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Comporta la soggezione dello Stato responsabile al potere di coercizione (=costrizione,

 imposizione, obbligo), spettane ad altro soggetto, allo scopo di ottenere l’adempimento,

sanzionare il comportamento illecito e il dovere di riparazione.

1.10. La fonte della disciplina della responsabilità.

La disciplina generale della responsabilità internazionale è posta da regole di diritto

consuetudinario: non ci sono regole pattizie che abbiano inteso la materia in via generale. La

disciplina generale della responsabilità internazionale degli Stati per fatti internazionalmente illeciti

è stata oggetto di una complessa opera di codificazione, fatta dalla Commissione del diritto

internazionale delle Nazioni Unite, che ha portato all’adozione di un Progetto di articoli. Tale

progetto è adottato dall’Assemblea ONU come guida della pratica e della giurisprudenza

internazionale.

1.11. La responsabilità di soggetti diversi dagli Stati.

Il Progetto prende solo in considerazione la responsabilità dello stato, ma una responsabilità per atto

illecito può nascere in capo ad ogni soggetto di diritto internazionale che violi un obbligo

internazionale. I soggetti capaci di essere titolari di posizioni giuridiche soggettive di diritto

internazionale sono i possibili destinatati delle norme che definiscono se un’obbligazione è stata

violata e quali sono le conseguenze della violazione: non solo gli stati ma ad esempio anche le

organizzazioni internazionali.

2.1. Gli elementi costitutivi dell’atto internazionale illecito.

La violazione del diritto internazionale da parte di uno Stato comporta la sua responsabilità

 internazionale: “Ogni violazione da parte di uno Stato di un’obbligazione, di qualsiasi origine,

fa sorgere la responsabilità dello Stato”.

Quando uno stato commette un atto internazionalmente illecito nei confronti di un altro stato,

 la sua responsabilità internazionale è immediatamente stabilita nei rapporti tra i due stati.

Perché esista una responsabilità internazionale occorre verificare le condizioni per le quali un

 illecito internazionale può dirsi esistente; ci sono 2 elementi che sono ritenuti costitutivi

dell’illecito:

a) Attribuibilità dell’atto allo Stato ai sensi del diritto internazionale

b) Violazione di un obbligo internazionale vigente per lo stato al momento della

commissione dell’atto.

I 2 elementi costitutivi della responsabilità internazionale sono comunemente indicati come

“soggettivo” e “oggettivo”.

2.2. Irrilevanza del diritto interno nella qualificazione dell’illecito.

La qualificazione di un atto internazionalmente illecito dipende dal diritto internazionale e

prescinde dalla qualificazione dello stesso come lecito ai sensi del diritto interno.

 Un atto non può essere considerato internazionalmente illecito (e non far sorgere una

responsabilità) se esso non comporta la violazione di una norma di diritto internazionale, anche

se tale atto è in contato con le regole di diritto interno.

 Al contrario, lo Stato non può sottrarsi alla responsabilità internazionale se si pone in

contrasto con le norme internazionali: l’atto che viola una norma di diritto internazionale

costituisce un illecito anche se lo stato era obbligato a compierlo in base al proprio diritto

interno.

3.1. L’elemento “soggettivo” dell’illecito: il principio generale d’attribuibilità di un atto allo

Stato.

Perché una condotta sia considerata internazionalmente illecita e fonte di responsabilità è

necessario che essa sia attribuibile ad uno Stato o a un soggetto internazionale: le azioni dello stato

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sono alla fine “umane” e bisogna quindi verificare quali persone devono essere considerate come

agire per conto dello stato ai fini della responsabilità internazionale.

Il principio generale d’attribuibilità di una condotta allo Stato è una regola secondo la quale

può essere riferita allo Stato a livello internazionale solo la condotta dei suoi organi (enti

individuali o collettivi attraverso i quali lo Stato si organizza e agisce): un’azione umana può essere

considerata come azione dello Stato se posti in essere dai membri di un organo dello stato che

abbiano agito in tale qualità. Il diritto interno e la prassi degli Stati sono di primaria importanza per

determinare cosa costituisce un organo dello Stato, anche perché la struttura dello Stato è

determinata dal diritto interno e non dal diritto internazionale. Anche se lo stato ripartisce al suo

interno una serie di organi aventi diverse funzioni, ai fini del diritto internazionale lo Stato è

trattato come singola persona giuridica. La condotta, di qualsiasi organo statale, è considerata

come atto dello Stato ai sensi del diritto internazionale.

 “il comportamento di un organo dello Stato deve essere considerato come atto di questo stato”

 “la responsabilità internazionale di uno stato è impegnata dall’azione degli organi e delle

autorità competenti che agiscono in questo stato qualunque esse siano”

 “lo Stato è responsabile per gli atti dei suoi governanti sia che essi appartengano al potere

legislativo, esecutivo o giudiziario, nella misura in cui gli atti sono posti in essere nella loro

veste ufficiale”. La condotta è attribuibile allo stato se l’organo in questione agisce in veste

ufficiale, anche se al di fuori della sfera di sua competenza.

È attribuita allo stato la condotta dell’ente che non è ritenuto organo dello Stato, anche se è

autorizzato dal diritto interno ad esercitare il potere do governo: sono gli enti “parastatali” e gli

“enti privati” perché partecipano alla funzione di governo.

Ci sono dei casi in cui la condotta illecita di un organo dello Stato fa sorgere la responsabilità

di uno Stato diverso: ciò avviene quando l’organo di uno stato (un giudice, un reparto

dell’esercito…) venga posto a disposizione di un altro stato. Se un organo di uno stato è posto a

disposizione di un altro stato e agisce solo a favore e per conto di quello Stato, la sua condotta viene

attribuita allo stato per il quale agisce. Tale meccanismo di attribuzione è escluso nelle situazioni in

cui l’organo agisce senza il consenso dello Stato al quale esso strutturalmente appartiene.

3.2. Il comportamento dei privati.

Si esclude che la condotta posta in essere da provati in quanto tali possa essere considerata come

condotta dello Stato.

