Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

minaccia alla pace senza per questo perdere la loro soggettività internazionale; tali

requisiti, se ammessi, dovrebbero essere validi non solo alla nascita dello stato, ma

dovrebbero essere applicati anche nel corso dell’esistenza dello stato stesso.. Allo

stesso modo i governi ( i partiti) insurrezionali non godono di personalità giuridica di

diritto internazionale, salvo che essi nel corso della guerra civile, non riescano a

formare una organizzazione di governo che controlla in maniera efficace una parte del

territorio.

INDIVIDUI E MINORANZE

Una parte della dottrina sostiene che i singoli individui,perché destinatari di norme e

convenzioni che riconoscono loro diritti e poteri di azione, così come le minoranze

etniche, siano soggetti di diritto internazionale in quanto quest’ultimo, oltre ad

occuparsi di rapporti interindividuali nel senso sopra indicato, ha elaborato

convenzioni che obbligano gli stati a tutelare i diritti fondamentali dell’uomo; in virtù

di tale osservazione si potrebbe, quindi, concludere che gli individui siano veri e

propri soggetti di diritto internazionale. In realtà sembra più corretta la tesi che nega la

soggettività internazionale a individui e minoranze in base al dato di fatto secondo cui

la comunità internazionale è considerata come una comunità di soggetti governativi e

non di governati, perché destinatari delle norme sarebbero sempre gli stati.

POPOLI – La soggettività di diritto internazionale dei popoli si manifesta attraverso il

cd principio di autodeterminazione (esterna) degli stessi. Tale principio consiste nel

diritto dei popoli sottoposti ad un governo straniero di acquistare la propria

indipendenza, di integrarsi ovvero associarsi ad uno stato indipendente, comunque di

scegliere liberamente il proprio regime politico. Tale principio si applica ai popoli

soggetti a dominazione coloniale e anche alla popolazione dei territori conquistati con

la forza. Per essere applicabile il principio di autodeterminazione occorre che la

dominazione straniera non risalga oltre l’epoca successiva alla seconda guerra

mondiale. Quindi è un principio irretroattivo. Il principio di autodeterminazione dei

popoli, affermato da accordi e convenzioni internazionali, corrisponde al diritto

consuetudinario.

Al contrario, non assume rilievo giuridico la cd autodeterminazione interna nel senso

che non può ritenersi necessario in diritto internazionale che tutti i governi siano

liberamente scelti dai popoli, né che gli stessi godano del consenso della maggioranza

dei cittadini stessi. L’autodeterminazione non può neanche avallare le aspirazioni

secessionistiche di regioni o province.

ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Alcune Organizzazioni internazionali (ossia associazioni di stati) (es. ONU, Comunità

possono essere considerate, accanto agli stati, soggetti di diritto

Europee ecc)

internazionale purchè siano dotate di organi per il perseguimento di interessi comuni.

La personalità di tali organizzazioni resta distinta da quella degli stati membri,

pertanto i diritti e gli obblighi che discendono dagli accordi da esse stipulati, hanno

effetto nei confronti delle organizzazioni stesse, ma non nella sfera giuridica degli stati

membri.

Diversa è la questione della personalità di diritto interno delle organizzazioni

internazionali.

In tale ipotesi risulta diversa la posizione dell’organizzazione qualora essa operi:

in uno stato membro

- e nel qual caso la sua personalità interna è generalmente

garantita da precisi obblighi previsti dallo statuto dell’organizzazione; 3

in uno stato terzo

- e nel qual caso è necessario fare riferimento a norme dello stato

terzo che disciplinano la capacità giuridica di enti collettivi stranieri, nonché al diritto

internazionale.

La chiesa cattolica, in quanto ente del tutto indipendente e attiva nell’ambito della

comunità internazionale, può essere considerata come soggetto di diritto

internazionale.

L’ordine di Malta che (è un ordine religioso dipendente dalla Santa Sede) è

riconosciuto soggetto di diritto internazionale da una parte della dottrina italiana e

dalla giurisprudenza italiana. La sua attività principale è di carattere assistenziale, una

funzione che non giustifica il riconoscimento della personalità internazionale.

All’ordine di Malta sono concesse tutte le immunità che spettano agli stati stranieri e

ai propri organi, oltre alle immunità fiscali.

PRIMA PARTE

IL DIRITTO INTERNAZIONALE GENERALE

La formazione delle norme internazionali

La consuetudine ( fonte di diritto generale, crea diritto generale e come tale si impone

a tutti gli stati)

Le norme di diritto internazionale generale, che vincolano, cioè tutti gli stati, hanno

generalmente natura consuetudinaria.

La consuetudine internazionale, analogamente alla consuetudine di diritto interno,

consiste in un comportamento costante ed uniforme nel tempo tenuto dagli stati

accompagnato dalla convinzione dell’obbligatorietà del comportamento stesso.

Secondo la concezione dualistica gli elementi costitutivi della consuetudine sono:

1) diuturnitas elemento oggettivo)

(cioè la prassi - che è la ripetizione continua nel

tempo di un medesimo comportamento. Il tempo necessario per la formazione

della consuetudine varia a secondo dei casi. Maggiormente diffuso è il

comportamento, più breve sarà il tempo necessario. In ogni caso, occorre sempre

un certo lasso di tempo altrimenti viene meno il requisito della stabilità, essenziale

per il diritto non scritto.

2) Opinio iuris sive necessitatis (elemento soggettivo) è la convinzione della

obbligatorietà di tale comportamento (la doverosità giuridica).

Questa impostazione dualistica non ha trovato unanimità di consensi, ma è stata

criticata per aver considerato il secondo elemento come necessario. In altre parole per

potersi parlare di consuetudine basterebbe soltanto la pressi costante e uniforme,

perché altrimenti si ammetterebbe anche la consuetudine nata dall’errore (opinio

iuris). Infatti se uno stato si attiene ad un determinato comportamento nella

presunzione che esista una norma in tal senso, che è invece inesistente, esso incorre

sicuramente in un errore.

Se da un punto di vista astratto possono essere convincenti, l’osservazione della prassi

internazionale sembra contraria.

La prassi dei tribunali internazionali conferma che devono essere rilevanti entrambi gli

elementi.

Se mancasse l’elemento della opinio iuris, non sarebbe possibile distinguere le mere

norme di cortesia dalla consuetudine produttrice di norme giuridiche. Si è in presenza

di una forma di cortesia infatti, quando il comportamento è avvertito come

socialmente dovuto. Tale comportamento non si concretizza in una consuetudine

giuridica proprio in virtù del fatto che gli stati non sono convinti della sua giuridica

obbligatorietà.

L’elemento della opinio iuris e, altresì indispensabile al fine di stabilire se dalla prassi

internazionale convenzionale possa o meno ricavarsi una norma consuetudinaria.

4

Poiché infatti i trattati costituiscono la fonte più utilizzata per la ricostruzione di una

norma consuetudinaria, bisogna indagare correttamente sulle possibili interpretazioni

che di questi possono essere date. In particolare, un trattato può essere interpretato

come conferma di regole consuetudinarie esistenti o come volontà di creare nuove

norme valide tra le parti contraenti.

Per stabilire il senso che gli stati hanno inteso attribuire all’accordo (nel primo o nel

secondo senso) occorre risalire alla doverosità sociale che lo stato ha attribuito a

quell’accordo ovvero all’esistenza o meno dell’opinio iuris ac necessitas. Solo se

questa esiste le norme contenute nel trattato possono essere utilizzate per provare

l’esistenza di una norma consuetudinaria.

L’elemento dell’opinio iuris costituisce, ancora, uno strumento volto a differenziare il

comportamento illecito di uno stato dalla semplice volontà di modificare o eliminare

una data norma consuetudinaria (o semplicemente la volontà di non riconoscerla più

come tale). La violazione del comportamento consuetudinario, infatti, per poter

divenire giuridicamente rilevante, dovrebbe anch’esso essere accompagnato dalla

convinzione collettiva della sua doverosità sociale. In sede di prova della

consuetudine, non è necessario dimostrare l’esistenza dell’opinio iuris essendo questa

ritenuta implicita nella diuturnitas, salvo prova contraria.

ORGANI CHE INTERVENGONO NEL PROCEDIMENTO DI FORMAZIONE

DELLA CONSUETUDINE

Possono partecipare alla formazione del diritto consuetudinario tutti gli organi statali,

in primo luogo i giudici; soprattutto per quelle consuetudini che vanno applicate

all’interno dello stato, la giurisprudenza interna riveste un ruolo decisivo Concorrono

alla formazione del diritto consuetudinario inoltre tutti gli atti degli stati sia interni

(leggi sentenze atti amministrativi), che esterni (trattati norme diplomatiche). Non vi è

alcun ordine di priorità fra tutti questi atti, ma solo la maggiore importanza a seconda

del contenuto della norma consuetudinaria.

APPLICABILITA’ DELLA CONDUETUDINE AI NUOVI STATI

Poiché le consuetudini creano diritto generale, vincolano tutti gli stati,

indipendentemente dalla loro partecipazione alla sua formazione. Tuttavia i nuovi stati

sorti dalla decolonizzazione hanno messo in discussione tale principio affermando che

il vecchio diritto consuetudinario si è formato in epoca coloniale e rispondeva ad

esigenze ed interessi del tutto diversi da quelli attuali. La pretesa di questi stati è

quella di rispettare solo quelle norme da loro liberamente accettate e di contribuire alla

formazione di nuove norme. Il problema di tale contestazione va risolto in modo

diverso a secondo che la contestazione provenga da un singolo stato o da un gruppo di

stati. Nel primo caso la contestazione del singolo stato, anche se ripetuta, appare

irrilevante (c.d. persistent objector); nel secondo caso non può essere ignorata e la

norma non potrà essere opponibile né ai contestatori né a tutti gli altri paesi membri

della comunità internazionale.

CONSUETUDINI PARTICOLARI (cioè vincolanti una ristretta cerchia di stati)

Si tratta di solito di consuetudini regionali o locali ovvero nate dalla modifica di un

trattato.

La loro applicazione più rilevante è fornita dal diritto non scritto che può formarsi per

modificare o abrogare le regole poste da un determinato trattato; accade cioè che le

parti che stipulano un accordo diano inizio ad una prassi che modifica le norme a suo

tempo pattuite. Non costituiscono consuetudini particolare i casi di uniformità di

contegni tra un certo numero di stati non legati da trattati o vincoli di altra natura.

