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Riassunto esame Diritto del Lavoro, prof. Montuschi, libro consigliato Lavoro e Responsabilità Sociale dell'Impresa Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto del Lavoro, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Lavoro e Responsabilità Sociale dell’Impresa, Montuschi. Gli argomenti trattati sono: CRS, organizzazione e qualità del lavoro, CRS e modelli organizzativi, la diversità di genere nella gestione delle risorse umane, ambiente di lavoro... Vedi di più

Esame di Diritto del Lavoro docente Prof. L. Montuschi

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dall’incompletezza o dall’inefficacia della legge. Ciò spiega l’apparente paradosso che vede il tema della RSI

assurgere a rilevanza istituzionale e pubblica, nei Paesi in cui più sviluppata è la dimensione regolativa e legale

del lavoro mentre la sua pratica fiorisce, e da tempo, nei contesti di Common Law, dove solo di recente ha

conquistato la scena politica. A questo paradosso se ne aggiunge un secondo: quello per cui il tema è guardato

con tanto maggiore sospetto e minore entusiasmo dai potenziali attori, quanto più sviluppate sono la

regolazione giuridica e la vocazione partecipativa delle relazioni industriali.

C) La CSR tra contrattualismo e utilitarismo

Sul piano etico-filosofico, si tratta di una concezione ispirata ai due filoni prevalenti dell’etica moderna: il

contrattualismo neo-kantiano di matrice rawlsiana, e l’utilitarismo di matrice benthamiana. In particolare,

dalla visione etica utilitarista il dibattito corrente sulla RSI sembra mutare il principio consequenzialista, alla

cui stregua la moralità delle azioni umane, individuali e collettive, private o pubbliche, va giudicata in funzione

delle conseguenze prodotte. Di qui l’idea di una responsabilità etica (dell’impresa) che supera la legge. La CSR

si fonderebbe, quindi, sopra un patto con tutti gli stakeholders, che, garantirebbe l’equità delle relazioni

reciproche. L’etica degli affari e l’etica d’impresa sarebbero applicazioni particolari del paradigma rawlsiano,

riletto alla luce della teoria economica degli stakeholders: si tratterebbe di reperire il migliore assetto

istituzionale per governare le relazioni tra i diversi stakesholders dell’impresa. Il problema centrale sembra

quello dell’individuazione degli stakesholders: poiché i soggetti coinvolti dall’azione dell’impresa sono

numericamente e spazialmente illimitati, necessita un criterio per l’individuazione degli stakeholders. La teoria

manageriale tende a distinguere, nell’ambito degli stakeholders, coloro che influenzano le scelte aziendali,

immettendo direttamente o indirettamente risorse nel processo produttivo, da coloro che semplicemente ne

risentono gli effetti. La distinzione rileva ai fini del diverso fondamento dell’inclusione nel novero degli

stakeholders: sempre sarà necessario, per i managers, disporre di criteri per scegliere e gerarchizzare le

configgenti richieste e pretese dei diversi stakeholders. E si tratta di un problema che può considerarsi più che

mai aperto, se è vero che la teoria manageriale ha individuato innumerevoli categorie di stakeholders, con

rilevanza crescente in funzione del numero di variabili che caratterizzano ciascuna di esse: assunte come

significative a tal fine, le variabili del “potere” della “legittimazione” e dell’”urgenza”, gli stakeholders possono

gerarchicamente disporsi in categorie quali i dormant, i discretionary, i demanding, i dominant, i dangerous,

independent, definitive,” ecc. Quella degli affected è la categoria di più problematica decifrazione, la

delimitazione del gruppo degli affected è pregiudicata dalla limitata conoscenza degli effetti potenziali e dei

rischi di lungo periodo connessi all’attività aziendale, se non si vuol ricadere nella prospettiva “strumentale”,

che discerne gli affected a partire dai fini dell’impresa, non resta che affidarsi a un criterio oggettivo e

neutrale, quale quello della rappresentanza, gli affected da prendere in considerazione sarebbero quelli che

esprimono. Attraverso una qualche forma di rappresentanza, dei propri “testimoni”.La rappresentanza risulta

essere criterio essenziale per la determinazione degli interessi degli stakeholders che non influenzano, ma

sono solo influenzati dall’azione dell’impresa e non invece di involvede stakeholders quali sono i lavoratori;

nella prospettiva di analisi prescelta, quella conclusione rimarca l’esistenza di una sorta di censura tra la

giustificazione morale della considerazione degli affected, e la loro individuazione come gruppo. La

giustificazione morale è di stampo kantiano: gli interessi degli involved e degli affected sono

fondamentalmente antagonisti, ma a questi ultimi dev’essere concessa la possibilità di “emanciparsi” dalla

condizione di “meri mezzi per i fini” dei primi. Non è possibile stabilire a priori chi siano gli affected; saranno

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da considerare tali quelli che come tali si manifesteranno, nelle concrete situazioni che si daranno, attraverso

propri “testimoni”.

D) Rilievi critici e una possibile chiave di lettura politico-istituzionale del dibattito sulla CSR

L’impressione è che la prospettiva della “responsabilità sociale” non possegga una chiave valoriale idonea a

discernere e arbitrare gli interessi configgenti, se nella prospettiva “strumentale” l’individuazione degli

stakeholders è un problema di pura mission economica e non un problema etico, nella prospettiva della

responsabilità sociale il problema etico si stempera nella necessità di prendere in considerazione i soli

interessi che hanno trovato espressione nella forza dei fatti. Ciò rivela l’ascendenza contrattualistica, nel senso

rawlsiano, della teoria della CSR: essa, infatti, risolve il problema della composizione degli interessi configgenti

a partire dall’assunzione motivazionale del disinteresse reciproco. Il paradigma filosofico-antropologico

retrostante, è quello contrattuali sta, e quindi semplicemente rovescia l’assunto rawlsiano nel suo opposto:

l’assunzione dell’interesse personale reciproco. Sembra prevalere la motivazione politico-culturale ostile al

“liberismo selvaggio”. Sembra più corretto se si resta in questa logica, sottrarre il tema al dominio della

filosofia e dell’etica, e farne una questione schiettamente politica: la RSI, più che un modo per moralizzare

l’economia, sarebbe uno dei fattori di trasformazione auto conservativa del capitalismo moderno, altrimenti

preda di pulsioni autodistruttive, radicate in una razionalità meramente “strumentale”. L’attenzione va posta,

più che sui presunti stakeholders da tenere in considerazione per rendere più etica l’impresa, sugli antagonisti

necessari per contrastare le pulsioni autodistruttive del capitalismo contemporaneo, e sulle misure anche

normative necessarie per introiettare nello statuto legale dell’impresa i necessari anticorpi.

Sul piano etico-filosofico, la RSI può declinarsi anche in un modo diverso, che assegna all’etica una dimensione

autonoma rispetto al vincolo giuridico, legale o negoziale che sia. Son, infatti, concepibili, comportamenti etici

ma non doverosi: a condizione, però, che si assuma la centralità della persona nel discorso etico-economico,

con conseguente superamento della teoria degli stakeholders. La proposta alternativa che ne discende è più

forte, più semplice, meno contingente, più realistica e flessibile: si tratta di mettere la persona al centro

dell’etica. È più forte, perché coinvolge le persone prima ancora che le istituzioni; più semplice, perché non

annette valore decisivo a regole e procedure giuridiche; più realistica e flessibile, infine, perché non comporta

l’eguagliamento dell’intera realtà di fronte a una morale astratta e rigorista, ma il rispetto della trama di

relazioni che ogni soggetto intrattiene, nel proprio ambito vitale. Ne discende, infatti, un saggio e prudente

principio di “proporzionalità” della responsabilità rispetto alle sfere soggettive concretamente coinvolte. Si

tratta, infine, di una prospettiva solo apparentemente riduttiva e banalizzante: al contrario, se è vero che essa

implica un certo ridimensionamento del dibattito sulla RSI e del suo stesso oggetto, è anche vero che

contribuisce a demistificarlo, svelandone le reali dimensioni e mettendone a nudo le ambiguità e gli aspetti

problematici, forse un po’ oscurati dal fascino irenistico del tema.

La visione antiutilitarista della CSR, si risolve in una proceduralizzazione dei processi decisionali, tesa

soprattutto a individuare gli stakeholders e a negoziare con essi gli effetti della propria azione. E non è affatto

detto che tra gli stakeholders, ai dipendenti e alle loro rappresentanze spetti un ruolo privilegiato. È

comprensibile, la cautela con cui le organizzazioni sindacali hanno accolto le analisi e le proposte della

Commissione: trapela, dietro quella cautela, il timore di una declinazione della RSI in termini di comunicazione

unilaterale e diretta tra management e dipendenti, a danno della dimensione collettiva e dialettica delle

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relazioni industriali l’impostazione delle organizzazioni sindacali appare strategicamente e concettualmente

debole, focalizzata com’è sulle regole, le garanzie, la terzietà o meno dei controlli, la tipologia degli strumenti

di implementazione della RSI, la loro certificazione, ecc. in sostanza, protesa a rendere giuridicamente

vincolante la deontologia manageriale. Un sindacato che sia interessato alla prospettiva partecipativa

dovrebbe, salutare la rinnovata, proclamata centralità del ruolo sociale delle imprese con una maggiore

insistenza sui temi della democrazia industriale, ponendosi nella scia delle direttive dell’UE sulla società

europea, sui CAE, sui diritti d’informazione e consultazione. Stili e strategie sindacali potrebbero, insomma,

non essere necessariamente influenzati dalla RSI. In una prospettiva siffatta, nel confronto con un’impresa “

socialmente responsabile” il sindacato dovrebbe altresì mostrare una rinnovata capacità propositoria; porsi

cioè a sua volta, per così dire, come sindacato “socialmente responsabile”, capace, di assumersi la

responsabilità di scelte difficili. Non può non porsi il problema della tenuta dell’assetto istituzionale delle

relazioni industriali, di cui da più parti si invoca, un intervento riformatore su forme e contenuti. Si cita il

problema dei livelli e dell’efficacia della contrattazione collettiva: si tratta, per un verso, di spostare il

baricentro delle relazioni industriali verso l’azienda, modificando, il ruolo del contratto collettivo nazionale;

per l’altro, di trovare al problema dell’efficacia generale del contratto collettivo soluzioni che non siano in

contraddizione col pluralismo sindacale. Uno dei profili più problematici della RSI è, infatti, quello che riguarda

il rapporto tra responsabilità sociale interna ed esterna, in particolare, quello che riguarda i dipendenti stessi

come veicolo e strumento della RSI. Nel codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche

amministrazioni emanato ai sensi dell’art. 54, d.lgs. 165/2001, si stabilisce che “ il comportamento del

dipendente deve essere tale da stabilire un rapporto di fiducia e collaborazione tra i cittadini e

l’amministrazione”: principio di ispirazione quanto mai apprezzabile, ma, che, implica un aggravamento

dell’obbligo di diligenza e collaborazione. Si profila, infatti, una quanto meno potenziale tensione tra doveri

etici e burocratismo organisation-induced: tensione che si fa palese laddove si dice che il “dipendente limita

gli adempimenti a carico dei cittadini e delle imprese a quelli indispensabili e applica ogni possibile misura di

semplificazione dell’attività amministrativa, agevolando, lo svolgimento, da parte dei cittadini, delle attività

loro consentite, o comunque non contrarie alle norme giuridiche in vigore”. La RSI non può disegnare comode

e irrealistiche scorciatoie per il recupero di efficienza delle pubbliche amministrazioni, realizzato tramite il

puro e semplice riversamento degli obblighi di queste ultime verso l’utenza, nei rapporti di lavoro; è

all’organizzazione che compete l’apprestamento delle condizioni per il conseguimento degli obiettivi

ingenuamente posti dal “codice di comportamento”; a imporne inflessibilmente l’attuazione ai dipendenti,

basterà poi egregiamente il c.d. “obbligo di diligenza” consacrato dall’art. 2104 c.c. e non ci sarà bisogno di

alcun codice. E) La responsabilità amministrativa delle imprese per i reati dei dipendenti

Un tema di cui poco si parla, è quello della corporate responsibility, introdotta in Italia dal d.lgs. 231/2001. La

responsabilità amministrativa dell’impresa conseguente alla mancata adozione di misure organizzative volte a

prevenire taluni crimini dei propri dipendenti rende l’organizzazione strutturalmente reattiva agli illeciti

commessi dai propri collaboratori. Ci si spinge fino a istituire un apposito organismo aziendale che vigili sulla

compliance alle regole organizzative prevenzionistiche, configurandosi come organo autonomo e

indipendente. La previsione secondo cui la persona giuridica va esente da responsabilità amministrativa se

dimostra non esserle imputabile una “colpa da organizzazione”, rischia di produrre un effetto paradossale a

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danno dei dipendenti: laddove un modello organizzativo di prevenzione dei reati sia stato predisposto, si

verifica un duplice effetto sfavorevole per il dipendente, poiché, da una parte, è solo su di lui che si scaricano i

fulmini del diritto penale, e dall’altra, egli viene abbandonato dall’azienda; con ulteriore, probabile

concentrazione su di lui perfino della responsabilità civile. La dimensione “interna” della RSI è suscettibile di

evocare addirittura una nuova “antropologia del lavoro”: le nuove filosofie puntano, su capacità diverse dalle

competenze tecniche il rischio di coinvolgere la sfera personale e di allargare l’ambito del dovuto cresce

esponenzialmente, sollevando, quanto meno le questioni del giusto corrispettivo e del coinvolgimento e della

partecipazione effettiva del personale nella conduzione aziendale. Un ruolo propositivo potrebbe prefigurarsi

con riferimento alla RSI intesa in termini di social commitment, ossia di impegno a collaborare con le

istituzioni del mercato del lavoro. Sul piano filosofico-economico va notato che, trova effettivamente spazio

“l’idea-base della venture (o corporate) philantropy, per cui un obiettivo di sviluppo sociale complesso diventa

il fine della comunità che agisce dentro e attorno all’impresa”. La CP postula un’ “alleanza collaborativa tra

profit e non profit, affinché del venture capital possano beneficiare anche le organizzazioni non profit”, e

ammette una visione sociale dell’imprenditore che forma sia la comunità che il ruolo dell’impresa, e dunque

presuppone una teoria del valore oppositiva a quella utilitarista. Il progetto CSR-SC del Governo si inserisce in

una linea di politica del diritto che ha trovato precisi riscontri nella riforma del mercato del lavoro, una delle

cui direttrici è costituita proprio dall’incentivazione del raccordo tra pubblico e privato nella gestione delle

politiche del lavoro. Il limite del progetto governativo non sta tanto nell’aver confuso RSI e SC. Il limite del

progetto governativo sta, piuttosto, nell’idea che le condotte “virtuose” possano e debbano essere

incentivate, con misure anche finanziarie: il rischio è quello di introdurre una nuova forma di strumentalità

economica della RSI, con un effetto di omologazione e banalizzazione dello stesso SC. Questo filone della RSI

andrebbe considerato, dalle organizzazioni sindacali e dalla dottrina, con maggiore attenzione di quanto fatto

finora. Si tratta, infatti, di un filone che può diventare strategico, fino a superare il primo in un contesto come

quello attuale, di parziale disimpegno dello Stato da compiti di welfare, di crescente esternalizzazione dei

problemi del mercato e dell’impresa, di crescente integrazione sussidiaria tra le fonti regolative.

