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In particolare, le difficoltà cui da tempo va incontro il tentativo dei Paesi industrializzati di imporre

ai PVS condizioni sociali della produzione analoghe alle proprie, o comunque più elevate, e quanto

meno conformi agli standards internazionali elaborati in sede OIL e OCSE, hanno indotto le

imprese globali a porre in essere strategie di CSR a livello planetario, sotto l'impulso di un duplice

ordine di fattori.

Non si tratta, infatti, solo di rispondere in termini di «reputazione» alla crescente domanda di

consumo «etico» proveniente dai cittadini-consumatori delle economie sviluppate, ma anche di

adeguare la qualità delle catene produttive, ormai profondamente innervate in Paesi non solo

geograficamente e politicamente, ma anche socialmente e culturalmente remoti, alla qualità della

domanda.

Si scopre così, tutt'a un tratto, che mentre il lavoro si dematerializza in Occidente, si sta

rimaterializzando in forme niente affatto precapitalistiche, ma semmai neo-fordiste, nei PVS. Si

potrebbe anzi affermare che, oggi, le imprese più «socialmente responsabili» sono proprio le più

«globalizzate».

Capitolo 6

RESPONSABILIT À SOCIALE D'IMPRESA E RUOLO DELLE RELAZIONI SINDACALI

La responsabilità sociale d'impresa quale derivazione della Business Ethics di stampo

anglosassone

Il termine stakeholder, che si oppone a quelli di shareholder e di stockholder (i quali designano i

detentori di quote della proprietà), indica una categoria di soggetti che vanta nei confronti

dell'impresa un assetto di diritti o di interessi (esemplificativamente: il management, i lavoratori, i

sindacati, i consumatori, le organizzazioni non governative, i concorrenti, i fornitori e sub-fornitori,

gli appaltatori e sub-appaltatori, la pubblica amministrazione, le comunità locali, ecc.).

La sua trasposizione nel contesto istituzionale europeo quale strumento di governance

Trasposta nel quadro istituzionale europeo, la corporate social responsibility viene interpretata

come (e piegata a) strumento di governance, innanzitutto per il conseguimento degli obiettivi della

strategia di Lisbona, cioè la realizzazione di un'economia della conoscenza che punti sulla qualità

del prodotto e alti livelli di protezione sociale, nel contesto di uno sviluppo sostenibile. Nel Libro

Verde del 2001 e nella successiva comunicazione del 2002, la Commissione europea chiede alle

imprese di fornire il proprio contributo a tali obiettivi, mediante iniziative di carattere volontario

che, andando «al di là» del diritto vigente, incidano su aspetti quali la formazione professionale, la

tutela della professionalità e dell'occupazione (adottando, ad es. politiche di job retention), la

non-discriminazione e l'inclusione sociale, la sicurezza sul luogo di lavoro e la tutela dell'integrità

morale del prestatore di lavoro, la partecipazione gestionale e finanziaria dei lavoratori, la

conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Si tratta, nel linguaggio comunitario, della cd. «dimensione interna» della responsabilità sociale, la

quale concerne le prassi che hanno riflesso sui dipendenti e quelle ecologiche, relative alla gestione

delle risorse naturali utilizzate nella produzione.

Ma pure per quanto riguarda la cd. «dimensione esterna», vale a dire i rapporti con partners

commerciali e fornitori, clienti, poteri pubblici e organizzazioni non governative che rappresentano

la comunità locale e l'ambiente, vengono sottolineati, anche basandosi sulla teoria della reputazione,

i vantaggi competitivi della responsabilità sociale.

Il problematico incontro tra responsabilità sociale e diritto del lavoro 17

L'utilizzazione dell'idea di corporate social responsibility quale strumento di governance nel

contesto europeo crea immediatamente problemi di adattamento, se non di compatibilità.

Nonostante l'enfasi posta dalla Commissione sul fatto che «essere socialmente responsabili non solo

significa soddisfare pienamente gli obblighi giuridici ma anche andare al di là, investendo di più nel

capitale umano, nell'ambiente e nei rapporti con le parti interessate» e, di più, che «la responsabilità

sociale delle imprese non dovrebbe essere considerata come un sostituto della regolamentazione o

della legislazione riguardante i diritti sociali o le norme ambientali, compresa l'elaborazione di una

nuova normativa adeguata», la prospettiva delineata ha destato allarme nelle organizzazioni

sindacali vuoi a livello europeo, vuoi a livello nazionale. I timori sono legati, sia alla diluizione

della specificità del lavoro nella indistinta categoria degli stakeholders, sia alla preoccupazione che

la RSI venga intesa come la sostituzione del ruolo dello Stato, con una sorta di privatizzazione delle

responsabilità del governo: di qui la sottolineatura, da parte sindacale, che «il sistema fondamentale

delle relazioni deve articolarsi sui concetti di concertazione, partecipazione, contrattazione e non

può essere surrogato da altri sistemi» e che «tutti gli aspetti relativi alla dimensione interna

dell'impresa (che vanno dai riflessi sui dipendenti agli investimenti sul capitale umano, dalla salute

e sicurezza ai processi di trasformazione e ristrutturazione, dalla gestione degli effetti sull'ambiente

a quelli della gestione delle risorse naturali) sono temi che non possono prescindere dal ruolo

fondamentale del sindacato». Ed anzi, secondo il sindacato che si è dimostrato forse più interessato

al tema, proprio attraverso la contrattazione si dovrebbero «attivare gli strumenti della

responsabilità sociale delle imprese, dai codici di condotta, alle certificazioni etiche ed ecologiche

al bilancio sociale e quant'altro».

Corporate social responsibility appare obiettivamente funzionale ad ovviare alla carenza di

contrappesi normativi ai poteri datoriali.

Da questo punto di vista, non si comprenderebbe l'utilità di una disciplina in contesti, quale quello

continentale, caratterizzati da un alto tasso di giuridificazione dei rapporti di lavoro, e nei quali ciò

che si è spesso lamentato, all'opposto, è la sovraregolamentazione e l'eccessiva rigidità della

disciplina. Il timore concerne l'ipotesi che il dibattito sulla RSI sia funzionale e preluda alla

destrutturazione del diritto del lavoro, alla precarizzazione dei rapporti di lavoro e, più in generale, a

politiche di stampo neo-liberista e a modelli di regolazione caratterizzati da una fisionomia più soft.

Con il rischio che le tutele dei lavoratori vengano degradate da diritti a concessioni individuali e

«responsabili» delle imprese e che la protezione del lavoro, affidata tradizionalmente alle pubbliche

istituzioni, sia demandata all'iniziativa e alla buona volontà dei soggetti economicamente più forti.

