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-adottando un regolamento del personale che richiama

l’ordinamento italiano avrebbe implicitamente sottoposto il

rapporto alla legge italiana e alla giurisdizione italiana

rinunciando così alla propria immunità ( e cita a suo sostegno

alcune decisioni della stessa corte del 1981,del 1987 e del 1989)

-l’immunità riguarda solo delle fattispecie del tutto estranee

all’ordinamento interno (secondo la convenzione di Basilea)

-l’attività svolta dall’istituto in realtà non era non ricompresa tra

gli obiettivi del trattato istitutivo. L’IAM si comportava come un

soggetto di diritto privato ponendo in essere un attività a scopo di

lucro e quindi imprenditoriale per cui non può invocarsi immunità

-le mansioni svolte dal Nacci era meramente ausiliaria e non

attengono ai fini istituzionali dell’IAM

-si ha violazione dell’art 24cost per mancanza di tutela

giurisdizionale

-corte esamina le sentenze

-nel 1981 si afferma il principio secondo il quale la previsione di un

trattamento assistenziale prescritto dalle nostre leggi implica

l’accettazione della giurisdizione italiana da parte del comando

supremo alleato in Europa nelle controversie che investono tali

obblighi assicurativi. Ma esso si riferisce ai soli dipendenti a

statuto locale, e non a dirigenti come il Nacci

-la sentenza del 1987 si occupa del caso di un cittadino Italiano

assunto dalla rete televisiva della repubblica federale tedesca. Il

giudice italiano ha affermato la propria giurisdizione sulla base

del fatto che le parti avevano previsto espressamente

l’assoggettamento del rapporto all’ordinamento italiano e non in

modo implicito come il Nacci ha inteso

-la sentenza del 1989 afferma la rinuncia all’immunità ma solo nel

caso in cui un ente stringe con l’ordinamento italiano una

convenzione e solo in relazione a rapporti di lavoro relativi

all’attività convenzionata. Il Nacci non era stato assunto per

prestare la sua opera nei corsi di formazione professionale (per i

quali esiste una convezione)ma era uno dei maggiori dirigenti

dello IAM.

• La convenzione di Basilea non è stata ratificata dall’Italia e dunque

non è applicabile al caso in questione

• L’attività descritta e svolta dal Nacci rientra nei fini istituzionali

dell’IAM e il fatto che questa sia sovvenzionata da enti pubblici e

privati non fa dell’ente un istituto imprenditoriale

• In un ente che ha come fine l’insegnamento e la formazione le

mansioni di amministratore e bibliotecario rientrano tra le più

importanti mansioni necessarie per il funzionamento dell’ente

• La violazione dell’art 24 non sussiste perché il centro è dotato di un

organo giurisdizionale

Il ricorso è rigettato.

Immunità dalla giurisdizione degli Stati stranieri:

crimini di guerra – Caso Ferrini

Nel 1998 , il signor Luigi Ferrini cita in giudizio la Repubblica Federale Tedesca, innanzi al Tribunale di Arezzo

chiedendo la condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti per essere stato

catturato ad Arezzo e deportato in Germania per essere utilizzato come lavoratore forzato durante la

seconda guerra mondiale dal 1944 al 1945.

La Germania eccepisce il difetto di giurisdizione del giudice italiano.

Tribunale: difetto di giurisdizione del giudice italiano, perché la Germania stava ponendo in essere atti di

diritto pubblico che mettevano in mostra il suo potere sovrano di Stato. Inoltre Ferrini si rivolgeva nei

confronti dell’intera Repubblica e non nei confronti dei singoli soggetti responsabili.

Corte D’Appello: ribadisce quanto detto dal Tribunale di Arezzo

Ferrini si rivolge alla Cassazione con i seguenti motivi:

1) Violazione e falsa applicazione della Convenzione di Bruxelles del 1968, perché nel suo caso erano

applicabili i criteri di individuazione della competenza giurisdizionale in essa stabiliti perché:

2) La controversia intercorre tra un soggetto privato avente il proprio domicilio in uno stato

contraente (Italia), nei confronti di un altro stato contraente (Germania)

3) L’evento si è verificato in territorio sottoposto alla Convenzione (prima in Italia poi in Germania)

4) Le domande risarcitorie proposte nei confronti di un ente pubblico hanno natura civile

5) Le disposizione della Convenzione prevalgono sul principio consuetudinario dell’immunità

giurisdizionale dei Stati per gli atti iure imperii.

Cassazione:

La Cassazione respinge tutti i punti del signor Ferrini dicendo che:

• La Convenzione non è applicabile alle controversie relative ad attività poste in essere dalla Pubblica

Amministrazione di uno Stato nell’esercizio della sua sovranità

• Afferma l’esistenza del principio consuetudinario relativo all’immunità dalla giurisdizione degli Stati

nell’esercizio delle loro funzioni d’imperio. Esso è recepito nel nostro ordinamento in forza dell’art.

10 co.1 Costituzione.

• Porta vari esempi di casi in cui richieste simili sono state rigettate: caso di velivoli di guerra della

NATO che si addestravano sopra il territorio italiano e creavano problemi alla incolumità fisica e alla

salute dei residenti. La Cassazione ha ribadito l’immunità giurisdizionale degli USA.

Sulla base di queste affermazioni il ricorso del Sig. Ferrini è infondato.

La Cassazione però prende in considerazione un particolare orientamento che si sta facendo strada nella

comunità internazionale e riguarda la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo.

Gli atti che la Germania ha compiuto a suo tempo, sui quali si radica la richiesta del sig. Ferrini, sono

espressione della potestà d’imperio dello Stato, ma non è revocabile in dubbio che tali atti hanno portato a

delle conseguenze gravissime per ciò che concerne la tutela dei diritti umani e la dignità di tutti gli uomini,

perciò lesivi di valori ormai universalmente riconosciuti.

crimini di guerra.

