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CAPO QUARTO (PARAGRAFI 1 – 3)

IL POPOLO DI DIO

1.) Le disposizioni del Concilio Vaticano II e quelle del Libro I del Codex iuris canonici.

Il Codex del 1983 anticipa nel Libro I alcune disposizioni concernenti la condizione canonica delle

persone fisiche, le persone giuridiche e gli uffici ecclesiastici.

Si afferma che l’uomo è incorporato alla Chiesa di Cristo con il battesimo, che la maggiore età si

consegue a 18 anni, anche se dopo i 7 anni si presume che il minorenne abbia l’uso della ragione.

Nella Chiesa, oltre alle persone fisiche, ci sono anche le persone giuridiche, soggetti di obblighi e di

diritti. Accanto alla Chiesa cattolica e alla Sede Apostolica, le altre persone giuridiche sono

costituite ex lege o per concessione dell’autorità competente.

Il Libro I riguarda poi gli uffici ecclesiastici, cioè “qualunque incarico, costituito stabilmente per

disposizione sia divina sia ecclesiastica, da esercitarsi per un fine spirituale”.

Il Codex, dopo le premesse del Libro I, riprende, nel Libro II, la ripartizione conciliare, trattando

nella Parte I dei fedeli, siano essi laici, ministri sacri o chierici, della Prelature personali e delle

associazioni di fedeli.

2.) Fedeli, laici e chierici. Diritti e doveri.

Il Libro II, Il Popolo di Dio, inizia con una prima parte riguardante i fedeli, i loro obblighi e diritti, e

quelli dei fedeli laici.

“I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono costituiti

popolo di Dio”. Essi possono essere sia chierici che laici.

In realtà, tutti i fedeli hanno il dovere di condurre una vita santa, di diffondere il loro credo, di

obbedire e di collaborare con i loro Vescovi, ricevendo da questi aiuti spirituali. Ad essi è garantito

il diritto di culto, di associazione, di apostolato, di educazione, di investigazione e manifestazione

del pensiero, come di altre libertà che in capo ad un ordinamento secolare si chiamerebbero

costituzionali, anche se: “spetta all’autorità ecclesiastica, in vista del bene comune, regolare

l’esercizio dei diritti dei fedeli”.

I laici vengono presi in considerazione nell’ambito matrimoniale e familiare, impegnandoli

all’educazione cristiana dei figli. Una novità è quella configurata nel can. 288, che consente ai laici

idonei di essere utilizzati dai Pastori negli uffici ecclesiastici e di prestare loro aiuto.

Quanto ai chierici, la loro formazione ed educazione, in genere, avviene presso un seminario per la

durata di 4 anni. Per il diaconato permanente tale durata è minore, 3 anni.

3.) Le prelature personali e le associazioni dei fedeli.

Una nuova figura è quella della prelatura personale, eretta dalla Sede Apostolica, che provvede

anche ad approntare gli statuti, retta da un prelato come proprio Ordinario, che si incarica della

formazione degli alunni dei seminari, con una presenza sia di laici che di diaconi o presbiteri.

Come detto, a tutti i fedeli è riconosciuto il diritto di associarsi. Le associazioni possono essere

erette, lodate o semplicemente raccomandate; queste ultime private, le altre pubbliche se approvate

dalla Sede Apostolica. I loro statuti vanno comunque approvati dall’autorità competente, quindi

esse hanno una limitata autonomia privata. Negli statuti vengono “definiti il fine dell’associazione o

ragione sociale, la sede, il governo e le condizioni richieste per parteciparvi”.

CAPO QUINTO (PARAGRAFI 1 – 3)

I BENI TEMPORALI.

1.) L’acquisto e l’amministrazione dei beni temporali. I contratti. Gli atti di liberalità e le pie

fondazioni.

I beni temporali della Chiesa sono riguardati dal Libro V del Codex.

Le previsioni del Libro V concernono: l’acquisto e l’amministrazione dei beni; i contratti; le pie

volontà e le pie fondazioni.

L’acquisto dei beni ha come primi referenti i fedeli che devono contribuire alle necessità della

Chiesa. Il vescovo ha il diritto di richiedere il contributo in rapporto ai redditi di ciascuno. In tutte le

chiese si possono disporre questue in favore di determinate iniziative. Le offerte non possono essere

rifiutate e vanno destinate per un determinato fine. “La Chiesa percepisce per i beni temporali la

prescrizione” di 100 o di 30 anni, a seconda che appartengano alla Sede Apostolica o a qualsiasi

altra persona giuridica.

L’amministrazione dei beni spetta innanzi tutto al Pontefice, anche se è evidentemente esercitata da

vari istituti o organi.

Quanto ai contratti, v’è un rinvio alle “norme di diritto civile vigenti nel territorio a meno che non

siano contrarie al diritto divino o per diritto canonico si preveda altro”. I contratti presi in

considerazione sono in particolare l’alienazione, la locazione e i contratti di lavoro.