F) La dimensione “globale” della RSI: alcuni miti da sfatare in tema di “globalizzazione”

Se spostiamo il discorso sul piano globale, il quadro concettuale del problema cambia poi in maniera drastica,

fino a integrare una diversa dimensione del problema della CSR, strettamente connessa, sul piano economico,

con quello della liberalizzazione del commercio mondiale, e sul piano giuridico con quello dei diritti dell’uomo.

Una recente analisi dimostra come la globalizzazione, sia la risultante dell’azione di diversi interessi

organizzati, portatori di diverse concezioni del processo complessivo: un processo di crescente integrazione

dei sistemi economici nazionali, guidato da tre diversi gruppi di soggetti (gli organismi transnazionali, gli Stati

nazionali, le imprese multinazionali), il cui interagire sortisce una dinamica incerta e contesa. Nemmeno è

chiaro quanto sia attribuibile alla globalizzazione l’affermato aumento della povertà nel mondo, e in

particolare della polarizzazione tra ricchi e poveri: la tesi che lega la disuguaglianza all’apertura del commercio

mondiale pare riposi largamente sulla confusione tra le tendenze all’interno degli Stati e quelle globali, e tra

povertà dei singoli Paesi e quella degli individui. Le analisi empiriche non sembrano evidenziare un nesso

causale tra l’apertura del commercio mondiale e i fenomeni di race to the bottom paventati dagli

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antiglobalisti, quali il ridimensionamento delle spese di welfare, la disoccupazione o l’impoverimento dei

lavoratori impiegati nei settori esposti alla concorrenza, né si registra una generalizzata omologazione dei

sistemi di relazioni industriali. I nessi tra la globalizzazione e le condizioni dei lavoratori sono fortemente

influenzati dal complesso intreccio tra le dinamiche del mercato e i differenti contesti socio-politici e culturali.

Le critiche di sfruttamento rivolte alle multinazionali denotano spesso un obiettivo analitico e un bersaglio

polemico errati: non la globalizzazione in sé, ma tendenze di lungo periodo allo sfruttamento dei lavoratori,

laddove le condizioni oggettive lo permettano. Se ne trae la drastica conseguenza che “l’etnografia” sia uno

strumento teorico essenziale per studiare i nessi tra globalizzazione e lavoro, e che sia importante sviluppare

una “analisi multilivello” in questa materia. Il processo di globalizzazione è essenzialmente giocato da imprese

multinazionali che interagiscono tra di loro in maniera competitiva, sono radicate in Stati nazionali, e cercano

di trarre vantaggi competitivi dalle diverse configurazioni istituzionali, inclusive dei sistemi di relazioni

industriali, in cui si trovano a operare.

Sembra che questa pur erratica rassegna di alcuni studi disponibili sugli effetti sociali della globalizzazione

abbiano fruttato, un primo guadagno: al centro della scena non si presentano solo i nuovi protagonisti del

cambiamento del capitalismo moderno, costituiti dai consumatori consapevoli e dagli attivisti sociali

dell’Occidente progredito, ma, in misura non trascurabile, le stesse forze del mercato. Uno studio condotto su

due grandi subcontractors cinesi della Adidas, ha mostrato come l’accettazione degli standards sia stata

imposta non solo dalla pressione dei consumatori dei Paesi occidentali, ma anche dalla volontà delle imprese

di evitare la race to the bottom, e da quella dei policymakers di trovare consenso alla politica di espansione

commerciale. Altre ricerche mostrano la relativa rarità di situazioni in cui si registri la intenzionale

massimizzazione dello sfruttamento dei lavoratori, perché ciò, in una economia aperta, produrrebbe

l’allontanamento dei lavoratori. Ma emerge sempre più chiaramente anche l’interesse delle multinazionali a

tenere elevati i livelli qualitativi delle proprie produzioni, destinate ai mercati più affluenti. Le difficoltà cui da

tempo va incontro il tentativo dei Paesi industrializzati di imporre ai PV condizioni sociali della produzione

analoghe alle proprie, hanno indotto le imprese globali a porre in essere strategie di CSR a livello planetario,

sotto l’impulso di un duplice ordine di fattori. Adeguare la qualità delle catene produttive, ormai

profondamente innervate in Paesi non solo geograficamente e politicamente, ma anche socialmente e

culturalmente remoti, alla qualità della domanda. Si scopre così, che mentre il lavoro si de materializza in

Occidente, si sta rimaterializzando in forme niente affatto precapitalistiche, ma semmai neo-fordiste, nei PVS.

È un modello che concilia alti standards qualitativi con un basso costo del lavoro, che le imprese globali

americane ed europee hanno in un certo senso imposto, attraverso politiche di RSI. Si potrebbe affermare

che, oggi, le imprese più “socialmente responsabili” sono proprio le più”globalizzate”. Esiste un sottoprodotto

di questo processo: la diffusione di un settore di economia informale in questi Paesi, poiché “le imprese

operanti nel settore formale adempiono alle richieste di qualità e puntualità loro imposte dalle committenti

trasferendo il costo degli eventuali imprevisti nel settore informale. Riemerge, così, l’istanza etica della RSI,

depurata da quella economica: eventuali strategie di RS poste in essere nei confronti dei soggetti

dell’economia informale dei PVS non risponderebbero, infatti, a una logica strettamente economica, non

sarebbero suffragate dal c.d. “business case”, dovrebbero appoggiarsi su giustificazioni strettamente etico-

sociali. C’è da dubitare che abbia veramente ragione chi afferma che i diritti e l’etica oggi marcino sulle gambe

dell’economia e, del commercio mondiale: anche perché una convinzione siffatta rischia non solo di tagliar

fuori una parte consistente, di coloro che risentono degli effetti dell’attività d’impresa, ma anche perché una

RS economicamente fondata, sarebbe inevitabilmente avulsa dai reali bisogni delle persone astratta,

paradossalmente genetica di nuovi problemi sociali ed etici. Un esempio paradigmatico di ciò può essere

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quello della disoccupazione di massa provocata dalla decisione della Reebok di cancellare dalla lista dei propri

fornitori un’impresa tailandese, colpevole di far lavorare i propri dipendenti per più di 72 ore alla settimana.

6. RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA E RUOLO DELLE RELAZIONI SINDACALI

Oggetto è l’analisi del rapporto tra ruolo del sindacato nelle diverse forme in cui esso si esprime, e

responsabilità sociale d’impresa, ormai comunemente nota come corporate social responsibility. Si tratta di

un tema di non facile accostamento, come in generale di non facile accostamento è il rapporto tra diritto del

lavoro e responsabilità sociale dell’impresa, perché le relazioni sindacali, sono estranee alla medesima, come

nasce nel mondo anglosassone e statunitense in particolare, quale espressione di etica degli affari:etica degli

affari che, affonda nel particolare contesto sociale e culturale, oltreché istituzionale e giuridico di quel Paese,

senza trascurare naturalmente l’influenza di fattori opportunistici. Il fondamento del discorso sulla RSI si

radica nell’antica questione dei rapporti tra etica ed economia, tra libertà e responsabilità, tra ricchezza e

giustizia sociale. La dimensione della responsabilità sociale di cui oggi parliamo trae piuttosto origine, come

dalla Business Erhics di stampo anglosassone, la quale, da un lato, si preoccupa di correggere le distorsioni più

gravi del capitalismo, dall’altro, di elaborare strategie di successo d’impresa adeguate ai tempi. È nel seno di

essa che prende corpo poi la stakeholders theory. Il termine stakeholders indica una categoria di soggetti che

vanta nei confronti dell’impresa un assetto di diritti o di interessi. Un approccio di successo implica che

l’impresa si ponga in rapporto dialogico con tali categorie di soggetti, cosicché i luoghi della incertezza e del

rischio commerciale possano mutarsi in fattori d’investimento, di ricerca del consenso e di stabilità

dell’attività economica. La stakeholders theory sembra priva di un solido fondamento etico, se non nei termini

labili di stampo individualista e neocontrattualista. Insomma, il tema della responsabilità sociale più che alla

giustificazione dell’impresa, si riconduce alla teoria d’impresa. Trasportata nel quadro istituzionale europeo, la

corporate social responsibility viene interpretata come strumento di governante, innanzitutto per il

conseguimento degli obiettivi della strategia di Lisbona, cioè la realizzazione di un’economia della conoscenza

che punti sulla qualità del prodotto e alti livelli di protezione sociale, nel contesto di uno sviluppo sostenibile.

Nel Libro Verde del 2001 ,la Commissione europea chiede alle imprese di fornire il proprio contributo a tali

obiettivi, mediante iniziative di carattere volontario che, incidano su aspetti quali la formazione professionale,

la tutela della professionalità e dell’occupazione, la sicurezza sul luogo di lavoro e la tutela dell’integrità

morale del prestatore di lavoro. Si tratta, della c.d. “dimensione interna” della responsabilità sociale, per

quanto riguarda la c.d. “dimensione esterna”, vale a dire i rapporti con partners commerciali e fornitori,

clienti, poteri pubblici e organizzazioni non governative che rappresentano la comunità locale e l’ambiente

vengono sottolineati, anche basandosi sulla teoria della reputazione, i vantaggi competitivi della

responsabilità sociale. L’utilizzazione dell’idea di corporate social responsibility quale strumento di governante

nel contesto europeo crea immediatamente problemi di adattamento, se non di compatibilità. Nonostante

l’enfasi posta dalla Commissione, la prospettiva delineata ha destato allarme nelle organizzazioni sindacali

vuoi a livello europeo, vuoi a livello nazionale. I timori sono legati, sia alla diluizione della specificità del lavoro

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nella indistinta categoria degli stakeholders, sia alla preoccupazione che la RSI venga intesa come la

sostituzione del ruolo dello Stato, con una sorta di privatizzazione delle responsabilità del governo: di qui la

sottolineatura, da parte sindacale, che “il sistema fondamentale delle relazioni deve articolarsi sui concetti di

concertazione, partecipazione, contrattazione e non può essere surrogato da altri sistemi”. Secondo il

sindacato che si è dimostrato forse più interessato al tema, proprio attraverso la contrattazione si dovrebbero

“attivare gli strumenti della responsabilità sociale delle imprese, dai codici di condotta, alle certificazioni

etiche ed ecologiche al bilancio sociale e quant’altro”.Non dissimili sono le preoccupazioni al fondo delle

osservazioni di coloro che, analizzando più in generale i rapporti tra RSI e diritto del lavoro, hanno fatto notare

l’ascendenza della prima al contesto anglosassone, nel quale essa si innesta su una diversa tradizione

giuridica: una tradizione nella quale la normazione positiva, anche nei rapporti di lavoro, assume un peso

proporzionalmente diverso e, sotto la pressione di diversi fattori, la corporate social responsibility appare

obiettivamente funzionale ad ovviare alla carenza di contrappesi normativi ai poteri datoriali. Il timore

concerne l’ipotesi che il dibattito sulla RSI sia funzionale e preluda alla destrutturazione del diritto del lavoro,

alla precarizzazione dei rapporti di lavoro e, più in generale, a politiche di stampo neo-liberista e a modelli di

regolazione caratterizzati da una fisionomia più soft. Con il rischio che le tutele dei lavoratori vengano

degradate da diritti a concessioni individuali e “responsabili” delle imprese e che la protezione del lavoro, sia

demandata all’iniziativa e alla buona volontà dei soggetti economicamente più forti. La “degradazione dei

diritti” dei lavoratori potrebbe derivare anche dalla confusione dei lavoratori dipendenti nella indistinta

categoria degli stakeholders.Da un altro punto di vista, si scorge nelle prassi di RSI la volontà di instaurare

relazioni industriali orientate a un modello consensuale, di collaborazione e di partecipazione. Di qui il rischio

di un non controllo coinvolgimento della persona del lavoratore nella pratiche di RSI per via di una malintesa

valorizzazione delle “risorse umane”. Altri si sono già esercitati ad evidenziare come responsabilità sociale

dell’impresa e diritto del lavoro non siano antagonisti ma complementari. La responsabilità sociale può essere

vista come tecnica di governante che risponde, da una parte, alla globalizzazione dei mercati e, dall’altra, nella

sua dimensione domestica, alle trasformazioni dell’impresa e dei processi produttivi.