Essi possono essere qualificati come

Sono numerose le fonti che la Cassazione cita a livello internazionale come alcune sentenze del Tribunale di

Norimberga, o una serie di trattati internazionali delle Nazioni Unite tutti volti a proteggere questi diritti

universali ed imprescrittibili, e che per questo motivo chi li ha violati può essere perseguitato per sempre

senza alcun limite temporale.

La tutela dei diritti fondamentali della persona umana è affidata a norme inderogabili che si collocano al

vertice dell’ordinamento internazionale, prevalendo su ogni altra norma sia di carattere convenzionale che

consuetudinario. Potremmo definirle delle norme di una sorta di principi costituzionali

ius cogens,

internazionali.

Per questo ne è sancita la loro imprescrittibilità, e si è riconosciuto che ogni stato può reprimerli

indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi secondo i principi della (gli

giurisdizione universale

stati hanno gradualmente deciso di esercitare, in ordine a crimini internazionali quali la tortura, il

genocidio, il terrorismo, una competenza extraterritoriale. Essi hanno cioè deciso di pronunciarsi su crimini

commessi all'estero da cittadini stranieri contro altri stranieri, quando tali crimini erano tanto gravi da

offendere valori comuni a tutta la comunità internazionale e sempreché lo stato territoriale competente o

lo stato di cui il presunto reo aveva la nazionalità si astenessero dal perseguire il crimine).

Chi è responsabile della loro violazione non può invocare la propria immunità funzionale - immunità che

spetta a chi riveste una carica pubblica elevata- ed essendo questi ultimi soggetti sottoposti al potere del

Reich e alla sue strategie belliche, la responsabilità degli individui viene assorbita dallo Stato.

Tutto ciò conferma che la Repubblica Federale tedesca non può invocare la propria immunità dalla

giurisdizione italiana. I fatti su cui si fonda la domanda si sono verificati in Italia, ma essendo essi

qualificabili come crimini internazionali, la giurisdizione andrebbe individuata secondo i principi della

giurisdizione universale.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e dichiara la giurisdizione del giudice italiano.

Caso dei Bond Argentini

-Il caso L’avv Luca Borri aveva acquistato da BNL e Monte dei Paschi di Siena

titoli obbligazionari di valore, con scadenza ad aprile 2008 e interesse

annuo dell’8% circa. Nel luglio del 2002 chiedeva e otteneva decreti

ingiuntivi con i quali il g di pace intimava al governo argentino di

pagare una frazione del credito del Borri per ciascun decreto in

applicazione della decadenza dal beneficio del termine (applicabile

quando oltre la data fissata il debitore si trova in stato di insolvenza

come nel caso della Repubblica Argentina che oltremodo versava in

una situazione alquanto critica che nel 2002 l’aveva costretta a

dichiarare lo stato di emergenza).

L’argentina si oppone perché :

-le iniziative del Borri soddisfano esigenze proprie a scapito di altri

partecipanti agli stessi titoli obbligazionari i quali avevano preferito

una soluzione che soddisfacesse tutti in modo paritario

-eccepisce il difetto di giurisdizione del giudice italiano sotto tre profili

1. Immunità derivante dal principio di par in parem non habet

iurisdictionem

2. Per l’esistenza di una clausola nel prestito che attribuiva la

giurisdizione allo stato di New York o alla Repubblica Argentina

3. Per l’inesistenza di un criterio di collegamento della controversia

con il giudice italiano ex legge 218/1995

-l’accusa gli atti hanno natura privatistica

L’art 22 dell’accordo quadro non è rilevante

Sussiste la giurisdizione nazionale sulla base della convenzione di

Bruxelles e della legge di riforma italiana

-la corte la questione va risolta sulla base di una norma consuetudinaria

recepita in virtù dell’art 10cost e cioè quella della immunità

ristretta o relativa in base alla quale l’immunità degli stati era

riconosciuta per i soli atti iure imperii e non si estende agli atti

privatorum con l’ulteriore limitazione che la stessa qualora sia

relativa a tale tipologia di atti non venga applicata per

comportamenti di valori universali derivanti dalle norme di ius

cogens

-la natura dell’atto di emissione dei titoli obbligazionari è

privatistica ma i provvedimenti di moratoria successivi come

quello sullo stato di emergenza dichiarato dall’Argentina,il

differimento dei pagamenti di debito pubblico per garantire il

funzionamento dello stato e tutti gli altri hanno finalità

pubblicistica e manifestano la potestà sovrana dello stato.

difetto di giurisdizione.

Sulla base di ciò può affermarsi il

La consuetudine internazionale

Numerose sono le teorie avanzate per l’individuazione delle fonti internazionali.

Dall’esame di queste risulta sempre che le norme di diritto internazionale si formano

volontà degli stati

sulla base della diretta o indiretta per cui può ben dirsi che il

diritto autonomo.

diritto internazionale è un Solo che mentre nel caso delle norme

non scritte o consuetudinarie soprattutto quelle risalenti nel tempo la volontà non

viene in diretto rilievo, per le norme derivanti da trattati la volontà degli stati viene

in diretto rilievo. In ognuno dei due casi comunque il diritto che viene fuori non può

rilevare contro la volontà degli stati. Tale situazione non si è modificata neanche

dopo il fenomeno della codificazione. Anche secondo la corte internazionale di

giustizia la consuetudine rientra tra le norme di diritto internazionale dalla quale

derivano diritti e obblighi per gli stati.

La consuetudine risultato del assunto da uno

comportamento

stato nei suoi rapporti con un altro stato

determinato dal che così

convincimento

facendo ci si attiene a un obbligo giuridico e

accettato dall’altro stato con lo stesso spirito.