La «degradazione dei diritti» dei lavoratori potrebbe derivare anche dalla confusione dei lavoratori

dipendenti nella indistinta categoria degli stakeholders. Sotto questo profilo, si evidenzia che i

dipendenti potrebbero divenire addirittura «strumenti» di RSI, utilizzati dalle imprese per poter

soddisfare gli interessi degli altri stakeholders.

Il timore è poi aggravato dal sospetto che la comunicazione d'impresa e la partecipazione dei

lavoratori, di cui alle pratiche di RSI, si svolgano unicamente sul piano del rapporto individuale di

lavoro, col risultato, se non addirittura col fine specifico, di emarginare il sindacato ed indebolire il

momento collettivo del confronto tra lavoratori e impresa.

Altri si sono già esercitati ad evidenziare come responsabilità sociale dell'impresa e diritto del

lavoro - inteso come nucleo di norme inderogabili poste a tutela di uno stakeholder qualificato, sulla

base di un paradigma oppositivo - non siano antagonisti ma complementari. A meno di alimentarsi

della cultura del sospetto (peraltro il sospetto, non la sua cultura, in alcuni casi giustificabile) la

responsabilità sociale può essere vista come tecnica di governance che risponde, da una parte, alla

globalizzazione dei mercati e, dall'altra, nella sua dimensione domestica, alle trasformazioni

dell'impresa e dei processi produttivi.

La controversa dimensione domestica della RSI 18

Una grande parte delle riflessioni giuridico-continentali sulla RSI, che però brilla per la pochezza

dei risultati, nella sua dimensione domestica concerne proprio i suoi possibili ambiti: ambiti in cui si

riconoscerebbero le insufficienze delle tecniche del diritto del lavoro attuale, l'inidoneità delle quali

può essere strutturale (perle caratteristiche del problema specifico da risolvere, per la rapidità dei

mutamenti, per l'impraticabilità di strumenti coercitivi, per ragioni di opportunità politica, sociale ed

economica) o circostanziale (in attesa della maturazione dei tempi e dei contenuti di un intervento

normativo). La RSI interverrebbe allora ad ausilio, sostegno, completamento e, dove necessario,

sostituzione del diritto del lavoro tradizionale.

RSI e relazioni sindacali

Inquadrata la RSI quale tecnica di governance, l'aspetto più delicato concerne il suo rapporto con le

relazioni sindacali, tecnica di governance per eccellenza per quanto riguarda il diritto del lavoro

continentale, con funzione complementare, anticipatrice, adattativa delle regole legali, esattamente

la stessa funzione che si vuole attribuire alla RSI.

La Commissione europea ha sostanzialmente eluso questo nodo nel Libro Verde, limitandosi ad

osservare che «il dialogo sociale con i rappresentanti del personale, che costituisce il principale

meccanismo per definire i rapporti tra le imprese e i suoi dipendenti, svolge un ruolo cruciale nel

più ampio quadro dell'adozione di prassi socialmente responsabili». Più circostanziata, di fronte alle

osservazioni delle parti sociali, la presa di posizione della Commissione nella comunicazione del

2002 che, nell'auspicare una maggiore convergenza e trasparenza nei diversi ambiti (codici di

condotta, norme di gestione, misurazione delle prestazioni, marchi di qualità, investimento

socialmente responsabile) della RSI, invita ad associare nella elaborazione, nell'applicazione e nel

monitoraggio dei codici di condotta in materia di diritti del lavoro (così come di diritti dell'uomo o

protezione dell'ambiente) le parti sociali e altri parti interessate, anche nei paesi in via di sviluppo. A

loro volta, la consultazione e la partecipazione sono espressamente indicate quali oggetto - od

indicatori - di responsabilità sociale, e, di nuovo, il «dialogo sociale» è individuato quale strumento

di essa.

Dunque, si potrebbe concludere, non una visione antagonistica, ma strumentale. L'integrazione del

«dialogo sociale», così come della legislazione, all'interno della RSI, sembra essere additata come

la via europea alla medesima.

La contrattazione collettiva può essere veicolo della RSI?

Il punto concerne la legittimazione di una fonte regolativa unilaterale. Non a caso, i sindacati che

vedono con prudente interesse la tematica tendono ad attrarla, nel grande bacino della

contrattazione. E nella prassi si registra la spinta del sindacato per «contrattare» le norme dei codici

di condotta.

Ad esempio, nel settore conciario, la confederazione europea dell'industria conciaria e la

federazione europea del sindacato dei tessili, nell'ambito del dialogo settoriale sociale europeo,

hanno elaborato un codice di condotta, per lo più basato su principi contenuti nelle convenzioni

OIL, impegnandosi a promuoverlo e a farlo circolare, ed invitando i propri membri ad adottarlo e

consigliarne la progressiva attivazione a livello aziendale.

Al livello domestico, si deve richiamare il noto protocollo sullo sviluppo sostenibile e compatibile

del sistema bancario, sottoscritto il 16 giugno 2004, da ABI e dai sindacati dei bancari, col quale le

parti si impegnano a favorire la diffusione, nel sistema bancario, della cultura, dei principi e dei

valori connessi alla responsabilità sociale d'impresa e, allo scopo, si impegnano ad istituire un

Osservatorio paritetico nazionale, con il compito di «analizzare le buone pratiche e stimolarne e

favorirne la diffusione nel sistema bancario italiano, anche con riguardo agli strumenti volontari

come, ad esempio, il bilancio sociale o ambientale e i codici etici».

Per una contrattazione di tipo procedurale 19

La contrattazione produce essenzialmente commissioni paritetiche, procedure di monitoraggio, ecc.:

insomma, clausole essenzialmente istituzionali e/o procedurali, la cui giustiziabilità dipenderà, poi,

essenzialmente dal contesto giuridico di riferimento (domestico, internazionale o sovranaziona-le).

Ma probabilmente questo è il limite massimo cui la contrattazione sulla responsabilità sociale

d'impresa può arrivare senza snaturarla. Se accettiamo che la corporate social responsibility è un

modello di «governo aperto» dell'impresa, cioè un modello di governance allargata, dobbiamo

concludere che stiamo affrontando qualcosa che si situa esattamente là dove il contratto non arriva,

dato che proprio sul piano concettuale non ha senso parlare di governance là dove ci sono i

contratti; insomma ciò che non si riesce a fare per contratto si fa attraverso la governance.

