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Riassunto esame Diritto Internazionale, prof. Daniele, libro consigliato Diritto Internazionale, Leanza Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Internazionale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Internazionale, Leanza. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la comunità internazionale quale fenomeno dinamico, i caratteri essenziali della comunità internazionale, società di Stati, società... Vedi di più

Esame di Diritto internazionale docente Prof. L. Daniele

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alla Grande Chambre: essi sono infatti il risultato del compromesso politico tra gli Stati

sostenitori della Corte unica con un solo grado di giudizio e quelli fautori del doppio grado Tale

risultato complessivo, anche se molto diverso rispetto ai modelli giurisdizionali tradizionali,

costituisce però un grande passo avanti nel sistema garantistico dei diritti umani.

- L'aspetto più dibattuto della riforma ha riguardato i meccanismi predisposti per il rinvio della

causa a questo organo ristretto (la Grande Chambre) e soprattutto la procedura di riesame

prevista dall'articolo 43 la quale ha soprattutto la funzione di salvaguardare e garantire

l'uniformità e la coerenza della giurisprudenza e non di garantire l'interesse del ricorrente a un

doppio esame della controversia.

In conclusione il merito più importante di questo nuovo sistema di controllo è stato quello di

aver previsto una procedura di controllo giurisdizionale automaticamente applicabile a tutti gli

Stati parte della Convenzione (conquista importantissima non tanto per gli Stati occidentali

quanto per quelli orientali).

- L'ultimo passo di questo processo di accrescimento dell'efficacia del sistema di tutela dei diritti

dell'uomo potrà essere la "costituzionalizzazione" della Corte europea dei diritti dell'uomo come

supremo garante di un diritto comune delle libertà.

I modelli americano, arabo ed africano

La Convenzione europea ha fatto da modello, in America, alla Convenzione interamericana sui

diritti umani del 1969 dove, però, oltre ai diritti sono previsti anche dei doveri a carico

dell'individuo

- Anche il meccanismo di controllo di questa Convenzione interamericana segue il modello della

Convenzione europea ma come era prima dell'entrata in vigore del Protocollo num. 11

In Africa, invece, l'unico strumento adottato a riguardo è stata la Carta africana dei diritti

dell'uomo e dei popoli del 1981 che però non prevede alcuna forma di controllo a carattere

giurisdizionale nonostante il suo carattere vincolante e nonostante l'istituzione di una

Commissione che contribuisca alla promozione e protezione dei diritti dell'uomo La Lega degli

stati arabi, invece, non è ancora riuscita ad adottare alcun documento sui diritti dell'uomo perché

ostacolata dalla particolare influenza esercitata nel mondo arabo dall'elemento culturale e

religioso fondato sui principi dell'Islam e della legge coranica e stessa situazione è da riscontrare

nel continente asiatico

- In conclusione, se da un lato la regionalizzazione dei diritti dell'uomo sta permettendo una più

completa realizzazione e tutela di questi diritti, dall'altro questo fenomeno, se portato

all'estremo, può causare il rischio della cessazione dell'universalità propria dei diritti dell'uomo

come prevista dalle Nazioni Unite indipendentemente dai vari sistemi politici, economici e

culturali esistenti nei vari Paesi. 22

CAPITOLO VI:

IL NUOVO PROCESSO DI FORMAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI E LA

VERTICALIZZAZIONE DEL SISTEMA NORMATIVO

La crisi della consuetudine internazionale

Nel passaggio dalla comunità internazionale classica alla comunità internazionale moderna, non

essendo mutata la struttura orizzontale della comunità stessa, non sono mutate neppure le sue

fonti

Nonostante quindi qualche sporadico tentativo di verticalizzazione di tale comunità (relativo

all'autotutela, all'accertamento del diritto internazionale e al trasferimento di alcune

competenze dagli Stati alle organizzazioni internazionali), la produzione normativa è ancora

orizzontale e quindi dipendente dalla volontà degli Stati

-Tuttavia, dal secondo dopoguerra, si sono verificati degli importanti mutamenti nella modalità

di formazione delle norme, nella loro efficacia e nel rapporto tra esse: ciò dipende dalla fase di

crisi che sta attraversando la consuetudine internazionale

-I cambiamenti indicatori di tale crisi sono:

•II sempre più frequente ricorso agli accordi internazionali bilaterali e multilaterali

•II fenomeno dell'obiezione e dell'obiezione permanente

•(Le consuetudini regionali)

Invece gli strumenti utilizzati per far reagire a tale crisi sono:

•Le consuetudini istantanee

•La codificazione del diritto internazionale generale

•L'espansione dei principi del diritto riconosciuti dalle Nazioni civili

- Nella moderna comunità internazionale la consuetudine è entrata in crisi perché è venuta meno

quella omogeneità di interessi, valori e scopi e quella uniformità del comportamento tenuto

(considerato necessario e obbligatorio) che ne sono a presupposto

Così oggi il diritto internazionale è alquanto frammentario perché è difficile creare nuove

consuetudini internazionali anche se si sono sviluppate, nell'ambito delle norme

consuetudinarie, delle norme che hanno più forza delle altre perché a tutela di interessi molto

importanti nell'ordinamento internazionale: è il caso dei principi generali del diritto

internazionale o diritto cogente

a) il sempre più frequente ricorso ad accordi internazionali

Oggi il ricorso ad accordi internazionali non solo bilaterali ma anche multilaterali è più

frequente rispetto al periodo classico e rispetto all'uso del diritto consuetudinario, in quanto tali

accordi non servono solo per regolare le relazioni internazionali e per rafforzare la cooperazione

intentatale ma anche per disciplinare relazioni interindividuali, diritti e libertà individuali

b) l'obiezione e l'obiezione permanente

-Negli anni 70 un grande gruppo di Stati di nuova indipendenza si oppose all'applicazione di

alcune norme generali formatesi prima della loro appartenenza alla comunità internazionale: tale

obiezione in teoria non sarebbe da condividere perché negherebbe l'esistenza stessa di un diritto

internazionale generale che dovrebbe rivolgersi a tutti

-Quindi nel caso di Stati che non si conformino ad una consuetudine, dovrebbe parlarsi di illecito

e non di formazione di una nuova consuetudine (come ha precisato anche la Corte

internazionale di giustizia). 23

- Tuttavia, se l'opposizione ad una consuetudine viene portata avanti da una parte significativa

della comunità internazionale e quindi da un gruppo rilevante di Stati, essa può impedire la .

formazione stessa della norma generale o modificarne il contenuto in quanto ne sono cambiati i

due elementi che la caratterizzavano e cioè la DIUTURNITAS e l'OPIMO

Invece l'opposizione anche permanente di un solo Stato o di alcuni Stati isolati, non può

impedire la nascita o modificare il contenuto della norma generale perché altrimenti anche in

questo caso si negherebbe l'esistenza stessa di un diritto internazionale generale che dovrebbe

rivolgersi a tutti

Quindi si riconosce l'esistenza di una norma generale solo se essa è sostenuta sia da un adeguato

numero di Stati che dai principali gruppi di Stati interessati alla norma stessa: insomma la

formazione di una norma consuetudinaria richiede un consenso trasversale di tutta la comunità

internazionale (per cui occorre che DIUTURNITAS ed OPIMO assumano rilevanza non solo

quantitativa ma anche qualitativa)

Se manca questa trasversalità del consenso, non è detto che non possa formarsi una

consuetudine particolare che vincoli solo un determinato gruppo di Stati: ne è un esempio la

consuetudine generale (anch'essa, quindi, costituisce una situazione di crisi della consuetudine)

La reazione alla crisi della consuetudine internazionale

- I limiti propri della consuetudine internazionale che si sono cercati di ridurre attraverso vari

strumenti (le consuetudini istantanee, la codificazione del diritto internazionale generale e il

ricorso ai principi generali del diritto riconosciuti dalle Nazioni civili) sono rispettivamente: la

lentezza del suo procedimento di formazione, la vaghezza del suo contenuto e le difficoltà di

formazione di nuove norme consuetudinarie(a causa della disomogeneità della comunità intern.)

a) Le consuetudini istantanee

Questo strumento è stato utilizzato per far fronte alla lentezza del procedimento di formazione

