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Diritto Internazionale - lezioni

Appunti completi presi durante le lezioni di diritto internazionale tenute dal Professor Picone con nozioni sui seguenti argomenti: lo jus cogens, le cause di estinzione di un accordo internazionale, dinamiche ed effetti della denuncia, la definizione di Organizzazione Internazionale (concetti di di... Vedi di più

Esame di Diritto internazionale docente Prof. P. Picone

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DIRITTO INTERNAZIONALE – venerdì 18 febbraio 2005 (prof. Picone)

Il potere di lutto, il mutuo in cui distribuito, ci fornisce le diverse informazioni: ci fa capire che non

tutte le organizzazioni internazionali sono uguali, proprio perché il potere di voto e ripartito in

maniera diversa.

Se si assume una delibera all'interno del Consiglio di Stato, viene schiacciata la minoranza se ci

sono Paesi che si oppongono alla delibera stessa: emerge, così, una posizione di supremazia

dell'organizzazione ed un forte potere di quegli Stati che, all'interno dell'organizzazione, hanno una

posizione privilegiata.

La maggioranza qualificata per gli stati forti permette l'assunzione di delibere queste delibere

costituiscono le azioni coercitive che possono essere dirette allo Stato.

Il fenomeno dell'organizzazione internazionale ci fornisce informazioni anche sulla gerarchia delle

fonti del diritto internazionale: gli atti costituiscono una fonte di terzo grado perché possano sugli

accordi (fonte di secondo grado). La gerarchia è questa:

1) consuetudine

2) accordi

3) atti (i cui destinatari su uno di Stati membri).

Vi sono, poi, alcuni atti che hanno solo un valore esortativo.

Osservando i testi di alcune risoluzioni, si nuota come, a seconda dei casi, il potere di voto si

distribuisce in maniera diversa (è necessario osservare gli Stati che hanno votato e quelli che si sono

astenuti). Gli atti che hanno solo valore esortativo non sono vincolanti: è discrezione dello Stato

scegliere se seguirli o meno. Questi atti, infatti, non impongono allo stato un determinato

comportamento, ma una volta che lo Stato decide di rispettarlo, a lui è concesso di derogare ad un

precedente obbligo imposto da altre norme generali internazionali. Gli atti non vincolanti

producono un effetto di liceità.

DIRITTO INTERNAZIONALE – giovedì 24 febbraio 2005 (prof. Picone)

La “Carta dei diritti e dintorni economici…” è una delle tante risoluzioni dell'Assemblea generale.

Ce le sono tante e alcune di esse sono molto importanti; si tratta di risoluzioni solenni, come la

dichiarazione universale sui diritti dell'uomo (1948), dichiarazione sulla decolonizzazione (1960),

relazioni amichevoli degli Stati (1970).

Una delle più importanti risoluzioni e costituita proprio dalla Carta dei diritti dei doveri economici

degli Stati del 1974: è un pezzo importante di storia per il nuovo ordine internazionale che ebbe

molta importanza all'epoca, ma che cui è morto.

Questa Carta si proponeva di instaurare questo nuovo ordine, preso atto che la situazione dei Paesi

in via di sviluppo che era drammatica: si voleva favorire un sistema di redistribuzione (eguaglianza

compensatrice) a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo. Il tentativo dell’organizzazione

internazionale fu proprio quello di introdurre nel sistema internazionale dei meccanismi keynesiani

per favorire i Paesi in via di sviluppo. La carta, infatti, fa un po' il discorso che fece Keynes nella

Conferenza di Parigi nel 1920.

I capitolo: in modo sintetico riprende la sostanza delle relazioni amichevoli tra gli Stati del 1970.

Sono principi di carattere politico basati sull'eguaglianza sovrana degli Stati.

II capitolo: è il cuore della Carta. Art 1.: ribadisce la sovranità economica degli Stati; art. 2:

riguarda il trattamento di investimenti esteri; la lettera “c” dell'articolo è fondamentale: sottopone al

potere dello Stato locale (quello che nazionalizza), e non ha il diritto internazionale, tutta la

questione su di investimenti; art. 5: è egualmente a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo; art. 10:

consente in che generale la possibilità di tutti i Paesi alla partecipazione alla risoluzione di problemi

economici; art. 13: si vede fino a che punto, in queste risoluzioni, si è spinta l’Assemblea generale

che parla di “patrimonio comune dell’umanità”, riferendosi alla tecnologia. Oggi, invece, la

tecnologia è nelle mani delle grandi imprese multinazionali o mondiali; art. 18: i Paesi sviluppati

avrebbero potuto stabilire preferenze tariffarie per i Paesi in via di sviluppo (si tratta comunque di

preferenze volontarie).

Questa carta è un insieme di obblighi asimmetrici: obblighi imposti solo ai Paesi industrializzati e

diritti per i Paesi che di sviluppo.

VALORE DELLA CARTA:

1) nessun valore

2) effetto di liceità (soft law)

3) accordo tacito

4) principi che, affermatisi nella prassi, danno vita ad una consuetudine internazionale (opinio

juris)

5) oggetto di norme generali vincolanti consuetudinarie (consuetudine interna)

6) norme programmatiche con effetto maggiore rispetto al solo effetto di liceità (tra soft law ed

obblighi).

Spieghiamo queste considerazioni.

1) è il valore della carta più radicale; la carta non ha nessun valore perché è formalmente una

raccomandazione internazionale che non è vincolante e che non crea nessun obbligo; si tratterebbe,

dunque, vi ha sì normativi ma non vincolanti. È una crisi un po' eccessiva.

2) secondo questa tesi, la Carta è uno di quegli atti giuridici che fanno parte del diritto soft: un

diritto non vincolante ma che comunque produce un effetto giuridico che non sia l'obbligatorietà;

c'è un effetto di liceità della raccomandazione internazionale: lo Stato che decideva di seguire la

raccomandazione poteva derogare ad impegni precedentemente vincolanti assunti nei confronti di

altri Stati. Questa deroga non vale come illecito, ma la violazione degli impegni precedenti è lecita.

L'effetto di liceità, dunque, rende legittimo il comportamento di uno Stato, anche se questo

comportamento si traduce nella violazione di impegni assunti precedentemente con altri Stati.

Questa seconda tesi è logica perché l'effetto di liceità vale per tutte le raccomandazione; in questo

caso, però, c'è una difficoltà ad accettare la tesi in una Carta dove ci sono obblighi asimmetrici.