Una contrattazione di tipo procedurale, potrebbe essere la strada o una delle strade per risolvere il

vero problema che, al momento attuale, affligge la RSI e che ancora, prima della convergenza delle

pratiche e dei modelli, è quello della trasparenza, a causa del proliferare di codici di condotta,

bilanci, etichette, marchi, come emerge dagli stessi documenti della Commissione europea. La

responsabilità sociale richiama una pluralità di stakeholders in una scena in cui sempre immanenti

sono i conflitti di interesse (si pensi al classico conflitto tra salvaguardia occupazionale e

salvaguardia ambientale). È difficile per il giuslavorista, e le sue categorie, immaginare scenari di

concertazione o di dialogo sociale multilaterale o multista-keholders in cui non si perda la

specificità del lavoro.

Capitolo 7

LA RESPONSABILIT À SOCIALE DELL'IMPRESA E I CODICI DI CONDOTTA:

MODELLI ED EFFICACIA

CSR o impresa irresponsabile?

Modelli teorici di CSR, di una governance allargata e di una gestione strategica dell'impresa in

grado di passare da una visione mono-stakeholder ad una visione multi-stakeholder, capace di

bilanciare gli interessi e le aspettative legittime dei differenti portatori di interesse sulla base di un

ideale contratto sociale, equo ed efficiente.

Nonostante la pressione crescente per la progressiva sostituzione degli standard protettivi

tradizionali con iniziative volontaristiche ed auto-regolative, non si tratta di pensare alla CSR (e agli

strumenti regolativi che essa propone, come i codici di condotta) in una prospettiva alternativa

all'approccio giuslavoristico consolidato. La prospettiva d'indagine dev'essere volta, piuttosto, a

verificare se ed in che misura tecniche tipicamente volontaristiche e riflessive, possano svolgere -

sulla base di una razionalità d'azione di natura sostanzialmente economica - un ruolo

complementare e additivo rispetto a quello svolto da altri congegni normativi (in primis quello

legislativo).

I fondamenti della CSR

Il problema della CSR è fondamentalmente un problema di rapporto tra l'impresa e il suo ambiente:

ambiente che non è soltanto quello in cui si realizzano le finalità economiche dell'agire

imprenditoriale, ma anche quello in cui l'impresa costruisce la sua identità mediante l'integrazione

nelle strutture di interazione sociale, determinando le condizioni per una possibile legittimazione

sociale e politica di quel fine all'interno di regimi democratici evoluti. L'esistenza di obblighi

fiduciari nei confronti di gruppi sociali diversi dagli azionisti, dagli investitori e dall'impresa stessa

fonda il tema della CSR, come responsabilità sistemica dell'impresa nei confronti degli stakholders,

20

cioè di coloro che tengono una posta «at stake» (in gioco) nell'impresa. È evidente, quindi, che la

CSR pone un problema di cooperazione, di spinta dell'impresa verso regimi cooperativi.

Gli stakeholder primari, ovvero gli stakeholder in senso stretto, sono tutti quegli individui e gruppi

ben identificabili da cui l'impresa dipende per la sua sopravvivenza: azionisti, dipendenti, clienti,

fornitori e agenzie governative chiave. In senso più ampio, tuttavia, stakeholder è ogni individuo

ben identificabile che può influenzare o essere influenzato dall'attività dell'organizzazione in termini

di prodotti, politiche e processi lavorativi. In questo più ampio significato, gruppi di interesse

pubblico, movimenti di protesta, comunità locali, enti di governo, associazioni imprenditoriali,

concorrenti, sindacati e la stampa, sono tutti da considerare stakeholder.

Contenuti e metodo della CSR: l'idea dell'oltrepassamento

Il Libro Verde punta soprattutto sui temi della gestione delle risorse umane, che comprende

«l'istruzione e la formazione lungo tutto l'arco della vita, la responsabilizzazione del personale, un

miglioramento del circuito d'informazione nell impresa, un migliore equilibrio tra lavoro famiglia e

tempo libero, una maggiore diversità delle risorse umane, l'applicazione del principio di

eguaglianza per le retribuzioni e le prospettive di carriera delle donne, la partecipazione ai benefici

e le formule di azionariato, nonché la presa in considerazione della capacità d'inserimento

professionale e della sicurezza sul posto di lavoro». Seguono le materia della salute e sicurezza nel

lavoro, che dovrebbe assurgere a criterio «di selezione per l'acquisto di prodotti e servizi presso

altre imprese e un elemento di marketing per la vendita dei propri prodotti e servizi» (mediante

l'adozione di sistemi di etichettatura sociale), e l'«adattamento alle trasformazioni», comprensivo,

tra l'altro della partecipazione dei lavoratori mediante procedure di informazione e consultazione e

di misure volte ad attenuare le conseguenze sociali e locali delle grandi ristrutturazioni. In altri

documenti, le buone prassi vengono ulteriormente specificate ad articolate, consentendo così di

intravedere in filigrana un ampliamento tematico e, di conseguenza, qualche possibile esito positivo

- un «valore aggiunto» rispetto al puro e semplice rispetto della normativa legale - derivante

dall'adozione di comportamenti socialmente responsabili.

La dimensione esterna appare ancor meno combaciante con i contenuti delle consuete obbligazioni

normative. In questa prospettiva, infatti, la CSR comporta non solo l'adozione di criteri di selezione

dei propri partners commerciali valutati sulla base del rispetto da parte di questi ultimi degli

standards sociali internazionalmente riconosciuti, ma pure una sorta di estensione del raggio

d'azione della responsabilità sociale delle imprese che risulta estesa sino a comprendere

«un'ulteriore responsabilità sociale nei confronti dei loro fornitori e del personale di questi ultimi»:

in tal modo la CSR dovrebbe addirittura sommare gli effetti derivante da una sorta di clausola

sociale nei rapporti commerciali tra impresa e subappaltatori (o fornitori) con una imprecisata

responsabilità solidale tra partners lungo tutta la catena produttiva.

La questione dei contenuti è strettamente legata al problema del metodo, relativo al ricorso a norme

più flessibili e «deboli» rispetto alle norme giuridiche classiche (tant'è che i codici di condotta

vengono generalmente ricondotti al concetto, invero assai impreciso, di soft-law), ciò che pone una

questione di struttura, ancor prima di funzione, relativa alla collocazione di questi strumenti

regolativi, entro o fuori il sistema giuridico formale. Socialmente responsabile è, l'impresa che

rivede e corregge la propria strategia gestionale attraverso la volontaria adozione di standard

sociali più elevati o comunque più stringenti di quelli derivanti dai vincoli di legge. Come dire che

le imprese che sviluppano pratiche socialmente responsabili denotano un particolare atteggiamento

nei confronti del sistema giuridico, distinguendosi per una maggiore attitudine proattiva al rispetto

della norma legislativa e per l'interiorizzazione di una obbligazione di lealtà nella messa in pratica

delle relative obbligazioni alle quali forniscono un contenuto più ricco, articolato e innovativo di

quanto possa emergere dalla semplice lettera della legge. 21

La CSR non si pone al di fuori del contesto giuridico-istituzionale, ma anzi lo presuppone e lo

apprezza quale terreno di coltura per lo sviluppo di comportamenti che oltrepassano la stretta

aderenza alla norma giuridica. Nella stessa visione comunitaria della CSR, le imprese adottano un

comportamento socialmente responsabile nella misura in cui agiscono «al di là delle prescrizioni

legali ed assumono volontariamente tale impegno in quanto ritengono che ciò sia nel loro interesse

sul lungo periodo» («essere responsabili significa non solo soddisfare pienamente gli obblighi

giuridici applicabili, ma anche andare al di là investendo di più nel capitale umano»).