Due elementi dunque

Oggettivo soggettivo

Prassi generalizzata e uniforme il convincimento

che quei comportamenti

siano conformi al diritto

iuris)

(opjnio

Corte internazionale di giustizia Colombia vs Perù

-caso Haya de la torre capo dell’alleanza rivoluzionaria, avendo tentato

un colpo di stato mal riuscito in Perù, aveva richiesto l’asilo

politico presso l’ambasciata Colombiana in Perù. Dovendo

lasciare il Perù aveva bisogno del rilascio del salvacondotto che

solo le autorità peruviane potevano rendergli. La Colombia lo

rifugiato politico

richiese classificando Haya de la torre come ma

il Perù si rifiutava ritenendo che la Colombia non avesse alcun

diritto a qualificarlo come tale. La Colombia si rivolge alla corte.

norma

-accusa la Colombia ritiene di poter fare ciò sulla base di una

consuetudinaria vigente negli stati dell’America Latina e di

ritenere quella qualificazione definitiva sulla base della stessa.

Porta a suo sostegno una serie di casi.

-la corte i casi presentati a sostegno della sua tesi dalla Colombia non

sono applicabili al caso di specie e il gran numero di trattati

citati non contengono una disposizione relativa alla

qualificazione unilaterale e definitiva operata dalla stessa.

Inoltre le notizie relativamente a questo argomento portano a

la Colombia non ha saputo dimostrare

risultati contrastanti e

l’esistenza di detta consuetudine in tutti i suoi elementi tanto

psicologico quanto oggettivo. E anche a volerla ammettere

non era stata riconosciuta come obbligo giuridico dal

essa

Perù che non aveva mai manifestato la volontà di adeguarsi

ad essa ritenendola tale.

La questione viene dunque rigettata.

La corte poi prese in considerazione la domanda riconvenzionale sottopostagli dal

Perù accogliendola però solo in parte.

Corte internazionale di giustizia-Peschiere norvegesi 1951

delle autorità norvegesi

-il caso Viene emanato un decreto da parte per

delimitazione unilaterale delle zone di pesca

la spettanti esclusivamente alla

Norvegia sul largo delle coste norvegesi. In applicazione del decreto le autorità

norvegesi avevano catturato in quelle acque una nave battente bandiera inglese. Le

autorità britanniche contestavano la conformità del decreto al diritto

internazionale. mare libero

-accusa le catture sono avvenute in quindi le autorità

britanniche richiedono un indennizzo. Più precisamente esse lamentavano il fatto

che la Norvegia unilateralmente avesse predisposto la determinazione delle zone di

pesca oltre le 4 miglia dalla costa e anche ammettendo ciò che essa avrebbe

comunque violato una norma di diritto internazionale generale che stabiliva che

essa non dovesse eccedere le dieci miglia dalla costa.

corte

-la la regola delle 10 miglia è stata accolta da molti stati nel

loro diritto interno e nei trattati , ma è altrettanto vero che altro numero non esiguo

di stati ha adottato limiti differenti dunque essa non può ritenersi una consuetudine

internazionale e anche se lo fosse non potrebbe essere applicata alla Norvegia che si

è sempre opposta ad ogni tentativo della sua applicazione ( notare come viene in

rilievo l’elemento della volontà – teoria dell’obiettore persistente).

La Norvegia non ha violato dunque alcuna regola di diritto internazionale.

La determinazione della materia consuetudinaria della corte:

La delimitazione della piattaforma del mare del nord - 1969

Bisogna attendere qualche anno prima che la corte offra una compiuta teorizzazione

del procedimento di formazione delle norme consuetudinarie e che differisca queste

dai trattati. In particolare ciò avvenne gradatamente con l’esame di una serie di

casi. Prima di passare all’esame di alcuni di essi bisogna però definire il significato di

piattaforma continentale in ambito geologico per comprenderne il significato che

essa assume nella scienza giuridica. La piattaforma continentale indica quella parte

del fondo marino che si estende come prolungamento della costa. Essa è seguita

rispettivamente dalla scarpata continentale e dal pendio continentale che si

distinguono in ordine alla profondità. Oltre il pendio continentale vi è la profondità

degli oceani.

1.caso riguarda una controversia tra la Gran Bretagna e il Venezuela i quali

avevano concluso un accordo per la delimitazione dei fondi marini del

golfo di Paria al di là delle rispettive acque territoriali.

proclama Truman

2.caso Gli Stati Uniti col avevano affermato che le risorse

naturali del sottosuolo e il fondo marino della piattaforma

continentale contigua alla costa sono appartenenti allo stato e

soggetti alla sua sovranità.

Da qui tutti gli stati ne approfittarono per affermare la loro sovranità su porzioni di

acque sempre più ampie.

Occorreva dunque una chiarificazione della materia alla quale si arrivò in parte

conferenza sul diritto del mare nel 1958

grazie alla in occasione della quale si

convenzione per la delimitazione della piattaforma continentale.

adottò anche la sfruttabilità,

Essa accoglieva tra i possibili criteri definitori quello della ma prendeva

criterio

in esame anche il caso in cui due coste si fronteggiassero ritenendo che il

dell’equidistanza (art6) risolvesse anche questo problema. Ma esso sorgeva

nuovamente qualora le coste degli stati fossero particolarmente frastagliate e ricche

di insenature.

Un esempio di tal problema si è avuto in occasione della (-caso) controversia che

vedeva contrapposti la Repubblica Federale Tedesca e dall’altra parte i Paesi Bassi e

la Danimarca per la delimitazione della piattaforma del mare del nord.

La Repubblica Federale Tedesca pur avendo firmato la convezione relativa alla

delimitazione della piattaforma non l’aveva ratificata e quindi non ne era parte

dunque il contenuto della stessa non poteva applicarsi a meno che non si

norme di diritto

dimostrasse che essa era ricognitiva nella parte da applicare di

internazionale generale o che comunque questo contenesse una consuetudine di

contenuto analogo. La Danimarca e i Paesi Bassi adirono dunque la corte.