Perché? Qual è il limite dell'applicazione dell'effetto di liceità? L'effetto di liceità, in questo caso,

riguarda solo i rapporti reciproci fra i Paesi industrializzati. E, l'effetto di liceità produrrebbe effetti

diversi nei rapporti tra soli Paesi industrializzati oppure nei rapporti tra Paesi in via di sviluppo e

Paesi industrializzati: non ha senso che i Paesi in via di sviluppo possano derogare ad un precedente

impegno.

3) è la tesi sostenuta da Conforti: la dichiarazione dell'Assemblea generale sarebbe un accordo

tacito fra gli Stati che effettuato dalle votazioni che vincolano gli Stati stessi. Qualcuno ha

contestato questa teoria: è assurdo pensare che un voto espresso per contribuire a formare la

maggioranza possa essere vincolante e produttivo di obblighi come fosse un accordo tacito; anche

perché almeno i sei Stati contrari e 12 Stati astenuti non sarebbero completamente rientrati

nell'accordo tacito, e sono proprio i 16 Paesi utilizzati quelli che hanno degli obblighi nei confronti

dei Paesi in via di sviluppo: ecco perché non si può parlare di accordo tacito in questo caso.

4) si tratta di principi che possono essere considerati come un’ opinio juris per la formazione di una

prassi che, assieme all'opinio juris, dà vita ad una consuetudine internazionale: i 16 paesi

industrializzati, però, non hanno manifestato questa prassi. L'opinio juris esiste, ma si deve formare

la prassi perché si possa parlare di consuetudine internazionale; in questo caso, infatti, perché si

formi prassi e, quindi, la consuetudine internazionale, ci dovrebbe essere il consenso degli Stati, di

tutti gli Stati, consenso che non c'è stato. Se i 16 Stati avessero creato la prassi, in contrasto con le

votazioni precedenti, allora si sarebbe creata la consuetudine internazionale. Questo, però, è sempre

possibile: gli Stati, in qualunque momento, possono esprimere un consenso generale e creare, così,

una prassi e, poi, una consuetudine internazionale.

5) è, questa, la tesi di alcuni studiosi della dottrina americana: nel sistema delle Nazioni Unite si è

creata una norma interna all’ONU. All'interno dell'ONU, come con conseguenza dell'operare degli

Stati, si sarebbe creata una consuetudine per la quale una dichiarazione solenne sarebbe produttiva

di obblighi e quindi vincolante. Questo è possibile, ma non è stato dimostrato.

6) l'ultima soluzione: queste raccomandazioni solenni tendono ad affermare norme generali, norme

programmatiche non immediatamente precettive. Le norme programmatiche costituite sono

indirizzate al legislatore: è programmatica una norma che non impegna direttamente gli Stati a

comportamenti vincolanti, ma impegna il legislatore a fare tutto il possibile per attuare la norma. E’

una norma programmatica di , ad esempio, quella che sancisce che l'Italia è una Repubblica fondata

sul lavoro. E dunque non un no norme programmaiche interne e tutte quelle norme che, pur non

ponendo diritti ed obblighi fra gli Stati e non essendo vincolanti, comunque impegnano gli Stati a

fare in buona fede tutto il possibile attuare il contenuto degli stessi principi. E’ proprio in questo,

infatti, che risiede la differenza con l’effetto di liceità. Mentre l'effetto di liceità, infatti, permette di

derogare ad impegni passati, la norma programmatica prevede effetti per il futuro.

La sesta ed ultima soluzione costituisce una tesi intermedia fra le due tesi più radicali, la prima e la

quinta.

È necessaria l'analisi sul valore normativo di un atto perché questa comporta la nascita di diverse

teorie che devono però essere suffragate dalla prassi.

DIRITTO INTERNAZIONALE – venerdì 25 febbraio 2005 (prof. Picone)

SCHEMA

DIRITTO INTERNAZIONALE- giovedì 31 marzo 2005 – prof. Picone

Intervento:

4) protezione dei propri cittadini all'estero

5) intervento umanitario.

La protezione dei dati cittadini all'estero si realizzano in condizione di grave pericolo ed è un tipo

di intervento effettuato dallo Stato nazionale a tutela dei propri cittadini che si trovano in uno stato

straniero ( quando lo stato straniero a una situazione di collasso e non riesce più tutelare i cittadini).

Lo Stato nazionale, quindi, interviene con la forza e tende a salvaguardare la vita, ebbene,

l'incolumità dei propri cittadini. Uno dei paesi che stato sempre più sensibile alla tutela dei dati

cittadini all'estero e la Gran Bretagna.

Nel 1951 si crea una tensione quando il governo iraniano nazionalizzò una compagnia petrolifera

della Gran Bretagna.

Nel 1956: a Suez, durante una guerra combattuta tra Israele ed Egitto, ci fu una situazione di grave

pericolo per i cittadini stranieri che erano in Egitto. La Francia ed il Regno unito bombardarono gli

aerei egiziani vicino al canale di Suez: la Francia voleva far cessare le ostilità, la Gran Bretagna

parlò di intervento a protezione dei venti cittadini all'estero. Come è facile notare, l'intervento fu

giustificato in maniera diversa dalla Francia e dalla Gran Bretagna.

Nel 1960 il Congo acquistò l'indipendenza dal Belgio, Potenza coloniale che da tempo lo

governava; nacque una guerra civile all'interno del Congo dopo una settimana dall’indipendenza

ottenuta. Il Belgio, allora, interviene con un proprio contingente, intervento che fu giustificato in

diversi muti: innanzitutto si disse per la salvaguardia di tutti, poi per la salvaguardia dei cittadini

belgi risiedenti in Congo e che erano esposti a gravi pericoli. Questo intervento fu contestato dai

grandi stati; l'unione sovietica accusò il Belgio depressione armata, l'Italia, come il Regno unito,

precisò che sia trattato di intervento per mantenere l'ordine.

Nel 1965 gli Stati Uniti intervengono a Santo Domingo per la tutela dei dati cittadini: c'era stata,

infatti, una sanguinosa guerra civile dovuta contrasti politici interni; quando i marines americani

sbarcarono Santo Domingo, non esisterà più un vero governo legittimo, ma sono lotte tra fazioni.

Apparve indirettamente chiaro che intervento aveva carattere politico, era cioè volta di evitare

l'installazione di un secondo governo comunista nel continente americano. La Francia ed altri paesi

discussero sulla legittimità di questo intervento: per essere legittima questa misura, questo

intervento, doveva essere limitato nel tempo e il non durare così a lungo.

