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ES.: i nostri diritti dell’uomo: la violazione non comporta nemmeno che ci sia uno Stato direttamente leso. Quando viene violata una

norma dei diritti dell’uomo, non c’è uno Stato direttamente leso che potrebbe far valere la responsabilità internazionale dello Stato

autore, perché se lo Stato viola i diritti dell’uomo nei confronti dei suoi cittadini, non c’è uno Stato che è direttamente leso dalla

violazione: ci sarebbe, se venissero violati i diritti degli stranieri, ma se invece vengono violati i diritti dei cittadini dello Stato, non c’è

uno Stato direttamente leso = questo è un esempio di norme, quelle dei diritti dell’uomo, istitutive di vincoli erga omnes: quando

uno Stato viola i diritti dell’uomo, se si tratta di diritti garantiti da un trattato internazionale, commette un illecito nei confronti di tutte

le parti del trattato, oppure, se si tratta di una norma di diritto internazionale consuetudinario, nei confronti di tutti i membri della

comunità internazionale.

Quindi, questa unica vera conseguenza dei crimini internazionali non è una conseguenza che si ha solo quando viene commesso

un crimine internazionale: è una conseguenza che si ha tutte le volte in cui viene violata una di quelle norme tipiche del diritto

internazionale moderno, specialmente in materia di diritti umani, ma ormai non più solo in questo campo, non è più considerarsi

una conseguenza solo della violazione di quelle norme che elenca la Commissione, ma una violazione di tutte quelle norme.

Questa è una conseguenza esclusiva dei crimini internazionali, ma ci sono altre conseguenze dei crimini internazionali, elencate al

CAP. IV del Progetto:

- ART. 51: Un crimine internazionale comporta tutte le conseguenze giuridiche di qualsiasi altro atto internazionalmente

illecito e, in aggiunta, le ulteriori conseguenze previste negli articoli 52 e 53;

- ART. 52: Quando un atto internazionalmente illecito di uno Stato è un crimine internazionale:

a) il diritto di uno Stato offeso di ottenere la restituzione in forma specifica non è soggetto alle limitazioni previste alle

lettere c) e d) dell’articolo 43 = non comporti un onere al di fuori di ogni proporzione rispetto al beneficio che lo

Stato offeso trarrebbe dall’ottenere la restituzione in forma specifica invece del risarcimento, o non pregiudichi

seriamente l’indipendenza politica o la stabilità economica dello Stato che ha commesso l’atto internazionalmente

illecito, laddove lo Stato offeso non subirebbe analoghe conseguenze se non ottenesse la restituzione in forma

specifica;

b) il diritto di uno Stato offeso di ottenere soddisfazione non è soggetto alla restrizione contenuta nel paragrafo 3

dell’articolo 45 = il diritto dello Stato offeso di ottenere soddisfazione non giustifica richieste che

pregiudicherebbero la dignità dello Stato che ha commesso l’atto internazionalmente illecito.

- ART. 53: Un crimine internazionale commesso da uno Stato comporta l’obbligo per ogni altro Stato:

a) di non riconoscere come legittima la situazione creata dal crimine;

b) di non prestare aiuto o assistenza allo Stato che ha commesso il crimine nel mantenere la situazione così creata;

c) di cooperare con altri Stati nell’adempiere agli obblighi, ai sensi delle lettere a) e b); e

d) di cooperare con altri Stati nell’attuazione di misure tese ad eliminare le conseguenze del crimine.

Ma sono tutte conseguenze scarsamente significative: l’unica vera conseguenza è che quando viene commesso un crimine, tutti gli

Stati sono lesi e possono adottare delle contromisure. Però è una situazione controversa nella dottrina e nella prassi ed è una

conseguenza che non è tipica solo dei crimini internazionali, ma è tipica di tutte le violazioni di norme istitutive di obblighi erga

omnes, sia che si tratti di norme consuetudinarie, sia che si tratti di norme pattizie (nel qual caso saranno lesi non tutti gli Stati, ma

solo gli Stati parti del trattato che è stato violato).

Quando viene commesso un crimine internazionale, almeno uno di quei crimini considerati più gravi (es. atto di aggressione, atto di

genocidio, apartheid, o gravi violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo), l’unico carattere distintivo di questi gravi illeciti

internazionali, è che questi gravi illeciti spesso danno luogo ad una di quelle minacce alla pace in presenza delle quali può

intervenire l’ONU, attivando il suo sistema di sicurezza collettivo (che vedremo).

AUTOTUTELA: tradizionalmente, è la forma tipica di attuazione coercitiva del diritto dell’ordinamento internazionale, che è

l’ordinamento primitivo, quindi anche per questo aspetto lascia agli Stati il compito di esercitare una funzione fondamentale tipica

degli ordinamenti giuridici, che è quella di garantire l’osservanza del diritto e di attuare coercitivamente le norme internazionali,

quando queste siano state violate, con tutte le conseguenze negative del caso.

A proposito dell’autotutela, la prima cosa da dire è che nel diritto internazionale contemporaneo, rispetto al diritto internazionale

tradizionale, c’è stato un mutamento fondamentale a proposito dell’autotutela. Mutamento fondamentale che è costituito dal fatto

che una delle norme fondamentali del diritto internazionale contemporaneo è costituita dal divieto della minaccia e dall’uso della

forza armata nelle relazioni internazionali. Nel diritto internazionale classico, la forza armata non era vietata nei rapporti

internazionali: in particolare, gli Stati potevano liberamente dichiarare, esplicitamente, la guerra ad un altro Stato ed instaurare il

cosiddetto stato di guerra nei rapporti tra gli Stati belligeranti, il cosiddetto stato di guerra, che comportava essenzialmente la

sospensione del diritto internazionale di pace (e diveniva lecito anche il bombardamento e, quindi, l’uso della forza nei confronti

dello Stato nemico, perché era stata sospesa la norma che tutelava la sovranità territoriale, perché il diritto di pace era sospeso in

tempo di guerra) e, invece, divenivano applicabili le norme del diritto internazionale bellico, diritto di guerra.

L’instaurazione dello stato di guerra comportava poi delle conseguenze negative anche per gli Stati terzi, non parti del conflitto

armato, perché l’instaurazione dello stato di guerra portava, oltre che la sospensione del diritto di pace nei rapporti tra i belligeranti

e l’applicazione del diritto di guerra nei rapporti tra i belligeranti, comportava anche l’applicazione, nei rapporti con gli Stati estranei

al conflitto armato, di tutta una serie di norme, che costituivano il diritto della neutralità, che prevedevano quasi esclusivamente

degli obblighi a carico degli Stati neutrali, degli obblighi ispirati tutti ai principio generale dell’imparzialità nei confronti degli Stati

belligeranti. Quindi, i neutrali, una volta che fosse stato instaurato lo stato di guerra tra due o più Stati, avevano una serie di

obblighi, tutti discendenti da questo principio generale di imparzialità, per cui i neutrali non potevano aiutare in nessun modo gli

Stati parti della guerra.

Anche al di fuori del caso specifico della guerra, gli Stati potevano ricorrere alla forza armata anche senza dichiarare esplicitamente

la guerra ad un altro Stato.

La guerra aveva tutte queste conseguenze giuridiche: sospensione del diritto di pace, inizio del diritto di guerra (nei rapporti tra i

belligeranti); applicazione del diritto della neutralità (nei rapporti con gli Stati terzi).