-Danimarca e Paesi Bassi anche se alla data della convenzione non esisteva

alcuna norma di diritto internazionale generale

che sancisse il contenuto dell’art 6 essa si è

formata in seguito. carattere

-corte -occorre che la regola abbia almeno in potenza

normativo e possiamo affermare che l’art 6 corrisponde a questa

caratteristica. Ma per la sua formulazione non possono escludersi

dubbi al riguardo dato che esso impone l’obbligo di un accordo

prima di ricorrere al principio in esso sancito ( cui gli stati possono

dunque derogare). Dunque anche se la possibilità agli stati di

derogarvi non osta alla formazione della consuetudine sembra che

comunque sia la stessa convenzione a privare l’art6 di essere base

per la formazione della consuetudine.

sussistono gli elementi caratteristici della consuetudine

-non • generalità

Quanto alla : nonostante l’adesione a tale

criterio non sia stata esigua comunque il numero degli

stati non è sufficiente neanche escludendo quegli stati

che non hanno ragione di adottarlo perché non hanno

delle coste in quanto si estendono nella parte interna

del territorio

• prassi

Quanto alla in relazione al tempo esso risulta

essere troppo breve e nonostante questo potrebbe

essere irrilevante per la formazione della norma

gli stati non applicano la norma in

consuetudinaria

modo uniforme e frequente , utilizzando altri criteri,

come una qualificazione unilaterale o un accordo.

• dell’opjnio iuris

Manca anche l’aspetto soggettivo cioè il

considerare quel comportamento conforme al diritto.

Dato che la maggior parte degli stati che non ha aderito

alla Convenzione non applica il criterio dell’equidistanza.

Ciò significa che tale norma è a carattere esclusivamente

convenzionale e non se ne può riconoscere alcun

carattere consuetudinario. criteri

La corte decide dunque che la delimitazione deve avvenire sulla base di

equitativi tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti in modo da lasciare a ogni

naturale prolungamento delle

stato la parte della piattaforma che risulta essere

coste. Essa indica inoltre una serie di criteri da tenere in considerazione:

• Configurazione generale della costa

• Struttura geologica e fisica delle aree in questione e le

risorse naturali

• Ragionevole proporzionalità tra le coste e le porzioni di

piattaforma continentale attribuita.

Consuetudine e Trattato internazionale

Corte internazionale di giustizia 1986

-caso Controversia nata tra il Nicaragua e gli Stati Uniti. Dopo la caduta

del governo il Nicaragua era retto da un governo di coalizione egemonizzato dal

principale esponente del movimento di opposizione del regime precedente. Gli Stati

Uniti dopo un atteggiamento inizialmente favorevole presero ad appoggiare gli

oppositori del governo. Il Nicaragua conveniva gli Stati Uniti dinnanzi alla corte

sostenendo che essi avevano violato norme di diritto internazionale generale che

principio del non intervento del non utilizzo della forza armata.

sancivano il e

Ma la dichiarazione di accettazione della competenza della corte da parte degli USA

la escludeva, in forza di una riserva, per le controversie nate da trattati multilaterali

eccetto che la stessa non fosse stata accettata dagli Stati Uniti.

La corte si riteneva competente sulla base di una consuetudine internazionale sul

principio del non intervento ma doveva dimostrarne l’esistenza.

-l’opjinio iuris

-la corte degli stati coinvolti necessaria alla formazione della

consuetudine è confermata in quanto entrambi ammettono di

conformarsi ad un obbligo giuridico internazionale oltre che

convenzionale rispettando tale principio

prassi

-la della stessa corte conferma questo principio dato che

sebbene non accettato da tutti gli stati comunque dalla generalità

di questi è stato applicato frequentemente. Dunque anche

l’elemento oggettivo è soddisfatto

Può dunque concludersi che la corte può giudicare in merito a tal caso.

Ricerca sulla riserva

Le riserve sono dichiarazioni di volontà con cui uno stato dichiara di aderire ad un

trattato a condizione che nei propri confronti non si applichino talune disposizioni

del trattato oppure che a talune di esse venga attribuito il significato che con la

stessa dichiarazione lo stato indica. Esse sono disciplinate dagli art 19 e 23 della

convenzione di Vienna sui trattati e sono valide solo per i trattati multilaterali non

per quelli bilaterali in cui gli interessi in gioco sono solo due e dunque si esige solo

una proposta cui può seguire da parte dell’altro stato un’accettazione o un diniego.

La finalità della stessa è quella di favorire l’adesione del maggior numero di stati.

Essa può essere apposta anche dopo la firma del trattato purchè non entri in

contrasto con l’oggetto o lo scopo dello stesso. Lo stato che vuole apporre una

riserva ad un trattato ha un onere. Esso deve ratificare la volontà di aderire al

trattato a tale condizione. La riserva quindi non è automaticamente efficace, gli altri

stati, se ne traggono vantaggio, possono dichiarare la loro posizione a favore o

contro la riserva espressa da un determinato stato che chiede tale riserva, può

quindi subentrare un contrasto tra lo stato che appone la riserva e lo stato che ne è

esterno. E’ individuato un termine, fissato a dodici mesi dalla notifica della riserva,

se questo termine si oltrepassa senza che lo stato che ha ricevuto tale riserva non

abbia espresso nulla in favore o in demerito, ossia non si sia espresso, significa che

esso acconsente alla riserva altrui, è quindi essa è stata accolta.

Il parere sulla liceità dell’uso delle armi nucleari:

Le risoluzioni dell’ONU e la formazione della consuetudine.

La Corte Internazionale di giustizia ha emesso un parere su richiesta dell’Assemblea generale delle Nazioni

Unite sulla liceità della minaccia e l’impiego delle armi nucleari. In particolare ci si interroga se esiste una

norma di diritto internazionale consuetudinario che sancisca il divieto di usare le armi nucleari, o si tratta

solo di una norma convenzionale.

Gli stati della comunità internazionale sono divisi: una parte ritiene che si possa parlare di una

consuetudine riconosciuta, un’altra parte afferma il contrario.

