Chiesa; tra le Congregazioni è distribuita la competenza in

ambito legislativo ed esecutivo, talvolta anche in quello giudiziario, per diversità di materie

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oppure per lo specifico status delle persone o per l’ambito territoriale in relazione al quale

si deve provvedere.

Attualmente le Congregazioni sono nove.

Tribunali: a questi compete ovviamente il preminente compito di amministrare la giustizia

della Chiesa. I Tribunali sono principalmente tre: la Penitenzieria Apostolica, il Supremo

Tribunale della Segnatura Apostolica, la Romana Rota.

I. La Penitenzieria Apostolica dirime le questioni attinenti all’amministrazione della

giustizia che coinvolgono la coscienza dei fedeli cristiani, ovvero “concede le

assoluzioni, le dispense, le commutazioni, le sanzioni, i condoni ed altre grazie”. Il

Tribunale disciplina altresì la concessione e l’uso delle indulgenze.

II. Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica “provvede alla corretta

amministrazione della giustizia della Chiesa”. Oltre ad altre competenze, spetta al

Tribunale di decidere sui ricorsi e sulle procedure previste dalla legge avverso le

sentenze rotali o i giudici della Rota, di dirimere i conflitti di competenza tra i

Tribunali, di provvedere in ordine ai “ricorsi presentati contro singoli atti

amministrativi posti da Dicasteri della Curia Romana o da essa approvati tutte le

volte che si discuta se l’atto impugnato abbia violato una qualche legge, nel

deliberare o nel procedere”.

La Rota Romana conosce in secondo, in terzo ed in ulteriore grado le cause trattate

III. dai Tribunali Ecclesiastici nei casi previsti dalla legge. In primo grado può essere

competente laddove venga nello specifico incaricata dal Pontefice quando si tratti

delle persone menzionate dalla legge o per l’avocatio causae, disposta dal Decano

dello stesso Tribunale in ragione delle facoltà ordinarie che gli appartengono.

Principalmente la Rota esercita la propria competenza in materia matrimoniale.

Fanno infine parte della Curia Romana e vanno perciò annoverati tra i menzionati Istituti,

Pontifici Consigli Uffici organismi

dodici “ ”, tre “ ” ed altri “ ” minori.

Plenitudo potestatis del Pontefice e partecipazione a tale potestà della collegialità

episcopale

Tesi I: elaborata dai protestanti, riferisce a tutta la Chiesa la titolarità della potestà

canonica;

Tesi II: le teorie delle Chiese orientali separate, che riferiscono tale titolarità al Collegio

episcopale;

Tesi III: sono quelle elaborate in epoca di giurisdizionalismo che riconducevano al

Pontefice il centro dell’unità della Chiesa, ma senza riconoscergli la supremazia del

primato. Tutto ciò in contrasto con gli assiomi del cattolicesimo, poi solennemente

Pastor Aetermus

enunciati dalla costituzione “ ” del Vaticano II.

Queste diverse tesi vanno respinte perché teologicamente e giuridicamente infondate. La

costituzione afferma che il Pontefice e gli altri Vescovi sono uniti fra loro.

Nella Chiesa esistono due “centri” di potestà suprema: il Pontefice e il Collegio

Episcopale. Sorge allora la difficoltà di spiegare come possa la suprema potestas trovare

distinzione. I teologi hanno espresso in merito diverse opinioni, da una parte ribadendo il

fondamento nel diritto divino del primato del Pontefice di esercitare la sua potestà

collegialmente, dall’altro riferendo al collegio la suprema autorità e considerando il

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Pontefice un “mandatario automatico” del collegio medesimo, in modo che il Pontefice

agirebbe “nel” collegio e non “sul” collegio.

E’ necessario a questo punto ribadire come rientri nella costituzione della Chiesa il

principio secondo il quale il Pontefice esercita la plenitudo potestatis che gli appartiene

non impegnando se medesimo, come avviene per il monarca assoluto, bensì tutta la

Chiesa e, in particolare, i Vescovi.

Alla stesa fonte divina va analogamente ricondotto il principio per cui i Vescovi devono

considerarsi, almeno implicitamente, per il loro essere e voler essere in comunione con il

“Capo”, impegnati dalle decisioni dello stesso non siccome “sudditi” di un monarca, ma

come partecipi della sua volontà.

Il «Concilio Ecumenico»

: il Codex distingue due modi attraverso i quali il Collegio dei

Vescovi esercita la potestas su tutta la Chiesa, ovvero solennemente, tramite il Concilio

Ecumenico, oppure fuori dal Concilio, in svariate ipotesi.