Nel giugno del 1976 un aereo francese fu dirottato da alcuni terroristi e andò a finire in un aeroporto

dell'Uganda; sull'aereo c'erano 96 ostaggi italiani, in cambio della vita dei quali i terroristi chiesero

la liberazione di altri terroristi imprigionati in diversi Paesi. Senza chiedere il permesso all'Uganda,

Israele mandò degli aerei in quell’ aeroporto e ci fu uno scontro tra Israele ed Uganda. E si

consiglio di sicurezza si discussero sulla legittimità di questo intervento ed Israele si giustificò

affermando che si trattava di legittima difesa. Solo gli USA si pronunciarono a favore di Israele;

molti altri stati, invece, espressero una condanna per Israele stesso.

Nel 1978 in Egitto, a Cipro, c'era una situazione particolare: due terroristi palestinesi erano entrati

in un albergo di Cipro e aveva ucciso il segretario generale della nazione egiziana è, prendendo in

ostaggio alcuni egiziani, con un aereo arrivarono ad un altro aeroporto. Durante il negoziato, un

commando egiziano arrivò all'aeroporto: i egiziani accusarono i Ciprioti per aver sparato il

commando egiziano. Cipro, in realtà, aveva dato il permesso di atterrare nel suo rapporto ma non di

intervenire con le armi, come fecero gli egiziani.

Cosa si ricava da questa prassi? La critica che spesso viene mossa è che si tratti di una prassi dei

soli Paesi occidentali. Questa prassi, invece, conferma l'esistenza di una protezione dei propri

cittadini all'estero come istituto legittimo, ma in situazioni circoscritte. È necessario che vi siano

condizioni di legittimità:

- l'intervento non deve avere un carattere punitivo e non deve consistere in una rappresaglia

- l'intervento supplice all'incapacità dello stato straniero di porre in essere delle condizioni di

protezione dei cittadini stranieri risiedenti in quello stato. La funzione di supplenza e chiara,

soprattutto quando lo Stato è in collasso, quando il governo locale non esiste più, quando c'è un

incapacità totale di tutelare i cittadini

- l’intervento dell'essere limitato nello spazio nel tempo ( la critica che che fu fatta a gli Stati Uniti

per l'intervento a Santo Domingo fu proprio quella di essere un intervento che non aveva carattere

temporaneo); è necessario, infatti, che intervento sia proporzionale al fine che si prefigge

- l’intervento può essere posto in essere solo quando l'aderenza a cui sono sottoposti cittadini e

contraria al diritto internazionale, e nonno quando si tratti solo di pericolo remoto, tenuto

- l’intervento, proprio perché consistere in una deroga al divieto dell'uso della forza, deve

configurarsi come ultima risorsa: deve cioè essere fatto solo se si tratta dell'ultima possibilità che lo

Stato nazionale ha per tutelare i propri cittadini

Queste condizioni si collocano nella stessa logica in cui si collocano le contromisure, anche se

effettivamente l'elenco di queste condizioni non è contenuto in una norma, ma si deve desumere

dalla prassi.

L’intervento umanitario si distingue radicalmente dalla tutela dei propri cittadini all'estero perché

ha come scopo quello di tutelare gli uomini in quanto tali: si tratta della tutela dei diritti dell'uomo

nell'ambito della comunità internazionale.

Il primo punto d'esaminare è quello di non confondere intervento umanitario con l'assistenza

umanitaria. Con l'intervento umanitario, infatti, si opera contro uno stato straniero che si è reso

protagonista di azioni efferate; queste operazioni prevedono l'uso della forza (si tratta di una forte

deroga al divieto dell'uso la forza). Nel caso dell'assistenza umanitaria (ipotesi dello Tsunami), vi

sono alcuni paesi che hanno fondi, strutture sociali a quello stato straniero che non è in grado da

solo di far fronte a queste esigenze. Gli stati offrono un aiuto (forniture di risorse): l'aiuto consistere

in un'attività pacifica, ecco perché lo Stato locale non deve dare il proprio consenso.

Secondo punto da analizzare: nell'intervento umanitario più stati reagiscono ad una gravissima

violazione dei diritti da parte di uno stato straniero; l'intervento umanitario e coercitive militare.

L'articolo 19 del progetto, che ormai non esiste più, riporta l'esempio del genocidio, un'ipotesi di

una violazione grave, su larga scala, dei diritti dell'uomo. Una grave violazione costituisce un

crimine internazionale: tutti gli stati, quindi, sono abilitati ad intervenire ponendo in essere una

reazione severa.

Terzo punto da analizzare: dopo l'approvazione della carta dell'Onu, l'articolo 2 paragrafo 4 ha

sancito il divieto dell'uso della forza; in realtà questo articolo non costituisce un ostacolo

invalicabile per l'attuazione dell'intervento umanitario.

Anche per l'intervento umanitario e esiste una larga prassi.

Nel 1971 ci furono le elezioni del Pakistan orientale: questo voleva l'autonomia dal governo locale,

quasi come fosse una forma di secessione. Si scatenò una guerra civile caratterizzata da ogni forma

di atrocità. L'India intervenne in Pakistan e contestò al Pakistan stesso di aver effettuato

bombardamenti al proprio confine. Intervento dell'India fu giustificato dal fatto di essere un

intervento per porre in essere un intervento umanitario a tutela delle minoranze. L'India fu sostenuta

dall'unione sovietica, in Pakistan dagli Usa. Così mentre l'unione sovietica parlava intervento

umanitario, gli USA parlavano di una aggressione indebita.

A partire dal 1990, dopo il superamento della guerra fredda, il consiglio di sicurezza autorizzò molti

stati a porre in essere un intervento umanitario (ci fu un intervento umanitario in Somalia nel 1992,

in Ruanda nel 1994, in Jugoslavia nel 1995). Il caso dell'intervento della Nato in Jugoslavia, nel

1992, generò una situazione particolare. Le forze della Nato volevano porre in proprio contingente

in Jugoslavia, in cui si combatteva intanto la guerra civile, ma Milosevich non era d'accordo e firmò

il negoziato. Una parte degli stati occidentali, alla fine, sono intervenuti conducendo una guerra che,

per il modo in cui è stata condotta, presenta molti aspetti di legalità. Il tutto si concluse con la

vittoria della Nato. Questo episodio rappresenta un caso molto grave e particolare: intervento fu

effettuato perché ci era una vera e propria catastrofe umanitaria e, pur essendo stato fatto se

l'autorizzazione del consiglio di sicurezza, e era, almeno all'inizio, nato come potenzialmente

legittimo; soltanto successivamente si era rilevato illecito, proprio quando le condizioni per

l'intervento umanitario erano state violate. È stato violato, infatti, il principio della necessità

dell'intervento: sembra quasi che si sia trattato dell'intervento posto in essere per prevenire una

catastrofe umanitaria. È mancata proporzionalità che sono state violate anche alcune regole dello jus

belli. Inoltre l'intervento umanitario non è stato interrotto quando si erano ormai create le condizioni

per aprire il negoziato.