Le norme consuetudinarie generali, infine, sono applicabili in via analogica. Tale

analogia deve intendersi come una forma di interpretazione estensiva; consiste

nell’applicare una norma ad un caso che essa non prevede ma i cui caratteri essenziali

5

sono analoghi a quelli del caso previsto (es. classico: le norme sulla navigazione

marittima furono applicate anche per la navigazione aerea).Nell’ambito del diritto

consuetudinario il ricorso all’analogia ha senso solo con riguardo alle fattispecie

nuove.

I PRINCIPI GENERALI DI DIRITTO RICONOSCIUTI DALLE NAZIONI

CIVILI giustizia include tra le fonti di

L’art. 38 dello statuto della Corte internazionale di

diritto internazionale i principi generali riconosciuti dalle nazioni civili. Tali

al 3° posto

principi si collocherebbero tra le fonti dopo la consuetudine e gli accordi e

sarebbero applicabili in mancanza di norme patrizie o consuetudinarie applicabili al

caso concreto, ponendo in essere una sorta di analogia iuris. Il Conforti, a differenza

di coloro che negano l’esistenza di detti principi o addirittura li pongono al di sopra

della consuetudine ritiene che le condizioni necessarie affinché i principi statali

possano essere applicati a titolo di principi generali di diritto internazionale siano due:

1) occorre che essi siano applicati nella maggior parte degli stati (diuturnitas). Da ciò

si ricava che i principi generali di diritto possono essere applicati dal giudice di

uno stato anche se non esistono in quell’ordinamento statale, sempre che

quest’ultimo imponga l’osservanza del diritto internazionale.

2) Devono essere sentiti come internazionalmente dovuti (opinio iuris).

Collocati in questa dimensione, i principi generali sono fonti di pari grado della

consuetudine.

Es. nell’ordinamento italiano, in virtù dell’art.10 della costituzione i principi generali

di diritto comune agli ordinamenti statali, fanno parte al pari delle vere e proprie

norme consuetudinarie internazionali.

Altre presunte norme generali non scritte

Diritto spontaneo – Sono norme che hanno sede nella coscienza dei membri della

comunità internazionale e sono individuabili dall’interprete immedesimandosi in tale

coscienza, ma secondo il conforti, non sono fonti di diritto internazionale.

Principi costituzionali – Una parte della dottrina ( QUADRI) ritiene che, al di sopra

delle norme consuetudinarie vi siano una serie di principi costituzionali. Secondo tale

orientamento, i principi costituzionali sarebbero norme primarie di diritto

internazionale volte ed imposte dalle potenze statali prevalenti in un determinato

periodo storico. principi formali da quelli materiali.

Tra questi principi occorrerebbe distinguere i

I primi sarebbero istitutivi di ulteriori fonti di norme internazionali e sarebbero due:

consuetudo est servanda (la consuetudine è da rispettare) e pacta sunt servanda

(gli accordi sono da rispettare). Di conseguenza l’osservanza di consuetudini ed

accordi (sarebbero quindi fonti di secondo grado) si spiegherebbe in quanto imposte

dalle forze prevalenti.

I secondi disciplinano direttamente rapporti tra gli stati e potrebbero avere qualunque

contenuto.

Ciò che non convince e porta a respingere la teoria del Quadri è la possibilità di

ricostruire dei principi materiali indipendentemente dall’uso (la prassi) e ricostruirli

fino alle estreme conseguenze, poiché si aprirebbe la strada all’abuso, Inoltre

l’interprete interno (es, l’Italia art. 10 C. 1° c) dovendo stabilire quali norme

internazionali generali siano da applicare, dovrebbe chiedersi di volta in volta se non

vi siano imposizioni in una determinata materia da parte delle forze dominanti nella

comunità internazionale. Un gruppo di stati o anche uno solo, disponendo della forza

necessaria potrebbe imporre la propria volontà a tutti gli altri membri della comunità

6

internazionale. Secondo il Conforti, quindi l’intera categoria dei principi costituzionali

deve essere respinta quale fonte di diritto internazionale.

L’equità Si discute se sia fonte di norme internazionali, l’equità, definita come il

comune sentimento del giusto e dell’ingiusto. Molto spesso viene indicata come una

norma non scritta che può essere utilizzata come principio guida per il giudice interno

ed internazionale nelle sue pronunce. A tal proposito è opportuno precisare che è

possibile ricorrere all’equità infra legem o secundum legem, al fine di utilizzarla come

mero supporto interpretativo. Al contrario va escluso il ricorso al principio di equità

praeter legem o addirittura contra legem dal momento che se non esistono norme

internazionali in materia, l’equità non può essere utilizzata per colmare eventuali

lacune (equità praeter legem). In tal caso vuol dire che se non esistono norme, che gli

stati non hanno obblighi da rispettare, né tale principio può essere utilizzato in

contrasto con norme consuetudinarie o pattizie (equità contra legem);

l’equità comunque è un principio che rientra nell’ordinamento giuridico internazionale

anche se va applicato all’atto della formazione delle nuove norme consuetudinarie,

oppure in varie pronunce delle corti internazionali ed interne qualora, pur

riconoscendo l’esistenza di una norma consuetudinaria, si rende necessario integrarla,

ispirandosi a principi di equità.

Spesso l’equità si atteggia come una sorta di opinio iuris sive necessitatis.

Inesistenza di norme generali scritte. Il valore degli accordi di codificazione

Il fenomeno della codificazione del diritto internazionale generale (consuetudinario)

comincia dalla fine del secolo scorso. Tentativi di codificazione furono fatti anche

all’epoca della Società delle Nazioni, ma senza risultati. L’opera di codificazione ha

preso un effettivo slancio con le NU traducendosi in una serie di trattati multilaterali.

Il trattato è l’unico strumento adoperabile per la trasformazione del diritto non scritto

in scritto poiché nell’ambito della comunità internazionale non esiste un’autorità

dotata di poteri legislativi.

Il problema riguardante l’esistenza di norme internazionali scritte si pone con

riferimento alle grandi convenzioni di codificazioni realizzate dalle NU. L’assemblea

delle NU ha costituito la commissione di diritto internazionale delle nazioni unite.

Tale commissione è composta da esperti che non rappresentano alcun governo, con il

compito di provvedere alla preparazione di testi di codificazione delle norme

consuetudinarie.

La commissione di diritto internazionale delle NU provvede ai sensi dell’art. 13 della

Carta delle NU a preparare testi di codificazione delle norme di diritto internazionale

consuetudinario, nonché a predisporre varie convenzioni di codificazione (es.

convenzione di Vienna – convenzione di Ginevra).

Occorre essere molto cauti nel considerare gli accordi di codificazione come

corrispondenti al diritto consuetudinario generale e quindi estenderli agli stati non

contraenti perché spesso, nell’opera di ricostruzione delle norme internazionali non

scritte influisce la mentalità dell’interprete; gli stati cercano di far prevalere le proprie

convinzioni e cercano di assicurarsi la salvaguardia dei propri interessi.

lo sviluppo progressivo

Inoltre, con lo stesso art. 13 della carta delle NU invocando

del diritto internazionale si è introdotto nell’ambito del diritto internazionale sia

norme incerte sul piano del diritto consuetudinario, ma anche e soprattutto norme a

salvaguardia degli interessi propri degli stati partecipanti alla convenzione di

codificazione.

Gli accordi di codificazione vanno considerati come normali accordi internazionali e

quindi vincolano solo gli stati contraenti che li ratificano, ma non gli stati terzi anche

se c’è chi ritiene che esse vincolino anche gli stati non contraenti e ciò perché nella

7

convenzione non si rende in forma scritta solo la consuetudine (che è fonte generale e

quindi valevole per tutti).

Un altro tema fondamentale che interessa gli stati contraenti l’accordo di codificazione

è quello del ricambio delle norme contenute nell’accordo stesso. Tale problema

scaturisce dalla continua evoluzione della prassi internazionale (particolarmente

evidente in materia di diritto dei trattati e del diritto internazionale marittimo), in

conseguenza della quale una norma codificata può non corrispondere più al diritto

generale internazionale. Tale norma risulterà indubbiamente inapplicabile agli stati

non contraenti. Nei confronti degli stati contraenti, invece, il diritto consuetudinario

successivamente formatosi abroga la precedente norma codificata; a tal fine sarà

compito dell’interprete individuare la prassi abrogratrice e dimostrare che la norma

consuetudinaria in contrasto con l’accordo di codificazione si è formata con il

consenso di tutti gli altri stati e sia davvero una consuetudine.

Altre volte le convenzioni sono approvate e redatte da apposite conferenze di stati, per

cui la commissione non è l’unico organismo per la codificazione. L’assemblea ha

spesso : per esempio convocato conferenze di stati in seno alle quali è stato redatto il

progetto (es convenzione di Montego Bay sul diritto del mare che ha rinnovato quelle

di Ginevra).

La differenza nelle codificazioni redatte dalle conferenze di stati è che qui i delegati

rappresentano la volontà dei propri governi e non sono esperti indipendenti.

Nel tema del diritto internazionale generale si inquadra anche il problema del valore

dichiarazioni di principi dell’assemblea generale dell’ONU.

delle

Le dichiarazioni di principi dell’assemblea generale delle nazioni unite hanno ad

oggetto i rapporti tra stati ovvero i rapporti interni alle comunità statali.

Tra le più importanti ricordiamo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le

risoluzioni sul genocidio, sui diritti del fanciullo, sulla eliminazione della

discriminazione razziale ecc.

Le dichiarazioni dei principi non possono essere considerate fonti di diritto

internazionale generale, perché l’assemblea generale dell’ONU non è detentrice di

poteri legislativi mondiali, ma solo di poteri di esortazione che vengono espressi

attraverso la raccomandazione. Nonostante tali dichiarazioni non abbiano carattere

vincolante, esse, tuttavia, contribuiscono notevolmente allo sviluppo del diritto

internazionale dal momento che, essendo considerate autorevoli manifestazioni della

opinio iuris sive necessitatis, se combinate con comportamenti costanti ed uniformi

degli stati, danno luogo a norme consuetudinarie di diritto internazionale generale.

Le dichiarazioni stesse assumono invece il carattere di veri e propri accordi

quando equiparano l’inosservanza dei principi da esse espressi alla violazione

della carta delle Nazioni Unite. In tal caso, quindi il principio espresso risulta

obbligatorio e vincolante per gli stati che, con voto favorevole, hanno contribuito

alla formazione dell’atto.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE PARTICOLARE: I TRATTATI

I trattati in generale (fonti di diritto particolare)

Gli accordi costituiscono la fonte principale di diritto internazionale particolare. La

terminologia non è univoca: oltre che di accordi, si parla di trattati, patti convenzioni

ecc. In ogni caso tutti gli accordi internazionali hanno natura contrattuale e possono

delle volontà di due o più stati, dirette a regolare

essere definiti come “l’incontro

una determinata sfera di rapporti riguardanti questi ultimi.