Il Concilio Ecumenico può essere convocato esclusivamente dal Pontefice e allo stesso

spetta il diritto di trasferire il Concilio, sospenderlo, scioglierlo, approvarne i decreti,

stabilirne l’oggetto di trattazione, o ancora di ammettere l’esame di altre questioni

proposte dai Vescovi.

“Tutti e soltanto i Vescovi hanno il diritto di partecipare al Concilio con voto

deliberativo” (can 339)

Da diversi disposti è sancito l’indiscutibile primato del Pontefice su Concilio, come la regola

che sanziona l’interruzione del Concilio per la vacanza della Sede Apostolica e sino che il

nuovo Pontefice non ne abbia ordinato la continuazione o lo scioglimento.

Infine, il Collegio dei Vescovi esercita il potere su tutta la Chiesa anche indipendentemente

dalla riunione conciliare planetaria.

Il «Sinodo dei Vescovi»

: si tratta di un organo costituzionale che ha avuto origine recente,

essendo stato creato da Paolo VI nel 1965. Svolge principalmente un’attività consultiva nei

confronti del Romano Pontefice per quanto attiene alle funzioni pastorali e giuridiche cui la

Chiesa deve costituzionalmente attendere. Il Codex distingue le riunioni del Sinodo in

ordinarie

“ ”, quando sono volte a trattare materie inerenti al bene di tutta la Chiesa,

straordinarie speciali

“ ”, ovvero inerenti a problemi ecclesiali urgenti e “ ”, se sono dedicate a

questioni che interessano direttamente una o più regioni.

Elezione dei Vescovi: deve trovare ratifica ad opera del Pontefice, al quale, poi, spetta di

chiamare alle riunioni del Sinodo altri componenti, anche non Vescovi, scelti da Lui. Di

conseguenza la rappresentatività dell’organo viene ridimensionata.

CAPITOLO 6 – POTESTA’ EPISCOPALE E CHIESE PARTICOLARI

L’unità della Chiesa non esclude l’eterogeneità di connotazioni nei diversi ambiti della sua

articolazione. Anzi, questa è resa pressoché necessaria dalla “cattolicità” che significa

proiezioni del sistema nell’ambito delle più svariate culture. Per questo motivo la Chiesa

assume aspetti particolari e si fa molteplicità di “Chiese particolari”; queste “chiese” non si

devono intendere come entità diverse, né tantomeno contrapposte alla Chiesa universale.

L’«officium» personale dei Vescovi

: l’appartenenza all’ordine dei Vescovi non comporta

soltanto il diritto-dovere di partecipare alla funzione istituzionale collegiale, bensì anche

quello di svolgere singolarmente e peculiarmente un “officium” giurisdizionale

22

direttamente previsto dal Cristo e quindi delineato dalla normativa costituzionale

inderogabile della Chiesa. Come successore degli Apostoli il Vescovo possiede un’autorità

che viene immediatamente dal Fondatore; in ragione della consacrazione episcopale egli

sanctificandi docenti regendi

riceve i munera , et .

Dal punto di vista passivo, il diritto canonico (diritto divino, nell’interpretazione secolare

della Chiesa) prescrive per il conferimento del sacramento dell’ordine, gli stessi requisiti

che sono necessari per l’elezione del Pontefice, ovvero il sesso maschile e l’aver ricevuto il

sacramento del battesimo. Tuttavia, in questo caso, vi sono ulteriori requisiti, giacché il

candidato deve godere di buona fama, avere almeno trentacinque anni, essere presbitero

da cinque, possedere una laurea o almeno la licenza in sacra Scrittura, teologia o diritto

canonico.

In ogni caso il giudizio definitivo sull’idoneità del candidato spetta alla Sede Apostolica.

Il canone 376 distingue tra Vescovi diocesani e Vescovi titolari; ai primi è affidata la cura

di una Diocesi e solo ad essi compete la potestas iurisdictionis, che spetta in diretta

derivazione dalla consacrazione. La potestas, nella quale si sintetizzano le funzioni

necessarie per l’esercizio dell’ufficio pastorale, compete al Vescovo e resta subordinata a

quella suprema, universale, piena, ed egualmente immediata, anche con riferimento alla

Diocesi, del Pontefice.

Il vescovo è tenuto ad esercitare personalmente la funzione legislativa; eserciterà la

propria funzione istituzionale sino a che non si determini una delle quattro ipotesi che

vacanza della sede . In particolare, si tratta:

determinano la

• della morte del Vescovo diocesano;

• della rinuncia, accettata dal Romano Pontefice, da parte dello stesso Vescovo al

momento del compimento del settantacinquesimo anno;

• trasferimento del Vescovo;

• della privazione, appena questa gli venga intimata.