ESISTE NON ESISTE

LA CONSUETUDINE LA CONSUETUDINE

Prassi costante di non utilizzo delle armi nucleari da La prassi costante non dimostra che esiste una opinio

parte degli Stati dal 1945, dimostrando così l’espressione juris sull’argomento. Semplicemente dalla fine della

opinio juris

di una per i detentori di queste armi seconda guerra mondiale fino ad oggi non si è mostrata

per gli stati la necessità di utilizzare armi nucleari. Essi

infatti si sono riservati il diritto di utilizzarle nell’esercizio

della loro legittima difesa in caso di attacco dall’esterno,

contro un’aggressione che metta in pericolo la sicurezza

del Paese.

Abbondante serie di risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU Le risoluzione dell’Onu non hanno valore normativo e

che sanciscono l’illiceità dell’uso delle armi nucleari in non sono dichiarative di nessuna norma consuetudinaria

che vieti l’uso delle armi nucleari. Inoltre molte di queste

tutto il mondo e per qualsiasi motivo. Esse nonostante risoluzioni hanno visto un numero elevato anche se non

non abbiano forza obbligatoria possono avere valore

normativo e non sono altro che la dimostrazione di una maggioritario di voti contrari che non può essere

consuetudine internazionale ormai consolidata. Esse trascurato.

sono l’istrumentum contenente norme già esistenti

Sulla base di queste idee, la Corte osserva che l’adozione di numerose risoluzioni da parte dell’Onu su tale

argomento rivela il desiderio di grandissima parte della comunità internazionale di segnare, con il divieto

specifico ed espresso dell’impiego dell’arma nucleare, una tappa significativa sul disarmo nucleare.

non si può parlare ancora di una norma consuetudinaria

Nonostante ciò che proibisca specificamente

l’uso delle armi nucleari in quanto tali. È ancora un percorso in via di formazione.

Esistono sicuramente delle norme del diritto umanitario applicabili al conflitti armati che si ritengono

fondamentali per il rispetto della persona umana, esse si impongono a tutti gli stati a prescindere che

abbiano ratificato o meno delle convenzioni perché costituiscono principi intrasgressibili del diritto

consuetudinario internazionale, hanno efficacia universale.

Il trattato internazionale

Esso è un accordo concluso tra due stati attraverso manifestazioni di volontà che

essi formulano allo scopo di obbligarsi al regime giuridico previsto dal trattato. È

molto simile ad un contratto ma non tutti i principi della disciplina degli stessi gli

possono essere applicati dato che gli enti che lo stipulano sono enti sovrani. In

relazione al regime giuridico dei trattati è stata compiuta un’importante

codificazione che è culminata nella stipula della convenzione di Vienna del 1969

ritenuta riproduttiva del diritto consuetudinario vigente in materia.

Appunti:

il trattato è stato sovrapposto alla consuetudine per la sua idoneità a porre norme di

diritto internazionale generalmente riconosciute.

I principi fondamentali che prima era propri della consuetudine vengono trasposti

anche nei trattati, utilizzati inizialmente come strumento per regolare

principalmente rapporti di natura commerciale.

Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia

sull’apposizione di riserve alla Convenzione sul genocidio.

riserva

Una è una dichiarazione unilaterale fatta da uno Stato quando sottoscrive, ratifica o aderisce ad un

trattato, attraverso la quale esclude o modifica l’effetto giuridico di una parte del trattato nella loro

applicazione allo Stato medesimo.

La questione è sorta in seguito all’emanazione della Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del

cui una serie di Stati hanno apposto delle riserve. In particolare alcune di queste

Crimine di Genocidio,

erano relative all’art. XII della Convenzione che sanciva la possibilità degli Stati parte di non estendere

l’efficacia della Convenzione a territori delle cui relazioni internazionali aveva la responsabilità, cioè territori

non autonomi e sottoposti al potere del governo centrale. Si tratta di territori dove era assai più probabile

che si verificassero genocidi.

La riserva apposta prima dalla Bierlorussia e poi da una serie di Stati dell’Europa dell’est a questo articolo

prevedeva l’estensione della convenzione a tutti i territori indistintamente senza possibilità di opzione.

Il governo dell’Ecuador notificava al Segretario generale delle Nazioni Unite la sua contrarietà a queste

riserve affermando che le riteneva non applicabili al trattato e che per questo motivo tali Stati dovevano

essere esclusi dalla Convenzione.

L’assemblea generale pose la questione alla Corte Internazionale di Giustizia, chiedendo se uno Stato che

avesse formulato una riserva potesse considerarsi parte della Convenzione pur in presenza di obiezioni. E in

caso affermativo quali sarebbero stati gli effetti della riserva nei rapporti tra lo Stato riservante e quelli

obiettanti.

La Corte rispose che nessuno Stato può essere vincolato senza il proprio consenso da alcuna riserva.

Nessuno dei contraenti può distruggere o compromettere con decisioni unilaterali quello che è lo scopo e

l’oggetto di un trattato multilaterale per salvaguardare l’integrità dello stesso.

Nel caso di specie però bisogna riconoscere una maggiore flessibilità per quanto riguarda la possibilità di

apporre riserve alla Convenzione, poiché essa è stata largamente approvato dagli Stati, e per quello che è il

suo obiettivo si vuole cercare di darne la maggiore efficacia possibile. Per questo motivo sembra infondata

la richiesta di escludere dalla Convenzione quegli Stati che hanno apposto delle riserve sull’art. XII, volte ad

estendere la sua efficacia anche in quei territori che erano in qualche modo stati esclusi.

Bisogna quindi prendere in considerazione l’oggetto della riserva e la sua compatibilità con la Convenzione

e in questo caso sembra più che positivo.

In realtà questo parere della Corte mette in luce come sia cambiata nel tempo la disciplina relativa

all’apposizione di riserve nei trattati internazionali. Secondo il diritto internazionale classico la possibilità di

apporre riserve ad un trattato doveva essere tassativamente prevista nella fase di negoziazione e figurare

nel testo stesso. Inoltre si richiedeva che tutti gli Stati parti al trattato dovessero accettare la riserva

(principio della unanimità).

