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Diritto internazionale - internazionalizzazione della vita sociale Appunti scolastici Premium

Appunti sulle lezioni del professor Picone relativi ai principali concetti di Diritto internazionale, con particolare riferimento all’internazionalizzazione della vita sociale. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l’ordinamento internazionale e la sua funzione di regolazione dei rapporti tra Stati, i fatti della vita interprivata, le... Vedi di più

Esame di Diritto internazionale docente Prof. P. Picone

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Gli atti dell’organizzazione internazionale sono fonti di terzo grado e posano sul consenso degli

Stati, i quali consentono all’organizzazione internazionale di porre in essere atti vincolanti.

Ritorniamo, ora, alle funzioni dell’ordinamento internazionale e confrontiamole con le funzioni

dell’ordinamento interno.

a) Nell’ordinamento interno la legislazione spetta al Parlamento (o meglio, alle forze politiche che

si accordano prima); nell’organizzazione internazionale, invece, sono proprio gli Stati che, con il

proprio consenso, gestiscono la produzione di fonti.

b) Per quanto riguarda la giurisdizione, nell’organizzazione internazionale non possono esserci

organi giurisdizionali. L’equivalente delle giurisdizione interna, quindi, può essere l’arbitrato (che

nell’ordinamento interno è un istituto complementare alla giurisdizione statale). L’arbitrato, infatti,

è il classico mezzo di risoluzione delle controversie fra gli Stati: gli Stati si accordano con un

compromesso arbitrale ed investono un organo del potere di risolvere una determinata controversia.

c) Per quel che concerne l’esecutivo, nell’organizzazione internazionale non vi sono, ad esempio,

organi che riparano l’illecito. L’istituto corrispettivo, quindi, è quello dell’autotutela

(paradossalmente si tratta della “legge del taglione”): è la reazione dello Stato leso, abilitato

appunto dall’organizzazione internazionale a reagire ad un torto subito da altro Stato con un altro

illecito, per tutelare le proprie ragioni.

DIRITTO INTERNAZIONALE – Prof. Picone- giovedì 27 gennaio 2005

Nello statuto della Corte internazionale di giustizia l’art. 38 dà un’illustrazione delle principali fonti

utilizzabili nei diritti fra gli Stati. Questo articolo contiene una sorta di gerarchia delle fonti

principali di diritto internazionale:

1) Accordi

2) Consuetudine

In questo caso non è corretto, però, parlare di gerarchia in senso stretto, perché la consuetudine è

una fonte di primo grado e generale (produce norme validi ed efficaci per la generalità); l’accordo,

invece, è fonte di norme particolari (vincola, cioè, solo le parti, ossia gli Stati, che lo concludono).

Sarebbe, quindi, più opportuno effettuare un altro elenco:

1) Consuetudine

2) Accordi

L’elencazione dell’art. 38, però, costituisce un metodo pratico per il giudice che, per la risoluzione

delle controversie internazionali, fa dapprima riferimento agli accordi e poi alla consuetudine.

Questo articolo, inoltre, non fa alcun riferimento all’altra fonte: gli atti.

La fonte di primo grado, comune, è la consuetudine.

Sorge, però, un problema di cui ha trattato anche Popper: diuturnitas ed opinio iuris, nella tesi della

costituzione dualistica, convergono per creare la consuetudine, fonte che appunto produce norme di

efficacia e validità generale.

Secondo la tesi dualistica, l’opinio iuris è un elemento formativo della consuetudine: quando però

gli Stati manifestano la doverosità giuridica, in quel momento la consuetudine non si è ancora

formata (nasce, infatti, alla fine). La costruzione dualistica sembra dunque essere molto labile: è

come se l’opinio iuris avvenga per errore, prima che la norma si sia formata. Ma in realtà quando si

parla dell’opinio iuris, si afferma che gli Stati seguono quel determinato comportamento a cui

ricollegano una doverosità giuridica, da cui soltanto successivamente nascerà la consuetudine

internazionale, e non seguono già una norma (che non si è ancora formata).