In definitiva la dottrina riconosce l'intervento umanitario, ma a patto che questo venga posto in

essere in presenza di determinate condizioni di legittimità molto severe che hanno ricavato dalla

prassi e del diritto internazionale generale.

DIRITTO INTERNAZIONALE – giovedì 7 aprile 2005 – prof. Picone

La funzione principale dell'ONU è quella di assicurare la pace fra le nazioni. Il cuore della carta

dell'Onu è il capitolo VII, che si interessa delle questioni più importanti ( artt. 39/43).

L'articolo 39 e il presupposto di tutti gli altri articoli: quando si deve accertare l'esistenza di una

minaccia alla pace, il Consiglio di Sicurezza gode di un ampio potere discrezionale.

Articolo 40: il consiglio di sicurezza delle porno margine alla prassi del conflitto.

Articolo 41: il consiglio di sicurezza a prendere delle misure.

Articolo 42 (disposizione più importante): il consiglio di sicurezza può esercitare il monopolio della

forza, potere che gli è conferito dalla carta dell'Onu; il consiglio di sicurezza può intraprendere

queste azioni contro lo Stato colpevole (si tratta dell'intervento militare del consiglio di sicurezza).

In realtà non ci sono stati, nella prassi dell'Onu, casi di interventi militari gestiti dallo stesso

consiglio di sicurezza ai sensi dell'articolo 42. Ma perché? Perché l'articolo 42 si basa su un

presupposto fondamentale: che gli stati mettono a disposizione del consiglio di sicurezza delle forze

aeree, navali, terrestri per intraprendere un'azione militare (articolo 43 ). Gli accordi ai sensi

dell'articolo 43 non sono mai stati conclusi; secondo Conforti, infatti, l'articolo 43 contiene una

norma obsoleta, a seguito della sua permanente disapplicazione. Oggi, infatti, l'articolo 43 e stato

condannato alla paralisi.

MISURE COERCITIVE DELL’ONU PER IL MANTENIMENTO O IL RISTABILIMENTO

DELLA PACE

Forze di peace-bulding o di prima generazione

- è necessario il consenso dello Stato

-neutralità

-non uso della forza

-presenza di dollari ausiliari.

Queste “forze di pace " nascono nel 1956. Dopo il 1989 invece nascono le

Forze di post-conflict peace building o di seconda generazione.

Successivamente nascono le

Forze di peace enforcement o di terza generazione: in via eccezionale è consentito di usare la

forza superando la completa astensione dell'uso della forza ( rinforzamento di pace).

DIRITTO INTERNAZIONALE – giovedì 14 aprile 2005 – prof. Picone

LE OPERAZIONI DI PEACE KEEPING

PEACE BUILDING (operazioni di I generazione): si sono affermate nel 1956; si tratta di

missione di pace come quelle dei caschi blu. Sono:

-operazioni decise dal consiglio di sicurezza e condotta da organi sussidiari militari e civili

( operatori sanitari, economici, di andare... ), anche se la componente militare e maggiore di quella

civile

-operazioni che avvengono con il consenso dello Stato in cui devono essere effettuate

-operazioni che sono obbligate ad osservare una stretta condizione di neutralità

-operazioni che non sono abilitate ad usare la forza.

POST-CONFLICT PEACE BUILDING (operazioni di II generazione): sono operazioni che

svolgono sia funzioni di carattere tradizionale sia di carattere umanitario; si tratta di operazioni che

mirano alla ricostruzione della pace. In questi operazioni la componente civile e maggiore rispetto a

quella militare; queste forze si interessano anche della punizione dei colpevoli ( attuazione del

diritto penale internazionale), hanno cioè il compito di punire che ha commesso crimini di guerra,

crimini contro la pace, crimini contro l'umanità.. Il

PEACE ENFORCEMENT (operazioni di III generazione): sono operazioni in cui si attenua

l'elemento del " non uso della forza " conte, a forza e usata per garantire l'attuazione del direttivo a

cui mira la “peace keeping”.

Questi tre modelli di intervento sono, oggi, confluenti in un unico modello: quello delle

OPERAZIONI MULTIFUNZIONALI. A seconda dei casi e attuato il primo, il secondo o il terzo

modello, anche se proprio il terzo e quasi completamente scomparso perché ha funzionato male.

Queste forze vengono ricondotte articolo 42, anche se realtà questo è errato, stando al contenuto

dello stesso articolo: l'articolo 42, infatti, attribuiva il consiglio di sicurezza il potere di condurre

operazioni di carattere coercitive militare, elemento, questo, che manca le tre operazioni analizzate.

Queste forze sono, quindi, nate sulla base di una consuetudine internazionale.

Le operazioni di peace keeping non hanno nulla a che vedere con le autorizzazioni all'uso della

forza (1991: primavera del Golfo tra Iraq e USA; 2003: seconda guerra del Golfo).

DIRITTO INTERNAZIONALE – venerdì 21 aprile 2005 – prof. Picone

Il nostro ordinamento conosce dei procedimenti di adattamento delle norme internazionali

all'interno del nostro Stato, quell'ordinario e quello speciale il più importante è proprio volo

speciale, che prevede un meccanismo di rinvio ed è disciplinato dall'articolo 10 della nostra

Costituzione. Fu anche accadere, però, che il legislatore crei una nuova norma con il contenuto della

norma internazionale (procedimento ordinario). Quando la legge internazionale non è dettagliata ci

si riferisce al procedimento ordinario e non alla legge del rinvio. Per le lame convenzionali non

opera nessun meccanismo ex articolo 10 della Costituzione.