Essi possono dare vita sia a regole materiali, cioè a norme che direttamente

disciplinano i rapporti fra i destinatari, imponendo obblighi o attribuendo diritti, sia a

8

regole formali, cioè a norme che si limitano ad istituire fonti per la creazione di

ulteriori norme.

I trattati generalmente sono distinti in:

Trattati normativi o trattati legge e sono considerati vere e proprie fonti di norme

giuridiche che disciplinano la condotta di una plurariltà di stati (es accordi di

codificazione, accordi istitutivi di organizzazioni internazionali, ecc.)

Trattati contratto o trattati-negozio che sono produttivi di rapporti giuridici (diritti ed

obblighi) e non di norme; questi ultimi generalmente, sono caratterizzati dall’incontro

di volontà contrastanti e determinano uno scambio di prestazioni corrispettive (es

accordi commerciali, trattati di alleanza, trattati di cessione territoriale ecc.)

La classificazione appena esposta concerne la natura del trattato e non le norme da

esso prodotte, pertanto non deve essere confusa con la distinzione tra norme astratte,

disciplinanti un rapporto tipo e indirizzate a tutti coloro che pongono in essere rapporti

di quel tipo, e norme concrete disciplinanti un rapporto singolo e determinato.

La distinzione trattati-normativi trattati-contratto, tuttavia non ha ragione di esserci,

dal momento che è giuridicamente improponibile la contrapposizione tra norma e

rapporto giuridico, in quanto ogni atto obbligatorio produce una regola di condotta.

I trattati, inoltre, pongono in essere:

norme materiali produttive di diritti ed obblighi tra le parti contraenti;

norme formali istitutive di fonti per la creazione di ulteriori norme (es. trattati

costitutivi di organizzazioni internazionali che oltre a disciplinare i rapporti tra gli stati

membri, attribuiscono, talvolta, agli organi sociali il potere di emanare ulteriori

norme). una fonte normativa di secondo grado

I trattati costituiscono rispetto alle norme

consuetudinarie; queste ultime, infatti determinano i requisiti di validità ed efficacia,

nonchè il procedimento di formazione dei trattati stessi.

La normativa riguardante il c.d. diritto dei trattati è contenuta per la maggior parte,

nella convenzione di Vienna del 1969. Accanto a tale fondamentale convenzione di

codificazione, è opportuno menzionare le codificazioni stipulate sempre a Vienna, del

1978 (in materia di successione degli stati nei trattati, entrata in vigore nel 1996) e del

1986 (in materia di trattati tra stati e organizzazioni internazionali, non ancora in

vigore).

In particolare l’art. 4 della Convenzione di Vienna del 1969 stabilisce

“fatta salva l’applicazione delle regole contenute nelle presente convenzione alle

quali i trattati sarebbero sottoposti in virtù del diritto internazionale

indipendentemente dalla convenzione medesima, questa si applica unicamente ai

trattati conclusi tra stati dopo la sua entrata in vigore per tali stati”.

Secondo quanto stabilisce la convenzione all’art. 4 il suo campo di applicazione non

tocca le regole riproduttive delle norme consuetudinarie generali, in quanto proprio

perchè generali, valgono per tutti gli stati e per tutti i trattati.

La convenzione si applica invece ai trattati conclusi tra stati solo dopo la sua entrata in

vigore per tali stati. due evidenti principi:

Quindi la seconda parte dell’art. 4 esprime

1 - le norme innovative della convenzione non hanno carattere retroattivo;

2 - le norme innovative valgono solo tra gli stati che ratificano la convenzione, e

comunque, anche in caso di accordi multilaterali tra stati terzi e stati legati alla

convenzione. (perché si tratta di regole non consuetudinarie)

PROCEDIMENTO DI FORMAZIONE DEI TRATTATI E COMPETENZA A

STIPULARE 9

Premesso che la procedura di formazione degli accordi internazionali è caratterizzata

dalla libertà di forma e quindi dall’assenza di regole tassative al riguardo, il

procedimento c.d. solenne che sfocia nella stipula di un accordo può essere scandito

nelle seguenti fasi:

negoziazione - Il trattato veniva negoziato dagli emissari del sovrano definiti

plenipotenziari in quanto dotati di pieni poteri per la negoziazione.

Avviene attraverso l’intervento dei plenipotenziari anche adesso;

costoro, generalmente, sono organi appartenenti al potere esecutivo. La negoziazione

mira a raggiungere il consenso su quello che sarà il testo dell’accordo. (si è passati

dalla regola dell’unanimità a quella della maggioranza).

Firma

Il negoziato si conclude con la da parte dei plenipotenziari, ma questa non

comporta nessun vincolo per gli stati, ma ha solo valore di autenticazione del testo

predisposto.

Ratifica – E’ l’atto con cui l’organo dello stato, competente ad assumere impegni

convenzionali, esprime la volontà di obbligarsi. Anche in questo caso la terminologia

non è univoca: si parla di approvazione, conclusione, accettazione ecc. Analogo

all’adesione che

significato viene attribuito si verifica quando, nell’ipotesi di trattato

multilaterale, la ratifica dello stesso viene da uno stato che non ha partecipato ai

negoziati. In questi casi deve trattarsi di un trattato aperto, che contenga cioè nel testo

la c.d. clausula di adesione (l’adesione è quindi, la ratifica di accordo predisposto da

altri).

La competenza a ratificare è stabilita dall’ordinamento costituzionale dei singoli

stati.

In particolare nell’ordinamento italiano la competenza a ratificare è disciplinata dagli

artt. 80 87, 89 cost. secondo tali norme il Presidente della Repubblica ratifica i trattati

internazionali, previa, quando occorra l’autorizzazione delle camere.

L’art. 80 cost. prevede che l’autorizzazione delle camere è necessaria quando si tratta

di trattati che hanno natura politica, che prevedono variazioni del territorio nazionale o

modificazioni di leggi o prevedono regolamenti giudiziari.

Gli atti del Presidente della Repubblica, infine, sono validi solo se controfirmati dai

ministri proponenti che ne assumono la responsabilità; da ciò risulta chiaro che, in

Italia il potere di ratificare appartiene all’esecutivo, nonchè per le categorie di atti

sopra elencate, ai poteri esecutivo e legislativo.

Una volta intervenuta la delibera governativa, il Presidente della Repubblica è tenuto a

ratificare l’accordo potendo egli soltanto chiedere un riesame dell’accordo stesso

prima della sottoscrizione.

SCAMBIO O DEPOSITO DELLE RATIFICHE

Alla ratifica segue lo scambio delle ratifiche o il deposito delle ratifiche: Sono gli atti

conclusivi del procedimento di formazione dei trattati. Attraverso lo scambio il trattato

si perfeziona istantaneamente, mentre nel caso del deposito, l’accordo si forma tra gli

stati depositanti. Di solito però viene stabilito nello stesso testo del trattato che questo

non entri in vigore neppure tra gli stati depositanti, se non sia stato raggiunto un

determinato numero di ratifiche.

In entrambi i casi, scambio o deposito, è prevista ex art. 16 della Convenzione di

Vienna, la notifica agli stati contraenti ovvero al depositario.

REGISTRAZIONE

La carta delle NU (e, implicitamente anche la convenzione di Vienna) prevede

l’obbligo di registrare tutti gli atti presso il segretariato delle NU il quale provvederà

alla loro pubblicazione. Tale registrazione, tuttavia, non può essere considerata un

requisito di validità, semmai la sua eventuale omissione può comportare

l’impossibilità di far valere il trattato stesso innanzi agli organi delle NU. 10

PROCEDIMENTI PARTICOLARI DI FORMAZIONE DEI TRATTATI

Oltre che con il procedimento solenne i trattati internazionali possono essere stipulati,

in virtù del principio della libertà di forma, attraverso procedure alternative. Alcune di

queste si concludono comunque con la ratifica, differenziandosi nelle fasi del

negoziato e della firma: ad esempio nell’ipotesi di accordi multilaterali la firma può

essere differita nel tempo senza assumere valore vincolante dovendo sempre essere

seguita dalla ratifica. La firma differita non ha più funzione di autenticazione del testo,

né comporta, essendo necessaria la ratifica, alcuna partecipazione dello stato al

trattato, ma è una semplice dichiarazione di disponibilità.

Può accadere nei trattati predisposti da organizzazioni internazionali che la fase della

negoziazione sia sostituita dalla discussione ed approvazione da parte dell’organo

rappresentativo dell’organizzazione.

Altre procedure, invece, sono caratterizzate da un diverso modo di esprimere la

volontà da parte degli stati, senza ricorrere alla ratifica.

I più importanti accordi di questo tipo sono:

Accordi in forma semplificata (o accordi informali)(si concludono per effetto della

sola sottoscrizione del testo da parte dei plenipotenziari)

Sono particolarmente frequenti nella prassi internazionale e si formano quando dal

testo o da comportamenti concludenti delle parti risulti la sicura volontà di attribuire

alla firma valore di piena e definitiva manifestazione di volontà (es. scambi di note

diplomatiche). L’accordo in forma semplificata si conclude per effetto della sola

sottoscrizione del testo da parte dei plenipotenziari. La convenzione di Vienna

stabilisce all’art. 12 che il consenso di uno stato ad essere vincolato da un trattato, è

espresso dalla firma del rappresentante di questo stato quando:

lo stesso trattato prevede che la firma produrrà tale effetto;

gli stati partecipanti abbiano convenuto di attribuire alla firma tale effetto;

l’intento di attribuire alla firma valore vincolante risulti dai pieni poteri del

rappresentante e sia stata espressa nel corso della negoziazione.

La competenza a concludere accordi in forma semplificata è disciplinata da ogni stato

con proprie norme costituzionali; in particolare, nell’ordinamento italiano tale

competenza spetta al potere esecutivo, per quegli accordi semplici specifici in materie

tecnico-amministrative.

La stipulazione di accordi in f.s. è, invece assolutamente vietata, nel nostro

ordinamento, per le materie di cui all’art. 80 della costituzione (cioè se trattati hanno

natura politica, se prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, oneri alle finanze non

preventivati o modificazioni di leggi); l’unica eccezione riguarda la possibilità di

stipulare accordi in f.s. comportanti oneri alle finanze, quando le spese possono

rientrare nel bilancio ordinario dello stato (es. un accordo relativo alla visita di un capo

di stato estero comprensivo delle spese non necessita della ratifica da parte del

parlamento).