Le norme etiche auto-prescritte su base volontaria potrebbero fornire la base per un consolidamento

di prassi ispirate a valori di giustizia sociale, o addirittura veicolare il rispetto di vere e proprie

norme giuridiche nazionali, internazionali o sopranazionali oltre il loro naturale campo di

applicazione, o in condizioni di sostanziale inefficacia/ineffettività della regolazione.

Ove adottate - ed alcuni codici di imprese multinazionali già da qualche tempo presentano clausole

risolutive di questo tenore - tali norme risulterebbero vincolanti quantomeno nel rapporto tra

l'impresa transnazionale ed i suoi partners commerciali o industriali, risultando quindi azionabili e

sanzionabili sul piano dei rapporti contrattuali.

Talvolta i codici di condotta, in quanto strumenti volontaristici a vocazione universale,

rappresentano una risposta opportunistica volta ad evitare interventi hard di regolazione eteronoma.

La CSR potrebbe dissimulare l'idea di un nuovo - e particolarmente allettante - modello di disciplina

dei rapporti di lavoro alternativo alla normativa imperativa ed inderogabile, basato sul

riconoscimento dei diritti fondamentali della persona la cui attuazione viene tuttavia rimessa

all'adozione di congegni regolativi flessibili, soft, volontaristici, facilmente reversibili.

Insomma: soft-law invece di hard-law, con un'evidente correlazione tra ritiro degli strumenti di

hard-law e un decalage delle fonti di diritto verso poteri privati economici.

Sezione Terza

Proposte ed esperienze applicative della responsabilità sociale dell'impresa 22

Capitolo 9

LAVORO E RESPONSABILIT À SOCIALE: DALLE PMI ALLE MULTINAZIONALI

Premessa

La responsabilità sociale dell'impresa è un concetto di origine anglosassone.

Non esiste dunque una definizione univoca di responsabilità sociale dell'impresa, ragion per cui la

scelta tra le diverse prospettive non può che rispondere a criteri di ordine soggettivo.

Definizione contenuta nei documenti dell'Unione europea, e precisamente nel Libro Verde:

responsabilità sociale dell'impresa viene indicata comportamento che consiste «nella integrazione

volontaria dal parte delle imprese degli aspetti sociali ed ambientali nelle loro operazioni commer

ciali e nei loro rapporti con la parti interessate». La responsabilità sociale implica, secondo la

Commissione, non il mero rispetto della legislazione vigente, ma un investimento aggiuntivo nel

capitale umano, nell'ambiente e nei rapporti con le altre parti interessate.

Il contesto produttivo italiano

Modelli, prassi e strumenti che caratterizzano le esperienze ed i casi di responsabilità sociale

dell'impresa sono stati pensati e concepiti a misura della grande impresa, spessomultinazionale. I

modelli di bilancio sociale o di bilancio aziendale, meccanismi di verifica della gestione delle

responsabilità, i codici etici e di condotta, sono concepiti a misura delle aziende di grande

dimensione. Anche i modelli comunitari là dove si riferiscono alle piccole o medie imprese, si

preoccupano più di adattare il modello ad una realtà diversa dalla grande impresa, invece di

concepire modelli a misura delle piccole e medie imprese

L'impresa transnazionale o multinazionale

Sommano del Libro verde comunitario, nel quale si legge che il concetto di responsabilità sociale «è

promosso essenzialmente dalle grandi imprese, anche se prassi socialmente responsabili si ritrovano

in tutti i tipi di società, pubbliche e private, comprese le PMI e le cooperative».

Non tutte le imprese però hanno dimensioni planetarie. Molte, anzi, specie in Italia hanno confini

che non varcano il territorio nazionale.

È proprio nelle grandi imprese, che si trovano i maggiori esempi di quelle imprese che sembrano

avere introiettato maggiormente la pratica della responsabilità sociale dell'impresa, sperimentando

dei tentativi di integrazione della responsabilità sociale dell'impresa all'interno della strategia

imprenditoriale (imprese coesive) es. Unipol.

Nel merito, l'azione della società in materia di responsabilità sociale si caratterizza in primo luogo

per l'adozione di standards certificativi del bilancio sociale e dell'azione sociale in linea con i più

accreditati criteri internazionali;

Il modello di responsabilità sociale procedurale

Un secondo gruppo di imprese si caratterizza per un minor livello di coesione della responsabilità

sociale nella strategia imprenditoriale, e per un attenzione dislocata sul profilo procedurale. Si tratta

di imprese in cui il controllo sulla qualità del processo produttivo è essenziale per la strategia

commerciale, ovvero, di imprese per le quali il controllo sull'impatto ambientale è particolarmente

rilevante: da qui la importanza attribuita ai processi di certificazione, a cui tali società si

assoggettano, ma che, a loro volta, richiedono anche ai fornitori onde assicurare appunto il controllo

sull'impatto ambientale o sulla qualità del ciclo produttivo e dunque del prodotto finale.

Anche in questo caso le dimensioni sono delle dimensioni medio grandi ed il settore di incidenza

maggiore è quello Agroalimentare (es. Granarolo).

Le piccole e medie imprese 23

Piccole e medie imprese, varia il livello di conoscenza della responsabilità sociale; varia anche

l'adozione di strumenti e prassi di certificazione: entrambi gli indicatori sono collocati ad un livello

più basso rispetto alla grande impresa. Non vi è una struttura dedicata espressamente alla

responsabilità sociale dell’impresa: il che comporta uno scarso ricorso a strumenti formalizzati,

come il Bilancio sociale.

Valutazioni di sintesi

Il grado di diffusione dei modelli di responsabilità sociale - inteso come conoscenza degli strumenti

e come attuazione degli stessi - cresce con il crescere della dimensione aziendale; è maggiore nel

settore dei servizi ed in Lombardia e nel Nord est rispetto ad altri settori o ad altre aree geografiche.