Uno Stato poteva ricorrere alla forza anche senza provocare tutte queste conseguenze, cioè, si diceva, USARE LA FORZA IN

TEMPO DI PACE, al di fuori della guerra: quindi, senza dichiarare la guerra, mantenendosi nell’ambito del diritto di pace, che

continuava a regolare i rapporti internazionali, lo Stato poteva invocare una serie di giustificazioni che avrebbero giustificato la

violazione del diritto di sovranità di un altro Stato attraverso l’uso della forza.

Cause di giustificazione che erano, non solo la legittima difesa (che si può invocare quando uno Stato viene attaccato militarmente

da un altro Stato, per reagire all’attacco armato), ma anche la rappresaglia, o contromisure (uno Stato che ha subito un illecito da

parte di un altro Stato, magari non costituito dall’uso della forza, lo Stato può adottare delle rappresaglie armate, intervenendo

militarmente con la forza per costringere lo Stato autore a pagare un indennizzo equo).

Ma c’è una serie di altre cause di giustificazione che potevano giustificare un intervento armato in territorio altrui, anche senza che

venisse instaurato lo stato di guerra, quindi mantenendosi nel diritto internazionale di pace:

ESEMPIO: l’intervento a protezione dei cittadini all’estero era considerato generalmente lecito nel diritto internazionale tradizionale,

cioè quelle situazioni in cui all’interno dello Stato la vita degli stranieri veniva messa in pericolo e lo Stato territoriale, o non era in

grado, o non voleva proteggere la vita degli stranieri presenti nel suo territorio, lo Stato di nazionalità di questi stranieri poteva

intervenire, anche con la forza, per proteggere i propri cittadini all’estero.

PER CONCLUDERE: Nel diritto tradizionale, quindi, l’uso della forza non era illecito: gli Stati potevano dichiarare la guerra,

instaurando uno stato di guerra in tempo tecnico e sospendendo l’applicazione del diritto di pace, oppure, senza sospendere

l’applicazione del diritto di pace e senza instaurare lo stato di guerra, giustificare sulla base di una serie di cause di esclusione

dell’illecito, l’uso della forza, un uso della forza

“minoris generis”, per interventi armati più circoscritti, finalizzati a determinati scopi, come, in particolare, nel caso non tanto della

legittima difesa, quanto nel caso della rappresaglia e dello stato di necessità che poteva giustificare, ad esempio, l’intervento di

protezione dei cittadini all’estero o altre forme di intervento in territorio straniero anche con la forza per soddisfare un interesse

anche essenziale dello Stato.

La situazione nel diritto internazionale era che gli Stati potevano liberamente ricorrere alla guerra senza dover invocare nessuna

causa di giustificazione, potevano dichiarare la guerra sospendendo l’applicazione del diritto di pace e rendendo, invece,

applicabile il diritto bellico nei rapporti con gli altri belligeranti e il diritto della neutralità nei rapporti con gli Stati terzi, oppure anziché

ricorrere alla guerra, che di solito aveva lo scopo di annientare in nemico, potevano ricorrere a delle forme di coercizione al di fuori

della guerra che avevano scopi più limitati, ma in questo caso, visto che si rimaneva nell’ambito del diritto di pace, dovevano

invocare delle cause di giustificazione per la violazione della sovranità territoriale degli altri Stati, che potevano essere la legittima

difesa, ma anche la rappresaglia, lo stato di necessità, che giustificano l’uso della forza in tutta una serie di situazioni, compreso, ad

esempio, l’uso della forza a protezione dei cittadini all’estero. Nel corso del nostro secolo abbiamo iniziato a sperimentare una serie

di limitazioni alla possibilità per gli Stati di usare la forza militare come forma di autotutela.

E il primo gradino, prima di arrivare alla Carta dell’ONU, che è il diritto vigente, è stato il Patto istitutivo della Società delle Nazioni,

che fu ammesso ai trattati di pace che conclusero la I guerra mondiale: esso già procedeva ad una limitazione della possibilità per

gli Stati di usare la guerra, ma è una limitazione molto relativa, perché esso cercava di limitare esclusivamente il ricorso alla guerra

nei rapporti internazionali: in particolare, ammetteva che gli Stati ricorressero alla guerra soltanto dopo che fossero trascorsi 3 mesi

da un’eventuale decisione arbitrale o giudiziale, o dall’intervento del Consiglio della Società delle Nazioni, per cercare di risolvere

una controversia, e comunque non contro uno Stato che si fosse conformato alla sentenza arbitrale o alla relazione del Consiglio,

se approvata all’unanimità. Innanzitutto, non c’era un divieto di ricorrere alla guerra, ma solo l’obbligo di ricorrere alla guerra come

estrema ratio, trascorsi 3 mesi dalla sentenza o dal rapporto del Consiglio della Società delle Nazioni.

Ulteriore gradino lo abbiamo nel 1928 con la stipulazione di un trattato internazionale, il Patto di Parigi di rinuncia alla guerra, un

trattato multilaterale che secondo alcuni sarebbe ancora in vigore e secondo altri si sarebbe estinto, il quale conteneva un divieto

generale di ricorrere alla guerra.

Arriviamo all’ultimo gradino, che è quello del diritto vigente, che è la Carta dell’ONU, la quale contiene una norma fondamentale:

ART. 2/4 = I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità

territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite. =

non si parla più di guerra, ma si parla di uso della forza e si prescrive un divieto generale di usare la forza nelle relazioni

internazionali, superando quella distinzione tra guerra e azioni coercitive al di fuori della guerra, che era tipica del diritto

internazionale e che rimaneva ancora dopo il Patto della Società delle Nazioni, dopo il Patto di Parigi nel 1928, e che era fonte di

abusi perché ogni volta che si cercava di limitare il ricorso alla guerra, gli Stati non dichiaravano più la guerra, così come non lo

fanno più oggi, quindi gli Stati cercavano sempre di sfuggire al divieto o alla limitazione di ricorrere alla guerra dicendo che usavano

la forza al di fuori della guerra, che non c’era nessuno stato di guerra in senso tecnico, e che l’uso della forza era giustificato da

questa o da quella causa di giustificazione.

La Carta dell’ONU ha in qualche modo arginato, anche se non completamente, perché ci sono delle eccezioni anche sulla Carta

dell’ONU a questo divieto, comunque contiene un divieto generale dell’uso della forza che ha eliminato la distinzione tra la guerra in

senso tecnico e l’uso della forza al di fuori della guerra, caratteristica del diritto internazionale tradizionale ed era spesso fonte di

abusi nelle relazioni internazionali.