B) La controversa dimensione domestica della RSI

Le modificazioni dell’organizzazione della produzione comportano modifiche all’organizzazione del lavoro e

producono in ultima istanza trasformazioni del lavoro. Il nuovo quadro si caratterizza per un passaggio dal

lavoro ai lavori. Al lavoro subordinato si affiancano, forme di lavoro parasubordinato o autonomo,

l’occupazione trasmigra in gran parte verso il settore dei servizi, proliferano modalità atipiche e più flessibili di

prestazione dell’attività lavorativa, i percorsi di carriera sono meno prevedibili, la stabilità del posto di lavoro

cessa, di essere un valore. Radicali trasformazioni come quelle sottolineate portano con sé problemi vecchi e

nuovi per la regolazione giuridica del lavoro. Di qui la possibile individuazione di una serie di ambiti che

costituiscono il terreno per l’intervento della RSI. Vi sono due fronti: da una parte, quello meno controverso,

che concerne aree del pianeta alle prese con la primordiale questione sociale e la connessa tutela dei diritti

fondamentali dei lavoratori, d’altra parte, quello più controverso, che concerne le esigenze dei Paesi

economicamente più avanzati impegnati dalle recenti sfide della produzione: la valorizzazione delle risorse

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umane, la partecipazione, la fidelizzazione una grande parte delle riflessioni giuridico-continentali sulla RSI

nella sua dimensione domestica concerne proprio i suoi possibili ambiti: ambiti in cui si riconoscerebbero le

insufficienze delle tecniche del diritto del lavoro attuale, l’idoneità delle quali può essere strutturale o

circostanziale. La RSI interverrebbe allora ad ausilio, sostegno, complemento e, dove necessario, sostituzione

del diritto del lavoro tradizionale. Gli esempi meno controversi portati concernono le ristrutturazioni, oggetto,

in tutti i paesi europei, di dettagliate regolazioni, le quali tendono tuttavia solo a mitigare gli effetti negativi

delle decisioni economiche, che continuano a riposare nelle mani del solo datore di lavoro.

Inquadrata la RSI quale tecnica di governante, l’aspetto più delicato concerne indubbiamente il suo rapporto

con le relazioni sindacali. La Commissione europea ha sostanzialmente eluso questo nodo nel Libro Verde,

limitandosi ad osservare che il “dialogo sociale con i rappresentanti del personale, che costituisce il principale

meccanismo per definire i rapporti tra le imprese e i suoi dipendenti, svolge un ruolo cruciale nel più ampio

quadr dell’adozione di prassi socialmente responsabili”. Più circostanziata, la presa di posizione della

Commissione nella comunicazione del 2002 che, invita ad associare nella elaborazione, nell’applicazione e nel

monitoraggio dei codici di condotta in matria di diritti del lavoro le parti sociali e altri parti interessate, anche

nei paesi in via di sviluppo. La consultazione e la partecipazione sono espressamente indicate quali oggetto di

responsabilità sociale. L’integrazione del “dialogo sociale” all’interno della RSI, sembra essere additata come

la via europea alla medesima. Il problema non concerne di per sé l’interferenza della corporate social

responsibility con quel tanto di diritti informazione e partecipazione già scritti nei documenti comunitari. Il

punto concerne piuttosto la legittimazione di una fonte regolativa unilaterale. I sindacati che vedono con

prudente interesse la tematica tendono ad attrarla nel grande bacino della contrattazione. Vi sono diversi

esempi di questo genere. Ad esempio, il sindacato internazionale dei lavoratori del settore agricolo,

alberghiero, della ristorazione e del tabacco e DANONE hanno stipulato diversi accordi quadro e hanno

sottoscritto dichiarazioni congiunte prevedendo meccanismi di monitoraggio circa la loro implementazione.

Ma non si tratta solo di esperienze a livello europeo o internazionale. Al livello domestico, si deve richiamare il

noto protocollo sullo sviluppo sostenibile e compatibile del sistema bancario, col quale le parti s’impegnano a

favorire la diffusione, nel sistema bancario, della cultura, dei principi e dei valori connessi alla responsabilità

sociale d’impresa e, allo scopo, s’impegnano ad istituire un Osservatorio paritetico nazionale, con il compito di

“analizzare le buone pratiche e stimolarne e favorirne la diffusione nel sistema bancario italiano, anche con

riguardo agli strumenti volontari come il bilancio sociale o ambientali e i codici etici”. La contrattazione

produce essenzialmente commissioni paritetiche, procedure di monitoraggio, insomma, clausole

essenzialmente istituzionali e/o procedurali, la cui giudizi abilità dipenderà essenzialmente del contesto

giuridico di riferimento. Ma probabilmente questo è il limite massimo cui la contrattazione sulla responsabilità

sociale d’impresa può arrivare senza snaturarla. Se accettiamo che la corporate social responsability è un

modello di “governo aperto” dell’impre4sa, dobbiamo concludere che stiamo affrontando qualcosa che si

situa esattamente là dove il contratto non arriva, dato che proprio sul piano concettuale non ha senso parlare

di governante là dove ci sono i contratti. Una contrattazione di tipo procedurale, potrebbe essere la strada o

una delle strade per risolvere il vero problema che affligge la RSI. Nel passaggio de Libro Verde del 2001 alla

Comunicazione dell’anno successivo, si registra l’assestamento della Commissione su posizioni volontaristiche

anche con riguardo a quest’ultimo aspetto . ciò però di cui bisogna essere consapevoli è che se quella è una

possibile strada, non necessariamente è la strada. Se non altro perché la responsabilità sociale richiama una

pluralità di stakeholders in una scena in cui sempre immanenti sono i conflitti d’interesse. È difficile per il

giuslavorista immaginare scenari di concertazione o di dialogo sociale multilaterale o multistakeholders in cui

non si perda la specificità del lavoro. E in questo si comprende la maggior difficoltà di ordine concettuale che

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incontra il diritto del lavoro, rispetto al diritto commerciale, ad accogliere nel suo seno la responsabilità

sociale dell’impresa, nella quale rischia di perdersi.

7. LA RESPONSABILITA’ SOCIALE DELL’IMPRESA E I CODICI DI CONDOTTA: MODELLI ED EFFICACIA

Osservando la realtà di questi ultimi anni, si può facilmente riscontrare un’elevata correlazione tra la

amplissima diffusione del discorso sulla responsabilità sociale dell’impresa e la proliferazione di

comportamenti imprenditoriali assai poco responsabili. Il tema della CSR, che si sviluppa ibridando diversi

campi teorici, ai confini tra sociologia, economia, diritto e filosofia, non può essere facilmente liquidato.

Viviamo una società del rischio caratterizzata dall’incapacità dei sistemi istituzionalizzati di controllare e farsi

carico adeguatamente degli effetti delle azioni prodotte dai singoli soggetti in contesti avanzati. La società del

rischio reintroduce quindi, la questione della responsabilità aprendo ampi spazi per forme di “politica non

istituzionale” esercitata non solo dai movimenti sociali ma anche da attori economici investiti di questo ruolo

dalla crisi della costellazione politica della società industriale. Lo stesso attore economico, è molto più

permeabile alle influenze esterne di quanto la teoria non riconosca, la stessa teoria economica, che sviluppa

modelli di comportamento alternativi a quelli propugnati dal riduzionismo economicista, individua i vantaggi

imprenditoriali derivanti da una nuova visione della produttività volta a valorizzare la dimensione del “dono” e

della “ superadditività” derivante dal valore della socialità, dalle relazioni in ambito lavorativo, e su questa

base delinea una correlazione positiva tra scelta di CSR, impegno produttivo, e grado di soddisfazione dei

lavoratori. La CSR, nell’una come nell’altra prospettiva è parte di un processo di “integrazione sociale

dell’economia” talmente pervasivo da risultare inevitabilmente legato al destino stesso del diritto del lavoro, a

questo revival della CSR concorrono in modo sinergico molteplici attori e vettori di diffusione della relativa

dottrina: le azioni degli Stati e dei governi, che in diversi paesi europei hanno sollecitato le imprese affinché

pratichino un tasso più elevato di responsabilità sociale; le istituzioni comunitarie; le ONG e le organizzazioni

sindacali internazionali dei lavoratori, che vedono nella CSR un possibile strumento di controllo degli effetti

sociali della globalizzazione; le stesse imprese, nonostante la pressione crescente per la progressiva

sostituzione degli standard protettivi tradizionali con iniziative volontaristiche ed auto-regolative non si tratta

di pensare alla CSR in una prospettiva alternativa all’approccio giuslavoristico consolidato. La prospettiva

d’indagine dev’essere volta, a verificare se ed in che misura tecniche tipicamente volontaristiche e riflessive,

possano svolgere un ruolo complementare e additivo rispetto a quello svolto da altri congegni normativi.

Ovvero se, al contrario, la dottrina della CSR rappresenti una sorta di “reazione discorsiva” all’attuale bisogno

di business ethics: reazione discorsiva che potrebbe avere la funzione di mobilitare l’opinione pubblica, i

giuristi, i politici affinché elaborino contromisure, da parte di imprese che, adottano carte e codici etici per

coprire le loro malefatte. Il problema della CSR è un problema di rapporto tra l’impresa e il suo ambiente:

ambiente che non è soltanto quello in cui si realizzano le finalità economiche dell’agire imprenditoriale, ma

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anche quello in cui l’impresa costruisce la sua identità mediante l’integrazione nelle strutture di interazione

sociale. Questa idea si ritrova nel famoso “Manifesto di Davos” del 1974, codice morale di condotta aziendale,

redatto da trecento managers europei nell’opinione dei quali la razionalità del comportamento d’impresa non

deve essere più condizionata dai soli interessi degli azionisti bensì anche dagli interessi della società in

generale. Ciò equivale a riconoscere all’impresa solo il ruolo di attore sul mercato, ma anche di soggetto

politico, che si occupa di dare voice agli interessi in genere. Per l’economia neoclassica la soluzione contraria

appare fondata su un assioma molto semplice: il comportamento aziendale-razionale consiste esclusivamente

nella creazione di valore, onde la funzione sociale dell’impresa si esaurisce nel perseguimento del profitto.

L’impresa è un’entità economica e, come tale la sua responsabilità sociale è quella di incrementare i propri

profitti. L’esistenza di obblighi fiduciari nei confronti di gruppi sociali diversi dagli azionisti, dagli investitori e

dall’impresa stessa fonda il tema della CSR, come responsabilità sistemica dell’impresa nei confronti degli

stakholders, cioè di coloro che tengono una posta “at stake” (in gioco) nell’impresa, la CSR pone un problema

di cooperazione, di spinta dell’impresa verso regimi cooperativi. La teoria e la prassi della CSR deve con una

delicata ricerca di una dimensione cooperativa della pluralità di attori e di relazioni intersoggettive che

animano il comportamento d’impresa, il cui fondamento teorico-politico viene variamente esplicitato dalle

scienze sociali misurarsi. B) CSR e analisi giuridica

Dal punto di vista dell’analisi strettamente giuridica i problemi da affrontare sono tre:

- Collocare l’approccio volontaristico e auto regolativo tipico degli strumenti di RSI nello scenario delle fonti e

delle tecniche di regolazione;

- Ricostruire e descrivere i modelli di codici di condotta secondo natura e caratteristiche tipologiche;

- Valutare l’efficacia e l’effettività di questi strumenti di regolazione.

Quanto alla prima questione, la RSI pone al giurista un problema di contenuti e un problema di metodo. Per

quanto concerne i contenuti, non v’è in realtà molto da dire: i codici di condotta attestano una frequenza dei

temi sociali nei documenti etici delle imprese riguardanti per la maggior parte l’igiene e la sicurezza,

l’eguaglianza e la discriminazione, i diritti collettivi, si tratta quindi di contenuti ampiamente ricorrenti nelle

agende politiche dei legislatori nazionali e sovranazionali. A questi temi, che interessano il fronte “interno”

della CSR si affiancano materie che riguardano la dimensione “esterna”, che si estende al di là del perimetro

dell’impresa e coinvolge le comunità locali e la partnership commerciale. Quanto al primo versante, il Libro

Verde punta soprattutto sui temi della gestione delle risorse umane, che comprende “l’istruzione e la

formazione lungo tutto l’arco della vita, la responsabilizzazione del personale, una maggiore diversità delle

risorse umane, la partecipazione ai benefici e le formule di azionariato. Seguono le materia della salute e

sicurezza nel lavoro, e l’adattamento alle trasformazioni comprensivo, tra l’altro della partecipazione dei

lavoratori mediante procedure di informazione e consultazione e di misure volte ad attenuare le conseguenze

sociali e locali delle grandi ristrutturazioni, trattandosi di riferimenti a materie sulle quali esiste una

legislazione interna e comunitaria sorge legittimo il dubbio che la CSR riproponga, una serie di ipotesi di

promozione di buone prassi del tutto coincidenti con quelle già previste dalla norma giuridica. La dimensione