La dimensione aziendale e la natura stessa della società hanno rilevante importanza ai fini della

valutazione delle iniziative di responsabilità sociale dell'impresa. Non è possibile parlare in generale

di responsabilità sociale dell'impresa come un tutto indistinto, ignorando che essa varia a seconda

che si prenda in considerazione una piccola impresa, una impresa di dimensioni medio grandi,

un'impresa quotata in borsa o un'impresa multi o transnazionale.

Quanto poi a quelle che, con terminologia giuridica potrebbero dirsi le fonti di cognizione della

responsabilità sociale, molto diffuso è il codice etico, mentre il bilancio sociale rappresenta lo

strumento più diffuso presso la grande impresa, in particolare del settore del credito grazie anche

alle iniziative intraprese dall'ABI nel 2001 con l'adozione di un modello proprio di bilancio sociale.

Tra gli strumenti preferiti quello che sembra riscuotere il maggior successo è quello rappresentato

dalle donazioni monetarie e dalle sponsorizzazioni. La tutela dell'ambiente - dall'utilizzo di

materiali riciclabili, a fonti di energia alternativa, alla riduzione delle immissioni - è un tema di

particolare importanza, ed innescato da motivazioni di carattere interno alle imprese, come ad

esempio la riduzione dei costi o l'aumento dell'efficienza, oppure dalla possibilità di accedere a

programmi pubblici di sovvenzione o comunque di agevolazione.

L'altro aspetto che riveste una importanza particolare per gli studiosi del diritto del lavoro è quello

dei rapporti con il personale.

Le iniziative adottate dalle imprese - che anche in questo campo si incrementano con la crescita

della dimensione aziendale - variano dalla adozione di orari flessibili, a forme di assistenza sanitaria

integrativa, ad iniziative sul versante del tempo libero, alla formazione, alla comunicazione interna.

Capitolo 10

LAVORO E RESPONSABILIT À SOCIALE NELL'ESPERIENZA DELLE SOCIETÀ

COOPERATIVE

Origine del dibattito

La responsabilità sociale, che per l'impresa for profit rappresenta lo strumento più efficace per

difendere e migliorare la propria reputazione, per l'impresa cooperativa costituisce «un elemento

prioritario e identificativo, senza il quale questa perderebbe la sua efficienza e la sua ragion

d'essere». Da un lato, l'imprenditoria cooperativa contiene per definizione i principali valori sui

quali la responsabilità sociale si fonda, in quanto sorge in un contesto di mutualità, scambio fra i

soci, democraticità e partecipazione: Lega delle cooperative, in Emilia-Romagna, introdusse

l'obbligo statutario di redazione del bilancio sociale per tutte le sue associate, ne sperimentò

l'introduzione in accordo con Confcoo-perative e, a livello nazionale, promosse i progetti «Valori

guida» e «Codice etico».

Il Libro Verde

La responsabilità sociale viene presentata quale «integrazione volontaria delle problematiche sociali

ed ambientali nelle operazioni commerciali e nei rapporti delle imprese con le parti interessate». Si

24

articola in una dimensione interna ed in una esterna. La prima trova realizzazione nella gestione

delle risorse umane, nella salute e sicurezza del lavoro, nell'adattamento alle trasformazioni, nella

gestione degli effetti sull'ambiente e delle risorse naturali. La seconda viene attuata attraverso

l'attenzione alle comunità locali, i rapporti con i partner commerciali, i consumatori ed i fornitori,

nonché il rispetto dei diritti umani.

Nel Libro Verde la tipologia di impresa cooperativa viene citata al punto 23, laddove si sottolinea

che «le cooperative di lavoratori ed i programmi di partecipazione, nonché altre forme di imprese di

tipo cooperativo, mutualistico o associativo, integrano nella loro struttura gli interessi delle altre

parti interessate ed assumono immediatamente responsabilità sociali e civili».

Si riconosce, quindi, la veridicità dell'assunto di partenza, ovvero che l'imprenditoria cooperativa ha

in sé connaturati i valori della responsabilità sociale.

La dimensione giuridica

Peraltro, in alcuni casi, la stessa natura della cooperativa accentua tali caratteristiche. In particolare

la cooperazione sociale, che grazie alla 1. 381/1991 dà vita ad una nuova tipologia di cooperativa di

lavoro, nasce da una piena assunzione di responsabilità sociale. È quanto emerge dall'intero

articolato della legge, la cui finalità consiste, ai sensi dell'art. 7, nello scopo «di perseguire

l'interesse generale della comunità alla promozione umana ed all'inserimento sociale dei cittadini».

L'impegno della cooperazione, anche laddove non istituzionalizzato e quindi del tutto

volontaristico, è particolarmente consolidato nel reclutamento di soggetti provenienti da fasce

svantaggiate del mercato del lavoro.

Conclusioni

Le società cooperative, da un lato, si pongono in una prospettiva particolare rispetto al tema della

responsabilità sociale per le loro caratteristiche intrinseche; dall'altro, si inseriscono in un quadro

decisamente più giuridificato. Alle pratiche sperimentate dalle cooperative su base volontaria si

aggiunge un fattivo contributo offerto dal legislatore. In particolare, il proprium di tale contributo

sembra possa essere individuato soprattutto in tre momenti o fasi: la promozione e tutela

dell'occupazione specie di lavoratori svantaggiati; la parità di trattamento tra i soci, con connessa

esigenza di trasparenza nei confronti degli stessi, come si evince anche dalle regole in tema di

bilancio; la partecipazione alla vita ed alle sorti della società, in termini tanto di partecipazione alle

decisioni, quanto di partecipazione economica.

Le cooperative sociali rappresentano uno degli strumenti attraverso i quali si vanno difondendo

forme di lavoro estranee ad una logica meramente produttivistica e proiettata al profitto; tuttavia si

presentano nettamente diverse dalle organizzazioni di volontariato poiché si pongono sul mercato e

svolgono un’attività economica al fine di procurare un vantaggio patrimoniale, sia pur indiretto, ai

propri soci. In generale, l’impiego delle cooperative, anche laddove non istituzionalizzato è quindi

del tutto volontaristico, è particolarmente consolidato nel reclutamento di soggetti provenienti da

fasce svantaggiate del merdato del lavoro.

Capitolo 11

RESPONSABILIT À SOCIALE DELL'IMPRESA, PUBBLICI POTERI E PUBBLICHE

AMMINISTRAZIONI: ANALISI DI UN RAPPORTO PROTEIFORME

Premessa

Libro Verde del 2001 in tutti i soggetti coinvolti nella CSR e si indicano le linee di azione per la sua

futura diffusione, recita: «Le amministrazioni pubbliche, Commissione inclusa, devono integrare i

principi della responsabilità sociale delle imprese nel proprio sistema di gestione e praticarle nei

25

confronti delle proprie parti interessate. [...]. La Commissione invita anche le amministrazioni a

livello nazionale, regionale e locale a esaminare le loro prassi al fine di integrarvi concetti di natura

sociale e ambientale».