I beni possono essere acquistati in seguito a donazioni, testamenti, legati, atti di liberalità,

accomunati dal vincolo di destinazione, quello di una causa pia. L’esecutore delle pie volontà è il

vescovo, che vigila al loro adempimento. Il fiduciario deve informarlo, mettere al sicuro i beni ed

assicurarne la destinazione.

La massa dei beni destinati a tali fini ed eretti in persona giuridica dall’autorità ecclesiastica

competente, dà luogo alle pie fondazioni autonome; non autonome sono quelle in cui i beni sono

devoluti ad una persona giuridica pubblica con l’onere di destinarli alla celebrazione delle messe o

ad altre specifiche funzioni ecclesiastiche.

Per quanto riguarda il clero, lo Stato interviene poi attraverso l’otto per mille, la quota che, in

seguito agli impegni concordatari, i fedeli destinano alla propria Chiesa.

2.) Il patrimonio ecclesiastico.

Il patrimonio della Chiesa si è formato attraverso vari tipi di offerte, collette, donazioni, lasciti

testamentari, legati, o in seguito a particolari tributi, come quelli di stola bianca (battesimi,

comunioni, cresime, matrimoni), o nera (funerali), e di altri tributi, come quelli diocesani o il

seminaristico, e di tasse giudiziarie e amministrative.

L’amministrazione di questi beni richiede oggi dei rendiconti e dei bilanci e il controllo dell’

Ordinario e di vari organismi e Congregazioni della Curia romana.

Si tratta di un’amministrazione complessa, non finalizzata certo al profitto ma con fini caritativi e di

assistenza verso il prossimo. L’immagine di una Chiesa ricca ed opulenta contrasterebbe, infatti,

con la natura stessa della Chiesa, comunità di anime, volta alla povertà.

3.) I luoghi e i tempi sacri.

Secondo il Codex: “sono sacri quei luoghi che vengono destinati al culto divino o alla sepoltura dei

fedeli mediante la dedicazione o la benedizione. Occorre dunque la destinazione al culto da parte

del Vescovo diocesano, e la benedizione. Se i luoghi sacri vengono profanati, essi possono perdere

la loro destinazione. I luoghi sacri sono: le chiese, gli oratori, le cappelle private, i santuari ed i

cimiteri.

Accanto ai luoghi sacri sono stabiliti i tempi sacri, riguardanti le festività e i periodi di penitenza, di

competenza dei Vescovi e delle Conferenze Episcopali. Si tratta in genere di previsioni non rigide e

in parte derogabili, alle quali anche la società civile è in parte conformata, avendo adottato il

calendario gregoriano.

CAPO SESTO (PARAGRAFI 1 – 3)

LA COSTITUZIONE GERARCHICA DELLA CHIESA. CHIESA E COMUNITA’ POLITICA

1.) Il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi. Il Sinodo dei Vescovi. Il Collegio Cardinalizio.

La Curia Romana e gli organismi centrali della Chiesa. I legati pontifici.

Spetta al Pontefice, unitamente ai Vescovi, la “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e

universale sulla Chiesa”, che consegue alla sua elezione ed accettazione, dal momento che può

anche rinunciare all’ufficio. Al Pontefice, unitamente ai Vescovi e alla Chiesa tutta, spetta anche la

potestà ordinaria suprema su tutte le Chiese particolari”.

Egli è assistito dal Sinodo dei Vescovi, dal Collegio Cardinalizio e da vari altri organismi.

Il Collegio dei Vescovi esercita “la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico, indetto

dal Pontefice. Il Concilio Ecumenico è perciò un’assemblea di Vescovi con voto deliberativo, ma

sempre sotto il controllo del Pontefice, dal momento che sono obbligatori solo quei decreti

approvati, confermati e promulgati dal Pontefice.

Mentre al Concilio possono partecipare tutti i Vescovi, il Sinodo dei Vescovi è un’assemblea più

ristretta, che si riunisce periodicamente su questioni di fede, di costume, di disciplina ecclesiastica o

“riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo”. Esso può riunirsi in assemblea ordinaria e

straordinaria, ha una segretaria e un segretario generale permanente, oltre a più segretari speciali,

tutti nominati dal Pontefice.

Al Collegio Cardinalizio spetta di eleggere il Pontefice ed è distinto in tre ordini: episcopale,

presbiteriale; e diaconale.

La nomina dei Cardinali spetta al Pontefice. Il Collegio è presieduto da un Decano o da un

Sottodecano. I Cardinali si riuniscono in Concistoro, che può essere ordinario, su questioni o per atti

solenni, o straordinario, sui questioni particolarmente gravi.

I Cardinali sono i più stretti collaboratori del Pontefice. Il Pontefice può, in particolari circostanze,

nominare tra i Cardinali propri inviati speciali.