La distinzione tra guerra e mezzi coercitivi fuori dalla guerra nel diritto internazionale è ormai obsoleta, tant’è vero che, oggi, il diritto

bellico (il diritto dei conflitti armati), quindi le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i due Protocolli aggiuntivi del 1977 del diritto

internazionale umanitario, e tutte le altre Convenzioni relative alla condotta delle ostilità in tempo di guerra, e anche le norme

consuetudinarie, sono applicabili non più soltanto alle guerre dichiarate, quindi a dei conflitti armati in cui è stato instaurato uno

stato di guerra in senso tecnico, come si faceva in epoche passate e oggi non si fa quasi più, ma sono applicabili a tutti i conflitti

armati, indipendentemente dal fatto che sia stato o meno riconosciuto da tutti i belligeranti lo stato di guerra. Quindi, basta che ci

sia un conflitto armato internazionale, perché si applichino le norme del diritto internazionale umanitario (come si chiama oggi): si

applicano sulla base del fatto che materialmente c’è un conflitto armato, indipendentemente dalla volontà delle parti di qualificarlo

come guerra o non qualificarlo come guerra. Una situazione che, almeno dal punto di vista del diritto internazionale, ha eliminato la

vecchia distinzione e ha messo un po’ in crisi anche il vecchio diritto della neutralità, nel senso che oggi è scontato che le norme

che una volta si chiamavano norme di diritto internazionale bellico, che oggi si chiamano norme dei conflitti armati, si applicano nei

rapporti tra gli Stati parti del conflitto, indipendentemente dal fatto che ci sia uno Stato di guerra in senso tecnico, quindi basta che

ci sia il conflitto armato che gli Stati parti devono entrambi rispettare il diritto internazionale umanitario, invece le norme del diritto

della neutralità che regolavano i rapporti tra gli Stati parti del conflitto e gli Stati terzi (Stati neutrali), è dubbio che oggi siano ancora

in vigore e che si applichino agli Stati terzi anche di caso di conflitto non qualificabile come guerra, perché i neutrali non ci stanno

più, come in passato a tollerare tutta una serie di obblighi, di imparzialità, nei confronti dei belligeranti e a soffrire tutta una serie di

limitazioni di quelli che sono i loro normali diritti in tempo di pace (ivi compreso il diritto di commercio, di navigazione, ecc.), di fronte

ad un conflitto che non è tecnicamente qualificabile come guerra. Quindi, mentre il diritto consuetudinario, per quello che riguarda i

rapporti tra i belligeranti, si è chiaramente evoluto nel senso che non c’è più bisogno dello stato di guerra perché si applichino le

norme del diritto dei conflitti armati, basta che ci sia un conflitto armato quale che sia; invece, per quanto riguarda le norme del

diritto della neutralità, è più dubbio che questa evoluzione ci sia stata e siamo oggi in una situazione di incertezza, in cui i

belligeranti pretendono di poter esercitare certi diritti nei confronti dei neutrali, e i neutrali spesso non accettano di dover sottostare

a determinati obblighi che non hanno in tempo di pace, o di sottostare all’esercizio di certi diritti da parte dei belligeranti, che

interferiscono con il loro libero commercio, con la loro libera navigazione in alto mare, ecc.

Il problema della neutralità resta ancora irrisolto, mentre invece, per quanto riguarda i conflitti armati, è ormai un dato acquisito che

la guerra è irrilevante: il concetto di guerra in senso tecnico può ancora avere un rilievo nel diritto interno, perché purtroppo le

Costituzioni di molti Stati non sono aggiornate, compresa la nostra: ma si tratta di situazioni che possono essere attivate quando c’è

uno stato di guerra, se invece non c’è uno stato di guerra, la Costituzione italiana non conosce il concetto di conflitto armato, tant’è

vero che i nostri militari che vengono inviati in operazioni militari all’estero e possono essere spesso coinvolti in situazioni di conflitto

armato, ci vanno sulla base della legislazione applicabile in tempo di pace, ad es., si applica il codice penale militare di pace e non

il codice penale militare di guerra.

Quindi, abbiamo una situazione del diritto interno in cui la distinzione tra la guerra in senso tecnico e altre forme di conflitto non

qualificabili tecnicamente come guerra, può ancora avere un suo rilievo ai fini dei rapporti tra il Governo e il Parlamento, ai fini

dell’applicazione di tutta una serie di norme interne che presuppongono uno Stato di guerra, Ma nel diritto internazionale, questa

distinzione, almeno per quanto riguarda l’applicazione del diritto bellico, non ha più molto senso: può avercelo, al limite, per quello

che riguarda il diritto della neutralità, che infatti, non a caso, è entrato in crisi.

Torniamo al divieto dell’uso della forza, di cui l’ART. 2/4 della Carta dell’ONU, e vediamo quali sono i principali problemi

interpretativi di questa disposizione:

1) parla della minaccia o dell’uso della forza, senza specificare se si tratta di forza armata o se si tratta anche di altre forme di

coercizione politico-economica. Qui, però, l’interpretazione prevalente, giustificata anche sulla base dei lavori preparatori è

quella che la forza vietata è solo la forza armata. Conforti ritiene che nel diritto internazionale contemporaneo si sia

formata un’altra norma che vieta anche, non tutte le norme di coercizione economica, ma solo quelle forme estreme di

coercizione economica, con le quali uno Stato mette in ginocchio l’intera economia di un altro Stato. A parte il fatto che

non è chiaro che esita questa norma diversa da quella che invece vieta l’uso della forza armata, che esiste sicuramente, e

che noi troviamo enunciata nell’ART. 2/4 della Carta dell’ONU. L’ART. 2/4, secondo l’interpretazione più diffusa, che noi

condividiamo, si limita a vietare la minaccia o l’uso della forza armata;

2) L’ART. 2/4 vieta anche la minaccia dell’uso della forza: e di qui tutta una serie di controversie interpretative a proposito di

cosa debba intendersi per minaccia dell’uso della forza. Alcune di queste controversie interpretative sono state

recentemente risolte dalla Corte internazionale di Giustizia, che è stata chiamata ad interpretare il divieto della minaccia o

dell’uso della forza di cui all’ART. 2/4. Il primo intervento l’abbiamo avuto con una famosa sentenza del 1986 del caso del

Nicaragua: il Nicaragua aveva citato davanti alla Corte internazionale di Giustizia gli USA (in quanto entrambi questi Stati

avevano fatto quella famosa dichiarazione unilaterale di accettazione della giurisdizione della Corte, che rende possibile,

una volta che sorge una controversia, che uno Stato si faccia attore e citi un altro Stato dinanzi alla Corte senza bisogno

che ci sia un accordo tra gli Stati parti della controversia), e il Nicaragua aveva citato gli USA per accusare il Governo degli

USA di aver violato il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. La Corte, si è pronunciata dicendo anche che

il fatto che uno Stato confinante con un altro Stato innalzi il suo livello di armamenti non costituisce di per sé una minaccia

dell’uso della forza da considerarsi vietata dall’ART. 2/4. Altro intervento della Corte abbastanza importante, perché ha

risolto una questione molto dibattuta nella dottrina e nella prassi del diritto internazionale, si è avuto con un Parere del

1986 chiesto alla Corte dall’Assemblea Generale sulla liceità dell’uso delle armi nucleari in tempo di conflitto armato e tra

le tante cose dette dalla Corte in questo parere, c’è anche quella per cui il possesso delle armi nucleari e quindi una

politica di deterrenza che sta alla base della detenzione delle armi nucleari di per sé non è vietata e non costituisce una

minaccia dell’uso della forza in base all’ART. 2/4 (cosa che invece era stata sostenuta in dottrina e anche nella prassi da

vari Stati non nucleari nei confronti degli Stati nucleari).