Adesso la riserva non è più una parte del negoziato principale, ma gode di una disciplina molto più

flessibile, che porta sicuramente ad una maggiore frammentazione dei regimi giuridici nei singoli Stati, ma

che comunque assicura una maggiore partecipazione degli Stati ai trattati internazionali.

RISERVA

Consente di far aderire ai trattati Stati che non accettano un articolo o più articoli, facendo

19 23

esprimere loro una riserva su tali articoli. Vengono indicate dagli artt. a della Convenzione di

trattati multilaterali

Vienna del 1969. Ha senso solo nei con lo scopo di facilitare una più larga

adesione. In quelli bilaterali lo stato che non voglia assumere certi impegni, non ha che da

escluderli

La regola adesso è che il trattato può contenere delle disposizioni specifiche in materie di riserve

(divieto di riserve, ammissione solo su determinati articoli, ecc.), se tace la regole è che si possono

scopo trattato

mettere ma comunque una riserva non può essere contraria allo ed all’oggetto del

concordata

Nel diritto internazionale classico la possibilità di apporre riserve è tassativamente

negoziazioni

nella fase delle

Oggi, una riserva può essere formulata all’atto della ratifica, purché “ sia compatibile con l’oggetto

e lo scopo del trattato”

Una riserva può essere contestata da un’altra parte contraente e se, tale contestazione non viene

manifestata entro 12 mesi, la riserva si intende accettata

Contestazione della riserva, manifesti apertamente contestazione

qualunque stato la di una

riserva, ha una sorta di potere di veto, costringendo così lo stato che ha posto la riserva a due

soluzioni:

Toglie può aderire

la riserva: al trattato

Non toglie non può aderire

la riserva: al trattato

Una volta nel diritto consuetudinario le riserve potevano essere indicate solo nel trattato, mentre

l’evoluzione del diritto consuetudinario attuale ha portato un favore

Riserva interpretativa: intendono una accettazione di una o più clausole del trattato se non in un

determinato significato. Significati diversi non potranno essergli opposti

Riserva tardiva: normalmente non ammessa, la Francia che voleva una riserva tardiva poiché non

era stata concessa, è uscita dal trattato e vi è rientrata con la riserva

Convenzione di Vienna: le riserve sono viste con favore in quanto favoriscono l’adesione degli

stati. Di fatto ora le riserve ci sono anche sullo scopo e sull’oggetto del trattato; gli altri stati

contestano tali riserve ma le cose “finiscono lì”

Convenzione dei diritti del fanciullo (molti paesi hanno aderito con riserve anche su scopo e

oggetto) L’interpretazione dei trattati: il caso Young

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati. In essa sono contenute una serie di disposizioni che

disciplinano la materia dei trattati: interpretazione, nullità, estinzione ecc..

Si tratta di disposizione che per la maggior parte sono divenute norme di diritto internazione

consuetudinario in forza dell’approvazione unanime della Convenzione da parte degli Stati, il che manifesta

il grande consenso all’interno della comunità internazionale. A ciò si aggiunga il fatto che la Convenzione è

stata applicata dalle Corti anche prima della sua entrata in vigore, avvenuta nel 1980, in controversie in cui

le parti non l’avevano ancora nemmeno ratificata! È quindi chiaro il convincimento degli Stati che il

contenuto di tale convenzione possa essere considerato come diritto internazionale generalmente

riconosciuto. Ciò giustifica l’applicazione degli artt. 31,32 e 33 di tale convenzione ad un caso che si sviluppa

nel 1953.

Nel 1930 vennero emesse delle obbligazione dette “young” per finanziare i debiti della Germania in seguito

alla prima guerra mondiale.

La Germania sospese i pagamenti, così dopo la seconda guerra mondiale, nel 1953 durante la Conferenza

internazionale di Londra venne deciso che la Germania dovesse onorare ancora i suoi debiti. Vennero

emesse nuove obbligazioni e in particolare si inserì una clausola di garanzia secondo la quale se ci fosse

stata una variazione del tasso di cambio superiore al 5% si sarebbe utilizzata come moneta quella meno

deprezzata.

Tra il 1961 e il 1969 assistiamo ad una forte rivalutazione del marco tedesco, così molti detentori di

obbligazioni in monete diverse dal marco tedesco chiesero di poter applicare la clausola.

Il governo tedesco si opponeva ritenendo che nell’accordo del ’53 si parlava di cioè

Abwertung

svalutazione. deprezzamento.

Il testo francese e inglese invece parlavano di cioè Quindi a

depreciation

seconda se si fosse utilizzata la versione tedesca o inglese/francese sarebbe stato possibile o meno

usufruire della clausola.

Era una questione di interpretazione del testo, che venne rimessa ad un tribunale di arbitri.

Art. 31 Convenzione di Vienna: il trattato deve essere interpretato secondo tenendo conto del

buona fede,

del trattato.

contesto, dell’oggetto e dello scopo

I termini da analizzare sono e che portano a delle conseguenze diverse.

Abwertung depreciation,

Il contesto prende in considerazione i possibili preamboli e allegati al trattato, ma anche possibili accordi

ulteriori o la prassi generalizzata in seguito alla sua emanazione.

Il Tribunale da una prima analisi ritiene che il termine Abwertung deve essere inteso nel suo significato

tecnico di svalutazione, e non come sostengono i richiedenti che parlano di un significato formale e

Nel caso

generale del termine ricomprendendo così sia un rialzo che un abbassamento del tasso di cambio.

di specie non vi è stato alcun deprezzamento o svalutazione del marco ma un aumento di valore che non

era contemplato come requisito per l’applicazione della clausola.

L’oggetto dell’accordo era il regolamento dei debiti esterni della Germania e lo scopo era quello di trovare

un compromesso tra gli obblighi della Germania e la sua capacità economica.