Spesso, però il potere esecutivo si impegna sul piano internazionale in materie per le

quali la costituzione richiede il concorso del parlamento oltrepassando, quindi i limiti

di cui all’art. 80 citato. Un es. significativo in tal senso è dato dalla domanda di

ammissione dell’Italia alle NU (trattato di natura politica) comportante oneri di natura

finanziaria di rilievo e stipulata con atto del Ministro degli Esteri italiano nel 1947.

Ci si chiede allora, che valore abbiano gli accordi in forma semplificata conclusi

autonomamente dal governo relativamente a materie per le quali la costituzione

richiede il concorso del parlamento. 11

Se gli accordi conclusi in forma semplificata sono stipulati da un organo incompetente

questi non sono né sempre validi né sempre invalidi. Ripudiate tali situazioni estreme,

bisogna tenere presente due dati:

1 I governi che si impegnano sul piano internazionale, per le materie di competenza di

altri organi, sono soliti procurarsi qualche forma di assenso o approvazione

dell’organo interessato.

2 le denunce di violazione del diritto interno avvengono non solo per motivi giuridici,

ma anche politici e di propaganda e quindi difficile stabilire se ciò avviene con la

convinzione di sollecitare il rispetto di veri e propri impegni di carattere giuridico.

La convenzione di Vienna all’art. 46 propone una soluzione: il fatto che il consenso

di uno stato ad essere vincolato da un trattato sia stato espresso in violazione di una

regola di competenza a stipulare del suo diritto interno, non può essere invocato da

tale stato come vizio del suo consenso, a meno che la violazione non sia manifesta e

non riguardi una regola del diritto interno di importanza fondamentale.

Il trattato quindi è invalido quando manca l’intervento di un organo dotato di potere

decisionale effettivo circa il procedimento di stipulazione. Al contrario non sembra

doversi accogliere il principio della buona fede, poiché in tal caso si formerebbero

delle semplici intese tra governi. Queste diventano accordi solo se l’organo messo da

parte manifesta, esplicitamente o implicitamente, il suo assenso adoperando lo stesso

strumento formale previsto dalla Costituzione per il suo intervento.

Intese tra governi

Rivestono una notevole importanza sul piano politico (es. accordo di Helsinki in

materia di sicurezza e cooperazione in Europa) ma non possono considerarsi

produttive di effetti giuridici. A differenza degli accordi in f.s., infatti nelle intese tra

governi manca la sicura volontà di attribuire valore di piena e definitiva

manifestazione di volontà alle firme.

Accordi sull’applicazione dei trattati

Sono accordi giuridici non vincolanti che si formano quando nel testo di un trattato da

sottoporre a ratifica, con dichiarazioni separate, le parti prevedono che, in attesa della

ratifica stessa, il trattato entri provvisoriamente in vigore.

Accordi conclusi dalle regioni

Il problema riguardante l’esistenza o meno del potere in capo alle regioni di

concludere accordi internazionali, nasce da una prassi regionale volta a stabilire forme

di collaborazione tra stato, regioni o altri enti territoriali stranieri per le materie di

propria competenza. In merito a questa questione è intervenuta più volte la Corte

costit. stabilendo che le regioni, previo assenso del governo centrale, possono

stipulare, nelle materie di propria competenza, accordi in senso proprio, tali da

impegnare la responsabilità dello stato. Il Conforti sostiene che gli accordi in

questione non sono giuridicamente vincolanti, poiché, secondo il dettato

costituzionale, la stipulazione di accordi internazionali spetta esclusivamente allo

stato.

La materia è ora regolata dall’art. 3 della l. costituzionale 3/01 che ha modificato l’art.

117 della c. il quale prevede all’ultimo comma la competenza della regione nella

materia di sua competenza a concludere accordi con Stati e intese con enti territoriale

interni ad altro stato nei casi e con le forme disciplinati dalle leggi dello stato. I casi e

le forme sono disciplinati dalla legge 131/03 che prevede il preventivo conferimento

dei pieni poteri alle regioni da parte del governo configurando quindi la competenza

12

delle regioni come competenza a stipulare per conto dello stato e quindi impegnando

la responsabilità dello stato.

Assumono il carattere di veri e propri accordi di diritto internazionale, quegli accordi

stipulati tra regioni di stati diversi in esecuzione di un trattato internazionale, laddove

sussista l’esplicita volontà degli stati contraenti in tal senso.

Accordi delle organizzazioni internazionali

Spesso organizzazioni internazionali concludono accordi tra loro, con stati membri,

oppure con stati terzi. Tali accordi sono disciplinati dalla Convenzione di Vienna del

1986 in materia di diritti dei trattati. La competenza a stipulare è stabilita (a pena di

invalidità dell’accordo) dallo statuto di ciascuna organizzazione. Una violazione grave

di una norma statutaria comporta l’invalidità dell’accordo. La competenza a stipulare

può anche risultare da regole sviluppatesi nella prassi consolidata dell’organizzazione

purchè si tratti di prassi certa, cioè seguita dagli organi e accettata dagli stati membri,

sempre che non vi sia, così come avviene nelle comunità europee, un organo

giudiziario che veglia sul rispetto dello statuto, nel qual caso è la giurisprudenza

dell’organo giudiziario che diviene fattore determinante per l’evoluzione delle

competenze originarie.

E’ necessario puntualizzare, che gli accordi conclusi dalle organizzazioni

internazionali con stati membri o con stati terzi devono essere considerati come

normali accordi giuridici, dal momento che assumono una rilevanza fondamentale

nell’ambito del diritto internazionale. Pertanto tutta la normativa relativa ai trattati,

può ritenersi valida, in linea di massima, anche per i trattati conclusi dalle

organizzazioni internazionali.

Inefficacia dei trattati nei confronti degli stati terzi

I trattati valgono solo per gli stati che li pongono in essere. Le norme pattizie si

differenziano dalle norme di diritto internazionale generale proprio perchè valgono

solo per gli stati che le pongono in essere. Il trattato internazionale fa legge solo tra le

parti. Quando, però, il trattato è aperto, quando cioè è prevista una clausula di adesione

(o accessione), anche gli stati terzi possono aderirvi. Questi ultimi si differenziano

perchè non hanno partecipato all’elaborazione dell’accordo, ma assumono, al pari

degli stati che hanno elaborato il trattato, tutti i diritti e obblighi che da quest’ultimo

discendono.

Qualora manchi la clausula di adesione, ovvero manchi la formale dichiarazione di

volontà di aderire all’accordo concluso da altri stati, occorrerà dimostrare, affinchè

sorgano diritti ed obblighi per lo stato terzo che quest’ultimo abbia, anche

implicitamente accettato i suddetti diritti ed obblighi e che l’eventuale accettazione sia

prevista, anche implicitamente, dal testo dell’accordo.

Al di fuori di questi due casi, il trattato sarà inefficace nei confronti degli stati terzi.

Trattati a favore di stati terzi

Le parti contraenti un trattato internazionale possono sempre impegnarsi a tenere

comportamenti vantaggiosi per i terzi. Ciò avviene in particolare negli accordi in

materia di navigazione sui fiumi, canali, e stretti internazionali (es. trattato sul canale

di Panama del 1903. Tali accordi, anche se stipulati da un numero limitato di paesi,

consentono, in genere la libertà di navigazione per le navi di tutti gli altri stati.

Tali vantaggi, finchè non si trasformano in diritti attraverso la partecipazione del terzo

in qualche modo, possono essere sempre revocati dalle parti contraenti. Ciò vuol dire

che non è necessario stipulare un successivo accordo che abroghi il primo. 13

L’art. 34 della Convenzione di Vienna stabilisce come regola generale che un trattato

non crea obblighi o diritti per uno stato terzo senza il suo consenso. Il consenso, per i

diritti, si presume fino a prova contraria, per gli obblighi deve essere manifestato.

Nel caso in cui i contraenti creano dei vantaggi per lo stato terzo, possono revocare

quando vogliono il diritto accettato dal terzo, a meno che non ne abbiano stabilito

preventivamente l’irrevocabilità. E’ necessaria, quindi una qualche forma di accordo

perchè il terzo benefici di veri e propri diritti o sia colpito da obblighi.

Incompatibilità tra norme convenzionali

Fermo restando che i trattati internazionali hanno valore solo tra gli stati contraenti,

può accadere che questi ultimi concludano un trattato che modifichi o abroghi le

disposizioni di un trattato precedente. In altre parole, può accadere che uno stato si

impegni mediante accordo a tenere un certo comportamento e poi, con un accordo con

stati diversi si obblighi a tenere un comportamento contrario, oppure che alcuni stati

vincolati da un trattato modifichino con due accordi successivi a tenere comportamenti

tra loro contrari. In questi casi la soluzione è data dalla combinazione dei principi della

successione dei trattati con i principi dell’inefficacia dei trattati per i terzi.

Da tali principi deriva che:

fra gli stati contraenti di entrambi, prevale quello successivo nel tempo;

per gli stati contraenti uno solo dei trattati, restano validi, nonostante l’incompatibilità,

tutti gli obblighi che da ciascuno di tali trattati derivano;

lo stato contraente entrambe i trattati deve scegliere, attraverso legislativi o atti

normativi di pari grado se tenere fede agli impegni assunti con il primo, ovvero con il

secondo. Una volta operata la scelta, avrà comunque commesso un illecito e sarà

responsabile verso i contraenti del primo o del secondo contratto.

Per le norme convenzionali all’interno dello stato, se sono esecutive mediante legge o

atti di pari grado, deve valere il principio della successione nel tempo, con la

prevalenza del secondo trattato. Se poi uno solo dei trattati all’interno è esecutivo con

legge, sarà questo a prevalere.

Il discorso è diverso con riguardo all’art. 103 della Carta delle NU. Tale norma, infatti,

prevede la prevalenza degli obblighi derivanti dalla Carta sugli obblighi che derivano

da qualsiasi altro accordo (vedi gerarchia delle fonti di diritto internazionale).

Comunque gli stati cercano di prevenire situazioni di incompatibilità attraverso

l’inserimento, sempre più frequente nella prassi, di clausule c.d. di compatibilità o di

subordinazione con le quali si precisa che un determinato trattato è subordinato ad un

altro trattato stipulato in un momento successivo o anteriore.