 Lo Stato può essere ritenuto responsabile del comportamento dei suoi organi.

 Ma non è responsabile della violazione dell’obbligo internazionale con il quale il

comportamento del privato è in contrasto, ma solo dell’obbligo di assicurare la prevenzione o la

repressione del comportamento dei privati.

Una responsabilità diretta relativa alla violazione dell’obbligo internazionale commessa dai privati

nasce solo quando uno Stato approvando a posteriori il comportamento dei privati, lo faccia

diventare come comportamento proprio.

Il comportamento di enti o soggetti privati che non costituiscono un organo dello Stato può essere

attribuito allo Stato quando questo abbia controllato o diretto l’attività dei privati che abbiano agito

in condizione di totale dipendenza dallo stato.

L’attribuzione allo Stato di comportamenti di enti diversi dai suoi organi può verificarsi quando il

privato abbia agito in sostituzione dello Stato come in caso di calamità naturali.

3.3. La complicità nell’illecito internazionale.

La complicità nell’illecito internazionale avviene quando uno stato può essere ritenuto responsabile

per l’atto di un altro Stato. Ci sono casi in cui insorge una responsabilità dello Stato in relazione ad

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azioni di un altro stato, quando c’è una cooperazione o una coercizione (=costrizione) nella

commissione dell’illecito.

Caso 1): una responsabilità può nascere per uno stato che aiuta un altro stato nella commissione

di un atto internazionalmente illecito: in questo caso lo stato che presta l’assistenza diventa

internazionalmente responsabile per il proprio comportamento se agisce con la consapevolezza che

l’atto è illecito.

Caso 2): deve ritenersi internazionalmente responsabile dell’illecito lo stato che costringe un

altro stato alla commissione di un atto illecito. Se l’atto non fosse frutto di coercizione, diventa

imputabile allo Stato costretto a commetterlo, perché diventa un comportamento volontario per lo

stato che commette l’illecito.

4.1. L’elemento “oggettivo” dell’illecito: caratteri del comportamento dello Stato.

L’elemento “oggettivo” dell’illecito è dato dal contrasto del comportamento tenuto dallo Stato e

quello richiesto dalla norma (obbligo) internazionale :“si ha violazione di un obbligo internazionale

da parte di uno Stato quando un atto di quello stato non è conforme a quanto gli è richiesto da tale

obbligo…”. Il comportamento illecito dipende dal contenuto della norma primaria violata. Il

comportamento illecito può consistere nel non avere raggiunto un risultato richiesto: per definire se

un comportamento è illecito è necessario determinare il contenuto dell’obbligo che si assume

violato.

4.2. Irrilevanza dell’origine dell’obbligo internazionale violato.

Quando un stato ha commesso un atto internazionalmente illecito, la sua responsabilità

internazionale è suscettibile (=capace di subire influenze esterne) di essere implicata qualunque sia

la natura dell’obbligazione che non ha rispettato. Quindi l’origine dell’obbligo violato non ha

importanza.

4.3. Il carattere della norma violata.

Nella qualificazione dell’illiceità della condotta dello stato, non esiste un illecito internazionale a

prescindere dall’importanza maggiore o minore dell’obbligo internazionale violato. La

Commissione del diritto internazionale ha evitato di distinguere le categorie dei diversi fatti illeciti,

vale a dire tra crimini e delitti internazionali. Le caratteristiche della norma violata sono irrilevanti

per la disciplina della responsabilità dello Stato, ma sono importanti per quanto riguarda le

conseguenze derivanti dall’atto illecito.

4.4. Il momento di commissione dell’illecito.

Il problema di un certo peso è la determinazione del momento in cui un illecito può dirsi compiuto.

L’illecito può avere carattere “istantaneo” o carattere “continuativo”. Non è solo una classificazione

teorica, perché in base alla serietà e al tempo della violazione può avere peso sulla determinazione

della riparazione. Secondo le regole del Progetto:

La violazione di un’obbligazione internazionale per mezzo di un atto che non si estende nel

 tempo, si verifica nel momento in cui ha luogo il comportamento dello Stato

La violazione di carattere continuativo si estende per l’intero periodo in cui il comportamento si

 svolge e si pone in contrasto con l’obbligo internazionale.

La violazione da parte di uno stato di un obbligo internazionale attraverso una serie di atto o

 omissioni illecite ha luogo nel momento in cui si verifica quell’azione o omissione che è

sufficiente a far qualificare come illecita la serie di azioni o omissioni.

5.1. La colpa nell’illecito internazionale.

Si discute se accanto ai 2 elementi, soggettivo e oggettivo, sia necessaria la presenza dell’elemento

psicologico della colpa. Una questione a lungo dibattuta riguarda la necessità o meno che sussista la

colpa dell’organo statale autore della violazione. 70

Con ampia generalizzazione possono distinguersi, in riferimento al problema della colpa, tre tipi di

responsabilità:

1. Dolo - si ha quando l’autore dell’illecito ha commesso quest’ultimo intenzionalmente

2. Colpa grave - avviene quando l’autore ha commesso il fatto con negligenza, trascurando di

adottare le misure necessarie per prevenire il danno.

3. Responsabilità oggettiva

Relativa: si ha quando la responsabilità sorge per effetto del solo compimento

o dell’illecito, ma l’autore di quest’ ultimo può invocare, per sottrarsi alla responsabilità

una causa di giustificazione consistente in un evento esterno che gli ha reso impossibile

il rispetto della norma.

Assoluta: sorge automaticamente dal comportamento contrario ad una norma giuridica

o e non ammette alcuna causa di giustificazione

Il Progetto non menziona la colpa tra gli elementi costitutivi dell’illecito.

Nella definizione di responsabilità internazionale dello Stato si afferma che essa sorge in capo allo

Stato indipendentemente dall’esistenza a suo carico di una specifica colpa, intesa come violazione di

un obbligo di diligenza, perizia o prudenza nell’evitare che si produca l’evento dannoso. La soluzione

generalmente accolta dalla dottrina internazionalistica esclude che per aversi responsabilità

internazionale dello Stato sia necessario l’elemento della colpa, al contrario il regime generale sarebbe

quello della responsabilità oggettiva secondo la quale quando si stabilisce un legame tra il

comportamento dell’organo (elemento soggettivo) e l’antigiuridicità di tale comportamento (elemento

oggettivo) lo Stato è da ritenersi ipso facto responsabile, a prescindere da qualsiasi elemento colposo.