Per quanto riguarda il divieto della minaccia dell’uso della forza di cui all’ART. 2/4, altra cosa importante da mettere in evidenza è

che qui si parla di minaccia dell’uso della forza nelle relazioni internazionali: l’ART. 2/4 si occupa solo dei rapporti tra gli Stati o tra i

soggetti di diritto internazionale, ma principalmente dei rapporti tra gli Stati, anzi l’ART. 2/4 si occupa solo dei rapporti fra Stati,

perché parla di “membri” (e i membri dell’ONU sono gli Stati). L’uso della forza inteso come esercizio della potestà coercitiva da

parte di uno Stato all’interno dello Stato stesso, non è vietata dall’ART. 2/4 della Carta dell’ONU. Quindi, la repressione con la forza

di un’insurrezione all’interno dello Stato non è vietata dall’ART. 2/4 della Carta dell’ONU; così come non è vietata, a maggior

ragione, l’uso della coercizione da parte dello Stato per far valere le sue norme all’interno dello Stato, per far rispettare la legge

d’ordine. Ma anche nei casi più eclatanti, in cui ci sia un’insurrezione, non è vietato l’uso della forza da parte dello Stato.

C’è un caso in cui s’intende a ritenere che l’uso della forza per reprimere un’insurrezione sia da considerarsi illecito, ma non perché

contrario all’ART. 2/4, ma perché contrario ad un’altra norma fondamentale che è il principio di autodeterminazione dei popoli,

ipotesi in cui l’uso della forza effettuata da uno Stato per reprimere l’insurrezione che provenga da un popolo, che rientra tra quelli

beneficiari del principio di autodeterminazione.

L’ART. 2/4 non vieta l’uso della forza all’interno dello Stato: vieta solo l’uso della forza nei rapporti con gli altri Stati, nelle relazioni

internazionali.

Non sarebbe, in ogni caso, da considerarsi come uso della forza nelle relazioni internazionali l’uso della coercizione da Corte da

parte dello Stato nei confronti dei semplici privati cittadini stranieri che si trovino all’interno del territorio dello Stato.

Quindi, tornando all’ART. 2/4 = uso della forza nei rapporti internazionali, ma non nei rapporti interni; il divieto della minaccia e

dell’uso della forza nei rapporti internazionali è un divieto generale e completo, c’è chi tende a limitarlo dicendo (ART. 2/4) che

devono astenersi dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.

ESEMPIO: c’è chi sostiene che l’intervento armato in territorio straniero per proteggere i cittadini dello Stato presenti nel territorio

straniero, che si trovino in pericolo di vita o altro, non è contrario all’ART. 2/4, perché ha uno scopo limitato che è quello di

proteggere i cittadini, e non è diretto contro l’indipendenza politica o l’integrità territoriale dello Stato.

Questo divieto della minaccia dell’uso della forza, che troviamo enunciato nell’ART. 2/4, perché è stato per la prima volta introdotto

dalla Carta dell’ONU, è oggi da considerarsi come un divieto presente anche nel diritto internazionale consuetudinario, precisando

che questo divieto della minaccia dell’uso della forza è prescritto in una norma consuetudinaria cogente, che non ammette nessuna

deroga, se non da una stessa norma cogente, che non può essere derogata da un trattato e che comporta l’invalidità o l’estinzione

di un trattato contrario a questa norma cogente: si tratta anche di una norma, la cui violazione, secondo la Commissione di diritto

internazionale, darebbe luogo non ad un normale illecito, ma addirittura ad un crimine internazionale, cioè ad una violazione grave

dell’ART. 2/4, quale può essere un atto di aggressione.

Dobbiamo precisare che ci sono delle eccezioni al divieto dell’uso della forza. La più importante è la legittima difesa (….). Ma

dobbiamo precisare, però, che la Carta ONU prevedeva, in un certo senso, 3 eccezioni, perché questo divieto dell’uso della forza

che veniva imposto a tutti i membri dell’ONU doveva avere poi un contraltare e questo la Carta dell’ONU lo aveva previsto,

prevedendo che l’ONU si caricasse del ruolo di poliziotto internazionale attraverso il sistema di sicurezza collettiva, incentrato sul

Consiglio di Sicurezza; quindi, si vietava l’uso della forza da parte degli Stati, però poi si prevedeva che almeno nelle situazioni più

gravi (minaccia della pace, violazione della pace, atti di aggressione, quelle sulla base delle quali si attiva il cap. VII della Carta), il

Consiglio della Sicurezza potesse lui intervenire o con misure implicanti o non implicanti l’uso della forza per mantenere o ristabilire

la pace internazionale.

Le due eccezioni che ci riferiamo ora sono quelle che riguardano gli Stati singolarmente considerati: la Carta prevedeva che, in due

casi, anche i singoli Stati potessero usare la forza, facendo così eccezione all’ART. 2/4. Un’eccezione è la legittima difesa (…);

l’altra eccezione, oggi caduta in desuetudine, è quella dell’uso della forza contro gli Stati ex nemici: ART. 107 = Nessuna

disposizione del presente Statuto può infirmare o precludere, nei confronti di uno Stato che nella seconda guerra mondiale sia stato

nemico dei firmatari del presente Statuto, un’azione che venga intrapresa o autorizzata, come conseguenza di quella guerra, da

parte dei Governi che hanno la responsabilità per tale azione. = si tratta di una norma formulata in modo molto ambiguo, ma tale

norma pur nella sua ambiguità veniva così interpretata: sembrava prefigurare di usare lecitamente la forza da parte degli Stati

firmatari della Carta dell’ONU, quelli partecipanti alla Conferenza di San Francisco, contro gli Stati ex nemici (Italia, Germania,

Giappone, e loro alleati). Tale norma oggi possiamo considerarla caduta in desuetudine e tra l’altro è inserita al CAP. XVII della

Carta, intitolato “delle disposizioni transitorie di sicurezza”.

Ora che tutti questi Stati ex nemici sono entrati a far parte dell’ONU, non è più utilizzabile l’ART. 107 per autorizzare l’uso della

forza nei confronti di questi Stati.

La seconda eccezione, e l’unico caso in cui gli Stati possono, ai sensi della Carta dell’ONU, usare individualmente la forza, è

costituito dalla LEGITTIMA DIFESA: ART. 51 = Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di legittima

difesa individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro delle N.U. fintantoché il Consiglio di

Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese dai membri

nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non

pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere

in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.

L’ART. 51 è inserito nel cap. VII della Carta, il quale prevede quello che l’ONU può fare per far fronte ad una situazione di minaccia

alla pace, violazione alla pace o di atto di aggressione. E’ previsto poi, che come contraltare al divieto dell’uso della forza, l’ONU

possa svolgere delle azioni di polizia che possano anche implicare l’uso della forza. Nonostante la Carta abbia previsto che gli Stati

non possono usare la forza, perché c’è l’ONU che, in teoria, dovrebbe intervenire quando si tratta di mantenere o ristabilire la pace,

al cap. VII è stato inserito questo art. 51………

Nonostante questa forma di monopolio dell’uso della forza che la Carta ha voluto attribuire all’ONU, vietando invece agli Stati di

usare la forza, è previsto pur sempre, come eccezione al divieto dell’uso della forza, la possibilità per ogni Stato di difendersi anche

con la forza nel caso in cui questo Stato sia la vittima di un attacco armato, almeno fintantoché il Consiglio di Sicurezza non

intervenga adottando le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

Si usa, addirittura, il termine diritto naturale di legittima difesa, come se fosse uno di quei diritti naturali che nessun diritto positivo

può, in alcun modo, conculcare.