La pubblica amministrazione, nella sua duplice veste di «imprenditore» e datore di lavoro, è tenuta

a comportarsi in maniera socialmente responsabile nei confronti dei principali stakeholders sul

versante interno della CSR ovvero i propri lavoratori.

I pubblici poteri quali stakeholders di imprese socialmente responsabili

Elaborata nell'ambito della più ampia strategia di Lisbona, la CSR costituisce espressione esemplare

del modello di governance sociale a essa sotteso nella cui prospettiva l'impresa è vista quale

soggetto attivo di una politica sociale - locale, nazionale e comunitaria - fondata sull'inclusione

attraverso il lavoro. I pubblici poteri diventano essi stessi stakeholders dell'impresa socialmente

responsabile, in quanto portatori di interessi qualificabili come «adattivi» ma anche «integrativi» se

non persino «semisostitutivi»:

interessi «adattivi»: quelli in forza dei quali i pubblici poteri auspicano la produzione da parte

• delle imprese di beni o servizi utilizzabili da parte di tutti i consumatori, ivi compresi, ad

esempio, i disabili, secondo il principio del «design for all».

interessi «integrativi»: quelli in forza dei quali i pubblici poteri dovrebbero sollecitare il

• coinvolgimento delle imprese nelle politiche attive del mercato del lavoro attraverso forme di

partnership nelle politiche pubbliche dell'occupazione e dell'inclusione sociale, attuate in

collaborazione con le autorità locali e con le istituzioni del servizio sociale.

interessi «semisostitutivi»: quelli in forza dei quali i pubblici poteri sarebbero chiamati ad

• affidarsi alla responsabilità sociale dell'impresa al fine di garantire procedure di reclutamento

responsabili nei confronti, ad esempio, di donne e disabili, mirate a ridurre la disoccupazione e a

combattere l'esclusione sociale.

Il ruolo di stakeholders attribuito dal Libro Verde ai pubblici poteri nei confronti delle imprese e la

qualificazione di queste ultime come socialmente responsabili nel caso in cui rispondano

positivamente alle sollecitazioni provenienti dai primi, rischia, da un lato, di costituire un incentivo

all'irresponsabilità sociale dei pubblici poteri (sul presupposto che le imprese dovrebbero, su base

volontaria costituirne il succedaneo), dall'altro, di trasformare in altrettanti strumenti di soft-law

prescrizioni al momento riconducibili all'ambito della hard-law.

Di contro, il ruolo di stakeholders trova una sua utile collocazione nel perseguimento da parte dei

pubblici poteri di una strategia degli interessi «integrativi» che abbia come obiettivo primario lo

stimolo all'adozione da parte delle imprese di comportamenti socialmente responsabili, senza che

questo dia luogo ai già citati fenomeni di disimpegno sociale o trasformazione di titolo.

In questa prospettiva la CSR deve essere considerata come utile completamento della responsabilità

sociale dei pubblici poteri ma non come sostitutivo della stessa soprattutto in termini di mitigazione

delle prerogative politiche e degli obblighi legali di questi ultimi.

Pubbliche amministrazioni e applicazione della CSR verso l'esterno

Additional CSR: vigilanza, da parte dell'impresa che voglia risultare socialmente responsabile,

sull'attenzione prestata agli aspetti sociali da parte dei suoi «business partners» intesi quali fornitori

(suppliers) di beni o servizi fruiti da terzi o direttamente dalla medesima impresa.

Per ciò che concerne le pubbliche amministrazioni, la tematica della additional CSR può essere

utilmente richiamata con riferimento ad almeno due istituti giuridici dalle stesse ampiamente

utilizzati ovvero l'accreditamento istituzionale e l'appalto.

accreditamento istituzionale costituisce, lo strumento attraverso il quale il SSN garantisce

• l'erogazione, mediante soggetti terzi, di prestazioni socio-sanitarie alla collettività. L’additional

CSR riconducibile agli organismi del SSN risulta tuttavia declinata in termini di obblighi di

verifica de possesso, da parte dei soggetti pubblici e privati che ne facciano richiesta, dei

26

requisiti formali e sostanziali previsti dalla legge ai fini dell’accreditamento, piuttosto che in

termini di attività di vigilanza volontariamente svolta dalle pubbliche amministrazioni sui propri

fornitori.

appalto l’additional CSR sembra trovare maggiori spazi di applicazione in termini di facoltà di

• inserimento all'interno della complessa procedura di considerazioni relative agli aspetti sociali.

Recependo una giurisprudenza ormai consolidata della Corte di giustizia, la Commissione

ammette che si possa fare ricorso al «criterio sociale» quale criterio addizionale a parità di

condizioni economiche d'offerta, a patto che esso sia espressamente contenuto nel bando e che

non produca effetti discriminatori diretti o indiretti sugli offerenti provenienti da altri Stati

membri.

Nel caso dell'appalto, diversamente da quanto avviene per l'accreditamento istituzionale, lo

svolgimento da parte delle pubbliche amministrazioni dell'attività di vigilanza insita nell'additional

CSR sembrerebbe tornare ad assumere quella connotazione di eventualità che deriva dalla

volontarietà tipica di tutti i comportamenti collegati alla CSR stessa.

Versione coattiva della CSR si addice in modo particolare alle PP.AA., già l’art. 36 St. Lav. aveva

imposto l’inserimento, negli accordi e nei capitolari d’appalto di prestazioni od opere pubbliche, di

una clausola esplicita determinante l’obbligo per il beneficiario o l’appaltatore di applicare o di far

applicare nei confronti dei lavoratori condizioni non inferiori a quelle risultanti dai contratti

collettivi di lavoro della categoria e della zona.

L'imposizione, per via legale, di comportamenti «socialmente responsabili» ne modifica la valenza

in quanto mette in discussione la stessa nozione di «responsabilità sociale» intesa quale moto

spontaneo nei confronti di aspetti inerenti il «sociale». La responsabilità morale che si auspica le

imprese assumano nei confronti del «sociale» si trasforma spesso, per le pubbliche amministrazioni,

in obbligo giuridico puntuale dal cui mancato rispetto derivano situazioni di illegittimità o illiceità.

E, in determinate situazioni, non potrebbe essere altrimenti.

«Qualità sociale» del servizio, sua valutazione e ruolo degli stakeholders delle pubbliche

amministrazioni: sul versante esterno della CSR ovvero la predisposizione di un servizio di qualità

sociale sottoposto alla valutazione dei destinatari delle prestazioni in quanto veri e propri

stakeholders delle pubbliche amministrazioni.