E’ comunque possibile per lo Stato accusato dimostrare l’esistenza di una circostanza che escluda tale

responsabilità. La responsabilità oggettiva, quindi rappresenta la soluzione più valida per assicurare

migliori relazioni internazionali e per garantire l’effettiva riparazione dell’illecito.

Tuttavia, se si esamina la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani e della Corte

comunitaria, ci si rende conto che un’indagine sul dolo o sulla colpa degli organi dello Stato non è

mai stata condotta.

Il Progetto non dedica alla colpa alcun articolo e da tale circostanza può dedursi che il regime di

responsabilità oggettiva relativa sia considerato come il regime generale applicabile.

5.2. Il danno nell’illecito internazionale.

Allo stesso modo si discute se un fatto possa qualificarsi internazionalmente illecito solo se esso

provoca un danno, cioè qualche pregiudizio morale o materiale verso un altro soggetto. Qualsiasi

violazione di un obbligo internazionale comporta necessariamente un danno giuridico. È doveroso

escludere che il danno morale o materiale possa essere inteso come elemento costitutivo

dell’illecito.

6.1. Le circostanze d’esclusione dell’illiceità.

Le circostanze, che il Progetto esclude il carattere illecito di un atto, sono:

Il consenso La forza maggiore

o o

La legittima difesa (autotutela) L’estremo pericolo (distress)

o o

La legittima contromisura Lo stato di necessità

o o

6.2. Il consenso dello Stato leso.

Se si è ottenuto il consenso del soggetto verso cui sussisteva l’obbligo, tale comportamento è causa

d’esclusione dell’illiceità. Il consenso impedisce l’insorgere della responsabilità del soggetto che ha

tenuto il comportamento nei confronti del soggetto che ha dato il consenso.

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Il consenso è valido se è stato dato liberamente e non risultare viziato dalla coercizione o altro

fattore.

Il fatto altrimenti illecito deve rimanere nei limiti del consenso.

Il consenso per poter essere considerato esclusione dell’illecito deve essere precedente o

contemporaneo al fatto.

6.3. La legittima difesa.

Il comportamento illecito contrastante con un obbligo internazionale è escluso qualora attraverso

tale comportamento lo stato:

Abbia evitato il compimento di un fatto illecito nei propri confronti da parte di un

o altro stato

Impedire che un illecito già in atto sia portato ad ulteriori conseguenze.

o

se costituiscono una misura di “legittima difesa” (o autotutela).

Tale comportamento è lecito se la legittima difesa è adottata nei limiti (tempo, proporzione, portata)

indicati dal diritto internazionale e riconosciuta dalla Carta N.U..

6.4. Le contromisure.

Un comportamento illecito non fa sorgere una responsabilità internazionale se esso costituisce

l’esercizio legittimo di una contromisura (o rappresaglia) adottata contro il soggetto nei cui

confronti l’osservanza dell’obbligo era dovuta ad un precedente illecito di questo stato.

La contromisura è un’azione che si ritiene negativa.

6.5. La forza maggiore.

La forza maggiore è un’altra causa di esclusione di illiceità di un atto contrastante con il diritto

internazionale. La forza maggiore è una situazione in cui lo stato in questione è costretto ad agire in

modo contrastante con quanto richiesto da un obbligo cui è soggetto: lo stato-attore del fatto anche

se si rende conto che il suo comportamento lede un diritto spettante ad un altro stato non è

materialmente in grado di impedire l’evento.

Perché una situazione di forza maggiore sia rilevante per escludere l’illecito deve soddisfare 3

condizioni: 1. l’atto altrimenti illecito si produce quale conseguenza di una forza

irresistibile o di un evento imprevedibile

2. tale forza o evento sono esterni alla sfera di controllo dello Stato

3. essi rendono materialmente impossibile l’adempimento dell’obbligo

internazionale.

La forza maggiore deve comportare l’assoluta impossibilità per lo stato di adempiere l’obbligo

internazionale.

6.6. L’estremo pericolo.

L’illiceità di un comportamento non conforme è esclusa se il suo autore, in una situazione di

estremo pericolo (distress), non aveva altro modo ragionevolmente praticabile di salvare la propria

vita e le vite di altre persone affidate alla sua cura.

A differenza del caso di forza maggiore, la persona che agisce in stato di pericolo, compie

volontariamente un atto in contrasto con il diritto internazionale anche se la libertà di scelta è

annullata è proprio dalla situazione d’estremo pericolo: l’autore del fatto decide di violare la norma

perché si ha un male minore rispetto alla perdita di vite umane.

6.7. Lo stato di necessità. 72

Lo Stato di necessità: se l’adozione del comportamento in astratto illecito era l’unico modo per

salvaguardare un interesse essenziale dello Stato nei cui confronti era dovuto l’obbligo violato o la

Comunità nel suo complesso. La Corte considera che lo stato di necessità è un motivo riconosciuto

dal diritto internazionale consuetudinario per l’esclusione dell’illiceità di un atto non conforme ad

un obbligo internazionale. Lo stato di necessità può essere invocato solo se ricorre una serie di

condizioni:

L’adozione del comportamento in astratto illecito sia l’unico modo per salvaguardare un

 interesse essenziale dello Stato nei confronti di un grave ed imminente pericolo: non può essere

invocato quindi se lo Stato in questione aveva a disposizione altri mezzi di salvaguardia, anche

se più dispendiosi o meno convenienti.

L’atto altrimenti illecito non pregiudichi (=rovinare) seriamente un interesse essenziale dello

 Stato nei cui confronti era dovuto l’obbligo violato o la Comunità internazionale nel suo

complesso: l’interesse che lo Stato ha inteso di salvaguardare deve avere quindi un rilievo

superiore rispetto agli interessi toccati dal comportamento dello stato

È esclusa l’invocazione dello Stato di necessità se lo Stato ha contribuito alla creazione della

situazione di necessità.