Ma a parte questa classificazione di diritto naturale, la prima cosa da dire a proposito dell’ART. 51 è che, nella famosa sentenza del

Nicaragua del 1986, la Corte Internazionale di Giustizia, così come ha detto che l’ART. 2/4 corrisponde al diritto consuetudinario,

ha detto che anche l’ART. 51 corrisponde al diritto consuetudinario: quindi, questa eccezione al divieto dell’uso della forza è da

considerarsi nei limiti in cui è previsto dall’ART. 51, previsto anche dal diritto internazionale consuetudinario, con l’eccezione al

divieto della minaccia e dell’uso della forza armata nelle relazioni internazionali.

PRESUPPOSTO DELLA LEGITTIMA DIFESA = ATTACCO ARMATO

Solo quando c’è un attacco armato è possibile per uno Stato difendersi usando la forza, quindi giustificare l’uso della forza a titolo

di legittima difesa.

Alla luce dell’interpretazione corretta dell’ART. 51 sembra esclusa la legittima difesa preventiva, probabilmente ammessa nel diritto

consuetudinario tradizionale prima che emergesse il divieto dell’uso della forza nei rapporti internazionali: alcuni Stati tuttora

sostengono che quando c’è una minaccia dell’uso della forza nei confronti di uno Stato, lo Stato minacciato può, a titolo di legittima

difesa preventiva, usare la forza, senza aspettare che questa minaccia si sia tradotta in un effettivo attacco armato.

Però l’interpretazione corretta, avallata anche dalla Corte internazionale di Giustizia, nel caso del Nicaragua, è che la legittima

difesa preventiva non è ammessa nel diritto internazionale contemporaneo, perché l’ART. 51, che appunto corrisponde ai benefici

della Corte al diritto consuetudinario, parla chiaramente di attacco armato e ciò significa che deve esserci un attacco armato in atto

perché sia possibile usare la forza a titolo di legittima difesa.

Quindi, il presupposto è essenzialmente l’attacco armato: l’attacco armato riferito all’ART. 51 non è un qualsiasi uso della forza, che

pure è vietato dall’ART. 2/4, ma sono solo le violazioni più gravi nell’ART. 51 che possono considerarsi come un attacco armato e

quindi legittimano la vittima a difendersi usando la forza.

Siccome questa è l’unica eccezione al divieto dell’uso della forza, ci sono tutta una serie di tentativi, nella dottrina e nella prassi,

diretti ad ampliare la portata di questa eccezione. E uno dei modi per ampliare la portata dell’ART. 51 è cercare di ampliare la

nozione di attacco armato e qui ci sono tutta una serie di controversie in dottrina su cosa sia un attacco armato: c’è chi ha una

nozione più restrittiva e chi ha una nozione meno restrittiva.

Un aiuto può venirci dal concetto di aggressione: l’aggressione è una grave violazione dell’ART. 2/4 ed è una di quelle situazioni

che legittimano l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel quadro del cap. VII.

C’è chi identifica la nozione di aggressione con la nozione di attacco armato, facendo leva sul fatto che il testo francese parla di

aggressione, mentre il testo inglese parla di attacco armato: quindi, c’è chi dice che la nozione di aggressione e la nozione di

attacco armato, sono la stessa cosa. Viene qui in nostro aiuto una di quelle famose Dichiarazioni di Principi dell’Assemblea

Generale dell’ONU (che come sappiamo non sono vincolanti, ma hanno un loro valore), una Dichiarazione adottata nel 1974 che

per fare un po’ di chiarezza su questa nozione di aggressione, ha adottato una definizione dell’aggressione. Questa dichiarazione

di principi del 1974 è interessante non tanto per la definizione di carattere generale che da dell’aggressione (=l’aggressione è l’uso

della forza armata da uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, o in qualsiasi

altro modo incompatibile con la Carta dell’ONU), ma dopo aver dato questa definizione di carattere generale, all’ART. 3, fa un

elenco meramente esemplificativo (non tassativo) degli atti che sono considerati atti di aggressione:

1) è un atto di aggressione, l’invasione o l’attacco con le forze armate di uno Stato nel territorio di un altro Stato, o qualsiasi

occupazione militare, anche se temporanea, che risulti da una tale invasione o da un tale attacco, o qualsiasi annessione

con l’uso della forza del territorio di un altro Stato o di una sua parte;

2) il bombardamento da parte delle forze armate di uno Stato contro il territorio di un altro Stato o l’uso di qualsiasi arma da

parte di uno Stato contro il territorio di un altro Stato;

3) il blocco dei porti o delle coste di uno Stato con le forze armate di un altro Stato. (blocco è la tipica misura bellica della

guerra navale, con il quale la flotta militare di uno Stato impedisce l’accesso e l’uscita dal porto di uno Stato = totale

interdizione di ogni forma di commercio e comunicazione con il porto bloccato);

4) (esempio dubbio) l’attacco non solo nei confronti delle navi militari, ma anche un attacco sistematico nei confronti della

flotta mercantile degli Stati stranieri;

5) l’uso della forza armata di uno Stato che sono nel territorio di un altro Stato con l’accordo dello Stato ospite, in

contravvenzione delle condizioni stabilite nell’accordo o qualsiasi estensione della loro presenza in tale territorio, oltre il

termine finale dell’accordo = se le forze militari usano la forza al di là dell’accordo che è stato stipulato tra lo Stato ospite e

lo Stato di bandiera, abbiamo un atto di aggressione;

6) rapporto di complicità nell’aggressione: è, infatti, considerato un atto di aggressione da questa risoluzione, l’azione di uno

Stato il quale consente che il suo territorio, messo a disposizione di un altro Stato, sia usato da quest’altro Stato per

perpetrare un atto di aggressione nei confronti di uno Stato terzo;

7) (esempio controverso, venuto in considerazione nel caso Nicaragua): il Nicaragua accusava gli USA di aver commesso un

atto di aggressione nei confronti del Nicaragua, per il fatto che gli USA appoggiavano economicamente e con altre forme

di appoggio, questo gruppo di ribelli (contrasts) che agivano contro il Governo legittimo del Nicaragua. Ebbene,

quest’ultimo esempio fatto dall’ART. 3 della Dichiarazione del 1974, è l’invio da parte o per conto di uno Stato di bande

armate, gruppi irregolari o mercenari, che pongono in essere atti di forza armata contro un altro Stato, di tale gravità che

ammontino ad uno qualsiasi degli atti precedentemente elencati. Questa è un’ipotesi di aggressione indiretta in cui lo Stato

non agisce direttamente attraverso i suoi organi, ma agisce indirettamente attraverso bande armate, gruppi irregolari o

mercenari, che invia nel territorio di uno Stato straniero o ai quali comunque ordina di commettere degli atti, che la

risoluzione del 1974, considera atti di aggressione. Questa definizione va oltre, in quanto dice che è atto di aggressione

non solo l’invio di queste bande armate, ma anche il fatto che lo Stato sia sostanzialmente coinvolto nell’azione di queste

bande armate: quindi, anche se lo Stato non è lui che li ha inviati, però è coinvolto in maniera sostanziale nell’azione di

queste bande = ed era proprio questo il caso del Nicaragua. La Corte disse: “gli USA, pur sostenendo economicamente,

attraverso varie forme di sostegno, l’attività dei contrasts, non esercitano su questi contrasts un controllo tale da poter dire

che l’azione dei contrasts è un’azione propria del Governo degli USA”; pertanto i contrasts, secondo la Corte, non erano

qualificabili come organi di fatto del Governo degli USA, mentre al Governo degli USA doveva considerarsi

sostanzialmente coinvolto dell’azione di questi contrasts. La seconda parte di questo esempio che fa la dichiarazione del