Un esempio di clausula di compatibilità è dato dall’art. 307 del trattato CE le cui

disposizioni “non pregiudicano i diritti e gli obblighi derivanti da convenzioni

concluse, anteriormente all’entrata in vigore del trattato stesso tra uno o più stati

membri da una parte e uno o più stati terzi dall’altra”. Tale trattato ha posto notevoli

problemi di compatibilità con accordi preesistenti, in particolare con riguardo al

GATT (General agreement on tariffs and trade – Accordo generale sulle tariffe

doganali e il commercio). Il GATT concluso nel 1947 a Breton Woods ed attualmente

confluito nell’atto costitutivo dell’organizzazione mondiale del commercio, ha

costituito la base per la liberalizzazione del commercio internazionale del secondo

dopoguerra. Il trattato CE, a sua volta, presenta numerosi punti di frizione con il

GATT) in quanto, essendo la comunità europea un’unione doganale, (tendono alla

globalizzazione dei mercati) abolisce le barriere interne agli stati, ma pone dei dazi

comuni verso i paesi terzi.

La prassi dei rapporti CE-GATT è la seguente: 14

- alcuni punti di frizione sono stati appianati attraverso negoziati nell’ambito del

GATT;

- per il resto la corte di giustizia delle comunità europee ha affermato che anche gli

stati membri della CE devono rispettare gli obblighi assunti con il GATT (la corte ha

in pratica tolto valore a questa affermazione sostenendo che le regole del GATT sono

meramente programmatiche, flessibili e non invocabili dai cittadini degli stati membri.

In definitiva la corte ha riaffermato la prevalenza del trattato CE.

Le riserve nei trattati

La riserva è un atto unilaterale con il quale uno stato dichiara di non accettare

determinate clausule ovvero di accettarle con talune modifiche o secondo una

determinata interpretazione (c.d. clausula interpretativa) pertanto tra lo stato autore

della riserva e gli altri stati contraenti, l’accordo si forma solo per la parte non investita

dalla riserva.

Le riserve, inoltre, sono applicabili esclusivamente ai trattati multilaterali dal momento

che nei trattati bilaterali tutti gli impegni che uno stato non vuole assumere, vengono

esclusi nel testo del trattato stesso, di comune accordo con la controparte.

La materia delle riserve nei trattati ha subito una notevole evoluzione nella prassi

internazionale, che può essere sintetizzata nelle seguenti tappe:

Secondo il diritto internazionale tradizionale, la possibilità di apporre riserve doveva

tassativamente essere concordata nella fase di negoziazione e quindi doveva figurare

nel testo del trattato predisposto dai plenipotenziari. In mancanza lo stato non aveva

altra alternativa se non quella di ratificare il trattato.

Qualsiasi riserva non prevista comportava l’esclusione dello stato autore della riserva

dall’insieme degli stati contraenti.

Oggi si assiste ad una evoluzione. Un parere del 1951 della corte internazionale di

giustizia affermava:

- che una riserva poteva essere anche formulata nel momento della ratifica o

dell’adesione anche se questo non è previsto espressamente dal testo del trattato,

purchè la riserva stessa sia compatibile con l’oggetto e con lo scopo del trattato.

- L’apposizione della riserva può essere contestata dagli altri stati e, in mancanza di

un accordo in merito, non sussiste vincolo contrattuale tra stato autore e stato

contestante.

In accoglimento del parere della corte, la convenzione di Vienna ha stabilito, altresì,

che quando la riserva non sia prevista nel testo del trattato l’eventuale contestazione

deve essere manifestata entro un determinato periodo di tempo (12 mesi dalla notifica

della riserva alle altre parti contraenti); in caso contrario la riserva si intende accettata.

E’ chiaro che circa l’ammissibilità o meno di una riserva, dovrà pronunciarsi il

giudice, sia esso internazionale o interno, limitatamente al caso di specie sottopostogli.

La prassi internazionale più recente ha superato i principi statuiti dalla convenzione di

Vienna, evolvendosi in senso ancor più liberale, la giurisprudenza della corte europea

dei diritti umani, infatti, ritiene che ogni riserva inammissibile (perchè esclusa

espressamente dal testo del trattato o perchè contraria all’oggetto ed allo scopo dello

stesso) non comporta più l’esclusione dello stato autore del trattato, bensì comporta la

sola invalidità della riserva che si ritiene come non apposta.

Per quanto riguarda infine la competenza a formulare riserve questa è disciplinata dal

sistema costituzionale in vigore in ciascuno stato.

In particolare, in Italia le riserve possono essere formulate sia dal potere esecutivo che

da quello legislativo.

Qualora il governo formuli una riserva non prevista dalla legge di autorizzazione

ovvero non tenga conto di una riserva formulata dal parlamento alcuni ritengono che il

15

governo possa apporre riserve in quanto gestore di rapporti internazionali, mentre la

tesi opposta, muovendo da posizioni più garantiste e dalla necessità della

collaborazione tra i due organi, sostiene che il governo non possa apporre riserve non

volute dal parlamento.

La questione si risolve tenendo conto di due principi cardine costituzionali:

- la formazione e manifestazione della volontà dello stato e la responsabilità del

governo dall’altra. Sotto il primo profilo una riserva è valida sia che venga formulata

solo dal parlamento, sia solo ed autonomamente dal governo. Tuttavia se il governo

decide di discostarsi in tema di riserve da quanto deliberato in parlamento rischierebbe

il ricorso dell’organo legislativo ai meccanismi della messa in gioco della

responsabilità governativa.

- Siccome per il diritto internazionale è irrilevante la responsabilità del governo

poichè interessa solo la volontà dello stato, la riserva resta comunque valida. Se la

riserva fosse contenuta nella legge di autorizzazione e il governo non ne tenesse conto,

si verificherebbe una grave violazione del diritto interno e lo stato quindi non resta

impegnato per detta parte fino a che il parlamento non revoca implicitamente o

esplicitamente la riserva.

Interpretazione dei trattati

Ai fini dell’interpretazione dei trattati, la dottrina è concorde, secondo la convenzione

obiettivistico,

di Vienna, nell’applicare il metodo in base al quale al trattato si attribuisce il

senso che scaturisce dalla logica del testo stesso.

subiettivistico

È stato dunque abbandonato il metodo in base al quale è sempre necessaria

una ricerca della volontà effettiva delle parti, privilegiando il ricorso all’esame dei lavori

preparatori rispetto all’analisi del testo del trattato come contrapposta alla volontà

dichiarata. Il ricorso all’esame dei lavori preparatori si avrà in presenza di un testo ambiguo

e lacunoso. interpretazioni unilateralistiche

La convenzione di Vienna non avalla dei trattati secondo

le quali le norme andrebbero interpretate a seconda dello stato contraente. Si deve escludere

che una norma contenuta in un accordo internazionale, a meno che essa stessa non disponga

in tal senso, possa assumere significati differenti a seconda dello stato contraente, anche

perché mal si concilia con il concetto stesso di trattato..

Due regole della convenzione sono significative:

una è quella dell’art. 33 che nel caso di due testi non concordanti redatti in lingue ufficiali,

impone una interpretazione che concili i testi;

l’altra dell’art. 31, nell’interpretare un trattato bisogna tenere conto di altre norme

internazionali in vigore tra le parti.

Non si applicano norme interpretative interne degli stati.

Oltre al metodo obiettivistico, valgono in linea di massima, quelle regole valide in tutti gli

ordinamenti, che la teoria generale del diritto ha elaborato per l’interpretazione delle norme

giuridiche. Anche nel diritto internazionale, quindi, valgono le regole sull’interpretazione

estensiva e per analogia e sull’interpretazione restrittiva in quanto principi generali di diritto

Teoria dei poteri impliciti

Con tale teoria si è avuta un’interpretazione estensiva dei trattati istitutivi di organizzazioni

internazionali. Secondo la teoria l’organizzazione internazionale può utilizzare tutti i mezzi

a sua disposizione per raggiungere gli scopi previsti dal trattato istitutivo

dell’organizzazione stessa, anche quando tali mezzi non sono previsti espressamente nel

testo del trattato.

Le regole per l’interpretazione delle norme giuridiche in generale sono valide anche per i

trattati istitutivi della Carta delle NU e per i trattati istituivi delle Comunità europee. La

16

corte internazionale di giustizia, proprio affrontando i problemi di interpretazione della

carta, ha ritenuto, in base alla teoria dei poteri impliciti, che ogni organo facente parte

dell’ONU disporrebbe non solo dei poteri espressamente attribuiti dalle norme

costituzionali, ma anche di tutti i poteri necessari per l’esercizio dei poteri espressi. In

questo modo è stata notevolmente ampliata la portata dei poteri dei suddetti organi,

deducendo alcuni poteri degli stessi addirittura da fini indeterminati dell’organizzazione.

Anche nell’ambito della comunità europea, la teoria dei poteri impliciti ha assunto

un’importanza fondamentale. Infatti secondo l’art. 308 del trattato CE il Consiglio, su

proposta della commissione e dopo aver consultato il Parlamento può intraprendere azioni

non previste dal trattato per cui i poteri impliciti non possono essere dedotti

dall’interpretazioni del trattato stesso. La corte di giustizia della comunità europea, tuttavia,

ha manifestato la tendenza a scavalcare il dettame dell’art. 308, ricavando poteri impliciti

direttamente dalle norme del trattato.

Secondo il Conforti la teoria in questione sembra assumere una portata eccessiva. Essa può

essere utilizzata finchè resta nei limiti di una interpretazione estensiva, ovvero quando

serve a garantire ad un organo il pieno esercizio delle funzioni assegnategli dal trattato

istitutivo, al contrario, ampliare oltre misura tale teoria potrebbe suscitare reazioni od

opposizioni da parte degli stati membri.

Sta di fatto che alcuni pareri della Corte internazionale di giustizia che hanno applicato la

teoria dei poteri impliciti (parei che secondo la carta dell’ONU non hanno parere vincolante)

sono rimasti lettera morta. Diverso è il discorso per la Corte della Comunità europea le cui

sentenze sono vincolanti.

La successione degli stati nei trattati (Convenzione di Vienna del 78 in vigore da 96)

Quando uno stato si sostituisce ad un altro nell’esercizio effettivo del potere di governo su

un territorio (per cessione, conquista, rivoluzione ecc.) occorre stabilire, sul piano giuridico,

se ed in che misura si trasmettono diritti ed obblighi internazionali ed interni dallo stato

predecessore a quello successivo.