Le consuetudini istantanee sono infatti quelle che si formano in un arco di tempo assai più breve

rispetto alle normali consuetudini, anche se non si può dire che la loro formazione sia proprio

istantanea perché altrimenti le mancherebbe quel carattere di stabilità che la caratterizza Quindi

l'elemento temporale rimane pur sempre importante, pure se in certi settori si ha l'esigenza di

accertare l'esistenza di una consuetudine anche nel giro di pochi anni

b) La codificazione del diritto internazionale

-Con quest'altro strumento di codificazione e sviluppo progressivo del diritto consuetudinario,

invece, si è cercato di reagire alla vaghezza ed incertezza di contenuto di tale diritto

Tuttavia tali strumenti non sono stati del tutto efficaci perché ancora oggi rimangono da

codificare e sviluppare i settori più controversi del diritto

-L'esigenza di codificazione è infatti sempre più sentita perché la norma scritta riesce a

soddisfare quella certezza che la norma non scritta non può soddisfare, specie in questa nuova

realtà vissuta dal diritto internazionale, in cui le relazioni tra Stati si stanno complicando ed

evolvendo sempre più

-Le difficoltà di attuare una codificazione soddisfacente derivano dal fatto che l'unico strumento

utilizzabile sia l'accordo internazionale e che esso, di conseguenza, non solo richiede il consensc

degli Stati che lo negoziano ma può vincolare solo quelli che lo hanno ratificato (infatti una

serie di motivi ci spingono ad avversare quella tesi per la quale gli accordi di codificazione

vincolerebbero anche gli Stati non contraenti in quanto il loro scopo è di codificare il diritto

generale: tali motivi dimostrano infatti che l'accordo di codificazione non può mai essere

un'esatta riproduzione del diritto consuetudinario).

Qualora però l'accordo di codificazione o alcune sue disposizioni adempiano solo ad una

funzione meramente dichiarativa del diritto consuetudinario e quindi coincidano con tale diritto,

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allora l'accordo o le disposizioni coincidenti avrebbero portata generale (anche se in realtà, la

coincidenza tra accordo e consuetudine non potrà mai essere definitiva in quanto il primo,

essendo una fonte scritta, non può seguire il continuo evolversi del diritto internazionale

generale: quindi tale coincidenza va accertata volta in volta dall'interprete)

-In conclusione può quindi dirsi che la codificazione rischia spesso di rendere ancora più

contraddittorio il sistema delle fonti anziché di semplificarlo

-Il problema può essere risolto se gli Stati si convincono di considerare determinate norme

convenzionali come corrispondenti al diritto consuetudinario: ciò può accadere però solo se gli

interessi in gioco non sono molto diversi.

Quando invece la codificazione, vista l'enorme diversità di interessi in gioco, non assume la

veste formale di un accordo ma di un atto di soft law o di formulazioni compromissorie e vaghe,

la sua funzione appare assai ridotta e crea ancora più incertezza.

Comunque la codificazione e lo sviluppo progressivo (portato avanti soprattutto dalle Nazioni

Unite), nonostante tutti i loro limiti, rimangono gli strumenti più validi di reazione alla crisi

della consuetudine internazionale perché permettono di valutare in positivo e in negativo la

prassi degli Stati per accertare la cristallizzazione o la formazione di nuove norme

consuetudinarie.

e) I principi generali del diritto riconosciuti dalle Nazioni civili

-Anche nell'ordinamento internazionale i principi generali di diritto sono intesi in due sensi, ossia

come elementi che caratterizzano l'ordinamento internazionale e come principi comuni a più

ordinamenti

-Non è da accettare la tesi di chi tenta di creare una categoria autonoma dei principi generali del

diritto internazionale (intesi quindi nel primo senso e distinti sia dalle norme consuetudinarie

che dai principi giuridici comuni a più ordinamenti) in cui fa rientrare tutte quelle norme di

portata molto generale ed astratta che integrerebbero il diritto generale internazionale: infatti

così essi finirebbero per coincidere con le norme consuetudinarie anziché differenziarsi

-Quindi, tranne il caso di principi generali cogenti dell'ordinamento internazionale (norme di

diritto internazionale generale che sono considerate più efficaci perché tutelano interessi ritenuti

fondamentali per la comunità internazionale), qualsiasi norma consuetudinaria non si distingue

dalle altre fonti di diritto generale

-Riguardo invece ai "principi generali di diritto comuni a più ordinamenti", tale formulazione era

anteriore allo Statuto della Corte internazionale di giustizia (che vi ha fatto da sempre

riferimento nella sua giurisdizione) anche se poi è stata da questo ripresa nell'art. 38, il quale

però ne da una definizione piuttosto vaga, frutto di un compromesso raggiunto all'epoca

dell'elaborazione dello Statuto stesso

-Infatti l'art. 38 parla ora di "principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili" e con

tale espressione si intendevano inizialmente quelli accettati in da tutti gli Stati

FORO DOMESTICO

Da tutto ciò è possibile trarre tre conclusioni:

•I principi generali di diritto hanno innanzitutto un ruolo suppletivo nel caso manchino norme

consuetudinarie tipiche o disposizioni convenzionali

•Con l'art. 38 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia non si sono voluti introdurre

fra le norme internazionali tutti i principi comuni a più ordinamenti che siano compatibili

con l'ordinamento internazionale

•Infine essi debbono considerarsi come principi fatti propri dall'ordinamento internazionale a

partire da una loro comune matrice interna.

- Ed è proprio da questa loro "internazionalizzazione" che se ne deduce la natura giuridica: essi

sono infatti norme consuetudinarie caratterizzate però sia dal fatto di essere previsti ed applicate

nella maggior parte degli ordinamenti statali (anche se ciò non significa che abbiano un'origine

di diritto interno), sia dal fatto di essere ritenute obbligatorie nell'ambito delle relazioni

internazionali

Tali principi sono poi norme integrative delle altre consuetudini e delle convenzioni e, essendo

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norme generali, si rivolgono anche agli Stati estranei alla loro formazione (a volte anche con

portata cogente) Sono quindi principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili:

1)I principi di giustizia o di logica giuridica

2)I principi derivanti dalla teoria generale del diritto

3)I principi relativi al contenzioso tra Stati e alla responsabilità

4)I principi sul rispetto dei diritti dell'individuo

5)I principi relativi al regime degli atti giuridici

-Mentre tale principi svolgono un ruolo assai limitato nelle materie classiche rientranti

storicamente nell'ambito del diritto internazionale vista l'eterogeneità della società

internazionale, il loro ruolo è invece assai importante nei nuovi ambiti di sviluppo del diritto

internazionale, specie nelle organizzazioni internazionali in quanto ordinamenti particolari (in

cui è più facile che esistano dei fattori di analogia)

-Essi quindi formalmente sono uno degli strumenti giuridici con cui si può reagire alla crisi della

consuetudine internazionale (perché testimonianza della prassi degli Stati non solo nelle

relazioni esterne ma anche nei rispettivi ordinamenti interni), ma sostanzialmente sono anche

uno strumento imprescindibile nell'espansione del diritto internazionale in settori

precedentemente rientranti nell'ambito del dominio riservato degli Stati

L'emergere di norme consuetudinarie dotate di una forza superiore: i principi generali di

diritto internazionale o diritto cogente

-Poiché l'ordinamento internazionale non è istituzionalizzato e le sue norme sono tutte

manifestazione dell'uguale volontà degli Stati, fra trattati e consuetudini non c'è un ordine

gerarchico ma solo un rapporto specialità e ciò vale anche per le stesse norme di diritto

internazionale generale

-Tuttavia esistono delle norme imperative di diritto internazionale generale che prevalgono sui

trattati e sulle altre norme consuetudinarie: l'esistenza di tali norme cogenti, anche se

inizialmente problematica, è oggi accettata dalla dottrina dominante

Incerta è invece l'individuazione dei caratteri distintivi di questo tipo di norme o principi

generali di diritto internazionale perché l'unico strumento che ne parla espressamente, la

Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, non ne da una definizione ma allude solo

al suo carattere inderogabile: gli unici criteri che è possibile trarre da essa sono la generalità

della norma e il fatto che tale norma sia accettata dalla comunità internazionale degli Stati come

norma di diritto cogente

Quindi i principi generali di diritto internazionale o norme cogenti si qualificano per la

particolare forza (sia attiva che passiva), determinazione e velocità con cui sono voluti dalla

comunità internazionale: essi quindi sono autoritativamente imposti, inderogabili e di

formazione istantanea

-Tali principi sono però estremamente pochi perché la maggior parte del diritto internazionale

non è inderogabile ma flessibile

-La differenza tra i principi cogenti e le altre norme di primo livello è poi che mentre per i primi

l'elemento centrale è quello soggettivo cioè il giudizio di valore della comunità, per le seconde è

quello oggettivo cioè la DIUTURNIAS: per questo i principi si formano in breve tempo.