La Curia Romana “è composta dalla Segreteria di Stato o Papale, dal Consiglio per gli affari

pubblici della Chiesa, dalle Congregazioni, dai Tribunali e da altri organismi.

Tutti questi organismi costituiscono la Santa Sede.

Infine il Pontefice può inviare propri Legati, presso le Chiese particolari o gli Stati, che lo

rappresentino stabilmente.

2.) Le Chiese particolari. Le Conferenze Episcopali. Gli organi diocesani.

Per Chiese particolari si intendono innanzi tutto le diocesi.

Quanto agli organismi spiccano tra questi le Conferenze Episcopali, assemblee permanenti di

Vescovi, aventi carattere nazionale o regionale. Ciascuna Conferenza Episcopale deve elaborare i

propri statuti che “vanno riveduti dalla Sede Apostolica”; eleggere il proprio presidente; riunirsi

almeno una volta l’anno. Essi emanano decreti generali, con maggioranza di almeno due terzi dei

presenti per avere forza obbligante.

3.) Chiesa e comunità politica.

Tradizionalmente la Chiesa non esprimeva giudizi di valore sulle comunità politiche con le quali

veniva in rapporto. “La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra

nel proprio campo” ma tra di loro può intervenire “una sana collaborazione secondo modalità adatte

alle circostanze di luogo e di tempo.

CAPO SETTIMO (PARAGRAFI 1 – 3)

IL DIRITTO PENALE CANONICO.

1.) La potestà punitiva della Chiesa e le sue modalità di esplicazione.

La Chiesa ha sempre rivendicato e tuttora rivendica il diritto di porre in essere sanzioni penali a

carico dei fedeli che commettano delitti. Tale potestà è stata esercitata dall’età apostolica all’alto

Medioevo con strumenti sanzionatori peculiari come la scomunica, attraverso cui un soggetto che

aveva commesso un grave delitto (ad es. omicidio, eresia, adulterio) veniva posto al di fuori della

comunità ecclesiastica e privato della possibilità di partecipare al culto, dovendo affrontare una

penitenza pubblica per poter essere riammesso nella Chiesa ad opera del vescovo. In seguito,

tramontata o diventata eccezionale la penitenza pubblica sostituita dalla penitenza privata data al

penitente dal confessore, il diritto canonico, nel corso del Medioevo, pone in essere un vero e

proprio diritto penale concernente la punizione, con pene che andavano dalla scomunica fino alla

deposizione e alla perdita di prerogative ed uffici per il clero.

Oltre a sanzioni che colpiscono l’individuo, come la scomunica e le deposizioni o degradazioni per i

chierici, il diritto canonico prevede anche pene collettive che colpivano l’intera comunità come

l’interdetto locale che impediva le normali celebrazioni liturgiche presso una comunità che si fosse

in qualche modo ribellata alla legittima autorità ecclesiastica od ove fossero accaduti fatti di

particolare gravità.

Solo con il Codex del 1983 tali pene collettive sono scomparse e la potestà punitiva della Chiesa è

tornata ad avere come oggetto esclusivamente il singolo fedele. Il Codex tratta della materia penale

nel suo Libro VI. I titolari della potestà punitiva sono il Pontefice e gli organi della Santa Sede a cui

tale potestas sia stata delegata dal Pontefice stesso. La sanzione penale può essere inflitta sia in

forza di una decisione giudiziaria come anche in via amministrativa ed il soggetto che ha il potere di

applicarla gode di una discrezionalità molto ampia che può giungere a far sì che la pena, prevista

per un certo delitto, sia commutata in un’altra o differita ovvero sostituita da una sanzione minore o

addirittura sospesa e non irrogata.

2.) Le pene canoniche.

Anche nell’ordinamento canonico vige il principio della “legalità della pena” per cui una pena può

essere inflitta solo in conseguenza di una legge che la preveda e la sanzioni come tale. A tale

principio, però, è stata apportata nel vigente Codex un’importante deroga. Il can. 1399, infatti, dà

facoltà a chi dispone della potestà punitiva nella Chiesa (ed in particolare ai vescovi), di poter

infliggere sanzioni anche in casi non previsti dal Codex e dalla legge penale canonica; e ciò per

gravi violazioni di una legge divina o canonica o per porre riparo a scandali.

Perché sussista l’imputabilità del soggetto agente occorre che l’azione possa essere a lui gravemente

imputabile per dolo o per colpa. Non sono imputabili i minori di anni 16 e coloro che hanno

commesso il delitto in stato di incapacità mentale.

Le pene canoniche si distinguono in varie categorie, dalle più gravi ad altre lievi.

La prima categoria di pene è quella delle censure o “pene medicinali”, così dette per indicare

l’intenzione della Chiesa di ottenere, tramite esse, il ravvedimento del soggetto cui la pena è inflitta.

Esse comprendono la scomunica e l’interdetto.

La seconda categoria di pene è quella delle pene espiatorie, che mirano al ristabilimento della

giustizia ed alla riparazione del danno da parte del soggetto che ha violato la norma. Esse

comprendono la perdita di prerogative ed uffici per il clero.