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esterna appare ancor meno combaciante con i contenuti delle consuete obbligazioni normative. In questa

prospettiva, infatti, la CSR comporta non solo l’adozione di criteri di selezione dei propri partners commerciali

valutati sulla base del rispetto da parte di questi ultimi degli standards sociali internazionalmente riconosciuti,

ma pure una sorta di estensione del raggio d’azione della responsabilità sociale delle imprese che risulta

estesa sino a comprendere “un’ulteriore responsabilità sociale nei confronti dei loro fornitori e del personale

di questi ultimi”, la questione dei contenuti è strettamente legata al problema del metodo, relativo al ricorso a

norme più flessibile e “ deboli! Rispetto alle norme giuridiche classiche. Trattandosi, più di pratiche e di

principi guida che di norme in senso stretto si sarebbe tentati di risolvere la questione relegando la CSR

nell’ambito delle tecniche di gestione delle risorse umane che non interferiscono con il sistema giuridico

formale. Ma la realtà è più complessa. Infatti, ad onta di questa apparente non giuridicità delle forme

regolative riconducibili alla CSR non può negarsi come essa, pur sviluppandosi in una dimensione

funzionalmente differenziata rispetto al sistema giuridico formale, necessariamente si interfacci con

l’ordinamento generale, onde le imprese che producono prassi eticamente responsabili possono rivendicare

un ruolo anche giuridico della CSR. Socialmente responsabile è, infatti, l’impresa che rivede e corregge la

propria strategia gestionale attraverso la volontaria adozione di standard sociali più elevati o comunque più

stringenti di quelli derivanti dai vincoli di legge. In questo senso, quindi, la CSR non si pone al di fuori del

contesto giuridico-istituzionale, ma anzi lo presuppone e lo apprezza quale terreno di coltura per lo sviluppo di

comportamenti che oltrepassano la stretta aderenza alla norma giuridica. Nella stessa visione comunitaria

della CSR, le imprese adottano un comportamento socialmente responsabile nella misura in cui agiscono “al di

là delle prescrizioni legali ed assumono volontariamente tale impegno in quanto ritengono che ciò sia nel loro

interesse sul lungo periodo”. Onde non è destinata di fondamento una visione della CSR quale strumento di

dilazione della sfera obbligatoria realizzata sulla base di una sorta di “clausola generale di responsabilità”,

connessa ai temi dello sviluppo sostenibile, che interiorizza le ripercussioni sociali delle scelte aziendali in

modo sistematico e non occasionale. Le norme etiche auto-prescritte su base volontaria potrebbero inoltre

fornire la base per un consolidamento di prassi ispirate a valori di giustizia sociale, o addirittura veicolare il

rispetto di vere e proprie norme giuridiche nazionali, internazionali o sopranazionali oltre il loro naturale

campo di applicazione. Un esempio trasferisce l’utilità di una prospettiva di CSR sul piano

dell’internalizzazione delle norme sociali, ove si misura con maggiore evidenza il possibile impatto positivo

della regolazione volontaristica come strumento a cavallo tra la tutela dei diritti sociali fondamentali e la

regolazione della concorrenza equa in funzione anti dumping sociale. Questa dimensione interessa l’impresa a

struttura complessa, operativa in differenti contesti nazionali, che pone molteplici problemi di diritto

internazionale in ordine alla responsabilità delle Corporations, sino a toccare gli anelli più deboli della catena

di produzione globale, rappresentati dai fornitori, sub-fornitori o appaltatori delle imprese: in questi ambiti

geografici le norme deontologiche transnazionali o internazionali rappresentano, l’unico strumento in grado di

superare la barriera rappresentata dalle regole dello stato ospitante concorrendo al miglioramento della

governante sociale e alla promozione delle norme fondamentali del lavoro. Ove adottare tali norme

risulterebbero vincolanti quantomeno nel rapporto tra l’impresa transnazionale ed i suoi partners commerciali

o industriali, risultando quindi azionabili e sanzionabili sul piano dei rapporti contrattuali. Ancora a monte

delle questioni di metodo, si pone il problema della giustificazione di questo ruolo auto-regolativo

dell’impresa suggerito dalle prassi di RSI; ciò rinvia al problema della auto-nomia dell’impresa. Prima ancora

del diritto del lavoro, è il diritto del commercio internazionale a rappresentare un terreno avanzato per la

sperimentazione di processi di “moralizzazione” dell’attività e conomica mediante l’utilizzo di modelli

contrattuali uniformi, clausole e codici di comportamento elaborati dalla ICC. Tali codici collettivi, aumentano

il grado generale di normatività del commercio internazionale e si aggiungono ai divieti di fonte statale,

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esplicando la loro efficacia più visibile là dove manchi un vincolo statale. Un’esperienza, che getta tuttavia

un’ombra sulle prospettive della RSI: talvolta i codici di condotta,rappresentano una risposta opportunistica

volta ad evitare interventi hard di regolazione terogenoma. Spostando l’attenzione nel campo dei diritti

sociali, questa autonomia o facoltà di autoregolazione delle imprese deve necessariamente apprezzarsi in

un’ottica di sistema, attualmente caratterizzato della globalizzazione e dalla individualizzazione. Dato un

simile contesto, il tema della CSR può rappresentare, una sfida molto insidiosa per il diritto del lavoro: sotto

l’apparenza di uno strumento di accompagnamento non sostitutivo della normativa giuslavoristica, la CSR

potrebbe dissimulare l’idea di un nuovo modello di disciplina dei rapporti di lavoro alternativo alla normativa

imperativa ed inderogabile, basato sul riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, lo stesso diritto

comunitario proceda ormai in questa direzione: linee guida, raccomandazioni, piani d’azione nazionali,

insomma: soft-law invece di hard-law. Ciò pone seri interrogativi circa l’uso della soft-law e delle nuove

tecniche regolative e di governante: in funzione progressista, la soft-law rappresenterà lo strumento per una

regulatory competition in cui il nesso tra dimensione economica e istanze sociali di tutela, senza spezzarsi,

imporrà le ragioni della prima a discapito delle seconde.

Questo processo di autoregolazione dell’impresa appare strettamente correlato alla mutazione dell’idea di

normatività dell’azione sociale, il quale, apre suggestivi scenari di ricerca. Il primo scenario coinvolge la teoria

del pluralismo dei sistemi giuridici, di ascendenza santi-romaniana attualizzabile in chiave sistematica: nel

sistema giuridico entrano materiali non giuridici, di matrice politica ed economica, che pretendono un

riconoscimento universale. I casi più evidenti di questo penetrare dell’indistinto normativo nella sfera giuridica

sono rappresentati dalle imprese multinazionali, che concludono tra loro accordi auto convalidati sottratti ai

fori statali, e d’altra parte, aspirano ad acquistare lo status di soggetto di diritto internazionale; dalle norme e

dagli standards tecnici, veincolati dai codici di condotta. Grazie a questi vettori di regole convenzionali il diritto

da gerarchico diviene un sistema eterarchico di ordinamenti, che si sostiene in un rapporto circolare di

autoreferenzialità. Un altro filone di ricerca attiene alle moderne teorie sui private government: forme

giuridiche o non giuridiche di regolamentazione normativa, le più varie: norme professionali, deontologiche,

condizioni generali di transazione. Questi regimi di governante privati stanno conquistando spazi crescenti a

spese dei regimi regolativi statali. La dottrina del diritto riflessivo, attraverso cui la società di individui e

istituzioni riflette su se stessa, e le moderne teorie sulla procedimentalizzazione del diritto forniscono ulteriori

strumenti per la sistemazione teorica delle prassi di CSR: lo scenario è quello di una amministrazione riflessiva

autoregolata, spesso attivata dallo Stato, in cui la funzione della sfera pubblica non è più direttiva bensì volta a

facilitare e valutare le iniziative decentrate e autonome dei molti attori pubblici e privati che al tempo

compongono e dissolvono la forma tradizionale-tardo-ottocentesa dello Stato. La teoria sistematica dimostra,

come dispositivi regolativi che garantiscono l’integrazione nelle società complesse, non possono essere

costituite né da una regolamentazione interamente centralizzata né dal coordinamento attuato dal mercato,

bensì da meccanismi decentrati e autonomi, capaci di riflessione.

C) I codici di condotta: i modelli

Una ricostruzione sistematica delle “fonti” normative di CSR attende ancora di essere compiutamente svolta.

Appare indispensabile distinguere i codici di condotta in funzione della loro fonte, del loro oggetto e della loro

finalità. 32

I codici interni, o individuali, sono formulati dalle strutture di governo delle Corporations quali strumenti

organizzativi dell’impresa mondo. Si tratta di documenti ufficiali, che raccolgono organicamente e comunicano

al personale interno, i valori su cui si fonda la cultura d’impresa. I codici interni esplicitano, quindi, le politiche

aziendali e le norme di comportamento cui tutti i dipendenti devono attenersi. Si tratta, in realtà, di una

categoria molto eterogenea sotto il profilo della complessità e completezza dei testi: si va dal semplice

manifesto riguardante la missione produttiva e al “credo aziendale” che enuncia i principi che regolano i

rapporti dell’azienda con le diverse categorie di stakholders, sino al codice di condotta in senso stretto, che si

può a sua volta distinguere in generale e specifico a seconda del grado di approfondimento dei temi affrontati.

Il processo è molto personalizzato secondo tipologie di impresa, e di settori produttivi.

I codici esterni, che sono formulati da attori esterni alla sfera di governo dell’impresa e fanno affidamento su

processi di adesione spontanea dei destinatari, possono a loro volta suddividersi, a seconda della fonte in:

- Codici formulati da organizzazioni internazionali, quali la Dichiarazione tripartita dell’Oil del 1977; il Global

Compact delle Nazioni Unite promosso da Kofi Annan

- Codici di condotta di origine statale ed interstatale, redatti da autorità governative nazionali, come il codice

dei Model Business Principles stilati nel 1995 dall’Amministrazione Clinton

- Codici di condotta di origine privatistica, redatti da soggetti privati, organizzazioni codici di associazioni che

disciplinano la condotta dei propri iscritti o da persone fisiche. Questi codici hanno avuto grande sviluppo

nell’ambito delle regole di condotta adottate dalle associazioni settoriali per tutti i propri membri:al momento

dell’adesione, ciascun membro si obbliga, per statuto,a rispettare le regole sociali contenute nel codice

collettivo. In questo senso i codici di condotta collettivi possono qualificarsi come regole astatuali di

organizzazione del mercato. Rispetto ai codici interni, i codici di condotta elaborati da soggetti o organismi

esterni all’impresa recano spesso il vantaggio di rappresentare modelli uniformi, calibrati sulle norme di diritto

internazionale. Queste caratteristiche di generalità ed astrattezza del codice sono particolarmente importanti

nella prospettiva della regolazione nella catena di produzione su scala globale.

I codici di condotta redatti su base negoziata, anch’essi catalogabili tra i codici esterni, presentano la

particolarità di essere formulati in sede di contrattazione collettiva, a livello nazionale o sopranazionale.

Hanno il merito di evitare la confusione di ruoli che affetta i codici elaborati unilateralmente dagli stessi

destinatari delle norme, ed aprono una ‘prospettiva in parte nuova, caratterizzata all’implicazione diretta e

bilaterale degli attori collettivi nella definizione delle norme di condotta adottabili dalle imprese

multinazionali. Un cenno a parte meritano i codici che si fondano sulla normazione tecnica, definibile come

una pratica di produzione o omologazione di norme alle quali devono rispondere i prodotti, servizi o

procedure di fabbricazione. I codici tecnici si completano per un’attività di certificazione sociale, cioè una

valutazione positiva di conformità alle norme tecniche. Applicate alle materia sociale, la norme tecniche

hanno dato luogo agli standards che vanno sotto il nome di SA 8000(Social accountability 8000). Le norme

tecniche fanno espresso riferimento alle convenzioni OIL, hanno vocazione globale, e fungono da strumento

complementare alla legge nazionale. Contrariamente ai codici di condotta, le norme tecniche non possono

dunque generare regressioni dei diritti individuali dei lavoratori; al contrario, intendono contribuire

all’effettività delle norme sociali fondamentali completando la legge nazionale alla quale le imprese

accreditate sono sottomesse. Questa tecnicizzazione e privatizzazione delle norme aventi ad oggetto diritti

sociali fondamentali potrebbe comportare implicazioni di non lieve momento. Le regole tecniche sono legate

alla legge della domanda e dell’offerta: è la domanda dei consumatori che condiziona il successo della

33

normalizzazione tecnica. La vocazione delle norme tecniche non è di soppiantare le norme sociali nazionali,

ma di affiancarsi ad esse, ciò che consente di preservare intatta la dimensione assiologia dei diritti. I codici, in

quanto espressione tipica dell’attuale tendenza alla crescita di strumenti regolativi di soft-law, va di pari passo

con il processo di privatizzazione dell’enforcement pubblico, particolarmente evidente nell’espansione del

mandatory arbitration negli USA e nelle c.d. nuove alternative arbitreali sotto il profilo dell’efficacia i codici

rimangono sospesi tra una valutazione possibilista, ed un giudizio sostanzialmente negativo nel quadro di un

più complessiva e preoccupante perdita di normatività dei diritti sociali e del lavoro. Tuttavia il problema è

cruciale nella misura in cui l’efficacia delle norme di origine privata dipende sostanzialmente dai mezzi di

verifica della loro attuazione, l’ipotesi che le norme di condotta private siano parte di un ordinamento

giuridico particolare deve essere verificato empiricamente. L’efficacia delle norme di condotta relative ai

diritti sociali non è a priori assicurata sulla base della loro privata giustizi abilità. Questa sembra essere una

differenza cruciale nella distinzione tra codici di condotta sociali e codici di condotta relativi ai comportamenti

commerciali delle imprese: mentre per questi ultimi le norme di condotta possono essere giustiziabili

nell’ambito di un diritto a-nazionale presidiato dalle procedure arbitrali, per i primi lo sbocco arbitrale appare

assai complicato. L’individuo destinatario delle norme del codice di condotta non è, un vero e proprio

soggetto di diritto. Il fatto che l’individuo sia privato di questa qualità che gli permette di far rispettare i diritti

contenuti nella norma di condotta appare un primo decisivo limite di effettività. La dottrina europea si è

affaticata a ricercare congegni e meccanismi che possano fornire giustizi abilità agli impegni assunti con il

codice. Tre appaiono le condizioni per fornire al codice un grado accettabile di effettività: pubblicità delle

norme, controllo della loro applicazione, esistenza di un apparato sanzionatorio.