Al Vescovo diocesano possono essere affiancati:

a) a sua domanda, “uno o più Vescovi ausiliari” senza diritto di successione;

b) “in circostanze particolarmente gravi, anche di carattere personale, un Vescovo

ausiliare fornito di speciali facoltà;

c) a giudizio della Santa Sede “un Vescovo coadiutore, pure fornito di speciali facoltà”,

al quale viene riconosciuto il diritto di successione

«Nelle questioni di maggiore importanza, il Vescovo diocesano, quello coadiutore e

l’ausiliare si devono consultare tra loro»; mentre il Vescovo coadiutore ed il Vescovo

ausiliare sono invitati a procedere insieme al Vescovo diocesano con concordia di azione e

di spirito.

«Sinodo diocesano»

: si tratta di un’assemblea partecipata delle componenti essenziali della

Chiesa locale con diverso criterio di legittimazione. Alcuni membri del Sinodo devono

essere chiamati e hanno l’obbligo di parteciparvi per la funzione istituzionale svolta,

oppure per deputazione nelle ipotesi (di elettorato attivo e passivo) previste dalla legge;

altri (chierici, appartenenti a istituti di vita consacrata, laici) possono essere chiamati.

Il Sinodo è «il punto di incontro tra tutte le componenti del popolo di Dio e ha il compito di

tracciare le linee fondamentali di un progetto pastorale che gli organismi della Chiesa

devono attuare». 23

I membri del Sinodo non possono essere considerati, in senso giuridico, effettivi incaricati

della comunità diocesana ad operare scelte di politica pastorale, giacché il governo di tale

comunità spetta al Vescovo per la sua ordinazione e per la missio canonica, né può essere

ipotizzato, in proposito, alcun mandato della medesima.

Soltanto al Vescovo spetta la convocazione, la presidenza, la sospensione o lo scioglimento

del Sinodo. Se la sede episcopale diviene vacante o impedita, il Sinodo si interrompe ipso

iure, essendo compito del Vescovo diocesano successore decretare se il Sinodo debba

continuare o essere dichiarato estinto.

La «Curia diocesana»

: è il complesso di istituti e persone attraverso i quali il Vescovo

esercita l’attività amministrativa e giudiziaria. Le due attività trovano coordinazione

Vicario generale Vicario giudiziale

rispettivamente nel “ ” e nel “ ” (coadiuvato dai giudici)

ciascuno dei quali deve essere obbligatoriamente nominato dal Vescovo, essendo così

investito, nei due diversi ambiti, di potestà ordinaria vicaria. Cancelliere ”, il

Affiancano il Vescovo generale ed hanno dunque compiti amministrativi, il “

cui incarico principale riguarda la redazione, la spedizione e la custodia degli atti curiali, ed

Vice-cancelliere Notai

eventualmente il ed i .

Tutti gli atti che riguardano la Diocesi devono essere custoditi con la massima cura e

«archivium» «tabularium diocesanum»

conservati presso l’ o , la cui chiave deve essere

«archivium segretum»

custodita dal Vescovo e dal Cancelliere. E’ necessario anche un la

cui chiave deve essere custodita solo dal Pontefice. Il Vescovo può nominare uno o più

“Vicari episcopali”, muniti della stessa potestà ordinaria che spetta ai Vicari generali.

Al Vicario giudiziale, che forma un unico Tribunale con il Vescovo, spetta di giudicare tutte

le cause che il Vescovo non riservi a se medesimo; esso può, tuttavia, essere aiutato da

Vicari giudiziali aggiuntivi Giudici diocesani

“ ”, affiancato da “ ”, che, con il consenso della

Conferenza Episcopale, possono essere anche dei laici. Fanno parte della Curia anche il

Consiglio per gli affari economici Economo

” e l’” ”. Il primo, presieduto dal Vescovo o dal

suo delegato, è composto da almeno tre fedeli (scelti secondo le norme specificate dal

Vescovo) esperti in economia e in diritto dello Stato ed ha la funzione di predisporre,

secondo le indicazioni del Vescovo, il bilancio preventivo “delle questue e delle elargizioni”

e quello consuntivo, alla fine dell’anno, delle entrate e delle uscite. Deve essere

necessariamente costituito in ogni Parrocchia e deve aiutare il Parroco all’amministrazione

dei beni della Parrocchia.

L’Economo deve amministrare i beni della Diocesi sotto l’autorità del Vescovo e secondo e

modalità stabilite dal Consiglio.