Poiché i principi generali sono caratterizzati dal fatto di rappresentare il modo di sentire, i

convincimenti fondamentali, politici ed etici che in un dato momento storico sono a fondamento

della comunità internazionale, si può dire che oggi tali principi sono quelli contenuti nella Carta

delle Nazioni Unite: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, i rapporti

economici e sociali tra gli stati e i principi umanitari (diritti dell'uomo e diritto

all’autodeterminazione dei popoli)

Invece i principi cogenti coevi alla comunità internazionale sono quelli che ne identificano le

caratteristiche essenziali e cioè il principio di sovranità degli Stati e il principio di effettività

Oltre a questi principi di tipo materiale vi sono però anche dei principi formali e strumentali che

prevedono solo dei procedimenti di produzione giuridica, condizionando il valore obbligatorio

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dei trattati e delle consuetudini: per es. i principi CONSUETUDO EST SERVANDA e PACTA

SUNT SERVANDA.

Quindi i principi generali hanno un contenuto assai eterogeneo ma ciò che li accomuna è la loro

particolare resistenza (forza passiva rafforzata) rispetto ad altre norme internazionali,

consuetudinarie e convenzionali, dovuta al fatto che essi costituiscono una sorta di ordine

pubblico internazionale in quanto posti a tutela di interessi fondamentali della comunità

internazionale

In conclusione i principi cogenti del diritto internazionale sono un prodotto della moderna

comunità internazionale che li utilizza per far fronte all'aumento dei suoi membri, alla

conseguente perdita di omogeneità di interessi e alla crisi delle norme consuetudinarie: tale

processo però non è frutto di un'unanimità di OPINIO IURIS dei membri della comunità ma

solo di una maggioranza di loro (e alla minoranza risulta autoritativamente imposto)

Diritto cogente e reazione collettiva alla sua violazione: gli obblighi ERGA OMNES

-Ai sensi della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, è chiaro che gli Stati

concludenti accordi in violazione di norme cogenti sono responsabili intemazionalmente ma

non è chiaro a quale Stato spetti reagire a tale illecito

-L'opinione più adatta sembra quella che permette a qualsiasi Stato, anche non facente parte del

trattato, di eccepirne la validità se in contrasto con i principi generali di diritto internazionale

(tesi diversa da quanto emerge invece dalla Convenzione di Vienna)

Anche la Corte internazionale di giustizia ha ammesso la reazione all'illecito da parte di Stati

non direttamente lesi, perché ogni Stato è titolare dell'interesse alla protezione degli obblighi

internazionali in quanto efficaci ERGA OMNES ed essenziali per la tutela di interessi

fondamentali dell'intera comunità internazionale

-Inizialmente addirittura il Progetto sulla responsabilità degli Stati conteneva la definizione di

crimine internazionale dello Stato (art. 19) rimesso alla violazione di obblighi internazionali

ERGA OMNES

-Oggi tale Progetto non contiene più questa definizione ma prevede ugualmente le violazioni

gravi di norme di diritto cogente (art. 40) anche se non ne precisa le conseguenze e quindi non

risolve il problema del rapporto tra diritto cogente e obblighi ERGA OMNES

-Anche la dottrina prevalente sembra comunque far coincidere norme cogenti ed obblighi ERGA

OMNES, permettendo quindi a qualsiasi Stato di esercitare il diritto all'autotutela (titolarità

universale del diritto a reagire) anche se non è stato direttamente leso ma in quanto parte della

comunità internazionale

-Tuttavia la dottrina ritiene che le reazioni dei singoli Stati debbano essere gestite in modo

collettivo e soprattutto sottoposte al controllo di organi internazionali come il Consiglio di

sicurezza delle Nazioni Unite (per l'esigenza di istituzionalizzazione e verticalizzazione

funzionale della comunità internazionale, emersa per limitare il carattere ancora anorganico e

paritario della stessa).

In realtà sembra più corretto pensare ad una reazione da parte di una coalizione di Stati agenti UTI

UNIVERSI piuttosto che ad una reazione da ricondurre per forza alle Nazioni Unite L'art. 40 poi, ai

fini dell'individuazione dell'illecito, non richiede solo la violazione della norma cogente, ma anche

la necessaria gravita di tale violazione

Rimangono comunque le incertezze di tale articolo date sia dalla mancanza di una definizione del

diritto cogente, che dalla previsione del requisito della gravita (in quanto il suo accertamento rimane

troppo discrezionale)

Certo è che l'affermarsi di obblighi ERGA OMNES previsti da norme di diritto internazionale

generale cogente e lo sviluppo progressivo della categoria dei crimini internazionali dell'individuo

sono espressione dell'affermarsi di forme di gestione "pubblicistica" dei valori e degli interessi

essenziali della comunità internazionale, nonostante l'indeterminatezza sia della categoria degli

illeciti che della definizione di violazione grave. ------------ 27

CAPITOLO VII:

IL REGIME GIURIDICO DEGLI SPAZI COMUNI: IL C.D. PATRIMONIO

DELL'UMANITÀ

Le RES NULLIUS e le RES COMMUNES OMNIUM nella contrapposizione tra sovranità e

libertà nel diritto internazionale classico

-Nel diritto internazionale classico, a parte i tenitori soggetti alla sovranità nazionale degli Stati,

si distingueva tra le RES NULLIUS (aperte per tutti al libero uso e anche all'appropriazione) e

le RES COMMUNES OMNIUM (aperte per tutti solo al libero uso ma non all'appropriazione

nazionale)

-Il concetto di RES NULLIUS risale al diritto romano e ne deriva la libertà di tutti gli Stati non

solo di poterle utilizzare ma anche di poterle sottoporre al proprio potere di governo attraverso

l'occupazione: quindi la terra NULLIUS è solo una situazione giuridica temporanea

-Anche il concetto di RES COMMUNIS deriva dal diritto romano e nell'accezione moderna

questo tipo di terre è caratterizzato da due elementi: il principio di non appropriazione nazionale

e la libertà di uso da parte di tutti gli Stati

-Oggi sono sottoposte al regime tipico di RES COMMUNES solo le acque dell'alto mare perché

per lo spazio cosmico e l'orbita geo-stazionaria tale principio è caratterizzato da numerosi

elementi solidaristici che tendono a garantire la cooperazione interstatale ed un equo accesso

alle loro risorse per tutti gli Stati

-Quindi nel caso di RES COMMUNES e di RES NULLIUS il loro utilizzo o sfruttamento

avviene solo nell'interesse dello Stato che lo pone in essere e quindi dello Stato che ha gli

strumenti adatti per farlo: per questo da un po' di tempo i Paesi in via di sviluppo propongono di

ricorrere al regime del patrimonio comune dell'umanità, al fine di superare la formale ed irreale

presupposizione di eguaglianza tra gli Stati (che crea in realtà ancora più differenza tra loro),

cercando di abbattere tutte le barriere che effettivamente li separano da quelli più avanzati

L'emergere di interessi collettivi di individui attraverso il principio del patrimonio comune

dell'umanità

-A partire dagli anni 70, essendo emersa la consapevolezza che i beneficiari diretti delle risorse

naturali non fossero gli Stati ma l'insieme degli individui, sono state elaborate delle modalità di

gestione delle risorse (sia di quelle non ancora sottoposte a sovranità statale che a quelle già

sottoposte) tali da garantire a tutta l'umanità il loro godimento: ciò si è manifestato con

l'affermazione del principio solidaristico del patrimonio comune dell'umanità

-Tale principio è nato quando i Paesi in via di sviluppo erano rivolti alla creazione del " nuovo

ordine economico internazionale ", organizzati dal 1963 nel "Gruppo dei 77"

-Nonostante le iniziali polemiche semantiche e relative alla giuridicità di questo principio, oggi si

ritiene che esso testimoni l'importanza e l'insostituibilità delle risorse (sia quelle in comune per

natura che quelle localizzate in spazi sottoposti alla sovranità degli Stati), sottolinei il divieto di

approvazione ed esiga uno sforzo congiunto per la conservazione e gestione razionale di tali

risorse: esso è quindi formato da una serie di norme giuridiche sancite in diversi accordi

internazionali che tutelano gli interessi collettivi degli individui con un intento solidaristico

-La nascita di questo principio sembra quindi coincidere con l'evoluzione subita dai diritti umani

nel diritto internazionale contemporaneo e soprattutto con il processo di globalizzazione

economica, grazie al quale essi non sono più considerati solo a portata individuale (come quelli

civili e politici prima ed economici e sociali dopo) ma proprio a portata universale, collettiva e a

contenuto solidaristico.