Le pubbliche amministrazioni si stanno attrezzando integrando uno dei principi tipici della CSR

nella loro azione di progettazione nel senso di approntamento di servizi la cui qualità si misura in

termini di utilizzabilità da parte di tutti i potenziali fruitori. In questa prospettiva assume un rilievo

essenziale, nel momento della confezione del servizio, il dialogo con le organizzazioni degli utenti

locali visti come principali stakeholders.

Allo stesso modo risulta indispensabile, nella logica della rispondenza tra offerto e richiesto,

l'instaurazione di un sistema di valutazione (audit) cui partecipino gli utenti e le loro organizzazioni.

Il consequenziale principio di trasparenza nell'offerta, spesso accompagnato da un'etichetta sociale

attribuita al servizio trova, poi, pratica realizzazione nelle Carte dei servizi con le quali le pubbliche

amministrazioni si presentano e formalizzano i propri impegni nei confronti degli stakeholders.

L’enfati posta dal legislatore italiano sulla partecipazione degli stakeholders-utenti e delle loro

organizzazioni alla progettazione e alla valutazione della qualità sociale del servizio conferma la

necessaria circolarità del rapporto che intercorre tra pubbliche amministrazioni e cittadinanza,

rapporto che viene corrobato dalla prospettiva di applicazione della CSR quale fattore rafforzativo

della responsabilità politica insita nella missione stessa delle PP.AA verso un servizio di qualità

sociale.

La pubblica amministrazione quale «imprenditore» e datore di lavoro nel versante interno

della CSR 27

Il problematico rapporto tra volontarietà nel porre in essere comportamenti socialmente responsabili

e obbligo puntuale al rispetto di prescrizioni legali o contrattuali collettive, torna di attualità nel

moento in cui si affronta il versante interno della CSR, quello che coinvolge i dipendenti delle

PP.AA in qualità di stakeholders.

Allo stato attuale pare, difficile ipotizzare uno spazio ulteriore per la CSR in termini di sviluppo

dell'informazione, così come problematico sarebbe ricondurre alla sola volontà delle pubbliche

amministrazioni lo sviluppo del modello partecipativo vigente, robustamente incentivato e

sostenuto da una disposizione legale interpretabile alla stregua di un vero e proprio obbligo a

negoziare, se non a contrarre, sul punto.

Il ruolo dei pubblici poteri nella diffusione della CSR non passa soltanto attraverso la sua

interiorizzazione da parte delle pubbliche amministrazioni, ma anche e, forse, soprattutto, per

l'attività di promozione/incentivazione svolta dagli stessi nei confronti delle imprese e della società

civile.

In tale prospettiva deve essere collocata l'istituzione, su proposta della Commissione, dello

European Multistakeholders Forum on CSR che ha concluso il suoi lavori il 29 aprile del 2004 e

l'impegno del Ministero del Welfare italiano, che si è sostanziato, tra le altre:

nell'organizzazione della Conferenza di Venezia nel 2003;

• nell'elaborazione del Social Statement quale modello, ad adozione volontaria, per la

• rendicontazione delle prestazioni sociali dell'impresa;

nella sottoscrizione del Protocollo d'intesa con UNIONCAMERE per il finanziamento dello

• sviluppo della CSR, siglato il 27 novembre 2003;

nell'istituzione, da parte dell'art. 1, 160° co., 1. 312/2004, della Fondazione per la diffusione

• della responsabilità sociale delle imprese (di cui fanno parte, al momento, Ministero, INAIL e

Bocconi), finanziata con un milione di euro per il 2005.

Nella medesima ottica si collocano le iniziative intraprese da singole regioni italiane a sostegno

della CSR. Tra le tante meritano di essere segnalate:

Fabrica Ethica, forum multistakeholders istituito dalla Regione Toscana per lo sviluppo di

• indicatori di CSR;

la legge della Regione Umbria 51/2002 che istituisce l'Albo delle imprese certificate SA 8000,

• requisito che costituisce titolo di priorità per la concessione di incentivi economici e fiscali

nonché per l'invito e l'aggiudicazione, in caso di parità di condizioni economiche e normative, di

appalti pubblici;

la legge della Regione Marche 11/2005 che utilizza il medesimo approccio premiale alla CSR,

• individuando nella sua adozione un requisito preferenziale per la concessione di finanziamenti

pubblici alle imprese.

Conclusioni

Sul versante interno, la pratica, da parte della pubblica amministrazione quale «imprenditore» e

datore di lavoro, di comportamenti ispirati alla CSR nello Human Resources Management, potrebbe

significare l'abbandono della ricerca ossessiva di interpretazioni «estreme» del dettato normativo,

legale e contrattuale, evitando, in tal modo, l'instaurarsi di prassi spesso praeter legem che, invece,

si riscontrano puntualmente in molte realtà concrete. Potrebbe, inoltre, sostanziarsi nell'abbandono

di pratiche in frode alla legge che si verificano, altrettanto puntualmente, nell'utilizzo surrettizio di

istituti della flessibilità, come avviene nel caso delle collaborazioni coordinate e continuative intese

quale succedaneo del lavoro subordinato.

Sul versante esterno, i pubblici poteri dovrebbero, in primo luogo, far propri quegli aspetti della

CSR che insistono sullo sviluppo e la diffusione di politiche attive dell'uguaglianza al di là

dell'esistenza di un obbligo legale. Le pubbliche amministrazioni dovrebbero sfruttare più

intensamente i margini offerti loro dall'additional CSR, soprattutto nella definizioni di clausole

28

contrattuali stringenti per le imprese appaltatoci o concessionarie in materia di obblighi sociali,

anche al di là dell'impegno al rispetto, comunque dovuto, della disciplina legale e contrattuale sui

rapporti di lavoro.

Insomma, la CSR non deve essere utilizzata come strumento di recupero volontario della legalità

perduta ma come propulsore di una sensibilità sociale ritrovata.

La P.A., si vede impegnata in un doppio ruolo:

ha il dovere di lavorare per la promozione e la diffusione della cultura della responsabilità

• sociale d’impresa, creando, nel contempo, quei luoghi e quelle condizioni per favorire il dialogo

fra imprese e altri interlocutori in un approccio multi-stakeholder (Forum, Consigli, tavoli di

lavoro, e così via);

opera come parte che ha facoltà – il dovere - di adottare pratiche di responsabilità sociale sia

• all’interno della propria struttura che verso i propri interlocutori esterni (i cittadini, in particolar

modo).