Anche per l'adattamento dei trattati in nostro ordinamento riconosciuto procedimento ordinario ed

uno speciale. La seconda parte della legge è quella che concede l'autorizzazione alla ratifica; la

seconda parte, ordini ricevuti chiusi, è sospesa all'attuazione della mia parte: non ha effetto

immediato ma è sostanzialmente condizionata. Vengono un team due atti diversi all'interno della

stessa norma per evitare che il Parlamento si pronunci le volte (esigenza di carattere pratico).

Quello più consono è il procedimento speciale: se le norme internazionali vengono meno, con il

procedimento speciale, queste non operano più neppure nell'ordinamento interno. Malgrado i

vantaggi del procedimento speciale, mi sono dei casi le quali è necessario il meccanismo ordinario

per completare l'accordo in quella parte in quello Stato a un potere discrezionale o per colmare

alcune lacune.

DIRITTO INTERNAZIONALE – giovedì 28 aprile 2005 – prof. Picone

L'organizzazione mondiale del commercio (O.M.C.) è un'organizzazione molto particolare, in cui

gli organi sono tutti costituiti dalla generalità degli Stati e sono votati con metodo democratico.

Questa organizzazione non ha un potere normativo proprio molto sviluppato, contrariamente a tutte

le altre organizzazioni internazionali; uno dei principali accorti di questa organizzazione è il GAT

del 1994, che riguarda lo scambio di merci (e su questo aspetto è molto simile al GAT del 1946.

Il GAT è il cuore del sistema degli scambi internazionali di merci, sia merci portate sia importate.

Ci sono innanzitutto dei limiti alla circolazione internazionale di merci: esistono alcune misure

fisiologiche che sono date da i dazi. I dazi sono delle imposizioni fiscali che vengono recepite

all'esportazione e all'importazione (anche se le misure più forti sono costituite da i dazi

all'importazione). I paesi e di sviluppo, invece, godono -come vedremo- di un regime privilegiato,

la franchigia (non pagano le merci importate, su di esse non ci sono i dazi).

I dazi, quindi, sono tasse e vengono calcolate in base alla misura decisa dagli Stati; ci sono vari

modelli di percezione dei dazi: i dazi ad valorem (dove la cassa sull'importazione riguarda il valore

e la qualità del bene straniero), i dazi specifici (che sono fissi), i dazi misti (costituiti da una parte

dalla tassa fissa e dall'altra ad valorem).

Attraverso il dazio si pone l'imposizione fiscale all'introduzione di merci straniere; il valore del

dazio all'introduzione a un valore economico e politico molto importante che salvaguarda il mercato

nazionale: attraverso i grassi, infatti, si impedisce allo stato straniero per accaparrarsi il mercato

nazionale. A partire dalla seconda guerra mondiale le merci circolano liberamente e i dazi sono stati

diminuiti se non definitivamente abbattuti.

I dazi sono, appunto, misure fisiologiche, misure protettive che, a certe condizioni, possono

diventare protezionistiche.

Rispetto a queste misure fisiologiche che sono permesse ma che devono essere regolate, di cosa si

preoccupa il GAT?

La mia fondamentale su cui si muove il GAT è basata sul cosiddetto principio di non

discriminazione : questo principio vuole evitare che le merci straniere che entrano nella nostra

dogana siano passate in maniera differente rispetto a quelle di altri Paesi (evita, cioè, la

discriminazione). Questo principio è realizzato da due clausole:

ART 1: parità esterna (principio di non discriminazione): clausola della nazione più favorita

(C.N.P.F.)

ART 3: parità interna (principio del trattamento nazionale): clausola del trattamento nazionale

(C.T.N.).

La clausola della nazione più favorita può avere una forma incondizionata e una forma

condizionata.

Nella sua forma incondizionata, la clausola della nazione più favorita è una clausola che può

essere usata anche per attribuire ad uno Stato dei vantaggi rispetto ad altri Stati. Ma come opera

questa clausola? Analizziamo il modello economico a due o a più Stati.

A e B concluso un accordo commerciale, promettendosi reciproci vantaggi (decidendo, presente,

l'abbassamento delle tariffe). A, ad esempio, può bastare una tariffa dal 30% al 20%, ottenendo in

cambio l'abbassamento di B dell'aliquota dalla 45% al 30%. Nell'accordo, poi, inserita una clausola:

si tratta della clausola della nazione più favorita: si tratta di una clausola convenzionale inserita

nell'accordo e che completa l'accordo stesso. Supponiamo, ora, che dopo un certo periodo A chi

stipuli un'ulteriore accordo commerciale con C.

Viene attribuita a C (grazie all'accordo concluso con A) la possibilità di importare gli stessi prodotti

che B ha importato da A al 10%. Come opera, in questo caso, la clausola della nazione più favorita?

Sia, qui, l'applicazione incondizionata della stessa clausola: ma questo cosa comporta? La nazione

più favorevole è C. Attraverso questo meccanismo il miglior trattamento è concesso al terzo Stato

(C) e la nazione più favorita è proprio C. Questo significa che il 10 per 100 concesso a C si estende

a B e B si trova a beneficiare del miglior trattamento che A ha concesso a C. La nazione più favorita

resta comunque C, e il trattamento migliore si estende anche a B per effetto della clausola.

Poniamo, inoltre, che A stipuli un'ulteriore contratto commerciale con D, abbassando la tariffa 5%: i

miglior trattamento, in questo caso, non è più del 10% ma del 5% e di questo miglior trattamento ne

beneficia anche B; C però ne resta escluso.

La clausola della e più favorita, quindi, concede automaticamente allo Stato con cui si è concluso

originariamente l'accordo (B) in miglior trattamento dato al terzo, quarto, il quinto... Stato.

La finalità economica di questa clausola e quella di favorire lo Stato (B) che, man mano, si

avvantaggia i trattamenti migliori concessi dal primo Stato (A) al terzo, quarto, il quinto... Stato.

In questo modello la clausola della nazione più favorita finisce per essere una forte arma economica

e politica, e gli altri stati sono discriminati, perché la clausola attribuisce un miglior trattamento solo

ad un determinato Stato.

Se modello originario inseriamo un altro Stato, E, a cui A concede una tariffa del 3%, il 3% si

estende automaticamente anche a B, ma C e D ne restano esclusi.

Accanto a questo modello, c’è il modello in cui opera la clausola della Nazione più favorita nella

sua forma condizionata, in cui il vantaggio non si estende automaticamente allo Stato B.

