I prigionieri italiani in Russia
Trattamento dei prigionieri italiani durante la Seconda Guerra Mondiale
Il trattamento ricevuto dai prigionieri italiani catturati dall’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale non risultò per nulla rispettoso della Convenzione di Ginevra del 1929. Questo è dimostrato da numerosi aspetti del comportamento che i gerarchi russi riservarono ai detenuti italiani. Si noti peraltro che la Russia non aveva ratificato la Convenzione di Ginevra del 1929. Già al momento della cattura, i russi commisero infrazioni delle norme ginevrine. Lo scopo stesso della cattura non fu, per i sovietici, quello di fiaccare le forze avversarie, ma fu il momento ideale per sfogare «l’odio e l’esasperazione accumulati, specialmente se nel corso della battaglia avevano avuto molte perdite».
Molti tedeschi e alcuni ufficiali italiani furono fucilati non appena catturati. Chi non veniva ucciso, veniva perquisito minuziosamente, per sottrargli gli oggetti di valore e qualsiasi altra cosa che destasse curiosità, cosa che era in contrasto con l'articolo 6 della Convenzione di Ginevra del 1929. I prigionieri venivano privati anche dei propri capi d'abbigliamento. Un prigioniero ricordava: «Ci sono due mongoli che frugano nelle tasche a due militari per volta; vedo una certa animazione contro coloro che stanno perquisendo, sento uno sparo e vedo cadere il prigioniero assoggettato alla perquisizione. Chissà perché l'hanno ucciso? [...] sono annichilito dal terrore. Si sente un altro sparo, vedo un altro cadere a terra. [...] man mano che la fila si avvicina al punto di controllo mi accorgo che i mongoli sono ubriachi».
Generalmente i feriti morivano durante i trasferimenti oppure venivano schiacciati dai carri armati o fucilati.
Condizioni durante i trasferimenti e nei campi
Già nel 1943, dopo la battaglia del Don, l'Unione Sovietica dovette gestire un'enorme quantità di prigionieri. Allora, trasferirono velocemente i detenuti, costringendoli a marce forzate, che durarono fino a venticinque giorni. I prigionieri, spesso feriti, dovettero affrontare il freddo e la neve e chi cadeva a terra per la fatica o si fermava per la stanchezza veniva fucilato e lasciato sul sentiero. Tutto ciò risultava in netto conflitto con l'articolo 7 della Convenzione di Ginevra del 1929. Inoltre, i morti restavano sul terreno e per loro non era prevista degna sepoltura. Per di più, i corpi inermi dei prigionieri venivano gettati nei burroni, a dispregio dell'articolo 76 della Convenzione di Ginevra del 1929.
Un prigioniero affermava che «Si camminava da oltre tre ore, sguazzando in una neve simile a colla, quando il capitano che avevo avuto vicino durante il viaggio si sentì male e cominciò a vacillare. [...] Una delle guardie cominciò ad urlare, indicando la colonna che si allontanava, poi staccò il mitra dalla spalla. Il capitano sostenendosi con una mano nella neve, ci fece con l'altra un gesto che era d'addio e mi parve una benedizione. Poi un colpo secco, inconfondibile».
Un altro detenuto descriveva come i prigionieri venissero abbandonati nei burroni: «Era l'inverno del 1942 o 1943, non ricordo precisamente. Il giorno stava terminando. I soldati di scorta hanno condotto vicino al burrone una colonna che contava centinaia di prigionieri di guerra. Poi hanno cacciato gli italiani sul fondo del burrone strettamente legati l'un l'altro. Quando questo lavoro è terminato i soldati di scorta sono usciti dal burrone e hanno cominciato a lanciare granate contro i prigionieri di guerra. [...] Terminato il lancio delle granate i soldati di scorta sono scesi sul fondo del burrone. Si sono sentiti degli spari. [...] I soldati di scorta finivano con colpi e con baionette i vivi. [...] La notte è nevicato e alla mattina il posto del massacro era coperto da uno spesso strato di neve».
Dopo le marce, i prigionieri venivano caricati su vagoni, che contenevano fino a cento detenuti. Essi erano costretti a stare ammassati e il cibo era lanciato dall'alto e finiva per cadere sul fondo del vagone, dove diveniva non più commestibile poiché si riempiva delle escrezioni dei detenuti. L'igiene era scarsissima e proliferavano le epidemie. I morti erano numerosi e venivano lasciati sulle carrozze, insieme ai vivi.
I campi di prigionia
I campi e gli ospedali in cui vennero rinchiusi i prigionieri di guerra furono circa quattrocento. Solo di un quarto di questi fu individuata l'ubicazione, poiché i sovietici avevano l'abitudine di cambiare i numeri ai vari lager. Quando alcuni campi venivano chiusi, perché erano troppo vicini al fronte, i prigionieri erano costretti al trasferimento in una nuova struttura. Ciò determinava lo spostamento delle malattie, da cui gli stessi detenuti erano affetti, come il tifo e la dissenteria. In ogni campo, si ripetevano le medesime angherie.