A questa materia è dedicata la convenzione di Vienna stipulata nel 1978 ed entrata in vigore

nel 1996, la quale espressamente stabilisce che:

- le norme della convenzione si applicano alle successioni tra stati che siano intervenute

dopo l’entrata in vigore della convenzione. Esse dunque non hanno carattere retroattivo;

- non è necessario che lo stato successore sia già parte contraente della convenzione al

momento della successione; se lo stato successore aderisce alla convenzione, l’adesione

retroagisce al momento della successione, purchè la convenzione fosse già in vigore a

quell’epoca

Uno stato successore può dichiarare di voler applicare la convenzione ad una successione

intervenuta prima della stessa entrata in vigore di quest’ultima. Tale indicazione varrà solo

nei confronti di quelle parti contraenti che abbiano a loro volta dichiarato di accettarla.

Tra le disposizioni di carattere generale contenute nella convenzione di Vienna del 1978, è

opportuno ricordare i seguenti argomenti fondamentali:

SUCCESSIONE NEI TRATTATI LOCALIZZABILI

Un principio nella dottrina e nella prassi è che lo stato successore è sempre vincolato dai

trattati o dalle clausule di un trattato di natura reale o territoriale, c.d. localizzabili, cioè che

riguardano l’uso di determinate parti del territorio, conclusi dal predecessore (es. trattati

istitutivi di servitù di passaggio, nei confronti di territori vicini; accordi che prevedono la

libertà di navigazione di fiumi, canali ecc.

Non sembra invece doversi includere tra i trattati localizzabili quei trattati c.d di confine che

fissano le frontiere tra stati vicini, poichè tali trattati esauriscono la loro funzione nel

momento in cui la frontiera è determinata. Da quel momento va rispettato, non l’accordo,

17

ma il diritto di sovranità territoriale di ciascuno stato, che discende da un autonomo

principio di diritto internazionale.

Si tratta dell’applicazione alla materia successoria del principio generale rebus sic stantibus,

secondo il quale un trattato si estingue se mutano in modo radicale le circostanze esistenti al

momento della conclusione.

Un limite alla successione dei trattati localizzabili è costituito dalla intrasmissibilità degli

accordi di natura prevalentemente politica, cioè strettamente legati al regime vigente prima

del cambiamento della sovranità. L’obbligo di rispettare le frontiere stabilite dal

predecessore è generalmente sentito dagli stati sorti dalla decolonizzazione.

UTI POSSIDETIS

Principio – tale principio si riferisce ad una norma del 1810 che si

applica ai paesi sorti dalla decolonizzazione e prevede che gli stati latino-americani

ereditino dalla Spagna le frontiere della circoscrizione amministrative spagnole, esistenti al

momento dell’acquisto della indipendenza.

:

Successione nei trattati non localizzabili

La regola fondamentale per i trattati non localizzabili è la c.d. tabula tasa

I trattati non localizzabili costituiscono il maggior numero dei trattati esistenti.

tabula rasa,

Ad essi si applica la fondamentale regola della secondo la quale lo stato che

accordi

subentra nel governo di un territorio non è, salve talune eccezioni, vincolato dagli

conclusi dal predecessore. La prassi depone in tal senso.

Secondo la convenzione del 1978, la regola della tabula rasa si applica solo agli stati sorti

dal processo di decolonizzazione (stati di nuova indipendenza), per gli altri si preferisce la

regola della continuità dei trattati. Un simile trattamento differenziato non trova però

corrispondenza nel diritto consuetudinario.

Le ipotesi di mutamento di sovranità sono:

Distacco di parti del territorio

Il principio della tabula rasa si applica nell’ipotesi del distacco di una parte del territorio.

Si ha distacco quando una parte del territorio di uno stato si distacca da quest’ultimo e si

aggiunge al territorio di uno stato preesistente, ovvero quando sulla parte distaccatasi si

formano uno o più stati nuovi.

applica la regola della mobilità delle frontiere dei trattati,

Nel primo caso si in base alla

quale alla parte distaccatasi si estendono gli accordi vigenti nello stato subentrante e cessano

di avere vigore quelli vigenti nello stato che subisce il distacco.

Anche nel caso in cui sulla parte distaccatasi nascano uno o più stati nuovi (secessione), la

tabula rasa

prassi conferma l’applicazione della regola della quindi gli accordi vigenti

nello stato che subisce il distacco non avranno valore nei confronti del nuovo stato

formatosi. trattati bilaterali

Nell’ambito dei viene applicato integralmente il principio della tabula

rasa ai nuovi stati formatisi per distacco; tali trattati tuttavia possono conservare il proprio

valore purchè siano rinnovati (anche tacitamente) attraverso un accordo con la controparte.

multilaterali chiusi,

Lo stesso discorso vale per i trattati quelli cioè che non prevedono

l’adesione di stati diversi da quelli originari.

Al contrario nei trattati multilaterali aperti il principio della tabula rasa subisce una sorta di

temperamento: il nuovo stato, infatti, invece di aderire al trattato con effetto ex nunc, può

procedere alla notificazione di successione. Attraverso tale atto, la partecipazione dello stato

di nuova formazione retroagisce al momento dell’acquisto dell’indipendenza. L’adesione

ha quindi effetto ex nunc, la notificazione di successione ha effetto ex tunc.

Il discorso è diverso per quanto riguarda gli accordi di devoluzione: questi intercorrono tra

la ex madrepatria ed il nuovo stato, comportando il subentro di quest’ultimo nei trattati

conclusi dalla prima. Tali accordi non trasmettono i diritti e gli obblighi pattizzi del

predecessore, ma possono essere, anche tacitamente rinnovati. L’accordo di devoluzione,

18

non potendo avere efficacia sulle altre parti contraenti dei trattati devoluti, pone solo

l’obbligo per la ex colonia di compiere i passi necessari affinché i trattati vengano

rinnovati.

Smembramento di uno stato

Affine alla secessione è lo smembramento. Mentre la secessione non implica l’estinzione

dello stato che la subisce, la caratteristica dello smembramento sta nel fatto che uno stato si

estingue e sul suo territorio si formano due o più stati nuovi. Questi ultimi non conservano

nemmeno approssimativamente la stessa organizzazione di governo dello stato preesistente.

Questo è l’unico criterio idoneo a distinguere le due ipotesi, cioè quello della continuità o

meno dell’organizzazione di governo preesistente.

Ai fini della successione nei trattati si applicano le stesse regole del distacco, cioè si applica

sempre il principio della tabula rasa (ad eccezione degli accordi localizzabili), salva la

possibilità, per i trattati multilaterali aperti di procedere alla notificazione di successione.

La prassi più recente tuttavia, rivela la tendenza degli stati nuovi ad accollarsi le

obbligazioni pecuniarie pattizie dello stato smembrato, soprattutto al fine di continuare a

godere del credito internazionale. Tale tendenza si è manifestata recentemente nell’ambito

della vicenda dello smembramento dell’unione sovietica e della Iugoslavia.

Incorporazione e fusione tra stati

Si ha incorporazione quando uno stato si estingue, entrando a far parte di un altro stato; si ha

invece fusione quando due o più stati si estinguono e danno vita ad uno stato nuovo

In entrambe le ipotesi , il criterio di differenziazione tra la vecchia e la nuova situazione

consiste nell’organizzazione di governo: si avrà incorporazione e non fusione ogni

qualvolta sussista continuità tra l’organizzazione di governo di uno degli stati preesistenti e

l’organizzazione risultante dall’unificazione.

All’incorporazione si applica la regola della mobilità delle frontiere dei trattati

I trattati dello stato che si estingue cessano di avere vigore, mentre al territorio incorporato

si estendono i trattati dello stato incorporante. Per i trattati dello stato incorporato vale il

principio della tabula rasa. Lo stesso principio regola i casi di fusione: lo stato sorto dalla

fusione, sempre che sia effettivamente stato nuovo e che non presenti continuità per quanto

riguarda l’organizzazione di governo, nasce libero da impegni pattizi, salvo ovviamente gli

accordi localizzabili.

L'unica eccezione a questa regola sussiste quando le comunità incorporate o fuse, pur

estinguendosi come soggetti internazionali, conservano un notevole grado di autonomia

nell’ambito dello stato incorporante o creatosi dalla fusione (quando si instaura un vincolo

di tipo federale). In questi casi si ha continuità degli accordi limitatamente alla regione

incorporata o fusa e sempre che tale limitazione sia compatibile con l’oggetto e con lo scopo

dell’accordo. mutamento

Un problema di successione nei trattati si pone anche nel caso si verifichi un

radicale di governo.

Avviene quando in uno stato, per vie extralegali, si instaura un regime governativo diverso,

senza che per questo motivo lo stato subisca mutamenti territoriali. In altre parola muta la

persona dello stato stesso, dal momento che ogni stato, in quanto soggetto di diritto

internazionale, si identifica con il proprio apparato di governo. Con riguardo a tale ipotesi la

prassi è orientata nel senso della continuità degli accordi ad eccezione dei trattati

incompatibili con il nuovo regime.

L’argomento più dibattuto è quello della

Successione nei debiti contratti mediante accordo internazionale 19

Può accadere che il debito contratto da uno stato sia oggetto di un accordo internazionale. In

tal caso, per quanto riguarda la successione nei trattati , si applica il principio della tabula

rasa, ad eccezione di debiti localizzabili. La prassi più recente, relativa allo smembramento

dell’unione sovietica e della Iugoslavia, tende ad attuare un’equa ripartizione del debito

concordata tra gli stati nati dallo smembramento e tra questi ultimi ed i soggetti creditori;

ciò al fine di non interrompere il credito internazionale.

A tal proposito la convenzione di Vienna del 1983, applica il principio della tabula rasa

solo ai nuovi stati sorti dalla decolonizzazione. Riguardo alle altre ipotesi di mutamento di

sovranità, invece, prevede una successione nel debito pubblico localizzabile secondo una

proporzione equa., trovando, dunque, conferma nella prassi più recente (debiti localizzabili

sono quelli contratti dalle autorità pubbliche locali).

Cause di invalidità e di estinzione dei trattati.

Le cause di invalidità e di estinzione dei trattati di diritto internazionale coincidono, per lo

più, con quelle proprie dei negozi giuridici di diritto interno; esse sono disciplinate non solo

da norme consuetudinarie ad hoc, ma anche dai principi generali del diritto.

Le cause di invalidità rendono il trattato inidoneo a produrre effetti.

Le cause di estinzione producono la cessazione definitiva degli effetti dell’atto.