I vantaggi di D si estendono a B solo se B concede ad A dei vantaggi più o meno simili, in maniera

proporzionale, a quelli che D ha ottenuto da A. dunque, l’estensione dei vantaggi di D a B è

sottoposta alla condizione che B conceda ad A delle migliori tariffe, diversa rispetto a quelle

stabilite dall’originario accordo commerciale.

La clausola della Nazione più favorita nella sua forma condizionata si presta ad ulteriori manovre

politiche economiche: A ha in mano l’intera politica economica perché sa che B (Stato beneficiario)

dovrà abbassare le tariffe doganali per poter godere dei benefici che A concede a C.

Oggi, del sistema del Gatt del 1947 e del 1994, vige la clausola della Nazione più favorita nella sua

forma incondizionata; oggi, inoltre, da non discriminazione si estende a più di due Stati, secondo un

meccanismo multilaterale (art. 1 del Gatt: “Tutti i vantaggi, benefici, privilegi o immunità

accordate da una parte contraente ad un prodotto saranno immediatamente senza condizioni e

strinse a tutti i prodotti similari…di tutte le altre parti contraenti”). Con questo articolo, quindi, il

Gatt applica il principio di non la discriminazione.

La clausola della Nazione più favorita costituisce l’architrave del Gatt del 1947 e del 1994.

esistono, però, anche delle deroghe alla clausola della Nazione più favorita, vero che sorte a favore

dei Paesi in via di sviluppo e per quegli Stati che si concedono dei vantaggi non estendibili a terzi.

L’art. 1 del Gatt parla, in relazione alla clausola della Nazione più favorita, di “prodotti similari”.

Ma quali sono? Ci sono delle classificazioni merceologiche anche se alcuni settori esistono grandi

dissensi; l’origine e la singolarità delle merci possono, quindi, presentare alcuni problemi.

La clausola della Nazione più favorita opere in maniera multilaterale.

Il Brasile concede un trattamento privilegiato al Sudan per la vendita, ad esempio, delle olive;

questa concessione fatta dal Brasile al Sudan si estende a tutti gli stati che fanno parte dell’ OMC.

L’aliquota tariffaria prevista dal Brasile e abbassata per il Sudan, quindi, si estende a tutti proprio

perché il funzionamento della clausola della Nazione più favorita è multilaterale. Se il Brasile

concede un vantaggio tariffario alla Russia (Stato esterno, che non fa parte dell’OMC) il vantaggio,

anche in questo caso, si estende a tutti gli altri Stati. Tutte le merci di tutti i Paesi sono, quindi,

sottoposte alla stessa aliquota tariffaria e sono equiparate nelle condizioni di concorrenza.

Essendo la clausola della Nazione più favorita sottoposta ad un funzionamento multilaterale, non

esistono Stati esclusi (che invece esistevano nel modello analizzato precedentemente, e cioè nel

modello della clausola della Nazione più favorita nella sua forma condizionata).

È facile capire, quindi, come il principio di non discriminazione valga a livello mondiale, abbia cioè

l’effetto molto forte. La clausola in questione diventa un fattore di non discriminazione esterna e si

sottrae, nella sua funzione multilaterale, a quelle strettoie che facevano di essa uno strumento

politico.

Per alcuni giuristi, nell’ambito dei due modelli della clausola della Nazione più favorita, il valore

della clausola stessa, dal punto di vista formale (giuridico) è diverso: nella sua forma incondizionata

la clausola opera come una norma sulle fonti, perché inserisce automaticamente nell’accordo

originario le migliori condizioni; la clausola, quindi, integra e modifica l’accordo originario. Si

parla dunque di rinvio di produzione giuridica. Nella sua forma condizionata, la clausola assume un

valore diverso: in questo caso è come se si aprisse un nuovo negoziato (pactum de negotiando o

pactum de contrhaendo).

La clausola della Nazione più favorita non era solo nell’ambito del commercio, ma per un po’ in

tutti settori, anche nel settore sugli accordi internazionali su investimenti.

Nella parte conclusiva di questi accordi, c’è la clausola della Nazione più favorita: A concede a B il

trattamento; se questo rapporto si inserisce anche C (terzo Stato), con il quale A fa un accordo, le

migliori concessioni offerte da A a C si stendono anche a B.

DIRITTO INTERNAZIONALE – venerdì 29 aprile 2005 (prof. Picone)

Parliamo, ora, della clausola del trattamento nazionale o clausola della parità interna, disciplinata

dall'articolo 3 del Gatt.

Una volta dei prodotti stranieri sono stati importati nel territorio nazionale (dopo che hanno pagato

il dazio alla dogana), non sono più consentite discriminazioni di trattamento di merci straniere fra

loro, ma soprattutto nei confronti del mercato nazionale.

Tutte le merci, straniere nazionali, devono concorrere alla stessa condizione: è questa la regola

fondamentale del mercato. Se, che senti, s'impone la stampigliatura sulle sigarette “Il fumo uccide”,

questa etichettatura deve essere imposta sia sulle sigarette italiane sia su quelle straniere; se, per

esempio, un film è vietato i milioni di 18 anni, pareti di trovare sia per l'industria cinematografica

nazionale sia per quella straniera. L’art. 3 contiene una clausola che ha trovato una complicazione,

anche se fra le due clausole quella più importante è l'applauso della parità esterna (clausola della

Nazione più favorita).

Abbiamo visto che i dazi su misure fisiologiche, cioè misure di protezione; il dazio doganale si

presta ad una manovra protettiva, ma anche protezionistica (il protezionismo e l'antitesi del

liberismo). Protezione e una corsa, protezionismo e l'altra accusa. Se si vuole una tariffa doganale

all'importazione di merci straniere del 25%, si attua una forma protettiva, che non consiste in una

parete insuperabile ma che anzi, volte, favorisce e stimola le imprese a trovare procedure più

convenienti. L'impresa straniera, infatti, riesce a superare la soprattassa con la produzione e la

vendita di prodotti. Questa situazione, però, si modifica se è il dazio diventa terribilmente sul

pensionistico: ad esempio, del 200% questo dazio, infatti, impedisce alle imprese straniere di

concorrere sul mercato internazionale.

Il Gatt, allora, prevede una soluzione: accanto il principio di non discriminazione tengono favoriti i

costi dei negoziati tariffari (rounds tariffari), che servono proprio a favorire l'abbassamento dei dazi.