-Il patrimonio comune dell'umanità visto come eredità delle generazioni passate e ricchezza di

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quelle future, costituisce la base per la nascita di un nuovo principio che è quello dello sviluppo

sostenibile: infatti nel principio del patrimonio comune è insito un elemento di giustizia

sostanziale che è dato dalla aspirazione ad un comune godimento e ad un'equa ripartizione delle

risorse naturali (volute soprattutto dagli Stati in via di sviluppo nel "Nuovo ordine economico

internazionale")

-Ed è proprio questa dimensione solidaristica consistente nell'effettiva ripartizione delle risorse

secondo il criterio dell'equità (uno dei suoi elementi costitutivi) a rendere il concetto di

patrimonio comune così innovativo rispetto al tradizionale sistema di rapporti fra Stati

Tuttavia l'internazionalizzazione di alcuni interessi comuni dell'umanità è stata raggiunta anche

con strumenti diversi dal concetto di patrimonio comune e cioè attraverso altre forme più

flessibili di cooperazione tra Stati con cui si tutela l'interesse dell'intera comunità internazionale

ad uno sviluppo sostenibile e ad una efficiente ed equa gestione degli spazi, delle risorse e dei

beni comuni

-Ed è proprio grazie all'emergere dei 2 criteri dell'efficienza e dell'equità (assenti nel diritto

internazionale classico dove sussistevano solo enti indipendenti e sovrani) che il diritto

internazionale si è trasformato da diritto di coesistenza a diritto di cooperazione

-Oggi comunque questo fenomeno di internazionalizzazione delle risorse umane a tutela di

interessi individuali globali si sta estendendo sempre più fino a comprendere altre risorse finora

non rientranti nel concetto di patrimonio comune.

L'applicazione del concetto di patrimonio comune dell'umanità: l'area internazionale dei

fondali marini

-Nonostante la convenzione di Ginevra del 1958 abbia istituito la piattaforma continentale, oggi

continua a rimanere un regime di libertà riguardo al letto e al sottosuolo marino situati oltre il

limite esterno della piattaforma e qualificati quindi come RES COMMUNES

-Ma tale qualifica dei fondali internazionali è diventata inadeguata dalla fine degli anni 70

poiché l'elevato progresso tecnologico raggiunto da alcuni Stati ha fatto aumentare il loro

interesse allo sfruttamento delle risorse marine: per questo si è preferito qualificare tali fondali

non più come RES COMMUNES (che avrebbero privilegiato solo pochi Stati più sviluppati) ma

come patrimonio comune dell'umanità

Questa nuova concezione è stata affermata sia nella Risoluzione dell'Assemblea generale delle

Nazioni Unite del 1970 che soprattutto nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto

internazionale del mare del 1982

La Convenzione del 1982 ha cercato di conciliare tutti i diversi interessi in gioco creando una

nuova organizzazione internazionale, l'Autorità internazionale dei fondali marini, e delineando

un delicato gioco di rapporti sia all'esterno che all'interno di questa Autorità: infatti la

Convenzione bilancia tali interessi prevedendo un sistema di sfruttamento parallelo, in cui allo

sfruttamento dei fondi interviene anche la stessa Autorità che agisce tramite l'Impresa

internazionale.

L'aspetto più importante di questo sistema di bilanciamento è dato dal meccanismo detto

"banking System" con il quale l'Autorità autorizza lo Stato o l'impresa all'esplorazione o allo

sfruttamento solo in una porzione di territorio dell'Area internazionale, riservando l'altra

porzione (ed. sito riservato) all'attività dell'Impresa internazionale che potrà agire in

associazione con i Paesi in via di sviluppo e che gode di molti più vantaggi rispetto agli Stati

- L'Autorità internazionale è composta sia da organi politici che tecnici e in particolare

dall'Assemblea (organo plenario) e dal Consiglio (organo esecutivo)

Tuttavia i Paesi industrializzati si sono subito opposti al meccanismo previsto dall'Autorità, in

quanto complesso e costoso e troppo dirigista, pur non rinnegando il principio superiore del

patrimonio comune dell'Autorità: per questo tali stati si sono opposti a tutte le norme contenute

nella parte XI della Convenzione e da ciò si è capito che essi non avrebbero ratificato la

Convenzione se non fosse stato mutato il regime di sfruttamento dei fondali marini

- È stato questo il motivo per cui nel 1994 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato

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un Accordo integrativo di attuazione della parte XI (che prevale sulla parte XI stessa) ed un suo

allegato che ne costituisce parte integrante

Tale Accordo ha apportato delle modifiche al regime di sfruttamento dei fondali marini previsto

dalla Convenzione del 1982 (che ha permesso una generale partecipazione all'intera

Convenzione anche da parte degli Stati industrializzati) anche se ha riaffermato il principio del

patrimonio comune dell'umanità:

•Innanzitutto è stato modificato il sistema di finanziamento delle attività nell'Area

internazionale

•Poi è stato eliminato ogni elemento dell'Impresa incompatibile con le regole delle economie

di mercato

•Inoltre è stato eliminato il principio dell'obbligatorietà del trasferimento delle tecnologie, a

pena di esclusione dall'area di sfruttamento

•Infine è stato modificato il regime di assistenza economica prevista dall'Autorità a vantaggio

dei Paesi in via di sviluppo

•Non meno importanti sono poi le innovazioni sui criteri per l'adozione degli atti dei vari

organi dell'Autorità che avevano provocato duri scontri tra gli Stati industrializzati e quelli

in via di sviluppo

Quindi le modifiche apportate alla parte XI non hanno messo in discussione il principio di

patrimonio comune dell'umanità (così sono stati infatti qualificati l'Area internazionale e le sue

risorse) ma solo le istituzioni ed i metodi con cui si intendeva realizzare il nuovo regime, anche

se alla fine i principi caratterizzanti il nuovo ordine economico internazionale sono stati

utilizzati più per fini politici che per l'applicazione concreta del principio del patrimonio

comune.

Altre modalità di protezione dell'interesse comune dell'umanità diverse dal patrimonio

comune. Il regime giuridico dello spazio cosmico e delle sue componenti

a) lo spazio cosmico: sovranità spaziale e sovranità funzionale

- Riguardo lo spazio cosmico, il problema è se i mezzi e le attività cosmiche devono essere

sottoposti solo al controllo degli Stati che li hanno lanciati e avviati o anche al controllo di

quelli che ne sono sorvolati

II problema viene risolto con due criteri diversi:

•Per il criterio di determinazione spaziale, solo lo spazio atmosferico deve essere sottoposto

alla sovranità degli Stati sottostanti per cui lo spazio extra atmosferico rimane libero (ciò

però implicherebbe una distinzione tra spazio aereo e spazio cosmico, non facile da fare)

•Per il criterio di determinazione funzionale, possono essere sottoposte alla sovranità degli