Oltre alle pene, in diritto canonico, vi sono i rimedi penali e le penitenze. I rimedi penali sono

ammonizioni tendenti ad evitare che un soggetto commetta un delitto o a far cessare scandali; le

penitenze, invece, consistono in imposizioni di opere di religione, pietà o carità, irrogate in

sostituzione o in aggiunta ad un’altra pena.

In base al modo in cui sono irrogate, le pene si distinguono in pene che si applicano in seguito ad un

provvedimento (o pene ferendae sententiae) e pene in cui si incorre automaticamente per il solo

fatto di aver commesso il delitto (pene latae sententiae).

Un caso molto frequente di scomunica “latae sentenziae” è quello che viene in essere a carico di chi

provochi volontariamente un aborto.

CAPO OTTAVO

L’ORGANIZZAZIONE GIUDIZIARIA DELLA CHIESA.

1.) I Tribunali Pontifici.

Premessa.

I principali tribunali pontifici sono due: la Rota Romana ed il Supremo Tribunale della Segnatura

Apostolica.

1.1.) La Rota Romana.

Tribunale pontificio per eccellenza, la Rota Romana può giudicare, in diritto ed in fatto, ogni tipo di

causa, in ogni istanza e grado.

La Rota Romana consta di giudici nominati dal Pontefice tra esperti canonisti e posti sotto la

direzione di un Decano. Essi decidono, riuniti in turni rotali e cioè in collegi di tre giudici, anche se

la Rota, nelle cause più complesse, può giudicare con collegi di cinque giudici, o “videntibus

omnibus”, e, cioè, al completo; tali turni sono determinati secondo l’anzianità di nomina.

Ovviamente esistono presso la Rota Romana il Promotore di giustizia ed il Difensore del vincolo.

Annesso alla Rota è lo Studio Rotale che organizza i corsi di formazione per accedere al titolo di

avvocato della Rota Romana.

La funzione della Rota è essenzialmente quella di Tribunale Pontificio di appello e di ultimo grado,

anche se essa può conoscere anche le cause di prima istanza.

1.2.) Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Questo tribunale che provvede alla retta amministrazione della giustizia nella Chiesa, è composto da

cardinali nominati direttamente dal Pontefice, presieduti dal Prefetto del Supremo Tribunale della

Segnatura, coadiuvati da altri prelati ed esperti canonisti, che si occupano dell’istruzione delle cause

e dell’elaborazione di studi e pareri ed, ovviamente, dal personale di cancelleria, coordinato dal

Segretario. Anche qui sono presenti gli uffici del Promotore di giustizia e del Difensore del vincolo.

2.) I Tribunali locali.

Veniamo ora ai Tribunali locali.

2.1.) I giudici.

Figura centrale del tribunale ecclesiastico è quella del giudice, che esercita la sua jurisdictio “in

nomine ecclesiae”.

Il potere giudiziario è affidato, a livello locale, al vescovo, che può esercitarlo direttamente o

delegarlo ad altri soggetti.

I giudici dei tribunali ecclesiastici diocesani devono essere chierici. Tuttavia le Conferenze

Episcopali possono permettere che, in caso di necessità, anche dei laici siano nominati giudici.

2.2.) Il Promotore di giustizia, il Difensore del vincolo ed il notaio.

Il Promotore di giustizia deve essere costituito come ufficio presso ogni tribunale ecclesiastico per

svolgere il suo compito di tutela del bene pubblico. Il suo compito nelle cause di nullità

matrimoniale è alquanto modesto, consistendo nel potere-dovere di iniziare la causa di nullità.

Di capitale importanza e rilievo è invece nel processo di nullità matrimoniale la figura del Difensore

del vincolo. Questo deve essere nominato presso ogni tribunale ecclesiastico ed intervenire nelle

cause in cui si discute della nullità dell’ordinazione sacerdotale o della nullità o dello scioglimento

di un matrimonio. In tale contesto egli deve proporre e manifestare tutto ciò che può razionalmente

addursi contro la nullità o lo scioglimento.

Comuni sono i requisiti per essere nominati all’ufficio di promotore di giustizia e di difensore del

vincolo: essere di integra fama, dottore o almeno licenziato in diritto canonico e distinto per

prudenza ed amore della giustizia. Vi possono accedere sia i chierici ed i religiosi come i laici, sia

gli uomini come le donne.

Ultima figura, la cui presenza è indispensabile presso i tribunali ecclesiastici di ogni tipo e grado è

quella del notarius, o funzionario del tribunale che redige i verbali delle udienze processuali e dà a

questi documenti fede pubblica in diritto canonico.

2.3.) Avvocati e procuratori.

Come nel diritto civile, così nel diritto canonico si distingue la figura del procuratore, che

rappresenta la parte in giudizio, e dell’avvocato, che presta alla parte medesima la difesa tecnica.