Art. 32 : si possono utilizzare mezzi complementari nell’interpretazione del trattato come i lavori

con lo scopo di confermare il senso che

preparatori o le circostanze nelle quali il trattato è stato concluso,

risulta dall’applicazione dell’art. 31 o se il testo risulta ancora poco chiaro o manifestamente assurdo.

Da un attento esame dei verbali della Conferenza di Londra il Tribunale può riconfermare la tesi risultate

della prima analisi.

Art. 33 : nel caso di trattati autenticati in più lingue si adotterà il significato che risulta dall’analisi

dell’oggetto e dello scopo del trattato.

Anche da questo esame viene riconfermata la tesi del Tribunale e i ricorsi vengono respinti.

Cause di nullità dei trattati internazionali

Sentenza arbitrale del 1989 tra Guinea Bissau e Senegal

ogni trattato è nullo,

Bisogna prima di esporre il caso chiarire che a norma della

momento in cui esso contrasta con norme di ius cogens:

convenzione di Vienna,nel

norme per le quali non è permessa alcuna deroga e che può essere modificata solo

da una nuova norme di diritto internazionale generale avente lo stesso carattere.

1960 accordo di

-caso nel la Francia e il Portogallo avevano concluso un

delimitazione della frontiera marittima tra il Senegal e la Guinea

allora da essi dipendenti. Succedettero agli stati stipulanti questi

tribunale arbitrale

ultimi (la Guinea Bissau e il Senegal) e adirono il

per capire se detto accordo dovesse considerarsi valido e

applicabile ai loro rapporti. cause di nullità

-la Guinea Bissau faceva valere una serie di

• violazione di norme di ius cogens in quanto

derivanti dal principio di autodeterminazione dei

sovranità degli stati sulle risorse

popoli: 1)

naturali perché l’accordo costituiva una

alienazione di parte del territorio dello stato della

riduzione dello

2)

Guinea Bissau, ius tractatus

processo di

dello stato colonizzatore quando il

liberazione nazionale all’interno del territorio è

stato avviato, per cui il Portogallo non poteva

stipulare più alcun accordo,dato che il processo di

liberazione dentro il Senegal era stato avviamento

prima del 1960

• la Francia aveva violato inoltre ai danni del Senegal

il diritto all’autodeterminazione dei popoli come

aveva fatto del resto con la stessa Guinea, per cui

doveva rifiutare di accettare il contenuto

dell’accordo.

-la corte • il principio della sovranità inalienabile sulle risorse naturali

può essere applicato solo quando le stesse si trovano nel

territorio dello stato, cosa che non era possibile stabilire

dato che prima di detto accordo non vi era una

delimitazione di confini

• La dottrina attuale si è occupata dello studio delle norme

di ius cogens dalle quali viene fuori che esse sono norme

che non possono essere derogate da accordi (come il

diritto all’autodeterminazione dei popoli), ma la norma

invocata dalla Guinea Bissau di restrizione dello ius

tractatus non ha il rapporto di corollario con il principio di

ius cogens dalla stessa richiamato dunque non può

considerarsi norma inderogabile, almeno in forza delle

prove da essa fornite che attengono ad un semplice

processo logico-deduttivo

• Ogni stato nato a seguito del processo di liberazione può

scegliere se accettare o meno i trattati conclusi dallo stato

colonizzatore e il Senegal lo ha accettato e applicato

dunque la Guinea Bissau non può invocare la nullità sulla

base della violazione dalla detta presentata

• La Guinea Bissau non ha inoltre dimostrato che al

momento dell’accordo nel paese fosse in atto un

movimento di liberazione nazionale, che può essere

considerato avviato solo nel 1963 e non prima

Il ricorso è dunque rigettato.

Estinzione dei trattati internazionali:

il caso dell’Ungheria contro la Repubblica Slovacca

Convenzione di Vienna : per ammettere l’estinzione di un trattato internazionale è necessario che l’oggetto

del trattato risulti impossibile.

Impossibilità di eseguire la prestazione non dovuta dalla violazione di un obbligo ad opera di una delle parti

del medesimo trattato.

-Caso Trattato del 1977 stipulato tra Ungheria e Repubblica Slovacca per la realizzazione di un

progetto volto allo sfruttamento delle acque del Danubio.

L’Ungheria aveva interrotto i lavori per una serie di motivazioni e riteneva che il trattato doveva estinguersi

invocando proprio i principi sanciti nella Convenzione di Vienna relativi alla impossibilità di esecuzione del

trattato: l’oggetto era un investimento economico congiunto compatibile con la protezione dell’ambiente .

Secondo l’Ungheria tale oggetto diviene impossibile perché:

1. Il progetto diveniva sempre meno redditizio

2. Poco attento alle esigenze ecologiche - ambientali

3. Sviluppo di nuovi strumenti e conoscenze in materia di ambiente

4. Profondi cambiamenti di natura politica all’interno del governo ungherese

5. La Cecoslovacchia aveva violato sia norme di diritto internazionale consuetudinario, sia norme

convenzionali e infine anche lo stesso trattato del 1977 per aver costruito la variante C, nonostante

l’Ungheria ne richiedesse la sospensione.

La Corte nel decidere fa proprio riferimento alla Convenzione di Vienna e ritiene che :

1a. il trattato del 1977 prevedeva la possibilità di fare dei cambiamenti di disposizioni sia dal punto di

vista economico sia per ciò che concerne i mezzi e gli strumenti adottati per la realizzazione del

progetto e quindi adattarsi meglio alle esigenze del caso.

2a. è vero che vi è stata una mutazione politica nel governo ungherese , ma le condizioni politiche al

momento della conclusione del trattato non erano essenzialmente legate con l’oggetto e lo scopo

del progetto. I mutamenti di circostanze invocati dall’Ungheria non possono considerarsi sufficienti

per invocare una estinzione del contratto. Deve trattarsi di situazioni impreviste, tali da incidere in

maniera assoluta nella realizzazione del trattato. E nel caso di specie non può essere invocata una

tale gravità.