1974, cioè il mero fatto che uno Stato, pur non inviando direttamente questi gruppi, sia però sostanzialmente coinvolto,

perché fornisce un’assistenza economica o di altro tipo a queste bande armate, è una violazione del diritto internazionale,

è una violazione della sovranità dello Stato, è una violazione dell’obbligo di non intervento negli affari interni, ma non è un

atto di aggressione imputabile allo Stato contro il quale la vittima può usare la forza a titolo di legittima difesa.

Anche se noi partiamo dal presupposto che queste definizioni di aggressione e di attacco armato coincidano, in realtà questa

definizione dell’aggressione, che di per sé non è vincolante, va presa con calma, perché almeno qualcuno degli esempi che

vengono fatti, in questa risoluzione, di atti di aggressione, è dubbio che costituiscano dei casi di attacco armato (uno è quest’ultimo

esempio fatto, ma anche il quarto esempio).

CARATTERI CHE DEVE AVERE L’AZIONE A TITOLO DI LEGITTIMA DIFESA: Essenzialmente questi caratteri sono due, che poi

però esprimono la stessa cosa, e sono la necessità e la proporzionalità, secondo cui lo Stato vittima dell’attacco armato può

prendere tutte le misure, implicanti l’uso della forza, che siano necessarie e proporzionali al fine che si propone la legittima difesa:

fine che è quello di difendersi dall’attacco, e quindi provocare la cessazione di questo attacco, e anche rimuovere eventualmente le

conseguenze che dell’attacco siano derivate.

ESEMPIO: guerra del Falkland, dell’inizio degli anni ’90 = fu provocata dall’invasione delle isole Falkland, che sono un territorio

dipendente della corona britannica, che si trova nei pressi dell’Argentina, invasione provocata da un gruppo di uomini abbastanza

esiguo, ma a questa invasione delle isole Falkland, la Gran Bretagna rispose inviando una sua flotta da guerra………..

Quindi, necessità e proporzionalità vanno intese in questo senso: tutto ciò che è necessario per perseguire lo scopo della legittima

difesa, che è uno scopo difensivo, ma è anche lo scopo di rimuovere le conseguenze negative che eventualmente siano state

provocate dall’attacco armato.

Naturalmente, poi, necessità e proporzionalità significano anche che lo Stato che agisce a titolo di legittima difesa, al pari però dello

Stato aggressore, deve anche rispettare il diritto internazionale bellico: a questo proposito il diritto internazionale bellico risponde

ancora al principio dell’eguaglianza dei belligeranti, sia lo Stato aggressore, sia lo Stato aggredito, devono rispettare il diritto

internazionale dei conflitti armati, pena la punizione dei responsabili a titolo di criminali di guerra.

A proposito del termine finale, previsto dall’ART. 51, per cui la legittima difesa è ammissibile, ma solo fintantoché il Consiglio di

Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

E qui è molto discusso su cosa siano le misure necessarie per mantenere la pace (….). Quando si parla di misure necessarie, in

presenza delle quali lo Stato vittima dovrebbe cessare di usare la forza a titolo di legittima difesa, devono intendersi, ai sensi

dell’ART. 51, come misure necessarie, solo quelle che siano effettivamente suscettibili di mantenere o ristabilire la pace.

Concludendo: la legittima difesa, già sappiamo, è una causa di esclusione dell’illecito che esclude però un particolare tipo di illecito,

che è l’uso della forza; quindi, la legittima difesa giustifica l’uso della forza.

Ma l’ART. 51 parla di legittima difesa:

- individuale , che si ha quando la vittima dell’attacco armato usa la forza a titolo di legittima difesa;

- collettiva , che si ha quando a fianco della vittima dell’attacco armato intervengono con la forza degli Stati terzi per aiutarlo

a difendersi e quindi per reagire all’attacco armato.

Anche qui il caso Nicaragua è servito a chiarire un po’ cosa si intende per legittima difesa collettiva: gli USA, nella prima fase del

procedimento, erano parti in giudizio contestando la giurisdizione della Corte, dicendo che la controversia non potesse essere

decisa dalla Corte, per mancanza di giurisdizione; ma la Corte si pronunciò con una prima sentenza dicendo che invece aveva

giurisdizione e poteva quindi procedere ad esaminare nel merito della controversia; e a quel punto gli USA decisero di non

partecipare più al procedimento e si ebbe una sorta di giudizio in contumacia, ma gli USA fecero lo stesso in modo che la Corte

sapesse quali fossero le argomentazioni del Governo americano e tra le tante cose che disse il Governo americano per difendersi,

c’era anche quella che la sua azione, ammesso che fosse un’azione illecita, potesse giustificarsi a titolo di legittima difesa, perché

gli USA dicevano che il Nicaragua aveva commesso un atto di aggressione attraverso una serie di attività che aveva svolto: quindi,

gli USA agivano a fianco degli Stato aggredito a titolo di legittima difesa collettiva. La Corte rigettò questa argomentazione, dicendo

che la legittima difesa collettiva presuppone sempre una richiesta dello Stato vittima, come ad esempio, nel caso del Kuwait, il

quale chiese l’intervento di tutti gli Stati disponibili per aiutarlo a riconquistare il territorio che era stato interamente occupato da

parte dell’Iraq.

Legittima difesa collettiva significa che gli Stati terzi possono intervenire a fianco della vittima dell’attacco, se la vittima chiede

questo intervento degli Stati terzi: non c’è nessun obbligo di intervenire.

Citiamo a questo proposito l’ART. 5 del Trattato Istitutivo della NATO, secondo il quale: le parti si accordano nel senso che un

attacco armato, contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, sarà considerato come un attacco armato contro

ognuna di esse e, conseguentemente, si accordano nel senso che se un tale attacco armato si verifichi, ciascuna di esse, in

esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’ART. 51 della Carta dell’ONU, assisterà la Parte o le

Parti così attaccate e prenderà, individualmente o di concerto con le altre Parti, quell’azione che ritenga necessaria, incluso l’uso

della forza armata per mantenere o ristabilire la sicurezza nell’area nord atlantica. = si tratta di una norma un po’ ambigua che

prevede, però, un obbligo di intervento a fianco dello Stato vittima dell’attacco armato.

Una norma simile la troviamo formulata nel trattato istitutivo di quella famosa unione dell’Europa occidentale, la UEO =

organizzazione internazionale nata tra alcuni Stati europei alla fine della II guerra mondiale, che oggi dovrebbe diventare, nelle

intenzioni degli Stati membri dell’UE, il braccio armato dell’UE, nell’ambito del II pilastro, quello della PESC, e sarà anch’essa

dotata di una struttura militare e dovrebbe utilizzare l’unione dell’Europa occidentale come il suo braccio armato, quando si tratti di

usare la forza nel quadro di una politica di difesa comune.