Per assumere l’incarico di procuratore presso i tribunali ecclesiastici non sono previsti particolari

requisiti, tranne l’età maggiore e la buona fama; non è previsto neanche che si appartenga alla

Chiesa cattolica. L’avvocato deve invece essere cattolico e deve essere dottore o, comunque,

esperto in diritto canonico.

Particolari requisiti sono richiesti per la nomina ad avvocati presso i supremi organi giurisdizionali

pontifici.

L’assistenza di un avvocato è obbligatoria in campo penale, non invece nel normale giudizio

contenzioso, ivi compreso quello matrimoniale, anche se la norma al proposito non è del tutto

chiara.

DIRITTO MATRIMONIALE

CAPO PRIMO (PARAGRAFI 1 – 9)

IL PROCESSO DI NULLITA’ MATRIMONIALE.

1.) Il Foro competente.

Le cause di nullità matrimoniale dei battezzati ricadono sotto la competenza dei tribunali

ecclesiastici, mentre quelle relative agli effetti civili e patrimoniali di questi matrimoni spettano ai

giudici civili.

Per quanto riguarda il foro ecclesiastico competente è innanzi tutto da notare come, in via

eccezionale, sia riservato, come diritto esclusivo, al Pontefice il giudicare le cause di nullità dei

matrimoni canonici di coloro che esercitano la suprema autorità nell’ambito di uno Stato. La norma,

che nel Codex del 1917 si estendeva a tutta la famiglia dei capi di stato, si riferisce oggi solo ai

medesimi, siano essi monarchi o presidenti delle repubbliche; questi ultimi, ovviamente finché

svolgano tale funzione.

I casi normali di ripartizione di competenza tra i tribunali di prima e di seconda istanza fissati dal

can. 1673 sono, invece, quattro, dandosi luogo a vari fori competenti.

Di essi i primi due possono essere scelti liberamente dalla parte, mentre la facoltà di scelta degli

ultimi due è subordinata al consenso di altri organi.

1) Il tribunale del luogo ove il matrimonio è stato celebrato (forum contractus)

2) Il tribunale del luogo ove il convenuto ha il suo domicilio o quasi-domicilio (foro del convenuto).

Ricordiamo che il domicilio in una parrocchia o diocesi si ottiene con la residenza attuale in tale

parrocchia o diocesi con l’intenzione di permanervi per il futuro se nulla lo impedisce, ovvero con

la residenza di fatto protratta per almeno un quinquennio. Il quasi-domicilio si acquista con una

residenza stabile di almeno tre mesi, ovvero con la residenza di fatto in una parrocchia o diocesi con

l’intenzione di rimanervi almeno per tre mesi.

3) Il tribunale del luogo ove la parte attrice ha il domicilio.

4) Il tribunale del luogo ove di fatto sono da raccogliersi la maggioranza delle prove.

Dal punto di vista generale si ricordi che il tribunale competente a giudicare in prima istanza è il

tribunale diocesano, composto da giudici, presieduto dal Vicario giudiziale o dal Vicario giudiziale

aggiunto.

2.) La fase introduttiva del giudizio.

2.1.) Il diritto di impugnare il matrimonio.

Hanno diritto ad impugnare il matrimonio: i coniugi; il promotore di giustizia. È questo il c.d. jus

accusandi matrimonium.

2.2.) L’esercizio dello “jus accusandi matrimonium” (diritto di impugnare il matrimonio): il libello

e la sua presentazione.

Nel processo matrimoniale, in quanto causa contenziosa, vige il principio “nemo judex sine actore”.

Chi vuole convenire alcuno in giudizio, deve esibire al giudice competente un libello, in cui sia

proposto l’oggetto della controversia e venga richiesto il ministero del giudice stesso.

Nella prassi si richiede che al libello siano allegati una serie di documenti necessari, come la copia

integrale dell’atto di matrimonio canonico, o facoltativi, come la lista dei testi indicati dall’attore.

Il vicario giudiziale, prima di procedere alla valutazione sull’ammissione del libello, è tenuto a far

convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale.

3.) Costituzione del Tribunale giudicante ed ammissione o reiezione del libello.

3.1.) La costituzione del Tribunale.

Per poter procedere all’ammissione o reiezione del libello occorrerà formare il Tribunale collegiale,

composto da tre giudici, di cui uno con funzioni di presidente, nominati con decreto del Vicario

giudiziale che, ovviamente, potrà riservare a se stesso la Presidenza.

Oltre a stabilirsi quale sia il Presidente del collegio ed a chi deve essere affidata l’istruttoria e la

“ponenza”, e cioè la redazione della futura sentenza, deve essere nominato, sempre nel medesimo

decreto, il Difensore del vincolo e il notarius.

3.2.) Ammissione e reiezione del libello.

Il libello può essere ammesso in due modi, o con decreto del Presidente del Tribunale collegiale o

“ipso iure” e cioè di diritto, per via del formarsi di una sorta di silenzio-assenso dello stesso

Tribunale.