La prima condizione misura il grado di trasparenza e di conoscibilità del codice presso lavoratori, partners

commerciali, fornitori e subfornitori, governi stranieri, consumatori e altre parti interessate. Le norme

tecniche sono, assai esigenti: si richiede di comunicare a tutte le parti interessate dati e informazioni non solo

sui codici ma sulla performance aziendale e sui risultati delle procedure di reviews e di monitoring. La seconda

condizione è il controllo. Dalla prassi sono ricavabili almeno tre modelli: controllo endogeno, istituito e gestito

dall’impresa, esogeno, non governato dall’impresa, e controllo misto. La maggior parte dei codici di condotta

elaborati dalle imprese multinazionali prevedono un controllo endogeno, che comporta una sorta di auto-

certificazione di qualità sociale. Assai più avanzato è il modello che si fonda sul controllo esogeno all’impresa,

con un ruolo preponderante affidato alle ONG. Le imprese, in linea di principio reticenti ad affidare il controllo

dei codici a soggetti esterni, sono talvolta costrette a farvi ricorso onde evitare veri e propri rovesci finanziari

causati da campagne di boicottaggio. Questo meccanismo di rilevazione attiva incoraggia i lavoratori a

denunciare le infrazioni, e prevede talvolta l’istituzione di un organo di risoluzione dei conflitti con il compito

di ricevere gli esposti e di svolgere una funzione para-arbitrale. Tuttavia, questo tipo di controllo,è

estremamente raro. Le norme di condotta private sono obblighi volontari assunti dalle imprese che le

emettono. Il rischio, perciò, è che queste prescrizioni siano del tutto sprovviste di sanzioni, risolvendosi in

strumenti di regolazione sociale del tutto incompleti ed inefficaci. La terza condizione di effettività è data

quindi dall’esistenza di un apparato sanzionatorio o, dalla possibile azionabilità di rimedi giuridici volti a

reprimere i comportamenti contrari alle norme del codice. A tal fine è opportuno distinguere tra sanzione

giuridica e sanzione sociale. Mentre la sanzione giuridica si rapporta a meccanismi sanzionatori che possono

essere azionati di fronte alla violazione di un diritto ,la sanzione sociale designa forme di reazione di cui

dispone la società per assicurare un controllo diffuso sui suoi membri con evidenti potenziali effetti sulla

performance economica dell’azienda. Le due strade possono peraltro incrociarsi. L’ordinamento giuridico può

in vario modo assistere la violazione delle norme di condotta private con sanzioni giuridiche, le quali a loro

volta innescano la reattività di consumatori socialmente responsabili. Oltre al diritto dei contratti e alla

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mobilitazione di principi generali lo scenario spazia sino a comprendere il diritto commerciale, il diritto di

informazione del consumatore e la pubblicità ingannevole.. La sanzione sociale non va sottovalutata; la

globalizzazione, infatti, aumenta di molto la possibilità di provocare una sorta di “effetto vergogna” nei

confronti di quei paesi, e di quelle multinazionali, che non rispettano gli standards sociali approfittando di

vantaggi competitivi basati sullo sfruttamento del lavoro.

La CSR, è parte di un processo più ampio, di ridefinizione dell’idea di normatività e del paradigma classico della

regolazione, aperto agli sviluppi della riflessività e della normalizzazione tecnica. In ciò consiste la sua

dimensione duale e aporetica. Rispetto ai codici di condotta, strumento principe delle prassi di CSR, sono

possibili letture diversificate. Si può ad esempio ritenere che il rispetto dei codici rappresenti un sostituto

funzionalmente debole a sfere di regolazione statale e interstatale comunque in effettive, e che, la nuova

razionalità istituzionale degradi a soft regulation, eventualmente soggetta alla supervisione di organizzazioni

non governative. Sempre più spesso le grandi corporation decidono l’adozione di principi e norme di

comportamento in materia ambientale e sociale indipendentemente dal luogo di appartenenza, e chiedono ai

loro dipendenti la loyalty ai valori dell’azienda, calibrati su principi “democratici”, una volta adottati, i codici

possono trovare molteplici vie di implementazione, che dalla dimensione strettamente privatista transitano

verso meccanismi di regolazione pubblica del comportamento d’impresa, quasi a testimoniare come gli stessi

strumenti volontari di regolazione riflettono aperture cognitive del sistema giuridico il quale non rinuncia, alla

sua “chiusura” normativa.

8. GLI STRUMENTI DI “COMMERCIALIZZAZIONE” DEL DIRITTO DEL LAVORO: BILANCIO SOCIALE,

CERTIFICAZIONE ETICA E MARCHIO DI QUALITA’ SOCIALE

La prospettiva della responsabilità sociale dell’impresa segnala, anzitutto, per l’enfasi con cui si sottolinea la

socialità dell’impresa, e ciò sul piano valoriale delle strategie aziendali. La richiamata enfasi della società deve

essere inquadrata nella logica, dell’aspirazione imprenditoriale, di “riuscire ad influire sulla curva della

domanda in modo da adeguarla all’offerta” e di intercettare potenziali finanziatori. In periodo di forte perdita

di credibilità, le imprese per accreditarsi sono sempre più frequentemente costrette a dar prova di essere in

grado di rendere conto sul piano sociale del proprio operato e di essere pertanto dotate di accountability.

L’obiettivo di fidelizzare la clientela viene perseguito tentando di far leva sulla crescente esigenza posizionale,

figlia dell’individualizzazione diffusa. A questa esigenza si può rispondere sia accentuando la particolare

credibilità sociale dell’impresa in riferimento all’ambiente in cui la stessa opera, sia agendo sul piano della

soddisfazione e lealtà della clientela nei confronti della qualità dei prodotti. In quest’ultima prospettiva viene

piuttosto in considerazione un ulteriore e più tradizionale stakeholder dell’impresa e cioè il “capitale umano”.

La domanda di prodotti è sempre più differenziata, personalizzata e, quindi, mutevole. Ciò presuppone nelle

maestranze un’alta specializzazione ed una rapida capacità di adattamento alle mutevoli esigenze del

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mercato. Pertanto, l’impresa deve porre la massima attenzione alla soddisfazione. A tal fine l’impresa si serve

di tutta la serie di strumenti di commercializzazione del diritto del lavoro al fine di acquisire “fiducia” delle

maestranze. Un ulteriore destinatario dell’adozione di tecniche di RSI è rappresentato, infine, dalla complessa

platea dei suoi potenziali finanziatori tra i quali vanno ricompensati anche i lavoratori oltre che varie

amministrazioni pubbliche. Si prenderebbero lucciole per lanterne se si traessero dalle varie sperimentazioni

di strategie di RSI indici a favore delle concezioni comunitarie, se non addirittura corporative, dell’impresa

come pure spesso si rischia di fare quando si sottolinea la nuova finalità sociale dell’impresa. Il fenomeno della

RSI si ascrive appieno nella logica degli interessi contrapposti che è alla base della moderna nozione scambista

del rapporto di lavoro. Occorre distinguere il nuovo fenomeno della corsa alla RSI da altre e ben più risalenti e

note esperienze comparate. Si allude, ad esempio, alla legislazione francese in tema di bilan social, che

introdusse l’obbligatorietà del bilancio sociale per le imprese pubbliche e private. Si tende a concordare

sull’insuccesso dell’esperienza francese dovuto sia al modo in cui le informazioni si affastellano nel bilancio

sociale, sia alla comprovata constatazione che questi dati non sono caratterizzati da alcuna garanzia di

“veridicità e di sincerità”. Utilizzando il linguaggio degli esperti in RSI, potremmo dire che il bilan social, al

posto di creare fiducia, è esso stesso motivo di sfiducia. L’ordinamento francese è notoriamente l’unico che ha

reso obbligatoria l’adozione del bilancio sociale. Questo innovativo strumento contabile si è affermato anche

in altri contesti. È il caso della Germania in cui il fenomeno s’innovera in un sistema altamente partecipativo

nel quale il bilancio sociale perde, buona parte della capacità informativa che esercita, in altre realtà. Esso

assume, quindi, una più netta e visibile coloritura demagogica. Preme sottolineare che in tutte queste,

esperienze il bilancio sociale non rappresenta tanto uno strumento di controllo sociale dell’operato

dell’impresa, ma assolve alla diversa funzione di raccogliere le informazioni necessarie per l’elaborazione di

politiche di partecipazione aziendale variamente formalizzate. La matrice del fenomeno della RSI non è

partecipativa. Si tratta, infatti, di uno strumento statico che nelle stesse teorie astratte sfocia e non diparte da

fasi partecipative. Ciò non significa, che anche l’esperienza italiana di RSI non possa potenzialmente

incrociarsi, con la partecipazione collettiva, almeno se aspira a diventare un’effettiva opportunità.

B) Il bilancio sociale tra valori monetari e social stament

Possiamo distinguere tra loro: i codici etici aziendali, i sistemi di rendicontazione e gli schemi di certificazione

etica, e il marchio di qualità sociale. Consideriamo i sistemi di rendicontazione sociale con cui l’impresa svela i

risultati conseguiti dall’impresa in termini d’impatto complessivo della sua attività sull’ambiente circostante.

Lo strumento più rilevante è rappresentato dal bilancio sociale che si affianca, al bilancio d’esercizio. Esso è

soggetto tra l’altro a continui perfezionamenti è bene chiarire subito che l’oggetto sociale non significa che si

abbandoni la logica, tipica dei sistemi contabili tradizionali dei valori monetari, invero così efficace sul piano

comunicativo perché semplifica la percezione dei fenomeni, il passaggio dall’atteggiamento egoistico a quello

socialmente responsabile, si realizza con l’affiancamento, al bilancio d’esercizio del bilancio sociale finalizzato

ad evidenziare quello che gli aziendalisti chiamano il valore aggiunto (VA) e cioè “la ricchezza globalmente

creata dall’impresa nello svolgimento della sua attività e che, è distribuita fra le diverse categorie di soggetti

che con i loro diversi apporti hanno contribuito a produrla”. Si tratta, insomma, di un plusvalore che non è

destinato all’accumulo ma che viene costitutivamente ridistribuito ad una serie di soggetti diversi: agli

azionisti all’impresa, ai lavoratori, ai finanziatori. Peraltro le condizioni di finanziamento, sono sostanzialmente

etero-determinate e, quindi, i dati più significativi del bilancio sociale sono gli altri, il valore monetario dal

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valore aggiunto d’impresa, lascia ovviamente in ombra la componente non monetaria del soddisfacimento

delle esigenze dei singoli lavoratori. A colmare, questo deficit dovrebbe contribuire quello che gli aziendalisti

chiamano il conto del surplus in cui sono trasferiti nel costo del lavoro i costi che l’impresa sostiene:

- per l’organizzazione degli interventi ad ampio spettro volti a rendere i luoghi di lavoro compatibili con gli

standards di sicurezza e di igiene

- per i cambiamenti della struttura organizzativa interna chiamati a rendere effettiva ed armonica la

condivisione fra l’impresa ed i lavoratori dei valori e degli obiettivi nei processi decisionali. In tal modo, i costi

per la qualificazione permanente dei lavoratori, per la loro sicurezza e per la partecipazione, non

rappresentano più, degli investimenti, bensì costituiscono una componente della ricchezza generata

dall’impresa che viene ridistribuita ai lavoratori. Se accanto ai dati relativi al capitale conferito dagli azionisti e

dai finanziatori riuscissimo a calcolare il capitale recato all’impresa dai lavoratori e dallo Stato-collettività si

riuscirebbe ad avere una voce di capitale omnicomprensivo. L’aggregato contabile del costo del lavoro, finché

viene espresso in valori monetari non è comunque “in grado di indicare compiutamente il vero benessere che

fluisce dall’impresa vero i lavoratori”.L’enfasi e la frequenza con cui la giurisprudenza afferma negli ultimi anni

il “diritto” del lavoratore allo svolgimento dell’attività lavorativa. Corrisponde al fatto che nella coscienza

sociale si è prodotto il passaggio dalla visione del lavoro come alienazione e pena, a quella del lavoro quale

componente centrale dell’esistenza individuale. In questo nuovo contesto antropologico, il lavoratore

persegue con la conclusione del contratto non solo l’ottenimento di fonti di sostentamento ma anche utilità

ulteriori. Per esprimere il diritto inviolabile della persona del lavoratore alla dignità professionale, occorre

passare dai valori monetari a comunicazioni qualitative e descrittive. È ciò che generalmente avviene nel

documento esplicativo del bilancio sociale. Il rendiconto sociale è configurato quale strumento volontario ed è

pensato per rilevare le caratteristiche sociali delle imprese facendo leva su un ventaglio di indicatori. Questa

attività di misurazione dovrebbe: servire ad individuare gli obiettivi strategici e tattici per realizzare un piano

di CSR permettere di monitorare gli sforzi realizzati per raggiungere gli obiettivi; infine, consentire di valutare i

risultati ottenuti e di confrontarli nel tempo.