7.1. Le conseguenze dell’illecito.

Il diritto internazionale indica le regole da seguire in caso di conseguenze della mancata osservanza

dell’obbligo internazionale.

La commissione di un atto illecito, nel quadro in cui le cause di esclusione dell’illiceità non rientra

l’atto, produce una serie di conseguenze giuridiche in capo al responsabile (soggetto ad obblighi nei

confronti di un altro Stato / gruppo di Stati / l’insieme della Comunità internazionale), a seconda

della natura e del contenuto della norma violata e delle circostanze del caso. Le misure in

conseguenza dell’illecito sono:

Prima di tutto, lo stato ha l’obbligo di cessare il comportamento illecito

 Poi, in secondo luogo, lo stato ha l’obbligo di riparazione

 Conseguenze di violazione di una norma imperativa diritto internazionale generale.

7.2. L’obbligo di cessare il comportamento illecito.

L’obbligo di cessare il comportamento illecito spetta alo stato che ha commesso una violazione

dell’obbligazione internazionale, in pratica porre fine alle violazioni che si estendono nel tempo. Se

le circostanze lo richiedono, lo Stato ha l’obbligo di offrire assicurazioni e garanzie di non

ripetizione del comportamento illecito.

7.3. L’obbligo di riparazione.

Lo stato ha l’obbligo di riparare il pregiudizio (=danno) sia morale che materiale causato con l’atto

internazionalmente illecito. La violazione comporta l’obbligo di riparare in forma adeguata. La

riparazione può consistere:

Restituzione:

 Lo stato responsabile di un illecito internazionale è obbligato alla restituzione “in

o forma specifica “(o in natura), ossia al ristabilimento della situazione che esisteva

prima dell’illecito (status quo ante – situazione antecedente all’illecito).

Le modalità e le forme di restituzione dipendono dal contenuto della norma violata e

o dalle caratteristiche dell’atto illecito.

La restituzione non è una regola assoluta perché vi possono essere situazioni in cui

o non è materialmente possibile oppure il beneficio è talmente piccolo da risultare

inferiore a quello derivante da altre forme di riparazione. Il Progetto esclude quando

essa sia materialmente impossibile o comporti un onere sproporzionato in capo al

soggetto responsabile.

Risarcimento:

 Se non è possibili restituire in forma specifica, lo stato può riparare “in equivalente”.

o Tale forma di riparazione consiste nel pagamento allo Stato leso di un ammontare

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monetario, che corrisponde al valore stimato della restituzione della forma specifica.

Tale somma può essere considerata come “risarcimento del danno”.

Uno Stato leso ha il diritto di ottenere dallo Stato che ha commesso l’atto illecito il

o risarcimento del danno da esso causato.

Il risarcimento deve coprire ogni danno diretto e immediato, e che sia determinabile

o dal punto di vista finanziario: oltre alla perdita patrimoniale che lo Stato leso ha

subito (danno emergente), anche il profitto non conseguito a causa del fatto illecito

(lucro cessante)

Soddisfazione: forma di riparazione che è obbligatoria quando le altre modalità (in forma

 specifica o per equivalente) non siano sufficienti a rimediare all’illecito commesso dallo Stato.

Non è sufficiente se altre forme di riparazione sono disponibili. La soddisfazione si realizza

come riparazione del danno morale subito dallo Stato vittima dell’illecito, o del danno giuridico.

La soddisfazione può consistere in:

Riconoscimento della violazione e del carattere obbligatorio della norma violata;

o In scuse formali o in qualche altra modalità appropriata.

o

La riparazione deve cancellare tutte le conseguenze dell’atto illecito e ristabilire la situazione che

sarebbe verosimilmente esistita se detto atto non fosse stato commesso.

Se uno stato è tenuto all’obbligo di riparazione, non è soggetto a limitazioni derivanti dal dritto

interno di detto stato.

7.4. Le conseguenze della violazione di una norma imperativa di diritto internazionale generale.

Ci sono precise conseguenze nel caso in cui uno Stato sia venuto a meno al rispetto di una norma

imperativa di diritto internazionale (es. divieto d’aggressione) e la violazione sia seria. In questo

caso c’è un interesse per l’intera Comunità internazionale al rispetto della norma violata (art. 40-41

Progetto). Infatti bisogna distinguere:

obbligazioni di uno Stato nei confronti dell’intera Comunità : queste toccano tutti gli stati e vista

 l’importanza dei diritti coinvolti tutti gli Stati possono essere ritenuti avere un interesse giuridico

alla protezione; esse sono obbligazioni erga omnes.

obbligazioni di uno Stato nei confronti di altro Stato

Le caratteristiche di tali norme influiscono sulla responsabilità di quello Stato che ha violato: in

questo caso, tutti gli stati sono obbligati di cooperare allo scopo di mettere fine alla violazione, e

inoltre il divieto di riconoscere come legittima la situazione che si è venuta a creare per effetto

della violazione.

8.1. La legittimazione ad invocare la responsabilità dello Stato.

Ormai fissate le condizioni, alle quali sorge la responsabilità internazionale e il contenuto degli

obblighi di riparazione che sono a carico dello Stato responsabile, si tratta di individuare lo Stato

nei cui confronti tale obblighi sono dovuti che è legittimato a invocare il rispetto (in altre parole, lo

Stato che ha subito l’illecito da parte di un altro Stato).

L’art. 42 del Progetto riconosce come parte richiedente il rispetto, lo Stato leso, cioè lo Stato nei

confronti del quale era dovuto il comportamento prescritto dalla norma primaria violata. Ciò

riguarda per i casi di trattato bilaterale o che prevede uno Stato in particolare.