La discrezionalità del Presidente, invece, nel rigettare il libello con decreto è limitata a quattro casi.

I primi due si hanno quando manchi la competenza del Tribunale, nonché la capacità di stare in

giudizio dell’attore. In tale caso, però, il Presidente, anziché rigettare il libello, potrà nominare un

curatore che lo assista ed indi ammettere il libello. Ovviamente, invece, in caso di incompetenza

territoriale o funzionale del tribunale, non potrà esservi possibilità di ammissione.

Il terzo caso riguarda i necessari requisiti del libello.

Il quarto ed ultimo caso di possibile reiezione del libello si ha quando la domanda manca di

fondamento.

4.) L’inizio e la prosecuzione dell’istanza.

4.1.) Il decreto di citazione in giudizio.

È principio fondamentale del diritto processuale quello per cui colui contro il quale è promossa

un’azione deve essere citato in giudizio per potersi difendere dalla richiesta dell’attore.

Nel processo canonico, a differenza di quello civile, la citazione non è l’atto con cui una parte

chiama in giudizio l’altra davanti al giudice, ma l’atto con cui il giudice cita il convenuto,

rendendolo noto anche all’attore e al difensore del vincolo.

Il decreto di citazione va notificato per posta. Se il convenuto si rifiuta di riceverla, la citazione si ha

per effettuata.

Con la notifica della citazione si ha l’inizio ufficiale della causa, ovvero della sua pendenza. Inizia

l’istanza che si concluderà naturalmente con l’emissione della sentenza definitiva di primo grado.

La causa potrà interrompersi per morte della parte, salvo riassunzione della medesima da parte degli

eredi o di chi ne ha interesse, per il venire a mancare del tutore o del curatore, che dovranno, perché

la causa continui, essere sostituiti dal giudice, o quando, nel corso dell’istruzione della causa,

emerga “il dubbio assai probabile che il matrimonio non sia stato consumato”. In tal caso il

Tribunale sospende la causa e compie l’istruttoria, trasmettendo gli atti alla Sede Apostolica.

L’istanza, infine, si estinguerà per perenzione, qualora per sei mesi non sia stato posto in essere

alcun fatto processuale. Tale perenzione va dichiarata d’ufficio.

Secondo il Codex, inoltre, l’attore può rinunziare all’istanza in ogni stato e grado del giudizio; tale

rinuncia, però, deve essere fatta per iscritto, deve essere sottoscritta dalla parte o da suo procuratore

e l’altra parte, cui la rinuncia va comunicata, deve accettarla o almeno non opporvisi. In caso di

opposizione del convenuto, infatti, la causa prosegue fino alla sentenza, anche se, in tal caso, si ha

una sorta di sostanziale inversione dei ruoli.

4.2.) La contestazione della lite e la concordanza del dubbio.

L’istituto della litis contestatio ha origini antiche. Secondo il Codex “Si ha la contestazione della

lite quando, con decreto del giudice, vengono definiti i termini della controversia desunti dalle

richieste e dalle risposte delle parti”.

Per quanto riguarda la parte attrice il giudice dispone già del libello, da cui risulta ciò che la parte

chiede. Trattandosi di una causa complessa, il convenuto sarà convocato a comparire, di persona o

tramite procuratore, davanti al giudice insieme all’attore e al Difensore del vincolo “per concordare

il dubbio o i dubbi a cui si dovrà dare una risposta nella sentenza”.

5.) L’istruttoria.

5.1.) Premessa.

L’istruttoria è quella fase processuale in cui si raccolgono le prove su cui il tribunale baserà la

propria decisione.

Tali prove sono di vario genere e si dividono in prove piene, che di per sé possono portare alla

decisione del giudice, e semipiene, se hanno bisogno di altri riscontri, giudiziali, se formate in

giudizio, come la testimonianza e la confessione giudiziale della parte, extragiudiziali, se venute in

essere in altro ambito e già esistenti, come le prove documentali.

5.2.) L’onere della prova.

All’attore incombe l’onere di provare ciò che asserisce. Tale onere è qui particolarmente gravoso,

dato che in caso di incertezza il Tribunale dovrà decidere per la validità del vincolo.

5.3.) Ammissibilità delle prove e loro assunzione.

Possono essere addotte prove di qualunque genere purché utili alla causa e lecite.

In caso di contrasto tra una parte e il giudice istruttore circa l’ammissibilità di una prova, la parte

può fare istanza al giudice perché venga ammessa.

Luogo deputato alla raccolta delle prove e all’ascolto delle deposizioni e testimonianze è il

Tribunale, che vi provvede tramite il giudice istruttore.

6.) La prova nel diritto processuale canonico: i singoli mezzi di prova.

6.1.) Le dichiarazioni delle parti e la confessione giudiziale.

Il giudice per scoprire più adeguatamente la verità può sempre interrogare le parti.