La Corte dell’ONU prevede che l’unica eccezione al divieto dell’uso della forza, da parte degli Stati individualmente considerati, è la

legittima difesa. Questo spiega anche perché gli Stati tentino oggi di ampliare il concetto di legittima difesa, al di là di una corretta

interpretazione dell’art. 51.

CASI CHE NELLA PRASSI SI SONO PRESENTATI E SI PRESENTANO TUTTORA, IN CUI GLI STATI, O ALMENO ALCUNI

STATI, CERCANO DI GIUSTIFICARE IL RICORSO ALLA FORZA ARMATA, ANCHE AL DI LA’ DEL CASO IN CUI C’E’

L’ATTACCO ARMATO: Sono i casi che già si verificavano prima della Carta ONU, cioè l’intervento in territorio altrui per proteggere

i propri cittadini che si trovino in situazione di pericolo e il governo locale non sia in grado, o non voglia, proteggere efficacemente la

vita o i beni dei cittadini stranieri presenti sul suo territorio; l’intervento di umanità (ritornato di attualità durante la guerra del

Kossovo), perché ci sono degli Stati che ritengono lecito intervenire militarmente in territorio altrui, non solo per difendere i propri

cittadini, ma anche quando si tratta di reagire contro massicce violazioni di diritti dell’uomo da parte del governo costituito o anche

quando il governo costituito non è responsabile, quando all’interno dello Stato c’è una situazione tale per cui ci sono degli atti di

genocidio, o comunque, massicce violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. L’intervento di umanità, fino a qualche anno fa, era

ancora di dubbia liceità di quanto non fosse l’intervento a protezione dei cittadini all’estero, perché era contestato dalla

maggioranza degli Stati. Oggi ha cominciato ad essere appoggiato, soprattutto dagli Stati occidentali. Ci sono altre forme di

intervento armato, la cui liceità e però sostenuta soltanto dagli USA: si tratta delle forme di intervento armato per reagire al

terrorismo internazionale, in particolare quanto il terrorismo internazionale è un terrorismo di Stato o sponsorizzato dagli Stati = Es.

la Libia, accusata di essere stata responsabile di attività terroristica ai danni degli USA = ipotesi in cui gli USA tengono la massima

super potenza mondiale e sono spesso tentati di intervenire militarmente, non solo per tutelare dei diritti discendenti dalle norme di

diritto internazionale, ma anche per tutelare degli interessi non giuridicamente protetti, quindi in aperta violazione del diritto

internazionale e decidono di intervenire con la forza, cosicché sostengono la liceità di questo tipo di intervento.

Per il diritto internazionale tradizionale queste forme di intervento potevano giustificarsi sulla base dei valide fasi di giustificazione,

perché non c’era solo la legittima difesa: c’era anche la RAPPRESAGLIA, che poteva giustificare un intervento armato quando si

riteneva che lo Stato vittima avesse commesso precedentemente un illecito e si reagiva con la rappresaglia armata nei confronti

dello Stato autore dell’illecito internazionale per costringerlo a cessare l’illecito internazionale e costringerlo a fornire un’adeguata

riparazione.

Oggi la rappresaglia c’è ancora, ma non è considerata come un’eccezione al divieto dell’uso della forza, perché oggi le

rappresaglie possono consistere solo in misure non implicanti l’uso della forza, perché l’unica eccezione al divieto dell’uso della

forza è la legittima difesa. In passato si poteva invocare anche lo stato di necessità per giustificare una forma di intervento armato,

quando lo Stato sul cui territorio si voleva intervenire, non era responsabile dell’illecito e non c’era rappresaglia perché lo Stato

contro il quale si voleva intervenire non aveva commesso nessun illecito, però lo Stato interveniente diceva, es. nell’ipotesi di

protezione dei cittadini all’estero, di non aver altro mezzo per tutelare l’interesse essenziale dello Stato.

Stando al diritto vigente, lo stato di necessità non è un’eccezione al divieto dell’uso della forza: l’unica eccezione resta la legittima

difesa.

Per questo motivo, si cerca di ampliare il concetto di legittima difesa per farci rientrare almeno qualcuna di queste ipotesi.

ES.: gli USA, quando sono intervenuti a protezione dei cittadini all’estero, hanno sostenuto la teoria in base alla quale, almeno nelle

ipotesi in cui lo Stato territoriale è responsabile della situazione di questo tipo, quindi un attacco nei confronti dei cittadini dello Stato

è equiparabile ad un attacco armato nei confronti dello Stato, quindi lo Stato potrebbe reagire a titolo di legittima difesa,

proteggendo i suoi cittadini all’estero. Non è, però, una teoria accettabile, in quanto i cittadini non sono organi dello Stato, non

fanno parte dello Stato-persona.

L’unica possibilità che rimane per giustificare queste forme di intervento è sostenere che ci sia una prassi nella comunità

internazionale volta a legittimare certe forme di intervento armato, anche al di là della legittima difesa. Però questa prassi non si è

ancora trasformata in diritto consuetudinario vigente, in quanto, finora, queste forme di intervento hanno sempre suscitato delle

proteste.

Questi interventi che non possono essere giustificati alla luce del concetto di legittima difesa, possono essere giustificati solo se c’è

il consenso dello Stato territoriale, per es., quando si interviene a protezione dei cittadini all’estero in territorio altrui con il consenso

dello Stato territoriale, oppure quando sono autorizzate dalle Nazioni Unite ( = sistema di sicurezza collettiva) le quali quando non

riescono loro stesse ad intervenire, autorizzano gli Stati ad usare la forza: in questi casi, queste forme di intervento sono legittime,

al di fuori di questi due casi, si può solo dire che si tratta di interventi di dubbia necessità.

Abbiamo esaurito il discorso sull’uso della forza arrivando alla conclusione che l’autotutela, oggi, non può consistere nell’uso della

forza armata, se non nel caso limitato della legittima difesa; legittima difesa che consiste nell’uso della forza per reagire ad un

attacco armato e con lo scopo difensivo di far cessare l’attacco armato e di rimuovere le immediate conseguenze di questo attacco.

Però l’autotutela non si esaurisce nella legittima difesa nel diritto internazionale contemporaneo: restano, anche se non possono

più consistere in operazioni militari, quelle che una volta si chiamavano rappresaglie, oggi chiamate contromisure.

RAPPRESAGLIA (O CONTROMISURA) = Comportamento dello Stato in sé e per sé illecito, perché contrario ad un obbligo dello

Stato, quindi ad una norma di diritto internazionale in vigore per lo Stato, ma che diviene lecito per il fatto che questo

comportamento viene tenuto per reagire ad un precedente illecito ed ha lo scopo di far cessare l’illecito precedente e, soprattutto, di

costringere lo Stato autore dell’illecito a fornire una riparazione adeguata. C’è chi dice che abbia anche una funzione

sanzionatoria, ma la sua funzione principale è una funzione satisfattiva, riparatoria.