Più complessa è la situazione nella quale lo Stato leso non sia uno, ma un gruppo di stati o l’intera

Comunità internazionale. Ciò riguarda i casi di trattati multilaterali. In questi casi: uno Stato potrà

essere considerato “leso” purché la violazione lo tocchi in modo particolare (es. caso di

inquinamento che danneggia parte dello Stato), o perché la natura del danno sia tale da modificare

radicalmente la posizione di tutti gli altri stati (es. trattati in materia di disarmo: in cui

l’adempimento di ogni contraente è condizionato all’adempimento di tutti gli altri).

La messa in opera della responsabilità non è automatica: è condizionata da una effettiva “reazione”

da parte dello Stato legittimato ad invocarla (lo Stato leso). Ma, una semplice protesta non è

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sufficiente. L’art. 43 del Progetto prevede che lo Stato leso debba dare comunicazione, in forma

scritto o orale, allo Stato responsabile e deve essere specificata la condotta da seguire per far cessare

l’atto illecito e in quale forma di riparazione deve aver luogo.

8.2. La responsabilità nei confronti del privato.

Non vi è responsabilità internazionale dello Stato verso gli individui. Gli inadempimenti relativi ad

eventuali violazioni da parte degli Stati dei diritti umani riconosciuti agli individui, deve ritenersi

che non esiste una responsabilità nei confronti del privato e che quindi i singoli non hanno il potere

di invocare la responsabilità internazionale dello Stato responsabile dell’illecito.

9.1. La reazione all’illecito: le contromisure.

La commissione di un atto illecito dà diritto allo Stato danneggiato di adottare contromisure nei

confronti dello stato responsabile per ottenere la cessazione dell’illecito e la riparazione. Essa

comporta la possibilità che lo Stato leso violi a sua volta un diritto soggettivo dello Stato autore

dell’illecito.

Come devono essere le contromisure:

1. sono legittime se adottate in risposta ad un precedente atto illecito internazionale di un altro

Stato e dirette nei confronti di quello Stato.

2. non possono avere come oggetto l’obbligo di astenersi da:

a. minaccia

b. uso della forza stabilita dalla Carta ONU

c. obblighi di protezione dei diritti umani fondamentali

d. obblighi di carattere umanitario che evitano le rappresaglie

e. ogni obbligo nascente da norme imperative di diritto internazionale

3. sono legittime se proporzionate al danno sofferto dallo Stato leso tenuto conto della gravità

dell’atto illecito e dei diritti coinvolti

4. devono avere durata limitata perché devono terminare non appena lo Stato responsabile ha

adempiuto all’obbligo di riparazione.

10.1. I regimi speciali di responsabilità internazionale.

I sistemi giuridici speciali d diritto internazionale sono quei sistemi nei qual le norme primarie sono

collegate a speciali regole secondarie relative alla responsabilità che deriva dalla loro violazione.

Sono sistemi chiamati: sottosistemi, sistemi oggettivi, autonomi, “self-contained” di diritto

internazionale.

10.2. Il sistema comunitario come esempio di regime speciale di responsabilità internazionale.

Il sistema comunitario è un esempio di regime speciale di responsabilità internazionale. Il sistema

comunitario costituisce nel suo ambito un sistema autonomo e chiuso: dalle violazioni del diritto

comunitario derivano le conseguenze da questo stabilite e solo esse.

11.1. Il problema della responsabilità senza illecito.

Si discute da tempo se esita una responsabilità ricollegabile allo svolgimento di una attività che, per

quanto non costituiscano violazione di norme internazionali e quindi non ritenute illecite, siano

idonee a provocare un danno ad altro soggetto. Per la Commissione del diritto internazionale questo

regime appare da escludere.

ISTITUZIONI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

CAPITOLO 9

75

L’USO DELLA FORZA E IL SISTEMA

DI SICUREZZA COLLETTIVA DELLE NAZIONI UNITE

L’ONU. L’organizzazione delle nazioni unite fu fondata dopo la seconda guerra mondiale dagli

stati che avevano combattuto contro le potenze dell’asse; fu elaborata la Carta nel 1945, ratificata

dagli stati fondatori. Ne sono via via divenuti membri quasi tutti gli stati del mondo. (Svizzera no).

Possono individuarsi 3 grandi settori di competenza dell’Onu: il primo è quello del mantenimento

della pace; il secondo è quello dello sviluppo delle relazioni amichevoli tra gli stati “fondati sul

rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli”; il terzo è

quello della collaborazione in campo economico, sociale, culturale ed umanitario. L’attività

principale dell’Onu, è quella dell’emanazione di raccomandazioni e della predisposizione di

progetti di convenzioni. Sono rari i casi di decisioni vincolanti; un caso (previsto dalla carta),

attribuisce all’assemblea il potere di ripartire tra gli stati membri le spese dell’organizzazione,

ripartizione che approvata a maggioranza di 2/3 vincola tutti gli stati. Un altro caso è la possibilità

di decisione vincolante per gli stati membri, circa le modalità e i tempi per la concessione

dell’indipendenza ai territori sotto dominio coloniale. L’obbligo di contribuire alle spese, trova una

specifica sanzione nell’art. 19, secondo cui lo stato membro in arretrato di 2 annualità di contributi,

non ha diritto di voto in assemblea. Il consiglio di sicurezza ha il potere di decidere quali misure

non implicanti l’uso della forza armata debbano essere adottate dagli stati membri contro uno stato

che minacci o abbia violato la pace, l’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e

delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche e la rottura delle relazioni

diplomatiche.

1.1. L’uso della forza nelle relazioni internazionali. Ius ad bellum e ius in bello.

Nel diritto internazionale l’uso della forza e in particolare della forza armata era considerato

appartenere alla struttura tipica della Comunità internazionale come mezzo “fisiologico” per la

soluzione delle controversie di uno Stato sovrano che coesiste con altri stati sovrani.La posizione

egualitaria degli stati nell’ordinamento internazionale e l’assenza di un ente capace di imporsi come

creatore di diritto e regolatore di conflitti, fanno si che gli stati ricorrano alla forza armata: la guerra

crea una serie di conseguenze giuridiche tipiche di u particolare stato dell’ordinamento

internazionale, che prende il nome di stato di guerra (ius ad bellum). Fino alla 1° G.M., la guerra

era una procedura lecita in cui gli stati belligeranti si collocano su un piano paritario. In quest’abito,

si crea un gruppo di norme che hanno ad oggetto il modo di fare la guerra e il comportamento dei

belligeranti: diritto bellico e diritto umanitario (ius in bello).