Nelle cause matrimoniali la confessione giudiziale e le dichiarazioni delle parti che non siano

confessioni, possono avere forza probante ma non assumere forza di piena prova se non si

aggiungono altri elementi ad avvalorarle in modo definitivo.

6.2.) La testimonianza.

1.) La qualifica di teste: ammissibilità, incapacità e cause di esenzione del teste.

Il principio generale è che chiunque può essere teste se non è vietato da una norma di legge

universale. Non si ha distinzione tra battezzati e non battezzati, sì che teste può essere anche un non

cristiano. Nelle cause matrimoniali possono deporre anche i consanguinei e tra questi i familiari

delle parti. Tuttavia non si ammettono alla testimonianza, di norma, coloro che, non avendo ancora

raggiunto un’età sufficiente, o soffrendo di diminuzione della loro capacità psichica per varie cause,

presumibilmente non potrebbero rendere una testimonianza equilibrata e veritiera. Questi testi

vengono ora definiti “non ammissibili”.

Sono invece ritenuti incapaci a testimoniare: tutte quelle persone che abbiano assunto un ruolo nella

causa di nullità e i sacerdoti.

Infine, sono esentati dall’obbligo di testimoniare coloro che sono legati dal segreto professionale,

nonché coloro che temono possa derivare dalla loro testimonianza infamia, pericolose vessazioni ed

altri gravi danni per sé, i prossimi parenti o affini.

2.) La presentazione e l’esclusione dei testi.

I testi possono essere indicati al tribunale dalle parti o dal difensore del vincolo o citati d’ufficio

dallo stesso giudice.

Prima dell’interrogatorio dei testi il loro nominativo sarà comunicato all’altra parte, affinché questa

possa esercitare il diritto di chiedere l’esclusione di un teste, nel caso ne esistano le cause.

3.) L’esame dei testi.

Le risposte date dai testi vanno subito redatte per iscritto dal notaio e si ammette anche l’uso del

registratore. Al termine della deposizione va riletto integralmente al teste il verbale della sua

deposizione o gli va fatta ascoltare la registrazione effettuata, concedendogli la facoltà di

aggiungere, sopprimere, correggere o variare frasi o parole.

4.) Forza probante della testimonianza.

Il Codex detta coi cann. 1572 e 1573 alcuni importanti criteri per valutare la forza probante della

testimonianza. Il can 1572 prevede che il giudice anzitutto assuma informazioni sui testi mediante

le “litterae testimoniales”. Tali lettere informative spesso, però, per la loro genericità e per il fatto

che raramente nei grossi centri il parroco conosce tutti i suoi parrocchiani, non apportano un

contributo significativo alla questione della credibilità o meno del teste. Sarà quindi il giudice che

dovrà farsi un’idea della credibilità e dell’affidabilità del medesimo, tenendo conto di quattro

profili: a) il profilo socio-morale del teste; b) la tipologia ed il carattere della testimonianza, per cui

il giudice deve accertare se “la testimonianza è fatta per conoscenza propria o se il teste riferisca

circa una sua opinione, o circa le voci correnti o udite da altri”; c) la congruenza e la coerenza

interna della testimonianza, per cui occorre considerare se il teste sia costante e fermamente

coerente con sé stesso, o incerto e vacillante; d) la congruenza e la coerenza esterna della

testimonianza, per cui occorre vedere se il teste deponga concordemente con altri testimoni che

depongono sullo stesso fatto o circostanza, o se invece contrasti con essi ed altresì se la sua

deposizione sia confortata o no da altri elementi di prova.

5.) Il teste unico.

Il can. 1573 si occupa, invece, dell’antica e complessa questione del valore probatorio del teste

unico. Può accadere, infatti, che su una vicenda processuale ci sia un solo teste.

In merito, l’attuale Codex sancisce che “la deposizione di un solo teste non può far fede piena, a

meno che non si tratti di un teste qualificato”.

6.3.) La prova documentale.

Prova documentale può essere un atto scritto o una copia o riproduzione di un atto scritto, come

anche un’immagine fotografica o cinematografica, una cassetta recante una registrazione, ecc.

Per avere forza probante in giudizio i documenti vanno depositati in originale presso la cancelleria.

Se un documento comune ad entrambi le parti è in possesso di una parte, il giudice potrà ordinarne

l’esibizione al tribunale.

A tutela dei diritti delle parti e dei terzi è però stabilito che nessuno è tenuto a produrre documenti

che non possono essere esibiti senza pericolo di danno fisico o morale alla persona e ai suoi

congiunti o senza pericolo di violare il segreto che si deve mantenere.

6.4.) La prova peritale (perizia).

Il can. 1574 stabilisce che “ci si deve servire dell’opera dei periti ogniqualvolta, per disposizione

del diritto e del giudice è necessario il loro esame ed il loro parere per provare qualche fatto o

conoscere la vera natura di una cosa”.