Tra gli schemi di certificazione etica il più diffuso in Italia è il certificato Social Accountability 8000 nato nel

1977, e che si basa su norme ISO. Per ottenere la certificazione SA 8000, l’organizzazione deve documentare

ed applicare una serie di requisiti. Uno di questi ultimi è dedicato in toto al cosiddetto Social Management

System che è incentrato su una serie di obiettivi, sulla pianificazione ed attuazione dell’azione necessaria per

raggiungere questi obiettivi, sul riesame periodico dei risultati raggiunti. Per ottenere la certificazione,

l’organizzazione deve rispettare una serie di normative internazionali: le convenzioni OIL n.29 e 105 n.87 n.98

n.100 e 111 n.135 n.138 a cui si affianca la raccomandazione n.146 sul medesimo tema;n.155 (salute e

sicurezza sul lavoro) a cui si affianca la raccomandazione n.164 sul medesimo tema:n.177 la Dichiarazione

Universale dei Diritti Umani e la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Bambini. L’iter di certificazione

consta di tre fasi: il primo passo consiste nella comunicazione ad un organismo accreditato dalla propria

volontà di implementare un sistema di gestione sociale. Per ottenere lo status di applicante necessario

mostrare di essere in regola con le leggi vigenti. Si arriva così alla fase più interessante per il contesto

domestico e cioè all’implementare del sistema di gestione sociale vero e proprio, quando l’imprenditore deve

apportare alla propria struttura tutte quelle modifiche che la rendano conforme, non solo alle leggi, ma anche

allo standard SA 8000. Infine, si può richiedere è la terza fase la visita ispettiva che viene condotta da un

gruppo di controllo appositamente formato. Ai verificatori è consentito l’accesso alla documentazione

dell’azienda nonché la facoltà di intervistare i dipendenti. L’iter di certificazione finale SA 8000 si articola,

37

rispettivamente, nella fase preliminare, nella preparazione della visita, nel pre-assessment, nel riesame

documentale, nell’audit iniziale e nel rilascio di certificato con la possibilità di audit periodici e di sorveglianza.

C) Il marchio sociale

Passiamo ora al rapido accenno all’ulteriore strumento del marchio di qualità sociale. Questo strumento

assume la massima rilevanza per le imprese dell’area globale. Nel contesto municipale i fenomeni più

interessanti di etichettatura sociale sembrano essere quelli dei marchi, per così dire, territoriali che non a caso

si affermano con la fine della concezione, nazionalistica degli obiettivi delle politiche di sviluppo per cui si è

passati dal sostegno diretto alle proprie imprese al sostegno dell’investimento nel proprio territorio.Soltanto

un esempio ma di estremo rilievo. È il “Progetto marchio di qualità sociale del lavoro e della produzione”,

commissionato dalla Regione Emilia Romagna e finanziato con i contributi del Fondo sociale europeo e del

Ministero del lavoro. Il progetto viene presentato come volto a realizzare uno studio di fattibilità che

identifichi l’insieme degli elementi necessari per la progettazione, di un marchio di qualità sociale del lavoro e

della produzione. L’obiettivo è quello di accrescere l’attenzione e l’interesse delle imprese, sull’adozione di

politiche di sicurezza, regolarità e qualificazione del lavoro. Strutturalmente il progetto prevede l’integrazione

delle attività contenute in due distinti progetti collegati: il Marchio di qualità sociale e il Marchio di qualità

sociale immigrati. Le attività contenute nel primo progetto sono finalizzate a definire e a validare sul Campo

gli elementi necessari per la predisposizione di un modello di marchio di qualità. Le attività del secondo

progetto sono finalizzate ad integrare i requisiti generali identificati nel primo progetto, declinandoli

nell’ottica di aziende che impiegano un’alta percentuale di lavoratori immigrati, e a realizzarne una

validazione autonoma.

Gli strumenti considerati possono assolvere ad una pluralità di funzioni: quella informativa che è minima per

le maestranze ma che può assumere una grande rilevanza quale strumento di marketing; quella di modalità di

amministrazione e gestione aziendale incentrata sul dialogo con i portatori d’interessi; infine quella di

programmazione. Con la programmazione la RSI; dovrebbe diventare un obiettivo perseguito dall’impresa. È

qui che interviene il cd. Piano sociale anche se non sempre viene denominato in questo modo. La logica del

piano sociale è quella che ispira lo stesso Libro Verde del 2001 in cui le pratiche di RSI mirano al

raggiungimento di ben precisi obiettivi:

1. Sviluppare la capacità di attrarre e di mantenere il personale qualificato.

2. Realizzare una migliore interazione tra tempo libero, famiglia e lavoro:

3. Perseguire pratiche non discriminatorie di reclutamento e di selezione;

4. Realizzare maggiore uguaglianza tra uomini e donne, profili retributivi e percorsi di carriera;

5. Agevolare la partecipazione dei lavoratori ai piani di azionariato e di benefits;

6. Lavorare per la sicurezza sui luoghi di lavoro;

7.Sviluppare una capacità di adattamento alle trasformazioni. L’obiettivo consisterebbe nel fatto di tentare di

trasformare una serie di obblighi o vincoli in opportunità e cioè in fattori di motivazione di coloro che a vario

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titolo operano o investono nell’azienda. Ora, l’ottica della programmazione rappresenta l’habitat naturale

della partecipazione collettiva che non a caso viene invocata da tutta la letteratura aziendalistica perché

discende direttamente dalle premesse da cui muove la RSI. Ciò vale a maggior ragione nel contesto delle più

avveniristiche prospettazioni della RSI quale nuovo modello di governante delle imprese che potrebbe

peraltro trovare significative conferme nell’ambito delle cooperative. È ben noto che da parte di molti

rappresentanti delle varie organizzazioni che rappresentano il variegato mondo degli stakeholders si

stigmatizza l’esclusione dai percorsi concreti di RSI e forse proprio per questo si evita di parlare di piano

sociale in condivisibile difesa del patrimonio linguistico della cultura del diritto del lavoro. Si è giunti al limite

più intimo di tutta la prospettiva della RSI che rischia di essere un processo statico se non prevede dei

meccanismi di verifica continua della rispondenza dei piani sociali o delle etichette sociali alle effettive

condizioni di lavoro praticate nell’impresa che è propriamente la funzione dinamica assolta dalla

partecipazione collettiva. Alle scritture contabili e agli strumenti di rendicontazione e ricognizione degli

indicatori di RSI potrebbe, anzitutto, essere riconosciuto un valore probatorio che, per quanto riguarda le

prime, non può essere quello dell’art.2709c.c. bensì l’efficacia propria della scrittura privata. Pertanto, siamo

in presenza di una prova della provenienza delle dichiarazioni da chi (l’imprenditore) ha sottoscritto i vari

documenti che compongono il bilancio sociale. Ammesso ma non concesso che possano essere

tranquillamente rimosse tutte le note difficoltà dogmatiche legate alla figura della promessa unilaterale

atipica che al centro di un travagliato dibattito dottrinale e giurisprudenziale, il punto critico di quelle forme

particolari di “contatto sociale” che sono gli strumenti di RSI è un altro. I vari piani sociali sono in realtà

ripetitivi rispetto al quadro normativo, legale e contrattuale, ma si potrebbe accentuare il giudizio negativo

evidenziando come essi siano addirittura riduttivi anche perché tarati sui paesi in via di sviluppo. Per tutte

queste ragioni pratiche, non emerge da noi il problema, di integrare gli obblighi contrattuali del datore di

lavoro con la clausola di buona fede. Tuttavia gli strumenti indagati potrebbero giocare un ruolo sia sul piano

del completamento della norma che, soprattutto, su quello dell’effettività. Gli studi sulla parte obbligatoria

del contratto collettivo dimostrano che in relazione a soggetti terzi è ben prospettabile sia un obbligo di

applicazione. Nell’ipotesi della RSI si tratterebbe, dunque, di capire se e in che misura si possa attribuire ai

soggetti certificatori un ruolo giuridico in sede di implementazione giudiziale dei cd. Sistemi di gestione

sociale. Nella legislazione sul sistema di qualificazione delle imprese di costruzione ai fini di esecuzione di

opere pubbliche (l.109/1994) è stato inserito, fra i requisiti di prequalificazione per la partecipazione a gare di

appalto, il possesso di certificazione di conformità alle norme della serie ISO 9000 rilasciate da Organismi di

Certificazione accreditati ai sensi delle norme della serie EN 45000. Occorre, tuttavia, considerare che un

conto è l’applicazione di norme tecniche che non hanno cioè a che fare con i comportamenti umani, un altro

conto è l’applicazione di norme sul comportamento del datore di lavoro e dei lavoratori che sollevano la

questione della loro interpretazione entro certi margini costitutivamente opinabile e che quindi necessita di

essere controllata e fissata da autorità che diano le necessarie garanzie di indipendenza e competenza

giuridica. Per questa, ed altre meno nobili ragioni, si richiama diffusamente l’attenzione sulla logica degli

incentivi monetari. Viene ora in considerazione l’iniziativa ministeriale. In sintesi i livelli di CSR e di SC sono i

seguenti:

- Un’impresa può decidere, su base volontaria, di aderire al Progetto CSR-SC e presenta il Social Statement al

CSR Forum, che lo valida e iscrive l’azienda in un apposito database

- Se l’impresa decide, sempre su base volontaria, di andare oltre il livello CSR e partecipa in maniera attiva alle

priorità di intervento sociale, allora finanza l’apposito Fondo Sc costituito appositamente nel Bilancio dello

Stato, 39

- Il Fondo SC finanzia i progetti nell’ambito delle priorità contenute nel Piano di azione nazionale e individuate

dalla Conferenza unificata. I possibili incentivi fiscali dovrebbero essere modulati in funzione del grado dei

partecipazione del sistema, con riferimento alle devoluzioni al Fondo SC, le agevolazioni dovrebbero puntare a

premiare quei finanziamenti che rappresentino uno sforzo aggiuntivo rispetto agli impegni pregressi assunti

dall’impresa in campo sociale. Altro possibile incentivo potrebbe essere, infine, rappresentato dall’adozione di

forme di promozione dell’impegno in ambito CSR delle imprese realizzate attraverso, campagne mirate di

comunicazione sostenute dal Governo e premi ad ampia visibilità mediatica.

9. LAVORO E RESPONSABILITA’ SOCIALE: DALLE PMI ALLE MULTINAZIONALI

Tra le non poche difficoltà in cui si imbatte che si occupi a vario titolo del tema della responsabilità sociale, in

primo luogo va menzionata la difficoltà di fornire un preciso significato all’espressione “responsabilità sociale

dell’impresa”. La precisa determinazione del contenuto da assegnare all’espressione “responsabilità sociale”,

indirizza e condiziona naturalmente la ricerca e la selezione del materiale. Immediatamente successiva è poi la

scelta del criterio da adottare per il reperimento del materiale relativo alle esperienze concrete. Il giurista non

ha grande dimestichezza con gli strumenti della ricerca empirica, e tanto meno con i criteri che presiedono ad

un’indagine sul campo. Di qui la necessità di fornire, qualche indicazione di carattere preliminare. In primo

luogo, per quanto riguarda le fonti. Sotto questo aspetto, negli ultimi anni si sono moltiplicate le indagini ed i

rapporti sul tema della responsabilità sociale. Università, enti di ricerca, hanno dato vita ad un quadro ricco,,

Di qui anche una non lieve difficoltà non solo di orientamento, ma di utilizzare dei risultati delle ricerche, a

causa della eterogeneità dei criteri e delle metodologie. Quanto al significato dell’espressione, le cose non

migliorano. La responsabilità sociale dell’impresa è un concetto di origine anglosassone e la letteratura sul

tema si avvale di termini che non hanno un immediato riscontro nella nostra terminologia?. Non esiste

dunque una definizione univoca di responsabilità sociale dell’impresa. Tra le tante definizioni è sembrato più

agevole accogliere la definizione contenuta nei documenti dell’Unione europea, ove la responsabilità sociale

dell’impresa viene indicata come quel comportamento che consiste “nella integrazione volontaria da parte

delle imprese degli aspetti sociali ed ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le

parti interessate”. La responsabilità sociale implica, secondo la Commissione, non il mero rispetto della

legislazione vigente, ma un investimento aggiuntivo nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le

altre parti interessate. È cosa risaputa che in Italia vi sia, e non da ora, un tessuto fatto di associazionismo di

diversa matrice e natura, che ha permeato anche alcuni settori produttivi. È altrettanto noto che in Italia la

struttura produttiva sia nella grandissima parte composta da imprese di piccole e piccolissime dimensioni: un

capitalismo familiare. La grande impresa in Italia, è anch’essa un’impresa in cui spesso l’importanza del

gruppo familiare è rilevante, fattore non ultimo questo della difficoltà di far nascere in Italia grandi imprese

quotate in borsa ed a carattere multinazionale. Ora, il dibattito e la letteratura sulla responsabilità sociale

dell’impresa inducono a qualche riflessione. Non sembra dubbio che la misurazione del grado di responsabilità

sociale attuato da un’impresa sia difficilmente valutabile: esso infatti dipende da una serie di fattori non

agevolmente misurabili. Non sembra infatti dubbio che modelli, prassi e strumenti che caratterizzano le

esperienze ed i casi di responsabilità sociale dell’impresa sono stati pensati e concepiti a misura della grande

impresa, spesso multinazionali. I modelli di bilancio sociale o di bilancio aziendale, i codici etici e di condotta

sono concepiti a misura delle aziende di grande dimensione. Anche i modelli comunitari, si preoccupano più di

adattare il modello ad una realtà diversa dalla grande impresa, invece di concepire modelli a misura delle

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piccole e medie imprese. In secondo luogo, la presenza di una fonte componente familiare nel settore della

piccola e media impresa rende difficile tracciare il confine tra l’adozione di pratiche di responsabilità sociale

ed impegno personale dell’imprenditore come persona fisica.

B) L’impresa transnazionale o multinazionale

Le iniziative in tema di responsabilità sociale dell’impresa sembrano godere di un favore crescente. La

diffusione delle iniziative di responsabilità sociale, specie al livello di grande impresa, inizia a rappresentare

attuazione di una specifica strategia di organizzazione, di commercio e di mercato. Le iniziative di

responsabilità sociale dell’impresa non sono diffuse a largo raggio: il terreno di elezione è, la grande impresa.