2.1. l’affermazione del divieto di ricorrere alla forza nei rapporti tra gli Stati nel diritto pattizio e

nel diritto consuetudinario.

Con la 1° G.M. ci fu una riflessione su cometa guerra potesse mettere in pericolo la stessa

sopravvivenza dell’umanità: da qui si prese l’iniziativa di tentare di abolire il ricorso alla forza

armata. Conseguenza: stipulazione del Patto della Società delle Nazioni.

Il patto aveva molte lacune, che si aggravarono con l’aumento delle tensioni internazionali sfociate

nella 2° G.M., la quale segnò anche l’insuccesso della Società delle Nazioni, che si sciolse.

La rinuncia alla guerra per la soluzione delle controversie internazionali è contenuta nel Trattato di

Parigi (Patto Briand-Kellogg) attraverso il quale le parti contraenti rinunciano alla guerra come

strumento di politica internazionale, condannandone il ricorso come strumento per la soluzione

delle controversie internazionali e come strumento di politica nazionale nei loro reciproci rapporti.

Nel Patto Briand-Kellogg non vi era un organo capace di porsi come valida alternativa: nel giro di

poco tempo con tale carenza ristoppiò la guerra.

Successivamente gli stati vincitori della 2° G.M. crearono e aderirono alla Carta delle Nazioni

Unite, firmata a San Francisco il 26 giugno 1945. tale Carta ha come priorità “

a salvare le future

generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato

indicibili afflizioni all'umanità ”. 76

Art. 1.: I fini delle Nazioni Unite sono: mantenere la pace e la sicurezza internazionale

 Art. 2.4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o

 dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato,

sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

Art. 2.3.: I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in

 maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo.

L’obiettivo di “mantenere la pace e la sicurezza internazionale” deve essere conseguito attraverso il

divieto quasi assolto dell’uso della forza da parte degli Stati.

Il monopolio dell’uso della forza è in capo alle Nazioni Unite secondo il modello del Capitolo VII

della Carta delle Nazioni Unite.

Il divieto dell’uso della forza è ribadito in molte “Dichiarazioni” espressa dall’Assemblea Generale

delle Nazioni Unite. In particolare, la Dichiarazione relativa ai principi di diritto internazionale

concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione fra stati, in conformità della Carta delle

Nazioni Unite.

Il ricorso alla minaccia o all’uso della forza viene qualificato come violazione della Carta, e quindi

del diritto pattizio, ma anche del diritto internazionale, riguardante una norma consuetudinaria.

3.1. La nozione di forza vietata.

Il divieto di ricorrere alla minaccia o all’uso della forza non è un divieto assoluto: altre norme

consentono agli stati di ricorrere alla forza, es. per legittima difesa. Per “forza”, invece, s’intende

una determinata forza vietata dalla norma, che può identificarsi anche come una minaccia, una forza

economica, politica o psicologica, oppure la forza armata.

Il divieto di applicare per gli stati di misure economiche, politiche o di altro tipo, o incoraggiarne

l’uso,al fine di costringere un altro Stato a subordinare l’esercizio dei suoi diritti sovrani è previsto

dalla Dichiarazione per le relazioni amichevoli, ma non come obbligo che discende dal divieto

dell’uso della forza. La coercizione (=obbligo, imposizione) economica o politica potrà costituire

illecito internazionale ma non integra gli estremi di uso della forza vietato agli Stati.

3.2. La forza internazionale e la forza interna.

L’impiego della forza armata all’interno dei confini dello stato non è del tutto indifferente al diritto

internazionale perché questa situazione può determinare degli estremi della minaccia alla pace ai

sensi dell’art. 39 della Carta, con conseguente possibilità per il Consiglio di Sicurezza di adottare

misure. Articolo 39

Il Consiglio di Sicurezza accerta l'esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della

pace, o di un atto di aggressione, e fa raccomandazione o decide quali misure debbano

essere prese in conformità agli articoli 41 e 42 per mantenere o ristabilire la pace e la

sicurezza internazionale.

Il divieto di ricorrere alla minaccia e all’uso della forza nelle relazioni internazionali, obbliga lo

Stato a fare ricorso ai mezzi pacifici per la soluzione delle controversie con altri Stati. “Le parti di

una controversa si sforzino di trovare una soluzione mediante mezzi pacifici”.

4.1. Il divieto di minaccia dell’uso della forza.

La norma vieta oltre all’impiego della forza, anche la semplice “minaccia”, consistente

nell’esplicito annuncio dell’impiego della forza delle armi al verificarsi o meno di un evento o di

una certa data.

Non si esclude che la minaccia possa essere avanzata e formulata atraverso comportamenti

concludenti. 77

5.1. Le eccezioni al divieto. La legittima difesa.

È ammessa l’esistenza di un’eccezione che va sotto il nome di “legittima difesa o autotutela” e

 che è prevista dalla Carta all’art. 51:

Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela

individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro

delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure

necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale

Il diritto all’autotutela collettiva o individuale si qualifica come diritto “naturale dello Stato”.

 La legittima difesa è condizionata da taluni requisiti indicati all’art. 51:

 Le misure prese da Membri nell'esercizio di questo diritto di autotutela sono

immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano

in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo la presente Carta, al Consiglio di

Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell'azione che esso ritenga

necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.

Secondo il diritto consuetudinario, è legittima una risposta ad un attacco armato se ha i

 requisiti della necessità e della proporzionalità: la Carta riconosce il diritto di autotutela, ma

non contiene alcuna specifica regola, che consenta nell’esercizio della legittima difesa, solo

misure che sia proporzionali all’attacco armato e necessarie per rispondere ad esso.