Stati eventualmente sottostanti solo le attività aeree (in quanto collegate funzionalmente al

territorio eventualmente sorvolato) perché quelle spaziali o cosmiche sono sottoposte

unicamente alla sovranità degli Stati di lancio che le esercitano

- Tra questi due criteri sembra preferibile quello di determinazione funzionale (vista

l'impossibilità di definire precisamente i confini spaziali della sovranità degli Stati in senso

verticale, cioè quella dello spazio aereo e quella dello spazio cosmico) ma nei limiti della

sovranità degli Stati negli spazi cosmici: ciò significa che la categoria della sovranità

territoriale

non è applicabile alle attività spaziali o cosmiche perché gli Stati territoriali eventualmente

b) l'utilizzazione dello spazio cosmico e lo sfruttamento delle sue risorse incluse quelle

della luna e degli altri corpi celesti

-Il principio che regola l'utilizzazione dello spazio ai fini della navigazione cosmica (spazio

quindi in cui ogni Stato è libero) è quello per il quale l'esercizio di tale libertà da parte di ogni

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Stato non deve ostacolare o limitare l'esercizio della stessa libertà da parte di un altro Stato

-Invece il principio che regola l'utilizzazione dello spazio ai fini dello sfruttamento delle sue

risorse è quello detto "first come first served"

Al riguardo, il primo intervento delle Nazioni Unite è stato la Dichiarazione sui principi

giuridici che devono regolare l'attività degli Stati nell'esplorazione e utilizzazione dello spazio

extra atmosferico, contenuta nella Risoluzione n. 1962: tali principi, pur non essendo norme

vincolanti di diritto internazionale, erano modelli che potevano essere trasformati dagli Stati in

norme convenzionali o consuetudinarie

II secondo intervento delle Nazioni Unite è stato infatti la conclusione del primo Trattato sullo

spazio nel 1967, il quale ha trasformato in norme convenzionali molti principi contenuti nella

Risoluzione n° 1962

-Infine l'ultimo intervento delle Nazioni Unite è stato la conclusione del Trattato sulla luna nel

1979

-Il Trattato del 1967 è un accordo quadro le cui disposizioni vincolano solamente gli Stati

contraenti (tranne nel caso in cui esse siano confermate da una prassi generalizzata, diventando

così norme consuetudinarie)

-Poiché il regime di questo Trattato, fondandosi sul principio della libertà di esplorazione e di

sfruttamento dello spazio cosmico, favorirebbe gli Stati industrializzati rispetto a quelli in via di

sviluppo, parte della dottrina ritiene che esso si riferirebbe indirettamente al concetto di

patrimonio comune dell'umanità

-Ma in seguito sono stati proprio i Paesi in via di sviluppo a contestare la qualificazione dello

spazio cosmico come RES COMMUNIS, pretendendo invece l'esclusività nazionale sul

segmento dell'orbita geostazionaria situata sul proprio territorio e tentando di qualificare la luna

e gli altri corpi celesti come patrimonio comune dell'umanità mediante il Trattato sulla luna: ciò

perché essi sentono l'esigenza di una più equa ripartizione delle risorse naturali, che il principio

di eguaglianza nella libertà di utilizzazione non realizza in quanto si tratta di un'eguaglianza

solo formale (che, al contrario, accentua le differenze tra Stati industrializzati e non)

-Il Trattato sulla luna comporta infatti uno sviluppo coordinato e sicuro delle risorse naturali

della luna, una razionale gestione ed espansione delle opportunità di usarle ed un'equa

ripartizione fra tutti gli Stati delle utilità che ne derivano; tuttavia esso non esclude uno

sfruttamento commerciale della luna da parte di Stati, di altri soggetti o di enti privati purché

tale sfruttamento tenga conto dei bisogni dei Paesi in via di sviluppo e delle esigenze di quelli

che hanno contribuito all’esplorazione della luna

-Tale Trattato però non solo è stato ratificato da pochissimi Stati ma la sua applicazione è anche

estremamente problematica vista l'assenza di organi di gestione e di controllo: ciò testimonia

come ancora oggi molti Stati considerino lo spazio cosmico come una RES COMMUNIS per

cui il regime della RES COMMUNIS e il principio first come first served prevalgono sul regime

del patrimonio comune previsto invece dal Trattato.

e ) l'utilizzazione dell'orbita geostazionaria, dei satelliti per telecomunicazioni e delle bande

di frequenza radioelettriche

-L'orbita geostazionaria è l'orbita circolare che si trova sul piano dell'equatore e che dista dalla

Terra 36000 km

-Tale orbita non è uno spazio da usare illimitatamente perché altrimenti si verifica un

sovraffollamento di satelliti per telecomunicazioni che può creare gravi problemi: essa però, noi

essendo disciplinata dal Trattato sullo spazio, è stata oggetto di forti scontri fra gli Stati

industrializzati e quelli in via di sviluppo

-Infatti gli Stati equatoriali hanno preteso l'esclusività sul segmento di tale orbita situata sul

proprio territorio (per cui gli altri Stati dovrebbero chiederne il consenso per potervi collocare

un proprio satellite) così da derogare al principio del first come first served

-Tuttavia le loro rivendicazioni sono state sempre respinte (manca infatti un controllo effettivo)

Quindi l'orbita geostazionaria continua tutt'oggi a far parte dello spazio cosmico e quindi ad

31

essere sottoposta a quei principi di diritto internazionale consuetudinario (codificati nel Trattato

sullo spazio) che ne sanciscono la libertà di esplorazione e di uso

-In materia è stato molto importante l'UIT perché, in quanto organo tecnico (a differenza del

Comitato delle nazioni unite che, avendo natura politica, ha mantenuto intatto il regime di

libertà che ancora caratterizza l'orbita pur se esso favorisce i solo Stati avanzati), ha elaborato

dei piani di distribuzione equa tra tutti gli Stati di due risorse limitate, i satelliti per

telecomunicazioni e le bande di frequenza radioelettriche

-Il rispetto delle disposizioni elaborate dall'UIT è assicurato da un organo tecnico permanente

cioè il Comitato internazionale per la registrazione delle frequenze

-Tuttavia l'IUT cerca di bilanciare il concetto dell'equa distribuzione delle bande di frequenza

radioelettriche tra tutti gli Stati con il principio generale first come first served: ciò significa che

si attribuisce comunque una situazione di preminenza a quegli Stati che hanno le capacità

tecniche e finanziarie per l'utilizzazione e che quindi sono intervenuti per primi, ma che non se

ne debba escludere il beneficio anche da parte di Stati privi di tali capacità.

II regime giuridico dell'Antartide: sua evoluzione in atto

-Fino alla prima metà del XX secolo lo status giuridico dell'Antartide era alquanto incerto, per

cui il criterio utilizzato per delimitare le terre oggetto delle rivendicazioni da parte dei vari Stati

che vi si affacciavano era la ed. " teoria dei settori ", che però non si è rivelata molto adeguata:

infatti le rivendicazioni di tali Stati andrebbero valutate più che altro considerando il consolidato

esercizio del potere di governo che essi attuano nelle zone rivendicate

-Nel corso dell'Anno geofisico internazionale, vista l'intensificazione delle attività scientifiche e

di ricerca sul Continente Antartico, si è verificata un'iniziale internazionalizzazione provvisoria

del Continente, consolidatasi definitivamente con il Trattato di Washington suH'Antartide(1959)

Questo è un trattato quadro che si limita a delineare un regime giuridico convenzionale del

territorio Antartico, ma senza disciplinare specificatamente le attività eventualmente svolte

-I principi cardine del regime di internazionalizzazione sono: l'uso pacifico dell'Antartide, la

libertà di ricerca scientifica e la cooperazione internazionale sul Continente

-Tuttavia il Trattato pone su due piani distinti gli Stati contraenti originari (a cui attribuisce vari

diritti nonché quello di partecipare attivamente alla gestione del territorio indipendentemente dal

ruolo da essi svolto nella ricerca scientifica) e gli Stati che ne sono divenuti parte solo

successivamente (i quali devono soddisfare continuamente alcuni requisiti, previsti dal Trattato

stesso, riguardanti l'attività di ricerca) e che sono consultivi e non consultivi (quelli consultivi

possono però emanare delle raccomandazioni per promuovere ed attuare gli obiettivi perseguiti

dal Trattato stesso: anzi le raccomandazioni sono ormai l'atto normativo tipico del sistema

Antartico).