Particolare importanza assumono le perizie nelle cause di nullità matrimoniali.

Dopo la nomina e la comunicazione del nome del perito alle parti, il giudice definisce con suo

decreto i singoli punti su cui si deve svolgere l’opera del perito, al quale vanno trasmessi gli atti di

causa e gli altri documenti e sussidi perché possa svolgere correttamente e fedelmente il suo

compito. Al medesimo il giudice, dopo averlo udito, assegnerà un tempo, entro cui dovrà espletare

l’esame peritale e presentare relazione. A questo punto il perito deve procedere all’effettuazione

della perizia, per la quale ha diritto ad un equo onorario.

6.5.) Le presunzioni.

La presunzione è una prova che viene in essere attraverso un procedimento logico col quale “da fatti

e circostanze certe si traggono illazioni circa fatti che sono in sé dubbi e controversi”.

Va distinta la presunzione di diritto, stabilita dalla legge stessa, dalla presunzione semplice, che è

quella formulata dal giudice in base al processo mentale enunciato.

7.) La fase predecisionale.

7.1.) La pubblicazione degli atti di causa.

Perché le parti possano difendersi o direttamente o tramite i loro patroni e perché il Difensore del

vincolo possa redigere le sue osservazioni è fondamentale che tutti questi soggetti conoscano il

complessivo quadro processuale ed istruttorio attraverso la consultazione di tutti gli atti di causa.

A tal scopo è finalizzata la pubblicazione degli atti di causa, che il giudice deve decretare e fare

effettuare sotto pena di nullità del processo.

Nella prassi agli avvocati viene consegnata o spedita copia degli atti, mentre alle parti è solo

consentito di leggere gli stessi in cancelleria senza poter trarre copia, onde evitare che se ne possano

servire a scopi di ritorsione o illeciti.

A quest’obbligo di pubblicazione integrale degli atti di causa si può far eccezione quando il giudice,

con suo decreto, “per evitare pericoli gravissimi”, sottragga un atto alla pubblicazione.

7.2.) Il completamento delle prove.

Una volta presa conoscenza del materiale pubblicato, le parti e i loro patroni, nonché il Difensore

del vincolo possono chiedere l’assunzione di altre prove, entro un limite temporale fissato dal

giudice stesso. Acquisite queste, se, a parere del giudice, sarà necessario, si darà luogo ad una

nuova e seconda pubblicazione degli atti.

7.3.) La conclusione dell’istruttoria (Conclusio in causa).

Una volta esaurita la raccolta delle prove, il giudice, con suo decreto, dichiara la causa conclusa.

7.4.) Il supplemento di istruttoria.

Emesso il decreto di conclusione in causa, può, tuttavia, eccezionalmente presentarsi la necessità di

assumere in extremis una nuova prova.

7.5.) La discussione della causa.

Col decreto di conclusione dell’istruttoria si apre la fase della discussione della causa, nella quale

sia le parti private ed i loro eventuali patroni sia il Difensore del vincolo devono svolgere le loro

difese e presentare le loro osservazioni entro il termine assegnato dal tribunale.

Tali difese ed osservazioni sono redatte per iscritto ed assumono, nel caso dei patroni e delle parti, il

nome di “restrictus”, nel caso del Difensore del vincolo, di “animadversiones”. Esse vengono

scambiate, nel senso che il Tribunale provvede a comunicare agli avvocati le osservazioni del

Difensore del vincolo ed a questi il restrictus o i restrictus delle parti.

8.) La fase della decisione della causa e problematiche relative alla sentenza.

8.1.) La fase decisoria.

Le cause matrimoniali sono decise da un tribunale collegiale formato da tre giudici, di cui fanno

parte, oltre al Presidente, anche il giudice che funge da relatore o ponente della causa e che poi

dovrà redigere la sentenza, che può essere il Presidente stesso o altro giudice, ed il giudice cui è

stata affidata l’istruttoria.

I tre giudici dovranno riunirsi per decidere nel giorno e nel luogo fissati dal Presidente recando

seco, stese per iscritto, le proprie conclusioni circa il merito della causa, corredate dalle ragioni in

diritto ed in fatto, che ogni giudice esporrà nel corso dell’udienza. Finita l’esposizione si aprirà la

discussione per vedere se addivenirsi ad una decisione “pro nullitate” (per la nullità matrimoniale) o

“pro vinculo” (a favore del vincolo). Possono però verificarsi contrapposizioni di punti di vista. In

questo caso si deciderà a maggioranza ed il giudice che non intende adattarsi alle decisioni degli

altri può esigere che, in caso di appello, le sue conclusioni siano trasmesse al tribunale superiore.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Canonico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di Diritto Canonico, Tedeschi, Musselli. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: nozioni preliminari e caratteri generali, le fonti storiche, le fonti giuridiche, il Popolo di Dio, i beni temporali, la costituzione gerarachica della Chiesa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Stefanì Paolo.

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