La legittima difesa è subordinata ad un requisito temporale:

 al momento iniziale della reazione: si richiede che la reazione sia immediata

o al momento finale della reazione: nella Carta il diritto di autotutela è concepito

o come fase transitoria, fin quando il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure

necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

5.2. La legittima difesa preventiva.

Non rientra nell’autotutela ammessa dal diritto internazionale generale, ma è una pratica consistente

nell’anticipare la reazione armata, per impedire un attacco armato che si reputa probabile

nell’immediato futuro (legittima difesa preventiva). Nella prassi è stata richiamata raramente tale

norma preventiva.

5.3. La legittima difesa collettiva.

L’art. 51 riconosce il diritto di autotutela allo Stato che direttamente subisce l’attacco armato, ma

anche verso gli altri Stati della Comunità internazionale, nei cui confronti l’attacco non è diretto, ma

che sono legittimati ad agire esercitando il diritto di legittima difesa collettiva.

Ovviamente non c’è una norma che permette l’esercizio di autotutela collettiva in assenza di una

richiesta da parte dello Stato che si considera vittima di un attacco armato.

5.4. Lo stato di necessità.

Incerta è l’invocabilità dello stato di necessità come causa di esclusione dell’illecito. Il tratto

distintivo rispetto alla legittima difesa risiede nel fatto che agisce in situazione di necessità realizza

un comportamento illecito contro uno stato che non è responsabile della lesione.

Lo stato di necessità costituisce una causa di esclusione dell’illiceità di un fatto non conforme ad un

obbligo internazionale.

5.5. Caso fortuito, forza maggiore, estremo pericolo.

Le cause di giustificazione riferibili all’individuo-organo dello Stato sono:

Caso fortuito: evento esterno che costringe l’individuo-organo a commettere l’illecito,

 consapevole della violazione commessa

Forza maggiore: l’individuo-organo è nell’impossibilità di rendersi conto che a causa

 dell’evento esterno stia violando un obbligo internazionale.

78

Effetto di una situazione di estremo pericolo (distress): è prevista come causa di giustificazione

 dell’illecito : l’individuo-organo no altro modo ragionevolmente praticabile per salvaguardare la

sua vita o quella delle persone lui affidate se non violasse la norma internazionale.

5.6. Consenso dell’avente diritto.

Lo stato può acconsentire alla parziale o totale riduzione del suo territorio e quindi ala sua sovranità

attraverso l’ingresso nel suo territorio di forze militari straniere.

L’intervento del territorio altrui è giustificato dal consenso dell’avente diritto. Il consenso vale a

giustificare la violazione dell’obbligo di non intervento negli affari interni ed esterni di uno stato

sovrano che gli altri stati sono tenuti a rispettare

Il consenso deve essere espresso dal governo realmente rappresentativo, non governi-fantoccio.

Il consenso non vale a giustificare un comportamento vietato da norme imperative le quali non

possono essere violate.

5.7. Le misure contro gli “Stati nemici”.

Le Parti originarie della Carta vollero agire contro gli Stati che nella 2° G.M. furono nemici nel

firmare la Carta. Sono la Germania, l’Italia e il Giappone, definiti “nemici”, nei confronti dei quali è

prevista la possibilità di adottare misure anche implicanti l’uso della forza nel caso in cui gli Stati

rinnovano la politica aggressiva identica all’ultimo conflitto mondiale.

5.8. L’intervento umanitario.

Con la sola eccezione alla legittima difesa, le ipotesi finora esaminate di cause di giustificazione

dell’illecito non consentono allo Stato il ricorso all’uso della forza armata sul territorio di un altro

stato sovrano, senza il suo consenso.

È vietata l’ingerenza (=intrusione, intromissione, intervento) di qualsiasi stato nelle competenze

interne di un altro Stato.

Anche per le Nazioni Unite tale divieto è valido, fatta eccezione per le misure da adottare nei casi

del Capitolo VII della Carta.

È andato crescendo il dibattito relativo all’ammissibilità di un diritto di intervento umanitario in

capo ad ogni Stato, e quindi fuori dalla Carta, per reagire alla massiccia violazione dei diritti umani

fondamentali, spesso a danno di gruppi etnici o di minoranze che si verifica nel territorio di uno

Stato terzo.

In molti casi in cui l’intervento armato contribuì a salvare vite umane e a porre fine a una situazione

di grave degrado per il rispetto dei diritti dell’uomo, gli Stati che l,o effettuarono si astennero

dall’invocare un diritto d’intervento umanitario specie quando l’iniziativa si collegava in una

situazione di conflitto tra lo stato interveniente e quello territoriale.

L’impiego della forza a finalità umanitarie è ancora rimesso alla valutazione del Consiglio di

Sicurezza che può non essere in grado di intervenire per la contraria volontà di un Membro

permanete.

L’obiettivo dell’intervento umanitario è quello di far cessare o di evitare la catastrofe umanitaria,

non certo quello di assicurare la pace e la sicurezza internazionale.

5.9. L’intervento a protezione dei cittadini all’estero.

L’intervento che lo Stato compie nel territorio di un altro stato per salvare la vita o i diritti

fondamentali di propri cittadini, senza il consenso dello Stato territoriale, viene spesso confuso con

l’intervento umanitario (questo è adottato per la violazione di una norma primaria). Presupposto per

l’intervento a protezione dei cittadini all’estero è dato dal venir meno dello Stato territoriale agli

obblighi di protezione che ha nei confronti dello straniero. Nel caso dell’intervento umanitario, lo

stato territoriale viola un obbligo erga omnes.

6.1. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite e Consiglio di Sicurezza.

79

Le Nazioni Unite sono un’organizzazione internazionale i cui 3 principali obbiettivi sono:

15. mantenimento della pace e della sicurezza internazionale (art. 1.1 Carta)

16. promozione del principio di autodeterminazione dei popoli (art. 1.2 Carta)

17. protezione dei diritti dell’uomo (art. 1.3 Carta)

Capitolo I

FINI E PRINCIPI

Articolo 1

I fini delle Nazioni Unite sono:

1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo scopo: prendere efficaci misure

collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le

altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai principi della

giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle

situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace:

2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio

dell'eguaglianza dei diritti e dell'auto-determinazione dei popoli, e prendere altre misure atte a

rafforzare la pace universale;

18. Conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali

di carattere economico, sociale culturale od umanitario, e nel promuovere ed

incoraggiare il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza

distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione.