Anche per un’amministrazione pubblica, dunque, è sempre più attuale l’esigenza di misurarsi con la

capacità di implementare pratiche ed attività che vadano al di là del rispetto della norma e che, pure

in un’ottica di volontarietà, tengano in debito conto le aspettative e le richieste dei suoi

interlocutori.

È, quindi, quanto mai attuale la necessità di attivare e sostenere processi di apertura delle

organizzazioni, pubbliche o in mano pubblica, che operano in favore della collettività, con il doppio

obiettivo di aumentare il livello del vincolo di fiducia fra cittadini e amministrazioni e incrementare

l’efficienza della gestione della cosa pubblica.

È evidente che, alla fine della filiera di processo, sarà ulteriore compito dell’attore pubblico lavorare

perché vengano implementate tutte le condizioni per il sostegno e la crescita di forme robuste di

cittadinanza attiva, che garantisce forme di controllo e di valutazione efficaci e non demagogiche

Le Pubbliche Amministrazioni sono gli attori principali della governance dei sistemi

economico-sociali locali, nazionali e sopranazionali; solo recentemente però si è iniziato ad

affrontare il tema dell’applicazione della responsabilità sociale (intesa principalmente come

accountability, trasparenza e rendicontazione sociale) per tale tipologia di aziende.

Le PP.AA., alla luce del nuovo contesto istituzionale ed economico, sono quindi chiamate a

riflettere sulla propria responsabilità sociale e renderla più trasparente verso l’esterno. Il loro ruolo

in questo senso è duplice:

da un lato, le PP.AA. sono chiamate a rafforzare i principi di responsabilità sociale nella loro

• attività di gestione, produzione ed erogazione di beni e servizi pubblici;

dall’altro, le PP.AA. devono incentivare l’adozione di strumenti e comportamenti socialmente

• responsabili nell’ambito delle funzioni di regolazione e controllo delle attività economiche e

sociali svolte da soggetti privati, attraverso azioni di inquadramento e di sostegno (ad esempio, il

progetto promosso e sviluppato dal Ministero del Welfare in tema di CSR).

Con riferimento alla prima dimensione alle PP.AA. si chiede:

- l’individuazione di obiettivi specifici che si intendono raggiungere in un periodo di tempo

determinato (generalmente coincidente con il periodo di legislatura);

- individuare i principali destinatari interni ed esterni di tali azioni (stakeholders);

- quantificare e comunicare l’impatto dell’azione pubblica nei confronti delle diverse categorie di

stakeholders, indicando ove possibile il tipo di contributi/benefici richiesti/erogati nei confronti

di ogni categoria e il complessivo valore creato e distribuito nel territorio di riferimento;

- individuare le modalità di rendicontazione e comunicazione dei risultati.

Rispetto alla seconda dimensione, alle PP.AA. viene chiesto in particolare di: 29

- definire le caratteristiche del contesto in cui i diversi soggetti si trovano ad operare, individuando

e comunicando all’esterno le priorità e i bisogni di natura sociale e ambientale e gli spazi di

azione sul territorio;

- individuare le diverse responsabilità (pubbliche e private) nella soddisfazione di tali bisogni;

- individuare un modello di regolazione della responsabilità sociale dei diversi attori;

- promuovere un maggior senso critico e uno spirito di analisi nella popolazione, in modo da

stimolare un controllo sociale diffuso (civil society).

Adottando le logiche della responsabilità sociale le PP.AA. contribuiscono alla creazione di un

sistema economico in cui ogni attore, pubblico o privato, diviene più responsabile nell’utilizzo delle

risorse e dove, allo stesso tempo, sia presente una cultura diffusa dell’impegno sociale e del

controllo da parte dei cittadini.

Capitolo 12

LAVORO E RESPONSABILIT À SOCIALE: LE ORGANIZZAZIONI NO PROFIT

Polivalenza ed eterogeneità delle organizzazioni no profit. Una premessa metodologica

Con riguardo al tema della responsabilità sociale le organizzazioni no profit possono essere

considerate sia come soggetti destinatari di comportamenti delle imprese capitalistiche qualificati

come comportamenti socialmente responsabili in ragione della loro destinazione, sia come soggetti

«che hanno una posta in gioco» nei confronti di alcune imprese e della pubblica amministrazione,

sia pure come soggetti attivi, promotori dunque, di autonome prassi di responsabilità sociale che

giungono a confermare e a rafforzare l'istituzionale socialità degli scopi connaturata alle attività da

esse esercitate.

Le organizzazioni no profit rivelano la loro molteplice valenza per la diffusione e regolamentazione

della responsabilità sociale nel contesto internazionale, europeo, nazionale e locale: indicatori per

misurare la performance sociale dell'impresa capitalistica (e della pubblica amministrazione),

stakeholder dell'impresa, soggetti autonomi che pongono in essere comportamenti socialmente

responsabili.

Ciò che qualifica le organizzazioni no profit è lo svolgimento di un'attività economica, con

caratteristiche anche imprenditoriali ma nell'assoluto rispetto del divieto di lucro in senso soggettivo

(gli utili eventualmente conseguiti non sono distribuiti, ma vengono reinvestiti nell'attività e

destinati agli scopi istituzionali dell'ente).

La responsabilità sociale nelle organizzazioni no profit: profili generali

Libro Verde della Commissione europea: le cooperative di lavoratori e i programmi di

partecipazione, nonché altre forme di imprese di tipo cooperativo, mutualistico o associativo,

integrano nella loro struttura gli interessi delle altre parti interessate e assumono immediatamente

responsabilità sociali e civili.

A differenza dell'impresa socialmente responsabile, per l'organizzazione no profit la sfida si gioca

non tanto sul piano delle fonti soft di natura comunitaria e/o internazionale come sta avvenendo per

l'impresa, quanto su quello più specifico della fonte normativa di carattere nazionale (e regionale)

che vincola l'ente stesso al rispetto di alcuni requisiti (dalla sua costituzione all'organizzazione fino

all'estinzione), pur nello svolgimento di un'attività economica sinanche produttiva di utili.

L'organizzazione no profit è direttamente coinvolta nella partita della responsabilità sociale, ma la

volontarietà della prassi di responsabilità sociale è comunque collegata ad una fonte normativa che

orienta e vincola determinati comportamenti.

Comunicazione del 2 luglio 2002 Responsabilità sociale delle imprese: un contributo delle imprese

allo sviluppo sostenibile: Le cooperative, società mutue e associazioni in quanto organizzazioni

basate sull'appartenenza ad un gruppo di membri, hanno una lunga esperienza in materia di

sostenibilità economica abbinata a responsabilità sociale. Esse ottengono tale risultato grazie ad un

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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Del Lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Tullini Patrizia.

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