Non si tratta di un obbligo, ma di una misura di protezione. I negoziati tariffari sono funzionali a

quest'altro aspetto: al progressivo abbassamento dei dazi doganali (più i dazi doganali sono bassi e

più sono favoriti gli scambi commerciali. Il Gatt, quindi, si preoccupa di questa situazione e se ne

occupa del 1947 proprio attraverso questi negoziati tariffari. Fu proprio il Gatt, infatti, a favorire il

primo negoziato che avvenne nel 1947 a Ginevra. In relazione negoziati tariffari, l'articolo 28 bis

del Gatt sancisce: “Le parti contraenti riconoscono che i dazi doganali costituiscono dei seri

ostacoli al commercio...”.

Nella storia del Gatt abbiamo avuto otto negoziati (anche in questo momento ce n'è qualcuno in

atto, ma che sta procedendo con molta fatica).

- primo negoziato, Ginevra 1947, 23 Paesi aderenti: il tratto era finalizzato alla riduzione dei dazi

doganali; il risultato fu una riduzione media del 20%. Durante questo negoziato si sono una regola

sul come condurre il negoziato stesso, la regola del cosiddetto “principale fornitore”: ogni Paese

aveva un paese principale fornitore ed ogni Stato andava negoziare con il principale fornitore sulle

agevolazioni tariffarie. Le concessioni fatte da A a B, in virtù della clausola della parità esterna, si

stendevano tutti gli Stati: il negoziato, inizialmente bilaterale, divenne più multilaterale. Questa

regola, nell'economia dell'epoca (1947) poteva funzionare, anche se spaccava il singolo negoziato in

tanti piccoli negoziati: si assisteva ad una serie di negoziati bilaterali che si riferivano nel negoziato

principale, in quello originario. Questa regola si è mantenuta per molti anni.

- negoziato nel 1949, con altri dieci Stati in più rispetto a precedente: ottiene scarsi risultati.

- negoziato a Ginevra, 1955/ 1956, adesione di soli 22 Stati: fu il primo negoziato in cui entro il

Giappone in cui si ebbe una riduzione minima media del 2, 3% dei dazi doganali.

- negoziato nel 1961/1962, Ginevra ci fu una riduzione dei dazi doganali addirittura del solo 1%; si

cominciò a pensare che il metodo del principale fornitore non è più adatto.

- negoziato 1964/ 1966: si afferma una nuova regola per la maggiore circolazione dei beni, la regola

del “metodo della riduzione lineare”. Innanzitutto tutti i prodotti, anche quelli agricoli, sono oggetto

di trattative.

- negoziato, Tokyo Round: si assiste ad un accrescimento normativo del sistema; si tratta di un

accordo che ha appoggiato una misura non tariffaria.

- negoziato alla fine delle anni '80: si assiste ad una grande evoluzione tecnologica; è una fase di

trapasso.

- Ugandy Round 1986/ 1994: fu un negoziato che durò ben otto anni.

Questi negoziati tariffari sono serviti, per tanti anni, e servono ancora oggi per effettuare delle

concessioni vantaggiose che devono estendersi a tutti ma che devono anche essere consolidate.

Lo stesso Gatt prevede che queste concessioni vengano inserite in certe lista ruffiano oggetto

di consolidamento rende un biennio. L'articolo 28 del Gatt stabilisce che per modificare

concessioni è necessario un altro negoziato.

DIRITTO INTERNAZIONALE – giovedì 17 marzo 2005 (prof. Picone)

- (RITORSIONE) ?

- LEGITTIMA DIFESA

- CONTROMISURA (un tempo si chiamava RAPPRESAGLIA)

- INTERVENTO

Per quanto riguarda la reazione all’illecito, la Comunità internazionale è autonoma (non ha organi).

Spesso, lo Stato che ha commesso un illecito non soddisfa autonomamente gli obblighi,allora il

diritto internazionale obbliga lo Stato a procedere alla riparazione, ecc…

Proprio perché l’ordinamento internazionale non ha organi, emerge un nuovo aspetto, quello

dell’autotutela. La legittimazione a reagire all’illecito si realizza proprio attraverso delle forme di

autotutela. Lo Stato leso ha il potere (è legittimato) di reagire allo Stato offensore per fare il muro

che lo stato responsabile ponga in essere la riparazione, la cessazione dell’illecito, eccetera…

L’autotutela è una figura essenziale del delitto internazionale che con il rilievo un aspetto

particolare: l’ordinamento internazionale non ha organi (non si tratta di primitività, ma si tratta della

logica dell’ordinamento internazionale).

L’autotutela e visto un po’ come la legge del taglione: è considerata lecita dal diritto internazionale

proprio perché è volta a reagire all’offesa dello Stato con comportamenti di segno opposto che

possono essere leciti (reazione)se restano confinati entro certi limiti (art. 30 del Progetto).

La misura dell’auto tutti là, quindi, non è espressione di primitivismo nè di una carenza del diritto

internazionale.

Ma dove l’ordinamento internazionale interviene con la sua norma per limitare, arginare il

fenomeno dell’autotutela?

L’autotutela, infatti, è una reazione potenzialmente illecita ma che c’è considerata recita dal diritto

internazionale proprio perché considerata una reazione all’illecito di un altro Stato. Vi sono, però,

delle condizioni per porre l’essere queste reazioni: è necessario che la reazione dipenda dal contesto

in cui l’illecito è avvenuto, dalla sua gravità, eccetera… e l’ordinamento internazionale interviene

per regolare questo fenomeno.

E figure nelle quali si traduce l’istituto dell’altro tutti la sono: la ritorsione, la legittima difesa, la

contromisura e l’intervento.

Lasciamo da parte la ritorsione, che non è una vera e propria figura di autotutela, perché consiste

nella messa in opera di un comportamento che non è illecito ma solo in amichevole (dunque, non

calza bene quale la struttura dell’autotutela).

La legittima difesa è un istituto ben definito nell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite, che ne

illustra il paradigma (attacco armato/ reazione dello Stato leso). Esiste anche una legittima difesa

collettiva: reazione di altri stati che operano accanto stato leso contro lo Stato offensore: basti

pensare all’oppressione fatta nel 1990 dall’Iraq al Quait, al fianco del quale si affiancarono la Gran

Bretagna, gli Stati Uniti, eccetera…

È chiaro che la legittima difesa tende soprattutto alla cessazione dell’illecito: la legittima difesa,

infatti, è una tipica reazione di un illecito in atto; ha, quindi, un fine difensivo. Presto, però, non

significa che dopo la cessazione dell’illecito non si possano perseguire anche altre finalità, come la

riparazione, infine affettivo, eccetera… L’aggressione è un vero e proprio crimine internazionale, e

copie così si giustifica l’autotutela, Le legittima difesa individuale o collettiva che sia.