Ma occorre distinguere tra la grande impresa nazionale e la società multi o transnazionale, perché la

prospettiva in quest’ultimo caso muta profondamente. Per rendersene conto basti pensare che negli ultimi

anni il numero dei gruppi transnazionali ha superato la soglia dei 65.000: essi controllano, circa 700 mila filiali

in 180 diversi paesi, ed qualche milione di imprese fornitrici, collocate in paesi in via di sviluppo, e dunque con

condizioni di lavoro “indecenti”. Di qui la spinta, per indurre tali società a praticare condizioni di lavoro non

solo in linea con gli standards ben più elevati dei paesi di origine, ove cioè, la società o il gruppo ha la propria

sede. L’altro aspetto di centrale importanza è rappresentato dall’impatto ambientale ed ecologico che l’azione

dei gruppi transnazionale può avere. Lo sfruttamento delle risorse ambientali, o la loro distruzione, il tasso di

immissioni nell’ambiente, l’inquinamento e la produzione di rifiuti nocivi, dipendono in gran parte dal

comportamento dei gruppi transnazionali. È proprio sull’impatto ambientale che è centrato il Bilancio sociale

di uno dei maggiori gruppi transnazionali, la Shell. Il Rapporto 2004 documenta della attività della Società

sotto diversi aspetti. Innanzitutto sotto il profilo dei principi che potrebbero dirsi di etica commerciale. Il

rispetto delle regole di concorrenza, il rispetto del divieto di finanziamenti a forze politiche o del divieto del

lavoro dei bambini. Particolare attenzione è poi data ai profili della sicurezza per una compagnia che spesso

opera in condizioni ambientali non semplici. Sotto il profilo dell’impatto sociale si dà conto delle diverse

iniziative: dalla onnipresente lotta all’aids, al pagamento delle tasse. Per quanto riguarda i dipendenti, Shell dà

conto del tasso di infortuni; del tasso di manodopera femminile, dell’adozione di misure contro le molestie

sessuali; del tasso di sindacalizzazione. Il Bilancio, ad una valutazione di insieme, appare accurato, ma anche

particolarmente sorvegliato nelle affermazioni e nelle cifre fornite; ed è incentrato sui temi tradizionali delle

imprese transnazionali: ambiente, corruzione e rispetto dei diritti dei lavoratori nei paesi sottosviluppati. Si

tratta di temi che son peculiari alla stessa struttura di queste grandi imprese, e che solo in parte, si ritrovano

nell’esperienza italiana. C) Il modello di responsabilità sociale dell’impresa coesiva

Non tutte le imprese però hanno dimensioni planetarie. Molte, specie in Italia hanno confini che non varcano

il territorio nazionale. Iniziando proprio dalle grandi imprese, è proprio tra di esse che si trovano i maggiori

esempi di quelle imprese che sembrano avere introiettato maggiormente la pratica della responsabilità

sociale dell’impresa, Sono le c.d. imprese coesive un esempio, prende in considerazione il caso dell’Unipol. La

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società si caratterizza per una considerazione della responsabilità sociale dell’impresa particolarmente

attenta. Il responsabile dell’Unità Bilancio Sociale della Unipol spiegò la filosofia che animava la società,

facendo riferimento alla creazione di “una rete di stakeholder, che viene attivata attraverso un processo di

coinvolgimento circolare: l’azienda ricerca una relazione multilaterale, in cui possa emergere il bilanciamento

fra le aspettative dei vari stakeholder”. La società presenta un documento di Bilancio sociale di notevoli

proporzioni. Il Bilancio si apre con la mappatura degli stakeholder seguita dalla sezione dedicata alla

definizione della identità del gruppo. In questa sezione vengono fornite alcune indicazioni sull’andamento

della Società per l’anno di riferimento, relativamente alla struttura della Società stessa, allo sviluppo dei

settori, alla velocità di liquidazione, ecc. Nella sezione Relazione sociale sono contenute le informazioni più

rilevanti. Nella sezione Consumatori e Clienti vengono illustrate le offerte, i servizi, le convenzioni ecc. Nella

Sezione dedicata al personale viene innanzitutto illustrata la composizione della forza lavoro, dalla quale

emerge una maggioranza della popolazione femminile. Si dà inoltre conto del sistema di relazioni sindacali, e

delle innovazioni organizzative che possono avere una incidenza sul rapporto di lavoro. Si indica anche il

numero dei lavoratori che ha usufruito dei congedi previsti dalla legge sulla maternità e paternità, il numero di

ore che sono state utilizzate come permessi per esigenze familiari e sociali del personale. Particolare

attenzione viene poi data alla formazione i cui andamenti ed i cui risultati sono ampiamente documentati. Nel

complesso, può osservarsi come l’obiettivo del bilancio sociale sia quello di fornire in primo luogo un

contributo di trasparenza alla azione della Società, fornendo dati sull’azione della società stessa, l’azione della

società in materia di responsabilità sociale si caratterizza in primo luogo per l’adozione di standards

certificativi del bilancio sociale e dell’azione sociale in linea con i più accreditati criteri internazionali;

l’adozione di iniziative nei confronti del proprio personale; visibilità agli stakeholder. Manca viceversa una

specifica attenzione all’impatto ambientale, il che si spiega però anche con il posizionamento della Società la

cui azione non comporta in genere specifiche ricadute sul piano ambientale. Se confrontato con il Bilancio

sociale di Unipol, il Bilancio sociale di BNL presenta alcune diversità. In primo luogo, esso appare rivestire una

caratteristica, più tecnica. Particolare attenzione è data al profilo della clientela, nonché le iniziative messe in

campo nei confronti dei diversi segmenti di clientela. Nelle due sezioni centrali si accentrano i dati di maggiore

interesse. Nella sezione dedicata ai rapporti con la collettività, viene dato conto di una serie di iniziative

intraprese dalla BNL nel campo delle sponsorizzazioni e della adozioni di iniziative di sostegno alla cultura.

Nella sezione dedicata al personale viene dato conto della composizione per età, sesso, rapporto di lavoro,

fascia di inquadramento, nazionalità del personale. L’impressione complessiva è di una maggiore dislocazione

della BNL, rispetto a Unipol, sul versante delle iniziative filantropiche; mentre minore appare il livello di

coesione tra politiche aziendali ed iniziative di responsabilità sociale, le quali ultime sembrano considerate

come iniziative esterne rispetto agli obiettivi societari.

D) Il modello di responsabilità sociale procedurale

Un secondo gruppo di imprese si caratterizza per un minor livello di coesione della responsabilità sociale nella

strategia imprenditoriale. Si tratta di imprese in cui il controllo sulla qualità del processo produttivo è

essenziale per la strategia commerciale, ovvero, di imprese per le quali il controllo sull’impatto ambientale è

particolarmente rilevante: le dimensioni sono delle dimensioni medio grandi ed il settore di incidenza

maggiore è quello Agroalimentare. Sotto questo aspetto il Bilancio sociale della Granarolo è veramente

indicativo. Altra società del comparto agroalimentare è la Parmalat, che costituisce un esempio indicativo di

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quanto prima si affermava circa la tendenza di alcune aziende a dislocare i propri interventi di responsabilità

sociale sul versante del rispetto delle procedure. Per una azienda del settore alimentare il controllo sul ciclo

che va dalla raccolta del prodotto e poi termina con la distribuzione al pubblico, è di centrale importanza. Il

bilancio ambientale del gruppo, dà conto delle iniziative in materia di impatto ambientale attraverso la

raccolta e la valutazione delle prestazioni ambientali e di prevenzione dei rischi per i lavoratori di tutto il

gruppo. Il Bilancio è stato redatto attraverso una serie di questionari inviati alle società del gruppo,

concernenti l’impatto ambientale, la sicurezza, risorse utilizzate, produzione, smaltimento dei rifiuti,

emissioni, ad eccezione però delle emissioni atmosferiche, e ciò per ragioni tecniche. L’ultima parte è dedicata

alle iniziative di natura filantropica dedicate al terzo mondo, alla lotta all’aids, alla cooperazione ed allo

sviluppo. L’azione sembra dislocata sul versante interno, della sicurezza dei lavoratori e della qualità del

prodotto; ed i dati appaiono meno esaustivi. Un altro gruppo a forte impatto ambientale è, il gruppo FS, FS

presenta non un Bilancio Sociale ma un Bilancio di sostenibilità, articolato in diverse sezioni, per i diversi

stakeholder: clienti, dipendenti, collettività. Per quanto riguarda i dipendenti, FS ha dato vita a diversi progetti

concernenti la formazione specifica del personale, a progetti interni, pari opportunità, sicurezza. Il bilancio

contiene indicatori sulla qualità del servizio, una serie di indicatori precisi sull’impatto ambientale del gruppo.

Diverso è il discorso per le piccole e medie imprese. Varia infatti il livello di conoscenza della responsabilità

sociale; varia anche l’adozione di strumenti e prassi di certificazione: entrambi gli indicatori sono collocati ad

un livello più basso rispetto alla grande impresa. È pressocgè assente la sponsorizzazione ed i contributi ad

iniziative di carattere sociale; ed anche la valutazione dell’impatto ambientale è spesso assente, i rapporti con

i dipendenti, infine, seguono canali assai diversi da quelli della grande impresa. L’impronta fortemente

personalizzata che ha la proprietà nelle piccole e medie imprese rende difficile distinguere le iniziative prese

dall’imprenditore come persona fisica e quelle prese dalla azienda, e ciò anche grazie al basso tasso di

formalismo che normalmente connota il settore. Non vi è inoltre una struttura dedicata espressamente alla

responsabilità sociale dell’impresa: dalle indagini compiute risulta che i campi ove si concentrano le iniziative

di responsabilità sociale riguardano i rapporti con i dipendenti ed iniziative di carattere latamente filantropico

e sociale.

Il grado di diffusione dei modelli di responsabilità cresce con il crescere della dimensione aziendale. La

dimensione aziendale e la natura stessa della società hanno rilevante importanza ai fini della valutazione delle

iniziative di responsabilità sociale dell’impresa. Quanto poi a quelle che, con terminologia giuridica potrebbero

dirsi le fonti di cognizione della responsabilità sociale, molto diffuso è il codice etico, mentre il bilancio sociale

rappresenta lo strumento più diffuso presso la grande impresa. Tra gli strumenti preferiti quello che sembra

riscuotere il maggior successo è quello rappresentato dalle donazioni monetarie e dalle sponsorizzazioni.

Anche in questo caso la relazione di proporzionalità diretta tra iniziative di responsabilità sociale e dimensioni

dell’impresa viene mantenuta. La tutela dell’ambiente è un tema di particolare importanza, ed innescato da

motivazioni di carattere interno alle imprese. L’altro aspetto che riveste una importanza particolare è quello

dei rapporti con il personale. Le iniziative adottate dalle imprese variano dalla adozione di orari flessibili, a

forme di assistenza sanitaria integrativa, ad iniziative sul versante del tempo libero, alla formazione, alla

comunicazione interna. L’orario flessibile è senza dubbio la misura più diffusa; ed il settore dei servizi appare

essere quello in cui le iniziative sono più diffuse. Pressoché inesistente è invece il ricorso alle azioni positive;

l’adozione di iniziative e strumenti di responsabilità sociale è fortemente influenzato dalla dimensione

aziendale, da una ricerca dell’Unione Europea risulta che le piccole e medie imprese svolgano nella misura del

50% iniziative di responsabilità sociale. Il fatto è che nel settore delle piccole e medie imprese le iniziative di

responsabilità sociale si confondono spesso, con le iniziative personali dell’imprenditore, ed hanno

generalmente un carattere occasionale o filantropico e comunque non integrato con l’attività aziendale. Le

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iniziative in materia di responsabilità sociale dell’impresa hanno tutte una natura volontaria, dipendono cioè

da scelte dell’impresa e non da precisi vincoli giuridici. Le iniziative di responsabilità sociale altro non sono se

non delle strategie commerciali di mercato abilmente camuffate, dirette cioè a migliorare l’immagine

dell’impresa onde agevolarne la penetrazione di mercato.

10. LAVORO E RESPONSABILITA’ SOCIALE NELL’ESPERIENZA DELLE SOCIETA’ COOPERATIVE

Il movimento cooperativo è solito rivendicare una sorta di paternità nella sperimentazione, nella diffusione e

nell’originalità dell’approccio al tema della responsabilità sociale, l’impresa cooperativa costituisce “un

elemento prioritario e identificativo, senza il quale questa perderebbe la sua efficienza e la sua ragion

d’essere”:Da un lato, l’imprenditoria cooperativa contiene per definizione i principali valori sui quali la

responsabilità sociale si fonda, in quanto sorge in un contesto di mutualità, scambio fra soci, democraticità e

partecipazione. D’altro lato, già nella seconda metà degli anni 80 vennero compiuti, alcuni esperimenti di

bilancio sociale al fine di “misurare il senso politico e sociale di alcune scelte aziendali” e di “ mettere sotto

controllo delle spese generali” che crescevano di pari passo con altrettanto significativi aumenti del fatturato.

Le cose si evolsero tra la fine del decennio 80 e l’inizio di quello successivo quando le associazioni cooperative

impressero un significativo salto di qualità al tema della responsabilità sociale, proprio a partire dagli

strumenti di rendicontazione. Le prime esperienze applicative di quegli anni si concentrarono in alcune zone e

settori. Le prime cooperative a redigere il bilancio sociale furono quelle più giovani o di più recente

introduzione, quali le cooperative sociali e di servizio. Delle grandi forme storiche solo la cooperazione di

consumo effettuò un tentativo convinto di elaborare il bilancio sociale. Il dibattito culturale e l’attenzione per

questi tempi ricevettero, un impulso rilevante, anche nell’ambito del settore cooperativo, grazie all’iniziativa

del Libro Verde della Commissione europea. La responsabilità sociale viene presentata quale “ integrazione

volontaria delle problematiche sociali ed ambientali nelle operazioni commerciali e nei rapporti delle imprese

con le parti interessate”. Si articola in una dimensione interna ed in una esterna. La prima trova realizzazione

nella gestione delle risorse, nella salute e sicurezza del lavoro, nella gestione degli effetti sull’ambiente e delle

risorse naturali. La seconda viene attuata attraverso l’attenzione alle comunità locali, i rapporti con i partner

commerciali, i consumatori ed i fornitori, nonché il rispetto dei diritti umani. Nel Libro Verde la tipologia di

impresa cooperativa viene citata al punto 23, laddove si sottolinea che le “cooperative di lavoratori ed i

programmi di partecipazione, integrano nella loro struttura gli interessi delle altre parti interessate ed

assumono immediatamente responsabilità sociale e civili”.