Sorge, poi, un secondo problema: il comportamento degli Stati (opinio iuris) deve essere generale?

Ma quanti devono essergli Stati che assumono quel comportamento? È sufficiente che un solo

Stato sia contrario perché la consuetudine non si formi? L’opinio iuris per essere assieme alla

diuturnitas validamente esistente deve essere sorretta da un consenso degli Stati: il consenso degli

Stati corrisponde al consenso delle forze sociali prevalenti.

Queste forze sociali prevalenti, espressive di un consenso attribuibile alla comunità internazionale,

devono essere considerate caso per caso.

Poniamo l’esempio di una consuetudine sorta nel campo della non proliferazione nucleare: è

importante che questa consuetudine sia sorretta dal massimo consenso degli Stati, ma soprattutto dal

consenso di quegli Stati che possiedono arsenali nucleari.

Prendiamo, ora, l’esempio di una consuetudine sorta in materia di investimenti: in questo campo

esistono Paesi interessati all’esportazione di capitali ed altri Paesi che hanno interesse ad importare

investimenti esteri. Non sempre prevalgono, però, le condizioni dei Paesi esportatori: anche in

questo caso c’è un riferimento alle forze sociali prevalenti.

Sorge, inoltre, un terzo problema sui tempi: quanto deve durare il comportamento degli Stati a che

si formi la consuetudine? Oggi il fattore tempo diminuisce; qualcuno afferma addirittura che vi

possono essere delle consuetudini istantanee le quali, però, sono pericolose, proprio perché danno

agli Stati il potere di imporre un determinato precetto senza aspettare un determinato tempo per fare

in modo che la prassi si sia consolidata. Vi possono anche essere delle situazioni in cui le prassi

sono poste da Stati forti del sistema, costitutive di consensi istantanei, anche se in realtà la

consuetudine poggia sul ripetersi di comportamenti nel tempo.

Vi è, poi,un quarto problema: la consuetudine è fonte di norme generali, che vincolano cioè tutti gli

Stati, anche quelli che con il loro comportamento non hanno aderito alla prassi e non hanno

contribuito alla formazione della consuetudine. Nel caso in cui uno Stato, quindi, faccia valere

sempre il proprio dissenso nei confronti di una consuetudine, non può comunque essere escluso

dalla consuetudine stessa.

Sorge, poi, un quinto problema, in tutti quei casi in cui la consuetudine non si forma dal concorso

della diuturnitas e dell’opinio iuris.

Sono sorte, a fronte di questo problema, due teorie:

1) Consuetudine intesa come tacito accordo

2) Consuetudine, come fonte di norme generali, che si forma solo sulla base del consenso,

dell’opinio iuris (è la cosiddetta “consuetudine selvaggia”).

La teoria 1) non ha mai trovato una base nella giurisprudenza della Corte internazionale di

Giustizia, ma è stata sorretta solo dai Paesi socialisti. Erano gli autori sovietici, dunque, che

sostenevano questa teoria. Ma perché? E con quali effetti? L’accordo tacito vincola solo gli Stati

che hanno stipulato tale accordo (accordo che poi ha sorretto la consuetudine): non si può, quindi,

imporre la portata della consuetudine ad un terzo Stato dissenziente. La teoria 1) è sorta e si è

diffusa perché si era diffusa l’idea che gli Stati socialisti vivessero in una condizione di

accerchiamento (erano, cioè, accerchiati da altri Stati che imponevano loro determinate norme). I

Paesi socialisti, quindi, si difendevano con questa teoria dalle norme imposte loro dai Paesi

occidentali.

La teoria 2) fu, invece, sostenuta dai Paesi in via di sviluppo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi

degli anni ’80, con il concludersi del processo di colonizzazione (che era cominciato agli inizi degli

anni ’60). In quegli anni, infatti, vi furono molte disposizioni solenni, proposte dall’Assemblea

generale, che affermavano molti principi importanti a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo e a

scapito dei Paesi industrializzati.