Analizziamo, ora, le condizioni di legittimità della legittima difesa. Con la legittima difesa lo Stato

leso può reagire incondizionatamente, senza tentare una composizione amichevole: qui si reagisce

con la forza ad un precedente uso della forza. Ma dobbiamo chiederci:

1) E’ possibile andare al di là del paradigma dell’articolo 51? Ed ammettere dunque una

legittima difesa preventiva?ci si siede, quindi, se prima ancora dell’offesa, lo Stato

potenzialmente leso possa reagire contro lo Stato potenzialmente aggressore: questo è

accaduto nel 2003 contro Saddam Hussain che deteneva le armi.

2) La legittima difesa è una classica situazione in cui c’è una reazione all’illecito di carattere

continuato. Oltre al paradigma dell’articolo 51 (attacco armato), è possibile che legittima

difesa si applichi anche in altri casi dove c’è un illecito di tipo continuato ma in cui non ci

sia un attacco armato?

3) Si possono avere casi in cui si reagisca comunque con la legittima difesa, anche quando la

forza non è tanto forza armata ma una forza del tipo diverso?

6) E’ ormai pacifico che la legittima difesa sia di carattere preventivo e non successivo, al di là

del paradigma dell’articolo 51. Secondo Quadri (un grande giurista), la legittima difesa ha

soltanto carattere preventivo. Il Quadri affermava che per come è configurata, la legittima

difesa sembra essere un atto di resistenza alla pressione altrui e che non è necessario

l’istituto della tutela per legittimare la resistenza, il diritto di sottrarsi ad un’aggressione. Si

tratta, però, di una crisi rischiosa, perché ammette senza l’intera legittima difesa, e questo

apre i problemi relativi a comportamenti arbitrali degli Stati; si tratta, infatti, di una tesi

rimasta isolata.

Nella prassi si registrano dei casi in cui gli Stati ricorrono alla legittima difesa preventiva,

nonostante la prassi stessa sia contraria. Il 7 giugno del 1981 Israele bombardò un reattore di

Bagdad, perché sosteneva che quel reattore costituisse una minaccia per l’Iraq. La legittima difesa

preventiva ha avuto, negli ultimi anni, una ripresa inquietante: può essere, infatti, a messa per porre

fine alla minaccia. L’attacco alle Torri gemelle del 11 settembre 2001 ha dimostrato che paradigma

dell’articolo 51 non è l’unico possibile, perché la reazione degli Stati Uniti non è stata rivolta contro

uno Stato ma contro un’organizzazione terroristica (Al Quaida), anche se questa era collocata per la

gran parte in Afghanistan. È facile notare come il paradigma dell’articolo 51 si amplia lentamente.

C’è un discorso più flessibile fatto da un comitato di saggi e eletto dal consiglio delle Nazioni

Unite: l’attacco armato dell’essere imminente perché uno Stato possa reagire con la forza. Ma come

si fa capire se un attacco armato sia o meno imminente? Se le truppe si dispongono su un confine è

facile capire che l’attacco o c’è ed è imminente; ma se si fosse un attacco nucleare?la minaccia,

l’attacco potenziale fatto con l’energia nucleare come va considerato? Come una minaccia

imminente? Il diritto non sa cosa dire: ci troviamo, infatti, ai limiti della struttura del diritto

internazionale. Il discorso sull’attacco imminente crolla.

Realisticamente e forse con un po’ di cinismo non ci resta che prendere atto che il diritto

internazionale non può regolare queste situazioni che sorgono al limite della struttura

dell’ordinamento internazionale stesso.

7) in relazione al secondo interrogativo, l’articolo 51 si amplia ulteriormente. Prendiamo in

considerazione l’ipotesi dello sconfinamento aereo, un’ipotesi di illecito continuato che

viola la sovranità dell’altro Stato. Lo sconfinamento aereo, però, non può essere considerato

un atto di aggressione; e la risposta dello Stato leso è costituito da lunghe fasi: lo Stato leso

chiede all’aereo di verificarsi, di atterrare, spedisce dei propri aerei per condurre l’aereo non

identificato ad un aeroporto base per effettuare dei controlli.

Questa ipotesi, quindi, non realizza a la fattispecie contenuta nell’articolo 51: assistiamo, infatti, ad

una catena di reazioni e ad un’offesa che fuoriescono dall’ipotesi dello stesso articolo. Questa

ipotesi, comunque, realizzato il paradigma della legittima difesa, perché si tratta sempre di lecito

continuato per cui lo Stato leso interviene per far venire meno di lecito (cessazione dell’illecito).

La prassi, inoltre, è molto ricca di questi casi.

8) Ritorniamo al terzo interrogativo: che tipo di forza ci deve essere perché si abbia una

legittima difesa? E necessaria la forza militare? La risposta sembra essere negativa. Ci sono,

infatti, ipotesi in cui lo stato aggredito un sano non è la forza militare, ma una forza di

portata minore, quella che Conforti chiama “forza interna”, cioè la normale forza a che lo

Stato esercita all’interno del proprio territorio (forze di polizia, di controllo…).

Un esempio tipico potrebbe essere questo: una nave straniera traffica stupefacenti e traffica nel

mare italiano; gli organi di polizia doganale dell’Italia sottopongono la nave a controlli.

L’aggressione fu anche manifestarsi in ipotesi meno gravi, in un’ipotesi di aggressione indiretta che

è comunque un’aggressione s’è effettuata in modo continuato: pensiamo alle banche armate che, in

modo continuato, si recano in uno Stato.

Avendo dato una risposta altre fondamentali interrogativi che sorgono circa legittima difesa, si può

concludere che la legittima difesa e un istituto che si presta a molteplici problemi e a molteplici

applicazioni, al di là del paradigma contenuto nell’articolo 51.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti completi presi durante le lezioni di diritto internazionale tenute dal Professor Picone con nozioni sui seguenti argomenti: lo jus cogens, le cause di estinzione di un accordo internazionale, dinamiche ed effetti della denuncia, la definizione di Organizzazione Internazionale (concetti di di Statuto e i valori della Carta), la protezione dei cittadini all’estero.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Picone Paolo.

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