Nell’ambito della Carta, l’organi cui è affidata la “responsabilità principale” del mantenimento della

pace e della sicurezza è il Consiglio di Sicurezza: ad esso è conferito il potere di adottare misure

anche implicanti l’uso della forza “per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza

internazionale”. Articolo 24

1. Al scopo di assicurare un'azione pronta ed efficace da parte delle Nazioni Unite, i Membri

conferiscono al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della

pace e della sicurezza internazionale, e riconoscono che il Consiglio di Sicurezza,

nell'adempiere i suoi compiti inerenti a tale responsabilità, agisce in loro nome.

CONSIGLIO DI SICUREZZA

Composizione Articolo 23

1.Il Consiglio di Sicurezza si compone di quindici Membri delle Nazioni Unite. La Repubblica di

Cina, la Francia, l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il Regno Unito di Gran Bretagna

e l'Irlanda Settentrionale e gli Stati Uniti d'America sono Membri permanenti del Consiglio di

godendo del diritto di veto (= rifiuto, divieto), cioè di impedire col loro voto

Sicurezza.

negativo, l’adozione di qualsiasi delibera che non abbia mero carattere procedurale.

L'Assemblea Generale elegge dieci altri Membri delle Nazioni Unite quali Membri non permanenti

del Consiglio di Sicurezza, avendo speciale riguardo, in primo luogo, al contributo dei Membri delle

Nazioni Unite al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ed agli altri fini solo

dell'Organizzazione, ed inoltre ad un'equa distribuzione geografica. I 10 membri si occupano

di questioni attinenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale

2. I Membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza sono eletti per un periodo di due anni.

Tuttavia nella prima elezione successiva all'aumento da 11 a 15 del numero dei Membri del

Consiglio di Sicurezza, due dei quattro Membri aggiuntivi saranno scelti per il periodo di un anno. I

Membri uscenti non sono immediatamente rieleggibili.

Principio maggioritario per le decisioni: Articolo 27

80

1. Ogni Membro del Consiglio di Sicurezza dispone di un voto.

2. Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su questioni di procedura sono prese con un voto

favorevole di nove Membri.

3. Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su ogni altra questione sono prese con un voto

favorevole di nove Membri, nel quale siano compresi i voti dei Membri permanenti: tuttavia nelle

decisioni previste dal Capitolo VI e dal paragrafo 3 dell'articolo 52, un Membro che sia parte di una

controversia deve astenersi dal voto.

Questa è la c.d. formula di Yalta, per effetto della quale l’adozione di una delibera non meramente

procedurale è subordinata al voto favorevole di 9 membri compresi quelli permanenti.

6.2. Il ruolo dell’Assemblea Generale e degli altri organi delle Nazioni Unite.

Nella materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, può assumere il ruolo del

Consiglio un altro organo delle Nazioni Unite, cioè l’Assemblea Generale. Ne fanno parte tutti i

membri dell’Organizzazione con un max di 5 rappresentanti per ogni stato e hanno diritto ad un

solo voto. ASSEMBLEA GENERALE

Composizione Articolo 9

1. L'Assemblea Generale si compone di tutti i Membri delle Nazioni Unite.

2. Ogni Membro ha non più di cinque rappresentanti nell'Assemblea Generale.

Funzioni e poteri Articolo 10

(competenze) L'Assemblea Generale può discutere qualsiasi questione od argomento che rientri nei fini del

presente Carta, o che abbia riferimento ai poteri ed alle funzioni degli organi previsti dal presente Carta o,

salvo quanto disposto dall'articolo 12, può fare raccomandazioni ai Membri delle Nazioni Unite od al

Consiglio di Sicurezza, o agli uni ed all'altro, su qualsiasi di tali questioni od argomenti.

L’Assemblea Generale non ha il potere di adottare atti giuridici obbligatori (tranne che per la

competenza in materia di bilancio) essendo i poteri dell’Assemblea limitati alla sola formulazione

di raccomandazioni, quindi atti non obbligatori, sia per i Membri sia per il Consiglio di Sicurezza.

Articolo 11

2. L'Assemblea Generale può discutere ogni questione relativa al mantenimento della pace e della sicurezza

internazionale che le sia sottoposta da qualsiasi Membro delle Nazioni Unite

La Corte internazionale di giustizia ha ritenuto legittima la competenza dell’assemblea generale ad

adottare o raccomandare misure coercitive (obbligatorie) finalizzate al mantenimento della pace e

della sicurezza. mantenimento della pace e della sicurezza)

Qualsiasi questione del genere ( per cui si

renda necessaria un'azione deve essere deferita (sottoposta) al Consiglio di Sicurezza da parte dell'Assemblea

Generale, prima o dopo la discussione.

Altri organi:

1. Segretario Generale: è nominato dall’Assemblea su proposta del Consiglio di sicurezza, è

l’organo esecutivo dell’organizzazione;

Articolo 97: Il Segretariato comprende un Segretario Generale ed il personale che l'Organizzazione

possa richiedere. Il Segretario Generale è nominato dall'Assemblea Generale su proposta del Consiglio

di Sicurezza. Egli è il più alto funzionario amministrativo dell'Organizzazione.

2. Corte internazionale di giustizia: è composta da 15 giudici con mandato di 9 anni, ha sia la

competenza contenziosa per la soluzione delle controversie tra stati, sia una funzione consultiva

in quanto può dare pareri su qualsiasi questione giuridica all’Assemblea generale o al Consiglio

di sicurezza o ad altri organi su autorizzazione dell’assemblea; i pareri non sono però né

obbligatori, né vincolanti. Nella materia del mantenimento della pace e della sicurezza

internazionale alla Corte non spetta particolari funzioni.

7.1. Gli atti del Consiglio di Sicurezza nell’ambito del Capitolo VII della Carta.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Fumagalli Luigi.

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