Riguardo le risorse biologiche antartiche, il loro sfruttamento è stato finalmente

istituzionalizzato grazie alla Convenzione di Canberra sulla regolamentazione dello

sfruttamento delle risorse biologiche viventi del 1980, finalizzata ad un loro uso razionale

Tale Convenzione, pur avendo molti elementi di continuità rispetto al Trattato di Washington, si

presenta come un accordo sostanzialmente autonomo da esso (sia perché possono parteciparvi

anche gli Stati non contraenti del Trattato e sia perché pone, come unica condizione di

partecipazione, l'interesse all'acquisizione di tali risorse)

Un importante organo permanente istituito dalla Convenzione è la Commissione, che però non è

dotata di autonomi poteri di controllo sulle misure adottate dagli Stati

Riguardo le risorse minerarie, invece, poiché il Trattato Antartico non ha disposto nulla, le parti

consultive si sono adoperate a lungo per arrivare all'adozione della Convenzione di Wellington

del 1988 sullo sfruttamento delle risorse minerarie antartiche, frutto di un difficile

bilanciamento di interessi contrastanti tra vari Paesi: ciò ne ha però compromesso l'entrata in

vigore anche perché molti Stati si sono rifiutati di ratificarla, spinti dal movimento

ambientalista, perché non l'hanno reputata in grado di tutelare sufficientemente il fragilissimo

ecosistema Antartico 32

Anche la Convenzione di Wellington si presenta come un accordo quadro, che pone i principi

fondamentali sulla regolamentazione di tutte le possibili attività connesse allo sfruttamento delle

risorse minerarie dell'Antartico

In seguito, gli Stati si sono mostrati sempre più interessati all'elaborazione di misure globali di

protezione dell'habitat naturale (considerato a fondamento del superiore interesse dell'umanità

alla salvaguardia dell'ambiente antartico), preoccupati di tutelare tale ambiente da eventuali

attività minerarie pregiudizievoli: è stato così che, dopo alcuni anni di negoziati, nel 1991 a

Madrid, è stato adottato il Protocollo ambientale al Trattato Antartico

Questo Protocollo si trova in un rapporto di stretta dipendenza con tutto il sistema Antartico del

Trattato di Washington, però esso designa l'Antartide come " riserva naturale, consacrata alla

pace e alla scienza " (quindi prende in considerazione l'Antartide nella sua globalità, non solo in

relazione a specifiche zone di interesse) ed inoltre vieta alle parti l'effettuazione di attività che

non siano scientifiche

L'organo centrale previsto dal Protocollo è il Comitato per la protezione dell'ambiente (anche se

ha funzioni meramente consultive), la cui composizione realizza una sostanziale parità tra le

parti consultive e quelle contraenti non consultive del Trattato

Però una grave mancanza del Protocollo è l'assenza di un meccanismo di responsabilità civile o

internazionale per i danni causati all'ambiente Antartico (presente invece nella Convenzione di

Wellington), in quanto rimette alle parti contraenti la necessità di elaborare regole e procedure

in materia

Per questo occorrerebbe in conclusione una rivitalizzazione della Convenzione di Wellington,

che potrebbe portare ad un'effettiva internazionalizzazione della regione Antartica, oggi gestita

più che altro dagli Stati industrializzati in virtù di un mandato tacito conferito loro dalle Nazioni

Unite (e a cui gli Stati in via di sviluppo si oppongono perché aspirano ad un'applicazione del

principio del patrimonio comune anche al Continente Antartico). 33

CAPITOLO VIII:

LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DEL PATRIMONIO MONDIALE CULTURALE

E NATURALE IN TEMPO DI GUERRA E IN TEMPO DI PACE

II processo di internazionalizzazione dei beni culturali

-A partire dagli anni '70, si è manifestato a livello intemazionale un interesse comune alla

protezione e preservazione del patrimonio culturale e naturale mondiale, in quanto ritenuto

"appartenente" in un certo senso a tutta l'umanità, ovunque esso si trovi

-Ed è proprio questo superiore interesse riconosciuto all'intera umanità, che permette di limitare

la sovranità rispetto a questi beni culturali e naturali: infatti gli Stati territoriali in cui tali beni si

trovano non sono più considerati come proprietari di essi ma come amministratori, mandatari di

tutta l'umanità (la quale è oggi il vero "proprietario")

-L'esempio più importante di tale limitazione di sovranità è dato dalla Convenzione di Parigi del

1972 sul patrimonio mondiale culturale e naturale, che riconosce non solo l'obbligo degli Stati

territoriali di conservare tale patrimonio, ma anche il dovere della comunità di intervenire al

riguardo

-L'"internazionalizzazione" del patrimonio culturale mondiale avviene attraverso metodi e

strumenti propri della comunità internazionale (che gli conferisce, in genere attraverso norme di

diritto convenzionale internazionale, un regime di tutela rafforzato) anche se esso assume

rilevanza a livello internazionale innanzitutto grazie alla qualificazione ad esso attribuita da

parte dello Stato territoriale in cui si trova

-Questa tutela rafforzata è però diversa in caso di:

•Conflitto armato o tempo di pace

•Beni culturali mobili o beni culturali immobili

- Un forte contributo a tale tutela, nata dall'esigenza di attenuare i diversi pericoli di distruzione e

degrado a cui è continuamente esposto il patrimonio culturale e naturale mondiale, è dato dalla

UNESCO, un'organizzazione dell'ONU che ha predisposto 3 strumenti convenzionali a tal fine:

•La Conv. dell'Aja del 1954 sulla tutela di beni culturali mobili e immobili in caso di guerra

•La Conv. di Parigi del 1970 sulla conservazione dei beni culturali mobili (traffico illecito)

•La Conv. di Parigi del 1972 sulla tutela (integrità fisica) dei beni culturali e naturali immobil

La tutela del patrimonio culturale in tempo di guerra: dalle Convenzioni dell'Aja del 1899 e

del 1907 sulla guerra terrestre e navale alla Convenzione del 1954 sulla protezione dei beni

culturali in caso di conflitto armato

-L'interesse della comunità internazionale verso la protezione dei beni culturali in tempo di pace

è abbastanza recente, a differenza di quello alla protezione di tali beni in tempo di guerra

-Al riguardo sono stati prodotti norme e principi, sia consuetudinari che codificati, applicabili

non solo nella specifica circostanza del conflitto armato, ma anche nei periodi immediatamente

successivi (anche se poi, l'evoluzione del diritto in questa materia, ha portato alla redazione di

testi più ampi che sono estesi anche a situazioni non strettamente legate ad un evento bellico)

-Il primo strumento utilizzato a tal fine è stata la Dichiarazione di Bruxelles del 1874 sulle norme

e consuetudini di guerra, che ha sancito per i beni culturali sia il principio dell'inviolabilità della

proprietà privata, che quello del divieto della pratica del saccheggio

-Tuttavia più efficaci sono state le Convenzioni dell'Aja del 1899 e 1907 relative rispettivam.

alla guerra terrestre e a quella navale, in quanto perfezionanti i principi della Dichiarazione

Tali Convenzioni, però, si sono interessate della protezione dei soli beni mobili, come hanno

fatto anche i trattati e gli accordi di pace che si sono susseguiti ad essi (soprattutto nel periodo

34

delle guerre mondiali).