B) La dimensione giuridica

La cooperazione sociale, che grazie alla l.381/1991 dà vita ad una nuova tipologia di cooperativa di lavoro,

nasce da una piena assunzione di responsabilità sociale. Le attività affidate alle cooperative sociali sono

dirette all’integrazione sociale dei cittadini ed alla promozione sociale attraverso la gestione di servizi socio-

sanitari ed educativi per le cooperative di tipo a) alla promozione del capitale umano attraverso l’inserimento

al lavoro di persone svantaggiate nelle tradizionali attività delle cooperative di lavoro per quelle di tipo b). La

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l.381/1991, che rappresenta la cornice normativa entro cui si collocano i rapporti di lavoro nelle cooperative

sociali, presenta una connotazione di carattere fortemente promozionale ed è volta a perseguire le finalità

indicate attraverso soluzioni tecniche di immediata rilevanza giuslavorista:a) il riconoscimento dell’esenzione

contributiva per i lavoratori svantaggiati B) la valorizzazione delle cooperative sociali come strumento di

attuazione del “collocamento mirato” C) il coinvolgimento privilegiato delle cooperative sociali negli appalti

pubblici e nella gestione di servizi di pubblica utilità. Le cooperative sociali, dunque, rappresentano uno degli

strumenti attraverso i quali si vanno diffondendo “forme di lavoro estranee ad una logica meramente

produttivistica e proiettata al profitto”. L’impegno della cooperazione,è particolarmente consolidato nel

reclutamento di soggetti provenienti da fasce svantaggiate del mercato del lavoro. Il legislatore ha, introdotto

alcune misure quali agevolazioni economiche ed incentivi normativi per agevolare e promuovere il

collocamento dei disabili (artt 11-13,l.68/1999) Ciò ha fatto con l’art.12,l.68/1999 prevedendo che i disabili

possano essere distaccati presso cooperative sociali di tipo B) per un periodo di 12 mesi prorogabili di altri 12

mesi, nell’ambito di un rapporto trilatero di genesi convenzionale. Tale misura ha conosciuto un sostanziale

fallimento che non ha, peraltro, impedito qualche sperimentazione. Le difficoltà applicative hanno,

comunque, indotto il legislatore a prevedere una seconda misura: l’art.14, d.lgs 276/2003 dà alle stesse

cooperative sociali la possibilità di stipulare un ulteriore tipo di convenzioni anche per l’inserimento di

lavoratori svantaggiati diversi dai disabili. Tuttavia, la mancanza di una predeterminazione espressa della

durata dell’inserimento rischia di agevolare la stabilizzazione del rapporto di lavoro presso le cooperative

sociali e di cristallizzare situazioni di emarginazione. Sempre rimanendo nell’ambito della c.d. dimensione

interna della responsabilità sociale,è, obiettivo naturale della cooperazione di lavoro la promozione e la

salvaguardia dei posti di lavoro dei soci: la partecipazione dei lavoratori ai processi di organizzazione e

ristrutturazione aziendale è garantita dai meccanismi democratici di funzionamento dell’impresa cooperativa.

Tuttavia in tale contesto i problemi da affrontare non son o dissimili da quelli che incontrano le imprese con

fini di lucro. Al riguardo il legislatore è comunque intervenuto con misure promozionali per favorire tanto il

sorgere di nuova imprenditorialità quanto la risoluzione delle crisi aziendali ed ha a tal fine previsto i piani di

avviamento ed i piani di crisi. In ordine a quest’ultimi, l’art.6,l.142/2001 ha introdotto una procedura che

consente ai soci di ridurre i propri compensi al di sotto dei limiti minimi stabiliti collettivi in caso di crisi

aziendale. Già con la l.236/1993, era stato previsto che, nei casi di riduzione del personale, fosse estesa ai soci

la disciplina in tema di licenziamento collettivo. La stessa l.142/2001 disciplina altri aspetti che attengono alla

dimensione interna della responsabilità sociale delle imprese cooperative: le misure destinate a

regolamentare i profili di partecipazione economica e l’estensione della normativa in materia di sicurezza

delle condizioni di lavoro anche ai soci lavoratori autonomi. A ciò si aggiunga la normativa di tipo stricto sensu

societario, che contiene spunti interessanti in almeno due direzioni. Da un lato, non si può negare che

l’art.2545c.c. prescriva l’obbligo per la cooperativa di adottare bilanci di esercizio attenti alle esigenze dei soci.

D’altro lato, l’art.2516c.c. impone che “nella costituzione e nell’esecuzione dei rapporti mutualistici” sia

“rispettato il principio della parità di trattamento”. In altre parole, la cooperativa, tramite delibera

assembleare, può attribuire trattamenti ad personam più favorevoli a singoli soci lavoratori in applicazione di

quanto previsto dall’autonomia collettiva o, nel rispetto di un criterio di ragionevolezza nelle diversificazioni.

Ai dati normativi si contrappone in qualche modo la novella apportata dall’art.9,l.30/2003

all’art.2,1°,l.142/2001 in tema di diritti sindacali. In particolare l’interpretazione che subordinasse la fruibilità

dei diritti di cui al titolo III della L.300/1970 alle determinazioni dell’autonomia collettiva rappresenterebbe un

passo indietro nel sostegno conferito dal legislatore ad un approccio collaborativo dell’impresa con le

rappresentanze sindacali.Infine, l’art.29,d.lgs.276/2003 ha segnato un arretramento dei livelli di tutela, nel

momento in cui ha eliminato la regola della parità di trattamento tra i dipendenti dell’appaltatore e quelli del

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committente nel caso di appalto c.d. interno. Le società cooperative, da un lato, si pongono in una prospettiva

particolare rispetto al tema della responsabilità sociale per le loro caratteristiche intrinseche; dall’altro, si

inseriscono in un quadro decisamente più giuridificato, alle pratiche sperimentate dalle cooperative su base

volontaria si aggiunge un fattivo contributo offerto dal legislatore. In particolare, il proprium di tale contributo

sembra possa essere individuato soprattutto in tre momenti o fasi: la promozione e tutela dell’occupazione

specie di lavoratori svantaggiati; la parità di trattamento tra i soci, con connessa esigenza di trasparenza nei

confronti degli stessi, la partecipazione alla vita ed alle sorti della società. Tuttavia, non si può far a meno di

osservare come alla ricordata spinta iniziale, che aveva collocato il movimento cooperativo all’avanguardia

delle esperienze di responsabilità sociale, abbia fatto seguito una fase di relativo stallo che ha visto sovente le

imprese lucrative, assumere un ruolo di primo piano. Il dibattito ha ricevuto nuovo impulso e numerose

cooperative stanno introducendo alcune delle novità indicate nelle sedi di discussione internazionale, ed in

particolare:

- l’introduzione diretta della voce degli stakeholders nel bilancio;

-la c.d. “processualità completa”, oltre che di quelle di solo reporting finale;

-la cura agli aspetti processuali di costruzione del bilancio;

-sistemi di presentazione e discussione più raffinati.

In quest’ottica non si vede perché debba essere precluso al legislatore un intervento in funzione quanto meno

promozionale o premiale: un intervento per di più attuativo dei valori sottesi tanto agli art. 41,2°e3°co.e art.46

Cost.quanto all’art.45 Cost. la cui ammissibilità non può essere pregiudicata dall’opzione volontaristica

compiuta dal Libro Verde. A ciò si aggiunga il ruolo che può svolgere la contrattazione collettiva specialmente

in due direzioni: innanzitutto sul versante delle retribuzioni, in secondo luogo, con riguardo ai profili della

partecipazione.In tal modo, si eviterebbe il rischio che l’introduzione di forme sempre più mature di

responsabilità sociale abbia quale contrappeso il superamento del principio dell’inderogabilità della norma

giuslavorista ed un sostanziale abbassamento delle soglie di tutela dei lavoratori.

11. RESPONSABILITA’ SOCIALE DELL’IMPRESA, PUBBLICI POTERI E PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI: ANALISI

DI UN RAPPORTO PROTEIFORME

Di fronte all’interrogativo circa l’esistenza di un nesso tra Responsabilità Sociale dell’Impresa e pubbliche

amministrazioni, occorre resistere alla tentazione di accontentarsi dell’accattivante risposta negativa che

parrebbe implicata nella definizione stessa di CSR offerta nel 2001 dal Libro Verde della Commissione

europea. Son almeno quattro, infatti, le prospettive alla luce delle quali il nesso appena richiamato deve

essere vagliato. La prima si riferisce alla connotazione dei pubblici poteri quali “stakeholders” rispetto a

imprese socialmente responsabili. Nella logica propria del Libro Verde ci troviamo sul versante esterno della

CSR. La seconda prospettiva riguarda le pubbliche amministrazioni intese quali soggetti tenuti a conportarsi

46

alla stregua di socially responsible compagnie (imprese socialmente responsabili), sempre sul versante

esterno della CSR:

1) Nello svolgimento delle proprie attività;

2) Nei confronti dei propri stakeholders.

La terza prospettiva si può collocare nell’ambito del ben noto processo di privatizzazione del rapporto di

lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, portato a compimento dal d.lgs.80/1998. Essa si

sostanzia nella considerazione secondo la quale la pubblica amministrazione, nella sua duplice veste di

“imprenditore” e datore di lavoro, è tenuta a comportarsi in maniera socialmente responsabile nei confronti

dei principali stakeholders sul versante interno della CSR ovvero i propri lavoratori. Entrambe le sfere,

imprenditoriale e datoriale, risultano rilevanti in tale prospettiva in quanto necessarie a garantire la concreta

attuazione delle dichiarazioni di intenti formulate a livello di indirizzo politico attraverso un’attività gestionale

a essa congruente. La quarta w ultima prospettiva si riferisce al ruolo che i pubblici poteri e le pubbliche

amministrazioni sono chiamati a svolgere nella promozione e diffusione della CSR tra le imprese. Le

considerazioni appena formulate spingono, a fornire una risposta positiva all’interrogativo se intercorra un

nesso tra CSR e pubbliche amministrazioni. La CSR costituisce espressione esemplare del modello di

governante sociale a essa sotteso nella cui prospettiva l’impresa è vista quale soggetto attivo di una politica

sociale fondata sull’inclusione attraverso il lavoro. La CSR si sviluppa in un contesto politico internazionale e

nazionale in cui è proprio la responsabilità sociale dei pubblici poteri a essere sempre più spesso messa in

discussione in favore delle tanto enfatizzate quanto inafferrabili virtù taumaturgiche del mercato o

dell’iniziativa individuale. Deve essere collocata l’affermazione secondo la quale i pubblici poteri diventano

essi stessi stakekolders dell’impresa socialmente responsabile, in quanto portatori di interessi qualificabili

come “adattivi” ma anche “integrativi” se non persino “semisostitutivi”. Per interessi “adattivi” si intendono

quelli in forza dei quali i pubblici poteri auspicano la produzione da parte delle imprese di beni o servizi

utilizzabili da parte di tutti i consumatori. Per interessi “integrativi” si intendono quelli in forza dei quali i

pubblici poteri dovrebbero sollecitare il coinvolgimento delle imprese nelle politiche attive del mercato del

lavoro attraverso forme di partnership nelle politiche pubbliche dell’occupazione e dell’inclusione sociale. Per

interessi “semisostitutivi” si intendono, infine, quelli in forza dei quali i pubblici poteri sarebbero chiamamti ad

affidarsi alla responsabilità sociale dell’impresa al fine di garantire procedure di reclutamento responsabili nei

confronti ad esempio, di donne e disabili, mirate a ridurre la disoccupazione e a combattere l’esclusione

sociale. Il ruolo di stakeholders attribuito dal Libro Verde ai pubblici poteri nei confronti delle imprese e la

qualificazione di queste ultime come socialmente responsabili nel caso in cui rispondano positivamente alle

sollecitazioni provenienti dai primi, rischia, da un lato, di costituire un incentivo all’irresponsabilità sociale dei

pubblici poteri, dall’altro, di trasformare in altrettanti strumenti di soft-law prescrizioni al momento

riconducibili al’ambito della hard-law. Il ruolo di stakeholders trova una sua utile collocazione nel

perseguimento da parte dei pubblici poteri di una strategia degli interessi “integrativi” che abbia come

obiettivo primario lo stimolo all’odozione da parte delle imprese di comportamenti socialmente responsabili.

Se, è vero che, un’impresa socialmente responsabile procura vantaggi alla società tutta, la CSR non può, però,

essere utilizzata per far degradare i pubblici poteri da primari soggetti propulsori delle politiche sociali a

semplici stakeholders delle imprese socialmente responsabili, come sembrerebbe lasciar intendere la

Commissione europea in alcuni passaggi del Libro Verde.In questa prospettiva la CSR deve essere considerata

come utile completamento della responsabilità sociale dei pubblici poteri ma non come sostitutivo della

stessa soprattutto in termini di mitigazione delle prerogative politiche e degli obblighi legali di questi ultimi.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto del Lavoro, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Lavoro e Responsabilità Sociale dell’Impresa, Montuschi. Gli argomenti trattati sono: CRS, organizzazione e qualità del lavoro, CRS e modelli organizzativi, la diversità di genere nella gestione delle risorse umane, ambiente di lavoro e responsabilità sociale delle imprese, normative sulla sicurezza del lavoro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in consulente del lavoro e delle relazioni aziendali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del Lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Montuschi Luigi.

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