Cause di invalidità

L’errore essenziale – previsto dall’art. 48 della convenzione di Vienna. E’ un fatto, una

situazione che lo stato supponeva esistente al momento in cui è stato concluso il trattato e

che costituiva una base essenziale del consenso di questo stato;

il dolo previsto dall’art. 49;

la corruzione dell’organo stipulante;

la violenza morale e fisica esercitata sull’organo stipulante

Cause di estinzione

La condizione risolutiva

Il termine finale

La denuncia o il recesso

L’inadempimento della controparte

L’impossibilità sopravvenuta

L’abrogazione mediante accordo successivo delle parti

Tra le cause di invalidità assume particolare rilevanza per il diritto internazionale, la

violenza sia esercitata sull’organo stipulante il trattato, sia esercitata nei confronti dello

stato nel suo complesso tramite la minaccia o l’uso della forza.

Secondo l’art. 52 della convenzione di Vienna del 1969 “è nullo qualsiasi trattato la cui

conclusione sia stata ottenuta con l’uso o la minaccia della forza armata in violazione dei

principi della carta delle NU”.

Tali principi ammettono l’uso della forza solo per respingere un attacco armato

L’art. 52 corrisponde al diritto internazionale consuetudinario, anche se parte della dottrina

sostiene che la violenza sullo stato sia irrilevante, dal momento che, di solito, i trattati di

pace sono comunque considerati validi. Tale orientamento, però, non sembra convincente,

poichè i trattati di pace intervengono quando non c’è più la pressione delle armi e

rappresentano un componimento di interessi tra vincitori e vinti, anche se possono non

essere mai stipulati o ratificati dai vinti.

Si può quindi affermare che un trattato internazionale è invalido quando:

- tra minaccia o uso della forza armata e conclusione dell’accordo vi è effettivamente

un rapporto immediato e diretto;

- si tratta di uso della forza armata e non di pressioni politiche od economiche anche

se illecite; 20

- La violenza sullo stato è da configurare come causa di invalidità entro limiti ristretti.

parlando di forza occorre riferirsi alla forza nei rapporti internazionali, cioè a quella

di tipo bellico; un’altra cosa è la forza interna, cioè l’esercizio del potere di governo

sugli individui, irrilevante nel caso in esame.

Il problema dei trattati ineguali, ossia dei trattati rispetto ai quali una parte non abbia avuto

un ampio margine di potere contrattuale non si risolvono sul piano della validità;

l’ineguaglianza può trovare solo una correzione sul piano interpretativo.

Tra le cause di estinzione dei trattati, assume particolare rilievo per il diritto internazionale

clausula rebus sic stantibus.

la c.d. In base a tale clausula, un trattato si estingue, in tutto o

in parte, per il mutamento di circostanze di fatto essenziali esistenti al momento della

stipulazione dello stesso. La clausula, inoltre, opera anche se le parti non hanno previsto il

mutamento delle circostanze come causa di estinzione del trattato.

Secondo la convenzione di Vienna tale principio può trovare applicazione solo se:

1 – se le circostanze mutate costituivano la base essenziale del consenso delle parti;

2 – se il mutamento è tale da trasformare gli obblighi non ancora eseguiti;

3 – se il mutamento non sia conseguenza di un fatto illecito dello stato che lo invoca

Il principio rebus sic stantibus ha una sfera di applicazione abbastanza ampia, anche se

inteso restrittivamente.

Si applica, per esempio nei casi di successione di uno stato ad un altro nei diritti e negli

obblighi pattizi, poichè cadono gli accordi incompatibili con il nuovo regime: la

sopravvenuta impossibilità di prestazione è una forma di mutamento radicale; - qualora vi

sia, quindi, un mutamento radicale di governo, se mutano le circostanze di fatto essenziali

esistenti al momento della stipulazione i trattati si estinguono.

In caso di guerra gli accordi conclusi tra gli stati belligeranti non si applicano finchè durano

le ostilità. La sorte dei trattati, una volta ripristinata la pace, era per la regola classica,

orientata nel senso della estinzione. La prassi invece, si è sempre orientata a favore di molte

eccezioni: si nega l’effetto estintivo per trattati multilaterali, ma la giurisprudenza, anche

quella italiana, tende a considerare estinte quelle convenzioni incompatibili con lo stato di

guerra; tuttavia bisogna verificare di volta in volta se la guerra abbia determinato un

mutamento radicale delle circostanze esistenti al momento della stipulazione del trattato

(rebus sic stantibus);

Quando un accordo modifica gli impegni (incompatibilità tra norme convenzionali) che le

parti hanno contratto verso gli stati, prima di concludere nel senso della responsabilità

internazionale delle parti, bisogna accertare se quegli impegni non siano venuti meno a

causa di un radicale mutamento delle circostanze;

Il problema è molto controverso sulla

Automatica operatività delle cause di invalidità e di estinzione

Alcune tra le cause di invalidità e di estinzione operano automaticamente (es. termine

finale, abrogazione da parte di un accordo successivo).

Per quanto riguarda invece le altre cause, invece, (vizi della volontà o il mutamento

sopravvenuto delle circostanze) la dottrina non è concorde: alcuni propendono per

l’automaticità, secondo altri è sempre necessario un atto di denuncia notificato agli stati

contraenti, secondo altri ancora resta in vigore finchè non si accerta in modo imparziale la

causa di invalidità o di estinzione.

Si tende ad escludere l’automaticità quando la causa invalidante o di estinzione consiste in

fatti difficili da provare o di dubbia interpretazione..

Secondo il Conforti l’automaticità va riconosciuta, ma in senso circoscritto, per cui il

giudice interno che verifichi che il trattato sia affetto da una causa di invalidità o di

estinzione può disapplicarlo direttamente. Tale decisione, però, può avere effetto soltanto

per caso concreto sottoposto all’attenzione del giudice; non sarà, invece, vincolante in tutti

gli altri casi. In questo modo l’automaticità non è alternativa alla procedura della denuncia.

21

Per quanto riguarda la denuncia, invece, questa indica la volontà dello stato denunciante di

sciogliersi definitivamente dal vincolo contrattuale; qualora la denuncia non sia prevista dal

testo del trattato essa non è necessaria, pertanto uno stato vi ricorre al fine di evidenziare

maggiormente la causa di invalidità o di estinzione.

La denuncia del trattato vincola lo stato denunciante, mentre gli altri stati non sono vincolati

dalla unilaterale manifestazione di volontà di quest’ultimo; per questo motivo il trattato può

entrare in una fase di incertezza internazionale che, generalmente, viene risolta da un nuovo

accordo ovvero da un giudice internazionale.

La competenza a denunciare , inoltre, è stabilita in ciascuno stato con proprie norme

costituzionali; in Italia spetta al potere esecutivo, ma la prassi è sempre più orientata verso

una collaborazione tra governo e parlamento.

L’assenso del parlamento non è, tuttavia, vincolante, ma esso potrà sempre esercitare i

propri poteri di controllo (voto di sfiducia, messa in stato di accusa del governo ecc.)

La convenzione di Vienna, infine, stabilisce la seguente procedura per far valere l’invalidità

o l’estinzione dei trattati:

Lo stato invocante una causa di estinzione o di invalidità deve notificare la sua pretesa alle

parti contraenti, se entro un minimo di tre mesi non sono sollevate obiezioni, lo stato

dichiara estinto ed invalido il trattato con un atto comunicato alle altre parti e sottoscritto da

persona munita di pieni poteri; qualora invece siano sollevate obiezioni, lo stato denunciante

deve trovare una soluzione pacificamente entro 12 mesi.. In mancanza di una soluzione,

ciascuna parte può azionare una procedura conciliativa che di solito sfocia in una decisione

con carattere di mera esortazione; ha valore obbligatorio la decisione della corte

internazionale di giustizia solo se l’invalidità si fonda su di una norma di ius cogens (norme

di diritto internazionale che tutelano valori che la comunità internazionale ritiene

fondamentali e intangibili). Se la decisione così presa non è accettata dalle parti, la pretesa

di estinzione o di invalidità può restare paralizzata anche in perpetuo.

Si ritiene, pertanto che non sia illegittima la disapplicazione di un trattato da parte di un

giudice interno che abbia rilevato una causa di invalidità o di estinzione, purchè si tratti di

un accertamento limitato ad un singolo caso concreto.

Le fonti previste da accordi

Atti delle organizzazioni internazionali

Il fenomeno delle organizzazioni internazionali

1. Le Nazioni Unite

Come già accennato in precedenza, i trattati possono contenere non solo regole materiali,

ma anche regole formali o strumentali. L’esempio più importante in materia è oggi fornito

dalle organizzazioni internazionali: in tutti i casi in cui un organizzazione internazionale è

abilitata dal trattato istitutivo ad emanare decisioni vincolanti per gli stati membri si è in

presenza di una fonte prevista da accordo (fonte di terzo grado).

Raramente, però, tali organizzazioni sono dotate di un potere decisionale effettivo, di solito

si esprimono attraverso raccomandazioni, cioè esortazioni non vincolanti . Il motivo di

questa limitazione è da attribuire alla volontà degli Stati di non limitare eccessivamente la

loro sovranità.

Per quanto riguarda le Nazioni Unite, tale organizzazione (ONU) fu fondata dopo la

seconda guerra mondiale dalle cinque potenze vincitrici; successivamente ne sono divenuti

parte quasi tutti gli stati del mondo( la Svizzera non fa parte dell’ONU).

Le competenze dell’ONU, nonché i fini che tale organizzazione persegue sono

numerosissimi, essi, tuttavia possono essere classificati in tre grandi settori:

1. mantenimento della pace; 22

2. sviluppo delle relazioni amichevoli tra stati fondati sul rispetto dl principio

dell’uguaglianza dei diritti e della autodeterminazione dei popoli;

3. collaborazione in campo economico, sociale, culturale ed umanitario.

L’ONU non dispone, inoltre, di poteri vincolanti, se non in alcuni casi limitati.

Secondo l ‘art 7 della Carta delle Nazioni Unite, sono organi fondamentali dell’ONU:

Consiglio di Sicurezza - è composto da quindici stati membri di cui cinque a titolo

permanente (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) e dieci eletti

dall’assemblea, durano in carica due anni. Ogni membro permanente ha il diritto di veto,

cioè il potere di impedire col voto negativo l’adozione di qualsiasi delibera.