La Convenzione del 1954: protezione generale e protezione speciale

Quindi il primo vero strumento convenzionale a tutela dei beni culturali in caso di conflitto

armato, è stato la Convenzione dell'Aja del 1954, affiancata da un Regolamento di esecuzione e

da 2 Protocolli aggiuntivi: il primo del 1954 e il secondo (non ancora in vigore) del 1999 Tale

Convenzione costituisce il primo atto internazionale in cui la nozione di patrimonio comune

dell'umanità viene riferita a beni culturali, sia pure in senso generale, ed intendendosi per tali sia

quelli mobili che quelli immobili

Con riferimento a questi beni, la Convenzione sancisce infatti 2 obblighi che, in vista di un

superiore interesse della comunità internazionale (poiché i beni culturali sono considerati

appartenenti a tutti i popoli), devono essere ottemperati rispettivamente sia dallo Stato

territoriale in cui tali beni hanno sede che dagli altri Stati: l'obbligo di salvaguardia (obbligo di

fare, che va ottemperato fin dal tempo di pace) e l'obbligo di rispetto (dovere negativo)

- Inoltre, in caso di occupazione totale o parziale di del territorio di uno Stato contraente, la

Convenzione prevede disposizioni specifiche

Essa poi, accanto a questo regime generale, prevede anche un regime di protezione speciale

applicabile ad un certo numero di beni immobili e di rifugi custodi di beni mobili, ma solo se

tali beni rispondono a determinate condizioni: se vi rispondono, infatti, vengono iscritti nel

"Registro internazionale dei beni culturali sotto protezione speciale"

- È il Regolamento di esecuzione a prevedere la procedura di iscrizione di tali beni in questo

Registro: solo lo Stato contraente può iniziare questa procedura (a rispetto della sua sovranità)

ma poi essa deve essere convalidata da tutti gli altri Stati contraenti

Ai beni così distinti è riconosciuta una speciale immunità, che in realtà non sembra essere così

rafforzata rispetto a quella già riconosciuta dal regime generale, anche se la loro stessa

identificazione e sottoposizione ad uno statuto particolare conferisce loro maggiori garanzie di

protezione (come per es. l'applicabilità della deroga della necessità militare solo se si tratta di

necessità ineluttabile)

- Purtroppo però la Convenzione ha predisposto un meccanismo molto lento e inefficace per

controllare l'esplicazione della tutela di questi beni culturali

II secondo Protocollo aggiuntivo del 1999

-Tale Protocollo nasce per l'esigenza di superare i numerosi limiti della Convenzione del 1954,

non potendosi formare una nuova convenzione: esso infatti è uno strumento molto flessibile che

permette i necessari adattamenti e che si aggiunge ma non si sostituisce al testo originario

(infatti la sua sostituzione avrebbe creato troppi problemi perché avrebbe invalidato tutte le

disposizioni della Convenzione)

-Le più importanti modifiche introdotte da questo strumento sono:

•L'istituzione di un organo permanente di protezione dei beni culturali in caso di conflitto

armato (il Comitato intergovernativo)

•La previsione che sia tale organo a ricevere e vagliare le domande di iscrizione di beni a cui

si vuole estendere la protezione rafforzata

•L'aggiunta di nuove condizioni necessarie affinchè un bene possa essere sottoposto a questo

regime speciale di protezione, che dipendono in larga parte dall'esistenza, già nella

normativa interna dello Stato territoriale, di adeguate misure di tutela (anche in tempo di

pace e indipendentemente dall'eventualità di un conflitto armato)

•La garanzia che le iscrizioni dei beni sotto protezione speciale non siano più basate su una

logica politica ma obiettiva e giuridica (grazie appunto all'intervento del Comitato

intergovernativo), in modo che tali iscrizioni possano aumentare, non essendo più prevista

l'opposizione degli altri Stati.

•Le riserve con cui si applicano i casi eccezionali di deroga all'immunità disposta per i beni

35

iscritti nel registro (infatti l'eccezione della necessità militare, da alcuni avversata per il suo

utilizzo improprio ma da altri favorita, rimane per i soli beni sottoposti a protezione

generale)

•L'estensione dell'applicazione della protezione internazionale anche a conflitti armati di

carattere non internazionale che si verificano sul territorio di uno Stato contraente

•La distinzione, ai fini di un rafforzamento delle misure di esecuzione in caso di violazione di

obblighi convenzionali, tra la responsabilità penale individuale e quella di diritto

internazionale dello Stato (le quali però possono non si escludono a vicenda)

La protezione del patrimonio culturale e naturale in tempo di pace: i primi passi verso la sua

universalizzazione

- L'interesse della comunità internazionale alla tutela dei beni culturali in tempo di pace si è

sviluppato già alla fine della prima guerra mondiale, ma tutti i progetti di convenzione elaborati

a riguardo non vennero mai formalizzati (e poi si riferivano solo ai beni mobili)

Nel secondo dopoguerra, però, grazie soprattutto all'opera delle Nazioni Unite attraverso

l'UNESCO, tale interesse riesce a produrre risultati migliori

-L'UNESCO nasce col compito di salvaguardare il patrimonio culturale: questo quindi inizia,

tramite raccomandazioni, a delineare alcuni dei principi che verranno poi ripresi dalla

convenzione di Parigi del 1972

-Tale organizzazione non si è però mai privata del potere di intervenire anche con strumenti

diretti (per esempio con le ed. "campagne internazionali di salvaguardia" promosse dal

Direttore generale)

La Convenzione di Parigi del 1972: le liste del patrimonio mondiale culturale e naturale e del

patrimonio in pericolo

-La Convenzione di Parigi del 1972 sul patrimonio mondiale culturale e naturale è stata adottata

per creare degli strumenti adeguati a realizzare la condivisione di responsabilità tra lo Stato

territoriale (che tutela il proprio patrimonio in nome della comunità internazionale) e la

comunità stessa (che interviene complementariamente a sostegno dell'opera di salvaguardia)

-Tale Convenzione però non protegge tutti i beni culturali immobili, ma solo quelli che abbiano

un eccezionale valore universale (quindi non solo un valore all'interno dell'ordinamento dello

Stato di appartenenza), valutato dal Comitato del patrimonio mondiale, organo intergovernativo

creato dall'UNESCO

Questo Comitato redige 2 liste:

•In quella "del patrimonio mondiale" vengono iscritti tutti i beni cui è riconosciuto

l'eccezionale valore universale

•In quella "del patrimonio mondiale in pericolo" vengono iscritti, su richiesta degli Stati

territoriali in cui sono collocati, tutti i beni (già iscritti nell'altra lista) minacciati da gravi e

specifici pericoli

L'iscrizione nella seconda lista sottopone i beni a specifiche misure di assistenza attraverso

l'attribuzione ad essi di una quota del Fondo del patrimonio mondiale (istituito con la

Convenzione stessa)

-La Convenzione considera beni culturali i monumenti, i gruppi di edifici e i siti

-Essa inoltre, a rispetto del principio della sovranità territoriale, attribuisce solo allo Stato

territoriale il potere di domandare l'iscrizione del bene e di richiederne l'assistenza

internazionale ma, di conseguenza, attribuisce ad esso anche la maggior parte delle spese dei

lavori necessari (in quanto considerato il principale responsabile della tutela di tali beni).

- Essa però a sua volta limita questo principio della sovranità, attribuendo allo Stato territoriale

sia obblighi positivi di comportamento che obblighi negativi di rispetto del patrimonio altrui

Nella realtà si è però verificata una "corsa all'iscrizione" dettata spesso più da ragioni politiche

che da ragioni di reale tutela dei beni 36

La Convenzione però appresta una tutela molto debole al patrimonio culturale, in quanto si

limita a dettare una normativa quadro e non conferisce all'UNESCO un ruolo vincolante: per

questo si era pensato inizialmente di revisionarla per rafforzare la protezione di questo

patrimonio, anche se poi si è deciso di intraprendere più che altro un lavoro di approfondimento

del testo anziché di completa revisione

Ciò ha portato all'inclusione, negli Orientamenti applicativi della Convenzione, di un capitolo

dedicato al "suivi": esso è un procedimento con cui si controlla se, nei beni iscritti, permangono

le condizioni necessarie per l'iscrizione e che viene effettuato attraverso la regolamentazione di

periodici rapporti che gli Stati territoriali devono trasmettere al Comitato del patrim. mondiale

- Tale controllo conferma il principio per cui gli Stati non vengono privati della loro sovranità

rispetto al proprio patrimonio, ma vengono comunque limitati della loro discrezionalità

Questi Orientamenti hanno poi anche precisato i criteri con cui valutare se i beni culturali

abbiano il richiesto "eccezionale valore universale"

La tutela internazionale di specifiche aree naturali in ragione del loro eccezionale rilievo di

interesse comune. La Convenzione di Ramsar del 1971

A differenza dell'interesse alla tutela dei beni culturali, quello alla tutela dei beni naturali si

evidenzia fin da subito, visti gli effetti nocivi delle attività umane di sfruttamento delle risorse

naturali, che si sono andate sempre più sviluppando

-E sempre fin da subito, tale interesse è stato sentito come universale, vista la natura

inevitabilmente transfrontaliera degli effetti di certe attività (fino ad allora solo a rilievo interno)