Queste due teorie e la teoria della costruzione dualistica della consuetudine sottolineano la

differenza del modo di essere della costituzione materiale e del modo di essere delle fonti generali

dell’ordinamento: nel punto finale di equilibrio fra queste tre posizioni contrapposte, ha finito per

prevalere la teoria della costruzione dualistica della consuetudine (in cui è forte il consenso delle

forze sociali prevalenti).

Come tutte le norme internazionali, anche la consuetudine produce effetti all’interno degli

ordinamenti statali (per questo è un fenomeno che ci interessa da vicino).

Le consuetudine sono oggetto di un adattamento all’interno del nostro Stato: il primo comma

dell’art. 10 Cost. sancisce che “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto

internazionale generalmente riconosciute”: le norme di diritto internazionale, quindi, entrano a far

parte dell’ordinamento italiano.

Sorgono, inoltre, notevoli problemi che riguardano l’accertamento di una consuetudine: è al giudice

che spetta il compito di accertare l’esistenza di una prassi e l’esistenza di tutte le componenti di una

consuetudine.

L’esistenza di trattati e di accordi non prevede una regola consuetudinaria; il mero fatto che esista

un normativa basata su un accordo dimostra che quella normativa non è consuetudinaria: questo per

sottolineare che è molto difficile accertare l’esistenza di una normativa consuetudinaria.

Proprio perché è molto difficile rilevare il modo di essere delle norme consuetudinarie (non scritte)

si richiama l’esistenza di un importante fenomeno: codificazione delle norme del diritto

internazionale.

La consuetudine può essere fonte di norme generali o particolari: la consuetudine stessa, dunque,

può essere generale o particolare (persino due Stati possono dar vita ad una consuetudine,

particolare appunto, detta “consuetudine locale”).

La base di una consuetudine locale è l’accordo tacito, che non vincola lo Stato dissenziente la

consuetudine locale deroga alla costruzione dualistica, ma è appunto sottoposta all’accordo tacito

(questa, però, non è la tesi del Conforti).

Le norme generali prodotte dalla consuetudine sono derogabili alla tradizionale norma del diritto

internazionale. Le consuetudini più importanti (jus cogens) sono, invece, inderogabili, non

tollerano, cioè, accordi fra Stati che vogliono derogare alle stesse.

Ritorniamo, ora, al fenomeno della codificazione, di cui si accenno anche nell’art. 13 (lettera a)

della Carta delle Nazioni unite. La convenzione di Vienna sui diritti dei trattati è una classica

convenzione di codificazione che contiene regole scritte, chiare e generali.

Di convenzioni di codificazione ne sono state fatte molte: basti pensare, ad esempio, alle quattro

convenzioni di Ginevra sul diritto del mare, nel ’59. Alcune di esse non hanno avuto successo,

come quelle nate nel campo del diritto commerciale internazionale.

Questi accordi di codificazione si propongono di tradurre in un testo scritto il diritto internazionale

generale: alcuni autori affermano che l’accordo ha un valore ed una efficacia che vanno al di là

degli Stati contraenti. Conforti, giustamente, afferma che gi accordi producono effetti solo tra gli

Stati che li hanno codificati. La Corte internazionale di Giustizia ha riconosciuto che gli accordi di

codificazione non producono effetti per quegli Stati che non li codificano.

Anche quando non sono perfette queste codificazioni rappresentano il momento di coagulo per la

prassi manifestata dagli Stati. La convenzione, dunque, finisce per essere la base di alcuni

comportamenti statali.

L’importanza del fenomeno di codificazione sta in quello che la codificazione stessa riesce a

prospettare per il futuro. Gli Stati, rifacendosi a queste norme, ne danno valore generale (analizzare

bene questa parte sul Conforti).


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti sulle lezioni del professor Picone relativi ai principali concetti di Diritto internazionale, con particolare riferimento all’internazionalizzazione della vita sociale. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l’ordinamento internazionale e la sua funzione di regolazione dei rapporti tra Stati, i fatti della vita interprivata, le fonti dei diritto internazionale (gli accordi, le consuetudine, gli atti dell’organizzazione internazionale).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Picone Paolo.

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