Il consiglio ha una competenza limitata: si occupa, infatti, soltanto del mantenimento

della pace e della sicurezza internazionale. Nonostante ciò può essere considerato

l’organo più importante dell’organizzazione, data la fondamentale importanza delle

materie di sua competenza, nonché il potere di emanare decisioni vincolanti. Le

decisioni vincolanti del consiglio di sicurezza riguardano le misure, non implicanti l’uso

della forza, che devono essere adottate dagli stati membri contro uno stato che minacci o

abbia violato la pace. In realtà il consiglio soltanto in due casi, tra i quali emerge quello

della Corea del Sud, ha emesso decisioni vincolanti, perché il solito è paralizzato dal

diritto di veto; più spesso ha espresso raccomandazioni. Nel mutato quadro

internazionale, tuttavia, il consiglio di sicurezza è stato in grado, nel corso del 1990, di

adottare varie risoluzioni che imponevano l’interruzione di ogni relazione economica

con l’Iraq (embargo) ed in seguito autorizzava l’uso della forza nei confronti di questo

stato che nell’agosto dello stesso anno aveva aggredito il Kuwait.

Assemblea generale

ne fanno parte tutti gli stati membri con pari diritto di voto. L’assemblea ha una

competenza più ampia rispetto a quella del consiglio, ma non ha gli stessi poteri

vincolanti.

Le decisioni vincolanti dell’assemblea generale riguardano, in particolare:

1 - la ripartizione delle spese dell’organizzazione che, approvate a maggioranza dei due

terzi, vincola tutti gli stati. Lo stato membro in arretrato di due annualità di contributi

non ha diritto di voto in assemblea. Si ritiene, inoltre che le spese di cui parliamo, siano

solo le spese ordinarie.

2 – le modalità e i tempi per concedere l’indipendenza ai territori sottoposti al dominio

coloniale.

Segretario generale

È nominato dall’assemblea su proposta del consiglio di sicurezza e rappresenta l’organo

esecutivo dell’organizzazione.

Corte internazionale di giustizia

E’ composta da 15 giudici e la sua funzione principale è dirimere le controversie fra

stati. Ha anche una funzione consultiva, ma i suoi pareri non sono obbligatori, né

vincolanti.

Consiglio di amministrazione fiduciaria e consiglio economico e sociale

Questi due organi sono eletti dall’assemblea generale e sono ad essa subordinati, in

quanto devono seguire le direttive e preparare atti che saranno formalmente adottati

dall’organo assembleare..

Organi sussidiari

Le NU hanno facoltà di istituire, qualora si renda necessario, degli organi sussidiari, non

dotati di poteri vincolanti ( es. UNICEF UNCTAD UNITAR) a carattere temporaneo o

permanente con funzioni che possono essere più o meno limitate.

Gli istituti specializzati delle nazioni unite 23

Gli istituti specializzati delle nazioni unite sono organizzazioni che operano in stretto

collegamento con le N.U. e ne subiscono un certo potere di coordinamento e controllo

pur essendo autonome, in quanto sorte da trattati distinti dalla carta delle NU.

Tra l’ONU e gli stati specializzati esistono degli accordi di collegamento che

comportano una sottoposizione di tali istituti dalla carta delle N.U.

Non si tratta, però, di accordi internazionali, ma solo di norme che formano parte

integrante del funzionamento dell’ONU e degli istituti stessi, di conseguenza la loro

violazione non costituisce illecito contrattuale,ma è solo causa di illegittimità delle

risoluzioni di uno di questi organi.

Le funzioni di tali istituti possono suddividersi in:

funzioni normative

- attraverso le quali vengono emanate raccomandazioni,

progetti di convenzioni, etc.

funzioni operative

- consistenti in deliberazioni ed esecuzione di programmi di

assistenza tecnica, aiuti, prestiti, etc.

opportuno, a tal punto , fornire un quadro generale di questi istituti:

È

FAO le sue funzioni concernono l’attività di ricerca ed informazione,nonché la promozione

ed esecuzione di programmi relativi ai settori dell’agricoltura e dell’alimentazione. Organi :

Conferenza,Consiglio, Direttore Generale.

ILO è l’organizzazione internazionale del lavoro, le cui funzioni fondamentali consistono

nell’emanazione di raccomandazioni, nonché nella preparazione di progetti di convenzione

multilaterale in materia lavorativa. Tali progetti di convenzione vengono comunicati agli

stati membri che possono ratificarli o meno, ma hanno in ogni caso l’obbligo di sottoporli

agli organi competenti per la ratifica entro in dato termine e di comunicare al direttore

generale dell’ILO le decisioni prese in merito. Organi: Conferenza Generale,Consiglio di

amministrazione, ufficio internazionale del lavoro, direttore generale.

UNESCO svolge le sue funzioni nell’ambito della cultura dell’educazione dell’istruzione.

Organi Conferenza generale comitato esecutivo e segretariato.

ICAO è un organizzazione competente ad emanare disposizioni sul traffico aereo, che

costituiscono vere e proprie norme internazionali vincolanti anche per gli stati dissenzienti.

WHO è l’organizzazione mondiale della sanità, il cui fine principale consiste nella tutela

della salute per tutti i popoli del mondo. Tale organizzazione ha, tra l’altro, il potere di

emanare regolamenti vincolanti, eccetto che per i paese dissenzienti.

IMO si occupa dei problemi relativi alla sicurezza ed efficienza nei traffici marittimi.

ITU,WHO, IPU tali istituti si occupano,rispettivamente, di tematiche relative alle

telecomunicazioni, meteorologia,poste. Emanano decisioni non vincolanti.

IMF(fondo monetario internazionale) organi: Consiglio di amministrazione e direttore

generale.

Il fondo promuove la collaborazione monetaria internazionale, la stabilità dei cambi e

l’equilibrio delle varie bilance dei pagamenti.

Per raggiungere tali scopi dispone di un capitale sottoscritto pro-quota da stati membri:

questi possono ricorrere alle riserve del fondo limitatamente alla quota sottoscritta ed a

condizioni di volta in volta fissate,per fronteggiare squilibri nella propria bilancia dei

pagamenti.

La valuta è acquistata con moneta nazionale e va restituita in un arco di tempo di tempo

compreso tra tre e cinque anni.

Le condizioni di volta in volta fissate per accedere al fondo sono oggetto di lettere di

intenti sottoscritte da un rappresentante dello stato richiedente; tali lettere rientrano nella

categoria degli accordi in forma semplificata.

BR (Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo)

FAD fondo internazionale sviluppo agricolo 24

WIPO UNIDO AEA sono istituti che si occupano rispettivamente di problemi relativi alla

proprietà intellettuale nel mondo, allo sviluppo industriale e tecnologico degli stati membri,

allo sviluppo ed alla diffusione delle applicazioni pacifiche dell’energia atomica.

WTO Organizzazione mondiale del commercio. Svolge compiti in materia di

liberalizzazione del commercio mondiale. Per quanto riguarda le fonti di diritto

internazionale, l’organizzazione è dotata del potere di emanare decisioni vincolanti in tema

di

Interpretazione di norme dello statuto;

dispensa temporanea di uno stato membro dagli obblighi derivanti dalle norme stesse;

contromisure in caso di inadempienza da parte di uno stato membro.

L’organizzazione, infatti svolge anche il compito di risolvere le controversie relative agli

accordi che fanno capo ad essa.

Le comunità europee e l’unione europea

Le comunità europee CECA (scaduta nel 2002 e non più rinnovata è stata assorbita

dalla CE) CE (prima CEE) EURATOM sono composte da 15 stati membri e

costituiscono organizzazioni distinte e separate tra loro, anche se agiscono attraverso organi

comuni. I trattati istitutivi delle comunità sono stati modificati in maniera significativa da

due trattati successivi: l’atto unico europeo ed il trattato sull’Unione europea di Maastricht,

entrato in vigore nel 1993. Quest’ultimo in particolare ha dato vita all’unione europea che

si fonda su una cooperazione tra le comunità europee in materia di politica estera, giustizia

ed affari interni. E’ stata inoltre potenziata la funzione del Parlamento europeo e promossa

una maggiore integrazione economica e politica tra gli stati membri. Quanto alla natura

delle Comunità Europee si discute se esse siano organizzazioni internazionali, cioè

organizzazioni di stati sovrani o embrioni di stato federale secondo parte della dottrina esse

sarebbero organizzazioni sopranazionali oltre che internazionali, essendo titolari di ampi

poteri decisionali e avendo la facoltà di sostituirsi agli stati in rapporti anche solo interni ed

anche per l’esistenza di una Corte di giustizia. In realtà, le Comunità europee sono

organizzazioni internazionali a tutti gli effetti differenziandosi, semmai, dalle altre, solo

quantitativamente e non qualitativamente, anche perché il centro del potere decisionale è

costituito ancora dagli esecutivi nazionali.

Le comunità europee sono

La CECA che mira a realizzare un mercato comune nel settore carbo-siderurgico (confluita

nella CE).

L’EURATOM che ha come finalità di realizzare un mercato comune nel settore dei

materiali e delle attrezzature per produrr energia atomica;

La CE che è la più importante delle tre comunità dal momento che investe l’intera vita

economico-sociale degli stati membri. Questa organizzazione prima del trattato di

Maastricht era denominata CEE ed è divenuta poi CE nell’intento di evidenziarne

maggiormente il valore sociale, oltre che quello economico.

Il trattato istitutivo della CE prevede:

la libera circolazione delle merci, cd unione doganale. Questa consiste nell’abbattimento

delle barriere doganali fra gli stati membri e nell’istituzione di tariffe doganali comuni verso

i paesi terzi;

la libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali;

gli interventi degli organi comunitari volti a garantire la libera concorrenza (cd normativa

antitrust) nonché una comune politica agricola commerciale e del trasporto ecc.

comunità europee:

Sono organi delle

Commissione – è un organo composto da 20 individui non da stati. Tali individui hanno

l’obbligo di non ricevere istruzioni da alcun governo. La commissione è nominata di

comune accordo tra gli stati membri: Nella CECA rappresenta l’organo decisionale mentre

25


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

52

PESO

387.32 KB

AUTORE

MrStout

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MrStout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Alunno Rossetti Franco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto internazionale

Riassunto esame Diritto Internazionale, prof. Davì, libro consigliato Le Nazioni Unite, Conforti
Appunto
Riassunto esame Diritto Internazionale, prof. Giardina, libro consigliato Diritto Internazionale, Conforti
Appunto
Riassunto esame Diritto Internazionale, prof. Picone, libro consigliato Diritto dell'Organizzazione Mondiale del Commercio
Appunto
Diritto internazionale - Appunti
Appunto