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I prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti

Il trattamento riservato ai prigionieri di guerra italiani, catturati dagli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, fu simile a quello riservato ai detenuti di Zonderwater. Infatti, l’italiano non era un grande nemico degli Stati Uniti dal punto di vista geopolitico. Inoltre, il conflitto tra Italia e Stati Uniti non aveva raggiunto dimensioni enormi, ma aveva avuto durata relativamente breve. Numerosi italoamericani vivevano in America e rappresentavano una notevole risorsa elettorale per l’allora presidente Roosevelt. Infine, la prosperità dell’economia statunitense permise ai prigionieri americani di ricevere trattamenti di tutto rispetto.

Quindi, si può dire che, in generale, il trattamento dei prigionieri italiani negli Stati Uniti fu positivo, come riportano le varie organizzazioni umanitarie che tutelavano i prigionieri di guerra. Secondo le autorità italiane, il governo statunitense rispettò i dettami della Convenzione di Ginevra del 1929, della quale peraltro era Stato parte, e cercò di rendere la prigionia degli italiani il più tollerabile possibile, soprattutto favorendo le attività culturali e ricreative. Più ambasciatori italiani riferirono che le condizioni della cattività erano ottime. Il Ministero per l’Assistenza Postbellica giudicò positivamente il trattamento riservato agli italiani, anche se inasprito dopo la fine della guerra. Gli stessi prigionieri furono contenti della propria situazione negli Stati Uniti. Nell’insieme, il trattamento fu buono, nonostante fosse peggiorato dopo la primavera del 1945, poiché dopo l’armistizio e la resa dell’Italia gli Stati Uniti non avevano più da temere che i loro prigionieri subissero rappresaglie. Ovviamente, ci furono anche aspetti negativi, come i problemi nella corrispondenza, le punizioni spesso troppo dure e le discriminazioni che colpirono i prigionieri non cooperatori (i prigionieri che erano recalcitranti al governo statunitense).

Vitto dei prigionieri

Il vitto dei prigionieri di guerra italiani reclusi negli Usa fu caratterizzato da buoni livelli di qualità e quantità fino all’inizio del 1945. I prigionieri stessi parlavano di «paese di Bengodi», «paese della cuccagna», «paradiso», «giardino delle delizie». Il rispetto dell’articolo 11 della Convenzione di Ginevra del 1929 fu quasi totale fino al 1945: i menu erano abbondanti e diversificati in base alle nazionalità dei prigionieri; inoltre, vi era una cucina gestita direttamente dai detenuti italiani. Addirittura i prigionieri catturati in altre zone del mondo, una volta arrivati in America, ingrassarono in media oltre 5 chili. I prigionieri preparavano i cibi della propria tradizione culinaria, che erano apprezzati anche dagli ufficiali americani. Molto cibo veniva gettato tra i rifiuti, poiché troppo abbondante. Perciò, a partire dal luglio 1944, il Dipartimento della Guerra, cercò di ridurre alcuni viveri, per evitare sprechi inutili, anche se i risultati di questo provvedimento furono vani, poiché il vitto dei prigionieri italiani rimase lo stesso di quello spettante alle truppe locali.

Nel gennaio del 1945, tuttavia, ma solo in alcuni campi, i viveri furono tagliati, poiché il trattamento riservato ai detenuti risultò impopolare agli occhi dell’opinione pubblica e inadeguato per abbondanza e qualità, se confrontato a quello riservato dai tedeschi ai propri prigionieri di guerra. Inoltre, la liberazione dei prigionieri americani, dal 1945 in poi, eliminò il rischio di ritorsioni per trattamenti sfavorevoli attuati dagli Stati Uniti verso i reclusi di altre nazionalità. Un ruolo importante giocò anche la crisi di beni di prima necessità che colpì gli Stati Uniti. Così, il menu dei prigionieri che, inizialmente, era migliore e più abbondante rispetto a quello dei militari tedeschi, fu ridotto dalle autorità statunitensi, che ricorsero a una nuova interpretazione dell’articolo 11 della Convenzione di Ginevra del 1929: il menu dei detenuti doveva essere uguale a quello delle truppe americane solo dal punto di vista dei valori nutrizionali. Fu così ridotta la razione di carne, di uova, di zucchero e di frutta e verdura in scatola; persino la qualità deteriorò. La quantità di calorie si mantenne comunque buona, superando di gran lunga le 2000 calorie giornaliere, anche se non fu la stessa che veniva riconosciuta ai militari in forza agli Stati Uniti. Ciò dimostra come l’articolo 11 non fosse rispettato, soprattutto per i prigionieri non cooperatori.

Un colonnello dichiarò: «La lontananza dalla patria e dalle famiglie hanno reso i nostri uomini tristi e malinconici e gli americani che ben comprendono il loro stato d’animo hanno cercato con ogni mezzo di dar loro conforto». Un soldato delle Isu (Unità Italiana di Servizio) affermò: «L’America, da quello che ho potuto vedere, è un paradiso terrestre. Siamo stati molto fortunati d’essere stati condotti qui [...] sono stati buoni con noi. Ci hanno trattato molto bene. I miei due anni qui sono trascorsi in un mondo che...»

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Scienze giuridiche IUS/13 Diritto internazionale

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