Indipendentemente dalla Curia, il Vescovo diocesano trova strumenti di collaborazione per

Consigli

la sua attività di governo in due “ ”, quello “presbiteriale” e quello “pastorale”.

il senato del Vescovo

Il Consiglio presbiteriale deve essere considerato come “ ” ed è

costituito da un gruppo di sacerdoti la cui legittimazione ha diversa fonte: circa la metà

viene eletta, per un tempo determinato, tra i sacerdoti incardinati nella Diocesi e dai

medesimi, alcuni partecipano al Consiglio di diritto e, infine, un terzo gruppo viene

nominato dal Vescovo, sempre per un tempo determinato.

Spetta al Vescovo di convocare e presiedere il Consiglio e tra i membri del Consiglio, il

Collegio dei consultori

Vescovo stesso, sceglie da sei a dodici sacerdoti per formare il “ ”.

Il Consiglio pastorale deve, sotto l’autorità del Vescovo, “studiare, valutare e proporre

conclusioni operative su tutto ciò che riguarda le attività pastorali della Diocesi”. E’

costituito da chierici, da membri di istituti di vita consacrata e soprattutto da laici designati

24

a tempo determinato secondo gli statuti dati dal Vescovo. E’ istituito in ogni Parrocchia, dal

Vescovo diocesano, presieduto dal Parroco ed ha funzione di aiutare il medesimo alla cura

pastorale della Parrocchia. Capitolo dei canonici cattedrale

Altro ente ausiliare del Vescovo è il “ ”, sia “ ” che

collegiale

“ ”, al quale spetta di provvedere alle funzioni liturgiche più solenni nella chiesa

cattedrale o collegiale.

La «Parrocchia»

: non costituisce Chiesa particolare, ma fa parte dell’interna struttura

un istituto dell’organizzazione

organizzativa della Diocesi. La Parrocchia risulta essere “

pastorale della Chiesa particolare, non un semplice distretto della Diocesi lasciato

all’amministrazione di un Parroco, bensì una frazione della comunità diocesana istituita per

la necessità di provvedere alla cura pastorale dei fedeli originariamente affidati al Vescovo

diocesano

”.

Due ordini di problemi condizionano negativamente la funzionalità pastorale della

Parrocchia: il primo riguarda la difficoltà del rapporto personale con la stessa e con il

pastore, cioè il “Parroco”, mentre il secondo è relativo alla effettiva consistenza della

comunità.

Indubbiamente la Parrocchia ha una struttura territoriale alla quale appartengono i fedeli

di un determinato luogo; ma questa può avere anche, eccezionalmente, struttura

personale, essendo possibile costruire la medesima, per motivi di opportunità, per il “rito”,

la “lingua”, la “nazionalità” dei fedeli di un certo territorio. In quanto formalmente retta dal

Vescovo diocesano, la Parrocchia ha personalità giuridica istituzionale e non collegiale.

Dunque, la Parrocchia, non si realizza nella dinamica del sistema, in ambito negoziale e

patrimoniale, secondo ciò che dispone la volontà della comunità, ma in dipendenza da

quella del Parroco, il quale rappresenta la Parrocchia “in tutti i negozi giuridici”, infatti è lui

che “prende le decisioni” e “se le prendono i fedeli, questi devono avere il suo consenso”.

Il «Parroco» : è il pastore della Parrocchia e, di conseguenza, gli compete l’esercizio del

munus docendi e sanctificandi. Si tratta di attività che devono essere “svolte con

ragionevole autonomia”, essendo tuttavia la “titolare” delle stesse “derivata, sottoposta

all’autorità del Vescovo della Diocesi”.

Poiché l’attività pastorale del Parroco richiede continuità ed attenzione organizzativa, il

ad tempus

Codex prescrive la regola generale secondo la quale il medesimo va nominato “

indefinitum per

”, tuttavia alla Conferenza Episcopale è attribuito il potere di permettere, “

decretum ad certum tempus

”, al Vescovo diocesano di nominarlo “ ”.

Il Parroco può essere rimosso con decreto del Vescovo, ma a questo può essere opposto

ricorso, sebbene l’opposizione abbia limitate possibilità di accoglimento.

L’organizzazione sopradiocesana

«Province ecclesiastiche»: sono riunioni obbligatorie di Chiese, istituite dalla Santa Sede,

con riferimento ad un determinato territorio. Le Diocesi appartenenti alla Provincia sono

dette dal Codex “suffraganee” e sono sottoposte al “Concilio provinciale” e al

“Metropolita”. La provincia ecclesiastica possiede personalità giuridica ex lege. 25


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Canonico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Diritto Canonico (nozioni e riflessioni), Gherro consigliato dal docente Miele. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le nozioni e le riflessioni preliminari, il diritto oggettivo, il diritto soggettivo, la statualità del diritto, l'ordinamento giuridico primario, il pluralismo degli ordinamenti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PADOVA, TREVISO)
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Miele Manlio.

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