Distinzione: RAPPRESAGLIA LEGGITTIMA DIFESA

PRESUPPOSTO: qualunque tipo di illecito PRESUPPOSTO: Attacco armato (può definirsi come una

(comportamento che può essere tenuto quando c’è stato sottospecie della rappresaglia).

un qualsiasi illecito, non necessariamente un uso della COMPORTAMENTO CHE SCLUDE L’ILLICEITA’: Serve

forza illecito). per escludere l’illiceità dell’uso della forza.

COMPORTAMENTO CHE ESCLUDE L’ILLICEITA’: Non SCOPO: Difensivo.

può più consistere in un uso della forza, allo stato attuale, e

riguarda proprio lo scopo.

SCOPO: Costringere lo Stato autore a cessare il suo

comportamento, se è ancora in atto, e a fornire una

riparazione adeguata; in più ha anche lo scopo punitivo di

sanzionare il comportamento illecito dello Stato.

Il problema più grosso riguardo la rappresaglia nel diritto internazionale è il seguente: mentre nel diritto interno l’attuazione

coercitiva del diritto presuppone l’accertamento del diritto stesso (prima di accerta che ci sia un diritto e che tale diritto è stato

violato, poi si procede all’esecuzione forzata); ma nel diritto interno questo è possibile, perché c’è lo Stato che esercita la funzione

di accertamento e di attuazione del diritto: ma nel diritto internazionale l’accertamento del diritto non sempre c’è, perché se c’è una

controversia internazionale e gli Stati non scelgono un metodo per la soluzione della controversia internazionale, o non l’hanno

scelto a monte, la soluzione della controversia non c’è, l’accertamento del diritto non c’è.

Quando lo Stato accusa l’altro Stato di aver commesso un illecito, l’altro Stato quasi mai ammette di aver commesso l’illecito (a

volte lo fa, fornendo le sue scuse, risarcendo il danno), ma, se come succede nella maggior parte dei casi, lo Stato accusato di aver

commesso l’illecito, risponde dicendo che non ha commesso l’illecito, quindi c’è una controversia internazionale avente per oggetto

la sussistenza o meno del fatto illecito, quindi della responsabilità internazionale che ne deriva, questo è il problema fondamentale

per quanto riguarda la rappresaglia. Nella prassi internazionale noi constatiamo che gli Stati, quando ritengono di essere vittime di

un illecito, adottano delle rappresaglie.

Qui, la Commissione di diritto internazionale ha cercato di fare un opera di sviluppo progressivo del diritto internazionale, dicendo

che non è sempre lecito adottare delle rappresaglie se prima non c’è stato quantomeno un ragionevole tentativo per risolvere

pacificamente l’eventuale controversia internazionale, in particolare l’ART. 48 del Progetto di articoli, regola in modo abbastanza

dettagliato quando lo Stato può adottare delle contromisure: Prima di prendere delle contromisure, uno Stato offeso dovrà

adempiere al proprio obbligo di negoziare, ……… Quest’obbligo non pregiudica l’assunzione da parte di quello Stato delle misure

provvisorie di protezione che siano necessarie per preservare i propri diritti e che comunque rispettino le condizioni poste da

questo capitolo……………… = da un lato, ci dice che lo Stato non può adottare una contromisura nell’ipotesi in cui lo Stato sia

vincolato, perché ha scelto a monte un determinato mezzo di soluzione delle controversie internazionali.

ES.: Abbiamo due Stati parti di un trattato il quale prevede che per la soluzione delle controversie che insorgono relativamente

all’interpretazione o all’applicazione di quel determinato trattato, c’è un meccanismo di conciliazione, o a maggior ragione c’è la

giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia, è chiaro che se sorge una controversia relativa all’interpretazione o

all’applicazione di quel trattato, non si potrà subito adottare una rappresaglia da parte di chi accusa uno Stato di aver violato il

trattato: in questi casi, in cui lo Stato che ritiene di essere la vittima di un illecito, però si è obbligato preventivamente a soggiacere

ad un certo mezzo per la soluzione delle controversie internazionali, questo mezzo dovrà essere esperito prima che si possano

adottare delle contromisure. Le contromisure si potranno adottare solo una volta che il mezzo è stato esperito, che è stato accertato

che lo Stato accusato ha effettivamente commesso un illecito, e quello non cessa dal comportamento e non fornisce un’adeguata

riparazione. Mentre, invece, si potranno adottare delle contromisure in quelle situazioni in cui lo Stato non è vincolato dalle

procedure di soluzione delle controversie di questo tipo, ma in questo caso basterà fare un tentativo: ma si dice, poi, che questa è

una situazione di compromesso, perché la Commissione ammette che lo Stato possa adottare, nel frattempo, non una vera e

propria contromisura, ma delle misure provvisorie di protezione (ART. 48) che siano necessarie per preservare i propri diritti.

Ma non è molto chiara la differenza tra una contromisura ed una misura di protezione che lo Stato prende per preservare i propri

diritti, in attesa di adottare la vera e propria contromisura: sembra che la misura di protezione, quando sia contraria al diritto

internazionale, sia anch’essa una contromisura, quindi la Commissione finisce, poi, per ammettere quello che succede

normalmente nella prassi: gli Stati adottano subito delle contromisure, in attesa poi di vedere se la controversia sarà risolta in un

senso o nell’altro.

Queste contromisure devono poi avere determinati caratteri: il carattere più importante è quello della proporzionalità (tipico anche

della legittima difesa): ART. 49 = Le contromisure adottate da uno Stato offeso non dovranno essere sproporzionate rispetto al

grado di gravità dell’atto internazionalmente illecito ed alle sue conseguenze per lo Stato offeso = La proporzionalità viene vista,

non tanto in relazione allo scopo della rappresaglia, come avviene, invece, per quello che riguarda la legittima difesa, ma è

commisurata al grado di gravità dell’atto illecito commesso dallo Stato, contro il quale si vuole reagire.

Proporzionalità non significa necessariamente che la rappresaglia debba essere una rappresaglia, come si dice tecnicamente,

identica: si ha una rappresaglia identica, quando per reagire ad una violazione da parte di uno Stato ad una determinata norma di

diritto internazionale, lo Stato viola la stessa norma di diritto internazionale, violata in precedenza dallo Stato autore dell’illecito.

Ora, le rappresaglie identiche sono, di solito proporzionali, ma la proporzionalità non implica necessariamente che la rappresaglia

debba essere identica: può darsi benissimo, che per essere efficace, la rappresaglia debba consistere nella violazione di una

diversa norma di diritto internazionale.

Quindi, limite fondamentale è quello della proporzionalità. Dopodiché abbiamo una serie di divieti a cui, alcuni dei quali,

corrispondono sicuramente al diritto consuetudinario, nel senso che certi comportamenti non possono mai essere giustificati

nemmeno a titolo di rappresaglia: ART. 50 = Uno Stato offeso non dovrà ricorrere a titolo di contromisure:

a) alla minaccia o all’uso della forza come vietate dalla Carta delle Nazioni Unite;

b) ad una drastica coercizione di carattere economico o politico tesa a minare l’integrità territoriale o l’indipendenza politica

dello Stato che ha commesso l’atto internazionalmente illecito;

c) a qualsiasi comportamento che leda l’inviolabilità degli agenti, dei locali, degli archivi e dei documenti diplomatici o

consolari;

d) a qualsiasi comportamento che deroghi ai diritti umani essenziali; o

e) a qualsiasi comportamento in violazione di una norma imperativa del diritto internazionale generale.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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