-Tale protezione è inizialmente avvenuta in spazi sottratti alla sovranità territoriale degli Stati: il

mare internazionale, l'Antartide e lo spazio extra atmosferico

Presto però si sono sviluppate forme di tutela (di natura esclusivamente convenzionale) anche di

aree naturali presenti all'interno degli Stati, con conseguente limitazione della sovranità

territoriale di tali Stati (poiché debbono agire nell'interesse anche della comunità internazionale)

-I testi convenzionali nati a tal fine hanno individuato in 2 modi diversi le specifiche aree da

tutelare a livello internazionale: o in maniera diretta (per il loro intrinseco valore) oppure

indirettamente (in funzione della tutela diretta di certe specie selvatiche che vi abitano)

-Riguardo il primo tipo di convenzioni si ricorda quella dell'UNESCO del 1972 per la quale il

requisito richiesto ad ogni sito naturale ai fini dell'iscrizione nella lista del patrimonio mondiale

e quindi ai fini della sua "rappresentatività universale", è l'integrità (cioè la sua capacità di

mantenere nel tempo i valori che lo caratterizzano), tra le cui condizioni figura la necessità di

costituire la realtà più importante dal punto di vista della diversità biologica: viene così

effettuata una valutazione comparativa del valore universale del bene culturale rispetto ad altri

beni, valutato anche dal punto di vista naturalistico

Riguardo invece le convenzioni che tutelano un ambiente naturale solo in quanto habitat di certe

specie selvatiche (e quindi solo in modo indiretto e accessorio), si distingue tra quelle

principalmente rivolte a tutelare le specie naturali (senza l'effettuazione di alcuna valutazione

comparativa) rispetto alla Convenzione sul patrimonio mondiale che concepisce i siti dal punto

di vista della loro "rappresentatività universale" (come quella del 1972)

-Tra le convenzioni rivolte principalmente a tutelare le specie naturali è molto importante la

Convenzione di Ramsar del 1971 sulla tutela delle zone umide in quanto habitat di uccelli

acquatici che, seppur simile alla Convenzione sul patrimonio mondiale (perché anch'essa

istituisce 2 liste), ne differisce per il fatto che queste aree acquistano rilievo solo in modo

indiretto e che quindi la designazione di tali siti nella lista è puramente funzionale.

La tutela internazionale dei paesaggi culturali, esempio di interazione tra uomo e ambiente

Sia la Convenzione di Parigi che quella di Ramsar testimoniano come le attività umane vengano

valutate non solo come potenziale e pericoloso fattore di disturbo degli equilibri interni ai siti di

interesse nazionale, ma anche come fattore rilevante per la stessa realizzazione di tali equilibri

37

-Per questo, nel 1992, sono stati adottati degli emendamenti agli Orientamenti applicativi della

convenzione del 1972, i quali hanno individuato una nuova tipologia di sito: il paesaggio

culturale

-Questa nuova tipologia è nata come dimostrazione dell'interazione tra l'uomo e la natura in

quanto l'espressione si riferisce a diverse realtà dell'evoluzione della società umana e cioè sia a

quelle in cui l'azione dell'uomo è determinante e invasiva rispetto all'ambiente naturale

(considerato quasi un ostacolo) e sia a quelle in cui la sua azione non è tale da togliere valore

alla natura (considerata invece come elemento che può offrire determinate opportunità)

-Il fatto che era già riconosciuta una possibile coesistenza di valori culturali e valori naturali è

provato dall'esistenza, nella lista, di iscrizioni miste di siti e cioè di siti iscritti sia a titolo

culturale che a titolo naturale: ciò dimostra che il legame di un paesaggio naturale con l'attività

dell'uomo non impedisce l'iscrizione di un sito, ma anzi ne accentua il valore universale

-Anche la Convenzione di Ramsar ha preso in considerazione, quale elemento di interesse

internazionale, il legame che può esistere tra una zona umida e le attività umane ad essa

collegate (addirittura prevede la tutela anche di zone in tutto o in parte create dall'uomo che

però rientrino nella rete di zone umide di importanza internazionale) purché tali attività si

svolgano nei limiti di un utilizzo sostenibile, che non comprometta cioè la conservazione

dell'habitat. 38

CAPITOLO IX:

LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DELL'AMBIENTE UMANO: LO SVILUPPO

SOSTENIBILE

Premessa

Ormai quasi tutti gli studiosi del diritto internazionale concordano per la non applicabilità della

categoria del patrimonio comune dell'umanità all'ambiente (infatti tale applicabilità non è

riscontrabile nemmeno nel diritto internazionale, né convenzionale né consuetudinario) Così

oggi si sono formati dei principi generali che non sanciscono più un obbligo interstatale di

cooperazione per la protezione dell'ambiente umano, ma un obbligo di protezione in vista

dell'esistenza di un interesse di tutti gli individui alla tutela del contesto naturale in cui vivono:

si parla infatti di diritti dell'uomo di terza generazione

- Certo non è facile in questa materia distinguere tra raccomandazioni e norme consuetudinarie

già vincolanti per gli Stati, al fine di individuare quali siano tali principi generali: certo, sia la

norma consuetudinaria sul divieto di inquinamento transfrontaliero che il principio dello

sviluppo sostenibile, hanno l'obiettivo di soddisfare l'interesse collettivo alla tutela

dell'ambiente in quanto tale (e non in quanto elemento costitutivo di ciascuno Stato)

II divieto di inquinamento transfrontaliero: dalla tutela del diritto sovrano dello Stato

all'utilizzo del proprio territorio, alla tutela dell'interesse collettivo alla qualità dell'ambiente

umano

L'esistenza di una norma consuetudinaria che impone agli Stati il divieto di inquinamento

transfrontaliero, è ormai indiscussa ma si dibatte sul suo preciso contenuto

È dalla seconda metà del secolo scorso che la dottrina ha cercato di individuare l'esistenza e il

contenuto di norme consuetudinarie in materia ambientale: da una sentenza del tribunale

arbitrario USA-Canada del 1941 si ricava il principio per cui lo Stato che provoca agli Stati

vicini una serie di danni transfrontalieri per un utilizzo nocivo del proprio territorio, è

responsabile (principio del "chi inquina paga")

Però, a partire dagli anni '70, lo sviluppo industriale e tecnologico ha portato ad applicare tale

divieto di inquinamento transfrontaliero anche nel caso di danni causati a Stati non vicini allo

Stato di origine (come volevano i propulsori di un "nuovo ordine internazionale dell'ambiente";

- La prassi degli Stati ha contribuito così ad un'estensione di tale divieto, come dimostrano anche

gli accordi internazionali riguardanti i ed. "rischi ambientali globali"

Sembrano così essersi formate delle vere norme consuetudinarie in materia, che deriverebbero

sia dai documenti non vincolanti delle organizzazioni internazionali (espressione dell'OPINIO

degli Stati) che dalle convenzioni internazionali (espressioni invece della loro DIUTURNITAS'

Tali norme hanno contribuito all'evoluzione della disciplina di questa materia perché:

•È stato eliminato il limite della contiguità tra Stati

•Sono stati tutelati anche tenitori non soggetti ad alcuna sovranità nazionale

•Sono stati ampliati gli obblighi gravanti sugli Stati (responsabili anche per illecito omissivo

Spesso, da tutto questo, è stata ipotizzata la presenza di una norma consuetudinaria che tuteli

l'ambiente in senso globale, assoluto (come ha tentato di fare anche la convenzione di Parigi de

1972, erodendo notevolmente il dominio riservato degli Stati): in realtà non si può affermare

l'esistenza, nel diritto internazionale attuale, di una norma consuetudinaria che tuteli l'ambiente

in quanto tale (il cui degrado sarebbe un danno per l'intera umanità)

Ciò però non significa che la protezione dell'ecosistema possa essere rimessa alla sovranità dei


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Riassunto per l'esame di Diritto Internazionale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Internazionale, Leanza. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la comunità internazionale quale fenomeno dinamico, i caratteri essenziali della comunità internazionale, società di Stati, società paritaria, l'evoluzione storica della comunità internazionale (dall'Impero Romano alla pace di Westfalia), la struttura classica della comunità internazionale e la centralità del problema della soggettività internazionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Daniele Luigi.

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