3a. per quanto riguarda la violazione di norme internazionali da parte della Repubblica Slovacca nel

caso di specie non rilevano, non possono essere utilizzate come una motivazione per l’estinzione

del trattato.

4a. Infine l’atto della Cecoslovacchia relativo alla Variante C non può essere considerato illecito, per

cui l’Ungheria non aveva il diritto di invocare una violazione del trattato e richiederne l’estinzione.

5a. In realtà la Cecoslovacchia ha violato il trattato solo in un secondo momento, quando ha deviato le

acque del Danubio nel canale di derivazione. Ma fino a quel momento l’Ungheria non aveva nessun

motivo di sospendere la sua prestazione e di conseguenza il suo ricorso può ritenersi prematuro e

per cui rigettato.

Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale

Il problema si pone durante la seconda metà dell’800’ per una serie diversa di

ragioni:

• Viene formulata la teoria del diritto pubblico interno sulla spinta della

rivoluzione metodologica del giuspositivismo. Si prende così coscienza della

separazione tra diritto internazionale che riposa sulla volontà comune degli

stati e diritto interno che si fonda sulla volontà del singolo stato

• Vengono studiati i modi in cui il diritto internazionale interagisce col diritto

interno in particolare quando le norme di diritto internazionale devono essere

rispettate all’interno e non solo tra gli stati membri.

In particolare Triepel affronta il problema del rapporto tra il diritto internazionale

imperiale e il diritto interno dei singoli stati tedeschi.

La ricostruzione che mise alla luce una reciproca influenza tra i due avvenne sulla

base di una concezione che parte dall’idea che il diritto internazionale e il diritto

interno sono due entità autonome e separate tra loro che entrano però in contatto

dualista).

attraverso dei meccanismi (teoria

A questo pensiero se ne contrappose un altro secondo il quale esisterebbe solo un

ordinamento cioè quello internazionale nel quale si collocherebbero gli ordinamenti

monista).

dei singoli stati (teoria

Queste due visioni portano a risultati differenti.

Nel primo caso infatti la circolazione di valori tra i due ordinamenti avviene

attraverso precisi meccanismi e non naturalmente come nel secondo caso.

Oltremodo con una ricostruzione monista si ammette che l’ordinamento

internazionale preveda norme che disciplinano i rapporti anche all’interno e non

solo tra i singoli stati nazionali, tanto che alcuni hanno addirittura ipotizzato che in

caso di contrasto tra la normativa interna e quella internazionale la prima sarebbe

dovuta considerarsi nulla. Non sembra superfluo aggiungere che per il monismo la

sovranità è una libertà riconosciuta o meglio concessa dal diritto internazionale agli

stati , mentre per il dualismo rappresenta un elemento imprescindibile dello stato

da cui lo stesso diritto internazionale dipende e che esso stesso cerca di proteggere(

da qui la sovranità può essere circoscritta solo col consenso dello stato).

La teoria dualista comunque sembra meglio corrispondere al reale, infatti

nonostante la coesistenza tra più stati autonomi e tra questi e il diritto

internazionale la distinzione e l’autonomia di ogni ordinamento persiste. Il che vuol

dire che in caso di contrasto tra la norma internazionale e la norma interna i due

ordinamenti possono adottare soluzioni diverse anche talvolta tra loro contrastanti

che potranno portare lo stato ad una responsabilità su un piano internazionale( al

riguardo del problema si è poi occupata la corte cost in un dialogo indiretto con la

corte internazionale di giustizia giungendo ad una soluzione accettata). Da qui la

relatività dei valori giuridici cioè quel fenomeno in base al quale un comportamento

che per un ordinamento può essere conforme al diritto per un altro invece non lo è.

Questa idea regola i rapporti tra ordinamento interno e internazionale anche se gli

stati devono conformarsi a quest’ultimo per non incorrere in responsabilità

internazionale. Per questa ragione gli stati contengono norme di apertura al diritto

internazionale ( nel nostro caso gli art 10 11 e 117 della cost).

Pronunziarsi a favore di una delle due teorie risulta comunque un compito difficile

anche se due punti fermi sono ricavabili:

• L’ordinamento statale si modifica adattandosi a quello internazionale

• Non esistono norme che impongano allo stato un preciso mezzo di

adattamento.

Nell’ordinamento italiano l’adattamento avviene in maniera diversa a seconda che si

tratti di norme di diritto internazionale generalmente riconosciute oppure di norme

di diritto internazionale pattizio.

• Nel primo caso la norma di adattamento è data dall’art10 della nostra

costituzione secondo il quale “l’ordinamento si conforma alle norme di diritto

tal modo l’ordinamento italiano

internazionale generalmente riconosciute”.In

si modifica per adattarsi all’ordinamento internazionale e nel momento in cui

l’art 10 meccanismo di adattamento

queste norme si modificano produce un

automatico e di rinvio mobile. Un grande giurista,il Perassi ha definito infatti

trasformatore permanente.

suddetto articolo come un

Ad ogni modo la citazione dell’art 10 ha suscitato non pochi dubbi circa le norme

a cui si riferisce. Alcuni hanno ipotizzato che dato che tra esse rientra quella del

il riferimento fosse al rispetto delle norme contenute nei

pacta sunt servanda

trattati, ma questa visione contrasta con la volontà dei costituenti che

intendevano riferirsi solo alle norme consuetudinarie. Altri hanno ritenuto che

l’art 10 si riferisca letteralmente a quanto cita cioè solo a quelle norme di diritto

generalmente riconosciute

internazionale che possano dirsi ma ciò produrrebbe


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Riassunto di Diritto Internazionale sui Casi materiali. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Soggetti di diritto internazionale, Corte internazionale di giustizia nel 1949: riconoscimento della soggettività internazionale dell’ONU, La soggettività internazionale dell'Ordine di Malta, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Sapienza Rosario.

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